Mostre di fotografia da non perdere a giugno.

Ciao!

Di seguito trovate mostre interessantissime da non perdere nel mese di giugno!

Anna

VIVERE IN ALTO. IN MONTAGNA CON I FOTOGRAFI MAGNUM

Philip Jones Griffiths, Edge of the Gobi Desert, Mongolia, 1964 © Philip Jones Griffiths / Magnum Photos

“Grandi cose si compiono quando gli uomini e le montagne si incontrano”, scriveva William Blake. Lo vedremo anche in Val di Sole, che per l’occasione si trasformerà nella Valle della Fotografia. A creare un legame diretto tra il progetto espositivo di Castel Caldes e lo spettacolare teatro delle Dolomiti, saranno gli scatti del fotografo Paolo Pellegrin, ospite di questi luoghi incantati grazie a un programma di residenze artistiche. Le immagini catturate dal reporter Magnum tra l’Adamello, l’Ortles Cevedale e il gruppo del Brenta saranno esposte all’aperto in una mostra diffusa ed ecosostenibile da scoprire in mezzo a boschi, pascoli, malghe e ruscelli, lungo il nuovo Sentiero della Fotografia.

Castello di Caldes (Trento) dal 17 giugno al 9 ottobre

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ELLIOTT ERWITT. 100 FOTOGRAFIE

© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, USA, Wilmington, North Carolina, 1950

Dal 27 maggio al 16 ottobre 2022, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita una retrospettiva dedicata a Elliott Erwitt (Parigi, 1928), uno dei più importanti fotografi del Novecento.
L’esposizione, curata da Biba Giacchetti, organizzata dal Museo Diocesano in collaborazione con SudEst57, col patrocinio del Comune di Milano, sponsor Credit Agricole e media partner IGP Decaux, presenta cento dei suoi scatti più famosi, da quelli più iconici in bianco e nero a quelli, meno conosciuti, a colori che Erwitt aveva deciso di utilizzare per i suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari, dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda.
 
“Anche quest’anno – dichiara Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano – il Museo Diocesano propone per il periodo estivo una mostra di fotografia, aprendosi alla città anche in orario serale e offrendo nel gradevole spazio del chiostro diverse attività culturali”.
“Le sale del museo – prosegue Nadia Righi – accolgono una importante retrospettiva dedicata a Elliott Erwitt, uno dei più straordinari fotografi, ancora vivente, del quale presentiamo le immagini più iconiche affiancate ad altre meno note, sia in bianco e nero che a colori. Tanti sono i temi toccati da Erwitt nel corso della sua lunga carriera: i ritratti di importanti personaggi del mondo della politica o dello spettacolo, i grandi fatti della storia, i bambini, i reportage di viaggio, ma anche la propria famiglia. Egli guarda sempre alla realtà, da quella più nota a quella più intima e personale, con uno sguardo curioso, talvolta con una sottile e delicata ironia che rende i suoi scatti sempre affascinanti e capaci di portare nuove riflessioni”.
 
“Elliott ed io – afferma Biba Giacchetti – salutiamo con entusiasmo questa retrospettiva che il Museo Diocesano ha voluto dedicargli. Elliott è molto legato a Milano, città dove trascorse l’infanzia fino alla partenza per gli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. La selezione delle immagini in mostra, molte delle quali mai esposte a Milano, è stata curata da me in stretta collaborazione con Elliott, come ogni progetto che lo riguarda”.
“Sono certa – conclude Biba Giacchetti – che questa selezione delle sue icone più note affiancate ad immagini inedite a Milano, potrà generare una nuova curiosità, che si aggiungerà all’amore che da sempre accompagna gli scatti di questo grande fotografo”.
Il percorso espositivo ripercorre l’intera carriera dell’autore americano offre uno spaccato della storia e del costume del Novecento, attraverso la sua tipica ironia, pervasa da una vena surreale e romantica, che lo ha identificato come il fotografo della commedia umana.
L’obiettivo di Erwitt ha spesso anche colto momenti e situazioni che si sono iscritte nell’immaginario collettivo come vere e proprie icone; è il caso dello scatto con Nixon e Kruscev a Mosca nel 1959, talmente efficace che lo staff del presidente degli Stati Uniti se ne appropriò per farne un’arma nella sua campagna elettorale, dell’immagine tragica e struggente di Jackie Kennedy in lacrime dietro il velo nero durante il funerale del marito, del celebre incontro di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier del 1971, o ancora di un giovane Arnold Schwarzenegger in veste di culturista durante una performance al Whitney Museum di New York.
Grande ritrattista, Erwitt ha immortalato numerose personalità che hanno caratterizzato la storia del XX secolo, dai padri della rivoluzione cubana, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, in una rara espressione sorridente, ai presidenti americani che ha fotografato dagli anni cinquanta fino a oggi con una particolare predilezione per J.F. Kennedy che stimava e che fissò sulla pellicola in una posa ufficiale e in una insolita, mentre fuma indisturbato durante la convention democratica nel 1960.
In questa galleria di personaggi, un angolo particolare è riservato a Marilyn Monroe, forse la stella del cinema più fotografata di tutti i tempi, colta sia in momenti privati e intimi, sia nei momenti di pausa sui set dei film; di lei, Erwitt ammirava, più che la bellezza, la capacità di flirtare con l’obiettivo, che rendeva remota la possibilità di sbagliare lo scatto.
Uno dei temi ricorrenti nella carriera di Erwitt è quello dei bambini che ama – ha avuto sei figli e un numero esponenziale di nipoti – e con i quali ha sempre avuto un rapporto speciale. Alle immagini tranquillizzanti, in cui i piccoli sono colti nella loro allegria, la bambina di Puerto Rico o i ragazzini irlandesi, entrambi fotografati per una campagna di promozione turistica dei due paesi.
A questi scatti si affiancano quelli dedicati agli animali, in particolare ai cani, presi in pose il più delle volte buffe o che richiamano un atteggiamento antropomorfo d’imitazione dell’uomo.
Al Museo Diocesano di Milano non mancano le immagini che rivelano lo spirito romantico di Erwitt e che mostrano coppie d’innamorati che si scambiano momenti di tenerezza all’interno delle auto o si abbracciano in place du Trocadéro davanti alla Tour Eiffel in un giorno di pioggia, mentre la silhouette di un uomo salta una pozzanghera.
Grande viaggiatore, Erwitt ha documentato le società e le vicende della gente comune dei paesi che visitava come fotoreporter, dalla Francia alla Spagna, dall’Italia alla Polonia, dal Giappone alla Russia, agli Stati Uniti e gli scorci di vita delle metropoli americane.
Accompagna la mostra un volume SudEst con testi di Elliott Erwitt e Biba Giacchetti. 

Dal 27 Maggio 2022 al 16 Ottobre 2022 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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IMP Festival – International Month of Photojournalism

©Darcy Padilla

Anche quest’anno Padova ospita la nuova edizione del Festival internazionale di fotogiornalismo (Imp), il primo evento in Italia dedicato esclusivamente a questo genere fotografico. Dal 3 al 26 giugno saranno esposti i progetti di circa quaranta autori, italiani e stranieri, in diversi luoghi della città.

Basandosi sulle critiche della World press photo foundation, che gestisce il più importante premio di fotogiornalismo al mondo e che ha sottolineato come le fotografe siano generalmente meno rappresentate rispetto ai loro colleghi maschi, insieme alla tendenza a privilegiare comunque le opere di autori occidentali, il festival si è impegnato a dare maggiore spazio alle donne (circa il 70 per cento delle mostre) e a progetti provenienti da tutti e cinque i continenti.

Una delle mostre principali è Of suffering and time di Darcy Padilla, che approfondisce il suo lungo racconto cominciato negli anni novanta nell’Ambassador hotel di San Francisco, soprannominato “The aids hotel” perché ospitava i malati che non avevano né casa né famiglia e che gli ospedali, sovraffollati, rifiutavano di tenere perché non c’era niente da fare per curarli se non somministrare morfina. Da questa esperienza è nato anche The Julie project, opera fondamentale nel reportage a lungo termine, in cui la fotografa statunitense ha seguito la vita di Julie Baird (una delle ospiti dell’hotel) dal 1993 fino alla sua morte, avvenuta nel 2010.

Gideon Mendel ci porta invece tra Australia, Grecia, Canada e Stati Uniti, dove dal 2020 ha documentato gli incendi che hanno devastato ettari di foreste e messo a rischio intere comunità. In Burning world il fotografo sudafricano preferisce arrivare quando le fiamme sono ormai spente e osservare l’impatto della crisi ambientale sulla vita delle persone.

Grozny: nine cities è un approfondimento realizzato da tre fotografe russe – Maria Morina, Oksana Yushko, Olga Kravets – sulla complessità della Cecenia contemporanea, dalla fine del conflitto con la Russia nel 2009. A Grozny le ferite e l’odio seminato dalla guerra sono mascherati dai centri di bellezza, dai suv e dai bar alla moda, ma il dissenso non è permesso e i carri armati russi sfilano ancora insieme ai sostenitori idolatranti del presidente Ramzan Kadyrov.

3 – 26 GIUGNO 2022 – Padova – sedi varie

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SEBASTIÃO SALGADO. ALTRE AMERICHE

© Sebastião Salgado/Contrasto | Sebastião Salgado, Guatemala, 1978

Sarà inaugurata il 20 maggio 2022 alle 19.30 la mostra di Sebastião Salgado nelle sale del Castello Aragonese di Otranto. Curata da Lélia Wanick Salgado, promossa dal Comune di Otranto e organizzata da Contrasto, resterà visitabile fino al 2 novembre 2022. 

Una mostra finora inedita in Italia, Altre Americhe è il primo grande progetto fotografico realizzato da Sebastião Salgado, quando dopo anni di vita in Europa, decise di tornare a conoscere e riconoscere la sua terra, il Brasile e l’American Latina. Munito di una macchina fotografica, nei numerosi viaggi compiuti tra il 1977 e il 1984, ha percorso un intero continente cercando di cogliere, nel suo bianco e nero pastoso e teatrale, l’essenza di una terra e la ragione di una lunga tradizione culturale. Il risultato è un corpus di immagini di grande forza che evoca il valore di un continente, la sua economia, la sua religiosità e la persistenza delle culture contadine e indiane. 

Come ha affermato Salgado stesso, “quando ho cominciato questo lavoro, nel 1977, […] il mio unico desiderio era ritornare a casa mia, in quella amata America Latina […]. Armato di tutto un arsenale di chimere, decisi di tuffarmi nel cuore di quell’universo irreale, di queste Americhe latine così misteriose, sofferenti, eroiche e piene di nobiltà. Questo lavoro durò sette anni, o piuttosto sette secoli, per me, perché tornavo indietro nel tempo”.

“Siamo veramente felici di ospitare una mostra di Sebastião Salgado, considerato uno dei più grandi fotografi contemporanei a livello mondiale – sostiene Pierpaolo Cariddi, sindaco di Otranto.
Un attento osservatore di quella che egli definisce la ‘famiglia umana’. Per anni in giro per il mondo narrando, attraverso i suoi scatti, storie di popoli e di un pianeta spesse volte martoriato. 
Le sue foto in bianco e nero mostrano il suo progetto di vita e documentano i cambiamenti ambientali, economici e politici degli ultimi decenni.
I visitatori sapranno certamente apprezzare gli scatti del fotografo brasiliano che ha fatto del suo lavoro una missione. Nonostante gli ultimi due anni ci hanno messo a dura prova, abbiamo comunque sempre garantito mostre di qualità nel Castello Aragonese – prosegue il sindaco Cariddi, contenitore culturale ormai divenuto cuore pulsante della nostra città, centro culturale che ospita ogni anno eventi, iniziative, installazioni di livello internazionale”.

In esposizione a Otranto, per la prima volta 65 opere di tre diversi formati. L’intensità delle fotografie in bianco e nero, la loro potenza plastica, hanno confermato per il mondo intero la nascita di un grande fotografo e un narratore del nostro tempo: Sebastião Salgado.

Come ha detto Alan Riding, del New York Times, Le fotografie di Salgado catturano di volta in volta la luce e l’oscurità del cielo e dell’esistenza, la tenerezza e il sentimento che coesistono con la durezza e la crudeltà. Salgado è andato a cercare un angolo dimenticato delle Americhe, erigendolo a prisma attraverso il quale può essere osservato il continente nel suo complesso. […] Salgado è il creatore di un archivio, il custode di un mondo, di cui celebra l’isolamento. Così facendo, mira a suscitare emozioni problematiche e contraddittorie. E anche in questo caso, ci riesce in pieno”.

Dal 20 Maggio 2022 al 02 Novembre 2022 – Castello Aragonese – Otranto (LE)

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LA FLEUR – Erminio Annunzi

La Fleur (il fiore): trovo veramente calzante la versione femminile che la lingua francese propone rispetto al termine maschile della lingua italiana, perché ci introduce efficacemente e delicatamente nel mondo femminile, splendidamente rappresentato da questo gioiello della natura. Bellezza, eleganza, femminilità, sensualità, fragranza, sono solo alcuni aggettivi rappresentativi dell’universo donna, interpretati e letti attraverso l’elemento, primario ed antico, con cui la natura perpetua le specie vegetali e la vita sul nostro piccolo mondo.

