Mostre di fotografia da non perdere a giugno

Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!

Anna

Chi sei, Napoli? – JR

Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017),  San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.

L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.

Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti  i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate.
Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.

Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.

Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli

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Vivian Maier. The exhibition

Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40x50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
© Estate of Vivian Maier | Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San GaetanoVIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.

Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.

Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori.
La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia.
Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.

Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.

Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Il catalogo è realizzato da 
Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais Musée du Luxembourg, Paris.

“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.

“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”

“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin“Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”“La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.

Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova

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Steve McCurry – Cibo

Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo.
Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale.
Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori.
Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.

Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.

“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”.
Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza.
Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.

Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste

Alfred Eisenstaedt

Alfred Eisenstaedt, George Balanchine's School American Ballet. New York, USA, 1936
© Alfred Eisenstaedt_The LIFE Picture Collection | Alfred Eisenstaedt, George Balanchine’s School American Ballet. New York, USA, 1936

Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra ineditadal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore.

A trent’anni dalla sua morte 
a ottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta.
Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
 
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
 
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
 
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.

Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Guido Guidi. Da un’altra parte

© Guido Guidi
© Guido Guidi

10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.

Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la
necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.

Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.

Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano

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Daniele Tamagni. Style Is Life

Daniele Tamagni, "Willy Covary", 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Daniele Tamagni, “Willy Covary”, 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento

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In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi

©Gianni Berengo Gardin, Bologna, 1990
©Roselena Ramistella, Deepland, 2016-2021

Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.

Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.

Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation, il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.

Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie. La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico. La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.

Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.

4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano

Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus

Maria Vittoria Backhaus, Collage Icon #01, Filicudi, 2008 © Maria Vittoria Backhaus

A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana.
Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.

Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.

Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità.
In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.
Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.

La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani.
Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.

Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.

I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.

Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana

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Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi

© Gianni Berengo Gardin
© Gianni Berengo Gardin

Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.

L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.

Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.

Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.

La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Catalogo Silvana Editoriale.

Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu

Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.

Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.

Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.

17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)

Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti

Franco Zampetti, Campanile di Giotto
© Franco Zampetti | Franco Zampetti, Campanile di Giotto

Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
 
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
 
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
 
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
 
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
 
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore –  ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
 
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore,   afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
 
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così –  dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.

Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze

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Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.

Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato  nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.

Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.

Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino

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Mostre di fotografia consigliate per marzo

Anche a marzo mostre interessantissime ci aspettano, non perdetele!

Anna

JOEL MEYEROWITZ – A Sense of Wonder Fotografie 1962-2022

A Joel Meyerowitz (New York, 1938), uno dei protagonisti della scena fotografica contemporanea, Brescia dedica un’ampia retrospettiva – la prima vera antologica mai organizzata in Italia – in grado di ripercorrere l’intera sua carriera, lungo sei decenni di attività, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai nostri giorni.

La mostra, in programma al Museo di Santa Giulia a Brescia da marzo ad agosto 2025, a cura di Denis Curti, è promossa dalla Fondazione Brescia Musei. L’iniziativa è l’appuntamento più atteso dell’VIII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana.

A cominciare dagli anni Sessanta, Meyerowitz emerge come uno tra i giovani fotografi d’avanguardia più interessanti di New York. La sua ricerca corre in parallelo con quella di altri grandi autori quali Robert Frank, Gerry Winogrand, Diane Arbus. La rassegna presenta oltre 90 immagini organizzate per capitoli tematici e propone molte delle immagini che hanno contribuito a ridefinire il concetto di Street photography, all’interno del quale Joel Meyerowitz fa il suo ingresso introducendo l’uso del colore per interpretare e cogliere appieno la complessità del mondo moderno.

Per la prima volta in Italia, saranno presentati gli autoscatti realizzati dal fotografo durante il periodo del lockdown. Anche in queste opere più recenti, Joel Meyerowitz ricorda quanto la fotografia possa essere un mezzo di riflessione sul vissuto del singolo e della collettività, un dispositivo per riscoprire il presente in ogni suo aspetto.

Dal 25 marzo al 24 agosto – Museo di Santa Giulia – Brescia

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WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’agenzia MAGNUM dal dopoguerra a oggi

© Newska Tavakolian//MagnumPhotos
© Newska Tavakolian//MagnumPhotos

Dal 22 marzo al 21 settembre 2025, il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi, una straordinaria mostra fotografica a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che esplora, attraverso immagini iconiche dell’agenzia MAGNUM Photos, il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni.
 
Dopo DONNA MUSA ARTISTA – la mostra che attraverso i ritratti di Cesare Tallone indagava il ruolo delle donne nella società italiana tra Ottocento e Novecento – WOMEN POWER offre uno sguardo più contemporaneo e internazionale sul tema, proseguendo, dal punto di vista della fotografia, la riflessione avviata dal Museo sui cambiamenti sociali e culturali del mondo femminile.
 
Prodotta da CAMERA Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos e promossa da Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb in collaborazione con CoopCultureWOMEN POWER si concentra su due aspetti complementari, le donne fotografe che raccontano la realtà con una visione unica, e le donne ritratte che emergono come soggetti di grande valore dalle lenti di Magnum, testimoni di sfide, conquiste e ruoli in contesti intimi e pubblici.
 
Il percorso della mostra si articola in sei nuclei tematici che esplorano il contesto familiare, la crescita, l’identità, i miti della bellezza e della fama, le battaglie politiche e la guerra. Ognuno di questi temi è rappresentato da lavori realizzati da alcune delle più importanti autrici di Magnum Photos, tra cui Inge MorathEve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian. Autrici di fama internazionale accanto a giovani fotografe contemporanee, con reportage realizzati in contesti molto diversi da un punto di vista storico e geografico, che spaziano dai ritratti di Marilyn Monroe a quelli delle combattenti delle FARC in Colombia.
 
La mostra fa emergere un confronto fra stili, linguaggi e generazioni, che danno vita a un inedito dialogo di voci e sguardi mai convenzionali. Le fotografie, pur diversissime tra loro, sono legate da lotte, emozioni ed esperienze che, attraverso la loro presenza e le posture, diventano simboli di un cammino di emancipazione, sia come individui che come collettività.
 
Pur celebrando il contributo femminile alla fotografia, WOMEN POWER include anche scatti di celebri fotografi come Robert Capa, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Rafal Milach, Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna, che hanno saputo raccontare la condizione femminile testimoniando le sfide legate ai diritti delle donne.
 
La mostra offre anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra il corpo femminile e la sua rappresentazione. Le fotografie immortalano donne in momenti di intimità, ma anche nel pieno impegno pubblico, dove la loro presenza e le posture diventano simboli di una lotta verso l’emancipazione, non solo come individui, ma come collettività.
 
Il catalogo della mostra, edito da Dario Cimorelli Editore, accompagna il visitatore in un approfondimento critico sulle immagini esposte, attraverso testi curati da Walter Guadagnini e Monica Poggi.
 
Prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos.

Dal 22 Marzo 2025 al 21 Settembre 2025 – Museo Villa Bassi Rathgeb – Abano Terme | Padova

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Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna

David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007
© David LaChapelle | David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007

Dal 1 febbraio al 15 marzo 2025 Galleria Cavour 1959 presenta la mostra “Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna”, una straordinaria mostra personale dedicata a uno dei fotografi e artisti più influenti e visionari del nostro tempo. L’esposizione è curata da Deodato Arte in collaborazione con Contemporary Concept.

La mostra propone un percorso immersivo attraverso le opere più iconiche di LaChapelle, offrendo al pubblico un’occasione unica per esplorare i molteplici filoni della sua produzione artistica: dalla riflessione spirituale all’analisi sociale, dai ritratti delle celebrità al dialogo con la moda, fino alle tematiche legate al cambiamento climatico. Con oltre 30 opere esposte, tra cui una inedita mai presentata al pubblico, lultimo capolavoro dellartista, la mostra celebra il genio di un artista che ha ridefinito i confini della fotografia contemporanea.

Il titolo “Oltre il Reale” è stato scelto per rappresentare la capacità unica di David LaChapelle di trascendere la realtà, trasformando ogni immagine in un mondo visionario. Le sue opere superano i confini del visibile, creando universi onirici che invitano lo spettatore a esplorare dimensioni simboliche, emotive e immaginative. In questa prospettiva simbolica anche lo spazio che ospita la mostra non è casuale. Il palazzo razionalista che dà vita a Galleria Cavour 1959 nasce infatti a fine Anni 60 già improntato a una visione sostenibile e avveniristica per l’epoca. Situato nel cuore della città, ha rappresentato la storia della moda a Bologna, il luogo dove da sempre si incontrano brand che rappresentano l’avanguardia per stile ed innovazione, crocevia di cultura e creatività, sede di mostre d’arte e di eventi culturali prestigiosi. 

Sono orgogliosa di ospitare la straordinaria mostra di David LaChapelle qui in Galleria Cavour 1959 – afferma l’Ingegnere Paola Pizzighini Benelli, Amministratore Unico di Magnolia Srl,  a cui fa capo Galleria Cavour 1959 – un luogo che nasce da una visione architettonica innovativa e che oggi si conferma come crocevia di cultura, arte e creatività. LaChapelle, con la sua capacità unica di trasformare la realtà in universi onirici e suggestivi, si integra perfettamente con l’anima visionaria di questo spazio. Fin dalle sue origini, Galleria Cavour 1959 è stata pensata come un ambiente capace di connettere tradizione e futuro, estetica e funzionalità, moda e arte. Le opere di LaChapelle dialogano con questa eredità, amplificandone la vocazione a essere un punto di riferimento per l’avanguardia artistica. Questa esposizione rappresenta non solo un evento culturale di rilievo, ma anche un’opportunità per continuare a valorizzare l’identità di Galleria Cavour 1959 come luogo di incontro tra visioni artistiche e architettoniche che guardano oltre il presente”.

Attraverso una selezione curata con attenzione, il visitatore sarà invitato a immergersi nell’universo visivo di LaChapelle, dove fotografia, simbolismo e narrazione si intrecciano in modo unico. Tra le opere esposte, spiccano: After the Deluge: Cathedral” e “After the Deluge: Statue”, che reinterpretano temi biblici in chiave contemporanea, esplorando il rapporto tra uomo, natura e spiritualità; “Snow Day”, un ritratto surreale che incarna la fragilità e la bellezza della natura; “Jesus is Condemned to Death”, una rilettura visivamente potente della Via Crucis; “Leonardo di Caprio”, un ritratto pop di una celebrità che fonde cultura contemporanea e critica sociale; “Earth Laughs in Flowers: Springtime”, una celebrazione del ciclo della vita ispirata alle nature morte fiamminghe; “Collapse in a Garden”, un invito alla riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente. Come in ogni fotografia di David La Chapelle, anche in questo caso ogni opera non fa testo a se ma racconta una storia, conducendo lo spettatore in un viaggio emozionante tra sogno e realtà. Un viaggio che vedrà il suo culmine nell’opera inedita “Tower of Babel” (2024), per la prima volta presentata al pubblico nella mostra di Bologna. 

La Torre di Babele era originariamente intesa per avvicinarsi a Dio. Ma gli esseri umani hanno fallitoOggi ci troviamo di fronte a Internet, a persone che parlano tutto il giorno, a influencer, podcast, politici… Ognuno ha un’opinione e vuole gridarla dai tetti. Tutti parlano, ma nessuno ascolta – dichiara David LaChapelle a proposito della sua nuova opera – Tower of Babel è un’opera reale, realizzata in studio. Abbiamo costruito il set e un modello della torre. Le nuvole sono state fatte di cotone e dipinte per armonizzarsi con lo sfondo. Il panorama della città è una proiezione di Los Angeles. Abbiamo fatto esplodere la torre in modo che si sgretolasse sui personaggi sottostanti. Ho curato attentamente questa scena con attori scelti specificamente per riflettere culture diverse provenienti da ogni angolo del pianeta” 

Dal 01 Febbraio 2025 al 15 Marzo 2025 – Galleria Cavour 1959 – Bologna

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DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei.

Cindy Sherman, Untitled
Cindy Sherman, Untitled

DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei” verrà presentata in anteprima internazionale a Palazzo Reale, una mostra che mette in dialogo più di 140 opere e  80 grandi artisti contemporanei di tutto il mondo. 

Da Cindy Sherman a Lynette Yiadom-Boakye, da Nan Goldin a Nicole Eisenman, da Kiki Smith a Marc Quinn, da Lisetta Carmi a Francesco Vezzoli; tutti artisti presenti nell’inedita e prestigiosa sezione contemporanea della Collezione Giuseppe Iannaccone che, saranno legati e collegati da un dialogo sui più importanti temi sociali come il rapporto con il corpo, l’identità in continua evoluzione, il multiculturalismo e le complesse interazioni tra Oriente e Occidente.

Un’esperienza che attraversa confini temporali e spaziali, proponendo un dialogo tra visioni geograficamente distanti ma convergenti su temi sensibili e imprescindibili per la contemporaneità. La mostra rappresenta un’occasione unica per esplorare, attraverso gli occhi degli artisti che hanno sempre dimostrato di saper vedere oltre, i cambiamenti sociali e culturali che plasmano il nostro presente.

Dal 07 Marzo 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Reale Milano

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Dina Goldstein. Un’artista tra fiaba e realtà

© Dina Goldstein, Courtesy Tallulah Studio Art, Italy | Dina Goldstein, In the Dollhouse, Passed Out

Tallulah Studio Art, in collaborazione con Fabbrica Eos, presenta la mostra personale di Dina Goldstein, l’artista visiva contemporanea israelo-canadese, residente a Vancouver, che attraverso il suo occhio fotografico invita a riflettere sulla bellezza e sull’ironia della vita. Nata nel 1969 a Tel Aviv, Dina Goldstein ha saputo crearsi un percorso che ha lasciato un segno nel panorama dell’arte contemporanea, distinguendosi per i suoi lavori che fondono il surrealismo pop con una critica sociale profonda.

Il percorso espositivo presenta una selezione dei suoi progetti più celebri, tra cui spicca In the Dollhouse, in cui Dina Goldstein esplora le tematiche della bellezza, del potere e della sessualità attraverso le immagini iconiche di Ken e Barbie. Queste due bambole, simboli di perfezione e aspirazioni irrealistiche, diventano protagoniste di scenari che mettono in discussione le nostre percezioni sulla vita reale. Dina Goldstein riesce a stravolgere l’idea di felicità perfetta per mostrarci che anche le figure più luminose possono nascondere ombre e insoddisfazione.
Il genio creativo di Dina Goldstein esplode in maniera ancora più audace con Fallen Princesses progetto in cui l’artista reinterpreta le amiche principesse dei nostri sogni infantili, presentandole in contesti che sfidano il tradizionale racconto delle favole. Le principesse Disney, spesso avvolte nella loro aura di incanto e serenità, vengono catturate in momenti crudi e reali, costringendoci a confrontarci con le difficoltà che la vita presenta. La sua visione ironica e provocatoria trasmette un messaggio potente: le favole non devono sempre avere un finale felice.

