Buongiorno! Come state? Ho deciso di suddividere gli articoli sulla luce in più parti, non riesco a scrivere tutto in una volta, sono sempre coi tempi stretti e mi riduco di notte a dedicarmi al blog! Ore 5.28 di venerdì.
Oggi parlo della direzione della luce, solo di quello per ora, datemi tempo, prima di fare appunti sulla ‘mancanza di qua e di là’.
Non ho fretta ed il blog ha durata potenzialmente infinita, c’è tempo….quindi, spero!
Tutto quello che definisco errore, non lo è mai se la scelta del fotografo è volontaria è frutto di un ragionamento legato per esempio alla costruzione di un racconto fotografico o a particolari scelte espressive. Questo non vale solo per questo articolo, vale per sempre!
Foto di ROMEO
DIREZIONE
La luce può avere molte direzioni di provenienza, ma per comodità sono abituata a suddividerla proveniente da tre posizioni principali:
*luce frontale
*luce posteriore
*luce laterale
La definizione della provenienza si riferisce alla posizione della luce rispetto al soggetto. Quindi la luce è frontale quando arriva dalle spalle del fotografo. Considerate, per non fare casini, che la luce provenga potenzialmente dalla fotocamera. Credo che così sia più semplice.
Quindi, se hai di fronte una persona, la luce frontale cade sul soggetto frontalmente.
Per lo stesso motivo, la luce posteriore arriva frontalmente rispetto alla fotocamera e alle spalle del vostro soggetto.
Luce frontale
Questa luce NON è da usare quando si vorrebbe dare tridimensionalità al soggetto. Le foto possono essere carine, ma, per esempio, in un ritratto è la luce meno accattivante.
La caratteristica principale è che appiattisce un po’ il soggetto e fa perdere molti dettagli. Inoltre la luce frontale può far percepire colori meno saturi. Può essere una scelta, ma prestate attenzione. Le ombre vengono eliminate, o quasi.
Attenzione che la luce frontale proveniente dall’alto, fa spesso proprio schifo. In qualche caso crea immagini che a me fanno un po’ paura. Sono inquietanti.
Andy Wharol, polaroid. Luce frontale
Hosoe, luce frontale dall’alto
Luce posteriore
La luce che proviene da questa direzione Viene utilizzata per creare l’effetto silhouette. Ci sarà una forte luminosità intorno al soggetto. Quindi nei ritratti viene usata per staccare il soggetto dal fondo, grazie alla luce che filtra dai capelli, creando una specie di aura bianca, utilizzando anche una luce frontale o a 45* rispetto al soggetto.
Effetto silhouette, di Mario Giacomelli
David Lachapelle, luce da dietro che segna i contorni delle cose e aura nei capelli.
Luce laterale
La luce laterale colpisce il soggetto da qualsiasi altra parte che non sia frontale o posteriore. Insomma tutto il resto.
L’angolazione non è più Importante, la luce rimane comunque laterale.
La luce laterale diventa fondamentale se desiderate dare tridimensionalità al soggetto. Le ombre creano delle texture che possono rivelarsi interessanti, evidenziando la trama del soggetto.
Rughe e pieghe, buchi e porosità vengono enfatizzati.
L’ombra più lunga si ottiene con la luce a 90* rispetto al soggetto, lo scatto sarà più drammatico, per ridurre questo effetto, spostate L’angolazione della fonte luminosa ( a meno che non sia il sole…se ci riuscite, ditemi subito!) e le immagini torneranno ad essere più “tranquille”.
Brassai, luce laterale drammatica
Ciao a tutti, grazie! Ciao Sara
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Ho trovato e tradotto (spero decentemente) questa lettera di Stephen Shore ad un giovane artista potenziale, un suo studente.
Mi sembra interessante quello che dice e lo condivido qui:
Caro giovane artista,
sì, penso che tu possa ottenere tutte e due le cose: partecipare al mondo dell’arte, e mantenere la tua integrità. Ma il successo nel fare questo, dipende dal rapporto che hai tu, con la tua arte.
Ho insegnato al Bard College, più di vent’anni. Ho anche avuto l’opportunità di incontrare studenti laureati provenienti da varie istituzioni. Per la maggior parte, però, incontro studenti trascinati dal desiderio di essere artisti affermati. Certamente non tutti; ma vedo in loro questa tendenza.
E’ comprensibile. Per me, però, ciò ha davvero poco a che fare coi motivi per i quali io faccio arte. Si fa arte per esplorare il mondo e la cultura, approfondire lo strumento scelto, esplorare se stessi. Si fa arte per comunicare – mediante il linguaggio di questo strumento – una sensazione, un’osservazione, una comprensione, uno stato mentale o emozionale. Si fa arte per rispondere – o tentare di rispondere – a domande. Si fa arte per divertimento. In breve, lo si fa per rispondere a necessità di natura personale.
Uno studente potrebbe vedere un’opera d’arte grandiosa e dire a se stesso “Questa è proprio fantastica! Anch’io voglio creare opere d’arte eccezionali”. Di conseguenza, lo studente si mette al lavoro per cercare d’ottenere questo risultato. Se ha talento, potrebbe produrre qualcosa che assomiglia ad un’opera d’arte.. Chi ne sa poco, magari la considera tale. Ma il vero problema è che quel grandioso manufatto così tanto ammirato dallo studente, non è nato da motivazioni proprie. E’ il risultato della ricerca personale dell’artista.
Avere ambizioni non è una cosa negativa. Di fatto, l’ambizione è necessaria affinché ci si ritagli il tempo per produrre il proprio lavoro tra la marea di altre esigenze che la vita ti impone. La vera domanda è verso cosa risulta indirizzata la tua ambizione. Se sei coerente col tuo percorso personale, fare mostre e vendere opere non ti danneggerà. Potresti guadagnare a sufficienza per vivere e vivere bene. Non c’è niente di male in questo. I problemi arrivano quando il mercato comincia ad influenzare le tue decisioni. Se il tuo lavoro ha la necessità di evolvere e cambiare, potrebbe anche significare di dover abbandonare il tuo approccio che è quello che ti ha portato riconoscimenti.
