Straordinarie mostre di fotografia anche a dicembre.

Nuove fantastiche mostre vi aspettano nel mese di dicembre, ma ricordatevi che ce ne sono altre ancora in corso. Trovate tutto qua!

Ciao

Anna

JAMES NACHTWEY MEMORIA

L’attesissima esposizione del pluripremiato fotografo americano, considerato universalmente l’erede di Robert Capa, è la prima tappa internazionale di un tour nei più importanti musei di tutto il mondo. La mostra propone una imponente riflessione individuale e collettiva sul tema della guerra. Curata da Roberto Koch e dallo stesso James Nachtwey, Memoria rappresenta una produzione originale e la più grande retrospettiva mai concepita sul suo lavoro.

Dal 1 dicembre 2017 – 4 marzo 2018 – Palazzo Reale Milano

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Narciso Contreras – Libya: A Human Marketplace

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Dal 04 Novembre 2017 Al 14 Gennaio 2018  – Galleria d’Arte De Chirico – Torino

Dal 4 novembre in occasione della Notte delle Arti Contemporanee, la galleria Raffaella De Chirico avrà il privilegio di ospitare in esclusiva per la città di Torino l’importante lavoro di Narciso Contreras intitolato Libya: A Human Marketplace. Una mostra, una investigazione prodotta nel quadro della settima edizione del Carmignac Photojournalism Award, che prima di toccare il suolo torinese ha avuto l’onore di essere esposta, costringendoci a vedere, a guardare, ad entrare in un mondo fatto di oppressione, di terrore, di violenza a Palazzo Reale a Milano. Il suo lavoro è stato esposto alla Saatchi Gallery a Londra ed all’Hôtel de l’Industrie a Parigi. Le fotografie del lavoro di Contreras sono la brutale testimonianza del traffico di esseri umani che viene perpetrato ai confini della Libia post?Gheddafi, da milizie che sfruttano la condizione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo a fini commerciali ed economici.

La rotta che attraversa il Niger e poi la Libia è il terribile segreto delle politiche democratiche europee. Raccontare il viaggio da dove non possiamo ancora vedere, non dalle nostre coste, dai nostri orizzonti, ma raccontare la vulnerabilità dalle periferie dove esso si genera. Narciso Contreras ha fornito per il Prix Carmignac di fotogiornalismo una testimonianza sulla inaccettabile realtà del traffico di esseri umani ai confini della Libia, dove si è recato da febbraio a giugno 2016.

La prima volta che sentiamo la parola schiavo è lontana da noi, qui la ritroviamo in corpi senza identità. Corpi di cui rimangono solo i numeri, le lettere per identificarli in celle posti come se non avessero mai vissuto. Questi corpi urlano il diritto di essere, la possibilità alla vita, ma per loro non ci sono lacrime.

Il lavoro di Contreras mette in luce una nuova crisi umanitaria che vede migranti, rifugiati e richiedenti asilo ritrovarsi in balia delle milizie che li sfruttano a fini commerciali ed economici. Bloccati dentro centri di detenzione, queste persone sono sottoposte a condizioni di vita disumane dovute al sovraffollamento delle carceri, all’assenza di infrastrutture sanitarie e ai violenti pestaggi. Nel corso di questo reportage il fotogiornalista costruisce un racconto che sottolinea come, invece di essere un luogo di transito per i migranti diretti in Europa, la Libia sia in realtà diventata una roccaforte del traffico, dei campi di concentramento di nuova era.

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ALEC SOTH – GATHERED LEAVES

Alec Soth (*1969) is regarded as one of the most important figures in documentary photography. From 8 September 2017 to 7 January 2018, the exhibition Gathered Leaves in the House of Photography at the Deichtorhallen Hamburg will feature a comprehensive selection of some sixty-five photographs that offer an in-depth look at the work of this Magnum photographer.

The Telegraph has called Alec Soth “the greatest living photographer of America’s social and geographical landscape.” Soth thus follows in the tradition of Robert Frank, Stephen Shore, and Joel Sternfeld. He has inspired a wide audience at numerous international solo and group exhibitions, most recently at the Whitney Biennale, the 2004 São Paulo Biennale, as well as the Jeu de Paume in Paris and the Fotomuseum Winterthur in 2008. The exhibition at the Deichtorhallen Hamburg will be the first comprehensive showing of his four characteristic series Sleeping by the Mississippi (2004), Niagara (2006), Broken Manual (2010), and Songbook (2014).

