Mostre di fotografia da non perdere a novembre

Non perdetevi le nuove mostre da visitare a novembre!

Anna

Steve McCurry. In viaggio attraverso le fotografie di McCurry

Steve McCurry, Un uomo anziano della tribù Rabari, Rajasthan, India, 2010
© Steve McCurry | Steve McCurry, Un uomo anziano della tribù Rabari, Rajasthan, India, 2010

Steve McCurry non è soltanto uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, pluripremiato con il prestigioso World Press Photo Award – spesso considerato il “Premio Nobel” della fotografia –, ma continua ad essere un punto di riferimento per un vastissimo pubblico, specialmente tra i giovani. Nelle sue immagini, molti riconoscono un modo unico di guardare il mondo e, in qualche modo, se stessi.

Dal 22 novembre 2025 al 12 aprile 2026, Steve McCurry sarà protagonista a Parma con una grande mostra allestita a Palazzo Pigorini, nei suggestivi spazi del primo e secondo piano. A curare l’esposizione sarà Biba Giacchetti, profonda conoscitrice del lavoro di McCurry. Le fotografie non seguiranno un criterio cronologico o geografico, ma saranno accostate per affinità di soggetti, emozioni e atmosfere, cercando quei fili invisibili che legano persone e luoghi, anche lontanissimi tra loro.

L’allestimento evoca quel senso profondo di umanità che si respira in ogni scatto di McCurry. In mostra non mancheranno le sue immagini più celebri, come l’indimenticabile ritratto della ragazza afghana, fotografie realizzate in oltre quarant’anni di carriera: scatti intensi dal Sud-Est asiatico, dalla Cina, dal Sud America e da molte altre parti del mondo. Ogni volto ritratto da McCurry è un concentrato di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», racconta il fotografo.

Instancabile viaggiatore, McCurry ha fatto del movimento una filosofia di vita:
«Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile».

Dal 22 Novembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo Pigorini – Parma

Ferdinando Scianna. La moda, la vita

Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone 1987
© Ferdinando Scianna | Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone 1987

La Castiglia di Saluzzo (CN), antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, che negli ultimi due anni ha accolto progetti dedicati ai grandi maestri Magnum Photos, prosegue la sua vocazione alla narrazione fotografica ospitando, dal 24 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, la personale di Ferdinando Scianna (Bagheria, PA, 1943), primo fotografo italiano a essere annoverato tra i membri della prestigiosa agenzia internazionale.
 
La mostra, dal titolo “La moda, la vita”, curata da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia a Venezia, esplora per la prima volta, uno dei capitoli meno noti della carriera di Scianna: la moda. Un ambito che l’autore affronta con il suo linguaggio da fotogiornalista, scardinando ogni estetica patinata a favore di una narrazione più umana. Iconica, in questo percorso, la campagna per Dolce&Gabbana con la modella Marpessa, ambientata nei paesi della Sicilia: una moda vissuta nella realtà e nella strada, più che costruita in posa, che darà vita ad una delle collaborazioni meglio riuscite nella storia della fotografia.
 
Il percorso espositivo presenta, attraverso oltre novanta fotografie, la produzione che Scianna ha realizzato tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del decennio successivo, per alcune delle più importanti riviste al mondo come “Vogue”, “Vanity Fair” e “Stern”. Nei suoi scatti si fondono etica e stile, memoria e intuizione, fotografia e letteratura, un approccio che gli ha consentito di interpretare e capovolgere i modelli di rappresentazione comunemente consacrati al glamour delle passerelle, trasformando la fotografia di moda in racconto visivo, mantenendo intatto il legame tra immagine, verità e cultura.

Dal 24 Ottobre 2025 al 1 Marzo 2026 – La Castiglia di Saluzzo (CN)

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Letizia Battaglia – L’opera: 1970-2020

Ritratto in bianco e nero di una giovane ragazza con lunghi capelli scuri, seduta in un vicolo, con uno sguardo intenso e riflessivo.
Letizia Battaglia Via Calderai Palermo, 1991 © Letizia Battaglia / Courtesy of Archivio Letizia Battaglia

Un racconto composto da oltre 200 fotografie tra vita privata e impegno professionale e civile: dal 18 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026 arriva al Museo Civico San Domenico di Forlì la grande fotografa siciliana Letizia Battaglia con una mostra presentata per la prima volta in Italia, ideata e prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, dal museo Jeu de Paume di Parigi, con la collaborazione dell’Archivio Letizia Battaglia, e organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal Comune di Forlì.

LETIZIA BATTAGLIA. L’opera: 1970-2020, a cura di Walter Guadagnini, esplora l’intero percorso creativo di Letizia Battaglia (1935 – 2022) attraverso fotografie, libri, giornali e riviste provenienti dal suo archivio, testimoniando la varietà dei suoi interessi e la continuità del suo impegno civile.

Presentata nel 2024 al Jeu de Paume di Tours e al festival internazionale Rencontres d’Arles nel 2025, per la tappa forlivese il progetto è stato aggiornato e arricchito arrivando a comprendere alcune fotografie inedite, 22 riviste con cui la fotografa ha collaborato e delle quali in alcuni casi è stata anche fondatrice ed editrice, nonché un docufilm sulla sua vita.

Lo straordinario patrimonio frutto della sua opera e della sua vita fa ormai parte della storia della fotografia e della società italiana e il Museo Civico San Domenico è orgoglioso di ricostruire e riportare al pubblico gli indimenticabili scatti di questa rigorosissima artista, che già in passato aveva intessuto un legame con Forlì e le sue attività culturali.

dal 18 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026 – Museo Civico San Domenico – Forlì

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World Press Photo Exhibition 2025

<span>Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni </span><span>© Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year</span><br />
Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni © Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year

World Press Photo Exhibition 2025, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti, in via Accademia Albertina 6, da venerdì 19 settembre a lunedì 8 dicembre.
L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 68ª edizione del concorso, firmati per le maggiori testate internazionali, come New York Times, Washington Post, Der Spiegel, Time, le agenzie France Presse, Associated Presse, Reuters, Tass: immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità, affrontando questioni come conflitti, disordini politici, crisi climatica, viaggi dei migranti.
Le 144 immagini sono state selezionate tra le 59.320 scattate da 3778 fotografi provenienti da 141 paesi.
A Torino l’esposizione torna per il nono anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.
L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 19 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

L’edizione 2025

World Press Photo Contest 2025 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta dall’italiana Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde. Il processo di selezione ha richiesto due mesi di intenso lavoro, tra gennaio e febbraio 2025.
Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Questo approccio regionale ha permesso di ottenere una visione e un racconto globale di ciò che accade sul nostro Pianeta. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti.
Quattro, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie, Progetti a lungo termine Open Format, dedicata all’interazione tra fotografia e altri linguaggi.

«Il World Press Photo Contest rappresenta un importante riconoscimento per professionisti che lavorano in condizioni difficili ed è anche un riassunto, per quanto incompleto, dei principali avvenimenti internazionali. Come giurati, siamo andati in cerca di immagini che possano favorire il dialogo» afferma Lucy Conticello, presidente della giuria mondiale.
I fotografi selezionati nel 2025 sono originari di Bangladesh, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, Germania, Spagna, Stati Uniti, Francia, Haiti, Indonesia, Iran, Iran/Canada, Italia, Myanmar, Nigeria, Palestina, Olanda, Perù/Messico, Filippine, Portogallo, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Germania, Salvador, Sudan, Thailandia, Turchia, Regno Unito e Venezuela.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2025 è stata la palestinese Samar Abu Elouf con un’immagine che ritrae Mahmoud Ajjour, 9 anni, un bambino mutilato da un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, nel marzo 2024. Questa immagine è stata pubblicata sul New York Times.

Durante la fuga, Mahmoud si è voltato per esortare la famiglia a fare presto. Un’esplosione ha intercettato le braccia tese e le ha distrutte. Dopo le cure mediche, la famiglia è stata evacuata in Qatar, dove il bambino sta imparando a scrivere con i piedi. La fotografa Samar Abu Elouf è stata, invece, evacuata da Gaza nel dicembre 2023 e vive ora a Doha, nello stesso complesso di appartamenti di Mahmoud.

Due sono finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo: richiamano l’attenzione su altre due questioni di grande attualità, l’immigrazione e il cambiamento climatico.
Lo statunitense John Moore ha vinto con “Attraversamento notturno” che testimonia il fenomeno dell’immigrazione cinese clandestina negli Stati Uniti con un’immagine di alcuni migranti che cercano di scaldarsi sotto la pioggia, dopo avere attraversato il confine del Messico. È stata scattata in California il 7 marzo 2024 per Getty Images.
Il peruviano-messicano Masuk Nolte si è classificato finalista con “Siccità in Amazzonia”, realizzata per Panos Piciture, Bertha Foundation. Rappresenta un giovane costretto a percorrere a piedi due chilometri sul letto del fiume in secca per portare cibo a sua madre che vive in un villaggio un tempo accessibile in barca. È stata scattata il 5 ottobre 2024.
 Tra i temi trattati anche l’attentato a Donald Trump, la campagna elettorale in Venezuela, la violenza delle gang a Haiti, le proteste anti governative in Kenya, Georgia e Bangladesh.
Tra i progetti a lungo termine premiati c’è quello dell’unica fotografa italiana selezionata, Cinzia Canneri, che ha seguito le vite di alcune donne in fuga dal regime repressivo in Eritrea e dal conflitto in Etiopia. La bielorussa Tatsiana Chypsanava, invece, ha raccontato come una comunità maori difende la sua identità culturale in Nuova Zelanda, mentre Aliona Kardash è tornata nel suo paese d’origine, la Russia, per capire come la repressione e la propaganda abbiano trasformato le persone che sono rimaste. In America Centrale, Carlos Barrera ha documentato la violenza del governo di Nayib Bukele in Salvador, mentre Federico Ríos ha attraversato la regione selvaggia tra Panama e Colombia insieme ai migranti che rischiano la vita per arrivare negli Stati Uniti. Ancora, Ebrahim Alipoor è arrivato sulle montagne impervie del Kurdistan iraniano per conoscere le storie dei kolbar, i corrieri che trasportano illegalmente merci tra Iraq, Turchia e Iran.

La mostra a Torino
«Torino si conferma capitale culturale e civica dell’informazione visiva. Per il nono anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition torna in città, rinnovando l’impegno a offrire uno sguardo lucido e internazionale sulle storie che definiscono il nostro tempo. Una cultura che è anche servizio pubblico – dice Vito Cramarossa, direttore di CIME, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam – Il pubblico torinese – cittadini, scuole, professionisti, famiglie – cresce di anno in anno: un segnale di comunità viva, curiosa ed esigente, consapevole del valore del giornalismo e del fotogiornalismo nel comprendere la complessità del presente. La mostra diventa così uno spazio condiviso di confronto, sensibilizzazione e partecipazione alla vita democratica».

Aggiunge Cramarossa: «Per la prima volta, quest’anno, la mostra approda all’Accademia Albertina di Belle Arti: una cornice che unisce arte, bellezza e responsabilità dell’informare. Per l’Accademia e per i suoi studenti è un’occasione concreta di dialogo con linguaggi, etiche e pratiche del giornalismo visivo contemporaneo. Ringraziamo la Città di Torino e l’Accademia Albertina per la collaborazione e la fiducia. Con questa edizione riaffermiamo il valore dell’informazione di qualità e delle arti come beni comuni, e rendiamo omaggio al lavoro rigoroso e coraggioso dei giornalisti e fotogiornalisti nel mondo».

Dal 19 Settembre 2025 al 8 Dicembre 2025 –  Accademia Albertina – Torino

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61° Wildlife Photographer of The Year

<em>Wildlife Photographer of the Year 2025 </em>| © Gabriella Comi<em><br /></em>
Wildlife Photographer of the Year 2025 | © Gabriella Comi

Il concorso di fotografia naturalistica più importante al mondo, Wildlife Photographer of the Year, presenta un’anteprima della sua sessantunesima edizione, che sarà in mostra al Natural History Museum di Londra da venerdì 17 ottobre 2025. L’esposizione sarà ospitata anche presso il Museo della Permanente a Milano dal 15 novembre 2025 al 25 gennaio 2026.

La mostra presenterà le 100 suggestive e potenti immagini del nostro mondo naturale, selezionate tra un numero record di 60.636 candidature e giudicate in forma anonima, in base alla loro creatività, originalità ed eccellenza tecnica, da una giuria internazionale di esperti in fotografia naturalistica, cinema, scienza e conservazione.

Tra le immagini svelate in anteprima spiccano un drammatico scontro tra un leone e un cobra di Gabriella Comi, un ritratto di un curioso branco di lupi artici di Amit Eshel e splendide fotografie di fenicotteri, coyote e cervi rossi realizzate da alcuni dei migliori giovani fotografi naturalisti emergenti, alcuni dei quali di appena nove anni.

I vincitori di categoria e i prestigiosi premi Grand Title e Young Grand Title saranno annunciati martedì 14 ottobre 2025 durante la cerimonia ospitata al Natural History Museum, condotta dai presentatori e conservazionisti Chris Packham e Megan McCubbin (diretta sul canale YouTube del NHM). La sessantunesima edizione della mostra offrirà inoltre ai visitatori la possibilità di comprendere meglio come stanno cambiando gli habitat del nostro pianeta. Oltre alle fotografie premiate, saranno a disposizione approfondimenti su alcuni degli habitat raffigurati grazie al rivoluzionario indice sviluppato dal museo, il Biodiversity Intactness Index (BII) che misura quanto rimane della biodiversità naturale di una regione, su una scala da 0 a 100%. Adottato come indicatore ufficiale del Global Framework Biodiversity per le decisioni politiche, è uno strumento essenziale per capire, monitorare e comunicare i cambiamenti della biodiversità su scala globale e per tracciare i progressi verso gli obiettivi internazionali di conservazione.

Roberto Di Leo, presidente dell’Associazione Culturale Radicediunopercento, organizzatore della mostra presso il Museo della Permanente di Milano, dichiara:
“Da oltre tredici anni portiamo a Milano il Wildlife Photographer of the Year, trasformando la città in un punto di riferimento per chi ama la fotografia, la natura e la cultura scientifica. Nella tappa milanese le immagini prendono vita in grande formato, retroilluminate da cornici a LED che ne esaltano la forza visiva e rendono l’esperienza ancora più immersiva. A rendere speciale questa edizione è anche il privilegio della contemporaneità con Londra: un’occasione rara che ci consente di condividere con il pubblico italiano, quasi in tempo reale, le stesse emozioni che si vivono al Natural History Museum. Accanto alla visita, il programma propone diverse soluzioni di visite guidate e almeno quattro incontri gratuiti con ospiti prestigiosi della fotografia e della divulgazione scientifica. Per noi è motivo di orgoglio portare avanti questo progetto, che ogni anno coinvolge scuole, famiglie e comunità in un dialogo vivo e condiviso con il mondo naturale.”

Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year, afferma: “Selezionate da un numero record di oltre 60.000 immagini, queste anticipazioni offrono solo un piccolo assaggio delle 100 fotografie straordinarie, toccanti e di grande impatto che attendono i visitatori della mostra di ottobre. Come sostenitrice del potere della fotografia, posso dire che non c’è nulla di più gratificante o commovente che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più importante piattaforma mondiale di fotografia naturalistica.”

Il dottor Doug Gurr, direttore del Natural History Museum, aggiunge: “Giunta al suo sessantunesimo anno, siamo entusiasti di portare avanti il Wildlife Photographer of the Year come una potente piattaforma di narrazione visiva, che mostra la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e del rapporto dell’umanità con esso. Con l’inclusione del nostro Biodiversity Intactness Index, questa edizione sarà la migliore combinazione di grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare sostenitori del nostro pianeta.”

Dal 15 Novembre 2025 al 25 Gennaio 2026 – Museo della Permanente – Milano

Helmut Newton. Intrecci

Helmut Newton, Heather looking through a keyhole, Paris 1994
© Helmut Newton Foundation | Helmut Newton, Heather looking through a keyhole, Paris 1994

Dopo il successo dello scorso anno delle esposizioni dedicate a Robert Doisneau e Elliott Erwitt, la grande fotografia d’autore torna protagonista dell’offerta culturale autunnale in provincia di Cuneo.

Dal prossimo ottobre, il Filatoio di Caraglio e la Castiglia di Saluzzo, gioielli del patrimonio architettonico piemontese, ospitano le monografiche di due protagonisti assoluti della fotografia del NovecentoHelmut Newton (1920-2004) e Ferdinando Scianna (1943). I progetti espositivi, promossi e realizzati da Fondazione Artea, offrono un percorso originale, approfondendo aspetti inediti o poco esplorati nelle carriere dei due autori. Al tempo stesso, grazie a una stretta collaborazione curatoriale, le mostre sono concepite per dialogare tra loro, offrendo al pubblico due visioni complementari della moda, vista da Scianna come racconto della vita e da Newton come provocazione dell’immaginario.

Al Filatoio di Caraglio (CN), antico setificio seicentesco, tra i più importanti d’Europa, oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, dal 23 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, sarà allestita la mostra “Helmut Newton. Intrecci”. L’esposizione riunisce oltre 100 fotografie, tra cui diversi scatti inediti, frutto delle prestigiose collaborazioni con brand di fama internazionale, come Yves Saint Laurent, Wolford, Ca’ del Bosco, Blumarine, Absolut Vodka e Lavazza.

La rassegna, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino, introdotta da una selezione delle fotografie che hanno consacrato Newton come uno dei più celebri fotografi di moda al mondo, restituisce l’audace sguardo di un autore capace di creare scenari onirici, ambigui e provocatori. La complicità con modelle come Monica Bellucci, Nadja Auermann, Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigová, unita alla fiducia conquistata da parte di stilisti, riviste e brand internazionali, gli ha permesso di ridefinire i canoni della fotografia patinata, trasformandola in un linguaggio teatrale ed evocativo.

È nel passaggio dalla fotografia editoriale a quella commerciale che si rivela l’eclettismo del suo sguardo. Nel corso degli anni, Newton ha infatti approcciato le grandi committenze della moda e i progetti per prestigiosi marchi del mondo produttivo, come Lavazza, esplorando attraverso di esse aspetti nuovi ma coerenti di uno stile radicale e al contempo iconico.

Dal 23 Ottobre 2025 al 1 Marzo 2026 – Il Filatoio – Caraglio (CN)

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Un'illustrazione in bianco e nero di un vecchio stabilimento industriale, con torri di estrazione e strutture fatiscenti in un paesaggio rurale.
Bernd and Hilla Becher: Seven Sisters Pit, South Wales, GB 1966 ©  Estate Bernd & Hilla Becher, represented by Max Becher, courtesy Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd und Hilla Becher Archiv

An exhibition of Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur in cooperation with the Bernd & Hilla Becher Studio, Düsseldorf

The artist couple Bernd and Hilla Becher (1931-2007/1934-2015) has written photographic history. With their joint work, which they developed from 1959 until the 2000s on the basis of an almost uninterrupted photographic activity in the industrial regions of Germany, the Benelux countries, Great Britain, France, Italy, the USA and Canada, they created a new artistically motivated documentary style.

For the first time in Europe, this exhibition will present the methodological and thematic range of their oeuvre in great detail with over 300 original black and white photographs and other exhibits by the artist couple. In the individual sections, almost all of Becher’s found subjects can be located in a compilation and sequencing largely determined by themselves. Photographs of landscapes, winding towers, blast furnaces, cooling towers, gas tanks or even views of entire collieries etc. are considered her trademark. The juxtaposition of the groups of works authentically conveys the pictorial grammar developed by Bernd and Hilla Becher and their continuously reflected systematics and conceptual approach.

The exhibits come from the Bernd and Hilla Becher Archive in Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur and the Bernd & Hilla Becher Studio, Düsseldorf, in collaboration with Max Becher under the supervision of the Bernd & Hilla Becher Estate. There are also loans from Sprüth Magers and the LVR-Landesmuseum Bonn.

The publication accompanying the exhibition will be published by Schirmer/Mosel Verlag, with texts by Max Becher, Gabriele Conrath-Scholl, Marianne Kapfer and Urs Stahel.

September 5, 2025 – February 1, 2026 – Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Colonia (D)

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I TEMPI DELLO SGUARDO. 90 anni di fotografia italiana in due atti

Un uomo che cammina lungo una strada sterrata circondata da paesaggi montani, con imponenti cime montuose sullo sfondo e un cielo blu parzialmente nuvoloso.

Si preannuncia come un progetto con molti aspetti di originalità, quello che THE POOL NYC presenta dall’8 ottobre 2025 al 28 febbraio 2026, in Palazzo Fagnani Ronzoni nel cuore più antico di Milano (via Santa Maria Fulcorina, 20), a partire dal format che prevede due mostre in momenti diversi ma consecutivi, riunite nel titolo I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti.

L’iniziativa, curata da THE POOL NYC, suddivisa in due capitoli dedicati ognuno a un tema particolare – il primo a Il Colore; il secondo a Il Bianco e Nero – raccoglie un totale di 194 opere di 55 autori italiani e internazionali, che hanno scritto la storia della fotografia del Novecento.

Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi di produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.

In ogni capitolo della mostra, gli autori italiani dialogheranno insieme a una straordinaria selezione di artisti internazionali, tra cui Horst P. Horst, Tracey Moffatt, William Klein, Wim Delvoye, creando insoliti e illuminanti accostamenti.

Il primo appuntamento, in programma dall’8 ottobre al 20 dicembre 2025 (inaugurazione martedì 7 ottobre, dalle 18.00 alle 21.00), propone le esperienze di quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche.

Nel percorso espositivo composto da 115 fotografie, si trovano, tra gli altri, le opere di Luigi Ghirri, maestro della luce e della quiete, di Giovanni Chiaramonteche si muove a Venezia per catturare i luoghi più nascosti della città, di FrancoFontana che proprio attraverso il colore plasma il paesaggio, dalle visioni urbane geometriche degli anni ’70 fino alla sensualità astratta della serie Piscina, ai paesaggi italiani trasfigurati in campi cromatici.

La mostra prosegue con Guido Guidi che fa della fotografia un atto di attesa, con Mario Schifano, irriverente e sperimentale, che opera con la stessa libertà creativa con cui ha interpretato la pittura, mentre Paolo Gioli, l’alchimista, pur partendo da materiale sensibile fotografico, lo considera una “materia” da plasmare e manipolare.

Se da un lato, Leonardo Genovese cattura frammenti di sogno attraverso una luce feroce e rivelatrice, la “controra” lucana, che incide i corpi e deforma le apparenze, Rita Lintz, invece, trasforma gli scarti in reliquie: gli stracci diventano tappeti e il rifiuto si fa bellezza.

Il primo atto della rassegna si completa con gli scatti di artisti internazionali, tra cui Denis Brihat, Wim Delvoye, Claus Goedicke, Béatrice Helg, John Hilliard, Tracey Moffatt, Jiang Zhi, Wang Qingsong.

Il secondo episodio – dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026 (inaugurazione giovedì 15 gennaio) -, dedicato al Bianco e Nero, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli e Antonio Biasiucci, che insieme esplorano le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.

Mario Giacomelli si presenta con un triplice racconto: i ritratti degli esordi parlano dell’uomo attraverso una luce primordiale; le nature morte diventano esercizi domestici di poesia visiva; i paesaggi si trasformano in scenari cosmici ricchi di segni.

Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva.

Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento. Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.

Le opere di Andrea Galvani sono costruzioni concettuali che evocano freddezza e inquietudine; le sue immagini riflettono sull’ambivalenza dell’intelligenza e sull’ambiguità del male come struttura razionale.

Anche per questo secondo momento espositivo, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.

Durante il periodo di apertura delle mostre, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.

IL COLORE
8 ottobre – 20 dicembre 2025

IL BIANCO E NERO
16 gennaio – 28 febbraio 2026

The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano

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Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960

Poster for the exhibition 'Margaret Bourke-White. L'opera 1930-1960' featuring a vintage photograph of Margaret Bourke-White standing with a camera beside an aircraft, against a black background with exhibition details.

Dopo l’esposizione a Torino nel 2024, la mostra prodotta da CAMERA, Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960 arriva dal 25 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026 nelle sale dei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia.

Attraverso oltre 150 fotografie di straordinaria forza, l’esposizione racconta le profonde trasformazioni del mondo moderno e offre un ritratto vivido di una delle figure più emblematiche della fotografia del Novecento. Un percorso affascinante, a cura di Monica Poggi, che ripercorre il lavoro, la vita e l’esperienza umana di Margaret Bourke-White, testimone instancabile del suo tempo e pioniera capace di superare barriere e confini di genere.

Durante il periodo di mostra, con un programma di incontri pubblici con i più importanti specialisti del settore, sarà approfondito il cosiddetto “Secolo americano”, insieme di caratteri storici, culturali, ideologici, economici e sociologici che hanno segnato il secolo trascorso e ancora incidono profondamente nella cultura e nelle vicende del presente.

dal 25 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026 – Chiostri di San Pietro – Reggio Emilia

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Newton, Riviera + Dialogues. Collection FOTOGRAFIS x Helmut Newton

A sinistra, una donna con capelli ricci solleva una grande roccia nel bel mezzo di un paesaggio roccioso. A destra, una ballerina nuda si appoggia con grazia a una porta di emergenza in un ambiente interno, circondata da attrezzature.

On 4 September 2025, the Helmut Newton Foundation in Berlin opened its new double exhibitionNewton, Riviera and Dialogues. Collection FOTOGRAFIS × Helmut Newton. In the summer of 2022, the Helmut Newton Foundation’s director Matthias Harder and Guillaume de Sardes co-curated the exhibition Newton, Riviera for the historic Villa Sauber in Monte Carlo. For the first time, this late-life home of the Newtons – and the surrounding region where many of Helmut Newton’s iconic images were created – took center stage. A selection from that exhibition will now be shown in Berlin, running in parallel with Dialogues. Collection FOTOGRAFIS × Helmut Newton. This continues the foundation’s focus on Newton’s personal and professional environments, following acclaimed exhibitions such as Hollywood (2022) and Berlin, Berlin (2024/25).

September 5, 2025 – February 15, 2026 – Helmut Newton Foundation – Berlin (D)

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Antonio Beato. Ritorno a Venezia. Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio

Poster della mostra 'Antonio Beato. Ritorno a Venezia' al Museo Fortuny di Venezia, con un'immagine storica della piramide a gradoni di Djoser.

L’Egitto, il Mediterraneo, il Medio Oriente di Antonio Beato, e non solo: il Museo Fortuny dedica una mostra al fotografo veneziano pioniere, insieme al fratello, della fotografia di viaggio. Accanto, autori coevi che hanno immortalato gli stessi luoghi, testimoni di eventi storici, fino ad interpreti dell’Egitto di oggi, tra memoria e innovazione. 
 
A quasi duecento anni dalla nascita di Antonio Beato (ca. 1835–1905/1906), il Museo Fortuny di Venezia dedica una mostra a uno dei protagonisti più significativi della fotografia ottocentesca. L’esposizione ripercorre il lungo viaggio del fotografo veneziano attraverso l’Oriente e il Mediterraneo, andata e ritorno, offrendo una lettura inedita del suo lavoro pionieristico, messo in dialogo con le opere di altri autori che, nel corso della seconda metà del XIX secolo e fino ai nostri giorni, hanno raccontato gli stessi luoghi. Una collocazione perfetta quella della casa-atelier di Mariano Fortuny: uno spazio dove arte, viaggio e sperimentazione visiva si intrecciano, creando un incontro fecondo tra l’approccio analitico di Beato e lo sguardo più intimo e sensibile di Fortuny. Due autori accomunati da una curiosità intellettuale verso l’altro e una straordinaria capacità di narrare il mondo. Non ultimo, dall’utilizzo del mezzo fotografico – tra i campi di sperimentazione artistica di Fortuny – e dalla comune conoscenza e attrazione per l’Oriente e la cultura islamica.
 
Antonio Beato, fratello di Felice, fu tra i primi fotografi europei a stabilirsi permanentemente in Medio Oriente. Tra il 1860 e il 1880 documentò con straordinaria precisione, in particolare, l’Egitto, catturando paesaggi, architetture e siti archeologici di un mondo allora pressoché sconosciuto all’Occidente. Le sue immagini, raccolte in album pregiati o come singole stampe, entrarono nelle collezioni dell’élite europea, contribuendo a costruire un immaginario visivo sull’Oriente che anticipò la nascita della fotografia documentaria
 
La mostra si articola in quattro sezioni. La prima, Il Mediterraneo, corrispondente agli anni di formazione, è dedicata ai viaggi che Antonio e Felice Beato, insieme al cognato James Robertson, compiono tra il 1854 e il 1857, con base a Costantinopoli, verso Atene, Malta, Gerusalemme e il Cairo. È un periodo breve ma fondamentale, icui i due fratelli consolidano la loro tecnica fotografica e gettano le basi per il loro futuro percorso artistico. La seconda sezioneLe guerre, accoglie le immagini che i fratelli Beato e James Robertson realizzano tra il 1855 e il 1859 nei teatri di guerra in Crimea e in India. Si tratta di scatti intensi e talvolta disturbanti, che testimoniano il nascere del reportage di guerra, oscillando tra attrazione estetica e crudezza documentaria e presentando all’Europa del XIX secolo una finestra rara e preziosa su un Oriente ancora in gran parte sconosciuto. 
 
Il cuore della mostra è rappresentato dalla terza e più estesa sezioneGli anni egiziani, che documenta il lungo soggiorno di Antonio Beato in Egitto, dal 1860 al 1905. Le fotografie sono organizzate per località e affiancate da disegni delle planimetrie dei principali siti archeologici, in un percorso ideale che dal Cairo risale il Nilo fino alla Nubia. Queste mappe rivelano i monumenti non come entità isolate, ma come parte integrante del paesaggio e del contesto culturale che li accoglie. In questa sezione spiccano gli scatti di luoghi iconici come Luxor, Abu Simbel, Il Cairo e Giza, accostati a immagini di altri autori che propongono prospettive sorprendenti, sia coevi come Pascal Sébah Félix Bonfils, sia dello scorso secolo come l’emblematica fotografia della grande piramide di Cheope realizzata da Lee Miller nel 1938, il cui sguardo profondo attraversa i grandi eventi del XX secolo lungo le coste del Mediterraneo, creando un ponte ideale tra il documentarismo di Beato e le innovazioni visive del secolo successivo.
 
La quarta e ultima sezione, Dopo Beato, propone una riflessione sulle trasformazioni dello statuto disciplinare della fotografia. Qui il dialogo si apre agli sguardi di autori contemporanei che operano in Egitto, come Anthony Hamboussi, Paul Geday, Denis Dailleux e Bryony Dunne. Le loro immagini raccontano un Cairo in continua trasformazione, esplorando le sfide e le evoluzioni sociali, culturali e politiche della capitale egiziana. 
 
Completa questa sezione la piccola sala laterale dedicata al viaggio in Egitto di Mariano Fortuny e Henriette Nigrin nel 1938. Vi sono esposti fotografie, taccuini e schizzi che raccontano un Egitto sospeso tra tradizione e modernità, con scorci al tempo meno noti come l’oasi di El-Fayyum, Abu Simbel e Wadi Halfa, immortalati attraverso volti, mercati e scene quotidiane. Questi documenti visivi influenzarono profondamente l’arte tessile di Fortuny, che reinterpretò motivi decorativi egizi nei suoi celebri velluti stampati, dando vita a un dialogo senza tempo tra Oriente e Occidente.
 
Accanto a questi materiali, una video-intervista a Italo Zannier, grande storico della fotografia, chiude idealmente il percorso: un ritorno sull’opera dei fratelli Beato a quarant’anni dalla prima mostra veneziana, a Ikona Gallery, che ne riafferma la centralità nella storia della fotografia.
 
La mostra presenta una selezione di stampe originali provenienti da prestigiose istituzioni internazionali, tra cui Archivi AlinariFondazione di VeneziaLee Miller Archives e il Museo Egizio di Torino, affiancate da riproduzioni fotografiche di collezioni come il Getty Research Institute di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la New York Public Library. Attraverso questo percorso visivo che abbraccia epoche e sguardi differenti, il pubblico è invitato a intraprendere un viaggio ricco di riflessioni, dove la fotografia diventa un potente strumento di conoscenza e riscoperta di un Oriente in costante evoluzione.
 
A corollario dell’esposizione, è stato redatto un raffinato catalogo a cura di bruno. Questo volume, oltre a documentare le opere esposte, segna un momento fondamentale per l’istituzione: esso inaugura la nuova linea editoriale del Museo, uno strumento essenziale che andrà a definire con coerenza e chiarezza l’identità, la visione e l’approccio curatoriale delle future mostre e pubblicazioni.

Dal 15 Ottobre 2025 al 12 Gennaio 2026 – Museo Fortuny – Venezia

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Bird Photographer of the Year

 Best Portrait, Bronze

La grande fotografia naturalistica torna in scena al Forte di Bard con un progetto del tutto inedito, presentato per la prima volta in Europa: si tratta di Bird Photographer of the Year, concorso internazionale che premia le migliori fotografie di uccelli, suddivise in dodici categorie.