La chiave che esalta con sublime efficacia la forma e le delicate volute delle corolle e dei petali, è data dalla scelta di isolare e decontestualizzare il fiore, posandolo su un fondo monocromatico come sospeso nel tempo; un isolamento visivo che permette di cogliere l’essenza singolare del suo incarnare eleganza e bellezza.

Siamo abituati  a creare parallelismi tra il fiore e la femminilità, e questo lega in modo solido la descrizione della donna  in un panorama di idealizzata bellezza, fortemente pervaso anche di sensualità e sessualità.

Nulla di esplicito, solo un delicato richiamo a quella componente corporale derivata dalla presa di coscienza che il fiore è un “corpus” gentile, dedicato alla riproduzione ed alla perpetuazione della specie, un organo sessuale ammantato di profumi, di dolci effluvi e di meravigliosa bellezza.

Da questo tripudio d’esaltazione dell’incanto floreale, si rivelano le scelte stilistiche di Erminio Annunzi; la scelta di creare una sorta di composizione multipla del fiore ripreso (da notare che sono tutti fiori fotografati in natura), crea una nuova bellezza visiva che si amplifica nel ridotto spazio del frame fotografico, in una volontà di moltiplicarsi sempre di più fino all’infinito.

In ultimo, ma non ultimo, il ricorso all’essenzialità di un bianco e nero semplice ed elegante, fa il paio con l’intima sostanza, l’estrema semplicità e l’esaltante simbologia che il fiore richiama ai nostri occhi, alla nostra mente e al nostro cuore.

Dal 16 giugno – Musa Fotografia – Monza

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GIANNI BERENGO GARDIN. L’OCCHIO COME MESTIERE

Gianni Berengo Gardin, Siena, 1983 © Gianni Berengo Gardin I Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

L’uomo e il suo spazio sociale nella natura concreta e analogica del maestro della fotografia di reportage e indagine sociale. Il racconto si snoda lungo un percorso di oltre 150 fotografie, tra le più celebri, le meno conosciute, fino a quelle inedite: un patrimonio visivo unico, dal dopoguerra a oggi, caratterizzato dalla coerenza nelle scelte linguistiche e da un approccio “artigianale” alla pratica fotografica.

Dalla Venezia delle prime immagini alla Milano dell’industria, degli intellettuali, delle lotte operaie; dai luoghi del lavoro (i reportage realizzati per Alfa Romeo, Fiat, Pirelli, e soprattutto Olivetti) a quelli della vita quotidiana; dagli ospedali psichiatrici (con Morire di classe del 1968), all’universo degli zingari; dai tanti piccoli borghi rurali alle grandi città; dall’Aquila colpita dal terremoto al MAXXI in costruzione fotografato nel 2009.

Attraverso un percorso fluido e non cronologico, la mostra offre una riflessione sui caratteri peculiari della ricerca di Berengo Gardin: la centralità dell’uomo e della sua collocazione nello spazio sociale; la natura concretamente ma anche poeticamente analogica della sua “vera” fotografia (non tagliata, non manipolata); la potenza e la specificità del suo modo di costruire la sequenza narrativa, che non lascia spazio a semplici descrizioni dello spazio ma costruisce naturalmente storie.

Dal 04 Maggio 2022 al 18 Settembre 2022 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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PHOTOLUX 2022 – YOU CAN CALL IT LOVE

Simone Cerio, Religo
© Simone Cerio | Simone Cerio, Religo

Dal 21 maggio al 12 giugno 2022, Lucca ospita You can call it Love, la nuova edizione di Photolux Festival – Biennale Internazionale di Fotografia di Lucca, uno degli appuntamenti più interessanti e attesi del panorama europeo, interamente dedicati alla fotografia. 

Il tema del Festival, scelto dal comitato di direzione artistica composto da Rica Cerbarano, Francesco Colombelli, Chiara Ruberti ed Enrico Stefanelli, è l’amore.

Un ricco programma di oltre 20 esposizioni
, ospitate in alcuni dei luoghi più prestigiosi nel centro della città toscana, e una serie d’iniziative collaterali come conferenze, workshop, letture portfolio, incontri con i protagonisti della fotografia internazionale. 

Tra gli appuntamenti più attesi, due anteprime italiane: la monografica di Seiichi Furuya (Giappone) con il progetto Face to Face, capitolo conclusivo delle Mémoires, un percorso portato avanti dall’autore da oltre trent’anni con l’intento di custodire, elaborare, celebrare la memoria della compagna Christine e dei sette anni d’amore vissuti insieme, e l’installazione di Erik Kessels (Paesi Bassi)per il sedicesimo capitolo del suo In Almost Every Pictures, dedicato alla creatività erotica messa in scena nel salotto di casa dai due coniugi Noud e Ruby. 

Tra gli altri progetti, PIMO Dictionary il vocabolario domestico creato dall’artista cinese Pixy Liao (Cina) insieme al compagno Moro, Love that dare not speak its name di Marta Bogdańska (Polonia), sulla figura di Selma Lagerlöf, primo capitolo di un ambizioso lavoro sulle biografie queer di importanti personaggi della letteratura, della cultura e dell’arte, a una grande mostra collettiva sul ritratto di famiglia e Religo, il lavoro di Simone Cerio (Italia) che racconta della comunità LGBTQ+ all’interno di quella cattolica.

“La selezione di autori presentati nell’edizione 2022 di Photolux – affermano i componenti della direzione artistica del festival – porta in luce la molteplicità di approcci possibili, alcuni inediti e contemporanei, altri più classici e tradizionali, al tema dell’amore, che si traducono nel racconto di storie e incontri unici e diversi tra loro, dove ognuno di noi può ritrovare un po’ di se stesso”.
“Costruendo la proposta espositiva di You can call it Love abbiamo pensato alla fotografia non più come specchio né come finestra – citando la distinzione storica di Szarkowski –, ma come una macchina a raggi X, capace di vedere attraverso di noi e dare voce ad alcune sensazioni, desideri, emozioni che neanche sappiamo di avere”.

“Il greco antico – proseguono i componenti della direzione artistica del festival – utilizzava diversi termini per definire le possibili declinazioni dell’amore; la maggior parte delle lingue moderne non è così precisa. Il lessico a nostra disposizione sembra, per pudore o per inadeguatezza, non riuscire a delineare nella sua completezza il caleidoscopio di sentimenti che la vita ci offre ogni giorno, comprimendo così le molteplici sfumature di quello che, per comodità, siamo abituati a chiamare Amore. La fotografia ci restituisce una rappresentazione stratificata e poliforme dell’Amore, ed è proprio nella molteplicità del linguaggio fotografico che si riversano le infinite possibilità del “discorso amoroso” di cui parlava Barthes: un discorso frammentario, perché complesso, ma necessario e, nella sua inafferrabilità, onnipresente nella vita di ognuno di noi”.

Dal 21 Maggio 2022 al 12 Giugno 2022 – Lucca – Sedi varie

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ENRICO GENOVESI. NOMADELFIA. UN’OASI DI FRATERNITÀ

Sabato 14 maggio dalle ore 19.00 – presso la sede in Via Costanzo Cloro 58, Roma – inaugura la mostra fotografica “Nomadelfia. Un’oasi di fraternità”. Sarà presente l’autore, il fotografo Enrico Genovesi.

Dai termini greci nomos e adelphia, che significa: “Dove la fraternità è legge”, Nomadelfia è un popolo comunitario, più che una comunità, ed è situato vicino alla città di Grosseto in Toscana (Italia). Un piccolo popolo con una sua Costituzione che si basa sul Vangelo. Fondata nel 1948 nell’ex campo di concentramento di Fossoli da don Zeno Saltini, il suo scopo: dare un papà e una mamma ai bambini abbandonati. Attualmente conta circa 300 persone, 50 famiglie suddivise in 11 gruppi, di cui quasi la metà bambini e ragazzi, parte pulsante della comunità.

Nomadelfia ha una sua storia, una sua cultura, una sua legge, un suo linguaggio, un suo costume di vita, una sua tradizione. È una popolazione con tutte le componenti: uomini, donne, sacerdoti, famiglie, figli. Per lo Stato è un’associazione civile organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro, per la Chiesa è una parrocchia e un’associazione privata tra fedeli. Tutti  i beni sono in comune, non circolano soldi, non ci sono negozi ma soltanto magazzini. I generi alimentari vengono distribuiti ai “Gruppi Familiari” in proporzione al numero delle persone e secondo le necessità dei singoli. Nello spirito dei consigli evangelici la popolazione di Nomadelfia conduce una vita caratterizzata da “sobrietà” cioè secondo le vere esigenze umane.

Dal 14 Maggio 2022 al 09 Giugno 2022 – WSP Photography – Roma

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ROBERT DOISNEAU

© Atelier Robert Doisneau | Robert Doisneau, L’information scolaire, Paris 1956 

Mostra dedicata al grande maestro della fotografia Robert Doisneau.

Sono esposti oltre 130 scatti in bianco e nero, provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge, attraverso i quali Doisneau, considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada, ha catturato la vita quotidiana e le emozioni degli uomini e delle donne che popolavano Parigi e la sua banlieue, nel periodo dall’inizio degli anni Trenta alla fine degli anni Cinquanta, il più prolifico per l’artista.

Dal 28 Maggio 2022 al 04 Settembre 2022 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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SHOOTING IN SARAJEVO

© Luigi Ottani

A trent’anni di distanza dall’inizio dell’assedio più lungo della storia recente, il fotografo Luigi Ottani e l’attrice, autrice e documentarista Roberta Biagiarelli portano a Villa Greppi la mostra allestita lo scorso aprile lungo il tristemente celebre “Viale dei cecchini” di Sarajevo. Si tratta di “Shooting in Sarajevo”, un’esposizione nata dal progetto che dalla primavera del 2015 ha visto Ottani e Biagiarelli tornare negli stessi luoghi da cui i cecchini tenevano sotto assedio Sarajevo e i suoi abitanti, scattando da lì le fotografie oggi in mostra. Gli appartamenti di Grbavica, l’Holiday Inn, la caserma Maresciallo Tito, le postazioni di montagna sono divenuti il punto di vista ideale per perdersi nella mente di chi, da quegli stessi luoghi, inquadrava per uccidere. Sono stati giorni di attese, di passaggi di uomini, donne e bambini, aspettando che il soggetto, ignaro, arrivasse al centro del mirino per fermare il momento. Un progetto editoriale divenuto mostra e che, per gli autori, vuole essere un gesto di affetto per Sarajevo, per le vittime, per i sopravvissuti e per tutti coloro che ancora oggi si trovano in ostaggio in aree di conflitto.

dal 2 al 19 Giugno 2022 – Antico Granaio di Villa Greppi, Monticello Brianza 8LC9

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GUIDO HARARI. REMAIN IN LIGHT. 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E INCONTRI

© Guido Harari Photography

Da sempre Epson è partner dei progetti di Guido Harari e questa collaborazione si riconferma oggi con un’importante mostra antologica, “Remain In Light. 50 anni di fotografie e incontri”, che ripercorre l’intera carriera dell’eclettico fotografo, da sempre legato al mondo della musica, della cultura e della società anche come autore di libri, curatore di mostre, gallerista ed editore.

Oltre 250 fotografie di Harari, che verranno esposte in diverse sedi italiane a partire dalla Mole Vanvitelliana di Ancona dal 2 giugno al 9 ottobre 2022, raccontano i grandi protagonisti della musica e le maggiori personalità del nostro tempo, da David Bowie a Bob Dylan, Josè Saramago, Bob Marley, Lou Reed, Giorgio Armani, Fabrizio De André, Vasco Rossi, Ennio Morricone, Dario Fo e Franca Rame, Rita Levi Montalcini, Sebastiao Salgado, Greta Thunberg, Marcello Mastroianni, Tom Waits. 
Sono ritratti indimenticabili, quelli realizzati da Guido Harari, che raccontano la dimensione intima dei suoi incontri con grande intensità ed emozione, immagini che prendono vita attraverso la tecnologia di stampa, gli inchiostri e la carta fotografica Epson Luster, capace di restituire ogni sfumatura del colore o profondità del bianco e nero.

Dal 02 Giugno 2022 al 09 Ottobre 2022 – Mole Vanvitelliana – Ancona

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WORLD PRESS PHOTO 2022

World Press Photo of the Year. Amber Bracken for the New York Times, Kamloops Residential School
 

Dal 7 maggio al 3 luglio 2022, il Forte di Bard ospita la nuova edizione di World Press Photo, il più prestigioso premio al mondo di fotogiornalismo. World Press Photo 2022 si conferma l’appuntamento che restituisce al mondo intero la enorme capacità documentale e narrativa delle immagini, rivelandone il fondamentale ruolo di testimonianza storica del nostro tempo. Il premio, giunto alla 67esima edizione, è stato ideato nel 1955 dalla World Press Photo Foundation, organizzazione indipendente senza scopo di lucro con sede ad Amsterdam, ha visto quest’anno la partecipazione di 4066 fotografi di 130 Paesi, per un totale di 64.823 immagini candidate. La valutazione ha coinvolto giurie regionali e una giuria globale di 31 componenti altamente qualificati. 
 
