Mostre di fotografia consigliate per maggio

Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!

Anna

FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO

Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital Collections
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.

I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.

LE MOSTRE

Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero BeltránBravo, vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE. supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progetto Our Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
In Automated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, espone Vestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burninga cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.

Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.

Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.

A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa,  Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male. 

Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titolo Ghostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.

Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.

Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie

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Lee Miller

Lee Miller, <em>Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England</em>, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk
Lee Miller, Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk

Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.

Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.

La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.

Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.

La mostra

Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).

La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.

Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.

Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.

Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.

Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.

Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.

Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.

Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.

Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.

Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.

Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris

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Roberto Scibetta

Due bambine in abiti colorati, una in rosa con un cappello, e l'altra in azzurro con un grande fiocco, posano insieme davanti a uno sfondo naturale.

Due maschere – ©Roberto Scibetta

Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare Due, fotografie di Riccardo Scibetta
In questa serie, Riccardo Scibetta costruisce un percorso visivo che prende avvio da una
costellazione di ritratti uniti da questo gesto elementare e potentissimo. Le mani che si
cercano, si stringono, si accompagnano, diventano il punto di condensazione di una relazione
e, al tempo stesso, la chiave per interrogare la fotografia nella sua dimensione
più autentica.
In un tempo segnato dalla produzione compulsiva e incessante di immagini, Due si
pone come un gesto di sottrazione, di ascolto e di resistenza. Lontana dalla logica della
quantità, la mostra riporta al centro la densità del momento fotografico: non l’immagine
come consumo rapido, ma come esperienza, relazione, presenza.
In queste immagini il soggetto non è mai soltanto la persona ritratta, né soltanto la
coppia che l’immagine mette in scena. Il vero soggetto è il tra: lo spazio invisibile ma
decisivo che unisce due presenze, la tensione emotiva che passa attraverso un contatto,
la traccia di un vincolo che la fotografia riesce a trattenere.
Il nucleo del progetto nasce dal recupero di ritratti di persone che si tengono per
mano, un’azione che è insieme archivistica, affettiva e culturale. Scibetta rintraccia in
queste immagini una forma essenziale di umanità: il contatto, il legame, la prossimità.
Un gesto minimo che, proprio nella sua apparente semplicità, attraversa significati
molteplici — amore, cura, complicità, protezione, appartenenza, promessa.
Il recupero di questi ritratti non risponde però a una logica nostalgica, ma a una precisa
esigenza critica.
Nell’epoca dell’accumulo indiscriminato e della circolazione istantanea delle immagini,
Due rimette al centro ciò che la contemporaneità tende a marginalizzare: il valore del
singolo atto fotografico. Ogni fotografia qui riafferma la propria unicità, la propria irriducibilità
a semplice contenuto da scorrere, archiviare, dimenticare.
Scibetta si confronta così con una delle contraddizioni più forti del presente: mai come
oggi produciamo immagini, e mai come oggi rischiamo di non vederle davvero. La bulimia
visiva che caratterizza il nostro quotidiano genera assuefazione, superficialità,
perdita di attenzione. In questo contesto, recuperare immagini di persone che si tengono
per mano significa opporre alla dispersione una pratica di scelta e di concentrazione;
significa restituire centralità a quelle fotografie che contengono ancora una soglia
di verità, un’urgenza relazionale, una memoria incarnata.
La mostra invita così a riflettere su una questione oggi centrale: che cosa rende davvero
necessaria un’immagine? Non la sua proliferazione, ma la sua capacità di custodire
un momento, di testimoniare una relazione, di trattenere una verità emotiva. Nei ritratti
raccolti da Scibetta, il gesto delle mani che si incontrano diventa allora una soglia simbolica:
tra due persone, tra il passato e il presente, tra la fotografia e chi la osserva.
Due ci ricorda che fotografare non è soltanto moltiplicare visioni, ma riconoscere un
momento degno di essere custodito. E guardare, a sua volta, non è consumare immagini,
ma entrare in relazione con esse.

Per questo la mostra non si limita a presentare una sequenza di ritratti: costruisce un
tempo dello sguardo. Ci chiede di rallentare, di sostare, di leggere in quel gesto minimo
— una mano nell’altra — la possibilità di un’immagine che non si esaurisce nel suo apparire,
ma continua a risuonare.
Due è dunque una mostra sul legame, ma anche sulla responsabilità dello sguardo.
Una riflessione poetica e critica sul valore delle immagini quando tornano a essere non
semplice flusso, ma memoria, incontro, scelta.

Fotografie di Riccardo Scibetta
Inaugurazione con l’artista
Giovedì 14 maggio 2026
ore 18.00 – 21.00
Fino a venerdì 24 luglio 2026

Alessia Paladini Gallery
Via Pietro Maroncelli 11 Milano
+39 339 7124519 | ap@alessiapaladinigallery.it
Alessia

Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.

La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Sarah Moon. Orizzonte. Un giardino a Venezia

Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026
Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026

Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso lOrto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.

Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile.
Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile.
L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.

In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500.
La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.

“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati.
Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”.
Sarah Moon

“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti.
L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia”  entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”.
Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.

Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia

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Man Ray: M for Dictionary

Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 | Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971

Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.
La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
 
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
 
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
 
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
 
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delightdevise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».

M for Dictionary
 è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano

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Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Oltre quei monti il mare – Iosonouncane

Luigi Ghirri, Modena, 1979
© Eredi Luigi Ghirri | Luigi Ghirri, Modena, 1979

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.

Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.

Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”

Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo ­­– ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi. 

Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise. 

La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei

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Francesca Woodman. Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid

Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome
Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome

Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.

Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.

Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.

Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.

Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.

Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.

Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.

Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma

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Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello

The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026
© Bruce Gilden/Magnum Photos | The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026

La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia.
 
Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look – in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.

Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.

Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive.
La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.

Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia

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100 Fotografie per ereditare il Mondo

Aleksandr Rodčenko, <em>Ragazza pioniera</em>, 1930 | courtesy Paolo Clerici<br />
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici

La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.

L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.

La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.

Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.

A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.

Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.

A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.

Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano

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Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti

Guido Harari, David-Bowie, 1987
© Guido Harari | Guido Harari, David-Bowie, 1987

La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.

“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo.  Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).

«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».

«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».

La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.

LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO
Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»

Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.

IL GIOCO COME METODO
Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».

I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.

L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO
Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.

IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO
La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.

Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile.  Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.

Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.

La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.

Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori.  Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.

A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.

La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.

Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari –  “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)

LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI
Èil cuore esperienziale della mostra:  in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» –  racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.

Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.

“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.

La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.

Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza

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MONICA BIANCARDI – Il capitale che cresce

Due donne in abiti tradizionali con velo, in piedi su un terreno roccioso con un paesaggio desertico sullo sfondo.
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.

Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.

La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.

Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.

Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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The Wild Horses of Sable Island

Due cavalli che si avvicinano, con criniere mossi dal vento, in un'atmosfera calda e nostalgica.
© Roberto Dutesco | Roberto Dutesco, Love

La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.

Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.

Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.

La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.

Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.

Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.

Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.

Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.

Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.

Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia

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À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen

Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap

Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.

Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.

Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.

“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”

Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”

Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

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Annabella Rossi. La poetica della realtà

Due giovani partecipano a una celebrazione, impugnando bastoni decorati con fiori e nastri, in un contesto urbano con muri di pietra.

Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico

L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV).
Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. 
Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte.
Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV). 

Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere

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Toni Thorimbert. Donne in vista

Una donna muscolosa in costume da bagno, con occhiali da sole, posa sulla spiaggia con il mare sullo sfondo.
Toni Thorimbert © Toni Thorimbert Janice Ragain, Los Angeles, 1988

In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.

Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.

La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.

Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.

Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.

La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.

9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Mostre di fotografia da non perdere a novembre

Mostre fantastiche vi aspettano anche a novembre, avrete solo l’imbarazzo della scelta!

Buon divertimento

Anna

DOROTHEA LANGE. L’ALTRA AMERICA

Dorothea Lange, Toward Los Angeles, California, 1937. Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection, Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., USA
Dorothea Lange, Toward Los Angeles, California, 1937. Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection, Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., USA

Dal 27 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024 i Musei Civici di Bassano del Grappa, in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, presentano al pubblico l’opera di Dorothea Lange (1895 –1965), celeberrima fotografa statunitense, co-fondatrice nel 1952 di Aperture, la più autorevole rivista fotografica al mondo e prima donna fotografa cui il MoMa dedicò una retrospettiva nel 1965, proprio pochi mesi prima della sua scomparsa.

Photographer of the people, la fotografa della gente. Così Dorothea Lange si presentava nel suo biglietto da visita. Perché lei, borghese del New Jersey, aveva scelto di non fotografare i divi o i grandi protagonisti del suo tempo, per concentrarsi invece sugli “ultimi” di un’America che stava affondando nella Grande Depressione. Lo sguardo con cui Lange coglie questa umanità dimenticata non è pietistico bensì profondamente “inclusivo”. Le sue immagini dimostrano infatti comprensione, sensibilità, partecipazione e immensa umanità, unite ad una capacità di lettura del contesto sociale rafforzata dal rapporto sentimentale e professionale con il marito, l’economista Paul Taylor. Nativa del New Jersey da una famiglia borghese di origini tedesche, a nove anni viene colpita dalla poliomielite che la rende claudicante; poi il dissidio con il padre, che abbandona la famiglia e che lei coraggiosamente ripudia assumendo il cognome materno.

Gli esordi la vedono a New York con Clarence White e Arnold Genthe. Nel 1918 parte per una spedizione fotografica in giro per il mondo, viaggio che si conclude prematuramente per mancanza di denaro a San Francisco, dove apre un proprio studio. Dopo avere operato per una decina di anni nel campo della ritrattistica professionale, abbracciando uno stile pittorialista, aderisce nei primi anni Trenta all’estetica della straight photography (fotografia diretta) per farsi madrina di una poetica della realtà e testimone della condizione dei più deboli ed emarginati: dai disoccupati e i senzatetto della California fino ai braccianti costretti a migrare di paese in paese alla ricerca di campi ancora coltivabili.

I drammatici accadimenti che segnano gli anni della Grande Depressione la portano a contatto con il grande progetto sociale e fotografico della “Farm Security Administration”, di cui diviene la rappresentante di punta. Nella seconda metà degli anni Trenta fotografa dunque la tragedia dell’America rurale colpita da una durissima siccità, realizzando alcune delle sue immagini insieme più drammatiche e più celebri: in questo contesto nasce infatti Migrant Mother, un’icona con cui Lange scrive una pagina indelebile della storia della fotografia imponendosi quale pioniera della documentazione sociale americana. Tuttavia, soffermandosi su quelle immagini potentemente evocative ci si accorge che vi è qualcosa di più. È lo sguardo di un’artista colta e raffinata che riesce a narrare temi e soggetti di grande drammaticità quali la crisi climatica, le migrazioni, le discriminazioni con una forza, un’incisività e una modernità sorprendenti. Nonostante ci separino diversi decenni da queste immagini, i temi trattati da Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul nostro presente.

Fulcro – e novità – della mostra curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi e che presenterà quasi duecento scatti, sarà uno speciale affondo sulla nascita di questo capolavoro, secondo un percorso espositivo di grande fascino ma anche di forte valenza divulgativa e didattica: la presentazione degli scatti eseguiti da Lange per trovare la foto perfetta, permetterà al pubblico di comprendere il procedimento attraverso il quale nasce un’icona.

Su commissione del governo americano, Lange si occupò successivamente anche della controversa vicenda dei campi di prigionia per cittadini giapponesi presenti sul territorio americano dopo l’attacco di Pearl Harbor, serie che per il suo atteggiamento critico nei confronti della politica governativa verrà sostanzialmente censurata e riportata solo molti anni più tardi. Queste fotografie – ulteriori testimonianze della profondità e della lucidità dello sguardo fotografico di Dorothea Lange – saranno esposte per la prima volta in Italia in modo così esaustivo proprio in occasione della rassegna; un evento nell’evento, in quanto la mostra si accompagna alla riapertura del Museo Civico di Bassano del Grappa che, dopo sei mesi di lavori di ammodernamento e riqualificazione, riconsegna al pubblico le proprie importanti collezioni permanenti in spazi completamente rinnovati e con un allestimento affascinante, aggiornato e ricco di opere inedite.

Attraverso un’ampia selezione di opere – alcune delle quali non esposte nella tappa torinese della mostra – provenienti da diversi nuclei collezionistici che conservano l’opera di Dorothea Lange (tra cui in particolare la Library of Congress di Washington, i National Archives statunitensi), la mostra si incentrerà principalmente sul periodo d’oro della carriera della fotografa, dagli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale, presentando anche scatti precedenti e successivi per dare conto della varietà e della profondità della sua ricerca, sempre tesa a restituire un sincero e partecipato ritratto di ciò che la circondava. Come affermò lei stessa, “la macchina fotografica è uno strumento che insegna alla gente come vedere il mondo senza di essa”.

27 ottobre 2023 – 4 febbraio 2024 – Bassano del Grappa (Vi), Museo Civico

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GABRIELE BASILICO. LE MIE CITTÀ

Gabriele Basilico, Milano, 1978-80 I Ph. Gabriele Basilico/Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico, Milano, 1978-80 I Ph. Gabriele Basilico/Archivio Gabriele Basilico

A dieci anni dalla scomparsa, Milano dedica a Gabriele Basilico (1944-2013) una ampia mostra che si articola in due sedi espositive – Palazzo Reale e Triennale Milano – e rappresenta il primo grande omaggio che la città in cui Basilico è nato e ha vissuto rivolge al fotografo e a quel suo sguardo cosmopolita, capace appunto di ascoltare il cuore di tutte le città. L’esposizione propone complessivamente oltre 500 opere, partendo dall’attraversamento della città di Milano in Triennale per guardare e arrivare al Mondo a Palazzo Reale.

La mostra “Gabriele Basilico. Le mie città”, che apre al pubblico il 13 ottobre 2023, è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Triennale Milano, insieme a Electa e realizzata con la collaborazione scientifica dell’Archivio Gabriele Basilico. 

Palazzo Reale la mostra è curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia e presenta una selezione dei lavori sulle grandi committenze internazionali di Basilico; in Triennale, dove la curatela è affidata a Giovanna Calvenzi e Matteo Balduzzi, viene esposta un’ampia selezione di immagini di Milano e delle sue periferie.

Dal 13 Ottobre 2023 al 08 Gennaio 2024 – Palazzo Reale / Triennale Milano – Milano

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DON MCCULLIN A ROMA

Don McCullin, Le acciaierie di West Hartlepool alle prime luci dell’alba, Contea di Durham, Inghilterra, 1963 | Stampa ai sali d’argento, cm. 59,4 x 74,3. Courtesy Hamiltons Gallery
© Don McCullin | Don McCullin, Le acciaierie di West Hartlepool alle prime luci dell’alba, Contea di Durham, Inghilterra, 1963 | Stampa ai sali d’argento, cm. 59,4 x 74,3. Courtesy Hamiltons Gallery

Dal 10 ottobre 2023 Palazzo Esposizioni Roma presenta la più importante retrospettiva mai realizzata finora, dedicata al fotografo britannico di fama internazionale Don McCullin, la prima che raccoglie in maniera esaustiva le diverse fasi del suo lavoro, sino alle fotografie più recenti nelle quali, in una sorprendente visione d’insieme, l’autore sintetizza le sue esperienze più radicali.

La mostra, che si protrarrà fino al 28 gennaio 2024, è curata da Simon Baker, in stretta collaborazione con Don McCullin e Tim Jefferies e con l’assistenza di Catherine Fairweather, Jeanne Grouet, Lachlann Forbes.
E’ promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo. 

La mostra a Palazzo Esposizioni si riallaccia idealmente, ampliandola, all’antologica della Tate Britain curata da Simon Baker nel 2019. Oltre a ripercorrere i momenti più significativi del lavoro di McCullin, presenta la serie dedicata all’Impero romano, avviata negli anni Duemila, che lo stesso autore considera un punto di arrivo nel quale si sovrappongono, fondendosi, i temi cardine della sua fotografia: il dolore delle immagini dell’Inghilterra subalterna e quello delle guerre sparse nel mondo, e la pace dei paesaggi del Somerset in cui McCullin si rifugia per lenire la sofferenza delle sue esperienze di guerra.   Nell’attuale mostra dolore e pace convivono nell’indagine fotografica culturale, architettonica e storica sui resti dell’Impero romano nell’area del Mediterraneo meridionale. Esposte a Roma, queste fotografie offrono un nuovo focus sulla storia della Città, rileggendola, come accaduto in Vita Dulcis e in Roma, a portrait – le mostre che si sono da poco concluse a Palazzo Esposizioni – in relazione a tempi storici o a culture diverse.

Dal 10 Ottobre 2023 al 28 Gennaio 2024- Palazzo delle Esposizioni – Roma

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GUIDO HARARI- INCONTRI 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E RACCONTI

Il Comune di Milano e la Fabbrica del Vapore presentano la grande mostra antologica dedicata a Guido Harari, che sarà allestita in un suggestivo percorso espositivo nell’Ala Messina con più di 300 fotografie, oltre a filmati originali, proiezioni e incursioni musicali, un’audioguida per tutti e incontri con l’autore.

La mostra sarà introdotta da una istallazione dedicata a Milano, ai grandi personaggi dell’arte, della cultura e della società milanese che Harari ha incontrato nel corso dei suoi 50 anni di carriera. Nella mostra sarà inoltre allestita la “Caverna magica”, uno speciale set fotografico dove Guido Harari realizzerà dei ritratti (su prenotazione on line). Oltre alla stampa originale, che lui stesso firmerà e consegnerà a chi è stato ritratto, una seconda stampa verrà esposta – in tempo reale – nella sezione che chiude la mostra, Occhi di Milano, una sorta di “mostra nella mostra” che si popolerà via via degli sguardi della città. E per rappresentarli tutti, Harari realizzerà dei “ritratti sospesi” ai milanesi “meno fortunati” nella Casa dell’accoglienza “Enzo Jannacci”, nell’Istituto dei Tumori e in altre strutture di assistenza. Anche questi “ritratti sospesi” andranno ad aggiungersi al grande mosaico degli Occhi di Milano.

La mostra ripercorre tutte le fasi della eclettica carriera di Guido Harari: dagli esordi in ambito musicale come fotografo e giornalista, alle numerose copertine di dischi per artisti come Fabrizio De André, Bob Dylan, Vasco Rossi, Kate Bush, Paolo Conte, Lou Reed, Frank Zappa, fino all’affermazione di un lavoro che nel tempo è rimbalzato da un genere all’altro – editoria, pubblicità, moda, reportage – privilegiando sempre il ritratto come racconto intimo degli incontri con le maggiori personalità del suo tempo.

Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni Settanta, quando Harari, ancora adolescente, inizia a coniugare le sue due grandi passioni: la musica e la fotografia.

Immagini e sequenze inedite, insieme a filmati d’epoca di backstage, videointerviste, il documentario di Sky Arte a lui dedicato e l’audioguida con la voce narrante dello stesso Harari conducono il visitatore nel cuore del suo processo creativo.

La mostra propone anche una sezione dedicata alla passione parallela per la curatela di libri intesi come una forma di “fotografia senza macchina fotografica”, oltre che occasioni di incontri vecchi e nuovi (così le biografie illustrate dedicate a Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini) e un’altra dedicata a immagini inedite “di ricerca” che Harari va realizzando da qualche anno come sua personale forma di meditazione in progress

Dal 28 ottobre 2023 al 1 aprile 2024 – Fabbrica del Vapore – Milano

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JACOB E SARA AUE SOBOL. JAMES’ HOUSE E HUNTING HEART

© Jacob e Sara Aue Sobol
© Jacob e Sara Aue Sobol

Due storie d’amore in bianco e nero. Da un lato quella per la vita tra i ghiacci, cresciuta grazie ai tre anni trascorsi da Jacob Aue Sobol in Groenlandia. Dall’altro quella tra il fotografo e Sara Aue Sobol, sua moglie, condivisa con il pubblico tramite le immagini realizzate da entrambi.

Non ho mai l’intento di fare fotografie ma questa piccola macchina fotografica è lo strumento che ho sempre con me e che uso per entrare in contatto con le persone e con i luoghi, per creare intimità e per condividere intimità. Jacob Aue Sobol

Oltre trenta fotografie, realizzate tra il 1999 e il 2023, per due progetti che danno il titolo alla mostra presentata da Leica Galerie Milano, all’interno di Leica Store, recentemente rinnovato. Due storie che uniscono il lavoro del fotografo danese che si definisce “padre, pescatore e fotografo” e quello della moglie Sara Aue Sobol.

James’ House è il racconto, per immagini, dei tre anni che Sobol ha vissuto in Groenlandia e dell’incontro con James, un uomo Inuit (popolo artico) che gli ha permesso di imparare a cacciare, pescare, sopravvivere in condizioni estreme. Hunting Heart è un lavoro a quattro mani, in cui la visione di Jacob si intreccia con quella di Sara per condividere con il pubblico uno sguardo intimo sulla loro vita familiare. Se nelle immagini di Jacob è sempre il bianco e nero a dominare, la visione di Sara emerge grazie all’uso del colore: entrambi parlano dei loro figli, della loro casa, della quotidianità ritratta con intensità ed emozione.

La presenza di Jacob e Sara Aue Sobol a Milano non è solo l’occasione per scoprirne il lavoro, ma anche per entrare in contatto diretto, grazie a una masterclass proposta da Leica Akademie nella sua sede di Via Mengoni 4, a due passi dal Duomo, nelle giornate del 18 e 19 novembre.

dal 17 novembre 2023 a fine gennaio 2024 – Leica Galerie Milano

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THE 1950S. STORIE AMERICANE DEI GRANDI FOTOGRAFI MAGNUM

Philippe Halsman, American actress Marilyn MONROE, USA, 1952
© Philippe Halsman/Magnum Photos | Philippe Halsman, American actress Marilyn MONROE, USA, 1952

Ci sono due grandi razze di fotografi:
quelli che fabbricano immagini e quelli che le colgono.
I primi hanno il loro studio… per i secondi, il loro studio è il mondo.
Ernst Haas 
Il Comune di Parma Assessorato alla Cultura e Summer Jamboree in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos presentano THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum

Una mostra fotografica dedicata alla cultura americana degli anni Cinquanta, realizzata attraverso una selezione esclusiva di fotografie dell’archivio Magnum Photos a cura del Summer Jamboree.
Il progetto espositivo originale a cura di Marco Minuz insieme con Summer Jamboree è ospitato a Palazzo del Governatore del capoluogo parmense dal 7 ottobre al 10 dicembre.

In mostra scatti celebri e inediti di Dennis Stock, Elliott Erwitt, Werner Bischof, Wayne Miller, Philippe Halsman, Inge Morath, Burt Glinn, Bob Henriques, Rene Burri, Cornell Capa, Leonard Freed, Erich Hartmann, Bruce Davidson, Eve Arnold.


Magnum Photos viene fondata nel 1947 a New York e per la prima volta tutti questi grandi maestri della fotografia, allora membri dell’agenzia, che in quegli anni operavano, vengono esposti insieme in una mostra fotografica per raccontare in maniera organica il contesto culturale compreso fra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, attraverso una selezione esclusiva e in parte inedita di 82 scatti dell’archivio Magnum Photos.

THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum è prodotta e organizzata dal Summer Jamboree in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos e Suazes in occasione della prima edizione del Winter Jamboree, che si terrà a Parma dal 7 al 10 dicembre 2023 promossa da Fiere Di Parma, Comune di Parma e Regione Emilia-Romagna.

L’esposizione THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum anticipa dunque la prima edizione del Winter Jamboree, nuovo format invernale a cura del Summer Jamboree, il Festival Internazionale di musica e cultura dell’America anni ’40 e ’50 più grande d’Europa, che animerà dal 7 al 10 dicembre 2023 gli spazi delle Fiere di Parma trasformandone alcuni padiglioni nel meraviglioso sogno americano anni Cinquanta in versione Christmas edition #1: sarà allestito un Rockin’ Christmas Vintage market, dove, dalla mattina fino a sera sarà possibile fare rifornimento di regali vintage e prelibatezze enogastronomiche in vista delle feste, accompagnati da un sottofondo di musica Rock’n’Roll, Swing, Country, Rockabilly, Rhythm’n’Blues, Hillbilly, Doo-wop, Western swing e dai grandi classici dei Natali di una volta. Si aggiungono grandi concerti dal vivo al Pala Verdi con artisti provenienti da ogni parte del mondo, DJs set ed esibizioni di ballo, Dance Camp internazionale per chi desidera imparare a muoversi a ritmo di Rock’n’Roll, il Burlesque Show all’interno del quartiere fieristico e una Tattoo Convention con i migliori tatuatori old school che lavoreranno non stop.

La mostra THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum nasce proprio con l’obiettivo di raccontare in maniera organica, attraverso le immagini, questi stessi travolgenti anni americani, mettendo a fuoco l’essenza di un decennio felice, ma assai complesso. L’esposizione riunisce per la prima volta insieme 82 scatti realizzati da grandi fotografi, membri dell’agenzia Magnum Photos attivi negli anni ’50, artisti che hanno catturato lo spirito della società d’Oltreoceano di quei tempi, restituendocene intatta la bellezza, la potenza delle trasformazioni in atto insieme alle profonde contraddizioni che ancora la caratterizzavano, tracciando così una nuova mappa dell’identità americana ed esplorando le sue dimensioni sociali, culturali, economiche.

Gli anni Cinquanta furono sì un’epoca d’oro, un tempo di felicità e prosperità economica, ma furono anche anni ancora segnati dalla segregazione razziale e dalle tensioni causate dal blocco sovietico che diedero poi avvio alla guerra fredda e all’escalation nucleare. THE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum traccia il resoconto di questi anni, dando spazio a un’America reale, con i suoi problemi e le sue difficoltà, ma anche con la sua straordinaria forza di guardare avanti.

Gli scatti in mostra permettono di porre l’attenzione sugli elementi caratterizzanti di quel periodo come l’industria automobilistica, la moda, la musica, i grattacieli, le grandi distese naturali, il ruolo della donna. Ogni elemento viene però filtrato dalla volontà di mettere sempre al centro l’essere umano e di raccontarlo. Nel bianco e nero delle fotografie, infatti, il paesaggio passa in secondo piano, mentre ne esce rafforzato l’elemento umano, il valore delle persone e dei loro gesti. Ne emerge uno spaccato di una società protesa al futuro che lascia alle spalle l’esperienza bellica.

Ma THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum narra anche la storia di una delle più grandi agenzie fotografiche al mondo, la Magnum Photos, nata nel 1947 nel ristorante del Museo d’Arte Moderna di New York (MoMA), che all’epoca rappresentava l’epicentro economico, sociale e culturale del mondo occidentale. Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert – un francese, un ungherese, un polacco, un inglese e un americano – accomunati da un’esperienza di vita comune, ovvero aver raccontato attraverso le immagini il trauma del secondo conflitto mondiale, riuniti attorno a un tavolo, delinearono e resero concrete una serie di riflessioni sul destino della loro professione come fotogiornalisti.

Dalla sua fondazione Magnum Photos, ha visto crescere ben 103 fotografi, definendo un nuovo modo di raccontare il presente con le immagini. Tenendo saldi i valori della tutela del diritto d’autore, del rispetto della sensibilità espressiva di ogni fotografo e della fedeltà alla verità di ogni avvenimento, l’agenzia ha riunito artisti accumunati dalla convinzione che la fotografia fosse un’importante opportunità per veicolare valori e adoperarsi contro le ingiustizie e gli squilibri della società. Un’incredibile esperienza che si è imposta a livello internazionale, tutt’oggi straordinaria per l’influenza che ebbe, e che continua ad avere, nel mondo della fotografia.

Dal 07 Ottobre 2023 al 10 Dicembre 2023 – Palazzo del Governatore – Parma

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BAR STORIES ON CAMERA. GALLERIA CAMPARI / MAGNUM PHOTOS

Harry Gruyaert, Belgium, Brussels, 1981
Harry Gruyaert, Belgium, Brussels, 1981

La mostra presenta 90 fotografie dagli anni Trenta agli inizi degli anni Duemila che raccontano il mondo del bar attraverso 48 immagini dall’Archivio Storico Galleria Campari e 42 scatti di 24 fotografi internazionali dell’agenzia Magnum Photos tra cui figurano Capa, Erwitt, Parr e Scianna.

L’allestimento presenta anche una selezione di ricettari e libri sui cocktail da fine XIX secolo agli anni Duemila, oltre a oggetti ed ephemera originali legati al bar: menù, carte intestate, insegne, bicchieri, attrezzi per la miscelazione, locandine e oggetti pubblicitari vintage. La sfaccettata vitalità del mondo bar viene raccontata a 360 gradi, in un’esplorazione della sua connotazione sociale come luogo di incontro, aggregazione, svago e scambio culturale di cui Campari è protagonista dal 1860.

