Una fotografa tedesca appartenente alla scuola di Düsseldorf

Candida Höfer (nata nel 1944) è una fotografa tedesca, basata a Colonia ed un’ ex-studente di Bernd e Hilla Becher. Come altri studenti dei Becher – Axel Hütte, Andreas Gursky, Thomas Ruff, Thomas Struth – il lavoro della Höfer è noto per la perfezione tecnica e l’approccio strettamente concettuale. Dal 1997 al 2000, ha insegnato come professoressa alla Hochschule für Gestaltung, Karlsruhe.

Nata nel 1944 a Eberswalde nella regione del Brandeburgo, Candida Höfer è figlia del giornalista tedesco Werner Höfer. Dal 1964 al 1968, la Höfer ha studiato alla Kölner Werkschulen (Cologne Academy of Fine and Applied Arts).. Dopo la laurea, ha iniziato a lvorare per dei giornali come ritrattista, producendo una serie sui poeti di Liverpool. Dal 1970 al 1972, ha studiato dagherrotipia, mentre lavorava come assistente di Werner Bokelberg ad Amburgo. Più tardi ha frequentato la Kunstakademie Düsseldorf dal 1973 al 1982, dove ha studiato cinema con Ole John e, dal 1976, fotografia con Bernd Becher. Insieme a Thomas Ruff, lei è stata una dei primi allievi del Becher ad utilizzare il colore, mostrando il suo lavoro con proiezioni di diapositive. Mentre frequentava la scuola, ha ideato un film che ha poi girato con Tony Morgan nelle gelaterie Da Forno a Düsseldorf nel 1975.

La Höfer ha iniziato a scattare fotografie a colori degli interni di edifici pubblici quali uffici, banche e sale d’attesa nel 1979, mentre studiava a Düsseldorf. Il raggiungimento della fama è arrivato con una serie di fotografie che mostravano lavoratori ospiti in Germania, dopo di che si è concentrato sul soggetto “Interni”, “Camere” e “Giardini zoologici”. La Höfer si è poi specializzata in fotografie di grande formato di interni vuoti e spazi sociali che catturano la “psicologia dell’architettura sociale” Le sue fotografie sono scattate con una classica e diritta angolazione frontale o cercando una diagonale nella composizione. Tende a scattare ogni stanza priva di azione da un punto di osservazioneelevato, vicino ad una parete, cosicchè il muro più lontano si al centro dell’immagine risultante. Fin dalle sue prime creazioni, è sempre stata interessata a rapprensentare spazi pubblici, come musei, biblioteche, archivi nazionali o teatri d’opera, svuotati da ogni presenza umana. le immagini della Höfer si è sempre focalizzata, in maniera consistente, su questi interni vuoti sin dagli anni 80. La Höfer raggruppa le sue foto in serie in base a tematiche istituzionali e geografiche, ma la similitudine formale tra le sue foto è il principio organizzativo dominante.

Nella sua serie Zoologische Gärten (1991), la Höfer sposta il focus dagli interni agli zoo in Germania, Spagna, Inghilterra, Francia e Olanda. Sempre con il suo inconfondibile stile descrittivo, le immagini della Höfer cercano ancora di smantellare il ruolo giocato dalle istituzioni nella definizione dello sguardo del fruitore, documentando gli animali in cattività.

Nel 2001, per Douze-Twelve, commissionato dal Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle di Calais e più tardi in mostra a Documenta 11, la Höfer ha fotografato 12 copie di Les Bourgeois de Calais di Auguste Rodin, nelle loro installazioni in diversi musei e parchi di sculture. Dal 2004 al 2007, ha girato il mondo per fotografare le opere iconiche di On Kawara della serie “Today” nelle case di collezionisti privati. Nel 2005, la Höfer ha intrapreso un progetto al museo del Louvre, documentando le diverse gallerie, esaminando non solo l’arte sacra in esbizione, ma anche il loroo desgin individuale, archi, pavimentazioni e decorazioni, nella completa assenza di spettatori e turisti.

La prima mostra personale della Höfer si è tenuta nel 1975 alla Konrad Fischer Galerie di Düsseldorf. Da allora, la Höfer ha avuto mostre personali in musei in tutta Europa e negli USA, tra cui la Kunsthalle Basel, il Portikus a Francoforte, la Hamburger Kunsthalle, e il Power Plant di Toronto. E’ stata inclusa da Okwui Enwezor in Documenta 11 a Kassel nel 2002, e ha rappresentato la Germania alla Biennale di Venezia nel 2003, insieme a Martin Kippenberger. La prima esibizione completa delle sue oepre in Nord America, si è tenuta sotto il titolo “Architecture of Absence” al Norton Museum of Art nel 2006. Quello stesso anno, ha tenuto mostre personali al Museo del Louvre, Parigi e all’Irish Museum of Modern Art, Dublino.

