Mostre consigliate a febbraio

Nuove mostre ci aspettano a febbraio, non perdiamole!

Anna

Edward Weston. La materia delle forme

Figura umana nuda accovacciata con le braccia attorno alle gambe, in un'illuminazione contrastante.
Edward Weston, Nude, 1936, Gelatin silver print, Center for Creative Photography, The University of Arizona. Gift of the Estate of A. Richard Diebold, Jr © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

CAMERA presenta Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación MAPFRE in collaborazione con CAMERA, che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.

Dal 12 febbraio al 2 giugno 2026, l’esposizione riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.

Curata da Sérgio Mah, la mostra ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.

Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.

12 febbraio – 2 giugno 2026 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio

<em>Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio</em> I Courtesy Marsilio
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio I Courtesy Marsilio

La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio arriva a Milano con un’ampia e inedita selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.

L’esposizione sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026 e rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026.

La retrospettiva, curata da Denis Curti, è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia ne Le Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.

A Milano il curatore accompagna il pubblico in un viaggio nella ricerca estetica del fotografo, tra i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica.

Accompagnano la mostra il podcast – disponibile dal 21 ottobre su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.

Una mostra promossa da Comune di Milano-Cultura prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.

Dal 29 gennaio 2026 al 17 maggio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Giovanni Gastel. Rewind

Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel
© Image Service srl | Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel

“Fotografare è una necessità e non un lavoro.
Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta”.
Giovanni Gastel
 
Dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, Palazzo Citterio a Milano rende omaggio a Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea, e alla sua parabola artistica.
 
La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere la sua intera carriera da una nuova prospettiva, non cronologica ma tematica, poetica e profondamente personale.
Il suo stile si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità; tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile.
 
“È stato Giovanni stesso – racconta Uberto Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.
 
“A cinque anni esatti dalla scomparsa – afferma Angelo Crespi, Direttore Generale Pinacoteca di Brera – l’idea di celebrare non solo la carriera da fotografo, ma in primis la persona di Giovanni, mi sembra il modo migliore di rendere onore a un grande artista che ha saputo essere libero e creativo, e che tutti ricordano per l’umanità e l’empatia con cui si relazionava con gli altri nella vita di tutti i giorni. Il suo talento gli permise di creare un mondo che oggi appare, nelle sale allestite di Palazzo Citterio, esorbitante e immaginifico. Come nella recente mostra di Armani, sono convinto che l’obiettivo della Grande Brera sia di essere il centro di una città in cui buon gusto, forma e misura, bellezza e senso sono i valori fondanti; e Gastel ha esaltato al massimo grado lo stile di Milano allo stesso tempo rigoroso e audace”.
 
Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiori, si sviluppa all’interno di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini – di cui 140 inedite 30 scatti iconici, 10 in grande formato, polaroid, i Fondi oro – dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo, a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro.
 
Per la prima volta, una mostra proporrà alcuni dei suoi scritti e delle sue poesie, che sono state da sempre parti integranti del suo immaginario.
 
La rassegna è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che ha legato Gastel alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale ma una vera e propria matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo.
Cresciuto in un ambiente aristocratico milanese (la madre apparteneva alla famiglia Visconti), Gastel ha vissuto in una dimensione a metà tra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo.
Da questa alchimia è nata la sua cifra stilistica elegante, precisa, intellettuale e, al tempo stesso, leggera, ironica e libera.
Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico. Non a caso Harpers Bazaar USA lo ha definito “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
Il suo impegno per la città è stato concreto: ha sostenuto iniziative sociali come Progetto Itaca Milano e la nota campagna per lo IEO di Umberto Veronesi, a testimonianza di un legame affettivo che andava oltre la fotografia.
 
Accompagna la mostra un catalogo Allemandi Editore, curato da Luca Stoppini, di oltre 300 pagine e più di 200 immagini, che ripercorrono integralmente la carriera di Giovanni Gastel, con contributi e testimonianze di amici, storici dell’arte e curatori.

Dal 30 gennaio 2026 al 26 luglio 2026 – Palazzo Citterio – Milano

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I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti – Il Bianco e il Nero

Mario De Biasi, Milano, 1949
Mario De Biasi, Milano, 1949

Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, THE POOL NYCin Palazzo Fagnani Ronzoni a Milano, presenta il secondo capitolo del format I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti, che ripercorre la storia della fotografia italiana, dal Futurismo alla grande stagione del Neorealismo, dalle ricerche concettuali all’esperienza fondamentale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri.

Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi della produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.

Dopo l’appuntamento dedicato a quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche, ecco quello che propone le opere di autori che si sono distinti nell’utilizzo del bianco e nero.

Il percorso espositivo, composto da 80 fotografie di 28 maestri italiani e internazionali, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi, approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, in cui le colline e i campi coltivati delle Marche sono ridotti a segni grafici, come se il risultato finale fosse prodotto dal bulino di un incisore e non dall’obiettivo e di Antonio Biasiucci, che esplora le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.

Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva. 

Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento.Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.

Anche per questo secondo episodio, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.

Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pio Monti, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralf Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Minor White, Silvio Wolf, Willy Zielke.

Dal 15 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano

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Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza

Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi

Un percorso che porta il pubblico dentro il lavoro di chi fa ricerca sui beni culturali, mostrando non solo ciò che del patrimonio è visibile, ma soprattutto ciò che solitamente resta nascosto: metodi, strumenti, competenze e interpretazioni che ogni giorno permettono di comprenderlo, conservarlo e raccontarlo.
È questo lo spirito di “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza”, la mostra a cura di Fabio Beltotto e organizzata dalla Fondazione CHANGES, che apre il 16 gennaio 2026 nelle storiche sale del Museo di Roma – Palazzo Braschi. L’esposizione nasce nell’ambito del progetto CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR – NextGenerationEU, e che riunisce università, istituzioni culturali e imprese impegnate a ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione.
Il percorso si sviluppa attraverso fotografie, video, installazioni e materiali digitali, frutto di una collaborazione diretta tra i fotografi — Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante — e i team di ricerca dei partner nazionali del progetto CHANGES, tra cui Sapienza Università di Roma, Università Ca’ Foscari Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e molte altre realtà coinvolte nelle diverse linee progettuali.

Le immagini e le installazioni interattive in mostra raccontano le principali aree della ricerca applicata ai beni culturali: dall’archeobotanica, che permette di ricostruire gli ambienti e le ecologie del passato, al patrimonio della moda come sistema complesso di memorie materiali e immateriali; dalle indagini sul paesaggio come intreccio dinamico tra storia, comunità e territorio, alle sperimentazioni sui digital twin che rendono accessibili nel tempo opere d’arte, allestimenti, collezioni e contenuti museali.
Ogni sezione è il risultato di un lavoro congiunto tra ricercatori e artisti, un dialogo che permette alla fotografia di diventare non semplice documento, ma strumento di interpretazione capace di far emergere connessioni e storie spesso invisibili.

«Questa esposizione rappresenta un momento di restituzione fondamentale per l’intera rete di partner coinvolti in CHANGES. Negli ultimi tre anni l’intero partenariato ha contribuito a creare un sistema nazionale capace di innovare il modo in cui il patrimonio viene studiato, condiviso e vissuto. in Beyond Heritage questa missione prende vita, mostrando come la ricerca — nelle sue dimensioni scientifiche, sociali e culturali — sia un processo collettivo che rafforza la nostra capacità di comprendere il patrimonio come risorsa viva e collettiva». – Antonella Polimeni, Presidente della Fondazione CHANGES
«Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano delle ricercatrici e dei ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in un uno strumento di scambio e conoscenza. È un omaggio alla rete interdisciplinare che sostiene il progetto CHANGES e alla sua capacità di costruire nuove forme di interpretazione e di tutela del patrimonio culturale». – Fabio Beltotto, curatore
La mostra “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza” è in collaborazione con Musei in Comune Roma e Zetema Progetto Cultura.

Dal 16 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – Museo di Roma a Palazzo Braschi

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Il mondo e la tenerezza. Walter Rosenblum Master of Photography


 Oltre 110 fotografie vintage raccontano il Novecento attraverso uno sguardo umano, empatico e potente. Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, il Centro Culturale di Milano ospita la mostra Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum, uno dei grandi maestri della fotografia sociale del XX secolo. Un progetto espositivo di respiro internazionale che porta in Italia, per la prima volta, una selezione ampia e significativa del suo lavoro.

La mostra, curata da Roberto Mutti, offre un’occasione rara per entrare in contatto con uno sguardo capace di unire rigore documentaristico e profonda empatia.

Walter Rosenblum (1919–2006) è stato una figura centrale della fotografia americana del XX secolo. Il suo lavoro si colloca tra la fotografia sociale di Lewis Hine e il reportage umanistico di Paul Strand, ma trova una voce del tutto personale nel modo in cui racconta le persone comuni.

Per Rosenblum la fotografia non è mai distanza. È incontro, ascolto, rispetto. Le sue immagini non cercano l’eccezionale, ma l’essenziale: la vita quotidiana, le relazioni, la dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili.

Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da un lato la realtà storica, sociale e politica del Novecento; dall’altro uno sguardo intimo e partecipe che attraversa anche la guerra, la povertà e l’emarginazione.

Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Rosenblum, dalle prime immagini scattate negli anni Trenta fino ai lavori più maturi. Le fotografie raccontano l’esperienza degli immigrati negli Stati Uniti, la vita nei quartieri popolari di New York, le conseguenze dei conflitti europei, fino alle immagini realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni scatto restituisce centralità all’essere umano, che non viene mai ridotto a semplice soggetto fotografico, ma diventa protagonista di una storia più ampia.

Ancora giovanissimo, Rosenblum entra nella Photo League, un collettivo che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fotografia sociale americana. Qui matura una visione etica della fotografia come strumento di responsabilità civile. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavora come fotoreporter per l’esercito americano. Documenta lo sbarco in Normandia e realizza le prime riprese del campo di concentramento di Dachau.
Esperienze che segnano profondamente il suo lavoro e il suo modo di guardare il mondo, senza mai rinunciare a uno sguardo umano.

All’interno del programma della mostra è prevista la proiezione del film “Walter Rosenblum. In Search of Pitt Street”, diretto da Nina Rosenblum, figlia del fotografo e regista di rilievo internazionale.
La proiezione si terrà giovedì 4 dicembre 2025 presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano, con ingresso libero su prenotazione.

Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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Paolo Di Paolo, fotografie ritrovate

Un ragazzo con una maglietta a righe tiene in braccio un gatto mentre osserva un'autostrada in lontananza, circondato da un paesaggio rurale.

Una retrospettiva di circa 300 fotografie di un fotografo che con delicatezza, rigore e sapienza ha raccontato l’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

È stato il fotografo più̀ amato de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, e collaboratore tra i più assidui del settimanale Tempo, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà̀, intellettuali e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.
Le sue foto, riscoperte dalla figlia dopo più di cinquant’anni di oblio, sono state presentate in modo organico, per la prima volta, in una grande mostra al MAXXI di Roma nel 2019. Oggi, a cento anni dalla nascita, Silvia Di Paolo ha rivisitato l’archivio di suo padre e insieme a Giovanna Calvenzi propone un nuovo sguardo sul suo sorprendente lavoro che inizia con le inedite immagini realizzate agli esordi, ripercorre il lungo impegno dedicato a raccontare i mutamenti della società italiana, il mondo del cinema, i viaggi all’estero.

La mostra, che mescolerà molte fotografie inedite e per la prima volta anche a colori, insieme a materiali d’archivio, video, riviste d’epoca e documenti originali, avrà un focus dedicato alla città di Genova.

23 Ott 2025 — 06 Apr 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Ritratto in bianco e nero di una donna di spalle, con un tatuaggio e ombre di felci sulla pelle.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, con il patrocinio di Azimut, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, sede bolognese di Azimut Capital Management SGR SpA, società del gruppo Azimut, tra le più importanti realtà indipendenti nella gestione dei patrimoni. La mostra è organizzata da Laura Frasca Art Manager della fotografa, ed è accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.  

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Italia di mezzo – Autori Vari

Vista notturna di un canale che scorre accanto a edifici industriali, con fuochi d'artificio che brillano nel cielo.