The physical landscapes of his homeland—the majestic Mississippi, the torrential Niagara Falls, wide-open deserts and pristine natural expanses, small towns and suburbs—form the structure and setting of his poetic studies of American life. The subjects of Alec Soth’s works are the American ideals of independence, freedom, spirituality, and individuality, which the photographer expresses in scenes of daily life. The human essence always remains the central aspect of his intimate portraits; his trained eye is directed at the story behind the visual narrative—human emotions, personal destinies and longings. Soth always follows his aesthetic approach: “to me the most beautiful thing is vulnerability.”

The exhibition was developed in cooperation with Magnum Photos. Hamburg will be its only stop in Germany on an international tour that includes the Media Space at the Science Museum and the National Media Museum (both in London), the Finnish Museum of Photography (Helsinki), and the Fotomuseum in Antwerp.

8 SEPTEMBER 2017 − 7 JANUARY 2018 – HOUSE OF PHOTOGRAPHY – Hamburg
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MATHIEU ASSELIN – MONSANTO®: THE BOOK

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Spazio Labo’ è orgogliosa di presentare la mostra tratta dal libro Monsanto®: A Photographic Investigation (Verlag Kettler/Actes Sud, 2017) di Mathieu Asselin, un’indagine dettagliata e minuziosa sulla Monsanto® Company, la multinazionale statunitense specializzata in biotecnologie agrarie.
Dopo il grande successo riscontrato al festival Les Rencontres d’Arles edizione 2017, la mostra prodotta a Bologna è stata ripensata dal curatore Sergio Valenzuela Escobedo appositamente per la galleria di Spazio Labo’, proponendo una selezione di nuovi contenuti rispetto al festival francese. Monsanto®: The Book focalizza l’attenzione sul libro di Asselin e nasce con l’intento di mostrare come è stata portata avanti la sua indagine fotografica e come, fin dall’inizio, questo progetto sia stato pensato in forma editoriale. La scelta di concentrarsi sul “come” e sul processo realizzativo si coniuga perfettamente con la doppia anima di Spazio Labo’, galleria espositiva ma anche scuola di fotografia, motivo per cui alla mostra si affianca anche un workshop con l’autore in programma il 13 e 14 gennaio 2018.

Monsanto®: The Book propone immagini, documenti di archivio, contenuti multimediali, materiali pubblicitari e oggetti che raccontano senza filtri l’ascesa al potere, le strategie di comunicazione e manipolazione delle informazioni, la costruzione di un’identità e le drammatiche conseguenze delle azioni di una delle multinazionali più potenti al mondo. La mostra è anche un modo per riflettere su come la nuova fotografia documentaria stia diventando una alternativa alla comunicazione di massa che siamo abituati a fruire.
Monsanto®: The Book si configura, inoltre, come il contributo spontaneo che Spazio Labo’ vuole dare al dibattito culturale innescato dalle mostre e dai temi di “Foto/Industria 2017. Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro promossa dal MAST di Bologna fino al 19 novembre 2017.

Nato nel 2011, il progetto Monsanto®: a Photographic Investigation ha visto per cinque anni il fotografo Mathieu Asselin impegnato a documentare gli effetti nocivi, negli Stati Uniti e in Vietnam, di alcuni prodotti della multinazionale americana. Attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio (documenti, oggetti, video, testimonianze, articoli…) Asselin ha realizzato un’indagine approfondita a più livelli che ricostruisce in modo obiettivo – e, forse per questo, ancora più drammatico – la storia di Monsanto.
Monsanto®: a Photographic Investigation immerge il lettore nel complesso “sistema” della multinazionale statunitense, e lo fa conducendo l’inchiesta su un doppio binario.
Vengono così mostrate le conseguenze delle altissime concentrazioni di policlorobifenili in Alabama, le vittime di terza generazione del defoliante Agent Orange utilizzato durante la Guerra in Vietnam, la pressione esercitata a livello globale sugli agricoltori a favore dell’utilizzo di sementi OGM, ma non solo. Componente fondamentale del progetto è l’accurata ricostruzione delle strategie di marketing e comunicazione dell’azienda che rivelano, soprattutto grazie ai documenti più lontani nel tempo, una inquietante visione del rapporto natura-scienza.
Emerge così che Monsanto® intrattiene “relazioni pericolose” con il governo degli Stati Uniti, soprattutto con la FDA (Food and Drugs Administration). Mentre la multinazionale è impegnata a diffondere nuovi prodotti e tecnologie, scienziati, ecologisti, istituzioni a tutela dei diritti umani si battono per portare l’attenzione sui danni arrecati da Monsanto® in ambiti quali la salute pubblica, la sicurezza del cibo e la sostenibilità ecologica – questioni che determinano il futuro del pianeta. Muovendosi tra passato e presente, questo libro mostra come potrebbe essere il futuro se lasciato nelle mani di aziende come Monsanto®.
Il dummy di Monsanto®: a Photographic Investigation si è aggiudicato il primo premio del prestigioso Dummy Award Kassel 2016, vittoria che ha permesso la pubblicazione del libro nel 2017. Tra i riconoscimenti più importanti, la menzione speciale a Les Rencontres d’Arles Dummy Book Award 2016 e la selezione all’interno del PhotoBook Bristol’s Dummies and First Book Table. Di ottobre 2017 è la notizia che il libro Monsanto®: a Photographic Investigation è stato nominato finalista nella categoria First PhotoBook del prestigioso premio Paris Photo-Aperture Foundation PhotoBook Award, che verrà assegnato in occasione della prossima edizione di Paris Photo.

