Verita Monselles, rivendicando sessualità, libertà e il diritto all’azione politica della donna

Articolo di Giovanna Sparapani

VERITA MONSELLES ( Buenos Aires 1929-Firenze 2004)

Le immagini che propongo sono l’oggettivazione della crisi esistenziale della donna, che vede posto in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società repressiva…” (V.M.)

Ritratto femminile: nudo – Vaso – Fiori di Anthurium – Tenda – Collezione Mufoco –

Nata a Buenos Aires in Argentina nel1929, nei primi anni Settanta si trasferisce a Firenze dove inizia ad occuparsi di fotografia, prediligendo la messa in scena di ‘tableaux vivants’, al fine di realizzare immagini in cui mettere a fuoco il ruolo femminile all’interno della famiglia, con uno sguardo attento alle problematiche legate ad una società patriarcale e maschilista. La sua critica è indirizzata soprattutto nei confronti dei messaggi pubblicitari in voga nei paesi occidentali, a evidenziare figure di donne passive di fronte allo strapotere degli uomini che tendono a considerarle come oggetti e non come esseri pensanti, indipendenti e autonomi.  Non abbandonerà mai questa ricerca che arricchirà di spunti ed indagini nel corso di tutta la sua vita, affiancandola ad attività commerciali soprattutto nel campo della moda; famose sono le innumerevoli copertine realizzate per “Effe”, la prima rivista femminista nata in Italia nel 1973.  Affiancata da Romana Loda – vivace gallerista bresciana, critica d’arte contemporanea e curatrice di mostre innovative –  la Monselles è invitata a partecipare a esposizioni personali e collettive presso prestigiose gallerie, divenendo un’importante esponente della ‘fotografia al femminile’ anche in ambito europeo. Ricordiamo la sua presenza alle due collettive, “ Magma” al Castello Oldofredi a Iseo nel 1975 e “Altra Misura” alla Galleria ‘Il Falconiere’ di Ancona nel 1976.

In piena sintonia con il dibattito artistico culturale di quegli anni in cui si pone l’attenzione sulla funzione subordinata della donna all’interno della famiglia patriarcale (vedi ad es. l’episodio La Famiglia felicedi Marco Ferreri, in La marcia nuziale del 1965), Verita, in Amore I e Amore II del 1974, rovescia i ruoli tradizionali e scatta due immagini in cui la donna appare come un essere pensante protagonista della sua vita, mentre l’uomo viene rappresentato da un fantoccio e il bambino che tiene in braccio da un bambolotto.

Senza titolo 1976 di Verita Monselles

Al 1975 risalgono due splendide fotografie su questa tematica – Superstar e Bijoux – in cui il pargoletto ritratto nelle due scene rimanda all’immagine di Gesù Bambino; in una scena ricca di elementi barocchi con tendaggi e drappeggi arabescati, la giovane donna dai capelli scuri e ondulati è inginocchiata su un tappeto di chiara origine persiana, colta in un atteggiamento pensoso, con gli occhi che guardano lontano. Si tratta di esempi complessi e raffinati di ‘staged photography’, genere fotografico che nel corso degli anni Settanta vide un rigoglioso sviluppo con interessanti e provocatorie proposte. In tandem con l’artista Bianca Menna, in arte Tomaso Binga, in una serie di mostre in tour per l’Italia negli anni a cavallo tra il 1976 e il 1977, affronta una tematica scabrosa: nel lavoro dal titolo “Ecce Homo”, è già chiaro il messaggio politico che vede le due artiste prendere posizione contro la dimensione decisamente maschilista all’interno della chiesa cattolica.

Ecce Homo 1976 di Verita Monselles

Sul finire degli anni Settanta, Verita prosegue la sua ricerca sui temi legati all’affermazione dell’identità femminile: splendida e carica di ironia la sua immagine, realizzata nel 1977, dedicata alla statua marmorea di Paolina Borghese, scolpita nei primi anni dell’Ottocento da Antonio Canova e conservata alla Galleria Borghese di Roma. La giovane donna, sorella di Napoleone Bonaparte, rappresentata dallo scultore come una dea, viene trasformata in una Venere Contestatrice che con le dita fa il ‘gesto della vagina’ tipico dei cortei femministi dell’epoca, di cui diviene un’icona: “Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù”. (V.M.)  

Paolina Borghese come venere contestatrice di Verita Monselles

A Firenze, sua città di adozione, dove in  quegli anni fiorivano interessanti stimoli culturali, diventa  la fotografa ufficiale della compagnia teatrale d’avanguardia  Magazzini Criminali, composta da Federico TiezziSandro Lombardi e Marion d’Amburgo.

Gli ultimi anni in cui subisce un drastico rallentamento la sua attività professionale nella moda e nella pubblicità, vedono Verita Monselles interessarsi al recupero dal suo archivio di vecchie immagini in bianconero che rielabora e trasforma, grazie a sapienti sperimentazioni in campo del digitale.

Da ricordare la sua partecipazione, soprattutto negli anni Ottanta, a importanti mostre a Parigi, Napoli, Milano, in Germania e in Francia.