Le operere della Höfer sono incluse in importanti collezioni a livello mondiale, tra cui la Bibliothèque Nationale de France e il Centre Pompidou, Parigi; il Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Kunsthalle Basel; Kunsthalle Hamburg; Kunsthaus Bregenz; Museum Folkwang, Essen; Museum of Modern Art, New York; San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco; St. Louis Art Museum, St. Louis. Tra i più importanti collezionisti privati da annoverare il Senatore americano Thomas Eagleton.

Qui un’intervista a Klat Magazine

Candida Höfer (born 1944) is a Cologne, Germany-based photographer and a former student of Bernd and Hilla Becher. Like other Becher students – Axel Hütte, Andreas Gursky, Thomas Ruff, Thomas Struth – Höfer’s work is known for technical perfection and a strictly conceptual approach.From 1997 to 2000, she taught as professor at the Hochschule für Gestaltung, Karlsruhe.

Born 1944 in Eberswalde, Province of Brandenburg, Candida Höfer is a daughter of the German journalist Werner Höfer. From 1964 – 1968 Höfer studied at the Kölner Werkschulen (Cologne Academy of Fine and Applied Arts). After Graduation, she began working for newspapers as a portrait photographer, producing a series on Liverpudlian poets. From 1970 to 1972, she studied daguerreotypes while working as an assistant to Werner Bokelberg in Hamburg. She later attended the Kunstakademie Düsseldorf from 1973 to 1982, where she studied film under Ole John and, from 1976, photography under Bernd Becher. Along with Thomas Ruff, she was one of the first of Becher’s students to use color, showing her work as slide projections. While at school, she conceived a film which she shot jointly with Tony Morgan in the Düsseldorf ice cream parlour Da Forno in 1975.

Höfer began taking color photographs of interiors of public buildings, such as offices, banks, and waiting rooms, in 1979 while studying in Düsseldorf. Her breakthrough to fame came with a series of photographs showing guest workers in Germany, after which she concentrated on the subjects “Interiors”, “Rooms” and “Zoological Gardens”. Höfer specialises in large-format photographs of empty interiors and social spaces that capture the “psychology of social architecture”. Her photographs are taken from a classic straight-on frontal angle or seek a diagonal in the composition. She tends to shoot each actionless room from an elevated vantage point near one wall so that the far wall is centered within the resulting image. From her earliest creations, she has been interested in representing public spaces such as museums, libraries, national archives, or opera houses devoid of all human presence. Höfer’s imagery has consistently focused on these depopulated interiors since the 1980s Höfer groups her photographs into series that have institutional themes as well as geographical ones, but the formal similarity among her images is their dominant organizing principle.

In her Zoologische Gärten series (1991), Höfer shifts her focus away from interiors to of zoos in Germany, Spain, England, France, and the Netherlands. Implementing her typically descriptive style, Höfer’s images again seek to deconstruct the role institutions play in defining the viewer’s gaze by documenting animals in their caged environments.

In 2001, for Douze-Twelve, commissioned by the Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle in Calais and later shown at Documenta 11, Höfer photographed all 12 casts of Auguste Rodin’s The Burghers of Calais in their installations in various museums and sculpture gardens. From 2004 to 2007, she traveled the world to photograph conceptual artist On Kawara’s iconic Date Paintings in the homes of private collectors. In 2005, Höfer embarked upon a project at the Musée du Louvre, documenting its various galleries, examining not only the sacred art they exhibit but also their individual design, arches, tiles and embellishments, with spectators and tourists entirely absent.

Höfer’s first solo exhibition was in 1975 at the Konrad Fischer Galerie in Düsseldorf. Since then, Höfer has had solo exhibitions in museums throughout Europe and the United States, including the Kunsthalle Basel, Portikus in Frankfurt am Main, the Hamburger Kunsthalle, and the Power Plant in Toronto. She was included by Okwui Enwezor in Documenta 11 in Kassel in 2002, and she represented Germany at the Venice Biennale in 2003 together with the late Martin Kippenberger. The first comprehensive North American survey of her work was shown under the title “Architecture of Absence” at Norton Museum of Art in 2006. That same year, she had solo exhibitions at Musée du Louvre, Paris, and the Irish Museum of Modern Art, Dublin.