L’edizione 2025 è la numero dieci e debutterà in Italia al Forte di Bard.
Dal 25 ottobre 2025 al 1° marzo 2026.

Bird Photographer of the Year è un concorso che celebra la bellezza e la diversità del mondo dei volatili attraverso la straordinaria potenza della fotografia. A vincere l’edizione 2025 è l’immagine di una magnifica Fregata che si staglia contro un’eclissi solare totale. A realizzarla in Messico è stato il fotografo canadese Liron Gertsman. Due gli italiani premiati: Francesco Guffanti con l’immagine Angelo o Demone, scattata in Valle d’Aosta, che ritrae un’aquila reale mentre si ciba di una carcassa di cervo rosso, ha vinto il primo premio nella categoria Comportamento degli uccelli; Philippe Egger, con lo scatto Fotografia d’arte, che vede protagonista un Martin pescatore comune in un suggestivo volo su un’opera d’arte, ha vinto il primo premio nella categoria Prospettive creative.

Dal 25 ottobre 2025 al 1° marzo 2026 – Forte di Bard – Aosta

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Cristian Chironi. Abitare l’immagine

Una squadra di calcio degli anni '70 in un'immagine storica, con giocatori in maglietta e pantaloni corti. In primo piano, un giocatore in posizione di partenza, mentre sullo sfondo si intravedono altri membri della squadra e spettatori.
Cristian Chironi, Offside, 2007 © Cristian Chironi

Il 24 ottobre 2025 apre nella Project Room di CAMERA la mostra Cristian Chironi. Abitare l’immagine dedicata alla lettura del rapporto tra fotografia e performance nell’opera multidisciplinare dell’artista sardo (Nuoro, 1974).

Curato da Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include una selezione dei lavori che ripercorrono la ricerca dell’artista dagli esordi sino ad oggi, mostrando come le strategie di autoritratto, di messa in scena, di creazione dei personaggi e di costruzione dell’ambientazione prendano parte al valore costruttivo ed espressivo delle immagini.
È evidente già dai lavori a cavallo degli anni Duemila, infatti, che la poetica dell’autore non consideri solamente l’uso della fotografia come documento orientato a immortalare l’azione del corpo in movimento: le modalità inedite adottate in progetti come Lina (2004), Offside (2007), DK (2009) o Cutter (2010) rivelano il ruolo centrale dell’immagine fotografica nell’indagare la complessità delle relazioni personali, della propria identità, del rapporto con le culture mondiali attraverso la creazione di un immaginario di fantasia che altera la percezione della realtà.

Progetti più recenti come My house is a Le Corbusier (2015 – in corso) completano il racconto della sua pratica, allargando all’uso ibrido dell’immagine che l’artista raggiunge con l’utilizzo del collage, del video e dell’installazione.

24 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Project Room Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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GIULIA IACOLUTTI: DOPAMINA

Un uomo anziano indossa un completo scuro e usa un bastone mentre si volta verso un fondale bianco, sollevando un braccio in un gesto espressivo.

Dieci stampe compiono un intero giro di tango sulle pareti della galleria: è un capitolo della più ampia ricerca di Giulia Iacolutti dedicata alla dopamina e ai neurotrasmettitori dei circuiti nervosi che governano i movimenti e la sfera emotiva. Sono gli ormoni del piacere, della ricompensa, dell’innamoramento e della maternità e se – come dimostra la scienza – la loro carenza è all’origine di malattie come il Parkinson, esistono al contrario dei modi per stimolarli. (*)

L’amore può quindi essere stimolato e guarirci?

A Palermo nel 2020 Iacolutti, durante la residenza artistica Liquida presso lo studio Minumum, collabora con APIS (Azione Parkinson in Sicilia) e frequenta alcune lezioni di tango-terapia per persone che vivono con il Parkinson: il piacere derivante dal ballo è terapeutico perché stimola la produzione di serotonina e dopamina.

Iacolutti allestisce un set ispirato all’estetica di certe pubblicazioni scientifiche di fine ‘800 – inizio ‘900 (la Salpêtrière e l’Archivio Vincenzo Neri) e inizia unendosi al ballo: queste immagini nascono così. Le persone vengono quindi condotte in una danza ideale che diventa immagine poetica della gestualità del piacere, il ballo diventa solitario e simbolico e l’immaginario della persona malata viene de-stigmatizzato.

Il set che le contiene resta evidente nelle opere finali: i segni fatti con lo scotch nero a terra riconducono allo studio sull’equilibrio o alla capacità d’orientamento, il margine del fondale segna l’orizzonte. Quantopiù è evidente la costruzione, tantopiù i protagonisti trascendono l’immagine, portandoci, con un giro di tango, oltre i confini di una visione stereotipata.

Siete tutti invitati a fare con noi un ingresso danzante nel ventitreesimo anno di Micamera.

Dal 6 novembre al 30 dicembre – MICamera – MIlano

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Mostre di fotografia da non perdere a Marzo!

Di seguito trovate una selezione di mostre fotografiche proposte per il mese di marzo.

Buona visione!

Anna

BRASSAÏ. L’OCCHIO DI PARIGI

<span>Brassaï, Soirée Haute couture, Paris 1935 © Estate Brassaï Succession - Philippe Ribeyrolles</span>
Brassaï, Soirée Haute couture, Paris 1935 © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles

“Questo fotografo, pittore, scultore e scrittore
sapeva vedere tutto e, grazie alla sola virtù della sua attenzione,
dava alla realtà una qualità e un’aderenza che rendevano
il mondo allo stesso tempo più strano e meno estraneo.”
Roger Grenier
 
Dal 23 febbraio al 2 giugno Palazzo Reale presenta la mostra “Brassaï. L’occhio di Parigi”, promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, realizzata in collaborazione con l’Estate Brassaï Succession.
La retrospettiva è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo che detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista.
La mostra presenterà più di 200 stampe d’epoca, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo, per un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita.
Le sue fotografie dedicate alla vita della Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – sono oggi immagini iconiche che nell’immaginario collettivo identificano immediatamente il volto di Parigi.
Ungherese di nascita – il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale -, ma parigino d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo, definito dall’amico Henry Miller “l’occhio vivo” della fotografia.
In stretta relazione con artisti quali Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, a partire dal 1924 fu partecipe del grande fermento culturale che investì Parigi in quegli anni.
Brassaï è stato tra i primi fotografi, in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari.
Nelle sue passeggiate, il fotografo non si limitava alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventurava anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.
 
È del 1933 il suo volume Paris de Nuit (Parigi di notte), un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese.
Le sue fotografie furono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï divenne collaboratore e attraverso la quale conobbe scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray.
“Esporre oggi Brassaï significa – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész. Quest’ultimo esercitò una notevole influenza sui fotografi che lo circondavano, tra cui lo stesso Brassaï e Robert Doisneau.”
Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia che fu definita “umanista”, per la grande attenzione che l’artista riservò ai protagonisti di gran parte dei suoi scatti.  In realtà, l’arte di Brassaï andò ben oltre la “fotografia di soggetto”: la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti, ad esempio, testimonia il suo legame con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet.
Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo.
I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958. Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare. I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume Les artistes de ma vie, del 1982, due anni prima della sua morte.
Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita.
È sepolto nel cimitero di Montparnasse, nel cuore della Parigi che ha celebrato per mezzo secolo.
 
La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale e curato dallo stesso Philippe Ribeyrolles, con un testo introduttivo di Silvia Paoli.

Dal 23 Febbraio 2024 al 02 Giugno 2024 – Palazzo Reale – Milano

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BRESCIA PHOTO FESTIVAL 2024. VII EDIZIONE – TESTIMONI

Maurizio Galimberti, Studio n°11, 2023
Maurizio Galimberti, Studio n°11, 2023

A marzo 2024 torna il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, che porterà nei luoghi espositivi più prestigiosi della città e della provincia un programma articolato di mostre con alcuni dei nomi più importanti e celebrati della fotografia italiana contemporanea.
Il titolo scelto per questa settima edizione è Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della storia attraverso il racconto che ne fanno le immagini.
 
Anche per quest’anno, il fulcro del Brescia Photo Festival sarà il Museo di Santa Giulia che ospita,
dall’8 marzo al 28 luglio 2024, un’importante mostra monografica dedicata a Franco Fontana, uno dei pionieri della fotografia a colori, in occasione dei suoi novant’anni.
La grande rassegna, dal titolo Franco Fontana. Colore, curata dallo Studio Fontana, promossa dalla Fondazione Brescia Musei e co-prodotta con Skira, presenterà 122 immagini realizzate dal 1961 al 2017.
Il percorso espositivo, suddiviso in 4 sezioni, documenta la ricerca di Franco Fontana sui temi “paesaggio”, “paesaggio urbano”, “presenza assenza”, “people”, “luce americana”, “frammenti”, “autostrade” e “asfalti”: per l’autore, tutto è o diventa paesaggio.
Accompagna la mostra un ricco catalogo Skira per Fondazione Brescia Musei, con un testo di
Caterina Mestrovich e un’introduzione di Nicolas Ballario.
 
In contemporanea, sempre dall’8 marzo al 28 luglio 2024, il Museo di Santa Giulia accoglie una mostra che ricorda, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974, nella quale persero la vita 8 persone. 
Partendo da alcune delle fotografie del portfolio di Renato Corsini, una delle più lucide testimonianze di quei tragici giorni, Maurizio Galimberti realizzeràseguendo lasua grammatica compositiva, una grande installazione, nata da un’idea di Paolo Ludovici, con 40 composizioni e una serie di Polaroid 50×60 cm, nella quale scomporrà e risemantizzerà, secondo la sua cifra espressiva più caratteristica, le immagini di quel reportage d’epoca, oltre a manifesti, articoli di giornale, disegni e consentendo così al pubblico di riflettere, anche attraverso il medium fotografico, sulla portata e sulla drammaticità di quel tragico e gravissimo evento. 
 
Anche per questa edizione, il secondo polo di attrazione del Brescia Photo Festival in città si conferma essere il Mo.Ca. – Centro per le Nuove Culture.
Dal 16 marzo al 12 maggio 2024 ospiterà una retrospettiva dedicata a Federico Garolla (1925-2012), che documenterà uno stile che, tra gli anni ’50 e ’60, ha illuminato il percorso di molti altri fotografi.
La mostra, curata da Isabella Garolla e Margherita Magnino, dal titolo Saper leggere il tempo, presenterà una serie di fotografie, tra cui una decina di inediti, in cui grandi attori teatrali, stelle nascenti della televisione, modelle, artisti ma anche persone comuni prendono parte, come attori sul palcoscenico, del set di uno studio cinematografico.
Garolla è stato tra i primi a portare gli abiti degli atelier più prestigiosi nelle strade al mattino presto, nelle periferie urbane ancora libere dal traffico automobilistico, sulle scalinate di una Roma deserta, e anche in contesti inaspettati. La sua idea di glamour si basa sul confronto tra immagini dissonanti, su antitesi estetiche e su divisioni di classe inequivocabili. Nulla è lasciato al caso, ma tutto appare disinvolto, sofisticatamente casuale e perfettamente orchestrato. L’opera di Garolla si colloca in una dimensione, in linea con Cartier-Bresson e Avedon, in cui il soggetto riflette il “mondo di un’epoca” e lo stile distintivo del suo autore. 
 
In contemporanea, sempre dal 16 marzo al 12 maggio 2024, il Mo.Ca. accoglierà Dentro il cinema, la personale di Chiara Samugheo (1935-2022), artista che ha rivoluzionato la fotografia legata al mondo delle celebrità con il suo approccio innovativo, dando vita al reportage cinematografico. L’esposizione, curata da Mauro Raffini, dimostra come Chiara Samugheo abbia sempre concentrato la sua attenzione esclusivamente sui protagonisti che contribuirono a rendere il cinema una delle forme espressive più popolari e amate del mondo del cinema. La sua fama divenne rapidamente globale, tanto che fu chiamata a collaborare con le principali riviste di cinema, moda e costume, tra cui Cinema NuovoEpocaSternVogueParis MatchLife e Vanity Fair.
Il suo sguardo femminile ha contribuito significativamente al movimento di liberazione sessuale che caratterizzò gli anni ’60 e la mancanza di premeditazione, dalla sintesi tra la foto “posata” e l’istantanea catturata al volo, la portò a creare servizi fotografici molto apprezzati.
 
Dal 18 maggio al 30 giugno 2024 il Brescia Photo Festival renderà omaggio a un altro maestro della fotografia italiana, Carlo Orsi (1941-2021), autore capace di spaziare dalla moda al reportage, dal ritratto alla ricerca e dal glamour alla sperimentazione, mantenendo iconico e immediatamente riconoscibile il suo stile. La mostra PercORSI, curata da Margherita Magnino e Silvana Beretta, si concentrerà sui ritratti che l’artista ha realizzato nel mondo dell’arte, del cinema, dello sport, della musica, della moda e della cultura, attraverso 80 immagini capaci di raccontare l’evolversi di una società attraverso gli sguardi e le pose dei suoi interpreti.
Tra le novità della VII edizione del Brescia Photo Festival vi è la collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera (BS). Il complesso monumentale ospiterà infatti nell’estate del 2024 una collettiva di 10 fotografe italiane a cura di Renato Corsini – tra le quali Maria Vittoria Backhaus, Silvia Camporesi e Antonella Monzoni – che offriranno al visitatore, ognuna con la propria cifra, 10 diversi modi diinterpretare gli spazi della storica residenza di Gabriele d’Annunzio, in un progetto espositivo dal titolo evocativo Il Vittoriale delle Italiane a cui si affiancherà un ciclo di incontri, Testimonianze, che si terrano da marzo a giugno a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, il Ma.Co.f e a Gardone, presso Il Vittoriale degli Italiani.

Dal 08 Marzo 2024 al 28 Luglio 2024 – Brescia Sedi varie

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SEBASTIÃO SALGADO. AMAZÔNIA

Sebastião Salgado, Indiana Yawanawá. Stato di Acre, Brasile, 2016
© Sebastião Salgado/Contrasto | Sebastião Salgado, Indiana Yawanawá. Stato di Acre, Brasile, 2016

Dal 29 febbraio e fino al 13 ottobre 2024, il Salone degli Incanti di Trieste ospita la mostra Sebastião Salgado. Amazônia, a cura di Lélia Wanick Salgado.

L’esposizione è promossa dal Comune di Trieste – Assessorato alle politiche della cultura e del turismo e organizzata da Civita Mostre e Musei e Contrasto. Zurich è il global partner dell’intero tour internazionale della mostra Amazônia e Illy ne è special partner per Trieste.   Dopo il progetto Genesi, Salgado ha intrapreso una nuova serie di viaggi per catturare l’incredibile ricchezza e varietà della foresta amazzonica brasiliana e i modi di vita dei suoi popoli, stabilendosi nei loro villaggi per diverse settimane e fotografando diversi gruppi etnici. Questo progetto è durato sette anni durante i quali ha fotografato la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano, registrando l’immensa potenza della natura di quei luoghi e cogliendone nel contempo la fragilità.
Questa mostra arriva ora a Trieste ed è un’immersione totale nella foresta amazzonica: i suoni della foresta registrati in loco – il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli e il fragore delle acque che scendono dalle montagne – compongono un paesaggio sonoro creato da Jean-Michel Jarre che accompagna e rende ancora più potenti le impressionanti immagini di Salgado.
Attirando l’attenzione sulla bellezza incomparabile di questa regione, Salgado vuole accendere i riflettori sulla necessità di proteggerla insieme ai suoi abitanti. La foresta è un ecosistema fragile, che nelle aree protette dove vivono le comunità indigene non ha subito quasi alcun danno. Tutta l’umanità ha la responsabilità di occuparsi di questa risorsa universale, polmone verde del mondo, e dei suoi custodi.

Dal 29 Febbraio 2024 al 13 Ottobre 2024 – Salone degli Incanti – Trieste

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HELMUT NEWTON. LEGACY

Helmut Newton, Elle, Parigi 1967
© Helmut Newton Foundation | Helmut Newton, Elle, Parigi 1967

Dopo le mostre a Palazzo Reale a Milano e all’Ara Pacis di Roma, Helmut Newton sbarca a Venezia con la più completa esposizione di opere che ripercorrono la sua intera vita umana e lavorativa. 
La retrospettiva HELMUT NEWTON. LEGACY, dal 28 marzo al 24 novembre 2024 alle Stanze della Fotografia, è curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia. 


All’anagrafe di Berlino è Helmut Neustädter, ma il mondo ormai lo conosce come Helmut Newton. Nato il 31 ottobre 1920 in una famiglia ebraica benestante, nel 1938 è costretto a lasciare la Germania per le leggi razziali. Decide d’imbarcarsi per l’Australia, dove aprirà un piccolo studio di fotografia. A Melbourne conosce June Brown, nome d’arte Alice Springs, attrice e fotografa e musa ispiratrice, con la quale condividerà un percorso affettivo e professionale.

Sospesi tra acqua e cielo, gli scatti di Newton a Venezia enfatizzano ancora di più lo stile elegante e audace del fotografo. L’esposizione racconta la carriera di un protagonista del Novecento che ha lasciato un segno nella moda – come dimostrano le collaborazioni con la rivista Vogue e con stilisti quali Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld, Thierry Mugler e Chanel – ma anche nel nuovo modo di approcciarsi al nudo femminile, testimoniato nel suo celebre Big Nudes. Il libro cult del 1981 raccoglie i 39 scatti in bianco e nero, molti presenti in mostra, pionieri di una frontiera della fotografia non ancora esplorata, quella della gigantografia e degli scatti a grandezza umana.


«Il suo passaggio in Laguna è documentato più volte, come si potrà vedere nel servizio per la rivista Queen del 1966 o nel ritratto ad Anselm Kiefer, immortalato in un affascinante palazzo sul Canal Grande. Dopo aver abitato in Australia e negli Stati Uniti, Newton si stabilisce in Europa, prima a Parigi e poi a Monte Carlo intensificando le sue visite a Venezia».
 
Matthias Harder, curatore e presidente della Helmut Newton Foundation

L’eredità di Newton sarà raccontata in sei capitoli cronologici: gli esordi degli anni Quaranta e Cinquanta in Australia, gli anni Sessanta in Francia, gli anni Settanta negli Stati Uniti, gli Ottanta tra Monte Carlo e Los Angeles e i numerosi servizi in giro per il mondo degli anni Novanta.

Dal 28 Marzo 2024 al 24 Novembre 2024 – Le Stanze della Fotografia – Venezia

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AQUA MATER di SEBASTIÃO SALGADO

Aqua Mater è un progetto espositivo che nasce innanzitutto da una considerazione sullo stato del nostro pianeta e in particolare dell’acqua, l’elemento che lo rende unico nell’universo e che è al centro di un cambiamento epocale. Il riscaldamento climatico e l’innalzamento del livello degli oceani, la desertificazione e le alluvioni obbligheranno milioni di persone a cambiare la loro vita. 

Con questi presupposti il grande Sebastião Salgado ha selezionato 42 fotografie in bianco e nero dedicate al tema dell’acqua, stampate in un grande formato e inserite in un suggestivo allestimento, curato da Lélia Wanick Salgado. Le foto sono state scattate nel corso degli anni in Brasile, in Algeria, in Antartide, nel Mali, in Alaska, in India, in Namibia, in Italia e in varie altre parti del pianeta; mostrano la natura e la vita degli uomini in relazione con questo elemento essenziale, che mette in evidenza anche il legame tra la crisi ambientale e le disuguaglianze sociali.  

La mostra è espressamente aperta al pubblico dal 23 marzo 2024, la Giornata Mondiale dell’Acqua promossa come ogni anno dall’UNESCO. La sede espositiva di Palazzo Ducale a Genova è la prima sede internazionale dopo la spettacolare presentazione a Parigi, all’interno di un grande padiglione di bambù sotto la Grande Arche nel quartiere della Defense. Il progetto espositivo comprende inoltre una creazione sonora immersiva sul tema dell’acqua, composta appositamente da François-Bernard Mâche dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi.

Sarà inoltre a disposizione di tutti i visitatori un’audioguida con la storia personale di Sebastião Salgado e i suoi ricordi legati alle foto presentate in mostra.

Il percorso espositivo propone un ampio corredo di testi dedicati al tema dell’acqua: l’Istituto terra fondato dai Salgado per la riforestazione della Foresta Atlantica, il Manifesto dell’Acqua 2024, un resoconto dell’Unesco, un testo a firma di Lélia e Sabastião Salgado e altri.

Aqua Mater è prodotta dalla Fondazione di Palazzo Ducale in collaborazione con Rjma Progetti culturali, Creation e SM-Art.  Radio Monte Carlo, Radio ufficiale.

Dal 22 marzo al 14 luglio – Palazzo Ducale Genova

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STRAORDINARIE


Ilaria Magliocchetti Lombi, Liliana Segre
© Ilaria Magliocchetti Lombi | Ilaria Magliocchetti Lombi, Liliana Segre 

Dopo il successo al MAXXI di Roma la mostra Straordinarie arriva a Milano, alla Fabbrica del Vapore.

Gli spazi della Cattedrale ospiteranno dal 14 febbraio al 17 marzo il progetto promosso da Terre des Hommes e curato da Renata Ferri con le fotografie di Ilaria Magliocchetti Lombi, che raccoglie 110 ritratti e voci di donne italiane provenienti da molteplici ambiti della società contemporanea. Professioniste che con il loro percorso testimoniano tanti modi diversi, tutti possibili, di affermarsi e realizzare le proprie ambizioni oltre pregiudizi e discriminazioni.

La mostra, realizzata grazie al sostegno di Deloitte con il patrocinio di Fondazione Deloitte, è parte della campagna #indifesa che Terre des Hommes porta avanti ormai dal 2012 per promuovere i diritti delle bambine e delle ragazze in Italia e nel mondo, attraverso progetti concreti sul campo, ma anche iniziative di sensibilizzazione come Straordinarie, e campagne di advocacy per costruire una cultura del rispetto e dell’inclusione contro ogni pregiudizio e discriminazione di genere.

Nei giorni di esposizione gli spazi della Cattedrale ospiteranno un ricco palinsesto di incontri dedicati alle scuole e alla cittadinanza, talk con le donne ritratte, proiezioni e performance artistiche, per approfondire i temi proposti dalla mostra.

Come afferma Renata Ferri“Straordinarie è una sfida agli stereotipi di genere che trasforma il paradigma della donna- vittima in modello di riferimento culturale e politico. Protagoniste del nostro presente, hanno accolto l’invito alla messa in scena del ritratto fotografico per fare di questo progetto un corpo unico di volti e voci, una tessitura di memorie, confidenze e dediche.”

Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura Comune di Milano: “Quando parliamo di questioni di genere, la cultura può e deve avere un ruolo fondamentale per ispirare il cambiamento della nostra società. È con questa consapevolezza che il Comune di Milano ha promosso il palinsesto “Milano Città delle donne”, che durante tutto il 2024 proporrà appuntamenti, talk e mostre legate al tema, e che si apre oggi con la mostra Straordinarie. Un progetto rivolto soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, per mostrare loro gli infiniti modi che le donne hanno di esprimere sé stesse e realizzarsi. Un invito a conoscere la storia di queste donne straordinarie e crescere libere e liberi di realizzare i propri sogni. “

“La campagna indifesa di Terre des Hommes Italia da oltre 12 anni denuncia la disparità di genere che intrappola bambine e ragazze in un ciclo di discriminazioni, stereotipi, povertà e violenza. Nella diversità e nella forza delle donne che compongono Straordinarie speriamo che ogni bambina o ragazza riesca a intravedere un riflesso delle proprie potenzialità, rincorrendo i propri sogni e lottando per superare queste disparità. Se visitando la mostra, anche una sola bambina potrà sentirsi più libera di scegliere del proprio futuro, avremo raggiunto il nostro obiettivo. E se saremo riusciti a coinvolgere in questo racconto, anche i maschi, forse potremo davvero dire di aver piantato i semi di un Paese più aperto, inclusivo e giusto”, afferma Paolo Ferrara, Direttore Generale Terre des Hommes Italia. “Siamo onorati di aver costruito con il Comune di Milano un grande palinsesto che parte con Straordinarie e continuerà nei prossimi mesi facendo della città meneghina un esempio unico per offerta culturale con una serie di progetti innovativi che racconteranno la questione di genere da molteplici punti di vista, anche attraverso altre mostre, come Appunti G, che chiuderà il palinsesto il prossimo autunno”.

“Straordinarie” è realizzata in collaborazione con Fabbrica del Vapore e fa parte, infatti, dell’iniziativa del Comune di Milano “Milano città delle Donne, delle ragazze e delle bambine” che propone alla cittadinanza un anno di eventi e appuntamenti culturali dedicati alle questioni di genere.

“La mostra Straordinarie, così come tutti gli eventi e le occasioni di dibattito ad essa collegati che si svolgeranno in Fabbrica del Vapore in tutto il 2024, dicono della volontà del Comune di Milano di costruire una città a misura di donne e uomini, inclusiva e rispettosa, collaborando con le tante associazioni e fondazioni che hanno a cuore la vita culturale, sociale, economica e politica della città. “Milano città delle donne” non è uno slogan ma la volontà quotidiana di costruire una città più sicura e accogliente per donne e uomini, rinnovando l’impegno affinché tutte e tutti abbiano pari opportunità nelle professioni così come nelle proprie aspirazioni di vita.” Elena Lattuada, Delegata del Sindaco alle Pari opportunità di genere

La mostra è stata realizzata grazie al sostegno di Deloitte con il patrocinio di Fondazione Deloitte, che ha sposato i valori promossi dal progetto ed è main partner dell’iniziativa.

Deloitte e Fondazione Deloitte sostengono con convinzione “Straordinarie”, un’iniziativa culturale di altissimo livello capace di veicolare con forza l’importanza del contributo delle donne in tutti gli ambiti professionali e riconoscere il loro valore”, spiega Guido BorsaniPresidente di Fondazione Deloitte e Partner di Deloitte. Con questo progetto prosegue l’impegno di Fondazione Deloitte a sostegno di modelli di riferimento inclusivi, capaci di ispirare le nuove generazioni e di stimolare le ragazze e i ragazzi ad andare oltre gli stereotipi di genere”.

In questa edizione la mostra si accompagna con un libro ad essa dedicato che sarà disponibile durante la mostra e sul sito di Silvana Editoriale (www.silvanaeditoriale.it) e che è stato realizzato grazie a Fondazione Bracco.

“Come imprenditrice ho sempre creduto nelle competenze femminili e il women empowerment è da sempre al centro del mio impegno nel business, nella responsabilità sociale e nelle istituzioni”, afferma Diana Bracco, Presidente di Fondazione Bracco, che ha reso possibile la realizzazione del catalogo della Mostra. “Il tema della parità di genere è anche nella mission della nostra Fondazione. Sul fronte della formazione, abbiamo dato vita al Manifesto Mind the STEM Gap contro gli stereotipi di genere e all’iniziativa pluriennale #100esperte, per dar voce a personalità femminili in tanti settori. Per tutti questi motivi ci è sembrato naturale essere al fianco di Terres des Hommes in questo progetto espositivo. Le oltre cento donne ritratte in questa mostra, di cui sono molto felice di fare parte, sono artefici della loro libertà di pensiero e azione. Mi auguro che questa esposizione sia visitata da tante bambine e ragazze. E a loro rivolgo un appello: non smettete di coltivare i vostri sogni. Abbiatene cura, teneteli stretti, fateli fiorire. Il potere trasformativo dei desideri è inestimabile”.

L’appuntamento è stato inserito nel calendario delle Olimpiadi Culturali (Cultural Olympiad), il programma multidisciplinare, plurale e diffuso, realizzato dalla Fondazione Milano Cortina 2026, che mira a promuovere i Valori Olimpici e Paralimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, nel percorso di avvicinamento ai prossimi Giochi Invernali.

Questa importante iniziativa dona un valore aggiunto all’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”. Ha dichiarato Diana Bianchedi Chief Strategy Planning and Legacy Officer di Milano Cortina 2026. “I prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali lasceranno al Paese e alle generazioni di domani un’eredità intangibile duratura: la Fondazione Milano Cortina 2026 ha infatti attivato una serie di programmi, tra cui quello culturale, che puntano a coinvolgere e avvicinare le persone a valori quali inclusione, uguaglianza e rispetto. Progetti come questo, nato a sostegno delle donne, permettono di rafforzare il lavoro intrapreso a favore della parità di genere nel mondo dello sport e di una corretta rappresentazione delle donne”

“Questa straordinaria raccolta fotografica, realizzata dalle donne per le donne e per la difesa dei loro diritti – afferma Arianna Ferrini, HR Director di Canon Italia – rappresenta un’importante occasione per tenere alta l’attenzione sui temi legati alle disparità e ai pregiudizi nei confronti dell’universo femminile. E’ per noi un onore collaborare come partner a un progetto al quale ci sentiamo particolarmente vicini, poiché l’equità e l’inclusione sono valori fondamentali. Il nostro impegno è infatti quello di creare un’organizzazione sempre più inclusiva, all’interno della quale ciascun talento possa esprimersi e migliorarsi, rispecchiando la diversità della società in cui viviamo”.

Inoltre, altri numerosi partner che sono a fianco di Terre des Hommes per i diritti delle bambine e delle ragazze supportano l’iniziativa, tra cui: Rai per la Sostenibilità ESG, Canon, Gramma, partner Culturale, Cotril, che ha curato lo styling hair delle protagoniste, Neutralia, partner tecnici, Corriere della sera, iO Donna, La27esimaOra, Urban Vision media partner.

Dal 14 febbraio al 17 marzo – Fabbrica del Vapore – Milano

JUERGEN TELLER. I NEED TO LIVE

Self-portrait with pink shorts and balloons, Paris, 2017
© Juergen Teller, All rights reserved | Self-portrait with pink shorts and balloons, Paris, 2017

Dal 27 gennaio al 1 aprile 2024 Triennale Milano presenta la mostra Juergen Teller i need to live, a cura di Thomas Weski in collaborazione con Juergen Teller e Dovile Drizyte. L’esposizione, che è stata presentata al Grand Palais Éphémère di Parigi dal 16 dicembre 2023 al 9 gennaio 2024, è la più ampia retrospettiva mai realizzata del lavoro del fotografo tedesco e attraversa la sua produzione creativa, dalla prima metà degli anni Novanta ad oggi.

Juergen Teller è considerato uno dei nomi di riferimento di un gruppo di fotografi di fama internazionale, molto apprezzati sia nell’ambito della fotografia commerciale che in quello dell’arte contemporanea. È noto in tutto il mondo per i suoi schietti ritratti di personaggi celebri, gli editoriali di moda provocatori e le originali campagne realizzate per vari stilisti.

Stefano Boeri
, Presidente di Triennale Milano, afferma: “Siamo felici di presentare una delle più grandi mostre dedicate a Juergen Teller, artista visivo caleidoscopico, capace di catturare e rimodellare – a volte nella stessa immagine – le pulsioni più intime, le pose più irriverenti e le istanze della contemporaneità.”

Da quando si è fatto conoscere nella Londra dei primi anni Novanta, Juergen Teller ha prodotto anche importanti opere personali in cui esplora sé stesso, la sua famiglia, le sue radici e la sua identità. Negli ultimi cinque anni, ha collaborato con la moglie Dovile Drizyte a progetti comuni che riflettono vari aspetti del loro rapporto, del matrimonio e della genitorialità. Queste opere sono definite da un caratteristico mix di personaggi seri e intimi ma spesso umoristici creati in stile grottesco.

i need to live
, realizzata con il supporto di Saint Laurent by Anthony Vaccarello, presenta oltre 1000 opere e riunisce sia lavori personali che opere su commissione, immagini note e delle nuove serie fotografiche, oltre a video e a installazioni. La selezione delle opere è in parte differente rispetto a quella del Grand Palais Éphémère di Parigi. Si tratta a tutti gli effetti un progetto espositivo inedito, progettato per gli spazi di Triennale Milano.

Il titolo della mostra, “i need to live”, si riferisce alle sensazioni di Teller a fronte degli incidenti esistenziali che hanno segnato la sua vita, talvolta in modo tragico. L’artista affronta questi temi nello stesso modo in cui pratica la fotografia, con uno stile diretto e realistico, del tutto personale. Con le sue immagini uniche, Teller celebra l’importanza di essere vivi, riconoscendo al contempo la fragilità dell’esistenza umana.

Il progetto architettonico della mostra è stato affidato a 6a architects, che ha progettato lo studio fotografico dell’artista a West London, completato nel 2016. La loro conoscenza specialistica della pratica di Teller, acquisita attraverso la lora precedente collaborazione, ha ispirato il progetto di allestimento creando singoli settori all’interno dello spazio espositivo di Triennale. L’allestimento permette ai visitatori di apprezzare la ricchezza e la varietà della pratica di Teller attraverso un’esperienza visiva unica.

Juergen Teller è autore di oltre quaranta libri d’arte, realizzati in collaborazione con Gerhard Steidl della Steidl Verlag di Gottinga nell’arco degli ultimi vent’anni. Un’ampia selezione di questi volumi sarà presente in mostra insieme ad altre pubblicazioni, riviste e materiale stampato, mostrando il contesto culturale in cui il lavoro di Teller viene spesso presentato per la prima volta.