La serie Gods of Suburbia offre una profonda analisi del ruolo della religione e della fede nel mondo contemporaneo, mentre in Last Supper, East Vancouver, la Goldstein prende ispirazione dal celeberrimo dipinto di Leonardo da Vinci per ricreare L’Ultima Cena in un contesto urbano e moderno. Questa reinterpretazione non solo omaggia un capolavoro artistico, ma ci porta anche a riflettere sulle dinamiche sociali attuali e sui luoghi di marginalità, come il Downtown Eastside di Vancouver, dove storie di redenzione e caduta si intrecciano.
Dina Goldstein rappresenta una voce unica e potente nel panorama artistico contemporaneo. Con il suo approccio coinvolgente, esorta a vedere oltre la superficie delle immagini e a riflettere su temi complessi che riguardano la nostra società. Ogni scatto è un invito a esplorare non solo la bellezza, ma anche le sfide quotidiane che ciascuno di noi affronta. Una vera e propria artista visionaria, capace di trasformare la percezione comune della realtà in un’opera d’arte vivente. Il suo lavoro è stato riconosciuto da importanti premi, tra cui il premio speciale Arte Laguna nel 2012 e il gran premio del Prix Virginia nel 2014.

La mostra è organizzata in collaborazione con Fabbrica Eos Arte Contemporanea.

Inaugurazione giovedì 20 febbraio 2025 ore 18.00 – 21.00

Dal 20 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Fabbrica Eos – Milano

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Passaggi Paesaggi

Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago
© Rachele Maistrello | Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago

Un viaggio nella fotografia italiana: dal 14 febbraio a Palazzo Santa Margherita una mostra dalle collezioni di Fondazione AGO: 80 autori e 115 opere.

La mostra, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, riunisce ottanta autori e 115 opere da una delle raccolte di fotografia più significative nel panorama istituzionale italiano, patrimonio di Fondazione di Modena e del Comune , e offre un quadro del panorama artistico della fotografia italiana dedicata al paesaggio degli ultimi 70 anni.
Visitabile fino al 4 maggio, spazia dai maestri del Novecento alla generazione degli artisti emergenti e propone quattro declinazioni dell’idea di paesaggio: dall’urbano al naturale, dall’umano all’immaginario. I paesaggi urbani dei maestri (Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Guido Guidi, Olivo Barbieri) scorrono accanto alle immagini dominate dalla natura, in una difficile e complessa relazione con l’uomo (Franco Fontana, Walter Niedermayr, Paola De Pietri, Mario Giacomelli, Luca Andreoni), mentre i paesaggi umani spaziano dal reportage (Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna) all’indagine antropologica (Mario Cresci, Franco Vaccari), ai ritratti e al cinema (Tazio Secchiaroli, Marcello Geppetti). Sono poi i paesaggi d’invenzione a racchiudere le ricerche sperimentali sul linguaggio fotografico che conducono lo spettatore sul terreno dell’immaginario (Rachele Maistrello, Paolo Gioli, Cesare Leonardi). 

Partendo dalla tradizione della veduta del territorio – tema che caratterizza la storia della fotografia italiana nonché le stesse collezioni, per il ruolo storicamente esercitato da Modena e dall’Emilia-Romagna nell’evoluzione di questo genere – è poi possibile, come spiegano i curatori, rintracciare una serie di passaggi: dalla generazione dei maestri alle ultime, dall’analogico al digitale, da un genere all’altro fino al loro superamento, valorizzando le riflessioni sul medium e le ricerche di confine. Tali passaggi accompagnano il visitatore della mostra nella ricchezza del panorama artistico della fotografia italiana, lasciando la possibilità di delineare evoluzioni passate e future. 
Artisti in mostra: Claudio Abate, Giampietro Agostini, Luca Andreoni, Enrico Appetito, Vasco Ascolini, Olivo Barbieri, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Paolo Bernabini, Davide Bertocchi, Bruna Biamino, Antonio Biasiucci, Fabio Boni, Andrea Botto, Pamela Breda, Luca Campigotto, Vincenzo Castella, Bruno Cattani, Fabrizio Ceccardi, Francesco Cocco, Giorgio Colombo, Mario Cresci, Mario De Biasi, Paola De Pietri, Irene Fenara, Giorgia Fiorio, Franco Fontana, Antonio Fortugno, Vittore Fossati, Massimiliano Gatti, Marcello Geppetti, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Luca Gilli, Paolo Gioli, Claudio Gobbi, Stefano Graziani, William Guerrieri, Guido Guidi, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Emilio Lari, Cesare Leonardi, Uliano Lucas, Rachele Maistrello, Tancredi Mangano, Eva e Franco Mattes, Marzia Migliora, Nino Migliori, Filippo Minelli, Simone Mizzotti, Paolo Monti,  Ugo Mulas, Pino Musi, Paolo Mussat Sartor, Carmelo Nicosia, Walter Niedermayr, Enzo Obiso, Cristina Omenetto, Paola Pasquaretta, Paolo Pellion Di Persano, Robert Pettena, Agnese Purgatorio, Francesco Radino, Laura Renna, Marialba Russo, Roberto Salbitani, Ferdinando Scianna, Marco Scozzaro, Tazio Secchiaroli, Paolo Simonazzi, Valentina Sommariva, Annalisa Sonzogni, Marco Tagliafico, George Tatge, Toni Thorimbert, Angelo Turetta, Franco Vaccari, Jacopo Valentini, Fulvio Ventura, Lorenzo Vitturi, Beppe Zagaglia, Virginia Zanetti, Marco Maria Zanin, Martina Zanin, Marco Zanta. 

Dal 14 Febbraio 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Santa Margherita – Modena

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WALTER ROSENBLUM – Master of Photography

Walter Rosenblum rappresenta una figura importante della fotografia del XX secolo. Questa mostra vuole dare completezza al suo straordinario percorso espressivo attraverso un’importante raccolta di sue fotografie vintage, molte delle quali mai esposte prima. Verrà così offerta l’opportunità di conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso. In Italia, dopo la grande mostra del 1999 a Padova, ritorna il suo lavoro con un percorso di oltre 110 fotografie e documentazione d’epoca.

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) ha esercitato la professione di fotografo per più di cinquant’anni contribuendo notevolmente all’affermazione della fotografia nel corso del ventesimo secolo. A 18 anni entrò a far parte della Photo League, dove conobbe Paul Strand, suo mentore e amico, altri significativi fotografi, tra i quali Berenice Abbott e Lewis Hine.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Rosenblum prestò servizio come fotografo e cineoperatore nell’esercito americano e partecipò allo sbarco in Normandia a Omaha Beach. Si trovò tra i primi a filmare l’interno del campo di concentramento di Dachau. Rosenblum è stato uno dei fotografi più decorati della Seconda Guerra Mondiale.

Rosenblum ha fotografato alcuni dei più significativi eventi del ventesimo secolo: l’esperienza degli immigrati nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita del quartiere di Harlem, del sud Bronx e di Haiti. Eventi che saranno tutti documentati all’interno del percorso espositivo.

La sua carriera è stata arricchita da un’intensa attività didattica, e le sue fotografie sono presenti in oltre 40 collezioni internazionali, incluso il J. Paul Getty Museum, la Library of Congress, la Bibliothèque Nationale di Parigi e il Museum of Modern Art di New York.

Le sue fotografie riescono ad immortalare le qualità umane dei quartieri e dei loro residenti che affermano la vita e riflettono l’approccio socialmente consapevole che è stato il fondamento della sua carriera.

Come scrive Angelo Maggi, curatore della mostra: “Attraverso i suoi scatti, Rosenblum ha saputo immortalare l’autenticità dell’esperienza umana, regalando a noi tutti un messaggio di speranza e resilienza. Il suo lavoro, quindi, non si limita a essere una testimonianza del passato, ma continua a essere una fonte di ispirazione, invitandoci a vedere il mondo con occhi nuovi e a cogliere la luce nelle situazioni più oscure. L’opera del fotografo è ampia e ha dato un contributo importante alla storia della fotografia sia per il suo impegno e rilevanza teorica, sia per l’eccellenza artistica delle immagini”.

Andrea Colasio, Assessore alla Cultura del Comune di Padova: “Siamo particolarmente lieti di aver messo a disposizione la centralissima e prestigiosa Galleria civica Cavour e il supporto organizzativo e di comunicazione, per rendere omaggio a Walter Rosenblum, uno dei maggiori fotografi del Novecento, che per oltre cinquant’anni ha documentato gli eventi più significativi del secolo scorso. La mostra rientra nel progetto “30 Migno”, ideato dallo storico Gruppo fotografico per celebrare i trent’anni di attività, indissolubilmente connessa sia al magistero compositivo del fotografo americano, sia al suo umanista, rivolto alle persone comuni, ai poveri, agli ultimi. Nel corso della sua vita, Rosenblum ha incontrato molte persone malvagie e conosciuto le atrocità che ero state capaci di compiere – era presente alla liberazione del campo di concentramento di Dachau – ma ha continuato a credere che entro una società altruista solo le persone migliori prosperino. Grazie alla sinergia con l’impresa culturale Suazes, in mostra avremo centododici fotografie vintage – un numero che rende l’iniziativa la più estesa mai realizzata sulla sua opera, in Europa -, e un percorso espositivo che tocca le principali esperienze del grande fotografo e accademico americano.”

Da quest’immensa ricchezza di esperienze e dal prolungato rapporto con le diverse culture, la visione fotografica di Rosenblum si è caratterizzata per essere testimone della condizione umana come di una comunità globale in cui i bisogni fondamentali, i valori e le aspirazioni esistenziali sono universalmente condivisi.

Rosenblum cercò così di sottolineare la dignità dell’essere umano, con i suoi soggetti mai semplici vittime, ma persone integre e complesse, la cui umanità sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse.

La mostra di Padova permetterà di approfondire tutte le principali esperienze del lavoro di questo autore riportando al grande pubblico un’opera che, pur essendo ben radicata nel suo tempo, continua a trasmetterci forza ed emozioni.

Il progetto è prodotto da SUAZES, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura di Padova, con il supporto delle eredi Lisa e Nina Rosenblum e dell’associazione MIGNON in occasione delle celebrazioni dei suoi cinquant’anni di attività. La mostra è curata dal prof. Angelo Maggi dell’Università Iuav di Venezia.

Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Il progetto sarà accompagnato da un volume del prof. Angelo Maggi, prodotto da SUAZES e edito da Silvana editoriale.

22 febbraio – 4 maggio 2025 – Padova, Galleria Civica Cavour

The Subject Matters – AA.VV.

Vanessa Winship, Frozen Marshland with Tendril, Holmes County, Ohio, U.S.A, 23.02.2020, 2020, stampa a pigmenti, cm 60 x 50 © Vanessa Winship, courtesy Viasaterna e Huxley-Parlour

Viasaterna is pleased to present The Subject Matters, group exhibition curated by Luca Fiore, which will open on Monday 20 January, from 6 to 9pm. 

The exhibition explores the potential of photographic language when confronted with subjects considered ordinary and of minimal importance, bringing together 45 works taken between 1992 and 2023 by five authors of different nationalities, histories and experiences: Gerry Johansson (Sweden, 1945), Guido Guidi (Italy, 1941), Takashi Homma (Japan, 1962), Terri Weifenbach (USA, 1957) and Vanessa Winship (England, 1960).

With the advent of photography, narrative capacity and verisimilitude, once fundamental to art as understood within that hierarchical framework, gradually lost their centrality. And it is in the 20th century that photography becomes the privileged medium for telling stories, starting with American photojournalism, and constructing myths, such as those of celebrities. However, art photography increasingly chooses to focus on subjects that the old hierarchy considers minor. Thus, landscapes, ordinary objects and fragments of everyday life appear, and become, subjects of extraordinary poetic power.

On view until 4th April 2025 – Viasaterna – Milano

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Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo

Il Museo Diocesano presenta la mostra fotografica Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo, che attraverso una quarantina di scatti, articolati in quattro capitoli – Mongolia, Kenya, Bangladesh, Haiti – si focalizza sulla migrazione climatica che condiziona la vita nelle aree rurali e urbane di tutto il pianeta, influenzando le sorti dei loro abitanti, costretti a migrazioni forzate dovute a situazioni ambientale insostenibili.

Le fotografie qui esposte diventano quindi una testimonianza diretta e irrinunciabile dell’epoca in cui viviamo e suscitano inquietudine, ponendo domande sulle contraddizioni della nostra contemporaneità. Ci mostrano persone che inseguono il miraggio di una vita migliore: un’illusione che si infrange drammaticamente al loro arrivo nei grandi centri urbani. Qui questi uomini si scontrano con una dimensione cruda e respingente, nella quale le logiche del profitto li spingono sempre più ai confini della società, costringendoli a riversarsi in baraccopoli e nelle aree più degradate delle periferie cittadine.

Nella recente esortazione apostolica Laudate Deum (2014) Papa Francesco ha espresso preoccupazione su questi temi. Già nel 2015, nella lettera enciclica Laudato si’ sottolineava che “Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti”, e denunciava una generale indifferenza di fronte a tragedie come quelle raccontate in questi scatti. Il pontefice rileva come dietro alla crisi energetica si celi una crisi sociale ed umana che non possiamo non vedere: “non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali”. Papa Francesco indica nell’“esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore” la via per la cura della nostra casa comune.

Le fotografie di Alessandro Grassani spingono dunque ad aprire gli occhi di fronte a fatti troppo spesso dimenticati, e soprattutto richiamano il senso di responsabilità di ciascuno di noi, chiedendo di non restare indifferenti.

Dal 18 Febbraio 2025 al 27 Aprile 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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I 30 ANNI DI MIGNON A PADOVA

Per celebrare questi 30 anni di attività, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura
di Padova Mignon organizza tre mostre in altrettanti spazi importanti della città: le Scuderie di
Palazzo Moroni, la Sala della Gran Guardia in Piazza dei Signori e la Galleria Samonà. Tre
occasioni per ammirare una selezione del lavoro di 30 anni del gruppo.
Presso le Scuderie di Palazzo Moroni sarà ospitata la mostra “Jordan” (22 febbraio – 6 aprile) con
fotografie di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Giovanni Garbo, Giampaolo Romagnosi, Davide
Scapin.
All’interno della Sala della Gran Guardia si terrà la mostra “Riconosco me stesso negli occhi di ogni
sconosciuto” (22 febbraio – 4 maggio) con foto di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Alessandro
Frasson, Giovanni Garbo, Mauro Minotto, Giampaolo Romagnosi, Davide Scapin.

Presso la Galleria Samonà si terrà la terza mostra “30 MIGNON fotografia. Trent’anni di passione
(22 febbraio – 30 marzo) che descriverà il percorso espressivo di questo gruppo.
Tutte le iniziative saranno gratuite e si integreranno ad un programma di iniziative.
Il progetto dedicato ai 30 anni di MIGNON gode della collaborazione dell’Assessorato alla Cultura
del Comune di Padova e di Suazes. Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Dal 22 febbraio al 4 maggio 2025 – Sedi varie – Padova

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SHIRIN NESHAT

Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l'artista e Gladstone Gallery
© Shirin Neshat | Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l’artista e Gladstone Gallery

Prima ampia mostra personale in Italia dell’artista iraniana Shirin Neshat, che attraverso le sue opere filmiche e fotografiche esplora le rappresentazioni identitarie del femminile e del maschile nella sua cultura.
Nelle tormentate fotografie di donne, con il volto segnato da calligrafie in farsi o che indossano l’hijab impugnando pistole, lo sguardo della donna diventa uno strumento di comunicazione potente e pericoloso.
Tramite la poesia e la calligrafia vengono esaminati concetti come il martirio, lo spazio dell’esilio e le questioni di identità.
Nella sua pratica l’artista utilizza un immaginario poetico per affrontare i temi del genere e della società, dell’individuo e della collettività e del rapporto dialettico tra passato e presente, attraverso la lente delle sue esperienze di appartenenza e di esilio.