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I Grandi Maestri. 100 anni di fotografia Leica

Dal 16 novembre 2017 al 18 febbraio 2018 la mostra I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini (Roma) che rende omaggio alla prima macchina fotografica 35 mm provvista di pellicola, alla fotografia d’epoca e a tutti gli artisti che hanno utilizzato la Leica dagli anni venti ai giorni d’oggi, celebrando le loro immagini.

Oltre 350 opere dei maggiori e più prestigiosi autori – da Henri Cartier-Bresson a Gianni Berengo Gardin, da William Klein a Robert Frank, a Robert Capa a Elliott Erwitt e molti altri – decine di documenti originali, riviste e libri rari, fotografie vintage, macchine fotografiche d’epoca, compongono questa ricca esposizione che occuperà le sale del Complesso del Vittoriano di Roma nella sua unica ed eccezionale tappa italiana.

Dal 16 novembre al 18 febbraio – Complesso del Vittoriano, Ala Brasini – Roma

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André Kertész – Mirroring Life

Foam presents Mirroring Life, a retrospective exhibition of the work of photographer André Kertész (1894–1985).

15 September – 10 January – FOAM Amsterdam

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Anna Brenna – Acque silenziose

A pochi chilometri dal centro storico di Bucarest, in Romania, si trova un singolare “circuito” di cemento. Durante il comunismo erano molti gli ambiziosi piani di sviluppo per il Paese. Uno di questi prevedeva la costruzione di un lago artificiale da collegare al fiume Dâtmbovița, per creare una sorta di porto nella città. Dopo il 1989, a seguito della rivoluzione e della caduta del regime, l’incompleto progetto venne lasciato a se stesso. Lentamente la natura prese il sopravvento, alcune sorgenti iniziarono a sgorgare dal terreno, la vasta superficie si trasformò lentamente in un’area umida, un delta urbano con pesci e uccelli. All’interno del bacino trovarono nel tempo riparo anche alcune famiglie di senza tetto. Inizialmente costruirono delle baracche in lamiera, che però vennero abbattute dalle autorità. Attualmente all’interno dell’area vivono una mezza dozzina di famiglie, che cercano di rimanere invisibili per non essere cacciate e vivono di piccoli lavori.

“Io voglio dare un nome e un volto ad alcune di queste persone, che ho conosciuto e che si sono aperte con me, raccontandomi le loro storie: Gabriel e Magda con Furnică, Petrica, Marianna e Florin, Mariuta e Florin, sperando che possano riconquistare la loro dignità”. Anna Brenna

Dal 15 dicembre al 28 gennaio – Baretto Beltrade – Milano

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Gianni Berengo Gardin – Il suo sguardo su Milano

Gianni Berengo Gardin sarà l’ottavo fotografo a ricevere il prestigioso premio “Leica Hall of Fame Award”.

Tutti i Leica Store d’Italia celebreranno l’evento con una mostra dedicata alle sue fotografie.
A Milano inaugureremo il 17 Novembre dalle 18.30 “Gianni Berengo Gardin – Il suo sguardo su Milano”, con una serie di fotografie scattate alla nostra città nel corso della sua carriera, visibile fino a Gennaio.
La mostra rimarrà in esposizione fino al 17 Gennaio 2018.