E’ chiaro: tu vuoi affermarti come artista e “sviluppare la tua personale percezione delle cose”. Se aspetti sino a che non hai la certezza di avercela fatta, rischi di non fare una determinata mostra. Trovare la propria voce può benissimo diventare il percorso, non l’obiettivo. Ho studenti che iniziano a studiare fotografia al college e mi dicono che vogliono “esprimere se stessi”. Tra me e me, io penso: “Hai solo diciott’anni, come puoi esprimere te stesso se ancora non ti conosci ancora?”… Ma ciò non deve dissuaderli. Perché praticare l’arte, possono imbarcarsi sulla rotta che li porta successivamente a trovare sé stessi.
Ho un’ultima cosa da aggiungere. Nel farlo, potrei fraintenderti o renderti un pessimo servizio… ma ho avuto l’impressione – dal tono della tua lettera – che tu stia utilizzando il tuo dilemma morale come pretesto per non impegnarti nel tuo lavoro d’artistae che tu stia usando la tua fragilità per schivare i miei giudizi critici. Non farlo!
Buona fortuna e auguri,
Stephen Shore
Tivoli, New York
Nato a New York City nel 1947, riceve la sua prima macchina fotografica, una 35 mm, da bambino e a soli nove anni scatta divertito le sue prime foto. È un atto di coraggio a infondergli la sicurezza di potercela fare: a 14 anni si presenta da Edward Steichen, l’allora curatore della sezione fotografia al MoMa, per mostrargli il suo lavoro. Steichen acquista tre dei suoi scatti. Tre anni più tardi inizia a frequentare The Factory, lo studio di Andy Warhol, ritraendo gli artisti di passaggio. Attualmente vive a New York, dove, dal 1982, dirige il dipartimento di fotografia del Bard College.
About Stephen Shore
Stephen Shore’s work has been widely published and exhibited for the past forty years. He was the first living photographer to have a one-man show at the Metropolitan Museum of Art in New York since Alfred Stieglitz, forty years earlier. He has also had one-man shows at the Museum of Modern Art, New York; George Eastman House, Rochester; Kunsthalle, Dusseldorf; Hammer Museum, Los Angeles; Jeu de Paume, Paris; and Art Institute of Chicago and has received fellowships from the Guggenheim Foundation and the National Endowment for the Arts. His series of exhibitions at Light Gallery in New York in the early 1970s sparked new interest in color photography and in the use of the view camera for documentary work.
Books of his photographs include Uncommon Places: The Complete Works; Essex County; The Velvet Years, Andy Warhol’s Factory, 1965 – 1967; American Surfaces, A Road Trip Journal, and Stephen Shore, a retrospective monograph in Phaidon’s Contemporary Artists series. Stephen also wrote The Nature of Photographs, published by Phaidon Press, which addresses how a photograph functions visually. His work is represented by 303 Gallery, New York; and Sprüth Magers, London and Berlin. Since 1982 he has been the director of the Photography Program at Bard College, Annandale-on-Hudson, NY, where he is the Susan Weber Professor in the Arts.
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Jacques Henri Lartigue (Courbevoie, 13 giugno 1894 – Nizza, 12 settembre 1986) è stato un fotografo e pittore francese.
Sebbene sia considerato uno dei più significativi fotografi del Novecento, egli si presentò sempre come pittore. Inizialmente concentrato sulla mondanità e sulla vita quotidiana della borghesia francese, allargò successivamente il proprio punto di vista divenendo, anche grazie alla fama acquisita negli anni, un divulgatore delle innovazioni estetiche compiute nel mondo dell’arte.
Il bambino prodigio
Jacques Lartigue nasce il 13 giugno del 1894 a Courbevoie da una famiglia facoltosa, il padre Henri è un uomo d’affari appassionato di fotografia. Nel 1899 la famiglia si trasferisce a Parigi.
Nel 1902, all’età di sette anni, Lartigue riceve in regalo dal padre la sua prima macchina fotografica. Di fatto la sua attività di fotografo inizia qui: scatta e sviluppa le proprie foto dapprima con l’aiuto del genitore e subito dopo da solo. Ritrae il mondo che gli sta attorno: parenti e amici, e più in generale la quotidianità della borghesia. Raccoglie le sue fotografie in volumi: nel corso della propria esistenza arriverà a mettere insieme circa 130 album, con all’interno un totale di alcune decine di migliaia di foto.
Sempre in questo periodo inizia un diario che porterà avanti per tutta la vita e che rappresenterà una sorta di “parallelo scritto” delle sue immagini: riflessioni, descrizioni, ma anche schizzi delle fotografie stesse.
A partire dal 1904 inizia con alcuni esperimenti fotografici: forse l’esempio più rappresentativo di queste prove è costituito dalle sovrimpressioni per creare foto di “pseudo-fantasmi”. Inizia inoltre a scattare immagini stereoscopiche (cioè fotografie tridimensionali) con una macchina apposita.
Nel 1906 l’ascesa sociale del padre permette alla famiglia di acquistare il castello di Rouzat nei pressi di Puy-de-Dôme, nonché la prima autovettura. Il fratello maggiore “Zissou” inizia a costruire macchine volanti nelle cantine del castello. Automobili e aeroplani, ma più in generale il movimento, diverranno poi tra i soggetti preferiti da Lartigue. La passione per i motori, per i marchingegni, per la tecnologia che all’epoca era ai suoi albori era un elemento che caratterizzava un po’ tutta la famiglia dei Lartigue. In questo contesto il piccolo Jacques, cagionevole di salute e non altrettanto “audace” come gli altri parenti, assumerà il ruolo di testimone oculare, quasi di elemento esterno e distaccato, intento a immortalare e a prendere nota di ciò che gli accadeva intorno.