Com’è articolata e quali sono i temi che pone alla transizione socio-ecologica tutta quella parte intermedia del Paese, compresa tra aree metropolitane e aree interne, tra grandi città e territori
periferici e marginali? L’Italia di mezzo, come la definiamo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale e comprende un insieme variegato di contesti, paesaggi, comunità e storie locali: città medie, reti policentriche di piccoli e medio-piccoli comuni, pianure e colline abitate, sistemi urbanizzati pedemontani e vallivi, contesti di dispersione insediativa. Dopo decenni di attenzione alle aree
metropolitane e, in anni più recenti, alle aree remote e interne, la maggior parte del territorio italiano è rimasta priva di rappresentazioni e di visioni, rendendo questi territori meno attrezzati per affrontare le sfide del presente e cogliere le opportunità nel prossimo futuro. La mostra e il ciclo di seminari ed eventi che la accompagnano racconta il lavoro di ricerca e di esplorazione territoriale condotto negli ultimi tre anni da un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Milano e di altri Atenei nella provincia italiana.
L’obiettivo è duplice: da un lato, comprendere le trasformazioni in atto attraverso un’analisi approfondita di processi nazionali e di fenomeni locali; dall’altro, immaginare traiettorie possibili, più
sostenibili, inclusive e resilienti.
La mostra restituisce e discute alcuni temi e questioni rilevanti (scuola, casa, produzione, agricoltura, suolo, energia) attraverso un percorso di esplorazione che ha utilizzato strumenti diversi: mappe e repertori cartografici per restituire dati e dinamiche territoriali; voci e storie di luoghi, pratiche e contesti; racconti fotografici che permettono di cogliere i paesaggi e costruire sguardi.
Un ciclo di tre seminari discuterà le ipotesi e gli esiti della ricerca attraverso i volumi pubblicati (Italia di mezzo, Donzelli 2024; Collana dei Ritratti dell’Italia di mezzo, 2025-26) e le campagne fotografiche; un programma di proiezioni affiancherà visioni cinematografiche e storie (tre serate cineforum); una giornata di studio concluderà i lavori riflettendo sulle prospettive di ricerca e di azione per i ritratti dell’Italia di mezzo.

Fotografie:
Enrico Bedolo, Tomaso Clavarino, Cédric Desasson, Giovanni Hänninen, Peppe Maisto, Paolo Mazzo,
Michele Nastasi, Gioia Onorati, Andrea Pertoldeo, Fausta Riva, Filippo Romano, Andrea Simi.

21.01.26 – 13.02.26 – Politecnico di Milano

Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano

Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise
© Bruno D’Amicis | Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise

Arriva al largo pubblico, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, dal 22 gennaio al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center(NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU.

Una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line – il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco ColomboBruno D’Amicis e Ugo Mellone – selezionati da National Geographic Italia esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e il modo in cui le attività umane incidono sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere ad un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione.

La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi – attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. Afferma Luigi Fiorentino, presidente di NBFC. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»

Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane.

Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.

«Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali – spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.»

«Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo,direttore di National Geographic Italia.

Dal 21 gennaio 2026 al 27 febbraio 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Mostre di fotografia consigliate a gennaio

Iniziamo il nuovo anno godendoci una bella mostra di fotografia, tra quelle che vi consigliamo di seguito.

Anna

Magnum America. The United States

Un uomo vestito in abito formale sorridente, mentre si avvicina a un gruppo di mani protesi verso di lui in un evento affollato.
Foto. © Raymond Depardon/Magnum Photos, 1968

Che cos’è l’America? Attingendo dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos la mostra Magnum America pone al visitatore questa domanda. Organizzata in capitoli decennali che vanno dagli anni ’40 ai giorni nostri, l’esposizione promossa da Forte di Bard e Magnum Photos nel solco di una consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e di costume, mette a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro.
La mostra si basa sull’ampia pubblicazione “Magnum America” edita da Thames & Hudson nel 2024.

Fin dalla sua fondazione nel 1947, Magnum Photos è stata profondamente intrecciata con la storia dell’America: i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni. Per molti dei fondatori europei di Magnum, l’America rappresentava sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica. Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo della vita del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese con uno sguardo distaccato e antropologico. Con la crescita dell’agenzia, fotografi americani come Eve Arnold, Elliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto: dal movimento per i civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam, ai ritratti intimi della vita quotidiana nelle piccole città e nelle grandi metropoli.

Nel corso dei decenni, l’obiettivo di Magnum ha seguito i trionfi e i traumi dell’America: il V-day, la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. Insieme, queste immagini formano un mosaico a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America, e cosa potrebbe diventare.

08/12/2025 – 08/03/2026 – Forte di Bard – Aosta

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Tina Modotti. L’opera

Locandina della mostra 'Tina Modotti. L'opera' con un'immagine di una figura che tiene un bambino in braccio, su sfondo arancione.

Fortemente voluta dalla Sindaca Vittoria Ferdinandi e dall’Assessore alle Politiche culturali Marco Pierini, la mostra si presenta come l’esito di un viaggio alla scoperta di un’artista che sviluppò uno stile unico, caratterizzato da sperimentazione e una forte sensibilità sociale, denso di immagini, documenti, video e oggetti personali che ricostruiscono ed evocano il lavoro e la vita di una delle più emblematiche fotografe del Novecento.
L’esposizione “Tina Modotti. L’opera”, curata da Riccardo Costantini, nasce da uno straordinario progetto di ricerca, frutto di decenni di viaggi, contatti e scoperte in vari luoghi del mondo, seguendo la vita errante della fotografa, che approda a Palazzo della Penna dove viene offerta ai visitatori un’esperienza unica, emozionante ed estremamente ricca, che può contare anche su alcuni scatti inediti, frutto delle ultime ricerche svolte dello stesso curatore, in Messico e negli Stati Uniti.

Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (1896-1942) è stata una figura poliedrica – attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa – la cui vista si intreccia con la storia politica e culturale del Novecento, e le cui vicende di vita hanno spesso fatto dimenticare la sua opera e le sue eccelse capacità artistiche.

In mostra oltre 200 immagini che raccontano l’intensa attività di questa grande fotografa, moltissimi documenti rari, video e audio, e la possibilità di poter ammirare la macchina fotografica che usava all’epoca e alcuni oggetti personali appartenuti a Tina Modotti, come la sua preziosa borsa “istoriata” da viaggio. Tutto questo fa della mostra perugina il ritratto più completo, mai offerto prima in Italia, di quella che è stata definita “la più famosa artista sconosciuta del 20° secolo”.

Dalle prime esperienze a Hollywood, dove recita in film muti e si avvicina alla fotografia grazie a Edward Weston, fino alla maturità artistica in Messico, Modotti sviluppa il suo stile unico di “fotografie oneste”, libere da virtuosismi, attente all’immediatezza e alla sperimentazione. Le sue immagini raccontano la bellezza e la dignità del lavoro, la condizione femminile, le contraddizioni del progresso e il fervore politico di un’epoca segnata da grandi trasformazioni.

Tra i nuclei più significativi, spiccano gli scatti dedicati alle donne di Tehuantepec (1929), testimonianza dell’impegno sociale e antropologico, nonché di profonda attualità in una mostra che, fin dal manifesto scelto per raccontarla in sintesi, parla con grande attualità della dignità delle donne, della loro nobiltà, della loro capacità di essere protagoniste, o nella storia (con l’attivismo politico) o nella società (lavoratrici ma al contempo madri).

Una sezione speciale ricostruisce la prima e unica esposizione realizzata da Modotti nel 1929, offrendo una chiave di lettura unica sulla sua poetica, ricostruendo – in un atto di rispetto commovente, accompagnato da rare musiche d’epoca – una “mostra nella mostra”, come l’aveva immaginata allora la stessa Tina.

La mostra monografica è promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e Cinemazero di Pordenone, che custodisce l’archivio Modotti più ampio al mondo, e con il gestore dei servizi per il pubblico e delle attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.

dal 19 Dicembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo della Penna Centro per le arti contemporanee – Perugia

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Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67

Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967
© Archivio Franco Pinna, Roma/Bologna tutti i diritti riservati | Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967

Con Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978), maestro della fotografia italiana del Novecento, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero.

Il percorso della mostra, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero, oltre a diapositive, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca, fra cui “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, spiega la ragione del suo impegno con il colore, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero.

La mostra prende avvio da Orgosolo 1953, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958), Argia a Tonara (1960) immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961), fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze, disposte come un racconto di lunga durata, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme.

A emergere è la tensione tra documento e rito, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che, come scriveva Federico Fellini nel 1976, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote.
È proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione.

Dal 5 Dicembre 2025 al 1 Marzo 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY NAGY

László Moholy‑Nagy, Untitled
László Moholy‑Nagy, Untitled

Giovedì 27 novembre 2025 alle ore 19.00, presso la Galleria del Palazzo Falconieri in via Giulia, si inaugura il nuovo appuntamento della serie Grandi Maestri della Fotografia promossa dall’Accademia d’Ungheria in Roma. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.

La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.

La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. L’esposizione mostra come la “nuova visione” da lui creata si manifesti in diversi ambiti e attraversi tutta la sua vita, rivelando quanto l’universo visivo dei suoi film coincida con la composizione delle sue fotografie e come l’astrazione dei suoi fotogrammi conduca al mondo delle sue fotografie e dei suoi collage.

L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026 e sarà accompagnata, al Piano Nobile del Palazzo Falconieri, dalla mostra Risonanza – in omaggio a László Moholy‑Nagy, a cura di Pál Németh, che presenta opere di sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli Balázs Veres – spontaneamente sintonizzati con l’eredità del maestro, generando una risonanza creativa che ne rinnova la presenza.

Dal 27 Novembre 2025 al 28 Febbraio 2026 – Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri – Roma

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Walter Rosenblum. Il mondo e la tenerezza

Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938
Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) figura cardine della fotografia del XX secolo approda al Centro Culturale di Milano con una mostra di rilevo internazionale dal titolo “Il mondo e la tenerezza”, che presenta più di 110 fotografie vintage dell’Autore provenienti da New York insieme a rare documentazioni d’epoca.
Curata da Roberto Mutti e prodotta da SUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
 
Rosenblum rappresenta un punto di congiunzione tra la fotografia sociale di Lewis Hine e la nascita del reportage umanistico di Paul Strand, a sua volta in dialogo con figure centrali come Alfred Stieglitz ed Edward Steichen, quando anche la street photography iniziava a delineare un nuovo percorso espressivo, che avrebbe influenzato profondamente le generazioni successive fino ai nostri giorni.
La cifra di Rosenblum, rivelata dalle tante icone che ci ha lasciato, è rendere inscindibile l’arte e il racconto con intento giornalistico, mentre la sua composizione rivela la maestria unica nel saper rivelare l’immagine interiore dell’umano dai luoghi dove esso vive, si esprime, lavora, genera, lotta
 
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure.
 
«La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo» e «il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate» sono frasi che raccontano il cuore del suo lavoro e della visione del mondo di Rosenblum, tratte dal film pluripremiato In Search of Pitt Street. La pellicola, realizzata da sua figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente, sarà proiettata giovedì 4 dicembre nell’auditorium del Centro Culturale di Milano e introdotta da un intervento della regista stessa.
 
Sono altrettante sezioni del percorso espositivo della mostra – sette –  i principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America, nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.
 
Sottolinea Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano: “Rosenblum era anche lui figlio di immigrati ebrei romeni di inizio secolo, poveri e accolti. Usa la fotografia esprimere la dignità dell’essere umano, per dare notizia dell’uomo che vive, della sua appartenenza, mai semplici vittime, una umanità che sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse. La fotografia li riconsegna protagonisti reali e ignoti della vita, eroi umani delle contraddizioni della convivenza”.
 
Il suo primo coinvolgimento con la fotografia iniziò all’età diciassette anni, quando si unì alla Photo League, collettivo americano nato ad inizio anni ’30 con l’intento di fare luce sulle problematiche umane e sociali ignorate dalla politica. Ai fondatori Paul Strand e Berenice Abbott aderirono nel tempo Helen Levitt, Robert Frank, Eugene Smith, Ruth Orkin, Dorothea Lange, Aaron Siskind, lo svizzero Rudy Burckhardt, Lisette Model, Fred Stein, Sid Grossman, Arthur Leipzig e Weegee. Lì si plasmarono le varie strade del reportage umanistico.
Decisivi per Rosenblum sono gli incontri con Lewis Hine (che gli diede in consegna tutta la sua opera), Lewis Hine, l’artefice della fotografia sociale da Ellis Island (contribuendo a cambiare le leggi sul lavoro minorile) all’Empire State Building, e Paul Strand, suo mentore e poi amico indissolubile (bellissimo un suo ritratto in mostra) già autore nel 1921 del celebre film-reportage sulla città ManHatta proiettato in modo permanente al MOMA e autore con Cesare Zavattini del libro cult che segna un nuovo modo di raccontare un evento urbano e umano, Un Paese. Suzzara).
Il movimento della Photo League e i suoi locali poveri ma pieni di vita divennero la sua casa e ne diventò poi uno dei principali animatori, Presidente del comitato espositivo e come direttore dei Photo Notes, fino allo scioglimento forzato di questa esperienza avvenuta nel 1952 nel giro di vite del maccartismo.
 
Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo portò a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ricevendo la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
 
Le fotografie di Walter Rosenblum sono rappresentate in oltre 40 musei e collezioni internazionali, tra cui il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Library of Congress di Washington D.C., la Bibliothèque Nationale di Parigi, Museo Reina Sophia, il Museum of Modern Art di New York.
 