Dal 17 novembre al 17 gennaio – Leica Store Milano

I bolscevichi al potere

A La Casa di Vetro, centro culturale di Milano, dall’11 novembre 2017 al 10 marzo 2018, la mostra “I Bolscevichi al Potere. 1917 – 1940: dalla Russia rivoluzionaria al terrore staliniano”, con ca. 60 immagini storiche provenienti da agenzie internazionali distribuite in Italia da AGF – Agenzia Giornalistica Fotografica, racconta dalla caduta dello Zar alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra civile alla nascita dell’Unione Sovietica, dalla morte di Lenin al terrore staliniano e all’assassinio di Trotsky. La mostra fa parte del progetto History & Photography (www.history-and-photography.com), che ha per obiettivo raccontare la storia con la fotografia (e la storia della fotografia) al grande pubblico e ai più giovani valorizzando gli archivi storico fotografici con esposizioni e fotoproiezioni. Alle scuole sono proposte visite guidate, fotoproiezioni dal vivo e l’innovativa possibilità di usare in classe le immagini della mostra per fare lezione tramite connessione web.

“Nascondere alle masse la necessità di una guerra rivoluzionaria disperata, sanguinosa, di sterminio, come compito immediato dell’azione futura, significa ingannare sé stessi e il popolo …”

dall’11 novembre 2017 al 10 marzo 2018 – La Casa di Vetro, Milano

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Milano e la mala. La storia criminale della città

Dall’inizio del ‘900 a Milano si afferma una particolare forma di criminalità detta Ligera, termine che allude, appunto, alla leggerezza di piccole bande che si coalizzano in vista di un colpo e dopo il quale si sciolgono. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, la Ligera lascerà il campo a una forma più organizzata e violenta di malavita, che espanderà il proprio potere fino ad avere il pieno controllo del gioco d’azzardo, della prostituzione e del traffico degli stupefacenti. Sono anni di transizione: la città non ha ancora un vero padrone e le strade sono un luogo disordinato, terreno di conquista di bande diverse che spesso vengono da fuori.

Alla fine degli anni Sessanta il potere mafioso inizia a estendere i propri tentacoli sul traffico degli stupefacenti. Protagonisti di questa stagione, fino ai primissimi anni ’80, saranno uomini i cui soli nomi evocano nei ricordi dei milanesi atmosfere da far west: Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Joe Adonis, Luciano Liggio e Frank Coppola. Una sezione del percorso espositivo sarà dedicata al protagonista indiscusso della malavita milanese, colui che è entrato nell’immaginario collettivo cittadino come il bandito per eccellenza: il bel Renè, al secolo Renato Vallanzasca. Insieme all’evoluzione delle organizzazioni malavitose, muta Milano stessa. Bische, night club, circoli privati, l’ippodromo di San Siro, le sale corse: tutto ricade sotto il ferreo controllo dei gruppi che spadroneggiano in città.

Un punto di svolta è rappresentato dall’arrivo e dalla rapidissima diffusione delle droghe, prime fra tutte l’eroina. La città si trasforma da una tranquilla metropoli in espansione a una città attanagliata da paure di ogni tipo: i milanesi iniziano a chiudersi in una socialità privata, lasciando la notte cittadina in balia di balordi di ogni risma.

Insieme ai protagonisti della Mala, in mostra troveranno spazio le storie di coloro che la criminalità l’hanno combattuta: è il caso del celebre commissario Nardone, del questore Serra e di molti altri protagonisti di quella stagione sanguinosa.

Sfondo di tutto il racconto sarà sempre e comunque Milano, con i suoi cambiamenti repentini, con le sue paure, con le sue risposte e con la sua voglia continua di rinnovarsi.

DAL 9 NOVEMBRE 2017 ALL’ 11 FEBBRAIO 2018 – Palazzo Morando | Costume Moda Immagine – Milano

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Donne Curde una vita in lotta

Le scienze sociali ci spiegano che la nostra individualità si forma in relazione al contesto sociale in cui nasciamo e cresciamo e che ognuno di noi, nel corso della vita, arriva poi ad avere il proprio ruolo. L’ ambiente e il periodo storico in cui viviamo influenza le nostre scelte e il nostro stile di vita . Purtroppo ci sono strutture sociali che ancora tendono a discriminare gli individui che ne fanno parte: ancora oggi un importante motivo di discriminazione è quella di genere. E’ questo il caso delle donne turche e ancor di più di quelle curde. Queste donne si trovano in una condizione di oppressione a causa di organizzazioni e istituzioni che le privano delle loro libertà personali, che vogliono abolire le pene per crimini contro i diritti umani, che riempiono gli ospedali di medici obiettori, e che trovano giusto dare in spose delle bambine. Queste donne hanno deciso di lottare, di non chinare la testa di fronte a tutto questo , perchè vogliono avere un giusto riconoscimento politico ed arrivare finalmente ad un’ uguaglianza di genere. Bisogna guardare con ammirazione i percorsi tracciati da queste donne ed, oltre ad osservare, noi di Clinica Canegallo ne vogliamo parlare attraverso gli occhi e le parole di chi queste donne le ha conosciute e le ha fotografate nella loro forza e fragilità. Giovedi 23 Novembre alle ore 18.30 presso Clinica Canegallo, via dei fiori 14h Alatri (FR) ci incontreremo per parlarne con la fotografa Maria Novella De Luca e Silvia Todeschini, rappresentante del gruppo di solidarietà del movimento donne curde.