A differenza degli anni precedenti, quando era organizzato in categorie tematiche, il concorso è suddiviso in sei aree geografiche, divise a loro volta in quattro categorie in base al formato dell’immagine. Le macro aree sono Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America, Sud America, Sud-est asiatico e Oceania. Ogni area prevede quattro categorie: Singles, Stories, Long-Term Projects e Open Format. Tra i 24 vincitori in ciascuna delle quattro categorie la giuria ha selezionato i quattro vincitori globali: World Press Photo of the Year, World Press Photo Story of the YearWorld Press Photo Long-Term Project Award e World Press Photo Open Format Award.
I 24 vincitori provengono da 23 Paesi: Argentina, Australia, Bangladesh, Brasile, Canada, Colombia, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Grecia, India, Indonesia, Giappone, Madagascar, Messico, Nigeria, Paesi Bassi, Norvegia, Palestina, Russia, Sudan e Thailandia.
 
Ad aggiudicarsi il titolo di World Press Photo of the Year è stato lo scatto Kamloops Residential School della fotografa canadese Amber Bracken. L’immagine immortala una successione di abiti rossi appesi a delle croci lungo la strada. Una sorta di memoriale a cielo aperto per ricordare i 215 bambini morti presso la Kamloops Indian Residential School in Canada, dove venivano forzatamente inviati i figli delle famiglie di nativi locali, i cui resti sono stati ritrovati in una fossa comune. Ha commentato Rena Effendi, presidente della giuria: «È un’immagine che si imprime nella memoria. Che suscita un’immediata reazione. Posso quasi percepire la quiete in questa fotografia. Una sorta di resa dei conti nella storia della colonizzazione. Non solo in Canada ma in tutto il mondo». E’ la prima volta nei 67 anni del Premio che vince una fotografia che non ritrae persone.
 
Il riconoscimento per la Storia dell’anno è andato al progetto Saving Forests with Fire dell’australiano Matthew Abbott. La serie documenta la pratica degli incendi boschivi controllati che da migliaia di anni gli Nawarddeken del West Arnhem Land, in Australia, utilizzano per gestire le loro terre. 

È Amazonian Dystopia del fotografo brasiliano Lalo de Almeida lo scatto vincitore del Long-term Project Award. La serie documenta lo sfruttamento della Foresta amazzonica, che ha avuto grande impulso sotto il governo di Bolsonaro. Un patrimonio di biodiversità compromesso dalla deforestazione, dalle attività estrattive e dalla costruzione di infrastrutture. Tutte attività che mettono gravemente in pericolo non solo la natura ma anche le popolazioni che qui vivono.
 
L’Open Format Award è andato a Blood is a Seed della fotografa ecuadoriana Isadora Romero. La serie è un viaggio nel villaggio di Une nel dipartimento di Cundinamarca, in Colombia. Qui, il nonno e la bisnonna dell’autrice erano “guardiani dei semi” e coltivavano diverse varietà di patate, di cui ne rimangono solo due. Attraverso una storia personale, dunque, Isadora Romero affronta questioni legate alla perdita di biodiversità, alla migrazione forzata, alla colonizzazione e al venir meno di tradizioni antiche.
 
Nell’allestimento al Forte di Bard sarà presente anche il The Winner Wall, un maxicombo di 3×5 metri di grandezza che presenterà le migliori foto vincitrici del premio Foto dell’Anno dal 1955, anno della prima mostra, ad oggi. 

 Dal 07 Maggio 2022 al 03 Luglio 2022 – Forte di Bard – Aosta

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FOCUS SU MARIO GIACOMELLI

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963 | © Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli

Un itinerario alla scoperta della fotografia poetica, malinconica e profonda di Mario Giacomelli, a partire dal 28 aprile negli spazi di Magazzini Fotografi. 
Focus su Mario Giacomelli è un approfondimento dedicato ad uno dei più importati artisti nel XX secolo, condotto attraverso un percorso tra fotografia, video-proiezioni e photobooks dedicati all’autore. 
 
In mostra cinque delle più iconiche e rappresentative fotografie dell’artista, in stampa vintage, la più pura essenza della ricerca fotografica condotta da Mario Giacomelli, che ha vissuto negli anni molteplici mutazioni ed evoluzioni, lasciando un contributo fondamentale nel mondo dell’arte contemporanea. 
 
Per meglio comprendere la poetica dell’artista, il percorso si arricchirà con video proiezioni e docu-film e un allestimento delle principali produzioni editoriali del fotografo, con il proposito di accompagnare lo spettatore alla scoperta del complesso e surreale mondo fotografico di Mario Giacomelli. 
 
L’evento è reso possibile grazie alla preziosa collaborazione con la Libreria Marini e in particolare con Adele Marini, co-direttrice dell’Archivio insieme a sua sorella Giovanna. 
 
Mario Giacomelli, nato a Senigallia nel 1925, è stato uno dei fotografi italiani più importanti in ambito internazionale. 
Alcune delle sue immagini sono diventate simbolo riconosciuto della ricerca fotografica italiana nel mondo.​ Noto in particolare per i suoi scatti in bianco e nero dai forti ed intensi contrasti, il segno che contraddistingue la fotografia di Giacomelli si indentifica nella sua capacità di adoperare l’antitesi tra questi due colori per mutare la forma e la consistenza dell’immagine.

La fotografia reale e surreale dell’autore si distingue inoltre per la totale assenza di soggetti preferenziali: Giacomelli coltivò per tutta la sua carriera una forte curiosità passando da un tema all’altro, ma con un occhio sempre attento alle persone ed ai paesaggi.
 
«La fotografia mi ha aiutato a scoprire le cose a interpretarle e rivelarle. Racconto la conoscenza del mondo, in una architettura interiore dove le vibrazioni sono un continuo fluire di attimi, di avventure liberanti come espressione totale dove sento tutta la completezza della mia esistenza».

Dal 28 Aprile 2022 al 17 Luglio 2022 – Magazzini Fotografici – Napoli

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GIULIO DI STURCO. GANGA MA (MADRE GANGE)

GIULIO DI STURCO. GANGA MA (MADRE GANGE)

Se Ganga vive, vive anche l’India. Se Ganga muore, muore anche l’India
Vandana Shiva, scrittrice e ambientalista indiana 

Dall’11 aprile al 19 settembre 2022, MIA Fair presenta nello spazio dedicato alla fotografia d’arte dell’Università Bocconi a Milano, la personale di Giulio Di Sturco Ganga Ma
 (Madre Gange), in partnership con la Podbielski Contemporary gallery.
La mostra, nuovo appuntamento del progetto di collaborazione tra MIA Fair e BAG-Bocconi Art Gallery iniziato nel 2016, è il risultato di una ricerca fotografica durata dieci anni sul fiume Gange, nel quale Giulio Di Sturco ha documentato gli effetti dell’inquinamento, dell’industrializzazione e dei cambiamenti climatici.
“Ho pensato a un progetto espositivo per l’Università Bocconi – afferma Fabio Castelli, ideatore e direttore di MIA Fair – che coniughi a uno standard altissimo di qualità, una profonda riflessione su un tema fondamentale: gli effetti dell’inquinamento sulla sopravvivenza del pianeta”.
Il progetto di Di Sturco accompagna il Gange per 2.500 miglia, dalla fonte nell’Himalaya in India al delta nella Baia di Bengal in Bangladesh, raccontando come si trovi sospeso tra la crisi umanitaria e il disastro ecologico.
 
Il Gange è un esempio emblematico della contraddizione irrisolta tra uomo e ambiente, poiché è un fiume intimamente connesso con ogni aspetto – fisico e spirituale – della vita indiana. Tutt’oggi costituisce una fonte di sussistenza per milioni di persone che vivono lungo le sue rive, fornendo cibo a oltre un terzo della popolazione indiana. Il suo ecosistema include una vasta eterogeneità di specie animali e vegetali, che stanno però scomparendo a causa dei rifiuti tossici smaltiti ogni giorno nelle sue acque.
Le fotografie di Ganga Ma spaziano dalla banalità del quotidiano a una condizione quasi surreale. Quasi a evidenziare l’infermità causata dall’uomo al corpo del fiume, Di Sturco ha adottato una strategia estetica singolare, presentando immagini che a una prima occhiata appaiono piacevoli e poetiche, ma che poi rivelano la loro vera natura.

Dal 11 Aprile 2022 al 19 Settembre 2022 – Università Bocconi – Milano

STILL APPIA. FOTOGRAFIE DI GIULIO IELARDI E SCENARI DEL CAMBIAMENTO

STILL APPIA. FOTOGRAFIE DI GIULIO IELARDI E SCENARI DEL CAMBIAMENTO

Nella splendida cornice del Parco Archeologico dell’Appia Antica, presso il Complesso di Capo di Bove, dal 9 aprile al 9 ottobre 2022, è ospitata la mostra fotografica “Still Appia. Fotografie di Giulio Ielardi e scenari del cambiamento” che intende andare oltre il reportage fotografico e narrativo rendendo omaggio alla via Appia vista come itinerario culturale e grande palinsesto storico-sociale di oltre 2000 anni.

Oltre cinquanta scatti di Giulio Ielardi, fotografo romano, raccontano il suo viaggio fatto a piedi nel 2021, in solitaria lungo la via Appia da Roma a Brindisi: ventinove giorni in tutto, di zaino in spalla tra strade, ruderi e borghi alla ri-scoperta di una delle strade più antiche di Roma.
Gli scatti superano la dimensione reportistica e la ricerca iconografica del fotografo e diventano il pretesto per un aggiornamento sugli sviluppi della valorizzazione di questa arteria dell’antichità, prima grande direttrice di unificazione culturale della penisola italiana.

L’importanza acquisita negli ultimi anni dal recupero dei percorsi a piedi è testimoniata dall’interesse da parte del Ministero della Cultura (MIC) nel dare vita al progetto Appia Regina Viarum.
L’obiettivo del progetto è la realizzazione del cammino dell’Appia Antica da Roma a Brindisi, prevedendo una serie di interventi di sistemazione del tracciato e dei monumenti in tutte e quattro le Regioni – Lazio, Campania, Basilicata e Puglia – attraversate dall’Appia stessa.
Anche il Parco Archeologico dell’Appia Antica è impegnato con un proprio specifico programma di sistemazione di un tratto della via che va dalla Campagna Romana fino ai Castelli. Ma il ruolo del Parco va ben oltre i suoi limiti territoriali, estendendosi per decreto istitutivo al coordinamento della valorizzazione di tutta la Regina Viarum fino a Brindisi. La mostra Still Appia vuole raccontare le azioni e le visioni di questo ambizioso programma.

La mostra è organizzata dal Parco Archeologico dell’Appia Antica e vede il patrocinio dei Consigli Regionali del Lazio, della Basilicata e della Puglia, oltre il patrocinio del Comune di Mesagne, del Parco naturale dell’Appia Antica, del Parco naturale dei Castelli Romani, di Italia Nostra e de La Compagnia dei Cammini. 
Partner Culturale: FIAF – Federazione italiana associazioni fotografiche.

Dal 09 Aprile 2022 al 09 Ottobre 2022 – Parco Archeologico dell’Appia Antica – Complesso di Capo di Bove

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Mostre di fotografia da non perdere a Settembre

Buongiorno, eccomi a consigliarvi le mostre da non perdere a Settembre, buona giornata, Anna

Paolo Ventura. Carousel

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere unisce una grande capacità manuale a una visione poetica del mondo, costruendo scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio 2017.

In quest’occasione le sale di CAMERA ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. In mostra anche due progetti inediti: «Grazia Ricevuta» e il lavoro che Paolo Ventura sta realizzando a seguito di una residenza presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, avviata grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’ente ministeriale.

In occasione della mostra sarà pubblicato un volume edito da Silvana Editoriale che ripercorre le tappe salienti della ricerca dell’artista.

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA – Torino

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LETIZIA BATTAGLIA. STORIE DI STRADA

Arriva ad Ancona la mostra “Letizia Battaglia. Storie di strada”, in programma alla Mole Vanvitelliana, dal 25/07/2020  al 15/01/2021.

Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che ricostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di  Letizia BattagliaPromossa dal Comune di Ancona,  Assessorato alla Cultura, l’esposizione, che ha già toccato con successo Milano, propone circa  300 fotografie, molte delle quali inedite.
La mostra continua a completare un percorso espositivo che il Comune di Ancona e Civita hanno voluto dedicare ai grandi maestri della fotografia del Novecento e contemporanea.

“Ancona ospita alla Mole una mostra che era in procinto di arrivare all’inizio del 2020 – spiega l‘assessore alla Cultura e Turismo, Paolo Marasca – . L’Amministrazione ha deciso, con grande spirito di reazione e di consapevolezza, di programmarla comunque al momento della ripresa delle attività, perché è una mostra che parla di vita, di sfide, di relazioni, di tenacia e di un Paese complesso e difficile.

Ma anche perché riprendere da una grande mostra, da un grandissimo evento di portata nazionale e di altissima valenza sociale, è un segnale per tutto il territorio. Non ci sarebbe stata artista più adatta, perché Letizia Battaglia parla ai sentimenti e al cuore, e lo fa consenso critico e grande passione. Devo personalmente ringraziare tutto lo staff del Comune e della Mole che ha contribuito ad un evento così importante, in così poco tempo, e con le difficoltà di questi mesi. Davvero delle persone appassionate e meravigliose.”

L’esposizione

 
Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.
Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Io sono una persona – afferma ancora – non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”.

Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – afferma Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra – del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

dal 25/07/2020  al 15/01/2021 – Ancona – Mole Vanvitelliana

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UNDER COVID di Gianmarco Maraviglia

Gianmarco Maraviglia


Mostra fotografica di Gianmarco Maraviglia
a cura di Chiara Oggioni Tiepolo

Inaugurazione – 15 settembre 2020, ore 19.00
In esposizione – dal 15 al 24 settembre 2020

E’ come se qualcosa si fosse inceppato e poi rotto. Rotto il tempo, la realtà, le abitudini. Il senso di libertà, la leggerezza, una certa arroganza nel dare per scontata la vita, perfino. Quella vita.
Poi è arrivato il giorno in cui è cambiato tutto. Stroncata la spensieratezza, annullata una gestualità tipicamente italica, spazzato via lo scorrere “normale” delle consuetudini e delle giornate. Ci si è scoperti vulnerabili, l’universo tutto da conquistare si è rimpicciolito fino a entrare all’interno delle pareti domestiche. Polverizzate le certezze, spogliate le impalcature, ci si è stretti alle uniche sicurezze ancora solide.
Si è aspettato, come se fossimo rinchiusi in un bunker, che un’entità altra ci desse nuovamente il via libera. Si è affidata la nostra esistenza prima a un bollettino, poi alle tecnologie. La parola “controllo” ha assunto le tinte rassicuranti di un mantello di protezione.
E infine la riapertura. Evviva. Ecco dunque tutti riversarsi in strada, con la fretta l’urgenza di riappropriarsi del tempo che fu, la necessità quasi fisica di convincersi che fosse tutto finito, passato, pronto a essere dimenticato.
Eppure. Abbiamo fatto finta che non fosse successo niente, volevamo che non fosse successo niente. Ma qualcosa continua a non funzionare. Ed è solo adesso, probabilmente, ora che le emozioni si depositano e sedimentano, che abbiamo il coraggio e la lucidità di comprendere quanto davvero quella frattura del normale si sia fissata dentro di noi in maniera irreversibile.
Gianmarco Maraviglia ha voluto raccontare il “suo” covid, in una narrazione a metà fra il racconto intimo e l’indagine fotogiornalistica, pur evitando la dimensione più dettagliata della malattia. Ma anche lui si è ritrovato di fronte al dilemma del “disallineamento”. Come rappresentare e
sintetizzare dunque visivamente il cambio di piano sequenza del reale che le nostre esistenze hanno subito? Nasce così il glitch, l’errore di sistema. Immagini di “matrixiana” suggestione che lasciano aperto un interrogativo sul nostro futuro prossimo.

Ingresso gratuito contingentato a max 20 persone contemporaneamente
ZONA K è un’associazione culturale con attività riservate ai soci. Per accedere alla mostra occorre inviare la richiesta tesseramento almeno 24 ore prima sul sito http://www.zonak.it, costo tessera € 2,00.

Dal 15 al 24 settembre – MILANO – Zona K

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OLIVO BARBIERI. EARLY WORKS 1980-1984

Dopo i mesi difficili che Bergamo ha vissuto a causa della pandemia, la Fondazione MIA, nel rispetto delle norme e dei protocolli, ha deciso di proporre per l’estate 2020 la mostra fotografica che negli anni è diventata per la città un appuntamento fisso e molto seguito, anche come segno di rinascita e di ripartenza attraverso la cultura. 

L’esposizione presenta per la prima volta insieme 35 fotografie realizzate dal grande autore emiliano agli inizi degli anni Ottanta raffiguranti prevalentemente l’Italia, dai grandi centri urbani alle piccole città, colte nei momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti

Un’occasione unica per scoprire la serie cult di immagini, quasi interamente inedita, da cui è iniziato il fortunato percorso artistico di Olivo Barbieri, che ha segnato una stagione straordinaria della fotografia italiana. Alcune delle immagini esposte hanno fatto parte di Viaggio in Italia, il progetto ideato nel 1984 da Luigi Ghirri – ancora oggi considerato un manifesto per le nuove generazioni – che, riunendo venti giovani fotografi di allora, ha lavorato alla possibile ridefinizione dell’idea di paesaggio e contemporaneamente a un ripensamento del fatto fotografico.

Viaggio in Italia ha rappresentato una svolta decisiva per la fotografia italiana, e non solo, segnando un profondo mutamento all’interno di questo linguaggio, di cui Barbieri è stato uno dei protagonisti più incisivi. 

Spiega lo stesso autore: «Queste mie immagini raccontano di luoghi fino ad allora poco rappresentati. Sono state esposte in parecchie personali e collettive ma non sono mai state raccolte e pubblicate in modo organico. Sono immagini di poco prima che tutto fosse fotografato e vorticosamente divulgato. Prima del web e dei telefonini».

«La nostra attenzione per i margini, per le periferie, fu anche una reazione esasperata da quell’attenzione istituzionale eccessiva sul centro storico come cliché, come cartolina… Si voleva uscire dal museo, dalla scenografia classica, scavalcare la quinta teatrale.»

Nelle opere in mostra si ritrovano già tutti gli elementi e i temi che nei decenni successivi Barbieri ha continuato a sviluppare con i suoi progetti: l’illuminazione artificiale nella città contemporanea, le vedute dall’alto, gli interni delle abitazioni e dei bar, i segni nel paesaggio.

Una ricerca complessa, che si è sviluppata in un continuo transito di linguaggi, attraversamenti temporali di e con discipline diverse, al fine di stimolare interpretazioni e riflessioni per una lettura aperta del mondo e dell’opera stessa dell’autore.

Scrive Corrado Benigni nel testo del catalogo edito da Silvana Editoriale: «Come il concetto di paesaggio, il lavoro di Barbieri non si lascia interamente ricondurre a direzioni interpretative troppo definite, mantenendo un proprio grado di autonomia, di resistenza. Attraverso la sottile ambiguità delle sue immagini, il maestro emiliano ci insegna come sia necessario guardare moltiplicando i punti di vista dentro e fuori di noi, per vedere in modo più consapevole ciò che è indefinitamente vero».

Arricchisce l’esposizione una serie di fotografie di grandi dimensioni realizzate dall’alto su quattro grandi metropoli, Roma, Napoli, Pechino, appartenenti all’ultimo periodo della produzione di Olivo Barbieri.

Dal 26 giugno al 31 ottobre – Monastero di Astino – Bergamo

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Le mostre di PHEST 2020

Diverse e di grande effetto le location, vecchie e nuove, individuate dagli organizzatori per la V edizione di PhEST – festival internazionale di fotografia e arte a Monopoli in programma dal 7 agosto al 1° novembre. Organizzato dall’associazione culturale PhEST, il festival ha la direzione artistica di Giovanni Troilo e la curatela fotografica di Arianna Rinaldo. Un’edizione che si è immediatamente contraddistinta per la ferma volontà degli organizzatori e degli amministratori locali di rendere la fruizione delle mostre completamente sicura e gratuita per tutti, con la scelta di location tutte all’esterno per questa edizione dedicata alla Terra, nel senso di pianeta, ma anche di mondo contadino e riscoperta del suo valore, per aiutarci a ritrovare l’essenza delle cose e il contatto con la terra per ripartire da essa.
Nella nostra passeggiata virtuale abbiamo deciso di iniziare dalla zona “sud” del centro città dove si trova lo skate park a ridosso del mare con il progetto fotografico di Inka & Niclas, 4K ULTRA HD. Camminando poi verso Cala Porta vecchia si incontra l’isolotto su cui campeggiano le foto di Jan Erik Waider, North Landscapes, dedicate agli iceberg, mentre sul fondo marino è allestita la mostra subacqueaSee the sea you usually don’t see dedicata ai pesci notturni con gli scatti di David Doubilet e Jennifer Hayes e realizzata in collaborazione con National Geographic. Di fronte, l’antica muraglia è stata scelta per stupire i visitatori con la gigantografia del ghiacciaio Antartide- Il continente bianco e i suoi contrasti inaspettati di Igor Gvozdovskyy. Tornando appena indietro, andando verso la città nuova, la parete accanto al Kambusa su Largo Portavecchia è lì che aspetta i visitatori con il murale appena realizzato da Millo dal titolo Beyond the Sea. Sul Belvedere di Porta Vecchia si trovano invece Land(e)scape, progetto realizzato su commissione dell’azienda di abbigliamento di Martina Franca, Hevò, e Ciril Jazbec con il suo The Ice Stupas.
Passeggiando sul lungomare Santa Maria si incontrano invece due mostre-installazioni allestite sul muretto prima e dopo il bastione: Dillon Marsh (Gallery Momo) con il suo Counting the Costs e Solmaz Daryani con The Eyes of the Earth.
Si arriva quindi al Castello Carlo V, unica eccezione in interni sempre ad ingresso gratuito, voluta dal Comune che ne avrà in carico la gestione anche per quanto riguarda i controlli anticovid, dove PhEST ha allestito due mostre fotografiche: La nuda vita di Antoine d’Agata (Magnum Photos) e No agua, no vida di John Trotter,  cui si aggiungono le video installazioni di Endri Dani, Poiein, Simon Norfolk, When I Am Laid in Earth, e Luca Locatelli, 2050. All’interno del Castello si trova anche l’arte di Giorgio di Palma con la sua Eredità. Sui frangiflutti davanti al Castello è allestito invece il lavoro commissariato da Tormaresca a Piero Percoco: Calafuria – The Rainbow is Underestimated.
Andando verso il Porto Vecchio, sul molo Margherita arrivando fino al Faro Rosso ci sono due mostre, Imagined Homeland di Sharbendu De e Mezzogiorno di Marco Zanella, cui si aggiunge The Future of Farming di Luca Locatelli allestita sui new jersey sul  filo del mare. Sulle pareti del Porto Vecchio campeggeranno invece le fotografie di Ground Contol il lavoro di Roselena Ramistella realizzato su commissione di PhEST e dedicato ai contadini e alle contadine pugliesi.
Incamminandosi quindi dal Porto vecchio verso piazza Vittorio Emanuele si trova via Garibaldi con l’allestimento sospeso tra i balconi delle case di Earth calls PhEST con foto courtesy di Google Earth. Arrivati quindi in piazza Vittorio Emanuele si possono ammirare i coloratissimi insetti Micro Beauty in pvc calpestabile in gigantografia di Igor Siwanowicz. Per completare il circuito e non dimenticare nessuna delle 24 mostre allestite a Monopoli ci sono ancora due tappe da fare: piazza Palmieri dove su una struttura poligonale realizzata appositamente per PhEST si trova Ustica di Jacob Balzani Lööv / Premio PHMuseum Grant. In piazzetta S.Maria un grande planisfero metterà in mostra una selezione degli scatti arrivati in queste settimane da tutto il mondo da chi ha risposto alla social call internazionale #PhESTchiamaTERRA.
Infine, in piazzetta Garibaldi, all’Info point turistico del Comune di Monopoli – Sala dei pescatori, dove tra l’altro sono esposte le foto di Piero Martinello protagoniste del primo progetto speciale del festival di Monopoli, ci sarà un corner PhEST per la distribuzione dei percorsi per le mostre e la vendita di gadget PhEST .
E se avete paura di perdervi, non vi preoccupate. In giro per la città non mancherà la segnaletica stradale, orizzontale e verticale, con il giallo PhEST che indicherà ai visitatori la direzione da seguire per non perdere nessuna delle mostre, indicando anche la giusta distanza da mantenere per godere al meglio della loro visione oltre che fruirne in sicurezza rispettando la normativa anti-Covid19.
Da non perdere, poi, nelle giornate inaugurali le visite guidate con distanziamento che saranno seguite da 4 artisti che hanno garantito la loro presenza e i numerosi eventi collaterali come la proiezione su waterscreen per la serata inaugurale, la musica in filodiffusione da un peschereccio al Porto Vecchio in collaborazione con Time Zones e le performance di Music of the plants in largo castello (in allegato il programma completo). 
E per chi volesse approfondire la conoscenza degli autori e dei loro lavori PhEST ha inserito sui pannelli di presentazione di ciascuna mostra un QR code con contenuti extra in grado di raccontare le mostre ai visitatori.
 
Anche quest’anno il Festival ha ricevuto il sostegno e il patrocinio di numerosi soggetti istituzionali a partire dall’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia nell’ambito del FESR – FSE 2014/2020 e di Teatro Pubblico Pugliese e PugliaPromozione tra le azioni realizzate d’intesa e finalizzate alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e culturale.
E ancora di Piiil Cultura – Piano strategico della Cultura della Regione Puglia, del Comune di Monopoli e il patrocinio dell’Apulia Film Commission, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale e del Politecnico di Bari.

Dal 07 Agosto 2020 al 01 Novembre 2020 – LECCE – sedi varie

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MARIO CRESCI. LA LUCE, LA TRACCIA, LA FORMA

Fondazione Modena Arti Visive è lieta di presentare La luce, la traccia, la forma, personale di Mario Cresci (Chiavari, 1942) a cura di Chiara Dall’Olio. Per l’occasione l’artista ha ideato, all’interno della sede espositiva di Palazzo Santa Margherita, un allestimento composto da opere realizzate con linguaggi differenti e tecniche sperimentali, che da sempre connotano la sua cifra stilistica.
 
Mario Cresci è autore, fin dagli anni Settanta, di opere eclettiche caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, il video, l’installazione, il site specific. Il suo lavoro si è sempre rivolto a una continua investigazione sulla natura del linguaggio visivo attraverso il mezzo fotografico usato come pretesto opposto al concetto di veridicità del reale.
 
