Vuoi aprire un blog di fotografia? Ecco come fare!

INV150601OldCameras-2-2-1024x488Ciao a tutti!

Oggi vorrei condividere la mia esperienza e le motivazioni per cui ho aperto un blog di fotografia.

Ho aperto il blog a gennaio 2015. Non so nemmeno perché l’ho fatto. Soprassediamo…

Da subito o quasi, ho coinvolto due amici nell’avventura. Oggi siamo in 5 più due collaboratrici.

L’esperienza è positiva e interessante, a tratti stressante! 🙂

Inizialmente postavo articoli ogni giorno fino ad arrivare a due, tre articoli a settimana dell’ultimo periodo.

Il 99% dei blog chiude dopo pochi mesi. Seguire un blog non è semplice e implica molto impegno e costanza.

Diciamo che continui per passione e amore per la materia che decidi di trattare.

Per me il blog è diventato il modo di offrire un servizio che spero, in qualche caso, possa dare spunti o fare ragionare su argomenti relativi alla fotografia.

Perché aprire un blog

Chiedetevi subito quanta passione coltivate per la fotografia.

Davvero questa materia vi interessa a fondo?

Siete curiosi e perseveranti nella comprensione dei temi attinenti questa materia?

Puoi trattare argomenti diversi: tecnica, storia, critica, cultura generale, elementi di approccio partico oppure offrire una newsletter su eventi relativi.

Nel mio blog io parlo della mia esperienza personale, rispondo alle domande che mi vengono fatte durante i corsi e workshop che tengo in giro per l’Italia e all’estero, offro un servizio relativo ad eventi, mostre e premi, propongo autori, interviste a fotografi ed una piccola parte tecnica.

Subito dovresti chiederti: ma quanto so di questi argomenti? Posso offrire contenuti che altri non sarebbero in grado di dare?

Spesso scopro che qualcuno copia o prende in parte articoli miei per comporre i propri, non mi infastidisce, non importa, ma sappiate che a lungo la gente si accorgerà della provenienza dei vostri contenuti e potrebbe stancarsi presto!

Eh sì, perché oltre al vostro impegno, che potrebbe essere anche stratosferico, un blog non ha senso di esistere se non c’è nessuno che lo segue.

Scegliersi il ‘target’ diventa quindi un fattore fondamentale.

A che tipo di pubblico rivolgo i miei articoli?

Potete scegliere un pubblico legato alla fotografia professionale oppure amatoriale. Nel tempo potreste approfondire alcuni argomenti fino a toccare tutti e due i settore (con me ha funzionato!).

Quali sono le piattaforme più utilizzate?

Io uso WordPress ma ho sentito parlare bene anche di:

Tumblr

Blogger

LiveJournal

Medium

In tutte avrete l’opportunità di sfruttare plug-in (piccoli un programmi non autonomi che interagisco con il blog per ampliarne le funzionalità originarie) coi quali incrementare le prestazioni del blog.

Potete scegliere il tema (struttura ed estetica del sito) e questo potrà essere gratuito o a pagamento. In generale, a pagamento, offre opzioni in più come plug-in e opportunità di controllo.

Anche il tipo di abbonamento alla piattaforma cambia le cose. Se il piano che scegliete è gratuito, avrete meno possibilità di andare a fondo nelle faccende tecniche come statistiche e funzionalità specifiche.

Inserire i contenuti, dopo un impatto iniziale non semplicissimo, non mi ha mai creato grossi problemi.

Pubblicare con costanza è importante. Appena salto un giorno, la gente mi scrive e chiede come mai non ho postato niente. Questo perché nel tempo potreste essere considerati ‘punti di riferimento’ e anche questo diventa una responsabilità da sostenere.

Non scrivete troppo, sia in termini di quantità di articoli, sia in termini di lunghezza degli stessi.

Attenzione: Avviso ai naviganti!

Con il blog è difficilissimo guadagnare.

Mi spiego meglio.

Io non sono stata in grado di far monetizzare il blog, nonostante il numero di visualizzazioni ed entrate considerevole.

Se lo fate per questo, sappiate che è davvero mooolto difficile.