Dal 04 Ottobre 2023 al 30 Aprile 2024 – Galleria Campari – Sesto S. Giovanni (MI)

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ROBERT CAPA. IL FOTOREPORTER

Robert Capa, Soldier walking through field on recconnaissnace mission, near Troina, Sicily, Italy, August 4-5, 1943 © International Center of Photography/Magnum Photos
Robert Capa, Soldier walking through field on recconnaissnace mission, near Troina, Sicily, Italy, August 4-5, 1943 © International Center of Photography/Magnum Photos

In occasione dei 110 anni dalla nascita di Robert Capagiovedì 21 settembre, alle ore 19:30 presso la Galleria dell’Accademia d’Ungheria in Roma si terrà il vernissage della mostra fotografica Robert Capa, il fotoreporter
L’esposizione è organizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center Budapest.

Robert Capa (22 ottobre 1913–25 maggio 1954), il fotografo di fama mondiale nato a Budapest, fu testimone oculare degli eventi storici che hanno determinato il XX secolo nonché messaggero in ventitré paesi di quattro continenti. Per tutta la sua vita sostenne che il linguaggio universale della fotografia potesse apportare cambiamenti, rendendo il mondo un posto migliore. Seppe guardare le cose con uno sguardo “creativo”, qualunque cosa toccasse prendeva una forma nuova, mai vista prima. Fu in grado di vedere ciò che gli altri non riuscirono e, con il suo cambio di prospettiva, seppe dare una nuova definizione alle cose, avvicinandosi al mondo con un nuovo approccio. Il suo talento incandescente e pervasivo ha permeato tutte le sue attività e la sua vita. Il suo coraggio, la sua audacia, il potere visivo delle sue fotografie non hanno pari. La sua immensa empatia e umanità hanno caratterizzato tutte le sue attività, è stato uno degli “avventurieri etici”, secondo le parole di Henri Cartier-Bresson, e l’atteggiamento morale nelle sue immagini è un esempio per tutti.

La mostra rende omaggio all’uomo che vide cinque campi di battaglia e, corpo a corpo con la morte, documentò la storia dando una nuova definizione alla metodologia della fotografia di guerra.

Conquistò fama mondiale grazie alla fotografia scattata durante la guerra civile spagnola, intitolata Morte di un miliziano lealista, fronte di Córdoba, Spagna nel 1936. Questo periodo fu tra i più tristi della sua vita, segnato dalla tragica perdita della sua compagna, la collega di origini polacche Gerda Taro.
Capa scattò fotografie di soldati e partigiani, raffigurandoli sia in momenti di vita quotidiana che durante le battaglie, dalla posizione dell’osservatore partecipe e infinitamente empatico. Era lì con loro, ed è da molto vicino che scattò le sue fotografie. Famose sono le sue parole al riguardo: Se le tue foto non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino.”

Su suggerimento di Capa, insieme ai fotografi Henri Cartier-Bresson, George Rodger e 
David “Chim
” Seymour, nel 1947 fu fondata l’agenzia Magnum Photos.

La selezione della mostra Robert Capa, il fotoreporter presenta settantacinque immagini della sua vita, dalla foto che cattura la conferenza di Trockij (una delle sue prime commissioni) a quella scattata durante la guerra d’Indocina. Le fotografie in mostra raccontano sia il mondo della guerra che i momenti di pace di Robert Capa.

Grazie alle fotografie acquistate nel 2008, quello di Budapest è diventato uno dei centri di riferimento del patrimonio Capa insieme ai centri di New York e di Tokyo. La serie intitolata Raccolta Master III (Master’s Set III) che documenta la vita di Robert Capa, comprende 937 ingrandimenti realizzati negli anni ‘90. Queste fotografie sono state selezionate da Cornell Capa (fratello minore di Robert Capa) e dallo storico della fotografia Richard Whelan (monografista di Robert Capa) tra il 1990 e il 1992 tra quasi 70mila negativi lasciati da Capa.

Le fotografie in mostra sono state selezionate dalle immagini della collezione ungherese Robert Capa Master Collection, conservata nel Centro di Fotografia Contemporanea Robert Capa di Budapest.

Dal 21 Settembre 2023 al 19 Novembre 2023 – Galleria dell’Accademia d’Ungheria in Roma

MAPPLETHORPE – VON GLOEDEN. BEAUTY AND DESIRE

MAPPLETHORPE - VON GLOEDEN. BEAUTY AND DESIRE, MUSEO NOVECENTO, FIRENZE
MAPPLETHORPE – VON GLOEDEN. BEAUTY AND DESIRE, MUSEO NOVECENTO, FIRENZE

Il Museo Novecento rende omaggio a uno dei più grandi esponenti della fotografia del Novecento, Robert Mapplethorpe (New York, 1946 – Boston, 1989), tramite un raffronto inedito con gli scatti di Wilhelm von Gloeden (Wismar, 1856 – Taormina, 1931) e alcune immagini dei Fratelli Alinari: un confronto evocativo e a tratti puntuale, che rivela il ricorrere di temi comuni; motivi che attraversano il tempo e giungono fino a noi, ponendosi come spunti di riflessione sull’attualità e su come arte, morale e spiritualità cambino e si evolvano nella loro reciproca relazione.

La mostra, organizzata a quarant’anni di distanza dall’esposizione del Palazzo delle Cento Finestre che fece conoscere a Firenze l’opera del fotografo statunitense, mette in luce il legame di Robert Mapplethorpe con la classicità, nonché il suo approccio scultoreo al mezzo fotografico. Il profondo interesse per l’antico, la passione per i maestri che lo hanno preceduto e l’attenta comprensione della statuaria (in particolare dell’opera di Michelangelo) sono delle costanti nella ricerca dell’artista.

Appassionato collezionista di fotografie, Mapplethorpe conosce l’opera del barone Wilhelm von Gloeden, con la quale ha forse la possibilità di confrontarsi ampiamente anche agli inizi degli anni Ottanta, grazie ai contatti con il gallerista Lucio Amelio e a un soggiorno a Napoli, durante il quale si misura inoltre con la potenza disarmante delle rovine. Von Gloeden, tra i pionieri della staged photography, celebra nelle sue composizioni un ideale richiamo al passato, concepito quale inesauribile bacino di soggetti e suggestioni: un segno stilistico unico, che lo rende ancora oggi un’icona e costituisce un suggestivo riferimento per Mapplethorpe.

Le fotografie di Mapplethorpe e von Gloeden, pur traendo ispirazione dai canoni della classicità, sembrano condurre lungo traiettorie estetiche non scontate e a tratti perturbanti, sollevando e risolvendo interrogativi sul tema del corpo e della sessualità la cui eco risuona, a tratti immutata, nella cultura visiva contemporanea, dove la censura e il giudizio morale sono sempre pronti a mettere sotto accusa la bellezza e il desiderio.

Dal 23 Settembre 2023 al 14 Febbraio 2024 – Museo Novecento – Firenze

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DAVID LACHAPELLE. STATIONS OF THE CROSS

David LaChapelle, He is Made to Bear His Cross, Los Angeles, 2023
© David LaChapelle | David LaChapelle, He is Made to Bear His Cross, Los Angeles, 2023

Dal 27 ottobre apre al pubblico in esclusiva nella Galleria Deodato Arte in via Giulia 122 a Roma la nuova mostra di David LaChapelle con l’inedita serie “Stations of the Cross”, che verrà presentata durante la Biennale di Firenze in occasione del premio alla carriera assegnato al fotografo statunitense. 
La mostra, che sarà inaugurata dallo stesso LaChapelle il 27 ottobre, presenta nuove sorprendenti opere, quindici scene della Via Crucis disposte lungo un percorso che simboleggia il cammino di Cristo verso la Crocifissione e che l’artista ha interpretato ispirandosi a diversi esempi, dall’epoca medievale a quella postmoderna, immaginando la tradizionale narrazione religiosa in un modo nuovo, colorato e poetico. Con il suo stile e la sua composizione unici, LaChapelle presenta nelle vesti di Cristo l’artista e attore italiano Tedua, per il quale il fotografo ha firmato le cover degli album “Purgatorio” e “Inferno”; elementi teatrali insieme a figure simboliche trasportano la pratica devozionale, nella quale lo spettatore visita ciascuna stazione  pregando, nel tempo presente.
 
In mostra e in conversazione con la Via Crucis, oltre a diverse opere di diverse serie già note del suo portfolio, LaChapelle espone Earth Laughs in Flowers, la serie realizzata tra il 2008 e il 2011 ispirata alle tradizionali vanitas olandesi, raffigurazioni di oggetti simbolici che fanno riflettere sulla vanità delle conquiste e dei piaceri terreni; come sempre, anche anche nelle sue dieci vanitas LaChapelle mescola umorismo e dramma insieme ad oggetti di uso quotidiano, per ricordare allo spettatore la nostra mortalità. 
 
“E’ una grande responsabilità accogliere David LaChapelle per questa occasione – spiega Deodato Salafia – si tratta della sua prima mostra presso la nostra sede di Roma, dopo la rassegna di opere iconiche presso Deodato Milano lo scorso autunno. Ancora una volta LaChapelle, che ha già trattato soggetti legati al cristianesimo, come l’Annunciazione, ci offre con incredibile sorpresa un’indagine su uno dei pilastri più tradizionali della Chiesa Cattolica Romana. Un lavoro di 15 scenografie creano una collezione destinata a restare nella storia dell’arte.”

Dal 27 Ottobre 2023 al 25 Novembre 2023 – Galleria Deodato – Roma

I WANT YOU TO KNOW MY STORY – Jess T. Dugan

Shira and Sarah, 2020 © Jess T Dugan

I want you to know my story è la prima mostra personale in Italia dell’artista statunitense Jess T. Dugan, nata dalla pubblicazione del suo ultimo progetto Look at me like you love me (Mack Books, 2022) e curata da Laura De Marco con una produzione originale e inedita di Spazio Labo’.

Jess T. Dugan riflette su desiderio, intimità, amicizia e sui modi in cui le nostre identità sono modellate da queste esperienze. In questo progetto estremamente personale, Dugan intreccia insieme autoritratti, ritratti di persone da sole e in coppia, nature morte e una serie di scritti di natura diaristica in cui riflette su relazioni, solitudine, famiglia, perdita, guarigione e sulle trasformazioni che definiscono una vita intera.

Dugan usa da sempre la fotografia come mezzo per comprendere meglio la propria identità e connettersi agli altri a un livello più profondo. Il suo processo di lavoro lento e collaborativo svela momenti di alta intensità psicologica attraverso immagini che trascendono le specificità di una particolare persona o di un luogo, occupandosi di cosa vuol dire conoscere sé stess* insieme e attraverso l’altr*.

Attraverso una sequenza estesa ma studiata di immagini e testi, Jess T. Dugan porta la nostra attenzione su una delle più potenti e complesse forme di intimità, quella di vedere ed essere vist*.

All’interno della mostra sono presenti video e fotografie inediti per l’Italia. Il bookshop di Spazio Labo’ e Leporello ospita inoltre una selezione speciale di libri fotografici a tematica queer, disponibile per tutta la durata dell’esposizione.

La mostra è inserita nel calendario del festival internazionale Gender Bender e fa parte di Look at us – Rassegna di narrazioni non conformi: un programma di mostre e incontri che da aprile a dicembre 2023 Spazio Labo’ dedica alla visibilità e alla decostruzione dei tradizionali ruoli familiari, identitari e di genere attraverso l’ibridazione dei linguaggi visivi.

Dal 26 ottobre al 19 gennaio 2024 – Spazio Labò – Bologna

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INGE MORATH. L’OCCHIO E L’ANIMA

Inge Morath, Salone di bellezza sulla Fifth Avenue, New York City, USA, 1958
© Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv | Inge Morath, Salone di bellezza sulla Fifth Avenue, New York City, USA, 1958

Svela il profondo e mai convenzionale sguardo sulla realtà di una donna, consacrata fra le più importanti fotografe del XX secolo, la mostra monografica “Inge Morath. L’occhio e l’anima” che al Filatoio di Caragliodal 19 ottobre 2023 al 25 febbraio 2024, celebra, nel centenario dalla nascita, la prima fotogiornalista nella storia della stessa agenzia Magnum.

Inge Morath è stata, prima di tutto, una viaggiatrice. Suo marito, Arthur Miller, ha così descritto questa sua attitudine: “Inge inizia a fare i bagagli non appena vede una valigia”. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medioriente, America, Russia e Cina.
Non ha affrontato mai questi viaggi con superficialità, bensì con serietà, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni regione dove si recava. Era capace di parlare correntemente tedesco, inglese, francese, spagnolo, rumeno, russo e mandarino. Che si trattasse di persone comuni o personaggi pubblici il suo interesse era identico e s’indirizzava sempre verso l’intimità di ciascuno. Inge Morath è stata tra le prime donne a lavorare con la leggendaria agenzia fotografica Magnum Photos. Imparò molto da Henri Cartier-Bresson con cui collaborò in importanti reportage. Il suo stile fotografico affonda le sue radici negli ideali umanistici conseguenti alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche nella fotografia del “momento decisivo”, così come l’aveva definita Cartier-Bresson. Ospitarla all’interno degli spazi del Filatoio di Caraglio significa coltivare un’attenzione e una sensibilità verso la figura femminile e il suo ruolo sociale, culturale ed economico nella nostra società, elementi questi fortemente connessi a questo luogo.
Le fotografie di Inge Morath riflettono le sue più intime necessità, ma al contempo sono come pagine del suo privato diario di vita, come lei stessa scrive: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.

SEZIONi MOSTRA 

INGE MORATH 1923/2002
Per iniziare a conoscere Inge Morath è indispensabile immedesimarsi nella sua passione, curiosità e determinazione. Quasi fossero su una parete della sua abitazione, le fotografie in mostra, che la ritraggono in diversi momenti della sua vita, sono strumenti che ci permettono di avvicinarci alla sua vita: il lavoro nell’agenzia Magnum Photos nei suoi primi anni di attività, la collaborazione con fotografi come Ernst Haas e Henri Cartier-Bresson, l’incontro con lo scrittore Arthur Miller sul set de The misfits (Gli spostati) e il loro successivo matrimonio, i suoi numerosi viaggi. 

VENEZIA
Dopo essere diventata membro associato dell’agenzia Magnum Photos nel 1953, Inge Morath realizza un reportage dedicato a Venezia.
Si tratta di uno dei suoi primi incarichi fotografici. Con fotografie incentrate sulla quotidianità della città, Inge Morath contribuisce al volume illustrato Venice Observed della storica dell’arte Mary McCarthy. Questo primo incarico fotografico precede un soggiorno più lungo in città nell’autunno 1955. In questo periodo la sua attenzione si rivolge verso i luoghi meno frequentati e i quartieri popolari. Le fotografie realizzate, sposando la tradizione fotografica dell’agenzia Magnum, ritraggono persone nella loro quotidianità, con una particolare attenzione verso il mondo femminile e la sua condizione dell’epoca. Alcune ambientazioni surreali e alcune composizione fortemente grafiche sono un esplicito riferimento al lavoro fotografico del suo primo mentore Henri Cartier-Bresson.

IRAN
Nel 1956, dopo aver ultimato il volume illustrato sulla Spagna, Inge Morath riceve l’incarico di recarsi in Iran per la rivista “Holiday” e per aziende americane operanti in quel paese. Per una parte del soggiorno viene accompagnata dell’editore Robert Delpire. Il viaggio diviene occasione per approfondire la conoscenza di quei luoghi, realizzando così un’estesa documentazione fotografica. Come donna, in questa società fortemente patriarcale, ha la possibilità di muoversi all’interno della dimensione femminile e cogliere così il rapporto fra le vecchie tradizioni e le trasformazioni innescate dalla moderna società industriale. Un volume su questo lavoro viene pubblicato nuovamente da Robert Delpire con il titolo De la Perse à l’Iran (1958).

SPAGNA
Nel corso della sua vita Inge Morath ha viaggiato molto in questo Paese. La prima volta risale al 1951 con Henri Cartier-Bresson. Il primo e più ampio lavoro sulla Spagna lo ha realizzato nel 1954. In quell’anno riceve l’incarico di riprodurre alcuni dipinti per la rivista d’arte francese “L’Oeil” e di realizzare a Madrid un ritratto della sorella di Pablo Picasso, Lola, spesso restia a farsi fotografare. Fotografa anche l’avvocatessa Doña Mercedes Formica, la quale si batteva per i diritti delle donne nella Spagna della dittatura franchista.Parlare correntemente lo spagnolo ha aiutato Inge Morath a rendere più approfondito questo suo lavoro. Con le fotografie dedicate alla Spagna la casa editrice francese di Robert Delpire pubblicò il volume illustrato Guerre à la tristesse (1955).

REGNO UNITO / IRLANDA
Ancor prima di diventare fotografa presso l’agenzia Magnum Photos, Inge Morath aveva sposato il giornalista inglese del “Picture Post” Lionel Birch e si era trasferita con lui a Londra. Lontana dall’agenzia e dai fotografi con cui collaborava, comincia ad avvicinarsi autonomamente alla fotografia con l’aiuto di Simon Guttman, il fondatore dell’agenzia fotografica Dephot. Per la rivista Picture Post, progetta un libro su Londra realizzando anche reportage fuori città. Nel corso di questi reportage, Inge Morath fa amicizia anche con Eveleigh Nash, membro dell’aristocrazia inglese, immortalata durante la sua partenza da Londra.

STATI UNITI D’AMERICA
Nel 1957 Inge Morath realizza un fotoreportage a New York per conto della Magnum. La celebre fotografia del lama che esce dal finestrino di un taxi, su un viale della città, fa parte di un progetto più ampio dedicato agli animali impiegati sui set cinematografici. In questo periodo Inge realizza fotografie sul quartiere ebraico, sulla vita quotidiana di New York e ritratti di artisti con cui stringe amicizia. New York, come testimoniato dall’omonimo libro pubblicato nel 2002, rimarrà un luogo importante per tutta la vita di questa fotografa.
Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller, nel 1962, Morath si trasferisce in una vecchia e isolata fattoria a Roxbury, a circa due ore di auto da New York. Un luogo di campagna lontano dalla frenesia della città, dove si dedica alla vita famigliare e cresce i suoi due figli Rebecca e Daniel.

SAUL STEINBERG MASCHERE
Il progetto fotografico che Inge Morath realizza in collaborazione con il disegnatore Saul Steinberg, risale al suo primo viaggio a New York. In quel periodo conosce la produzione artistica di Saul Steinberg, rimanendo entusiasta del suo lavoro. Negli anni sessanta Steinberg aveva iniziato a realizzare la sua serie di maschere e chiede ad Inge Morath di trovare delle persone da fotografare con gli abiti adatti per queste maschere. Gli scatti hanno in comune il fatto di essere ambientati nella vita quotidiana newyorkese. Nel 1966 viene pubblicato il primo volume illustrato su questo progetto.

ROMANIA
Nel 1957 e nel 1958 Inge Morath ha attraversato la Romania per poter fotografare il Danubio fino alla sua foce. In epoca comunista quest’area era una zona militare interdetta e Morath ha dovuto aspettare molto tempo per ottenere i permessi di viaggio. Durante questi periodi di attesa, ha così viaggiato molto nel resto del Paese, scattando fotografie che forniscono una documentazione molto estesa di questo Paese durante gli anni della Guerra Fredda, come quelle dedicate alla vita all’interno di una fabbrica tessile a Bucarest.
Le foto ottenute da questa esperienza non erano sufficienti per la pubblicazione di un volume illustrato. Soltanto negli anni 1994-1995 Inge Morath riprende in mano il progetto e pubblica un volume sul Danubio e la Romania con il sostegno della galleria Fotohof e con la collaborazione di Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl.

RUSSIA
La Russia è stata, per Inge Morath, un luogo desiderato per tutta la vita. Il suo ingresso in questo ambiente culturale si è realizzato attraverso la lingua, che ha imparato a Roxbury prima del suo primo viaggio, e attraverso la letteratura russa.
Per la prima volta, nel 1965, coglie l’occasione di andare in Russia con suo marito, Arthur Miller. In questo periodo Miller era presidente del PEN club – un’associazione internazionale non governativa di letterati – e insieme poterono far visita agli artisti e intellettuali russi epurati, oltre che portare a termine programmi ufficiali. Nasce un ampio lavoro fotografico che negli anni successivi è integrato da materiale di altri viaggi in Russia. Nel 1969 viene pubblicato il suo primo volume illustrato sulla Russia. 

AUSTRIA
Nel corso della sua vita Inge Morath ritorna più volte in Austria. Sua madre, infatti, viveva a Graz. Un libro con le foto sul suo Paese natale è stato pubblicato negli anni Settanta e un altro volume dopo la sua morte. Le foto del periodo austriaco sono caratterizzate da un rapporto intenso con gli artisti del Paese, alcuni dei quali conosciuti a Vienna nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Mentre Inge Morath si concentra, nella maggior parte del suo lavoro, sulle persone e sulla loro quotidianità, ci sono numerose immagini realizzate in Austria che raffigurano l’eredità barocca e i retaggi della monarchia austro-ungarica. Spesso queste immagini hanno una dimensione prevalentemente architettonica. 

CINA
Inge Morath si reca per la prima volta in Cina in occasione della rappresentazione a Pechino dello spettacolo Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Dopo un’accurata preparazione e dopo aver imparato il mandarino, il dialetto cinese più importante, può muoversi autonomamente a Pechino e nei dintorni della città. Le prove dello spettacolo durarono diverse settimane e, ancora una volta, i numerosi contatti con artisti ufficialmente riconosciuti e non, sono l’ispirazione più grande per il suo lavoro fotografico.

RITRATTI
I ritratti sono un tema che ha accompagnato Inge Morath per tutta la sua carriera fotografica.
Da un lato era attratta da artisti famosi, la cui visione del mondo era di ispirazione per il suo lavoro, e dall’altro dalle persone semplici incontrate durante i suoi reportage. Ogni suo ritratto si basa su un rapporto intenso o anche su una conoscenza profonda della persona immortalata. La conoscenza di molte lingue straniere – parlava fluentemente il tedesco, l’inglese, il francese, il rumeno, lo spagnolo, il russo e il mandarino – rappresenta per Inge Morath, un’opportunità per interagire con le persone che intende fotografare. 
Il suo interesse per le arti figurative e la letteratura l’ha portata a ritrarre molti artisti e scrittori.
Tra i ritratti realizzati all’inizio della sua carriera, spesso lavori su incarico dell’agenzia Magnum, ci sono anche molti attori e registi. Ormai celeberrima la fotografia di Marilyn Monroe che esegue dei passi di danza all’ombra di un albero, realizzata sul set del film The misfits (Gli spostati) del 1960. Su quel set Inge Morath conosce Arthur Miller che all’epoca era legato con l’attrice americana. 

ROXBURY
Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller nel 1962, Inge Morath si trasferisce in una fattoria a Roxbury, a due ore di auto da New York. Nei pressi dell’abitazione c’era un vecchio granaio che viene adattato ad appartamento per gli ospiti, atelier di pittura, deposito e camera oscura. In un ex silos di legno vengono create delle stanze per ospitare lo studio di Inge Morath. Dal 1990, fino alla sua morte sopraggiunta nel 2002, Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl hanno regolarmente fatto visita a Inge Morath a Roxbury per sviluppare progetti dedicati al suo lavoro. Durante questi incontri è nata l’idea di catturare, attraverso delle fotografie, l’atmosfera di quel luogo. Nelle foto non compaiono persone, ma ci sono tracce, visibili, del lavoro di Inge Morath e della sua eredità.

FRANCIA
Parigi è il luogo dove Inge Morath ha incontrato i fondatori dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa. Condividere il lavoro con questi straordinari fotografi e far parte di una realtà così giovane ma ambiziosa, la spinsero ad avvicinarsi alla fotografia, cercando autonomamente la propria strada. Essendo la più giovane fotografa dell’Agenzia, le venivano affidati lavori minori come sfilate di moda, aste d’arte o feste locali. In queste immagini emerge il suo interesse per gli aspetti bizzarri della vita quotidiana e la volontà di sposare la teoria del “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson. 

COLORE
Per la prima volta in Italia viene mostrata una selezione di fotografie a colori di Inge Morath, frutto di un lavoro di ricerca all’interno della Fondazione Inge Morath. All’epoca le fotografie in bianco e nero venivano trattate come opere d’arte, mentre quelle a colori erano associate ad una dimensione essenzialmente commerciale da veicolare nelle riviste illustrate. In molti, tra cui la stessa Morath, consideravano la loro produzione a colori come secondaria. Lo stesso fotografo Walker Evans affermava che “la fotografia a colori è volgare”. Queste fotografie sono invece testimonianza di una sua grande sensibilità in grado di trasformare una visione ordinaria in un momento estremamente lirico. 

Dal 19 Ottobre 2023 al 25 Febbraio 2024 – Il Filatoio – Cuneo

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VERONICA GAIDO. INVISIBLE CITY

Veronica Gaido, Inferno dei viventi, 2023
Veronica Gaido, Inferno dei viventi, 2023

In occasione della seconda edizione di Pietrasanta Design Week-end, il Complesso Monumentale Chiostro di Sant’Agostino della cittadina versiliese ospita dal 19 ottobre al 10 dicembre 2023 la mostra di Veronica Gaido INVISIBLE CITY a cura di Maria Vittoria Baravelli.

INVISIBLE CITY è una serie fotografica, nata nel 2015 e ancora in fieri, per cui l’artista si è ispirata al celebre romanzo omonimo di Italo Calvino. La mostra, dopo essere stata ospitata al Consolato generale d’Italia a New York da maggio a settembre 2023, approda in Italia e sarà uno degli eventi di punta di Pietrasanta Design Week-end.

Da New York a Pechino, da Miami a Tokyo, gli edifici di queste grandi metropoli si trasformano passando attraverso l’occhio di Veronica Gaido e diventano sostanza viva, pura luce. L’artista fa diventare la materia dura delle architetture monumentali fluida, flessibile, sinuosa; tratta i grattacieli come fossero canne di bambù mosse dal vento, percorse dalla luce, dal tempo e dalle sue emozioni, in una visione che guarda alla pittura futurista del primo Novecento, ma che diventa futuristica.

Un vero e proprio passaggio di materia dove il solido diventa fluido e vibrante, creando delle immagini che attraggono e respingono allo stesso tempo e che, trasportando la mente nella sfera del sublime, fanno correre l’immaginazione e danno vita a spazi e mondi altri.

In questo modo, Veronica Gaido non è solo una fotografa, ma una pittrice della realtà, un’artista che dipinge con la luce per farci vedere il mondo con una nuova prospettiva, ricordandoci che la bellezza è ovunque, se siamo disposti a osservare con attenzione e sensibilità. Le sue immagini sono più di semplici scatti: sono pennellate di colore, luce ed emozione. Ogni foto racconta una storia, cattura un momento, e ci invita a vedere il mondo con occhi diversi.

L’artista spesso parte da una fonte letteraria per dare vita ai suoi lavori, come in questo caso in cui è stata ispirata da Italo Calvino, di cui ricorrono proprio i cento anni dalla nascita, e da quel Marco Polo delle Città invisibili che descrive città immaginifiche, fantastiche, ma dalle possibilità illimitate, come quelle di Veronica Gaido. 
Veronica Gaido, utilizzando la lunga esposizione e componendo e scomponendo i soggetti che ritrae, siano essi corpi o architetture, come in questo caso, ci restituisce una sua personale interpretazione delle realtà e delle emozioni che quel preciso pezzo di mondo ha suscitato in lei.

“«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda», questa citazione di Italo Calvino sembra incarnare il sentimento che emerge dal lavoro fotografico di Veronica Gaido intitolato “INVISIBLE CITY”, in omaggio al celebre romanzo dello scrittore.” – scrive Maria Vittoria Baravelli curatrice della mostra – “Una indagine attraverso le sue fotografie liquide delle città del mondo, dall’America al Giappone, dalla Cina all’Europa, per giungere oggi, in occasione della sua mostra, in Versilia, territorio in cui è nata.
L’esposizione racconta di come le architetture, totem della nostra contemporaneità esprimano le vite di chi i luoghi li vive, dimostrando quanto la sua fotografia sia più vicina all’arte che al reportage.
Corpi vicini, lontani, sfumati, accennati o a malapena visibili. Nelle immagini di Veronica, sembra che esploriamo la superficie delle cose, cercando di unire i pezzi e di delineare tutte le vite che non sono le nostre, o che forse avremmo potuto vivere se fossimo dall’altra parte del mondo”.

Dal 20 Ottobre 2023 al 10 Dicembre 2023 – Complesso di Sant’Agostino – PIETRASANTA | LUCCA

FRIDA KAHLO. UNA VITA PER IMMAGINI

Guillermo Kahlo, Frida, Messico, 1932. Stampa al platino/palladio
Guillermo Kahlo, Frida, Messico, 1932. Stampa al platino/palladio

Frida Kahlo. Una vita per immagini, arriva alla GAM, dal 21 ottobre al 28 novembre 2023, di Palermo dopo la tappa di Riccione, con oltre un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, che ricostruiscono e narrano la vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l’hanno trasformata in un’icona femminile e pop a livello internazionale.

Le fotografie sono state realizzate dal padre Guillermo Kahlo, durante l’infanzia e la giovinezza della figlia, e da alcuni dei più̀ grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silberstein, Leo Matiz, Manuel e Lola Álvarez Bravo, Nickolas Muray e altri.