Fondazione Modena Arti Visive ha invitato l’artista a creare un dialogo con la mostra L’impronta del reale. W. H. Fox Talbot alle origini della fotografia che contemporaneamente le Gallerie Estensi, in collaborazione con FMAV, dedicano al noto fotografo inglese, inventore della fotografia su carta, e ai procedimenti di riproduzione delle immagini. Mario Cresci si è ispirato alle origini della fotografia come traccia creata dalla luce e ha selezionato per La luce, la traccia, la forma una serie di opere che evidenziano il suo interesse per l’incisione e più in generale per il “segno” che fin dal primo momento è stato, in senso più ampio, un tema costante della sua ricerca artistica. Come sottolinea Cresci, prima dell’invenzione della fotografia, le immagini venivano diffuse attraverso l’uso della tecnica calcografica, ovvero attraverso delle lastre di rame incise con le tecniche dell’acquaforte e del bulino. Con l’avvento del dagherrotipo è la luce che impressiona la lastra metallica sostituendosi alla mano dell’artista e, poco tempo dopo, sarà Talbot a inventare il negativo su supporto cartaceo.
 
In occasione della mostra, l’artista riprende un lavoro fatto nel 2011 per l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, che si focalizzava in parte sui segni incisi da Giovanni Battista Piranesi, Annibale Carracci e Luigi Calamatta, analizzati attraverso opere video e scatti fotografici capaci di disvelarne la matericità nel rapporto con la lastra di rame. In mostra, Cresci espone i Rivelati (Roma 2010), tre inclinazioni diverse della lastra che rivelano tre “diverse” immagini modificate dalla luce della “Madonna della Seggiola” di Raffaello, incisa al bulino da Calamatta nel 1863. Integra la serie con macro prelievi estratti dalle fotografie (realizzate ad hoc da Alfredo Corrao all’inizio 2020) delle lastre dei tre incisori. Queste elaborazioni di Cresci manifestano la loro natura di opere d’arte autonome generando, attraverso tracce e segni, altre opere, utilizzando riproduzioni di riproduzioni della realtà, in un continuo circolo interpretativo e creativo. Nel video Tre focus su Piranesi (Roma 2011-Bergamo 2020), l’artista ha invece operato per sottrazione isolando, a partire da una macrofotografia, i solchi del bulino incisi da Piranesi intorno al 1745 sulle lastre di rame dalla serie “Le Carceri”. Cresci trasforma i segni incisi in segni luminosi in movimento che si sommano ridefinendo il disegno originario, operando così un’analisi della percezione visiva attraverso i suoi componenti elementari: le linee.
 
Al centro dello spazio espositivo, la grande teca retroilluminata contiene l’opera Alterazione del quadrato, dalla serie “Geometria non euclidea” (Venezia, 1964), sequenza di immagini su pellicola auto-positiva, dove la riflessione di Cresci si concentra sullo spostamento del punto di vista, sull’esperienza della percezione e sulla sua ambiguità, e lo fa ricorrendo ancora una volta alla geometria, struttura elementare dell’analisi, punto di partenza di molti dei suoi lavori.
 
Tra le opere in mostra è significativo anche il dittico Autoritratto, dalla serie “Attraverso la traccia” (Bergamo, 2010) realizzato usando la superficie specchiante del retro di un “grande rame” che, modificata dall’ossidazione del tempo, restituisce un’immagine alterata della figura. Un gesto simbolico quello dell’intervento di Mario Cresci perché in questo caso è la fotografia a “incidere” la lastra di rame: un omaggio a quello sperimentalismo che caratterizzò l’invenzione della fotografia fin dalla sua comparsa nel mondo dell’arte.
 
dal 12 settembre 2020 al 10 gennaio 2021 – Modena Sala Grande di Palazzo Santa Margherita.

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JACOPO BENASSI. VUOTO

Venticinque anni di fotografia al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, nella prima personale in un museo dedicata a Jacopo Benassi: con la mostra Vuoto, a cura di Elena Magini, dall’8 settembre al 1 novembre 2020 il museo di Prato offre uno sguardo sul lavoro potente, personalissimo, privo di mediazioni, del fotografo spezzino.
 
Dallo studio dell’artista parzialmente ricreato all’interno della mostra alle sale del Centro Pecci, il progetto espositivo si sviluppa in una spazialità dilatata che accoglie alcune delle serie e dei lavori più significativi dell’autore, e si riversa anche negli spazi cittadini, in cui la mostra viene annunciata da un progetto site specific di affissioni.
 
La sua prima fotografia è quella di un gruppo punk in un centro sociale: dalla fine degli anni Ottanta Jacopo Benassi si forma nell’alveo della cultura underground spezzina, sviluppando nel tempo uno stile particolare fatto di mancanza di profondità di campo e flash; una fotografia cruda, vera, pur nella totale mancanza di luce reale: un atto forzato, un evento creato dall’artista in cui lo scatto perfetto non esiste.
 
I soggetti di Benassi sono i più disparati, dall’umanità che abita la cultura underground e musicale internazionale (a partire dall’esperienza del club Btomic, gestito dallo stesso fotografo con alcuni amici) a ritratti di modelle, attrici, artisti, stilisti pubblicati nelle più importanti riviste italiane, fino all’indagine sul corpo, che varia dalla documentazione autobiografica di incontri sessuali, allo sguardo intenso sulla statuaria antica e che può essere considerato il “filo rosso” della sua produzione pantagruelica.
Un posto speciale nell’opera di Benassi è occupato dall’autoritratto, spesso legato al suo percorso performativo: la sperimentazione sulla performance, sua o di altri, si lega costantemente alla musica e viene sempre mediata dall’immagine fotografica, soggetto e oggetto della sua ricerca.
 
In mostra vengono presentate anche opere inedite legate all’interesse di Benassi per l’editoria e la produzione di libri; proprio da un lavoro editoriale in via di pubblicazione nasce la serie The Belt, progetto sul distretto industriale di Prato in collaborazione con l’Archivio Manteco, che oltre a essere esposto è protagonista delle affissioni pubbliche in città nei giorni precedenti alla mostra.
Con The Belt,dal 31 agosto le attività, gli strumenti, gli uomini e le donne che animano il distretto tessile pratesediventano i soggetti delle immagini esposte su grandi cartelloni pubblicitari in vari punti della città. La scelta di anticipare la mostra con una campagna di affissioni pubbliche che presenta il lavoro di Benassi su Prato e le sue fabbriche, risponde all’interesse del museo ad uscire dalle sue mura e a cercare un rapporto più dinamico e diretto con la comunità cittadina.
 
Il titolo della mostra – Vuoto – richiama la specifica sensazione dell’autore rispetto alla sua produzione, un desiderio di mettersi a nudo, tirando fuori da sé tutto, in un percorso di auto-esposizione pubblica.
In questa mostra il fotografo si concede interamente allo spettatore, consegnando il suo studio, i suoi strumenti, il panorama creativo che l’accompagna nella gestazione del lavoro, l’insieme degli scatti che danno vita a un’indagine ventennale sui temi dell’identità, della notte, del lavoro.
Un atto di apertura verso l’esterno che costituisce un punto zero nella carriera dell’artista e, di contro, una possibile rinascita. 

Dal 08 Settembre 2020 al 01 Novembre 2020 – Prato – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

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Fase Gardaland – Giulia Mozzini

“Fase Gardaland”: è il titolo della serie di 12 fotografie pensate, scattate ed editate da Giulia Mozzini, vincitrice del Concorso Europeo di Fotografia “Ginko Raw Edition”, ed. 2020 La serie viene presentata nell’omonima mostra, curata da Anna Mola, che si tiene presso lo Spazio Raw di Milano dal 3 al 15 settembre.
Dopo interminabili mesi di lockdown, necessari e dovuti al coronavirus, l’Italia comincia a riaprirsi lentamente. E in un caldo sabato di metà giugno, riapre anche il luogo concettualmente più lontano dalla morte, dalla malattia, dall’isolamento, cioè Gardaland: il parco divertimenti tra i più conosciuti al mondo, un luogo topico nell’infanzia di ognuno di noi.
Un posto simbolico e caro a Giulia durante tutta la sua crescita. Quel sabato lei non poteva mancare, accompagnata dalla sua fedele compagna di vita: la macchina fotografica.
In poche ore realizza l’intera serie – di cui abbiamo selezionato le 12 immagini in esposizione. Con il suo stile pulito ed evocativo e una palette di colori caldi e brillanti, l’autrice coglie perfettamente l’atmosfera di quella particolare giornata e ce la descrive così: “Le lunghe ore di fila per salire sulle attrazioni sono ormai un lontano ricordo: si prenota il proprio turno in coda con l’app per evitare gli assembramenti. Ogni attrazione viene disinfettata alla fine di ogni corsa. Sul pavimento e sui sedili delle giostre sono attaccati tanti piccoli bollini gialli, sulle panchine è stato fissato un divisorio, giallo anche lui, per garantire l’allontanamento sociale. Le strade del parco, un tempo affollate di gente e riempite dalle grida di gioia e adrenalina, ora sono deserte. C’è un silenzio assordante e troppo spazio vuoto, si può sentire il rumore echeggiante delle ruote delle montagne russe
che corrono sui binari”.
Questo servizio fotografico ci restituisce una visione quasi surreale di questo luogo così conosciuto anche per le grandi folle di pubblico che è in grado di attirare. Le immagini raccontano tutta la solitudine, l’immobilità e la desolazione della prima metà del 2020 e stridono ideologicamente con le giostre, i fast food a tema e le statue di personaggi fantastici. Oltre a tutto questo, però, troviamo anche qualcos’altro: la voglia di ricominciare, con le dovute precauzioni ma anche con un ritrovato desiderio di svago e di relax.
Il titolo “Fase Gardaland” ha l’intento di richiamare alla mente le varie fasi” di uscita dal lockdown con l’aggiunta del nome del famoso parco: protagonista di queste foto e simbolo del graduale ritorno alla normalità e – perché no? – di un nuovo weekend di puro divertimento e spensieratezza anche se coperti con le mascherine e muniti di gel igienizzante.

dal 3 al 15 settembre 2020 – Spazio Raw – Milano

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MILANO PHOTOFESTIVAL 2020. XV EDIZIONE – SCENARI, ORIZZONTI, SFIDE. IL MONDO CHE CAMBIA

E’ un inedito palcoscenico autunnale quello pronto ad accogliere  la quindicesima edizione di Photofestival, la rassegna di fotografia d’autore che tradizionalmente anima la primavera culturale milanese: dopo la decisione di rinviare la manifestazione dal 7 settembre al 15 novembre 2020 a causa dell’emergenza coronavirus, questa edizione assume un significato importante, perché rappresenta un’occasione di ripartenza per la città e per la sua linfa vitale culturale.

Il titolo della rassegna – Scenari, orizzonti, sfide. Il mondo che cambia.”– è imprevedibilmente il grande tema di questo momento storico così unico e straordinario, che ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite, cambiando approcci e percezioni.

In questi mesi l’organizzazione di Photofestival, sotto la direzione artistica di Roberto Mutti, si è impegnata per offrire una proposta all’altezza delle aspettative, nonostante le molte difficoltà organizzative e finanziarie legate a questo periodo così complesso, e grazie al lavoro collettivo svolto con operatori, galleristi e autori, che hanno creduto nel progetto, è ora in grado di annunciare un programma di ottimo livello, per numeri e qualità delle proposte.

Sono 140 le mostre fotografiche previste in oltre due mesi di programmazione, inserite in un circuito capillare che abbraccia l’intera Città Metropolitana di Milano, sino a toccare alcune Province lombarde: Lecco, Monza, Pavia e Varese.
Gli spazi espositivi del festival includono gli ambiti ufficiali di gallerie d’arte, musei, biblioteche e sedi municipali, ma anche spazi non istituzionali come negozi e show-room. Caposaldo del circuito è – ancora una volta – il “Palazzo della Fotografia” di Photofestival, Palazzo Castiglioni di Confcommercio Milano, che ospiterà alcune mostre del programma.

All’insegna dell’inclusività, come di consueto,anche il programma espositivo della manifestazione, che spazia tra personali e collettive di autori di fama e talenti emergenti.

Dal 07 Settembre 2020 al 15 Novembre 2020 – Sedi varie

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SINE DIE. LA FOTOGRAFIA NEL TEMPO DELL’ISOLAMENTO CREATIVO

La mostra SINE DIE, promossa e realizzata dalla Fondazione OELLE Mediterraneo antico e co-organizzata dal Comune di Catania nelle sale del Palazzo della Cultura, ripercorre attraverso lo sguardo di oltre 100 autori le complesse dinamiche sociali che il mondo sta vivendo quotidianamente al tempo del Coronavirus.

Stampate in formato 50×70 cm e ciascuna abbinata a un testo dell’autore, le 122 fotografie selezionate in mostra si susseguono nelle sale del Palazzo della Cultura di Catania tra immagini iconiche ed emozionanti. A partire dalla testimonianza da Bergamo di Mario Cresci (Chiavari, 1942), un maestro che la fotografia l’ha reinventata, elevandola al rango di arte visiva. Fino ad arrivare allo scatto di Michael Christopher Brown (Skagit Valley, Washington, 1978), il famoso fotoreporter americano per National Geographic, Time, New York Times Magazine.