In occasione della mostra al Grand Palais Éphémère di Parigi e a Triennale Milano, è stata realizzata da Juergen Teller e Dovile Drizyte la pubblicazione i need to live, edita da Steidl e con testi di Leïla Slimani, Anthony Vaccarello, Rick Owens, Roni Horn, Thomas Weski, Tom Emerson e Alistair O’Neill. Parallelamente sono stati pubblicati quattro libri d’autore: Juergen Teller, Fashion Photography for America 1999–2016Juergen Teller, Jurgaičiai; Juergen Teller, More HandbagsJuergen Teller, The Myth. Tutte le pubblicazioni sono disponibili online e allo store di Triennale.

Il Main Partner Saint Laurent by Anthony Vaccarello e i Partner Istituzionali Lavazza Group e Salone del Mobile.Milano sostengono Triennale Milano per questa mostra.

Dal 27 Gennaio 2024 al 01 Aprile 2024 – Triennale di Milano

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Tim Smith, In The World But Not Of It

Museo Diocesano Cremona foto di Tim Smith comunità hutterita 

Fino al 7 aprile 2024, il Museo Diocesano di Cremona ospita, in collaborazione con il Festival della Fotografia Etica diretto da Alberto Prina, la mostra del fotografo canadese Tim Smith, In The World But Not Of It, a cura di Laura Covelli.

Dal 2009 Tim Smith ha documentato lo stile di vita delle comunità hutterite del Manitoba, provincia del Canada occidentale affacciata sulla Baia di Hudson. Gli Hutteriti sono anabattisti che hanno deciso di vivere in colonie nel Canada occidentale e negli Stati Uniti nord-occidentaliseparati volontariamente dalla società tradizionale e autosufficienti sotto il profilo economico.

Con uno stile di vita basato sull’applicazione degli insegnamenti evangelici, queste comunità sono costantemente alla ricerca di un equilibrio con il “mondo esterno”. Qui i legami sociali sono molto forti e il senso di comunità molto vivo, in contrasto con l’individualismo e il senso di solitudine che spesso caratterizzano la nostra società.

Tim Smith ha voluto, dunque, conoscere più da vicino questa realtà, andando oltre gli stereotipi ma anche oltre la narrazione romanticizzata di cui gli Hutteriti vengono fatti oggetto.

La mostra sarà collocata non solo nella sala dedicata alle esposizioni temporanee del Museo Diocesano di Cremona. Alcune fotografie, infatti, saranno in dialogo diretto con le opere d’arte della collezione permanente del museo. Un incontro di grande fascino, dunque, che accosta preziose opere d’arte del passato con la forza dinamica degli scatti del fotografo canadese.

Fino al 7 aprile 2024 – Museo Diocesano di Cremona

NINO MIGLIORI. UNA RICERCA SENZA FINE

Opera di Nino Migliori
Opera di Nino Migliori

La fotografia di Nino Migliori (Bologna, 1926) è in perenne movimento. Un flusso di idee, progetti, sperimentazioni, ma anche precise prese di posizione etiche e politiche accompagnate da un ideale estetico in continua evoluzione. L’artista ha sempre agito con un unico e irrinunciabile obiettivo: spostare sempre più in là i confini della fotografia, riscrivendo costantemente la grammatica delle immagini, aprendo e legittimando filoni di indagine prima di lui sconosciuti.
Questa antologica ripercorre la “ricerca senza fine” condotta da Migliori dal 1948 ad oggi: dagli scatti di sapore neorealista, che raccontano l’Italia degli anni Cinquanta, e dalle serie dei Muri e dei Manifesti strappati, dove mostra affinità con la pittura informale europea, alle sperimentazioni concettuali con cui indaga aspetti trascurati o non previsti del linguaggio fotografico (la reazione dei materiali, il ruolo cosciente del caso, quello del tempo, la presenza fisica e gestuale dell’artista), e alle opere che evidenziano un particolare interesse per la comunicazione visiva nel suo insieme.
Nel percorso di Nino Migliori la fotografia assume valori e contenuti legati all’arte, alla sperimentazione e al gioco: oggi lo si considera un vero architetto della visione perché ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere dell’immagine, tema che ha caratterizzato tutta la sua produzione.

Dal 17 Febbraio 2024 al 03 Giugno 2024 – Castello Estense – Ferrara

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PATRICK MIMRAN. OUT OF FOCUS

© Patrick Mimran
© Patrick Mimran

Dal 28 marzo all’11 agosto 2024 aprirà al pubblico la mostra Out of focus, che presenta gli ultimi dieci anni di ricerca fotografica dell’artista Patrick Mimran attraverso 30 fotografie inedite e mai esposte in Italia. 

Nato a Parigi nel 1956, Patrick Mimran è un artista pluridisciplinare. Dagli anni Ottanta ha realizzato opere e installazioni utilizzando quasi tutti i mezzi e i supporti possibili, spaziando dalla fotografia alla tecnologia, dalla musica alla multimedialità.



In Out of focus, l’artista ha lavorato principalmente sulla mancanza di nitidezza, non solo dei contorni, ma dell’intera immagine. Se inizialmente l’immagine appare astratta, più la si guarda più si colgono quei dettagli che l’avvicinano al reale. Questo aspetto contrasta con la nitidezza delle immagini a colori in formato più piccolo che accompagnano e definiscono le grandi fotografie.
 
Se lo strumento fotografico è stato progettato per rappresentare la realtà così com’è, Mimran pare utilizzarlo al contrario. Per l’artista il modo migliore per catturare un soggetto, vivente o inanimato, non è quello di rappresentarlo il più fedelmente possibile, ma di allontanarsene fino all’astrazione.
 


«Ci troviamo nella dimensione dell’inconscio, in un perpetuo fluire iconografico di figure indefinibili, che sfidano l’occhio del pubblico a rintracciare la geometria originaria. Si direbbe un’opera costruita unicamente per lasciare spazio all’ambiguità, perché la fotografia, contrariamente alla sua compostezza strumentale, è pura menzogna. Ecco allora che Mimran raccoglie i frutti di quella illusione di verità e prende per mano una dimensione fiabesca e la fa propria. Su questo limite incontrollabile viene restituita all’osservatore la sovranità di interpretare liberamente questa rielaborazione della realtà».
Denis Curti, direttore artistico delle Stanze della Fotografia.

Dal 28 Marzo 2024 al 11 Agosto 2024 – Le Stanze della Fotografia – Venezia

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Non ha l’età. Il Festival di Sanremo in bianco e nero 1951-1976

Festival di Sanremo Gigliola Cinquetti 1964 Archivio Publifoto 

La più celebre manifestazione della canzone italiana nasce nel 1951, organizzata dalla Rai di Torino, in tre serate e trasmessa radiofonicamente in presa diretta dal Salone delle Feste del Casinò. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, ma nel 1955, la manifestazione comincia ad avere una certa popolarità e la tv decide di appropriarsene. Da allora infatti la storia del Festival di Sanremo procede di pari passo con la storia della televisione italiana. Il Festival di Sanremo è un capitolo importante non solo della storia della musica e della televisione ma anche della storia sociale del Paese.

I fotoreporter dell’Agenzia Publifoto intuiscono l’importanza della manifestazione e, negli anni in cui l’evento fu ospitato nel Casinò di Sanremo (1951-1976), realizzano circa 15.000 fotografie del Festival. La mostra espone un nucleo di fotografie dell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, ripercorre gli anni in cui il Festival fu ospitato nel Casinò di Sanremo prima di trasferirsi definitivamente al Teatro Ariston e si sofferma in pochi casi sulle immagini delle esibizioni degli artisti sul palco, per concentrarsi invece sul “fuori scena”: l’attesa dei cantanti in platea durante le prove; le passerelle degli artisti (anche gli ospiti stranieri) in giro per la città di Sanremo; la produzione degli autografi per il pubblico; gli artisti in sala trucco; il pubblico; gli artisti ritratti in situazioni curiose, ma anche l’orchestra, la giuria, la sala stampa. Un album di fotografie spesso inconsuete, che ritraggono gli artisti lontano dai riflettori, nei momenti di vita quotidiana che accompagnano le frenetiche giornate del Festival, con un’ingenuità e immediatezza che ce li fanno sentire sorprendentemente familiari. Sono fotografie che testimoniano di un’Italia che ha fretta di dimenticare la guerra e la povertà, che vuole affidare alle canzoni una ritrovata spensieratezza, ma anche, come nel caso della canzone “Vola colomba”, un desiderio di rivalsa circa la “questione triestina o giuliana”. La colonna sonora dell’esercito di liberazione americano era stato il boogie-woogie, musica piena di eccitazione ma a noi sconosciuta, adesso bisognava trovarne una tutta italiana, legata alla tradizione melodica e del bel canto. Il titolo della mostra richiama la giovane età di un Festival agli esordi e di un’Italia in crescita.

La mostra vede la curatela di Aldo Grasso e, grazie alla media partnership con la Rai, è arricchita da contributi video-sonori in collaborazione con Rai Teche.

Dal 1 febbraio al 12 maggio 2024 – Gallerie d’Italia – Torino

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ROE ETHRIDGE. HAPPY BIRTHDAY LOUISE PARKER

Roe Ethridge, Louise, 2014, stampa a sublimazione. Courtesy of the artist, Andrew Kreps Gallery and Gagosian
© Roe Ethridge | Roe Ethridge, Louise, 2014, stampa a sublimazione. Courtesy of the artist, Andrew Kreps Gallery and Gagosian

Nella Galleria, in concomitanza con la Settimana della Moda Donna di febbraio, 10·Corso·Como inaugura Happy Birthday Louise Parker, una mostra personale dell’artista americano Roe Ethridge (Miami, 1969). A cura di Alessandro Rabottini, il progetto espositivo è stato concepito per la Galleria di 10·Corso·Como ed è la prima esposizione in Italia dedicata
a una delle voci più personali della fotografia internazionale. Conosciuto per lo stile anticonvenzionale, lirico e provocatorio, Roe Ethridge esplora le potenzialità dell’immagine fotografica al di là delle divisioni tra ricerca artistica e fotografia commerciale, stabilendo un profondo dialogo tra arte e moda, memorie personali e storia della fotografia.  
Happy Birthday Louise Parker riunisce opere iconiche degli ultimi 15 anni e lavori inediti, offrendo una visione delle molteplici tematiche e sensibilità che si intrecciano nella pratica artistica di Ethridge. Esuberanti nature morte, servizi di moda frutto di una meticolosa messa in scena, paesaggi malinconici e ritratti intimi. Pur nella diversità dei soggetti, il linguaggio di Ethridge affronta ciascuna immagine con lo stesso, estremo rigore formale, sottoponendo tanto il proprio vissuto quanto l’immaginario della moda a un processo di tensione stilistica e concettuale.  

Dal 21 Febbraio 2024 al 05 Aprile 2024 – 10 Corso Como – Milano

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Tutte le mostre della Biennale di fotografia femminile di Mantova

Lisetta Carmi
Lo sguardo di Lisetta Carmi sulle donne di Sicilia e Sardegna

Casa del Mantegna
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 18:30

Luisa Dörr
Imilla

Casa del Mantegna
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 18:30

Newsha Tavakolian
And They Laughed At Me

Casa del Mantegna
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 18:30

Cammie Toloui

The Lusty Lady Series

mostra vietata ai minori di 18 anni non accompagnati
verrà richiesto documento d’identità

Casa del Pittore
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Visita guidata con l’artista: 10 Marzo ore 15:00 – in inglese con interprete

Claudia Ruiz Gustafson
La Ciudad en las Nubes

Spazio Arrivabene 2
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Esther Hovers
False Positives

Palazzo Te, Tinelli

Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 18:30

Kiana Hayeri

Where prison is a kind of freedom

Casa di Rigoletto
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 9:00 – 18:00

Visita guidata con l’artista: 30 Marzo ore 11:00 – in inglese con interprete

Photo requests from solitary

Casa di Rigoletto
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 9:00 – 18:00

Daria Addabbo

Drought. No water in the Owens Valley

Galleria Disegno
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Visita guidata con l’artista: 10 Marzo ore 16:00

Tamara Merino

Underland

Galleria Disegno
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Thandiwe Muriu

Camo

Galleria Disegno
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Mostre Collaterali

Irene Ferri
Couldn’t share that

Casa del Mantegna
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 18:30

Vincitrici del premio Musa 2022 e 2023

Spazio Arrivabene 2
Tutti i Sabati, le Domeniche e festivi: da 8 Mar a 14 Apr

Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Il Sublimista
Ritratti Istantanei alla Ricerca del Sublime

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Mostre di fotografia da non perdere a ottobre

Tantissime mostre importanti ci aspettano per il mese di ottobre, date un’occhiata qua sotto! C’è solo l’imbarazzo della scelta…

Anna

NAPOLI / ANDERS PETERSEN

© Anders Petersen
© Anders Petersen

Con la mostra inedita “Napoli / Anders Petersen” la Spot home gallery di Napoli presenta dal 21 ottobre 2023 al 31 gennaio 2024 la personale di uno dei più importanti e influenti fotografi contemporanei.
Il corpus di circa sessanta fotografie in bianco e nero, di medie e grandi dimensioni, esposto in mostra è stato realizzato dall’artista svedese nel 2022 durante un mese di residenza a Napoli a cura della galleria, tra maggio, ottobre e novembre.
 
Con uno sguardo sensibile e innocente, privo di pregiudizi e sovrastrutture, Petersen (1944, vive e lavora a Stoccolma) si è immerso nella città partenopea, catturandone la vita: persone al lavoro, in vacanza, in festa, per strada, felici e tristi, giovani e anziane, forti e fragili.
Ne emerge un ritratto personale di una Napoli molto fisica, carnale, sensuale, a tratti tenera e fragile, a tratti più dura e primitiva, ma sempre trasudante una forte energia vitale.
La Napoli di Anders Petersen è una città dai bianchi e neri fortemente contrastati, lontana dall’immaginario colorato cui la città è generalmente associata, ma profondamente coerente e corrispondente alle forti contraddizioni che la caratterizzano.
 
Le fotografie di Petersen parlano della città, della sua gente, ma parlano contemporaneamente dell’autore: fotografare è per l’artista un’indagine continua su se stesso, un interrogare l’altro per scoprire qualcosa di più su di sé. Per questo, spiega: «Voglio essere il più vicino possibile in modo da poter sentire che qualunque cosa io fotografi assomigli il più possibile a un autoritratto. Voglio che le mie foto siano una parte di me, voglio riconoscervi i miei sogni, le mie paure, i miei desideri.».
 
Il fotografo svedese si fida del suo istinto, del suo cuore e usa tutto il suo corpo e i suoi sensi quando fotografa. Le sue immagini, infatti, rivelano la sua presenza, la sua empatia e il suo amore per tutto ciò che ritrae, sia esso una persona, un animale, un luogo o un oggetto che può condurre a un’associazione inaspettata. «Anders Petersen – racconta la gallerista Cristina Ferraiuolo – non poteva che essere il primo artista in residenza. Napoli, con il suo caos e la sua umanità variegata, era il luogo ideale per un fotografo come lui».
Anders combina primi piani, istantanee, ritratti posati, inquadrature sghembe, dettagli apparentemente banali, fornendoci punti di vista talvolta disorientanti, che pongono domande. E rigorosamente in verticale perché, afferma: «Quando scatti in verticale, ti avvicini di più alle persone».
 
Dal lontano 1967, da suo primo lavoro “Cafè Lehmitz”, destinato a diventare un caposaldo nel mondo della fotografia internazionale, il fotografo svedese cattura, con un approccio diretto e sincero, la spontaneità della vita che lo circonda per coglierne il valore profondo, affettivo, nel solco di quel filone della fotografia contemporanea del quale fanno parte artisti come Daido Moriyama e Nan Goldin.

Dal 21 Ottobre 2023 al 31 Gennaio 2024 – Spot home gallery – Napoli

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RI-SCATTI. CHIAMAMI COL MIO NOME

RI-SCATTI. Chiamami col mio nome, PAC - Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano
RI-SCATTI. Chiamami col mio nome, PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano

Sedici persone fra transgender e non-binary sono protagoniste del nuovo progetto fotografico di RI-SCATTI dal titolo Chiamami col mio nome. Una mostra, in programma dal 7 ottobre al 5 novembre, ideata e organizzata dal PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano e da Ri-scatti ODV – l’associazione di volontariato che dal 2014 realizza progetti di riscatto sociale attraverso la fotografia – e promossa dal Comune di Milano con il sostegno di Tod’s. L’edizione di quest’anno, la nona, è realizzata in collaborazione con l’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere (ACET) e l’Associazione ALA Milano. 
L’esposizione, a cura del conservatore del PAC Diego Sileo, si propone di raccontare storie vere, alcune volte amare, altre gioiose, ma assolutamente frutto di una libera espressione. Più di trecento fotografie mettono in luce le identità̀ delle persone trans e il loro sofferto percorso di transizione, accendendo i riflettori sulle difficoltà nel riconoscersi prima ancora che farsi riconoscere e accettare dalla propria famiglia, dai propri amici, dalle istituzioni e dalla società. Ancora oggi l’Italia risulta al primo posto in Europa per numero di episodi di transfobia: molte sono le violenze e i soprusi, a causa di ragioni sociali e culturali, che le persone trans vivono durante la propria esistenza. 
Gli scatti in mostra al PAC sono quelli di Alba Galliani, Antonia Monopoli, Bianca Iula, Elisa Cavallo, Fede, Ian Alieno, Lionel Yongkol Espino, Logan Andrea Ferrucci, Louise Celada, Manuela Verde, Marcella Guanyin, Mari, Nico, Nico Guglielmo, Riccardo Ciardo, Seiko. Dopo aver seguito un percorso formativo supervisionato come sempre da fotografi professionisti, volontari di Ri-scatti, tuttə hanno trovato la forza e il coraggio di raccontarsi con la macchina fotografica in mano, di mostrarsi con le loro fragilità e insicurezze, riconoscendo e utilizzando la diffusione della conoscenza come prima arma di difesa contro la transfobia. La corretta informazione e il contatto con persone che pensiamo lontane, ma che semplicemente non conosciamo, può̀ infatti aiutarci a rivedere le nostre posizioni e, più̀ semplicemente, a comprendere. 
 
Con un’offerta per gli scatti in mostra si potrà contribuire a sostenere l’operato dell’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere (ACET) e dell’Associazione ALA Milano. 

dal 7 ottobre al 5 novembre – PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano

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DOROTHEA LANGE

Dorothea Lange, Toward Los Angeles, California, 1937. Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection, Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., USA
Dorothea Lange, Toward Los Angeles, California, 1937. Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection, Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., USA

Dal 21 ottobre 2023 al 21 gennaio 2024 i Musei Civici di Bassano del Grappa, in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, presentano al pubblico l’opera di Dorothea Lange (1895 –1965), celeberrima fotografa statunitense, co-fondatrice nel 1952 di Aperture, la più autorevole rivista fotografica al mondo e prima donna fotografa cui il MoMa dedicò una retrospettiva nel 1965, proprio pochi mesi prima della sua scomparsa.

Photographer of the people, la fotografa della gente. Così Dorothea Lange si presentava nel suo biglietto da visita. Perché lei, borghese del New Jersey, aveva scelto di non fotografare i divi o i grandi protagonisti del suo tempo, per concentrarsi invece sugli “ultimi” di un’America che stava affondando nella Grande Depressione. Lo sguardo con cui Lange coglie questa umanità dimenticata non è pietistico. Le sue immagini dimostrano infatti comprensione, sensibilità, partecipazione e immensa umanità, uniti ad una capacità di lettura del contesto sociale rafforzata dal rapporto sentimentale e professionale con il marito, l’economista Paul Taylor. Nativa del New Jersey da una famiglia borghese di origini tedesche, a nove anni viene colpita dalla poliomielite che la rende claudicante; poi il dissidio con il padre, che abbandona la famiglia e che lei coraggiosamente ripudia assumendo il cognome materno.

Gli esordi la vedono a New York con Clarence White e Arnold Genthe. Nel 1918 parte per una spedizione fotografica in giro per il mondo, viaggio che si conclude prematuramente per mancanza di denaro a San Francisco, dove apre un proprio studio. Dopo avere operato per una decina di anni nel campo della ritrattistica professionale, abbracciando uno stile pittorialista, aderisce nei primi anni Trenta all’estetica della straight photography (fotografia diretta) per farsi madrina di una poetica della realtà e testimone della condizione dei più deboli ed emarginati: dai disoccupati e i senzatetto della California fino ai braccianti costretti a migrare di paese in paese alla ricerca di campi ancora coltivabili.

I drammatici accadimenti che segnano gli anni della Grande Depressione la portano a contatto con il grande progetto sociale e fotografico della “Farm Security Administration”, di cui diviene la rappresentante di punta. Nella seconda metà degli anni Trenta fotografa dunque la tragedia dell’America rurale colpita da una durissima siccità, realizzando alcune delle sue immagini insieme più drammatiche e più celebri: in questo contesto nasce infatti Migrant Mother, un’icona con cui Lange scrive una pagina indelebile della storia della fotografia imponendosi quale pioniera della fotografia sociale americana.
Fulcro – e novità – della mostra curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi e che presenterà oltre centocinquanta scatti, sarà uno speciale affondo sulla nascita di questo capolavoro, secondo un percorso espositivo di grande fascino ma anche di forte valenza divulgativa e didattica: la presentazione dell’intera sequenzadegli scatti eseguiti da Lange per trovare la foto perfetta, permetterà al pubblico di comprendere il procedimento attraverso il quale nasce un’icona.

Su commissione del governo americano, Lange si occupò successivamente anche della controversa vicenda dei campi di prigionia per cittadini giapponesi presenti sul territorio americano dopo l’attacco di Pearl Harbor, serie che per il suo atteggiamento critico nei confronti della politica governativa verrà sostanzialmente censurata e riportata solo molti anno più tardi. Queste fotografie – ulteriori testimonianze della profondità e della lucidità dello sguardo fotografico di Dorothea Lange, che verrà esposta per la prima volta in Italia in modo così esaustivo proprio in occasione di questa rassegna.

Attraverso un’ampia selezione di opere provenienti da diversi nuclei collezionistici che conservano l’opera di Dorothea Lange (tra cui in particolare la Library of Congress di Washington, i National Archives statunitensi), la mostra si incentrerà principalmente sul periodo d’oro della carriera della fotografa, dagli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale, presentando anche scatti precedenti e successivi per dare conto della varietà e della profondità della sua ricerca, sempre tesa a restituire un sincero e partecipato ritratto di ciò che la circondava. Come affermò lei stessa, “la macchina fotografica è uno strumento che insegna alla gente come vedere il mondo senza di essa”.

Dal 21 Ottobre 2023 al 21 Gennaio 2024 – Museo Civico Bassano del Grappa (VI)

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LEE MILLER. PHOTOGRAPHER & SURREALIST

Lee Miller, Self portrait with headband, New York, USA, 1932
© Lee Miller Archives | Lee Miller, Self portrait with headband, New York, USA, 1932

“Preferisco fare una foto che essere una foto”
(Lee Miller)

A tre anni di distanza dall’esposizione dedicata a Vivian Maier, le antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi ospitano vita e scatti di un’altra grande fotografa del Novecento.

LEE MILLER è una delle figure più affascinanti e misteriose di questa epoca.
Modella di straordinaria bellezza, cuoca estrosa, impavida corrispondente di guerra, fotografa di eccelsa bravura.
Nelle fotografie che la ritraggono a emergere sono gli occhi profondi e lucidi, che molto narrano della sua vita vissuta sempre al massimo grado di intensità, in perenne ricerca di se stessa.

“Lee Miller: Photographer & Surrealist” è una mostra che ripercorre la vicenda umana e professionale di Lee Miller ponendo l’attenzione sullo sguardo surrealista della fotografa che, formatosi alla fine degli anni Venti a Parigi, travalica questo breve frangente temporale per diventare tratto peculiare della sua poetica.
Surrealista sono sia il suo modo di osservare che il lessico fotografico da lei utilizzato, caratterizzato dall’uso di metafore, antitesi e paradossi visivi volti a rivelare la bellezza inconsueta della quotidianità.

Spiega Vittoria Mainoldi, curatrice della mostra: “È difficile raccontare una donna di tale caratura: la sua intimità è complessa, la sua biografia è tumultuosa, il suo lavoro amplissimo. Con questa mostra e la selezione delle opere che la compongono abbiamo cercato di restituire quello che era Lee Miller ma soprattutto quello che era il suo sguardo, un unicum nella storia della fotografia del secolo scorso.”

In mostra sono esposti cento scatti provenienti dall’Archivio Lee Miller che conducono il visitatore alla scoperta non solo della biografia della Miller ma anche della sua cifra stilistica, unica nel panorama della fotografia del primo Novecento.

La mostra si sviluppa attraverso diverse aree tematiche: partendo dal lavoro in studio a Parigi, dove la fotografa lavora con sperimentazioni tecniche e compositive, si passa a quello legato al mondo della moda e della pubblicità svolto nello studio di New York, dove la Miller esprime al meglio le sue capacità di ritrattista e di fotografa commerciale pur non rinunciando mai alla cifra surrealista. Identificativo di questo periodo il suo autoritratto mentre è impegnata a promozionare, in tutta la sua bellezza, un cerchietto.

La cifra surrealista torna anche nelle sue nature morte o nei paesaggi che arricchiscono il corpus del suo lavoro quando si trasferisce in Egitto, come nel caso di “Portrait of Space” – ritratto dello spazio – scattato verso il deserto.

Grazie al suo ruolo centrale nella cultura di quel periodo, fotografa anche gli artisti più famosi dell’epoca. In mostra la foto di Charlie Chaplin che posa con un candelabro in testa, il ritratto di Picasso e quello di Dora Maar, e ancora Mirò, Magritte, Cocteau, Ernst e, immancabilmente, Man Ray, di cui è stata musa, amante e prima di tutto collega, inventando con lui la tecnica della solarizzazione.

E poi la guerra, immortalata in tutte le sue sfaccettature. Londra – ormai casa per Lee Miller a seguito del matrimonio con Roland Penrose – devastata dai bombardamenti, ma dove ancora resiste la vita quotidiana. E Parigi, ormai liberata dalle truppe alleate, che Lee segue in prima linea diventando corrispondente per “Vogue” al fronte, come viene ritratta da David E. Scherman, a sua volta soggetto di uno degli scatti più iconici della Miller: l’uomo con indosso la maschera antigas. Infine, l’orrore dai campi di concentramento di Buchenwald e di Dachau, in Germania, che Lee immortala a poco ore dalla loro liberazione.

Dal 09 Settembre 2023 al 07 Gennaio 2024 – Palazzina di Caccia di Stupinigi – Nichelino (TO)

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André Kertész. L’opera 1910-1980

Una grande antologica di uno dei maestri assoluti della fotografia del XX secolo, André Kertész. L’opera 1910-1980, segna la stagione autunnale di CAMERA. Realizzata in collaborazione con la Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) di Parigi – Istituto che conserva gli oltre centomila negativi e tutti gli archivi donati dal fotografo allo Stato francese nel 1984 – la mostra è composta da oltre centocinquanta immagini che ripercorrono l’intera carriera del fotografo di origini ungheresi, nato a Budapest nel 1894, giunto in Francia nel 1925 e trasferitosi infine negli Stati Uniti nel 1936, dove morirà nel 1985.

La mostra segue le tappe biografiche dell’autore, dalle prime fotografie amatoriali scattate nel suo paese d’origine e durante gli anni della prima guerra mondiale, alle celebri icone realizzate nella Parigi capitale del mondo culturale degli anni tra Venti e Trenta, i capolavori realizzati nello studio del pittore Piet Mondrian, le scene di strada e infine le “distorsioni” che lo hanno reso una figura di primo piano anche nell’ambito surrealista. L’esposizione getta poi una nuova luce sulla lunga seconda parte della sua esistenza, trascorsa al di là dell’Oceano, in un clima culturale profondamente diverso: le immagini di questi anni dimostrano infatti come da un lato Kertész continui la sua ricerca ritornando sugli stessi temi, dall’altro evidenzia l’effetto che le nuove architetture, i nuovi stili di vita, i nuovi panorami cittadini hanno sulla sua fotografia.

La mostra, curata da Matthieu Rivallin – responsabile del Dipartimento di fotografia della MPP, grande esperto di Kertész – e da Walter Guadagnini – direttore artistico di CAMERA  –, celebra anche il sessantesimo anniversario della presenza del fotografo alla Biennale di Venezia: la traccia delle opere in mostra si basa infatti sulla lista manoscritta delle opere esposte in quell’occasione, ritrovata tra i documenti presenti negli archivi della MPP, una curiosità in più che lega il grande maestro al nostro paese.

19 ottobre 2023 – 4 febbraio 2024 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Fotografia è donna. L’universo femminile in 120 scatti dell’agenzia Magnum Photos dal dopoguerra a oggi

CAMERA continua ad approfondire il ruolo delle donne davanti e dietro la macchina fotografica, dopo le due mostre di grande successo dedicate a Eve Arnold e a Dorothea Lange, e lo fa con Fotografia è donna. L’universo femminile in 120 scatti dell’agenzia Magnum Photos, dal dopoguerra a oggi, che nell’antica residenza fortificata de La Castiglia di Saluzzo in provincia di Cuneo, propone un percorso fra le più iconiche immagini di Magnum Photos, realizzate in prima persona da autrici di fama internazionale e da alcuni celebri colleghi che, guardando alla condizione femminile nel mondo, hanno documentato le mutazioni sociali degli ultimi settant’anni.

Fra i lavori esposti ci sono quelli di Eve Arnold, Robert Capa, Cristina De Middle, Elliott Erwitt, Susan Meiselas e Alessandra Sanguinetti.

Fotografia è donna è un progetto organizzato dal Comune di Saluzzo e Fondazione Artea, in collaborazione con CAMERA, che affida la curatela artistica a Walter Guadagnini e Monica Poggi, con il sostegno di Magnum Photos e il supporto di Fondazione Amleto Bertoni.

La Castiglia di Saluzzo sarà accessibile al pubblico dalle ore 15.00 alle 19.00 del venerdì e dalle ore 10.00 alle 19.00 di sabati, domeniche e festivi.

13 ottobre 2023 – 25 febbraio 2024 – La Castiglia di Saluzzo, Cuneo

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HELMUT NEWTON. LEGACY

Helmut Newton, Amica. Milano, 1982 © Helmut Newton Foundation
Helmut Newton, Amica. Milano, 1982 © Helmut Newton Foundation

Il Museo dell’Ara Pacis di Roma ospita l’ampia retrospettivaHELMUT NEWTON. LEGACY, ideata in occasione del centesimo anniversario della nascita del fotografo (Berlino, 1920 – Los Angeles, 2004) e posticipata a causa della pandemia. L’esposizione, attraverso circa 250 fotografie, riviste e documenti racconta con un nuovo sguardo l’unicità, lo stile e il lato provocatorio del fotografo, che si descriveva con queste parole: «Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere».

L’esposizione, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografiadi Venezia, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla CulturaSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte, organizzata da Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Helmut Newton Foundation di Berlino. Media Partner: La RepubblicaRai CulturaRai Pubblica Utilità. Radio ufficiale: Radio Monte Carlo. Il catalogo è pubblicato da Taschen.

Il percorso espositivo ripercorre l’intera carriera di uno dei fotografi più amati e discussi di tutti i tempi. Accanto agli scatti che hanno fatto la storia, apparsi nelle più importanti copertine di fashion magazines, un corpus di scatti inediti svela aspetti meno noti dell’opera di Newton. Un focus specifico è dedicato ai servizi di moda considerati all’epoca rivoluzionari, come la serie ispirata ai film di Alfred Hitchcock, Francois Truffaut e Federico Fellini. Stampe a contatto, pubblicazioni speciali e materiali d’archivio permettono al visitatore di entrare nel cuore del processo creativo di Helmut Newton.

capitoli cronologici raccontano le diverse fasi della vita e della carriera del fotografo, dagli esordi fino agli ultimi anni di produzione, con immagini diventate parte della nostra memoria visiva e collettiva, come la serie Big Nudes. Fino all’ultimo, Newton ha continuato a incantare e a provocare il pubblico con un complesso lavoro sulla femminilità, sfidando per oltre sei decenni ogni tentativo di categorizzazione della donna. Le protagoniste dei suoi scatti sono soggetti che hanno piena consapevolezza del proprio corpo, sottile ironia e un atteggiamento di sfida nei confronti dell’altro, senza mai cadere nella volgarità o nella banalità.

L’esposizione si snoda a partire dagli anni Quaranta in Australia per poi proseguire negli anni Cinquanta in Europa, nei Sessanta in Francia, nei Settanta negli Stati Uniti e negli Ottanta tra Monte Carlo e Los Angeles, fino ad arrivare ai numerosi servizi in giro per il mondo degli anni Novanta e all’ultimo periodo della sua carriera.