In questo straordinario “album fotografico” si rincorrono le vicende esaltanti, dolorose e appassionate di una vita, ma nondimeno emerge il contesto in cui si è affermata la sua personalità, il Messico del primo Novecento e la rivoluzione che ne ha cambiato volto e storia, fatta di umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata.

Un’epopea e un mito, quello del Messico rivoluzionario, che forgia, non meno delle vicende biografiche più intime, il carattere ribelle e anticonvenzionale di Frida, figlia di un fotografo professionista di origine tedesca giunto in Messico nel 1891 e rimasto poi in una terra di cui profondamente si innamora, come testimoniano le fotografie – realizzate su incarico del governo austriaco – delle chiese coloniali del paese.

Il mezzo espressivo della pittura diviene il linguaggio prediletto, viscerale e appassionato di un’artista dal carattere indipendente e fiero, che nella pittura si rispecchia e si racconta senza attenuanti, senza ipocrisie. Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, una ricerca di identità̀ e di verità, negli autoritratti come nelle opere che la vedono accanto a Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, o a figure come Leon Trotsky e André Breton.

La mostra si divide in sezioni: La Casa Azul, dedicata alla casa natale di Frida, a  Coyoacán, un sobborgo di Città del, dove l’artista visse la maggior parte della vita tra le pareti blu cobalto e oggi sede del museo a lei dedicato; La Rivoluzione Messicana, un focus per immagini sugli eventi che dalla rivolta del 1910 cambiano il volto del paese e che tanta influenza avranno sull’immaginario e sulla sensibilità di Frida Kahlo; Rufino Tamayo e l’arte messicana, incentrata su uno dei pittori e muralisti messicani più significativi del Novecento, che condivide con Frida la medesima cultura figurativa, tra astrazione e surrealismo; Guillermo Kahlo e le chiese messicane, con la campagna fotografica per documentare le chiese barocche del Messico coloniale, commissionata al padre di Frida dal governo austriaco; la sezione Frida in video, infine, raccoglie le poche immagini filmate di Frida Kahlo che ci sono pervenute.

La mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, è promossa dal Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, è organizzata da Civita Sicilia con la collaborazione di Rjma Progetti culturali.

Dal 21 Ottobre 2023 al 28 Novembre 2023 – Galleria d’Arte Moderna Empedocle Restivo – Palermo

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Maria Spes Bartoli, prima fotografa

Maria Spes Bartoli fu la prima fotografa professionista ad aprire un suo atelier nelle Marche, nel 1924.  

Nata a Senigallia nel 1888, fu testimone di decisivi capitoli della storia del nostro Paese mentre, con il suo impegno lavorativo ed artistico, contribuì a cambiamenti importanti nel modo di definire la figura femminile all’interno della nostra società.

Il suo primato è un fatto degno di nota in quanto gli stereotipi di genere che hanno accompagnato la nostra cultura, sono stati per lungo tempo motivo di esclusione delle donne da molte professioni, compresa la fotografia.

A Senigallia Maria Spes visse fino ai suoi 16 anni; è qui che realizzò i primi scatti, assieme al padre Beniamino, anch’esso fotografo. Più tardi si trasferì a Tolentino dove continuò il suo impegno in modo professionale.

Pronipote del vescovo di Senigallia Ignazio Bartoli (dal 1880 al 1895) è nata in una famiglia di nobili origini votata dall’arte. Per lei la fotografia fu un mestiere ma anche un modo per conoscersi nel profondo dato che l’archivio conserva numerosi autoritratti di straordinaria bellezza.

Il teatro sarà l’altra presenza importante nella sua vita. Dopo gli esordi a Senigallia insieme al padre, ella fece parte del Circolo Mandolinistico-Filodrammatico di Tolentino e nel dopoguerra della Filodrammatica “A. Parisani” e della sezione filodrammatica del gruppo goliardico “S. Bezzi”.

Il fatto che Maria Spes sia nata ed abbia iniziato a fotografare a Senigallia ha inoltre un valore considerevole che  anticipa l’inizio della storia custodita e valorizzata dal progetto Senigallia città della fotografia alla seconda metà dell’800.

La mostra racconta la vita della fotografa Maria Spes Bartoli. Nata a Senigallia nel 1888 fu la prima donna fotografa professionista ad aprire un suo atelier nelle Marche, nel 1924.

In esposizione opere originali realizzate tra la fine del ‘800 e i primi decenni del ‘900 relativi alla sua attività fotografica lavorativa e a quella artistica, privata, incentrata sull’autoritratto e sul teatro.

I soggetti spaziano in vari ambiti: architettura, vita quotidiana, le maestranze cittadine, la famiglia e le loro frequentazioni piuttosto altolocate, il collegio Bartoli  e il Seminario vescovile seguiti dallo zio vescovo Ignazio, le loro attività teatrali e alcuni eventi storici.

A Senigallia Maria Spes realizzò i primi scatti assieme al padre Beniamino e dunque su questa città sono esposti numerosi scatti inediti realizzati dai Bartoli.

Fra questi anche quattro stampe della storica tipografia di Giovanni Puccini, padre di Mario e molte vedute di città delle Marche e rare cartoline.

20 ottobre 2023 _ 8 gennaio 2024 – Senigallia, Palazzetto Baviera

RIDERE SUL SERIO – Marina Alessi

Marina Alessi, fotografa. Giovane abbastanza per innamorarsi della vita e “grande” abbastanza per aver affinato le qualità e le tecniche che le permettano di raccontare ciò di cui la vita l’ha fatta innamorare.

L’arte del saper comunicare la interessa assai, a partire dalla scrittura e dal segno. Il teatro soprattutto. Ma anche la televisione, il cinema.

Poi il cabaret, che del teatro è la forma più diretta, lineare e sfaccettata, per non dire sfacciata. Non c’è la quarta parete, al cabaret, per questo non ci può essere un tipo di obiettivo che freni.

C’è il corpo, sì. Ci sono la parola, il gesto, la provocazione complice. Finiscono dentro l’obiettivo che obiettivo non è mai del tutto, in mano a un bravo fotografo. Davanti alla macchina fotografica, nell’occhio di Marina, c’è gente che non recita, o se recita lo fa capire, di modo che il salto verso la finzione, diventi un gioioso balzo mortale complice, che riporti al reale. Le foto, fatte da Marina, dei comici e del loro mondo sono morbide, fresche anche quando raccontano percorsi magari complessi. Ma sono vere, credibili, quasi sempre serene e coinvolgenti. I comici sanno raccontare perché sanno raccontarsi. Soprattutto Marina Alessi sa raccontarli perché ha imparato a conoscere i comici e a coglierne gli stimoli.

La storia professionale di Marina Alessi non è per nulla banale. Ha pubblicato diversi libri, gli ultimi soprattutto sul comico in tv e in cabaret.

Sono artistiche, le foto di Marina, ma mai sofisticate inutilmente. Sono vere. Dirette, raccontano la realtà, quasi accarezzandola. Garbate e credibili.

Con Marina Alessi, fotografa, il gioco è scoperto: mettersi a nudo come si fosse vestiti. E magari in abito da sera come si fosse nudi. Un gioco, come sempre quando ti propone di raccontarti e di raccontare qualcosa. Poi, a lavoro terminato, quel qualcosa sai già che ti aiuterà a capirti di più

Dal 6 novembre – Cinema Anteo Milano

MICHEL HADDI: BEYOND FASHION

Michel Haddi, <em>Georgia May Jagger</em>, Paris, 2017. Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery
© Michel Haddi | Michel Haddi, Georgia May Jagger, Paris, 2017. Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery

29 ARTS IN PROGRESS gallery è lieta di annunciare la mostra ‘MICHEL HADDI: BEYOND FASHION’, la prima grande personale a Milano del fotografo franco-algerino Michel Haddi.
Il progetto espositivo si svilupperà in due appuntamenti: il primo dal 19 ottobre al 22 dicembre 2023 e il secondo dal 16 gennaio al 16 marzo 2024.

In mostra le immagini più rappresentative di una carriera lunga più di 40 anni, parte di un archivio sterminato di volti celebri, top model, icone e leggende della musica e dell’arte. Da Liza Minnelli a David Bowie, da Cameron Diaz a Jennifer Lopez e Angelina Jolie, passando per inaspettate Naomi Campbell e Kate Moss, Linda Evangelista, Stephanie Seymour, Yasmin Le Bon e Veruschka, solo per citarne alcune.

Infiniti i volti ritratti da Haddi che ha saputo catturare lo spirito del suo tempo attraverso le personalità che hanno animato la storia della moda, del cinema e della musica.

Uno sguardo intimo, personale, anticonvenzionale come quasi tutta la sua carriera, ben lontana da quella del classico fotografo di moda: sopravvissuto ad un’infanzia turbolenta con il sogno di diventare fotografo, Haddi dedicherà la sua vita a raccontare alcuni dei protagonisti dei cambiamenti storici e culturali dell’ultimo secolo con una rara abilità nel saper cogliere, e poi restituire, l’essenza più profonda dei suoi soggetti.

Il percorso espositivo, che si sviluppa in due fasi, permetterà al pubblico ed ai collezionisti di cogliere l’essenza dell’opera di Haddi tanto nelle più raffinate immagini in bianco e nero realizzate in studio, quanto negli scatti più inconsueti carichi di un’anima street e urban ma anche di ironia e sensualità che evidenziano la poliedrica personalità dell’Artista.

Con l’obiettivo di rendere onore ad una produzione vastissima, la seconda fase espositiva presenterà al pubblico oltre a nudi e scatti inediti, anche suggestive immagini dai colori brillanti e dalle atmosfere tropicali americane anni Novanta, spesso legate ad alcune emblematiche campagne pubblicitarie create da Haddi per brand internazionali come Versace, Chanel, Armani, Yves Saint-Laurent.

Haddi, la cui traduzione letterale dalla lingua semitica è ‘colui che vede’, è riuscito nell’ardua impresa di vedere, appunto, la vera natura di chi posava per lui dietro l’obiettivo – attori, modelle o persone comuni – e a realizzarne un’immagine ora ironica, ora profonda: tutte le sue fotografie hanno una storia da raccontare perché sono immagini autentiche, che giocano con le più comuni emozioni umane e diventano, proprio per questo, indelebili.

Le due fasi espositive saranno animate da eventi live con Michel Haddi volti a favorire l’interazione e il dialogo tra l’Artista e il pubblico della città di Milano.
Seguiranno aggiornamenti sui dettagli e le modalità di partecipazione.

Dal 19 Ottobre 2023 al 16 Marzo 2024 – 29 ARTS IN PROGRESS gallery – Milano

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MARIO DE BIASI E MILANO. EDIZIONE STRAORDINARIA

Mario De Biasi, <em>Galleria Vittorio Emanuele II, Milano, anni Cinquanta</em> I © Mario De Biasi per Mondadori Portfolio
Mario De Biasi, Galleria Vittorio Emanuele II, Milano, anni Cinquanta I © Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

Un saggio visivo sull’opera di Mario De Biasi (1923-2013), fotografo versatile, definito da Enzo Biagi come “l’uomo che poteva fotografare tutto”. E in questo tutto ha prediletto il capoluogo lombardo, dove si trasferì a 15 anni. Così a cento anni dalla sua nascita, il Museo Diocesano di Milano gli dedica – dal 14 novembre 2023 al 21 gennaio 2024 – un’Edizione Straordinaria che raccoglie una serie di scatti iconici dedicati alla sua città d’adozione.   
 
La mostra “MARIO DE BIASI E MILANO. Edizione Straordinaria”, organizzata e prodotta da Mondadori Portfolio in collaborazione con il Museo Diocesano di Milano e curata da Maria Vittoria Baravelli con Silvia De Biasi, presenta 70 fotografie vintage, provini e scatti inediti di uno degli autori più apprezzati del secondo Novecento italiano, che per trent’anni documentò la storia del nostro Paese attraverso le pagine del periodico di Arnoldo Mondadori Editore, “Epoca”.
Il percorso espositivo – costituito da opere provenienti dall’Archivio Mondadori e dall’Archivio De Biasi – consentirà al pubblico di conoscere il linguaggio personale che il fotografo adattò a contesti molto diversi tra loro. E, in particolare, a Milano.
 
Il Duomo, la città, la gente e la moda, senza ordine o punteggiatura”, racconta Maria Vittoria Baravelli, “Milano è quinta e campo base, luogo di una danza infinita da cui De Biasi parte per tornare sempre, dedito a immortalare dalla Galleria ai Navigli, alla periferia, una città che negli anni Cinquanta e Sessanta si fa specchio di quell’Italia che diventa famosa in tutto il mondo“.
 
Uno sguardo lucido ed evocativo al tempo stesso, quello di De Biasi, capace di raccontare con immediatezza e originalità un momento controverso della storia d’Italia. Nelle trame ordinate dei suoi scatti si leggono infatti i cambiamenti storici e culturali del Paese, che negli anni ’50 e ’60 andava assestandosi su una rinnovata identità culturale. Rinascita che in Milano trovava sintesi e negli scatti di De Biasi eloquente espressione.
L’esposizione si snoda attraversando idealmente la città, dal suo centro nevralgico fino alle periferie. Ci sono i turisti che s’affacciano dal tetto del Duomo e che affollano i bar della Galleria Vittorio Emanuele II, ma anche i pendolari alla stazione ferroviaria di Porta Romana. E poi San Babila, l’Arco della Pace, scorci di una Milano oggi impossibile dove le chiatte risalgono i Navigli e tutti si meravigliano del mondo che cambia.
L’approccio autoriale di De Biasi si arricchisce dell’acume giornalistico nel 1953, quando viene assunto come fotoreporter da Epoca. Rivista iconica del tempo, ideata sul modello dei periodici statunitensi illustrati, di cui facevano parte, tra gli altri, Aldo Palazzeschi e Cesare Zavattini.
In una pubblicazione che si distingueva per la raffinata impostazione grafica, secondo il direttore Enzo Biagi, De Biasi era l’unico in grado di garantire sempre al giornale “la foto giusta”, anche se per guadagnarla doveva rischiare la vita tra pallottole e schegge di granata, nei tanti servizi bellici della sua carriera. Oppure confrontarsi con i grandi personaggi dell’epoca tra intellettuali, attrici e artisti.
Totalmente inediti i provini di Moira Orfei acrobata e i frame che precedono e seguono il celebre scatto Gli Italiani si voltano, realizzato nel 1954 per il settimanale di fotoromanzi Bolero Film, che Germano Celant scelse per aprire la mostra “Metamorfosi dell’Italia”, organizzata nel 1994 al Guggenheim di New York. L’immagine immortala un gruppo di uomini che osservano Moira Orfei, inquadrata di spalle e vestita di bianco mentre passeggia per il centro di Milano.
La mostra si chiude con una sezione di fotografie che De Biasi realizzò nei suoi viaggi extra europei: dall’India alla Rivoluzione di Budapest, dal Giappone alla Siberia, fino ad arrivare all’allunaggio con i celebri scatti a Neil Amstrong.

Dal 14 Novembre 2023 al 21 Gennaio 2024 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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LUIGI&IANGO. UNVEILED

Luigi&Iango, Madonna
© Luigi&Iango | Luigi&Iango, Madonna

Dal 22 settembre al 26 novembre Palazzo Reale presenta “Unveiled”, la prima personale di Luigi Murenu e Iango Henzi, duo fotografico riconosciuto a livello internazionale per la raffinata ricerca estetica. La mostra, allestita nell’Appartamento dei Principi ad ingresso gratuito, è promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale con 2B Management.
 
Una selezione di più di 100 stampe fine art – alcune delle quali ancora inedite – e opere provenienti dai loro archivi, i “dietro le quinte” dei loro set, materiali di scena e video accompagneranno i visitatori e le visitatrici in un mondo di bellezza ed eleganza: dalle icone della cultura contemporanea (Marina Abramovic, Mikhail Baryshnikov) al Kabuki giapponese, fino ai ritratti di top model, artisti e performer (Cate Blanchett, Cher, Mahmood, Dua Lipa, Penélope Cruz e Pedro Almodovar e molti altri).    
 
Al centro della mostra, una sala interamente dedicata alle loro collaborazioni creative con Madonna, con molte immagini inedite e vere e proprie installazioni. Luigi e Iango orchestrano ogni shooting in modo corale e intimo, rendendo tutte le persone ritratte non solo soggetti ma interpreti della coreografia delle immagini. Il loro è sempre un set-laboratorio, molte volte allestito nella casa-studio di New York, dove nessuno è spettatore e dove tutti sono insieme registi e attori recitanti. Dalle top model di ieri ai nuovi modelli di bellezza, dalle celebrità ai talenti sconosciuti, la comunità ritratta dal duo diventa una sinfonia umana di voci prima che di visioni.
 
Ed ecco il concetto di svelamento, di Unveil: nei loro scatti la bellezza non si traduce in un modello inarrivabile o in uno stereotipo patinato, ma diventa uno strumento di ricerca della verità, un modo per svelare un paradigma del bello più libero e più umano. Il fine è semplice ed è sempre lo stesso: restituire a ogni soggetto fotografato lo specchio della propria diversità.
 
Luigi Murenu e Iango Henzi, Luigi&Iango hanno scattato finora più di 300 copertine di Vogue – quasi sempre in bianco e nero, il loro mezzo preferito – e ritratti d’innumerevoli celebrità. Artisti sinceramente e generosamente dediti alla solidarietà, da anni lavorano con amfAR per la quale hanno raccolto più di un milione di dollari donando le loro stampe fine art.
 
Il loro lavoro è apparso in musei di tutto il mondo, tra cui il Brooklyn Museum, il Montreal Museum of Fine Arts, la Kunsthal Rotterdam, l’Hypo-Kunsthalle a Monaco, il Musée des arts Décoratifs a Parigi e al Padiglione francese per l’Esposizione Universale 2020 di Dubai.   

Dal 22 Settembre 2023 al 26 Novembre 2023 – Palazzo Reale – Milano

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TUTTE LE STELLE PORTANO A ROMA. RITRATTI FOTOGRAFICI DI LUIGI DE POMPEIS

<em>Leonardo Di Caprio, Martin Scorsese, Robert De Niro - Festival di Cannes</em>, 2023 I Foto: Luigi de Pompeis
Leonardo Di Caprio, Martin Scorsese, Robert De Niro – Festival di Cannes, 2023 I Foto: Luigi de Pompeis

Dal 18 al 29 ottobre, nell’ambito della diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma, sarà possibile ammirare gratuitamente nel Foyer Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica la mostra Tutte le stelle portano a Roma. Ritratti fotografici di Luigi de Pompeis che prosegue anche negli spazi di WeGil, l’hub culturale della Regione Lazio gestito da LAZIOcrea, dal 23 ottobre al 12 novembre 2023.

La rassegna espositiva presenta i volti di grandi attori e attrici ritratti dagli scatti d’autore di Luigi de Pompeis, noto fotoreporter. Circa 40 immagini in bianco e nero, selezionate dalla curatrice Georgiana Ionescu: risate, sguardi, foto di gruppo, espressioni e personaggi che attraversano un unico grande tema, il cinema, qui raccontato attraverso i diversi Festival.

Un labirinto di volti con immagini in bianco e nero di artisti italiani ed internazionali, pose, sogni di personaggi del mondo del cinema e dello spettacolo. Un ritratto collettivo di anime incontrate da Luigi de Pompeis nel corso della sua carriera in giro per il mondo.

Da Paolo Sorrentino a Juliette Binoche, da Angelina Jolie a Tom Hanks, passando per Nanni Moretti, Michael Douglas e Isabella Rossellini, solo per citarne alcuni, tutti rigorosamente in bianco e nero, per raccontare la mitologia del Cinema attraverso tre grandi Festival cinematografici europei: Roma col suo meraviglioso tappeto, Cannes con la sua magica Montée e Venezia, il più antico festival cinematografico del mondo, con la sua stupenda passerella al Lido.

La mostra, nelle sue due sedi, rientra nel palinsesto di eventi e attività collaterali previste in occasione della Festa del Cinema.
“La fotografia di de Pompeis ci rivela fin da subito un artista non tanto interessato al gossip o agli importanti eventi mondani, quanto alla possibilità di mostrare, attraverso i volti delle star che ritrae, la felicità silenziosa di un istante, cogliendo l’attimo. Il fotografo cattura abilmente i suoi soggetti, tra luci e ombre di flash continui, e riesce a mettere in risalto le loro emozioni, senza pregiudicarne la naturalezza, escludendo la teatralità tipica del contesto. Gentile e umile, estremamente rigoroso e appassionato, sarcastico al punto giusto, brillante nello sfruttare l’attimo, Luigi de Pompeis ci racconta il Cinema”, afferma Georgiana Ionescu.

“La mia esperienza come fotografo mi ha portato a conoscere tante persone e a trovarmi in tante situazioni belle e particolari. Dopo la mostra dello scorso anno, continuo a narrare eventi importanti visti con i miei occhi, la mia lente e le mie emozioni. Roma è il mio punto di partenza ed il punto di arrivo di questa mostra, che attraversa tre Festival e cerca di raccontarne la vita.”, dichiara il fotografo Luigi de Pompeis.

Le strade di questi tre Festival, con le loro emozioni e i tanti protagonisti, si riuniscono in un’unica esposizione su due sedi che racchiude l’essenza del cinema e che rappresenta l’affresco degli artisti che Luigi de Pompeis ha incontrato nel suo percorso professionale. 

Grazie ad un QRCODE, i visitatori potranno ammirare gli scatti che Luigi de Pompeis farà durante la Festa del Cinema di Roma, così da renderli compartecipi del tappeto di stelle che animerà l’edizione 2023.

In parallelo e ad accompagnare l’esposizione alcuni talk pomeridiani rivolti a piccole platee in conversazione con i professionisti del cinema.

La mostra di Luigi de Pompeis ha il supporto di Regione Lazio, di cui si ringrazia il responsabile struttura cinema e audiovisivo Lorenza Lei, è promossa da Fondazione Cinema per Roma, con gli auspici della Presidenza Commissione Cultura, Scienza, Istruzione della Camera dei Deputati, organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fondazione Ludovico degli Uberti, Media Partner Urban Vision.

Dal 18 Ottobre 2023 al 12 Novembre 2023 – Auditorium Parco della Musica / WeGil – Roma

FOTO/INDUSTRIA 2023 – GAME. L’INDUSTRIA DEL GIOCO IN FOTOGRAFIA

Olivo Barbieri, Flippers, 1977-78
Olivo Barbieri, Flippers, 1977-78

Fondazione MAST annuncia la sesta edizione di Foto/Industria, l’unica biennale al mondo di fotografia dell’industria e del lavoro, a Bologna dal 18 ottobre al 26 novembre sotto la direzione artistica di Francesco Zanot.
L’industria del gioco, GAME, è il tema del percorso fotografico di quest’anno ed è declinato in dodici mostredi cui undici personali e una collettiva, allestite in 10 sedi del centro storico e al MAST. 
La mostra in corso al MAST, che propone un percorso sulle opere di grande formato dell’artista Andreas Gursky, entra a far parte della Biennale del 2023. Con la sua ricerca sulla relazione tra immagine e realtà Gursky esplora anche l’invenzione dello spazio reale, come avviene nei giochi e/o nei videogiochi.

Foto/Industria 2023 è l’edizione del decimo anniversario di Fondazione MAST e rientra nelle iniziative per i 100 anni dell’impresa G.D“Fare del lavoro una cultura e della cultura un lavoro”: sono le parole che legano queste due realtà e che rappresentano da un lato la cultura aziendale dell’impresa che si è consolidata nel tempo (G.D) e dall’altra quella della creazione di uno spazio innovativo e partecipativo di produzione del pensiero sul lavoro (MAST). 
Dai giochi per bambini ai luna park, dai casinò ai giochi di ruolo, fino ai videogame, il settore del gioco ha assunto proporzioni senza precedenti, incorporando tematiche di straordinaria rilevanza e attualità.

“L’indagine su un’attività universalmente diffusa come il gioco” – spiega Francesco Zanot – “che non conosce limiti di genere, età, luogo, ha rivelato punti di vista complessi e articolati, finalizzati a diversi obiettivi: dall’intrattenimento all’apprendimento, dal riposo alla gratificazione”.  Il legame con i temi della produzione industriale e del lavoro, alla base di ogni edizione di Foto/Industria, si riferisce qui a un comparto di grande ampiezza e solidità, capace di rinnovarsi nel corso del tempo per incontrare i cambiamenti del gusto e delle abitudini e dimostrarsi sempre estremamente ricettivo nei confronti dell’innovazione tecnologica, di cui costituisce uno dei principali destinatari e un banco di prova per ulteriori utilizzi.

Le dodici mostre di Foto/Industria2023 rappresentano una timeline di visioni sul tema del gioco a partire dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri e offrono l’occasione di osservare e approfondire la ricerca di una selezione di artisti internazionali (tra cui giovani emergenti e protagonisti della scena mondiale) attraverso undici personali e una mostra collettivaEricka Beckman (Stati Uniti, 1951), Olivo Barbieri (Italia, 1954) e Raed Yassin (Libano, 1979) esplorano alcune strutture tipiche del gioco cogliendone gli aspetti culturali, la dimensione simbolica e le relazioni con altri modelli sociali; Heinrich Zille (Germania, 1858-1929), Linda Fregni Nagler (Italia, 1976) e Daniel Faust (Stati Uniti, 1956) sono orientati all’osservazione dello spazio del gioco, che nello specifico si estende dalla scala del luna park di Berlino alla fine dell’Ottocento ai playground che punteggiano le città contemporanee, fino a un’analisi quasi-tipologica di Las Vegas, dove il gioco ha determinato l’architettura e l’urbanistica di un’intera città; il rapporto tra gioco, identità e relazioni sociali è invece al centro delle ricerche di Hicham Benohoud (Marocco, 1968), Danielle Udogaranya (Regno Unito, 1991) ed Erik Kessels (Paesi Bassi, 1966), i cui lavori spaziano dal valore pedagogico del gioco al suo ruolo nella formazione dell’immagine di sé, dalla maschera alla costituzione di un’esperienza sociale; nelle opere di Andreas Gursky (Germania, 1955), Cécile B. Evans (Stati Uniti/Belgio, 1983) e nella collettiva Automated Photography (organizzata in collaborazione con l’ECAL/University of Art and Design Lausanne) si investiga il tema dell’invenzione della realtà, alla base dell’esperienza del gioco sia come puro esercizio della fantasia sia nel senso della costruzione di veri e propri universi virtuali alternativi, all’interno dei quali si svolgono le avventure dei videogame.
Le molteplicità del tema del gioco sono oggetto di un ampio programma di talk, proiezioni, presentazioni e workshop per il pubblico.
Ai più giovani è dedicato un booklet per scoprire le mostre attraverso racconti, curiosità e giochi da svolgere negli spazi espositivi e a casa.
Il catalogo della Biennale è pubblicato da Fondazione MAST con la prefazione della Presidente Isabella Seràgnoli e un testo di approfondimento critico di Francesco Zanot.

Dal 18 Ottobre 2023 al 26 Novembre 2023 – Bologna – sedi varie

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FOTOGRAFICA. IL FESTIVAL DI FOTOGRAFIA BERGAMO. VI EDIZIONE – NOI, QUI

Gianmarco Maraviglia, Cover Me With Gold
Gianmarco Maraviglia, Cover Me With Gold

Scolpito dall’ombra e dalla luce, filtrato da uno sguardo, impresso attraverso un obiettivo, è così che ogni attimo diventa eterno. Proprio per questo si intitola “NOI, QUI” la quarta edizione di Fotografica, Festival di Fotografia Bergamo – organizzata da Associazione Fotografica APS in collaborazione con il Comune di Bergamo e con il sostegno dei main sponsor Artedil di Campenni Rocco & C. Srl e BPER Banca e del partner istituzionale Istituto per il Credito Sportivo – che mette al centro della sua indagine l’essere umano, esplorandone i valori e le emozioni

12 le mostre di respiro internazionalepresentate e allestite in due contesti architettonici di grande pregio in Città Alta a Bergamo, frutto del lavoro di altrettanti fotografi, come racconta Daniela Sonzogni, Direttrice del Festival: NOI, QUI è un’edizione di Fotografica Festival dal sapore speciale: ha la cornice della Capitale della Cultura e ci racconta – attraverso le immagini – l’essere umano in un momento storico particolarmente complesso. Se il progetto Cultura 2023 rappresenta la speranza e il rilancio delle nostre città, Fotografica ha desiderato descrivere i sentimenti, le emozioni e quei valori che ci hanno aiutato a reagire durante la tragica esperienza del Covid, che forse possono guidarci nell’affrontare i grandi temi dell’oggi e a trovare una strada diversa per vincere le grandi sfide del futuro. Il coraggio, la resilienza, il sogno di un futuro migliore, l’integrazione, la cultura come cura. I fotografi ci parlano di NOI, QUI oggi con un linguaggio che ha una forza universale e che ha la capacità di facilitare la nostra consapevolezza. Fotografica racconta la contemporaneità e l’obiettivo del fotografo rappresenta una delle chiavi per comprendere e per aprire nuove finestre sul mondo che viviamo. In continuità con le precedenti edizioni le mostre saranno esposte in luoghi di grande fascino, veri tesori della città di Bergamo, che vengono allestiti con cura e attenzione alla loro storia”.