Alla professione di fotografo, esercitata per più di cinquant’anni, Rosenblum ha affiancato quella dell’insegnamento e della affermazione della fotografia del secondo novecento, con una carriera quarantennale al Brooklyn College di New York dal 1947 ed alla Yale Summer School of Art per venticique anni e alla Cooper Union, al Rencontre de La Photographie ad Arles, in Francia e a San Paolo, in Brasile.
 
Insieme a sua moglie, la famosa storica della fotografia Naomi Rosenblum, ha curato mostre internazionali, tra cui la Lewis Hine Retrospective.
Nel 1999 l’International Center of Photography ha conferito a Walter e Naomi Rosenblum l’Infinity Award fo Lifetime Achievement.
 
Accompagna la mostra il libro catalogo ed. SilvanaEditoriale curato da Angelo Maggi dello IUAV di Venezia.

Dal 2 Dicembre 2025 al 19 Febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Silhouette di una persona in profilo che interagisce con un fiore, proiettata su uno sfondo bianco.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Corpus – Autori Vari

Una mano aperta con gocce d'acqua che scorrono, su sfondo scuro.
Camilla di Bella Vecchi. Alluvione, Corpus – Galleria Leòn

In occasione del suo primo anniversario, dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, Galleria Leòn presenta “Corpus“, una mostra collettiva curata da Leonardo Iuffrida – fondatore e direttore della galleria – che riunisce 5 artisti, le cui opere sono state esposte nel corso del primo anno di attività dello spazio.

In un’epoca dominata da selfie, social media e ostentazione dell’io, il corpo è divenuto uno strumento privilegiato nella costruzione dell’identità individuale e collettiva. La galleria ha posto questo tema al centro della sua ricerca, con l’obiettivo di diventare un luogo di riflessione e confronto.

A partire da venerdì 5 dicembre, questo spazio ospiterà “Corpus“, un’indagine visiva che riunisce Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino, ciascuno con una visione distintiva, accomunati dalla capacità di esplorare le modalità con cui il corpo si fa specchio della nostra contemporaneità. Le loro traiettorie si intrecciano in una narrazione che offre mondi ideali, reale contatto e atti di resistenza nel buio oscurantista del presente.

NUDITÀ COME MISTERO E UTOPIA
Camilla Di Bella Vecchi & Marco Gualdoni
Ciò che viene offerto dai due artisti è un mondo utopico, immaginifico e pieno di mistero, che solo un mezzo come la fotografia può rendere credibile. Uno sguardo sul corpo privo di nostalgia, che si fa ponte di memoria verso il futuro. La visione fotografica di Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni attinge all’immaginario della pittura fiamminga, in cui l’uso di una luce epidermica e analitica era simbolo di progresso, equità e sapere. Una luce che, scivolando su ogni più piccolo dettaglio del reale, eliminava gerarchie tra le cose e suscitava sete di conoscenza.

NUDITÀ COME RIAPPROPRIAZIONE DI SÉ, OLTRE LE BARRIERE DIGITALI
Lulù Withheld
La realtà e i nostri corpi sono ogni giorno esperiti attraverso uno schermo tecnologico che espone e dà visibilità, promette protezione e connessione, ma invece isola, filtra e crea visioni anestetizzate. In un pulviscolo di pixel, i corpi fotografati da Withheld recuperano la loro fisicità e materialità perduta, con l’intento di abbattere le barriere e ritrovare un reale contatto con sé stessi e gli altri.

NUDITÀ COME LEGAME COMUNITARIO E ATTO DI RESISTENZA
Ettore Moni
I ritratti fotografici realizzati da Ettore Moni trasformano l’osservazione in un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Un’esplorazione di identità libere, outsider e non conformiste con cui ritrovare, attraverso la loro nudità, il coraggio di essere sé stessi e il senso profondo di una comune appartenenza. Ogni scatto permette di rispecchiarsi nell’altro, ampliare i nostri orizzonti e trovare legami condivisi.

NUDITÀ COME FIORITURA EMOTIVA
Serafino
Francesco Esposito, in arte Serafino, si ispira alla natura per ripensare le relazioni, l’amore e l’ordine sociale. Fotografa corpi, abbracci e connessioni umane, affiancandoli a scatti di elementi naturali. L’invito è a ridefinire i legami sentimentali ed affettivi non solo come una strada a senso unico, ma come una rete infinita di possibilità.

dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026 – Galleria Leòn – Bologna

Mostre di fotografia consigliate a dicembre

Chiudiamo l’anno con una serie di mostre davvero interessanti.

Date un’occhiata qua sotto!

Anna

Kristine Potter: Dark Waters

foto: Kristine Potter, Road Ends in Water, 2018

Stati Uniti meridionali. Dark Waters è ambientato in questi luoghi e avvolto in un alone di mistero. Le acque del titolo, scure e cupe, sono quelle dei fiumi e dei laghi di queste regioni e portano nomi segnati dalla violenza, come il torrente Murder Creek o il fiume Bloody River.

Potter attraversa le regioni più orientali, risalendo il corso dei fiumi. Usa la fotografia per mettere in evidenza il legame tra natura e leggenda, il condizionamento reciproco tra ambiente e cultura: la natura alimenta un clima culturale – e questo, a sua volta, proietta le proprie paure sui luoghi della natura. 

Al centro di questo lavoro è la consapevolezza che le narrazioni di violenza contro le donne rappresentano una parte sostanziale del nostro consumo culturale.  

Cosa significa questo per le donne, che impatto ha sulla loro vita? Potter utilizza simbolicamente le murder ballad – letteralmente ballate assassine, siamo nel solco della tradizione country –  e in particolare le canzoni in cui si narra di donne uccise da uomini e poi abbandonate nei fiumi o in mezzo ai boschi.

Alcune di queste canzoni sono grandi successi che continuano a essere eseguiti e registrati; raccontano storie di crimini realmente accaduti e narrati anche al cinema, in televisione, nei podcast. 

Le fotografie di Dark Waters attingono a due linguaggi diversi: da un lato quello documentario, dall’altro quello delle immagini costruite. Laddove i due linguaggi si intersecano le differenze non si distinguono quasi più: sono increspate come la superficie dell’acqua, opache come l’identità femminile quando è sommersa dalle narrazioni della violenza, costretta a occupare lo spazio liminale tra realtà e immaginazione. Costantemente vigile, perennemente esposta.

In questo gioco tra realtà e immaginazione il lavoro di Kristine Potter, pur immerso nel contesto degli Stati Uniti meridionali, trova corrispondenza universale.

Dark Waters diventa un appello alla consapevolezza e al cambiamento a favore dell’esercizio di una forza inarrestabile come la marea, per allontanarci dalle persistenti correnti della violenza, verso un orizzonte in cui queste non esistano più, finalmente relegate al passato.

Dal 14 novembre al 14 dicembre – MICamera – Milano

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Steve McCurry. UPLANDS&ICONS

Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001
© Steve McCurry | Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001

Biella si conferma città d’arte, oltre che città creativa Unesco, con una nuova grande mostra UPLANDS&ICONS dedicata a uno dei più famosi e apprezzati fotografi del nostro tempo, Steve McCurry.  
 
Dal 6 dicembre 2024 al 18 maggio 2025 a Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero saranno esposti 128 straordinari scatti del grande fotografo. La mostra sarà articolata in due sezioni, nella prima oltre cento foto scattate nelle UPLANDS, gli altopiani e le “Terre Alte” del Tibet, dell’Afghanistan, della Mongolia del Giappone, e poi ancora dell’Etiopia, della Birmania, del Nepal e del Brasile. Su tutto domina l’essenza incontrastata della montagna con il suo fascino estremo, il tempo dilatato, il silenzio, uno stile di vita che oscilla tra pericolo e risorsa in luoghi distanti per geografia, accomunati da una struggente bellezza. Insieme alle prospettive sconfinate di territori ancora intatti, si ritrovano i lineamenti dei guerriglieri afgani, dei pastori tibetani, delle tribù africane e i volti assorti di giovani donne, tra cui quella che è stata scelta per rappresentare la mostra. 
Nella seconda sezione alcune delle foto più rappresentative e più note di McCurry, le cosiddette ICONS, tra queste la famosa “ragazza afgana” insieme a una serie di documentari nei quali McCurry racconta il suo modo di interpretare la fotografia e descrive il suo modo di operare.
 
“A Biella, Città Creativa Unesco, nella splendida cornice del borgo medievale del Piazzo – la parte alta della città – tra le mura dei prestigiosi Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero, viene allestita un’importante mostra di Steve McCurry, fotografo di fama mondiale che, attraverso più di cento scatti e installazioni video di interviste inedite, sintetizza in modo compiuto l’originalità della sua opera. L’impegno per la realizzazione di grandi eventi culturali che ci vede partner insieme a Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e Banca di Asti – dice il Sindaco di Biella Marzio Olivero – favorirà certamente il successo di questa eccellente iniziativa che offre al pubblico un’occasione unica di approccio estetico e conoscitivo a straordinari angoli della realtà attraverso il mezzo fotografico. La condivisione di ambiziose attività culturali favorisce in modo naturale una positiva promozione della città e del suo territorio, producendo curiosità, interesse e attrattività. Da cosa nasce cosa, e anche da questa straordinaria opportunità espositiva potranno venire nuovi stimoli ad ampliare la nostra rete di relazioni in un più vasto orizzonte culturale.”
 
“La Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e la sua società strumentale Palazzo Gromo Losa srl, dopo il grande successo raggiunto con la mostra “Jago Banksy Tvboy”, è orgogliosa di presentare un nuovo straordinario progetto espositivo: Steve McCurry, uno dei più grandi fotografi viventi, porterà a Biella le sue immagini di montagna e una serie di ritratti iconici – commenta il Presidente Michele Colombo – Questa mostra si inserisce in un ampio lavoro di sviluppo territoriale e punta a portare a Biella flussi importanti di visitatori che potranno scoprire e apprezzare il nostro bellissimo territorio, un grande lavoro di squadra. Un progetto costruito con il Comune di Biella e con Biver Banca – Gruppo Banca di Asti, main sponsor dell’iniziativa, affidandosi ai professionisti di Creation per un’iniziativa in linea con i temi e i progetti legati a Biella città creativa Unesco e che sarà una grande vetrina per la città e il territorio anche grazie a uno speciale contest fotografico che inviterà al viaggio e alla scoperta del Biellese.”

Dal 06 Dicembre 2024 al 08 Maggio 2025 – Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero – Biella

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Guido Guidi. Col tempo 1956-2024

Guido Guidi, <em>San Vito, 20.02.2007 | </em>Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo
Guido Guidi, San Vito, 20.02.2007 | Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo

La mostra affronta la ricerca di Guidi, tra i principali protagonisti della fotografia italiana, da un punto d’osservazione inedito, quello del suo archivio: casa, studio d’artista, luogo di lavoro, di vita e di incontro per giovani autori. Un accesso privilegiato alla sua “teoria” della fotografia e ai suoi processi, ai legami con la storia dell’arte, con i maestri e con gli altri fotografi italiani e stranieri. In mostra oltre 350 fotografie, quasi tutte vintage e con numerosi inediti, frutto di un intenso lavoro di ricerca condotto a fianco del fotografo nel suo studio. In mostra anche quaderni di appunti, documenti, libri, prove di stampa, dipinti, macchine fotografiche e un film realizzato dal regista Alessandro Toscano.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione monografica edita da MACK. In collaborazione con ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.

Dal 12 Dicembre 2024 al 11 Maggio 2025 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Jacques Henri Lartigue – André Kertész. La grande fotografia del Novecento

Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l'auteur "Grand Prix de l'Automobile Club de France, 26 juin 1912"
© Jacques Henri Lartigue © Ministère de la Culture (France), MPP / AAJHL | Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l’auteur “Grand Prix de l’Automobile Club de France, 26 juin 1912”

Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986) e André Kertész (1894 – 1985) sono nati lo stesso anno a cavallo tra il XIX e XX secolo. Avrebbero potuto conoscersi a Parigi tra le due guerre, ma il loro primo incontro non avvenne prima del 1972, a New York.

Hanno esposto al MoMA rispettivamente nel 1963 e nel 1964, dove sono stati descritti come un dilettante primitivo l’uno e come “l’inventore del fotogiornalismo”, l’altro. Entrambi pionieri della fotografia moderna, hanno lasciato opere con un’estetica singolare. Queste mostre sono state un momento cruciale che hanno segnato per Lartigue l’inizio del riconoscimento internazionale e istituzionale e per Kertész la riscoperta, dopo due decenni più silenziosi.

Le due mostre hanno inoltre contribuito ad affermare lo stile dei due fotografi nella prima metà del XX secolo, identificandoli come precursori di una modernità visuale. Lartigue è considerato un maestro dell’istantanea, Kertész un maestro della fotografia riflessiva.

Lartigue e Kertész non hanno mai intrapreso il percorso più facile verso il riconoscimento. Hanno costruito le loro opere con la massima libertà, lontano dai grandi movimenti artistici.
A partire dagli anni ’70, queste due personalità indipendenti venivano considerate come modelli senza scuola. Mettere in parallelo le loro fotografie, permette di mostrare sia le loro convergenze che le loro divergenze di vita e di punti di vista.

