Storia di una fotografia – Hiroshi Sugimoto – “Theaters”

Buongiorno,

ecco un altro autore la cui fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Hiroshi Sugimoto – “Theaters” – Anno 1978-in corso

La serie “Theaters” di Hiroshi Sugimoto, avviata nel 1978 e tuttora in corso, rappresenta una delle esplorazioni più affascinanti sulla relazione tra tempo, spazio e luce. Sugimoto ha fotografato vecchi cinema e drive-in americani con una tecnica unica: lasciava l’otturatore aperto per l’intera durata di un film proiettato sullo schermo. Il risultato è un’immagine in cui il rettangolo luminoso dello schermo appare completamente bianco, frutto della sovrapposizione di tutte le immagini del film in un’unica esposizione. Questa tecnica, apparentemente semplice, nasconde un profondo significato filosofico e concettuale.

Il tema centrale di questa serie è il tempo. Ogni fotografia di “Theaters” rappresenta un’intera esperienza cinematografica ridotta a un singolo frame. Il film, con tutte le sue scene, i suoi dettagli e i suoi attimi narrativi, si trasforma in un bagliore uniforme, suggerendo una riflessione sulla natura effimera della memoria e dell’esperienza umana. L’idea che un’intera narrazione possa essere condensata in una singola immagine è allo stesso tempo affascinante e inquietante: cosa rimane del tempo una volta trascorso?

L’approccio di Sugimoto si inserisce in una lunga tradizione di artisti che esplorano la percezione del tempo attraverso la fotografia, ma il suo lavoro si distingue per l’eleganza e la semplicità del metodo. La scelta di fotografare cinema d’epoca e drive-in aggiunge un ulteriore strato di significato: questi luoghi, spesso decadenti e abbandonati, diventano testimonianze di un’era passata, conservate nella loro essenza attraverso la luce stessa dei film proiettati.

Dal punto di vista visivo, le immagini della serie “Theaters” sono straordinariamente suggestive. Il contrasto tra l’intensa luminosità dello schermo e i dettagli architettonici delle sale cinematografiche crea un effetto quasi surreale, evocando un senso di sospensione e mistero. Il bianco abbacinante dello schermo diventa una sorta di finestra verso l’ignoto, un portale che assorbe il racconto cinematografico e lo restituisce sotto forma di pura luce.

Biografia di Hiroshi Sugimoto:

Hiroshi Sugimoto, nato nel 1948 a Tokyo, è un fotografo e artista visivo giapponese noto per il suo approccio concettuale alla fotografia. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti negli anni ’70, ha sviluppato un corpus di opere che esplorano temi come il tempo, la memoria e la percezione. Oltre alla serie “Theaters”, Sugimoto è celebre per i suoi lavori su diorami museali, ritratti di cere e paesaggi marini, tutti caratterizzati da un’estetica minimalista e un rigoroso controllo della luce. Il suo lavoro è stato esposto nei più importanti musei e gallerie del mondo, contribuendo a ridefinire il linguaggio della fotografia contemporanea.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Mostre consigliate per il mese di dicembre

Concludiamo l’anno in bellezza, regalandoci una visita ad una delle mostre di fotografia che vi segnaliamo di seguito!

Anna

Robert Doisneau

Robert Doisneau
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 © Robert Doisneau

“Mi piacciono – ad affermarlo è stato Doisneau – le persone per le loro debolezze e difetti.
Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì a esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. È una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.”

Il suo è un racconto leggero, ironico, che strizza l’occhio, con simpatia alla gente.
Che diventa persino teneramente partecipe quando tratta innamorati e bambini.

Dal 15 novembre 2023 fino al 14 febbraio 2024 il Piano Nobile del Palazzo della Gran Guardia ospiterà la mostra evento “Robert Doisneau”.

Una grande retrospettiva, che ripercorre le vicende e l’abilità creativa dell’artista francese attraverso 135 immagini iconiche in bianco e nero, provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau e Montrouge.

Tra le opere in mostra l’iconico bacio de Le Baiser de l’Hotel de VilleParis, 1950, scattata davanti al municipio di Parigi e tra le più riprodotte al mondo. Il percorso espositivo è arricchito inoltre dalla proiezione di alcuni estratti del film di Clémentine Deroudille “Robert Doisneau. Le Révolté du merveilleux” e da un’intervista al curatore della mostra, Gabriel Bauret.

Quello che cercavo di mostrare era – racconta Doisneau – un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.”

15 novembre 2023 – 14 febbraio 2024 – Palazzo della Gran Guardia – Verona

DAVID “CHIM”SEYMOUR Il Mondo e Venezia – 1936-56

Al Museo di Palazzo Grimani, grande monografica di “Chim” Seymour.  

Fu tra i fondatori di Magnum Photos.

Una sezione interamente dedicata a Venezia

“‘Tutto ciò di cui hai bisogno’, disse una volta mentre un noto fotografo parlava della psicologia dietro una delle sue foto, ‘è un po’ di fortuna e muscoli sufficienti per far scattare l’otturatore.’

Avrebbe potuto aggiungere: un buon occhio, un cuore e un fiuto per le notizie. Perché tutti questi erano evidenti nel suo lavoro “.

(Judith Fried su David Seymour)

Molti non sanno che la celebre fotografia realizzata a Venezia che coglie l’approdo apparente del gondoliere alla stazione di rifornimento della Esso sul Canal Grande è stata realizzata da David Seymour nel 1950 in concomitanza di un progetto dedicato all’Europa del dopoguerra.

In quell’occasione il fotografo realizzò un importante reportage dedicato a Venezia caratterizzato da uno sguardo attento, curioso e a volte ironico. Scatti che ritraggono momenti di vita quotidiana o particolari specifici della città lagunare come gli onnipresenti pennuti dell’universo veneziano, i colombi.

È a David ‘Chim’ Seymour che il Museo di Palazzo Grimani (Direzione regionale Musei Veneto del Ministero della Cultura) dedica, dal 6 dicembre 2023 al 17 marzo 2024, il secondo appuntamento con i maggiori protagonisti della fotografia internazionale del Novecento e che hanno, nella loro carriera, scelto di interpretare quell’unicum che è rappresentato da Venezia.

Il progetto, promosso dalla Direzione regionale Musei Veneto – Museo di Palazzo Grimani in collaborazione con Suazes, ha debuttato lo scorso anno con la fortunata monografica su Inge Morath presentata con il titolo “Fotografare da Venezia in poi”, ammirata da oltre 30 mila persone.

“Questa mostra d’inserisce in una specifica progettualità che mira a far conoscere la produzione artistica di celebri maestri della fotografia e al contempo mostrare loro reportage dedicati alla città lagunare, esponendoli all’interno dei meravigliosi spazi di Palazzo Grimani”, anticipa il curatore Marco Minuz.

Nel caso di questa mostra dedicata a David Seymour saranno circa 200 i pezzi esposti tra fotografie, documenti, lettere e riviste d’epoca. Ad essere rappresentati nelle 150 immagini selezionate, collocate cronologicamente tra il 1936 e il 1956, saranno i più importanti reportage del fotografo polacco, come la Francia del 1936, la Guerra Civile spagnola, l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, il progetto del 1948 intitolato “Children of War”, commissionato dall’UNICEF e dedicato agli orfani di guerra, Israele ed Egitto negli anni Cinquanta del secolo. A questi si aggiungono le serie Ritratti e Personalità, nonché il già menzionato nucleo di foto realizzare a Venezia.  

A completare la descrizione del “mondo” di Chim, una cinquantina di documenti, tra cui una sezione con alcuni documenti dedicati alla Maleta Mexicana, la celebre valigia messicana piena di tesori fotografici che si credevano perduti per sempre (riferiti alla guerra civile spagnola) e invece ritrovati con commozione e sorpresa a Parigi nel 1995 ed ora di proprietà dell’ICP di New York.

David Szymin nacque nel 1911 a Varsavia da una famiglia di editori che realizzavano opere in yiddish ed ebraico. La sua famiglia si trasferì in Russia allo scoppio della prima guerra mondiale per tornare successivamente a Varsavia nel 1919.

Dopo aver studiato stampa a Lipsia, chimica e fisica alla Sorbona negli anni Trenta, Szymin decise di rimanere a Parigi. David Rappaport, un amico di famiglia proprietario della celebre agenzia fotografica Rap, gli prestò una macchina fotografica. Uno dei primi servizi di Szymin, dedicato ai lavoratori notturni, registrava l’influenzata del lavoro di Brassaï “Paris de Nuit” del 1932. Szymin – o “Chim” – iniziò in questo periodo a lavorare come fotografo freelance. Dal 1934 i suoi reportage apparvero regolarmente su riviste illustrate come Paris-Soir e Regards. Attraverso Maria Eisner e la nuova agenzia fotografica Alliance, Chim incontrò Henri Cartier Bresson e Robert Capa.

Dal 1936 al 1938 Chim testimoniò la guerra civile spagnola e, dopo la sua conclusione, si recò in Messico con un gruppo di emigrati repubblicani spagnoli. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trasferisce a New York dove adottò il nome di David Seymour. Entrambi i suoi genitori furono uccisi dai nazisti. Seymour prestò servizio nell’esercito degli Stati Uniti dal 1942 al 1945 ottenendo una medaglia al merito per il suo lavoro nell’intelligence.

Nel 1947, insieme a Cartier-Bresson, Robert Capa, George Rodger e William Vandivert, fondò a New York l’agenzia Magnum Photos. L’anno successivo venne incaricato dall’UNICEF di fotografare i bambini europei bisognosi.

Continuò a fotografare avvenimenti importanti in Europa, star di Hollywood in location  europee e la nascita dello Stato di Israele.

Dopo la morte di Robert Capa nel 1954 divenne presidente di Magnum. Mantenne questo incarico fino al 10 novembre 1956, quando, viaggiando nei pressi del Canale di Suez per fotografare uno scambio di prigionieri, fu ucciso dal fuoco di una mitragliatrice egiziana.

6 dicembre 2023 – 17 marzo 2024 – Museo di Palazzo Grimani – Venezia

WORLD PRESS PHOTO 2023

Dal 1955 il World Press Photo premia le migliori fotografie che hanno contribuito a raccontare gli eventi e le notizie dell’anno precedente, presentando al pubblico il meglio del fotogiornalismo mondiale.

Le fotografie vincitrici del World Press Photo Contest 2023, come dichiarato dal presidente della giuria mondiale, il photo editor del The New York Times e cofondatore di Diversify Photo, Brent Lewis, attraversano i temi più urgenti del 2022, dalla crisi climatica all’impatto delle guerre sui civili e ribadiscono l’importanza della fotografia come strumento di informazione e consapevolezza.

I quattro vincitori assoluti sono stati selezionati tra i 24 vincitori regionali, scelti tra oltre 60.000 opere (fotografie e contenuti multimediali) presentate da 3.752 partecipanti provenienti da 127 Paesi.

Il World Press Photo of the Year è assegnata a Evgeniy Maloletka per la fotografia scattata durante l’assedio di Mariupol, che cattura perfettamente in una sola immagine la sofferenza umana causata dall’invasione russa dell’Ucraina.

Il World Press Photo Story of the Year va invece alla serie The Price of Peace in Afghanistan scattata da Mads Nissen, che mostra le condizioni di vita della popolazione afghana dopo il ritorno dei talebani.

A vincere il World Press Photo Long-Term Project è la fotografa armena Anush Babajanyan con Battered Waters, un lavoro sui problemi legati all’accesso all’acqua di Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, quattro paesi dell’Asia centrale senza sbocco sul mare che stanno lottando contro la crisi climatica e la mancanza di coordinamento sulle forniture idriche che condividono.

Il World Press Photo Open Format è assegnato a Mohamed Mahdy per Here, The Doors Don’t Know Me, un progetto sugli effetti dell’innalzamento del livello del mare sulla comunità locale di Al Max, un villaggio di pescatori situato lungo il canale Mahmoudiyah ad Alessandria d’Egitto. Il progetto combina fotografie dell’autore, lettere scritte dagli abitanti del posto, immagini d’archivio e suoni che l’autore ha assemblato in un sito web dedicato.

I vincitori italiani sono due: Alessandro Cinque con Alpaqueros, progetto che racconta la comunità peruviana di allevatori di Alpaca e le difficoltà che attraversa a causa della crisi climatica e Simone Tramonte con Net-Zero Transition, progetto sulle energie rinnovabili, nuove tecnologie per la produzione alimentare ed economia circolare per ridurre le emissioni di gas serra.

25.11 – 17.12.2023 – LUCCA, PALAZZO DUCALE

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Hiroshi Sugimoto. Opera House, una selezione per Bergamo

Dal 4 dicembre 2023 al 25 febbraio 2024, Accademia Carrara presenta Hiroshi Sugimoto. Opera House, una selezione per Bergamo, progetto espositivo che completa la grande mostra Tutta in voi la luce mia. Pittura di storia e melodramma, suggellandone la chiave contemporanea.

Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948) è un artista poliedrico tanto da divenire nel corso degli anni acclamato architetto e designer oltre che fotografo. Sin da giovane indaga diverse discipline artistiche, fra le quali teatro e cinema. Intorno alla metà degli anni settanta, si domanda se sia possibile raccogliere l’intero flusso di fotogrammi di cui è composta la pellicola cinematografica in un solo scatto fotografico. Una compressione di tempo e realtà fittizia (il film) in un’unica esposizione che riprodotta su carta assume la forma di un’esplosione di luce bianca abbagliante.

Nella raccolta di immagini Theaters, rinominata adesso Opera House, l’attenzione dell’artista giapponese si concentra in particolare sul nord e centro Italia dove, tra il 2013 e il 2016, realizza una nuova serie di fotografie in teatri di grandi città come di piccoli centri di provincia. E di alcuni teatri, oltre alla visione frontale del palco con schermo, viene offerta anche una veduta della platea e della galleria. In mostra, otto sono i teatri fotografati dall’artista, tra le più innovative e affascinanti architetture dello spettacolo. La loro ideazione impegnò capaci architetti da Andrea Palladio, a Giovan Battista Aleotti, a Vincenzo Scamozzi, a Francesco Tadolini, a Leopoldo Pollack, chiamati a soddisfare le aspettative di esigenti e colti committenti.