In programma dal 14 ottobre al 19 novembre 2023 l’edizione di quest’anno, inserita all’interno del palinsesto di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, assume i contorni di un’occasione di rinascita per due città che più di altre hanno dovuto fronteggiare gli albori di un’emergenza sanitaria globale di cui non si conoscevano gli effetti e i confini. A vincere quella sfida sono stati uomini, donne, intere comunità che tornano nel filo conduttore di Fotografica: l’essere umano. Inteso sia come singolarità che come comunità, Fotografica vuole raccontarlo nella più affascinante delle sue sfide: quella del quotidiano. Il risultato è un’alternanza di immagini ora impegnative ora intrise di positività, accumunate però dall’urgenza di mostrare la realtà, parlando direttamente agli occhi e allo stomaco: scatti che provocano sentimenti, reazioni, prese di coscienza. 

“Fotografica si conferma come una delle rassegne di punta della città, contribuendo a dare rilievo alla programmazione della Capitale. Bergamo non solo città dell’opera, del teatro, del cinema, della danza, della musica, ma anche della fotografia, in una sua accezione ben precisa e cercata con attenzione dagli organizzatori. La fotografia che documenta il mondo in cui viviamo, che si fa interprete dei grandi cambiamenti della contemporaneità, di ciò che accade nelle nostre periferie e in città lontane, che racconta le piccole storie di comunità, di persone, di luoghi. Ogni fotografo, con la sua formazione e con la sua sensibilità, sceglie cosa raccontare, regala uno sguardo preciso, fornisce un punto di vista speciale. E lo spettatore è in qualche modo costretto a non volgere lo sguardo, a portarsi a casa un pezzo di quel mondo che non conosce o che non vuole vedere, ascolta, con occhi, storie che vengono da altrove. È la valenza “etica” di cui è permeata certa fotografia che fa la differenza, e che Fotografica ha scelto di portare a Bergamo. Ogni edizione è stata sempre una scoperta, e stimolo a riflessioni su ciò che accade vicino e lontano da noi. L’essere umano è al centro della ricerca di quest’anno e, con le tante mostre – ben dodici – disseminate in Città Alta tra Carmine e Domus Magna, diventa una finestra aperta sul mondo”, spiega Nadia Ghisalberti, Assessora alla Cultura del Comune di Bergamo

Saranno in mostra: In a Window of Prestes Maia 911 Building di Julio Bittencourt; The day may break di Nick Brandt; Between these folded walls, Utopia di Cooper & Gorfer; Elementi di Edoardo Delille; Leaving and waving di Deanna Dikeman; Roma Revolution di Alessandro Gandolfi; Io non Scendo – Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano, a cura di Laura Leonelli; Apnea di Fausto Podavini per Medici Senza Frontiere; La liberazione della follia di Patrizia Riviera; Progetto Sport, tra Dada e movimento ritmo/dinamico in ready di Maurizio Galimberti; Na Ponta Dos Pés di Sebastian Gil Miranda; Cover Me With Gold di Gianmarco Maraviglia. 

Dal 14 Ottobre 2023 al 19 Novembre 2023 – Monastero del Carmine / Ex Magazzini del Sale – Bergamo

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Mostre per il mese di luglio

Sono tante e tutte belle le mostre che vi proponiamo per il mese di luglio! Non perdetele!

Anna

CORTONA ON THE MOVE 2023 – MORE OR LESS

Larry Fink, dalla raccolta 'Class Issues'
© Larry Fink | Larry Fink, dalla raccolta ‘Class Issues’

More or Less è il tema scelto per la 13° edizione di Cortona On The Move, il festival internazionale di fotografia in programma dal 13 luglio al 1° ottobre 2023 a Cortona, nel cuore della Toscana. Il “clou” della manifestazione sarà, come ogni anno, nelle giornate inaugurali del festival (13-16 luglio), quando si danno appuntamento a Cortona i più grandi esperti nazionali e internazionali del mondo della fotografia, impegnati in eventi, presentazioni, talk e workshop, per promuovere la riflessione sull’attualità e sul passato, attraverso uno degli strumenti che meglio sanno indagare la realtà. 

«More or Less è il tema che ho scelto per questa edizione. Queste categorie definiscono il mondo in cui viviamo, le nostre aspirazioni, le nostre paure, le nostre appartenenze. La contrapposizione tra l’abbondanza e la scarsità, il superfluo e l’essenziale, le élite e le masse, l’accumulo e la dispersione. More or Less sono anche temi molto cari alla fotografia, attorno ai quali si sono sviluppati interi generi. A Cortona On The Move 2023 esploreremo More, guardando al passato e al presente, e ci soffermeremo Less sugli stereotipi, offrendo un programma ricco di spunti per comprendere il nostro mondo, e al contempo, povero di semplificazioni.», commenta Paolo Woods, Direttore artistico di Cortona On The Move. 

«Il nostro obiettivo è continuare quell’indagine della contemporaneità e del mezzo fotografico che ha caratterizzato il percorso intrapreso dal festival fin dall’inizio, arricchendola con nuovi valori e strumenti. Non solo opere inedite che aprono prospettive extra e meta-fotografiche, ma anche progetti che vadano oltre il principale medium di riferimento», dichiara Veronica Nicolardi, Direttrice di Cortona On The Move. 

A interpretare la dicotomia tra “più e meno” sono stati invitati più di 30 artistiper 26 mostre allestite tra il centro storico della città, la Fortezza medicea del Girifalco e la “Stazione C” nei pressi della Stazione di Camucia-Cortona. Tra questi alcuni grandi nomi della fotografia internazionale come Larry Fink, di cui sarà esposta la raccolta di opere dal titolo Class Issues. Nel corso della sua carriera pluridecennale, Larry Fink ha prodotto lavori che hanno raccontato in maniera inaspettata la società e la sua divisione in classi, entrando a far parte della storia della fotografia. In mostra sono presentate alcune immagini inedite e una selezione delle sue fotografie più note. E ancora Chauncey Hare con la raccolta WorkingClass Heroes, esposte per la prima volta in Italia. Due le mostre realizzate in collaborazione con Intesa SanpaoloStanding Still di Massimo Vitali, di cui saranno esposti lavori iconici dagli anni ‘90 a oggi, e Il caso “Africo”, dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, che raccoglie il reportage di Valentino (Tino) Petrelli realizzato nel paese dell’Aspromonte nel 1948 e che sarà esposto a Cortona per la prima volta nella sua integrità.

Occhi puntati anche sulle mostre collettive, come Get Rich or Die Tryin’, curata daLars Lindemann e Paolo Woods in partnership con Autolinee Toscane. Dal Bronx alle passerelle delle più grandi case di moda, a 50 anni dalla sua nascita il rap ne ha fatta di strada. La mostra racconta la storia di una cultura creata dai più svantaggiati che, attraverso l’hip hop, hanno trovato una strada verso l’espressione, la propria identità, la creazione e, infine, la ricchezza e l’accettazione. E ancora la collettiva Focus on China, a cura di Lü Peng, Direttore artistico Biennale Chengdu, e Paolo Woods. La mostra, che vedrà la partecipazione dei tre artisti cinesi Hong Lei, Dong Wensheng e Han Lei, nasce dalla collaborazione, avviata quest’anno con Chengdu Biennale, biennale d’arte contemporanea che si svolge a Chengdu, in Cina. Infine, tra le collettive, l’inedita Ambiziosamente tua- Amore e classi sociali nel fotoromanzo a cura di Frédérique Deschamps e Paolo Woods in partnership con Fondazione Mondadori, che mette in mostra i tesori fotografici, alcuni dei quali inediti, della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori a Milano. La Fondazione conserva i negativi e le prime prove fotografiche di diverse centinaia di fotoromanzi pubblicati da Mondadori nella rivista Bolero tra il 1947 e la fine degli anni ‘70

Tra le mostre in programma, la raccolta Scalandrê di Marco Zanella, vincitore della XVIII edizione del premio Amilcare G. Ponchielli, e il progetto The Anthropocene Illusion di Zed Nelson, vincitore del Cortona On The Move Award 2022.

Per quanto riguarda le nuove collaborazioni che da quest’anno il festival può annoverare, e che vanno ad aggiungersi a quelle ormai consolidate, oltre a quella già citata con Chengdu Biennale, anche l’avvio della collaborazione con la Fondation Carmignac che quest’anno porta a Cortona The Wells Run Dry di Fabiola Ferrero, dodicesima vincitrice del Carmignac Photojournalism Award.

Infine, dopo il successo della passata edizione, per il secondo anno consecutivo tutte le mostre di Cortona On The Move 2023 saranno ad accesso gratuito per i cittadini residenti a Cortona.

TUTTE LE MOSTRE DI CORTONA ON THE MOVE 2023

●      Get Rich or Die Tryin’– a cura di Lars Lindemann & Paolo Woods. In partnership con Autolinee Toscane 
●      Larry Fink – Class Issues
●      Ambiziosamente tua – Amore e classi sociali nel fotoromanzo– a cura di Frédérique Deschamps & Paolo Woods. In partnership con Fondazione Mondadori
●      Massimo Vitali – Standing Still – in partnership con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia
●      Il caso “Africo” – Dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo. A cura di Paolo Woods. Supervisione scientifica di Barbara Costa. Ricerca iconografica di Serena Berno e Silvia Cerri
●      Chauncey Hare – Working Class Heroes
●      Fabiola Ferrero – The Wells Run Dry. In collaborazione con Fondation Carmignac
●      Nick Hannes – Garden of Earthly Delights
●      Reiner Riedler – Memory Diamonds
●      Barbara Iweins – Katalog
●      Nikita Teryoshin – Nothing Personal – The Back Office of War
●      Michaël Zumstein – Aka Zidane
●      Irina Werning – Lessons on How to Survive Inflation From a Pro
●      James Mollison – Where Children Sleep
●      Sebastián Montalvo Gray – Detonate
●      Karen Knorr – Belgravia
●      Marco Tiberio & Maria Ghetti – Invisible Cities Calais
●      Gerald von Foris – One Day, Son, This Will All Be Yours
●      Hans Eijkelboom – 10-Euro Outfits
●      Zed Nelson – The Anthropocene Illusion. Vincitore Cortona On The Move Award 2022
●      Marco Zanella – Scalandrê. A cura di Benedetta Donato | GRIN – Gruppo Redattori Iconografici Nazionale. Progetto vincitore della XVIII edizione del premio Amilcare G. Ponchielli
●      Fausto Podavini – Apnea. In partnership con Medici Senza Frontiere
●      Marco Garofalo – Ultima Chance. In partnership con Autolinee Toscane
●      Focus on China – a cura di Lü Peng e Paolo Woods. In collaborazione con Chengdu Biennale
           Hong Lei – A Trilogy of Evolution
Dong Wensheng – Wilderness
Han Lei – Assemblage
●      Marina Planas – Warlike Approaches to Tourism: All Inclusive. In collaborazione con Institut d’Estudis Baleàrics
●      Cince Johnston Freddy & Ceydie. In collaborazione con Rencontres internationales de la photographie en Gaspésie

Dal 13 Luglio 2023 al 01 Ottobre 2023 – Cortona (AR) sedi varie

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SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS 2023

Lee Ann Olwage, South Africa, Winner, Professional Competition, Creative, Sony World Photography Awards 2023

Creati dalla World Photography Organisation e acclamati in tutto il mondo, i Sony World Photography Awards rappresentano uno degli appuntamenti più importanti per il settore fotografico internazionale. Aperti a tutti a titolo gratuito e ormai giunti alla 16° edizione, gli Awards rappresentano un importantissimo sguardo sul mondo della fotografia contemporanea e offrono agli artisti, sia affermati che emergenti, la straordinaria opportunità di esporre il proprio lavoro. Inoltre, offrono l’occasione per riconoscere i fotografi più influenti al mondo.

I Sony World Photography Awards sono promossi dalla World Photography Organisation e da Sony e comprendono i premi Professional, Open Youth e Student. Prima di essere esposte nelle sale del Museo Docesano, le opere vincitrici dei Sony World Photography Awards 2023, assegnati lo scorso aprile durante la Cerimonia internazionale di Londra, sono state esposte presso la Somerset House di Londra.
Fra le opere in mostra si potrà ammirare “Our War” del portoghese Edgar Martins, vincitore assoluto del titolo di Photographer of the Year con il suo personalissimo tributo all’amico e fotoreporter Anton Hammerl, ucciso durante la guerra civile libica del 2011. Esposto anche il lavoro di Alessandro Cinque, vincitore del Sustainability Prize, ideato in collaborazione con la United Nations Foundation e l’iniziativa Picture This di Sony Pictures per premiare le storie, le persone e le organizzazioni che, con le loro azioni, perseguono uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
Tra le opere in mostra anche quelle degli altri fotografi italiani che si sono classificati al secondo e terzo posto in diverse categorie del concorso Professional: Noemi Comi e Edoardo Delille e Giulia Piermartiri, 2° e 3° posto per Fotografia Creativa; Bruno Zanzottera e Fabio Bucciarelli, 2° e 3° posto secondo per Paesaggio; Andrea Fantini e Nicola Zolin, 2° e 3° posto per Sport.

Dal 17 luglio al 3 settembre – Museo Diocesano di Milano – Chiostri di S. Eustorgio

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GABRIELE BASILICO. RITORNI A BEIRUT_ BACK TO BEIRUT

Gabriele Basilico, Beirut 2003
© Gabriele Basilico | Gabriele Basilico, Beirut 2003

Ad Alessandria inaugura il 16 giugno la mostra GABRIELE BASILICO – Ritorni a Beirut_ Back to Beirut presso le Sale d’Arte in via Machiavelli 13. 
L’esposizione voluta dall’Amministrazione Comunale di Alessandria, è organizzata dall’Azienda Speciale Multiservizi Costruire Insieme in collaborazione e con la cura di Giovanna Calvenzi dell’Archivio Gabriele Basilico e Christian Caujolle, direttore artistico.

La mostra presenta il lavoro realizzato da Gabriele Basilico durante quattro missioni fotografiche a Beirut nel 1991, 2003, 2008 e 2011. È una mostra che viene proposta per la prima volta in Italia e che vuole ricordare la relazione profonda e appassionata che ha legato Gabriele Basilico alla città libanese che nel corso degli anni è diventata anche uno dei cardini centrali del suo impegno con la fotografia.
 
Questo il sintetico riassunto delle quattro missioni.
 
Nel 1991 la scrittrice libanese Dominique Eddé, per incarico della Fondazione Hariri, invita un gruppo internazionale di fotografi a documentare l’area centrale della città di Beirut, straziata da una guerra durata quindici anni, prima della sua ricostruzione. Al progetto partecipano Gabriele Basilico, René Burri, Raymond Depardon, Fouad Elkoury, Robert Frank e Josef Koudelka.
 
Nel 2003 Stefano Boeri, direttore della rivista di architettura “Domus”, propone a Gabriele Basilico di documentare la ricostruzione della città, non per selezione di singole architetture ma per vedute urbane corrispondenti alle riprese fotografiche realizzate nel 1991.
 
Nel 2008 Gabriele Basilico è a Beirut per la presentazione di una sua mostra al Planet Discovery Center. Continua a fotografare la città, a documentarne la ricostruzione, questa volta senza uno specifico incarico e allontanandosi anche dal centro storico.
 
La Fondazione Hariri decide nel 2009 di lanciare una seconda missione di documentazione fotografica collettiva con l’obiettivo di creare un archivio visivo che testimoni lo sviluppo della città. Invita quindi Fouad Elkoury (presente nel 1991 e che coordina la nuova missione), Klavdij Sluban, Robert Polidori e Gabriele Basilico, che lavorerà a Beirut nel 2011.
 
Lo stesso Basilico ha scritto nel 2003: “La pratica del ritornare crea una singolare disposizione sentimentale: come l’attesa per un appuntamento desiderato, un risvegliarsi della memoria per luoghi, oggetti, persone, come se si riaccendesse il motore di una macchina ferma da tempo. Per Beirut è stato anche di più”.

Dal 16 Giugno 2023 al 01 Ottobre 2023 – Sale d’Arte – Alessandria

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ANDREAS GURSKY: VISUAL SPACES OF TODAY

Andreas Gursky, Salinas, 2021 © Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn, Germany
Andreas Gursky, Salinas, 2021 © Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn, Germany

La mostra Andreas Gursky. Visual Spaces of Today, la prima antologica in Italia dell’artista, curata da Urs Stahel insieme al fotografo tedesco Andreas Gursky, segna l’inizio della celebrazione di due ricorrenze: i 100 anni dell’impresa G.D e i 10 anni di Fondazione MAST
“Fare del lavoro una cultura e della cultura un lavoro”: sono parole che legano insieme queste due realtà, che rappresentano da un lato la cultura aziendale dell’impresa che si è consolidata nel tempo e dall’altra quella della creazione di uno spazio innovativo e partecipativo di produzione del pensiero sul lavoro.

Gli spazi visuali delle opere fotografiche selezionate da Urs Stahel e Andreas Gursky per questa mostra riflettono questi mondi tematici. Le potenti immagini dell’artista tedesco aprono a nuove modalità di concepire il lavoro, l’economia e la globalizzazione e svelano visioni concrete di siti produttivi, centri di movimentazione delle merci, templi del consumo, nodi di trasporto, luoghi di produzione energetica e alimentare, sedi dell’industria finanziaria.

La mostra comprende 40 immagini dell’artista che vive e lavora a Düsseldorf: abbraccia un arco di tempo che va dai primi lavori (Krefeld, Hühner, 1989) alle opere più recenti (V&R II V&R III, 2022), copre grandi distanze tra Salerno (1990) e Hong Kong (2020) e combina la moderna industria del turismo (Rimini, 2003) con processi di produzione millenari (Salinas, 2021).

Andreas Gursky è considerato uno dei maggiori artisti del nostro tempo. Il suo nome, in particolare negli anni Novanta, è stato associato alle fotografie di grande formato. Le sue immagini sono oggi divenute vere e proprie icone contemporanee e hanno contribuito a stabilire lo status della fotografia come arte e quindi come oggetto di collezione sia per i musei sia per i privati.

La finezza con cui Gursky seziona il presente e mette a fuoco i suoi soggetti, andando al fondo delle cose e allo stesso tempo mantenendo nitido il quadro generale, risulta evidente attraverso le sue inconfondibili composizioni visive.

L‘esposizione è accompagnata da un catalogo, pubblicato dalla Fondazione MAST, con la prefazione della Presidente Isabella Seràgnoli e un testo di approfondimento critico di Urs Stahel. 

Dal 25 Maggio 2023 al 07 Gennaio 2024 – Fondazione MAST – Bologna

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Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro

La mostra Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro, che si compone di oltre 200 immagini ed è curata dal direttore artistico di CAMERA Walter Guadagnini e dalla curatrice Monica Poggi, presenta la carriera di Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), autrice che è stata, come scrisse John Szarkowski, “per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista”.

Il percorso di mostra, visitabile dal 19 luglio all’8 ottobre , si concentra in particolare sugli anni Trenta e Quaranta, picco assoluto della sua attività, periodo nel quale documenta gli eventi epocali che hanno modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti. Fra il 1931 e il 1939, il Sud degli Stati Uniti viene infatti colpito da una grave siccità e da continue tempeste di sabbia, che mettono in ginocchio l’agricoltura dell’area, costringendo migliaia di persone a migrare. Dorothea Lange fa parte del gruppo di fotografi chiamati dalla Farm Security Administration (agenzia governativa incaricata di promuovere le politiche del New Deal) a documentare l’esodo dei lavoratori agricoli in cerca di un’occupazione nelle grandi piantagioni della Central Valley: Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti, riportati poi nelle dettagliate didascalie che completano le immagini.

È in questo contesto che realizza il ritratto, passato alla storia, di una giovane madre disperata e stremata dalla povertà (Migrant Mother), che vive insieme ai sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.

La crisi climatica, le migrazioni, le discriminazioni: nonostante ci separino diversi decenni da queste immagini, i temi trattati da Dorothea Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul presente, oltre a evidenziare una tappa imprescindibile della storia della fotografia del Novecento.

La mostra offre quindi ai torinesi e ai turisti un’occasione imperdibile per conoscere meglio l’autrice di una delle immagini simbolo della maternità e della dignità del XX secolo e interrogarsi sul presente.

19 luglio – 8 ottobre 2023 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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GUIDO HARARI. INCONTRI – 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E RACCONTI

Vasco Rossi by Guido Harari
© Guido Harari | Vasco Rossi by Guido Harari

La Fondazione Ferrara Arte e il Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara presentano la grande mostra antologica dedicata a Guido Harari, un suggestivo percorso espositivo allestito nelle sale di Palazzo dei Diamanticon oltre 300 fotografie, installazioni e filmati originali, proiezioni e incursioni musicali, un set fotografico e incontri con l’autore.

La mostra “GUIDO HARARI. INCONTRI – 50 anni di fotografie e racconti”, dal 16 luglio al 1 ottobre 2023 a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, organizzata con Rjma Progetti culturali e Wall Of Sound Galleryripercorre  tutte le fasi della eclettica carriera di Guido Harari: dagli esordi in ambito musicale come fotografo e giornalista, alle numerose copertine di dischi per artisti come Fabrizio De André, Bob Dylan, Vasco Rossi, Kate Bush, Paolo Conte, Lou Reed, Frank Zappa, fino all’affermazione di un lavoro che nel tempo è rimbalzato da un genere all’altro – editoria, pubblicità, moda, reportage – privilegiando sempre il ritratto come racconto intimo degli incontri con le maggiori personalità del suo tempo.

Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni Settanta, quando Harari, ancora adolescente, inizia a coniugare le sue due grandi passioni: la musica e la fotografia. Immagini e sequenze inedite, insieme a filmati d’epoca di backstage, videointerviste, il documentario di Sky Arte a lui dedicato e l’audioguida con la voce narrante dello stesso Harari conducono il visitatore nel cuore del suo processo creativo.

La mostra propone anche una sezione dedicata alla passione parallela per la curatela di libri intesi come una forma di “fotografia senza macchina fotografica” oltre che occasioni di incontri vecchi e nuovi, da cui sono nate le biografie illustrate di Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini, e una dedicata a immagini “di ricerca” inedite che Harari va realizzando da qualche anno come sua personale forma di meditazione in progress.

Una sezione di grande impatto sarà “Occhidi Ferrara”, dove, durante lo svolgimento della mostra, Harari esporrà via via i ritratti su prenotazione che realizzerà nella Caverna Magica, un set fotografico allestito alla fine del percorso espositivo. Oltre alla stampa firmata dal fotografo che sarà consegnata in tempo reale ai soggetti ritratti, una seconda stampa sarà esposta, anche questa in tempo reale, sviluppando una sorta di “mostra nella mostra” che rappresenterà idealmente gli sguardi della città che la ospita.

In occasione della mostra Rizzoli Lizard ha pubblicato “Guido Harari. Remain In Light. 50 anni di fotografie e incontri”, un grande volume di 432 pagine con oltre 500 illustrazioni, che di fatto ne costituisce il catalogo.

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

1. LIGHT MY FIRE. IL BIG BANG DI UNA PASSIONE
La mostra prende le mosse dalla ricostruzione idealizzata della stanza di Harari ragazzino, con tutta l’iconografia che lo ha ispirato: poster, foto, riviste e libri d’epoca, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia.

2. FRONTE DEL PALCO
In una sala immersiva prende vita la dimensione propulsiva dei concerti, cogliendo la melodia cinetica di artisti come Bowie, i Queen, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Marley, Pink Floyd, Paul McCartney, Rolling Stones, Miles Davis, Neil Young, Clash, Led Zeppelin, Prince, Police, Talking Heads, Michael Jackson, Stevie Wonder, James Brown, Nirvana, Simon & Garfunkel, Santana, Ray Charles, Tina Turner, Vasco Rossi, Giorgio Gaber.

3. ALL AREAS ACCESS
Uno sguardo privilegiato e molto ravvicinato sul backstage di tournée e sale di registrazione, alla ricerca di un’intimità con gli artisti, che esploderà presto nella dimensione più esclusiva del ritratto: da Fabrizio De André a Paolo Conte, Lou Reed, Laurie Anderson, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Keith Jarrett, Mark Knopfler, Vasco Rossi, Claudio Baglioni, Gianna Nannini, PFM e altri.

4. REMAIN IN LIGHT
I ritratti dei musicisti del cuore, tra cui Tom Waits, Lou Reed e Laurie Anderson, Jeff Buckley, George Harrison, Keith Richards, Patti Smith, B.B. King, Frank Zappa, Van Morrison, Bob Marley, Eric Clapton, Elton John, Kate Bush, i Clash, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Philip Glass, Peter Gabriel, Nick Cave, George Michael, R.E.M., Iggy Pop, Ute Lemper, Brian Eno e molti altri.

5. IL RITRATTO COME INCONTRO
Alcuni incontri del cuore: lunghe frequentazioni e collisioni isolate, tra cui José Saramago, Wim Wenders, Richard Gere, Pina Bausch, Greta Thunberg, Luis Sepulveda, Amos Oz, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Hanna Schygulla, Lindsay Kemp, Daniel Ezralow, Alejandro Jodorowsky, Noa, Mikhail Baryshnikov, Frank O. Gehry, Robert Altman, Jean-Luc Godard, Madre Teresa.

6. LA MUSICA CHE MI GIRA INTORNO
Le eccellenze della canzone italiana d’autore, le grandi signore della musica italiana, la primavera dei gruppi indie: da Paolo Conte a Franco Battiato, Fabrizio De André, Lucio Dalla, Ivano Fossati, Gino Paoli, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Pino Daniele, Francesco De Gregori, Roberto Vecchioni, Zucchero, Francesco Guccini, Vasco Rossi, Ligabue, Vinicio Capossela, Ezio Bosso, Morgan, Litfiba, C.S.I., Milva, Ornella Vanoni, Mia Martini, Loredana Bertè, Alice, Giuni Russo, Antonella Ruggiero.

7. ITALIANS
I protagonisti della cultura e della società, eccellenze italiane tra Novecento e Duemila, fotografate quasi fossero tutte delle rockstar, da Gianni Agnelli a Rita Levi Montalcini, Ennio Morricone, Nanni Moretti, Roberto Benigni, Umberto Eco, Michelangelo Antonioni, Dario Fo e Franca Rame, Bernardo Bertolucci, Carmelo Bene, Roberto Baggio, Ettore Sottsass, Renzo Piano, Carla Fracci, Vittorio Gassman, Lina Wertmuller, Monica Vitti, Gino Strada, Luciano Pavarotti, Sophia Loren, Giorgio Armani, Carla Fracci, Margherita Hack, Alda Merini, Marcello Mastroianni, Tiziano Terzani, Michelangelo Pistoletto, Enzo Biagi, Miuccia Prada, Liliana Segre, Toni Servillo e molti altri

8. IL SENTIMENTO DELLO SGUARDO. I FOTOGRAFI
I ritratti di alcuni grandi fotografi che hanno ispirato Harari, colti in primi piani che emergono dal buio, quasi a volerlo esorcizzare: Duane Michals, Richard Avedon, Sebastião Salgado, Helmut Newton, Steve McCurry, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli, Franco Fontana, Anton Corbijn con Tom Waits, Paolo Pellegrin.

9. FOTOGRAFARE SENZA MACCHINA FOTOGRAFICA
Una passione parallela: la curatela dei libri, l’editing di testi, documenti e immagini, il recupero e il restauro di archivi dimenticati, il progetto grafico come elemento essenziale del racconto, libri come occasioni di incontri vecchi e nuovi. Le biografie illustrate di Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini, presentate con doppie pagine tratte dai libri e una video proiezione con filmati inediti di lavorazione relativi al libro “Pasolini. Bestemmia”.

10. IN CERCA DI UN ALTROVE
Antidoti ai rituali della fotografia commerciale e ai ritratti di celebrità, sono schegge di reportage, ricerche e sperimentazioni inedite, alla ricerca di nuovi linguaggi che puntino oltre la fotografia.

11. OCCHI DI FERRARA
Durante il periodo di apertura della mostra, nell’ultima sala del percorso verranno esposti in tempo reale i ritratti che Guido Harari avrà realizzato nella Caverna Magica, dando vita ad una sorta di “mostra nella mostra” che, una volta completata, rappresenterà idealmente gli sguardi della città.

12. CAVERNA MAGICA
A margine del percorso espositivo il visitatore che lo desideri, prenotandosi in anticipo sul sito http://www.mostraguidoharari.it, potrà farsi ritrarre da Harari nel suo set fotografico, allestito nello spazio adiacente al bookshop di Palazzo dei Diamanti.