La mostra curata da Marion Perceval e Matthieu Rivallin, è promossa dal Comune di Riccione e organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con diChroma photography e Rjma Progetti Culturali.

Dal 23 Novembre 2024 al 06 Aprile 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Inge Morath. La fotografia è una questione personale

Inge Morath, <em>Angolo di strada alla fine del mondo</em>, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv
Inge Morath, Angolo di strada alla fine del mondo, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv

L’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 18 ottobre 2024, alle ore 18, verrà inaugurata, presso il Centro Saint-Bénin di Aosta, la mostra Inge Morath. La fotografia è una questione personale a cura Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Daria Jorioz, progetto espositivo prodotto da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos.

Il Centro Saint-Bénin ospita, fino al 16 marzo 2025, un’importante mostra dedicata ad Inge Morath, la prima fotografa ad essere nominata membro della celebre agenzia Magnum Photos, realtà questa fondata nel 1947 a New York da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandiver. Un nuovo progetto espositivo che permetterà di interfacciarsi con il lavoro e la sensibilità di questa autrice, ma soprattutto di conoscere, per la prima volta in Italia, nuove parti del suo lavoro mai esposte prima, alcune di esse di stretta attualità.

Attraverso oltre 150 immagini e documenti originali, l’esposizione ripercorre il cammino umano e professionale di Morath, dagli esordi al fianco di Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson fino alla collaborazione con prestigiose riviste quali Picture Post, Life, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, attraverso i suoi principali reportagedi viaggio.
Il titolo scelto La fotografia è una questione personale è tratto da una dichiarazione dell’autrice e vuole evidenziare la stretta correlazione fra il suo cammino umano e quello professionale.
Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue immagini sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Le sue fotografie ne riflettono la sensibilità umana ancor prima che professionale, ma al tempo stesso sono assimilabili a vere e proprie pagine del suo diario di vita. Lei stessa, infatti, scrisse: “La fotografia è essenzialmente una questione personale, la ricerca di una verità interiore”. Il suo lavoro riesce anche ad immortalare l’anima dei luoghi, attraverso i suoi principali reportage di viaggio, che preparava con cura maniacale, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni paese dove si recava, fossero essi l’Italia, la Spagna, l’Iran, la Russia, la Cina, al punto che il marito, il celebre drammaturgo americano Arthur Miller, ebbe a ricordare che “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”.

Scrive la curatrice Daria Jorioz in catalogo: “Mi ha colpito apprendere che Inge Morath parlasse sette lingue ma in fondo credo che questo fosse il suo modo di stare al mondo: studiare, osservare, approfondire, conoscere e porre al centro della sua indagine l’essere umano, con rispetto e semplicità, secondo la filosofia condivisa dai membri dell’agenzia Magnum e con un approccio che la accomuna ad altri fotografi umanisti del XX secolo”.

Il progetto espositivo, realizzato specificamente per il Centro Saint-Bénin, si sviluppa per quattordici sezioni tematiche che ripercorrono le principali esperienze professionali di Inge Morath: prende avvio con le fotografie dei suoi esordi realizzate a Venezia del 1955, dove sono nati la passione e il rapporto con la fotografia,ai celebri reportage in Spagna, Inghilterra, Iran, Francia, Austria, Messico, Irlanda, Romania, Stati Uniti d’America e Cina. Un’ulteriore sezione sarà dedicata alla serie Mask, frutto della collaborazione con l’illustratore Saul Steinberg. Il percorso all’interno di queste sezioni sarà arricchito da molte fotografie a colori che dialogheranno con la produzione in bianco e nero di questa autrice.
La mostra, inoltre, si arricchisce di due nuove sezioni mai esposte prima in Italia, con istantanee a colori ricavate dai reportage che la fotogiornalista, originaria di Graz, realizzò nel 1959 in Tunisia e quello dell’anno successivo presso la striscia di Gaza.

Il visitatore potrà così approfondire il lavoro di Inge Morath attraverso una selezione di opere che attiveranno un dialogo fra la sua produzione in bianco e nero e quella di colore. Un rapporto, questo, che sarà analizzato all’interno del percorso espositivo con l’impiego di documentazione e pubblicazioni d’epoca, permettendo così di cogliere l’importanza del colore nel suo lavoro. Come evidenzia John P. Jacop, primo direttore della Fondazione Inge Morath e autore di uno dei testi presenti nel catalogo: “Nonostante un’apparente preferenza per il bianco e nero, la prova dell’importanza del suo lavoro a colori per la stessa Morath è supportata sia dall’elevata concentrazione di immagini a colori che ha selezionato per l’inclusione nel database Magnum Photos, sia dall’ampia raccolta di materiale a colori che ha conservato nel suo archivio personale.”

L’esposizione, prodotta da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos, è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano-francese) edito da Dario Cimorelli Editore, con le riproduzioni delle opere e con i testi critici di John P. Jacop, Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl, Daria Jorioz e Marco Minuz. Il catalogo sarà acquistabile in mostra al prezzo di 30 euro.

Dal 19 Ottobre 2024 al 16 Marzo 2025 – Centro Saint-Bénin – Aosta

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Ferdinando Scianna. La geometria e la compassione

Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 - courtesy © the author
Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 – courtesy © the author

Ferdinando Scianna uno dei fotografi italiani vivente, più autorevole e ammirato al mondo. La sua fotografia fa confluire sempre dati di realtà in meditazioni forti e incisive, sia che il soggetto sia esistenziale, vissuto, o esteriore legato al solo apparire. La mostra al Centro Culturale di Milano “Compassione” con 60 opere esposte, con un Libro Catalogo di Silvana Editoriale della Collana Quaderni del CMC con grandi scatti da vari Paesi del mondo, è una offerta a Milano, costruita dallo stesso Autore che medita sul senso della fotografia e la sua partecipazione alla condizione del mondo. Una mostra nata da Scianna che accoglie l’invito che Giovanni Chiaramonte gli rivolse pochi mesi prima della sua scomparsa (ottobre 2023), di pensare una meditazione sul tema del dolore. Come dice l’Autore non credo che la fotografia cambi il mondo, ma forse aiuta a vedere cose che non vogliamo vedere. Scianna ha selezionato immagini su quello che spesso ignoriamo, sappiamo ma non guardiamo e che lui ha incontrato sul suo cammino e trattenuto.

Ferdinando Scianna ha una longeva e straordinaria attività di photoreporter e autorialità di reportage che lo ha portato ad essere il primo italiano membro della storica Agenzia MAGNUM, presentato nel 1982 proprio da Chartier-Bresson. Dal 1987 alterna al reportage e al ritratto, la fotografia di moda e di pubblicità con successo internazionale. Borges, Kundera, Barthes, John Lennon, Monica Bellucci, Carthier-Bresson, Sciascia, Scorsese tra i tanti ritratti particolarissimi e intensi di intellettuali e artisti. Trasferitosi a Milano, siciliano di Bagheria, in Sicilia, diventa figlio della metropoli milanese a tutti gli effetti. Attento alla cultura intrattiene anche un’attività critica e giornalistica su temi di fotografia e di comunicazione. Esposto in loghi e musei di diversi Paesi del mondo, con una bibliografia piuttosto sterminata.

Dal 14 Novembre 2024 al 18 Gennaio 2025 – Centro Culturale di Milano

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Wildlife Photographer of the Year. 60° edizione

Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)
© Shane Gross | Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)

Il Wildlife Photographer of the Year a Milano, quest’anno sarà ancora più speciale. 

La mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, con i 100 scatti della 60ª edizione del concorso indetto dal Natural History Museum di Londra, presenterà per la prima volta nel capoluogo lombardo, in contemporanea all’esposizione londinese, le immagini che saranno premiate l’8 ottobre 2024. 

Lo spettacolo della natura va in scena nella nuova prestigiosa sede del Museo della Permanente dal 22 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, con un allestimento straordinario e tecnologico dove gli scatti, su grandi pannelli, hanno una nitidezza e una profondità eccezionali grazie alla retroilluminazione a led, offrendo al pubblico un viaggio coinvolgente e immersivo e un’esperienza ‘viva’ della natura. Un grande schermo di 4 metri con slideshow in loop presenta altre 25 splendide foto premiate dal pubblico (People’s Choice). Infine, una sala video, con monitor da 80 pollici, propone imperdibili filmati di backstage delle foto vincitrici, interviste ai fotografi e altri contenuti legati alla mostra.
Organizzata come di consueto dall’Associazione culturale Radicediunopercento, presieduta da Roberto Di Leo, l’esposizione riunirà le foto vincitrici e finaliste del concorso, selezionate tra 59.228 scatti provenienti da 117 paesi; immagini straordinarie che documentano le meraviglie della natura, dal comportamento degli animali alle le specie in estinzione, dai dettagli sorprendenti del mondo vegetale agli scorci inediti dei paesaggi ancora incontaminati, ma anche i reportage in prima linea sui cambiamenti del clima e sulla crisi della biodiversità. Un monito a preservare il pianeta e un incoraggiamento a modificare le azioni umane, che continuano a plasmare l’ambiente, verso un futuro ecosostenibile. 

Il vincitore del Wildlife Photographer of the Year 2024 è Shane Gross, fotoreporter canadese per la conservazione marina, con The Swarm of Life (Lo sciame della vita), che mostra il magico mondo sottomarino dei girini di rospo occidentali, specie quasi a rischio a causa della distruzione dell’habitat e dei predatori, realizzata mentre faceva snorkeling nel lago Cedar sull’isola di Vancouver (Columbia Britannica). Il Young Wildlife Photographer of the Year 2024 è stato invece vinto dal tedesco Alexis Tinker-Tsavalas con l’immagine ravvicinata Life Under Dead Wood (C’è vita sotto il legno morto) che raffigura i corpi fruttiferi della muffa melmosa e un piccolo collembolo, catturato con la tecnica del “focus stacking” in cui vengono combinate 36 immagini, ciascuna con un’area diversa a fuoco, poiché questi animali possono saltare molte volte la loro lunghezza corporea in una frazione di secondo.
Per celebrare il sessantesimo anniversario del concorso è stato inoltre introdotto il premio Impact Award che riconosce il successo nella conservazione; una storia di speranza e/o di cambiamento positivo. L’Adult Impact Award è stato assegnato al fotografo australiano Jannico Kelk per Hope for the Ninu (Speranza per i Ninu), l’immagine di un bilby maggiore in una riserva recintata, in modo che il piccolo marsupiale possa prosperare dopo essere stato portato quasi all’estinzione da predatori come volpi e gatti. Liwia Pawłowska dalla Polonia ha ricevuto il Young Impact Award per Recording by Hand (Registrazione a mano): una sterpazzola rilassata durante l’inanellamento degli uccelli, tecnica che aiuta gli sforzi di conservazione registrando la lunghezza, il sesso, le condizioni e l’età di un uccello per aiutare gli scienziati a monitorare le popolazioni e tracciare i modelli migratori.  
Due le eccellenze italiane: Fortunato Gatto, vincitore della categoria Piante e funghi con lo scatto Old Man of the Glen (Il vecchio della valle) che mostra una vecchia betulla contorta, adornata da pallidi licheni “barba di vecchio”, nelle antichissime pinete di Glen Affric (Regno Unito), e con Menzione d’onore nella stessa categoria per High tide indicator (Indicatore di alta marea) A carpet of woods (Un tappeto di boschi)Filippo Carugati che ha ricevuto la Menzione d’onore nella categoria Subacquee con lo scatto Green, thin and rare to see (Verde, magro e raro da vedere).   Le foto esposte, realizzate da professionisti e dilettanti, sono state giudicate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti, in base a originalità, narrazione, eccellenza tecnica e pratica etica, come illustrato nelle didascalie. I testi riportano i dati tecnici e raccontano le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme ai dati scientifici sulle specie fotografate e a citazioni di membri della giuria e dei fotografi.

Le visite guidate alla mostra saranno condotte come si consueto ogni venerdì da Marco Colombo, noto naturalista e fotografo pluripremiato al Wildlife (tre turni h 18.30 – 19.30 – 20.30, acquistabili anche on demand). Non solo, i giovedì di gennaio saranno dedicati a speciali visite guidate tematiche, con Luca Eberle il 9 gennaio (Uccelli) e il 23 gennaio (Micromondo) (h 19.30) e con Francesco Tomasinelli, esperto fotografo naturalista e noto ospite della trasmissione Geo, il 16 gennaio (Mimetismo) e il 30 gennaio (Predatori) (h 18.30).
In occasione del Wildlife Photographer of the Year a Milano, l’Associazione culturale Radicediunopercento come sempre propone serate gratuite di approfondimento che si terranno il sabato (h 21) nella sede di mostra: il 14 dicembre, Federico Veronesi (uno dei più apprezzati fotografi di mammiferi africani al mondo) presenta il suo libro “Walk the Earth”, il 21 dicembre, Marco Colombo, Francesco Tomasinelli (fotografi di natura e divulgatori scientifici) e l’illustratrice Giulia De Amicis parlano di “Tentacoli: i misteri di polpi, seppie e calamari”, l’11 gennaio, Marco Andreini (regista e documentarista per BBC, RAI e NHK) presenta il suo documentario “Ogni volta che il lupo” e il 18 gennaio, Pietro Formis (fotografo subacqueo) racconta “Luci dal Profondo: Fotografia Naturalistica Subacquea”.