Höfer’s works are represented in important collections worldwide, including the Bibliothèque Nationale de France and the Centre Pompidou, Paris; Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Kunsthalle Basel; Kunsthalle Hamburg; Kunsthaus Bregenz; Museum Folkwang, Essen; Museum of Modern Art, New York; San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco; St. Louis Art Museum, St. Louis; among others.Major private collectors include United States Senator Thomas Eagleton.

 Anna

Annunci

Mu.Sa. vi consiglia queste 5 bellissime mostre, non perdetele!

David LaChapelle. Dopo il diluvio

Museum-2007_web

30 Aprile 2015 – 13 settmebre 2015 Roma

Al Palazzo delle Esposizioni torna dopo oltre quindici anni il grande artista fotografo americano David LaChapelle con una delle più importanti e vaste retrospettive a lui dedicate. Saranno infatti esposte circa 150 opere di cui alcune totalmente inedite, altre presentate per la prima volta in un museo e molte di grande formato. Roma è stata una città fondamentale nella carriera artistica di LaChapelle. Nel 2006 infatti, durante un soggiorno nella Capitale, David LaChapelle ha occasione di visitare privatamente la Cappella Sistina; la sua sensibilità artistica è scossa dalla bellezza e dalla potenza dell’arte romana che danno il definitivo impulso alla necessità di imprimere una svolta alla sua produzione. Fino ad allora LaChapelle ha preferito che le sue foto viaggiassero sulle pagine di riviste di moda e di cataloghi senza testi. L’obiettivo non è mai stato fermarsi alla mera illustrazione, ma raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile – è questo il suo modo di essere un artista pop – e portare la lettura dell’opera sul piano dello shock emotivo. LaChapelle ha spinto la sua estetica fino al limite, ma nel 2006 se n’è andato di scena. Ha voltato le spalle alla mondanità per ritirarsi a vivere in un’isola selvaggia, nel mezzo del Pacifico: “Avevo detto quello che volevo dire”. La mostra è concentrata perciò sui lavori realizzati dall’artista a partire dal 2006, anno di produzione della monumentale serie intitolata “The Deluge”, che segna un punto di svolta profonda nel lavoro di David LaChapelle. Con la realizzazione di “The Deluge”, ispirato al grande affresco michelangiolesco della Cappella Sistina, LaChapelle torna a concepire un lavoro con l’unico scopo di esporlo in una galleria d’arte o in un museo, opere non commissionate e non destinate alle pagine di una rivista di moda o a una campagna pubblicitaria. Dopo The Deluge, la produzione del fotografo americano si volge verso altre direzioni estetiche e concettuali. Il segnale più evidente del cambiamento è la scomparsa dai lavori seriali della presenza umana: i modelli viventi che in tutti i lavori precedenti (unica eccezione è The Electric Chair del 2001, personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol) hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall’immagine, spariscono. Le serie Car Crash, Negative Currencies, Hearth Laughs in Flowers, Gas Stations, Land Scape, fino alla più recente Aristocracy, seguono questa nuova scelta formale: LaChapelle cancella clamorosamente la carne, elemento caratterizzante della sua arte. Per permettere al pubblico di conoscere le “origini” del lavoro di LaChapelle degli anni precedenti a The Deluge, verrà esposta anche una selezione di opere che comprende ritratti di celebrità del mondo della musica, della moda e del cinema, scene con tocchi surrealisti basati su temi religiosi, citazioni di grandi opere della storia dell’arte e del cinema; una produzione segnata dalla saturazione cromatica e dal movimento, con cui il fotografo americano ha raggiunto la propria riconoscibile cifra estetica e ha influenzato molti artisti delle generazioni successive. Le opere di David LaChapelle sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private internazionali, e esposte in vari musei, tra i quali il Musée D’Orsay, Paris; the Brooklyn Museum, New York; the Museum of Contemporary Art, Taipei; the Tel Aviv Museum of Art; the Los Angeles County Museum of Art (LACMA); The National Portrait Gallery, London; and the Fotographfiska Museet, Stockholm, Sweden. The National Portrait Gallery in Washington, DC. L’esposizione ospiterà anche una rassegna di filmati che attraverso i back stage dei suoi set fotografici, ci illustrano il complesso processo di realizzazione e produzione dei suoi lavori.

Qua tutte le info

Federico Patellani – Professione fotoreporter

mupi_20150414095809.__325_0

dal 23/04/2015 al 13/09/2015 Palazzo Madama celebra l’opera del fotografo Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977).