Ispirato dai grandi fotografi di rock e jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, Guido Harari si è affermato nei primi Settanta come fotografo e giornalista musicale. Nel tempo ha esplorato e approfondito anche il reportage, il ritratto istituzionale, la pubblicità e la moda, collaborando con le maggiori testate italiane ed internazionali. Numerose le copertine di dischi firmate per artisti internazionali come Kate Bush, David Crosby, Bob Dylan, B.B. King, Ute Lemper, Paul McCartney, Michael Nyman, Lou Reed, Simple Minds e Frank Zappa, oltre ai lavori per Dire Straits, Duran Duran, Peter Gabriel, Pat Metheny, Santana e altri ancora. In Italia ha collaborato soprattutto con Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Angelo Branduardi, Vinicio Capossela, Paolo Conte, Pino Daniele, Fabrizio De André, Eugenio Finardi, Ligabue, Mia Martini, Gianna Nannini, PFM, Vasco Rossi, Zucchero e la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Muti. Ha realizzato diverse mostre personali, tra cui Wall Of Sound presentata al Rockheim Museum in Norvegia, alla Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia, e al Museo nazionale Rossini di Pesaro. È stato anche tra i curatori della grande mostra multimediale su Fabrizio De André, prodotta da Palazzo Ducale a Genova, e di Art Kane. Visionary per la Galleria civica di Modena e per Made in Cloister a Napoli. Tra i suoi libri illustrati Fabrizio De André. E poi, il futuro (2001), The Beat Goes On (con Fernanda Pivano, 2004), Vasco! (2006), Fabrizio De André. Una goccia di splendore (2007), Fabrizio De André & PFM. Evaporati in una nuvola rock (con Franz Di Cioccio, 2008), Mia Martini. L’ultima occasione per vivere (con Menico Caroli, 2009), Gaber. L’illogica utopia (2010), Pier Paolo Pasolini. Bestemmia (2015), The Kate Inside (2016), Fabrizio De André. Sguardi randagi (2018). Nel 2011 ha aperto ad Alba, dove risiede da diversi anni, una galleria fotografica (Wall Of Sound Gallery) e una casa editrice di cataloghi e volumi in tiratura limitata (Wall Of Sound Editions), interamente dedicate all’immaginario della musica.

Dal 16 Luglio 2023 al 01 Ottobre 2023 – Palazzo dei Diamanti – Ferrara

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PHILIPPE HALSMAN. LAMPO DI GENIO

Marilyn Monroe by Philippe Halsman
© Philippe Halsman | Marilyn Monroe by Philippe Halsman

Mostra dedicata a Philippe Halsman, tra i più originali ed enigmatici ritrattisti del Novecento.

In mostra oltre cento immagini di vario formato, tra colore e bianco e nero che percorrono l’intera sua carriera selezionate da Contrasto e Archivio Halsman di New York.

L’esposizione, ideata e curata da Alessandra Mauro presenta per la prima volta in Italia una grande personale dedicata a uno dei più importanti fotografi del Novecento, Philippe Halsman. Nato a Riga (Lettonia) nel 1906, Halsman comincia negli anni Venti la sua carriera di fotografo e diventa celebre a Parigi, negli anni Trenta, lavorando per riviste come “Vogue” e “Vu”. Negli anni Quaranta riesce a ottenere un visto per gli Stati Uniti grazie all’amicizia di Albert Einstein e una volta sbarcato a New York, la sua fama di grande ritrattista si consolida ancora di più. Dalle collaborazioni con le grandi testate, agli intensi ritratti per lo show business hollywoodiano, Halsman ha creato un genere e uno stile unico e rivoluzionario. Le sue fotografie sono frutto di una vulcanica creatività e delle sinergie che si manifestavano nell’incontro con grandi e illustri amici tra cui, il più folle di tutti, Salvador Dalì, con cui realizza una serie straordinaria di immagini surreali e surrealiste. Nella sua lunga carriera di ritrattista, Halsman ha firmato 101 copertine della rivista “Life”: un record incontrastato.

Le immagini sono accompagnate da una documentazione selezionata come le copertine di “Life”, i provini, le testimonianze d’epoca e i filmati per ricordare questo grande interprete della fotografia e offrire allo stesso tempo un’originale riflessione sul ritratto fotografico, la sua genesi e la sua particolarità.

Un’occasione unica per ammirare le sue grandi creazioni, comprendere quale sia la chiave creativa che, ancora oggi, ogni ritratto richiede e, dall’altra parte, passare in rassegna, con le sue opere, i volti della cultura e dello spettacolo del Novecento.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata da Contrasto Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con BNL BNP Paribas e Leica. Il catalogo è edito da Contrasto.

Dal 06 Luglio 2023 al 07 Gennaio 2024 – Museo di Roma in Trastevere

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FERDINANDO SCIANNA. TI RICORDO SICILIA

Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone, 1987
© Ferdinando Scianna | Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone, 1987

“Io guardo in bianco e nero, penso in bianco e nero. 
Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra” 
Ferdinando Scianna

Il 23 giugno nelle sale monumentali del Castello Ursino di Catania apre al pubblico la grande mostra di FERDINANDO SCIANNA.TI RICORDO SICILIA, curata da Paola Bergna e Alberto Bianda, art director, promossa e prodotta dal Comune di Catania e Civita Sicilia.   

Una selezione di oltre 80 fotografie stampate in diversi formati che attraversa l’intera carriera del grande fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento in bianco e nero per evidenziare lo stretto legame che lo unisce alla sua terra d’origine. Ti ricordo, Sicilia, è un vero e proprio viaggio che permette al visitatore, attraverso soggetti, immagini, luoghi, riti, festività ed usanze, di conoscere ed esplorare la terra tanto cara al fotografo.

Il percorso espositivo inizia con un omaggio alla sua città natia, Bagheria, pronta a festeggiare il suo celebre concittadino in occasione dei suoi primi ottant’anni che cadranno il 4 luglio, poi gli scatti dedicati a Marpessa.

Quando, verso la fine degli anni Ottanta, il grande fotoreporter e giornalista Ferdinando Scianna decise di fare il suo ingresso nel mondo della moda furono in molti a stupirsi e magari a storcere il naso. Chiamato dagli allora emergenti Dolce & Gabbana a rappresentarne lo stile, il fotografo siciliano iniziò con la giovanissima modella olandese Marpessa Hennink uno straordinario sodalizio, riprendendola in atmosfere mediterranee cariche di un fascino misterioso e sensuale in continuo equilibrio fra realtà e finzione, arcaismo e modernità diventando una delle muse dell’artista.

Non riesco a ricostruire con esattezza […] l’impressione che Marpessa mi fece al primo impatto. […] Mi colpì il suo sguardo verde, splendente ma inquieto, imbarazzato, non so se leggermente sulla difensiva. Forse ero anch’io un po’ sulla difensiva.” F. Scianna

Da sempre uno dei nomi più noti sulla scena nazionale ed internazionale, Ferdinando Scianna è tra i grandi maestri della fotografia non solo italiana. Primo fotografo italiano a far parte, dall’inizio degli anni Ottanta, della prestigiosa agenzia Magnum, ebbe numerosi legami con personalità del mondo dell’arte e della cultura che segnarono la sua carriera; tra questi Leonardo Sciascia, a cui è dedicata un intero capitolo di mostra e al quale Ferdinando Scianna fu legato da una stretta amicizia. Erano amici, lo sono stati per oltre venticinque anni. Per Scianna, Sciascia è stato un “padre”, un mentore, un maestro.

Si conobbero per caso dopo che Sciascia, accompagnato da un amico in comune, visitò la prima mostra fotografica di Scianna, allestita al circolo della cultura di Bagheria, quando Ferdinando aveva solo 20 anni. Lo scrittore rimase colpito dagli scatti in bianco e nero del giovane fotografo. Ferdinando non c’era ma Sciascia lasciò per lui un generoso messaggio di stima. Per questo Scianna decise di andarlo a trovare nella sua casa a Racalmuto: fu un colpo di fulmine, “a vent’anni avevo trovato la persona chiave nella mia vita”. Da questo incontro nacque la loro prima collaborazione: “Feste religiose in Sicilia” (1965)confoto di Scianna e testi dello scrittore. Con questo volume, che fu un caso politico e letterario in Italia, Ferdinando vinse il Premio Nadar nel 1966.
Sciascia e Scianna lavorarono insieme a diverse altre pubblicazioni come “Les Siciliens” (1977), “La villa dei mostri” (1977), “Ore di Spagna” (1988).
I due furono amici per tutta la vita come testimoniano più di un migliaio di fotografie, per lo più inedite, scattate nelle estati a Racalmuto e nei numerosi viaggi insieme. Un album di famiglia che ritrae Sciascia in una dimensione privata perché “finché non mi ha fatto l’offesa terribile di morire, è rimasto il mio angelo paterno”Fu un rapporto fondamentale nella vita di Ferdinando Scianna che scrive: “l’amicizia è come uno scambio delle chiavi delle rispettive cittadelle individuali, è l’acquisizione del reciproco diritto di utilizzare ciascuno dell’altro, gli occhi, la mente, il cuore”. 
Una piccola parte di queste foto sono diventate un libro: “Scianna fotografa Sciascia” (1989) che lo scrittore riuscì a vedere poco prima di morire. 

Un allestimento ed una selezione di immagini studiata appositamente per la sede di Castello Ursino, con contributi video e grafici, per celebrare il rapporto tra il territorio ed il grande fotografo siciliano.

Fotografare la Sicilia per me è quasi una ridondanza verbale. Ho cominciato a fotografare intorno ai diciassette anni e la Sicilia era là. Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Per capirla e attraverso le fotografie per cercare di capire, forse, che cosa significa essere siciliano. F. Scianna

Dal 23 Giugno 2023 al 20 Ottobre 2023 – Museo Civico di Castello Ursino – Catania

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UN CERTAIN ROBERT DOISNEAU

Robert Doisneau, <em>Le baiser de l’Hôtel de Ville</em>, Paris 1950 | © Atelier Robert Doisneau
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 | © Atelier Robert Doisneau

La nuova stagione espositiva di Riccione si apre con la mostra Un certain Robert Doisneau, dedicata al grande fotografo francese, uno dei principali rappresentanti della fotografia umanista e uno dei fotografi più apprezzati del XX secolo, autore del Bacio all’Hôtel de ville, una delle foto più iconiche di Parigi e del secondo Novecento: un racconto dell’arte di questo grande fotografo, della sua vita e della sua peculiare personalità, grazie anche alla curatela delle figlie.

Disobbedire mi sembra una funzione vitale e devo dire che non me ne sono mai privato. Quando il vecchio delinquente che è in me vede persone serie, quali i conservatori di musei e i bibliotecari, dare tanta importanza a quelle immagini spigolate in circostanze illegali, mi sento pervadere da un delizioso senso di gioia.” – Robert Doisneau La mostra è a cura di Atelier Robert Doisneau, promossa dal Comune di Riccione, organizzata da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura, con la collaborazione di diChroma Photography e Rjma Progetti culturali.

L’esposizione è curata dall’Atelier Robert Doisneau e realizzata a partire dalle stampe originali della collezione. Un ambizioso progetto delle figlie del grande fotografo, Francine Deroudille e Annette Doisneau, che hanno selezionato le immagini della mostra ripercorrendo tutto il lavoro del padre. Con oltre 140 scatti in bianco e nero e a colori, prende forma una narrazione che abbraccia l’arte e la vita di Robert Doisneau.
LE SEZIONI DELLA MOSTRA “UN CERTAIN ROBERT DOISNEAU” Il percorso espositivo si apre con una sezione introduttiva, Robert Doisneau, che presenta le vicende biografiche del grande fotografo, illustrate anche con una serie di scatti tratti dall’album di famiglia, dall’anno della sua nascita al ritratto del 1985 nel suo atelier di Montrouge.
La sezione successiva, Paris, è dedicata alla capitale francese, alle sua piazze, ai suoi palazzi e in particolare alla banlieue dove Doisneau è nato e cresciuto, documentando i profondi mutamenti della città, dalle tragedie della guerra fino agli anni ’80. La sezione comprende alcuni scatti a colori e una rassegna delle Petites boutiques che negli anni ’60 Doisneau ha fotografato sistematicamente nel suo quartiere.
La sezione che segue, la più ampia della mostra, è dedicata a Les parisiens, al popolo parigino al lavoro o in festa, nei boulevards o nei bistrots, nei sobborghi grigi delle periferie e nei piccoli negozi, nelle portinerie dei palazzi o nei locali di notte, colti prevalentemente nei momenti più felici, o di semplice attesa.
Les enfants è poi dedicata una serie di foto che testimoniano una attenzione particolare per l’infanzia che Doisneau ha portato sempre con sé. Dei bambini, solitari o ribelli, coglie spesso momenti di libertà e di gioco fuori dal controllo dei genitori. Con la sezione Vogue si viene introdotti agli eventi mondani, di cui Doisneau coglie la raffinatezza ma anche spesso la futilità. Il percorso espositivo si conclude con una serie di ritratti dedicati alle Célebrités della Parigi del suo tempo, con le quali è spesso legato da una sincera amicizia: da Alberto Giacometti a Sabine Azéma, da Blaise Cendrars a Colette, da Jacques Prévert a Simone de Beauvoir, da Fernand Léger a Georges Braque, da Jean Cocteau a Pablo Picasso.

Dal 22 Giugno 2023 al 12 Novembre 2023 – Villa Mussolini – Riccione

RAGUSA FOTO FESTIVAL. XI EDIZIONE – RELAZIONI

Federica Belli, <em>How Far Is Too Close to the Heart?</em>

Federica Belli, How Far Is Too Close to the Heart?

Giunge alla sua undicesima edizione Ragusa Foto Festival che dal 20 luglio al 27 agosto2023 si tiene a Ibla, uno dei borghi più belli d’Italia.
La manifestazione diretta da Stefania Paxhia, fondatrice e ideatrice del festival, e Claudio Composti, direttore artistico, si snoda in 10 mostre monografiche, una in collaborazione con Caritas Italiana e un fitto programma di appuntamenti – letture portfolio, talk, workshop – alla presenza di numerosi ospiti di spicco del mondo della fotografia, della cultura e della società civile provenienti dall’Italia e dal mondo.

A partire dalla collocazione geografica della città in cui si svolge, il territorio più a Sud d’Europa nel cuore del Mediterraneo, crocevia di molteplici scambi tra le culture che vi si affacciano, e nel pieno di un momento storico che vive un drammatico inabissarsi della socialità, Ragusa Foto Festival sceglie per l’edizione 2023 un tema di grande attualità – “Relazioni” – trovando nelle mille sfumature che esso può assumere l’opportunità di raccontare a un tempo l’uomo e la donna contemporanei – e il loro rapporto con il passato, il presente, il corpo, gli altri, il territorio, la realtà, l’immaginazione – e la fotografia più attuale che oggi non ha più solo un ruolo di testimone delle storie e della Storia, ma concorre in maniera determinante – grazie alla sua larga diffusione soprattutto nel mondo digitale – a creare e alimentare le relazioni.

«Sin dalla sua prima edizione Ragusa Foto Festival è stato un procedimento inclusivo ben riuscito che grazie alla fotografia ha aperto le porte di un territorio di provincia a un’esperienza di innovazione culturale importante. Il tema di questa XI edizione – spiega Stefania Paxhia – è un benvenuto al nuovo direttore artistico, Claudio Composti, e anche celebrativo della rete di persone e di realtà nazionali e internazionali che in questi anni, considerando la funzione comunicativa potente della fotografia e la sua responsabilità sociale, ci ha consentito di allargare la nostra piccola comunità in itinere per offrire qualcosa sia dal punto di vista della riflessione sia per stimolare nuovi focolai di creatività.» 

«In questo primo anno come direttore artistico di Ragusa Foto Festival – aggiunge Claudio Composti – ho voluto mettere l’accento sull’importanza del tema scelto, “Relazioni”, invitando a partecipare diversi direttori di foto festival internazionali e italiani per sottolineare l’importanza del loro ruolo sia nello sviluppo di un rapporto tra il linguaggio fotografico e il pubblico, e sia nella formazione dei fotografi più giovani. I festival di fotografia oltre a essere un’opportunità espositiva, sono un momento fondamentale di confronto e crescita, anche grazie alle attività collaterali come le letture portfolio.»

Cuore pulsante del festival saranno le mostre, a Ibla, dislocate tra Palazzo Cosentini, la chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri e l’Antico Convento dei Cappuccini all’interno del Giardino Ibleo, aperte al pubblico fino al 27 agosto. In un sapiente alternarsi di autori importanti, giovani emergenti, fotografi italiani e internazionali e un’attenzione rivolta anche alla fotografia siciliana nelle sale di Palazzo Cosentini trovano spazio le mostre personali di:
·      Federica Belli,con “How Far Is Too Close to the Heart?” che tratta il tema della relazione umana dove la fotografia esprime il suo ruolo di mediazione tra le persone;
·      Ruben Brulat, con “Embrasement” inventa una relazione creativa con il vulcano dell’Etna per mezzo di un’installazione con immagini dal forte impatto visivo;
·      Alessandra Calò, vincitrice della IV edizione del Premio New Post Photography di Mia Fair di Milano – partner del festival –, presenta “Herbarium. I fiori sono rimasti rosa”, un progetto che mette in relazione la creatività con la fragilità al fine di nuove opportunità d’inclusione sociale;
·      Mari Katayama, con “L’armonia imperfetta”, estetizza invece la propria disabilità attraverso l’arte, affrontando la relazione aperta con il proprio corpo e la fotografia stessa;
·      Davide Monteleone fra i più noti autori della fotografia italiana contemporanea con “Simonocene” affronta la relazione tra uomo e natura, indagando sugli effetti delle diverse forme di colonialismo, la globalizzazione e le relazionitra potere e individui nella Cina di oggi;
·      Lisa Sorgini in “Behind the Glass” presenta un racconto sulle relazioni con la famiglia quando queste sono state messe a dura prova dal distanziamento sociale durante il lockdown.

Per la sezione Miglior Portfolio e progetti con Menzione 2022:
·      Andrea Camiolo, con “Per un paesaggio possibile”, vincitore del premio Miglior Portfolio 2022, porta avanti l’analisi del paesaggio siciliano che diventa archetipo di un paesaggio ideale;
·      Giulia Gatti, in “Corazonada” presenta un progetto dedicato alle donne che vivono nella regione meridionale del Messico, l’istmo di Tehuantepec (Oaxaca), premiato con una menzione;
·      Sara Grimaldi, attraverso il racconto autobiografico di “Ho visto Nina volare” pone una riflessione sul rapporto tra malessere psicologico e alimentazione, aggiudicandosi una menzione.

È esposta all’Antico Convento dei Cappuccini, la mostra di Carlotta Vigo che con il progetto “Mare Dentro”, dedicato al mercato e alla lavorazione del pesce in Sicilia, testimonia la profonda relazione del territorio siciliano con il proprio passato e futuro, e allo stesso tempo con le proprie tradizioni e la sostenibilità.

Torna poi per la terza edizione, uno dei progetti più cari al Ragusa Foto Festival, ideato da Stefania Paxhia, per raccontare la quotidianità dei lavoratori immigrati che vivono intorno ai Presidi di Caritas Italiana dislocati in Italia. Protagonista di quest’anno è il Presidio di Foggia con un’iniziativa sperimentale, realizzata in collaborazione con la Caritas diocesana di Foggia, il supporto di Perimetro, piattaforma internazionale di fotografia e di New Old Camera di Milano. Due fotografi professionisti, Arianna Arcara e Alessandro Zuek Simonetti, hanno diretto il workshop offrendo nuove competenze a sei giovani lavoratori selezionati per realizzare i loro scatti che saranno in mostra nella chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri per raccontare le loro storie, le loro speranze e la voglia di riscatto.

Dal 20 Luglio 2023 al 27 Agosto 2023 – RAGUSA – Sedi varie

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WARS 2023 | AL DI LÀ DELL’ORRORE

Giles Clarke, Bombed school in Saada City, cm. 80x53,3
© Giles Clarke | Giles Clarke, Bombed school in Saada City, cm. 80×53,3

Nasce dall’impegno del MAG e dell’Associazione 46° Parallelo nel perseguire le stesse finalità legate all’educazione alla pace e alla cittadinanza, la mostra “Wars 2023 | Al di là dell’orrore”. Realizzata all’interno degli spazi di Forte Garda, questa esposizione fotografica pone l’accento sulle drammatiche conseguenze dei conflitti contemporanei sulle popolazioni residenti e sull’ambiente.
Si tratta di trenta fotografie selezionate attingendo dalle prime due edizioni di WARS, premio fotografico internazionale creato da Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e da Montura, con la direzione del pluripremiato fotografo Fabio Bucciarelli. I conflitti messi in evidenza da queste drammatiche foto sono relativi all’Ucraina , Iraq e Yemen: luoghi distanti tra loro eppur legati e vicinissimi per ciò che rappresentano. Si tratta di tre guerre che mostrano il cambiamento netto degli equilibri nel Pianeta dove potenze grandi e medie si confrontano per ridefinire il loro ruolo, la loro forza.
Oltre a raccontare la tragedia di ogni guerra, queste fotografie – e di conseguenza la mostra – parlano dell’incredibile capacità degli esseri umani di creare e cercare una quotidianità, una normalità anche nella disperazione più cupa. Quest’anno, la terza edizione del Concorso Fotografico Wars, svelerà, a settembre, il vincitore o la vincitrice. Le trenta fotografie sono state realizzate da fotografi di grande esperienza, vincitori di numerosi premi, come Laurence Geai, Manu Brabo e Giles Clarke.

Laurence Geai è una fotoreporter francese. Dopo aver conseguito una laurea in economia internazionale, ha rivolto la sua attenzione al giornalismo, prima per la televisione e poi con la fotografia. Il lavoro di Geai si concentra sui conflitti armati, in particolare con tutto il Vicino Oriente: Siria, Iraq, Israele, Palestina. Le sue opere riguardano anche le conseguenze della crisi dei rifugiati in Europa e Francia. Il suo lavoro è stato pubblicato su Le Monde, Paris Match, The Washington Post, Polka, La Vie, Le Pelerin, Le Nouvel Obs, Libération, Le JDD, Causette, La Croix, M Magazine per Le Monde, Le Parisien, Elle e altri. Premi. 2018: 3rd price in the politic picture award of Science PO. 2018: 1st price «single shot award » of the «festival della fotografia etica » 2017: Photographer of the year Polka 2017. È vincitrice della prima edizione di Wars, nel 2019.

Manu Brabo (Manuel Varela de Seijas Brabo, 1981) è un fotoreporter freelance il cui lavoro si concentra sui conflitti sociali in tutto il mondo. Negli ultimi dieci anni, Manu Brabo ha collaborato con diverse agenzie di stampa come The Associated Press, con The Wall Street Journal, las Docg Without Borders, Ocha e alcune Ong. I suoi lavori sono stati esposti in diverse istituzioni in Europa e in America e sono stati premiati con il Premio Pulitzer, il Picture of the Year e il British Journalism Awards, tra gli altri. È stato finalista alla prima edizione di Wars.

Giles Clarke è un fotoreporter, di stanza a New York, si occupa di catturare il volto umano dei problemi attuali e postbellici in tutto il mondo. Il lavoro di Clarke è stato presentato da The United Nations (OCHA),The New York Times, Amnesty International, CNN, The Guardian, Global Witness, TIME, The New Yorker, National Press Photographers Association, Paris Match et al. Per il suo lavoro in Yemen, Clarke ha ricevuto l’ambita statua di Lucie nel 2017 ed è stato nominato “Imagely Fund Fellow” del 2018. Nell’agosto 2021, Clarke ha esposto una mostra personale “Yemen; Conflict+Chaos” presso Visa Pour L’Image a Perpignan, Francia. È vincitore della seconda edizione di Wars.

Come afferma il direttore del MAG Matteo Rapanà: “Con questa mostra fotografica di grande rilievo il MAG intende valorizzare al meglio gli spazi da poco restaurati e soprattutto rendere forte Garda un luogo di riflessione non solo sul passato, ma anche sulla geopolitica contemporanea e sulle conseguenze derivate dai conflitti attuali.”

Nelle parole del direttore di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Raffaele Crocco, il significato profondo della mostra: “Per una fotografia, per ogni singola fotografia realizzata in un qualunque buon reportage dal Mondo, serve tempo. Chi la realizza ha bisogno di capire come muoversi, dove vivere e come. Deve sapere dove si trova e con chi. Deve conoscere i luoghi, decifrarne la geografia, le abitudini. Ha bisogno di tempo per essere davvero pronto in quella frazione di secondo che gli è necessaria per lo scatto. La fotografia, la buona fotografia, è fatta di tempi lunghi dedicati a dar vita a istanti. Solo così, solo a quel punto la forza di quegli istanti – presi tutti insieme o singolarmente – diventa informazione, emozione, racconto. 
Solo a quel punto ogni singola foto è in grado di raccontare, ad esempio, l’ orrore della guerra o la grande capacità che gli esseri umani hanno di andare oltre quell’orrore.”

Alla cerimonia interverranno l’Assessore alle attività economiche, sport, eventi e manifestazioni del Comune di Riva del Garda Lorenzo Pozzer, il direttore di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo Raffaele Crocco e il direttore del MAG Matteo Rapanà.

Dal 13 Maggio 2023 al 15 Ottobre 2023 – Forte Garda – Riva del Garda (TN)

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CONTRA SPEM SPERO. STORIE DALL’UCRAINA

Liubov Durakova, When You Call Me
Liubov Durakova, When You Call Me

«Ritengo che le storie visive possano raccontare con maggiore precisione cosa significhi vivere in tempo di guerra e mantenere ancora la speranza nei nostri cuori.»
Kateryna Radchenko

Il 27 giugno inaugura nel Padiglione 9b del Mattatoio di Roma la mostra fotografica “CONTRA SPEM SPERO. Storie dall’Ucraina“. 11 fotografi ucraini – Lyubov Durakova, Nazar Furyk, Kateryna Aleksieienko, Alena Grom, Gera Artemova, Mykhailo Palinchak, Elena Subach, Pavlo Dorohoi, Serhiy Korovainyi, Dmytro Tolkachov, Volodymyr Petrov – condividono i loro progetti documentaristici e artistici sulla vita durante il periodo della guerra regalando allo spettatore uno sguardo autentico ma mai senza speranza.

La mostra è a cura di Kateryna Radchenko dell’Odesa Photo Days Festival (Odesa, Ucraina), promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia e dall’Azienda Speciale Palaexpo insieme alle rappresentanze in Italia del Parlamento europeo e della Commissione europea oltreché all’Ambasciata di Spagna in Italia, l’Ambasciata di Svezia in Italia, in qualità di Presidenza del Consiglio Europeo 2023, l’Ambasciata d’Ucraina in Italia.

Fino al 27 agosto nello spazio del MATTATOIO di Roma attendono lo spettatore storie visive che spaziano da quella della documentarista ucraina che si è arruolata nelle Forze Armate, a quella della gente di Kyiv che si confronta in uno spazio vitale profondamente segnato dalla guerra con una nuova “normalità”, fino al diario visivo personale dei rifugiati ucraini in Polonia.

“La guerra in Ucraina infuria da nove anni ed è passato più di un anno da quando la Russia ha lanciato un’invasione su larga scala. È difficile esprimere a parole il complicato mix di sentimenti provati dagli ucraini. Ritengo che le storie visive possano raccontare con maggiore precisione cosa significhi vivere in tempo di guerra e mantenere ancora la speranza nei nostri cuori”, afferma la curatrice Kateryna Radchenko.

“Stiamo vivendo una «Zeitenwende»: La guerra di aggressione russa segna un cambiamento epocale per l’Europa intera. Con i nostri partner e alleati difendiamo l’ordine di pace basato sul diritto internazionale. È per questo che sosterremo l’Ucraina finché sarà necessario ed è per questo che la Germania sostiene la creazione di un tribunale internazionale per perseguire il governo russo per il crimine di aggressione”, sottolinea l’Ambasciatore tedesco Viktor Elbling.

“Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, l’impegno dell’Unione europea a fianco del popolo ucraino e degli artisti ucraini è stato fermo e costante. Il potere evocativo di queste immagini rafforza ancora di più la volontà di sostenere la resistenza ucraina per ripristinare la pace in Europa e avviare la ripresa post-bellica nel Paese”, afferma il Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Antonio Parenti.

“La guerra ha colpito ancora una volta l’Europa. L’aggressione russa è inaccettabile e illegale. Dobbiamo sostenere instancabilmente l’Ucraina nella sua lotta per la libertà. L’Unione europea si è schierata all’unanimità per la libertà e la giustizia durante questa guerra, uniti possiamo fare grandi cose. Siamo più forti insieme!” è l’esortazione dell’Ambasciatore svedese Jan Björklund.

“La fotografia è una fissazione materiale delle immagini terribili della guerra che la Russia ha iniziato contro l’Ucraina, la guerra che non sceglie determinati obiettivi, ma distrugge tutto ciò che può essere distrutto: vite umane, cultura e storia del Paese. Attraverso la resistenza instancabile e l’incredibile eroismo, superando con dignità le prove della guerra, gli ucraini si stanno muovendo verso un nuovo livello di autocoscienza, autoidentificazione, statualità, soggettività mondiale. Ringraziamo tutti coloro che oggi, insieme al popolo ucraino, si stanno impegnando per fermare l’aggressione russa nel centro dell’Europa”, commenta l’Ambasciatore ucraino Yaroslav Melnyk.