Dal 18 Marzo 2025 al 08 Giugno 2025 – PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea – Milano

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CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici

Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper
Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper

Giallo limone, blu intenso, rosso vivo e arancione brillante: i colori come terapia. Ecco il programma vitaminico della nuova mostra dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici.
 
Di scena dal 28 febbraio al 9 giugno 2025, la mostra che vede come curatori Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé, ripercorre la storia della fotografia a colori lungo tutto il XX secolo attraverso lo sguardo acuto di 19 artisti. L’itinerario espositivo, articolato in 7 sezioni, ci trasporta in mondi vibranti e saturi in cui il colore colpisce la retina e mette in gioco l’intelletto.
 
Spesso denigrata e raramente presa sul serio, la fotografia a colori ha in realtà permesso agli fotografi di sbizzarrirsi, di mettere mano alla loro tavolozza per ridipingere il mondo. Sono in tanti a essersi liberati dai vincoli documentaristici del mezzo fotografico per esplorare le comuni radici dell’immagine e dell’immaginario, flirtando con il pop, il surrealismo, il bling, il kitsch e il barocco.
 
La conquista del colore in fotografia segue di poco l’invenzione del mezzo con i primi esperimenti a scopo scientifico a metà del XIX secolo. Nel 1907 fu messo a punto il primo procedimento fotografico industriale a colori grazie all’autochrome, creato dai fratelli Lumière. È l’inizio di un secolo di sperimentazione cromatica: dalle scene ordinarie alle riflessioni filosofiche e politiche, il colore trascende il semplice strumento per diventare elemento narrativo essenziale.
 
Tutte queste innovazioni del quotidiano rivelano un’immagine surreale, iperreale che reinventa i generi – dalla natura morta al ritratto – offrendo una visione gioiosa e colorata del mondo. Tra gli artisti in mostra, William Wegman (1943, Holyoke, USA) immortala con tenerezza i suoi cani, trasformando i simpatici amici a quattro zampe in icone artistiche, Juno Calypso (1989, Londra, UK) stravolge le convenzioni visive del cinema e della pubblicità per mettere in discussione le imposizioni che affliggono la femminilità, mentre Arnold Odermatt (1925, Oberdorf – 2021, Stans, CH), fotografo poliziotto, documenta gli incidenti stradali in composizioni meticolose, dove la poesia si sostituisce al dramma; e Walter Chandoha (1920, Bayonne – 2019, Annandale, USA), soprannominato “The Cat Photographer”, rivela una qualità umana nei gatti che fotografa su sfondi saturi, trasformando questi animali domestici in icone fotografiche. Ouka Leele (1957-2022, Madrid), dal canto suo, utilizza toni vibranti per cogliere la liberazione dei corpi nel contesto della rivoluzione culturale e sociale della Movida, e Martin Parr (1952, Epsom, UK), grande testimone dei nostri paradossi contemporanei, dirige il suo obiettivo su vassoi di patatine fritte, suggerendo ironicamente la bulimia del mondo moderno. Negli anni dieci del Duemila, il magazine Toiletpaper, ideato da Maurizio Cattelan (1960, Padova, IT) e Pierpaolo Ferrari (1971, Milano), al tempo stesso erede e precursore, degno discendente di questi artisti e assolutamente trasgressivo, dialoga e si nutre di questa piccola storia sfavillante e cromatica.
 
Che si tratti di amplificare i dettagli di una scena quotidiana, di ridefinire i codici di bellezza delle riviste o di immortalare soggetti impegnati, la fotografia a colori offre una visione intensamente cromatica del mondo. Tale varietà di sguardi e di pratiche rivela un comune filo conduttore: la volontà di mostrare le cose in modo diverso, infondendo nelle immagini la vita e l’emozione che solo il colore può trasmettere.

Dal 28 Febbraio 2025 al 09 Giugno 2025 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

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IL MATTO È IL MONDO – TAROCCHI – Anna Luna Astolfi

I Tarocchi sono un’arte che non si lascia imprigionare da nessun genere di rigidità: gli Arcani che li compongono sono uno specchio e non una verità di per sé. Sono camaleonti, si trasformano per adattarsi a chi li osserva. Se in essi ci sembra di vedere la nostra vita, è perché l’accostamento delle loro immagini può contenere ogni storia, dunque anche la nostra.

Le fotografie che compongono Il Matto è Il Mondo – Tarocchi sono state create camminando attraverso ogni Arcano col fine di restare fedeli e insieme tradire costantemente l’iconografia originaria dei Tarocchi unendo tarologia, stage-photography e diario fotografico.

I Trionfi, o Arcani Maggiori, formano una narrazione che condensa in sé tutte le esperienze che un essere umano può vivere nell’arco della propria esistenza poiché espressione di un completo cammino iniziatico. In questo lavoro, attraverso l’immagine fotografica, ci si appropria delle fasi di tale cammino immaginando i Trionfi al di fuori della loro stessa carta. Sono qui resi vivi e fatti di carne, vengono osservati dentro i loro stessi abiti ed oltre il riquadro del foglio che li contiene.

Dall’11 marzo al 17 aprile 2025 – Spazio Labò – Bologna

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Italia al lavoro

Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci
Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci

Palazzo Esposizioni Roma ospita la mostra Italia al lavoro, a cura di Sara Gumina, che ripercorre, attraverso fotografie e video d’archivio, l’evoluzione del mondo del lavoro in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.

Le immagini testimoniano i profondi cambiamenti intervenuti a seguito delle grandi rivoluzioni tecnologiche, che hanno portato non solo alla nascita di nuovi modelli produttivi e industriali e di nuovi mestieri, ma anche a consistenti trasformazioni nella vita delle persone, della società e nell’organizzazione del lavoro.

Protagonisti di questa storia sono le lavoratrici e i lavoratori che con passione, impegno, forza e creatività hanno contribuito al successo del Made in Italy nel mondo, determinando così l’evoluzione e la competitività del nostro Paese.

Organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo.
Realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Invitalia – Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo di Impresa, patrocinata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con il supporto di Confindustria.

Dal 06 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Palazzo delle Esposizioni Roma

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Alzheimer – Paolo Saracco

Mercoledi 26 Febbraio alle ore 19:00, si inaugura la mostra Alzheimer: mostra fotografica di Paolo Saracco,  all´Under factory in via Gran Paradiso 9 a Segrate – Milano. Mostra di 15 ritratti fatti a persone affette dalla malattia neurodegenerativa Alzheimer. A cura di Giuseppe Ferraina, direttore artistico della giovane fucina di talenti emergenti della fotografia di Segrate – Milano.

“Siddhartha visse nell’agio e nella spensieratezza, ma arrivato ai 29 anni cominciò a sentirsi annoiato da quella vita chiusa all’interno dei palazzi. Suddhodana, suo padre, non voleva che vedesse persone anziane o peggio ancora vecchie e ammalate. Non voleva che il suo futuro re si raffrontasse con la morte. Voleva difenderlo dall´angoscia del senso della scomparsa e dalla visione della sofferenza fisica. A questo modo di eludere le paure dell´esserci, se ne aggiunge un altro, opposto e ostentato: quello di aggirarsi per i camposanti e gioire (senza manifestarlo o esternarlo ovviamente, siamo persone dabbene, no?) del fatto di essere vivi e stare addirittura bene, trovando un certo ristoro nell´animo, dinanzi alle visioni funerarie. Potremmo citare un particolare ironico scritto sulla lapide della tomba del famoso artista Marcel Duchamp, su cui fece scrivere: “D’altronde sono sempre gli altri a dover morire”. Oppure il sarcasmo con cui si espresse anche  Sigmud Freud, dicendo che il giorno del suo funerale non poteva esserci perche´ sarebbe stato in vacanza. Insomma, una cosa e´ certa, noi amiamo fingerci perenni e funzionali e per questo crederci anche forti… (continua nel testo presente in mostra)”.

Dal 26 febbraio al 3 marzo – Under Factory – Segrate (MI)

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CHE GUEVARA tú y todos

CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958
CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958

Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà, dal 27 marzo al 30 giugno 2025la mostra CHE GUEVARA tú y todos, un viaggio nella storia e nella vita di un uomo che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo di intere generazioni, divenendo l’icona stessa del rivoluzionario: Ernesto Guevara de la Serna, universalmente conosciuto come Che Guevara.
 
Gli spazi del museo bolognese accoglieranno una significativa parte del vasto repertorio fotografico e documentaristico inedito dell’archivio del Centros de Estudios Che Guevara a L’Avana. La mostra offrirà al pubblico l’opportunità di esplorare, grazie a strumenti digitali e interattivi, i momenti cruciali della vita di Che Guevara, permettendo di scoprire la sua umanità, i suoi ideali e i suoi legami affettivi. Saranno contestualizzati gli eventi storici e geopolitici di un periodo cruciale, dagli inizi degli anni ’50 alla fine degli anni ‘60 che ha profondamente influenzato più generazioni.
 
La mostra, ideata e realizzata da SIMMETRICO Cultura, è curata da Daniele ZambelliFlavio AndreiniCamilo Guevara e Maria del Carmen Ariet Garcia, con una colonna sonora originale composta da Andrea Guerra. È prodotta da Alma e dal Centro de Estudios Che Guevara, il cui archivio è riconosciuto patrimonio di interesse “Memoria del Mondo” dell’UNESCO nel 2013, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università IULM e il Settore Musei Civici | Museo Civico Archeologico Bologna, con il patrocinio del Comune di Bologna.
 
La realizzazione del progetto ha visto la stretta collaborazione della moglie di Che Guevara, Aleida March, e del figlio Camilo Guevara, scomparso nel 2022, a cui l’intero progetto espositivo è dedicato.
 
Il significato del titolo: tú y todos
 
Il titolo della mostra, tú y todos, riprende un verso intenso e toccante di una poesia che Che Guevara scrisse alla moglie Aleida prima della sua partenza per la Bolivia, dove fu catturato e assassinato il 9 ottobre 1967, dopo un lungo interrogatorio.
Questo titolo sottolinea l’intento della mostra: restituire una dimensione intima e consapevole alla figura di Ernesto Che Guevara, distaccandola dal mito del guerrigliero intransigente e senza paura, costruito dai media dell’epoca, sia a favore che contro a seconda dello schieramento politico di appartenenza. La mostra racconterà l’uomo, il personaggio politico e il contesto storico in cui visse, attraverso oltre 2.000 documenti inediti, tra cui lettere, appunti, diari, fotografie scattate da lui stesso, immagini ufficiali e private, scritti autografi e video dell’epoca.
 
Un progetto per tutti
 
CHE GUEVARA tú y todos si rivolge a un pubblico ampio e trasversale, con l’obiettivo di raccontare una figura iconica e contemporanea come quella di Che Guevara. La mostra pone il visitatore al centro, coinvolgendolo direttamente e rendendolo parte attiva dell’esperienza, attraverso un approccio innovativo alla divulgazione, il percorso mira a creare una connessione emotiva con i visitatori, proponendo una riflessione su tematiche ancora attuali. La visita non sarà un percorso passivo, ma un’esperienza vissuta attivamente, in cui il pubblico si sentirà parte integrante del racconto.
 
Il percorso espositivo
 
Il percorso della mostra è strutturato in tre livelli narrativi, ciascuno dei quali utilizza soluzioni multimediali specifiche e mirate, di particolare efficacia comunicativa:
 
Contesto storico e geopolitico
Il primo livello narrativo, di stampo giornalistico, introduce immediatamente il visitatore al quadro geopolitico dell’epoca, ponendo le basi per comprendere il contesto in cui Che Guevara ha vissuto e agito.
 
Biografia
Il secondo livello, di natura biografica, presenta materiali d’archivio inediti che ripercorrono gli eventi pubblici e privati della vita di Che Guevara: dai suoi celebri discorsi ufficiali alle riflessioni sull’educazione, la politica estera, l’economia, il significato della rivoluzione e la speranza nell’“Uomo Nuovo”.
 
Dimensione intima
Il terzo livello, più intimistico, si sviluppa attraverso frammenti dei suoi scritti personali, come diari e lettere ai familiari e agli amici, fino alle registrazioni inedite delle poesie che Guevara compose per la moglie Aleida. Questo livello rivela i dubbi, le contraddizioni e le riflessioni che caratterizzavano l’uomo dietro il mito.
 
Una narrazione immersiva
 
La mostra si apre con una sfida simbolica per il visitatore: superare una “linea gialla”. Una parete a fasce mobili, retroproiettata, mostra immagini edulcorate degli anni ’50 – provenienti da Hollywood, dalla moda e dalla pubblicità delle grandi imprese consumistiche – che all’avvicinarsi del pubblico si dissolvono, rivelando un’altra realtà: quella della povertà, delle malattie, delle ingiustizie sociali e della mancanza di libertà, con un semplice passo riviviamo lo sconcerto del giovane Ernesto di fronte alla sofferenza degli ultimi e degli emarginati nei suoi viaggi in America Latina prima di diventare “Il Che”.
 
Rientrando in Argentina, Ernesto annota: “Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina li ripulisce: “io”, non sono io; perlomeno non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi”. (Ernesto Guevara in Notas de viaje. 1952)
 
Superata questa soglia, il visitatore intraprende un viaggio nella vita di Ernesto Guevara, divenuto “El Che”. Centinaia di pensieri, diari e lettere permetteranno di esplorare in modo approfondito una delle personalità più complesse e influenti del XX secolo.
La narrazione si snoda lungo una linea temporale arricchita da immagini storiche, filmati e registrazioni di discorsi, dal 1959 – “Anno della Liberazione” di Cuba – fino al 1967, l’anno della missione in Bolivia, l’ultima avventura.
Tre installazioni speciali, disseminate lungo il percorso, permettono al pubblico di incontrare non solo il personaggio storico, ma anche l’uomo, con le sue riflessioni e le sue emozioni.
 
 
Un finale stra-ordinario
 
La mostra si conclude con un’installazione multidimensionale, realizzata dall’artista americano Michael Murphy, pioniere della Perceptual Art. L’opera, intitolata Che: ritratto di Ernesto Guevara, è una ricostruzione tridimensionale del celebre ritratto del Che, capace di trasformarsi nella sua altrettanto iconica firma.
 
Il direttore artistico e curatore della mostra, Daniele Zambelli, racconta:
 
“Dopo due anni di lavoro, ciò che mi rimane di questo dialogo ideale con Ernesto Che Guevara è la scoperta di un uomo intenso, che ha dedicato tutto sé stesso al servizio di un’idea ‘stramba’: un’umanità che ha come imperativo morale l’evoluzione verso una società più giusta. Un intellettuale che ha trasformato l’utopia dell’‘uomo nuovo’ in azione concreta, lavorando per costruire una società orientata al bene comune, una società che non dimentica gli ultimi. Un uomo che sentiva davvero, sul proprio volto, il bruciare dello schiaffo dato dal potere a una moltitudine di uomini e donne privati di speranza e dignità.
Dietro l’intellettuale e il rivoluzionario, però, ho scoperto anche la persona: fedele ai propri ideali, certo, ma anche attraversata da dubbi e incertezze. Le sue scelte, talvolta compiute con piena partecipazione, altre volte con sofferenza, sono sempre state una risposta a un imperativo morale di giustizia sociale, un impegno pagato sempre in prima persona.
Possiamo non essere completamente d’accordo con le sue idee o con i metodi adottati, ma resta per me profondo il rispetto per un uomo che non si è mai nascosto con ipocrisia dietro le parole, ma ha dato forma alle sue convinzioni attraverso le azioni, contribuendo a dare voce a chi non ne aveva.
Spero che la mostra permetta al pubblico, soprattutto ai più giovani, di instaurare un proprio dialogo ideale con il personaggio e con quel periodo storico così cruciale. Comprendere meglio il passato è essenziale per interpretare il presente che oggi viviamo”.