Federico Patellani è stato il primo fotogiornalista italiano e uno dei più importanti fotografi italiani del XX secolo, la cui produzione – realizzata nella quasi totalità per i giornali – è oggi conservata presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo (per deposito di Regione Lombardia). Da questo ricchissimo materiale sono state selezionate circa 90 fotografie in bianco e nero, individuando le immagini che meglio rappresentano le tappe fondamentali della carriera di Patellani dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta, quando il fotografo si dedicò soprattutto alla fotografia di viaggio.

Federico Patellani racconta un’Italia che cerca di dimenticare il passato recente e di ritrovare le proprie radici, di costruire un senso di appartenenza e una capacità di partecipare alla vita civile in un Paese che sta cambiando pelle, da contadino sta diventando industriale.

Il percorso espositivo è suddiviso in cinque sezioni che rappresentano le tematiche più importanti della sua produzione: la distruzione delle città italiane alla fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la ripresa economica, il sud dell’Italia e la Sardegna, la nascita dei concorsi di bellezza e la ripresa del cinema italiano, i ritratti degli artisti e degli intellettuali.

Si avvicina alla fotografia dopo la laurea in Legge, durante il servizio militare in Africa nel 1935, quando documenta con una Leica le operazioni del Genio Militare italiano. Nel 1939 collabora con “il Tempo” di Alberto Mondadori, settimanale che si rifaceva all’esperienza di “Life” adattandola alla realtà italiana, che allora costituiva un luogo di incontro di letterati e intellettuali fra cui Carlo Emilio Gadda ed Eugenio Montale.

Sensibile e colto narratore, Patellani è stato testimone di tutti gli eventi che segnano la società italiana del dopoguerra: dal referendum monarchia-repubblica all’occupazione delle terre nell’Italia meridionale, dal lavoro nelle campagne e nelle fabbriche alla nascita dei concorsi di bellezza, dal mondo del cinema a quello dell’arte e della cultura, alle foto di moda. Nel 1946 parte per un viaggio nel sud – che ripeterà per diversi anni – con gli architetti Lina Bo e Giuseppe Pagani, verso le “gravissime rovine causate dalla disperazione tedesca e dalla lentezza alleata nella fase conclusiva della battaglia per la liberazione di Roma”, come scriverà nel 1977. Realizza importanti reportage in varie zone d’Italia, fra cui Puglia e Sardegna, sede del famoso lavoro sui minatori di Carbonia, realizzato nel 1950.

Oltre alla cronaca, con uguale curiosità si dedica al costume, celebri le sue fotografie sui neonati concorsi di bellezza, scorciatoia di emancipazione e di speranza per molte giovani donne che desideravano lasciarsi alle spalle le miserie della guerra. Cresciuto alla scuola del cinema (già nel 1941 aveva lavorato con Mario Soldati per il film Piccolo Mondo Antico), Patellani è amico di Carlo Ponti, Mario Soldati, Dino De Laurentiis, Alberto Lattuada e con loro stabilisce un sodalizio professionale che lo rende testimone privilegiato sul set di molti film girati in Italia. Ritrae così tutti i più importanti attori e registi, da Totò a Sofia Loren, da Ingrid Bergman a Gina Lollobrigida, da Silvana Mangano a Elsa Martinelli, da Anna Magnani a Giulietta Masina, da Fellini e Visconti a De Sica. Parallelamente frequenta artisti e letterati, salotti mondani e studi di pittori (Thomas Mann, Carlo Carrà, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Ardengo Soffici, Filippo de Pisis). Le sue fotografie sono ancora oggi incredibilmente attuali perché prive di retorica; appare evidente come nel suo lavoro gli stia a cuore solo la possibilità di documentare la realtà in modo sincero.

Il suo lavoro conserva un incredibile sguardo attuale e testimonia, a posteriori, gli sforzi compiuti dagli italiani per la costruzione di un’identità comune, fatta di molti intrecci, di sfumature culturali e di costume.

La mostra, che include un catalogo in vendita presso la mostra, e’ a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi.

La mostra, che gode del Patrocinio della Città di Torino ed è inserita nel calendario ufficiale di ExpoTo, nasce dalla collaborazione fra Palazzo Madama, Museo di Fotografia Contemporanea e Silvana Editoriale.