Lo spazio museale dell’Ara Pacis proporrà in esclusiva una decina di immagini di shooting che Newton scattò proprio a Roma, non presentate nelle esposizioni precedenti. Si tratta di scatti di moda che il fotografo realizzò, creando quelle atmosfere effimere ed intense che soltanto lui riusciva a evocare, unendo il fascino della Capitale a quello dei soggetti, scelti per incarnare le sue visioni. 

In continuità con le esperienze fatte in occasione delle ultime mostre e rinnovando l’impegno della Sovrintendenza Capitolina per l’accessibilità, la mostra Helmut Newton. Legacy è progettata per essere fruibile dal più ampio pubblico possibile grazie alla collaborazione con Rai Pubblica Utilità e Rai Cultura, con il Dipartimento Politiche sociali e Salute – Direzione Servizi alla Persona di Roma Capitale e Cooperativa Segni d’Integrazione – Lazio e con Radici Società Cooperativa Sociale.

Dal 05 Ottobre 2023 al 03 Marzo 2024 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI. XIV EDIZIONE

Evgeniy Malotetka, The Siege of Mariupol
© Evgeniy Malotetka | Evgeniy Malotetka, The Siege of Mariupol

Il Festival della Fotografia Etica è diventato ormai, da fine settembre a fine ottobre di ogni anno, un evento atteso da migliaia di persone – appassionati di fotografia ma non solo – che raggiungono Lodi da tutta Italia per immergersi in un concentrato di storie da tutto il mondo, per riflettere e stupirsi. “Storie uniche, emozionanti ma necessarie”, come dichiara Alberto Prina, Direttore del Festival.

20 mostre, quasi 100 fotografi da 40 paesi diversi e 5 continenti, oltre 700 immagini esposte. Questi i numeri della quattordicesima edizione del Festival dal 30 settembre al 29 ottobre.

Cuore espositivo è sempre il World Report Award – Documenting Humanity. A partire dalla categoria MASTER, vinta da Evgeniy Maloletka con il reportage L’assedio di Mariupol, in cui ha raccontato il drammatico assedio russo alla città ucraina, devastata e con decine di migliaia di civili che hanno perso la vita o costretti alla fuga; la categoria SPOTLIGHT va a Bob Miller per il reportage The Last Generation: Zoey’s Dream, in cui i sogni dell’adolescente Zoey Allen si scontrano con la crisi delle medie aziende agricole americane, in cui anche lei vive; menzione speciale nella sezione Spotlight va a Sarah Pabst e al suo Everyone in Me is a Bird, lavoro intimistico in cui il lutto per la perdita e la gioia per una nuova nascita vanno a plasmare la percezione e l’esperienza della quotidianità; la categoria SHORT STORY è stata vinta da Alessandro Cinque con il reportage Alpaqueros, che racconta la questione della crisi climatica attraverso la situazione che stanno vivendo gli allevatori di alpaca in Perù; menzione speciale nella sezione Short Story va a Luisa Lauxen Dörr e alla sua Imilla, che è il nome di un collettivo di skaters boliviane che indossano abiti tradizionali per combattere contro la discriminazione; la categoria STUDENT, vinta da Gerd Waliszewski con Between the Sirens, proporrà la dura realtà dell’Ucraina invasa dalla guerra, in cui i giovani cercano di vivere la loro vita quotidiana che viene regolarmente interrotta dalle sirene d’allarme e dai missili in arrivo; la sezione SINGLE SHOT è stata infine vinta da Mohammad Rakibul Hasan con l’immagine The Blue Fig, una riflessione sul riscaldamento globale che sembra avere un impatto sproporzionato su alcuni Paesi piuttosto che altri, come ad esempio il Bangladesh. Tutte le mostre saranno visitabili presso Palazzo Barni, tranne il percorso del Single Shot esposto alla Banca Centropadana.

Anche quest’anno Lodi, in collaborazione con Bipielle Arte, accoglierà l’unica tappa lombarda della mostra internazionale itinerante del World Press Photo, il grande concorso internazionale di fotogiornalismo e fotografia documentaria più famoso al mondo che si svolge da oltre 50 anni e indetto dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam. Quasi 150 immagini che arrivano dai 5 continenti per raccontare storie incredibili. Si tratta di lavori firmati per le maggiori testate internazionali, come National Geographic, BBC, CNN, The New York Times, Le Monde, El Pais.

Grande attenzione, come sempre, sarà per la sezione Uno Sguardo sul Mondo, visitabile presso il Palazzo della Provincia, che propone un percorso realizzato in collaborazione con Agence France-Press sulla crisi climatica. Siccità, incendi, inondazioni sono sempre più frequenti così come l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e le ondate di caldo, fenomeni che interessano diverse aree del pianeta. Ogni giorno le notizie raccontano di un disastro naturale che accade da qualche parte e di persone colpite da fenomeni improvvisi, potenti e incontrollabili. Il consenso scientifico sul fatto che il cambiamento climatico sia in atto e che sia causato dall’uomo è forte. In ogni angolo della Terra, i fotografi di AFP hanno documentato gli effetti e le conseguenze che stanno minacciando sia la fauna selvatica che gli esseri umani.

Lo Spazio Approfondimento quest’anno proporrà due nuovi progetti dell’organizzazione no-profit Vital Impacts alla cui guida vede Ami Vitale, nota fotografa del National Geographic. La mostra si presenta in una duplice versione, outdoor e indoor. La prima sarà allestita presso i giardini pubblici della città e vedrà esposte una cinquantina di immagini di giovani fotografi provenienti da tutto il mondo che hanno partecipato al Vital Impact Grant, premio nato per supportare coloro che si impegnano nell’ambito della fotografia naturalistica e dell’attivismo a favore del Pianeta. La versione indoor, invece, vedrà protagonisti molti maestri della fotografia naturalistica i cui lavori saranno esposti nell’ex-chiesa dell’Angelo. Queste immagini fanno parte della collezione invernale di scatti che i loro autori hanno concesso per una raccolta fondi, che ha l’obiettivo di sostenere il Reteti Elephant Sanctuary in Kenya, luogo per cui Ami Vitale, fondatrice di Vital Impact, si spende da molto tempo.

Lo Spazio No Profit nel chiostro del ex-ospedale Gorini quest’anno sarà ricco di ben 4 progetti: il fotografo Filippo Venturi per l’organizzazione PSCORE con Awakenings, progetto che racconta come ogni anno molti nordcoreani, in prevalenza donne, tentano di scappare in cerca di una vita migliore per loro e per le proprie famiglie; la spagnola Maria Clauss per l’ONG Medicos del Mundo con Donde no habite el olvido, sulle vittime delle rappresaglie della guerra civile spagnola; Davide Torbidi per la Camera del Lavoro Lodi con il progetto Ho visto e non ho più dimenticato, sulla scottante tematica degli elevati numeri di infortuni e morti sul lavoro in Italia; infine il progetto Vivere la bellezza della Società Cooperativa Sociale ONLUS Nuova Assistenza, che ha trasformato alcune opere d’arte fra le più note al mondo in fotografie grazie agli operatori-fotografi ed ai pazienti che si sono prestati a questa collaborazione.

Tocca poi a Le vite degli altri, spazio tematico di Palazzo Modignani che conterrà quattro bellissimi focus fotografici che vogliono indagare la stretta relazione che si crea tra le persone e il luogo in cui vivono, le tradizioni che vengono portate avanti ma anche i cambiamenti che influenzano le società.
Laura Morton ci accompagna in un viaggio per la Silicon Valley dove è la tecnologia a farla da padrone con le sue start-up e il wi-fi veloce: la nuova frontiera del sogno americano; Paul Ratje racconta le province del Sichuan e del Qinghai, al confine tra Cina e Tibet, e le nuove generazioni non più legate solo ai costumi del passato ma alla ricerca di nuove professioni e un moderno stile di vita; Toby Binber ha trascorso moltissimi anni tra le strade di Belfast insieme ai ragazzi che ora sono diventati quasi adulti in una città che non è cambiata; infine Lukas Kreibig, che racconta il cambiamento climatico in Groenlandia e come questo stia andando ad impattare sulla vita delle comunità Inuit.

Infine, Elegia Lodigiana di Gabriele Cecconi che sarà allestita nella sede della Cavallerizza. Raccontare il territorio in cui si vive e si è immersi ogni giorno non è impresa semplice. Essere obbiettivi e sapersi guardare dentro, partendo dalle proprie radici per arrivare al presente fatto di luci e ombre, è una sfida emozionante. Per questo si ha bisogno dello sguardo esterno, meglio se diverso e lontano, che sappia vedere il quotidiano, invisibile a chi lo guarda con gli stessi occhi, e che sappia svelare con la bellezza di uno scatto l’identità di un territorio, con la leggerezza della fotografia quello che non conosci o non vuoi conoscere. Da queste esigenze necessarie e importanti nasce questo progetto finanziato dal bando Strategia Fotografia 2022 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con la Provincia di Lodi. Sin dai primi mesi di quest’anno il fotografo Gabriele Cecconi, reportagista di fama internazionale con esperienza su tematiche ambientali, è arrivato nel lodigiano per posare il suo sguardo su questo territorio. La scelta di proporre un’indagine fotografica è significativa, oltre che per le caratteristiche antropologiche di quest’area, anche per la crisi idrica che nel 2022 ha investito il nord-Italia, con conseguenze drammatiche sul tessuto economico-sociale dell’area. Generazione dopo generazione, l’acqua ha rappresentato una risorsa che ha consentito il sostentamento e lo sviluppo di un’area economica tra le più produttive e fertili d’Europa. Tutto questo ora è in pericolo e il rischio più grande è la perdita della civiltà contadina. Si ringrazia la Provincia di Lodi, il Consorzio Muzza, SAL azienda idrica lodigiana, FUJIFILM Italia e Concessionarie BMW-MINI del gruppo Carteni per il supporto al progetto.

Dal 30 Settembre 2023 al 29 Ottobre 2023 – Lodi – sedi varie

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SIENA AWARDS PHOTO FESTIVAL 2023

Gabriele Galimberti, dalla serie <em>The Ameriguns</em>
© Gabriele Galimberti | Gabriele Galimberti, dalla serie The Ameriguns

Il Siena Awards scalda i motori per una nuova edizione che porterà ancora una volta a Siena e nei dintorni grandi nomi della fotografia internazionale coinvolgendo la città e il territorio. L’appuntamento è in programma dal 30 settembre al 19 novembre con un ricco programma di mostre e appuntamenti che consolidano il festival come un evento autunnale imperdibile a livello internazionale fra conferme e novità. A fare da preludio all’edizione 2023 sarà, per la prima volta, la mostra a cielo aperto ChiusdinoCreative, allestita nel borgo medievale di Chiusdinodall’8 luglio al 19 novembre con immagini uniche e capaci di unire arte fotografica e ambiente urbano.

Dal 30 settembre il Siena Awards 2023 entrerà ufficialmente nel vivo con i suoi grandi protagonisti: William Albert Allard, con una retrospettiva sui suoi 50 anni di lavoro per il National Geographic, e Brian Skerry, fotoreporter e produttore cinematografico specializzato in fauna marina e ambienti sottomarini. A loro si uniranno Gabriele Galimberti, fotografo aretino che esplora in modo avvincente il complesso rapporto tra gli Stati Uniti e le armi da fuoco, e le collettive del Siena Awards dedicate, come ogni anno, ai tre premi fotografici con scatti e video in arrivo da tutto il mondo: Siena International Photo Awards“Creative Photo Awards” “Drone Photo Awards”, che quest’anno avrà l’Abbazia di San Galgano come nuova location di eccezione. Con una formula consolidata che varca i confini della città e coinvolge anche altri territori, il festival delle arti visive tornerà ad animare il centro storico di Sovicille e arriverà per la prima volta a Chiusdino.

I grandi protagonisti dell’edizione 2023

La retrospettiva di William Albert Allard, pioniere della fotografia a colori, si intitola “Five Decades, A Retrospective” e racconta, con la più vasta antologica a lui dedicata mai organizzata in Italia, cinque decenni di lavoro per il National Geographic come scrittore e fotografo andando sempre alla ricerca di “ciò che accade ai margini” e unendo bellezza, mistero e senso dell’avventura.

La mostra di Brian Skerry “The Sentient Sea” racconterà, invece, una storia visiva con immagini raccolte in oltre 40 anni di esplorazione degli oceani, luoghi di bellezza e mistero, difficoltà e speranza. Specializzato in fauna marina e ambienti sottomarini, dal 1998 Skerry è fotografo a contratto per il National Geographic Magazine, per il quale ha raccontato storie in ogni continente e in quasi tutti gli habitat oceanici.

L’esposizione “The Ameriguns” di Gabriele Galimberti accenderà, invece, i riflettori sulla storia della cultura americana delle armi attraverso l’obiettivo del fotografo aretino, capace di far luce sulle complessità dell’esperienza umana evidenziando le sfumature e le contraddizioni del nostro mondo.

Le mostre a cielo aperto

Oltre a Chiusdino, il Siena Awards tornerà ad animare Sovicille con SovicilleCreative. Per il terzo anno consecutivo, le vie del borgo a pochi km da Siena saranno decorate con grandi foto, opere di fotografi di fama internazionale esposte dentro le porte e le finestre tamponate delle abitazioni, dei palazzi e degli edifici storici per offrire ai visitatori un’esperienza unica e coinvolgente.

L’obiettivo è quello di estendere nel tempo il format WeCreative anche ad altri luoghi del territorio senese, abbinando ai nomi delle località coinvolte, il simbolo rosso del cuore e il termine Creative, con un evidente riferimento al premio “Creative Photo Awards” da cui proviene la selezione delle immagini esposte.

“Il successo internazionale e la crescita continua del Siena Awards – afferma il direttore artistico del festival, Luca Venturi – premia un grande lavoro di squadra che si è consolidato di anno in anno grazie a tutte le istituzioni e ai partner che ci hanno sostenuto e che non si sono mai tirati indietro: i Comuni di Siena e Sovicille, a cui quest’anno si unisce il Comune di Chiusdino; l’Università degli Studi di Siena; l’Università per Stranieri di Siena; il Museo di Storia Naturale di Siena Accademia dei Fisiocritici; l’Accademia dei Rozzi; la Fondazione Santa Maria della Scala e l’Associazione Area Verde Camollia, 85. Insieme a loro – aggiunge Venturi – ringrazio i main partner Carrefour Market, Etruria Retail, Banca Mediolanum, Gabetti Lab e i partner Sienambiente, SEI Toscana, Terrecablate, Safety&Privacy, Il Fotoamatore e Iren SpA. Tutti quanti insieme, siamo già a lavoro per regalare al nostro pubblico una straordinaria edizione 2023 e consolidare sempre di più nel calendario internazionale dei grandi eventi questo appuntamento che porta il nome di Siena nel mondo attraverso la grande fotografia e le arti visive”.

Dal 30 Settembre 2023 al 19 Novembre 2023 – Siena – sedi varie

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EVE ARNOLD. L’OPERA, 1950-1980

 Eve Arnold, Marilyn Monroe and Montgomery Clift during filming of 'The Misfits', Nevada, USA, 1960
© Eve Arnold/Magnum Photos | Eve Arnold, Marilyn Monroe and Montgomery Clift during filming of ‘The Misfits’, Nevada, USA, 1960

Dopo il grande successo de L’Arte della moda. L’età dei sogni e delle rivoluzioni. 1789-1968, dal 23 settembre 2023 al 7 gennaio 2024 le sale del Museo Civico San Domenico di Forlì si aprono a una leggenda della fotografia del XX secoloEve Arnoldla prima donna, insieme a Inge Morath,a far parte della prestigiosa agenzia Magnum Photos nel 1951. 

Promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con il Comune di Forlì, la mostra Eve Arnold. L’opera, 1950-1980 – a cura di Monica Poggi – nasce dalla collaborazione tra l’istituzione forlivese con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino, ed è realizzata d’intesa con Magnum Photos.

Negli anni, davanti al suo obiettivo, sono passati dive e divi del cinema, sfilate di moda e reportage d’inchiesta ancora attuali nello sguardo. Per questo la mostra si articola in un ampio percorso tra 170 fotografie:un vero e proprio viaggio all’interno della produzione della fotografa statunitense, sancita anche nel passaggio dal bianco e nero agli scatti a colori. 

«Al centro del lavoro di Eve Arnold – sottolinea Monica Poggi, curatrice della mostra – c’è sempre l’essere umano e il motivo che l’ha portato a essere lì dov’è. Che i suoi soggetti siano celebrità acclamate in tutto il mondo, o migranti vestiti di stracci, poco cambia».

La comunità afroamericana è stata la prima protagonista dei suoi scatti: inaugura infatti la sua carriera ritraendo le modelle delle sfilate di Harlem dietro le quinte, sovvertendo i canoni della fotografia di moda, abbandonando la posa in favore della spontaneità e dando dignità a un mondo sommerso.
Nello stesso periodo si occupa di un reportage sulla famiglia Davis residente a Long Island. Considerata una famiglia “tipo” americana, discendente dai primi coloni, i Davis possiedono diversi terreni dove sfruttano braccianti neri: un’occasione per la Arnold per mostrare le due facce del boom economico degli anni ’50 e mostrare al mondo il prezzo pagato dagli ultimi in nome degli affari.

La fragilità, a partire dalla propria, è al centro anche di un lavoro di rara profondità, che le permette di attraversare il dolore per la perdita di un figlio traducendo in immagini quanto è venuto a mancare. Eccola dunque impegnata a immortalare i primi istanti di decine di neonati presso il Mather Hospital di Port Jefferson, riuscendo ancora una volta a cogliere l’essenza più pura di quanto si trova davanti.

Dopo l’ingresso in Magnum comincia a entrare in contatto con il mondo dello spettacolo. Come primo incarico deve ritrarre Marlene Dietrich, la diva per eccellenza del cinema muto, durante l’incisione del suo album. La fotografa non si fa intimorire dal peso specifico di quella notorietà e inizia a fotografarla senza sosta, cogliendo la natura più vera di quell’immagine già tanto iconica. Nonostante le numerose indicazioni della Dietrich in fase di post-produzione, Eve Arnold decide semplicemente di ristampare meglio le foto e spedirle ad Esquire: un gesto coraggioso che ha scardinato l’immagine impalpabile della superstar tedesca, conquistando però anche la sua fiducia e apprezzamento.
Ed è proprio a questa filosofia che si rifà quando dovrà ritrarre Joan Crawford durante gli innumerevoli “riti” estetici prima di entrare sul set, affidandosi all’istinto e al suo sguardo vorace e acuto e arrivando così a mostrare il lato più intimo e autentico di un mito.
Al vertice della sua produzione legata al mondo di Hollywood troviamo Marilyn Monroe: 
«Il legame che ci univa ruotava tutto intorno alla fotografia. Le mie foto le piacevano ed era abbastanza arguta da capire che rappresentavano un modo nuovo di ritrarla», spiegò poi la stessa Eve Arnold.
Erano ritratti lontani dall’immaginario già legato alla diva, scomposti, realizzati dopo lunghe giornate di set, non più irraggiungibile.

Sempre grazie a Magnum cominciano anche gli incarichi internazionali, che la fanno tornare a una fotografia più impegnata: nel 1969 si occupa del reportage “Oltre il velo” tra Afghanistan, Pakistan, Turkmenistan, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, un progetto che la porterà a produrre un documentario, il primo a mostrare l’interno di un harem di Dubai. 
Nel 1979, invece, si recherà in Cina per documentare il cambiamento del Paese dopo l’insediamento di Deng Xiaoping, sempre più aperto verso l’occidente, sempre più decisa a far emergere quanto diversamente celato.

La descrizione più lucida e diretta del suo lavoro è probabilmente lei stessa a darla, fornendo anche la più chiara delle indicazioni di poetica «Sono stata povera e ho voluto ritrarre la povertà; ho perso un figlio e sono stata ossessionata dalle nascite; mi interessava la politica e ho voluto scoprire come influiva sulle nostre vite; sono una donna e volevo sapere delle altre donne».

Dal 23 Settembre 2023 al 07 Gennaio 2024 – Museo Civico San Domenico – Forlì

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Swim till I Sank – Gabriele Stabile

(…) non intendevo annegarmi. Intendevo nuotare finché non fossi affondato.
– Joseph Conrad, da ‘Il compagno segreto’

Dopo anni di lavoro come fotoreporter in Italia, negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in Nord Africa, Gabriele Stabile si è rimpossessato delle proprie immagini. In mostra, una serie di opere uniche nate dalla rielaborazione del suo archivio fotografico.

Non riuscivo più a guardarle così com’erano – racconta – andavo in un posto come Gaza o Lampedusa e passavo del tempo negli ospedali, nelle carceri, dove incontravo le persone e instauravo un rapporto con loro in situazioni troppo complesse per essere raccontate appieno in un contesto editorialeQuando e se pubblicate, le fotografie si inserivano in una narrazione specifica e mantenevano l’attenzione per pochi secondi, mentre nella mia vita quegli incontri avevano un peso enorme. *

Se il ciclo delle notizie schiacchia e consuma rapidamente le immagini, Stabile le riporta in vita. Muovendosi tra razionalità e subconscio, e con una buona dose di sperimentazione – che l’ha portato a lavorare anche con materiali diversi, acrilici, tela, legno – queste fotografie sono rinate passando attraverso il filtro di una specie di sogno, una dimensione molto più grande e larga del ricordo preciso e del semplice fatto. Gli occhi della memoria oltrepassano il momento per abbracciare il tempo, vedono la bellezza e l’eleganza del gesto che si assomiglia in luoghi, tempi, azioni lontane tra loro.

Le unità aristoteliche del fotogiornalismo sono definitivamente scomparse.

Il gesto dell’artista è passato attraverso due momenti: l’immediata registrazione del fatto e la rielaborazione del materiale quando, passati gli anni, ha perso la sua “attualità” e, a volte, anche la memoria esatta di dove la foto è stata scattata.

Dopotutto, la pratica dell’immaginazione è l’ esercizio necessario a ridare vita e verità al mondo.

In mostra sarà una selezione di opere uniche, tutte a tecnica mista, su carta e su legno

19 ottobre – 25 novembre – MiCamera – Milano

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CANDIDA HÖFER. INSIDE ITALIAN ARCHITECTURE

Candida Höfer, Teatro Olimpico, Vicenza, 2010
© Candida Höfer | Candida Höfer, Teatro Olimpico, Vicenza, 2010

Patricia Low Venezia è lieta di annunciare la mostra “Inside Italian Architecture” dell’artista tedesca di fama internazionale Candida Höfer come terza esposizione presso la nuova galleria sul Canal Grande a Venezia, dal 2 settembre al 26 novembre 2023, in concomitanza con gli ultimi mesi della 18a Biennale di Architettura.

La mostra si concentra su esempi di fotografie a colori di grande formato di spazi pubblici italiani storici tra cui Villa Borghese a Roma, Palazzo Vecchio a Firenze e il Teatro dell’Opera della Fenice a Venezia, che si trova di fronte alla galleria stessa, nel sestiere di San Marco. Fotografate tra il 2008 e il 2012, le opere sono tipicamente prive di persone e composte con cura. Dettagli architettonici interni, dipinti e sculture canoniche, file di libri riempiono la raccolta di Höfer dei palazzi della cultura italiani, che sembrano contemporaneamente pronti ad essere utilizzati dall’uomo e a ricordare i loro numerosi occupanti passati. Scattando con luce naturale o esistente e utilizzando una lunga esposizione, le finestre e gli specchi di questi spazi storici raggiungono un bagliore super-carico, quasi auratico. Nel suo lavoro, la Höfer cattura abilmente sia lo spazio che il tempo, e quasi un bagliore sacro.

Dal 02 Settembre 2023 al 26 Novembre 2023 – Patricia Low Venezia – Palazzo Contarini Michiel – Venezia

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OLIVIA ARTHUR, ANTONIO BIASIUCCI, MAX PINCKERS, ALFRED SEILAND PER ROMA

Max Pinckers, Senza Titolo, dalla serie 2020-MMXX
Max Pinckers, Senza Titolo, dalla serie 2020-MMXX

La mostra è l’atto di restituzione al pubblico di un progetto di più ampia portata, che prevede residenze a Roma per fotografi di fama internazionale e che l’amministrazione capitolina persegue da tempo. Le origini risalgono alla “Commissione Roma”, l’iniziativa avviata nel 2003 nell’ambito di Fotografia Festival internazionale di Roma e mirata a valorizzare la fotografia e a dotare la città di Roma di un patrimonio di immagini in grado di restituire la sua identità attraverso sguardi diversi.
A seguito di questo ventennale progetto, l’Archivio Fotografico del Museo di Roma, destinatario delle immagini realizzate durante le residenze, si è arricchito delle opere di quindici grandi protagonisti della fotografia contemporanea, tra gli altri Josef Koudelka, Olivo Barbieri, Anders Petersen, Martin Parr, Graciela Iturbide, Gabriele Basilico, Guy Tillim, Tod Papageorge, Alec Soth, Paolo Ventura, Tim Davis, Paolo Pellegrin, Hans-Christian Schink, Roger Ballen, Jon Rafman, Simon Roberts, Léonie Hampton, Nadav Kander, Martin Kollar, Alex Majoli, Sarah Moon, Tommaso Protti.
 
Per l’edizione di quest’anno, Francesco Zizola ha invitato a Roma quattro autori noti nel mondo della produzione artistica e fotografica internazionale – Antonio Biasiucci, Max Pinckers, Alfred Seiland e Olivia Arthur – che si sono misurati con condizioni del tutto eccezionali, quelle create dalla pandemia di Covid-19. Lavorando durante il lockdown, e immediatamente dopo, hanno affrontato una realtà inedita sviluppando pensieri e ricerche che hanno al centro i temi del tempo e dello spazio, dei corpi e delle relazioni, dello spazio urbano e di quello interiore. Le stesse tematiche che contraddistinguono i dibattiti più avanzati sulle immagini e sulle loro modalità di funzionamento.
Le opere presentate rinnovano il linguaggio fotografico e allo stesso tempo ne approntano una chiara critica.

Dal 22 Settembre 2023 al 19 Novembre 2023 – Mattatoio – Roma

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MARIO GIACOMELLI, UNA RETROSPETTIVA. LA RACCOLTA DI LONATO

Un’importante retrospettiva dedicata allo straordinario lascito fotografico di Mario Giacomelli (Senigallia 1925 – 2000), uno dei maggiori interpreti della fotografia italiana del Novecento, viene organizzata dal 7 luglio al 29 ottobre 2023 dall’Amministrazione Comunale della Città di Lonato del Garda in collaborazione con la Fondazione Ugo Da Como.

Ad ospitarla, la suggestiva cornice della Sala del Capitano nella Rocca visconteo veneta.

Davvero in pochi hanno consapevolezza del grande tesoro che si cela nelle stanze della Biblioteca civica di Lonato del Garda: si tratta di 101 fotografie di Giacomelli, appartenenti al patrimonio del Comune. Nel 1985 Mario Giacomelli al termine di una mostra ospitata nel Palazzo Municipale di Lonato del Garda, donò alla Comunità tutte le fotografie da egli stesso selezionate per quella rassegna.

Dopo l’ultima esposizione del Fondo fotografico, avvenuta nel 2004, l’Amministrazione ha costituito un gruppo di lavoro guidato dalla Fondazione Ugo Da Como per l’organizzazione di questa mostra, intitolata Mario Giacomelli, una retrospettiva. La Raccolta di Lonato del GardaDi notevole valore culturale, è curata da Filippo Maggia e si avvale anche della collaborazione dell’Archivio Mario Giacomelli.

La mostra presenta 81 delle 101 fotografie di proprietà del Comune di Lonato del Garda rappresentative di diverse fra le celebri serie che hanno reso famosa la produzione di Mario Giacomelli, come quella dei seminaristi, dei paesaggi immortalati da alta quota, di Scanno.

7 LUGLIO – 29 OTTOBRE 2023 – Rocca visconteo veneta – Lonato del Garda

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Luca Locatelli. The Circle. Soluzioni per un futuro sostenibile

Ferropolis - Germania, 2022 © Luca Locatelli
Ferropolis – Germania, 2022 © Luca Locatelli

Dal 21 settembre al 18 febbraio 2024 alle Gallerie d’Italia – Torino ti aspetta la mostra “Luca Locatelli. The Circle. Soluzioni per un futuro sostenibile”, curata da Elisa Medde.

Per Intesa Sanpaolo, il fotografo italiano ha viaggiato negli ultimi due anni attraverso l’Europa alla ricerca di pratiche e storie emblematiche e replicabili nell’ambito dell’economia circolare che aprano il dibattito sulla transizione ecologica e sullo stato del pianeta.

Il risultato di questa ricerca viene mostrato in anteprima mondiale a Torino con un percorso espositivo di oltre 100 fotografie e contributi video: un viaggio attraverso l’Europa della sperimentazione e dell’avanzamento industriale sostenibile, toccando temi come la geotermia, il riciclo tessile, la riconversione di aree industriali dismesse, l’alimentazione.

Dalla Danimarca alla Germania, dall’Islanda all’Italia, le immagini raccontano esperienze e realtà in cui altissima ingegneria, artigianato e sapienza ancestrale procedono di pari passo per creare uno spazio in cui la Natura torni al centro. La tecnologia più avveniristica e l’intuizione dell’autoproduzione possono entrambe contribuire allo stesso scopo: la chiusura del cerchio, la possibilità di un sistema perpetuo, la possibilità di una riuscita.

Dal 21 settembre al 18 febbraio 2024 – Gallerie d’Italia – Torino

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YEAST PHOTO FESTIVAL 2023

Elena Subach, Grandmothers on the Edge of Heaven
Elena Subach, Grandmothers on the Edge of Heaven

Rituale quotidiano, oggetto di consumo, legame culturale, elemento simbolico, prodotto seriale, aggregatore sociale.
O ancora: nucleo e involucro, responsabilità e avidità, gusto e disgusto, distanza e intimità, biodiversità e omologazione. In quanti e quali modi cibo definisce oggi l’identità di ciascuno?E in che modo questo rapporto si riflette sul mondo che abitiamo, andando a tratteggiare scenari di un futuro sempre più prossimo?
Sono questi alcuni dei temi e degli interrogativi che saranno affrontati dalla 2/a edizione diYeast Photo Festival, il festival internazionale che unisce fotografia, cibo e arti visive per ripensare il rapporto tra uomo e ambiente, in programma dal 28 settembre al 12 novembre tra il borgo salentino di Matino e la città di Lecce, in Puglia.
In cartellone mostre, dibattiti, workshop, tavole rotonde ed eventi collaterali peruna riflessione su nutrimento e identità, tradizione e impatto ambientale, stili di vita e climate change, con la direzione di Flavio & Frank e Veronica Nicolardi, e la curatela di Edda Fahrenhorst. “Food is identity”: questo il tema della manifestazione, che di anno in anno viene declinato su una suggestione specifica. Nel 2023: “Soulfood. And Beyond.”: il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma anche dell’anima, tra consolazione, vicinanza, passione, forza e amore in ogni attimo delle nostre vite.
Yeast Photo Festival è organizzato dalle associazioni culturali Besafe ONTHEMOVE, con il patrocinio di Ministero della Cultura, Regione Puglia, Provincia di Lecce, Città di Lecce, Comune di Matino, Unisalento.

Yeast, ovvero “lievito” in inglese: una parola per evocare fermento culturale, forza creativa e generativa, storie ribelli che sprigionano energia visionaria connessa alla terra, all’etica del lavoro e al rispetto per la natura. 12 le mostre e 1 collettiva in programma: progetti che spaziano dalla fotografia ad altri multimedia per contribuire alle riflessioni contemporanee sullo stato dell’umanità e del nostro pianeta.Tra gli artisti di questa edizione Niall McDiarmid, Mario Wezel, Lars Borges & Luzie Kurth, Alain Schroeder, Henry Hargreaves, Dougie Wallace, Tereza Jobová, Matthieu Nicol, Elena Subach, Lys Arango. E poi: nel novero degli ospiti confermato lo chef e conduttore televisivo Alessandro Borghese, e tra gli eventi speciali a chiusura dell’iniziativa il concerto in collaborazione con Locomotive Jazz Festival (11/11).Yeast Photo Festivalindividua nel medium fotografico il punto d’incontro tra innovazione artistica e tradizione culinaria, tra ecosistema locale e paesaggio globale, per esorcizzare la paura di un futuro climatico apocalittico e indicare nuovi scenari positivi possibili. L’iniziativa cerca nel passato e nel presente le tracce di un nuovo mondo. Citando il poeta Franco Arminio, Yeast Photo Festival è “la sagra del futuro sui tavolini dell’arcaico”.