“Tra gli scatti più toccanti in mostra c’è l’autoscatto di un mio caro amico, Fabio Pagliara (Segretario Generale della Federazione Italiana di Atletica Leggera) che ha contratto il Covid-19, e si è voluto mostrare senza filtri durante la sua malattia, trasmettendo con il suo sguardo, dolcemente spaventato, l’essenza di un tempo senza fine” afferma Ornella Laneri. 

Ogni autore in è in mostra con una fotografia e un proprio scritto (una poesia, un pensiero, un saggio breve), entrambi scaturiti dal tempo per la riflessione che ha portato con sé il lockdown. Con esiti sorprendenti, gli autori coinvolti (molti artisti professionisti) hanno prodotto dei lavori fuori dai tradizionali schemi, ricorrendo a sperimentazioni dagli esiti sorprendenti, con uno sguardo obliquo sull’attualità stra-ordinaria che stiamo vivendo. “Paradossalmente i lavori più ordinati li hanno prodotti gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, invitati nella sezione Academy Young”, dichiara Carmelo Nicosia.

La scelta di esporre fotografie e testi intende sottolineare lo stretto legame che intercorre, sin dalla loro invenzione, tra questi due linguaggi. Un grande esempio, al riguardo, fu offerto dal grande fotografo e regista Robert Louis Frank (1924-2019), con opere memorabili nelle quali il segno e la parola determinavano nella fotografia un flusso spazio-temporale assolutamente tipico di quella sua generazione.

La mostra è aperta dal 18 luglio al 04 ottobre 2020, tutti i giorni, orario 09.00-19.00, a ingresso libero, ed è accompagnata da un catalogo, a cura di Carmelo Nicosia, edito dalla Fondazione OELLE.

Gli autori in mostra sono: Abati Andrea, Alessandra Noemi, Allia Erika, Antoci Rosario, Arcoria Antonio, Argentino Gabriele, Attanasio Sergio, Bagalà Miriana, Baldaro Roberta, Barbagallo Ignazio, Barone Giulia, Bella Sara, Biasini Selvaggi Cesare, Blanco Tiziana, Bonanno Alfio, Borzì Bernasconi Fabrice, Brogna Sonnino Giovanna e Aldo Premoli, Bronzino Mario, Brown Michael Cristopher, Calabrese Ramona, Caramma Cristina Rita, Cardillo Carmen, Carlino Ilaria, Carracchia Francesco, Cassaro Giulia, Castilletti Claudio, Chiara Federica, Chindemi Giuseppe, Clienti Kiki, Condorelli Giuseppe, Costanzo Ezio, Costanzo Stefania, Cremona Paolo, Cresci Mario, Crostella Elisa, Currò Cecilia, Cuscunà Martina, Daddabbo Laura, Del Zoppo Annita, Di Fini Giorgio, Di Giovanni Francesco, Distefano Marzio, Donetti Marta, Emmanuele Marco, Faia Monica, Fazio Nicolò, Feoli Ilaria, Ferrara Paolo, Foti Andrea, Frazzetto Giuseppe, Gentiluomo Noemi, Grasso Roberta, Gualtieri Davide, Guarnera Roberta, Gucciardello Enrico, Ilaria Francesco, Iodice Angelo, Kong Filippo, Labozzetta Antonia, Lanzo Melissa, Lawaert Koen, Li Greci Valentina, Liggera Egidio, Lisi Paolo, Lo Monaco Agata, Luciano Maria, Lucifora Francesco,Maffi Maria Chiara e Giancamilli Chiara, Magagnin Luca, Magrì Irene, Mangione Contarini Carmelo, Mariani Michela, Massimi Arianna, Mendoza Ryan, Merendino Teresa, Militello Alice, Miroddi Valentina, Nicosia Carmelo, Nicotra Giovanni, Nicotra Simona, Nobile Irene, Pagliara Fabio, Paladino Luana, Papa Filippo, Pascale Giorgia con Introduzione del Prof. Bruno Cacopardo, Piano Ivan, Piccari Virgilio, Pirri Alfredo, Platania Saverio, Praticò Anna, Privitera Roberto, Ranno Samuele, Reale Gianluca, Ricca Letizia, Rizzo Alessandro, Roccaro Andrea, Rossano Mainieri Tiziano, Salomone Claudia, Sangiorgio Chiara, Santarlasci Andrea, Scala Fabiana, Scavo Simona, Scudero Vincenzo, Severini Giuliano, Sofi Annalisa, Spitale Alessandro, Tabellini Alex, Tabita Alessia, Terranova Ivan, Testa Iannilli Lucrezia, Tittaferrante Futura, Torrisi Simona, Tripiciano Pietro, Tudisco Tracy, Tusa Anna, Valisano Andrea, Vecchio Miriam, Villa Fabrizio e Antonello Piraneo, Zamparo Roberto, Zangarella Simona, Zucco Aldo.  

Dal 18 Luglio 2020 al 04 Ottobre 2020 – Catania – Palazzo della Cultura

D’ESTATE

Hanno aperto i loro archivi. Inseguito memorie e ricordi di estati lontane, visioni perdute, atmosfere dimenticate: spiagge solitarie e campagne battute dal sole; l’esuberanza dei fiori selvaggi e il rassicurante raccolto di un campo di zucche, il profilo dei vulcani all’orizzonte e al tramonto, lo scatto onirico di palme e pini marittimi che, con la loro ombra allungata, quasi accarezzano il blu del mare.

Nella stagione più incerta e inquieta di quest’epoca contemporanea, sei fotografi – Giuseppe Cuttitta, Nino Giaramidaro, Melo Minnella, Giovanni Pepi, Carmelo Petrone e Angelo Pitrone – sei straordinari “pittori di luce” ci consegnano “D’Estate”, mostra fotografica della FAM Gallery di Agrigento, dal 7 agosto e fino al 4 ottobre. 
Inaugurazione sabato 7, ore 20.

Da un’idea di Paolo Minacori, patron della galleria di Agrigento, una piccola mostra che è un pretesto per guardarci indietro e guardarci dentro, scoprendo – forse – come fossero perfettamente straordinari i banali giorni qualunque di appena qualche mese fa. “Queste foto – scrive nella presentazione Giovanni Pepi – esprimono le pulsioni di un tempo imprevisto, forse un’epoca nuova. Quello del Covid. Misterioso e despota. Ignoto e predatore. Quanti non si chiedevano, ancora pochi mesi fa, nell’incertezza, che cosa sarebbe stata la nostra estate? Delle loro estati gli autori di questi fanno vedere quanto avrebbero voluto vivere. Hanno ripescato visioni perdute, atmosfere dimenticate, paesaggi e colori, folle e solitudini di mare, spiagge fascinose, colori di campagne battute dal sole, paesaggi ora smaglianti ora ombrosi, fiori coltivati e selvaggi, alberi possenti ed esili rami, rossi, tramonti infuocati e grigi pomeriggi, giochi notturni di luci e riflessi. Nel tempo buio la fotografia rivelava il suo valore. Facendo vivere e rivivere desideri impediti”.

Per accedere alla sala espositiva occorre essere muniti di mascherina e seguire il percorso obbligatorio – indicato dalla segnaletica – in ossequio alle norme anti-covid.

Dal 07 Agosto 2020 al 04 Ottobre 2020 – AGRIGENTO –  FAM Gallery

L’ADIEU DES GLACIERS, IL MONTE ROSA: RICERCA FOTOGRAFICA E SCIENTIFICA

Un viaggio iconografico e scientifico tra i ghiacciai dei principali Quattromila della Valle d’Aosta per raccontare la storia delle loro trasformazioni. E’ questo il cuore del progetto L’Adieu des glaciers: ricerca fotografica e scientifica, prodotto dal Forte di Bard, che si traduce in un approfondito lavoro di studio attorno al Monte Rosa, al Cervino, al Gran Paradiso e al Monte Bianco. Il progetto si sviluppa nell’arco di quattro anni, uno per ciascuna realtà fisica e culturale connotativa della piccola regione alpina. Coinvolti nella realizzazione numerosi enti ed istituzioni. Prima tappa di questo tour sarà il massiccio del Monte Rosa. Nel 2021 sarà la volta del Cervino, nel 2022 toccherà al Gran Paradiso per concludere nel 2023, con il Monte Bianco.

Per la mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che sarà aperta al pubblico nelle sale delle Cannoniere dal 1° agosto 2020 al 6 gennaio 2021, il Forte di Bard si è affidato per la cura degli aspetti fotografici a Enrico Peyrot, fotografo e ricercatore storico-fotografico e, per la cura degli aspetti scientifici, a Michele Freppaz, professore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino. L’apporto dei contenuti scientifici è stato condotto in  collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano, la Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, la Fondazione Montagna Sicura, l’Arpa Valle d’Aosta, l’Archivio Scientifico e Tecnologico Università Torino (Astut), il Centro Interdipartimentale sui rischi naturali in ambiente montano e collinare, il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino e con il professor Marco Giardino, segretario generale del Comitato Glaciologico Italiano e il professor Piergiorgio Montarolo, direttore dell’Istituto Scientifico Angelo Mosso.

«Crediamo profondamente che il Forte di Bard debba diventare il luogo in cui la ricerca e le tematiche che a vario titolo ruotano attorno alla montagna, si incontrano per trovare una  originale espressione anche attraverso la declinazione delle arti – spiega la Presidente del Forte di Bard, Ornella Badery -. Le prospettive per il Forte di Bard sono di essere un vero e proprio laboratorio di analisi delle trasformazioni climatiche, ambientali e antropiche in atto sulle  principali aree d’alta quota  della Valle. Il progetto si tradurrà in quattro grandi mostre e in occasioni di incontro e approfondimento aperti al territorio, al mondo scientifico e artistico, e al grande pubblico oltre che alle scuole. Un progetto complesso, frutto di un lavoro di squadra tra studiosi ed esperti, che consente al Forte di recuperare la sua originaria vocazione di centro internazionale di studio e interpretazione sulla montagna».

La mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che gode del patrocinio della FAO-Mountain Partnership, presenta 100 opere fotografiche connotative di documentazioni scientifiche e/o artistiche. Un dialogo iconografico nel sedimento della cultura fotografica alpina, carico di suggestioni tra passato e presente. L’identità glaciale del Monte Rosa viene presentata attraverso un corpus di fotografie inedite che raffigurano ambienti naturali e antropizzati, contesti e sodalizi storico-culturali, imprese scientifiche.
Il progetto si avvale di opere di autorevoli autori e selezionate fotografie realizzate nel corso degli ultimi 150 anni e attualmente collezionate presso Enti pubblici, Università, Centri di ricerca, Associazioni, Fondazioni e privati. L’esposizione offre l’opportunità di apprezzare la qualità materico-fotografica delle stampe sia storiche che contemporanee, frutto di specifiche procedure, strumentazioni e materiali messi in opera – in ripresa – nelle alte valli che nascono dal Monte Rosa.

«Il duplice binario scientifico e fotografico della mostra descrive il fascino degli ambienti glaciali, unici e straordinari, ma anche la loro estrema fragilità – evidenzia il Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc –. L’osservazione che ci siamo posti e che proponiamo all’attento pubblico del Forte attraverso un panorama di immagini straordinarie e inedite, è una riflessione tramite la bellezza sullo scenario fisico e naturale di un mondo che cambia, si depaupera dei suoi elementi fondanti per l’arco alpino e che presuppone un’umanità senza mondo rispetto al principio di sentirsi “a casa propria nel mondo”. E’ stato un appassionante e complesso lavoro di ricerca, condotto anche nel recupero dell’altrettanto fragile patrimonio fotografico».

I ghiacciai rispondono in modo diretto e rapido al cambiamento climatico modificando la propria massa e le proprie caratteristiche morfologiche e dinamiche: progressivo arretramento delle fronti glaciali, incremento delle zone crepacciate, formazione di depressioni e di laghi sulla superficie, aumento dell’instabilità di seracchi pensili. Dal termine della Piccola Età Glaciale (fase di espansione dei ghiacciai Alpini protrattasi dal 1300 al 1850 circa), la superficie dei ghiacciai dell’arco alpino si è ridotta di circa 2/3. In 30 anni (dagli anni ’80 ad oggi) la superficie dei ghiacciai italiani si è ridotta del 40%, mentre il numero dei ghiacciai è aumentato a causa dell’intensa frammentazione dei ghiacciai più grandi che riducendosi si dividono in singoli ghiacciai più piccoli. Monitorare le variazioni glaciali, consente da un lato di documentare l’impatto dei cambiamenti climatici e dall’altro di valutarne gli effetti sul territorio, con particolare attenzione agli elementi di fragilità che contraddistinguono le aree montane.

Dal 01 Agosto 2020 al 06 Gennaio 2021 – AOSTA Forte di Bard

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Il lavoro a Livorno NONOSTANTE il COVID 19

In una doppia mostra le foto selezionate del concorso fotografico.

Le immagini saranno esposte in formato macro, 24 ore su 24, in piazza Anita Garibaldi (anche nei week end di Effetto Venezia) e poi in piazza del Luogo Pio e, in formato più piccolo, negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa in via della Posta, 44.