In Opera House è il senso del tempo a regolare il rapporto tra fotografo e soggetto, spettatore e opera. Un tempo in apparenza sospeso, annegato nel bianco dello schermo posto al centro dell’immagine, un bianco abbacinante dentro al quale si è consumata la narrazione cinematografica.  Un’esplosione di luce che accende la nostra fantasia, illuminando contestualmente lo scheletro del teatro vuoto, senza pubblico. Una visione più che una rappresentazione: il flusso di fotogrammi come proiezione del tempo che scorre, dentro al quale ognuno può inventare la propria storia.

Dal 4 dicembre 2023 al 25 febbraio 2024 – Accademia Carrara – Bergamo

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SIMON ROBERTS. BENEATH THE PILGRIM MOON

Simon Roberts, Shrouded sculpture, Other Size Gallery, Milano
Simon Roberts, Shrouded sculpture, Other Size Gallery, Milano

Dal 27 novembre 2023 al 26 gennaio 2024, Other Size Gallery, la galleria d’arte dello spazio Workness di Milano, ospita gli scatti del fotografo britannico Simon Roberts nella mostra “Beneath the Pilgrim Moon”, a cura di Claudio Composti, in collaborazione con MC2 Gallery.
Le dodici fotografie in mostra sono state scattate al Victoria and Albert Museum di Londra durante la chiusura al pubblico dovuta alla seconda ondata di COVID-19 e ritraggono le sculture in marmo esposte all’interno delle Gallerie Dorothy e Michael Hintze, di notte, protette da teli di plastica, immortalate durante una ristrutturazione: una poetica e metaforica rappresentazione, per il fotografo, dell’esperienza della pandemia.
«Queste sculture – spiega Roberts – parlano, almeno a me, della loro immutata materialità, eppure c’è una fragilità conferita loro dalle circostanze più umili e temporanee. Questo paradosso è così avvincente. È una pausa prima di una rivelazione. Forse anche una speranza per ciò che verrà.»

Simon Roberts è noto per il suo lavoro che indaga la relazione tra le persone e i luoghi. La sua ricerca approfondisce l’essenza dell’esperienza pubblica condivisa e, dal 2007, esplora su tutto il territorio britannico luoghi ed eventi che riuniscono persone per provare con la sua fotografia quel desiderio di condivisione, quel senso dell’“esserci” sempre presente, che racconta un tratto distintivo del carattere e delle identità nazionali.

Nel lavoro esposto alla Other Size Gallery, invece, Roberts porta a termine un lavoro più intimista, si concentra su immagini che restituiscono uno spazio vuoto dove le sculture appaiono in un’inedita versione, solitaria e malinconica.
Le angolazioni insolite dei suoi scatti conferiscono un senso di disagio e vulnerabilità. Nelle sue immagini, infatti, vediamo corpi tagliati, isolati o in parte nascosti. Così, fotografando “Sansone e i Filistei” Roberts taglia fuori l’eroe principale dalla scena concentrandosi, invece, sulla vittima che piange; oppure decide di soffermarsi solo sul volto sofferente del protagonista dietro la plastica nel “Vulcano (o probabilmente Prometeo) incatenato a una roccia” di Claude David; o ancora, nella fotografia del “Teseo e il Minotauro” di Canova, scattata di lato e catturata da lontano lascia intravedere una sagoma quasi pensierosa e solitaria.

In questi scatti l’antica mitologia si unisce all’elegante neoclassicismo del XVIII secolo restituendo una contrapposizione che disorienta e al tempo stesso affascina: la sterilità della plastica che copre capolavori senza tempo e apparentemente inscalfibili ponendola in una condizione di isolamento e fragilità. «Nel lavoro di Simon Roberts – afferma infatti il curatore – le statue prendono vita anche grazie ai riflessi che scivolano sulla plastica, esaltandone la drammaticità delle posizioni e delle espressioni.»

Dal 27 Novembre 2023 al 26 Gennaio 2024 – Other Size Gallery – Milano

CARLO MOLLINO. PAESAGGI INCLINATI. FOTOGRAFIE DI ARMIN LINKE

Stazione della funivia del Furggen, Cervinia
Stazione della funivia del Furggen, Cervinia

Nel cinquantesimo anniversario della scomparsa, il Forte di Bard dedica una mostra a Carlo Mollino (Torino, 1905-1973), architetto e designer tra le personalità più versatili dell’architettura moderna. L’esposizione Carlo Mollino. Paesaggi inclinati. Fotografie di Armin Linke, curata da Luciano Bolzoni, sarà visitabile nelle sale dell’Opera Mortai dal 17 novembre 2023 al 18 febbraio 2024. 
 
Mollino è uno degli architetti italiani più conosciuti all’estero, cui si devono i molteplici rivoli di un’attività multidisciplinare che parte dall’architettura e dal design per giungere alla fotografia, alla letteratura, alla scenografia fino a incrociare originali attività sportive che mettono al centro il dinamismo e la ricerca della velocità, quali lo sci, l’acrobazia aeronautica e le corse automobilistiche con futuristici prototipi da gara. Uomo delle Alpi,sciatore e costruttore di funivie e di residenze per la villeggiatura, per Mollino le Alpi sono soprattutto la Valle d’Aosta, regione che frequenta già a partire dagli anni Venti, dove all’inizio studierà gli edifici tradizionali e dove successivamente costruirà la Casa del Sole e la funivia del Furggen di Breuil-Cervinia, la Casa Capriata di Gressoney-Saint-Jean (poi ricostruita), il Rascard Garelli di Ayas, la Casa Olivero di La Thuile e la Casa Collettiva di Aosta. Fu poi autore di importanti grandi opere pubbliche come il Teatro Regio e il Palazzo degli Affari entrambi a Torino. 
 
Lo sguardo della mostra si compone di una ricognizione delle opere costruite da Mollino, inquadrate nelle fotografie realizzate dal fotografo e regista Armin Linke dal 2006 al 2023. Linke lungo tutta la sua carriera ha esplorato, con le sue immagini, le relazioni tra l’uomo e le graduali trasformazioni che l’avanzare della tecnologia porta negli ambienti che questo popola. La ricognizione non intende però basarsi sulla semplice esposizione di fotografie, quanto attuare una riflessione sull’attualità della poetica molliniana in fatto di architettura: dalla funzione sociale del “costruir bene”, soprattutto sui monti, alla stessa idea non statica della tradizione che in Mollino diviene fiume rigoglioso e generatore di nuova vita. 
La mostra parte dall’idea che la fotografia è indagine e quindi le architetture di Mollino costituiscono un’importante raccolta di dati e annotazioni in grado di leggere un territorio. Linke riflette sulla profonda idea della fotografia come momento per leggere la trasformazione della realtà. Sotto questo punto di vista, gli atteggiamenti di lettura dell’esistente dell’architetto e del fotografo coincidono. 
 
Alle immagini, presentate attraverso uno skyline alpino con le opere realizzate da Mollino in Valle d’Aosta e in altri luoghi, si affianca una sezione documentale leggibile in modo dinamico che trasforma il visitatore in scopritore di documenti originali.  Ogni opera esposta è raccontata con la coerenza di uno sguardo fotografico che non privilegia un edificio rispetto ad un altro. La mostra compone così un racconto in grado di restituire al visitatore la linearità del percorso artistico di Mollino.

Dal 17 Novembre 2023 al 18 Febbraio 2024 – Fort di Bard – Aosta

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INDIA OGGI. 17 FOTOGRAFI DALL’INDIPENDENZA AI GIORNI NOSTRI

Dileep Prakash, Edith Garlah, Mussoorie, 2005. Courtesy Dileep Prakash & PHOTOINK
Dileep Prakash, Edith Garlah, Mussoorie, 2005. Courtesy Dileep Prakash & PHOTOINK

Dall’11 novembre 2023 al 18 febbraio 2024 il Magazzino delle Idee di Trieste presenta India oggi. 17 fotografi dall’Indipendenza ai giorni nostri, a cura di Filippo Maggia, prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia, prima mostra a raccogliere e a presentare a livello europeo settant’anni di fotografia indiana in un unico grande progetto espositivo composto da oltre 500 opere tra fotografie, video e installazioni.

Attraverso racconti visivi, esperienze, testimonianze e indagini, India oggi traccia un percorso storico-sociale che muove dal Mahatma Gandhi e dal decennio immediatamente successivo all’indipendenza dall’Impero britannico nel 1947 fino ai nostri giorni. Dal passato postcoloniale all’affermazione fra le maggiori economie internazionali, la mostra testimonia la radicale trasformazione di cui è protagonista il subcontinente indiano, forte di uno sviluppo esponenziale che deve fare i conti con profonde contraddizioni e disuguaglianze sociali.

A cogliere i molteplici aspetti di questa evoluzione, fra tradizione e cambiamento, è lo sguardo fotografico di diciassette artisti in mostra: Kanu Gandhi, BhupendraKaria, Pablo Bartholomew, Ketaki Sheth, Sheba Chhachhi, Raghu Rai, Sunil Gupta,Anita Khemka, Serena Chopra, Dileep Prakash, Vicky Roy, Amit Madheshiya, SenthilKumaran Rajendran, Vinit Gupta, Ishan Tanka, Soumya Sankar Bose, Uzma Mohsin.
Autori affermati e nuovi protagonisti della fotografia indiana contemporanea, interprete sempre più attenta e profonda del presente e del prossimo futuro che contraddistinguono il subcontinente indiano.

“Il processo di repentina e inarrestabile evoluzione economica e industriale in atto in India dalla fine dello scorso millennio – scrive Filippo Maggia nel suo testo di introduzione al catalogo – sta provocando gravi conseguenze sia sociali, quali questioni di genere, identità e religione, sia ambientali. L’inevitabile spopolamento delle campagne e delle zone rurali, dalle pendici dell’Himalaya sino all’estremo sud del Kerala, ha portato al sovraffollamento di metropoli quali Mumbai, Nuova Delhi o Calcutta, con un forte impatto sull’ambiente, che alle volte implica addirittura lo spostamento coercitivo di milioni di persone da una regione all’altra. È di questi temi che si occupa oggi principalmente la fotografia indiana, ormai emancipata dall’immagine tradizionale dell’esotica India colorata di salgariana memoria”.

La mostra presenta le opere dei 17 artisti seguendo un ordine cronologico che avanza per decenni, dalla metà del ventesimo secolo fino al nuovo millennio, lasciando poi ampio spazio ai lavori degli autori contemporanei. Un racconto fatto attraverso le immagini che gli artisti hanno scattato vivendo l’esperienza diretta, del momento consapevolmente partecipato e restituito attraverso la fotografia, adottata in questo caso come testimone. Nel percorso espositivo ogni autore viene introdotto da uno statement che descrive la genesi e lo sviluppo della ricerca del lavoro svolto.

Dal 10 Novembre 2023 al 18 Febbraio 2024 – Magazzino delle Idee – Trieste

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OLIVO BARBIERI. PENSIERI DIVERSI

Olivo Barbieri, Jatiparang Semarang, Indonesia, 2013
© Olivo Barbieri | Olivo Barbieri, Jatiparang Semarang, Indonesia, 2013

«Ho detto una volta e forse con ragione: la civiltà passata diventerà un mucchio di rovine
e alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno spiriti».
Ludwig Wittgenstein

Un costante invito a interrogarsi sulle contraddizioni del mondo moderno attraverso immagini di paesaggio, in cui naturale e artificiale, umano e metamorfico dialogano. Le fotografie di Olivo Barbieri, in mostra a Villa Bardini dal 7 novembre 2023 all’11 febbraio 2024, conducono il visitatore in un viaggio al limite tra la distruzione e il rifacimento, attraverso una società governata ora dall’euforia e dall’imprevisto, dal dominio e dalla sregolatezza, ora assoggettata all’anonimato e ad un’economia e una scienza sempre più disumanizzate.

Villa Bardini ospita la nuova mostra dal titolo Olivo Barbieri. Pensieri Diversi, curata da Marco Pierini, con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi, promossa da Fondazione CR Firenze con Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron in collaborazione con Magonza. 

Una mostra a carattere retrospettivo, in cui una selezione di circa 50 opere di Olivo Barbieri, che si datano lungo un arco temporale di venti anni e comprendono un gruppo di preziosi lavori inediti, è scelta come momento estremo di riflessione su un mondo in continua e angosciosa trasformazione. 

L’esposizione Pensieri diversi si articola in nove momenti: Detroit 2010, Tribunali 2000, Landfill 2013, Wet Market 2000, Centri Commerciali sulla Via Emilia 1999, site specific_ 2004 – 2017, Tibet 2000, ALPS GEOGRAPHIES AND PEOPLE 2012, Capri 2013.
L’artista prende in prestito il titolo di uno dei più celebri volumi di Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, in cui il filosofo, attraverso una serie di enunciazioni si interroga sui vari aspetti della realtà e delle arti, dichiarando, quanto mai fatto altrove, la sua estraneità ad un mondo moderno fondato sul culto della tecnica e del progresso, invitando invece ad un’incessante interrogazione su ciò che abbiamo «davanti agli occhi».

Come nelle parole del curatore Marco Pierini: «Nella selezione perfettamente consequenziale di Pensieri Diversi Olivo Barbieri ci consegna un’idea di paesaggio che mai – anche quando l’occhio è disteso sul contesto di natura – si dà come paradigma canonico e inalterato, ma si configura al contrario come spazio del nostro vivere, luogo dove le volontà, le intenzioni, i desideri assumono forma e sostanza, quando non precipitino per l’eccesso di hybris».