Un altro dei soggetti preferiti la Lartigue sarà rappresentato dalle eleganti dame a passeggio al Bois de Boulogne, che inizierà a fotografare a partire dal 1910, all’età di sedici anni. Ed è proprio grazie a queste immagini che successivamente verrà considerato come uno dei precursori della fotografia di moda.
Sempre in questi anni inizia a delinearsi la filosofia che poi caratterizzerà non solo la propria arte ma l’intera sua vita: il culto della felicità, la ricerca di un idillio che non possa essere turbato da traumi profondi. Tale concezione lo porterà, ad esempio, ad attraversare in maniera paradossale due guerre mondiali.
Nel 1911 la famiglia si trasferisce nuovamente a Parigi, in un palazzo privato. In questi anni Lartigue realizza i suoi primi ritratti di personaggi famosi durante la villeggiatura a Saint Moritz (Max Linder, Santos Dumont, Graham White), produce il suo primo film amatoriale con una cinepresa regalatagli dal padre, segue i corsi alla Sorbona di Marius Aubert (l’assistente di Gabriel Lippmann che mise a punto uno dei procedimenti per la realizzazione della fotografia a colori), ma soprattutto il giornale La Vieu Au Grand Air pubblica alcune di quelle che resteranno poi tra le sue foto più celebri (Louis e Jean alla gara di bob a Rouzat, Zissou nella piscina, Roland e Simon Garros a Issy-les-Moulineaux).
L’attività di pittore
In piena prima guerra mondiale Lartigue decide di dedicarsi alla pittura. Non viene arruolato nell’esercito francese perché giudicato “rivedibile” durante la visita di leva. Tuttavia, qualche tempo dopo, riuscirà a mettere la propria abilità di guidatore e la propria automobile da corsa a disposizione degli ospedali parigini per il trasporto dei feriti di guerra. Nel 1914 il cinegiornale Atualités Pathé acquista i suoi filmati sullo sport. A partire dal 1915 frequenta l’Académie Julian dove studia pittura con Jean-Paul Laurens e Marcel Baschet. Nel 1918 l’epidemia di spagnola colpisce un grande numero di amici di famiglia dei Lartigue.
Finita la guerra, nel 1919, si sposa con Madeleine “Bibi” Messager. Il padre di Bibi è il musicista André Messager, compositore, direttore dell’Opéra e dell’Opéra Comique di Parigi, nonché del Covent Garden di Londra. Jacques e Bibi avranno due figli, il secondo morirà a pochi mesi dalla nascita.
Nel corso degli anni venti la carriera di pittore di Lartigue si evolve progressivamente. Nel 1922 espone i propri dipinti nei corridoi d’ingresso della galleria Georges Petit di Parigi (nelle sale principali c’è Monet). Successivamente espone al Salon des Sports, al Salon d’Automne, al Salon d’Hiver, al Salon de la Société Nationale des Beaux-Arts, alla galleria Bernheim Jeune e al Grand Palais. In particolare i dipinti di questo periodo hanno come tema principale fiori, automobili, ma anche ritratti di personaggi famosi (Kees Van Dongen, Sacha Guitry, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Georges Carpentier, Joan Crawford). Sempre in questo periodo conosce, inoltre, Maurice Chevalier, Abel Gance, Yvonne Printemps. E nel 1930 Renée Perle, che diventa una delle sue modelle preferite nonché la sua compagna.
Nel 1932 è aiuto-regista e fotografo di scena del film Les Aventures du Roi Pausole di Alexis Granowsky (trasposizione cinematografica di un romanzo di Pierre Louÿs).
Nel 1934 sposa, in seconde nozze, Marcella “Coco” Paolucci. Ma il matrimonio durerà solo un paio d’anni.
Negli anni della seconda guerra mondiale, più in generale tra il 1935 e il 1950, collabora con varie riviste di moda in qualità di illustratore. Diviene inoltre piuttosto rinomato come scenografo grazie alle decorazioni degli interni per le grandi feste che si svolgono al casinò di Cannes, a La Baule e a Losanna.
Nel 1942 conosce Florette Orméa, una ragazza di vent’anni. Con lei, durante l’occupazione nazista di Parigi, si trasferisce in una villa in Costa Azzurra a dipingere e a catalogare le proprie fotografie. Finita la guerra, nel 1945, la sposa in terze nozze.
L’attività di fotografo
A partire dal dopoguerra le foto di Lartigue diventano sempre più diffuse, soprattutto sulla stampa cattolica. Particolarmente celebri sono i suoi ritratti di Pablo Picasso e Jean Cocteau dell’epoca (1955).
Nel 1954 viene fondata l’associazione Gens d’Images e Lartigue ne diviene il vicepresidente. Grazie alle iniziative culturali promosse da tale associazione Lartigue espone per la prima volta le sue fotografie: la mostra (collettiva) è organizzata alla Galérie d’Orsay nel 1955.
In parallelo, comunque, porta avanti la propria attività di pittore che di fatto è e rimane la sua professione. Nel 1957 espone i propri quadri a L’Avana, al Centro d’arte Cubano, proprio nel periodo in cui Fidel Castro inizia la guerriglia nella Sierra Maestra: Lartigue è costretto a lasciare lì le sue tele e a riparare prima in Messico e poi negli Stati Uniti.
Nel 1960 Lartigue si trasferisce a Opio, vicino a Grasse.
Nel 1963 allestisce la prima mostra fotografica personale al Museum of Modern Art di New York e la rivista Life gli dedica un servizio di dieci pagine sul numero di novembre, ossia lo stesso numero che riporta i fatti dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Lartigue aveva incontrato Kennedy, nel 1953, quando ancora era un giovane senatore, e per ironia della sorte i loro destini si incrociano di nuovo dieci anni dopo: l’evento tragico dell’omicidio del presidente degli Stati Uniti determinerà un’altissima tiratura del numero della rivista in questione, a sua volta essa determinerà una grandissima (e involontaria) pubblicità per Lartigue. Ed è sempre in questo periodo che John Szarkowski, direttore del Dipartimento di Fotografia del Museo d’Arte Moderna di New York, definisce Jacques Lartigue come «il precursore di ogni creazione interessante e viva realizzata nel corso del XX secolo». Si tratta del primo vero riconoscimento ufficiale. Lartigue ha 69 anni, e aggiunge il nome del padre, Henri, al proprio diventando Jacques “Henri” Lartigue.