Dal 27 Marzo 2025 al 30 Giugno 2025 – Museo Civico Archeologico – Bologna

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Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia – Sabrina Tomasella

Sabato 1 marzo 2025 ore 16.00 inaugura la mostra fotografica dal  titolo:   “Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia” di  Sabrina Tomasella.

Le immagini in bianco e nero nascono dall’ urgenza dell’autrice di visitare luoghi meravigliosi naturali e selvaggi, partendo da piccole camminate nei sentieri nel bosco, trekking in montagna, viaggi in paesi lontani.

Quello che contraddistingue tutto il lavoro è la ricerca di ambienti montani, poco antropizzati, dove la Natura esprime la sua forza e bellezza. La contemplazione di paesaggi sconfinati ci porta ad una pacificazione, eleva il  nostro benessere interiore. Spazi da preservare per la biodiversità, luoghi vitali per innumerevoli forme vegetali e animali.

dal 1 marzo al 16 marzo – Saletta Valentini – Prato

Mostre di fotografia consigliate a dicembre

Chiudiamo l’anno con una serie di mostre davvero interessanti.

Date un’occhiata qua sotto!

Anna

Kristine Potter: Dark Waters

foto: Kristine Potter, Road Ends in Water, 2018

Stati Uniti meridionali. Dark Waters è ambientato in questi luoghi e avvolto in un alone di mistero. Le acque del titolo, scure e cupe, sono quelle dei fiumi e dei laghi di queste regioni e portano nomi segnati dalla violenza, come il torrente Murder Creek o il fiume Bloody River.

Potter attraversa le regioni più orientali, risalendo il corso dei fiumi. Usa la fotografia per mettere in evidenza il legame tra natura e leggenda, il condizionamento reciproco tra ambiente e cultura: la natura alimenta un clima culturale – e questo, a sua volta, proietta le proprie paure sui luoghi della natura. 

Al centro di questo lavoro è la consapevolezza che le narrazioni di violenza contro le donne rappresentano una parte sostanziale del nostro consumo culturale.  

Cosa significa questo per le donne, che impatto ha sulla loro vita? Potter utilizza simbolicamente le murder ballad – letteralmente ballate assassine, siamo nel solco della tradizione country –  e in particolare le canzoni in cui si narra di donne uccise da uomini e poi abbandonate nei fiumi o in mezzo ai boschi.

Alcune di queste canzoni sono grandi successi che continuano a essere eseguiti e registrati; raccontano storie di crimini realmente accaduti e narrati anche al cinema, in televisione, nei podcast. 

Le fotografie di Dark Waters attingono a due linguaggi diversi: da un lato quello documentario, dall’altro quello delle immagini costruite. Laddove i due linguaggi si intersecano le differenze non si distinguono quasi più: sono increspate come la superficie dell’acqua, opache come l’identità femminile quando è sommersa dalle narrazioni della violenza, costretta a occupare lo spazio liminale tra realtà e immaginazione. Costantemente vigile, perennemente esposta.

In questo gioco tra realtà e immaginazione il lavoro di Kristine Potter, pur immerso nel contesto degli Stati Uniti meridionali, trova corrispondenza universale.

Dark Waters diventa un appello alla consapevolezza e al cambiamento a favore dell’esercizio di una forza inarrestabile come la marea, per allontanarci dalle persistenti correnti della violenza, verso un orizzonte in cui queste non esistano più, finalmente relegate al passato.

Dal 14 novembre al 14 dicembre – MICamera – Milano

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Steve McCurry. UPLANDS&ICONS

Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001
© Steve McCurry | Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001

Biella si conferma città d’arte, oltre che città creativa Unesco, con una nuova grande mostra UPLANDS&ICONS dedicata a uno dei più famosi e apprezzati fotografi del nostro tempo, Steve McCurry.  
 
Dal 6 dicembre 2024 al 18 maggio 2025 a Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero saranno esposti 128 straordinari scatti del grande fotografo. La mostra sarà articolata in due sezioni, nella prima oltre cento foto scattate nelle UPLANDS, gli altopiani e le “Terre Alte” del Tibet, dell’Afghanistan, della Mongolia del Giappone, e poi ancora dell’Etiopia, della Birmania, del Nepal e del Brasile. Su tutto domina l’essenza incontrastata della montagna con il suo fascino estremo, il tempo dilatato, il silenzio, uno stile di vita che oscilla tra pericolo e risorsa in luoghi distanti per geografia, accomunati da una struggente bellezza. Insieme alle prospettive sconfinate di territori ancora intatti, si ritrovano i lineamenti dei guerriglieri afgani, dei pastori tibetani, delle tribù africane e i volti assorti di giovani donne, tra cui quella che è stata scelta per rappresentare la mostra. 
Nella seconda sezione alcune delle foto più rappresentative e più note di McCurry, le cosiddette ICONS, tra queste la famosa “ragazza afgana” insieme a una serie di documentari nei quali McCurry racconta il suo modo di interpretare la fotografia e descrive il suo modo di operare.
 
“A Biella, Città Creativa Unesco, nella splendida cornice del borgo medievale del Piazzo – la parte alta della città – tra le mura dei prestigiosi Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero, viene allestita un’importante mostra di Steve McCurry, fotografo di fama mondiale che, attraverso più di cento scatti e installazioni video di interviste inedite, sintetizza in modo compiuto l’originalità della sua opera. L’impegno per la realizzazione di grandi eventi culturali che ci vede partner insieme a Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e Banca di Asti – dice il Sindaco di Biella Marzio Olivero – favorirà certamente il successo di questa eccellente iniziativa che offre al pubblico un’occasione unica di approccio estetico e conoscitivo a straordinari angoli della realtà attraverso il mezzo fotografico. La condivisione di ambiziose attività culturali favorisce in modo naturale una positiva promozione della città e del suo territorio, producendo curiosità, interesse e attrattività. Da cosa nasce cosa, e anche da questa straordinaria opportunità espositiva potranno venire nuovi stimoli ad ampliare la nostra rete di relazioni in un più vasto orizzonte culturale.”
 
“La Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e la sua società strumentale Palazzo Gromo Losa srl, dopo il grande successo raggiunto con la mostra “Jago Banksy Tvboy”, è orgogliosa di presentare un nuovo straordinario progetto espositivo: Steve McCurry, uno dei più grandi fotografi viventi, porterà a Biella le sue immagini di montagna e una serie di ritratti iconici – commenta il Presidente Michele Colombo – Questa mostra si inserisce in un ampio lavoro di sviluppo territoriale e punta a portare a Biella flussi importanti di visitatori che potranno scoprire e apprezzare il nostro bellissimo territorio, un grande lavoro di squadra. Un progetto costruito con il Comune di Biella e con Biver Banca – Gruppo Banca di Asti, main sponsor dell’iniziativa, affidandosi ai professionisti di Creation per un’iniziativa in linea con i temi e i progetti legati a Biella città creativa Unesco e che sarà una grande vetrina per la città e il territorio anche grazie a uno speciale contest fotografico che inviterà al viaggio e alla scoperta del Biellese.”

Dal 06 Dicembre 2024 al 08 Maggio 2025 – Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero – Biella

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Guido Guidi. Col tempo 1956-2024

Guido Guidi, <em>San Vito, 20.02.2007 | </em>Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo
Guido Guidi, San Vito, 20.02.2007 | Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo

La mostra affronta la ricerca di Guidi, tra i principali protagonisti della fotografia italiana, da un punto d’osservazione inedito, quello del suo archivio: casa, studio d’artista, luogo di lavoro, di vita e di incontro per giovani autori. Un accesso privilegiato alla sua “teoria” della fotografia e ai suoi processi, ai legami con la storia dell’arte, con i maestri e con gli altri fotografi italiani e stranieri. In mostra oltre 350 fotografie, quasi tutte vintage e con numerosi inediti, frutto di un intenso lavoro di ricerca condotto a fianco del fotografo nel suo studio. In mostra anche quaderni di appunti, documenti, libri, prove di stampa, dipinti, macchine fotografiche e un film realizzato dal regista Alessandro Toscano.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione monografica edita da MACK. In collaborazione con ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.

Dal 12 Dicembre 2024 al 11 Maggio 2025 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Jacques Henri Lartigue – André Kertész. La grande fotografia del Novecento

Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l'auteur "Grand Prix de l'Automobile Club de France, 26 juin 1912"
© Jacques Henri Lartigue © Ministère de la Culture (France), MPP / AAJHL | Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l’auteur “Grand Prix de l’Automobile Club de France, 26 juin 1912”

Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986) e André Kertész (1894 – 1985) sono nati lo stesso anno a cavallo tra il XIX e XX secolo. Avrebbero potuto conoscersi a Parigi tra le due guerre, ma il loro primo incontro non avvenne prima del 1972, a New York.

Hanno esposto al MoMA rispettivamente nel 1963 e nel 1964, dove sono stati descritti come un dilettante primitivo l’uno e come “l’inventore del fotogiornalismo”, l’altro. Entrambi pionieri della fotografia moderna, hanno lasciato opere con un’estetica singolare. Queste mostre sono state un momento cruciale che hanno segnato per Lartigue l’inizio del riconoscimento internazionale e istituzionale e per Kertész la riscoperta, dopo due decenni più silenziosi.

Le due mostre hanno inoltre contribuito ad affermare lo stile dei due fotografi nella prima metà del XX secolo, identificandoli come precursori di una modernità visuale. Lartigue è considerato un maestro dell’istantanea, Kertész un maestro della fotografia riflessiva.

Lartigue e Kertész non hanno mai intrapreso il percorso più facile verso il riconoscimento. Hanno costruito le loro opere con la massima libertà, lontano dai grandi movimenti artistici.
A partire dagli anni ’70, queste due personalità indipendenti venivano considerate come modelli senza scuola. Mettere in parallelo le loro fotografie, permette di mostrare sia le loro convergenze che le loro divergenze di vita e di punti di vista.

La mostra curata da Marion Perceval e Matthieu Rivallin, è promossa dal Comune di Riccione e organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con diChroma photography e Rjma Progetti Culturali.

Dal 23 Novembre 2024 al 06 Aprile 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Inge Morath. La fotografia è una questione personale

Inge Morath, <em>Angolo di strada alla fine del mondo</em>, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv
Inge Morath, Angolo di strada alla fine del mondo, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv

L’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 18 ottobre 2024, alle ore 18, verrà inaugurata, presso il Centro Saint-Bénin di Aosta, la mostra Inge Morath. La fotografia è una questione personale a cura Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Daria Jorioz, progetto espositivo prodotto da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos.

Il Centro Saint-Bénin ospita, fino al 16 marzo 2025, un’importante mostra dedicata ad Inge Morath, la prima fotografa ad essere nominata membro della celebre agenzia Magnum Photos, realtà questa fondata nel 1947 a New York da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandiver. Un nuovo progetto espositivo che permetterà di interfacciarsi con il lavoro e la sensibilità di questa autrice, ma soprattutto di conoscere, per la prima volta in Italia, nuove parti del suo lavoro mai esposte prima, alcune di esse di stretta attualità.

Attraverso oltre 150 immagini e documenti originali, l’esposizione ripercorre il cammino umano e professionale di Morath, dagli esordi al fianco di Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson fino alla collaborazione con prestigiose riviste quali Picture Post, Life, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, attraverso i suoi principali reportagedi viaggio.
Il titolo scelto La fotografia è una questione personale è tratto da una dichiarazione dell’autrice e vuole evidenziare la stretta correlazione fra il suo cammino umano e quello professionale.
Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue immagini sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Le sue fotografie ne riflettono la sensibilità umana ancor prima che professionale, ma al tempo stesso sono assimilabili a vere e proprie pagine del suo diario di vita. Lei stessa, infatti, scrisse: “La fotografia è essenzialmente una questione personale, la ricerca di una verità interiore”. Il suo lavoro riesce anche ad immortalare l’anima dei luoghi, attraverso i suoi principali reportage di viaggio, che preparava con cura maniacale, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni paese dove si recava, fossero essi l’Italia, la Spagna, l’Iran, la Russia, la Cina, al punto che il marito, il celebre drammaturgo americano Arthur Miller, ebbe a ricordare che “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”.

Scrive la curatrice Daria Jorioz in catalogo: “Mi ha colpito apprendere che Inge Morath parlasse sette lingue ma in fondo credo che questo fosse il suo modo di stare al mondo: studiare, osservare, approfondire, conoscere e porre al centro della sua indagine l’essere umano, con rispetto e semplicità, secondo la filosofia condivisa dai membri dell’agenzia Magnum e con un approccio che la accomuna ad altri fotografi umanisti del XX secolo”.

Il progetto espositivo, realizzato specificamente per il Centro Saint-Bénin, si sviluppa per quattordici sezioni tematiche che ripercorrono le principali esperienze professionali di Inge Morath: prende avvio con le fotografie dei suoi esordi realizzate a Venezia del 1955, dove sono nati la passione e il rapporto con la fotografia,ai celebri reportage in Spagna, Inghilterra, Iran, Francia, Austria, Messico, Irlanda, Romania, Stati Uniti d’America e Cina. Un’ulteriore sezione sarà dedicata alla serie Mask, frutto della collaborazione con l’illustratore Saul Steinberg. Il percorso all’interno di queste sezioni sarà arricchito da molte fotografie a colori che dialogheranno con la produzione in bianco e nero di questa autrice.
La mostra, inoltre, si arricchisce di due nuove sezioni mai esposte prima in Italia, con istantanee a colori ricavate dai reportage che la fotogiornalista, originaria di Graz, realizzò nel 1959 in Tunisia e quello dell’anno successivo presso la striscia di Gaza.

Il visitatore potrà così approfondire il lavoro di Inge Morath attraverso una selezione di opere che attiveranno un dialogo fra la sua produzione in bianco e nero e quella di colore. Un rapporto, questo, che sarà analizzato all’interno del percorso espositivo con l’impiego di documentazione e pubblicazioni d’epoca, permettendo così di cogliere l’importanza del colore nel suo lavoro. Come evidenzia John P. Jacop, primo direttore della Fondazione Inge Morath e autore di uno dei testi presenti nel catalogo: “Nonostante un’apparente preferenza per il bianco e nero, la prova dell’importanza del suo lavoro a colori per la stessa Morath è supportata sia dall’elevata concentrazione di immagini a colori che ha selezionato per l’inclusione nel database Magnum Photos, sia dall’ampia raccolta di materiale a colori che ha conservato nel suo archivio personale.”

L’esposizione, prodotta da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos, è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano-francese) edito da Dario Cimorelli Editore, con le riproduzioni delle opere e con i testi critici di John P. Jacop, Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl, Daria Jorioz e Marco Minuz. Il catalogo sarà acquistabile in mostra al prezzo di 30 euro.

