Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Lidia Caputo

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Lidia

Cognome: Caputo

Vincitrice del Premio Musa 2022 Ritratto

Lidia Caputo dal lavoro “Oltre l’apparenza”

  1. Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Non ricordo com’è successo; la fotografia c’è sempre stata. Già da ragazzina nelle fotografie di rito mi trovavo sempre dietro lo strumento. Quando è arrivato il momento di scegliere una scuola per il futuro non ho avuto dubbi e mi sono indirizzata verso un istituto che si occupava di immagine.

  1. Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Sono sempre stata un’appassionata di storie, sia da fruitrice che da narratrice. Sono un’insegnante e forse lo sono diventata anche per questo. Parlo molto nel mio lavoro a scuola, ma quando mi esprimo con la fotografia è diverso; mi affascina la sua forma silenziosa di narrare. Non ha bisogno di parlare; si rivela.

Con il tempo ho constatato di avere uno stile e un’attenzione particolare a certi momenti. Ci sono istanti di realtà che attirano la mia attenzione e che mi piace provare a ricondurre in situazioni che ho già visto e affrontato. Situazioni che continuo ad approfondire anche in tematiche differenti.

  1. Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Rifletto molto sui lavori che ho intenzione di affrontare: mi informo e leggo tantissimo fino a quando tutti gli stimoli accumulati mi accompagnano verso le prime immagini.

  1. Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Mi piacciono le immagini che parlano delle persone, anche se le persone non compaiono. Nelle foto che più amo, gli oggetti o i paesaggi riescono a raccontare l’essenza delle persone che li hanno vissuti, amati o semplicemente attraversati. A volte dall’immagine si stacca netto solo quel particolare della personalità che ha lasciato la traccia più persistente, non necessariamente gradevole, ma interessante perché unica.

La fotografia di ritratto per me è una novità di pochi anni fa con il progetto realizzato con le detenute in carcere.  Mi ci sono avvicinata con un approccio simile alle altre mie immagini. Questa volta la presenza fisica dei soggetti è prevalente, ma il desiderio è di riuscirne a catturarne l’essenza in quel periodo della loro vita; ciò mi ha portato ancora una volta a tentare di rappresentare non quello che si vede, ma quello che di quella persona si può percepire al di là del volto e delle espressioni più convenzionali. Quello che un solo istante non ci può offrire e che può essere espresso catturando più tempo. Non mi sono mai illusa di poter conoscere le persone alla prima impressione.

Lidia Caputo dal lavoro “Wall”

  1. Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Gli istanti di realtà di cui parlavo prima sono quelli che mi illudo possano raccontare del mondo che mi trovo davanti; dell’essenza della natura e dell’uomo così come mi si rivelano, nella loro bellezza ma anche nella loro inadeguatezza o nelle loro contraddizioni.

  1. Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Agisco d’istinto. È proprio durante la ripresa che cerco ciò che la realtà mi può offrire: ho bisogno di essere all’interno della situazione.

  1. Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ci sono artisti che mi hanno segnato come Atget e Ghirri nella fotografia e De Chirico e Hopper nella pittura. Sono autori che a mio parere hanno una cosa in comune: il tempo sospeso. Come delle epifanie, nelle loro opere la realtà si cristallizza per poco tempo per potersi mostrare nella sua essenza prima di diventare passato.

Anche per i ritratti del Premio Musa il tempo è molto importante; mi sono ispirata a Nadar che per ragioni tecniche utilizzava un tempo di posa molto lungo. Il risultato era un soggetto che non poteva essere colto in maniera istantanea, ma solo nello scorrere del tempo. Credo, nei miei ritratti, di aver colto l’espressione nello scorrere del tempo evitando l’attimo fugace.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Mi ritengo una fotografa che rimane ai margini del mondo della fotografia. Osservare il mondo, scattare foto, guardare quelle degli altri e riflettere sulle immagini è buona parte della mia vita. Nonostante ciò, rimango sulla soglia.

Lidia Caputo “Islanda”

  1. Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Non c’è un fatto in particolare; come dicevo prima, la fotografia c’è sempre stata ed è sempre stata importante. Quando è arrivato il Premio Musa ho avuto una conferma.