Nel 1964 realizza una mostra di pittura alla galleria Knoedler di New York.
Nel 1966, in concomitanza con una mostra al Photokina di Colonia, pubblica l’Album de Famille. Tale opera, divulgata in tutto il mondo, rappresenterà la consacrazione del Lartigue fotografo. In questo periodo stringe inoltre amicizia coi fotografi Richard Avedon e Yasuhiro “Hiro” Wakabayashi. E nel 1970 pubblica Diary of a Century, raccolta di lavori a partire dagli anni trenta curata da Richard Avedon e Bea Feitler.
Nel 1974 a Lartigue viene commissionata la foto ufficiale del presidente della Repubblica francese Valéry Giscard D’Estaing (prima d’allora questa operazione era riservata a fotografi pressoché anonimi).
Nel 1975 allestisce la mostra Lartigue 8×80 al Musée des Arts Décoratifs di Parigi: è la prima grande retrospettiva francese della sua fotografia. Successivamente espone alla galleria Optica di Montréal e al Seibu Art Museum di Tokyo.
Nel 1979 dona l’intera sua opera fotografica (negativi, album originali, diari e macchine fotografiche) allo stato francese. Viene istituita l’Association des Amis de Jacques Henri Lartigue (denominata poi Donation Jacques Henri Lartigue) sotto la supervisione del Ministero della Cultura.
Durante gli anni ottanta e novanta la Donation Jacques Henri Lartigue organizza varie iniziative e mostre in tutto il mondo con cadenza quasi annuale. In particolare sono da citare: l’esposizione di benvenuto della donazione di Lartigue che si tiene alle Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi nel 1980 (Bonjour Monsieur Lartigue); l’apertura di una sala d’esposizione permanente al Grand Palais degli Champs-Elyséss con la mostra Vingt Années de Découverte à Traverser l’Oeuvre de Jacques Henri Lartigue nel 1981; la mostra dedicata alle stereoscopie al Grand Palais di Parigi (Le Troisième Oeil de Jacques Henri Lartigue) organizzata nel 1986.
Jacques Henri Lartigue muore a Nizza il 12 settembre del 1986 all’età di 92 anni.
Jacques Henri Lartigue (June 13, 1894 – September 12, 1986) was a French photographer and painter, known for his photographs of automobile races, planes and Parisian fashion female models.
English version
Biography
Born in Courbevoie, France to a wealthy family, Jacques Henri Lartigue started taking photographs when he was seven. He photographed his friends and family at play – running and jumping; racing home-built race cars; making kites, gliders as well as aeroplanes; and climbing the Eiffel Tower. He also photographed sport events, such as the Coupe Gordon Bennett and the French Grand Prix, early flights of aviation pioneers such as Gabriel Voisin, Louis Blériot, Louis Paulhan and Roland Garros. He also captured in his camera, tennis players such as Suzanne Lenglen at the French Open tennis championships. Many of his initial, famous photographs were originally captured through stereo, but he also produced a vast number of images in all formats and media including glass plates in various sizes, autochromes, and film.
While he sold a few photographs to sporting magazines such as La Vie au Grand Air, during his middle-ages he concentrated on painting which also was his source of income and living. However, he continued taking photographs and maintained written journals about them throughout his life. At age of 69 his boyhood photographs were ‘discovered’ by Charles Rado of the Rapho agency who introduced Lartigue to John Szarkowski, curator of the Museum of Modern Art, who arranged an exhibition of his work at the museum. Life magazine published the photos in 1963.
This exhibition gained him fame and exposure to the industry. He then got opportunities to work with several fashion magazines and became famous in other countries as well. In 1974 he was commissioned by the newly elected President of France Valéry Giscard d’Estaing to shoot his official portrait. The result was a simple photo, simple lit, using the national flag as a background.[1] He was rewarded with his first French retrospective at the Musée des Arts Décoratifs the following year, which paved way for more commissions from fashion and decoration magazines.[1]
Although best known as a photographer, Lartigue was also a good painter. He often showed-up in the official salons in Paris and in the south of France from 1922. He was friends with a wide selection of literary and artistic celebrities including the playwright Sacha Guitry, the singer Yvonne Printemps, the painters Kees van Dongen, Pablo Picasso and the artist-playwright-filmmaker Jean Cocteau. He also worked on the sets of the film-makers Jacques Feyder, Abel Gance, Robert Bresson, François Truffaut and Federico Fellini, and many of these celebrities became the subject of his photographs. Lartigue, however, photographed everyone he came in contact with. His most frequent muses were his three wives, and his mistress of the early 1930s, the Romanian model Renée Perle
His first book, Diary of a Century was published in collaboration with Richard Avedon. The book was mentioned at the Rencontres d’Arles Book Award in 1971. The next year he was elected as the festival’s guest of honor. He continued taking photographs throughout the last three decades of his life, finally achieving commercial success. An evening screening was presented by Michel Tournier ” “Jacques-Henri Lartigue & Jeanloup Sieff” .
In 1974, his work was included in the group exhibition ” Filleuls et parrains”. In 1984, the movie “Lartigue, année 90”, by François Reichenbach was released. At the same time his work “Les 6 x 13 de Jacques-Henri Lartigue” was exhibited in the festival. One of the evenings screening was “J.-H. Lartigue, l’amateur de rêve” by Patrick Roegiers, in 1994, and a last exhibition was presented: “Lartigue a cent ans”.