Qualche consiglio:

  1. Scegliete un nome accattivante che determini anche ad una prima lettura i contenuti che tratterete.
  2. Mettete nella home un richiamo per la possibilità di iscriversi al blog con facilità.
  3. Fate in modo che pulsanti di condivisione siano ben visibili.
  4. Inserite ben chiare le info per i vostri contatti.
  5. Siate sempre (finche riuscite, a me non riesce sempre!) gentili e pazienti nelle risposte e nei commenti.
  6. Create collegamenti con i social network. Il mio blog è collegato con Facebook, twitter e Linkedin.
  7. Quando pubblico un articolo, esce in contemporanea su questi social.
  8. Controllate sempre su tutti i social se ci sono risposte da dare a chi è intervenuto nei commenti.
  9. Non prendetevi troppo sul serio, alla lunga rompereste le scatole.
  10. Io ho scelto di scrivere come se parlassi ad un amico. Non mi preoccupo molto della forma, piuttosto del contenuto che deve essere serio e supportato da conoscenza della materia.
  11. Create collegamenti con altri blog.
  12. Studiate, studiate, studiate…

 

Ciao, baci. Sara

Quali sono le caratteristiche di un buon Storyteller?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sara Munari Palermo

Certo, non vanno bene tutti per raccontare storie. Gli storyteller migliori sono forse quelli di cui ci si dimentica il nome per ricordare, invece, le loro storie, diceva Einstein… mi pare.
Tenete ben presente il fatto che la narrazione, di qualsiasi tipo, richiede conoscenza e cultura. Per raccontare bene una storia si deve ‘conoscere’. Lo so, lo so che lo ripeto spesso, ma è così.
Chi racconta storie fantastiche, siano esse fotografiche o meno, ha determinate caratteristiche.
La creatività, per esempio, è un presupposto necessario da avere. Raccontare
storie significa far confluire fantasia, immaginazione e una forte capacità espressiva.
La creatività è sempre accompagnata dalla capacità di saper trasmettere un messaggio, condizione che diventa di primaria importanza.

Siete portatori di un punto di vista, di un messaggio che dovrebbe essere chiaro in voi, fin da quando iniziate il vostro progetto. In qualche caso potreste anche solamente prediligere un lavoro che si basi sull’estetica e quasi esclusivamente su questo.

Può funzionare, comunque, ma è più raro.

In generale, non si comunica tanto per, si comunica con uno scopo ben preciso. E quando si fa storytelling si parla a un pubblico per dire qualcosa, per trasferire ai lettori un messaggio chiaro e preciso.
Tutte le storie ci prendono, alcune più, alcune meno, a seconda delle emozioni che ci fanno provare. In un progetto fotografico, che sia di ricerca, fotogiornalismo, moda, dobbiamo suscitare emozioni. Facciamoli emozionare e facciamoli pensare, insomma. Tra l’altro, una cosa non dovrebbe prescindere dall’altra. Seducete chi guarda e, se
potete, portatelo a ragionare. Il ragionamento porta alle azioni e voi avrete raggiunto il massimo della potenzialità come storyteller. Un pubblico coinvolto emotivamente è molto più propenso a parlare di voi e delle vostre fotografie. Se annoiate, parleranno di quanto si sono annoiati!
Siate chiari nei vostri intenti, non mentite e, se lo fate, che sia chiara la menzogna. Al pubblico di una mostra o di una vostra presentazione non piace essere preso in giro.