“Il lavoro a Livorno nonostante il Covid 19” era il titolo del concorso fotografico promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa e dal Comune di Livorno. Si trattava del terzo concorso fotografico, ma quello di quest’anno era davvero particolare perché si svolgeva poco dopo la fine del lockdown e rappresentava uno dei primissimi eventi dedicati alla cultura a Livorno. Il concorso era rivolto a tutti: fotoamatori e professionisti, e gli scatti dovevano raccontare il lavoro di tutti coloro che in tanti settori non si sono mai fermati, consentendo alla città di andare avanti.

Il progetto espositivo si svolgerà in due modalità e con una nota speciale, anche perché una parte sarà all’aperto, quindi non nella consueta sede museale di Villa Mimbelli, ma in piazza Anita Garibaldi (adiacente a piazza del Luogo Pio). Le foto, in questa prima modalità, saranno in grande formato su pannelli fissi e visitabili per il periodo di Effetto Venezia 24 ore su 24  e dal 31 agosto al 4 ottobre in piazza del Luogo Pio sempre 24 ore su 24.

Le stesse immagini (in formato più piccolo) saranno oggetto di una mostra che aprirà il 21 agosto (ore 21.30) negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa (via della Posta, 44). In questa sede l’esposizione proseguirà, a ingresso gratuito, fino al 4 ottobre (solo il venerdì, sabato e domenica).

Dal 21 agosto al 4 ottobre – LIVORNO

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Mostre segnalate per il mese di aprile

Ciao a tutti,

ecco le mostre imperdibili che vi proponiamo per aprile.

Anna

Frank Horvat. Storia di un fotografo

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La fotografia è l’arte di non premere il bottone – Frank Horvat

Celebre per le sue fotografie di moda, pubblicate dagli anni ‘50 su riviste quali Vogue e Harper’s Bazaar, Frank Horvat è un fotografo eclettico che, nel corso della sua lunga carriera, ha affrontato a livello altissimo svariati temi: il reportage sociale e di viaggio anche per l’Agenzia Magnum, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte.

Fotoreporter attento a un’umanità sconosciuta di mondi lontani, fotografo di moda che immerge le sue modelle nei fatti quotidiani, è artista sensibile alla storia dell’arte, pronto a confrontarsi con la pittura e affascinato dalla scultura. Un fotografo di paesaggi attratto dal rapporto tra uomo e natura, che si dedica anche a esplorazioni interiori, a virtuosismi digitali e a una ricerca fotografica improntata alla libertà del suo sguardo.

Nell’esposizione “Frank Horvat. Storia di un fotografo”, prodotta dai Musei Reali e curata da Horvat stesso, l’artista rintraccia una chiave interpretativa del suo lavoro, frutto di una carriera lunga settant’anni. Accanto alle sue opere, l’artista presenta per la prima volta in assoluto una parte della sua collezione privata, immagini che rappresentano in modo iconico la storia della fotografia, proponendo scatti di Irving Penn, Edward Weston, Henri Cartier Bresson, Sebastiao Salgado, Edouard Boubat, con alcuni dei quali ha instaurato un vero e proprio dialogo.

28/02/2018 – 20/05/2018 – Musei Reali di Torino

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Paolo Ventura – Racconti Immaginari

Per questa mostra all’Armani/Silos, Paolo Ventura racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà. Con ‘Racconti Immaginari’ il fotografo trasformista propone un importante gruppo di opere, oltre cento, accuratamente selezionate per rappresentare il suo percorso evolutivo.

Il fotografo trasformista racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà.

Dall’8 Marzo al 29 Luglio – Armani Silos – Milano

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Kyle Thompson – Retrospettiva

La Reggia di Caserta accoglierà dal 28 marzo al 4 giugno 2018 la prima retrospettiva italiana di Kyle Thompson, fotografo staunitense.

I suoi scatti sono concettuali: nelle sue fotografie persone e luoghi raccontano storie, situazioni surreali e oniriche.
In atmosfere singolari con case abbandonate, foreste vuote, fiumi, laghi, è lui l’unica presenza: sono autoritratti surreali  e bizzarri.
Lui stesso esplora in tali contesti le proprie emozioni e sensazioni e interviene sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce.

“Avevo una terribile difficoltà nel rapportarmi con le persone, quindi ho finito per usarmi in quasi tutte le mie foto, passando parecchie ore ogni giorno nel girovagare da solo attraverso foreste vuote facendomi autoritratti grazie al timer delle mie fotocamere” ha dichiarato.

Per la mostra di Caserta Thompson ha ideato un apposito progetto in cui si esplorano il contesto e l’ambiente intorno alle sue immagini.
Lo spazio naturale circostante è da lui considerato una sorta di palcoscenico e le sue immagini divengono dittici: una di grandi dimensioni è l’autoritratto dell’artista immerso in questi spazi naturali ma all’interno di aree urbane, l’altra di piccole dimensioni presenta il vero ambiente in cui questa natura è immersa. Ci si renderà conto di come la città modifichi la natura.

La rassegna è curata da Gabriela Galati.

dal 28 marzo al 4 giugno 2018  – Reggia di Caserta

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Sally Mann: A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (American, born 1951) has made experimental, elegiac, and hauntingly beautiful photographs that explore the overarching themes of existence: memory, desire, death, the bonds of family, and nature’s magisterial indifference to human endeavor. What unites this broad body of work is that it is all bred of a place, the American South. A native of Lexington, Virginia, Mann has long written about what it means to live in the South and be identified as a southerner. Using her deep love of her native land and her knowledge of its fraught history, she asks provocative questions—about history, identity, race, and religion—that reverberate across geographic and national boundaries. Sally Mann: A Thousand Crossings considers how Mann’s relationship with this land has shaped her work and how the legacy of the South—as both homeland and graveyard, refuge and battleground—continues to permeate American identity.Organized into five sections—Family, The Land, Last Measure, Abide with Me, and What Remains—and including many works not previously published or publicly shown, the exhibition is the first major survey of the artist’s work to travel internationally. Featuring some 110 photographs, the exhibition is curated by Sarah Greenough, senior curator and head of the department of photographs, National Gallery of Art, and Sarah Kennel, the Byrne Family Curator of Photography, Peabody Essex Museum.

March 4 – May 28, 2018 – National Gallery of Art – Washington DC

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Martha Cooper: On the Street

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone, nella sua Project Room, una sezione della mostra “Martha Cooper: On the Street”, curata da Enrico Bisi, che si inserisce nel programma del Sottodiciotto Film Festival & Campus (Torino, 16-23 marzo 2018).

La mostra, la più ampia mai dedicata in Italia alla storica fotografa del movimento hip hop, è articolata in tre sedi – CAMERA, il Cortile del Rettorato e la Biblioteca del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino – ed è concepita come un percorso che segue l’evoluzione temporale e artistica di Martha Cooper che sarà ospite a CAMERA mercoledì 21 marzo, alle ore 18.30, per raccontare la sua fotografia.

La parte iniziale, allestita a CAMERA ospita circa quarantacinque scatti in bianco e nero risalenti alla metà degli anni Settanta e agli esordi di carriera dell’autrice, quando, giovane fotoreporter del New York Post, raccontava con le immagini la Grande Mela prima dell’avvento dell’hip hop, dedicandosi al paesaggio metropolitano e, soprattutto, ai giochi di strada dei giovanissimi.

“Martha – commenta il curatore Enrico Bisi – punta l’occhio sulla vita di New York. Nelle sue fotografie ci sono i sorrisi sdentati di ragazzini in mezzo alle macerie del Bronx, ci sono ‘Carrie’, ‘Super Fly’ e ‘Saturday Night Fever’ al cinema. I suoi soggetti sembravo volare, per saltare una pozzanghera e non infangarsi le scarpe, per tuffarsi in acqua, per lanciarsi dalle scale antincendio su un materasso sgualcito, per fare capriole, saltare con lo skate oppure volteggiare aggrappati a una fune che funge da altalena. Attraverso l’obiettivo, Martha Cooper cerca sempre qualcosa di vitale, che si muove, che respira, cerca quel battito, quel ‘beat’, che un momento c’è e quello dopo non c’è già più. È l’effimero che si respira in ogni fotografia della Cooper e si ha la sensazione di guardare qualcosa che non esiste già più. “

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia Torino

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

La mostra – curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpir e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson – è composta da 140 scatti che ci aiuteranno ad immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

“Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” (cit. Henri Cartier Bresson).

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme. “Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

L’obiettivo del curatore della rassegna Denis Curti è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

8 Marzo – 17 Giugno 2018 – La Mole Vanvitelliana  Ancona

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Seydou Keïta, Bamako Portraits

In the 1950s and 60s, a colourful collection of inhabitants of Bamako, capital of Mali, posed for Seydou Keïta (1921-2001, Mali).
People visited Keïta’s studio to have their picture taken at their best: wearing extravagant dresses made from wonderful textiles with splendidly formed headdresses, or posing in a modern Western suit with a bow tie, leaning against a motorcycle, or with a radio tucked under their arm. His oeuvre reflects a portrait of an era that captures Bamako’s transition from a cosmopolitan city in a French colony to the proud capital of independent Mali.

Keïta’s remarkable archive of over 10.000 negatives came to light in 1992 after a discovery by André Magnin, the then-curator of Jean Pigozzi’s contemporary African art collection. Modern prints were printed from the negatives with Keïta’s collaboration, allowing his work to be introduced to the art world. International fame quickly followed. The exhibition in Foam consists of signed modern prints, and a large selection of unique vintage prints.

Seydou Keïta – Bamako Portraits is part of an exhibition series about photo studios, presented by Foam in recent years. This series is based on the growing interest in ‘vernacular photography’ and its acknowledgement of social-historical and artistic value.The exhibition was developed in collaboration with the Contemporary African Art Collection (CAAC) – The Pigozzi Collection.

06 April 2018 – 20 June 2018 – Foam – Amsterdam

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ROBERT DOISNEAU – Pescatore d’immagini

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018 il Museo della Grafica dell’Università di Pisa ospita la mostra “Robert Doisneau. Pescatore d’immagini”.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille e Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi – Visit Different, l’esposizione offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Robert Doisneau (1912-1994), che amava paragonarsi a Eugène Atget, uno dei padri della fotografia del Novecento, percorre fotograficamente le periferie di Parigi per “impossessarsi dei tesori che i suoi contemporanei trasmettono inconsciamente”. È una Parigi umanista e generosa ma anche sublime che si rivela nella nudità del quotidiano; nessuno meglio di lui si avvicina e fissa nell’istante della fotografia gli uomini nella loro verità quotidiana, qualche volta reinventata. Il suo lavoro di intimo spettatore appare oggi come un vasto album di famiglia dove ciascuno si riconosce con emozione.

Noto oggi al grande pubblico, Doisneau, dopo essersi diplomato all’École Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e, nel 1934, fotografo per le officine Renault da cui viene licenziato cinque anni più tardi per assenteismo. Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente nell’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo.

Autore di un grande numero di opere (gli archivi di Robert Doisneau comprendono circa 450.000 fotografie), Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo.

23 marzo / 17 giugno 2018 – Museo della Grafica – Pisa

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Izumi Miyazaki, There’s no place like home

Izumi Miyazaki is a young Japanese photographer who captivates her fans on the web by her self-portraits that seem to come out of another world. Story of a phenomenon.

Japan is a country full of paradoxes, that does not stop surprising by its traditions and by its hybrid culture that ranges from “Kawai” to excess. It is fascinating to observe its ability to get out of the most dramatic events as two atomic bombs, a major economic and identity crisis, repeated earthquakes and tsunamis with the irreversible damage we know.

When you are in your twenties in Japan, it is unlike anything comparable. When your name is Izumi Miyazaki, even the people of Tokyo are faced with a kind of alien. Close encounter of the third kind. A classic bob haircut, fine black hair, a dark look into the eyes of a doll face whose emotions have been erased. Immersed in the Surrealist masters like René Magritte, Izumi Miyazaki, coming from prestigious Musashino Art University in Tokyo, confesses a passion for Alfred Hitchcock and David Lynch. Her self-portraits practice cold humor and often feature absurd performances. The young photographer is not afraid to slice her head, adorning it with fresh tomatoes or fish in a human interpretation of sushi. If she never smiles in her photographs, it is probably to express her loneliness and maybe the difficulty of a connected youth to live in a real world. Izumi enjoys creating poetic and moving sceneries. Her work surprises as much as it fascinates, playing the codes of life 2.0. Addiction is close, Izumi Miyazaki, plays with an expression both poetic and deeply moving

Renaud Bergonzo

March 9 to April 30, 2018 –  bergonzofirstfloor – Paris

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Figure Contro – Fotografie della differenza.

Apre sabato 21 aprile, negli spazi dell’Abbazia di Valserena, sede dello Csac di Parma, la mostra Figure contro. Fotografia della differenza, nell’ambito dell’edizione 2018 di Fotografia Europea dal titolo Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie. La mostra, a cura di Paolo Barbaro, Cristina Casero e Claudia Cavatorta, è interamente costruita con materiali provenienti dagli archivi del Csac e consente di “vedere” con chiarezza come la fotografia, soprattutto nel corso degli anni Settanta, abbia avuto un ruolo importante nel sensibilizzare le coscienze intorno a questioni nascoste, dimenticate, se non censurate, anche al di là di esplicite intonazioni di denuncia. Le “figure contro” evocate dal titolo sono quelle immortalate in questi scatti: persone escluse dal racconto sociale, letteralmente spinte ai margini, in quanto la loro stessa esistenza è in contrasto con le logiche imperanti nella moderna società. In altri casi, sono protagoniste figure che rispetto a queste logiche si pongono in contrasto, contro –  appunto – che protestano, manifestano, non si rassegnano, affermando un modello alternativo. Ma figure contro sono anche quelle delle fotografe e dei fotografi che hanno realizzato queste immagini: Giordano Bonora, Anna Candiani, Carla Cerati, Mario Cresci, Uliano Lucas, Paola Mattioli e Giuseppe Morandi. Ciascuno secondo la propria sensibilità e con il proprio linguaggio hanno contribuito a tradurre la fotografia da strumento di pura constatazione a strumento critico, di denuncia ma anche più sottilmente di riflessione.