L’esposizione rientra nel programma Neorealismo. Cinema, Fotografia, Letteratura, Musica, Teatro. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra 1945-1968, un progetto del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Federico Patellani

23 aprile – 13 settembre 2015

Palazzo Madama – Corte Medievale

Piazza Castello – Torino

Qua tutte le info

FRANCO FONTANA FULL COLOR_Pescara

10995494_10152704194077821_1035415409745952510_n

Pescara, Museo d’arte moderna “Vittoria Colonna” 30 aprile – 6 settembre 2015

Anteprima stampa e Inaugurazione Mercoledì 29 aprile ore 16.30

Colori accesi, brillanti, talmente vibranti da apparire irreali. Composizioni ritmate da linee e piani sovrapposti, geometrie costruite sulla luce. Paesaggi iperreali, in cui non c’è spazio per l’uomo o al contrario surreali, sospesi e spesso impossibili. Figure umane svelate in negativo, sublimate in ombre lunghe, a suggerire contemporaneamente l’idea di presenza e di assenza. Corpi come paesaggi e pianure e colline dai contorni antropomorfi. Questi sono i tratti distintivi delle 130 foto esposte nella grande retrospettiva dedicata a Franco Fontana, che rimandano immediatamente ed in modo inequivocabile al suo inconfondibile linguaggio visivo. Franco Fontana è il grande maestro della fotografia a colori in Italia ed è oggi il fotografo italiano più conosciuto a livello internazionale. La sua lunga carriera è costellata di riconoscimenti, premi e onorificenze in tutto il mondo. Sono più di quattrocento le mostre in cui sono state esposte le sue fotografie e più di quaranta i volumi pubblicati.

Dopo il successo ottenuto a Venezia e a Roma l’esposizione Full Color giunge a Pescara, al Museo d’arte moderna “Vittoria Colonna”, dove sarà aperta al pubblico dal 30 aprile al 6 settembre 2015. Curata da Denis Curti e ideata da Civita Tre Venezie, la mostra è promossa dal Comune di Pescara e organizzata da Civita Cultura in collaborazione con Abruzzo Intraprendere. Il prestigioso catalogo è pubblicato da Marsilio Editori.

Il percorso espositivo è articolato in diverse sezioni tematiche, a partire dai paesaggi degli esordi, passando per le diverse ricerche dedicate ai paesaggi urbani, al mare, alle geometrie delle ombre, alla luce americana, fino ad una piccola sezione dal titolo Piscine.

Nato nel 1933 a Modena, città dove si riscontra già dall’inizio del Novecento una tradizione fotografica piuttosto radicata, Franco Fontana si avvicina alla fotografia nei primi anni Sessanta, secondo un percorso comune a molti della sua generazione, ossia dall’esperienza della fotografia amatoriale, ma in una città che è culturalmente molto attiva, animata da un gruppo di artisti di matrice concettuale, seppure ancora agli esordi, tra cui vi sono Franco Vaccari, Claudio Parmeggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni.

Il lavoro di Franco Fontana condivide con questa corrente il bisogno di rinnovamento e di messa in discussione dei codici di rappresentazione ereditati, in campo fotografico, dal Neorealismo, ma pone particolare attenzione e cura anche agli esiti visivi e alla componente estetica. Nel 1963 avviene il suo esordio internazionale, alla 3a Biennale Internazionale del Colore di Vienna.

Nelle fotografie di questo primo periodo si vedono in nuce alcuni di quelli che diverranno i suoi tratti distintivi. Soprattutto, c’è una scelta di campo decisamente controcorrente rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi: è stato tra i primi in Italia a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. È attratto dalla superficie materica del tessuto urbano, da porzioni di muri, stratificazioni della storia, dettagli di vita scolpiti dalla luce. Come fosse un ritrattista, Fontana mette in posa il paesaggio.

Il suo occhio fotografico ne sceglie il lato migliore con la consapevolezza che la fotografia, con il suo tempo di posa, gli obiettivi e i diaframmi, vede il mondo diversamente dall’occhio umano. Nel 1970 Franco Fontana scatta un’immagine-simbolo del suo repertorio, a Baia delle Zagare, in Puglia. “Questa foto rappresenta il mio modo di intendere la fotografia”, afferma Fontana. “Io credo infatti che questa non debba documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo.”

Nel 1979 intraprende il primo di una lunga serie di viaggi negli Stati Uniti, dove applica il suo codice linguistico, ormai consolidato, a un nuovo ambiente urbano. Qualche anno dopo, nel 1984, inizia la serie Piscine e nel 2000 inizia quella dei Paesaggi Immaginari, in cui la prevalenza dell’invenzione sul reale arriva ai massimi livelli. In questo caso, il fotografo, che non disdegna la tecnologia digitale, riafferma la propria libertà interpretativa della realtà tramite l’immaginazione.