Dal 19 Ottobre 2024 al 16 Marzo 2025 – Centro Saint-Bénin – Aosta

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Ferdinando Scianna. La geometria e la compassione

Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 - courtesy © the author
Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 – courtesy © the author

Ferdinando Scianna uno dei fotografi italiani vivente, più autorevole e ammirato al mondo. La sua fotografia fa confluire sempre dati di realtà in meditazioni forti e incisive, sia che il soggetto sia esistenziale, vissuto, o esteriore legato al solo apparire. La mostra al Centro Culturale di Milano “Compassione” con 60 opere esposte, con un Libro Catalogo di Silvana Editoriale della Collana Quaderni del CMC con grandi scatti da vari Paesi del mondo, è una offerta a Milano, costruita dallo stesso Autore che medita sul senso della fotografia e la sua partecipazione alla condizione del mondo. Una mostra nata da Scianna che accoglie l’invito che Giovanni Chiaramonte gli rivolse pochi mesi prima della sua scomparsa (ottobre 2023), di pensare una meditazione sul tema del dolore. Come dice l’Autore non credo che la fotografia cambi il mondo, ma forse aiuta a vedere cose che non vogliamo vedere. Scianna ha selezionato immagini su quello che spesso ignoriamo, sappiamo ma non guardiamo e che lui ha incontrato sul suo cammino e trattenuto.

Ferdinando Scianna ha una longeva e straordinaria attività di photoreporter e autorialità di reportage che lo ha portato ad essere il primo italiano membro della storica Agenzia MAGNUM, presentato nel 1982 proprio da Chartier-Bresson. Dal 1987 alterna al reportage e al ritratto, la fotografia di moda e di pubblicità con successo internazionale. Borges, Kundera, Barthes, John Lennon, Monica Bellucci, Carthier-Bresson, Sciascia, Scorsese tra i tanti ritratti particolarissimi e intensi di intellettuali e artisti. Trasferitosi a Milano, siciliano di Bagheria, in Sicilia, diventa figlio della metropoli milanese a tutti gli effetti. Attento alla cultura intrattiene anche un’attività critica e giornalistica su temi di fotografia e di comunicazione. Esposto in loghi e musei di diversi Paesi del mondo, con una bibliografia piuttosto sterminata.

Dal 14 Novembre 2024 al 18 Gennaio 2025 – Centro Culturale di Milano

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Wildlife Photographer of the Year. 60° edizione

Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)
© Shane Gross | Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)

Il Wildlife Photographer of the Year a Milano, quest’anno sarà ancora più speciale. 

La mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, con i 100 scatti della 60ª edizione del concorso indetto dal Natural History Museum di Londra, presenterà per la prima volta nel capoluogo lombardo, in contemporanea all’esposizione londinese, le immagini che saranno premiate l’8 ottobre 2024. 

Lo spettacolo della natura va in scena nella nuova prestigiosa sede del Museo della Permanente dal 22 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, con un allestimento straordinario e tecnologico dove gli scatti, su grandi pannelli, hanno una nitidezza e una profondità eccezionali grazie alla retroilluminazione a led, offrendo al pubblico un viaggio coinvolgente e immersivo e un’esperienza ‘viva’ della natura. Un grande schermo di 4 metri con slideshow in loop presenta altre 25 splendide foto premiate dal pubblico (People’s Choice). Infine, una sala video, con monitor da 80 pollici, propone imperdibili filmati di backstage delle foto vincitrici, interviste ai fotografi e altri contenuti legati alla mostra.
Organizzata come di consueto dall’Associazione culturale Radicediunopercento, presieduta da Roberto Di Leo, l’esposizione riunirà le foto vincitrici e finaliste del concorso, selezionate tra 59.228 scatti provenienti da 117 paesi; immagini straordinarie che documentano le meraviglie della natura, dal comportamento degli animali alle le specie in estinzione, dai dettagli sorprendenti del mondo vegetale agli scorci inediti dei paesaggi ancora incontaminati, ma anche i reportage in prima linea sui cambiamenti del clima e sulla crisi della biodiversità. Un monito a preservare il pianeta e un incoraggiamento a modificare le azioni umane, che continuano a plasmare l’ambiente, verso un futuro ecosostenibile. 

Il vincitore del Wildlife Photographer of the Year 2024 è Shane Gross, fotoreporter canadese per la conservazione marina, con The Swarm of Life (Lo sciame della vita), che mostra il magico mondo sottomarino dei girini di rospo occidentali, specie quasi a rischio a causa della distruzione dell’habitat e dei predatori, realizzata mentre faceva snorkeling nel lago Cedar sull’isola di Vancouver (Columbia Britannica). Il Young Wildlife Photographer of the Year 2024 è stato invece vinto dal tedesco Alexis Tinker-Tsavalas con l’immagine ravvicinata Life Under Dead Wood (C’è vita sotto il legno morto) che raffigura i corpi fruttiferi della muffa melmosa e un piccolo collembolo, catturato con la tecnica del “focus stacking” in cui vengono combinate 36 immagini, ciascuna con un’area diversa a fuoco, poiché questi animali possono saltare molte volte la loro lunghezza corporea in una frazione di secondo.
Per celebrare il sessantesimo anniversario del concorso è stato inoltre introdotto il premio Impact Award che riconosce il successo nella conservazione; una storia di speranza e/o di cambiamento positivo. L’Adult Impact Award è stato assegnato al fotografo australiano Jannico Kelk per Hope for the Ninu (Speranza per i Ninu), l’immagine di un bilby maggiore in una riserva recintata, in modo che il piccolo marsupiale possa prosperare dopo essere stato portato quasi all’estinzione da predatori come volpi e gatti. Liwia Pawłowska dalla Polonia ha ricevuto il Young Impact Award per Recording by Hand (Registrazione a mano): una sterpazzola rilassata durante l’inanellamento degli uccelli, tecnica che aiuta gli sforzi di conservazione registrando la lunghezza, il sesso, le condizioni e l’età di un uccello per aiutare gli scienziati a monitorare le popolazioni e tracciare i modelli migratori.  
Due le eccellenze italiane: Fortunato Gatto, vincitore della categoria Piante e funghi con lo scatto Old Man of the Glen (Il vecchio della valle) che mostra una vecchia betulla contorta, adornata da pallidi licheni “barba di vecchio”, nelle antichissime pinete di Glen Affric (Regno Unito), e con Menzione d’onore nella stessa categoria per High tide indicator (Indicatore di alta marea) A carpet of woods (Un tappeto di boschi)Filippo Carugati che ha ricevuto la Menzione d’onore nella categoria Subacquee con lo scatto Green, thin and rare to see (Verde, magro e raro da vedere).   Le foto esposte, realizzate da professionisti e dilettanti, sono state giudicate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti, in base a originalità, narrazione, eccellenza tecnica e pratica etica, come illustrato nelle didascalie. I testi riportano i dati tecnici e raccontano le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme ai dati scientifici sulle specie fotografate e a citazioni di membri della giuria e dei fotografi.

Le visite guidate alla mostra saranno condotte come si consueto ogni venerdì da Marco Colombo, noto naturalista e fotografo pluripremiato al Wildlife (tre turni h 18.30 – 19.30 – 20.30, acquistabili anche on demand). Non solo, i giovedì di gennaio saranno dedicati a speciali visite guidate tematiche, con Luca Eberle il 9 gennaio (Uccelli) e il 23 gennaio (Micromondo) (h 19.30) e con Francesco Tomasinelli, esperto fotografo naturalista e noto ospite della trasmissione Geo, il 16 gennaio (Mimetismo) e il 30 gennaio (Predatori) (h 18.30).
In occasione del Wildlife Photographer of the Year a Milano, l’Associazione culturale Radicediunopercento come sempre propone serate gratuite di approfondimento che si terranno il sabato (h 21) nella sede di mostra: il 14 dicembre, Federico Veronesi (uno dei più apprezzati fotografi di mammiferi africani al mondo) presenta il suo libro “Walk the Earth”, il 21 dicembre, Marco Colombo, Francesco Tomasinelli (fotografi di natura e divulgatori scientifici) e l’illustratrice Giulia De Amicis parlano di “Tentacoli: i misteri di polpi, seppie e calamari”, l’11 gennaio, Marco Andreini (regista e documentarista per BBC, RAI e NHK) presenta il suo documentario “Ogni volta che il lupo” e il 18 gennaio, Pietro Formis (fotografo subacqueo) racconta “Luci dal Profondo: Fotografia Naturalistica Subacquea”.

Per gli appassionati e per chi vuole saperne di più, durante il periodo della mostra, l’Associazione Culturale Radicediunopercento organizza Corsi teorici di Fotografia, Seminari di Scienze Naturali online e Workshop pratici in natura, con noti divulgatori scientifici e fotografi naturalisti di gran fama.
Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2024 e Young Wildlife Photographer of the Year 2024, il percorso espositivo illustra le immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Comportamento: Mammiferi, Comportamento: Uccelli, Comportamento: Invertebrati, Comportamento: Anfibi e Rettili, Fauna selvatica urbana, Animali nel loro ambiente, Subacquee, Oceani – la visione d’insieme, Ritratti di animali, Le zone umide – la visione d’insieme, Arte della natura, Piante e Funghi, e le tre sezioni dedicate ai più giovani: fino a 10 anni,11-14 anni, 15-17 anni.
Ci sono poi le categorie documentarie: Premio per il miglior portfolio, Premio storia fotogiornalistica, Premio portfolio astro nascente, Fotogiornalismo, e la sezione Scelte dal pubblico presentata in slideshow su grande schermo.

Nello spazio bookshop, oltre ai tanti e variegati articoli WPY, a disposizione il catalogo della mostra Wildlife Photographer of the Year Portfolio 34 redatto da Rosamund Kidman Cox (lingua inglese, pagine 160, € 35) e il catalogo celebrativo 60 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art con più di 230 immagini (lingua inglese, pagine 336, € 50), pubblicati dal Natural History Museum.  

Dal 22 Novembre 2024 al 09 Febbraio 2025 – Museo della Permanente – Milano

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Rebecca Norris Webb: A Difficulty is a Light

©Rebecca Norris Webb, Sunflowers, Near Lake Sakakawea, North Dakota, Courtesy Alessia Paladini Gallery Milano

Alessia Paladini Gallery è felice di proporre “A Difficulty Is a Light”, un nuovo straordinario progetto della fotografa e poetessa statunitense Rebecca Norris Webb.

In mostra 15 opere a colori che si intrecciano indissolubilmente con le composizioni poetiche di Rebecca Norris Webb, confermando la sua straordinaria capacità di esplorare le connessioni tra parola, immagine e memoria.

In questo nuovo progetto, l’artista si confronta con il tema della resilienza umana, ispirandosi ad una citazione del poeta francese Paul Valéry: “Una difficoltà è una luce. Una difficoltà insormontabile è il sole”. Profondamente poetico e meditativo, A Difficult Is a Light si colloca a metà strada tra diario personale e reportage artistico, raccontando come la difficoltà e la perdita possano rivelare bellezza e trasformazione.

Il progetto nasce come un’elegia dedicata al fratello, di cui Rebecca apprende la scomparsa mentre si trova a Trieste per lavoro nell’autunno 2022.

“Mio fratello si è tolto la vita, e quell’autunno è stato un turbinio di shock e lutto. Tuttavia, a gennaio, sono nate le prime terzine, dapprima libere e fluttuanti, poi lentamente avvicinandosi l’una all’altra. Solo gradualmente ho capito che ciascuna di queste stanze di tre versi rappresentava uno sguardo, verso il mondo esterno o verso il mio paesaggio interiore. In un certo senso, il mio occhio da fotografa mi ha guidato attraverso un anno di trauma e perdita, osservando – mentre viaggiavo da Cape Cod alle Dakotas, dal New England alla Carolina del Nord per fotografare la migrazione del rondone maggiore, fino alla costa della Bretagna in Francia, dove inaspettatamente ho assistito a murmurazioni (le spettacolari migrazioni degli storni, ndr) autunnali tardive. Mio fratello era un gemello identico, e per questo motivo questo libro di parole e immagini è pieno di doppi, naturali, umani, territoriali, a tracciare una geografia della perdita, sia personale che ambientale.” (Rebecca Norris Webb, A Difficult Is A Light, ed. Chose Commune)

Le fotografie di A Difficulty is a Light non si limitano a documentare il visibile, ma evocano ciò che è celato, nascosto, frammentato. I paesaggi naturali, gli oggetti quotidiani diventano tutti simboli di un mondo interiore in continua evoluzione. La luce gioca un ruolo cruciale: non solo illumina le scene ma diventa metafora della speranza, del superamento e della crescita, trasmettendo un senso di serenità anche nei momenti più bui. Come in molti dei suoi lavori precedenti, Rebecca Norris Webb utilizza la natura non solo come sfondo, ma come un personaggio a sé stante. I vasti orizzonti, le piante, gli animali e i cieli sembrano riflettere gli stati d’animo umani, offrendoci una visione intima e profonda del rapporto tra l’essere umano e il mondo naturale. La bellezza austera di questi paesaggi rafforza il senso di introspezione e la ricerca di significato che permea l’intera opera, così come la grazia delle piccole cose, delle tracce lasciate dalla vita quotidiana. Ogni immagine è intrisa di una sorta di sacralità silenziosa, in cui la luce diventa il filo conduttore che collega le diverse esperienze e visioni. La sua fotografia non offre risposte facili o narrative lineari, richiede una partecipazione attiva da parte dello spettatore. Tuttavia, è proprio in questa ambiguità e apertura che risiede la forza del suo lavoro: la capacità di suggerire, anziché spiegare, e di coinvolgerci in un dialogo profondo con le immagini.

Dal 14 novembre al 18 gennaio 2025 – Alessia Paladini Gallery Milano

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Taylor Wessing Photo Portrait Prize 2024

Warm Water Fish, 2023 from the series Hats It! By Toks Majek © Toks Majek

The Taylor Wessing Photo Portrait Prize returns for its 17th year, showcasing the work of talented young photographers, gifted amateurs and established professionals in the very best of contemporary photography.

The competition celebrates a diverse range of images and tells the fascinating stories behind the creation of works, from formal commissioned portraits to more spontaneous and intimate moments capturing friends and family.

The annual In Focus display also highlights new work by an established photographer.

The 2024 edition sees the unveiling of a new work for the Gallery’s Collection, created by 2023’s commission prize winner, Serena Brown.

14 November 2024 – 16 February 2025 – National Portrait Gallery – London

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Storie di un Attimo – Festival popolare della fotografia

Giorgio Lotti, Zhou EnLai
Giorgio Lotti, Zhou EnLai

Dal 22 novembre all’8 dicembre 2024 la città diOlbia ospiterà la tredicesima edizione di Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia. Un festival diffuso che toccherà vari luoghi del centro storico – con esposizioni, dimostrazioni, proiezioni, laboratori e una mostra mercato di macchine fotografiche usate e storiche – e che, come suggerito dal titolo, metterà ancora una volta in dialogo grandi nomi della fotografia italiana e mondiale e professionisti e “amatori evoluti”, con un’inedita incursione nel mondo del fumetto con il progetto Reporter fra le nuvole, il fumetto incontra la fotografia co-curato da Bepi Vigna, che ospiterà anche fotografie di Francesco Cito. Tra i protagonisti delle mostre in programma per questa edizione: Giorgio Lotti con Una vita da reporter, in cui il grande fotoreporter si racconta attraverso alcuni dei suoi reportage più significativi; Francesco Malavolta fotogiornalista impegnato da oltre vent’anni nella documentazione dei flussi migratori che interessano il nostro continente; Marco Loi con il suggestivo lavoro Pratobello Delenda est che racconta il luogo simbolo delle proteste in Sardegna e il suo attuale degrado; Paul Ronald con una serie di reportage sul grande Marcello Mastroianni.