Se decidete che ironia e un progetto in bilico tra finzione e realtà sia la strada che volete perseguire fotograficamente, chi guarda deve essere messo nelle condizioni di capire le
vostre intenzioni. Rispettiamo sempre chi dedicherà tempo e attenzione al nostro lavoro.
Rendete chiaro ciò che è complesso. Un portfolio fotografico strutturato bene può fare diventare semplice e comprensibile anche le situazioni più complicate.
Siate convincenti, prestate attenzione alla scelta dei soggetti, alle scelte tecniche, all’editing del lavoro e alla presentazione dello stesso. Dovete dare la certezza di essere autentici, i vostri ammiratori vogliono sentirvi coinvolti in ciò che proponete. Non dovete esclusivamente convincere per la vostra accuratezza, ma, a vostra volta, coinvolgere.
Una storia non dice alle persone quello che devono volere, ma le fa sentire parte di qualcosa e in qualche caso, protagoniste. Identificarsi con il protagonista, significa anche prendere una posizione precisa,
schierarsi contro un nemico. Una storia non è mai un racconto oggettivo, è sempre un punto di vista.
Dove i vostri soggetti saranno persone, nel reportage per esempio, sappiate dare voce ai vostri personaggi. Dobbiamo riuscire a mettere nelle condizioni di identificarsi nei personaggi che proponiamo, sia nei pregi che nei difetti.
I temi relativi alle più grandi narrazioni sono spesso gli stessi e riguardano gli importanti temi che coinvolgono l’intero genere umano: amore, pace, tolleranza, fede, religione, confitti, devastazione…
Certo, sono temi astratti ed è all’interno di questi che dovete cercare un’idea che vi conduca al racconto di un argomento interessante per i più, perché riguarda l’umanità, quindi potenzialmente un vasto gruppo di persone, anche se si concentra su un singolo soggetto o su piccole comunità.
Ricordate però… Un personaggio a cui va tutto bene, perfetto, con una bella famiglia, amato e ben voluto, purtroppo, non verrà particolarmente apprezzato dal pubblico.
Molti mi chiedono come mai in fotografia funzionino solo storie di difficoltà, socialmente difficili, talmente tristi o complicate da far rabbrividire.

Temi che coinvolgono l’uomo che, molto spesso, non sempre, hanno a che fare con alcune particolari condizioni umane come la malattia, la guerra, il disagio, la droga, il sesso, il cibo, l’ambiente, le tragedie familiari. Mi sono data questa risposta: la verità è che abbiamo un lato oscuro e siamo morbosi. La morbosità dà una strana esaltazione, anche fisica, uno stimolo quasi animale che ha, probabilmente, anche un valore dal punto di vista evolutivo. Le gazzelle osservano fintanto che una loro simile viene divorata da un leone. E così conoscono a cosa sono esposte se sospendono la loro corsa e si distraggono. Se si pensa alla sofferenza degli altri, è possibile che ci si senta in qualche modo sollevati di averla scampata. Lo stesso motivo, a mio parere, che fa funzionare lavori fotografici “tragici”. Spesso, tra l’altro, se si fotografa qualcosa di vissuto in prima persona, si dà l’impressione di essere semplici, attendibili e qualificati per farlo.
Allo stesso tempo, di fronte a immagini di stragi, incidenti, scatta una certa autotutela: rimaniamo quasi impassibili. Guardando il TG a pranzo e sentendo notizie tragiche, difficilmente ci lasciamo coinvolgere emotivamente, cioè continuiamo a mangiare tranquillamente, come se quelle notizie non ci riguardassero più di tanto, o comunque
riguardassero qualcosa di molto. È ovvio che questo discorso non vale per tutti, ma è inutile negare che se sentiamo la notizia di qualche strage in TV, mezz’ora dopo siamo in giro con gli amici. Non dovrebbe crearsi un senso di sconforto e preoccupazione tali da reagire?
Schierarci, muoverci, prendere posizione, mobilitarci, in quanti lo fanno ancora? Eppure siamo tutti (chi più chi meno) affascinati dalle disgrazie altrui.

Pensate anche all’umorismo, che si basa in grande parte sul fatto che qualcosa di spiacevole avvenga a qualcun altro.

Concludo con le parole di Francesco Nacci, mi sembrano calzanti e mi piacciono molto: «[…] È infatti finito il tempo in cui saper produrre una bella immagine fotografica, conoscere i segreti del materiale sensibile e le tecniche di ripresa e di utilizzo della macchina fotografica, erano considerati un privilegio, e lo erano, di pochi fortunati, studiosi e sperimentatori, amanti dell’arte non senza una certa disponibilità economica. È anche finito il tempo della cultura intesa come possesso di molte nozioni, di un titolo di studio superiore, preferibilmente classico-umanistico, di un trascorso sui libri e sulla dissertazione filosofica, dedicato allo studio dei grandi maestri della storia, ai fatti e ai movimenti intellettuali del passato, alla speculazione illuminata.
Oggi la cultura, quando non scritta con la “Q maiuscola”, è capacità di interpretare il presente, di ragionare sulle cose, di riconoscerne i valori, gli interrogativi, i significati. Capacità di vivere coscientemente il proprio tempo».