Tra le serie esposte, site specific_ ripropone una rivisitazione di luoghi iconici della nostra storia, mentre le fotografie dei Centri commerciali ritraggono una società neutralizzata nel suo bisogno di sicurezza. E se l’immaginario fantascientifico è preponderante nelle Alpi e nelle opere di Capri, che tendono a rimodulare in maniera personale l’immagine che quei luoghi lasciano nella nostra memoria, le fotografie dedicate al Wet Market a Zhanjiang in Cina assumono oggi una valenza ancora più contingente dopo la recente pandemia. Come nelle parole di Andrea Cortellessa, riprese dalla conversazione con Olivo Barbieri pubblicata nel catalogo di mostra: «Il mondo che ci mostri è un mondo “plastico”. Non tanto perché ha un’apparenza sottilmente “artificiale”; ma perché è costantemente in movimento, preso in una serie di anche contraddittori processi di trasformazione. Un “altro mondo” non solo è “possibile” – ci dici col tuo lavoro da sempre – ma in effetti c’è già; basta guardarlo. Cioè guardarlo in un certo modo. La metamorfosi dell’immagine dipende in effetti dal tuo sguardo, dai procedimenti che di volta in volta adotti per realizzarla; ma in questo modo ci mostri l’aspetto davvero metamorfico – anche drammaticamente tale, in certi casi – della realtà attorno a noi».

«È una grande opportunità per Villa Bardini – dichiara il Presidente della Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, Jacopo Speranza – ospitare questa importante mostra che affronta un tema entrato prepotentemente nella cronaca e nel dibattito di ogni giorno quale è l’ambiente urbano e la sua progressiva trasformazione. È anche l’occasione per ripensare ai tanti significati del “nostro” paesaggio che rappresenta uno dei motivi identitari del Paese. Il percorso artistico di Barbieri ha segnato una stagione straordinaria della fotografia italiana e le sue opere scrutano quei luoghi che in passato, non erano degni di essere rappresentati. Uno sguardo lucido e severo che si scontra violentemente con quella visione di molti centri storici “da cartolina” che fanno ormai parte della nostra memoria collettiva».

Dal 07 Novembre 2023 al 11 Febbraio 2024 – Villa Bardini – Firenze

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Questione di attimi – Stefano Mirabella

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n occasione del workshop di street Composition della Leica Akademie viene presentata presso il Leica Store Torino la mostra fotografica di Stefano Mirabella.

La fotografia, secondo il mio pensiero, è la sintesi tra la rappresentazione della realtà e la capacità di trascenderla. Il quotidiano e la strada sono un teatro incredibile dove il fotografo è allo stesso tempo attore e spettatore.

Un palcoscenico ricco di situazioni, di persone e di aneddoti che vanno visti e colti. L’imponderabilità, l’anarchia e l’imprevedibilità, sono fattori determinanti che rendono l’indagine fotografica difficoltosa, ma assolutamente affascinante.

La curiosità e la vivacità dello sguardo sono alla base di ogni buona fotografia e si trasformano in un occasione irripetibile per vivere il quotidiano con uno spirito diverso.

Quasi tutti gli scatti in mostra sono stati realizzati nella città in cui vivo da sempre, Roma. Questo non vuole essere necessariamente un filo conduttore, ma è comunque molto importante per me. Vedere qualcosa di nuovo in un luogo che, per i miei occhi è “vecchio”, è una sfida che mi appassiona e mi spinge ogni giorno a camminare.

Perché è solo camminando e osservando che un fotografo che ha scelto la “strada” può continuare a scattare e a meravigliarsi. [Stefano Mirabella]

17/11/2023 – 16/01/2024 – Leica Store Torino

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VIAGGI A ORIENTE. FOTOGRAFIA, DISEGNO, RACCONTO

Pyramides de Memphis. Vue du Sphinx et de la grande pyramide, prise du sud-est, in Description de l’Egypte (1802-1809), Antiquité, Vol. V, pl.11, New York Library, New York
Pyramides de Memphis. Vue du Sphinx et de la grande pyramide, prise du sud-est, in Description de l’Egypte (1802-1809), Antiquité, Vol. V, pl.11, New York Library, New York

Oltre trecento opere in mostra, cominciando da Vivant Denon e dalla Description de l’Egypte, la grande impresa di documentazione voluta da Napoleone sulla terra dei faraoni e pubblicata fra il 1809 e il 1829 (edizione Panckoucke) in Francia. A seguire, le splendide litografie di David Roberts, i primi dagherrotipi di Girault de Prangey realizzati attorno al 1841 e, ancora, le fotografie di Maxime Du Camp, compagno di Gustave Flaubert nel viaggio in Oriente (1849-1851). Vengono quindi le immagini di decine di atelier di grandissimi fotografi, ampiamente documentati, da James Robertson a Francis Frith, da Antonio Beato ai Bonfils, a Indiveri, a Pascal Sébah, ad Hippolyte Arnoux, a Luigi Fiorillo, agli Zangaki per chiudere alla fine del secolo con le foto dell’American Colony.

Dell’Occidente conosciamo un viaggio a Oriente, quello del Grand Tour, che riscopre l’antichità greca e romana considerate all’origine della nostra civiltà. Questa mostra racconta di un altro viaggio, quello nell’Oriente Medio, di fatto il territorio dell’Impero Ottomano che andava dalla Grecia alla Turchia e dalla Grande Siria all’Egitto. Il viaggio che si propone non è un tour di formazione alle radici della civiltà occidentale ma un percorso diverso, un affondo nel mito, nel racconto che si è delineato soprattutto in Francia quando, fra il 1704 e il 1717, Edmond Galland pubblica a Parigi la traduzione de Les mille & une nuit, contes arabes, favorendo così la costruzione di un mondo di sultani e odalische, di moschee e di suk.

L’Oriente di cui si racconta è anche metafora di una terra perduta dal tempo delle crociate ed è soprattutto il luogo dove si sovrappongono tre pellegrinaggi: quello al muro del pianto degli ebrei, quello alla tomba di Gesù dei cristiani, quello alla cupola sulla roccia dei maomettani. Ma l’Oriente Medio è anche il luogo dello scontro fra due imperi: uno progettato e non compiuto, quello francese, che vede nel 1801 la sconfitta di Napoleone che aveva invaso l’Egitto nel 1798, l’altro quello inglese che, dopo la vittoria sui francesi, si impadronirà dell’Egitto e di altri territori realizzando un’altra espansione ad oriente, verso l’India, dopo l’apertura del canale di Suez della quale si espongono diverse significative immagini. Per consolidare questa importante strada verso oriente, l’Inghilterra nel 1882, come documenta l’importante album esposto, conquisterà l’Egitto. È in questo contesto politico che vanno lette le oltre trecento immagini della mostra, molte delle quali narrano anche le vicende di decine di atelier fotografici da Atene a Costantinopoli, da Gerusalemme a Damasco, da Alessandria d’Egitto a Suez. Si tratta di un racconto per immagini poco conosciute in Italia, molto di più in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, qui documentato attraverso le importanti collezioni dello CSAC dell’Università degli Studi di Parma e, ancora, attraverso quelle della Biblioteca Palatina di Parma che possiede ben due copie della Description voluta da Napoleone.
Specialmente in Francia, il racconto letterario rivela la cornice narrativa entro la quale interpretare le scelte dei disegnatori e dei fotografi. E mentre le Lettres Persanes di Montesquieu (1721) e il Candide di Voltaire (1759) illustrano la violenza, anche sessuale, di un oriente mitizzato, René de Chateaubriand col suo Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris (1811) confronta le tre religioni monoteiste per dimostrare la superiorità di quella cristiana. Victor Hugo nel 1829 pubblica le poesie Les orientales ed esalta l’indipendenza della Grecia dall’impero ottomano mentre nel romanzo Notre Dame de Paris (1831) è protagonista identitaria della nazione francese proprio l’enorme, misteriosa cattedrale gotica. Attorno alla metà del secolo, Théophile Gautier e Gérard de Nerval spostano l’attenzione sui misteri del mondo egizio. Da ultimo Pierre Loti, nel 1879, pubblica Aziyadé un romanzo ancora nel segno de Le mille e una notte, la storia dell’amore di un occidentale, lo stesso Loti, per una donna araba segregata in un harem.

Così anche per queste suggestioni letterarie la città araba è quasi sempre soltanto uno sfondo dove i fotografi scoprono le figure tipiche, cammellieri, contadini, pescatori, falegnami, ma anche supposti personaggi-guida, sultani, vizir, odalische. Inoltre, le fotografie, la cui complessità tecnica di ripresa impone la presenza di un’attrezzatura imponente e di difficile trasporto, sono anche uno strumento per documentare il progresso della ricerca archeologica e magari le scoperte e i restauri, come a Baalbek, alle piramidi di Giza e alla Sfinge, ad Abu Simbel, al Santo Sepolcro. E sempre le fotografie raccontano un’altra storia, quella del collezionismo delle varie nazioni, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania all’Italia che si impadroniscono dei pezzi più preziosi, portando in Occidente sculture, faraoni e obelischi, colossi dei templi ma anche centinaia di sarcofagi dipinti con dentro le mummie e il loro arredo funebre.  
La mostra intende quindi descrivere il formarsi di un sistema narrativo che può essere interpretato nel segno del Roland Barthes de “I miti d’oggi”. Come si formano le strutture narrative di questo Oriente inventato dall’Occidente, quali sono i suoi simboli, i suoi luoghi canonici, il suo pubblico.

Alla fine del racconto per immagini, attraverso le foto dell’American Colony, si assiste a una nuova trasformazione. Le grandi macchine da ripresa su lastra degli atelier fotografici, che venivano trasportate faticosamente nel deserto per riprese dei monumenti che duravano anche ore per ogni scatto, diventano obsolete e sono sostituite progressivamente dalle foto standard dell’American Colony, mentre nuove macchine fotografiche di piccolo formato permettono ai turisti di scattarsi una foto davanti a ogni monumento.

Allo scadere del secolo XIX, saranno i Viaggi Cook a segnare la fine, del grandioso racconto che l’Occidente ha imposto all’Oriente, un racconto al quale si uniformeranno non solo i fotografi francesi e inglesi ma anche quelli arabi. Sulla civiltà islamica, ridotta ad uno sfondo, l’Occidente racconta la propria storia.   Alla mostra si accompagna il volume di Arturo Carlo Quintavalle “Viaggi a Oriente”, catalogo delle opere di Claudia Cavatorta e Paolo Barbaro, Milano, Skira.
Collaborazione grafica di Alberto Nodolini e Michelangelo Nodolini.
La mostra è realizzata da Fondazione Monteparma con il patrocinio del Comune di Parma.
Si ringraziano per gli importanti prestiti concessi CSAC – Università degli Studi di Parma e Biblioteca Palatina – Complesso Monumentale della Pilotta di Parma

Dal 15 Ottobre 2023 al 21 Gennaio 2024 – APE Parma Museo

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Fuori raccordo – Francesca Spedalieri

Fuori raccordo di Francesca Spedalieri, a cura di Simona Antonacci, è il nuovo appuntamento di Roma ChilometroZero, il progetto di Leica Camera Italia in collaborazione con Contrasto, nato con l’obiettivo di trovare nuovi talenti e nuovi sguardi per raccontare la capitale attraverso l’uso di una fotocamera Leicada mercoledì 6 dicembre negli spazi di Leica Store.

A Roma le periferie sono realtà che si sono sviluppate nel tempo a macchia d’olio e oggi appaiono come città che non si parlano tra loro, spesso isolate a causa di collegamenti inadeguati al resto del nucleo urbano. Attraversarle significa percorrere ampi spazi di enormi quartieri costituiti per la maggioranza da palazzi residenziali. Povere, ricche, abitate, deserte, sempre diverse, eppure sempre uguali. Francesca Spedalieri ha percorso e indagato queste realtà, a volte per la prima volta, individuando punti di vista inconsueti e cercando dissonanze, particolarità, similitudini e differenze.

Ho esplorato questi luoghi e ho scoperto una Roma diversa, una città galassia fatta di tante contraddizioni, una metropoli fatta di tante città. Roma è le sue periferie. Francesca Spedalieri

dal 6 dicembre 2023 al 9 gennaio 2024 – Leica Store Roma

LUISA MENAZZI MORETTI. TEN YEARS AND EIGHTY-SEVEN DAYS / DIECI ANNI E OTTANTASETTE GIORNI.