Qua tutte le info

LA MEMORIA DEGLI ALBERI – Kathryn Cook  – Roma

Layout 1

Lo sguardo poetico e documentario di una fotografa americana sul genocidio armeno in una mostra che la Galleria del Cembalo apre al pubblico, dal 23 aprile al 27 giugno 2015. “Gli alberi di Gelso fanno la guardia, nonostante il passaggio del tempo ad Ağaçlı, formando una macchia verde nel polveroso terreno dell’Anatolia, nutriti dalla sorgente che scende a cascata dalla valle sovrastante. Rami estesi come in una dichiarazione, le foglie nutrono un universo, chiuse da un filo. La seta, tessuta da grossi vermi su queste foglie risiedono sul pavimento delle case del villaggio e annidati nei giardini. Qui, ogni albero assorbe la pioggia e il vento, il sole e la tristezza; spinge le sue radici nella profondità del suolo di Ağaçlı e sono testimoni. I segreti dei secoli sono ombre sotto i grossi rami. Ma non ci diranno in modo semplice cosa è successo qui, o lì. Restano immobili, quiescenti, tornando alla storia solo quando appellati.”

Kathryn Cook Come fotografare quello che non c’è più e che si è cercato di cancellare? Per sette anni, Kathryn Cook è stata impegnata in un paziente lavoro alla ricerca delle tracce del genocidio degli Armeni – il primo della storia del Ventesimo secolo – che ha causato la morte più di un milione di Armeni in Turchia. Con uno stile fotografico contemporaneo, dove la poesia accompagna la memoria, Kathryn Cook riesce a scoprire i fili di una storia frammentata, fatta di detto e non detto, attraverso le testimonianze degli Armeni e dei Turchi incontrati in Armenia, in Turchia, in Libano, in Siria, in Israele e in Francia. Kathryn Cook si sofferma qui sulle tracce di questa eredità che circoscrive in una narrazione delicata che mescola foto in bianco e nero a colori. Con questo lavoro eccezionale, l’autrice propone un nuovo modo di rappresentare la sofferenza e il male procedendo attraverso ripetizione e simboli. Il titolo La memoria degli alberi si riferisce al villaggio turco di Agacli (il posto degli alberi), nella Turchia dell’est, che Kathryn Cook ha fotografato a lungo e che costituisce, in un certo senso, la metafora del suo percorso artistico. Questo villaggio, che era armeno prima del 1915, è oggi abitato da una maggioranza curda che ha fatto rinascere la tradizione della tessitura della seta come veniva praticata un tempo dagli Armeni. Nata nel 1978 negli Stati Uniti, Kathryn Cook vive oggi a Londra. Le sue fotografie compaiono regolarmente sulla stampa (The New Yorker, The New York Times, Time, Stern, Le Monde 2, The Independent) ed hanno ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali Inge Morath Award (2008), il Aftermath Project Grant (2008), il Enzo Baldoni Award (2008), il Alexia Foundation Grant (2012). Per portare a termine il lavoro ha beneficiato del programma di Ateliers de L’Euroméditerranée (Marsiglia- Provenza 2013). Le sue fotografie rappresentano la topografia, la memoria, l’oblio e mostrano sottilmente come la percezione di un paesaggio muta quando si sa quello che lì è accaduto. Molto più di una semplice documentazione di fatti, queste trasmettono la carica emozionale della Storia.

Galleria del Cembalo Largo della Fontanella di Borghese, 19 – Roma Tel. 06 83796619 23 aprile / 27 giugno 2015 ORARIO mercoledì, giovedì e venerdì: 17.00 – 19.30 sabato: 10.30 – 13.00 e 16.00 – 19.30 lunedì, martedì e le mattine di mercoledì, giovedì e venerdì: apertura su appuntamento Ufficio stampa Galleria del Cembalo Davide Macchia | ufficiostampa@galleriadelcembalo.it tel. 06 83081425 | cel. 340 4906881 www.galleriadelcembalo.it

Gli ambasciatori del gusto

11138681_1067368103277037_7357661830205748296_n

Sei giovani e talentuosi fotografi dell’AFIP hanno ritratto 12 giovani chef italiani selezionati da Carlo Cracco in vista dell’apertura dell’Accademia Internazionale di Cucina.

La mostra sarà visitabile gratuitamente durante tutto l’EXPO, tutti i week end dal 9 maggio al 26 ottobre 2015 presso l’ex Convento dell’Annunciata di Abbiategrasso.