Per gli appassionati e per chi vuole saperne di più, durante il periodo della mostra, l’Associazione Culturale Radicediunopercento organizza Corsi teorici di Fotografia, Seminari di Scienze Naturali online e Workshop pratici in natura, con noti divulgatori scientifici e fotografi naturalisti di gran fama.
Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2024 e Young Wildlife Photographer of the Year 2024, il percorso espositivo illustra le immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Comportamento: Mammiferi, Comportamento: Uccelli, Comportamento: Invertebrati, Comportamento: Anfibi e Rettili, Fauna selvatica urbana, Animali nel loro ambiente, Subacquee, Oceani – la visione d’insieme, Ritratti di animali, Le zone umide – la visione d’insieme, Arte della natura, Piante e Funghi, e le tre sezioni dedicate ai più giovani: fino a 10 anni,11-14 anni, 15-17 anni.
Ci sono poi le categorie documentarie: Premio per il miglior portfolio, Premio storia fotogiornalistica, Premio portfolio astro nascente, Fotogiornalismo, e la sezione Scelte dal pubblico presentata in slideshow su grande schermo.

Nello spazio bookshop, oltre ai tanti e variegati articoli WPY, a disposizione il catalogo della mostra Wildlife Photographer of the Year Portfolio 34 redatto da Rosamund Kidman Cox (lingua inglese, pagine 160, € 35) e il catalogo celebrativo 60 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art con più di 230 immagini (lingua inglese, pagine 336, € 50), pubblicati dal Natural History Museum.  

Dal 22 Novembre 2024 al 09 Febbraio 2025 – Museo della Permanente – Milano

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Rebecca Norris Webb: A Difficulty is a Light

©Rebecca Norris Webb, Sunflowers, Near Lake Sakakawea, North Dakota, Courtesy Alessia Paladini Gallery Milano

Alessia Paladini Gallery è felice di proporre “A Difficulty Is a Light”, un nuovo straordinario progetto della fotografa e poetessa statunitense Rebecca Norris Webb.

In mostra 15 opere a colori che si intrecciano indissolubilmente con le composizioni poetiche di Rebecca Norris Webb, confermando la sua straordinaria capacità di esplorare le connessioni tra parola, immagine e memoria.

In questo nuovo progetto, l’artista si confronta con il tema della resilienza umana, ispirandosi ad una citazione del poeta francese Paul Valéry: “Una difficoltà è una luce. Una difficoltà insormontabile è il sole”. Profondamente poetico e meditativo, A Difficult Is a Light si colloca a metà strada tra diario personale e reportage artistico, raccontando come la difficoltà e la perdita possano rivelare bellezza e trasformazione.

Il progetto nasce come un’elegia dedicata al fratello, di cui Rebecca apprende la scomparsa mentre si trova a Trieste per lavoro nell’autunno 2022.

“Mio fratello si è tolto la vita, e quell’autunno è stato un turbinio di shock e lutto. Tuttavia, a gennaio, sono nate le prime terzine, dapprima libere e fluttuanti, poi lentamente avvicinandosi l’una all’altra. Solo gradualmente ho capito che ciascuna di queste stanze di tre versi rappresentava uno sguardo, verso il mondo esterno o verso il mio paesaggio interiore. In un certo senso, il mio occhio da fotografa mi ha guidato attraverso un anno di trauma e perdita, osservando – mentre viaggiavo da Cape Cod alle Dakotas, dal New England alla Carolina del Nord per fotografare la migrazione del rondone maggiore, fino alla costa della Bretagna in Francia, dove inaspettatamente ho assistito a murmurazioni (le spettacolari migrazioni degli storni, ndr) autunnali tardive. Mio fratello era un gemello identico, e per questo motivo questo libro di parole e immagini è pieno di doppi, naturali, umani, territoriali, a tracciare una geografia della perdita, sia personale che ambientale.” (Rebecca Norris Webb, A Difficult Is A Light, ed. Chose Commune)

Le fotografie di A Difficulty is a Light non si limitano a documentare il visibile, ma evocano ciò che è celato, nascosto, frammentato. I paesaggi naturali, gli oggetti quotidiani diventano tutti simboli di un mondo interiore in continua evoluzione. La luce gioca un ruolo cruciale: non solo illumina le scene ma diventa metafora della speranza, del superamento e della crescita, trasmettendo un senso di serenità anche nei momenti più bui. Come in molti dei suoi lavori precedenti, Rebecca Norris Webb utilizza la natura non solo come sfondo, ma come un personaggio a sé stante. I vasti orizzonti, le piante, gli animali e i cieli sembrano riflettere gli stati d’animo umani, offrendoci una visione intima e profonda del rapporto tra l’essere umano e il mondo naturale. La bellezza austera di questi paesaggi rafforza il senso di introspezione e la ricerca di significato che permea l’intera opera, così come la grazia delle piccole cose, delle tracce lasciate dalla vita quotidiana. Ogni immagine è intrisa di una sorta di sacralità silenziosa, in cui la luce diventa il filo conduttore che collega le diverse esperienze e visioni. La sua fotografia non offre risposte facili o narrative lineari, richiede una partecipazione attiva da parte dello spettatore. Tuttavia, è proprio in questa ambiguità e apertura che risiede la forza del suo lavoro: la capacità di suggerire, anziché spiegare, e di coinvolgerci in un dialogo profondo con le immagini.

Dal 14 novembre al 18 gennaio 2025 – Alessia Paladini Gallery Milano

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Taylor Wessing Photo Portrait Prize 2024

Warm Water Fish, 2023 from the series Hats It! By Toks Majek © Toks Majek

The Taylor Wessing Photo Portrait Prize returns for its 17th year, showcasing the work of talented young photographers, gifted amateurs and established professionals in the very best of contemporary photography.

The competition celebrates a diverse range of images and tells the fascinating stories behind the creation of works, from formal commissioned portraits to more spontaneous and intimate moments capturing friends and family.

The annual In Focus display also highlights new work by an established photographer.

The 2024 edition sees the unveiling of a new work for the Gallery’s Collection, created by 2023’s commission prize winner, Serena Brown.

14 November 2024 – 16 February 2025 – National Portrait Gallery – London

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Storie di un Attimo – Festival popolare della fotografia

Giorgio Lotti, Zhou EnLai
Giorgio Lotti, Zhou EnLai

Dal 22 novembre all’8 dicembre 2024 la città diOlbia ospiterà la tredicesima edizione di Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia. Un festival diffuso che toccherà vari luoghi del centro storico – con esposizioni, dimostrazioni, proiezioni, laboratori e una mostra mercato di macchine fotografiche usate e storiche – e che, come suggerito dal titolo, metterà ancora una volta in dialogo grandi nomi della fotografia italiana e mondiale e professionisti e “amatori evoluti”, con un’inedita incursione nel mondo del fumetto con il progetto Reporter fra le nuvole, il fumetto incontra la fotografia co-curato da Bepi Vigna, che ospiterà anche fotografie di Francesco Cito. Tra i protagonisti delle mostre in programma per questa edizione: Giorgio Lotti con Una vita da reporter, in cui il grande fotoreporter si racconta attraverso alcuni dei suoi reportage più significativi; Francesco Malavolta fotogiornalista impegnato da oltre vent’anni nella documentazione dei flussi migratori che interessano il nostro continente; Marco Loi con il suggestivo lavoro Pratobello Delenda est che racconta il luogo simbolo delle proteste in Sardegna e il suo attuale degrado; Paul Ronald con una serie di reportage sul grande Marcello Mastroianni.

Il programma prenderà il via venerdì 22 novembre alle 10:30, presso l’Istituto tecnico Attilio Deffenu, dove il fotoreporter Francesco Malavolta incontrerà gli studenti per illustrare il suo lavoro dal titolo Popoli in Movimento, un racconto per immagini che vuole riportare in primo piano le storie delle singole persone composto in un contesto spazio-temporale in costante mutamento che lo ha portato a viaggiare lungo i confini di un’Europa sempre più blindata e difficile da raggiungere via terra o via mare. La sera, alle ore 18:30, Malavolta presenterà il suo lavoro in un incontro aperto al pubblico che si svolgerà presso il Politecnico Argonauti.

Sabato 23 novembre, presso lo spazio Corso Umberto 33, si svolgerà un incontro imperdibile  con protagonisti due dei più importanti fotoreporter di sempre: Giorgio Lotti – storico professionista di Epoca, autore, tra le altre cose, del ritratto al Primo Ministro cinese Zhou EnLai che divenne l’immagine più stampata al mondo – si racconterà in dialogo con Mauro Galligani, altro pilastro del fotogiornalismo italiano ed ex capo editor del famoso settimanale.

Sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre sarà invece la volta di Gerardo Bonomo, giornalista e divulgatore, che terrà sabato una lezione sull’esposizione perfetta e domenica sarà a disposizione per sviluppare e stampare i negativi con procedure tradizionali, coadiuvato da Marco Loi e Andrea Mignogna. Entrambi gli incontri si svolgeranno presso il Politecnico Argonauti.

Nel fine settimana del 7 e 8 dicembre, invece, presso lo spazio espositivo di Vicolo 74 a Olbia si svolgerà la tredicesima edizione della mostra mercato di fotocamere usate e da collezione, evento molto atteso e frequentato. Non mancheranno, infine, le proiezioni che si svolgeranno il 29 novembre e il 6 dicembre alle ore 19:30 presso la sala cinema del Politecnico Argonauti. In programma, rispettivamente, il film One Hour Photo, di Mark Romanek e Ritratto di Pablo Volta, di Giovanni Columbu.

Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia è organizzato dall’associazione Argonauti di Olbia e conta sul supporto di Fondazione di Sardegna, Comune di Olbia, Librerie Ubik, 12.1 Caffè restaurant, Green life, Punto Foto Group by Karl Bielser, collezione Maraldi, Giacomo Altamira Studio, Altergrafica pubblicità, Happier year web, ITCG A. Deffenu e GLASS studio – agenzia creativa.

Dal 22 Novembre 2024 al 08 Dicembre 2024 – Museo Archeologico – Olbia

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Gianfranco Ferré dentro l’obiettivo

Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano
Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano

Dal 6 dicembre 2024 al 9 marzo 2025 l’esposizione Gianfranco Ferré dentro l’obiettivorealizzata dal Forte di Bard e a cura del Centro Ricerca Gianfranco Ferré del Politecnico di Milano e CZ Fotografia, presenta un percorso inedito dedicato al grande architetto e stilista a ottant’anni dalla nascita.

Il percorso espositivo è pensato per raccontare al pubblico il lavoro di Gianfranco Ferré a partire da immagini fotografiche, stampe in B/N, a colori, fotocolor, diapositive, provini e arricchito da abiti, schizzi e disegni.

Protagonista della narrazione è la sezione fotografica dell’Archivio Storico Gianfranco Ferré: oltre 90 opere,mai esposte prima, di otto maestri della fotografia di moda che con Ferré hanno lavorato a iconiche campagne pubblicitarie: Gian Paolo Barbieri, Guy Bourdin, Michel Comte, Patrick Demarchelier, Peter Lindbergh, Steven Meisel, Bettina Rheims e Herb Ritts.

Le sei stanze che accompagnano la galleria fotografica sono ispirate alla metafora della camera oscura e raccontano il processo di produzione dell’immagine attraverso provini, fotocolor, diapositive, scatti annotati dai fotografi. Al tempo stesso disvelano il processo creativo dello stilista introducendo sei principi operativi da lui spesso evocati – comporre, ridurre, enfatizzare, ricalibrare, decostruire, emozionare – che riconducono il linguaggio fotografico al lavoro di Ferré, accostando alle immagini altri elementi centrali della progettazione come i disegni, le cartelle materiali e gli stessi abiti.
Il percorso crea quindi continui rimandi che consentono di leggere il lavoro dello stilista nei tratti caratterizzanti dei diversi fotografi: dal rigore compositivo di Barbieri, agli scatti rapidi ed essenziali di Comte; dai racconti in chiaroscuro di Lindbergh, all’intensità dei ritratti di Rheims; dalle inquadrature eccentriche di Bourdin, alla ricercata naturalezza di Demarchelier; dal classicismo grafico di Ritts, sino alla complessità di Meisel, capace di far filtrare attraverso la realtà patinata della moda uno sguardo acuto sulla contemporaneità.