Luisa Menazzi Moretti, Ten Years and Eighty-Seven Days, <em>Strength</em>, 2016
© Luisa Menazzi Moretti | Luisa Menazzi Moretti, Ten Years and Eighty-Seven Days, Strength, 2016

Immagini che danno parola alle emozioni. Dopo il successo della mostra alla Biennale di Fotografia di Berlino (EMOP Berlin 2016), il premio dell’International Photography Awards di New York del 2016 e l’esposizione a Santa Maria della Scala a Siena, arriva anche a Brescia, a conclusione del programma “Bergamo-Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023”, il progetto fotografico sulla pena di morte di Luisa Menazzi Moretti intitolato Ten Years and Eighty-Seven Days/Dieci anni e ottantasette giorni.   Una mostra composta da diciassette immagini il cui titolo fa riferimento al tempo medio che un condannato attende nel braccio della morte dalla condanna all’esecuzione. Si tratta di opere che trasformano in immagini le frasi, le dichiarazioni e i testi delle lettere scritte dai detenuti del carcere di Livingston, vicino ad Huntsville, in Texas, in attesa dell’esecuzione. Fotografie singole, dittici o trittici di grande formato con accanto i testi delle lettere conservate nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Le fotografie di Luisa Menazzi Moretti non raccontano le parole, ma danno forma e immagine ai pensieri degli uomini e delle donne che le hanno scritte e pronunciate: una sorta di antologia visiva sui travagli interiori dei condannati a morte.   La mostra sarà aperta al pubblico dal 25 novembre al 24 dicembre al Macof – Centro della fotografia italiana di Brescia ed è inserita all’interno delle iniziative di Bergamo-Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023.    Nessun intento di reportage, né documentaristico. L’opera di Luisa Menazzi Moretti immortala la solitudine, i silenzi, crea uno stato d’animo e innesca una comunicazione non verbale. Non parla di morte, ma narra la vita sospesa dentro quel luogo e in quello Stato americano (dove l’artista ha vissuto per molti anni) in cui, dal 1982 al marzo di quest’anno, sono stati giustiziati 583 detenuti.  La morte non è esibita, né ci sono innocenti o colpevoli. Ci sono solo immagini elaborate: scatti di oggetti, simboli, pensieri di uomini e donne le cui parole cercano libertà, chiedono perdono, riflettono sulla condizione cui sono costretti, maledicono o invocano il cielo, il tempo, le ore e o minuti dell’attesa.   Da quando la mostra è stata presentata a Siena, nel 2016 – sottolinea Luisa Menazzi Moretti – ci sono state oltre 50 esecuzioni.  In questi giorni ho letto le storie e le dichiarazioni degli ultimi condannati. A fine ottobre l’esecuzione di un uomo è stata sospesa due ore prima: sono state considerate valide testimonianze che non erano state prese in considerazione durante il processo e ha influito nella decisione delle autorità la sua buona condotta. Ma è incredibile che da oltre 22 anni quell’uomo abbia vissuto nel braccio della morte, in attesa di una esecuzione che poteva avvenire in qualsiasi momento… A novembre sono previste ad Huntsville altre due esecuzioni, tra le proteste di attivisti e familiari. Lo Stato del Texas continua a ritenere la pena di morte una forma legittima di giustizia degli uomini. Che nel 2023 la pena capitale non sia stata abolita in alcuni Stati della più potente e democratica nazione del mondo, invita a riflettere.   La pena capitale non lascia spazio all’umanità. Si tratta – sottolinea la Sindaca di Brescia Laura Castelletti – di una punizione crudele, impietosa e degradante ormai superata, abolita nella legge o nella pratica da più di due terzi dei Paesi nel mondo, come ci ricorda Amnesty International. Sostituendo la vendetta alla giustizia, appaga più l’istinto che la ragione. Per questo il lavoro di Luisa Menazzi Moretti, italiana cresciuta in Texas, si rivela particolarmente prezioso. Dieci anni e ottantasette giorni, mostra fotografica dedicata ai detenuti nel braccio della morte in Texas, restituisce umanità ai carcerati e dignità alle loro esistenze. Il lavoro dell’artista, empatico e coinvolgente, riesce a parlare al cuore del visitatore senza indulgere nella facile retorica o in un senso di pietà a buon mercato. È un viaggio attraverso la sofferenza che, senza nascondere le colpe e le responsabilità, rimette al centro l’uomo. Ringrazio davvero di cuore l’artista per aver portato nella nostra città questo lavoro. Luisa Menazzi Moretti (Udine, 1964) all’età di tredici anni lascia l’Italia per trasferirsi con parte della sua famiglia in Texas, dove frequenta le scuole e l’università. In quegli anni segue corsi di fotografia prediligendo lo sviluppo e la stampa in bianco e nero. Ritorna a vivere in Europa, si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, lavora a Londra per poi trasferirsi in Italia dove ha vissuto a Bologna, Roma, Venezia e Napoli. In anni recenti ha trasformato la sua passione per la fotografia conferendone progettualità e dedicandosi all’attività espositiva ed editoriale. 
Tra le mostre si segnalano Solo, MATA – Fondazione Modena Arti Visive (2019); Io sono, un progetto sui rifugiati, ospitato al Palazzo delle Arti di Napoli, al Museo Nazionale di Palazzo Lanfranchi a Matera, al Museo Archeologico  di Potenza; Dieci anni e ottantasette giorni, un lavoro sulla vita dei carcerati nel braccio della morte in Texas presentato all’European Month of Photography (EMOP) di Berlino e al Museo Santa Maria della Scala di Siena (2017); Somewhere, Villa Manin, Udine (2016);  Tre Oci Tre Mostre, Fondazione Tre Oci, Venezia (2015); Words, Forum Universale delle Culture, Napoli (2015), Galleria Civica Tina Modotti, Udine, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Pordenone (2014);  Cose di natura, Galleria d’Arte Moderna di Genova (2014), Io SonoMUDEC – Museo delle Culture, Milano (2021).
Suoi libri sono stati pubblicati da Giunti, Contrasto, Gente di Fotografia e Arte’m.  I suoi tre ultimi progetti, Dieci anni e ottantasette giorni, Io sono e Casa mia– un video dedicato ai bambini dei Quartieri Spagnoli di Napoli dove l’artista vive parte dell’anno – sono stati premiati con quattro menzioni d’onore dall’International Photography Awards di New York.  Attualmente Luisa Menazzi Moretti sta lavorando su diversi progetti tra i quali una nuova serie fotografica, Far Fading West.       

Dal 25 Novembre 2023 al 24 Dicembre 2023 – Macof – Centro della fotografia italiana – Brescia

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Green Attitude – Raoul Iacometti

La quarta esposizione della rassegna Le forme della bellezza ospita il progetto Green Attitude del fotografo freelance Raoul Iacometti. Questo lungo lavoro, ideato nel 2008, porta con sé – come la maggior parte della produzione dell’autore – “il desiderio e la voglia di far vivere alla fotografia la contaminazione di altre arti, in questo caso specifico la danza e la musica, ambientando i set in luoghi molto diversi dal consueto palcoscenico, ossia in serre e vivai che sono luoghi ben lontani da quelli in cui comunemente queste arti trovano il loro spazio vitale”. Il percorso espositivo si snoda in due “atti”: il sipario della Fcf Gallery si apre sulle immagini bianconero di Green Attitude, scene cariche di poesia, pathos, eleganza e musicalità. Nel secondo “atto” si passa al colore, ora pieno di contrasti e cromie sature, ora addolcito dal contesto delle location scelte da Iacometti e dalle pose eseguite perfettamente dai danzatori coinvolti, sia singolarmente, sia in coppia. In entrambi i momenti il
lirismo sfiora apici che ci consentono di ascoltare le vibrazioni emesse dalla forza e dalla grazia dei danzatori, e di ammirare l’interazione delle arti – danza, fotografia e natura – fortemente voluta dall’autore. Gli artisti, parte attiva del progetto, hanno reso possibile tutto questo “danzare di emozioni” diventando l’anima di Green Attitude; i musicisti accompagnano la versione video del progetto con le loro sonorità, mentre le aziende agricole che hanno ospitato i set sono tra le realtà
florovivaistiche più importanti in Italia, e hanno aderito sempre con fattiva e intensa partecipazione alle fasi di realizzazione dello stesso

14 Dicembre 2023 – 15 Gennaio 2024 – FCF Gallery c/o Fcf Forniture Cine Foto s.r.l. – Milano

Mostre consigliate per giugno

Ciao a tutti,

ed eccoci giunti anche questo mese alnostro appuntamento fisso con le mostre,  quanto mai ricco in quest’inizio d’estate.

Non  perdetevi le mostre di giugno! Magari potete approfittarne per delle piccole vacanzine o per visitare altre città…

E ricordate di dare un’occhiata alla nostra pagina con tutte le mostre in corso, sempre aggiornata.

Anna

The Many Lives of Erik Kessels

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“The Many Lives of Erik Kessel” è la prima mostra retrospettiva dedicata al lavoro fotografico dell’artista, designer ed editore olandese Erik Kessels.

Aperta la pubblico dal primo giugno al 30 luglio, “The Many Lives of Erik Kessels” attraversa la carriera fotografica dell’autore lungo un articolato percorso che include centinaia di immagini.

Ventisette sono in totale le serie presentate, oltre a numerosi libri e riviste pubblicati dall’ormai celebre casa editrice dello stesso Kessels e da altri editori. In un percorso non-lineare e senza cronologia, si ritrovano lavori monumentali, serie più intime e private, autentiche icone dell’intero universo della ‘fotografia trovata,’ così come produzioni recenti e ancora inedite.

A cura di Francesco Zanot.

Co-prodotta con NRW-Forum, Düsseldorf, l’esposizione è accompagnata da un libro di 576 pagine pubblicato per questa occasione da Aperture, New York, con testi di Hans Aarsman, Simon Baker, Erik Kessels, Sandra S. Phillips e Francesco Zanot.

1 giugno – 30 luglio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia  – Torino

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DEANNA & ED TEMPLETON –  LAST DAY OF MAGIC

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Quasi tutti conosciamo Deanna Templeton per essere la moglie, la musa, la donna dietro lo skater (due volte campione del mondo) nonché straordinario fotografo Ed Templeton. Allo stesso modo, però, potremmo definire  Ed Templeton come il compagno, la musa di Deanna.
La verità è che procedono insieme – a volte letteralmente, mano nella mano – soprattutto quando sia avviano verso la loro passeggiata a Huntington Beach, dove fotografano sistematicamente, immortalando la gente della costa bruciata dal sole.
Non lavorano in coppia, non hanno una produzione comune e hanno due personalità uniche e indipendenti, dinamiche e creative. Ma vi sono dei tratti comuni, dei rimandi evidenti tra i propri lavori.
Ed e Deanna Templeton sono sposati da quasi 25 anni. A Milano allestiranno una mostra insieme, presentando una selezione di vari lavori di entrambi, che mescoleranno a parete, creando un dialogo che sottolinerà le caratteristiche in comune, i temi ricorrenti, in una sorta di flusso di coscienza per immagini. Il soggetto è spesso il mondo degli adolescenti.

MiCamera – Milano dal 26 maggio al 24 giugno

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Hiroshi Sugimoto – Le notti bianche

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 16 maggio al 1 ottobre 2017, presenta Le Notti Bianche, personale dell’artista giapponese Hiroshi Sugimoto, a cura di Filippo Maggia e Irene Calderoni.

La mostra presenta in anteprima internazionale una nuova serie fotografica, dedicata ai teatri storici italiani, che prosegue e sviluppa la ricerca di Hiroshi Sugimoto intorno al tema degli spazi teatrali e cinematografici.

L’intera produzione fotografica di Hiroshi Sugimoto è volta all’esplorazione del rapporto fra tempo e spazio, o meglio, alla percezione che noi abbiamo di questa relazione, l’occhio umano come la macchina fotografica che ce ne restituisce una versione, un’immagine ben definita, nel caso di Sugimoto, plastica. L’indagine prende avvio da una semplice domanda -quasi una curiosità- che l’artista giapponese si pone verso la fine degli anni settanta: provare a racchiudere in un solo scatto l’intero flusso di immagini contenute in una pellicola cinematografica durante la sua regolare proiezione al cinema. Il risultato è uno schermo abbagliante che illumina la sala, depositario di storie che per due lunghe ore hanno permesso al pubblico di sognare. Fotografando prima le sale cinematografiche degli anni venti e trenta e successivamente quelle più eleganti degli anni cinquanta per arrivare ai drive-in, Sugimoto contestualizza la sua ricerca ripercorrendo lo sviluppo della settima arte: dalla sua rivelazione come nuova espressione artistica e culturale a fenomeno di massa, capace quindi, oltre che ad affascinare al contempo alienando dalla vita quotidiana, di comunicare, celebrando come criticando.

Esattamente come avviene nei suoi Seascapes, ove i mari rappresentano un passato che va rigenerandosi e ripetendosi, ogni volta più ricco di vissuto, di Storia, anche qui Sugimoto delega allo spettatore -delle sue opere, non dei film- la responsabilità di declinare al tempo presente la memoria contenuta in quel magico spazio bianco.

La serie inedita di 20 opere presentata a Torino è stata interamente realizzata in Italia nel corso degli ultimi tre anni dopo una pausa di 12 anni nella produzione dei Theaters e, per la prima volta, presenta oltre allo schermo illuminato anche la platea e la galleria del teatro ove è stata organizzata la ripresa fotografica. Fra i teatri fotografati troviamo il Teatro dei Rinnovati, Siena; il Teatro dei Rozzi, Siena; il Teatro Scientifico del Bibiena, Mantova; il Teatro Comunale di Ferrara; il Teatro Olimpico, Vicenza; Villa Mazzacorrati, Bologna; il Teatro Goldoni, Bagnacavallo; il Teatro Comunale Masini, Faenza; il Teatro all’Antica, Sabbioneta; il Teatro Sociale, Bergamo; il Teatro Farnese, Parma; il Teatro Carignano, Torino

Mostra realizzata con il contributo della Regione Piemonte

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino,  dal 16 maggio al 1 ottobre 2017

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Sguardi sul mondo attuale – #2 Americas

Sguardi sul mondo attuale richiama nel titolo un’antologia di saggi scritti da Paul Valéry – ancora ricchi di significati per il nostro presente – e vuole esprimere un’idea dell’arte che sia presidio di civiltà e democrazia, configurandosi come un

viaggio ricco d’interesse e necessario attraverso i continenti: perché «il viaggio», sottolinea Manca, «è una delle forme più immediate per la comprensione del contemporaneo e per vivere esperienze ricche di contenuti qualificanti. Alcuni riportano souvenir, immagini, emozioni… Io ho sempre pensato che la mia collezione dovesse essere il mio cordone ombelicale con quei luoghi, quelle culture, quelle genti…».

Il programma espositivo, a cura di Simona Campus in collaborazione con lo stesso Manca, ha preso avvio nel 2016 con la mostra EASTERN EYES, presentando quindici artisti orientali, a partire dai paesi dell’Ex Unione Sovietica fino in Cina, Indonesia, Giappone, una panoramica sui cambiamenti politici, sociali, culturali degli ultimi decenni. Nel 2017, volgendo a Occidente, questo affascinante itinerario attraverso le geografie culturali della contemporaneità prosegue con AMERICAS, che abbraccia un continente intero, dal Canada al Messico e a Cuba, passando per gli Stati Uniti.