Dodici scatti fotografici per immortalare altrettanti chef di cui sentiremo parlare a lungo, in Italia e non solo. Dodici chef e dodici prodotti della filiera agroalimentare lombarda. Il tutto nasce da un’idea di Carlo Cracco, chef e presidente dell’Associazione Maestro Martino, che ha individuato dodici chef italiani, giovani virtuosi, cui ha abbinato altrettante eccellenze della filiera agroalimentare lombarda. Con gli scatti di sei fotografi selezionati da Giovanni Gastel ecco servita la mostra fotografica “Gli Ambasciatori del Gusto”. Inaugurata questa mattina, potrà essere visitata, gratuitamente, tutti i week-end a partire da sabato 9 maggio fino al 26 ottobre 2015

GLI CHEF

Chi sono gli chef selezionati? Si tratta di sei uomini e sei donne: Matteo Monfrinotti, Paolo Griffa, Sabrina Tuzi, Antonio Colombo, Fabiana Scarica, Luca Sacchi, Alba Esteve Ruiz, Dario Guidi, Oliver Piras, Sara Simionato, Lucia Tellone e Sara Perceruti. “Abbiamo selezionato gli chef sulla base di tre criteri – ha dichiarato Carlo Cracco. In primis sono tutti chef giovani, intorno a trent’anni di età che oggi lavorano in ristoranti di primo livello, alcuni di loro sono già stati premiati. Altro criterio è stata la formazione, avvenuta sì in Italia ma con significative esperienze all’estero. Da ultimo, ma non meno importante, il radicamento al territorio d’origine ma con una forte propensione all’innovazione e alle contaminazioni culturali. Gli chef ritratti nella mostra costituiranno di fatto gli Ambasciatori dell’Ambasciata del Gusto dove i cuochi di tutto il mondo avranno cittadinanza e ospitalità durante Expo.”

I FOTOGRAFI

La mostra “Gli Ambasciatori del Gusto” è a cura del Maestro Giovanni Gastel, presidente onorario AFIP International – Associazioni Fotografi Professionisti di cui fanno parte gli autori degli scatti: Gianluca Cisternino, Giulia Laddago, Nicola Ughi, Annalisa Mazzoli, Giovanni Bortolani e Daniele Coricciati. Le due Associazioni, AFIP e Maestro Martino, hanno scelto di lavorare insieme per questa mostra scommettendo che dall’incontro tra chef e fotografo avrebbe potuto svilupparsi un’alchimia positiva. Una scommessa che le due associazioni ritengono ampiamente vinta.

Qua altre info

Postato da Anna

è nato MeMo…. viva MeMo

imgres

(foto di Fabio Bucciarelli)

Da poche settimane è disponibile in abbonamento MeMoMag, come si legge nella pagina di presentazione,    “…la prima rivista digitale che unisce le nuove tecnologie, con il giornalismo di qualità, spingendosi oltre i limiti della narrazione…”

Il team è composto dal gruppo di informatici e grafici di Libre e da cinque fotografi di fama internazionale, premiati con i più importanti riconoscimenti in campo fotografico.

Manu Brado, Fabio Bucciarelli, Josè Colòn, Diego Ibarra Sànchez e Guillem Valle; dopo aver lavorato per le più prestigiose testate giornalistiche, hanno deciso di intraprendere anche questa avventura.

Il primo numero di MeMo, è dedicato alla Paura.

“Paura della guerra, di non farcela, di restare senza istruzione e libertà o la paura di non essere accettati; cinque reportage, da Libia Pakistan, Spagna e Ucraina; raccontati dai fotografi fondatori.”

Per fare la conoscenza di questo nuovo magazine o per abbonarsi: http://memo-mag.com/it/; il più sincero in bocca al lupo a MeMoMag, da tutto lo staff MUSA.

Street Photography, consigli pratici.

Parigi

Molte persone percepiscono la street photography come semplici istantanee casuali di persone in strada.

Molti pensano che non costi fatica, che sia la foto a colpire il fotografo come uno schiaffo, che la composizione, anche se rapidamente catturata, sia legata alla fortuna del momento.

Ma la fotografia di strada è davvero tanto casuale come potrebbe apparire a prima vista?

Un fotografo di strada è innanzitutto un grandissimo osservatore.

Nella mia esperienza, la capacità di pre-visualizzare un’immagine è la chiave per ottenere buone fotografie.

Giulio Forti nel suo libro “Saper vedere per fotografare” dice: 

Alla ricerca della migliore inquadratura, l’attrezzatura di base è costituita dalle tue gambe. Non è lo zoom che ti aiuta a inquadrare la scena, è il punto di ripresa. (…) Muoversi significa usare un cespuglio o un tronco d’albero per nascondere un cassonetto della spazzatura o un palo della luce (…). Spostarsi significa anche cercare, se esiste, la possibilità di scattare dall’angolazione che ti propone il taglio di luce più efficace“.