Il programma prenderà il via venerdì 22 novembre alle 10:30, presso l’Istituto tecnico Attilio Deffenu, dove il fotoreporter Francesco Malavolta incontrerà gli studenti per illustrare il suo lavoro dal titolo Popoli in Movimento, un racconto per immagini che vuole riportare in primo piano le storie delle singole persone composto in un contesto spazio-temporale in costante mutamento che lo ha portato a viaggiare lungo i confini di un’Europa sempre più blindata e difficile da raggiungere via terra o via mare. La sera, alle ore 18:30, Malavolta presenterà il suo lavoro in un incontro aperto al pubblico che si svolgerà presso il Politecnico Argonauti.

Sabato 23 novembre, presso lo spazio Corso Umberto 33, si svolgerà un incontro imperdibile  con protagonisti due dei più importanti fotoreporter di sempre: Giorgio Lotti – storico professionista di Epoca, autore, tra le altre cose, del ritratto al Primo Ministro cinese Zhou EnLai che divenne l’immagine più stampata al mondo – si racconterà in dialogo con Mauro Galligani, altro pilastro del fotogiornalismo italiano ed ex capo editor del famoso settimanale.

Sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre sarà invece la volta di Gerardo Bonomo, giornalista e divulgatore, che terrà sabato una lezione sull’esposizione perfetta e domenica sarà a disposizione per sviluppare e stampare i negativi con procedure tradizionali, coadiuvato da Marco Loi e Andrea Mignogna. Entrambi gli incontri si svolgeranno presso il Politecnico Argonauti.

Nel fine settimana del 7 e 8 dicembre, invece, presso lo spazio espositivo di Vicolo 74 a Olbia si svolgerà la tredicesima edizione della mostra mercato di fotocamere usate e da collezione, evento molto atteso e frequentato. Non mancheranno, infine, le proiezioni che si svolgeranno il 29 novembre e il 6 dicembre alle ore 19:30 presso la sala cinema del Politecnico Argonauti. In programma, rispettivamente, il film One Hour Photo, di Mark Romanek e Ritratto di Pablo Volta, di Giovanni Columbu.

Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia è organizzato dall’associazione Argonauti di Olbia e conta sul supporto di Fondazione di Sardegna, Comune di Olbia, Librerie Ubik, 12.1 Caffè restaurant, Green life, Punto Foto Group by Karl Bielser, collezione Maraldi, Giacomo Altamira Studio, Altergrafica pubblicità, Happier year web, ITCG A. Deffenu e GLASS studio – agenzia creativa.

Dal 22 Novembre 2024 al 08 Dicembre 2024 – Museo Archeologico – Olbia

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Gianfranco Ferré dentro l’obiettivo

Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano
Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano

Dal 6 dicembre 2024 al 9 marzo 2025 l’esposizione Gianfranco Ferré dentro l’obiettivorealizzata dal Forte di Bard e a cura del Centro Ricerca Gianfranco Ferré del Politecnico di Milano e CZ Fotografia, presenta un percorso inedito dedicato al grande architetto e stilista a ottant’anni dalla nascita.

Il percorso espositivo è pensato per raccontare al pubblico il lavoro di Gianfranco Ferré a partire da immagini fotografiche, stampe in B/N, a colori, fotocolor, diapositive, provini e arricchito da abiti, schizzi e disegni.

Protagonista della narrazione è la sezione fotografica dell’Archivio Storico Gianfranco Ferré: oltre 90 opere,mai esposte prima, di otto maestri della fotografia di moda che con Ferré hanno lavorato a iconiche campagne pubblicitarie: Gian Paolo Barbieri, Guy Bourdin, Michel Comte, Patrick Demarchelier, Peter Lindbergh, Steven Meisel, Bettina Rheims e Herb Ritts.

Le sei stanze che accompagnano la galleria fotografica sono ispirate alla metafora della camera oscura e raccontano il processo di produzione dell’immagine attraverso provini, fotocolor, diapositive, scatti annotati dai fotografi. Al tempo stesso disvelano il processo creativo dello stilista introducendo sei principi operativi da lui spesso evocati – comporre, ridurre, enfatizzare, ricalibrare, decostruire, emozionare – che riconducono il linguaggio fotografico al lavoro di Ferré, accostando alle immagini altri elementi centrali della progettazione come i disegni, le cartelle materiali e gli stessi abiti.
Il percorso crea quindi continui rimandi che consentono di leggere il lavoro dello stilista nei tratti caratterizzanti dei diversi fotografi: dal rigore compositivo di Barbieri, agli scatti rapidi ed essenziali di Comte; dai racconti in chiaroscuro di Lindbergh, all’intensità dei ritratti di Rheims; dalle inquadrature eccentriche di Bourdin, alla ricercata naturalezza di Demarchelier; dal classicismo grafico di Ritts, sino alla complessità di Meisel, capace di far filtrare attraverso la realtà patinata della moda uno sguardo acuto sulla contemporaneità.

Una mostra che attraverso un percorso multidisciplinare e non cronologico e esplorazioni di realtà virtuale e aumentata sviluppate all’interno del Centro di Ricerca vuole restituire una visione completa del lavoro di Gianfranco Ferré, che a proposito della relazione tra moda e fotografia scrisse: 

“Lo stilista non deve soltanto sapere con chiarezza ciò che vuole, ma anche scegliere l’interlocutore adatto, quello che darà corpo, colore, luce e magia alla sua idea. Deve comunicare col fotografo, stabilire una complicità, dargli autonomia, ma con la certezza di potersi riconoscere nell’immagine realizzata. È una questione di feeling, di intesa. Certo, l’esperienza e la professionalità hanno una parte importante; ma senza la capacità di creare insieme, di condividere le emozioni, di fare lavorare insieme l’occhio e l’anima, la fotografia sarà vuota, fredda, inutile e falsa.”  – Gianfranco Ferré, Lettres à un jeune couturier, Balland: Paris,1995. 

Dal 05 Dicembre 2024 al 09 Marzo 2025 – Forte di Bard (Aosta)

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Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso – Il Respiro della Terra

© Lorenzo Cicconi Massi, Dina e Vincenzo Piersanti, Montale di Arcevia

Villa Baruchello ospita fino al 31 dicembre 2024 la mostra di Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso. Il Respiro della Terra trova nella villa settecentesca di Porto Sant’Elpidio nelle Marche la sua collocazione ideale: entrambe sono infatti promotrici di un’attenta valorizzazione del territorio locale.

A cura di Alessia Locatelli, l’esposizione racconta l’esistenza dell’ultima comunità contadina locale, profondamente legata a tradizioni antiche, alla stagionalità e al proprio territorio.

Concepito con l’intento di mettere in luce il patrimonio culturale marchigiano e i suoi artisti, il progetto si fa portavoce di una rivalsa collettiva. Sebbene così piccola, la regione è infatti capace di attrarre turisti da tutto il mondo, ed è patria di numerosi artisti. È dunque qui che, affiancando un contesto prolifico e in continua evoluzione, la piccola comunità contadina si staglia come in un amaro gioco di contrasti.

Con una serie di oltre 60 bianchi e neri incisivi, potenti e a tratti malinconici, i due fotografi mostrano con dignità una realtà ormai destinata a scomparire. Nella campagna marchigiana, sempre più invasa dalle nuove tecnologie, persiste una concezione altra della vita, più lenta e ancorata al rispetto della natura. I contadini che la abitano hanno sposato la loro terra, le sue risorse e uno stile di vita ereditato da generazioni. Sono pochi e ne sono ben consapevoli: assistono con impotenza all’inesorabilità degli eventi, consci che in un futuro prossimo tutto questo scomparirà.

on un racconto visivo di rara bellezza, i due artisti marchigiani (Lorenzo Cicconi Massi è di Senigallia, mentre Christian Tasso è originario di Macerata) testimoniano le radici del loro paese attraverso una vena poetica e allegorica. Le immagini esposte, fine art su cornice bianca, superano i confini visivi e diventano metafora, storia e tradizione.

“Il set up avrà dimensioni di stampa e montaggio differenti, per dare un senso ritmico allo spazio espositivo della Limonaia, dal piccolo formato dei ritratti al grande photowall che costituisce il landscape (paesaggio) su cui si muovono le piccole storie individuali raccontate dai due fotografi” rivela Alessia Locatelli, curatrice della mostra. “Una serie di foto di medio formato galleggeranno al centro dello spazio della prima sala, e andranno a completare l’allestimento, che, come per la mostra storica di Steichen, ci ricorda che facciamo tutti parte della grande famiglia degli uomini”.

Dal 20 ottobre al 31 dicembre 2024 – Villa Baruchello – Porto Sant’Elpidio, Fermo

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Metafisica Concreta – Giovanni Maria Sacco

© Giovanni Maria Sacco, Livorno

Dal 15 novembre le sale di Still Fotografia, a Milano, si arricchiscono con gli scatti del fotografo Giovanni Maria Sacco con la mostra Metafisica Concreta. L’autore, celebre per riuscire a intrappolare l’essenza di architetture e paesaggi, in occasione di Book City Milano presenta inoltre il suo libro omonimo, edito Contrasto. Curata da Benedetta Donato, l’esposizione espone 30 bianchi e neri di forte impatto, e sarà visitabile fino al 31 gennaio 2025.

Molto più che semplici edifici, le opere architettoniche catturate dalla macchina fotografica di Sacco sono l’emblema della storia e della cultura Italiana. In anni di ricerca attiva sul territorio, il fotografo si è dedicato allo studio e all’analisi di alcune delle costruzioni italiane più importanti, detentrici di una loro identità e di un patrimonio millenario. In un percorso che trascende la struttura fisica, Sacco pone l’accento sul legame che si crea tra uomo e paesaggio, tra oggetto concreto ed emozione scaturita.

“Ci troviamo a osservare estensioni di pensiero, dove la fotografia diventa il mezzo per rivelare un lungo processo di riflessione e di interpretazione rispetto all’ambito della metafisica”, commenta Benedetta Donato, curatrice della mostra. “Riportare attraverso le immagini un modo di sentire e vedere la realtà è un esercizio che l’autore conduce proiettando il proprio spazio mentale sul mondo, di cui restituisce quelle che egli stesso nella postfazione definisce metafore”.

Realizzati su pellicola di grande formato, gli scatti di Giovanni Maria Sacco si giostrano dunque sul confine tra realtà concreta, statica, e realtà invisibile, metafisica. Poiché è attraverso la facciata tangibile delle cose che si può percepire la loro essenza, il loro vero valore.

La metafisica si occupa di ciò che sta al di là dell’universo fisico che noi percepiamo. In questo contesto, uno degli aspetti rilevanti, e quello che mi interessa di più nella mia produzione fotografica, riguarda l’essenza delle cose, ossia come le cose sono realmente oltre l’apparenza. È evidente come ciò non possa essere descritto a parole, ma solo con metafore. Ed è quindi con metafore che ho cercato di descrivere quella che, per me, è la metafisica, e come dice il titolo, una metafisica concreta”. 

Dal 15 novembre 2024 al 31 gennaio 2025 – Galleria Still Fotografia – Milano

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Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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Mostre fotografiche da non perdere in agosto!

Ciao a tutti, anche ad agosto per chi vuole c’è un’ampia scelta di mostre. Magari tra un bagno e una granita, riuscite a farci un salto.

Date un’occhiata anche qua, che magari c’è qualcosa d’interessante anche vicino a dove vi trovate.

Buone vacanze a tutti!

Anna

Beppe Bolchi | Città senza Tempo

Inaugurazione: 27 agosto ore 18:30

Spazio Galleria Cine Sud, via Passarelli 29-31-

Matera

27 agosto al 13 settembre | 9:30-12:30 16:30-19:30

Scegliendo la fotografia a foro stenopeico Bolchi ci presenta una raccolta di immagini di paesaggio urbano che ci portano indietro nel tempo. Case, edifici, palazzi che assumono una valenza diversa, diventando non solo qualcosa al servizio dell’uomo, ma delle realtà vere e proprie che si presentano nella loro imponenza o semplicità, bellezza o mediocrità. Una tecnica antica per immortalare luoghi cari, conferendo loro quel sapiente tocco di nostalgia e un’atmosfera quasi onirica.

Guido Guidi In Sardegna: 1974, 2011

Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro ospita, da venerdì 21 giugno a domenica 20 ottobre 2019, la prima grande mostra in un museo italiano dedicata a Guido Guidi (Cesena, 1941), uno dei più significativi protagonisti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Guido Guidi – IN SARDEGNA: 1974, 2011 è una mostra curata da Irina Zucca Alessandrelli e coprodotta dal MAN in collaborazione con ISRE, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. La mostra presenta 232 fotografie inedite che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo, ripreso una prima volta nel 1974 e successivamente nel 2011, anno di una importante committenza da parte dell’ISRE.
L’esposizione costituisce a un tempo un racconto antropologico e paesaggistico dei cambiamenti occorsi nell’isola nel corso di quattro decenni e un percorso di ricerca sul medium della fotografia che pone in dialogo immagini in bianco e nero degli anni Settanta e opere a colori degli anni Duemila.
Le opere esposte, ristampate dall’artista in occasione della mostra, sono documentate in un catalogo in tre volumi in cofanetto pubblicato da MACK Books, editore londinese di fotografia contemporanea d’autore.

21.06  –  20.10.2019 – MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro

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Effetto Araki

L’esposizione, organizzata dal Santa Maria della Scala con il sostegno di Opera-Civita, è curata di Filippo Maggia che ha selezionato opere appartenenti a oltre venti serie prodotte dal fotografo giapponese dai primi anni sessanta ad oggi. Araki ha voluto celebrare gli oltre 50 anni di attività (è del 1965 la sua prima mostra) con una selezione di 2200 opere che ripercorre la sua lunga carriera artistica offrendo un panorama pressoché completo sulla sua sterminata produzione, assai complessa e articolata, ben oltre le immagini di bondage che l’hanno reso celebre in tutto il mondo. 
Molte serie –Satchin and his brother MaboSentimental night in KyotoAugustTokyo Autumn e altre ancora – vengono presentate per la prima volta in Italia; alcune sono inedite in Europa – come Anniversary of Hokusai’s Death e Gloves. 
La raccolta Araki’s Paradise – fotografie che Araki scatta utilizzando la sua casa come un palcoscenico – è stata appositamente realizzata per Siena: un Araki dunque originale, riflessivo e emozionante che sembra voler riassumere in questa mostra la sua intera vicenda artistica e umana.

A completare la mostra un video che presenta Araki mentre seleziona le opere della mostra insieme al curatore Filippo Maggia e un libro catalogo, edito da Skira, con una selezione di 300 opere fra quelle in mostra.