Agli esordi di una problematica “era Trump”, Americas è un’esposizione importante, impegnata, partecipe del nostro presente: riafferma il valore dell’incontro, del dialogo e delle contaminazioni, mentre la politica impone nuovi muri e separazioni; laddove i decreti dividono, l’arte unisce, grazie al lavoro di quanti per le proprie storie biografiche, e per il coraggio di perseguire idee scomode e controcorrente, costituiscono un ponte tra differenti culture.

In Americas, gli artisti sono di assoluto rilievo, e tra loro alcune vere e proprie icone della contemporaneità, quali David LaChapelle, Andres Serrano, Cindy Sherman, Nan Goldin: alla Goldin è riservato uno spazio privilegiato, con una raccolta di immagini appartenenti ad alcune tra le sue serie più celebri, a partire da The Ballad of Sexual Dependency, costruita come un diario intimo d’amore e perdizione contro il perbenismo della middle-class americana.

Le opere in mostra – molte sono state esposte in precedenza nei più autorevoli musei e gallerie del mondo – propongono alla nostra attenzione i temi legati alla profonda ricchezza delle differenze, alle specificità di genere e all’identità sessuale, alla convivenza interculturale, come nel caso del trittico fotografico December 17 (1999) di Maria Magdalena Campos-Pons, artista cubana con antenati nigeriani – tratti in schiavitù nel continente americano alla fine del Settecento – cinesi e ispanici: la multiculturalità appartiene alla sua esperienza di vita e alla sua ricerca artistica, dove si mescolano tradizioni e generazioni. Tra i maggiori esponenti dell’arte contemporanea cubana è anche Carlos Garaicoa, che concentra la sua ricerca sulla realtà urbana e, in particolare, sulla sua città natale, L’Avana: nella serie El dibujo, la escritura, la abstracciòn immortala fotograficamente i graffiti sui muri, testimoni silenziosi di una storia controversa che mettono in comunicazione esistenze private e vita pubblica, interiorità e società.

I fragili equilibri che governano il rapporto tra privato e pubblico, le relazioni tra interiorità ed esteriorità rappresentano un’altra riflessione fondamentale della mostra: le raffinate ambientazioni allestite da Gregory Crewdson per le immagini di Dream House (2002) narrano dei ruoli che la società impone, di alienazioni e solitudini; i lavori di Catherine Opie e Susan Paulsen, ricerche sul corpo e sugli

spazi, restituiscono la tensione tra l’io e ciò che lo circonda, mentre Sandy Skoglund proietta sul paesaggio un senso surreale d’inquietudine. Ne deriva un affresco composito dei luoghi e dei non-luoghi fisici e metaforici del mondo attuale.

Le immagini fotografiche sovente derivano da azioni performative o da progetti complessi, realizzati in seguito ad una lunga progettazione ed elaborazione, rendendo evidente i legami con gli altri linguaggi artistici, con la pittura e

soprattutto con il cinema, che si conferma espressione privilegiata dell’immaginario americano: cinematografici sono senz’altro gli scatti di Sebastian Piras, fotografo e filmaker sardo, stabilitosi a New York negli anni Ottanta.

Più in generale, trovano riscontro in mostra la pluralità di forme espressive, le mescolanze e le ibridazioni caratteristiche del fare artistico contemporaneo, ma anche le connessioni che l’arte intraprende con gli altri ambiti d’indagine del sapere umano: da una prospettiva multimediale e interdisciplinare, integrando arte, filosofia e scienza lavora Ale de la Puente, artista messicana della quale viene esposta la poetica installazione fotografica Tormenta seca (2008).

In tale pluralità di sensibilità, sollecitazioni, punti di vista emerge l’immagine più veritiera delle Americhe, le cui latitudini fisiche, umane e culturali sono sterminate, contraddittorie, impossibili da sintetizzare in un unico sguardo. Di tale pluralità la mostra dà conto, con gli artisti citati e con i molti altri che contribuiscono a definirne il grande interesse, tra i quali due maestri storicizzati del calibro di Sol LeWitt, rappresentato da una delle sue peculiari composizioni grafiche, e Bill Owens, del quale non poteva mancare la serie di fotografie intitolata Altamont (1969) dedicata al concerto organizzato dai Rolling Stones che appena quattro mesi dopo Woodstock, funestato dall’assassinio del giovane afroamericano Meredith Hunter, segnò irrimediabilmente la fine delle illusioni nel movimento giovanile. Una piccola perla, infine, è Abramović Sixty (2006) di Marina Abramović, artista serba naturalizzata statunitense, gran madre della performance, il cui lavoro rappresenta una testimonianza straordinariamente significativa degli sguardi inediti, anticonformisti, tesi al cambiamento che l’arte, e forse soltanto l’arte, sa rivolgere al mondo attuale.

Artisti in mostra

Marina Abramović, Maria Magdalena Campos-Pons, Ofri Cnaani, Gregory Crewdson, Ale de la Puente, Janieta Eyre, Carlos Garaicoa, Nan Goldin, Robert Gutierrez, David LaChapelle, Sol LeWitt, Jason Middlebrook, Catherine Opie, Bill Owens, Susan Paulsen, Sebastian Piras, Jimmy Raskin, Andres Serrano, Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Pat Steir.

Cagliari – EXMA Exhibiting and Moving Arts –  26 maggio – 25 giugno 2017

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Le mostre di Fotoleggendo 2017

Torna anche quest’anno a giugno Fotoleggendo, festival internazionale di fotografia giunto alla sua XIII edizione, che si tiene a Roma dal 6 giugno al 15 luglio, con l’organizzazione di  Officine Fotografiche.

Quest’anno la sede sarà presso l’ex Pelanda del Macro Testaccio, uno dei gioielli dell’archeologia industriale romana.

Tra le mostre, segnaliamo im particolare Watermark di Michael Ackermann, The Polarities di Larry Fink, Lobismuller di Laia Abril,  Sogno #5 di Lorenzo Castore e The 7th Generation’s Prophecy di Michela Benaglia e Emanuela Colombo, ma date un’occhiata al programma completo, che si preannuncia ricchissimo.

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Eugene Richards: The Run-On of Time

This retrospective exhibition features the work of Eugene Richards (American, b. 1944), one of the world’s most respected photographers. In the tradition of W. Eugene Smith and Robert Frank, Richards is devoted to socially committed photography that focuses on the diverse, often complex lives of Americans, as well as the ongoing struggles of the world’s poor.

Richards’s photographs speak to the most profound aspects of human experience: birth, family, mortality, economic inequality and the human cost of war are recurring themes. His style is unflinching yet poetic, his photographs deeply rooted in the texture of lived experience. In his wide range of photographs, writings, and videos he works to increasingly involve his audience in the lives of people in ways that are challenging, lyrical, melancholy, and often beautiful. Ultimately, Richards’s photographs illuminate aspects of humanity that might otherwise be overlooked.

June 10–October 22, 2017, Eastman Museum Main Galleries – Rochester

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Irving Penn: Centennial

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The Metropolitan Museum of Art will present a major retrospective of the photographs of Irving Penn to mark the centennial of the artist’s birth. Over the course of his nearly 70-year career, Irving Penn (1917–2009) mastered a pared-down aesthetic of studio photography that is distinguished for its meticulous attention to composition, nuance, detail, and printmaking. Irving Penn: Centennial, opening April 24, 2017, will be the most comprehensive exhibition of the great American photographer’s work to date and will include both masterpieces and hitherto unknown prints from all his major series.

Long celebrated for more than six decades of influential work at Vogue magazine, Penn was first and foremost a fashion photographer. His early photographs of couture are masterpieces that established a new standard for photographic renderings of style at mid-century, and he continued to record the cycles of fashions year after year in exquisite images characterized by striking shapes and formal brilliance. His rigorous modern compositions, minimal backgrounds, and diffused lighting were innovative and immensely influential. Yet Penn’s photographs of fashion are merely the most salient of his specialties. He was a peerless portraitist, whose perceptions extended beyond the human face and figure to take in more complete codes of demeanor, adornment, and artifact. He was also blessed with an acute graphic intelligence and a sculptor’s sensitivity to volumes in light, talents that served his superb nude studies and life-long explorations of still life.

Penn dealt with so many subjects throughout his long career that he is conventionally seen either with a single lens—as the portraitist, fashion photographer, or still life virtuoso—or as the master of all trades, the jeweler of journalists who could fine-tool anything. The exhibition at The Met will chart a different course, mapping the overall geography of the work and the relative importance of the subjects and campaigns the artist explored most creatively. Its organization largely follows the pattern of his development so that the structure of the work, its internal coherence, and the tenor of the times of the artist’s experience all become evident.

The exhibition will most thoroughly explore the following series: street signs, including examples of early work in New York, the American South, and Mexico; fashion and style, with many classic photographs of Lisa Fonssagrives-Penn, the former dancer who became the first supermodel as well as the artist’s wife; portraits of indigenous people in Cuzco, Peru; the Small Trades portraits of urban laborers; portraits of beloved cultural figures from Truman Capote, Joe Louis, Picasso, and Colette to Alvin Ailey, Ingmar Bergman, and Joan Didion; the infamous cigarette still lifes; portraits of the fabulously dressed citizens of Dahomey (Benin), New Guinea, and Morocco; the late “Morandi” still lifes; voluptuous nudes; and glorious color studies of flowers. These subjects chart the artist’s path through the demands of the cultural journal, the changes in fashion itself and in editorial approach, the fortunes of the picture press in the age of television, the requirements of an artistic inner voice in a commercial world, the moral condition of the American conscience during the Vietnam War era, the growth of photography as a fine art in the 1970s and 1980s, and personal intimations of mortality. All these strands of meaning are embedded in the images—a web of deep and complex ideas belied by the seeming forthrightness of what is represented.

Penn generally worked in a studio or in a traveling tent that served the same purpose, and favored a simple background of white or light gray tones. His preferred backdrop was made from an old theater curtain found in Paris that had been softly painted with diffused gray clouds. This backdrop followed Penn from studio to studio; a companion of over 60 years, it will be displayed in one of the Museum’s galleries among celebrated portraits it helped create. Other highlights of the exhibition include newly unearthed footage of the photographer at work in his tent in Morocco; issues of Vogue magazine illustrating the original use of the photographs and, in some cases, to demonstrate the difference between those brilliantly colored, journalistic presentations and Penn’s later reconsidered reuse of the imagery; and several of Penn’s drawings shown near similar still life photographs.

The Met Fifth Avenue, Gallery 199 – NY – April 24–July 30, 2017

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Hollywood Icons. Fotografie della Fondazione John Kobal

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Hollywood Icons è un’estesa indagine sulle grandi stelle cinematografiche dell’epoca classica hollywoodiana e che rende evidente il lavoro di quei fotografi che crearono le immagini scintillanti degli stessi divi.

La mostra presenta 161 ritratti: dai più grandi nomi nella storia cinematografica, iniziando con le leggende del muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford, continuando con gli eccezionali interpreti dei primi film sonori come Marlene Dietrich, Joan Crawford, Clark Gable e Cary Grant infine per concludere con i giganti del dopoguerra come Marlon Brando, Paul Newman, Marilyn Monroe, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Organizzata per decadi, dagli anni Venti fino ai Sessanta, che presentano i divi principali di ciascun periodo, Icone di Hollywood include anche gallerie dedicate ai fotografi degli studi di Hollywood, mostra il processo di fabbricazione di una stella cinematografica e introduce vita e carriera del collezionista e storico del cinema John Kobal, il quale ha estratto da archivi polverosi tutto ciò mettendolo a disposizione dell’arena pubblica e del plauso della critica.

La storia del film solitamente è scritta dal punto di vista di attori o registi, prestando poca attenzione a quell’impresa enorme che rende possibile fare i film. Icone di Hollywood, presenta quel ritratto in gran parte inatteso e quei fotografi di scena che lavorarono silenziosamente dietro le quinte, ma le cui fotografie ricche di stile furono essenziali alla creazione di divi, dive e alla promozione dei film. Milioni e milioni d’immagini, distribuite dagli studi di Hollywood durante l’età d’oro, erano tutte quante il lavoro di artisti della macchina fotografica che lavoravano in velocità, con efficienza e il più delle volte in maniera splendida al fine di promuovere lo stile hollywoodiano in tutto il mondo.

I ritratti di Joan Crawford fatti da George Hurrell hanno contribuito a plasmare la sua emozionante presenza sullo schermo. L’indelebile immagine della Garbo è stata creata nello studio per ritratti di Ruth Harriet Louise. In questa mostra sarà presentato il lavoro di più cinquanta fotografi inconfondibili, tra cui: Clarence Sinclair Bull, Eugene Robert Richee, Robert Coburn, William Walling Jr, John Engstead, Elmer Fryer, Laszlo Willinger, A.L. “Whitey” Schafer e Ted Allan.

Nessuno, meglio di John Kobal, ha compreso l’importanza di questa ricchezza fondamentale del materiale hollywoodiano. Iniziando come un appassionato di film, divenne un giornalista, più tardi uno scrittore e infine, prima della sua morte precoce nel 1991 all’età di 51 anni, fu riconosciuto come uno tra gli storici preminenti del cinema. Essenzialmente la sua reputazione si basa sul lavoro pionieristico di riesumare le carriere di alcuni tra questi maestri della fotografia d’epoca classica hollywoodiana.

Iniziando dai tardi anni sessanta, Kobal cercò di ricongiungere questi artisti dimenticati con i loro negativi originali e li incoraggiò a produrre nuove stampe per mostre che allestì in tutto il mondo, in luoghi come il Victoria & Albert Museum e la National Portrait Gallery a Londra, il MoMA a New York, la National Portrait Gallery a Washington DC, il Los Angeles County Museum of Art a Los Angeles. Una selezione di queste stampe, assieme a quelle d’epoca originali risalenti al periodo degli studi, crea il cuore della mostra.