Una mostra che attraverso un percorso multidisciplinare e non cronologico e esplorazioni di realtà virtuale e aumentata sviluppate all’interno del Centro di Ricerca vuole restituire una visione completa del lavoro di Gianfranco Ferré, che a proposito della relazione tra moda e fotografia scrisse: 

“Lo stilista non deve soltanto sapere con chiarezza ciò che vuole, ma anche scegliere l’interlocutore adatto, quello che darà corpo, colore, luce e magia alla sua idea. Deve comunicare col fotografo, stabilire una complicità, dargli autonomia, ma con la certezza di potersi riconoscere nell’immagine realizzata. È una questione di feeling, di intesa. Certo, l’esperienza e la professionalità hanno una parte importante; ma senza la capacità di creare insieme, di condividere le emozioni, di fare lavorare insieme l’occhio e l’anima, la fotografia sarà vuota, fredda, inutile e falsa.”  – Gianfranco Ferré, Lettres à un jeune couturier, Balland: Paris,1995. 

Dal 05 Dicembre 2024 al 09 Marzo 2025 – Forte di Bard (Aosta)

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Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso – Il Respiro della Terra

© Lorenzo Cicconi Massi, Dina e Vincenzo Piersanti, Montale di Arcevia

Villa Baruchello ospita fino al 31 dicembre 2024 la mostra di Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso. Il Respiro della Terra trova nella villa settecentesca di Porto Sant’Elpidio nelle Marche la sua collocazione ideale: entrambe sono infatti promotrici di un’attenta valorizzazione del territorio locale.

A cura di Alessia Locatelli, l’esposizione racconta l’esistenza dell’ultima comunità contadina locale, profondamente legata a tradizioni antiche, alla stagionalità e al proprio territorio.

Concepito con l’intento di mettere in luce il patrimonio culturale marchigiano e i suoi artisti, il progetto si fa portavoce di una rivalsa collettiva. Sebbene così piccola, la regione è infatti capace di attrarre turisti da tutto il mondo, ed è patria di numerosi artisti. È dunque qui che, affiancando un contesto prolifico e in continua evoluzione, la piccola comunità contadina si staglia come in un amaro gioco di contrasti.

Con una serie di oltre 60 bianchi e neri incisivi, potenti e a tratti malinconici, i due fotografi mostrano con dignità una realtà ormai destinata a scomparire. Nella campagna marchigiana, sempre più invasa dalle nuove tecnologie, persiste una concezione altra della vita, più lenta e ancorata al rispetto della natura. I contadini che la abitano hanno sposato la loro terra, le sue risorse e uno stile di vita ereditato da generazioni. Sono pochi e ne sono ben consapevoli: assistono con impotenza all’inesorabilità degli eventi, consci che in un futuro prossimo tutto questo scomparirà.

on un racconto visivo di rara bellezza, i due artisti marchigiani (Lorenzo Cicconi Massi è di Senigallia, mentre Christian Tasso è originario di Macerata) testimoniano le radici del loro paese attraverso una vena poetica e allegorica. Le immagini esposte, fine art su cornice bianca, superano i confini visivi e diventano metafora, storia e tradizione.

“Il set up avrà dimensioni di stampa e montaggio differenti, per dare un senso ritmico allo spazio espositivo della Limonaia, dal piccolo formato dei ritratti al grande photowall che costituisce il landscape (paesaggio) su cui si muovono le piccole storie individuali raccontate dai due fotografi” rivela Alessia Locatelli, curatrice della mostra. “Una serie di foto di medio formato galleggeranno al centro dello spazio della prima sala, e andranno a completare l’allestimento, che, come per la mostra storica di Steichen, ci ricorda che facciamo tutti parte della grande famiglia degli uomini”.

Dal 20 ottobre al 31 dicembre 2024 – Villa Baruchello – Porto Sant’Elpidio, Fermo

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Metafisica Concreta – Giovanni Maria Sacco

© Giovanni Maria Sacco, Livorno

Dal 15 novembre le sale di Still Fotografia, a Milano, si arricchiscono con gli scatti del fotografo Giovanni Maria Sacco con la mostra Metafisica Concreta. L’autore, celebre per riuscire a intrappolare l’essenza di architetture e paesaggi, in occasione di Book City Milano presenta inoltre il suo libro omonimo, edito Contrasto. Curata da Benedetta Donato, l’esposizione espone 30 bianchi e neri di forte impatto, e sarà visitabile fino al 31 gennaio 2025.

Molto più che semplici edifici, le opere architettoniche catturate dalla macchina fotografica di Sacco sono l’emblema della storia e della cultura Italiana. In anni di ricerca attiva sul territorio, il fotografo si è dedicato allo studio e all’analisi di alcune delle costruzioni italiane più importanti, detentrici di una loro identità e di un patrimonio millenario. In un percorso che trascende la struttura fisica, Sacco pone l’accento sul legame che si crea tra uomo e paesaggio, tra oggetto concreto ed emozione scaturita.

“Ci troviamo a osservare estensioni di pensiero, dove la fotografia diventa il mezzo per rivelare un lungo processo di riflessione e di interpretazione rispetto all’ambito della metafisica”, commenta Benedetta Donato, curatrice della mostra. “Riportare attraverso le immagini un modo di sentire e vedere la realtà è un esercizio che l’autore conduce proiettando il proprio spazio mentale sul mondo, di cui restituisce quelle che egli stesso nella postfazione definisce metafore”.

Realizzati su pellicola di grande formato, gli scatti di Giovanni Maria Sacco si giostrano dunque sul confine tra realtà concreta, statica, e realtà invisibile, metafisica. Poiché è attraverso la facciata tangibile delle cose che si può percepire la loro essenza, il loro vero valore.

La metafisica si occupa di ciò che sta al di là dell’universo fisico che noi percepiamo. In questo contesto, uno degli aspetti rilevanti, e quello che mi interessa di più nella mia produzione fotografica, riguarda l’essenza delle cose, ossia come le cose sono realmente oltre l’apparenza. È evidente come ciò non possa essere descritto a parole, ma solo con metafore. Ed è quindi con metafore che ho cercato di descrivere quella che, per me, è la metafisica, e come dice il titolo, una metafisica concreta”. 

Dal 15 novembre 2024 al 31 gennaio 2025 – Galleria Still Fotografia – Milano

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Mostre per ottobre

Ciao! Con ottobre riparte alla grande la stagione delle mostre fotografiche. Di seguito ve ne proponiamo alcune. C’è solo l’imbarazzo della scelta!

Ricordate di dare sempre un’occhiata alla pagina dedicata, dove troverete tutte le mostre in corso, sempre aggiornata.

E se siete al corrente di qualche mostra che magari ci è sfuggita, segnalatecela pure!

Anna

W. Eugene Smith. Usate la verità come pregiudizio

 

Dove: CMC – Centro Culturale di Milano, Largo Corsia dei Servi 4, Milano

Quando: 24 settembre – 4 dicembre 2016

II modo più efficace per essere un buon giornalista è cercare di essere il miglior artista possibile.
W. Eugene Smith

Dal 24 settembre al 4 dicembre 2016, il Centro Culturale di Milano inaugura la sua nuova sede nel cuore della città, in Largo Corsia dei Servi 4, con una mostra dedicata a W. Eugene Smith (1918-1978), uno dei più grandi maestri della fotografia di reportage.

L’esposizione, ideata da Camillo Fornasieri, direttore del CMC, curata da Enrica Viganò, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, presenta 60 original print in grado di ripercorrere la carriera del fotografo americano, attraverso i suoi cicli più famosi, realizzati tra il 1945 e il 1978, provenienti dalla collezione privata di H. Christopher Luce di New York.

La rassegna documenta i “saggi fotografici” di Eugene Smith, ovvero i suoi reportage di racconto sociale o di denuncia, nei quali ha abbracciato i periodi della depressione, della guerra, della ricchezza del dopoguerra e quello della disillusione, dalle fotografie scattate sui teatri della seconda guerra mondiale, dalle battaglie nel Pacifico fino a Okinawa, dove venne gravemente ferito, alla serie del Country Doctor (1948), commissionatagli dalla rivista Life, che racconta la vita quotidiana del dottor Ernest Ceriani, un medico di campagna nella cittadina di Kremmling a ovest di Denver.

Il percorso continua con le serie Nurse Midwife (La levatrice)del 1951, in cui segue le vicende di Maude Callen, una levatrice di colore, per testimoniare le difficoltà nell’esercitare il suo lavoro nel profondo sud degli Stati Uniti e, al contempo, per approfondire temi connessi alla discriminazione razziale.

Nel 1951, Life pubblica il suo reportage condotto in Spagna, a Deleitosa, un piccolo centro contadino di non più di 2.300 abitanti, sull’altipiano occidentale dell’Estremadura. “Cercherò di conoscere a fondo un villaggio spagnolo – aveva dichiarato Eugene Smith – per descrivere la povertà e la paura provocate dal regime di Franco. Spero di realizzare il migliore reportage della mia carriera”. Quello che risultò fu un quadro di una società rurale arcaica, in preda a gravi difficoltà economiche dovute al pesante regime franchista.

Non mancheranno le fotografie di A Man of Mercy (Un uomo di carità) dedicate al lavoro e alla comunità di Albert Schweitzer nell’Africa Equatoriale Francese, o il ritratto panoramico e singolare della città di Pittsburgh del 1955-58.
Chiudono idealmente la rassegna, gli scatti su Minamata (1972-75), la città giapponese devastata dall’inquinamento di mercurio che la Chisso Corporation versava nelle acque dei pescatori e che portava gli abitanti a soffrire di una terribile malattia nervosa – Minamata illness – che prese il nome proprio da quello della città. In mostra si troverà la fotografia più famosa di questo ciclo, definita la Pietà del Ventesimo Secolo, che raffigura la bambina Tomoko mentre fa il bagno tra le braccia della madre.

I visitatori potranno cogliere la freschezza delle original print di Smith, da lui stampate, di cui molte firmate e unite ai passe-partout, originali anch’essi e annotati con commenti dall’autore e, al tempo stesso, comprendere l’arte e la ricerca iconografica del “metodo di Smith”, vero mago della camera oscura.

I temi dei suoi reportage, lo stile della la sua vita, i suoi appunti sul campo, saranno al centro di una serie di incontri con fotoreporter e giornalisti quali Mario Calabresi, Massimo Bernardini, Franco Pagetti, Paolo Pellegrin, che s’interrogheranno sulla funzione dell’immagine e dell’informazione, della libertà e della verità dell’arte e sul linguaggio dei media oggi. Previste visite guidate per le scuole a cura di Opera d’Arte.

Accompagna la mostra un catalogo (Admira edizione), nono volume della collana I Quaderni del CMC.
Il nuovo spazio di cultura e teatro del CMC – Centro Culturale di Milano ridona alla città, grazie alla collaborazione di Fondazione Cariplo, il palazzo firmato dallo Studio Caccia Dominioni in Largo Corsia dei Servi, a fianco della chiesa di San Vito al Pasquirolo. Il nuovo spazio, insieme alla riqualificazione urbana della piazza voluta dal Comune di Milano, farà da volano alla rinascita di un’area degradata nel cuore della città a pochi passi dal Duomo e di un edificio storico, abbandonato da tempo.
Per questa nuova apertura CBA Designing brands with heart, importante realtà internazionale con sede a Milano e 11 uffici distribuiti in tutto il mondo, ha ideato una nuova immagine e identity brand per lo storico Centro Culturale di Milano che festeggia così i 35 anni di attività.

Qui i dettagli

Sarah Moon – Qui e ora. Ici et maintenant

La mostra Sarah Moon. Qui e Ora – Ici et Maintenant, curata da Carla Sozzani in occasione del premio annuale di Mercanteinfiera, e grazie al Comune di Parma, inaugura la nuova sede per la fotografia a parma a Palazzetto Eucherio Sanvitale.

“Sarah Moon. Qui e Ora – Ici et Maintenant” racconta un incontro d’autore, inatteso e intenso con gli affreschi rinascimentali e le sculture di Palazzetto Eucherio Sanvitale nel Parco Ducale di Parma e apre un dialogo inedito con la fotografia contemporanea.

Sarah Moon, artista francese tra le maggiori fotografe contemporanee, da molti anni indaga la bellezza e lo scorrere del tempo. Il titolo “Qui e Ora – Içi et Maintenant” è stato scelto da Sarah Moon per aprire un dialogo tra le sue opere e palazzetto Eucherio Sanvitale a Parma.

L’amicizia e l’affinità tra Sarah Moon e Carla Sozzani risalgono alla fine degli anni Settanta quando iniziano a collaborare insieme per Vogue Italia e poi Elle Italia.La prima mostra alla Galleria Carla Sozzani è nel 1996, “120 fotografie” curata dal Centre National de la Photographie di Parigi, a cui è seguita la mostra ” Fotografie” nel 2002 e infine la mostra “fil rouge” nel 2006.

L’alfabeto segreto della Moon rimanda alla sfera dell’emotività, dell’intimo, e mette in scena una realtà immaginaria, filtrata dal ricordo e dall’inconscio. Il suo linguaggio antinarrativo evoca momenti, sensazioni, coincidenze e bellezza.