Impariamo quindi a raccontare storie forti, impariamo a concepire la arte narrativa del nostro lavoro.

Questo e molto altro sul mio libro: Storytelling a chi? Guida per fotografi cantastorie  Editore Emuse

Se ti interessa un Corso di Storytelling fotografico, dai un’occhiata qui

Altri corsi per imparare a raccontare con le tue immagini

Ciao

Sara

Altri articoli che ti potrebbero interessare:

Siamo un paese di impreparati competenti.

Siamo un paese di impreparati competenti.

Stravolti ed esposti ad informazioni di ogni genere, facilitati da internet  e dalla tecnologia in generale, ci sentiamo tutti uguali da dietro i pc.

Autocompiacimento e egotismo: tutti sanno tutto.

Quattro cazzate sulla fotografia nel web e nel circolo di paese, quattro foto con più di 30 like e siamo convinti di poter discutere a pari di tutti.

Gridiamo su facebook le nostre posizioni e gridiamo allo stesso modo in faccia ad un critico di settore o un panettiere.

fotor_14

Spesso il web non aiuta in questo senso. Si risponde alle discussioni senza effettivamente sapere con chi ci si interfaccia e forse manco ci interessa, sappiamo tutto.

La considerazione che si da al panettiere e al critico, è la stessa per il medesimo motivo che ho spiegato sopra. Questo porta ad un’esponenziale crescita di convinzioni sbagliate e l’ignoranza settoriale dilaga.

Succede anche in fotografia.

Il riconoscimento e la valorizzazione della competenza, nulli. Tutti uguali, l’appiattimento della considerazione.

Eppure la diffusione di notizie avrebbe dovuto portare ad un pubblico sapiente.

Invece no, siamo non informati e sempre incazzati, tutte le opinioni hanno pari valore e si è d’accordo solo con chi la pensa uguale a noi (a prescindere da chi sia), voglio conferme su quello che credo, voglio la conferma di quanto “sono bravo”, non confronti che mettano in discussione la mia tesi, le mie foto.

Tutte le discussioni diventano zuffe, eppure dal vivo, nei miei numerosi incontri, non mi capita praticamente mai di avere particolari scontri. Sul web, il caos.

Onanismo virtuale.

Ciao Sara

 

Scattate buone fotografie, oppure no?

Ciao! Una delle cose che mi viene chiesta più spesso è:
Come faccio a capire se una mia foto è buona?
Bene, ci sono molti elementi che la possono fare  considerare tale. Alcuni riguardano l’aspetto tecnico, altri invece il contenuto ed il messaggio dell’immagine.
Vi scrivo cosa guardo io, spero possa essere utile.

1) Si percepisce bene quale sia il soggetto?
Guardate con attenzione, cosa verrebbe notato, a primo impatto, da chi osserva la vostra immagine?

Ricordate che dovreste far cadere l’attenzione sulle parti della foto che desiderate vengano lette dal fruitore finale, fate in modo di accompagnare lo sguardo attraverso i punti di interesse.

2) Ci sono elementi che distraggono?
Ombre, elementi sullo sfondo, colori vivaci che distolgono attenzione dal soggetto. Prestate attenzione, non basta beccare il soggetto, soprattutto per strada (ma in qualsiasi genere fotografico), dovete prestare attenzione alla composizione e alla relazione tra gli elementi che desiderate includere.
Le linee create dalle strutture, da ombre, da elementi umani o dal vostro soggetto, fanno in modo che la lettura della foto avvenga in modo corretto?

3) L’ esposizione è quella che desideravo? Non esistono foto corrette come esposizione o sbagliate… chiedetevi, dato che avete scelto di sovraesporre o sottoesporre o esporre sul suggerimento della macchina fotografica, se questo è funzionale all’immagine e al messaggio che volete mandare.