Sitografia

Bibliografia

Deborah Turbeville, da modella a fotografa

Articolo di Giovanna Sparapani

“C’è un senso di autodistruzione nelle mie immagini” (D.T.)

DEBORAH TURBEVILLE Stigmata, scuola di belle arti 1977

Da ricercata modella a redattrice per Harper’s Bazaar  il passo è breve, ma fondamentale per la sua carriera nel mondo della moda. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Deborah scopre la passione per la fotografia, grazie alla frequentazione con Richard Avedon e con il direttore artistico della sopracitata rivista.

© DEBORAH TURBEVILLE

Il primo servizio dal titolo Il bianco e blu di maglia molle, è ambientato in un’atmosfera nebbiosa, tra i pioppi e i ruderi di un’antica casa di campagna vicino a Mantova, la stessa in cui Bernardo Bertolucci nel 1976 ambientò il film Novecento. La sua poetica che si mostra da subito originale e anticonvenzionale – «…io non fotografo abiti tout court, ma sono sempre affascinata da come la gente si veste, da come si esprime attraverso ciò che indossa…» (intervista a Vogue Italia nel 2011) – la guida a produrre delle fotografie lontane dal conformismo che regna negli ambienti del fashion, alla ricerca di immagini dalle atmosfere misteriose e sognanti, popolate da figure diafane, enigmatiche, sospese nel tempo.

Le parole di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia ed estimatrice dei lavori della Turbeville, ci suggeriscono in modo sintetico il metodo di lavoro della fotografa statunitense: «A volte un art director diceva che i suoi scatti erano fuori fuoco, ma quello era il suo modo di far sembrare il mondo ultraterreno» (intervista rilasciata al Guardian nel 2013, anno della morte della Turbeville ).

© DEBORAH TURBEVILLE

Le ombre giocano un ruolo fondamentale nelle sue fotografie, in aperta controtendenza con le immagini traslucide e perfette delle giovani modelle che campeggiano felici nei loro abiti sfolgoranti sulle pagine delle riviste di moda del tempo. Per le ambientazioni predilige luoghi particolari, come boschi umidi, strade deserte, capannoni abbandonati, bordi di piscine e bagni pubblici: il tutto venato di mistero e melanconia. La forza e l’ originalità di Deborah Turbeville, consiste nel sua capacità di cogliere le ansie che travagliano la vita privata delle sue modelle, in fotografie che sembrano assimilarle a statici manichini, ma che invece pulsano di vita silenziosa. Per creare un deciso distacco da una visione diretta della realtà, oltre al “fuori fuoco”, la fotografa ama intervenire direttamente sui negativi ‘sporcandoli’ con tagli e graffi, inserendo talvolta sabbia e polvere, al fine di comunicare l’idea della fragilità delle immagini fotografiche, conferendo valore alle imperfezioni. Un’altra tecnica molto usata dalla Turbeville sono i collage composti da strappi effettuati sulle sue stampe: i ritagli vengono poi ricomposti in sequenze estranianti, a costituire un invito alla riflessione e spesso a suscitare scalpore anche tra i suoi estimatori. Proprio a questa parte della produzione è dedicata la mostra allestita da Photo Elysée, a Losanna, dal titolo ‘Photocollage’ (fino al 25 febbraio 2024).

© DEBORAH TURBEVILLE

Nella lunga carriera ha realizzato servizi per celebri riviste di moda, quali ‘Vogue”, “Harper’s Bazaar”, “Marie Claire” e “Mademoiselle”; le sue fotografie sono state pubblicate su testate importanti come il “New York Times”. Ricordiamo anche la sua collaborazione con famose maison tra cui Ralph Lauren, Bruno Magli, Valentino e Nike…

Nel 1979 Jackie Onassis le chiese di fotografare le stanze ed i luoghi più interessanti e meno conosciuti della reggia di Versailles: riunite in un magnifico libro, “Unseen Versailles”, pubblicato nel 1981, le preziose immagini realizzate con rara maestria ci fanno immergere nell’atmosfera sfarzosa della magnifica residenza regale.

© DEBORAH TURBEVILLE

Al 1988 risale il suo lavoro dedicato agli appartamenti privati di Coco Chanel, affascinata dalle atmosfere oscure e oniriche suggerite dalla fotografa statunitense.

 Dopo una lunga malattia, ‘ la fotografa del sogno’ è scomparsa nel 2013; il suo ultimo lavoro è un bellissimo fotolibro, Deborah Turbeville: The Fashion Pictures.

DEBORAH TURBEVILLE ( Boston,1932 –New York,2013 )

SITOGRAFIA:

Deborah Turbeville che rivoluzionò i canoni della fotografia di moda | Vogue Italia

https://donna.fanpage.it/

Chi era Deborah Turbeville, la rivoluzionaria fotografa di moda (lifeandpeople.it)

La storia di Deborah Tuberville, fotografa di moda dall’anima dark (elle.com)

Riassunto corpi di moda – CORPI DI MODA Deborah Tuberville e la fotografia di moda degli anni – Studocu   

© DEBORAH TURBEVILLE

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.