Dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel.

Ma allora, come si fa a dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel? È una domanda interessante, perché ci riporta a un concetto molto antico: la fiducia. Se un tempo l’onestà di un fotografo era un dato di fatto: c’era il rullino, c’era lo scatto, fine della storia. Oggi l’onestà è diventata una scelta attiva, quasi un patto che l’autore deve firmare con il suo pubblico ogni volta che pubblica un’immagine.

Non si tratta più solo di “non usare Photoshop”, ma di essere trasparenti sul percorso che ci ha portato a quell’immagine. Ecco come questa onestà sta prendendo forma oggi, in modo molto concreto.
Immagina di essere al ristorante: un conto è leggere “pesce fresco” sul menù, un altro è se lo chef ti invita in cucina a vedere la materia prima. In fotografia sta succedendo la stessa cosa. Molti professionisti oggi mostrano il loro file RAW (il negativo digitale, grezzo e non manipolabile) o utilizzano i nuovi “passaporti digitali” (come lo standard C2PA). È un modo per dire: “Ecco la filiera della mia immagine, puoi controllare tu stesso dove finisce la luce e dove inizia la post-produzione”. È un’onestà che passa per la tecnica, ma che serve a rassicurare il cuore di chi guarda.
C’è poi un modo molto più viscerale di provare la propria sincerità: mostrare il backstage. Se vedo un video di te che cammini per ore nel fango per catturare l’alba su una montagna, quell’immagine finale acquista un valore umano che nessuna AI potrà mai replicare. L’onestà qui non sta nel pixel, ma nello sforzo. Documentare il “making of” è diventato un atto politico: serve a ricordare al fruitore che dietro quell’istante c’è un corpo, un tempo speso e un’esperienza vissuta davvero.
Paradossalmente, l’onestà passa anche per la dichiarazione del trucco.

Un'immagine che mostra due donne in un ritratto evocativo, con una figura che sembra emergere dietro l'altra, creando un effetto di profondità e introspezione.

“Immagine generata da un’intelligenza artificiale, intitolata ‘Pseudomnesia: The Electrician’ di BORIS ELDAGSEN.”

Pseudomnesia: The Electrician è stata presentata ai Sony World Photography Awards e ha vinto nella categoria “Creatività”. L’immagine, in bianco e nero, ritrae due donne e sembra risalire agli anni ’40. L’artista ha poi suscitato scalpore rifiutando il premio e rivelando di aver creato l’immagine con l’intelligenza artificiale (IA). Sul suo blog ha scritto: “Volevo fare un test, per vedere se il mondo della fotografia fosse pronto a gestire l’impatto dell’IA sui concorsi artistici internazionali e, ovviamente, non lo era”. Con il suo approccio, Boris Eldagsen ha voluto aprire un dibattito sullo status delle immagini e, oltre a ciò, sull’importanza di restare vigili quando si tratta di contenuti prodotti dall’IA.

Pensa al fotografo Boris Eldagsen, che ha vinto un prestigioso premio internazionale per poi rifiutarlo, ammettendo che l’opera era stata generata dall’AI. Il suo non è stato un atto di superbia, ma di profonda onestà intellettuale: ha usato un “falso” per costringere il mondo dell’arte a parlare di verità. Essere onesti oggi significa dire chiaramente: “Questo è uno scatto reale”, oppure “Questa è una visione ibrida”. La menzogna non sta nell’uso dello strumento, ma nel nasconderlo.
Infine, c’è un’onestà che risiede nell’abbracciare l’imperfezione. L’intelligenza artificiale tende spesso a una perfezione “levigata”, quasi plastica. Molti artisti oggi scelgono di tornare all’analogico o di mantenere volutamente piccoli difetti, riflessi “sbagliati” o sfocature naturali. È un modo per dire: “Questo è umano perché è imperfetto”. È la firma del nostro limite, che diventa la prova della nostra presenza.
L’onestà intellettuale non è più l’assenza di filtri, ma la trasparenza sui filtri che abbiamo deciso di usare. Non è più una questione di ottica, ma di etica. Come diceva John Berger, il nostro modo di vedere è influenzato da ciò che sappiamo: se l’autore ci dà gli strumenti per “sapere” come è nata l’opera, allora noi torniamo a essere liberi di “sentire” senza la paura di essere ingannati.