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David LaChapelle nasce a Fairfield (Connecticut, USA) il giorno 11 marzo 1963. Fotografo e regista è attivo nei campi della moda, della pubblicità e della fotografia d’arte. Deve la sua fortuna al suo personalissimo stile surreale, spesso umoristico e sarcastico, tanto che viene riconosciuto come uno dei fotografi più geniali di sempre, talvolta con l’appellativo di “Fellini della fotografia”. Dichiaratamente omosessuale, note sono anche le sue foto di nudo maschile, fra le più apprezzate in questa categoria.
Il percorso di studi artistici di LaChapelle passa dapprima attraverso la “North Carolina School of the Arts” e successivamente da New York. Nella grande mela frequenta contemporaneamente la “Art Students League” e la “School of Visual Arts”. Non ha ancora terminato gli studi quando Andy Warhol gli commissiona un servizio per la rivista “Interview magazine”, di fatto è il primo incarico professionale per LaChapelle.
Terminati gli studi si arruola nei marines; poi si trasferisce a Londra: dopo un matrimonio presto fallito torna a New York. Lavora per copertine e servizi fotografici di per le testate internazionali di maggior prestigio fra cui Vanity Fair, Flaunt, i-D, The Face, Arena e Rolling Stone e non passa molto tempo che viene annoverato tra i più grandi fotografi del secolo.
Il primo libro fotografico “LaChapelle Land” (1996) permette a David di far conoscere il suo stile a un ampio pubblico: le sue fotografie dai colori molto accesi appaiono a volte oniriche, a volte bizzarre. Il successivo volume “Hotel LaChapelle” (1998) sarà uno dei libri fotografici più venduti di tutti i tempi: contiene diversi scatti raffiguranti visi celebri. Nel 2006 pubblica le raccolte “Artists and Prostitutes” (in tiratura limitata, venduto a 1500 dollari il pezzo, con l’autografo dell’artista) e “Heaven to Hell”.
Il fotografo ha poi esteso la sua attività alla regia, prima di videoclip musicali, poi anche a eventi teatrali e documentari.
“L’arte è stata una vocazione, ho sempre saputo che sarei diventato un artista”
Quote by Richard Avedon from the -The New York Times article by Amy M. Spindler
“Mr. LaChapelle is certain to influence the work of a new generation of photographers in the same way that Mr. Avedon pioneered so much of what is familiar today.”
“Mr. Avedon said that ‘of all the photographers inventing surreal images, it was Mr. LaChapelle who has the potential to be the genre’s Magritte.'”
-The New York Times
Quote by Helmut Newton from the NY Times article by Cathy Horyn
“He isn’t very impressed by current photography. ‘There’s a lot of pornographic pictures taken by the young today,’… He frowned. ‘A lot of the nudity is just gratuitous. But someone who makes me laugh is David LaChapelle. I think he’s very bright, very funny, and good.’”
– The New York Times
English version
David LaChapelle’s photography career began in the 1980’s in New York City galleries. After attending the North Carolina School of Arts, he moved to New York where he enrolled at both the Art Students League and the School of Visual Arts. With shows at 303 Gallery, Trabia McAffee and others, his work caught the eye of his hero Andy Warhol and the editors of Interview Magazine, who offered him his first professional photography job.
Working at Interview Magazine, LaChapelle quickly began photographing some of the most famous faces of the times. Before long, he was shooting for the top editorial publications of the world, and creating the most memorable advertising campaigns of a generation. His striking images have appeared on and in between the covers of magazines such as Italian Vogue, French Vogue, Vanity Fair, GQ, Rolling Stone and i-D. In his twenty-year career in publishing, he has photographed personalities as diverse as Tupac Shakur, Madonna, Amanda Lepore, Eminem, Philip Johnson, Lance Armstrong, Pamela Anderson, Lil’ Kim, Uma Thurman, Elizabeth Taylor, David Beckham, Paris Hilton, Jeff Koons, Leonardo DiCaprio, Hillary Clinton, Muhammad Ali, and Britney Spears, to name just a small selection.
After establishing himself as a fixture amongst contemporary photography, LaChapelle expanded his work to include direction of music videos, live theatrical events, and documentary film. His directing credits include music videos for artists such as Christina Aguilera, Moby, Jennifer Lopez, Britney Spears, The Vines and No Doubt.
His stage work includes Elton John’s The Red Piano, the Caesar’s Palace spectacular he designed and directed in 2004, which just recently ended its five year run in Las Vegas. His burgeoning interest in film led him to make the short documentary Krumped, an award-winner at Sundance from which he developed RIZE, the feature film acquired for worldwide distribution by Lions Gate Films. The film was released in the US and internationally in the Summer of 2005 to huge critical acclaim, and was chosen to open the 2005 Tribeca Film Festival in New York City.
Recent years have brought LaChapelle back to where he started, with some of the world’s most prestigious galleries and museums exhibiting his works. Galleries such as the Tony Shafrazi Gallery in New York, Jablonka Galerie in Berlin, the Robilant + Voena Gallery in London; and Maruani & Noirhomme in Belgium have housed his works as well as Institutions such as the Palazzo delle Esposizioni and Palazzo Reale in Italy; the Barbican in London, and The Helmut Newton Foundation in Berlin.
In 2009, exhibitions in Mexico City at the Museo del Antiguo Colegio de San Ildefonso, in Paris at the Musee de La Monnaie, and in Guadalajara at the Museo de Las Artes all broke attendance records. These shows presented his latest series of works with which LaChapelle has broken out of the frame, presenting three-dimensional sculptural murals.
” I am presenting a selection of works that best portray the consistent themes I have been exploring throughout my career – from some of my earliest works that were shown during the 1980’s in New York galleries, on through the 15 years I spent while working for magazines.
This time my objective was to document America’s obsessions and compulsions using publications as a means to reach the broadest possible audience. I was employing “pop” in the broadest sense of the word. I was photographing the most popular people in the world to the marginalized always attempting to communicate to the public in an explicit and understandable way. The images were always meant to attract, not alienate. Inclusion has always been the goal when making these pictures, and continues on in the newest works that will be exhibited.