4) Ho usato la focale giusta?
La prospettiva della foto è quella che desideravo? Con quale focale avrei ottenuto una resa migliore?
Ricordate che più è lunga la focale, più si schiacciano i piani (otterrete inoltre, a seconda della quantità di sfocato, uno stacco maggiore dal fondo e meno elementi a cui dare peso), più la focale è corta, maggiore sarà il campo ripreso e la profondità di campo.

Fotografia di Anna Wu
anna-wu-photography

5) Cosa succede sullo sfondo?
Come ho accennato sopra, anche se in qualche caso non lo considerate, lo sfondo è da comporre quanto il soggetto principale. Spesso le foto migliori sono quelle in cui i due elementi comunicano tra loro.
Il contesto è fondamentale per strada, per esempio, imparate a considerarlo quanto gli elementi che metterete in primo piano.

6) La foto è composta bene?
Premetto che ci sono foto composte non seguendo nessuna regola precisa (per intenderci regola dei terzi) che funzionano benissimo. Spesso, se il contenuto della fotografia è molto potente, il fattore compositivo potrebbe passare in secondo piano.

Se state iniziando o è poco che fotografate, seguite tutte le regole possibili per poi infrangerle, piano piano, nel tempo.

7) Che genere di postproduzione richiede la foto?
Beh! Se state costruendo un progetto da tempo, avreste già dovuto scegliere quale tipo di postproduzione utilizzare per il vostro lavoro. Se invece è la prima foto di un progetto fotografico o una foto singola, ricordate sempre che un’immagine raramente viene migliorata dal fotoritocco.
Uno dei miei motti preferiti è:
Una foto di merda ritoccata bene, rimane una foto di merda! Sara Munari In sostanza con il fotoritocco potete migliorare alcune cose, ma non esagerate mai.
Se la foto necessita di fotoritocco per carenze tecniche, migliorare la tecnica, non la postproduzione!

dsc_9348

bn

8) Siamo sicuri di aver mandato il giusto messaggio?

Quando scattiamo una fotografia, spesso ci dimentichiamo che, in un modo o nell’altro, questa immagine porta con sé un messaggio. Certamente le possibili interpretazioni di fronte ad una foto sono molteplici, ma da fotografi, dobbiamo metterci nelle condizioni di far arrivare un contenuto preciso con il nostro lavoro. Se l’immagine fa parte di un progetto, è probabile che il messaggio si percepisca dal lavoro nel suo insieme.

Se è una fotografia singola che stiamo proponendo, spesso si è certi che nella foto sia portatrice di un messaggio, di cui manco si vede l’ombra.

Dico sempre ai ragazzi “nella foto, c’è quello che c’è nella foto e basta”. Chi guarda la foto non sa in che condizioni eravate voi, cosa avete provato, non conosce i contesti e le situazioni, quindi imparate a non dare niente per scontato.

9) Siamo sicuri che la foto non sia l’ennesima riproduzione di altre foto simili?

Evitate di fare ennesime produzioni di cose già viste e riviste. So che non è facile, ma dovete studiare, capire cosa è già stato fatto e cercare di portare un tassello in più, alla totalità delle immagini prodotte, che sia diverso per l’interpretazione del soggetto che potreste essere in grado di fare.

Ricordiamoci sempre che se non abbiamo un cazzo da dire, possiamo anche stare zitti e non fotografare.

Ciao

Sara

Vi fate domande, le domande giuste quando iniziate un progetto fotografico?

fotor_14Sara Munari delta del Volga

Io sono e resto per i lavori progettuali, lì vedo il fotografo.

Rimango dell’idea che qualche singolo scatto potrebbe “saltare fuori” a chiunque. E’ sulle lunghe distanze che si vede chi, con perseveranza, coerenza formale e stilistica, è riuscito a produrre un lavoro omogeneo e interessante.

Ricordate comunque che per produrre un racconto, è sulle singole immagini che dobbiamo concentrarci ( un articolo su questo argomento qui).

Fotografando, dovrete porre attenzione alle scelte compositive e al messaggio di ogni vostra singola fotografia , che dovrà essere funzionale al discorso che state intraprendendo.

Non voglio comunque limitarmi a parlare di singoli scatti, entriamo nel vivo del tema del racconto, del discorso che il fotografo vuole fare attraverso le sue immagini.