E ancora: “(…) Devi o puoi scegliere se desideri curare l’estetica delle tue riprese o se vuoi fare non dico reportage, ma racconto. L’estetica di una fotografia non può prescindere dallo stile di ciascuno di noi né dalle nostre inconsce preferenze, ovvero il modo in cui visualizzi le forme della scena o del soggetto. E’ geometria, ed in fotografia come nella pittura non esistono troppe scappatoie. Linee parallele, cerchi, divergenze, triangoli fatti di materia, di luce, di colori. Forme che poi non sono altro che gli oggetti solidi della realtà davanti ai tuoi occhi che dalle tre dimensioni passano, attraverso l’obiettivo, alle due dimensioni“.

Dovete insomma, prestare attenzione a tutti i dettagli che potrebbero in qualche modo influenzare il risultato finale: la luce, forma, colori e sfumature degli oggetti e le persone di fronte all’obiettivo.

Diventa fondamentale comprendere il linguaggio del corpo dei popoli che visiterete (anche sotto casa) e le dinamiche della loro vita quotidiana in strada. Come si relazionano le persone tra loro? Come si relazionano le persone al contesto?

Detto ciò, la vostra immaginazione e consapevolezza, farà gran parte del processo creativo dell’immagine fotografica.

Per quanto riguarda la luce, importantissimo elemento che all’inizio si tende a dimenticare, non pensate che se c’è bel tempo, le fotografie siano automaticamente migliori.

Il problema è che la luce, se c’è molto sole, risulta essere molto diretta e finirà per generare delle ombre dure difficili da gestire con maestria. Prestate attenzione quindi alle ombre, sulle cose e persone e cercate di considerare il nero dell’ombra, come una forma da inserire nella composizione.

Eric kim, grande fotografo di strada, segue questi consigli per lavorare, alcuni molto interessanti e utili:

  1. In caso di dubbio, SCATTA
  2. Quando hai paura, SCATTA
  3. Comprate libri, non attrezzatura
  4. Il denaro non può comprare l’esperienza
  5. Non comprate un libro fotografico a meno che non si abbiate intenzione di leggerlo più di una volta.
  6. Non comprare un libro fotografico con l’intenzione di rivenderlo in futuro.
  7. E ‘meglio di viaggiare in un minor numero di posti piuttosto che vedere un sacco di posti, ma con meno tempo a disposizione per .ognuno
  8. Fate sempre il backup quando viaggiate e scattate foto
  9. Meglio portare più pellicole che meno
  10. Una settimana è poco tempo per conoscere una città straniera
  11. Più grande è la vostra macchina fotografica meno comoda è da trasportare
  12. Provate a fare almeno una foto al giorno
  13. Lavora per “serie”, non per singole immagini
  14. Un sacco di “mi piace” non significano necessariamente che la foto sia buona
  15. E ‘meglio essere profondamente influenzati da alcuni fotografi (e conoscere il loro lavoro molto bene), piuttosto che essere un po’ influenzati da molti fotografi
  16. Il ritocco di una foto, non farà della foto, una foto migliore
  17. Aggiungere nitidezza, vignettature ecc. non farà di una brutta foto una foto migliore
  18. Avere un numero inferiore di macchine fotografiche o obiettivi è meno stressante
  19. Meno tempo passate sui social media più sarete felici e più fotograferete.
  20. Non competere contro gli altri, competere contro me stesso
  21. Ogni volta che percepite banali le vostre fotografie o siete insoddisfatti con il vostro lavoro, evitate di comprare una macchina fotografica nuova, non vi rende migliori o più creativi.
  22. Durante il viaggio non indossate cotone (prendete vestiti tecnici che asciugano subito)
  23. I fotografi di maggior successo sono spesso i meno soddisfatti
  24. Più persone che dicono di odiare il vostro lavoro, più state riscuotendo successo.
  25. La migliore fotografia che potete fare è nel vostro cortile di casa
  26. Siate felici se fate anche una solo fotografia di strada buona al mese.
  27. Quanto più i fotografi fanno pettegolezzi sugli altri, più si dimostrano insicuri, tacete.
  28. Siete la media dei 5 fotografi più vicini a voi.
  29. Per ottenere una critica costruttiva, dite alla gente di essere “brutalmente onesta” e di contribuire a “distruggere il vostro lavoro”
  30. Non difendere le vostre foto durante una critica. Tenete la bocca chiusa, annuire, e prendere appunti
  31. Siate sempre pronti a condividere il vostro portfolio con qualcun altro.
  32. Più turisti ci sono in una zona, meno interessante è fotografare
  33. Se siete incerti, chiedete il permesso per scattare.
  34. Se siete incerti, sorridete e salutate

La fotografia nel testo è scattata a Parigi

Per oggi stop, baci

ciao