21 giugno 2019 – 30 settembre 2019 – Santa Maria della Scala  – SIENA

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Le mostre di Les Rencontres de la Photographie di Arles

Come tutte le estati, anche quest’anno ci attende il festival di Arles, quest’anno giunto alla sua cinquantesima edizione, con mostre sempre molto interessanti, sia di fotografi affermati, che di artisti emergenti, tutti da scoprire.

Il programma delle mostre è alquanto variegato e suddiviso in ben 16 sezioni: My body is a weapon (existing, resisting photographing), On the edge (a map of horizons and their limits), Living (Inventory of domestic spaces), Rereading (Photography in a different light), The other photography (Tribune for hoarders and obsessive people), Building the image (Materialist practices of photography), Platform of the visible (new approaches to documentary photogarphy), Louis Roederer Discovery Awards (10 projects of emerging talents submitted to the award), Emergences (A traiblazing festival that seeks tomorrow’s talents), Happy Birthday (50 years of Arles), Guests (The Festival gives carte blanche to two favored institutions to explore, each in its own way, their relation to image), Associated Arles (Institutions and Arles venues associated with The Rencontres), VR Arles Festival (Virtual Reality as a new way of writing images), Arles Books (The photography book in all its forms), Grand Arles Express (The wind of photography blows through the Great South), Sharing Gazes (Playing, learning and creating with The Rencontres d’Arles photography workshops and educational domain).

Dal 1 luglio al 22 settembre – Arles sedi varie

Trovate tutte le informazioni sul festival e le mostre qua

Mountains by Magnum Photographers

La montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi della celebre Agenzia Magnum Photos fondata nel 1947 da Henri Cartier Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, icone della fotografia internazionale. E’ l’inedito progetto espositivo Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione in anteprima mondiale Forte di Bard e agenzia Magnum Photos Paris, che il Forte di Bard ospita dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020.

Un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry. La mostra comprende anche una sezione dedicata ad un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato dal fotografo Paolo Pellegrin.
La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

dal 29 luglio al 6 gennaio 2020 – Forte di Bard – Aosta

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UCA – UNITED COLORS OF AMERICA

Per la prima volta in Italia una mostra interamente a colori dedicata al  periodo della grande depressione americana e al successivo “New Deal”.

La Farm Security Administration (FSA) e l’Office of War Information (OWI) sono conosciuti per il loro influente programma fotografico, che documenta, tra il 1935 e il 1944, la vita durante la Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Tra le immagini più famose di quel programma – “Migrant Mother” di Dorothea Lange, “Steel Mill e Cimitero a Betlemme” di Walker Evans – dove la fotografia in bianco e nero viene utilizzata al fine di documentare la povertà, la disoccupazione e la sofferenza post-Depressione.

Ma FSA e OWI hanno inoltre commissionato, per questo progetto, alcune delle prime fotografie a colori della storia.(Eastman Kodak ha introdotto la pellicola per trasparenti Kodachrome, creando il primo processo di produzione per produrre fotografie a spettro completo a colori, nel 1936).

Realizzato dai fotografi Russell Lee, Marion Walcott Post, John Vachon, Jack Delano e Alfred Palmer, tra gli altri, queste immagini a colori documentano l’America come è emersa dalla depressione economica e come hanno avuto inizio i preparativi per la guerra. Mostrano aspetti poco visibili della vita e delle industrie dei lavoratori, così come le fotografie di Palmer sugli impianti di aviazione e gli sforzi bellici delle donne lavoratrici, nonché la portata e la diversità delle regioni e delle persone in tutta l’America, dalla California al profondo sud a Puerto Rico e le Isole Vergini americane.

Molte delle fotografie dell’esposizione sono state stampate per la prima volta come stampe su carta, poiché i loro originali esistono solo come diapositive a colori. Raccolte e visualizzate insieme, queste rare ed eccezionali fotografie raccontano la storia dell’America come non si era ancora vista.  Orario mostra: tutti i giorni 10/13 – 17/20

10 AGOSTO – 1 SETTEMBRE 2019 – FORTE SANTA TECLA – Sanremo

Vivian Maier. The Self-portrait and its Double

Al Magazzino delle idee a Trieste, l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale presenta la mostra “Vivian Maier. The Self-portrait and its Double”: settanta autoritratti in bianco e nero e a colori raccontano la vita misteriosa di Vivian Maier. In programma dal 20 luglio al 22 settembre 2019, la mostra curata da Anne Morin diChroma Photography, Madrid, realizzata e organizzata dall’ Ente Regionale per il Patrimonio Culturale in collaborazione con John Maloof Collection e Howard Greenberg Gallery di New York, intende raccontare come l’artista si vedeva e come percepiva il mondo che la circondava.

Vivian Maier trascorre tutta la vita in anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di 120.000 negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati, viene scoperto da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione. Dopo aver stampato alcune foto, Maloof le pubblica su Flickr, ottenendo un forte interesse che diventa virale. Pertanto decide di fare delle indagini sulla donna che ha scattato quelle fotografie:

Vivian Maier nasce a New York il 1 febbraio 1926, i genitori presto si separano e la figlia viene affidata alla madre, che si trasferisce presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista. Negli anni Trenta le due donne e la piccola Vivian si recano in Francia, dove Vivian vive fino all’età di 12 anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizia la sua vita da governante e bambinaia. Un ruolo che ricoprirà per oltre quarant’anni.

Per anni Vivian Maier è solo una “tata francese” mentre, nella stanzetta messa a disposizione dalla famiglia presso cui abita, coltiva una passione immensa, la fotografia. Vivian passa la sua vita a catturare immagini, prima con la macchina fotografica Rolleiflex poggiata sul ventre, e poi con la Leica davanti agli occhi.  Riproduce la cronaca emotiva della realtà quotidiana. I soggetti delle sue fotografie sono persone che incontra nei quartieri degradati delle città, frammenti di una realtà caotica che pullula di vita, istanti catturati nella loro semplice spontaneità. Molte foto testimoniano i viaggi dell’artista in giro per il mondo, con uno sguardo meravigliato e incuriosito sulla società contemporanea.

Nella serie di autoritratti esposti al Magazzino delle Idee, l’artista si ritrae su superfici riflettenti, specchi o vetrine di negozi. Il suo interesse per l’autoritratto è più che altro una disperata ricerca della propria identità. Produce discretamente prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembra non avere un posto per lei. Riflessi del suo volto in uno specchio o in un infinito ritorno della sua immagine, la sua ombra che si allunga a terra, o il profilo della sua figura: ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. La caratteristica ricorrente, che è diventata poi una firma nei suoi autoritratti, è l’ombra: quella silhouette il cui tratto principale è il suo essere attaccata al corpo, quella copia del corpo in negativo, “ricavato dalla realtà”, che ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. Infatti, sebbene l’ombra dimostri l’esistenza di un soggetto, allo stesso tempo ne annulla la presenza. All’interno di questa dualità, Vivian Maier gioca con il sé fino al punto di scomparire e di ricomparire nel suo doppio, riconoscendo forse che l’autoritratto è un “intervento in terza persona che dimostra la coesistenza della presenza e della sua assenza.”

Autoritratti in bianco e nero, il tema del doppio rivelato negli specchi e negli oggetti riflettenti, 11 fotografie a colori,mai esposte in Italia e realizzate dopo gli anni Sessanta, raccontano il passaggio dalla Rolleiflex alla Leica. Inoltre, Film in Super 8, girati dalla stessa artista e il film documentario “Finding Vivian Maier” diretto da John Maloof nel 2013 fanno da corredo alle fotografie in mostra.

Dal 20.07.2019 al 22.09.2019 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Apollo’s Muse: The Moon in the Age of Photography

On July 20, 1969, half a billion viewers around the world watched as the first images of American astronauts on the moon were beamed back to the earth. The result of decades of technical innovation, this thrilling moment in the history of images radically expanded the limits of human vision.

Celebrating the fiftieth anniversary of the Apollo 11 moon landing, Apollo’s Muse: The Moon in the Age of Photography surveys visual representations of the moon from the dawn of photography through the present. In addition to photographs, the show features a selection of related drawings, prints, paintings, films, astronomical instruments, and cameras used by Apollo astronauts.

JULY 3–SEPTEMBER 22, 2019 – At The Met Fifth Avenue – New York

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Michael Light – Full Moon

Celebrating the 50th anniversary of Apollo 11 this July, Danziger Gallery is pleased to exhibit a selection of works from FULL MOON, gallery artist Michael Light’s seminal and celebrated 1999 NASA archival edit that has defined lunar photography ever since.  Digging into 33,000 images made by the astronauts on the Apollo and Gemini missions of the 1960s and early 70’s, Light selected pictures with an unprecedented sense of photographic history, creating a single journey to the moon and back that highlights the moon as much as a place unto itself, as an event

The first person to gain permission to scan NASA masters at film-grain resolution, Light’s scans and the direct-digital Lightjet prints made from them remain the finest prints available.  Landscape representation, geology, and a light sharper than anything human eyes evolved to perceive, all reveal a ravishing place largely hidden behind the visual clichés of national dominance and technological triumph that we have all come to know over the last half century.

Light’s book, “FULL MOON” was published globally in eight editions in 1999, and another four in 2002.  His prints were exhibited at the San Francisco Museum of Modern Art and the Hayward Gallery in London, and then travelled to the Sydney Museum of Modern Art and Huis Marseille, Amsterdam.  FULL MOON has been on permanent display at the American Museum of Natural History’s Rose Center for Earth and Space since 2000, where millions of viewers have seen it, and was shown in its entirety at the Hasselblad Center in 2006 to commemorate Victor Hasselblad’s 100th birthday.  

Images from the FULL MOON edition are held in the collections of the San Francisco Museum of Modern Art, the Getty Research Institute in Los Angeles, the Hasselblad Center in Sweden, the Victoria & Albert Museum London, and the Musee de l’Elysee in Switzerland, among many other public collections.

July 17 – August 23 – DANZIGER GALLERY – New York

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Friuli Venezia Giulia Fotografia 2019 – SGUARDI DIFFERENTI

Compie 33 anni la rassegna Friuli Venezia Giulia Fotografia promossa dal CRAF — Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia — proponendo gli Sguardi differenti di tre fotografi che hanno saputo interpretare la complessità del mondo.
Giulia Iacolutti esporrà per la prima volta in Italia il suo progetto Jannah. Il giardino islamico del Chiapas, testimonianza del tempo trascorso in Messico a stretto contatto con una piccola comunità tzotzil discendente dei Maya. Martín Weber presenterà la sua Mapa de Sueños Latinoamericanos, un originalissimo, toccante, poetico viaggio attraverso desideri e speranze di centinaia di persone incontrate in America Latina che su una piccola lavagna nera hanno condiviso il proprio desiderio o sogno. Cina Cina Cina di Giorgio Lotti comprende settanta fotografie — a colori e in bianco e nero — realizzate fra il 1974 e il 2002 che documentano le enormi trasformazioni economiche, politiche e sociali di questo Paese e dei suoi abitanti. Una Cina che oggi forse non esiste più o forse, si nasconde dietro la modernità. Tre sguardi differenti, tre modi di raccontare la diversità come risorsa sociale: dal Friuli all’Argentina, gli autori raccontano con occhi pungenti l’uomo, tra sogni, fede, costumi e tradizioni.

Giulia Iacolutti Jannah. Il giardino islamico del Chiapas
Antiche Carceri
San Vito al Tagliamento
Dal 22 giugno
al 1 settembre 2019

Martín Weber Mapa de sueños latinoamericanos
Palazzo Tadea Spilimbergo
Dal 29 giugno 18 agosto 2019

Giorgio Lotti
Cina Cina Cina
Palazzo Tadea Spilimbergo
Dal 24 agosto al 22 settembre 2019

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Un’estate con te – Claude Nori

Torna in Riviera, a Riccione, uno degli artisti che meglio hanno raccontato il fascino dolce, romantico e popolare delle spiagge italiane, facendolo conoscere al mondo intero. Dal 30 giugno al 1° settembre, Riccione ospita la prima mostra personale in Italia di Claude Nori, fotografo francese di fama internazionale che alla costa adriatica ha dedicato alcune delle sue foto più celebri. Un’estate con te, questo è il titolo della mostra, aperta tutte le sere a ingresso libero presso Villa Mussolini, a due passi dal mare, in viale Milano. Evento di inaugurazione, domenica 30 giugno ore 21, con la partecipazione dell’autore. 

Un’estate con te prende il titolo dall’omonimo catalogo di Nori, pubblicato lo scorso anno da Postcart Edizioni, versione arricchita e rivisitata di Un été italien (2001). È attorno a questa serie di lavori sul mare e sulle vacanze italiane che la stessa Postcart, in collaborazione con il Comune di Riccione, ha costruito la mostra. Da bambino, Nori ha passato gran parte delle sue vacanze sulla Rivera romagnola e vi ha fatto poi ritorno più volte, a partire dal 1982, per fotografare l’atmosfera speciale che si crea nei mesi estivi. “Il particolare territorio del mare, l’attività che si svolgeva sulla spiaggia in estate” scrive Nori “era davvero un concentrato di cultura italiana, un rituale attraverso il quale si esprimeva con forza tutta un’arte di vivere”. Riccione è il luogo privilegiato per fare esperienza di questa ritualità. La spiaggia, nelle sue fotografie, è sempre abitata. Il mare non è mai rappresentato nella sua dimensione paesaggistica, ma come elemento intorno al quale prende vita una comunità. Le immagini sono lievi, calde, confortanti e spensierate, così come l’estate e la stagione della vita che più la rispecchia: l’adolescenza, carica di desideri e di una vaga malinconia. 

La mostra, disposta sui tre livelli della villa, sarà incentrata sugli scatti realizzati dal fotografo negli anni Ottanta e Novanta, e includerà una piccola selezione di foto realizzate a Stromboli; sarà composta da circa settanta fotografie, tra stampe a colori, scatti in bianco e nero e immagini in Super 8. Queste ultime, simili nell’estetica e nel formato alle foto-ricordo delle vacanze, sono state scattate in spiaggia: ragazzi intorno a un jukebox, istantanee di partite di beach tennis, bambini in riva al mare sulle storiche altalene della Coca-Cola, davanti a uno spazio azzurro scandito solamente dalla linea dell’orizzonte. 

L’allestimento degli spazi della villa, in dialogo diretto con il mare, associa alle immagini anche video e riferimenti culturali alle fonti di ispirazione di Nori, dal cinema di Valerio Zurlini (La ragazza con la valigia) alla musica pop italiana e internazionale. Una sala sarà dedicata al rapporto di grande amicizia che legava Nori a Luigi Ghirri, legame a cui il fotografo francese ha dedicato il suo ultimo romanzo/diario L’amico infinito, edito in Francia da Contrejour (casa editrice di Nori) e di prossima pubblicazione in Italia per Postcart: un’amicizia cementata anche dalle scorribande al mare, con giornate trascorse a scattare foto, ma anche a percorrere il lungomare cantando a perdifiato successi degli anni Sessanta e canzoni di Dylan. Lo spazio dedicato a L’amico infinito si pone come momento conclusivo e come finestra per approfondire la conoscenza dell’autore. In mostra anche le foto del libro, tra cui due preziose immagini di Ghirri, messe a disposizione dall’Archivio Eredi di Luigi Ghirri.