Ecco le domande che ci si pone prima di cominciare un progetto fotografico:

  1. Che argomento voglio trattare?
  2. Quale è la mia storia che tratterò all’interno dell’argomento?
  3. Che funzione ha il mio racconto, a cosa serve?
  4. Voglio esprimere un parere o esibire un’interpretazione?
  5. Che stile voglio usare?
  6. Chi sono i miei soggetti?
  7. Come li inserisco nella storia?
  8. Chi guarderà le immagini, si sentirà coinvolto?
  9. Quale è il contesto del lavoro?
  10. Quale è il mio target?
  11. Il lavoro è vendibile? Se si, a chi?
  12. Per ultima, ma non meno importante, ho un budget sufficiente? Se no, dove cavolo trovo i soldi?

So che consegnare domande, invece di dare risposte, può non sembrare carino. Ma se iniziate con il farvi le domande giuste, stringerete il campo d’azione e vi muoverete meglio in fotografia.

Ciao Sara

 Ti potrebbe interessare anche

Tre modi per raccontare una storia con la fotografia

Quattro elementi fondamentali per raccontare una storia

Le caratteristiche di un buon fotografo

Per i miei corsi

 

Siete a caccia della LUCE?

 

Essere a caccia della luce significa avere l’opportunità di cambiare una situazione ordinaria in una magia.

Vi siete dimenticati che “fotografia” significa “disegnare con la luce”?

In qualsiasi situazione, che piove o ci sia il sole, avete la necessità, se volete fare delle vostre immagini delle buone immagini, di calcolare il fattore LUCE.

Seguitela.

Per strada potreste cercare le zone con molto contrasto e differenza tra ombra e luce.

In barba a chi dice che le ore centrali della giornata non possono essere sfruttate per fotografare, fate foto nelle vostre pause pranzo, se c’è sole.

Potete provare a sotto esporre direttamente in fase di scatto e ottenere fotografie tipo questa:

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La foto funziona perché il sole mi illumina il pallone che il ragazzino, mentre passava, faceva con la gomma da masticare. Io ero seduta per terra.

 

In fase di ritocco potreste poi aggiungere nero nei neri facendo attenzione a non esagerare con il contrasto.

Certo se manca la luce del tutto, sarà davvero difficile fare qualcosa di buono, potreste comunque sfruttare le illuminazioni artificiali di negozi, lampioni, ecc.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Albergo a Ho Chi Min. Sara Munari

 

 

Uno degli esempi migliori di chi sfrutta luce a tutte le ore e sfrutta bene pure i il colore, lo avete in Alex Webb. (Abbiamo parlato di lui qui)

MEXICO. Nuevo Laredo, Tamaulipas. 1996.

MEXICO. Nuevo Laredo, Tamaulipas. 1996. Fotografia di Alex Webb

 

Credo che lui torni e ritorni sullo stesso posto per studiare la luce e la scatti solo quando questa è esattamente quella desiderata.

Quindi vi consiglio, se potete, di studiare un luogo che vi sembra perfetto per una fotografia, capire come cadrà la luce su questo posto, e rifarvi un giro negli orari perfetti per la vostra immagine.

Lo stesso posto, con una luce pessima (nella ora sbagliata della giornata) cambia completamente il risultato e vi fa passare da un’ottima foto ad un’immagine noiosa…

C’è chi dice che le ore migliori in cui scattare siano quelle della “Golden hour”

Qui avevo spiegato le caratteristiche della luce e cos’è la Golden hour e quando si verifica.

Qui un articolo su come riconoscere la luce

Qui una app per calcorare quando si verifica APP per scoprire quando cade l’ora d’oro ovunque ti trovi, clicca qui “golden hour calculator

Ciao baci

Sara

Come approcciarsi ad un progetto fotografico

fa-ridiri-e-fa-rudiri-7Fotografia di Sara Munari Palermo Ballarò

Quando ti ritrovi in mano la macchina fotografica, ti sembra un oggetto magico, pieno di tastini ( che non servono a un cavolo), pieno di elementi da scoprire.

Una volta innamorati del mezzo,  siete pronti per uscire nel mondo. Raramente da fotografi si passa molto tempo a ragionare su esposizione o composizione. Piuttosto, come ho detto, si tenta di usare il mezzo entro i suoi limiti.