“La guerra in suolo europeo, frutto di un’aggressione russa contro l’Ucraina, ha cambiato la nostra prospettiva sui conflitti bellici. Avevamo una visione distante dalle catastrofi di una guerra che non ci coinvolgeva direttamente. Ora, colpiti dagli orrori della guerra su un popolo fratello nel cuore dell’Europa, fissare lo sguardo su un atto di barbarie ingiustificato e sulla resistenza eroica del popolo ucraino ci rende solidali nel dolore e nella lotta. La fotografia cruda e diretta, fissa il desiderio di vita, di pace e di libertà di un popolo ingiustamente attaccato”, afferma l’Ambasciatore spagnolo Miguel Fernández-Palacios.

Il titolo della mostra fa riferimento a un testo della poetessa classica ucraina Lesia Ukrainka, scritto nel 1890, un monologo dell’autrice che proclama lo spirito di speranza e di opposizione a tutti i problemi anche nelle circostanze più difficili. La mostra è divisa in tre parti – la lotta, la speranza e il dopo – che parlano ognuna della nuova realtà e dell’adattamento alla vita durante la guerra, della lotta per l’esistenza del Paese, delle esperienze traumatiche e della speranza che li spinge a continuare a vivere.

Dal 27 Giugno 2023 al 27 Agosto 2023 – Mattatoio di Roma

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AIPAI PHOTO EXHIBITION

AIPAI PHOTO EXHIBITION

Si inaugurerà martedì 13 giugno al musil di Brescia la prima edizione dell’AIPAI PHOTO EXHIBITION, la rassegna fotografica promossa e organizzata da AIPAI, DICEA Università della Sapienza di Roma, in collaborazione con: Do.co.mo.mo Italia, Fondazione musil (Brescia), Fondazione AEM (Milano), Fondazione ISEC (Sesto San Giovanni), Rete Fotografia e lo speciale contributo di Ance Brescia. L’esposizione, inserita all’interno del programma del PHOTOFESTIVAL 2023, proseguirà dal 14 settembre al 13 ottobre in una nuova location presso la Fondazione AEM di Milano.

In mostra si potranno ammirare gli scatti vincitori, menzionati e selezionati della prima edizione dell’AIPAI PHOTO CONTEST, il concorso fotografico ideato dall’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, in occasione dei Secondi Stati Generali dedicati al patrimonio industriale tenutisi lo scorso giugno a Roma, per sensibilizzare e promuovere la cultura dell’industria, la memoria del lavoro, il patrimonio architettonico, tecnologico e paesaggistico dell’archeologia industriale.

Fotografi professionisti e amatoriali sono stati invitati a riflettere attraverso la presentazione di un progetto fotografico che potesse riguardare: macchine e cicli produttivi storici del patrimonio industriale; città e territori dell’industria; paesaggi della produzione; infrastrutture e patrimonio urbano; la costruzione per l’industria. Innovazione tecnologica e sperimentazione di materiali, tecniche e procedimenti; memoria dell’industria e del lavoro; storia e cultura del lavoro; restauro, conservazione e recupero; riuso e pratiche di rigenerazione; immagine e comunicazione dell’industria; turismo industriale. Esperienze di fruizione e di mobilità.

Il percorso espositivo si avvia con l’opera vincitrice “Land of Mines” di Fabio Piccioni, un progetto a lungo termine sulle miniere della Sardegna che ha avuto inizio nel 2007, concentrato sui caratteri endemici di un nuovo paesaggio plasmato dall’uomo, in cui le miniere continuano ad essere protagoniste di una perenne mutazione: migliaia di edifici abbandonati, pozzi, discariche, chilometri di gallerie sotterranee sono solo alcuni degli elementi peculiari.

L’opera di Fabio Piccioni – si legge nella motivazione della giuria – esalta un patrimonio industriale e ambientale unico al mondo, attraverso gli occhi di chi ama la propria terra e vuole che la sua bellezza sia conosciuta da tutti. Questo premio è anche un messaggio di vicinanza a tutti coloro che, spinti dalla passione, proteggono, promuovono e valorizzano un patrimonio ancora troppo spesso ignoto e in pericolo.

Saranno inoltre esposti i progetti menzionati di Fabio Oggero, che restituisce sapientemente nei toni del bianco e del nero l’iconicità dell’area EX CAI (Cementi Alta Italia ) del Monferrato, e di Francisco Jose Rodríguez Marín, dallo sguardo concentrato sull’antica produzione del mulino di Nuestra Señora del Pilar a Montril nei pressi di Granada (Spagna) oltre agli scatti selezionati di Mariano De Angelis, Davide Ferrera, Eleonora Ledda, Mirco Pandolfi, Guido Rosato, Martina Russo, Eleonora Tomassini, Amalia Violi, Claudio Zanirato.

Le opere in mostra sono frutto di un’accurata selezione operata dalla giuria composta da: Edoardo Currà, Presidente AIPAI; Jacopo Ibello, Presidente Save Industriale Heritage; Fabrizio Trisoglio, Responsabile scientifico Fondazione AEM, Presidente Rete Fotografia e Presidente di giuria; Emma Tagliacollo, Segretario Docomomo Italia; René Capovin, Direttore musil; Giorgio Bigatti, Direttore Fondazione ISEC; Palmina Trabocchi, storico dell’arte e socio AIPAI.

Dal 13 Giugno 2023 al 13 Ottobre 2023 – musil Brescia- Museo del Ferro di San Bartolomeo / Fondazione AEM

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CAREZZA nella Fotografia d’Autore – Collezione Speaking Hands

Ogni vera carezza è un sussulto del pensiero, un messaggio e un enigma. Una carezza sincera potrebbe gettare un ponte tra le anime, perché la mano che accarezza risvegliando i sensi, o che accoglie in un abbraccio silenzioso, è capace di raggiungerci là dove non riescono le parole, aprirci agli altri e condurci all’idea di qualcosa di indefinito e, al tempo stesso, infinito.

Il percorso espositivo è articolato in varie sezioni: Toccare per essere toccati, Carezza come riconoscimento proattivo, Tenerezza come passione tranquilla, Compassione come madre di tutti i sentimenti più profondi. Non mancano suggestive fotografie sulle carezze nell’arte scultorea (da Canova a Rodin) e nella società (Agenzia Magnum).

Una coinvolgente selezione di 80 opere dei Maestri della Fotografia che parlano da sole e che trasmettono messaggi universali: abbiamo bisogno di incontrare gli altri, di avere contatti più reali e meno virtuali, di saper riconoscere e vivere a fondo i nostri senti-menti, di saper costruire i nostri migliori e più duraturi ricordi. Tra i numerosi Autori provenienti dalla Collezione Speaking Hands: Manuel ALVAREZ BRAVO, Cecil BEATON, Gianni BERENGO GARDIN, Edouard BOUBAT, Robert CAPA, Flor GARDUÑO, Mario GIACOMELLI, Ralph GIBSON, André KERTESZ, Annie LEIBOVITZ, Will Mc BRIDE, Steve Mc CURRY; Inge MORATH, Gill PERESS, Marc RIBOUD, Jan SAUDEK, Jean-Loup SIEFF… 

1 – 30 luglio 2023 – Galleria Cavour – Padova

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Guido Harari, il fotografo amico delle star

© Guido Harari – Mick Jagger, Rolling Stones, Paris, 1982

Nato al Cairo, in Egitto, il 28 dicembre 1952. Nei primi anni Settanta ha avviato la duplice professione di fotografo e di giornalista musicale, contribuendo a porre le basi di un lavoro specialistico sino ad allora senza precedenti in Italia.

Ha collaborato sin da subito con riviste come Ciao 2001, Giovani, Gong, Rockstar, Rock & Folk, SportWeek, L’Uomo Vogue e tante altre. 

Dagli anni Novanta il suo raggio d’azione si è ampliato contemplando anche l’immagine pubblicitaria, il ritratto istituzionale, il reportage a sfondo sociale e la grafica. Dal 1994 è membro dell’Agenzia Contrasto.

La sua passione per la fotografia si è sviluppata di pari passo con quella per la musica fin da quando era bambino. Ispirato dapprima dall’iconografia delle copertine dei dischi, poi dal lavoro di fotografi come Jim Marshall, Annie Leibovitz, David Gahr, Barry Feinstein, Jean-Pierre Leloir.

Tutte le immagini sono di © Guido Harari

Per fotografare una persona, famosa o meno che sia, dice “deve scattare una specie di innamoramento, di slancio verso l’altro, di curiosità: questo è il mio linguaggio. Non sempre è possibile, ovvio, ma riuscire a travolgere e coinvolgere l’altro nel gioco della fotografia (perché è un gioco!) è sempre un piccolo trionfo”.

Harari è un raffinato ritrattista: nei dettagli e nelle geometrie di un viso sa cogliere la nota più profonda, un richiamo sopraffino all’identità del volto fotografato. Non stupisce quindi sapere che, durante la sua carriera, lunga oltre quarant’anni ha fotografato l’ovale di molte celebrity rendendolo ogni volta libero di fronte alla fotocamera, e mostrandolo vero, “nudo”, senza orpelli o timori reverenziali.

© Guido Harari Lucio Dalla, Bologna, 1996

Collabora infatti da sempre con i maggiori artisti musicali italiani e internazionali per i quali ha firmato un’infinità di copertine di dischi (tra i tanti Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Paolo Conte, Paul McCartney, Luciano Pavarotti, Lou Reed, Vasco Rossi, Frank Zappa).

© Guido Harari Kate Bush, Rubberband Girl, Londa, 1993

Di lui ha detto Lou Reed: “Sono sempre felice di farmi fotografare da Guido. So che le sue saranno immagini musicali, piene di poesia e di sentimento. Le cose che Guido cattura nei suoi ritratti vengono generalmente ignorate dagli altri fotografi. Considero Guido un amico, non un semplice fotografo”.

E’ stato uno dei fotografi personali  di Fabrizio De Andrè con una collaborazione ventennale che include la copertina del disco In concerto tratto dalla leggendaria tournée dell’artista genovese con la PFM nel 1979.

© Guido Harari Ennio Morricone, Roma, 1998

Nel 2011 ha fondato ad Alba, dove risiede, la Wall Of Sound Gallery, la prima galleria fotografica in Italia interamente dedicata alla musica.

SITOGRAFIA

https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gharari/

https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Harari

https://www.wallofsoundgallery.com/guido-harari-f7

Articolo di Rossella Mele

Il post ha solo uno scopo divulgativo e didattico, le immagini non verranno usate per scopi commerciali

Mostre di fotografia da non perdere a giugno.

Ciao!

Di seguito trovate mostre interessantissime da non perdere nel mese di giugno!

Anna

VIVERE IN ALTO. IN MONTAGNA CON I FOTOGRAFI MAGNUM

Philip Jones Griffiths, Edge of the Gobi Desert, Mongolia, 1964 © Philip Jones Griffiths / Magnum Photos

“Grandi cose si compiono quando gli uomini e le montagne si incontrano”, scriveva William Blake. Lo vedremo anche in Val di Sole, che per l’occasione si trasformerà nella Valle della Fotografia. A creare un legame diretto tra il progetto espositivo di Castel Caldes e lo spettacolare teatro delle Dolomiti, saranno gli scatti del fotografo Paolo Pellegrin, ospite di questi luoghi incantati grazie a un programma di residenze artistiche. Le immagini catturate dal reporter Magnum tra l’Adamello, l’Ortles Cevedale e il gruppo del Brenta saranno esposte all’aperto in una mostra diffusa ed ecosostenibile da scoprire in mezzo a boschi, pascoli, malghe e ruscelli, lungo il nuovo Sentiero della Fotografia.

Castello di Caldes (Trento) dal 17 giugno al 9 ottobre

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ELLIOTT ERWITT. 100 FOTOGRAFIE

© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, USA, Wilmington, North Carolina, 1950

Dal 27 maggio al 16 ottobre 2022, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita una retrospettiva dedicata a Elliott Erwitt (Parigi, 1928), uno dei più importanti fotografi del Novecento.
L’esposizione, curata da Biba Giacchetti, organizzata dal Museo Diocesano in collaborazione con SudEst57, col patrocinio del Comune di Milano, sponsor Credit Agricole e media partner IGP Decaux, presenta cento dei suoi scatti più famosi, da quelli più iconici in bianco e nero a quelli, meno conosciuti, a colori che Erwitt aveva deciso di utilizzare per i suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari, dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda.
 
“Anche quest’anno – dichiara Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano – il Museo Diocesano propone per il periodo estivo una mostra di fotografia, aprendosi alla città anche in orario serale e offrendo nel gradevole spazio del chiostro diverse attività culturali”.
“Le sale del museo – prosegue Nadia Righi – accolgono una importante retrospettiva dedicata a Elliott Erwitt, uno dei più straordinari fotografi, ancora vivente, del quale presentiamo le immagini più iconiche affiancate ad altre meno note, sia in bianco e nero che a colori. Tanti sono i temi toccati da Erwitt nel corso della sua lunga carriera: i ritratti di importanti personaggi del mondo della politica o dello spettacolo, i grandi fatti della storia, i bambini, i reportage di viaggio, ma anche la propria famiglia. Egli guarda sempre alla realtà, da quella più nota a quella più intima e personale, con uno sguardo curioso, talvolta con una sottile e delicata ironia che rende i suoi scatti sempre affascinanti e capaci di portare nuove riflessioni”.
 
“Elliott ed io – afferma Biba Giacchetti – salutiamo con entusiasmo questa retrospettiva che il Museo Diocesano ha voluto dedicargli. Elliott è molto legato a Milano, città dove trascorse l’infanzia fino alla partenza per gli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. La selezione delle immagini in mostra, molte delle quali mai esposte a Milano, è stata curata da me in stretta collaborazione con Elliott, come ogni progetto che lo riguarda”.
“Sono certa – conclude Biba Giacchetti – che questa selezione delle sue icone più note affiancate ad immagini inedite a Milano, potrà generare una nuova curiosità, che si aggiungerà all’amore che da sempre accompagna gli scatti di questo grande fotografo”.
Il percorso espositivo ripercorre l’intera carriera dell’autore americano offre uno spaccato della storia e del costume del Novecento, attraverso la sua tipica ironia, pervasa da una vena surreale e romantica, che lo ha identificato come il fotografo della commedia umana.
L’obiettivo di Erwitt ha spesso anche colto momenti e situazioni che si sono iscritte nell’immaginario collettivo come vere e proprie icone; è il caso dello scatto con Nixon e Kruscev a Mosca nel 1959, talmente efficace che lo staff del presidente degli Stati Uniti se ne appropriò per farne un’arma nella sua campagna elettorale, dell’immagine tragica e struggente di Jackie Kennedy in lacrime dietro il velo nero durante il funerale del marito, del celebre incontro di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier del 1971, o ancora di un giovane Arnold Schwarzenegger in veste di culturista durante una performance al Whitney Museum di New York.
Grande ritrattista, Erwitt ha immortalato numerose personalità che hanno caratterizzato la storia del XX secolo, dai padri della rivoluzione cubana, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, in una rara espressione sorridente, ai presidenti americani che ha fotografato dagli anni cinquanta fino a oggi con una particolare predilezione per J.F. Kennedy che stimava e che fissò sulla pellicola in una posa ufficiale e in una insolita, mentre fuma indisturbato durante la convention democratica nel 1960.
In questa galleria di personaggi, un angolo particolare è riservato a Marilyn Monroe, forse la stella del cinema più fotografata di tutti i tempi, colta sia in momenti privati e intimi, sia nei momenti di pausa sui set dei film; di lei, Erwitt ammirava, più che la bellezza, la capacità di flirtare con l’obiettivo, che rendeva remota la possibilità di sbagliare lo scatto.
Uno dei temi ricorrenti nella carriera di Erwitt è quello dei bambini che ama – ha avuto sei figli e un numero esponenziale di nipoti – e con i quali ha sempre avuto un rapporto speciale. Alle immagini tranquillizzanti, in cui i piccoli sono colti nella loro allegria, la bambina di Puerto Rico o i ragazzini irlandesi, entrambi fotografati per una campagna di promozione turistica dei due paesi.
A questi scatti si affiancano quelli dedicati agli animali, in particolare ai cani, presi in pose il più delle volte buffe o che richiamano un atteggiamento antropomorfo d’imitazione dell’uomo.
Al Museo Diocesano di Milano non mancano le immagini che rivelano lo spirito romantico di Erwitt e che mostrano coppie d’innamorati che si scambiano momenti di tenerezza all’interno delle auto o si abbracciano in place du Trocadéro davanti alla Tour Eiffel in un giorno di pioggia, mentre la silhouette di un uomo salta una pozzanghera.
Grande viaggiatore, Erwitt ha documentato le società e le vicende della gente comune dei paesi che visitava come fotoreporter, dalla Francia alla Spagna, dall’Italia alla Polonia, dal Giappone alla Russia, agli Stati Uniti e gli scorci di vita delle metropoli americane.
Accompagna la mostra un volume SudEst con testi di Elliott Erwitt e Biba Giacchetti. 

Dal 27 Maggio 2022 al 16 Ottobre 2022 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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IMP Festival – International Month of Photojournalism

©Darcy Padilla

Anche quest’anno Padova ospita la nuova edizione del Festival internazionale di fotogiornalismo (Imp), il primo evento in Italia dedicato esclusivamente a questo genere fotografico. Dal 3 al 26 giugno saranno esposti i progetti di circa quaranta autori, italiani e stranieri, in diversi luoghi della città.

Basandosi sulle critiche della World press photo foundation, che gestisce il più importante premio di fotogiornalismo al mondo e che ha sottolineato come le fotografe siano generalmente meno rappresentate rispetto ai loro colleghi maschi, insieme alla tendenza a privilegiare comunque le opere di autori occidentali, il festival si è impegnato a dare maggiore spazio alle donne (circa il 70 per cento delle mostre) e a progetti provenienti da tutti e cinque i continenti.

Una delle mostre principali è Of suffering and time di Darcy Padilla, che approfondisce il suo lungo racconto cominciato negli anni novanta nell’Ambassador hotel di San Francisco, soprannominato “The aids hotel” perché ospitava i malati che non avevano né casa né famiglia e che gli ospedali, sovraffollati, rifiutavano di tenere perché non c’era niente da fare per curarli se non somministrare morfina. Da questa esperienza è nato anche The Julie project, opera fondamentale nel reportage a lungo termine, in cui la fotografa statunitense ha seguito la vita di Julie Baird (una delle ospiti dell’hotel) dal 1993 fino alla sua morte, avvenuta nel 2010.

Gideon Mendel ci porta invece tra Australia, Grecia, Canada e Stati Uniti, dove dal 2020 ha documentato gli incendi che hanno devastato ettari di foreste e messo a rischio intere comunità. In Burning world il fotografo sudafricano preferisce arrivare quando le fiamme sono ormai spente e osservare l’impatto della crisi ambientale sulla vita delle persone.

Grozny: nine cities è un approfondimento realizzato da tre fotografe russe – Maria Morina, Oksana Yushko, Olga Kravets – sulla complessità della Cecenia contemporanea, dalla fine del conflitto con la Russia nel 2009. A Grozny le ferite e l’odio seminato dalla guerra sono mascherati dai centri di bellezza, dai suv e dai bar alla moda, ma il dissenso non è permesso e i carri armati russi sfilano ancora insieme ai sostenitori idolatranti del presidente Ramzan Kadyrov.

3 – 26 GIUGNO 2022 – Padova – sedi varie

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SEBASTIÃO SALGADO. ALTRE AMERICHE

© Sebastião Salgado/Contrasto | Sebastião Salgado, Guatemala, 1978

Sarà inaugurata il 20 maggio 2022 alle 19.30 la mostra di Sebastião Salgado nelle sale del Castello Aragonese di Otranto. Curata da Lélia Wanick Salgado, promossa dal Comune di Otranto e organizzata da Contrasto, resterà visitabile fino al 2 novembre 2022. 

Una mostra finora inedita in Italia, Altre Americhe è il primo grande progetto fotografico realizzato da Sebastião Salgado, quando dopo anni di vita in Europa, decise di tornare a conoscere e riconoscere la sua terra, il Brasile e l’American Latina. Munito di una macchina fotografica, nei numerosi viaggi compiuti tra il 1977 e il 1984, ha percorso un intero continente cercando di cogliere, nel suo bianco e nero pastoso e teatrale, l’essenza di una terra e la ragione di una lunga tradizione culturale. Il risultato è un corpus di immagini di grande forza che evoca il valore di un continente, la sua economia, la sua religiosità e la persistenza delle culture contadine e indiane. 

Come ha affermato Salgado stesso, “quando ho cominciato questo lavoro, nel 1977, […] il mio unico desiderio era ritornare a casa mia, in quella amata America Latina […]. Armato di tutto un arsenale di chimere, decisi di tuffarmi nel cuore di quell’universo irreale, di queste Americhe latine così misteriose, sofferenti, eroiche e piene di nobiltà. Questo lavoro durò sette anni, o piuttosto sette secoli, per me, perché tornavo indietro nel tempo”.

“Siamo veramente felici di ospitare una mostra di Sebastião Salgado, considerato uno dei più grandi fotografi contemporanei a livello mondiale – sostiene Pierpaolo Cariddi, sindaco di Otranto.
Un attento osservatore di quella che egli definisce la ‘famiglia umana’. Per anni in giro per il mondo narrando, attraverso i suoi scatti, storie di popoli e di un pianeta spesse volte martoriato. 
Le sue foto in bianco e nero mostrano il suo progetto di vita e documentano i cambiamenti ambientali, economici e politici degli ultimi decenni.
I visitatori sapranno certamente apprezzare gli scatti del fotografo brasiliano che ha fatto del suo lavoro una missione. Nonostante gli ultimi due anni ci hanno messo a dura prova, abbiamo comunque sempre garantito mostre di qualità nel Castello Aragonese – prosegue il sindaco Cariddi, contenitore culturale ormai divenuto cuore pulsante della nostra città, centro culturale che ospita ogni anno eventi, iniziative, installazioni di livello internazionale”.

In esposizione a Otranto, per la prima volta 65 opere di tre diversi formati. L’intensità delle fotografie in bianco e nero, la loro potenza plastica, hanno confermato per il mondo intero la nascita di un grande fotografo e un narratore del nostro tempo: Sebastião Salgado.

Come ha detto Alan Riding, del New York Times, Le fotografie di Salgado catturano di volta in volta la luce e l’oscurità del cielo e dell’esistenza, la tenerezza e il sentimento che coesistono con la durezza e la crudeltà. Salgado è andato a cercare un angolo dimenticato delle Americhe, erigendolo a prisma attraverso il quale può essere osservato il continente nel suo complesso. […] Salgado è il creatore di un archivio, il custode di un mondo, di cui celebra l’isolamento. Così facendo, mira a suscitare emozioni problematiche e contraddittorie. E anche in questo caso, ci riesce in pieno”.

Dal 20 Maggio 2022 al 02 Novembre 2022 – Castello Aragonese – Otranto (LE)

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LA FLEUR – Erminio Annunzi

La Fleur (il fiore): trovo veramente calzante la versione femminile che la lingua francese propone rispetto al termine maschile della lingua italiana, perché ci introduce efficacemente e delicatamente nel mondo femminile, splendidamente rappresentato da questo gioiello della natura. Bellezza, eleganza, femminilità, sensualità, fragranza, sono solo alcuni aggettivi rappresentativi dell’universo donna, interpretati e letti attraverso l’elemento, primario ed antico, con cui la natura perpetua le specie vegetali e la vita sul nostro piccolo mondo.

La chiave che esalta con sublime efficacia la forma e le delicate volute delle corolle e dei petali, è data dalla scelta di isolare e decontestualizzare il fiore, posandolo su un fondo monocromatico come sospeso nel tempo; un isolamento visivo che permette di cogliere l’essenza singolare del suo incarnare eleganza e bellezza.

Siamo abituati  a creare parallelismi tra il fiore e la femminilità, e questo lega in modo solido la descrizione della donna  in un panorama di idealizzata bellezza, fortemente pervaso anche di sensualità e sessualità.

Nulla di esplicito, solo un delicato richiamo a quella componente corporale derivata dalla presa di coscienza che il fiore è un “corpus” gentile, dedicato alla riproduzione ed alla perpetuazione della specie, un organo sessuale ammantato di profumi, di dolci effluvi e di meravigliosa bellezza.

Da questo tripudio d’esaltazione dell’incanto floreale, si rivelano le scelte stilistiche di Erminio Annunzi; la scelta di creare una sorta di composizione multipla del fiore ripreso (da notare che sono tutti fiori fotografati in natura), crea una nuova bellezza visiva che si amplifica nel ridotto spazio del frame fotografico, in una volontà di moltiplicarsi sempre di più fino all’infinito.

In ultimo, ma non ultimo, il ricorso all’essenzialità di un bianco e nero semplice ed elegante, fa il paio con l’intima sostanza, l’estrema semplicità e l’esaltante simbologia che il fiore richiama ai nostri occhi, alla nostra mente e al nostro cuore.

Dal 16 giugno – Musa Fotografia – Monza

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GIANNI BERENGO GARDIN. L’OCCHIO COME MESTIERE

Gianni Berengo Gardin, Siena, 1983 © Gianni Berengo Gardin I Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

L’uomo e il suo spazio sociale nella natura concreta e analogica del maestro della fotografia di reportage e indagine sociale. Il racconto si snoda lungo un percorso di oltre 150 fotografie, tra le più celebri, le meno conosciute, fino a quelle inedite: un patrimonio visivo unico, dal dopoguerra a oggi, caratterizzato dalla coerenza nelle scelte linguistiche e da un approccio “artigianale” alla pratica fotografica.

Dalla Venezia delle prime immagini alla Milano dell’industria, degli intellettuali, delle lotte operaie; dai luoghi del lavoro (i reportage realizzati per Alfa Romeo, Fiat, Pirelli, e soprattutto Olivetti) a quelli della vita quotidiana; dagli ospedali psichiatrici (con Morire di classe del 1968), all’universo degli zingari; dai tanti piccoli borghi rurali alle grandi città; dall’Aquila colpita dal terremoto al MAXXI in costruzione fotografato nel 2009.

Attraverso un percorso fluido e non cronologico, la mostra offre una riflessione sui caratteri peculiari della ricerca di Berengo Gardin: la centralità dell’uomo e della sua collocazione nello spazio sociale; la natura concretamente ma anche poeticamente analogica della sua “vera” fotografia (non tagliata, non manipolata); la potenza e la specificità del suo modo di costruire la sequenza narrativa, che non lascia spazio a semplici descrizioni dello spazio ma costruisce naturalmente storie.

Dal 04 Maggio 2022 al 18 Settembre 2022 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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PHOTOLUX 2022 – YOU CAN CALL IT LOVE

Simone Cerio, Religo
© Simone Cerio | Simone Cerio, Religo

Dal 21 maggio al 12 giugno 2022, Lucca ospita You can call it Love, la nuova edizione di Photolux Festival – Biennale Internazionale di Fotografia di Lucca, uno degli appuntamenti più interessanti e attesi del panorama europeo, interamente dedicati alla fotografia. 

Il tema del Festival, scelto dal comitato di direzione artistica composto da Rica Cerbarano, Francesco Colombelli, Chiara Ruberti ed Enrico Stefanelli, è l’amore.

Un ricco programma di oltre 20 esposizioni
, ospitate in alcuni dei luoghi più prestigiosi nel centro della città toscana, e una serie d’iniziative collaterali come conferenze, workshop, letture portfolio, incontri con i protagonisti della fotografia internazionale. 

Tra gli appuntamenti più attesi, due anteprime italiane: la monografica di Seiichi Furuya (Giappone) con il progetto Face to Face, capitolo conclusivo delle Mémoires, un percorso portato avanti dall’autore da oltre trent’anni con l’intento di custodire, elaborare, celebrare la memoria della compagna Christine e dei sette anni d’amore vissuti insieme, e l’installazione di Erik Kessels (Paesi Bassi)per il sedicesimo capitolo del suo In Almost Every Pictures, dedicato alla creatività erotica messa in scena nel salotto di casa dai due coniugi Noud e Ruby. 

Tra gli altri progetti, PIMO Dictionary il vocabolario domestico creato dall’artista cinese Pixy Liao (Cina) insieme al compagno Moro, Love that dare not speak its name di Marta Bogdańska (Polonia), sulla figura di Selma Lagerlöf, primo capitolo di un ambizioso lavoro sulle biografie queer di importanti personaggi della letteratura, della cultura e dell’arte, a una grande mostra collettiva sul ritratto di famiglia e Religo, il lavoro di Simone Cerio (Italia) che racconta della comunità LGBTQ+ all’interno di quella cattolica.

“La selezione di autori presentati nell’edizione 2022 di Photolux – affermano i componenti della direzione artistica del festival – porta in luce la molteplicità di approcci possibili, alcuni inediti e contemporanei, altri più classici e tradizionali, al tema dell’amore, che si traducono nel racconto di storie e incontri unici e diversi tra loro, dove ognuno di noi può ritrovare un po’ di se stesso”.
“Costruendo la proposta espositiva di You can call it Love abbiamo pensato alla fotografia non più come specchio né come finestra – citando la distinzione storica di Szarkowski –, ma come una macchina a raggi X, capace di vedere attraverso di noi e dare voce ad alcune sensazioni, desideri, emozioni che neanche sappiamo di avere”.