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Gianluca Micheletti – Lifepod – Capsula di salvataggio

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Il progetto di Micheletti si presenta come “un’arca di Noè senza Noè”. La sua riflessione prende il via da un doppio binario. Da un lato lo Svalbard Global Seed Vault, il deposito globale di sementi delle Isole Svalbard in Norvegia, una raccolta dell’universale patrimonio genetico di sementi; dall’altro il 99 per cento di DNA che i primati hanno in comune con l’uomo. Il fotografo ha ripreso le scimmie in alcuni zoo d’Europa inserendole poi in capsule di sicurezza che rimandano a un futuro in cui la vita primordiale possa essere ricreata.

Micheletti’s project presents itself as “a Noah’s Ark without Noah.” His reflections arise along dual tracks: on one side the Svalbard Global Seed Vault in Norway, a collection of universal genetic plant heritage; on the other, the 99 percent of DNA that primates have in common with man. The photographer captures monkeys within several zoos in Europe, and then inserts them into safety capsules to symbolize a future in which primordial life can be recreated.

30 maggio/20 giugno – Biblioteca Zara – Milano

Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978

A new exhibition of work by Joel Meyerowitz will open at Beetles+Huxley on 23 May, including rarely seen black and white photographs from Meyerowitz’s early career. The exhibition will highlight the photographer’s seminal street photography – tracing his gradual move from using both black and white and colour film to a focus on pure colour, over the course of two decades.

The subject of over 350 exhibitions in museums and galleries worldwide and two-time Guggenheim Fellow, Meyerowitz is one of the most highly-regarded photographers of the second half of the twentieth century. Alongside his contemporaries, William Eggleston and Stephen Shore, Meyerowitz drove the positioning of colour photography from the margins to the mainstream.

The exhibition will feature bodies of work made by Meyerowitz between 1963 and 1978, from his very early days shooting in black and white on the streets of New York alongside Garry Winogrand and Tony Ray-Jones, to the year he published his first book, “Cape Light”. This period was vital for Meyerowitz as he began to question the medium of photography itself, engaging in an aesthetic exploration or both form and composition. He moved away from what he describes as the “caught moment” toward a more non-hierarchical image in which everything in the image, including the colour, plays an equal, vital role. These intricately structured images, which Meyerowitz calls “field photographs”, marked a seismic shift in the history of photography.

The exhibition will include works made in Florida and New Mexico as well as iconic street scenes captured in New York. The exhibition will also include a selection of photographs taken during Meyerowitz’s travels across Europe in 1966, including images of France, Spain and Greece.

Born in 1938 in New York City, Meyerowitz studied painting and medical drawing at Ohio State University before working as an art director at an advertising agency. Having seen Robert Frank at work, Meyerowitz was inspired and left advertising in 1962 to pursue photography. By 1968, a solo exhibition of his photographs was mounted at the Museum of Modern Art, New York. Meyerowitz has been the recipient of the National Endowment of the Arts and the National Endowment for the Humanities awards, and has published over sixteen books.

“Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978” will be presented in association with Leica, one of the world’s most famous camera makers. As a famous Leica user, Meyerowitz joined the Leica Hall of Fame in January 2017.

23rd May – 24th June – Beetles + Huxley – London

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Manu Brabo – Libia. Illusione di libertà

Il 16 maggio 2017 Mudima Lab inaugura la seconda mostra nell’ambito del progetto GUERRE, dal titolo Libia. Illusione di libertà, attraverso gli scatti del fotoreporter Manu Brabo.

L’autore, attraverso i suoi reportage in Libia dal 2011 a oggi, ci restituisce un Paese che va al di là dei conflitti presenti, una terra sconvolta dalla guerra civile, un Paese che dopo la morte di Gheddafi, avvenuta il 20 ottobre del 2011, ha perso ogni direzione.

Scorrendo le foto dell’autore dalla battaglia di Sirte del 2011 alla guerra all’Isis degli ultimi anni, nello specifico nella parte di lavoro che Manu Brabo chiama Dougma – War against IS in Sirte (autunno 2016), si evince facilmente come il conflitto in Libia non si sia mai concluso né risolto e né tantomeno vedrà una soluzione a breve; troppi gli interessi dall’esterno che spingono da una parte e dall’altra nel tentativo di ristabilire rapporti economici che, nella maggior parte dei casi, favoriscono esclusivamente pochi Paesi, per lo più occidentali.
Manu Brabo si spinge sempre in prima linea nei conflitti che documenta, e alcuni degli scatti in mostra presso Mudima Lab testimoniano proprio i combattimenti fra le forze lealiste di Gheddafi e i ribelli, la distruzione, la desolazione lasciata da anni di vuoto di potere dopo la morte del colonnello e il conseguente arrivo dello Stato Islamico in alcune zone della Libia.

Nell’aprile del 2011 l’autore viene catturato dalle forze lealiste dell’esercito di Gheddafi e tenuto prigioniero per quarantacinque giorni, la metà di questi in solitudine. Verrà poi rilasciato e tornerà in Spagna. A distanza di due mesi dalla sua liberazione, nell’agosto del 2011, Manu Brabo ripartirà per la Libia andando in cerca proprio dei luoghi dove era stato detenuto, e visitando anche le altre prigioni libiche, nella volontà da un lato, di superare un trauma personale che lo ha colpito profondamente e che ha cambiato il suo approccio nei confronti della sua professione, dall’altro nella convinzione di voler testimoniare come effettivamente il “trattamento” dei prigionieri da parte di una o dell’altra fazione non sia poi così diverso. Tornato in Libia, i suoi carcerieri, come in un terribile gioco delle parti, erano diventati i prigionieri, e l’autore racconta le torture subite anche da questi uomini. La guerra, come sempre accade, trascina l’uomo verso il basso e gli “consente” di far emergere il suo lato oscuro.

“Questo progetto è un tentativo personale di creare una narrazione della condizione di tutti quelli che, ironicamente, hanno perso la loro libertà a causa di una guerra scoppiata proprio per ‘portare questa libertà’.
La storia è principalmente motivata da due esperienze strettamente correlate fra loro. Una riguarda la mia cattura da parte delle truppe lealiste di Gheddafi e la mia conseguente prigionia. L’altra è la conferma, non troppo tempo dopo essere stato rilasciato, del brutale trattamento che i ribelli stavano usando con i prigionieri lealisti al regime di Gheddafi.
Di conseguenza, oltre a cercare di descrivere la situazione dei prigionieri, il tentativo con questo lavoro è quello di raccontare la rabbia, la furia, gli abusi e le torture… ma, soprattutto, l’auto-annientamento dovuto dalla mutilazione del più grande dei nostri desideri come esseri umani, la libertà.
Quindi, offrendo la mia personale esperienza, posso raccontare la situazione dei prigionieri e renderla più vicina, più comprensibile… così come le immagini dei prigionieri possono fare luce sulla mia esperienza.”

Manu Brabo – War Prisoner (Libya)

Gli scatti di War Prisoner, presentati in mostra, documentano la condizione dei prigionieri nelle carceri libiche, raccontando la vita di chi si trova rinchiuso in cella. Manu Brabo decide di intervenire con la scrittura sulle foto stampate, riportando le testimonianze delle persone con le quali è riuscito a entrare in contatto, unite a pensieri e considerazioni personali, esprimendo così anche a parole il dolore e la sofferenza causata da guerre infinite, spesso nella vana ricerca di una finta libertà.

Mudima Lab Milano – dal 17 maggio al 1 luglio

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Diane Arbus: In the Park

Arbus

“… I remember one summer I worked a lot in Washington Square Park. It must have been about 1966. The park was divided. It has these walks, sort of like a sunburst, and there were these territories staked out. There were young hippie junkies down one row. There were lesbians down another, really tough amazingly hard-core lesbians. And in the middle were winos. They were like the first echelon and the girls who came from the Bronx to become hippies would have to sleep with the winos to get to sit on the other part with the junkie hippies. It was really remarkable. And I found it very scary… There were days I just couldn’t work there and then there were days I could…. I got to know a few of them. I hung around a lot… I was very keen to get close to them, so I had to ask to photograph them.” – DA

May 2 – June 24, 2017 Lévy Gorvy – New York

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La notte immensa – Alisa Resnik

Giovedì 8 giugno, all’interno della Milano Photo Week, Officine Fotografiche Milano inaugura ‘La notte immensa’ mostra fotografica di Alisa Resnik a cura di Laura Serani.

ICI LA NUIT EST IMMENSE proclama, a grandi lettere rosse, una delle 42 heures du loup dipinte da Sardis. Intrigante affermazione, che suona come una promessa o una minaccia e che mi richiama le immagini di Alisa Resnik, vacillanti tra sogno e incubo. Immagini che appartengono ad un enigmatico racconto di un’unica interminabile notte, una notte che non conosce la luce dell’alba, si dilata su città deserte, da Berlino a San Pietroburgo, scivola dentro le case, nei bar dove la solitudine cerca riparo e occupa tutto lo spazio. Alisa Resnik fotografa la vita e il suo riflesso, la fragilità, la grazia, la malinconia, la solitudine. Di un universo che respira inquietudini e angosce, restituisce un’immagine da cui trapela soprattutto la sua empatia profonda per le persone e i luoghi.

I personaggi che s’incontrano nel suo viaggio notturno, appaiono ora persi, ora «abitati»; visitatori inattesi, maestri di strane cerimonie, domatori di chissà quali demoni, sembrano nascondere misteri e giocare ruoli a noi ignoti. Nelle immagini di Alisa Resnik lo spettacolo si improvvisa, senza copione, la realtà appare trasformata da una sorta di occhio magico. Come dei fondali di teatro , i corridoi deserti, le fabbriche in disuso, le case all’apparenza disabitata dove luci fioche forse dimenticate interrompono il buio, gli alberi tristemente scintillanti sotto la neve o sotto le ghirlande, ritmano la galleria dei ritratti e la marcia dei sonnambuli.

Le sue immagini, come visioni, non raccontano, trasmettono sensazioni. E ispirano un forte sentimento di nostalgia che avvolge non solo le immagini più direttamente legate al mondo dell’infanzia pervase da un’atmosfera fiabesca o dalla magia di un vecchio circo. Una nostalgia mista a melanconia, come una nebbia leggera, trasforma ovunque in realtà poetiche le persone, i paesaggi, le cose e persino gli animali più provati. Nel mondo di Alisa Resnik, costruito nel corso del tempo, risuona l’eco dei suoi viaggi, degli incontri e della sua vita tra l’Est e l’Ovest, tra il prima e il dopo la caduta del muro di Berlino, che ha vissuto da adolescente.

La scoperta della pittura classica in Italia, l’esperienza dei primi workshop e della Reflexions masterclass, saranno le basi dell’elaborazione spontanea di un linguaggio originale e giusto, espressione d’ incertezze e tormenti profondi. Lo spettro cromatico d’Alisa Resnik è fatto dei colori dell’oscurità, di rossi e verdi profondi che assorbono le rare luci e ricordano i toni tragici della pittura caravakggesca. La sua scrittura fotografica magnetica, traduce un approccio spesso fusionale e un effetto specchio con le persone ritratte. L’insieme assomiglia ad un ritratto di famiglia, di un clan un po’ maledetto forse…, ma dove i legami esistono e resistono contro il buio, la solitudine, il freddo e le paure di andare più lontano.

dall’8 giugno al 26 giugno 2017 – Officine Fotografiche MIlano

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Trump – di Christopher Morris

L’esposizione presenta una selezione di foto scattate da Christopher Morris ai sostenitori di Trump in occasione delle ultime elezioni presidenziali americane. Si tratta di immagini perfettamente composte e dal carattere fortemente cinematografico, in grado di spingersi oltre alla pura descrizione della realtà e di offrire all’osservatore una sorta di commentario politico e sociale. Fotografie dense di simbolismi e significati, che, aprendosi a diversi livelli d’ interpretazione, mettono in luce la teatralità della retorica politica e le contraddizioni e i fanatismi degli elettori.
Morris è un profondo conoscitore della società americana avendo dedicato anni allo studio della rappresentazione del proprio Paese e della sua classe politica, grazie soprattutto all’impegno come fotografo per Time magazine alla Casa Bianca, dal 2000 al 2009.
In mostra sarà presente anche una sequenza particolarmente incisiva di ritratti in bianco e nero di Donald Trump, in cui la mimica facciale del presidente assume un aspetto caricaturale e a tratti inquietante, e una selezione di video in slow motion ai principali candidati presidenziali.
Servendosi di una camera mai utilizzata prima per la documentazione di eventi politici, la Phantom Miro, in grado di riprendere ad una velocità di 720 frames al secondo, Morris ha ideato una nuova forma di narrazione fotogiornalistica. Quando il filmato viene riprodotto ad una velocità di 24 frames al secondo, la realtà appare infatti rallentata in modo spettrale, come se fosse un’animazione sospesa.
Morris elogia la lentezza, creando un’esperienza visiva in cui ogni piccolo dettaglio acquista importanza.
I suoi video potrebbero essere visti in loop per ore e si troverebbe sempre qualche nuovo motivo di riflessione. L’atmosfera è epica, solenne, quasi religiosa; è come se ci trovassimo di fronte a un’epifania dei gesti politici: la camera rivela l’essenza delle pose e dei movimenti misurati del corpo di cui i candidati si servono per persuadere il proprio pubblico. Il suono estraniante e lo slow motion costringono lo spettatore ad una fruizione diversa, hanno un effetto ipnotico, paragonabile a quello delle opere di Bill Viola.
Come ha sottolineato Alessia Glaviano: «Se il video fosse a velocità reale sarebbe semplicemente una cronaca e la situazione sarebbe leggibile per quello che è; rallentandolo, i singoli movimenti si decontestualizzano, si sganciano dalla narrazione di fondo (la campagna ecc.) e si mostrano per quello che sono, nella loro idiozia. Ogni gesto assume una qualità teatrale, e come nel teatro qualsiasi movimento diventa ipersignificante. Il suono, così come il ritmo rallentato, danno ai video una dimensione epica. Sono ipnotici, non puoi smettere di guardarli, senza alcuna aspettativa sulla “trama”: non ti aspetti un inizio, uno svolgimento e una fine ma vieni totalmente assorbito dal tempo dilatato della rappresentazione, vedi i gesti ma non senti i discorsi; in questo modo i gesti assumono più potere ma meno significato, non si sa a cosa farli corrispondere, il dito puntato di Trump diventa Trump stesso, così come la mani aperte di Hillary».