  1. Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto il premio sui social.

Lidia Caputo ritratto

Biografia
Sono nata nel 1971 a Milano. Dopo aver frequentato l’Itsos nell’indirizzo di
Comunicazione visiva, comincio a lavorare come assistente per diversi fotografi e a
frequentare i corsi serali dell’istituto Bauer: Fotografo e Fotografo colore. Mi iscrivo, in
seguito, a Lettere Moderne laureandomi in Storia dell’arte.
In passato ho portato avanti dei progetti sulla comunicazione pubblicitaria nella scuola
primaria. Da 16 anni insegno Fotografia e Produzioni audiovisive nelle secondarie
superiori. Collaboro con l’associazione Aihelpiu che si occupa di portare progetti
riabilitativi nelle carceri: io mi occupo di progetti fotografici. Uno di questi mi ha
permesso di vincere il Premio Nazionale Musa 2023

Contatti

@lidiablu 

@oltrelapparenza_lidiablu  

www.lidiablu.com (on line fra pochi giorni)

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Benedetta Sanrocco

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Benedetta
Cognome: Sanrocco
Vincitrice del Premio Musa anno settore: 2022, Ricerca

Fotografia di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?
Non so dire se io abbia scelto la Fotografia o se sia stata lei a scegliere me. Quello che posso dire con
assoluta certezza è che il mondo dell’Arte, in tutte le sue forme, ha connotato la mia vita; sono sempre
stata un’avida lettrice e per molti anni ho studiato Danza, mia madre poi mi ha abituata a frequentare
mostre e ad andare a Teatro sin da piccola, e tutti questi mondi possibili hanno inesorabilmente avuto
un’influenza su di me. Se proprio devo trovare un momento in cui tutto si è fatto più chiaro però, e la
Fotografia è entrata a far parte della mia esistenza, è stato durante i miei studi Universitari, in particolare frequentando il corso di Storia del Cinema ho avuto modo di approcciarmi per la prima volta alla Semiotica dell’Immagine e ne sono rimasta affascinata, tanto da non volerla lasciare più, tanto da sentire l’impellente necessità di affiancare alla teoria anche la pratica.
Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?
Sin dalle prime esperienze con la fotografia, ho avvertito la necessità di raccontare storie, anche se
inizialmente non sapevo come tradurre questa pulsione in progetti concreti. La mia passione per la
narrazione fotografica quindi è nata durante gli studi della materia. Non c’è stato un momento preciso, ma è stato un percorso graduale. Ho capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema era la strada giusta per esprimere in modo coerente il mio punto di vista artistico.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?
Ogni nuova idea per un progetto si sviluppa in modo unico, quindi non posso offrire una formula standard per quel che riguarda l’organizzazione. Tuttavia, esistono momenti necessari e ricorrenti nel processo. La fase iniziale coinvolge uno studio approfondito e una ricerca accurata, creando le fondamenta su cui si basa il lavoro. Durante questo periodo, cerco anche autori e autrici che affrontino gli stessi temi o adottino un approccio simile al mio. Successivamente, passo alla fase di scrittura e, se necessario, elaboro bozze o disegni per anticipare il risultato. Solo allora inizio a creare. Come anticipavo prima, questo approccio è flessibile e non segue un percorso prestabilito; il processo artistico ha a che fare con l’erranza e, quindi, con l’errore, di cui condivide l’etimo, risultando così intriso di tentativi falliti.
Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?