The difference between the works I did as a photographer for hire and the most recent is that I’m freed from the constraints of magazines. The work has not only been liberated from the limitations of glossy pages, but has also emerged from the white frame, engaging the viewer with the exploration of three-dimensional tableaux.
I feel that we are living in a very precarious time, with environmental devastation, economic instability, religious wars waged, and excessive consumption amidst extreme poverty. I have always used photography as a means to try to understand the world and the paradox that is my life.
There is the feeling that we are living at a precipice. My hope is that through the narratives told in my images, I will engage people and connect with them addressing the same ideas or questions that possibly challenge them.
My latest pictures are a reflection of my earliest pictures. I reintroduce my personal ideas of transfiguration, regaining paradise, and the notion of life after death. “
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Walker Evans è un nome di spicco nel panorama della fotografia della prima metà del Novecento, fotogiornalista ,come D.Lange documentò gli affetti della Grande Depressione americana.(crisi del 29) .Nato a St. Louis, Missouri, da una famiglia benestante, dopo aver studiato in alcune scuole esclusive come il Williams College, nel Massachusetts, lavorò per un breve periodo alla Public Library di New York e, nel 1926, partì per Parigi dove frequentò per un anno alcuni corsi alla Sorbona
Rientrato negli Stati Uniti si avvicinò alla fotografia in modo sempre più professionale esul piano interiore, iniziò a misurarsi con quello che era in quel periodo uno dei massimi fotografi: Alfred Stieglitz.Considerava il lavoro di Stiegletz troppo”artistico ”esteriore” e lontano dalla realtà sociale-
Evans rifiutò questo modello e, per intendersi, all’interno dei 50 numeri di Camera Work, la rivista pubblicata da Stieglitz, trovò una sola immagine che riuscisse a commuoverlo profondamente: quella della mendicante cieca di un altro grande fotografo Paul Strand!
Entrato a far parte dello staff della (Farm Security Administration) nel 1935, contemporaneamente a Dorothea Lange,: l’organismo del governo americano impegnato nel monitoraggio delle politiche e della situazione economico sociale delle aree rurali del paese.
Per la FSA Evans ha svolto reportages documentando la vita dell’America più rurale all’indomani della crisi economica del 1929 .
Sin dall’inizio del suo lavoro lo troviamo in giro per gli stati del sud e del centro sud con la sua inseparabile macchina di grande formato (una Folding 20 x 25), sempre intento a raccogliere, con una onestà senza compromessi, con una visione netta, austera e semplice, documenti diretti e spesso frontali sulle condizioni del paese, sulla situazione degli affittuari, sulle loro case, sui loro beni, sui sistemi di lavoro, sui raccolti, le scuole, i magazzini. Spesso egli tralascia di cogliere gli abitanti di questi edifici, ma chi guarda le sue foto riesce facilmente ad indovinare la loro presenza e il loro aspetto.
I suoi lavori sono un documento eccezionale sulla vita e le disastrose situazioni delle vittime della grande depressione americana. E’ un classico esempio di fotografo con una grande sensibilità sociale -oggetto di questa indagine sembra essere quindi il paesaggio che circonda la città-(non le grandi o almeno non solo-ma quelle di provincia)-quanto le città stesse ed il loro rapporto con l’ambiente circostante.
Evans predilige l’ambiente industriale rispetto a quello rurale -a differenza forse della Lange, ed il suo occhio attento scruta il confine tra campagne inurbate e periferie che distruggono inerosorabilmente la natura
Il suo stile, estremamente crudo e autentico, fatto di primi piani, immagini di vetrine e finestre, interni di negozi ha influenzato il modo di fotografare di diverse generazioni di fotografi, americani e non, tra cui Robert Frank .
L’altro soggetto di interesse per Evans è rappresentato dalle architetture ,ed è proprio attraverso la lettura di queste ultime che egli riesce a rivelarci con sorprendente chiarezza il percorso peculiare della vita e della cultura americana.Prese singolarmente le immagini di Evans trasmettono il senso inconfondibile dei singoli luoghi,luoghi che nell’insieme evocano in modo corale il sonso profondo della vita in questo grande Paese.
Uomo di carattere introverso a volte ironico ,scettico e aristocratico si dice che non ebbe quasi mai buoni rapporti con i responsabili della F.S.M.-che non nascondevano una impostazione ”propagandistica” nella soluzione dei problemi sociali della grande crisi, Evans al contrario era profondamente convinto che l’artista crea il suo lavoro migliore da solo e che comunque il suo ruolo fondamentale resta quello di descrivere la vita e non tanto quello comunque lodevole ,di cercare di modificare il mondo.
La forza delle immagini di Evans sta nel loro apparir come documenti estremamente realistici e obiettivi pur nella consapevolezza che le fotografie sono sempre il frutto di una interpretazione/valutazione e prima ancora di una selezione operata dall’autore sulla realtà, atto in cui il soggetto viene sempre e comunque sottoposto al taglio dell’inquadratura.
Evans era certo che fosse stato il suo lavoro ad influenzare in maniera determinante il senso e lo stile dell’intero progetto dalla F.S.A. e, molti anni più tardi, ad esperienza ormai conclusa, fu lo stesso Stryker ad ammettere quanto fosse stata importante l’influenza di Evans nella sua comprensione delle infinite potenzialità del mezzo fotografico.