4 Maggio – 11 Giugno 2017 – Linke.lab, Milano

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Sea(e)scapes. Visioni di mare

Contrasto

Una mostra collettiva dei più importanti artisti rappresentati dalla galleria, sul tema del mare: opere fotografiche di Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Lorenzo Cicconi Massi, Mario Giacomelli, Irene Kung, Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna, Massimo Siragusa.

Le 35 opere in mostra compongono un percorso variegato che si sofferma sulle diverse interpretazioni del tema da parte degli artisti scelti.

Accanto agli scatti di Bill Armstrong, teorie di colore dove il mare è una suggestione da ricercare, la mostra propone i forti contrasti del bianco e nero di Mario Giacomelli e del suo conterraneo Lorenzo Cicconi Massi; le visioni oniriche del mare di Capri di Irene Kung, nelle quali il paesaggio reale è idealizzato in una forma sospesa, senza tempo; la durezza del mare, con una selezione del famoso reportage sulla mattanza del tonno in Sicilia di Sebastião Salgado; così come la leggerezza ironica delle visioni di Gianni Berengo Gardin e le spiagge “metafisiche” di Piergiorgio Branzi. Completano la mostra un insolito Ferdinando Scianna a colori e le vedute, quasi acquarelli, di Massimo Siragusa.

Dal 22 maggio all’8 settembre 2017 – Contrasto Galleria Milano

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 Steve McCurry. Mountain Men

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Un inedito progetto espositivo firmato da uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea internazionale. Steve McCurry. Mountain Men è il titolo della coproduzione Forte di Bard, Steve McCurry Studio, Sudest57 che affronta i temi della vita nelle zone montane e della complessa interazione tra uomo e terre di montagna.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 28 maggio al 26 novembre 2017. Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano che influenza ogni aspetto dello stile di vita delle persone: dalle attività produttive al tempo libero, dalle tipologie di insediamento, di coltivazione e di allevamento ai sistemi e mezzi di trasporto.
Il percorso presenta 77 immagini raccolte da McCurry nel corso dei suoi innumerevoli viaggi: dall’Afghanistan all’India, dal Brasile all’Etiopia, dalle Filippine al Marocco. La mostra propone in anteprima assoluta anche il risultato di una campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting tra il 2015 e il 2016 in Valle d’Aosta. Dieci scatti destinati a entrare nell’archivio del più richiesto fotografo al mondo; un racconto visivo ed emotivo ricco di suggestione.

Forte di Bard (AO) – dal 28 maggio al 26 novembre 2017

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La forza delle immagini

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessantasette autori dagli anni venti a oggi mostrano con oltre cento opere – alcune costituite da decine di scatti – il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati.

L’esposizione è un tripudio di immagini, un’epopea illustrata, una danza di visioni del mondo del lavoro, una pletora di impressioni dell’industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di numerosi fotografi ci guida nel regno della produzione e del consumo, rivelando la sorprendente ricchezza dell’universo iconografico del lavoro, della fabbrica e della società. L’esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura economica, sociale e politica, ma più che i fatti puri e semplici le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all’osservatore realtà complesse, che determinano un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

I territori visivi cui questa mostra dà vita sono attraversati dall’idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano – come l’uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepi Merisio o l’accostamento di un piccolo campanile alle torri gemelle del World Trade Center nell’immagine di André Kertész, immagini simbolo dell’intero progetto espositivo.

Fotografie di: BERENICE ABBOTT – MAX ALPERT – TAKASHI ARAI – RICHARD AVEDON – LEWIS BALTZ – GABRIELE BASILICO – BERND E HILLA BECHER – MARGARET BOURKE-WHITE – BILL BRANDT- JOACHIM BROHM – GORDON COSTER – STÉPHANE COUTURIER – THOMAS DEMAND – SIMONE DEMANDT – CÉSAR DOMELA – PIETRO DONZELLI – ARNO FISCHER – FLOTO + WARNER – MASAHISA FUKASE – GEISSLER / SANN – LUIGI  GHIRRI – JIM GOLDBERG – BRIAN GRIFFIN – FERENC HAÁR – HEINRICH HEIDERSBERGER – LEWIS W. HINE – RUDOLF HOLTAPPEL – I.N.P. – INTERNATIONAL – NEWS PHOTOS – COLIN JONES – PETER KEETMAN – ANDRÉ KERTÉSZ – TAKASHI KIJIMA  – HIROKO KOMATSU – GERMAINE KRULL – DOROTHEA LANGE –  FRANZ LAZI – CATHERINE LEUTENEGGER – O. WINSTON LINK – RÉMY MARKOWITSCH – EDGAR MARTINS – REINHARD MATZ – PEPI  MERISIO – NINO MIGLIORI – RICHARD MISRACH – JAMES MUDD – NASA PHOTOGRAPHS – WALTER NIEDERMAYR – KIYOSHI NIIYAMA – FEDERICO PATELLANI – MARION POST WOLLCOTT – TATA RONKHOLZ – SEBASTIÃO SALGADO – VICTOR SHAKHOVSKy – CHARLES SHEELER – GRAHAM SMITH – W. EUGENE SMITH – JULES SPINATSCH – HENRIK SPOHLER – ANTON STANKOWSKI – EDWARD STEICHEN – OTTO STEINERT – THOMAS STRUTH – JÁNOS SZÁSZ – YUTAKA TAKANASHI – SHOMEI TOMATSU – JAKOB TUGGENER

MAST Bologna dal 3 amggio al 21 settembre.

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Tina Mazzini Zuccoli – ReVisioni di un archivio

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Fondazione Fotografia Modena partecipa all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro” con una mostra che ha origine dall’archivio privato di Tina Mazzini Zuccoli (Imola 1928 – Modena 2006), una maestra elementare degli anni Sessanta dalla personalità fuori dal comune.

Accompagnata dal marito Enzo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, la Zuccoli affiancò al suo ruolo di insegnante quello di esploratrice curiosa, compiendo numerosi viaggi nell’Artico e negli Stati Uniti, in particolare nella base spaziale americana di Cape Canaveral, dove fu invitata ad assistere al lancio dell’Apollo 11.

La mostra, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio fotografico “Tina Zuccoli”, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia, proponendone una rivisitazione fotografica contemporanea, arricchita dalle immagini di Andrea Simi e dalle video-testimonianze di persone legate all’autrice.

4 maggio – 4 giugno 2017 – Fondazione Fotografia Modena

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FACE(S) to FACE – Ivano Mercanzin

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[..] In punta di piedi, in una dimensione quasi ipnotica, ritraggo i miei personaggi, appropriandomi con discrezione di un pezzetto della loro vita.

Con queste parole alcuni mesi fa Mercanzin ha esordito in occasione dell’incontro singolare, eppure fertile, con i Dottori Giuseppe e Costantino Vignato dell’omonima Fondazione che hanno visto nelle sue fotografie quello stile narrativo che con la filosofia Vignato ha molto in comune.
Tanto è che il 29 maggio prossimo, in occasione dell’opening della mostra fotografica FACE(S) to FACE, dedicata ai suoi ritratti di una New York underground, in cui molti dei quotidiani spostamenti avvengono in uno dei non-luoghi della modernità per eccellenza, come la metropolitana, si potrà assistere a un’inedita chiacchierata su quanto possano avere in comune
Fotografia e Ortodonzia.
Effettivamente non giunge immediato il collegamento tra queste due professioni, tuttavia il rispettivo racconto delle filosofie che guidano lo sguardo del Fotografo che sceglie come catturarequell’hinc et nunc che lo convince maggiormente, e l’Odontoiatra che osserva un volto, lavora sul
sorriso e al contempo si relaziona con le emozioni del paziente, ha portato a parlare lo stesso linguaggio e affrontare gli stessi temi, ora dal medesimo punto di vista, ora da ottiche opposte.
Un sorriso rubato, ricostruito, o solamente cercato svela un mondo spesso non facile da afferrare in tutta la sua complessità e che apre la strada a un viaggio – inteso come modificazione di sé – che può far riflettere e guardare da punti di vista non sempre esplorati.
Ecco dunque la Fondazione Vignato aprire le porte della sua sede in Contrà Torretti 52 a Vicenza a un vero e proprio face to face, un interscambio tra professionisti dell’osservare e del fare – Fotografo e Odontoiatri – che parlerà di relazioni, maschere e solitudine, ma anche di tecnica e
artifizio, etica e estetica per il puro piacere di raccontarsi e sentirsi vivi, in un mondo in cui sempre più il confine pubblico-privato, così come socialmente inteso slitta e subisce ora contrazioni, ora grandi dilatazioni che fanno sorridere e riflettere. A partire proprio dalle fotografie di Mercanzin, che quelle foto le ha scattate nel suo viaggio newyorkese quando da Manhattan al Queens, andata e ritorno in metrò, si è mescolato alla scia di
pendolari giornalieri che si recano e tornano dal lavoro, si proverà a delineare un ideale percorso che tra i bianchi e i neri degli scatti esposti racconterà molto dell’artista, ma anche di cosa significa oggi essere Odontoiatra, prima di tutto Medico che cura la persona.

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Gianni Berengo Gardin – In festa.

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La mostra è realizzata per i Dialoghi da un maestro della fotografia contemporanea per continuare il percorso sul tema della cultura, e in particolare della cultura popolare, in Italia. Attraverso sessanta fotografie in bianco e nero, realizzate fra 1957 e il 2009, Gianni Berengo Gardin ci mostra la società italiana, i riti, i mutamenti, documentando attentamente non solo il paesaggio socioculturale del nostro paese, ma specialmente i piccoli e grandi cambiamenti. Un piccolo meraviglioso atlante fotografico delle feste popolari, che racconta di costumi e tradizioni antiche e meticce di tutte le regioni, con uno sguardo dal taglio etnografico, ma allo stesso tempo di intenerita curiosità. Una sorta di metodo del “doppio sguardo” alla De Martino, un’andata e ritorno verso “l’altro”. Così un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa, di danzatori di ogni età, diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi. Sempre sapientemente catturati nel loro attimo essenziale da un antropologo che ha deciso di fare il fotografo.

A cura di Giulia Cogoli

26 maggio – 2 luglio – Sale affrescate Palazzo Comunale – Pistoia

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FAMILY TREE | Donatella Izzo

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ORIGINE intesa come mutamento, come nuovo stimolo visivo, come base di partenza ma anche come inevitabile epilogo. ORIGINE è infatti osservazione dell’essere umano nell’analisi che egli compie su se stesso, tra capacità creative indiscutibili e inevitabili quanto connaturate dinamiche distruttive. Nella più generale ricerca di un equilibrio difficilmente accessibile, l’intera stagione si concentra sul Tempo – quello dell’uomo e quello del mondo – e sulle regole che lo governano, ponendo l’accento sul rapporto antinomico tra vita e morte, uomo e natura, storia ed eternità.

Concepito sulle rivelazioni di una anti-identità estetica e sulla personale eredità genetico-emotiva dell’individuo, Family Tree dell’artista Donatella Izzo, è il secondo intervento espositivo del progetto ORIGINE che LABottega propone per la stagione 2017.

Un’indagine introspettiva sul ritratto e sull’autoritratto concettuale e narrativo, come esplicitazione del rapporto tra esteriorità e interiorità, tra apparenza ed effettiva crisi di contenuti nella società contemporanea. Un diverso ideale di bellezza, indagato attraverso una personale rielaborazione della tematica del ritratto: al cospetto di una realtà forzatamente basata sull’apparire, l’artista procede alla definizione di una nuova estetica dominante, di un’anti-identità, nella quale l’imperfezione diviene qualità, il difetto vita. Immagini reali, crude e taglienti, lacerate, assenti o disilluse, restituite al loro valore familiare, letterario, narrativo, visivo: un diario personale di ricordi per immagini e un’indagine psicologica al contempo, genealogia completa e futuribile del proprio animo. Attraverso la contaminazione stilistica di identità inesistenti comunque plausibili, la Izzo genera dunque una nuova comunità di individui dotati di carattere e relazioni, affetti e insicurezze, soggetti reali come simboli del proprio io – in quanto singolo; e campioni delle aspirazioni altrui – in quanto comunità.

dal 20 Maggio al 9 Luglio 2017 – LABottega – Marina di Pietrasanta

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World Press Photo 2017

Da ventitré anni la Galleria Carla Sozzani presenta a Milano il World Press Photo, uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, quest’anno alla sua 60° edizione.

Il World Press Photo premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.

Vincitore della Foto dell’anno 2016 e della categoria Spot News, è stato nominato Burhan Ozbilici, fotografo turco dell’Associated Press da 28 anni che, con An Assassination in Turkey,  ha ritratto Mevlüt Mert Altıntaş l’attentatore dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov, dopo l’omicidio del 19 dicembre 2016, in una galleria d’arte ad Ankara.

 Tra i fotografi italiani, quattro i premiati: Giovanni Capriotti con Boys Will Be Boys, primo classificato nella sezione Sport-storie; Francesco Comello con Isle of Salvation terzo posto nella sezione Vita Quotidiana-storie; Antonio Gibotta, dell’agenzia Controluce con Enfarinat, terzo classificato nella categoria Ritratti-storie e Alessio Romenzi con We are not Taking any Prisoners terzo nella categoria Notizie Generali-storie.

La giuria internazionale di quest’anno, presieduta da Stuart Franklin, fotografo di Magnum Photos, ha esaminato 80.408 immagini scattate nell’anno precedente da 5.034 fotografi provenienti da 125 Stati.

I premi sono suddivisi in otto categorie, ciascuna distinta in “scatti singoli” e “storie”: Attualità,
Vita Quotidiana, Notizie Generali, Progetti a Lungo Termine, Natura, Ritratti, Sport e Spot News,
e destinati a 45 fotografi di 25 nazioni: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti.