La mia ricerca artistica si è sempre concentrata sull’analisi dell’identità, intesa come concetto complesso e polimorfo. Ho esplorato il rapporto tra identità e costruzione culturale, identità e memoria, identità e territorio, analizzate sempre da un punto di vista metaforico e simbolico.
Col passare del tempo e con una maggiore consapevolezza personale e artistica rispetto ai primi passi
intrapresi nel mondo della fotografia, ora riesco a percepire più chiaramente la stratificazione dei significati che caratterizza la mia pratica. Sebbene continui a riflettere sull’identità, adesso so anche che nei miei lavori è sempre presente una componente politica. Ad esempio, nel progetto sulla memoria, affronto questioni cruciali come l’immigrazione e le morti sul lavoro. Nell’esplorare il territorio, mi focalizzo sui luoghi periferici, mentre nel contesto sociale analizzo il cambiamento nella partecipazione politica.
Non tutti questi progetti hanno un esito fotografico, ma la mia ricerca sul visivo diventa un tentativo di
indagare la connessione intrinseca tra l’identità individuale e le dinamiche sociali e politiche che plasmano la nostra realtà.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?
Le mie immagini non cercano di esprimere qualcosa a prescindere, perché ciò che intendono comunicare si delinea nel contesto, il quale cambia di volta in volta a seconda dell’approccio e dell’argomento. Come evidenziato nella risposta alla domanda precedente, spesso i miei lavori toccano temi politici. Di conseguenza, l’obiettivo principale delle mie immagini è stimolare una riflessione, offrendo uno spunto agli spettatori per indagare e interrogarsi, anziché cercare risposte definitive.
Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?
Nella fase di ideazione del mio lavoro, solitamente prediligo una riflessione approfondita e una fase di
ricerca iniziale. Tuttavia, non è una regola fissa, e soprattutto questo non significa non scattare. Mi lascio ispirare da ciò che vedo, e spesso e volentieri proprio quelle fotografie scattate “di pancia” hanno
contribuito a creare il repertorio visivo di cui avevo bisogno per realizzare un progetto.
Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?
Le mie immagini traggono ispirazione da diverse fonti, allargando il campo oltre il mondo della fotografia.
Versi poetici, melodie e opere cinematografiche giocano un ruolo rilevante nel plasmare il mio approccio creativo. Per il progetto riconosciuto al concorso Musa, mi sono particolarmente ispirata ad artisti contemporanei come Erik Kessels e Joan Fontcuberta, noti per il loro impegno nel lavoro sull’archivio. Allo stesso tempo, nutro una forte affinità per la fotografia di Alec Soth, Vanessa Winship e Rinko Kawauchi. Credo che, in qualche modo, questi artisti segnino il mio modo di vedere e interpretare la Fotografia.
Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?
Nel panorama fotografico italiano, le maggiori difficoltà che riscontro sono principalmente due. La prima ha a che fare con l’aspetto autocelebrativo ed elitario, che persiste nel settore. Come artista emergente, è frustrante osservare una preferenza costante per alcuni nomi già consolidati, soprattutto nei concorsi e negli spazi dedicati proprio agli artisti emergenti. Questa dinamica rallenta il necessario rinnovamento e limita le opportunità per chi sta cercando di farsi strada in questo campo.
La seconda difficoltà riguarda il contenuto trattato nella fotografia contemporanea. Troppo spesso, anziché adottare uno sguardo critico sulla realtà, osservo una tendenza da parte di fotografi e fotografe a conformarsi alla retorica scandita dai mass-media. Questo approccio normato, a volte piegato alla pornografia del dolore, rende difficile una vera innovazione e appiattisce la diversità delle prospettive.