Le visioni di Sarah Moon spesso schiudono un universo magico di immagini poetiche. Di lei si sa poco. Raramente parla di sé, nascosta dietro il suo eterno berretto che sembra proteggerne la timidezza fragile e delicata. Come dice lei stessa, le sue immagini parlano di lei. Le sue fotografie sono così misteriose, così cariche di tensione drammatica e tuttavia riservate, che sembrano un intero mondo visto attraverso uno spiraglio luminoso.

“Sin dall’inizio ho sempre voluto sfuggire al linguaggio codificato del glamour. Quello che cercavo era più intimo, erano le quinte ad interessarmi, un diaframma sospeso prima che il gesto si compia, un movimento al rallentatore…come quello delle donne che si allontanano di spalle” – scrive Sarah Moon nel libro Coincidences, pubblicato da Delpire nel 2001.

 A Parma, presso il Palazzetto Eucherio San Vitale (Parco Ducale) – dal 16 settembre al 15 ottobre 2016.

Altre info qua

Qua trovate un approfondimento su Sarah Moon

Helmut Newton – Fotografie

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Il progetto della mostra Helmut Newton – Fotografie (White Women / Sleepless Nights / Big Nudes), curata da Matthias Harder e Denis Curti, nasce per volontà di June Newton, vedova del fotografo, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato i tre sezioni. I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.

L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.

Obiettivo della mostra è mettere a nudo qual è la storia che l’artista vuole raccontare al suo pubblico.

Sottoporticato di Palazzo Ducale – Genova

dal 14 settembre 2016 al 22 gennaio 2017

Tutte le info qua

Alex Webb – La Calle, Photographs from Mexico

La Calle brings together more than thirty years of photography from the streets of Mexico by Alex Webb, spanning from 1975 to 2007. Whether in black and white or color, Webb’s richly layered and complex compositions touch on multiple genres. As Geoff Dyer writes, “Wherever he goes, Webb always ends up in a Bermuda shaped triangle where the distinctions between photo journalism, documentary, and art blur and disappear.” Webb’s ability to distill gesture, light, and cultural tensions into single, beguiling frames results in evocative images that convey a sense of mystery, irony, and humor.

Following an initial trip in the mid-1970s, Webb returned frequently to Mexico, working intensely on the U.S.–Mexico border and into southern Mexico throughout the 1980s and ’90s, inspired by what poet Octavio Paz calls “Mexicanism—delight in decorations, carelessness and pomp, negligence, passion, and reserve.” La Calle presents a commemoration of the Mexican street as a sociopolitical bellwether—albeit one that has undergone significant transformation since Webb’s first trips to the country.

Aperture Gallery New York – September 08 – October 26, 2016

All info here

Avevamo già approfondito la conoscenza con Alex Webb  qua e con le sue foto messicane in questo articolo

SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS

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Dal 16 settembre al 16 ottobre 2016, Sony espone allo Spazio Tadini di Milano le fotografie vincitrici e finaliste del più grande concorso fotografico al mondo.
È la prima volta che la prestigiosa mostra promossa dalla World Photography Organisation arriva in Italia.

In esposizione, tra gli altri, i 3 italiani vincitori della categoria Professionisti, Marcello Bonfanti (Ritratto), Alberto Alicata(Fotografia in posa) e Francesco Amorosino (Natura Morta), il vincitore del National Award, Christian Massari e la vincitrice della categoria Panorama dello Youth Award, Anais Stupka Milano, 12 luglio.

Per la prima volta in Italia la mostra del prestigioso Sony World Photography Awards, il più grande concorso fotografico al mondo. Sony porta a Milano, allo Spazio Tadini, la migliore selezione delle opere vincitrici e finaliste dell’edizione 2016 per offrire anche agli italiani amanti della fotografia la possibilità di vedere dal vivo questo campione dell’arte internazionale.

Con l’esposizione di una selezione dei lavori dei vincitori e finalisti delle diverse categorie, tra cui le opere di nove fotografi professionisti italiani1, la mostra celebra le immagini più belle dell’edizione 2016 dei Sony World Photography Awards, scattate sia da fotografi professionisti sia da talenti emergenti.

Altre info qua

IN PRIMA LINEA. Donne fotoreporter in luoghi di guerra

Quattordici donne “armate” solo della loro macchina fotografica, in prima linea nei punti caldi del mondo dove ci sono guerre, conflitti e drammi umani e sociali. Con coraggio, sensibilità e professionalità ci aiutano a capire, a non dimenticare, a fermarci a pensare.
Palazzo Madama presenta, dal 7 ottobre al 13 novembre 2016, In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra. Una mostra costituita da 70 immagini scattate da 14 giovani donne fotoreporter che lavorano per le maggiori testate internazionali e che provengono da diverse nazioni: Italia, Egitto, Usa, Croazia, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Spagna.
Linda Dorigo, Virginie Nguyen Hoang, Jodi Hilton, Andreja Restek, Annabell Van den Berghe, Laurence Geai, Capucine Granier-Deferre, Diana Zeyneb Alhindawi, Matilde Gattoni, Shelly Kittleson, Maysun, Alison Baskerville, Monique Jaques, Camille Lepage si muovono coraggiosamente in atroci e rischiosi campi di battaglia per documentare e denunciare quella “terza guerra mondiale” che è in corso in molte parti del mondo.
Nella mostra ciascuna delle fotografe presenta 5 foto emblematiche del proprio lavoro e della propria capacità di catturare non solo un’azione, ma anche un’emozione, testimoniando e denunciando con le immagini le violenze perpetrate sui popoli e le persone più deboli e indifese.
Le 70 fotografie in mostra sono emblematiche nella durezza dei loro contenuti. A colori e in bianco e nero, scattate con macchine digitali o ancora con la pellicola, quasi a testimoniare senza filtri ciò che accade davanti all’obiettivo, le immagini reportage sono esse stesse “articoli” scritti con la fotocamera che non hanno bisogno di parole, se non una sintetica didascalia che precisa il dove e il quando, per raccontare “la” storia.
Nata da un’idea di Andreja Restek, la rassegna – curata con la giornalista Stefanella Campana e con Maria Paola Ruffino, conservatore di Palazzo Madama – è ospitata nella Corte medievale, con allestimento a cura dell’architetto Diego Giachello.

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Giovanni Gastel – The 40 Years Exhibition

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dal 23 settembre al 13 novembre 2016 – Milano Palazzo della Ragione

La mostra sarà articolata in quattro sezioni dedicate ciascuna a un decennio di attività artistica del fotografo, sviluppando da un lato la sua vita professionale e dall’altro il mood di quegli anni, al fine di comprendere e connotare maggiormente i singoli scatti seguendo l’evoluzione professionale dell’artista.

Con il Patrocinio del Comune di Milano
Curatore: Germano Celant
Allestimenti: Arch. Piero Lissoni

Non ha bisogno di grandi presentazioni. E’ un’icona della fotografia Italiana e internazionale.
Un’origine importante in una delle famiglie più antiche e storiche, nipote del grande regista Luchino Visconti, cresce in un contesto permeato d’arte e di grandi personaggi della scena internazionale.
Vive tra Milano e Parigi, l’affermazione del made in Italy in cui si delinea il suo stile inconfondibile: poeticamente ironico ma sempre permeato, come nell’arte, dal gusto per una composizione equilibrata.
Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, riceve l’Oscar per la fotografia.
Molte le mostre: Milano, Venezia, New York, Parigi e i libri pubblicati anche di poesia, l’altra passione dell’artista, che continua tuttora a lavorare nel suo studio milanese.
E’ membro permanente del Museo Polaroid di Chicago e dal 2013 è Presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti.

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Hai dato alla vergine un cuore nuovo – Giulia Bianchi

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Il 17 gennaio 1998, giorno del suo 48° compleanno, Janice Sevre-Duszynska decise di presentarsi per la cerimonia di ordinazione presso la cattedrale di Lexington in Kentucky. «Ero seduta con tutti i candidati al sacerdozio», ha ricordato, «mi alzai in piedi, buttai il mio cappotto a terra, e iniziai a camminare verso il Vescovo. “Sono chiamata dallo Spirito Santo al sacerdozio. Lo chiedo per me e per tutte le donne”, a cui lui ha risposto: “torni al suo posto!” Invece mi prostrai nella navata con un giglio tigre tra le mani. Le persone intorno a me agirono come se io fossi pazza. Speravo che alcuni dei miei amici avrebbero mostrato solidarietà. Invece non successe niente in quel momento. Non erano pronti.»
Per tutta la sua vita, Janice ha parlato apertamente della sua vocazione al sacerdozio con tutti quelli che conosceva. Alle persone che le suggerivano di entrare in convento, lei rispondeva di non essere d’accordo perché le suore sono laiche a servizio della Chiesa, senza nessuna autorevolezza spirituale, non possono predicare e non possono consacrare l’Eucaristia.

Nell’estate del 2002, sette donne cattoliche (da Austria, Germania e Stati Uniti) sono state illecitamente ordinate sacerdote, su una nave da crociera sul Danubio. Poco dopo, tre donne sono state ordinate vescovi in gran segreto, in modo che potessero continuare le ordinazioni femminili senza interferenze da parte del Vaticano. Da allora, molte cerimonie analoghe sono state tenute da RCWP, un gruppo di suffragette che svolgono disobbedienza religiosa a favore dell’ordinazione delle donne. Oggi, il movimento conta più di 215 donne sacerdote e 10 vescovi in tutto il mondo.

Il Vaticano ritiene che l’ordinazione femminile sia un grave reato, chiunque partecipi incorre in una scomunica automatica. Per questo crimine, i dipendenti della Chiesa cattolica perdono il proprio lavoro, le pensione, il sostegno. La gravità del peccato per tentata ordinazione di una donna è secondo la Chiesa allo stesso livello del crimine di pedofilia da parte di sacerdoti.
Nonostante questo, la maggior parte di queste donne non vogliono lasciare la Chiesa, ma trasformarla, attraverso un modello che è molto preoccupante per il Vaticano: la spiritualità femminista è radicata nella uguaglianza e inclusione, intrinsecamente non gerarchica, e onora collaborazione e compassione versus il potere.
Le donne prete non creano un nuovo culto, ma raccolgono tutte quelle persone che non si sentono accolte dalla Chiesa ufficiale. La maggior parte di loro sono donne mature, molte sono ex suore, missionarie e teologhe. Lavorano nella giustizia sociale, nei movimenti ecologici, in organizzazioni non-profit.

Questo è un momento storico cruciale nella storia della religione cattolica che sempre piú sembra oggi un modello obsoleto, lontano dalle esigenze e realtà spirituali dell’individuo. In questo momento sembrano decidersi le sorti della Chiesa: l’istituzione corrente potrebbe scomparire divenendo il culto di alcuni conservatori, oppure trasformarsi profondamente nelle sue forme amministrativa e religiosa.
Al centro di questi dibattiti e queste possibilità, sembra giorcarsi la battaglia per un sacerdozio rinnovato che includa anche le donne.

La Chiesa Romano Cattolica si distingue per aver lottato accanitamente contro il femminismo e contro l’ordinazione delle donne nell’ultimo secolo. La Santa Sede è uno degli ultimi governi al mondo (insieme a Yemen, Haiti e Qatar) ad essere governato esclusivamente da persone di sesso maschile. Così, è venuto come una sorprendente apertura storico in cui il 12 maggio 2016, Papa Francesco ha promesso di fronte a una platea di 900 suore che avrebbe aperto una commissione per studiare il diaconato femminile (il primo passo per essere ordinati) agli albori del cristianesimo e la possibilità di applicarlo oggi.

Giulia Bianchi ha lavorato su questo progetto dal 2012 incontrando più di 70 donne prete negli Stati Uniti e in Colombia, fotografandole e intervistandole.
Attualmente sta documentando questa storia in Europa e in Sud Africa.
Giulia sta creando un documentario web http://www.donneprete.org e creando un libro. Essi presenteranno fotografie, interviste, disegni, documenti d’archivio, saggi teologici e di femminismo, diventando un punto di riferimento per questo argomento.

BIO
Giulia Bianchi è una fotografa interessata ai temi della spiritualità e del femminismo. Da quattro anni lavora ad un progetto sul sacerdozio femminile proibito nella chiesa cattolica.
Ha insegnato documentaristica all’ICP di New York, a Londra, e a Camera Torino. Ha lavorato come fotografa indipendente con National Geographic, TIME, The Guardian, Espresso, etc. ed esposto il suo lavoro internazionalmente.

Fonderia 20.9 – Verona

dal 17 settembre al 16 ottobre 2016

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L’ALTRO SGUARDO – Fotografe italiane 1965-2015

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La mostra, a cura di Raffaella Perna, propone una selezione di più di centocinquanta fotografie e libri fotografici provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, concepita e costituita con lo scopo di favorire la conoscenza e la valorizzazione delle più significative interpreti nel panorama fotografico italiano dalla metà degli anni Sessanta a oggi. La collezione – unica nel suo genere in Italia – è composta da opere realizzate da circa cinquanta autrici appartenenti a generazioni diverse: dai lavori pionieristici di Paola Agosti, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Mattioli, Marialba Russo, sino alle ultime sperimentazioni condotte tra gli anni Novanta e il 2015 da Marina Ballo Charmet, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Paola Di Bello, Luisa Lambri, Raffaella Mariniello, Marzia Migliora, Moira Ricci, Alessandra Spranzi e numerose altre.