Forse il futuro della fotografia non sarà più cercare la “Verità” con la V maiuscola, ma cercare la sincerità tra chi scatta e chi osserva.

Ciao

Sara

“Rolleiflex”: il romanzo di Federico Montaldo

Con Rolleiflex, Federico Montaldo torna a scrivere e lo fa partendo da casa: il mondo della fotografia, quello che conosce meglio, con i suoi rituali, le sue piccole vanità e tutto quello che di solito resta dietro le quinte. Il risultato è un romanzo che mescola noir mediterraneo, ritratto d’ambiente e riflessione profonda sullo sguardo. La cornice è una Genova luminosa ma al tempo stesso inquieta, capace di essere elegante e scabra nello stesso respiro.

Il palcoscenico è Palazzo Ducale, dove Pascal Simeoni, fotografo corso-genovese con curriculum internazionale, sta per inaugurare il primo Festival di fotografia del Mediterraneo. Tutto sembra pronto: mostre allestite, pubblico in arrivo. La città si prepara a mettersi in bella mostra. Ma qualcosa si incrina. Giorgio Jaeger, stella mondiale del reportage e ospite d’onore, non si presenta. Lo ritrovano nella sua camera d’albergo, ucciso con un pestello di legno: oggetto domestico e insieme brutale, genovese nel profondo.

Accanto a Pascal entra in scena Alvise Loredan, ex vicequestore veneziano che con le gallerie d’arte non ha mai avuto grande feeling, mentre col mare sì. È approdato a Genova quasi per caso, sulla sua barca a vela, rifugio e punto d’osservazione privilegiato sul porto. Con lui c’è Marley, il cane, presenza discreta e fedele. Alvise la fotografia non la ama particolarmente, ma sa leggere le persone come pochi.

Mentre la polizia segue le piste più ovvie, Pascal e Alvise cominciano a mettere a fuoco un quadro umano ben più complesso. Attorno a loro si muove un cast di personaggi intriganti, ma ognuno nasconde qualcosa: un segreto, un rancore, un’invidia coltivata sotto il sole o nei corridoi della Magnum.

La verità, come sempre, non sta al centro dell’inquadratura. Sta ai margini, in quello che resta fuori campo. Ed è proprio qui che Rolleiflex trova la sua forza, trasformando il giallo in una riflessione sul potere e sui limiti – delle immagini.

Cover of the book 'Rolleiflex' by Federico Montaldo, featuring an illustration of a classic Rolleiflex camera against a light brown background, with publishing details at the bottom.

Non è un caso. Federico Montaldo è avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia, da anni impegnato nella divulgazione della cultura fotografica come curatore, saggista e ideatore di progetti. Ha firmato volumi importanti su autori e temi cruciali del reportage e dell’impegno sociale, e ha fondato l’Archivio Saglietti APS. Insomma, il mondo che racconta lo conosce dall’interno, con competenza e passione, ma senza sconti.

Dopo Isabelita, il suo primo romanzo, Rolleiflex riesce a tenere insieme trama e pensiero, suspense e riflessione etica. È un libro che parla di fotografia, certo, ma soprattutto di esseri umani.

Un’immagine può fermare la storia. La verità, invece, come il mare davanti al porto di Genova, non sta mai ferma. E chiede sempre un nuovo sguardo.

Sara Munari

Per acquisto libro

FEDERICO MONTALDO
Avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia.
Da anni si occupa di divulgazione della cultura fotografica, come promotore di incontri a tema, curatore di mostre e progetti fotografici.
Ha pubblicato saggi e curato biografie con diverse case editrici, tra cui: Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, Obblighi, Privacy (Emuse, 2019 e 2023); Ivo Saglietti. Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (Postcart, 2021 e 2024); G8. Un sogno in sospeso (Emuse, 2021); Paola Agosti. Itinerari. Il lungo viaggio di una fotografa (Postcart, 2023); W La Libertad. La fotografia e la protesta (con Luciano Zuccaccia, Postcart 2024).
Ha fondato e presiede l’associazione Archivio Saglietti APS, che si occupa di promuovere e valorizzare la fotografia di reportage e impegno sociale.
Il mondo della fotografia è lo scenario anche delle sue opere di narrativa. Il suo primo romanzo è Isabelita (Bookabook, 2022).
Vive a lavora a Genova.