Fotografia di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?
Non saprei indicare un momento preciso in cui ho deciso che la fotografia fosse importante per me; in
qualche modo, è sempre stata parte integrante della mia vita. E proprio perché questa attitudine l’ho avuta sin da piccola, ricordo che il mio passatempo preferito da bambina era riordinare gli album di famiglia. Immaginavo storie dietro a ogni foto, immergendomi nei ricordi fissati su carta e coltivando,
inconsapevolmente, l’amore per la narrazione visiva.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes esposte a Verona per Grenze Arsenali fotografici
Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?
Ho conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe quando mi sono imbattuta nella loro call online. La competizione offriva una giuria di spicco e concrete opportunità nel mondo della fotografia, mi ha colpito subito e mi sono convinta a partecipare. Dopo aver vinto, posso confermare che le aspettative sono state pienamente soddisfatte. Il premio mi ha aperto delle splendide opportunità, confermando il suo ruolo essenziale nel sostenere le fotografe.

Biografia
Benedetta Sanrocco (1991) è una artista visiva italiana. Ha studiato Lettere Moderne all’Università
D’Annunzio di Chieti e ha conseguito un Master in Progetto Fotografico, diretto dal docente Michele Palazzi presso la scuola di fotografia Meshroom di Pescara. Durante la sua formazione ha seguito corsi con artisti del panorama internazionale quali Erik Kessels e Israel Ariño, nel 2022 ha terminato il Corso annuale sull’immagine contemporanea presso la scuola di specializzazione Linea di Lecce, dove tra i vari workshop ha seguito quelli diretti da Mario Cresci, Federico Clavarino e Niccolò Fano. Nel 2019 riceve la menzione d’Onore al concorso Camera Work PR2; nel 2020 è una dei finalisti del Premio Riccardo Prina; nel 2021 l’artista è stata selezionata per il take over Altrove di Progetto Vicinanze e il collettivo Stasis ha inaugurato la sua nuova sede a Torino con una mostra su uno dei suoi lavori e ne ha prodotto la fanzine. Nel 2022 ha vinto il premio Nazionale Musa per fotografe nella sezione ‘‘Ricerca’’ ed è stata selezionata per il programma di ricerca Esaurire/Altrimenti del collettivo curatoriale CampoBase che si è concluso con una restituzione al pubblico nella Fondazione d’arte ‘’smART’’ di Roma. Nel 2023 espone uno dei suoi lavori al Festival Internazionale di Fotografia Grenze-Arsenali Fotografici di Verona ed è tra gli artisti selezionati per la Residenza RAMO a cura di Giuliana Benassi e Giuseppe Pietroniro.

Contatto Instagram @benedettamente

Sebastiana Papa, una bella scoperta!

Sebastiana Papa – bambina etiope

Sebastiana Papa, nata a Teramo nel 1932, ha svolto i suoi studi presso l’Istituto Magistrale della sua città per poi trasferirsi a Roma, dal 1950 suo luogo di adozione. Nei primi anni Sessanta scopre la sua passione per la fotografia che la spinge ad affrontare lunghi viaggi, prima alla volta di Israele e poi dell’India che diventerà una delle sue mete preferite. Sarebbe troppo lungo elencare i paesi che ha visitato nel corso della sua vita: di essi ne rimangono straordinarie immagini nate da un’osservazione attenta e scrupolosa delle varie realtà, unita ad una rara capacità di partecipare in modo empatico alla vita delle persone e delle situazioni fotografate, come ben sintetizza una frase da lei pronunciata: “Sono tutta negli occhi, nello sguardo, in una comunione costante e continua con ciò che vedo.”

Sebastiana Papa – scatti da differenti reportage

Sebastiana Papa si dedica con particolare interesse ad esplorare vari aspetti dell’universo femminile, immortalando le molteplici sfaccettature della povertà, delle diversità religiose e del mondo dell’infanzia. Le istantanee dei suoi volti, realizzati in uno splendido bianconero, sembrano realizzate in studio e con pose lunghe, tanto sono scolpiti nella loro immobilità: nessuna cifra drammatica o retorica, ma un’umanità per lo più al femminile che affronta con estrema dignità gli affanni e le traversie della vita quotidiana. Il suo sguardo è ricco di comprensione anche quando rivolge il suo obiettivo verso il mondo della prostituzione, soprattutto in India, quando racconta scene di funerali, oppure indugia con umana partecipazione sul mondo degli homeless o si sofferma a riprendere i movimenti isterici delle ‘tarantolate’ pugliesi.

La fotografa abruzzese, pur professandosi atea, è particolarmente affascinata dal silenzio e dalla spiritualità che alberga dentro stanze, chiostri o cellette di conventi e monasteri sparsi in varie parti del mondo, dedicandosi dal 1964 al 1995circa a scoprire ed evidenziare attraverso il suo obiettivo le peculiarità dell’afflato religioso femminile. Nel libro “Foto in monastero, immagini del silenzio di Sebastiana Papa,” pubblicato postumo nel 2014, possiamo ammirare le splendide fotografie di monache di varie confessioni e nazionalità – dalle cristiane alle etiopi ortodosse, alle copte egiziane, alle buddiste tibetane e alle cinesi taoiste – che vivono in clausura o in comunità aperte, immortalate mentre si occupano della vendemmia, del restauro dei paramenti, della cucina, nelle tante declinazioni di una vita quotidiana improntata al silenzio e, soprattutto, alla solitudine, a costituire una galleria di immagini in cui l’intimità delle religiose è penetrata con garbo, sensibilità e accuratezza. Le monache sono immortalate nei loro abiti moderni o tradizionali e appaiono animate da una fede profonda vissuta con gioia che Sebastiana mette a fuoco, rispettando la loro scelta di vita il loro silenzio, la loro umanità e spiritualità.