“Il greco antico – proseguono i componenti della direzione artistica del festival – utilizzava diversi termini per definire le possibili declinazioni dell’amore; la maggior parte delle lingue moderne non è così precisa. Il lessico a nostra disposizione sembra, per pudore o per inadeguatezza, non riuscire a delineare nella sua completezza il caleidoscopio di sentimenti che la vita ci offre ogni giorno, comprimendo così le molteplici sfumature di quello che, per comodità, siamo abituati a chiamare Amore. La fotografia ci restituisce una rappresentazione stratificata e poliforme dell’Amore, ed è proprio nella molteplicità del linguaggio fotografico che si riversano le infinite possibilità del “discorso amoroso” di cui parlava Barthes: un discorso frammentario, perché complesso, ma necessario e, nella sua inafferrabilità, onnipresente nella vita di ognuno di noi”.

Dal 21 Maggio 2022 al 12 Giugno 2022 – Lucca – Sedi varie

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ENRICO GENOVESI. NOMADELFIA. UN’OASI DI FRATERNITÀ

Sabato 14 maggio dalle ore 19.00 – presso la sede in Via Costanzo Cloro 58, Roma – inaugura la mostra fotografica “Nomadelfia. Un’oasi di fraternità”. Sarà presente l’autore, il fotografo Enrico Genovesi.

Dai termini greci nomos e adelphia, che significa: “Dove la fraternità è legge”, Nomadelfia è un popolo comunitario, più che una comunità, ed è situato vicino alla città di Grosseto in Toscana (Italia). Un piccolo popolo con una sua Costituzione che si basa sul Vangelo. Fondata nel 1948 nell’ex campo di concentramento di Fossoli da don Zeno Saltini, il suo scopo: dare un papà e una mamma ai bambini abbandonati. Attualmente conta circa 300 persone, 50 famiglie suddivise in 11 gruppi, di cui quasi la metà bambini e ragazzi, parte pulsante della comunità.

Nomadelfia ha una sua storia, una sua cultura, una sua legge, un suo linguaggio, un suo costume di vita, una sua tradizione. È una popolazione con tutte le componenti: uomini, donne, sacerdoti, famiglie, figli. Per lo Stato è un’associazione civile organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro, per la Chiesa è una parrocchia e un’associazione privata tra fedeli. Tutti  i beni sono in comune, non circolano soldi, non ci sono negozi ma soltanto magazzini. I generi alimentari vengono distribuiti ai “Gruppi Familiari” in proporzione al numero delle persone e secondo le necessità dei singoli. Nello spirito dei consigli evangelici la popolazione di Nomadelfia conduce una vita caratterizzata da “sobrietà” cioè secondo le vere esigenze umane.

Dal 14 Maggio 2022 al 09 Giugno 2022 – WSP Photography – Roma

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ROBERT DOISNEAU

© Atelier Robert Doisneau | Robert Doisneau, L’information scolaire, Paris 1956 

Mostra dedicata al grande maestro della fotografia Robert Doisneau.

Sono esposti oltre 130 scatti in bianco e nero, provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge, attraverso i quali Doisneau, considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada, ha catturato la vita quotidiana e le emozioni degli uomini e delle donne che popolavano Parigi e la sua banlieue, nel periodo dall’inizio degli anni Trenta alla fine degli anni Cinquanta, il più prolifico per l’artista.

Dal 28 Maggio 2022 al 04 Settembre 2022 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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SHOOTING IN SARAJEVO

© Luigi Ottani

A trent’anni di distanza dall’inizio dell’assedio più lungo della storia recente, il fotografo Luigi Ottani e l’attrice, autrice e documentarista Roberta Biagiarelli portano a Villa Greppi la mostra allestita lo scorso aprile lungo il tristemente celebre “Viale dei cecchini” di Sarajevo. Si tratta di “Shooting in Sarajevo”, un’esposizione nata dal progetto che dalla primavera del 2015 ha visto Ottani e Biagiarelli tornare negli stessi luoghi da cui i cecchini tenevano sotto assedio Sarajevo e i suoi abitanti, scattando da lì le fotografie oggi in mostra. Gli appartamenti di Grbavica, l’Holiday Inn, la caserma Maresciallo Tito, le postazioni di montagna sono divenuti il punto di vista ideale per perdersi nella mente di chi, da quegli stessi luoghi, inquadrava per uccidere. Sono stati giorni di attese, di passaggi di uomini, donne e bambini, aspettando che il soggetto, ignaro, arrivasse al centro del mirino per fermare il momento. Un progetto editoriale divenuto mostra e che, per gli autori, vuole essere un gesto di affetto per Sarajevo, per le vittime, per i sopravvissuti e per tutti coloro che ancora oggi si trovano in ostaggio in aree di conflitto.

dal 2 al 19 Giugno 2022 – Antico Granaio di Villa Greppi, Monticello Brianza 8LC9

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GUIDO HARARI. REMAIN IN LIGHT. 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E INCONTRI

© Guido Harari Photography

Da sempre Epson è partner dei progetti di Guido Harari e questa collaborazione si riconferma oggi con un’importante mostra antologica, “Remain In Light. 50 anni di fotografie e incontri”, che ripercorre l’intera carriera dell’eclettico fotografo, da sempre legato al mondo della musica, della cultura e della società anche come autore di libri, curatore di mostre, gallerista ed editore.

Oltre 250 fotografie di Harari, che verranno esposte in diverse sedi italiane a partire dalla Mole Vanvitelliana di Ancona dal 2 giugno al 9 ottobre 2022, raccontano i grandi protagonisti della musica e le maggiori personalità del nostro tempo, da David Bowie a Bob Dylan, Josè Saramago, Bob Marley, Lou Reed, Giorgio Armani, Fabrizio De André, Vasco Rossi, Ennio Morricone, Dario Fo e Franca Rame, Rita Levi Montalcini, Sebastiao Salgado, Greta Thunberg, Marcello Mastroianni, Tom Waits. 
Sono ritratti indimenticabili, quelli realizzati da Guido Harari, che raccontano la dimensione intima dei suoi incontri con grande intensità ed emozione, immagini che prendono vita attraverso la tecnologia di stampa, gli inchiostri e la carta fotografica Epson Luster, capace di restituire ogni sfumatura del colore o profondità del bianco e nero.

Dal 02 Giugno 2022 al 09 Ottobre 2022 – Mole Vanvitelliana – Ancona

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WORLD PRESS PHOTO 2022

World Press Photo of the Year. Amber Bracken for the New York Times, Kamloops Residential School
 

Dal 7 maggio al 3 luglio 2022, il Forte di Bard ospita la nuova edizione di World Press Photo, il più prestigioso premio al mondo di fotogiornalismo. World Press Photo 2022 si conferma l’appuntamento che restituisce al mondo intero la enorme capacità documentale e narrativa delle immagini, rivelandone il fondamentale ruolo di testimonianza storica del nostro tempo. Il premio, giunto alla 67esima edizione, è stato ideato nel 1955 dalla World Press Photo Foundation, organizzazione indipendente senza scopo di lucro con sede ad Amsterdam, ha visto quest’anno la partecipazione di 4066 fotografi di 130 Paesi, per un totale di 64.823 immagini candidate. La valutazione ha coinvolto giurie regionali e una giuria globale di 31 componenti altamente qualificati. 
 
A differenza degli anni precedenti, quando era organizzato in categorie tematiche, il concorso è suddiviso in sei aree geografiche, divise a loro volta in quattro categorie in base al formato dell’immagine. Le macro aree sono Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America, Sud America, Sud-est asiatico e Oceania. Ogni area prevede quattro categorie: Singles, Stories, Long-Term Projects e Open Format. Tra i 24 vincitori in ciascuna delle quattro categorie la giuria ha selezionato i quattro vincitori globali: World Press Photo of the Year, World Press Photo Story of the YearWorld Press Photo Long-Term Project Award e World Press Photo Open Format Award.
I 24 vincitori provengono da 23 Paesi: Argentina, Australia, Bangladesh, Brasile, Canada, Colombia, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Grecia, India, Indonesia, Giappone, Madagascar, Messico, Nigeria, Paesi Bassi, Norvegia, Palestina, Russia, Sudan e Thailandia.
 
Ad aggiudicarsi il titolo di World Press Photo of the Year è stato lo scatto Kamloops Residential School della fotografa canadese Amber Bracken. L’immagine immortala una successione di abiti rossi appesi a delle croci lungo la strada. Una sorta di memoriale a cielo aperto per ricordare i 215 bambini morti presso la Kamloops Indian Residential School in Canada, dove venivano forzatamente inviati i figli delle famiglie di nativi locali, i cui resti sono stati ritrovati in una fossa comune. Ha commentato Rena Effendi, presidente della giuria: «È un’immagine che si imprime nella memoria. Che suscita un’immediata reazione. Posso quasi percepire la quiete in questa fotografia. Una sorta di resa dei conti nella storia della colonizzazione. Non solo in Canada ma in tutto il mondo». E’ la prima volta nei 67 anni del Premio che vince una fotografia che non ritrae persone.
 
Il riconoscimento per la Storia dell’anno è andato al progetto Saving Forests with Fire dell’australiano Matthew Abbott. La serie documenta la pratica degli incendi boschivi controllati che da migliaia di anni gli Nawarddeken del West Arnhem Land, in Australia, utilizzano per gestire le loro terre. 

È Amazonian Dystopia del fotografo brasiliano Lalo de Almeida lo scatto vincitore del Long-term Project Award. La serie documenta lo sfruttamento della Foresta amazzonica, che ha avuto grande impulso sotto il governo di Bolsonaro. Un patrimonio di biodiversità compromesso dalla deforestazione, dalle attività estrattive e dalla costruzione di infrastrutture. Tutte attività che mettono gravemente in pericolo non solo la natura ma anche le popolazioni che qui vivono.
 
L’Open Format Award è andato a Blood is a Seed della fotografa ecuadoriana Isadora Romero. La serie è un viaggio nel villaggio di Une nel dipartimento di Cundinamarca, in Colombia. Qui, il nonno e la bisnonna dell’autrice erano “guardiani dei semi” e coltivavano diverse varietà di patate, di cui ne rimangono solo due. Attraverso una storia personale, dunque, Isadora Romero affronta questioni legate alla perdita di biodiversità, alla migrazione forzata, alla colonizzazione e al venir meno di tradizioni antiche.
 
Nell’allestimento al Forte di Bard sarà presente anche il The Winner Wall, un maxicombo di 3×5 metri di grandezza che presenterà le migliori foto vincitrici del premio Foto dell’Anno dal 1955, anno della prima mostra, ad oggi. 

 Dal 07 Maggio 2022 al 03 Luglio 2022 – Forte di Bard – Aosta

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FOCUS SU MARIO GIACOMELLI

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963 | © Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli

Un itinerario alla scoperta della fotografia poetica, malinconica e profonda di Mario Giacomelli, a partire dal 28 aprile negli spazi di Magazzini Fotografi. 
Focus su Mario Giacomelli è un approfondimento dedicato ad uno dei più importati artisti nel XX secolo, condotto attraverso un percorso tra fotografia, video-proiezioni e photobooks dedicati all’autore. 
 
In mostra cinque delle più iconiche e rappresentative fotografie dell’artista, in stampa vintage, la più pura essenza della ricerca fotografica condotta da Mario Giacomelli, che ha vissuto negli anni molteplici mutazioni ed evoluzioni, lasciando un contributo fondamentale nel mondo dell’arte contemporanea. 
 
Per meglio comprendere la poetica dell’artista, il percorso si arricchirà con video proiezioni e docu-film e un allestimento delle principali produzioni editoriali del fotografo, con il proposito di accompagnare lo spettatore alla scoperta del complesso e surreale mondo fotografico di Mario Giacomelli. 
 
L’evento è reso possibile grazie alla preziosa collaborazione con la Libreria Marini e in particolare con Adele Marini, co-direttrice dell’Archivio insieme a sua sorella Giovanna. 
 
Mario Giacomelli, nato a Senigallia nel 1925, è stato uno dei fotografi italiani più importanti in ambito internazionale. 
Alcune delle sue immagini sono diventate simbolo riconosciuto della ricerca fotografica italiana nel mondo.​ Noto in particolare per i suoi scatti in bianco e nero dai forti ed intensi contrasti, il segno che contraddistingue la fotografia di Giacomelli si indentifica nella sua capacità di adoperare l’antitesi tra questi due colori per mutare la forma e la consistenza dell’immagine.

La fotografia reale e surreale dell’autore si distingue inoltre per la totale assenza di soggetti preferenziali: Giacomelli coltivò per tutta la sua carriera una forte curiosità passando da un tema all’altro, ma con un occhio sempre attento alle persone ed ai paesaggi.
 
«La fotografia mi ha aiutato a scoprire le cose a interpretarle e rivelarle. Racconto la conoscenza del mondo, in una architettura interiore dove le vibrazioni sono un continuo fluire di attimi, di avventure liberanti come espressione totale dove sento tutta la completezza della mia esistenza».

Dal 28 Aprile 2022 al 17 Luglio 2022 – Magazzini Fotografici – Napoli

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GIULIO DI STURCO. GANGA MA (MADRE GANGE)

GIULIO DI STURCO. GANGA MA (MADRE GANGE)

Se Ganga vive, vive anche l’India. Se Ganga muore, muore anche l’India
Vandana Shiva, scrittrice e ambientalista indiana 

Dall’11 aprile al 19 settembre 2022, MIA Fair presenta nello spazio dedicato alla fotografia d’arte dell’Università Bocconi a Milano, la personale di Giulio Di Sturco Ganga Ma
 (Madre Gange), in partnership con la Podbielski Contemporary gallery.
La mostra, nuovo appuntamento del progetto di collaborazione tra MIA Fair e BAG-Bocconi Art Gallery iniziato nel 2016, è il risultato di una ricerca fotografica durata dieci anni sul fiume Gange, nel quale Giulio Di Sturco ha documentato gli effetti dell’inquinamento, dell’industrializzazione e dei cambiamenti climatici.
“Ho pensato a un progetto espositivo per l’Università Bocconi – afferma Fabio Castelli, ideatore e direttore di MIA Fair – che coniughi a uno standard altissimo di qualità, una profonda riflessione su un tema fondamentale: gli effetti dell’inquinamento sulla sopravvivenza del pianeta”.
Il progetto di Di Sturco accompagna il Gange per 2.500 miglia, dalla fonte nell’Himalaya in India al delta nella Baia di Bengal in Bangladesh, raccontando come si trovi sospeso tra la crisi umanitaria e il disastro ecologico.
 
Il Gange è un esempio emblematico della contraddizione irrisolta tra uomo e ambiente, poiché è un fiume intimamente connesso con ogni aspetto – fisico e spirituale – della vita indiana. Tutt’oggi costituisce una fonte di sussistenza per milioni di persone che vivono lungo le sue rive, fornendo cibo a oltre un terzo della popolazione indiana. Il suo ecosistema include una vasta eterogeneità di specie animali e vegetali, che stanno però scomparendo a causa dei rifiuti tossici smaltiti ogni giorno nelle sue acque.
Le fotografie di Ganga Ma spaziano dalla banalità del quotidiano a una condizione quasi surreale. Quasi a evidenziare l’infermità causata dall’uomo al corpo del fiume, Di Sturco ha adottato una strategia estetica singolare, presentando immagini che a una prima occhiata appaiono piacevoli e poetiche, ma che poi rivelano la loro vera natura.

Dal 11 Aprile 2022 al 19 Settembre 2022 – Università Bocconi – Milano

STILL APPIA. FOTOGRAFIE DI GIULIO IELARDI E SCENARI DEL CAMBIAMENTO

STILL APPIA. FOTOGRAFIE DI GIULIO IELARDI E SCENARI DEL CAMBIAMENTO

Nella splendida cornice del Parco Archeologico dell’Appia Antica, presso il Complesso di Capo di Bove, dal 9 aprile al 9 ottobre 2022, è ospitata la mostra fotografica “Still Appia. Fotografie di Giulio Ielardi e scenari del cambiamento” che intende andare oltre il reportage fotografico e narrativo rendendo omaggio alla via Appia vista come itinerario culturale e grande palinsesto storico-sociale di oltre 2000 anni.

Oltre cinquanta scatti di Giulio Ielardi, fotografo romano, raccontano il suo viaggio fatto a piedi nel 2021, in solitaria lungo la via Appia da Roma a Brindisi: ventinove giorni in tutto, di zaino in spalla tra strade, ruderi e borghi alla ri-scoperta di una delle strade più antiche di Roma.
Gli scatti superano la dimensione reportistica e la ricerca iconografica del fotografo e diventano il pretesto per un aggiornamento sugli sviluppi della valorizzazione di questa arteria dell’antichità, prima grande direttrice di unificazione culturale della penisola italiana.

L’importanza acquisita negli ultimi anni dal recupero dei percorsi a piedi è testimoniata dall’interesse da parte del Ministero della Cultura (MIC) nel dare vita al progetto Appia Regina Viarum.
L’obiettivo del progetto è la realizzazione del cammino dell’Appia Antica da Roma a Brindisi, prevedendo una serie di interventi di sistemazione del tracciato e dei monumenti in tutte e quattro le Regioni – Lazio, Campania, Basilicata e Puglia – attraversate dall’Appia stessa.
Anche il Parco Archeologico dell’Appia Antica è impegnato con un proprio specifico programma di sistemazione di un tratto della via che va dalla Campagna Romana fino ai Castelli. Ma il ruolo del Parco va ben oltre i suoi limiti territoriali, estendendosi per decreto istitutivo al coordinamento della valorizzazione di tutta la Regina Viarum fino a Brindisi. La mostra Still Appia vuole raccontare le azioni e le visioni di questo ambizioso programma.

La mostra è organizzata dal Parco Archeologico dell’Appia Antica e vede il patrocinio dei Consigli Regionali del Lazio, della Basilicata e della Puglia, oltre il patrocinio del Comune di Mesagne, del Parco naturale dell’Appia Antica, del Parco naturale dei Castelli Romani, di Italia Nostra e de La Compagnia dei Cammini. 
Partner Culturale: FIAF – Federazione italiana associazioni fotografiche.

Dal 09 Aprile 2022 al 09 Ottobre 2022 – Parco Archeologico dell’Appia Antica – Complesso di Capo di Bove

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Mostre per agosto

Ciao a tutti,

prima di lasciarci per qualche giorno di meritate vacanze, vi segnalo qualche mostra per il mese di agosto e molti festival di fotografia.

Buone vacanze!

Anna

MAGNUM ON SET. IL RACCONTO DEL CINEMA NELLE IMMAGINI DEI GRANDI FOTOGRAFI MAGNUM

Apre al pubblico il 26 giugno 2021 presso il Castello di Santa Severa, spazio della Regione Lazio, gestito da LAZIOcrea in collaborazione del Comune di Santa Marinella la mostra Magnum on Set. Il racconto del cinema nelle immagini dei fotografi Magnum.
La mostra è promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con Contrasto Magnum Photos, curata, in questa sua originale presentazione, da Alessandra Mauro.  L’esposizione resterà aperta fino al 17 ottobre 2021, inclusa nel biglietto di ingresso ai musei del castello e sarà visitabile dal martedì alla domenica, durante gli orari di apertura del complesso monumentale.

Fin dal suo inizio, Magnum Photos ha sempre avuto un rapporto intenso e speciale con il mondo del cinema e i suoi protagonisti. Robert Capa e le diverse incursioni a Hollywood; Cartier-Bresson e i documentari sulla guerra di Spagna; Elliott Erwitt e gli anni trascorsi, da bambino, accanto agli studi della Columbia; Dennis Stock e il suo sodalizio con James Dean…. Una lunga storia di condivisioni, di viaggi e avventure dello sguardo ora presentati insieme nella suggestiva cornice del Castello di Santa Severa.

Magnum on Set
 propone 120 fotografie che testimoniano una serie di incontri, tra quelli più memorabili, che hanno segnato l’amicizia tra il mondo del cinema e quello della fotografia. In mostra i ritratti, i fuoriscena dei grandi film di Hollywood, il “dietro le quinte” dei set cinematografici con immagini straordinarie di personaggi sono distribuiti in sezioni dedicate alle diverse pellicole. C’è Charlie Chaplin mentre dirige Luci del varietà (fotografato da Eugene Smith), Billy Wilder e Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza (immortalati da Elliott Erwitt), James Dean in Gioventù Bruciata (nelle immagini di Dennis Stock), le grandi dive  Eizabeth Taylor e Katharine Hepburn in Improvvisamente l’estate scorsa (fotografate da Burt Glinn), l’intero cast di The Misfits – Gli Spostati ritratto da diversi autori Magnum che si sono alternati sul set, Michelangelo Antonioni in  Zabriskie Point  (ripreso da Bruce Davidson), e molto altro.

Sono immagini che rivelano un lato poco noto dell’attività dei fotografi di Magnum; testimoniano il rapporto intenso, fatto di sorpresa ed emozione, che un set cinematografico dischiude agli occhi e alla macchina di un fotografo abituato a raccontare la realtà e il suo tempo.

Dal 26 Giugno 2021 al 17 Ottobre 2021 – Castello Di S. Severa – Santa Marinella (Roma)

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VITE DI CORSA. LA BICICLETTA E I FOTOGRAFI DI MAGNUM. DA ROBERT CAPA AD ALEX MAJOLI

La Val di Sole ospiterà la grande mostra, in prima mondiale, “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” dal 1 luglio al 26 settembre 2021.

L’esposizione dei maestri della celebre agenzia fotografica Magnum (circa 80 immagini, molte delle quali mai prima esposte al pubblico), sarà accolta dall’antico Castello di Caldes, grazie alla collaborazione del Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e della Rete dei castelli del Trentino.

A promuovere sia l’evento mondiale che questa originale mostra-evento è l’Azienda per il turismo Val di Sole che per la mostra – organizzata dalla società Suasez – agisce in collaborazione con il Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e il Comune di Caldes.

Marco Minuz per “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” ha scelto fotografie d’autore che esplorano la dimensione umana di questa pratica sportiva che fa del ciclismo uno degli sport più popolari e amati. Raccontando le epopee dei campioni e delle grandi manifestazioni internazionali, Tour de France in primis, ma anche la quotidiana, straordinaria umanità di campioni e del grande pubblico che ai bordi delle strade e al traguardo li sostiene, immedesimandosi con loro e con il loro impegno. Sudore, fango, tenacia, imprese di uomini che macinano chilometri misurandosi innanzitutto con sé stessi, la propria forza e i propri limiti. Colpiscono le immagini di uomini stremati, che letteralmente crollano sull’asfalto o sul pavé appena superato il traguardo, la partecipazione emotiva dei loro sostenitori, l’indifferente serenità di una mandria che continua a brucare mentre gli umani sembrano impazzire per l’impresa del loro campione.

La spettacolare sequenza di immagini in mostra è aperta da una serie, poco nota, di fotografie realizzate da Robert Capa nel 1939 quando venne incaricato dalla rivista “Match” di seguire il Tour de France di quell’anno. Fotografie dove l’attenzione si sposta prevalentemente nella partecipazione del pubblico alla corsa, cogliendo sguardi ed equilibri compositivi.

Un’altra serie raccoglierà foto realizzate da Guy Le Querrec nel Tour de France del 1954; all’epoca il fotografo aveva solo 13 anni e si trovava in Bretagna per passare le vacanze estive e dove, in quell’edizione, passava la celebre corsa ciclistica. Circa 30 anni dopo, nel 1985, il fotografo venne invitato a seguire la squadra ciclistica della Renault-Elf durante gli allenamenti invernali; in questa stagione scattò fotografie del campione Laurent Fignon e seguì il campionato di ciclocross.
Il percorso proseguirà con fotografie Christopher Anderson dedicate al ciclista Lance Amstrong nel 2004 che suggeriscono il triste epilogo della carriera di questo sportivo per doping.

Una sezione sarà dedicata agli spettatori con i loro riti con foto di Mark Power, Robert Capa, Harry Gruyaert e Richard Kalvar.

Poi le immagini realizzate dal fotografo francese Harry Gruyaert nel Tour del 1982 e una sezione dedicata ai velodrom, con immagini di René Burri, Stuart Franklin e Raymond Depardon. Il fotografo italiano Alex Majoli sarà presente con delle fotografie dedicate al celebre produttore di bici milanese Alberto Masi con sede del suo laboratorio sotto le curve del Velodromo Vigorelli.

Infine una selezione di immagini di Peter Marlow dedicate a frammenti di quotidianità dei corridori impegnati nel giro della Bretagna nel 2003.

Il progetto vuole indagare, attraverso lo sguardo di celebri fotografi di Magnum, la dimensione umana di uno degli sport più seguiti dal grande pubblico. Scegliere la sensibilità degli autori di questa agenzia permette di andare oltre alle gesta sportive, e porre l’attenzione sulle alchimie del ciclismo, l’unico sport, come ripeteva Gianni Mura, dove “chi fugge non è un vigliacco”.

Dal 01 Luglio 2021 al 26 Settembre 2021 – Castello di Caldes (TN)

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GUIDO HARARI. MUSE

Guido Hararitra i più celebri fotografi italiani di musicatorna al Locus festival dopo lo straordinario successo della mostra “Sonica” nel 2020. “MUSE” è il nome di un nuovo progetto speciale, in prima esclusiva per il Locus, che metterà in mostra una selezione di celebri ritratti femminili dall’impressionante archivio fotografico di Harari.

La  mostra
, organizzata da Bass Culture srl e dall’Associazione Il Tre Ruote Ebbro in collaborazione con il Comune di Locorotondo, sarà inaugurata alla presenza dell’autore in un incontro pubblico il 31 luglioalle 18 in piazza Aldo Moro a Locorotondo e continuerà per tutta la durata del festival fino al 31 agosto.

I ritratti di PATTI SMITH, NINA SIMONE, JONI MITCHELL, LAURIE ANDERSON, FATOUMATA DIAWARA, TINA TURNER, KATE BUSH, JOAN BAEZ, SKIN, BETH GIBBONS (Portishead), DEBBIE HARRY, SADE, WHITNEY HOUSTON, NINA HAGEN con LENE LOVICH, MIRIAM MAKEBA, ANNIE LENNOX, SINEAD O’CONNOR, MAVIS STAPLES, PATTY PRAVO, GIANNA NANNINI, TRACY CHAPMAN, MERCEDES SOSA, MIA MARTINI, ALICE, CARMEN CONSOLI, RICKIE LEE JONES, SUZANNE VEGA, NOA, LOREDANA BERTÉ, MILVA, CRISTINA DONÀ, SIOUXSIE SIOUX, UTE LEMPER, MARIANNE FAITHFULL, sono solo alcune delle circa 40 immagini che saranno esposte, stampate in una speciale cromia rosso-oro, lungo un percorso nel bellissimo centro storico di Locorotondo, sulle caratteristiche mura imbiancate delle case tradizionali.

Lo stesso Guido Harari, condurrà inoltre un workshop di fotografia dal titolo “VEDERE LA MUSICA, ASCOLTARE LE IMMAGINI – Cosa e come comunicare attraverso il ritratto di musica.”

Molte opere saranno accostate ad un QR code, che attraverso i dispositivi digitali degli utenti permetterà l’ascolto di storie e musica legate all’artista ritratta, in un podcast prodotto per MUSE da Guido Harari con la voce narrante dell’attrice Licia Lanera.

La pianta delle installazioni nel centro di Locorotondo sarà visibile sul sito locusfestival.it

Dal 31 Luglio 2021 al 31 Agosto 2021 – LOCOROTONDO | BARI

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ITALIAE. DAGLI ALINARI AI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA + Pienovuoto. Massimo Vitali

Da cinque decenni il Forte di Belvedere di Firenze conferma la sua vocazione espositiva, ed è riconosciuto come uno dei più interessanti musei all’aperto a livello internazionale.  Dal 1972 ospita mostre personali di artisti contemporanei, portando in città la loro visione e facendola dialogare con i bastioni, gli spazi aperti, la città sottostante e il sublime paesaggio che lo circonda a 360 gradi. Da Henry Moore (con la storica mostra del 1972) a Beverly Pepper e Fausto Melotti, da Michelangelo Pistoletto a Mimmo Paladino, fino alle mostre più recenti di Giuseppe Penone e Antony Gormley, Jan Fabre e Eliseo Mattiacci, e poi le installazioni delle opere di Mario Merz o Luciano Fabro, Giulio Paolini o Giovanni Anselmo, così come quelle di Tony Cragg e di Anish Kapoor, di Remo Salvadori e Nancy Rubins, in occasione di mostre collettive come Belvedere dell’arte nel 2003 o di Ytalia nel 2017. Negli ultimi due anni la programmazione estiva al Forte di Belvedere si è indirizzata sulla fotografia, dalla mostra di Massimo Listri nel 2019 dedicata ai luoghi dell’arte a Firenze a quella sul paesaggio toscano, realizzata nel 2020 da Massimo Sestini.