È la prima mostra nata dalla partnership tra la Triennale di Milano e il MuFoCo – Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, una collaborazione che produrrà anche l’esposizione dedicata a Federico Patellani, La guerra è finita. Nasce la Repubblica. Milano 1945-1946, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, dal 17 Settembre 2016 al 15 Gennaio 2017, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, dove è conservato l’intero archivio fotografico del grande fotoreporter.

In Italia l’ingresso massiccio di fotografe, fotoreporter e artiste nel circuito culturale risale agli anni Sessanta: in questo momento l’accesso delle donne al sistema dell’arte e del fotogiornalismo – ambiti rimasti a lungo appannaggio quasi esclusivo di presenze maschili – è favorita dai repentini cambiamenti sociali e dalle lotte femministe. Grazie anche alle conquiste di quella generazione oggi fotografe e artiste hanno acquisito posizioni di primo piano nella scena culturale del nostro Paese e in quella internazionale: il loro lavoro è presente in musei, gallerie, festival, riviste e pubblicazioni specializzate, in Italia e all’estero. Nonostante la decisa inversione di rotta, la storia e il lavoro di molte fotografe è ancora da riscoprire, promuovere e valorizzare: le opere della Collezione Donata Pizzi testimoniano momenti significativi della storia della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da esse affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia nel nostro Paese. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, la necessità di dare voce a istanze personali e al vissuto quotidiano e familiare, il rapporto tra la memoria privata e quella collettiva sono i temi nevralgici che emergono dalla collezione e legano tra loro immagini appartenenti a vari decenni e generi, dalle foto di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali.

Nella mostra sarà esposta anche l’installazione Parlando con voi tratta dal libro omonimo di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore), e prodotta su idea di Giovanni Gastel da AFIP International – Associazione Fotografi Professionisti e Metamorphosi Editrice.
L’installazione multimediale, costituita da trenta schermi ognuno dei quali con un’intervista esclusiva a una fotografa e una sequenza di sue opere e pubblicazioni consente al visitatore di conoscere e approfondire le vite di professioniste e artiste, le loro esperienze di donne originali e coraggiose.

A corredo dell’esposizione verrà pubblicato un catalogo, italiano-inglese (Silvana Editoriale), con testi di Federica Muzzarelli, Raffaella Perna, un’intervista a Donata Pizzi e schede biografiche di Mariachiara Di Trapani.

In mostra sono esposte fotografie di: Paola Agosti, Martina Bacigalupo, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Letizia Battaglia, Tomaso Binga (Bianca Menna) Giovanna Borgese, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Augusta Conchiglia, Paola De Pietri, Agnese De Donato, Paola Di Bello, Rä di Martino, Anna Di Prospero, Bruna Esposito, Eva Frapiccini, Simona Ghizzoni, Bruna Ginammi, Elena Givone, Nicole Gravier, “Gruppo del mercoledì” (Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Paola Mattioli, Silvia Truppi), Adelita Husni-Bey, Luisa Lambri, Lisa Magri, Lucia Marcucci, Raffaela Mariniello, Allegra Martin, Paola Mattioli, Malena Mazza, Libera Mazzoleni, Marzia Migliora, Verita Monselles, Maria Mulas, Brigitte Niedermair, Cristina Omenetto, Michela Palermo, Lina Pallotta, Luisa Rabbia, Moira Ricci, Sara Rossi, Marialba Russo, Chiara Samugheo, Shobha, Alessandra Spranzi.

5 Ottobre 2016 – 8 Gennaio 2017 – La Triennale di Milano

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Sara Munari

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Sara Munari, Bucharest

 

Dove Quarenghicinquanta – spazio fotografia

Via Quarenghi, 50 – 24122 Bergamo (interno cortile)

 Nome della mostra:

Be the bee body be boom (Bidibibodibibu)

Inaugurazione

15 Ottobre 2016 alle ore 18,30

Durata dell’esposizione

Dal 16 ottobre al 5 novembre 2016

Orari di apertura

Giovedì e venerdì : 16,00 19,30

Sabato e domenica: 10,00 – 12,30  16,00 – 19,30

Per chi lo volesse, in galleria saranno messi in vendita i libri di Sara Munari, tra cui Bidibibodibibu.

Note dell’autrice

Per Be the bee body be boom (bidibibodibibu) mi sono ispirata sia alle favole del folklore dell’Est Europa, sia alle leggende urbane che soffiano su questi territori. Un incontro tra sacro e profano, suoni sordi che ‘dialogano’ tra di loro permettendomi di interpretare la voce degli spiriti dei luoghi. Ogni immagine è una piccola storia indipendente che tenta di esprimere rituali, bugie, malinconia e segreti. L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari, in tutti questi luoghi ho percepito una forte collisione tra passato, spesso preponderante, e presente. Sono anni che viaggio a est, forse il mio sguardo è visionario e legato al mondo dei giovani, a quella che presuppongo possa essere la loro immaginazione.

Anno esecuzione 2008-2015

Biografia

Sara Munari nasce a Milano nel 72. Vive e lavora a Lecco. Studia fotografia all’Isfav di Padova dove si diploma come fotografa professionista. Apre, nel 2001, LA STAZIONE FOTOGRAFICA, Studio e galleria per esposizioni fotografiche e corsi, nel quale svolge la sua attività di fotografa. Docente di Storia della fotografia e di Comunicazione Visiva presso ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA di Milano. Dal 2005 al 2008 è direttore artistico di LECCOIMMAGIFESTIVAL per il quale organizza mostre di grandi autori della fotografia Italiana e giovani autori di tutta Europa. Organizza workshop con autori di rilievo nel panorama nazionale. Espone in Italia ed Europa presso gallerie, Festival e musei d’arte contemporanea. Fa da giurata e lettrice portfolio in Premi e Festival Nazionali. Ottiene premi e riconoscimenti a livello internazionale. Non ha più voglia di partecipare a Premi, per ora. Si diverte con la fotografia, la ama e la rispetta.

Eolo Perfido – Tokyoites

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I Tokyoites – come gli stranieri chiamano gli abitanti di Tokyo – danno l’impressione di andare sempre di fretta. Veloci come chi sa sempre dove andare, vivono le soste imposte da un semaforo o da uno spostamento in metro con gli occhi puntati sul loro smartphone.
Come racconta Perfido “La mia prima volta a Tokyo, da ragazzo, fu un viaggio senza macchina fotografica. Me ne innamorai. In bilico tra passato e futuro, tradizione e innovazione, Tokyo, da quella prima volta è sempre stata al centro delle mie curiosità intellettuali.
Credo che la mia attrazione per il Giappone sottenda in parte alle classiche leggi degli opposti che si attraggono, ed in parte alle meravigliose contaminazioni mediatiche che hanno caratterizzato la mia vita, ed in seguito la mia professione, a partire dagli anni 80 in poi.”

A Tokyo convivono persone, stili di vita, quartieri così diversi e in contrasto tra loro che diventa subito chiaro che non si tratta di una sola città ma di tante piccole città diverse, in continuo movimento, in continua mutazione.
L’occhio del Gaijin – parola giapponese che significa “persona esterna al Giappone” – aiuta però a riconoscere dei tratti talmente comuni a gran parte dei Tokyoites che il loro manifestarsi nei luoghi pubblici sono diventati lo spunto intorno al quale ho costruito il mio lavoro di fotografia di strada.
Capaci di isolarsi contro una parete per rispondere ad un messaggio o consultare una mappa, riescono a definire una convezione quasi materica di spazio personale. Il contrasto tra un’altissima densità di popolazione e l’isolamento di ogni singolo individuo è palpabile.
In una città come Tokyo quello che potrebbe sembrare un limite, diventa spesso una virtù, necessaria alla civile sopravvivenza. Non solo imposizione culturale ma adattamento che permette la convivenza armonica di oltre 16 milioni di persone.
Senza sosta i cittadini si spostano per le strade e le stazioni, ordinati e silenziosi, sincronizzati come in una danza, evitando di scontrarsi e di darsi disturbo nel contatto.

Leica Store Milano – Via Mengoni, 4
Dal 20 settembre 2016 al 5 novembre 2016

Ri-creazioni – Mario Cresci

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Ri-creazioni scaturisce dall’incontro tra Mario Cresci e le immagini conservate nell’Archivio Fotografico di Eni, un patrimonio di alto valore storico e artistico, capace di offrire uno spaccato di tutto il XX secolo, così come con alcuni fra i materiali più recenti e innovativi sviluppati dalla stessa azienda. Un ampio percorso di approfondimento all’interno del complesso universo creativo di Cresci, tra le sue tecniche, le sue intuizioni e le sue invenzioni, tra passato, presente e futuro.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia- 15 settembre – 16 ottobre 2016

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Poesia del reale – Toni Nicolini

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Proprio nella scelta della fotografia narrativa o di “reportage” sta anche, per Toni e per altri suoi colleghi, il tentativo di piegarsi a seguire con implacabile “freddezza” la grande commedia del mondo.

Cesare Colombo

Giovedì 15 settembre alle 18.30 inaugura a Forma Meravigli (Milano) la mostra Poesia del reale. Fotografie di Toni Nicolini. L’esposizione è promossa e organizzata da CRAF. Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia. Sarà visitabile fino al 23 ottobre 2016. Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Poesia del reale è la prima grande mostra retrospettiva che presenta l’opera di Toni Nicolini, interprete sensibile della realtà italiana, uno dei più raffinati fotografi del nostro Paese, scomparso nel 2012. Le sue fotografie, realizzate dagli anni Sessanta ai Duemila, testimoniano uno sguardo attento e partecipe al nostro tempo e ai mutamenti della società. Il libro, e il volume che l’accompagna pubblicato da Contrasto e curato da Giovanna Calvenzi e Walter Liva, sono il frutto di un lungo lavoro sul suo archivio di immagini, realizzato da Cesare Colombo e Walter Liva. A Forma Meravigli sarà esposta una selezione ampia e accurata delle immagini che Nicolini ha realizzato in cinquanta anni di carriera.

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Identità Negate:

Lingering ghosts – Sam Ivin  |  Foibe – Sharon Ritossa

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Che cosa significa essere un richiedente asilo nel Regno Unito? È questo il punto di partenza della ricerca di Sam Ivin, iniziata in un centro di prima accoglienza a Cardiff, in Galles, e poi continuata in tutta l’Inghilterra.

Il risultato è una serie di 28 ritratti, cui gli occhi sono stati raschiati via manualmente dall’autore: una volta arrivati nel Regno Unito, questi migranti si trovano a vivere in una sorta di limbo, costretti ad attendere notizie della loro richiesta di asilo per mesi o addirittura anni. Diventano dei lingering ghosts, delle ombre sospese.

Graffiare i volti di questi 28 migranti è un modo per tramettere in maniera immediata l’idea della perdita di sé, la confusione che li attanaglia mentre aspettano di conoscere il loro destino.

Quello di Ivin è uno sguardo contemplativo, distante dai riflettori dei media. I suoi ritratti gettano luce su una questione spesso taciuta: l’emergenza dei richiedenti asilo. Nonostante siano presentate prive di occhi, queste persone hanno una loro identità e in loro riconosciamo madri, padri, figlie e figli: esseri umani.

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Foibe. Il Carso è un territorio brullo e roccioso dell’altipiano triestino, sloveno e croato dove si registra una forte concentrazione di cavità geologiche: grotte o pozzi modellati da fiumi sotterranei che scavando nella terra per millenni hanno scolpito la roccia calcarea dando vita a dei profondi inghiottitoi, chiamati foibe.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, le foibe presenti lungo tutta la zona carsica vennero utilizzate come fosse comuni per occultare i corpi di italiani, croati sloveni e tedeschi uccisi per motivi politici.

Ancora oggi la storia di questi profondi abissi resta oscura, contestata e spesso negata, e le foibe continuano a celare dei segreti. Sono anche difficili da individuare sul territorio perché, di fatto, manca una mappatura completa.

Questo progetto fotografico intende riflettere su quanto la conformazione geologica di un’area geografica possa incidere sulle sue vicende storiche e sociali. È un tentativo di far entrare lo spettatore in contatto con il territorio, sottolineando che le foibe sono prima di tutto un prodotto della natura e un tratto caratteristico di una certa zona.

Il viaggio alla ricerca di queste cavità naturali è stato fatto con l’aiuto di speleologi locali che hanno messo a disposizione le loro competenze e i loro strumenti di esplorazione.

Galleria del Cembalo – Roma dal 15/09/2016 l 26/11/2016

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Anna