Sebastiana Papa – Casa dei pastori – Orgosolo

Al di là della sfera religiosa, altre figure femminili attirano l’attenzione di Sebastiana: “Sono donne, differenti per età, condizione, civiltà, aspetto, ritratte in un preciso contesto di cultura e di vita, talvolta anche in un momento preciso della loro giornata. Sono sole o in compagnia di altre, spesso con le creature, talvolta con uomini…..”( Luisa Muraro, postfazione al libro di Sebastiana papa “ Il femminile di Dio”, 1995). Attraverso le immagini in un rigoroso bianco e nero, un lungo corteo al femminile si snoda, ad accogliere la contadina pugliese, la prostituta di Bombay, eleganti signore turche sedute in una moschea, donne velate di nero che ad Orgosolo assistono al funerale di un suicida, una bambina nei pressi di Persepolis in Iran, a testimoniare in Sebastiana Papa la sua sete di conoscenza dell’animo umano, declinato al femminile.

La fotografa è deceduta a Roma nel 2002 e il suo archivio fotografico è stato acquisito nel 2006 dall’Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione.

Di recente si è conclusa un’importante mostra antologica organizzata dall’Università degli Studi di Teramo e dal Comune di Teramo, in collaborazione con il Catalogo sopracitato, dal titolo “Sono tutta negli occhi. Sebastiana Papa fotografa (1932-2002)”, composta da 130 immagini e arricchita da alcuni suoi rari ritratti scattati da Calogero Cascio.

In totale ha pubblicato ventidue libri con diversi editori (Mondadori, Franco Maria Ricci, Garzanti, Fahrenheit, Vallardi) e ha presentato moltissime mostre in Italia e all’estero. Le sue fotografie sono state acquisite da importanti istituzioni italiane e straniere. Ha esposto alla Biennale di Venezia, a New Delhi, Madras, Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, Istanbul, Rio de Janeiro, Mosca, Tel Aviv, Tunisi, Roma e altre città italiane. Ha collaborato con numerosi giornali italiani e con molte testate internazionali.

Articolo di Giovanna Sparapani

BIBLIOGRAFIA:

Sebastiana Papa, Il femminile di Dio, riflessioni fotografiche sulla donna 1964 – 1995, Fahrenheit 451, Roma 1995

Sebastiana Papa, Scarpe fuori misura, 1996

Sebastiana Papa, Verso la foce, riflessioni fotografiche sui vecchi, 1998

Sebastiana Papa, Incontri a Gerusalemme, gli uomini e il divino, 2000

Sebastiana Papa Le Repubbliche delle donne. Monachesimo femminile nel mondo 1967-1999, 2013

SITOGRAFIA:

Mostra Sebastiana Papa – Mostra Sebastiana Papa (sebastianapapamostra.it)

Sebastiana Papa, 150 fotografie dal mondo in mostra a Teramo (rainews.it)

Sebastiana Papa – Le Repubbliche delle Donne | Artribune

Le immagini sono e rimangono della fotografa Sebastiana Papa, o di chi ne gestisce l’archivio. Le immagini hanno qui solo scopo divulgativo e didattico.

DI – STANZE NATURALI, un progetto di Annalisa Melas

Camminare in un parco di città è come camminare attraverso numerosi giardini privati, che si susseguono uno accanto all’altro.

Caminare dentro i giardini delle persone però non sarebbe bello, perché gli sguardi dei proprietari sarebbero diffidenti e circospetti, è la distanza concessa da un parco piuttosto grande che lo rende possibile, perché gli sguardi non possono raggiungerti e tu sei libera di osservare con rispettosa distanza, quello che accade. Sai che puoi guardare, senza sentire il rumore delle voci, senza sentire il fastidio dei loro sguardi; da lontano puoi cercare armonia, laddove altrimenti sentiresti solo note stonate susseguirsi senza senso.