“Mangiare è sempre legato a rituali grandiosi – spiega Edda Fahrenhorst –ma anche molto semplici, come si può vedere in tutte le mostre. Subito dopo il parto, l’allattamento forma un legame tra madre e figlio. Più avanti, lo svezzamento fa entrare in scena il padre. Il corteggiamento spesso implica viziare un po’ e, al tempo stesso, divertirsi. A questo proposito, mangiare, così come il cibo stesso, è un’occasione perfetta per farlo. Salutato il giorno, la notte è un momento meraviglioso per mangiare e bere in abbondanza. E quando c’è da affrontare una guerra, le razioni vengono preparate prima del combattimento. Le nonne offrono ai nipoti tutte le prelibatezze, che però a volte sembrano provenire da un’altra epoca. Quando si avvicina la fine della vita, l’ultimo pasto è fonte di consolazione, proprio come nell’Ultima Cena. Ogni condizione di vita, in ogni cultura del mondo, è legata al cibo e in momenti molto speciali ci si siede a tavole lunghe, rumorose, silenziose o affollate, e si assapora un buon pasto, sentendo il calore della comunità e l’atmosfera, semplicemente tutte le emozioni legate a questi istanti. La seconda edizione di Yeast Photo Festival vi invita a un viaggio attraverso questi momenti speciali, in una vera e propria “montagna russa” di rituali ed emozioni (più o meno) deliziose”.

Tra i progetti in esposizione, “Grandma Divers” di Alain Schroeder, fotoreporter belga che documenta il lavoro delle famose Haenyeo: le “donne del mare” considerate tesoro UNESCO che si tuffano in apnea al largo delle coste nere di Jeju, in Corea del Sud, raccogliendo prelibatezze dalle onde in una tradizione ormai in via di estinzione (Palazzo Marchesale del tufo, Matino). Un particolare uso in atto nelle carceri texane, quello di dare ai condannati a morte la possibilità di scegliere cosa consumeranno al loro ultimo pasto, sarà al centro di “No Seconds”, lavoro del fotografo neozelandese Henry Hargreaves (Macelleria Ex Nau, Matino); mentre il picture editor e collezionista francese Matthieu Nicol, attraverso una serie di immagini dagli archivi del Centro di ricerca, sviluppo e ingegneria dell’esercito americano di Natick, vicino a Boston, mostra nel suo “Better Food for our Fighting men” i ritrovati tecnologici nati per sostenere i soldati, parecchi dei quali si trovano attualmente sugli scaffali dei nostri supermercati (Distilleria De Luca, Matino). E poi ancora: “Grandmothers on the Edge of Heaven” di Elena Subach, visual artist ucraina che indaga il gap tra la generazione dei giovani e quello delle loro nonne, tra tradizione, religione e passato coloniale sovietico (Chiostro del Palazzo dell’Antico Seminario, Lecce), e “Eat out of the box” di Tereza Jobová, in cui il cibo, solitamente percepito come un bisogno primario, perde gradualmente la propria funzione diventando mera decorazione, sollevando una riflessione sul suo reale significato per noi (Distilleria De Luca, Matino). Inoltre la collettiva “The Last Supper”: l’iconografia dell’Ultima Cena rivisitata attraverso la committenza a sei fotografi provenienti da Italia, Germania e Svizzera per un progetto originale in collaborazione con Lenzburg Photo Festival (Palazzo Marchesale del tufo, Matino).

Ancora: “Breakfast” di Nial McDiarmid, lavoro realizzato nell’arco di 4 anni in cui l’artista scozzese osserva il semplice rituale quotidiano della colazione (Palazzo Marchesale del tufo, Matino); “Interstellar Nights” di Mario Wezel, riflessione sull’allattamento al seno che porta con sé un più ampio pensiero sulla famiglia e sulla paternità, temi cardini del documentarista tedesco che qui si affida ad un medium particolare: la macchina fotografica termica (Palazzo Marchesale del tufo, Matino); “We Share the Meal”, serie fotografica risultato di un lavoro intensivo della durata di un anno, portato avanti dal fotografo Lars Borges e dall’attrice Luzie Kurth: centinaia di immagini in dialogo tra performance e fotografia per esplorare il campo tematico della cucina (Palazzo Marchesale del tufo, Matino); “A Night Out with the Brits” di Dougie Wallace, fotografo scozzese noto in tutto il mondo per i suoi progetti di documentazione sociale che con la sua visione unica racconta qui le esperienze vissute nel corso dei vent’anni trascorsi nell’East London, dai tempi delle feste disinibite, quando la zona era un deserto dal punto di vista culturale, fino alla rigenerazione urbana in corso, con la partecipazione alla curatela di Lars Lindemann (Frantoio Ipogeo, Matino); “Until the Corn Grows Back” di Lys Arango, che mette in luce la prospettiva dei bambini e delle loro famiglie nelle comunità indigene di Chiquimula e Huehuetenango in Guatemala, per comprendere gli effetti devastanti della malnutrizione infantile cronica, chiamata anche “killer silenzioso”, in collaborazione con Environmental Photo Festival »horizonte zingst« (Le Stanzìe).

Da segnalare il progetto partecipativoMatino Family Albumopen call rivolta ai cittadini di Matino che li invita a condividere fotografie di momenti personali e familiari che rappresentino il cibo in relazione all’amore, ai rituali o alle tradizioni. La direzione artistica sceglierà le immagini migliori, che faranno parte di una mostra open air per le strade della città. Pur continuando il suo viaggio attraverso il cibo, Yeast Photo Festival vuole entrare nelle case delle persone per sbirciare nei loro album di famiglia. La condivisione delle storie del territorio diventa modo per collegare la cultura locale con le narrazioni provenienti da ogni dove. Viaggiare attraverso le emozioni, le passioni, l’amore, le tradizioni, i riti e gli sguardi, ci aiuta a cogliere il comune denominatore dell’umanità che unisce le persone, e ci fa sentire più simili di quanto pensiamo, nonostante le differenze culturali e geografiche. Inoltre, nel corso del weekend inaugurale, ogni partecipante è invitato a portare con sé con un’immagine stampata che ritragga il cibo in una delle categorie – Amore, Rituali e Tradizioni – per far parte di una curatela partecipata intesa come modo per scoprire e conoscere come le persone condividono il cibo in momenti speciali.

Tante le novità del 2023, come la partnership con MIA FAIR, fiera internazionale d’arte dedicata alla fotografia in Italia che si tiene a Milano dal 2012, in sinergia con la quale arriva al festival il progetto vincitore della seconda edizione del Premio IRINOX SAVE THE FOOD in collaborazione con Fiere di Parma, “Ordinary Pleasures”, esposizione della ricercatrice visiva con base a New York Maria Giovanna Giugliano: un’analisi del legame viscerale che si stabilisce tra la natura e le persone attraverso il cibo (Distilleria De Luca, Matino). Per la prima volta Yeast Photo Festival si espande oltre i confini di Matino e arriva nel Chiostro del Palazzo dell’Antico Seminario a Lecce grazie alla collaborazione con Art Work e in uno dei luoghi simbolo della cultura e della civiltà salentina grazie all’accoglienza della masseria Le Stanzìe. Inoltre la vocazione di Yeast alla sostenibilità dal punto di vista sociale, ambientale ed economico si avvale da questa edizione del contributo di Everything is Connected, progetto transdisciplinare diretto da Maria Teresa Salvati che insieme alle Officine Tamborrino ideerà installazioni eco-compatibili utilizzando materiali riciclati e scarti di magazzino visti in ottica di riuso. Alcune mostre saranno stampate su materiali riutilizzabili a fine festival in maniera creativa in collaborazione con gli abitanti di Matino, la scelta dei fornitori sarà pensata per ridurre gli sprechi, i trasporti e la produzione di CO2, e saranno attivate collaborazioni per compensare l’impronta di carbonio. Grande attenzione all’inclusione e all’innovazione sociale, coinvolgendo attivamente la comunità locale per sensibilizzare sui temi legati al cibo, fornendo una sorta di possibilità di dialogo e azione collettiva.
La presentazione della 2/a edizione del festival viene annunciata per la prima volta a Milano presso Circus Studio in un evento supportato da AGX e Cantine San Donaci.

Dal 28 Settembre 2023 al 12 Novembre 2023 – Lecce e Matino – Sedi varie

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ALBERTO BREGANI. UNSEEN. UN’INTIMA CONVERSAZIONE

Alberto Bregani, Val di Fassa
© Alberto Bregani | Alberto Bregani, Val di Fassa

Fotografare le montagne è da sempre un’operazione così complessa e delicata da non essere inscritta nella più generale definizione legata al paesaggio ma di meritarsi il termine tutto suo di fotoalpinismo. Nel caso della mostra “Unseen. Alberto Bregani – Un’intima conversazione” a cura di Fondazione 3M – ETS si fondono due passioni e relative competenze – quella per la fotografia e quella per la montagna – capaci di superare ogni ostacolo. La mostra, che sarà esposta dal 2 settembre al 26 novembre 2023 presso il MUPAC – Museo dei Paesaggi di Terra e di Fiume di Colorno (PR), è inserita nel programma della 14ª edizione di ColornoPhotoLife, il festival fotografico che quest’anno propone il tema “Confini” interpretato nelle sue molteplici accezioni.
Nelle fotografie di Alberto Bregani si trovano l’autentica capacità di entrare in sintonia con la natura, il rispetto per l’ambiente e quella che lui stesso definisce come “un’intima, silenziosa conversazione con tutti gli elementi che compongono il paesaggio”. Osservando le immagini in bianconero della sua mostra “Unseen” sembra di ascoltare una singolare colonna sonora dove il silenzio è interrotto dal rumore cadenzato dei passi, dal fischiare del vento in quota, dal verso lontano di qualche rapace che sembra esprimere così la sua ebrezza del volo. Questa non è la montagna idealizzata dal Romanticismo, ma quella reale che ha conosciuto la sofferenza e la morte, quella che ha visto sostituire i sentieri ai camminamenti, i rifugi alle fortificazioni, quella trasformata nel teatro di una guerra che è stata definita Grande perché ha quasi cancellato un’intera generazione. Ma ora la montagna, ci dice il fotografo con queste bellissime immagini, si è ripresa il suo grandioso spettacolo e a noi non spetta altro che osservarlo come se vi fossimo immersi. La scelta del bianconero ci regala un mondo che sa rinunciare ai facili effetti coloristici per accompagnarci in un viaggio fatto di contrasti ora intensi ora delicati, di cieli attraversati da nuvole che esaltano tutte le sfumature dei grigi, di rocce che nelle profondità dei neri evidenziano la loro plasticità. 
Abituato a fotografare in medio formato e spesso su pellicola, Amberto Bregani qui utilizza invece uno smartphone. Non si tratta di una sfida ma di una scelta – dettata dal desiderio di cogliere l’impatto immediato con la realtà – perché ciò che conta resta il modo di fotografare: la consapevolezza che ogni scatto è il frutto di pensieri, attese, rinunce perché capita di non trasformare una buona idea in una bella immagine e progetti che non si ottengono al primo scatto né con riprese a raffica. Perché fotografare la montagna significa viverla con quella medita, intensa profondità che caratterizza i veri amori.” – Roberto Mutti, curatore.
Le opere della mostra appartengono all’archivio di Fondazione 3M, istituzione culturale permanente di ricerca e formazione, e proprietaria di uno storico archivio fotografico di oltre 110 mila immagini. Negli ultimi anni, la Fondazione ha rafforzato il suo asset identitario, focalizzando lo sguardo su tematiche sociali, culturali, sulla divulgazione e sul sostegno alla ricerca scientifica. Ne è esempio concreto l’impegno per promuovere un’educazione di qualità, considerando le esperienze culturali un veicolo di crescita emotiva, ma anche gli studi centrati sulla salute, sulla gender equity, sulla collaborazione, sulla giustizia.
L’esposizione sarà inaugurata sabato 2 settembre alle ore 18.00 presso il MUPAC di Colorno, in occasione dell’anteprima di ColornoPhotoLife, festival organizzato dal Gruppo Fotografico Color’s Light con la collaborazione del Dipartimento Cultura della FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Dal 02 Settembre 2023 al 26 Novembre 2023 – MUPAC Aranciaia – Colorno (PR)

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STEFANO BABIC. LUCE E OMBRA

Stefano Babic, Dolce & Gabbana - Blondies
Stefano Babic, Dolce & Gabbana – Blondies

In apertura della settimana della moda milanese, Other Size Gallery presenta la mostra personale “Stefano Babic. Luce e ombra”, a cura di Claudio Composti.
Dal 18 settembre al 17 novembre 2023, attraverso un nucleo di quattordici scatti di grande formato, la galleria milanese punta l’attenzione su uno dei grandi fotografi di moda italiani. Nelle sue sale trovano spazio un selezionato ma significativo corpus di ritratti in bianco e nero dei primi anni ‘80 fino alla fine degli anni’90 – i suoi scatti più noti – e foto più recenti frutto della sua ricerca nella fotografia artistica.
 
Babic scolpisce con la luce immagini di grande effetto visivo ed eleganza. Profili di donne rapite in un gesto, in un sorriso, ritratti di top model che sembrano più giocare con la vita che posare. Immagini che rivelano la sua idea di fotografia, cinematografica e dinamica, lontana dal solo sfoggio di un abito.
Babic ama il bianco e nero: «Per lui – spiega il curatore – il cinema è a colori e la fotografia è in bianco e nero, in quell’effetto di luce e ombra dove i bianchi più intensi rendono il nero più nero e profondo e in quel contrasto netto in cui gli opposti si giustificano.»
 
Una fotografia dinamica e mai posata, quella di Babic, che trae le mosse da tecniche cinematografiche apprese nei primi anni del suo percorso professionale quando ritraeva attrici e attori di fama internazionale.
Passando per la pubblicità, Babic approda al mondo della modaper il quale produrrà alcune delle foto più iconiche degli anni ‘80, per le maison più prestigiose. A partire dal sodalizio con Moschino – di cui ha firmato le campagne pubblicitarie più significative che hanno reso il marchio riconoscibile in tutto il mondo -, una lunga serie di incontri importanti ha segnato la sua carriera, come Capucci, Gianfranco Ferrè, Dolce & Gabbana. 
 
Con il suo sguardo ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo l‘idea di glamour” immortalando eleganza, vanità e sensualità.
Oggi Stefano Babic si dedica alla fotografia artistica e all’insegnamento, cercando di tirar fuori dagli scatti dei suoi giovani allievi quel senso del “glamour”, che per lui è un’attitudine, quel qualcosa che rende l’immagine un’immagine di moda, così come vediamo dalle sue fotografie.

Dal 18 Settembre 2023 al 19 Novembre 2023 – Other Size Gallery – Milano

Corazonada – Giulia Gatti / Ho visto Nina volare – Sara Grimaldi

Magazzini Fotografici Ragusa Foto Festival Giulia Gatti | CORAZONADA Sara Grimaldi | HO VISTO NINA VOLARE

Magazzini Fotografici inaugura il 14 settembre una nuova stagione di mostre con un’esposizione completamente al femminile. In allestimento due progetti realizzati da giovani talenti della fotografia: “Corazonada” di Giulia Gatti e “Ho visto Nina volare” di Sara Grimaldi.

Questa esposizione rappresenta un connubio tra arte e riflessione sociale ed è realizzata in collaborazione con Ragusa Foto Festival, partner culturale ormai da anni dell’APS e prende vita dopo il successo della sua undicesima edizione, conclusasi lo scorso agosto con la direzione artistica di Claudio Composti

L’idea è nata dalla collaborazione tra Yvonne De Rosa, direttrice e fondatrice di Magazzini Fotografici, e Stefania Paxhia, direttrice e fondatrice del Festival di Ragusa, con l’intento di dare continuità all’esposizione di due affascinanti progetti realizzati da giovani artiste emergenti.

I progetti in mostra:
Corazonada” di Giulia Gatti
Giulia Gatti nasce a Fabriano nel 1995. Da anni viaggia nel sud America tra Perù, Bolivia, Patagonia e Messico dedicandosi a progetti che abbraccino danza, fotografia e scrittura.
Dalla collaborazione con le donne che abitano l’istmo di Tehuantepec (Oaxaca) in Messico, Giulia Gatti ha dato vita a “Corazonada” in cui il femminile si relaziona con il potere “magico” delle donne, l’erotismo, i rituali della tradizione messicana e il mistero raccontando una femminilità diversa e più libera.
Il suo lavoro gioca con le tappe – naturali, culturali o normative – del corpo femminile, animato dal tentativo di seminare provocazione sopra il terreno fertile della tradizione.

Ho visto Nina volare” di Sara Grimaldi
Sara Grimaldi è una fotografa milanese, classe 1995.  Il suo è un racconto autobiografico di un malessere psicologico a cui la fotografa ha dato un nome solo dopo aver ricevuto una doppia diagnosi: disturbo Borderline di personalità e disturbo del comportamento alimentare. Da qui la salute mentale è diventata per Sara Grimaldi il motore di ricerca, personale e collettiva.
“Ho visto Nina volare” nasce da uno degli episodi chiave della manifestazione del suo malessere: la visione di una bambina su un’altalena.
Una parte di sé bambina, spensierata, leggera e ignara di ciò che quell’altalena avrebbe significato negli anni a venire. Il suo gioco preferito trasformatosi in una vera allucinazione durante le crisi emotive. Una bambina che la guarda, chiamandola a sé, ferma a mezz’aria, lei e la sua altalena. Il buio si fa luce attraverso il suo sguardo.

Dal 15 settembre al 29 ottobre – Magazzini Fotografici – Napoli

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FRAMMENTI – MASSIMO MOTTA

Frammenti

La tecnica con cui il fotografo realizza le fotografie si chiama Pattern of Media e si tratta di un’elaborazione fotografica che prevede l’intervento armonico della pittura sullo scatto. Ne emerge una visione molteplice, in cui la pittura è un’eco importante.

3.10.2023 – 6.10.2023 – Miniaci Art Gallery – MIlano

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I don’t care (About Football) – Giulia Iacolutti

I don’t care (About Football) è un progetto artistico-partecipativo che coinvolge le giocatrici e i giocatori della squadra di calcio Marangoni 105, nata nel 2011 all’interno di una delle residenze riabilitative del Dipartimento di Salute Mentale di Udine.

Il titolo, ispirato dalle parole di una ragazza della comunità, suggerisce come il gioco non sia fine a sé stesso, ma un esercizio di inclusione e integrazione sociale. La squadra è composta, infatti, dagli e dalle utenti insieme a operatrici e operatori, sostenitrici e sostenitori. Tutti vestono il numero 14 di Johan Cruijff, leggendario giocatore dell’Ajax, inventore del calcio totale.

Durante tre anni di conoscenza e lavoro, Iacolutti ha attivato dei laboratori in cui si è riflettuto coralmente sul disagio mentale e sul percorso svolto in residenza, usando il calcio come metafora di un percorso e di un’esperienza di cura. La ricerca si compone di fotografie, incontri, viaggi, allenamenti, sedute di stretching, interviste, progetti, esercizi di scrittura e collage, tutte azioni che trasformano l’oggetto d’arte in un luogo del dialogo, in cui è la scoperta dell’altro e del sé ad assumere centralità.

Il processo di analisi e autoanalisi si converte allora in moto creativo che diviene parte dell’opera stessa; è attraverso le sagome ritagliate dei corpi che si indaga sul “non” che ha dato nome al progetto, quel negativo a cui è complesso dare voce, forma, senso.

La mostra fa parte di Look at us – Rassegna di narrazioni non conformi dedicata alla visibilità e alla decostruzione dei tradizionali ruoli familiari, identitari e di genere attraverso l’ibridazione dei linguaggi visivi.

Dal 18 settembre al 19 dicembre 2023 – Spazio Labò – Bologna

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FORME METROPOLITANE – Andrea Mele

L’autore filtra le immagini della vita metropolitana con il proprio vissuto di uomo di scienza.

La ricerca nell’infinitamente piccolo dei cristalli, degli atomi e delle molecole lascia l’impronta nel gusto di ritrovare forme geometriche, simmetrie, spazi, curve, tonalità di colore e di grigio nelle forme della città, nei luoghi e nei non luoghi urbani.

E’ un occhio incantato e vigile al tempo stesso che va a cercare nell’architettura delle case e dei luoghi le forme che si ripetono nell’infinitamente piccolo.

Il racconto è essenziale, minimalista, attento alla simmetria e all’interruzione della simmetria, in un continuo parallelismo tra mondi infinitamente distanti.

Sep 30 – Oct 12 – Atelier SINERGIE MILANO

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Mostre fotografiche da non perdere ad Aprile

E’ quanto mai ricco il calendario delle mostre per il mese di aprile. Di seguito ve ne proponiamo una selezione.

Buona visione!

Anna

LIU BOLIN PER L’IRAN

Liu Bolin per l'Iran, Galleria Gaburro, Milano
Liu Bolin per l’Iran, Galleria Gaburro, Milano


Dal 13 marzo al 30 aprile 2023, viene esposta una fotografia inedita, appartenente alla serie Target, di Liu Bolin (Shandong, 1973), uno degli artisti più conosciuti e apprezzati a livello internazionale, che s’ispira ai moti di protesta delle donne iraniane che stanno infiammando le piazze della nazione mediorientale e che sarà realizzata a Milano, proprio negli spazi della Galleria Gaburro.
 
Il progetto si è concretizzato grazie al contributo dell’attrice e attivista Melania Dalla Costa, testimonial della campagna 2019 delle Nazioni Unite (UNICRI), da tempo a fianco delle donne che hanno subito violenze fisiche, psicologiche e culturali. Consapevole dell’interesse di Liu Bolin nel trattare il tema della libertà tramite la sua pratica performativa, Melania, con il suo lavoro di attivista, è entrata subito in contatto con Nasibe Shamsaei dopo la sua protesta per la tragedia della giovane ragazza Mahsa Amini che ha sconvolto il mondo e con questo progetto vuole dare voce a un’altra attivista la cui voce non è libera.
 
Nasibe Shamsaei è fuggita dall’Iran dopo una condanna a dodici anni di reclusione per aver organizzato la campagna dei “mercoledì bianchi” in cui si incoraggiano le donne a rimuovere il velo o a indossarne uno bianco in segno di protesta. Nel novembre 2020 è stata arrestata dalla autorità turche in aeroporto, nel tentativo di trovare asilo in Unione Europea. Nasibe rischia costantemente di essere deportata in Iran, come già successo ad altre attiviste iraniane fermate in Turchia, in violazione del principio internazionale consuetudinario di non-refoulement, che vieta l’espulsione verso Paesi dove le persone sono a rischio di persecuzione, di trattamenti inumani o degradanti. Nasibe, all’interno del progetto artistico di Liu Bolin, diventa quindi simbolo delle migliaia di donne che lottano ogni giorno per la propria libertà.
 
A differenza del ciclo Hiding in Italy, in cui Liu Bolin si mimetizza nel contesto che lo avvolge, nella serie Target sono le persone a divenire parte integrante del progetto e quindi dell’opera finale, in una compartecipazione attiva e coerente con la tematica su cui si vuole riflettere.
 
Centrale nell’impianto figurativo della fotografia è il gesto di Nasibe Shamsaei di tagliarsi i capelli, sinonimo di ribellione pacifica, in cui si rivendica una libertà autentica e profonda, che ancora oggi spinge l’essere umano a rischiare la propria vita, nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo. Insieme a Nasibe Shamsaei e Melania Dalla Costa, prendono parte alla realizzazione dell’opera ideata da Liu Bolin donne iraniane, avvalorando il significato dell’azione ed evidenziando come l’arte possa ancora stimolare una riflessione attiva di tematiche importanti della contemporaneità. Tra le personalità coinvolte ci sono anche Delshad Marsous e Taher Nikkhah, decisive nel processo di coinvolgimento dei partecipanti e nel racconto di cosa significa vivere sotto un regime totalitario, caratterizzato da esecuzioni e repressioni violente.
A fianco dell’immagine inedita, saranno esposte alcune opere – fotografie e sculture, di Liu Bolin
Un ringraziamento speciale ad Arianna Grava.

Dal 13 Marzo 2023 al 30 Aprile 2023 – Galleria Gaburro – Milano

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BRESCIA PHOTO FESTIVAL 2023. VI EDIZIONE

Axel Hütte, Pietra Grande, 2022
Axel Hütte, Pietra Grande, 2022

Dal 24 marzo al 25 giugno 2023, Brescia accoglie la VI edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, che propone una serie di iniziative allestite nelle più prestigiose sedi espositive della città, che ruota attorno al tema Capitale.
 
Il fulcro del Brescia Photo Festival sarà il Museo di Santa Giulia che ospita la più importante esposizione mai realizzata sul mondo delle vette, dal titolo Luce della Montagna, a cura di Filippo Maggia, in grado di analizzare l’universo iconografico della montagna attraverso le opere di quattro maestri della fotografia: Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte. 

Dal 24 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – BRESCIA – Sedi varie

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VIVIAN MAIER. SHADOWS AND MIRRORS

Vivian Maier, Self-portrait, 1959 © Estate of Vivian Maier. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Vivian Maier, Self-portrait, 1959 © Estate of Vivian Maier. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

La mostra “Vivian Maier. Shadows and Mirrors”, composta da 93 autoritratti, racconta la grande fotografa e la sua ricerca incessante di trovare un senso e una definizione del proprio essere. L’esposizione è in programma presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, dal 23 marzo al 11 giugno 2023.

La mostra, a cura di Anne Morin in collaborazione con Tessa Demichel e Daniel Buso, è organizzata da ARTIKA, in sinergia con diChroma Photography e la Città di Conegliano.

“Un ritratto non è fatto nella macchina fotografica. Ma su entrambi i lati di essa”, così il fotografo Edward Steichen riassumeva il principio della fotografia. Un processo creativo che ha origine dalla visione dell’artista e che si concretizza solo in un secondo tempo nello scatto. Nel caso di Vivian Maier: il suo stile, i suoi autoritratti, hanno origine da una visione artistica al di qua dell’obiettivo fotografico. Per lei fotografare non ha mai significato dar vita a immagini stampate e quindi diffuse nel mondo, quanto piuttosto un percorso di definizione della propria identità.

La mostra ripercorre l’opera della famosa tata-fotografa che, attraverso la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica, trasporta idealmente i visitatori per le strade di New York e Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.

Vivian Maier fotografò per più di quarant’anni, a partire dai primi anni ’50, pur lavorando come bambinaia a New York e a Chicago. Spese la sua intera vita nel più completo anonimato, fino al 2007, quando il suo corpus di fotografie vide la luce. Un enorme e impressionante mole di lavoro, costituita da oltre 120.000 negativi, film in super 8 e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune stampe fotografiche e centinaia di rullini e pellicole non sviluppate. Il suo pervasivo hobby finì per renderla una delle più acclamate rappresentanti della street photography. Gli storici della fotografia l’hanno collocata nella hall of fame, accanto a personalità straordinarie come Diane Arbus, Robert Frank, Helen Levitt e Garry Winograd.

L’allestimento di Palazzo Sarcinelli esplora quindi il tema dell’autoritratto di Vivian Maier a partire dai suoi primi lavori degli anni ’50, fino alla fine del Novecento. Un nutrito corpus di opere caratterizzato da grande varietà espressiva e complessità di realizzazione tecnica. Le sue ricerche estetiche si possono ricondurre a tre categorie chiave, che corrispondono alle tre sezioni della mostra. La prima è intitolata SHADOW (l’ombra). Vivian Maier adottò questa tecnica utilizzando la proiezione della propria silhouette. Si tratta probabilmente delle più sintomatica e riconoscibile tra tutte le tipologie di ricerca formale da lei utilizzate. L’ombra è la forma più vicina alla realtà, è una copia simultanea. È il primo livello di una autorappresentazione, dal momento che impone una presenza senza rivelare nulla di ciò che rappresenta. Attraverso il REFLECTION (riflesso), a cui è dedicata la seconda sezione, l’artista riesce ad aggiungere qualcosa di nuovo alla fotografia, attraverso l’idea di auto-rappresentazione. L’autrice impiega diverse ed elaborate modalità per collocare sé stessa al limite tra il visibile e l’invisibile, il riconoscibile e l’irriconoscibile. I suoi lineamenti sono sfocati, qualcosa si interpone davanti al suo volto, si apre su un fuori campo o si trasforma davanti ai nostri occhi. Il suo volto ci sfugge ma non la certezza della sua presenza nel momento in cui l’immagine viene catturata. Ogni fotografia è di per sé un atto di resistenza alla sua invisibilità. Infine, la sezione dedicata al MIRROR (specchio), un oggetto che appare spesso nelle immagini di Vivian Maier. È frammentato o posto di fronte a un altro specchio oppure posizionato in modo tale che il suo viso sia proiettato su altri specchi, in una cascata infinita. È lo strumento attraverso il quale l’artista affronta il proprio sguardo.

“La scoperta tardiva del lavoro di Vivian Maier, che avrebbe potuto facilmente scomparire o addirittura essere distrutto, è stata quasi una contraddizione. Ha comportato un completo capovolgimento del suo destino, perché grazie a quel ritrovamento, una semplice Vivian Maier, la tata, è riuscita a diventare, postuma, Vivian Maier la fotografa”, scrive Anne Morin nella presentazione della mostra. Nelle splendide immagini in mostra al pubblico, dal 23 marzo al 11 giugno 2023, presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, vedremo la seconda metà del Novecento con gli occhi e negli occhi di un’icona della storia della fotografia.

Dal 23 Marzo 2023 al 11 Giugno 2023 – Palazzo Sarcinelli – Treviso

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HELMUT NEWTON. LEGACY

Helmut Newton, Era delle machine, Thierry Mugler, Vogue America. Monte Carlo, 1995 © Helmut Newton Foundation
Helmut Newton, Era delle machine, Thierry Mugler, Vogue America. Monte Carlo, 1995 © Helmut Newton Foundation

Al piano nobile di Palazzo Reale apre al pubblico l’ampia retrospettiva HELMUT NEWTON. LEGACY, ideata in occasione del centesimo anniversario della nascita del fotografo (Berlino, 1920 – Los Angeles, 2004) e posticipata a causa della pandemia. L’esposizione offre uno sguardo nuovo all’unicità, allo stile e al lato provocatorio del lavoro dell’artista. 

La mostra, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, è promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, in collaborazione con la Helmut Newton Foundation di Berlino.

Il percorso espositivo ripercorre attraverso 250 fotografie, riviste, documenti e video l’intera carriera di uno dei fotografi più amati e discussi di tutti i tempi. Accanto alle immagini iconiche, un corpus di scatti inediti, presentati per la prima volta in Italia, svela aspetti meno noti dell’opera di Newton, con un focus specifico sui servizi di moda più anticonvenzionali. Polaroid e contact sheet permetteranno di comprendere il processo creativo che si cela dietro alcuni dei motivi più significativi del lavoro di Newton, mentre pubblicazioni speciali, materiali d’archivio e dichiarazioni del fotografo consentiranno di ricostruire il contesto nel quale è nata l’ispirazione di questo straordinario artista.

Lungo un percorso articolato in capitoli cronologici, i visitatori potranno attraversare tutte le fasi ed evoluzioni della vita e della carriera di Newton, dagli esordi fino agli ultimi anni di produzione. 
Fino alla fine della sua vita Helmut Newton ha continuato a incantare e provocare con la sua singolare interpretazione della femminilità. Il suo lavoro per oltre sei decenni ha sfidato ogni tentativo di categorizzazione.
Nessun altro fotografo è mai stato pubblicato quanto Helmut Newton e alcune delle sue immagini più iconiche sono diventate parte della nostra memoria visiva collettiva: il fotografo tedesco-australiano ci ha lasciato un’opera così unica e influente che ogni sforzo sistematico per venirne a patti, anche con la minima pretesa di completezza, è destinato al fallimento. 

Grazie agli accordi con la Helmut Newton Foundation, la mostra, per la quale è previsto un tour in importanti musei europei e internazionali, sarà in esclusiva in Italia a partire dalla primavera 2023 fino all’estate 2024, e dopo Palazzo Reale sarà esposta anche a Roma, al Museo dell’Ara Pacis nell’autunno 2023, e a Venezia, nel nuovo centro di fotografia “Le Stanze della Fotografia” sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nella primavera 2024.

Dal 24 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – Palazzo Reale – Milano

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WALTER NIEDERMAYR. IRAN, PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE

Walter Niedermayr Isfahan, Iran 176, 2008. Credits Ncontemporary Milano
Walter Niedermayr Isfahan, Iran 176, 2008. Credits Ncontemporary Milano

Ersel presenta “Iran, prima e dopo la rivoluzione”, la mostra dedicata alle opere del fotografo e artista Walter Niedermayr, a cura di Chiara Massimello, realizzata in collaborazione con Ncontemporary Milano.
L’esposizione è in programma dal 30 marzo al 30 aprile, presso la nuova sede di Ersel di via Caradosso 16 a Milano, recentemente inaugurata.

Walter Niedermayr, artista conosciuto per le sue opere presentate al MAXXI di Roma, alla Tate Moderne di Londra, al Centre Pompidou di Parigi e al Museum of Modern Art di New York, per questo progetto parte dallo studio del paesaggio urbano moderno, sorto in Iran dopo la rivoluzione islamica del 79, per lo più influenzato dall’architettura occidentale.

Dal 30 Marzo 2023 al 30 Aprile 2023 – Spazio espositivo ERSEL – Milano

GIANNI BERENGO GARDIN. COSE MAI VISTE. FOTOGRAFIE INEDITE

Gianni Berengo Gardin, Pellegrinaggio a El Rocìo, Andalusia, Spagna, 1992
© Gianni Berengo Gardin | Gianni Berengo Gardin, Pellegrinaggio a El Rocìo, Andalusia, Spagna, 1992

La VI edizione del Brescia Photo Festival, in programma dal 24 marzo al 23 luglio 2023, che quest’anno si sviluppa attorno al tema Capitale proporrà un programma ricco di eventi, diffuso nelle più prestigiose sedi espositive della città.