La World Press Photo Foundation è un’organizzazione indipendente, senza scopo di lucro, con sede ad Amsterdam nei Paesi Bassi. Questo premio fu fondato nel 1955 dal sindacato dei fotoreporter olandesi, che ebbero l’idea di creare un concorso internazionale per estendere i confini del loro concorso locale, “Camera Zilveren”. Speravano in questo modo di trarre beneficio dal confronto con il lavoro dei colleghi internazionali. Così, fin dall’inizio, la WPP Foundation sostiene il giornalismo visivo attraverso mostre e programmi di ricerca e di formazione, per ispirare e educare i fotografi e il loro pubblico con nuove intuizioni e prospettive.

Una segreteria senza diritto di voto tutela l’equità del processo di selezione ed esposizione, con l’unico vincolo che tutte le immagini premiate vengano esposte senza censura.

Ogni anno la World Press Photo Foundation riunisce le fotografie vincenti in una mostra itinerante in 45 paesi, tra cui Cina, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Emirati Arabi, ed è vista da più di 4 milioni di persone.

dal 7 maggio all’11 giugno 2017 – Galleria Sozzani Milano

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INTERNO-ESTERNO L’esterno è sempre un interno

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Inaugura martedì 30 maggio 2017 alla Galleria Anna Maria Consadori la mostra “Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno”
inserita all’interno di Milano PhotoFestival, la rassegna di fotografia giunta alla dodicesima edizione.

In linea con l’indirizzo artistico della galleria, orientata alla promozione dell’arte e del design del XX secolo, l’esposizione cita l’espressione di Le Corbusier “Le dehors est toujours un dedans” (1923) e raccoglie fotografie di interni ed esterni architettonici realizzate da:  Valentina Angeloni, Matteo Cirenei, Giancarlo Consonni, Daniele De Lonti, Tancredi Mangano, Marco Menghi, Antonio Salvador.

Accanto ai fotografi emergenti, la galleria propone un focus sulla fotografia d’epoca, con scatti di: Eric Mendelsohn, Theo Van Doesburg, Ezra Stoller, Mario Crimella, William H. Short.
Anche in questo caso interni ed esterni architettonici saranno gli assoluti protagonisti degli scatti in mostra.

“Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno” sarà aperta alla Galleria Anna Maria Consadori fino al 20 giugno.

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I 14 fotografi giapponesi da conoscere

Buongiorno a tutti, ecco alcuni dei fotografi giapponesi che conosco, alcuni mi piacciono moltissimo, altri li osservo e tento di capire…comunque sia spero possano interessarvi e possiate trovare stimoli per ulteriori approfondimenti. Ciao

Onodera Yuki

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Biografia dal sito

Yuki Onodera was born in Tokyo (1962). In 1993, she established a studio in Paris and began to work internationally. Onodera’s experimental work, which does not fit within schemas of “photography,” often poses two questions: what is photography, and what can be done through it? She uses any possible method to realize her works, whether this means taking photographs with a marble inside her camera, or creating a story out of a legend and traveling to the ends of the earth to shoot it. Onodera is known for making two-meter-high prints in the darkroom, painting on her photographs, and for other original hands-on methods. Her work is held in collections around the world, including those of Centre Georges Pompidou, San Francisco Museum of Modern Art, The J. Paul Getty Museum, Shanghai Art Museum and The Tokyo Metropolitan Museum of Photography. Among other locations, her solo exhibitions have been held at The National Museum of Art, Osaka (2005), Shanghai Art Museum (2006), The Tokyo Metropolitan Museum of Photography (2010), The Museum of Photography, Seoul (2010) and Musée Nicéphore Niépce, France (2011).

Il suo sito Onodera Yuki

Otsuka Chino

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Visual Artist. Born in Tokyo, Japan. Works and lives in London, UK. Il sito Otsuka Chino

 Sawada Tomoko

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Nata in Giappone nel 1977 si è laureata nel 2000 presso la University of Art and Design di Seian. Attualmente vive a Kobe, sua città natale.

Giovanissima artista,  Tomolo Sawada si presta ad infiniti travestimenti  riflettendo sulla società giapponese  contemporanea. info  Sawada Tomoko

Shiga Lieko

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Il suo lavoro si basa su visioni oniriche che la giovane fotografa sfrutta per esprimere la propria spiritualità.

Il sito Shiga Lieko

 Mika Ninagawa

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Lavora nella moda con un occhio particolare alle tradizioni culturali giapponesi.

Takehito Miyatake

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Hime Botaru (Princess) Fireflies Flicker in the Woods, Japan, 2013 A flight of hime botaru fireflies (Hotaria parvula), or ‘princess fireflies,’ in the woods flicker together in a warm, orange hued light. Locals call them ‘golden fireflies.’ Although each one is only about 5mm in size, the flight can create a spectacle that seems to come from a fairy tale world.

Atratto dalla natura scatta paesaggi fantastici e onirici. Il suo sito Takehito Miyatake

Hiroshi Sugimoto

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Dagli anni settanta, Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948) indaga la storia nel presente. Sugimoto, molto rigoroso negli scatti, usa fotocamere di grande formato. Il sito Hiroshi Sugimoto

Rinko Kawauchi

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Rinko Kawauchi Born 1972, Shiga, Japan.  Lives and works in Tokyo.

Arākī

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Controverso fotografo che esplora la sessualità da moltissimi anni, attraverso le sue immagini. Scatta in prevalenza in bianco e nero. Per info Arākī

 Tokihiro Sato

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Biografia da Wikipedia

Tokihiro Satō (佐藤 時啓, Satō Tokihiro?, born in September 14, 1957 in Sakata, Yamagata Japan) is a Japanese photographer. Sato is best known for his unusual expressions of light and space and interpretations of performance and dance. Receiving his MFA and BFA in Music and Fine Arts from Tokyo National University of Fine Arts and Music in 1981, Sato was originally a trained sculptor, but decided to go with photography to better communicate his ideas.

Recognized for his playful interaction of light, Sato uses a large-format camera for exposures that last from one to three hours, while he moves through the space creating points of light or illuminated lines drawn with flashlights or flashes made by reflecting mirrors. The results are detailed photographs interrupted by patterns of light.[1] And because of the long exposures, Sato’s movements across the scene remain undetectable by the camera; the photograph captures his presence but not his image.

Il sito Tokihiro Sato

Hamada

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Il fotografo ricrea con materiali grezzi, paesaggi che potrebbero sembrare europei.

Born in Osaka, Japan, Hamada started to photograph seriously at the age of 18. He went on to graduate from the Department of Photography at the well-established Nihon University’s College of Art, and has also studied under master photographers Eikoh Hosoe and Issei Suda.

 

Motoyuki Daifu

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Nato nel 1985 , Motoyuki Daifu vive a Kanagawa , in Giappone. Ha alle spalle numerose pubblicazioni tra cui Lovesody ( Little Big Man Libri, 2012) e Progetto di famiglia ( Dashwood Books , 2013 ). Il lavoro di Daifu riguarda la sua vita privata, presentata con un tocco umoristico. Le sue fotografie offrono un punto di vista obiettivo su argomenti estremamente intimi. Il sito di Daifu

Yosuke Yajima

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Fotografa minimalista molto legata all’estetica, si muove soprattutto nel ritratto. Il suo sito Yosuke Yajima

 Haruhiko Kawaguchi

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Il fotografo giapponese che ha raccolto serie di scatti che ritraggono coppie sigillate nella plastica sottovuoto

Spero che vi siano interessati questi autori. Sicuramente ho dimenticato qualcuno. Ciao Sara

 

Le fotografie qui esposte, sono e rimangono di proprietà degli autori

 

Hiroshi Sugimoto

Ciao,

pur essendo molto distanti dalla nostra cultura e dal nostro modo di vedere, gli artisti giapponesi mi hanno sempre molto affascinata, non solo in fotografia, anche in pittura ed in architettura.

Eccomi ora di ritorno dalla mia vacanza in Giappone, dove ho avuto modo di ammirare – tra le altre cose – una mostra di Hiroshi Sugimoto, il fotografo che vi voglio presentare oggi.

Spero vi piaccia. Ciao

Anna

 

Hiroshi Sugimoto è nato in Giappone nel 1948. Fotografo dal 1970, il suo lavoro tratta della storia e dell’esistemnza temporale, investigando su temi quali il tempo, l’empirismo e la metafisica. Le sue serie più conosciute includono: Seascapes, Theaters, Dioramas, Portraits (di statue di cera di Madame Tussaud), Architecture, Colors of Shadow, Conceptual Forms and Lightning Fields.

Sugimoto ha ricevuto numerosi grant e borse di studio e il suo lavoro è esposto nelle collezioni della Tate Gallery, del Museum of Contemporary Art, Chicago, e del Metropolitan Museum di New York, tra molti altri. Portraits, inizialmente creato per il Deutsche Guggenheim Berlin, è stato trasferito al Guggenheim New York  nel Marzo 2001. Nel 2001, Sugimoto si è inoltre aggiudicato l’Hasselblad Foundation International Award per la fotografia.

Nel 2006,  l’Hirshhorn Museum di Washington, D.C. e il Mori Art Museum di Tokyo hanno allestito una retrospettiva di metà carriera, in occasione della quale è stata prodotta una monografia intitolata Hiroshi Sugimoto. Sempre nel 2006, ha ricevuto il premio Photo España e nel 2009 il Praemium Imperiale, Painting Award dalla Japan Arts Association.

Durante la Biennale di Venezia del 2014, Sugimoto ha svelato la sua “Glass Tea House Mondiran” presso Le Stanze del Vetro sull’isola di San Giorgio Maggiore.

Questo è il suo sito personale

Qua trovate un’intervista rilasciata nel 2014, in occasione della Biennale di Venezia

Hiroshi Sugimoto was born in Japan in 1948. A photographer since the 1970s, his work deals with history and temporal existence by investigating themes of time, empiricism, and metaphysics. His primary series include: Seascapes, Theaters, Dioramas, Portraits (of Madame Tussaud’s wax figures), Architecture, Colors of Shadow, Conceptual Forms and Lightning Fields. Sugimoto has received a number of grants and fellowships, and his work is held in the collections of the Tate Gallery, the Museum of Contemporary Art, Chicago, and the Metropolitan Museum of New York, among many others. Portraits, initially created for the Deutsche Guggenheim Berlin, traveled to the Guggenheim New York in March 2001. Sugimoto received the Hasselblad Foundation International Award in Photography in 2001. In 2006, a mid career retrospective was organized by the Hirshhorn Museum in Washington, D.C. and the Mori Art Museum in Tokyo. A monograph entitled Hiroshi Sugimoto was produced in conjunction with the exhibition. He received the Photo España prize, also in 2006, and in 2009 was the recipient of the Praemium Imperiale, Painting Award from the Japan Arts Association. During the 2014 Venice Biennale, Sugimoto unveiled his “Glass Tea House Mondrian” at Le Stanze del Vetro on the island of San Giorgio Maggiore.

His personal website

Here a recent interview published on The Huffington Post

Mostra: HIROSHI SUGIMOTO. STOP TIME

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Dall’8 marzo al 7 giugno 2015 Fondazione Fotografia Modena presenta negli spazi espositivi del Foro Boario di Modena una mostra antologica dedicata a Hiroshi Sugimoto, tra i più autorevoli interpreti della fotografia contemporanea internazionale. Il percorso, a cura del direttore di Fondazione Fotografia Modena Filippo Maggia, ripercorre l’intera carriera dell’artista, presentando alcune pietre miliari della sua ricerca.

Le fotografie che compongono le serie di Sugimoto, lontane dal costituire attestazioni dirette della realtà, sono immagini mentali, concetti la cui materializzazione è resa possibile grazie a un rigoroso controllo del mezzo fotografico e del processo manuale di stampa, seguito anch’esso personalmente dall’artista. Nella serie *Theatre* – realizzata fotografando con tempi di esposizione lunghissimi sale degli anni ’20 e ’30, cinema degli anni ’50 e drive in – la luce bianca degli schermi rettangolari, che illumina il resto dell’ambiente, contiene in sé l’intera proiezione del film. In *Architectures* la tecnica dello sfocato priva le architetture moderniste di connotazioni temporali. I lunghi tempi di esposizione dei *Seascape* bloccano il movimento delle onde in immagini eterne, mentre il soggetto dei *Portraits* realizzati fotografando i personaggi dei musei delle cere è l’immortalità stessa. Il tempo è dunque il tema dominante nell’opera di Sugimoto, la cui ricerca artistica è sempre volta a trovare soluzioni ai problemi di rappresentazione e visualizzazione da esso posti. A proposito della serie *Dioramas*, cui *Gorilla*, *Neanderthal* e *Cro-magnon* appartengono, Sugimoto racconta:
“Quando andai a New York per la prima volta, nel 1974, feci vari giri turistici per la città e visitai tra l’altro l’American Museum of National History. Ebbi una curiosa illuminazione guardando i diorami degli animali: gli animali impagliati nell’ambientazione dei fondali dipinti non sembravano affatto veri, mentre una sbirciata veloce con un occhio solo cancellava ogni oggettività e dava loro un aspetto quanto mai reale. Avevo trovato il modo di guardare il mondo come se fossi una macchina fotografica. Per quanto falso sia il soggetto, in fotografia sembra vero”.

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Dove
Foro Boario
via Bono da Nonantola, 2
41121 Modena, Italia

a cura di Filippo Maggia

inaugurazione
sabato 7 marzo 2015, ore 18.30 – ingresso a invito

orari di apertura
mercoledì-venerdì 15-19
sabato-domenica 11-19
lunedì e martedì chiuso

http://www.fondazionefotografia.org/mostra/hiroshi-sugimoto/#prettyPhoto

Photography is a system of saving memories. It’s a time machine in a way to preserve the memory, to preserve time. —Hiroshi Sugimoto

Qui un interessante chiacchierata tra Sugimoto e Michele Smargiassi

Postato da: Anna