Questa difficoltà di rapporti spiega più di tante parole i motivi per i quali W.Evans fu uno dei primi collaboratori ad essere licenziato nel momento in cui il budget dell’agenzia governativa fu ridotto.Ricordiamo ancora il contrasto presente in molte sue foto tra insegne o etichette di oggetti da consumare,già presenti e molto diffuse nella società americana e un elemento al contrario di miseria,oppure un contesto di desolazione, oggi questa tecnica di ‘’interferenza’’ pubblicitaria’’ viene usata da molti attivisti nelle campagne contro la ‘’globalizzazione’’ quella che in Evans può essere considerata ,cioè,una vera e propria estetica dei segni fatta da scritte commerciali e insegne, indizi onnipresenti del lavoro dell’uomo, o di incombenti manifesti pubblicitari, specchi di una società del benessere eppure sempre in drammatico contrasto con la realtà circostante misera e abbruttita.Evans si era formato fotograficamente e culturalmente come abbiamo detto in Europa ,a Parigi poi come altri grandi fotografi suoi contemporanei ,prese la strada della straight photography.Secondo quei dettami iniziò a fotografare con una macchina a lastre di grande formato (20×25) il paesaggio rurale degli States :le case coloniche,le insegne ,le automobili nelle strade polverose ,le scuole ,le chiese,le piccole e medie città di provincia ,gli abitanti di questo mondo .Dal 1935 continuò a lavorare per il governo ,scattando sempre poche e formalmente perfette fotografie,operando con il cavalletto , in veduta frontale, adoperandosi poi perchè in sede di stampa ,emergesse ogni dettaglio della “scena ripresa”. Con il suo stile riuscì sempre a donare bellezza ai luoghi più miseri , così come alle persone ritratte quasi sempre con lo sguardo dritto nell’obiettivo -quasi a coglierne elementi profondi e indelebili.
Dal 1943 al 1965 lavorò come giornalista e fotografo, per un paio di anni presso la rivista Time , passando successivamente nella redazione di Fortune.
Nel 1965 si ritirò dalla fotografia professionale per dedicarsi all’insegnamento di arti grafiche presso la “Yale University” di New York. Il periodo più fecondo dell’attività di Evans resta quello che ruota attorno agli anni della FSA e la maggior parte delle immagini pubblicate in due dei suoi lavori più famosi American Photographs e Let us Now Praise Famous Men sono state scattate proprio in questi anni.
Il suo lavoro ha influenzato molti fotografi successivi ,come Robert Frank e Henry Callahn e tanti altri deventando uno dei maestri della fotografia.
Walker Evans morirà nel 1975 dopo aver ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. La sua fotografia più celebre è del 1936: Hale County. E’ l’immagine di una donna dell’Alabama segnata dalla ”depressione economica’‘. English version
Walker Evans is one of the most influential artists of the twentieth century. His elegant, crystal-clear photographs and articulate publications have inspired several generations of artists, from Helen Levitt and Robert Frank to Diane Arbus, Lee Friedlander, and Bernd and Hilla Becher. The progenitor of the documentary tradition in American photography, Evans had the extraordinary ability to see the present as if it were already the past, and to translate that knowledge and historically inflected vision into an enduring art. His principal subject was the vernacular—the indigenous expressions of a people found in roadside stands, cheap cafés (1971.646.35), advertisements (1987.1100.59), simple bedrooms, and small-town main streets. For fifty years, from the late 1920s to the early 1970s, Evans recorded the American scene with the nuance of a poet and the precision of a surgeon, creating an encyclopedic visual catalogue of modern America in the making.
His photographs of roadside architecture, rural churches, small-town barbers, and cemeteries reveal a deep respect for the neglected traditions of the common man and secured his reputation as America’s preeminent documentarian.
Born in 1903 in St. Louis, Missouri, Evans dabbled with painting as a child, collected picture postcards, and made snapshots of his family and friends with a small Kodak camera. After a year at Williams College, he quit school and moved to New York City, finding work in bookstores and at the New York Public Library, where he could freely indulge his passion for T. S. Eliot, D. H. Lawrence, James Joyce, and E. E. Cummings, as well as Charles Baudelaire and Gustave Flaubert. In 1927, after a year in Paris polishing his French and writing short stories and nonfiction essays, Evans returned to New York intent on becoming a writer. However, he also took up the camera and gradually redirected his aesthetic impulses to bring the strategies of literature—lyricism, irony, incisive description, and narrative structure (1972.742.17)—into the medium of photography.
Most of Evans’ early photographs reveal the influence of European modernism, specifically its formalism and emphasis on dynamic graphic structures. But he gradually moved away from this highly aestheticized style to develop his own evocative but more reticent notions of realism, of the spectator’s role, and of the poetic resonance of ordinary subjects. The Depression years of 1935–36 were ones of remarkable productivity and accomplishment for Evans. In June 1935, he accepted a job from the U.S. Department of the Interior to photograph a government-built resettlement community of unemployed coal miners in West Virginia. He quickly parlayed this temporary employment into a full-time position as an “information specialist” in the Resettlement (later Farm Security) Administration, a New Deal agency in the Department of Agriculture.
Under the direction of Roy Stryker, the RA/FSA photographers (Dorothea Lange, Arthur Rothstein, and Russell Lee, among others) were assigned to document small-town life and to demonstrate how the federal government was attempting to improve the lot of rural communities during the Depression. Evans, however, worked with little concern for the ideological agenda or the suggested itineraries and instead answered a personal need to distill the essence of American life from the simple and the ordinary. His photographs of roadside architecture, rural churches (1999.237.3), small-town barbers (1999.237.1), and cemeteries reveal a deep respect for the neglected traditions of the common man and secured his reputation as America’s preeminent documentarian. From their first appearance in magazines and books in the late 1930s, these direct, iconic images entered the public’s collective consciousness and are now deeply embedded in the nation’s shared visual history of the Depression (1987.1100.482).
In the summer of 1936, Evans took a leave of absence from the Resettlement Administration to travel to the South with his friend, the writer James Agee, who had been assigned to write an article on tenant farmers by Fortune magazine; Evans was to be the photographer. Although the magazine ultimately rejected Agee’s long text about three families in Alabama, what in time emerged from the collaboration was Let Us Now Praise Famous Men (1941), a lyric journey to the limits of direct observation. Its 500 pages of words and pictures is a volatile mix of documentary description and intensely subjective, even autobiographical writing, which endures as one of the seminal achievements of twentieth-century American letters. Evans’ photographs for Let Us Now Praise Famous Men are stunningly honest representations of the faces (2001.415), bedrooms, and clothing of individual farmers living on a dry hillside seventeen miles north of Greensboro, Alabama. As a series, they seem to have elucidated the whole tragedy of the Great Depression; individually, they are intimate, transcendent, and enigmatic. For many, they are the apogee of Evans’ career in photography.