Anche per l’estate 2021 il Forte di Belvedere punta sulla fotografia con un progetto dal titolo quanto mai evocativo e attuale: Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio, un progetto del Museo Novecento nato sotto la direzione artistica di Sergio Risaliti, direttore del museo di piazza Santa Maria Novella. Si tratta di due grandi mostre fotografiche allestite nei tre piani della palazzina del Buonatalenti. Il 25 giugno (fino al 10 ottobre 2021) aprono al pubblico in contemporanea “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea”, nata da un’iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, prodotta da Fratelli Alinari Idea SpA, promossa Fondazione Alinari per la Fotografia (organismo fondato dalla Regione Toscana per la conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio fotografico Alinari) e curata da Rita Scartoni e Luca Criscenti e “Pienovuoto” di Massimo Vitali, curata dallo stesso Risaliti. L’iniziativa Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio è promossa dal Comune di Firenze e organizzate da MUS.E grazie a Fondazione CR Firenze (che ha promosso le attività gratuite per bambini e ragazzi a Forte Belvedere e Villa Bardini) Unicoop Firenze, in collaborazione con Mazzoleni, e le mostre saranno eccezionalmente aperte gratuitamente al pubblico.

Il progetto “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea” è una storia di archivio della migliore fotografia italiana dedicata al nostro Paese, dalle foto storiche di Alinari alle nuove produzioni contemporaneeItaliae è lo specchio di un’Italia “plurale”, su cui nel tempo si è posato lo sguardo di fotografi diversissimi per tono, tecnica e stile, attenti a restituire le identità mobili e complesse del Paese, le sue tradizioni così come le sue più sottili linee di evoluzione. Un ritratto eccezionale che la Farnesina porterà in tutto il mondo grazie alla sua rete di Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura: in contemporanea con la tappa fiorentina, la mostra ha inaugurato a Minsk e proseguirà poi per San Pietroburgo, prime tappe di un tour internazionale che si articolerà fra 2021 e 2022“Pienovuoto”, vede invece coinvolto il grande fotografo Massimo Vitali, noto al mondo intero per i suoi scatti ‘metafisici’. Le foto in mostra sono un ritratto della nostra società contemporanea tra solitudini, moltitudini, spazi pieni, assembramenti e spazi vuoti, dove la natura o le città sembrano aver isolato pochi sopravvissuti nel mezzo di architetture e paesaggi grandiosi, sublimi, che dominano ancora incontrastati la vita.

Dal 25 Giugno 2021 al 10 Ottobre 2021 – Forte di Belvedere – Firenze

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Nausicaa Giulia Bianchi | Women Priests Project

Nel mondo Cattolico l’ordinazione dei prete donna è ancora vietata e come tale rappresenta ancora un tabù in tutta la comunità Cattolica mondiale. Chi trasgredisce a questa regola viene punita con la scomunica. Ciò nonostante negli ultimi decenni è nato un movimento internazionale di donne che hanno deciso di disobbedire, facendosi ordinare prete e avviando un processo profondo di rinnovamento spirituale e religioso all’interno delle comunità cattoliche dove vivono. Con Women Priests Project Giulia Bianchi raccoglie i racconti e i volti delle portatrici di questo cambiamento senza precedenti. Nelle sue immagini evocative ritroviamo scorci di luoghi tanto famigliari quanto carichi di novità grazie al ruolo trasformativo della spiritualità femminile.

15 Lug – 8 Ago – Casa del Rigoletto – Mantova

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ADOLFO PORRY-PASTOREL. L’ALTRO SGUARDO. NASCITA DEL FOTOGIORNALISMO IN ITALIA

Fino al 24 ottobre la prima grande personale dedicata al padre dei fotoreporter italiani. Un pioniere dell’immagine politica, di costume, della società. La nascita del nostro modo di guardare nella notizia.

Quando parliamo di attualità, di ultim’ora, di inchieste e testimonianze su realtà scomode, e di gossip, scoop, retroscena, cronache nere o rosa, difficilmente sappiamo che questi termini per noi scontati hanno in realtà origini e atti di nascita ben più antichi di quanto immaginiamo.
Ora una grande mostra fotografica e multimediale a Roma ci racconta in che modo sia nata, in Italia, l’arte della notizia per immagini, ossia il modo più comune con cui quotidianamente ci aggiorniamo e conosciamo l’attualità che ci circonda.

Ospitata dal 2 luglio al 24 ottobre 2021 al Museo di Roma a Palazzo Braschi, Adolfo Porry-Pastorel – L’altro sguardo. Nascita del fotogiornalismo in Italia è la prima esposizione personale dedicata al ‘padre’ dei fotoreporter italiani, nonché al progenitore dei ‘paparazzi’. Il pioniere di un mestiere e un’arte grazie a cui da più di un secolo l’opinione pubblica vede ‘quello che succede’, fatti, avvenimenti, personaggi, partecipando alla vita sociale del Paese.
Un evento espositivo che regala la scoperta di un fotografo, giornalista, testimone di immenso talento, che ha forgiato un modo di raccontare il nostro tempo.

IL PERCORSO ESPOSITIVO
Oltre 80 scatti, provenienti dall’Archivio storico Luce (che conserva 1700 negativi di Pastorel e più di 180.000 immagini della sua Agenzia fotografica VEDO) e da altri importanti fondi, come l’Archivio Fotografico Storico del Museo di Roma, e gli archivi Farabola, Vania Colasanti, Fondazione Turati, illustrano, in un percorso cronologico e creativo, arricchito da preziosi filmati d’archivio, stampe originali, documenti inediti e oggetti personali, la vita, gli scatti, i rapporti e le diverse passioni di Adolfo Porry-Pastorel. Fotografo, giornalista, reporter, dagli anni Dieci ai Quaranta del Novecento con la sua macchina fotografica e alla guida della sua agenzia VEDO riuscì a essere ovunque, dando vita, con le immagini inviate a giornali e rotocalchi, a un racconto inedito e sorprendente della storia d’Italia.
Classe 1888, professionista fotografo a 20 anni prima al ‘Messaggero’ poi al ‘Giornale d’Italia’ e ‘La Voce’, sperimentatore ardito di tecniche di stampa e trasmissione delle immagini, e di stratagemmi infiniti per procacciarsi eventi e scoop, tra le due guerre Pastorel è riuscito a passare per ‘il fotografo di Mussolini’ e contemporaneamente per un fastidioso scrutatore del regime. Ha avuto accesso alle stanze più intime del governo e del potere ed è stato attenzionato dalla censura fascista. Ha dato a milioni di italiani la cronaca viva di grandi eventi storici e politici, e ha raccontato come pochi il costume, la leggerezza del tempo libero, le nuove abitudini degli italiani. Ha posto le basi del fotogiornalismo, narrando il dietro le quinte della politica e del quotidiano.
Nel 1908 a soli 20 anni fonda la sua agenzia, dal nome programmatico: V.E.D.O. – Visioni Editoriali Diffuse Ovunque. Un acronimo per comunicare la sua velocissima ubiquità. Inventore di proto-marketing, il biglietto da visita di Pastorel era uno specchio da borsetta per signore, con sul retro il telefono dell’agenzia da chiamare subito in caso di avvenimenti di cronaca. La variante maschile, un orologio da tasca, era data in regalo ai vigili urbani.

Le foto in mostra ci raccontano la doppia anima dello sguardo di Pastorel: da un lato l’attento, fulminante cronista di costume popolare, dall’altro la cronaca del potere politico. Che tra gli anni Venti e Quaranta in Italia ha un solo protagonista, Benito Mussolini. Col duce, Porry-Pastorel intrattiene un rapporto dialettico, fatto di scambio e profonde diffidenze. Era di Pastorel lo scatto celeberrimo di Mussolini arrestato nel 1915 e malamente portato via durante una manifestazione interventista, una foto che il futuro dittatore non gli perdonerà mai (e che sarà però al tempo stesso una sorta di trofeo per lui da esibire). Uno scambio di battute tra i due dà la misura‘Sempre il solito fotografo’ – ‘Sempre il solito Presidente del Consiglio’. Ma Pastorel consegna alle tipografie alcune foto che diventano emblemi della rappresentazione mussoliniana: come quelle del duce impegnato a torso nudo nella trebbiatura, durante la Campagna per il Grano, note a noi ancora oggi, oppure con il figlio Romano issato sulle spalle, iconografia pura di una propaganda familista. Il fotografo ha una tale familiarità col capo del governo da accedere nei suoi soggiorni in vacanza, o da permettersi quanto di più proibito: fotografare il duce di spalle, addirittura inquadrando con malizia il palchetto che ne solleva la statura. Oppure mostrando Mussolini che ride. Un’immagine del tutto irrituale, rarissima, che questa esposizione ci regala.
Ma Pastorel è anche l’autore di un epocale reportage sul ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il più grave caso di omicidio politico della prima metà del ‘900 in Italia, massimo momento di crisi per il fascismo. Sono immagini di una precisione comunicativa straordinaria, da maestro del reportage.

O ancora fondamentali sono gli scatti della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo, grazie ai quali oggi osserviamo il formarsi degli schemi comunicativi e dei riti della dittatura.
Il fotografo è presente di persona e con i collaboratori della VEDO nelle occasioni ufficiali e ufficiose che contano. Un aneddoto sulla sua capacità di penetrazione è la presenza durante la storica la visita di Hitler in Italia nel 1938, con l’esibizione a Napoli di una flotta non così numerosa come Mussolini diede a vedere all’alleato. Nell’occasione Pastorel perfeziona un audace sistema di trasmissione delle immagini all’agenzia di Roma: i piccioni viaggiatori.
Pastorel mostra le contraddizioni del regime senza riserve: smonta i trionfalismi, celebrando però i ‘backstage’. Immortala le risate dei gerarchi, la bassa statura del Re, il conformismo oceanico delle adunate di piazza, rompe il cerimoniale riprendendo i protagonisti in pose più disinvolte e inaspettate. La sua foto non giudica, ma nessun altro fa in quegli anni un tale uso di ironia, inquadrature inusuali, composizioni irrituali. Le foto in mostra ci regalano puro giornalismo, racconto vivo e scattante dello spirito dell’epoca.

Altrettanto eccezionali e vivaci sono le foto di Pastorel dedicate al costume, alla gente comune. È un’Italia non ingessata nella posa del regime, spesso in movimento, colta di sorpresa: ai bagni al mare, nei caffè, nelle inaugurazioni di gala, nelle cerimonie pubbliche, i comizi, matrimoni, funerali; il varo di un dirigibile, al circo, sul set di un film, nelle passeggiate, nelle nozze di sposini autarchici che vanno in chiesa in bici. Un filo sembra legare le foto politiche a quelle popolari, i ritratti di Primo Carnera in pantaloncini, di Mussolini
e Ciano in spiaggia in costume, delle signore al mare. Nelle foto di Pastorel con sottile sovvertimento, il potere si dissacra, mentre la vita quotidiana si fa rito. Messinscena curata, sacra e laica.

Come la tipica immagine dell’Istituto Luce tendeva a mettere in posa i concittadini, mostrando propagandisticamente come il Fascismo e Mussolini fossero dovunque, in ogni aspetto della vita e della società, in maniera simile le foto di Pastorel e dell’agenzia VEDO comunicano che il fotografo è ovunque, pronto a ritrarre il paese in contropiede. Mentre il Luce costruisce la storia, Pastorel compone una controstoria. Una versione indiscreta, viva, rivelatoria dell’Italia.

Con la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, e soprattutto con la perdita dell’amato figlio Alberto, anche lui fotografo, inviato nella tragica campagna di Russia da cui non tornerà più, Adolfo Pastorel subisce un contraccolpo. L’ambito in cui si è mosso a grande velocità è mutato, un’epoca che lui ha fissato con la macchina è conclusa. Appende la macchina al chiodo, restando tuttavia a gestire l’agenzia Vedo e i suoi collaboratori, allievi divenuti in alcuni casi affermati professionisti.
L’ultima parte della mostra ci racconta di una nuova vita di Pastorel, nel felice ritiro di Castel San Pietro Romano, borgo di cui diverrà sindaco e promotore per il cinema. È qui infatti che Pastorel consiglierà a Vittorio De Sica, protagonista del film con Gina Lollobrigida, di far girare Pane, amore e fantasia. Il successo epocale della pellicola farà tornare troupe per altri titoli celebri. Il ritratto insieme a De Sica racconta di un amore non secondario di Pastorel per il mezzo cinematografico, figlio della fotografia.
Mentre l’ultimo scatto in mostra è un testamento. La foto è di Pierluigi Praturlon, grande fotografo di scena, e ritrae Pastorel, con alle spalle e macchina alla mano Tazio Secchiaroli, altro grandissimo dell’obiettivo e prototipo del paparazzo, nonché allievo del nostro fotografo. È un passaggio di consegne avvenuto al Congresso dei Fotoreporter del 1958, categoria di cui Pastorel è in quel momento presidente. Cinquant’anni prima aveva fondato la sua agenzia, e una nuova generazione di geniali reporter, paparazzi e poi grandissimi fotografi sociali, che hanno dato immagine alla seconda parte del secolo, rendeva omaggio a un loro capostipite.

02/07 – 24/10/2021 – Museo di Roma

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Melissa Ianniello | Wish It Was a Coming Out + MC 2.8 | Opera Nostra

Progetti vincitori della tappa letture portfolio di Italy Photo Award alla Biennale della Fotografia Femminile 2020.
Le mostre si trovano in Via Pescheria, presso le Pescherie di Giulio Romano, sono all’aperto e non hanno orari di visita.

15 Lug – 30 Ago – Pescherie G. Romano – Mantova

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Scolpite Riflessioni fotografiche intorno alla statuaria femminile

“Bisogna essere nude per entrare nei musei?”_Venere con la mela di B. Thorvaldsen 1816. Gallerie d’Italia, Milano, 2020, statua

Attraverso lo sguardo di 35 artiste dell’Associazione Donne Fotografe, la mostra Scolpite si propone di contribuire attivamente con il linguaggio fotografico alla creazione di una visione aperta e critica della figura della donna nell’immaginario collettivo e di stimolare una riflessione sulla presenza della donna nella statuaria e, in particolare, sulla sua assenza nella statuaria pubblica.

Le artiste in mostra sono:

Vittoria Amati, Tiziana Arici, Alessandra Attianese, Lucia Baldini, Isabella Balena, Raffaella Benetti, Patrizia Bonanzinga, Marianna Cappelli, Loredana Celano, Isabella Colonnello, Antonietta Corvetti, Giovanna Dal Magro, Margherita Dametti, Colomba D’Apolito, Isabella De Maddalena, Flavia Faranda, Fulvia Farassino, Simona Filippini, Antonella Gandini, Claudia Ioan, Silvia Lelli, Sonia Lenzi, Marzia Malli, Giuliana Mariniello, Paola Mattioli, Melania Messina, Rosetta Messori, Antonella Monzoni, Bruna Orlandi, Nicoletta Prandi, Patrizia Pulga, Patrizia Riviera, Anna Rosati, Margherita Verdi, Amalia Violi

La mostra è ospite a Palazzo Reale nelle Sale degli Arazzi fino al 5 settembre 2021 e fa parte de “La Bella Estate” il palinsesto culturale estivo promosso dal Comune di Milano.

Un intento condiviso e sostenuto dalla Fondazione Terre des Hommes che, da 10 anni realizza la campagna indifesa, per i diritti delle bambine e delle ragazze e attraverso la petizione #UnaStatuaPerLeBambine, lanciata a luglio 2020, ha invitato la cittadinanza milanese a riflettere sul tema della parità di genere e sulla necessità di scegliere nuovi modelli e simboli per le bambine e le donne di domani, a cui dedicare nuovi monumenti in città. 

una mostra Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale in collaborazione con Terre des Hommes

a cura di Associazione Donne Fotografe

photo editing di Paola Riccardi

testo critico di Gigliola Foschi

dal 14 luglio 2021 al 5 settembre 2021 – Palazzo Reale MILANO


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Walter Niedermayr. Transformations

Il 29 luglio 2021, nelle sale principali di CAMERA, apre al pubblico Walter Niedermayr. Transformations, mostra personale di Walter Niedermayr (Bolzano, 1952) che, attraverso focus su un corpo di lavori creati negli ultimi vent’anni della sua carriera, approfondisce il tema dei cambiamenti dello spazio.

Curato da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Claudio Composti e Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include gli ultimi vent’anni di ricerca artistica di uno fra i più importanti fotografi italiani contemporanei. Attraverso i temi ricorrenti della sua opera come i paesaggi alpini, le architetture e il rapporto fra lo spazio pubblico e lo spazio privato, viene evidenziato l’interesse dell’autore per l’indagine dei luoghi non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello sociale. Sebbene in continuità con l’eredità della tradizione fotografica italiana che vede il paesaggio come primaria chiave interpretativa della società, la ricerca visiva di Niedermayr è rilevante per la capacità di rileggere tale argomento e rinnovarlo sia dal punto di vista concettuale che formale. Per il fotografo altoatesino, infatti, oggi lo spazio fisico non può essere approcciato con un’esclusiva intenzione documentaria, ma appare come perno di una relazione trasformativa tra ecologia, architettura e società. In alcuni lavori della serie Alpine Landschaften (Paesaggi Alpini), ad esempio, la presenza dell’uomo nella raffigurazione di paesaggio è interpretata come un parametro di misurazione delle proporzioni dei panorami alpini, e al tempo stesso come metro politico del suo intervento nella metamorfosi degli equilibri naturali. Discorso che viene rimarcato anche in lavori come Portraits (Ritratti), dove i cannoni sparaneve ripresi durante la stagione estiva – quindi inattivi – diventano ambigue presenze che abitano il paesaggio.

Con una cinquantina di opere di grande formato, spesso presentate nella formula del dittico e del trittico e caratterizzate da tonalità poco contrastate e neutre, la mostra ci racconta una simultaneità di attività umane e non, che coesistono e trovano un equilibrio instabile in costate mutamento, come evidenzia la serie Raumfolgen (Spazi Con/Sequenze).

Sono esposti in mostra anche due dittici inediti realizzati a seguito di una committenza che ha permesso a Niedermayr di scattare, ad inizio anno, nel cantiere di Palazzo Turinetti a Torino che diventerà la quarta sede delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo. In apertura nei primi mesi del 2022, il museo sarà dedicato prevalentemente a fotografia e videoarte. La presenza di queste immagini racconta nuovamente la collaborazione tra CAMERA e Intesa Sanpaolo – Socio Fondatore e Partner Istituzionale di CAMERA – attraverso la quale nel 2019 è stata realizzata la mostra Nel mirino. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981.

29 luglio – 17 ottobre 2021 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Federico Clavarino. Emergency Exit

Il 29 luglio 2021, nella Project Room di CAMERA, apre al pubblico Emergency Exit, mostra personale di Federico Clavarino (Torino, 1984) che, attraverso la rilettura e ri-significazione di venticinque fotografie e oggetti creati negli ultimi anni dall’artista, prende in esame i temi ricorrenti della sua ricerca artistica per verificare le modalità di formazione delle identità contemporanee.

Curato da Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include immagini provenienti da tre serie di lavori ideati dall’inizio della carriera di Clavarino sino ad oggi: Italia o Italia (2010-2014), The Castle (2011-2016) e Eel Soup (2016-2020).

Emercency Exit di Federico Clavarino è il secondo appuntamento del ciclo di mostre “PassengersRacconti dal mondo nuovo”, un progetto di ricognizione ideato da CAMERA e focalizzato sull’esplorazione dello scenario artistico dei fotografi nati fra i primi anni Ottanta e metà anni Novanta.

La mostra è in collaborazione con la galleria Viasaterna di Milano.

29 luglio – 26 settembre 2021 – Project Room CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Le mostre di Phest

Per il sesto anno consecutivo PhEST – See Beyond the Sea, festival internazionale di fotografia e arte, torna ad animare il centro di Monopoli, della Puglia e del Mediterraneo e da qui volge il suo sguardo a tutto il mondo. E, come ogni anno, sono molti i nomi degli artisti che, dal 6 agosto al 1 novembre 2021, andranno a popolare i 20 e più lavori in mostra: dagli scenari profetici di Phil Toledano alle forme e ai colori di Eliška Sky, ma anche i “pantoni umani” di Angélica Dass, l’ucronia di David Vintiner e la ricerca di identità di Mustafa Sabbagh. Questa sesta edizione proposta dal direttore artistico Giovanni Troilo e dalla curatrice fotografica Arianna Rinaldo, è ancora una volta una formula prevalentemente outdoor nel totale rispetto delle normative vigenti in materia di sicurezza e distanziamento sociale. L’idea dunque, anche per l’estate 2021 è quella di portare il museo tra la gente, permettendo al pubblico di ammirare le opere passeggiando per il centro storico di Monopoli o tuffandosi nelle acque cristalline del suo mare. Ma senza privarsi della magia di alcune piccole location indoor, che saranno presto rivelate.
Tema centrale dell’edizione di quest’anno: IL CORPO.
 
Oltre venti mostre consentiranno al pubblico di immergersi e scoprire il cuore della città di Monopoli e, allo stesso tempo, di stupirsi, interrogarsi e riflettere sul “Corpo”. In una fase evolutiva in cui l’uomo sembra migrare verso un nuovo pianeta, quello immateriale della rete, il corpo sembra assumere valore sempre più marginale, diventa zavorra, limite, la parte cagionevole da custodire solo ai fini della preservazione della vita. La pandemia sembra aver accelerato questa presa di coscienza, questa migrazione. E invece oggi più che mai il corpo è al centro del dibattito e diviene discrimine per la politica. Pensiamo a Minneapolis e al #BlackLivesMatter, al #MeeToo e allo stesso Covid, tutti temi in grado di spostare gli equilibri politici dell’intero pianeta e su cui si concentreranno molti dei prossimi conflitti sociali. La conquista e il controllo dei dati biometrici diventa al contempo il fattore chiave per completare il dispositivo di controllo più sofisticato mai realizzato dall’uomo (la biopolitica di Agamben) e l’ultimo miglio che resta all’Intelligenza Artificiale per avviare il Novacene, l’Età della Superintelligenza di cui parla James Lovelock, verso il suo stadio più maturo.

Dal 06 Agosto 2021 al 01 Novembre 2021 – Monopoli (BA) – Sedi varie

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Le mostre di Images Gibellina

Gibellina PhotoRoad, primo festival di fotografia e arti visive open air e site-specific in Italia e uno dei pochi al mondo, approda alla III edizione che si svolgerà dal 30 luglio al 29 agosto nella cittadina siciliana di Gibellina, nella cornice di uno dei più vasti musei di arte contemporanea en plein air del mondo.

Un’edizione speciale in cui il consueto impianto del festival sarà mantenuto ma riprogettato in una dimensione ancora più internazionale sulla scia dell’importante partnership avviata nel 2018 e rafforzata quest’anno con il festival svizzero Images Vevey – evento di arti visive all’aperto tra i più prestigiosi al mondo – e suggellata anche con il nuovo nome Images Gibellina
In continuità con il lavoro di relazione con la città e con il territorio, da sempre centrale nel progetto del Gibellina PhotoRoad, anche Images Gibellina proseguirà l’importante percorso di reinvenzione dello spazio urbano portando arte e fotografia nelle strade e nelle piazze attraverso monumentali e innovativi allestimenti “all’aperto”

Le mostre in programma quest’anno sono moltissime e davvero interessanti. Solo per citare qualche nome: Francesco Jodice, Bruce Gilden, Stephen Gill, Stefano De Luigi e Maurizio Galimberti.

Trovate il programma qua

Dal 30 luglio al 29 agosto – Gibellina (TP)

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Le mostre di Ragusa Foto Festival

Dal 23 luglio al 29 agosto in Sicilia,a Ragusa Ibla,uno dei più borghi barocchi più belli d’Italia patrimonio Unesco, si conclude l’edizione 20/21 di Ragusa Foto Festival, manifestazione internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione di giovani talenti provenienti da tutto il mondo.
Più di venti i progetti selezionati che saranno esposti presso gli antichi palazzi La Rocca e Cosentini, l’Auditorium (chiesa sconsacrata) San Vincenzo Ferreri e presso il Giardino Ibleo. Durante le giornate inaugurali, da venerdì 23 a domenica 25 luglio, oltre all’apertura delle mostre alla presenza di alcuni dei fotografi selezionati per questa edizione, il Festival propone un ricco programma di eventi con letture portfolio, seminari, talk, visite guidate e pranzi con esperti e autori di fama internazionale.
Il Festival è prodotto e organizzato dall’Associazione Antiruggine, sotto il patrocinio del Ministero della Cultura, MIC, con il sostegno dell’Ambasciata d’Israele, Fondazione Con il Sud, della Presidenza dell’Assemblea della Regione Sicilia, del Comune di Ragusa, Banca Agricola Popolare di Ragusa, della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia e del Libero Consorzio Comunale di Ragusa.
Dopo un anno tumultuoso, sotto la spinta della fondatrice e direttrice Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale siciliana, molto legata al suo territorio e motivata ancora più di prima della pandemia, insieme al direttore artistico Steve Bisson, docente di fotografia, curatore e antropologo visuale, il comitato scientifico diversificato e una rete di partner culturali nazionali e internazionali, Ragusa Foto Festival, sfidando le difficoltà oggettive del momento, riprende e conclude la nona edizione dedicata al tema del desiderio declinato nelle sue diverse sfaccettature. Nel 2020, a causa della brusca interruzione dovuta all’emergenza, erano state presentate solo due mostre openair dedicate una al tema e l’altra alla bellezza del territorio ibleo.
Nella nuova epoca appena avviata, in cui nulla vieta di sognare e di continuare a programmare le aspettative per il futuro, desiderare risulta essenziale. E nell’ottica della ripartenza culturale, fondamentale per l’uscita dalla crisi economica e sociale, l’edizione 20/21 riprende con le mostre dedicate ai 13 progetti dei giovani autori emergenti provenienti da tutto il mondo che evocano il desiderio nelle diverse declinazioni, per visualizzarne e rielaborarne significati, evoluzioni ed esigenze dentro i nuovi schemi culturali che la nuova normalità ci impone.
Gli autori selezionati con una call internazionale promossa in collaborazione con Urbanautica Institute prima dell’interruzione della pandemia, sono: Frijke Coumans Gardeners of Desire, Aurore Del Mas Don’t love me I’m your toy, Alba Zari The YJonna Bruinsma Dragone, Yaakov Israel The Black Horseman, Alexis Vasilikos A Lover’s Sequence, Giacomo Alberico After The Gold RushJenia Fridlyand The leaves will fall from the sky, Francesco Levy Azimuths of Celestial BodiesFederico Arcangeli Pleasure Island, João Henriques School Affairs, Giovanni Presutti Give me liberty or give me death, Simon Van Geel Megalomania Delusions of Grandeur.
In mostra anche il We the wind stops  di““WeWe di Alessandro Scattolini, vincitore del Premio Miglior Portfolio 2019 e dei due progetti menzionati La Settimana Santa in Sicilia di Daniele Vita e Vere finzioni: Supereroi di Francesco di Robilant e Anna La Rosa.
Non sappiamo cosa ci aspetta per il futuro, ma oltre ad utopie ed evasioni, desiderare può rivelare come creare nuove opportunità di senso, cioè di riscoperta delle potenzialità umana, di comprendere come conservare la nostra specie, come prendersi cura dei nostri ambienti e dei nostri simili. E proprio partendo da queste sfide, Ragusa Foto Festival ha integrato la proposta espositiva con due iniziative ideate per offrire ulteriori occasioni di crescita e promuovere la bellezza del territorio più a Sud d’Italia e d’Europa.
A proposito di Sud per stimolare percorsi d’innovazione sociale verranno esposti presso l’auditorium San Vincenzo Ferreri due progetti dedicati ad alcuni dei lavoratori più colpiti, tra i più invisibili e più fragili già prima del coronavirus: i braccianti agricoli immigrati, venuti sin qui per realizzare il desiderio di una vita migliore. Persone che lavorano nel silenzio delle avversità dovute alle difficoltà che incontrano ogni giorno nel proteggere la propria dignità. Persone che vivono piccoli embrioni di comunità in luoghi sperduti del territorio ibleo grazie al supporto di realtà locali che fanno sistema per attenuare loro i soliti disagi e quelli imposti adesso dall’emergenza post covid19. Per incoraggiarli a desiderare un futuro migliore grazie al sostegno di Fondazione Con il Sud e Collezione Donata Pizzi, nonché con la preziosa collaborazione di Caritas Italiana attraverso le Caritas diocesane di Ragusa e di Noto, della Fondazione di Comunità Val di Noto, e del Consorzio Universitario della Provincia di RagusaMaria Vittoria Trovato e Martina Della Valle hanno realizzato due progetti dedicati ai Presidi siciliani di Caritas Italiana, a Marina di Acate e a Pachino. I lavori, insieme agli altri, verranno presentati durante le giornate inaugurali con un panel dedicato al tema dell’edizione, patrocinato dal Ministero della Cultura e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, alla presenza degli autori e dei sostenitori dei progetti.

Dal 23 Luglio 2021 al 29 Agosto 2021 – Ragusa – sedi varie

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