La manifestazione, promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana e che ufficialmente aprirà le danze venerdì 24 marzo, lancia un’anteprima della kermesse davvero imperdibile. 

Dal 25 febbraio al 21 maggio 2023, infatti, il Mo.Ca. – Centro delle nuove Culture accoglie la mostra Cose mai viste. Fotografie inedite, a cura di Renato Corsini, nata da un’idea di Gianni Berengo Gardin, con la ricerca iconografica di Susanna Berengo Gardin

Per la prima volta, 120 fotografie in bianco e nero inedite e mai pubblicate di Gianni Berengo Gardin 
(Santa Margherita Ligure, GE, 1930), tutte stampate per l’occasione in camera oscura e su carta ai sali d’argento, propongono la rilettura del suo straordinario percorso, dagli anni ‘50 del secolo scorso fino a oggi, arricchendo il monumentale repertorio iconografico del Maestro con delle preziose novità.

Fotografo dal 1954, con settant’anni di carriera, Gianni Berengo Gardin è uno degli interpreti più rappresentativi del panorama italiano e internazionale. Dopo un attento lavoro di selezione, coadiuvato dalla figlia Susanna, sono riemerse una serie di immagini “nuove”, mai viste prima; fotografie all’epoca rimaste sepolte da altre o più semplicemente trascurate in quel momento. 

“Ridare vita e rileggere gli archivi 
– sottolinea il curatore Renato Corsini – è un valore fondamentale per la fotografia di qualità; solo quella che si consolida forte della capacità di storicizzarsi, e mantiene, e spesso accresce nel tempo il suo valore, testimoniale e artistico, è fotografia con la ‘f’ maiuscola”.

Il percorso espositivo tocca i temi più caratteristici della sua ricerca, che spazia dall’indagine sociale alla vita quotidiana, dal mondo del lavoro fino all’architettura e al paesaggio con scatti dal 1954 al 2019 che portano il visitatore a girare il mondo con alcuni sguardi inediti sulla realtà. Dalla Svezia a Mosca, con il fermo immagine della pesa pubblica al mercato, passando per l’immancabile Venezia, l’amata Parigi, un pellegrinaggio a El Rocío in Andalusia, si arriva fino al colpo d’occhio di un gruppo di operai che fanno ginnastica collettiva nel cantiere dell’Aeroporto di Osaka nel 1993. 

La mostra, accompagnata da un libro edito da Contrasto, conferma ancora una volta Berengo Gardin come il maestro del bianco e nero, capace di costruire un patrimonio visivo unico dell’Italia dal dopoguerra a oggi (e non solo del nostro Paese), caratterizzato da un’assoluta coerenza nelle scelte linguistiche e da un approccio “artigianale” al lavoro. Nelle inchieste sociali, così come nei paesaggi, il soggetto principale della sua ricerca è sempre l’uomo, colto nella relazione emotiva, psicologica e profonda con l’ambiente che lo circonda. 

Interprete sensibile e partecipe, Gianni Berengo Gardin ha osservato tante volte il mondo tornando e ritornando a visitare luoghi che col tempo sono diventati familiari al suo sguardo e alla nostra memoria.

Dal 25 Febbraio 2023 al 21 Maggio 2023 – Mo.Ca – Centro delle nuove Culture – Brescia

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UGO MULAS. L’OPERAZIONE FOTOGRAFICA

Ugo Mulas. New York, 1965 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli
Ugo Mulas. New York, 1965 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli

Mercoledì 29 marzo 2023 aprirà al pubblico il nuovo centro espositivo e di ricerca, “Le Stanze della Fotografia”, all’interno della Fondazione Giorgio Cini, nelle Sale del Convitto, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, con un’ampia e completa retrospettiva dedicata a Ugo Mulas, che presenta per la prima volta un’importante selezione di immagini vintage mai esposte prima d’ora.
“Le Stanze della Fotografia” è l’iniziativa congiunta di Marsilio Arte e Fondazione Giorgio Cini, destinata a proseguire il percorso iniziato nel 2012 alla Casa dei Tre Oci di Venezia – storico palazzo neogotico situato sull’isola della Giudecca e di recente acquistato dal Berggruen Institute – nella convinzione che la fotografia, tra i linguaggi artistici più interessanti del moderno e del contemporaneo, debba continuare ad avere una sua specifica “casa” a Venezia. Ad affiancare le attività espositive, una Fondazione dedicata sosterrà i progetti di ricerca grazie al contributo dei partner strategici Fondazione di Venezia e San Marco Group.

Marsilio Arte ha gestito tutte le mostre e le attività della Casa dei Tre Oci, proponendo, nel corso degli ultimi dieci anni, trenta esposizioni che hanno raccontato l’opera dei più grandi fotografi tra i quali Elliott Erwitt, Sebastião Salgado, Gianni Berengo Gardin, Helmut Newton, David LaChapelle, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Mario De Biasi, parallelamente a un’importante attività di ricerca sviluppata attraverso mostre di riscoperta di autori come René Burri, Willy Ronis, Henri Lartigue, Sabine Weiss, accogliendo complessivamente oltre 500.000 visitatori.

Un sodalizio naturale quello tra la fotografia e l’isola di San Giorgio, in quanto la Fondazione Giorgio Cini custodisce una delle più importanti collezioni fotografiche d’Europa. Una raccolta preziosa che nel tempo si è arricchita con un capitale fotografico unico nell’ambito della ricerca storico artistica: un immenso patrimonio documentario costituito dalle raccolte fotografiche pervenute nel tempo all’Istituto di Storia dell’Arte e appartenute a importanti storici dell’arte, tra cui Berenson, Bettini, Fiocco, Pallucchini, a giornalisti e scrittori, come Ojetti, insieme a un cospicuo numero di fotografie prodotte da scambi con altre istituzioni culturali, dai rapporti intercorsi per alcuni decenni tra Vittorio Cini, Fondazione Giorgio Cini e la società Alinari. Un sodalizio che ha contribuito, fino al 1970, alla creazione della Fototeca che, ad oggi, conta quasi un milione di fotografie, liberamente consultabili negli spazi della Nuova Manica Lunga da studiosi, ricercatori, appassionati, su appuntamento; online, grazie al grande impegno che la Fondazione Cini ha avviato dagli inizi degli anni Duemila per la digitalizzazione del suo patrimonio.   Concepite come un vero e proprio centro internazionale di ricerca e valorizzazione della fotografia e della cultura delle immagini, Le Stanze proporranno, accanto alle rassegne a Venezia e in altre città italiane ed estere, laboratori, incontri, workshop, seminari con fotografi nazionali e internazionali, master, in continuità con il disegno culturale che ha animato finora la Casa dei Tre Oci, ma con una spinta e una visione ancora più internazionali. In quest’ottica verranno sviluppate diverse partnership con le più importanti realtà del mondo della fotografia, quali l’agenzia Magnum Photos, il centro parigino Jeu de Paume, la Médiathèque du patrimoine et de la photographie, il Musée de l’Elysée di Losanna, solo per citarne alcune.

Il centro può contare sulla creazione di una Fondazione dedicata, che permetterà di finanziare e sostenere i progetti di ricerca, dove confluiranno i partner strategici quali la Fondazione di Venezia, impegnata nella valorizzazione del linguaggio fotografico sin dall’acquisto della Casa dei Tre Oci negli anni 2000, e che intende promuovere l’istituzione di un Premio annuale per la fotografia rivolto ai giovani fotografi, e San Marco Group, leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale, che conferma il saldo legame con l’esperienza dei Tre Oci.  
La direzione artistica de Le Stanze della Fotografia è affidata a Denis Curti, che ha già ricoperto questo ruolo per i Tre Oci sin dal 2012 e vanta una vasta esperienza nel mondo della fotografia. È direttore e fondatore, nel 2014, della galleria STILL a Milano, è direttore artistico del “Festival di Fotografia” di Capri e in passato ha diretto per un quinquennio il “SI FEST” di Savignano sul Rubicone. È direttore responsabile del periodico Black Camera e Course Leader del Master in Fotografia di RafflesMilano. È autore di diverse mostre e pubblicazioni dedicate ai grandi fotografi italiani e internazionali e di due saggi fotografici per Marsilio Editori: Capire la Fotografia contemporanea e Il Mosaico del mondo. La mia vita messa a fuoco, dedicato alla biografia di Maurizio Galimberti. Negli anni Novanta ha diretto la sezione fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino e la Fondazione Italiana per la Fotografia. Per oltre 15 anni giornalista e critico fotografico per le pagine di Vivimilano e Corriere della Sera, dal 2005 al 2014 è stato inoltre direttore di Contrasto e vicepresidente della Fondazione Forma a Milano. Le attività di ricerca ed espositive sono coordinate dal comitato tecnico-scientifico presieduto da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, e composto da Emanuela Bassetti, presidente di Marsilio Arte, da Chiara Casarin, responsabile sviluppo culturale e comunicazione della Fondazione Giorgio Cini, dal direttore artistico Denis Curti e da Luca De Michelis, amministratore delegato di Marsilio Arte.   Tra gli sponsor tecnici figurano Distilleria Nardini, la prima distilleria d’Italia con oltre 240 anni di storia e tradizione, Grafica Veneta, azienda leader nell’editoria e stampa di libri e volumi, iGuzzini, gruppo internazionale leader nel settore dell’illuminazione architetturale, NeoTech, società di servizi informatici specializzata nella creazione e sviluppo di allestimenti audiovisivi.

«Quando abbiamo inaugurato la mostra di Sabine Weiss un anno fa – commenta Emanuela Bassetti, presidente di Marsilio Arte –, rassegna che concludeva la nostra esperienza alla Casa dei Tre Oci, avevamo detto che questo non avrebbe significato la fine del percorso Marsilio “fotografia a Venezia”, che andava ben oltre un edificio. A distanza di un anno, con la mostra di Ugo Mulas, siamo felici di inaugurare la nostra nuova “casa” all’Isola di San Giorgio, dando avvio in partenariato con Fondazione Giorgio Cini a un ambizioso progetto culturale internazionale di ricerca e di memoria».   «Grande attenzione è sempre stata data dalla Fondazione Giorgio Cini alla fotografia, sia come forma d’arte sia come documentazione storico artistica, tanto da creare, sotto l’impulso dello stesso Vittorio Cini, quella che oggi è una delle più ricche fototeche d’Italia e d’Europa», spiega Giovanni Bazoli, presidente della Fondazione Giorgio Cini. «L’apertura delle Stanze della Fotografia qui sull’Isola di San Giorgio Maggiore rappresenta quindi un nuovo tassello cheva ad arricchirela già ampia e variegata offerta culturale della Fondazione Cini».

L’edificio dell’ex Convitto che ospiterà Le Stanze della Fotografia, che consta di circa 1850 metri quadrati disposti su due livelli, è stato oggetto di un importante lavoro di riallestimento e restauro finalizzato all’ampliamento e valorizzazione degli spazi, realizzato dallo Studio di Architetti Pedron / La Tegola con la speciale partecipazione del Teatro La Fenice di Venezia, che ha permesso l’installazione di pareti leggere e movibili che, come quinte teatrali, saranno rimodulabili per i diversi allestimenti espositivi, nell’ottica di una sostenibilità dell’impresa culturale. Il bookshop, con un allestimento realizzato dallo studio Retail Design di Paolo Lucchetta, è stato pensato come una vera e propria libreria e spazio fondamentale di accoglienza e incontro, e offrirà un’ampia proposta editoriale con riviste specializzate, magazine, saggi, articoli di design e oggetti iconici.   Originariamente adibita per i magazzini della dogana, la sede ha preso la sua conformazione attuale nel 1870 circa. Nel 1952, alla nascita della Fondazione Giorgio Cini, l’edificio è divenuto Convitto scolastico e nel 2007 restaurato e reso sede espositiva. Si trova nella zona nord-est dell’isola di San Giorgio: per un lato lungo prospetta sulla fondamenta adiacente la Darsena Grande; per un lato corto sulla laguna, visibile dall’interno grazie a due grandi e spettacolari finestre.
La mostra Ugo Mulas. L’operazione fotografica, che verrà presentata in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro e sarà visitabile dal 29 marzo al 6 agosto 2023, è realizzata in collaborazione con l’Archivio Mulas e curata da Denis Curti e Alberto Salvadori, direttore dell’Archivio. Il progetto coincide con i 50 anni dalla scomparsa dell’autore, avvenuta il 2 marzo 1973.
Più di 300 immagini, tra cui 30 foto mai esposte prima d’ora, documenti, libri, pubblicazioni, filmati, offrono una sintesi in grado di restituire una lettura che si apre alle diverse esperienze affrontate da Ugo Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973), fotografo trasversale a tutti i generi precostituiti e capace di approfondire tematiche diverse, cercando sempre la profondità della “quantità umana”.
Tra le figure più importanti della fotografia internazionale del secondo dopoguerra, Mulas comprende presto, da autodidatta, che essere fotografo vuol dire fornire una testimonianza critica della società, ed è proprio questa consapevolezza che guida i suoi primi reportage tra il 1953 e il 1954: le periferie milanesi e l’ambiente artistico e culturale dei primi anni Cinquanta del celebre Bar Jamaica. Mulas si impone rapidamente nei più diversi ambiti della fotografia, dalla moda alla pubblicità, pubblicando su numerose riviste come “Settimo Giorno”, “Rivista Pirelli”, “Domus”, “Vogue”. In questi anni il fotografo sviluppa un’importante collaborazione artistica con Giorgio Strehler, grazie al quale pubblicherà le fotocronache “L’opera da tre soldi” (1961) e “Schweyck nella seconda guerra mondiale” (1962).
L’attenzione al mondo dell’arte e alla produzione artistica diventa uno dei principali interessi di Mulas, che fotografa le edizioni della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972. Nel 1962 documenta la mostra “Sculture nella città” a Spoleto, dove si lega soprattutto agli scultori americani David Smith e Alexander Calder. Di questo periodo è anche la serie dedicata alla raccolta Ossi di Seppia di Eugenio Montale (1962-1965). L’estate del 1964 è significativa per Mulas. Alla Biennale di Venezia viene presentata la Pop Art americana al pubblico europeo; il fotografo ottiene la collaborazione del critico Alan Solomon e l’appoggio del mercante d’arte Leo Castelli, che lo introducono nel panorama artistico americano durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti.
Può, così, ritrarre importanti pittori al lavoro tra i quali Frank Stella, Lichtenstein, Johns, Rauschenberg e importanti presenze come Andy Warhol e John Cage.
La collaborazione con gli americani continuerà poi nel 1965 e successivamente nel 1967, anno nel quale Mulas presenta la sua analisi del lavoro con gli artisti pubblicando il celebre volume “New York: arte e persone”.
Fondamentale, tra le altre, anche la collaborazione con Marcel Duchamp, che rivela qualcosa di più profondo e generale nella concezione di Mulas dei ritratti d’artista. «Le fotografie di Duchamp – precisa Mulas – vorrebbero essere qualcosa di più di una serie di ritratti più o meno riusciti, sono anzi il tentativo di rendere visivamente l’atteggiamento mentale di Duchamp rispetto alla propria opera, atteggiamento che si concretizzò in anni di silenzio, in un rifiuto del fare che è un modo nuovo di fare, di continuare un discorso».

All’analisi formale e concettuale della fotografia sono dedicate le Verifiche (1968- 1972), una serie di tredici opere fotografiche attraverso le quali Mulas s’interroga sulla fotografia stessa.
Il titolo della mostra veneziana “Ugo Mulas. L’operazione fotografica” prende spunto proprio da una delle Verifiche e condensa la straordinaria riflessione del fotografo.

Il percorso espositivo si snoda lungo 14 sezioni che ripercorrono tutti i campi d’interesse di Mulas. Dal teatro alla moda, con i ritratti di amici e personaggi della letteratura, del cinema e dell’architettura fotografati come “modelli in posa”, dai paesaggi e dalle città alla sua esperienza con la Biennale di Venezia e con gli artisti della Pop Art. Una sezione, naturalmente, è dedicata a Milano e al celebre bar Jamaica, che il grande Luciano Bianciardi descrive nel suo libro “La vita agra” come il “il bar delle Antille”.
«Il Jamaica – osserva Denis Curti – è il luogo degli incontri, delle amicizie complici, quelle con Mario Dondero, Piero Manzoni, Alfa Castalfi, Pietro Consagra, Carlo Bavagnoli e Antonia Buongiorno, che diventerà sua moglie. A questa sezione segue un capitolo dedicato ai progetti industriali e alle esperienze più interessanti con Olivetti e Pirelli. A chiudere il percorso, le “serie” più significative per lo stesso Mulas, quelle dedicate a Calder, a Duchamp e le fondamentali “verifiche”, che sono certamente da considerarsi come uno dei più interessanti “esperimenti di pensiero critico” sulla fotografia».
«Il lavoro fotografico di Ugo Mulas – commenta Alberto Salvadori – offre un punto di vista imprescindibile sullo statuto dell’opera d’arte stessa, che ci spinge a riflettere sulla relazione, ogni volta nuova e peculiare, tra l’artista e il suo spazio di lavoro, l’ispirazione e il contesto che la esprime. L’ampia retrospettiva che inaugura Le Stanze della Fotografia dà conto di questa sempre presente «attualità» dello sguardo di Mulas, mostrandone anche aspetti meno noti attraverso scatti, documenti d’archivio, video mai esposti prima d’ora e restituendoci il ritratto di un artista a tutto tondo, della sua visione dell’arte e della cultura del Novecento».

Dal 29 Marzo 2023 al 06 Agosto 2023 – Le Stanze della Fotografia – VENEZIA

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OLIVO BARBIERI. TWELVE EE H S NINE – DOLMEN E MENHIR IN SARDEGNA

Olivo Barbieri, Sa Coveccada, Mores, Sassari 2021
© Olivo Barbieri | Olivo Barbieri, Sa Coveccada, Mores, Sassari 2021

Il 3 Marzo alle ore 19 la Fondazione di Sardegna, in collaborazione con il Museo MAN, inaugura la mostra Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna di Olivo Barbieri, a cura di Marco Delogu e Chiara Gatti. 

La serie inedita dell’artista conclude il suo lavoro nell’ambito della Commissione Sardegna, un progetto che sostiene il percorso di produzione di opere d’arte contemporanea attraverso la piattaforma AR/S Arte Condivisa, con lo scopo di aprire una finestra sul territorio, la storia e le stratificazioni che caratterizzano l’isola, per mezzo degli sguardi di curatrici e curatori, artisti e artiste invitati a vivere esperienze di residenza e produzione in Sardegna.

Olivo Barbieri, uno dei maggiori artisti e fotografi italiani contemporanei, è stato invitato dalla Fondazione di Sardegna a rivolgere il suo sguardo all’isola, a intraprendere tre viaggi nell’arco di due anni, decifrando una bolla spazio-temporale tra archeologia e immaginario contemporaneo. 

Oggetto della ricerca è il patrimonio composto da numerosissimi megaliti, dolmen e menhir disseminati sull’isola, secondo logiche ancora non chiare agli studiosi, osservati nella loro capacità di modificare lo spazio che li circonda.

Barbieri, che già negli anni ottanta aveva viaggiato lungamente in Bretagna e a Carnac, attratto da questi monumenti megalitici, dal mistero della loro genesi e della loro funzione, anche se con anni di ritardo e con un certo senso di colpa per aver atteso tanto, arriva in Sardegna per accostarsi a un patrimonio altrettanto unico, poco divulgato, addirittura per molti quasi sconosciuto. 

Guidato dalla sapiente disponibilità di studiosi come l’archeologo Riccardo Cicilloni, dalle indicazioni degli abitanti del luogo, da ricercatori e da memorie locali, Barbieri in Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna restituisce una ricognizione, una mappatura sensoriale libera e non scientifica dei megaliti, ma soprattutto racconta come lo spazio intorno a questi sia cambiato, come il mondo si sia modificato attraverso forme, stratificazioni e passaggi logici inconsci. 

Le fotografie registrano autentiche situazioni di convivenza e compenetrazione tra passato arcaico, costruito recente e paesaggio vegetale.

L’artista ha allargato il suo sguardo dal singolo sito al paesaggio antropizzato, verso contesti abitati che hanno assorbito i volumi e la storia di questi straordinari oggetti di resistenza, in uno scenario nuovo, modificato dal contesto dei reperti e dal loro ascendente, ispirando nuove immagini e nuove architetture.

Olivo Barbieri attraverso questa indagine sulla variazione, con un processo di osservazione chiaro e privo di orpelli linguistici, ma portando all’estremo le possibilità percettive del vedere, traccia una geografia immaginaria della Sardegna profonda, silente e diversa dalla nota bellezza della costa internazionalmente famosa.

Nei suoi viaggi da Dorgali a Laconi, da Calangianus a Barrali, esplora percorsi avventurosi fra campi coltivati, pascoli e paesi alla ricerca di vestigia a volte inghiottite dalla vegetazione o dal cemento per restituirli al presente.

Nel dialogo con Chiara Gatti pubblicato in catalogo Olivo Barbieri dice: «Ho lavorato e riflettuto molto sulla modificazione dello spazio attorno a ogni reperto, come le epoche siano trascorse sovrapponendo innesti, strati, passaggi. È un racconto temporale sincretico…» 

Come scrivono Marco Delogu e Franco Carta nel testo che accompagna la mostra: “le forme della pietra sono intrise dal tempo e Barbieri ne coglie il mistero, racchiude nell’inquadratura il colore e la luce, ne esalta la forza estetica, ne interroga le suggestioni magiche e il valore simbolico-sacrale che da sempre dolmen e menhir evocano nella mente dell’osservatore, sia esso uno studioso o un profano”.

Il lavoro di Barbieri è coerente con le produzioni originali della Fondazione di Sardegna realizzate in questi anni, produzioni il cui obiettivo è raccontare l’isola attraverso la visione dell’arte, interpellando protagonisti di primaria levatura per restituire un’immagine dell’isola in dialogo con i contesti creativi nazionali e internazionali più dinamici. Da questo dialogo scaturiscono i segni di una Sardegna insolita che, a volte, stentiamo a riconoscere. 

Dal 03 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – Museo MAN – Nuoro

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HOMECOMING – MICHAEL ACKERMAN

La prima mostra personale dedicata al fotografo americano Michael Ackerman a Napoli, “Homecoming – New York • Varanasi • Napoli ”, contiene, già nel titolo, il senso del percorso visivo delineato dalla gallerista Cristina Ferraiuolo.
Nella parte dedicata a New York, accanto ad alcune immagini iconiche degli anni ‘90, sono esposte le opere più recenti realizzate dall’artista durante i suoi continui ritorni nella città dov’è cresciuto e dove si è formata la sua visione artistica. Le sue fotografie nascono da un desiderio di casa, dall’amore per la città e da un profondo bisogno di entrare in contatto con la sua gente.
I suoi ritratti, posati o fugaci, mettono a nudo le emozioni di un’umanità che è allo stesso tempo cupa, tenera, vulnerabile, persino dolce. Sono frutto di profonda empatia e affetto.

Immagini composte in trittici, dittici, usate in sequenza, in formati diversi, scandiscono un ritmo e una narrazione quasi cinematografici. Sarah Moon, sua cara amica, osserva che “Ackerman non cerca mai ‘l’istante decisivo’ come altri fotografi ma cattura quel momento tra i momenti, quell’attimo in cui l’inaspettato o l’invisibile si rivela, cogliendo non ciò che vediamo, ma ciò che sentiamo”.
In un angolo della sala, due pareti allestite dall’artista con numerose prove di stampa consentono al visitatore di entrare idealmente nella sua camera oscura, nelle sue continue sperimentazioni, combinazioni di scelta e casualità.

La seconda parte della mostra è dedicata a Varanasi, altra meta fondante del percorso artistico di Michael Ackerman. Qui negli anni ’90 realizza il suo primo grande progetto “End Time City”, pubblicato nel 1999 da Robert
Delpire, che lo fa emergere come una delle più interessanti e innovative voci nel panorama della fotografia contemporanea.
Dopo oltre vent’anni Ackerman decide di ritornare a fotografare nella città sacra e lavora ad una nuova edizione del suo libro cult “End Time City”, pubblicato nel 2021 da Atelier EXB. Il suo sguardo si poggia in particolare sul mondo degli animali, protagonisti assoluti di questa sezione della mostra, e ci trasporta in un paesaggio di pura emozione.

Stormi frenetici di gabbiani siberiani si lanciano in volo sul fiume Gange, un elefante sembra accennare un sorriso, una piccola scimmia cammina su un cavo elettrico che oscilla nel vuoto, un cavallo bianco fa pensare ad un fantasma avvolto in una nube granulosa.
Siamo tra il sogno e l’apparizione.

Infine Napoli.
Oltre New York, città della formazione e del continuo ritorno, Varanasi, città della sperimentazione e della presa di coscienza di un proprio sguardo, un terzo approdo familiare è Napoli, città dove Ackerman ha scelto di tornare più
volte nel corso degli anni, per dedicarsi alla sua ricerca personale, ospite in questa casa che oggi è diventata Spot home gallery.

13 aprile – 30 giugno 2023 – Spot home gallery – Napoli

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YANN ARTHUS-BERTRAND E BRIAN SKERRY. PIANETA MARE

Tonni, Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry. Pianeta Mare
Tonni, Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry. Pianeta Mare

Per la prima volta in Italia la mostra fotografica di Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry “PIANETA MARE”, allestita nelle sale della Mole Vanvitelliana di Ancona, dal 25 febbraio al 25 giugno 2023, racconta la bellezza del nostro pianeta Blu e suscita una riflessione sull’urgenza di preservarlo e sui modi di viverlo.
L’esposizione – promossa dal Comune di Ancona con la collaborazione della Fondazione Goodplanet e di Contemplation, e organizzata da Rjma Progetti culturali – offre al pubblico l’opportunità di riscoprire la forte e primordiale relazione tra l’uomo e il mare. I punti di vista dei due fotografi, uno dal cielo e l’altro dalle profondità marine, si rincorrono in 70 straordinarie fotografie d’autore sul nostro Pianeta Mare.
“Non esiste luogo più adatto della Mole di Ancona per ospitare Pianeta Mare, una mostra d’arte e di cura che intreccia i fili del legame infinito tra l’essere umano e l’elemento più importante del pianeta: l’acqua. Uso il termine cura perché il primo effetto di questa straordinaria mostra è quello di creare un’affezione nuova tra chi la visita e il mare, un sentimento, un amore. Ed è l’amore il presupposto della cura” sono le parole dell‘assessore alla Cultura del Comune di Ancona Paolo Marasca.  
Quando gli astronauti hanno potuto vedere la Terra dallo spazio si sono resi conto che il nostro è un pianeta Blu, innanzitutto perché le acque degli oceani occupano i due terzi della superficie. Il Mare produce il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe un terzo delle nostre emissioni di CO2. Gli oceani sono la principale fonte di proteine per circa un miliardo di persone e le attività direttamente o indirettamente legate alla pesca impiegano circa 200 milioni di persone nel mondo. È nel Mare che sono apparse le prime forme di vita, un miliardo di anni dopo la formazione degli oceani. E fino a 250 milioni di anni fa la vita sul pianeta è stata dominata da creature marine, dai batteri fino ai grandi cetacei. Il corpo umano è costituito per il 60% di acqua e contiene la stessa percentuale di sale dell’Oceano. L’Uomo e il Mare sono intimamente legati.
Negli scatti di Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry, dunque, non scopriamo solo le bellezze degli Oceani ma anche l’importanza e la necessità di tutelare il Mare quale patrimonio dell’umanità. Nelle foto in mostra, tutte a colori e in grandi formati, sarà possibile osservare da vicino e in modo inedito, la ricchezza e la varietà di ambienti marini e costieri, di specie animali e vegetali. Ma oltre a presentare alcune delle più̀ belle foto dedicate al mondo del Mare, la mostra mette in evidenza l’impatto dell’uomo, che è nello stesso tempo la causa e la soluzione di tutti i problemi che si sono ormai determinati. Basti pensare alle plastiche, ai cambiamenti climatici, all’inquinamento, all’ipersfruttamento. La mostra mette in scena la bellezza degli oceani, la loro diversità̀, la loro utilità̀, i pericoli che li minacciano e le soluzioni che si possono apportare.
Gran parte del mondo marino ci è ancora sconosciuto eppure l’impronta dell’uomo è percepibile ovunque. Nel Summit della Terra, Rio de Janeiro 1992, la salvaguardia dei nostri Oceani era unanimemente considerata come una priorità. A 30 anni da quella Dichiarazione c’è ancora molto da fare, e come dice lo stesso Yann Arthus-Bertrand “Sia io che Brian Skerry abbiamo visto la bellezza del mondo e, per proteggerla, abbiamo deciso di esserne testimoni. Poiché́, anche se è cambiato e molte minacce pesano sul suo futuro, il nostro resta un Pianeta magnifico. E dire la sua bellezza è suscitare, forse, lo slancio che permetterà̀ di preservare il nostro pianeta blu. Il nostro PIANETA MARE”.

Dal 25 Febbraio 2023 al 25 Giugno 2023 – Mole Vanvitelliana – Ancona

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MIDDLE MONFEST 2023 – MARIA VITTORIA BACKHAUS. I MIEI RACCONTI DI FOTOGRAFIA OLTRE LA MODA

Maria Vittoria Backhaus, Pullmann, Editoriale Io DonnaMilano 2000
Maria Vittoria Backhaus, Pullmann, Editoriale Io DonnaMilano 2000

Nella primavera del 2023, l’anno d’intermezzo della Biennale di Fotografia di Casale Monferrato, il Comune di Casale e il Direttore artistico Mariateresa Cerretelli annunciano la prima stagione del Middle MonFest con una grande esposizione dedicata alla brillante personalità creativa di Maria Vittoria Backhaus, dai suoi esordi negli Anni Settanta al contemporaneo. 
 
Sarà una grande antologica, frutto di un’attenta ricerca all’interno di un archivio ricco e articolato dove gli anni di progettazione editoriale si alternano a un incessante studio  personale e le immagini rispecchiano interpretazioni  nuove e controcorrente realizzate per la Moda, il Design e la Ritrattistica, con una fantasmagorica produzione di Still life e di Costruzioni artistiche che esprimono la versatilità di una grande protagonista italiana, fotografa, milanese di nascita e piemontese d’adozione. 
 
A sfilare nelle Sale Chagall del Castello di Casale Monferrato sarà una galleria caleidoscopica di immagini, curata da Luciano Bobba e Angelo Ferrillo con la direzione artistica di Mariateresa Cerretelli per scoprire la creatività dell’autrice a tutto tondo. Esplosiva, sperimentale e rivoluzionaria per i tempi, animata da un’attenzione quasi maniacale per l’estetica e per la finezza delle fotografie e sempre un passo avanti rispetto alla classicità delle immagini imperanti nelle riviste patinate o nelle campagne pubblicitarie dagli anni ’70 a oggi, l’artista/fotografa si colloca a pieno titolo tra i nomi di punta della fotografia italiana. Con una rilettura inedita di un archivio sterminato e ricchissimo, la mostra prende in esame i vari temi che compongono la multiforme genialità di Maria Vittoria Backhaus che si è espressa soprattutto in ambito editoriale, nelle pubblicità e in un suo percorso personale attraverso un’osservazione e una messa a fuoco di una società in evoluzione continua. 
 
“La creatività artistica ci unisce e per me studiare la mostra con Maria Vittoria passo dopo passo è come seguire la linea parallela di uno scambio naturale e spontaneo senza barriere in un fluire di pensiero e di accordi estetici profondi e immediati che derivano dalla comune passione per l’arte fotografica” afferma il curatore Luciano Bobba.
Una girandola di bianco e nero e di colore che rappresenta lo specchio di un’iconografia senza confini, dove Backhaus si muove a suo agio e rivela anche uno studio approfondito sull’uso delle diverse macchine fotografiche di cui si serve.
“Ho lavorato – afferma l’autrice – con tutti i formati possibili delle macchine fotografiche analogiche, dal formato Leica ai grandi formati con il soffietto sotto il panno nero 20 x 25. Stavano tutte in un grande armadio nel mio studio. Mi piacevano anche come oggetti, così le ho anche ritratte. Ho dovuto imparare tutte le diverse tecniche per poterle usare, acquisite ma dimenticate al momento dello scatto per concentrarmi sul racconto della fotografia”.
 