Diventano quadri ordinati e freddi, che ti avvolgono con la loro insensata bellezza: non possono toccarti con la loro insensatezza. Messe là, in mezzo a uno spazio verde, inserite dentro linee ordinate e naturali, sembrano quasi belle, le persone!

Non serve più capire cosa stanno facendo, ne perché lo fanno: sono solo parte di quadri, dove tutto è al suo posto, immobile, eterno e muto.

Tutte le fotografie sono di proprietà di Annalisa Melas, vietata la riproduzione.

Per conoscere l’autrice vai al sito

Per seguirla su Instagram

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Spero il lavoro vi sia piaciuto!

Buona giornata

Sara Munari

Alcune sere non lasciatemi tornare a casa, di Teresa Molon

Oggi vi presentiamo il lavoro di Teresa Molon:

Alcune sere non lasciatemi tornare a casa. Portatemi lontano[1]

Questo progetto fotografico è l’esplorazione di uno spazio comunitario in cui le donne si liberano dalle inibizioni imposte al loro comportamento e al loro aspetto. Possiamo allora mostrare la cellulite, i peli, spogliarci e agghindarci sentendoci sensuali oppure sentendoci uno schifo, sostenerci e farci forza nell’affrontare con la stessa disinibizione il mondo al di fuori. Gli  incontri nascono spontanei, in una dimensione di forte complicità femminile. Si evolvono in gioco, in leggerezza ed eccessi che conducono alla possibilità di dare sfogo alla rabbia e alla frustrazione verso una società non equa. La fotografia è parte del gioco stesso, non si estranea e non osserva in modo sterile,  fa parte dell’esperienza; il giorno successivo ne rievocherà le emozioni, la convivialità, l’aggressività, lo sporco. Il momento comunitario esce dal rito e si traduce in pratiche quotidiane, mostrando donne contemporanee prive di patinature, che rifiutano le immagini e i modi di essere dettati dal patriarcato. Attraverso la fotografia ci riappropriamo dei nostri corpi, dei nostri gesti, dei nostri spazi, delle nostre rappresentazioni.

Indirizzo email T.M0705@protonmail.com

Sito web autrice https://www.teresamolon.net/


[1] Il titolo riprende i versi di una cara amica, Desirée Falcomer.

Buona visione, ciao

Sara

OH! OPEN HOUSE di Abel Picogna, da conoscere!

Abel Picogna

Abel Picogna
ISIA U (2020)
Progettazione per la fotografia II
supervisione di Giovanna Silva
OH! OPEN HOUSE (2020)


Open House è un catalogo di mobili finemente curato in ogni dettaglio, con un unico difetto. Nessuno dei prodotti è disponibile. Open House è un libro fotografico che si propone di indagare il mondo della pornografia da dietro le quinte, o meglio,da dietro uno schermo. Nel libro non ci sono scene pornografiche, il focus è tutto sui mobili, quasi a indicare un parallelismo tra questo e l’industria pornografica, fatta di finzione, pregiudizi e modelli precostruiti che stravolgono l’immagine su come vivere la sessualità.
Open House si presenta esattamente con la stessa veste grafica del catalogo
IKEA® 2020. L’unica differenza è che le immagini, provengono da un ambito che non è quello dell’architettura e dell’interior-design, ma provengono dal mondo della pornografia.
Ogni immagine presente è il risultato di una selezione di un migliaio di screenshot acquisiti da video pornografici professionali. L’esclusione delle produzioni amatoriali è una scelta che vuole indicare come dietro l’industria pornografia, ogni cosa sia studiata, partendo proprio dalla costruzione del set.
La scelta di riprodurre queste immagini all’interno di un catalogo di mobili ed in particolare, la scelta del format IKEA® è nata per evidenziare il parallellismo tra questi due mondi fatti entrambi di scene costruite e di finzione.
Nel catalogo sebbene non siano presenti alcune immagini pornografiche e scene di nudo, si nascondono alcuni indizi che fanno sorgere al lettore alcuni dubbi sulla provenienza di questi scatti. Creando in questo modo un gioco nello scoprire i vari segreti di questo catalogo.