Dal 30 giugno al 1° settembre – Villa Mussolini Riccione

ANTHROPOCENE – Edward Burtynsky

Anthropocene è un’esplorazione multimediale che documenta l’indelebile impronta umana sulla terra. Le straordinarie fotografie di Edward Burtynsky, i film di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e una serie di installazioni in realtà aumentata accompagnano il visitatore in un viaggio epico intorno al mondo, mostrando i segni più profondi dell’azione dell’uomo.

Suddivisa in quattro sezioni che coinvolgono gli spazi del MAST – 1.PhotoGallery, 2.Foyer, 3.Gallery Livello 0, 4.Auditorium – la mostra è un invito a riflettere sulla portata e sul significato di queste trasformazioni radicali.

35 fotografie di grande formato scattate da Edward Burtynsky mostrano con forza le drammatiche collisioni tra uomo e natura: la terraformazione del pianeta mediante l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura; la proliferazione di dighe e la sempre più frequente deviazione dei corsi d’acqua; l’eccesso di CO2 e l’acidificazione degli oceani; la presenza pervasiva e globale della plastica, del cemento e di altri tecnofossili; l’impennata senza precedenti delle deforestazione.

Anthropocene è curata da Urs Stahel, Sophie Hackett e Andrea Kunard ed è organizzata dalla Art Gallery of Ontario e dal Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada in partnership con la Fondazione MAST di Bologna.

Dal 16 maggio al 6 ottobre 2019 – MAST Bologna
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Fotografia e materialità in Italia

Fotografia e materialità in Italia

Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi, Luigi Ghirri

Nicoletta Leonardi

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Questo libro ha come oggetto l’analisi della della fotografia in Italia degli anni sessanta e settanta, in particolare indaga come, tramite la fotogarfia, alcuni autori ( Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi e Luigi Ghirri ) analizzano come la meterialità e i luoghi in cui viviamo hanno influenzato la cultura di quel periodo e di conseguenza  aumentato l’interesse verso la città e il territorio.

Il rapporto che le persone instaurano con gli oggetti e i luoghi sembra evidente e sempre presente, anche se  il lavoro degli autori presi in considerazione è talvolta divergente, ciascuno dei fotografi che l’autrice ha analizzato usano i contesti in cui viviamo e gli oggetti con i quali viviamo enfatizzandone l’importanza che assumono per gli individui.

Il conivolgimento che le opere di Franco Vaccari attuano verso il pubblico.

Il lavoro di “operatore” che Mario Cresci mette in atto analizzando le ralazioni che legano tra loro, persone, luoghi , oggetti e il costante confronto diretto con il sociale.

La continua relazione tra esseri viventi , oggetti , luoghi e dello stesso autore, di Guido Guidi ; “io non guardo soltanto il paesaggio, ma ne faccio esperienza, perchè io stesso sono dentro il paesaggio, vedo il paesaggio che guarda me “ .

Il territorio locale, la memoria e l’attenzione verso il quotidiano che caratterizzano il lavoro di Luigi Ghirri.

Il libro offre un’ampia e sicuramente eterogenea visione della  ricerca fotografica di quattro fondamentali autori Italiani.

Qui un’intervista a Nicoletta Leonardi

In vendita qui.

 

Giovanni

Mostre di fotografia, cosa non perdere a settembre.

SGUARDO DI DONNA

da Diane Arbus a Letizia Battaglia la passione e il coraggio
11.09 > 08.12.2015

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SGUARDO DI DONNA è una mostra curata da Francesca Alfano Miglietti che ha scelto 25 autrici, 25 storie, 25 sguardi singolari sul mondo, sull’altro, sulla relazione, selezionando circa 250 lavori che affrontano i temi profondi dell’esistenza umana: la vita, la morte, la violenza, il corpo, la spiritualità, l’identità e la differenza.
Un vero e proprio itinerario di visioni che, grazie all’allestimento curato da Antonio Marras, trasporta in un territorio identitario, simbolico, erotico, politico e poetico.

SGUARDO DI DONNA intreccia le esperienze vissute attraverso gli occhi delle autrici, tutte rigorosamente donne e tutte guidate dal mezzo fotografico, che diviene una sorta di coscienza del mondo, testimone di quello che spesso viene occultato, ma capace di mantenere una coesione alla realtà di persone e luoghi.

Ogni opera diventa la provocazione di un dialogo profondo e intimo tra i soggetti delle foto e lo spettatore, raccontando uno scorcio indefinito della comune condizione umana, un “invito alla consapevolezza” dell’esistenza di mondi differenti e spesso estranei uno all’altro.

SGUARDO DI DONNA è ideata e promossa da Tre Oci, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie in collaborazione con il Corriere della Sera e La27esimaOra, Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, Tendercapital, Colorificio San Marco.
La mostra è accompagnata da un catalogo Marsilio in due edizioni, italiano e inglese.

Qua tutte le info

SI FEST Savignano Immagini

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Anche quest’anno Savignano Immagini ci propone molte interessanti mostre, in concomitanza con la 24^ edizione del SI FEST, che si terrà dall 11 al 13 settembre, nella vivace cittadina romagnola. Il tema dell’edizione 2015 è Habitus, abiti e abitudini costumi e costume.. La manifestazione comprende mostre, conferenze e le consuete letture portfolio.

Le mostre ospitate saranno le seguenti:

  • MIKE BRODIE, A Period of Juvenile Prosperity + Tones of dirt and bone.
  • LARRY FINK, The vanities + The beats
  • FELICE BEATO, un omaggio. La fotografia in Giappone e la scuola di Yokohama
  • GABRIELE BASILICO, Iran 1970
  • MARTINA BACIGALUPO / Gulu real art Studio
  • PAOLO VENTURA, Short stories
  • GIULIA MARCHI, Sullòrlo
  • MUSTAFA SABBAGH, #000 – tuxedo riot
  • CLAUDINE DOURY, Loulan Beauty
  • TOMMASO TANINI, H. said he loved us
  • FRANCESCO FRANCAVIGLIA, Le donne del digiuno
  • THOMAS VAN DEN DRIESSCHE, How to be a photographer
  • SIMONE DONATI, Hotel Immagine
  • No Panic Gallery/ENRICO DE LUIGI, Cosplayers
  • MONIA PERISSINOTTO, Tokyo nights
  • BTOMIC/Jacopo Benassi

Per maggiori informazioni, cliccate qua

Fotografia Contemporanea dall’Europa nord-occidentale

Dal 18 settembre 2015 al 10 gennaio 2016 gli spazi espositivi del Foro Boario di Modena ospiteranno un nucleo di acquisizioni riferite ai paesi nordici, entrate di recente a far parte delle collezioni gestite dalla fondazione e sinora mai esposte: oltre 70 opere di 18 artisti, da Wolfgang Tillmans ad Jonny Briggs, in grado di suggerire la vivacità e l’eterogeneità di tendenze di un’area geografica che abbraccia Germania, Gran Bretagna e Scandinavia. Cuore dell’allestimento, incastonato nel percorso come una ‘mostra nella mostra’, sarà inoltre un importante omaggio al fotografo norvegese Tom Sandberg (1953 – 2014), le cui opere intendono dialogare con quelle degli altri artisti europei in un gioco di rimandi e affinità più o meno evidenti. L’intero progetto espositivo è a cura di Filippo Maggia, direttore di Fondazione Fotografia Modena.

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Edward Burtynsky – Acqua shock

Per la prima volta in Europa, dal 3 settembre 2015 all’1 novembre 2015, Palazzo della Ragione Fotografia, presenta Edward Burtynsky. Acqua Shock il progetto del fotografo canadese (St. Catharines, Ontario, 1955) dedicato all’acqua. Il programma di Palazzo della Ragione, il nuovo spazio espositivo di Milano interamente dedicato alla fotografia inaugurato a giugno 2014 nel cuore della città, si arricchisce dell’intenso lavoro fotografico che Edward Burtynsky ha dedicato alla risorsa primaria per eccellenza, l’acqua, alla sua presenza in natura e al suo sfruttamento da parte dell’uomo.

Qua altre info

Shirley Baker – Women, children and loitering men

This exhibition is a rare chance to see the work of social documentary photographer Shirley Baker, and a portrait of the urban decline of late twentieth century Britain.It focuses on Baker’s depictions of the urban clearance programmes of inner-city Manchester and Salford during 1961 – 1981 and the work documents what Baker saw as the needless destruction of working class communities. Listen to a specially commissioned soundscore by composer Derek Nisbet featuring Shirley Baker interviewed by Val Williams, 1992, Oral History of British Photography © British Library, catalogue reference C459/20. Despite being the only woman practicing street photography in Britain at the time, Shirley Baker’s humanist documentary work received little attention throughout her sixty-five year career. She claimed never to have posed her pictures, an action inimical to her documentarist ideals, yet her multi-layered images and exacting compositions imply dwelling on a scene until each element falls into place. Her visual puns, often the result of juxtaposing ‘chance’ elements in her field of vision, result in a humour and everyday surrealism that would have eluded most passers-by. Objects and scenes take on significance beyond their literal appearance. Half demolished walls and peeling wallpaper resound with lives once lived. Her meticulous focus on graffiti brings the plain brickwork to life and generates backdrops for scenarios in which her ordinary subjects, in their functional environments, become momentarily extraordinary. This exhibition includes previously unseen colour photographs by Baker alongside black and white images and ephemera such as magazine spreads, contact sheets and various sketches. Watch a short film from the BFI’s Britain on Film Archive, which gives a glimpse of Salford in the 1960s as Baker would have witnessed it. Women and Children; and Loitering Men (The Photographers’ Gallery, 2015) features a foreword by Professor Griselda Pollock and a new short story by author Jackie Kay. This book is sold out with a second edition due the week starting 24 August available to pre-order from the Bookshop. With thanks to Arts Council England, Mary Evans Picture Library, Manchester School of Art (Manchester Metropolitan University), Symon and Mary Elliott and the Shirley Baker Estate for their invaluable support.

Info here

Guido Guidi – Guardando a est

23 luglio – 11 ottobre

ex Essiccatoio bozzoli, San Vito al Tagliamento

A cura di Guido Guidi

I non luoghi sono il prodotto della società contemporanea, divenuta incapace di integrare in sé i luoghi storici, invece confinati e circoscritti alla stregua di curiosità o di oggetti interessanti. I non luoghi sono pertanto incentrati solamente sul presente, rappresentativi della nostra epoca caratterizzata dalla precarietà assoluta, dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario.

Le persone transitano nei non luoghi ma nessuno vi abita: le persone sono come in una condizione di attesa: c’è chi aspetta un treno, chi un autobus, chi riposa aspettando di riprendere il lavoro, altri attraversano strade e piazze vuote, e poco trafficate. Guidi ha anticipato tutte le problematiche legate all’apparire dei non luoghi, e lo ha fatto poiché ha sempre inteso fotografare spazi ed oggetti esclusi da ogni attribuzione di significato e in genere dagli stessi sguardi coscienti delle persone che li incrociavano, ampliando così nello stesso tempo il terreno del fotografabile. Per altri aspetti, Guidi ha fatto pure parte di quella serie di fotografi attenti alla tradizione della sociologia critica di Baudrillard e alla definizione di iperrealismo economico – sociale quale risultato dell’ “…opposizione tra realtà e apparenza, tra verità e ingenuo, tra vita quotidiana e spettacolo..” (Mario Perniola, Scambio simbolico, iperrealismo, simulacro, in Aut aut, n. 170 – 171, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1979, pag.69). Diversi fotografi americani, come i partecipanti nel 1975 alla mostra New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape, intesero dimostrare che l’affermarsi della cultura dei centri commerciali, dei motels e dei parchi industriali non doveva essere vista come un’istanza di progresso, al contrario li indicavano come segni estremi di un vero e proprio fallimento.

Le piccole città, che costituivano storicamente la struttura urbanistica del Friuli Venezia Giulia per come si era sviluppata nel corso dei secoli, oggi sono anch’esse svuotate dei loro abitanti e della loro storia, divenendo dei non luoghi dove vi si transita ma non vi si abita. Evidenti quei dettagli che Guido Guidi ha insegnato a osservare, come le tracce di vita scritte su un muro o su colonne, una baracca dove raccogliere la legna in montagna, un segnale stradale, un bar, un supermercato, e poi gli interni delle aziende artigiane dove ancora convivono con (i pochi…rari) giovani operai, gli oggetti e i segni più disparati rimarcati dalla sua poetica minimalista. Guidi ha quindi introdotto questi concetti rappresentando uno dei punti di maturazione unanimemente riconosciuti di tutta la storia della rappresentazione del paesaggio e dell’oggetto nell’arte.

Tra il 1991 e il 1999 Guidi ha realizzato per conto del CRAF diverse campagne fotografiche, producendo un vasto corpus di immagini conservate negli archivi del Centro.

Nel 1995 il CRAF ha editato il catalogo Guido Guidi,Varianti edito da Art& di Udine, inserito da Martin Parr e Jerry Badger in The Photobook: A History (vol II. Londra – New York, Phaidon, 2006) assieme ai migliori libri di fotografia del XXesimo secolo.

Nella poliedrica attività promossa e che ha sempre visto Guido Guidi tra i protagonisti, le campagne fotografiche non sono mai nate casualmentema hanno dato corpo a tre settori progettuali: la dialettica con l’opera di Pier Paolo Pasolini; il punto di vista della fotografia italiana nella sua molteplicità linguistica sul paesaggio e l’ambiente (in Terre a Nordest, Friuli Venezia Giulia a vent’anni dal terremoto) infine l’ estensione del lavoro di Guidi alle “piccole città”, quasi una mappatura “a Est” o appunto un compendio sui non luoghi, completata dagli ultimi lavori realizzati nel 2014 a Lignano Sabbiadoro (nell’occasione gli è stato assegnato il Premio Hemingway su proposta di Italo Zannier) e a San Vito al Tagliamento.

Esiste inoltre un suo vasto lavoro del 2002 per conto dell’ATER, l’Azienda Territoriale Edilizia Residenziale di Trieste (che aveva fotografato anche nel 1985) e nel 2006 a Gorizia sulle tracce del confine scomparso: la linea di confine, istituita al termine della seconda guerra mondiale ha segnato, con alterne vicende, la storia di un territorio condiviso tra Italia e Slovenia, tra il mondo latino e quello slavo.

Guido Guidi ha sempre realizzato stampe a contatto da lastre della macchina a banco ottico 20×25 usata in omaggio ai pionieri della fotografia, e da tutta la storia dell’arte ha ereditato l’uso del colore. Così ogni suo lavoro pare quasi la citazione di un grande pittore.

Il colore tenue delle sue serie fotografiche, da Via delle Industrie a Monte Grappa ha ceduto poi il passo agli acidi e scarni cromatismi della Strada Ovest a Treviso e, in particolare, in alcuni lavori per il CRAF ha esaltato le tinte e l’ arancione caro a Turner, anche se molti suoi estimatori lo accostano a Morandi per il colore.

Con la sua poetica minimalista e la sua ricerca Guidi ha esplorato i limiti (i confini,i margini, le periferie…etc) del paesaggio contemporaneo senza romanticismi o spettacolarizzazioni, e nemmeno con l’intento di costruire una sorta di catalogo esaustivo della stessa serie vastissima e di non semplice definizione dei segni fotografati.

La mostra ha ottenuto dall’on.le Ministro Dario Franceschini il patrocinio del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo.

Anna “°”