I temi portanti di un racconto sempre in progress si susseguono nelle sale Chagall mettendo in risalto la moda, gli accessori, gli still-life, il design, la natura, le statuine, i collages e le composizioni scenografiche costruite con miniature di edifici e pupazzetti. Più di quarant’anni di fotografia dove i reportage e i ritratti trovano spazio e si completano con racconti dedicati tra i quali spiccano gli abitanti di Filicudi, l’isola amata dalla fotografa e, più di recente, Rocchetta Tanaro e la sua gente monferrina.
Il co-curatore Angelo Ferrillo conosce da molto tempo Maria Vittoria Backhaus e la sua narrazione fotografica: “Immaginifico. È l’aggettivo che mi ha pervaso la prima volta che ho avuto la fortuna di vedere il lavoro di Maria Vittoria. Conoscendola poi a fondo, vivendo la produzione e approfondendo il suo pensiero, mi sono reso conto di quanto la sua fotografia si muova in equilibrio tra visione, creatività e metodo”.
È una mostra che rende omaggio a una mente estrosa con una vena artistica inarrestabile, tutta dedicata al linguaggio della fotografia. 
Il Middle MonFest 2023 si estenderà con FOTOGRAFIA IN VETRINA nella Sala Marescalchi. Nella prima edizione del MonFest 2022 era già stata annunciata la mostra Fotografia in Vetrina, con i commercianti di Casale, messi in posa dagli studenti dell’Istituto Leardi, seguendo lo stile di Francesco Negri. Chi conosce la città, i suoi negozi, i bar, i caffè e i locali, potrà riconoscere in un percorso virtuale attraverso le vie principali, tanti volti di esercenti che con la loro attività nutrono il tessuto economico di Casale, riuniti in una straordinaria raccolta di ritratti in bianco e nero nella sala Marescalchi. Una galleria da visitare nello stesso periodo del Middle Monfest 2023, realizzata con la cura di Ilenio Celoria.

Dal 31 Marzo 2023 al 11 Giugno 2023 – Castello del Monferrato – Casale Monferrato

PIERO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE – PIERO PERCOCO

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Piero nel paese delle meraviglie di Piero Percoco è la nuova mostra che Leica Camera Italia presenta dal 12 aprile 2023 negli spazi di Leica Galerie Milano, a cura di Denis Curti e Maurizio Beucci.

Una gigantografia di oltre 11 metri di un grande ulivo che brucia conduce in un mondo surreale che si rivela, in maniera contradditoria, molto più vicino alla realtà. Da un’immagine straziante che richiama con forza la necessità di proteggere la terra e la natura, si avvia un viaggio verso una possibile salvezza, verso una nuova vita, un Paese delle meraviglie, la Puglia, terra d’origine di Percoco, che diventa simbolo di ripartenza, come i fiori che continuano a vivere sopra le fiamme testimoniano.

È la magia della fotografia. È il mistero che prende la forma di immagini capaci di superare i generi più conosciuti per diventare “valore” simbolico e assoluto. Denis Curti

Questo nuovo progetto espositivo, che raccoglie immagini scattate da Percoco con Leica Q2 e D-Lux 7, consolida l’impegno di Leica Camera Italia a farsi portavoce di una cultura fotografica d’autore, aprendo le porte dei propri spazi per renderli un luogo di accoglienza e ricerca, in un’alternanza di temi, periodi, stili, tecniche e visioni, nei diversi passaggi del tempo, dall’analogico al digitale.  A

Anche se a volte il quotidiano sembra soffocarci, se stiamo attenti, anche nei luoghi che crediamo noiosi può accadere qualcosa di sorprendente. Piero Percoco

12 aprile  – 8  luglio 2023 – Leica Galerie Milano presso Leica Store Milano

LETIZIA BATTAGLIA. TESTIMONIANZA E NARRAZIONE

Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979
© Letizia Battaglia | Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979

Dal 31 marzo al 31 maggio 2023 le opere di chi ha utilizzato la fotografia come denuncia e arma di ribellione. Trenta scatti in bianco e nero del periodo dal 1972 al 2003 provenienti dall’Archivio palermitano ‘Letizia Battaglia’.

Letizia Battaglia incarna in sè arte, impegno civile, partecipazione e passione. Trani la celebra ad un anno dalla sua scomparsa con una straordinaria mostra monografica che testimonia trent’anni di vita e società italiana.

Letizia Battaglia. Testimonianza e narrazione”, fruibile dal 31 marzo al 31 maggio 2023 a Palazzo delle Arti Beltrani, è una carrellata di 30 scatti in bianco e nero che hanno segnato a fuoco la memoria visiva della storia del nostro Paese, passando dalla inconsapevole bellezza delle bambine dei quartieri poveri siciliani (uno su tutti ‘La bambina con il pallone del quartiere Cala di Palermo’) al volto di Pier Paolo Pasolini, ai morti per mano della mafia, tra cui Piersanti Mattarella, e poi, ancora, le processioni religiose, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino all’arresto del feroce boss Leoluca Bagarella.

Testimonianza vera, spesso crudele e cruenta, dell’appassionato impegno civile e politico di Letizia Battaglia che per trent’anni ha fotografato la sua terra, la Sicilia, con immagini che denunciano l’attività mafiosa nei coraggiosi reportage per il quotidiano «L’Ora» di Palermo, che l’ha eletta di fatto ad una delle prime fotoreporter italiane. La fama di Letizia Battaglia, nomen omen, è passata nel corso degli anni da una dimensione regionale a una nazionale e internazionale. Notorietà premiata, oltre che da numerosi riconoscimenti in tutto il mondo, anche dal New York Times che nel 2017 ha inserito la fotografa ottantaduenne tra le undici donne più influenti dell’anno, per l’impegno dimostrato come artista.

Il percorso espositivo tranese intende restituire l’intensità che caratterizza tutto il suo lavoro: dall’attività editoriale a quella teatrale e cinematografica, passando per l’affresco della Sicilia più povera e la denuncia dell’attività mafiosa, della miseria, del degrado ambientale, conseguenza della deriva morale e civile.

«
Questa mostra, composta da immagini provenienti dall’Archivio Letizia Battaglia di Palermo e selezionate dai loro curatori Marta e Matteo Sollima, nipoti della fotografa, rappresenta un’occasione preziosa per conoscere l’artista Battaglia, divulgare la sua opera e celebrarla nel nostro territorio ad un anno dalla scomparsa – commenta Alessia Venditti, autrice con Andrea Laudisa dei testi che accompagnano l’esposizione. Battaglia è riconosciuta come una delle più grandi interpreti del Novecento e la fotografia, vocazione a tempo pieno, è stato lo strumento con cui ha rivelato la cruda realtà della mafia, del clientelismo e della povertà; celebri sono altresì i suoi ritratti, tra cui spicca la serie di fotografie scattate a Pasolini presso il Circolo Turati di Milano.

La mostra tranese e le foto per essa selezionate, che riguardano il periodo di produzione che va dal 1972 al 2003, hanno l’intento di svelare al pubblico il modo di intendere la fotografia di Letizia Battaglia come arma di ribellione e missione.
Il percorso espositivo è completato dalla proiezione del documentario di Francesco Raganato “Amore amaro” (2012), visibile durante la fruizione della mostra». 

In occasione della preview della mostra per la stampa, con ingresso solo su invito, giovedì 30 marzo alle ore 18:30Alessia Venditti presenterà l’opera della fotografa introducendo il progetto espositivo ideato con Marta e Matteo Sollima, curatori dell’archivio palermitano. Interverranno Niki Battaglia, direttore del Palazzo delle Arti Beltrani, e il sindaco della città di Trani, Amedeo Bottaro
Il vernissage offrirà inoltre l’opportunità per presentare la nuova stagione artistica di Palazzo delle Arti Beltrani, centro e contenitore culturale polifunzionale della città di Trani. 

Dal 31 Marzo 2023 al 31 Maggio 2023 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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FOTOGRAFARE IL PARCO

© Emilio Ricci. Foto vincitrice della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica 'Fotografare il Parco'
© Emilio Ricci. Foto vincitrice della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica ‘Fotografare il Parco’

Si terrà alle Scuderie del Forte di Bard (AO), dal 26 marzo al 25 aprile l’esposizione delle foto vincitrici e menzionate della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica Fotografare il Parco, organizzato dai Parchi nazionali di Gran Paradiso, Stelvio, Abruzzo, Lazio e Molise e da quello francese de la Vanoise, con il patrocinio di Alparc, Federparchi e la partecipazione del media partner La Rivista della Natura. 

Le quattro aree protette, divise da centinaia di chilometri, ma unite nell’intento di conservare un patrimonio di biodiversità unico per bellezza e ricchezza, vogliono così proseguire il percorso di cultura delle immagini di natura fin qui intrapreso. 

Le immagini della mostra ritraggono i paesaggi e gli abitanti che è possibile incontrare nelle quattro aree protette: il camoscio impegnato nelle continue sfide per la sopravvivenza in montagna, il lento scorrere di nubi notturne sopra i monti rocciosi, il delicato dischiudersi di gemme nel bosco sul finire dell’inverno. E poi ampi panorami, animali e piante. 

Grazie alle immagini sarà possibile assistere a istanti di vita sulle nostre montagne: momenti che, senza lo sguardo attento e la prontezza di riflessi dei fotografi, a molti di noi non potrebbero che sfuggire. Per un attimo il mondo della natura si dischiude ai nostri occhi nel pieno della sua bellezza.

Dal 26 Marzo 2023 al 25 Aprile 2023 – Forte di Bard – Aosta

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GUY BOURDIN. STORYTELLER

<em>Guy Bourdin Archives</em>, 1974 circa | © The Guy Bourdin Estate 2023<br />
Guy Bourdin Archives, 1974 circa | © The Guy Bourdin Estate 2023

In occasione della settimana della moda di Milano, Giorgio Armani inaugura negli spazi di Armani/Silos la mostra Guy Bourdin: Storyteller, un omaggio all’opera del fotografo francese, nata dall’idea di raccontarne l’intento compositivo e narrativo, al di là della provocazione da sempre associata al suo lavoro. Sulla scia di Alfred Hitchcock ed Edward Hopper, un regista e un artista che ammirava molto, Guy Bourdin è stato essenzialmente uno storyteller, capace di racchiudere interi romanzi, di preferenza gialli o noir, in un singolo scatto.
Presentate negli spazi di Armani/Silos sono cento fotografie che Giorgio Armani insieme a The Guy Bourdin Estate ha selezionato tra scatti iconici e immagini meno note. L’uso dei colori saturi – tratto distintivo dello stile di Bourdin – è esplorato attraverso intere sale dedicate a rossi, verdi e rosa, così come la sua abilità nel gioco con la forma decostruita, in particolare con i manichini, e la sua inconfondibile idea di composizione. Ventuno fotografie in bianco e nero mostrano come la capacità espressiva di Bourdin sia immediatamente percepita anche con il più semplice dei contrasti. Una sezione esplora l’amore di Bourdin per il cinema, elemento centrale della sua creatività, e presenta una selezione di fotografie di campagne pubblicitarie che mostrano quelle che sembrano scene del crimine o inseguimenti della polizia, e che riportano alla fascinazione per Alfred Hitchcock e al tema della “trama misteriosa”.

“Questa mostra conferma la mia volontà di fare di Armani/Silos un centro di cultura fotografica contemporanea, includendo ciò che è prossimo al mondo Armani, ma anche ciò che ne è lontano. A prima vista, Guy Bourdin non è un autore a me vicino: il suo era un linguaggio netto, grafico, forte. Nella sua opera quel che si percepisce subito, in superficie, è la provocazione, ma quello che mi colpisce, e che ho voluto mettere in risalto, sono piuttosto la sua libertà creativa, la sua capacità narrativa e il suo grande amore per il cinema. Bourdin non seguiva la corrente e non scendeva a compromessi: un tratto nel quale mi riconosco io stesso, credo non ci sia un altro modo per lasciare un segno nell’immaginario collettivo”, dichiara Giorgio Armani.   Nato nel 1928 a Parigi, Guy Bourdin inizia la carriera come pittore, passando alla fotografia da autodidatta nei primi anni Cinquanta. Sviluppa da subito uno stile personale, intriso di atmosfere e richiami surrealisti, anche grazie alla lunga amicizia con Man Ray, conosciuto nel 1951. Notato da Vogue Paris, Guy Bourdin inizia a collaborare con la testata e a produrre servizi fotografici, ma anche campagne pubblicitarie, che si contraddistinguono per l’incredibile libertà creativa. La sua ferma volontà è di mettere in primo piano la creazione dell’immagine, non il prodotto, e rimane costantemente fedele a questo intento. Il background di Bourdin come pittore influenza il suo approccio, dallo studio minuzioso dei colori alle composizioni sospese tra l’assurdo e il sublime, capaci di stimolare il subconscio dello spettatore. I colori iperreali, i giochi di luci e ombre, ma anche il trucco ‘glossy’ delle modelle fanno parte del suo codice visivo, unico e riconoscibile.

Dal 24 Febbraio 2023 al 31 Agosto 2023 – Armani/Silos – Milano

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Cascina Roma Fotografia. NUOVI SGUARDI: LA GIOVANE FOTOGRAFIA INTERNAZIONALE

foto di © Laure Andrillon

Il legame tra Cascina Roma Fotografia a San Donato Milanese e la fotografia si è fatto nel tempo sempre più stretto. Quest’anno la rassegna torna con sei mostre, quasi tutte inedite in Italia, di altrettanti giovani fotografi internazionali. Sei percorsi espositivi, dal 22 aprile al 4 giugno, di qualità eccezionale e molto diverse tra loro da cui emergono storie inusuali, racconti da terre e culture lontane dalla nostra.
Una serie che si articola tra le sale di Cascina Roma Fotografia e gli spazi pubblici outdoor, accessibili grazie ad un approccio volto a portare la fotografia nella comunità.

Gli autori sono Chiara Negrello, Mikkel Hørlyck, Ian Cheibub, Stephan Lucka, Laure Andrillon e Jana Mai.

Chiara Negrello con Like The Tide (Come la marea), racconta le storie di un gruppo di donne pescatrici nel Delta del Po, in Emilia Romagna. La parità di genere in Italia varia da regione a regione e in base alla linea di demarcazione tra la vita che le donne conducono a casa e nei luoghi di lavoro. In questo groviglio di cultura, tradizioni, politica e patriarcato le donne del Delta sono state per tre generazioni parte integrante del motore economico che ha sollevato le loro famiglie e la regione intera. Sembrano trovare con naturalezza un equilibro tra un lavoro fisicamente impegnativo come quello di pescare vongole, portato avanti in un clima non certo gradevole, e uno straordinario impegno nel prendersi cura delle proprie famiglie e l’una dell’altra. Così come l’acqua riflette i cieli dal colore azzuro-grigio, queste donne si presentano a noi in doppia veste con un fisico provato dalle intemperie, ma che che brilla di gentilezza e cura.
Questo racconto fotografico insegue le vite di queste donne mentre infuriava la pandemia di Covid-19 e il loro stesso settore stava affrontando l’incertezza del futuro. Attraverso l’obiettivo, che ci ha regalato questa straordinaria sorellanza di donne ambientata in un piccolo villaggio remoto, questo progetto spera di annullare alcune delle idee stereotipate di femminilità e dell’essere donna.

Mikkel Hørlyck con Last Stronghold (L’ultima roccaforte). “I rifugiati non si arrendono facilmente. Sono pienamente consapevoli del rischio che corrono e di ciò che li attende in Croazia, ma sono determinati ad attraversare il confine”, afferma Nataša Omeroviš, 47 anni, operatrice umanitaria che coordina l’International Organization for Migration (IOM).
Nella Bosnia nord-occidentale rifugiati e migranti subiscono una sconfitta dopo l’altra quando tentano di attraversare il confine per entrare nell’Unione Europea e in Croazia, dove ci sono circa 6.500 poliziotti pronti a respingerli. Le condizioni di vita per rifugiati e migranti bloccati in una condizione che perdura sono difficili. Subiscono violenze e umiliazioni da parte della polizia di frontiera croata che è molto potente e si appropria del poco denaro che i migranti possiedono o distrugge i cellulari che portano con sè. L’ONG Border Violence Monitoring Group e diversi organi di stampa denunciano la violenza degli agenti ormai da diversi anni. Dal 2015 l’Unione Europea ha concesso alla Croazia 150 milioni di euro per rafforzare i controlli alle frontiere e tenere migranti e rifugiati fuori dai propri confini. I migranti hanno lasciato i loro paesi d’origine a causa delle condizioni di vita precarie o insostenibili, a causa di conflitti, povertà o disastri naturali che impediscono loro di tornare.

Ian Cheibub con There’s a Hole Inside Us (C’è un vuoto dentro di noi)
Sotto terra ci sono i nostri morti e la nostra ricchezza. Aerei, automobili, frigoriferi, edifici e gran parte del materiale che ci circonda proviene da Carajas, la più grande miniera di ferro del mondo, situata nel cuore della foresta pluviale brasiliana. Oggi genera miliardi di dollari di profitti per le aziende, ma una volta era il centro del più importante movimento di guerriglia in Brasile. Nel 1982, 10 anni dopo la cessazione dei combattimenti, il progetto Great Carajás fu lanciato dal governo brasiliano, con l’assistenza degli Stati Uniti. Questa operazione ha portato con sè un’eredità di cancellazione storica poiché le violazioni dei diritti umani sono state seppellite lungo i 900.000 km² della regione.
Questo progetto si propone pertanto di ricercare sia i vuoti lasciati nella terra a causa dell’attività mineraria, che quelli nelle persone che vivono a Carajas e che conservano nella loro memoria la complessa storia di questa regione. Si tratta di un racconto alternativo dove il fotografo indaga come miti e sincretismi siano strumenti di sovversione allo status quo, guardando all’intersezione tra cultura, dipendenza e sfruttamento. L’obiettivo è quello di creare una narrazione che ritragga queste persone come protagoniste della società, riaffermando la loro centralità nel complesso rapporto tra l’ambiente che si abita e la storia di un luogo.

Stephan Lucka con The Feeling We Only Know (Il sentimento che solo noi possiamo capire).
Se chiedi a uno scout cosa c’è di speciale nell’essere scout, spesso la risposta che ti viene data è la seguente: “È difficile da descrivere, una sensazione che probabilmente solo gli scout comprendono appieno”. Stephan Lucka conosce bene questa sensazione, perché lui stesso è stato uno scout in gioventù. Con questo progetto ha voluto così avvicinarsi fotograficamente a questo “indescrivibile” e lo ha fatto tornando tra i Boy Scout, immergendosi ancora una volta in quel mondo a lui familiare.
I Boy Scout e le Girl Scout sono il più grande movimento giovanile del pianeta: sono circa 46 milioni in tutto il mondo, 260.000 in Germania. Gli scout formano il proprio microcosmo socioculturale, un piccolo mondo che riflette sempre un contesto sociale più ampio. Cosa rende ancora oggi attraente l’ambiente degli Scout agli occhi dei giovani in una società così accelerata, consumistica e high-tech? Le immagini cercano di dare una risposta visiva alla domanda a cui è così difficile rispondere per la maggior parte degli scout e restituiscono un racconto fedele di crescita, amicizia e intimità, ma anche di rispetto e considerazione, su come vogliamo trattarci gli uni con gli altri e su come possiamo vivere insieme.

Laure Andrillon con Fountain of Youth (Fonte della giovinezza).
Gli Harlem Honeys & Bears sono una squadra senior di nuoto sincronizzato fondata nel 1979 nel cuore di Harlem, a New York. I membri hanno attualmente un’età compresa tra i 64 e i 100 anni. Alcuni componenti della squadra nuotano da quando sono nati; altri hanno superato la paura dell’acqua dopo i sessant’anni.
Nel febbraio del 2022 questa comunità ha ripreso a riunirsi in piscina, dopo aver trascorso quasi due anni lontano dall’acqua a causa della pandemia e della conseguente chiusura delle piscine pubbliche. Ogni martedì e giovedì, gli Honeys & Bears trasformano il centro ricreativo St Mary’s, situato nel Bronx, in un gioioso parco giochi. Alcuni lasciano i loro bastoni e deambulatori sul ponte della piscina. Quando scivolano in acqua, la gravità sembra scomparire, le malattie e le ferite passano inosservate: si sentono di nuovo giovani. Per questi nuotatori parte della minoranza afro-americana, la piscina è diventata un luogo di guarigione fisica ma anche psicologica, poiché alcuni di loro hanno vissuto in prima persona l’era delle piscine segregate negli Stati Uniti. Ricordano com’era quando potevano andare in piscina solo nei giorni ”colored” e quando la piscina doveva essere svuotata il giorno successivo perché i bianchi erano troppo disgustati per nuotare nella stessa acqua dei neri.

Queste cinque mostre saranno visitabili presso le sale espositive di Cascina Roma Fotografia.

Jana Mai invece ci porta nella Repubblica Moldova, dove c’è una piccola regione autonoma conosciuta come Gagauzia. Qui vive una popolazione in gran parte sconosciuta ma che preserva antiche tradizioni. “The Descendants of the Wolves” (I discendenti dei lupi) sono una minoranza turca di fede ortodossa cristiana che cerca orgogliosamente di preservare l’identità di un popolo, le tradizioni e soprattutto la lingua per raggiungere, un giorno, l’agognata indipendenza a lungo sognata.

Questa mostra invece sarà visitabile presso il parco Laghetto Europa.

22 Aprile 2023 – 04 Giugno 2023 – San Donato Milanese, Cascina Roma

Piccola America – Lucia Laura Esposto

Quando si pensa all’America, di solito, le prime immagini che affiorano alla mente sono quelle
delle grandi metropoli sempre in movimento, dei grattacieli, dei noti immensi parchi nazionali.
Invece “Piccola America” è un progetto in itinere che mostra la realtà della provincia, di quelle
piccole città che si sviluppano sui due lati della strada principale che le attraversa.
Tra un centro abitato e l’altro ci sono miglia e miglia da percorrere e lungo la strada può
apparire un distributore di benzina nel mezzo del deserto, oppure uno schoolbus che raccoglie
bambini che sembrano sbucati dal nulla. Spesso percorro centinaia di miglia “perdendomi”
verso direzioni impreviste: seguo la strada senza cercare cose da vedere, sono loro che
trovano me!
Soprattutto lungo la Route 66, le tracce del passato mi fanno fantasticare: distributori di
benzina in disuso, vecchi veicoli abbandonati, motel le cui stanze potrebbero raccontare storie
di amore, di odio, di speranza, di sogni interrotti per fare spazio a nuovi sogni, in attesa dopo
la prossima curva.
Questa mia passione per i cosiddetti road trip è nata quando ero ancora una ragazzina:
pensavo agli Stati Uniti come a un posto meraviglioso, dove tutto era facile e bello… ricordo
che ogni tanto ricevevo lettere dal classico “zio d’America” con dentro qualche banconota da
uno o cinque dollari, io le mettevo da parte e sognavo di prendere un aereo e raggiungere
quel mondo sconosciuto. Poi ho continuato a sognare leggendo “On the Road”, di Jack
Kerouac, quel narrare la vita che scorre attraverso un viaggio in auto o sui mitici Greyhound,
la descrizione dei paesaggi, delle città, delle persone, il tutto così ben sintetizzato in un breve
dialogo: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.
Dove andiamo?
Non lo so, ma dobbiamo andare”.
E io vado!

2 aprile 2023 – 16 aprile 2023 – Sala delle Carrozze di Villa Marazzi – Cesano Boscone (MI)

Cinque documentari sulla fotografia da non perdere!

Buongiorno, qui di seguito alcuni documentari che ho visto con piacere nel corso degli anni, spero possiate trovarli interessanti!

Vi auguro buona visione, ciao Sara

Annie Leibovitz: Life Through a Lens

McCullin

War Photographer

Pictures from a Revolution

Helmut Newton: Frames from the Edge

Taken between the mid 1960s and early 1980s, this selection of Newton fashion editorials—one of the first books he ever published— Helmut Newton

Le mostre da non perdere a febbraio

Nuove interessanti mostre vi aspettano per questo mese di febbraio. Non perdetele.

Tutte le mostre in corso, sono qua

Anna

STEVE MCCURRY. LEGGERE

Dal 17 gennaio al 13 aprile 2020, l’Arengario di Monza ospita la mostra Leggere di Steve McCurry, uno dei fotografi più celebrati a livello internazionale per la sua capacità d’interpretare il tempo e la società attuale.
 
L’esposizione, promossa da ViDi e Comune di Monza, organizzata da Civita Mostre e Musei, in collaborazione con Sudest57, curata da Biba Giacchetti, con i contributi letterari dello scrittore Roberto Cotroneo, presenta 70 immagini, dedicate alla passione universale per la lettura, realizzate dall’artista americano (Philadelphia, 1950) in quarant’anni di carriera e che comprendono la serie che egli stesso ha riunito in un volume, pubblicato come omaggio al grande fotografo ungherese André Kertész, uno dei suoi maestri.
 
Gli scatti ritraggono persone di tutto il mondo, assorte nell’atto intimo del leggere, còlte dall’obiettivo di McCurry che testimoniano la sua capacità di trasportarle in mondi immaginati, nei ricordi, nel presente, nel passato, nel futuro e nella mente dell’uomo
 
I contesti sono i più vari, dai luoghi di preghiera in Turchia, alle strade dei mercati in Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa agli Stati Uniti. Sono immagini che documentano momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste. Giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi o laici; per chiunque e dovunque c’è un momento per la lettura.
In una sorta di percorso parallelo, le fotografie sono accompagnate da una serie di brani letterari scelti da Roberto Cotroneo. Un contrappunto di parole che affiancano gli scatti di McCurry, coinvolgendo il visitatore in un rapporto intimo e diretto con la lettura e con le immagini.
Anche l’allestimento, grazie a sei video con i consigli di McCurry sull’arte di fotografare, è pensato per valorizzare gli ulteriori contenuti della mostra.
 
Il percorso è completato dalla sezione Leggere McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal 1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15, alcuni ormai introvabili, tra cui il volume edito da Mondadori che ha ispirato la realizzazione di questa mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto utilizzate per le copertine, che sono spesso le icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.
 
«Monza fa grandi passi in avanti con la scelta di progetti culturali innovativi e di qualità, spiegano il Sindaco Dario Allevi e l’Assessore alla Cultura Massimiliano Longo. Questa mostra è un’occasione per guardare diversamente l’opera di Steve McCurry che pone al centro della propria ricerca artistica la forza della lettura come valore universale e individuale. L’esposizione ha la capacità di coniugare qualità artistica e coinvolgimento: un’opportunità importante per guardare e comprendere il piacere necessario della lettura».
 
Per tutta la durata dell’esposizione, sono in programma attività didattiche, incontri e visite guidate gratuite per bambini. Una mostra “family friendly”, un percorso studiato ad hoc, un kit didattico in omaggio da ritirare in biglietteria appositamente creato per la visita dei più piccoli. Inoltre, all’interno dell’Arengario, un’opera ad “altezza bambino” attenderà i giovani visitatori per un’esperienza immersiva a loro dedicata.

Dal 17 Gennaio 2020 al 13 Aprile 2020 – Arengario di Monza

Non ditelo a mia madre – Sara Munari a Roma e Napoli

“Don’t let My mOther Know”
Dal 21 febbraio 2020 al 6 marzo 2020

Vernissage Venerdì 21 febbraio 2020 ore 18,30

Ingresso libero

Sarà presente l’autrice

a Cura di Alessia Locatelli
CSF ADAMS | KROMART GALLERY
Via Biagio Pallai, 12
00152 Roma

Italia

La stessa mostra, dal 24 gennaio 2020 Sara Munari presenta a Magazzini FotograficiNapoli -la mostra “Non ditelo a mia madre”, il racconto di un viaggio fantastico in un lontana galassia costruito attraverso fotografie analogiche scattate per lo più in Islanda e una video installazione.

“Se il genere umano non avesse ambiziosamente progettato nel suo percorso, o non avesse sperato in eventi irrealizzabili o ancora non avesse provato a tradurre in realtà sogni fantascientifici, saremmo ancora coi piedi a terra, senza mai aver provato nemmeno a volare.
Jules Verne, ha lanciato una bella sfida, collocando, nel romanzo “Viaggio al centro della Terra”, all’interno di un vulcano (Snæfellsjökull) in Islanda, il passaggio che conduce appunto, al centro della Terra. L’Islanda è luogo dove ho scattato tutte le immagini del mio lavoro.
Sappiamo poco di quello che c’è sulla terra, figuriamoci di ciò che ne sta al di fuori.
Intravediamo, attraverso la scienza, come il nostro pianeta, sia in una periferia della galassia, di una dei miliardi di quelle presenti nel nostro universo.
Forse una civiltà di qualche centinaia o milioni di anni superiore alla nostra, ha già risolto l’incognita dei viaggi in pianeti lontani, anche se a noi potrebbe sembrare fantasioso, un po’ come per una formica percorrere il tragitto Milano-Roma.
Cosa giustifica l’intolleranza o il fastidio di molti, quando si parla di extraterrestri o di ufo?
Se la rivoluzione copernicana, ha allontanato l’uomo dal centro dell’universo, una “rivoluzione” in questo senso porterebbe la nostra civiltà, necessariamente in rapporto ad altre. Non posso essere certa dell’esistenza di civiltà extraterrestri, né effettivamente convinta di possibili visite nell’antichità, sul nostro satellite e sulla Terra, da parte di esseri alieni. Ma vi racconto cosa mi è successo…
In questo filone possibilista, si colloca <Non ditelo a mia madre>.”

Magazzini Fotografici Napoli – dal 24 gennaio 2020

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Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero

Mostra a cura di Walter Guadagnini, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi

Con Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero, dal 20 febbraio al 10 maggio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia si anima attraverso le storie e i racconti celati nelle immagini più significative della Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità dell’impostazione e qualità delle fotografie presenti.

Tra le oltre duemila immagini che compongono la collezione, i curatori ne hanno scelte più di duecento, realizzate da circa cinquanta autori provenienti da tutto il mondo: tra i tanti, spiccano i nomi di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Lisetta Carmi, Henri Cartier-Bresson, Mario Cattaneo, Carla Cerati, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Dondero, Alfred Eisenstaedt, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Jan Groover, Mimmo Jodice, William Klein, Herbert List, Duane Michals, Ugo Mulas, Ruth Orkin, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Franco Vimercati e Michele Zaza.

Curata da Walter Guadagnini, direttore di CAMERA, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi, la mostra racconta il nostro passato e le radici del nostro presente, oltre all’evoluzione della fotografia italiana e internazionale di un intero trentennio.

20 febbraio – 10 maggio 2020 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Helmut Newton – Works

A cura di Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino

La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino apre la stagione espositiva del 2020 inaugurando la grande retrospettiva Helmut Newton. Works, promossa da Fondazione Torino Musei e prodotta da Civita Mostre e Musei con la collaborazione della Helmut Newton Foundation di Berlino.

Il progetto espositivo è di Matthias Harder, direttore della fondazione tedesca, che ha selezionato 68 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo che sin dagli inizi non ha mai smesso di stupire e far scalpore per i suoi concetti visivi veramente unici. Il risultato è un insieme di opere non solo particolarmente personali e di successo, ma che hanno raggiunto un pubblico di milioni di persone anche grazie alle riviste e ai libri in cui sono apparse, e alle mostre delle sue foto.

Nel percorso di mostra si spazia dagli anni Settanta con le numerose copertine per Vogue, sino all’opera più tarda con il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Quattro sezioni che rendono visibile come in questo lungo arco di tempo, Newton abbia realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento, tra i quali Andy Warhol (1974), Gianni Agnelli (1997), Paloma Picasso (1983), Catherine Deneuve (1976), Anita Ekberg (1988), Claudia Schiffer (1992) e Gianfranco Ferré (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

Il chiaro senso estetico di Newton pervade tutti gli ambiti della sua opera, oltre alla moda, anche nella ritrattistica e nella fotografia di nudi. Al centro di tutto le donne, ma l’interazione tra uomini e donne è un altro motivo frequente della sua opera.

Helmut Newton morì improvvisamente il 23 gennaio 2004 a Los Angeles, prima di poter assistere alla completa realizzazione della Fondazione a lui dedicata.

Helmut Newton Works è il titolo del grande volume edito da Taschen che comprende anche le foto esposte in mostra e ne rappresenta idealmente il catalogo.

da 30 Gennaio 2020 a 3 Maggio 2020 – GAM Torino

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Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray

Next Exhibition e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare “Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray”, una mostra che offre uno sguardo intimo e privato su Frida Kahlo, l’artista più prolifica, conosciuta e amata del Messico, attraverso l’obiettivo fotografico del suo amico di lunga data e amante, Nickolas Muray.
L’incontro tra Muray e Kahlo avviene quasi per caso nel 1931. I due iniziarono una storia d’amore che continuò per i successivi dieci anni e un’amicizia che durò fino alla sua morte, nel 1954. Le fotografie che Muray realizzò nel corso di questa relazione, che coprono un periodo che va dal 1937 al 1946, ci offrono una prospettiva unica, quella dell’amico, dell’amante e del confidente, ma al tempo stesso mostrano le qualità di Muray come ritrattista e come maestro della fotografia a colori, campo pionieristico in quegli anni. Queste immagini mettono anche in luce il profondo interesse di Kahlo per la sua eredità messicana, la sua vita e le persone per lei importati con cui la condivideva. La mostra si compone di 60 fotografie ed è presentata per la prima volta in Europa alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal 1 febbraio fino al 3 maggio 2020.