21/04/2018 : 30/09/2018 – Abbazia di Valserena (PR)

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ELLIE DAVIES, Nebulae

Il termine latino nebula ha la capacità di evocare, ancora nella lingua corrente, un senso di mistero che avvolge e cela come la foschia. Allo stesso tempo, in ambito scientifico per nebula si intende “un oggetto celeste dall’ aspetto diffuso, simile a una piccola nube”. I due valori di questo termine trovano sintesi nelle serie di fotografie selezionate per la mostra.

Ellie Davies ambienta i propri scatti nella foresta inglese, luogo in cui confluiscono natura e cultura, ambiente e attività umana, esplorando la complessa interrelazione tra il paesaggio e l’individuo.

Come dichiara l’artista: “Le foreste britanniche sono state plasmate dal processo di intervento umano per migliaia di anni. Sono un simbolo potente nella cultura popolare, nelle favole e nei miti, luoghi di incanto e magia così come di pericolo e mistero. Nella storia più recente sono state associate agli stati psicologici relativi all’ inconscio”.

Oggi la maggior parte delle persone risiede in ambienti urbani o semi-urbani, vivendo il paesaggio da una posizione distanziata, filtrata dalla tecnologia e dai vari media. Da questa considerazione, la natura in tutta la sua sensuale materialità e il nostro essere al suo interno piuttosto che al di fuori di essa, sembra irraggiungibile. Ellie Davies affronta questo allontanamento attirando lo spettatore nel cuore della foresta, che conserva ancora mistero e offre il potenziale per la scoperta e l’esplorazione.

Il processo creativo la porta a isolarsi per lunghe ore nel silenzio della foresta. Questo stato, inizialmente disorientante, porta l’artista a sviluppare una percezione più sottile dell’universo attorno a sé, arrivando a coglierne in modo profondo lo spazio circostante e gli elementi che lo compongono, così da evidenziarne le potenzialità e coinvolgere lo spettatore. Come afferma l’artista: “Voglio che il mio lavoro faccia provare allo spettatore la sensazione di essere solo nella foresta. C’è una tensione e una quiete, una consapevolezza intensificata che si verifica: è ciò che voglio trasmettere nel mio lavoro e il motivo per cui sono da sola quando realizzo le immagini“.

Parte del fascino magnetico racchiuso dagli scatti della fotografa, sta nell’ immobilità cristallina degli elementi presenti in esso. Lo spazio maestoso e profondo è disseminato da elementi suggestivi e magici, che invitano alla contemplazione dell’universo naturale e sembrano alludere a un evento imminente. Per accentuare tale effetto, la fotografa dispone gli spazi come scenari pronti ad accogliere lo scatto, attraverso interventi site-specific: “Questi paesaggi modificati agiscono su svariati livelli. Sono il riflesso della mia personale relazione con la foresta e proiettano lo spettatore al suo interno, domandandogli di considerare come la loro propria individualità sia plasmata dall’ambiente in cui vivono”.

Per la mostra Nebulae presso la Galleria Patricia Armocida viene presentata una selezione di fotografie che sono parte di tre serie emblematiche della produzione dell’artista inglese.

In Between the Trees (2014), il processo di composizione di nubi artificiali tra gli alberi consente all’artista di trasmette l’esperienza personale di stare da soli nei boschi. Il fumo riempie gli spazi tra gli alberi, riflettendo questa esperienza fisica: la conoscenza palpabile e cupa della foresta, il suono attutito e appiattito, il senso pungente della consapevolezza accresciuta.

Ad essa si accosta la serie Stars (2014-2015), nata dalla combinazione di antichi paesaggi boschivi con immagini catturate dal Telescopio Hubble della NASA tra cui la Via Lattea e la Nebulosa NGC 346. Qui la relazione tipica spettatore-soggetto e paesaggio-oggetto è scardinata per rendere il paesaggio protagonista in modo assoluto e senza limiti, fonte di stupore e sopraffazione.

Infine nell’opera della serie Smoke and Mirrors (2010) l’artista esplora la complessa interrelazione tra paesaggio e bellezza, e la modalità in cui la nostra cognizione del paesaggio è costruita. Nel far ciò, si viene a sovvertire la nozione di bellezza come verità, e si riallaccia a più ampie questioni quali l’autenticità nella fotografia.

Come dichiara l’artista: “Il mio lavoro colloca lo spettatore nel divario tra realtà e fantasia, creando spazi che incoraggiano l’osservatore a rivalutare il modo in cui si forma il proprio rapporto con il paesaggio, la misura in cui è un prodotto del patrimonio culturale o esperienza personale e come questo è stato determinante nella propria identità”.

Le composizioni oniriche delle fotografie di Ellie Davies incoraggiano questa introspezione e offrono lo spazio e la calma necessari per meditare sulla nostra condizione umana.

Fino al 15 Aprile 2018 –  GALLERIA PATRICIA ARMOCIDA – Milano

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2018 Sony World Photography Awards

This April, contemporary photography returns to Somerset House with the 2018 Sony World Photography Awards Exhibition.

Featuring inspirational works by more than 600 artists, the exhibition will showcase winning and shortlisted works from the 2018 Sony World Photography Awards, the world’s most diverse photography competition.  Curated by Mike Trow – ex-Picture Editor of British Vogue – the images are specially selected from a record-breaking number of submissions. The 2018 Awards will cover a wide variety of genres, from architecture to landscape, street photography to wildlife, portraiture to travel.

The exhibition will also include an exclusive selection of unique works by a renowned international artist who will win the celebrated Outstanding Contribution to Photography Award.

20 Apr – 06 May 2018 – Somerset House – London

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August Sander – PERSECUTED / PERSECUTORS, PEOPLE OF THE 20TH CENTURY

“We can tell from a facial expression the work someone does or does not do, if they are happy or troubled, for life leaves its trail there unavoidably. A well-known poem says that every person’s story is written plainly on their face, although not everyone can read it.”* – August Sander

From March 8 to November 15, The Shoah Memorial is holding a major exhibition dedicated to a series of portraits taken during the 3rd Reich by one of German photography’s leading figures, August Sander (1876- 1964). Internationally recognized as one of the founding fathers of the documentary style, August Sander is the man behind many iconic 20th century photographs. Towards the end of the First World War, while working from his studio in Cologne, August Sander began what would become his life’s work: a photographic portrait of German society under the Weimar Republic.

He called this endeavor “People of the 20th Century”. While his first publication was banned from sale in 1936 by the National Socialist government, in around 1938 Sander began to take numerous identity photographs for persecuted Jews. Later, during the Second World War, he photographed migrant workers. August Sander included these images, and some taken by his son Erich from the prison where he would die in 1944, in “People of the 20th Century”, along with portraits of national socialists taken before and during the war. Sander was unable to publish his monumental work during his lifetime, but his descendants still champion his vision to this day.

These photographs are exhibited here together for the first time, along with contact prints, letters and details about the lives of those photographed. They are portraits of dignified men and women, victims of an ideology, taking their rightful place as ”People of the 20th Century” in defiance of Nazi efforts to ostracize them.

The exhibition is organized with the assistance of the August Sander Foundation and the NS-Documentation Center of the City of Cologne, the largest commemorative site for the victims of Nazism in Germany, founded in 1988.

March 8 to November 15, 2018 – The Shoah Memorial – Paris

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Viaggio nella fotografia Italiana

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra “Viaggio nella fotografia italiana” che si terrà da sabato 7 aprile a domenica 3 giugno 2018 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 7 aprile a partire dalle ore 15.00.

Il 19 dicembre 1948 veniva fondata a Torino da otto associazioni fotografiche la “Federazione Italiana Associazioni Fotografiche”. Lo scopo di tale federazione era ed è quello di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale e di operare attivamente per la diffusione dell’arte fotografica. La mostra creata per ricordare la vita della Federazione si offre al visitatore come una riflessione sulle principali attività svolte in questi settant’anni, viste attraverso le immagini e i progetti fotografici prodotti dai Soci.

La struttura architettonica del CIFA, composta da due piani di celle e da un ampio corridoio baricentrico, contribuisce a scandire le varie fasi dell’esposizione. Al piano superiore, in una coppia di celle, viene proposto un estratto dell’editoria libraria composta dalle Monografie, la collana I grandi Autori della Fotografia Italiana, i volumi delle Grandi Opere e quelli relativi ai progetti nazionali. Alle pareti una serie di immagini che si riferiscono a queste pubblicazioni. In una seconda coppia di celle troviamo le riviste della FIAF a cominciare dal primo numero de Il Fotoamatore, organo ufficiale della Federazione fino alla versione più recente del mensile: Fotoit. Nello stesso spazio trova posto la serie di Riflessioni, il quaderno-catalogo delle mostre del CIFA e infine la serie degli Annuari. Anche in questo caso sulle pareti troviamo una scelta di fotografie tratte da queste pubblicazioni.

La terza coppia di celle è dedicata a quello che può definirsi il più significativo fenomeno sviluppatosi negli ultimi anni: il portfolio fotografico, come prodotto della creatività autoriale del fotografo. Un omaggio viene reso ai primi tentativi di proporre sequenze organiche di fotografie ricordando le esposizioni realizzate dal Fotocineclub Fermo e pubblicate nel volume Racconto e reportage Fotografico del 1973. A fianco un esempio di portfolio contemporaneo e la serie dei cataloghi della manifestazione Portfolio Italia.

La quarta coppia di celle è dedicata al mondo dei concorsi FIAF che, fin dalla nascita, hanno sempre avuto largo seguito tra gli associati.

La serie di celle al piano terreno è dedicato alle immagini prodotte dagli appassionati in questi settant’anni suddivisi per generi: si va dal ritratto al reportage al paesaggio fino alla foto concettuale e creativa e al nudo.

Infine, nel corridoio vi sono una serie di tabelloni, ognuno dedicato ai Grandi Progetti Nazionali della FIAF, a cominciare da E’ l’Italia del 1995 fino ad arrivare ai più recenti 17 MARZO 2011 UNA GIORNATA ITALIANA Passione Italia e a Tanti per Tutti , Viaggio nel volontariato italiano del 2017. Nella parte bassa del corridoio, sulla parete di fondo una proiezione ricorda e presenta il mondo degli Audiovisivi FIAF, mentre lungo le pareti un’installazione ripercorre la partecipazione della Federazione alle ultime frontiere del web, proiettando l’attività dell’associazione verso il proprio futuro.

“Per la prima volta nella sua storia la FIAF cerca di presentare in modo strutturato un’immagine delle proprie attività, realizzando anche una verifica della propria vivacità culturale –  ha affermato Claudio Pastrone, Direttore del Centro Italiano della Fotografia d’Autore – il percorso temporale della nostra Federazione è stato scandito da una miriade di attività e di avvenimenti, di cui qui cerchiamo di presentare i più significativi anche attraverso l’obiettivo primario dello stimolo alla creatività degli autori e alla promozione delle loro opere. Uno sguardo sul nostro passato, ma con gli occhi e la volontà rivolti al futuro.”

7 aprile – 3 giugno 2018  – Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena

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I believe – mostra di fotografia narrativa

“I Believe, costruttori di comunità” è un progetto di fotografia narrativa e una mostra fotografica ideati e prodotti dalla comunità bahá’í della Martesana, in occasione del bicentenario della nascita di Bahá’u’lláh, fondatore della Fede bahá’í.

“I Believe, costruttori di comunità” vuole raccontare, attraverso i ritratti dei soggetti fotografati e le loro testimonianze, l’energia che anima la comunità bahá’í. Attraverso il mezzo fotografico la comunità parla di sé e del proprio desiderio di promuovere il benessere della società, perché ogni singolo individuo è essenziale, prezioso. Per la comunità bahá’í chiunque lo desideri può portare il suo contributo. È sufficiente infatti ascoltare con attenzione per cogliere, nascosto nell’assordante frastuono del mondo, il lamento di persone, famiglie, paesi e nazioni. Ma chiudere gli occhi e ascoltare col cuore fa nascere anche una nuova energia. In questo stato di quiete si creano legami, progetti, nuove idee per generare cambiamento, trasformazione. Il caos diventa ordine. Costruire diventa lo scopo; speranza, impegno e sforzo per sanare le ferite del mondo diventano la meta; l’unità, la vittoria finale. Costruire insieme significa guardare con l’occhio interiore, ascoltare attentamente, esprimersi con saggezza, per agire in accordo come le note di una melodia che porta nuovo calore al cuore del mondo. Quando le persone, anche se diverse tra loro, agiscono all’unisono, possono generare il cambiamento.

Dal 7 al 28 aprile – Biblioteca di Vimercate (MB)

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