Per fare questo dovete sapere bene cosa avete in mano e non pensare che premendo l’indice sul bottoncino abbiate fatto una fotografia, avete prodotto un’immagine.

Rimango del parere che il fotografo, sia tale quando l’atto che compie producendo i suoi lavori, sia consapevole, legato ad una certa responsabilità.

Il fotografo ha il dovere di mostrare cose non viste, mai interpretate in quel modo o idee, alle quali non eravamo stati in grado di giungere da soli.

Tutto il resto delle persone produce immagini, che potremmo tranquillamente trovare in Google.

La gente riproduce fotografie, non produce.

Siamo pieni di ricordi inconsapevoli di immagini viste e immagazzinate nella memoria, che riprodurle quando ce le ritroviamo di fronte è un atto semplice. Una copia. Anche se, probabilmente, c’è chi fa male anche questo.

Questo è uno dei motivi per cui, per “giudicare” un fotografo, bisognerebbe avere la possibilità di vedere almeno un progetto intero, se non tutta la sua produzione.

Certo, se il vostro intento è piacere alle masse, metterle nelle condizioni di identificare quello che state facendo, essere semplici e riconoscibili è il modo migliore per ottenere consensi.

Qualche volta il non piacere potrebbe essere positivo, potrebbe voler dire che siete “troppo avanti” per le masse, ma le persone geniali in fotografia, sono davvero poche.

Tra l’altro l’originalità, la singolarità e l’irriconoscibilità si pagano, da fotografi e non solo.

Ne è la prova il fatto che, alcuni autori, vengano riconosciuti come artisti, dopo la morte, come se l’epoca vissuta non fosse adeguata al proprio talento.

In qualche caso hai un’idea e la formalizzi, senza nemmeno percepire quale sarà la reazione che tale lavoro potrebbe provocare. L’importante è che tu ti sia prefissato un obbiettivo e abbia tentato di raggiungerlo.

In altri casi, non hai idee in testa, esci e scatti, scatti. Produci 1000 immagini in un giorno ma effettivamente, non porti a casa nulla. Capita di rado che succeda qualcosa di diverso da questo.

La consapevolezza, e torniamo a quello che dicevo prima, è fondamentale.

Motivo per cui, se non hai idee da realizzare, forse dovresti stare a casa direttamente.

Elementi tecnici ed espressivi

Esistono una serie di elementi che, se usati, da fotografo, hanno una grammatica per cui, la realizzazione della vostra idea, sarà di più semplice lettura.

Prima di tutto mi riferisco agli elementi tecnici:

  1. Scelta prima dello scatto se il lavoro sarà in bianco e nero o a colori
  2. Scelta della fotocamera
  3. Scelta dell’ottica
  4. Scelta del formato fotografico
  5. Scelta del diaframma e del tempo di scatto
  6. Scelta della distanza di ripresa
  7. Scelta dopo la fase di scatto di ritocco, formato di stampa, numero di foto
  8. Scelta del titolo del lavoro ( meno tecnico e fondamentale)

Accertati gli elementi basilari che determinano la “struttura tecnica” della nostra fotografia, dobbiamo concentrarci sull’ efficacia del nostro “racconto fotografico”, sui fattori espressivi.

Quindi le domande che mi farò per produrre il mio lavoro saranno:

  1. Che argomento voglio trattare?
  2. Voglio esprimere un parere o esibire un’interpretazione?
  3. Che stile voglio usare?
  4. Chi sono i miei soggetti?
  5. Come li inserisco nell’inquadratura?
  6. Quale è il contesto del lavoro?
  7. Quale è la mia storia?

Da qui in poi, non posso limitarmi a parlare di singoli scatti, ma entriamo nel vivo del tema del racconto, del discorso che il fotografo vuole fare attraverso le sue immagini.

In ogni caso, fotografando, dovrete porre attenzione alle scelte compositive, alla struttura formale di ogni vostra singola fotografia che dovrà essere funzionale al discorso che state intraprendendo.

….continua….

Ciao baci Sara

Testo tratto dal mio libro IL FOTOGRAFO EQUILIBRISTA, per acquisto

41clk-zuptl-_sy346_1