Dal 1 febbrario al 3 maggio 2020 – Palazzina di Caccia di Stupinigi (TO)

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STEFANO DE LUIGI. TELEVISIVA

È il progetto inedito “Televisiva” del fotografo Stefano De Luigi, quattro volte vincitore del World Press Photo, a inaugurare il 5 febbraio la programmazione 2020 di Other Size Gallery by Workness di Milano, che sarà interamente dedicata alla fotografia d’autore.
Nei 32 scatti in bianco e nero – esposti fino al 10 aprile nella mostra a cura di Giusi Affronti – la narrazione si concentra sull’universo televisivo italiano degli anni Novanta, la sua storia, i backstage e i personaggi, restituendo il fermo-immagine di un’epoca che ci parla in modo drammaticamente attuale anche dell’oggi.
 
In un periodo compreso tra il 1994, anno del primo governo Berlusconi, e il 2000, segnato dalla messa in onda del Grande Fratello, primo reality show italiano, Stefano De Luigi elabora il suo progetto fotografando i set televisivi di trasmissioni emblematiche di quel periodo creando un archivio di immagini dell’entertainment – di programmi come “Domenica In”, “Non è la Rai”, “I cervelloni” o “Macao” – insieme a una galleria di ritratti di presentatori e starlette, da Mara Venier a Wendy Windham, da Paolo Bonolis a Platinette.
 
Tra satira e inquietudine, la fotografia di De Luigi scruta sotto la superficie di paillettes dello spettacolo televisivo, rappresentato come un microcosmo carnevalesco di showmen, ballerine e creature circensi nate dalla fantasia degli autori tv, e restituisce una rappresentazione umana grottesca che diviene metafora della politica e della società dell’Italia di oggi. A distanza di venticinque anni dalla sua nascita, come una profezia, “Televisiva” denuncia il sistema di parole urlate e fake news, di facile sensazionalismo e di modelli di comportamento che, tra fascinazione e demagogia, si è traslato dalla dimensione virtuale della televisione al dibattito politico e alla quotidianità del paese reale.
 
Con la mostra di Stefano De Luigi, Other Size Gallery by Workness apre un nuovo corso della sua giovane storia espositiva dedicando le quattro mostre annuali alla fotografia, con una nuova direzione artistica affidata a Nora comunicazione.
Spazio che nasce nel contesto interdisciplinare di Workness, Other Size Gallery sceglie di parlare al proprio pubblico, raffinato ed eterogeneo, con il linguaggio che più di altri sa intercettare l’attualità e restituirla in molteplici forme, dalle più patinate e rassicuranti alle più scomode.
Oltre alla centralità autoriale e alla ricerca progettuale, le mostre in programmazione – tutte monografiche, realizzate in partnership tecnica con il laboratorio Linke di Milano – si ispireranno a un’estetica che si pone all’incrocio tra bellezza, tristezza, alienazione e desiderio, cercando il punto di equilibrio tra l’inquietudine e la speranza.

Dal 05 Febbraio 2020 al 10 Aprile 2020 – Other Size Gallery by Workness – Milano

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Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’archivio della vita

Il Comune di Fermo omaggia il fotoreporter Mario Dondero con la mostra “Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’archivio della vita”. La mostra fotografica sarà allestita presso il nuovo spazio espositivo al Terminal Mario Dondero, riaperto al pubblico dopo un lungo restauro e intitolato allo stesso fotografo.
La mostra è organizzata dal Comune di Fermo in collaborazione con Regione Marche, Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, con la curatela della Fototeca Provinciale di Fermo e dell’associazione culturale “Altidona Belvedere”. L’organizzazione e la produzione sono della società Sistema Museo. La mostra sarà visitabile fino a domenica 1 marzo 2020.
Mario Dondero, uno dei maestri del fotogiornalismo italiano ed europeo, noto e apprezzato a livello internazionale, ha eletto Fermo a sua dimora nell’ultimo periodo di vita. La mostra intende dare una visione della vasta produzione inedita di Dondero. La maggior parte delle foto esposte è presentata al pubblico per la prima volta.
La mostra comprende circa 80 scatti scelti tra quelli che hanno segnato il suo percorso professionale, conosciuto soprattutto per i lavori in bianco e nero. Sono il risultato del lavoro di ricerca e archiviazione compiuto dai responsabili della Fototeca Provinciale di Fermo nel corso degli ultimi cinque anni.
Una scelta di fotografie a colori di disegnatori e grafici arricchisce l’allestimento di questa prima mostra nel Terminal a lui intitolato dall’Amministrazione Comunale di Fermo, che ha voluto così dare forma all’affetto, alla riconoscenza e alla stima per un uomo che ha partecipato con passione alla vita di questa città e del mondo.

21 dicembre 2019 – 1 marzo 2020 – Fermo (FM), Terminal Mario Dondero

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STARDUST BOWIE BY SUKITA

It was 1972 that I started it.
And I’m still looking for David Bowie even now”
Masayoshi Sukita

L’associazione culturale Tempi Moderni, con il supporto della Regione Campania e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare la mostra “Stardust Bowie by Sukita”, una retrospettiva dedicata al quarantennale rapporto professionale e personale tra David Bowie, una delle più importanti icone della cultura popolare contemporanea, e il maestro della fotografia giapponese Masayoshi Sukita, probabilmente il più importante fotografo col quale David Bowie abbia mai lavorato. La mostra sarà aperta dal pubblico, presso gli spazi di Palazzo Fruscione, dal 4 gennaio al 27 febbraio 2020. L’evento è promosso con il patrocinio del Comune di Salerno e del Dipartimento degli studi politici e sociali dell’Università di Salerno.
La mostra (4 gennaio – 27 febbraio 2020), organizzata da Associazione Culturale Tempi Moderni, con la collaborazione della SCABEC Regione Campania per le attività di promozione e comunicazione, e curata da ONO arte contemporanea, si compone di oltre 100 fotografie, alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, e ripercorre il sodalizio durato oltre quarant’anni tra la leggenda del pop e uno dei maestri della fotografia di rock. Il rapporto di collaborazione tra Bowie e Sukita nasce nel 1972 quando il fotografo arriva a Londra per immortalare Marc Bolan e i T-Rex e, sebbene ignaro su chi fosse David Bowie, decide di andare ad un suo concerto perché irresistibilmente attratto dal manifesto che lo promuoveva e raffigurava Bowie con una gamba alzata, su sfondo nero. Di quel momento Sukita ricorda: “Vedere David Bowie sul palco mi ha aperto gli occhi sul suo genio creativo. In quella circostanza osservai Bowie esibirsi con Lou Reed ed era davvero potente… Bowie era diverso dalle altre rock star, aveva qualcosa di speciale che dovevo assolutamente catturare con la mia macchina fotografica”. Sukita riesce ad incontrare Bowie di persona grazie all’aiuto dell’amica e stylist Yasuko Takahashi, pioniera di questo mestiere in Giappone nonché mente dietro alle prime sfilate di londinesi di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust, ritratti anche nelle foto in mostra. La Takahashi propose un portfolio con i lavori di Sukita, all’epoca composto per lo più da campagne pubblicitarie e fotografia di moda, all’allora manager di Bowie che gli accorda uno shooting. Bowie rimane folgorato dallo stile di Sukita e, sebbene il servizio proceda nel completo silenzio a causa della barriera linguistica, tra i due scatta qualcosa, un comune sentire basato sulla continua ricerca artistica che porta alla nascita di una relazione professionale e umana tra i due che sarebbe durata fino alla scomparsa di Bowie. Nel 1973 Sukita ritrae di nuovo Bowie, sia negli Stati Uniti che durante il suo primo tour in Giappone, ma l’incontro indubbiamente più significativo avviene nel 1977 quando Bowie torna a Tokyo per la promozione dell’album “The Idiot” di Iggy Pop, che aveva prodotto. Sukita segue i due per la conferenza stampa promozionale e i concerti ma durante un day off chiede a Bowie e Iggy Pop di posare per lui in una breve sessione fotografica. In appena due ore, una per ogni artista, Sukita scatta 6 rullini e realizza anche la fotografia che non sapeva sarebbe divenuta la celebre copertina dell’album “HEROES”, una degli scatti più iconici nella storia della cultura popolare. Fu proprio Bowie infatti a contattare Sukita qualche mese dopo, quando doveva scegliere l’artwork per la copertina del suo nuovo disco, e a chiedere di poter una delle immagini di quello shooting, e nello specifico proprio quella indicata dal fotografo come la sua preferita. Durante il corso degli anni Bowie e Sukita lavorano assieme in quasi tutte le occasioni in cui il primo si trovava in Giappone o in cui il fotografo si trova negli stati uniti, ma ai servizi posati in studio seguono presto sessioni fotografiche più intime e personali, come ad esempio quella realizzata a Kyoto nel 1980, in quelle che erano giornate di pura vacanza. Il rapporto privato che si era instaurato tra i due, alimentato da un ricco interscambio culturale, ha infatti permesso la nascita di alcuni delle immagini più famose dell’artista britannico ma anche delle fotografie che ne mostrano la natura più vera.

Dal 04 Gennaio 2020 al 27 Febbraio 2020 – Palazzo Fruscione – Salerno

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GABRIELE BASILICO | METROPOLI

Dedicata a uno dei maggiori protagonisti della fotografia italiana e internazionale, la mostra è incentrata sul tema della città con 270 immagini circa datate dagli anni Settanta ai Duemila, alcune delle quali esposte per la prima volta in questa occasione.
La città è sempre stata al centro delle indagini e degli interessi di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013). Il tema del paesaggio antropizzato, dello sviluppo e delle stratificazioni storiche delle città, dei margini e delle periferie in continua trasformazione sono stati da sempre il principale motore della sua ricerca.

Nella mostra vengono messe a confronto opere realizzate nelle numerose città fotografate, tra le quali Beirut (con le immagini del 1991 e quelle del 2011), Milano, Roma, Palermo, Napoli, Barcellona, Madrid, Lisbona, Montecarlo, Parigi, Berlino, Buenos Aires, Gerusalemme, Londra, Boston, Tel Aviv, Istanbul, Rio de Janeiro, Mosca, San Francisco, New York, Shanghai, accostate secondo analogie e differenze, assonanze e dissonanze, punti di vista diversi nel modo di interpretare e di mettere in relazione lo spazio costruito.

Il percorso espositivo si articola in cinque grandi capitoli: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, il primo importante progetto realizzato da  Basilico; le  “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sul nostro Paese suddiviso in sei itinerari realizzata nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentata alla Biennale Architettura di Venezia; “Beirut“, due campagne fotografiche per la prima volta esposte insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori, la prima alla fine di una lunga guerra durata oltre quindici anni, la seconda per raccontarne la ricostruzione; “Le città del mondo”, un viaggio nel tempo e nei luoghi da Palermo, Bari, Napoli, Genova e Milano sino a Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora; infine  “Roma”, la città nella quale Basilico ha lavorato a più riprese, sviluppando progetti sempre diversi fino al 2010, in occasione di una stimolante quanto impegnativa messa a confronto tra la città contemporanea e le settecentesche incisioni di Giovambattista Piranesi.

Oltre alle opere in mostra, viene proposta un’ampia biografia illustrata che racconta attraverso brevi testi e immagini il percorso artistico e professionale di Basilico (più volte infatti le due sfere si sono incrociate) e tre video: il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi che ha rielaborato anche un’intervista del regista Amos Gitai del 2012 dedicata a Roma e a Piranesi. Il terzo video, “A proposito di Sezioni del Paesaggio italiano”, è un’intervista a Stefano Boeri realizzata da Marina Spada nel 2002.

25 gennaio > 13 aprile 2020 – Palazzo delle Esposizioni Roma

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KENRO IZU. REQUIEM FOR POMPEI

Fondazione Modena Arti Visive presenta dal 6 dicembre 2019 al 13 aprile 2020 una mostra di grande suggestione dedicata a Pompei, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi. L’esposizione è co-promossa dal Parco archeologico di Pompei che per l’occasione presterà alcune riproduzioni dei celebri calchi in gesso delle vittime dell’eruzione e che successivamente la ospiterà nei propri spazi espositivi.

Protagonista è il fotografo giapponese Kenro Izu (Osaka, 1949), da sempre affascinato dalle vestigia delle civiltà antiche che lo hanno portato a realizzare delle serie di immagini all’interno dei siti archeologici più importanti e conosciuti al mondo, dall’Egitto alla Cambogia, dall’Indonesia all’India, dal Tibet alla Siria.

A Modena, Kenro Izu presenta Requiem for Pompei, un progetto iniziato nel 2015, in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, dedicato alla città campana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e sepolta sotto la cenere e i lapilli. Gli scavi archeologici hanno restituito non solo gli edifici, ma anche le forme esatte dei corpi degli abitanti nel momento della morte, grazie ai calchi eseguiti sui vuoti che essi hanno lasciato sotto la coltre pietrificata.

L’esposizione propone una selezione di 55 immagini inedite, donate da Kenro Izu alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, scattate tra le rovine di Pompei, dove l’artista ha collocato, con un poetico gesto di pietà, le copie dei calchi originali dei corpi che spiccano come bianche sagome umane.

L’intenzione di Kenro Izu non è quella di documentare i resti di Pompei, quanto di trasmettere il carattere sospeso fra meraviglia e distruzione che proviene dalle rovine, insistendo sull’idea di quanto è rimasto, il giorno dopo l’eruzione del Vesuvio.

Kenro Izu, che sarà anche visiting professor del Master sull’immagine contemporanea della scuola di alta formazione di Fondazione Modena Arti Visive, sarà protagonista dell’artist talk Kenro Izu: Pompei tra storia, materia e spirito, in dialogo con i curatori della mostra, mercoledì 11 dicembre alle ore 18 negli spazi di FMAV – MATA.

06 dicembre 2019 – 13 aprile 2020 – FMAV – MATA – Modena

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SUSAN MEISELAS. INTIMATE STRANGERS

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), fotografa tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos,arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti  della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse e (1992), Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion. 

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche  dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Miselan le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967.
Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile. 

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box  (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta.
Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’.
Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

La mostra (fino al s’inserisce nell’ambito della programmazione del Centro Internazionale di fotografia di Palermo dedicata ai grandi fotografi contemporanei in collaborazione con Magnum Photos, che ha già visto protagonisti Joseph Koudelka e Franco Zecchin. 
Nata nel 1948 a Baltimora, Stati Uniti, Susan Meiselas è fotografa documentarista membro dell’Agenzia Magnum sin dal 1976. Vive e lavora a New York. L’importanza della sua fotografia viene notata con il lavoro nelle zone di conflitto dell’America Centrale (1978-1983). I suoi lavori e le sue opere sono spesso di lungo periodo: i soggetti coinvolti e presenti nelle opere, spaziano la gamma degli argomenti da lei affrontati, dalla guerra alle questioni dei diritti umani, dall’identità culturale all’industria del sesso. Suoi sono i lavori di Carnival Strippers (1976), Nicaragua (1981), Kurdistan: In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2001), Encounters with the Dani (2003), Prince Street Girls (2016) and A Room Of Their Own (2017).
Susan Meiselas è riconosciuta a livello internazionale soprattutto per i suoi lavori legati ai diritti umani in America Latina, tanto che le sue immagini sono presenti in mostre permanenti sia in America che in tutto il mondo. Nel 1992 viene premiata con il MacArthur Awardand, nel 2015 il Guggenheim Fellowship. Di recente è stata anche riconosciuta con il premio Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2019.

Dal 15 Dicembre 2019 al 16 Febbraio 2020 – Cantieri Culturali alla Zisa – Palermo

Prima Visione 2019 | I fotografi e Milano

Si rinnova l’incontro tra Milano e la fotografia all’appuntamento numero quindici di “Prima Visione. I fotografi e Milano”, la mostra ideata dalla Galleria Bel Vedere e dal 2010 in collaborazione con il G.R.I.N., l’associazione dei photo-editor italiani.
Queste immagini quasi tutte a colori che mostrano una Milano all’apparenza sconosciuta e addirittura misteriosa, documentano la grande evoluzione della città. Con sguardi delicati, attenti e talvolta insoliti, i quarantotto autori invitati all’edizione di quest’anno raccontano, o meglio, testimoniano, la realtà di una metropoli sempre diversa, innovativa, più vivace e vivibile e ancor oggi in continua trasformazione. Tra le proposte selezionate che svelano tratti di una città autentica e sempre più cosmopolita, accanto ai nuovi e ai vecchi edifici e ai monumenti storici, agli interni, ai musei e alle abituali periferie, spiccano i paesaggi urbani pieni di grattacieli, le visioni dall’alto, gli scorci notturni e anche qualche spicchio verde. Fanno sognare alcune fotografie, spesso romantiche e suggestive, ricche di ombre e tramonti: tanti infine i momenti di vita quotidiana con il traffico, o le automobili al drive-in e con le persone in posa, ritratte al parco, in centro, sul tram, in manifestazione, al bar o durante i giochi in acqua.
Gli autori in mostra:
Fabrizio Annibali, Enzo Arnone, Riccardo Bagnoli, Isabella Balena, Liliana Barchiesi, Giuseppe Biancofiore, Silvia Bottino, Leonardo Brogioni, Riccardo Bucci, Lorenzo Ceva Valla, Marisa Chiodo, Matteo Cirenei, Gabriele Croppi, Isabella De Maddalena, Mario Ermoli, Alessandro Ferrario, Angelo Ferrillo, Luigi Fiano, Giorgio Galimberti, Federico Guida, Giovanni Hänninen, Dimitar Harizanov, Marco Introini, Grazia Ippolito, Cosmo Laera, Saverio Lombardi Vallauri, Marzia Malli, Consiglio Manni, Andrea Mariani, Marco Menghi, Tanino Musso, Gianni Nigro, Thomas Pagani, Stefano Parisi, Stuart Paton, Paolo Perego, Simona Pesarini, Barnaba Ponchielli, Francesco Rocco, Filippo Romano, Francesca Romano, Sara Rossatelli, Luca Rotondo, Alberto Roveri, Dario Scalco, Livia Sismondi, Gianni Trevisani, Federico Vespignani

31 gennaio – 29 febbraio 2020 – Galleria Bel Vedere, Spazio miFAC – Milano

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3 Body Configurations

Dal 18 gennaio al 18 aprile 2020 la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna è lieta di presentare 3 Body Configurations a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati.

Partendo dal rapporto del corpo dell’artista che agisce nello spazio pubblico e privato, la mostra offre la possibilità di vedere per la prima volta in Italia un’attenta selezione di opere fotografiche di Claude Cahun (grazie alla collaborazione con Jersey Heritage Collection), un’altrettanta e significativa selezione delle opere fotografiche di VALIE EXPORT (grazie alla collaborazione con l’Atelier VALIE EXPORT e il Museion di Bolzano) e una riproposizione di un progetto fotografico della fine degli anni Novanta di Ottonella Mocellin (grazie alla collaborazione con la galleria Lia Rumma).

L’esposizione si presenta come la possibilità di approfondire un ambito della storia dell’arte del 900 ampiamente caratterizzata dall’uso dei dispositivi extra artistici quali il corpo, la fotografia e la performance. 3 Body Configurations, infatti, prende spunto dal titolo di un progetto di VALIE EXPORT sviluppato dal 1972 al 1982.

Le tre importanti presenze sottolineano la riflessione estetica e progettuale di un’occupazione tanto fisica quanto mentale della propria identità, della propria prassi progettuale come anche della necessità di indagare i rapporti fra il corpo dell’artista e lo spazio dell’architettura, della natura e dell’illusione.

Per Claude Cahun, VALIE EXPORT, Ottonella Mocellin la fotografia si dichiara testimone infinito, immobile e indiscusso di una pratica avvenuta anche solo per un istante.

20 gennaio – 18 aprile 2020 – Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

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20 libri, da avere, di fotografie su New York

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Invisible City (Inglese) Copertina rigida – 29 dic 2014
di Ken Schles
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L’anima di New York Le immagini più evocative della città che non dorme mai Ripercorrete l’epica storia di New York attraverso centinaia di fotografie emozionanti che ci mostrano i tanti volti di questa magica città dalla metà dell’Ottocento a oggi. Seguitene le mutevoli sorti dalle folli notti degli anni d’oro del jazz all’edonismo delle discoteche, dai tetri giorni della Depressione alle devastazioni dell’11 settembre e dei giorni che seguirono. Questa meravigliosa collezione di immagini rende omaggio all’architettura, all’energia e al patrimonio civile, sociale e fotografico della metropoli. Dal Brooklyn Bridge agli immigrati che sbarcavano a Ellis Island, dai bassifondi del Lower East Side ai magnificenti grattacieli art déco, le strade, i marciapiedi, il caos, l’energia, il crogiuolo di etnie, la cultura, la moda, l’architettura, la rabbia e la complessità della Grande Mela sono tutte rappresentate nella forza del loro spirito e delle loro contraddizioni. Oltre a centinaia di scatti firmati da fotografi del calibro di Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, Weegee, Margaret Bourke-White, William Claxton, Ralph Gibson, Ryan McGinley, Steve Schapiro, Garry Winogrand, Larry Fink, Keizo Kitajima, e tanti altri, New York: Portrait of a City offre oltre un centinaio di citazioni e riferimenti provenienti da libri, film, spettacoli di vario tipo e canzoni.

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In My Taxi: New York After Hours by Ryan Weideman (1991-10-02)
di Ryan Weideman (Autore)
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Max Kozloff (Autore), Ed Grazda (a cura di), William Klein (Fotografo)
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Keizo Kitajima spent six months in New York roaming it’s gritty streets and hanging out in its clubs. He presents a vison of eighties New York, full of energy, decadence and moments of quiet desperation. Like the city the publication is full of stark juxtapositions, flaboyant dispays of outrageous behaviour live next to pictures of desolation and dejection.
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[(Naked City )] [Author: Weegee] Mar-2003 Copertina flessibile – 1 mar 2003
di Weegee  
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Cecil Beaton’s New York Hardcover – 1938
by Cecil Walter Hardy Beaton (Author)
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Harlem Stirs – 128 pages, softbound with slight edgewear and light soiling from handling to covers. text block is clean tight and bright. Wonderful black and white photos throughout. the pictures and words presents the horror of Harlem in the 1960’s. A vivid story of this powerful, tangled and much maligned region of New York City, leading to the changes and upheaval in the 1960’s. ~ Rasism, Social, Black America, Urban Blight
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Written in English and Swedish. The title is in reference to a street sign indicating traffic directions. Black and white images of “traces of life” in New York. The kind of thing you’d see when walking around, if you had your eyes open to it, Found objects, storefronts, signs, graffiti, abandoned/lost items, trash, anything that caught artist Enke Rothman’s interest. Photos by Tana Ross.
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Based on the blog with more than four million loyal fans, a beautiful, heartfelt, funny, and inspiring collection of photographs and stories capturing the spirit of a city
Now an instant #1 New York Times bestseller, Humans of New York began in the summer of 2010, when photographer Brandon Stanton set out to create a photographic census of New York City. Armed with his camera, he began crisscrossing the city, covering thousands of miles on foot, all in an attempt to capture New Yorkers and their stories. The result of these efforts was a vibrant blog he called “Humans of New York,” in which his photos were featured alongside quotes and anecdotes.
The blog has steadily grown, now boasting millions of devoted followers. Humans of New York is the book inspired by the blog. With four hundred color photos, including exclusive portraits and all-new stories, Humans of New York is a stunning collection of images that showcases the outsized personalities of New York.
Surprising and moving, printed in a beautiful full-color, hardbound edition, Humans of New York is a celebration of individuality and a tribute to the spirit of the city.
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I See a City: Todd Webb’s New York focuses on the work of photographer Todd Webb produced in New York City in the 1940s and 1950s. Webb photographed the city day and night, in all seasons and in all weather. Buildings, signage, vehicles, the passing throngs, isolated figures, curious eccentrics, odd corners, windows, doorways, alleyways, squares, avenues, storefronts, uptown, and downtown, from the Brooklyn Bridge to Harlem.
The book is a rich portrait of the everyday life and architecture of New York. Webb’s work is clear, direct, focused, layered with light and shadow, and captures the soul of these places shaped by the friction and frisson of humanity.
A native of Detroit, Webb studied photography in the 1930s under the guidance of Ansel Adams at the Detroit Camera Club, served as a navy photographer during World War II, and then went on to become a successful postwar photographer. His work is in many museum collections, including the Museum of Modern Art in New York and the National Gallery of Art in Washington.
Published on the occasion of the exhibition Todd Webb’s New York at the Museum of the City of New York, where Webb had his first solo exhibition in 1946, this book helps restore the reputation and legacy of a forgotten American artist.
150 back-and-white illustrations
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Based on the popular New York photography blog by the same name with over 2.5 million loyal fans, this coffee table photo book takes you on a dream-infused nostalgic journey through New York City featuring an exquisite collection of photographs and prose.
Street photographers will never tire of New York as a subject. It is the perfect setting for the genre, the world’s most evocative cityscape, against which candid, memorable moments play themselves out every day.
Nearly a decade ago, Vivienne Gucwa began walking the streets of the city with the only camera she could afford a sub-$100 point-and-shoot and started taking pictures. Choosing a direction and going as far as her feet would take her, she noticed lines, forms and structures that had previously gone unnoticed but which resonated, embodying a sense of home.
Having limited equipment forced her to learn about light, composition and colour, and her burgeoning talent won her blog millions of readers and wide recognition in the photographic community.
“NY Through the Lens” is a timeless photo book which showcases the stunning results of Vivienne’s ongoing quest. Filled with spectacular photographs and illuminated by Vivienne’s poetic commentary, NY Through the Lens is a quintessential New York book as well as a beautiful travel guide to the city; it will be a must-read for her many fans and for any lover of New York photography.
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Differing from other photo books about New York, New Yorkers: As Seen by Magnum Photographersintroduces a gallery of eye-catching, untamed images of the metropolis taken by members of the renowned Magnum photo agency. Known for their spirit of independence, these photographers proffer droll, enigmatic, melancholic, enchanting, perhaps even effervescent scenes of the world’s most well known city, often combining these disparate sensibilities together, against great odds, in a single image. For these pictures to have been on target, they had to be off-kilter—as charged with contradiction and nuance as the reality of their subjects. 

The photographers in this book come from many countries and, armed with a wide range of purposes, are united only by their membership in Magnum Photos. Though best known for reportage of global wars and crises, they have created a New York archive of great magnitude documenting the last sixty years of New York’s—and Magnum’s—history. Of the more than one hundred and fifty photographs in New Yorkers, only a fraction have ever been published. 

Leafing through New Yorkers, edited by the acclaimed art critic Max Kozloff, is like walking the streets of New York City, beguiled by its implausible and mixed energies, renewed at each turn of a corner. Throughout the city’s sidewalks, bars, subways, rooftops, bridges, street corners, diners, barbershops, boardwalks, and empty lots, and inside its ball games, parks, protests, parades, society events, and myriad trade districts, these photographers have roamed freely, snapping its denizens with a realism that smarts and a wit that sparkles, featuring never-before-seen work by Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Inge Morath, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Leonard Freed, Raymond Depardon, Eve Arnold, Dennis Stock, Ferdinando Scianna, Richard Kalvar, Burt Glinn, Eli Reed, René Burri, Susan Meiselas, and more. 

New Yorkers: As Seen by Magnum Photographers emphasizes the color work of the Magnum photographers, much of it surprisingly early, and contains an essay by Kozloff, who tackles his offbeat selection with relish.
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Danish-born Jacob A. Riis (1849–1914) found success in America as a reporter for the New York Tribune, first documenting crime and later turning his eye to housing reform. As tenement living conditions became unbearable in the wake of massive immigration, Riis and his camera captured some of the earliest, most powerful images of American urban poverty.
This important publication is the first comprehensive study and complete catalogue of Riis’s world-famous images, and places him at the forefront of early-20th-century social reform photography. It is the culmination of more than two decades of research on Riis, assembling materials from five repositories (the Riis Collection at the Museum of the City of New York, the Library of Congress, the New-York Historical Society, the New York Public Library, and the Museum of South West Jutland, Denmark) as well as previously unpublished photographs and notes. In this handsome volume, Bonnie Yochelson proposes a novel thesis—that Riis was a radical publicist who utilized photographs to enhance his arguments, but had no great skill or ambition as a photographer. She also provides important context for understanding how Riis’s work would be viewed in turn-of-the-century New York, whether presented in lantern slide lectures or newspapers.
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Presents a thorough study of the artist’s candid photographs of urban life in New York City, and the connection between his painting and his photography.
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Nearly 100 classic images by noted photographer: Rockefeller Center on the rise, Bowery restaurants, dramatic views of the City’s bridges, Washington Square, old movie houses, rows of old tenements laced with laundry, Wall Street, Flatiron Building, waterfront, and many other landmarks.

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A re-release of an acclaimed volume features definitive images of 1930s New York, in a deluxe edition that features more than three hundred duotones as taken with the support of the WPA’s Federal Art Project documenting Depression-era changes throughout the city. Reissue.
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Timing, skill, and talent all play an important role in creating a great photograph, but the most primary element, the photographer’s eye, is perhaps the most crucial. In The Eyes of the City, Richard Sandler showcases decades’ worth of work, proving his eye for street life rivals any of his generation.

From 1977 to just weeks before September 11, 2001, Richard regularly walked through the streets of Boston and New York, making incisive and humorous pictures that read the pulse of that time. After serendipitously being gifted a Leica camera in 1977, Sandler shot in Boston for three productive years
and then moved back home to photograph in an edgy, dangerous, colicky New York City.

In the 1980s crime and crack were on the rise and their effects were socially devastating. Times Square, Harlem, and the East Village were seeded with hard drugs, while in Midtown Manhattan, and on Wall Street, the rich flaunted their furs in unprecedented numbers, and “greed was good.”

In the 1990s the city underwent drastic changes to lure in tourists and corporations, the result of which was rapid gentrification. Rents were raised and neighborhoods were sanitized, clearing them of both crime and character. Throughout these turbulent and creative years Sandler paced the streets with his native New Yorker’s eye for compassion, irony, and unvarnished fact.

The results are presented in The Eyes of the City, many for the first time in print. Overtly, they capture a complex time when beauty mixed with decay, yet below the picture surface, they hint at unrecognized ghosts in the American psyche.
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New York at Night: Photography after Dark, showcases images of New York City’s legendary nightlife by the leading photographers of the 20th and 21st centuries, from Joseph Byron and James Van Der Zee to Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Elliott Erwitt, Larry Fink, and more. As diverse and complicated as the city itself, New York’s nightlife is glamorous and grungy, lonely and dangerous, highbrow and lowbrow. These images are complimented by writing from some of New York’s most respected contemporary authors, adding depth, context, and personal stories of their own experiences to those presented by the photographers. This engaging book captures the energy of the New York night and the city’s evolving hotspots, building a history of how New Yorkers play after dark and how that helps make this city a cultural and entertainment powerhouse.

Photographers featured within the book include: Berenice Abbott, Apeda Studio, Amy Arbus, Diane Arbus, Eve Arnold, Richard Avedon, John Baeder, Frank Bauman, Guy Bourdin, Bonnie Briant, Paul Brissman, René Burri, Joseph Byron, Cornell Capa, Drew Carolan, Henri Cartier-Bresson, Bob Colacello, John Cohen, Ted Croner, Bruce Davidson, Philip-Lorca diCorcia, Elliott Erwitt, Walker Evans, Louis Faurer, Donna Ferrato, Larry Fink, Robert Frank, Lee Friedlander, Paul Fusco, Ron Galella, William Gedney, Bruce Gilden, Burt Glinn, Nan Goldin, William P. Gottlieb, Samuel H. Gottscho, Charles Harbutt, Phillip Harrington, Paul B. Haviland, Thomas Hoepker, Evelyn Hofer, Jenny Holzer, Peter Hujar, Douglas Jones, Sid Kaplan, William Klein, Stanley Kubrick, Collin LaFleche, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Joan Liftin, Peter Lindbergh, Roxanne Lowit, Alex Majoli, Fred McDarrah, Ryan McGinley, Susan Meiselas, Lisette Model, Inge Morath, Helmut Newton, Toby Old, Paolo Pellegrin, Iriving Penn, Gilles Peress, Anton Perich, Hy Peskin, Jean Pigozzi, Sylvia Plachy, Robin Platzer, Eli Reed, Jacob Riis, Arthur Rothstein, Damien Saatdjian, Lise Sarfati, Paule Saviano, Norman Seeff, Neil Selkirk, Sam Shaw, Aaron Siskind, Dennis Stock, Erika Stone, Christopher Thomas, Peter Van Agtmael, James Van Der Zee, Weegee, and Garry Winogrand.
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Brooklyn Photographs Now reflects the avant-garde spirit of the city’s hippest borough, containing previously unpublished work by well-known and emerging contemporary artists. The book presents 250 images by more than seventy-five established and new artists, including Mark Seliger, Jamel Shabazz, Ryan McGinley, Mathieu Bitton, and Michael Eastman, among many others. The book documents the physical and architectural landscape and reflects and explores an off-centered—and therefore a less-seen and more innovative—perspective of how artists view this borough in the twenty-first century. This is the “now” Brooklyn that we have yet to see in pictures: what might seem to be an alternative city but is actually the crux of how it visually functions in the present day. This unique collection of images is the perfect book for the photo lover and sophisticated tourist alike.