Per conoscere gli altri lavori di questo giovane e bravo autore

Sito: https://abelpicogna.myportfolio.com/oh-open-house

Instagram @abel.pi https://www.instagram.com/abel.pi/

Segnalo che l’autore ha provato ad autopubblicare OpenHouse tramite Kickstarter, ma nel tentativo di sponsorizzarlo tramite Instagram e Facebook, è stato bloccato, in quanto considerato il lavoro, materiale pornografico, assurdo!

Ciao a tutti, Sara

Diario di Musa – Interviste ai fotografi – Fausto Podavini

Fausto Podavini da Homo Change

Buongiorno a tutti, eccomi a proporvi una serie di piccole interviste fatte a fotografi più o meno giovani e conosciuti, italiani. Ho pensato fosse un buon momento per riflettere e capire la fotografia e i suoi utilizzi.

Alla domanda: cosa sta significando, per te, fare il fotografo/a, poterti esprimere con la fotografia, in questo periodo così complicato?

-Che vantaggi, quali frustrazioni (se ci sono), a che scoperte ha portato?

Ognuno di loro ha risposto differentemente e ha mosso dubbi e consapevolezze che possono essere interessanti da capire.

Cercherò di farveli conoscere e apprezzare per il loro lavoro e per quello che hanno detto nelle interviste!

Ringrazio i fotografi e tutti quelli che vorranno seguirci in questa piccola avventura.

Per la pagina Instagram @fotografiamusa Personale @munari.sara

Su facebook Musa Fotografia

Pagina instagram Fausto Podavini @faustopodavini

Fausto Podavini è nato a Roma e vive e lavora nella sua città natale. Inizia il percorso fotografico prima come assistente e fotografo di studio per avvicinarsi sempre più alla fotografia di reportage, che lo porta ad intraprendere un percorso da freelance iniziando a collaborare con varie ONG per la realizzazione di vari reportage in Italia, Perù, Kenya ed Etiopia.

Nel 2009 inizia una collaborazione con il Collettivo Fotografico WSP, e ne entra a far parte definitivamente nel 2010, dove, oltre alla figura di fotografo, svolge l’attività di docente di fotografia di reportage.

Oltre a vari lavori in Africa, Sud America e India, ha realizzato importanti lavori su territorio italiano come un reportage sullo sport per disabili, un lavoro all’interno di un carcere minorile ed un lavoro sull’Alzheimer, che gli è valso il primo premio nella sezione Daily Life del World Press Photo 2013, il più importante concorso a livello internazionale di fotogiornalismo.

Nel 2018, vince il suo secondo World Press Photo con il suo lavoro Omo Change, un long term che l’ha visto impegnato per 6 anni tra l’Etiopia e il Kenya e che documenta i cambaimenti sociali ed ambientali nella bassa Valle dell’Omo a seguito della costruizone ed entrata in fuznione della più alta diga di tutta l’Africa.

Nel 2017 è stato nominato Reporter per la Terra da Earth Day Italia.

Predilige lavori a medio lungo termine che gli permettono, in un epoca dove tutto si consuma velocemente, di soffermarsi ed approfondire in maniera unica la tematica dei suoi lavori.

I suoi lavori hanno ottenuto riconoscimenti internazionali come Il World Press Photo nel 2013 e nel 2018, Il Poy nel 2016 e nel 2018, il Sony, Yves Rocher Grant, il PDN Storytelling, il Kolga Tiblisi e sono stati pubblicati su le più importanti riviste internazionali come 6Mois, LeVie/LeMonde, GEO ES, Stern, Internazionale, Donna Moderna, Espresso, D di Repubblica, Nathional Geographic, Days Japan, GEO Germania, GEO Francia, Neue Zürcher Zeitung Magazine ed ha esposto nelle più importanti città come New York, Madrid, Barcellona, Milano, Roma, La Gacilly.

Il suo lavoro MiRelLa è diventato un libro distribuito dalla Silvana Editoriale ottenendo un successo internazionale.

Attualmente fa parte dell’osservatorio Water Grabbing per documentare il problema dell’acqua nel mondo.