In September 1938, the Museum of Modern Art opened American Photographs, a retrospective of Evans’ first decade of photography. The museum simultaneously published American Photographs—still for many artists the benchmark against which all photographic monographs are judged. The book begins with a portrait of American society through its individuals—cotton farmers, Appalachian miners, war veterans—and social institutions—fast food, barber shops, car culture. It closes with a survey of factory towns, hand-painted signs, country churches, and simple houses—the sites and relics that constitute the tangible expressions of American desires, despairs, and traditions (1987.1100.110).
Between 1938 and 1941, Evans produced a remarkable series of portraits in the New York City subway (1971.646.18). They remained unpublished for twenty-five years, until 1966, when Houghton Mifflin released Many Are Called, a book of eighty-nine photographs, with an introduction by James Agee written in 1940. With a 35mm Contax camera strapped to his chest, its lens peeking out between two buttons of his winter coat, Evans was able to photograph his fellow passengers surreptitiously, and at close range. Although the setting was public, he found that his subjects, unposed and lost in their own thoughts, displayed a constantly shifting medley of moods and expressions—by turns curious, bored, amused, despondent, dreamy, and dyspeptic. “The guard is down and the mask is off,” he remarked. “Even more than in lone bedrooms (where there are mirrors), people’s faces are in naked repose down in the subway.”
Between 1934 and 1965, Evans contributed more than 400 photographs to 45 articles published in Fortune magazine. He worked at the luxe magazine as Special Photographic Editor from 1945 to 1965 and not only conceived of the portfolios, executed the photographs, and designed the page layouts, but also wrote the accompanying texts. His topics were executed with both black-and-white and color materials and included railroad company insignias, common tools, old summer resort hotels, and views of America from the train window. Using the standard journalistic picture-story format, Evans combined his interest in words and pictures and created a multidisciplinary narrative of unusually high quality. Classics of a neglected genre, these self-assigned essays were Evans métier for twenty years.
In 1973, Evans began to work with the innovative Polaroid SX-70 camera and an unlimited supply of film from its manufacturer. The virtues of the camera fit perfectly with his search for a concise yet poetic vision of the world: its instant prints were, for the infirm seventy-year-old photographer, what scissors and cut paper were for the aging Matisse. The unique SX-70 prints are the artist’s last photographs, the culmination of half a century of work in photography. With the new camera, Evans returned to several of his enduring themes—among the most important of which are signs, posters, and their ultimate reduction, the letter forms themselves.
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Nick Brandt è un fotografo britannico, noto per fotografare esclusivamente in Africa. Uno dei suoi obiettivi è quello di registrare un testamento di animali e luoghi selvatici e luoghi prima che questi vengan distrutti dalle mani dell’uomo. Nick Brandt was born in London in 1966. He studied at the Saint Martin’s School of Art before moving to the United States in 1992. His first job in the US was to direct music videos for many famous artists such as Michael Jackson, Moby or Jewel. These video clips were at the top of the charts and won multiple awards. In 1995, Brandt arrived in Tanzania to direct a video clip for Michael Jackson’s Earth Song. Setting foot on African soil became a decisive moment for the artist and his career. Discovering Africa made Nick Brandt give up directing music videos and encouraged him to dedicate himself fully to photography. In 2000, Nick Brandt came to Eastern Africa to start an ambitious project: capture the endangered splendor of African wildlife. Why the animals of Africa in particular? And more particularly still, East Africa? There is perhaps something more profoundly iconic, mythical, mythological even, about the animals of East Africa, as opposed to say, the Arctic or South America. There is also something deeply, emotionally stirring and affecting about the plains of Africa – the vast green rolling plains punctuated by the graphically perfect acacia trees. […] My images are unashamedly idyllic and romantic, a kind of enchanted Africa. They’re my elegy to a world that is steadily, tragically vanishing. […] And being that close to the animals, I get a real sense of intimate connection to them, to the specific animal in front of me. Sometimes a deliberate feeling that they’re almost presenting themselves for a studio portrait. In Eastern Africa, Nick Brandt dives into wonderful landscapes and begins shooting a series of pictures that will soon make him famous all over the world. Only a few photographers can claim to have captured the core nature of animals. Nick Brandt’s photos do not have much in common with the documentary pictures one could find in National Geographic: his photos are true works of art. I’ve always thought this something of a wasted opportunity. The wild animals of Africa lend themselves to photographs that extend aesthetically beyond the norm of 35mm-color telephoto wildlife photography. And so it is, that in my own way, I would like to yank the subject matter of wildlife into the arena of fine art photography. To take photographs that transcend what has been a largely documentative genre I get extremely close to these very wild animals, often within a few feet of them. I don’t use telephoto lenses. This is because I want to see as much of the sky and landscape as possible – to see the animals within the context of their environment […]. The first piece of Brandt’s triptych, On This Earth, was published in October 2005 by Chronicle Books. Since 2004, Nick Brandt’s work has been featured in exhibitions of famous galleries in London, Berlin, Hamburg, New York, Los Angeles, Santa Fe, Sydney, Melbourne and San Francisco. Style Few photographers have ever considered the photography of wild animals, as distinctly opposed to the genre of Wildlife Photography, as an art form. The emphasis has generally been on capturing the drama of wild animals IN ACTION, on capturing that dramatic single moment, as opposed to simply animals in the state of being., says the artist. Nick Brandt‘s work captures the beauty of African nature before its destruction by Man. He spends countless hours in the dark room, then scans the pictures and edits them digitally. The first Brandt solo exhibition was presented at the Fotografiska Museum in Stockholm, from October 2011 to January 2012, and attracted almost 140 000 visitors.
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