dal 23 Novembre al 31 gennaio – Studio Canegallo -Alatri (FR)

Cinema Mundi – Stefano De Luigi

Nell’anno in cui ricorre la ventesima edizione del Mestre Film Fest, festival internazionale del cortometraggio, il Centro Culturale Candiani, organizzatore del Festival, ha scelto di festeggiare il pregevole traguardo con molti eventi, tra cui un concorso fotografico a tema cinematografico con esposizione in mostra delle foto vincitrici e la mostra dedicata al mondo del cinema del maestro Stefano De Luigi Cinema Mundi.

Esiste un mondo cinematografico lontano dai fasti di Hollywood, un modo alternativo di fare cinema, con meno mezzi, ma non per questo meno ricco di idee e contenuti, tanto da guadagnare riconoscimenti nei più importanti festival europei e americani.

 Questo mondo ce lo racconta Stefano De Luigi, con un progetto al quale si è dedicato per tre anni, “calcando” le scene dei set cinematografici dalla Russia alla Cina, dalla Corea all’Argentina, dalla Nigeria all’Iran e all’India. Cinema mundi è la sua dichiarazione d’amore per il cinema, “attraverso i film ho studiato anche la luce” confessa De Luigi, ed è quella stessa luce che cogliamo in molte delle sue immagini.

Membro di VII PHOTO, della fotografia ne ha fatto una professione fin dal 1988, fotografo curioso ed eclettico, la sua cifra stilistica è non farne una questione di genere, anzi i generi li mette in dialogo: ritratti, moda, reportage, fotogiornalismo… Ama sperimentare, a seconda delle necessità: digitale, smartphone, panoramiche…

Ha all’attivo molti premi, tra i quali quattro World Press Photo molte esposizioni personali, pubblica su Stern, Paris Match, Le Monde Magazine, New Yorker, Eyemazing, Geo, Vanity Fair, Time, Newsweek, Internazionale, D repubblica …

Cinema mundi apre la ventesima edizione del Mestre Film Fest -in programma al Centro Culturale Candiani dal 16 al 18 novembre- un festival internazionale del cortometraggio, piccolo ma decisamente longevo, che della sua continuità ne ha fatto un punto di forza, presentandosi ogni anno non solo con un ricco programma di corti selezionati tra le varie centinaia e centinaia arrivati da tutto il mondo, ma anche con interessanti novità. I due progetti hanno in comune la stessa curiosità e passione per il mondo delle immagini in movimento, la conoscenza “dell’altro” e di “altri mondi”, le storie narrate dai più svariati punti di vista, oltre alla fotografia ovviamente.

E così eccoci a Buenos Aires, sul set di Leonera di Pablo Trapero, un film presentato in concorso al sessantunesimo Festival di Cannes che parla di maternità, innocenza e degrado. Oppure negli studi cinematografici di Shangai, tra figure eleganti e misteriose sul set del film Qui Tang, una storia di spie durante l’occupazione giapponese della Cina o tra le comparse che si preparano a girare una scena di un giallo ambientato negli anni ’40.  A Mosca ci ritroviamo sul set della miniserie televisiva I fratelli Karamazov, per poi trasferirci a “Nollywood”, in Nigeria, patria di una industria cinematografica definita “aggressiva”, dove si “gira” in appartamenti e hotel piuttosto che negli studios, per ritrovarci poi negli studi cinematografici di Teheran, tra le comparse sul set di Joseph un colossal religioso.  Tra colombe, conigli e divinità arriviamo a Ramoji Film City negli studi della città indiana Hyderabad, sul set del film mitologico Astadasa Purana. In Corea infine, in un lussuoso albergo di Seoul con Lee Min-jung protagonista di Elephant Penthouse e a Samcheok, durante le ripetizioni della prima scena di Mother di Bong Joon-ho.Cinema e fotografia, il legame tra i due linguaggi è profondo e viene da lontano, “per il fotografo il cinema è sempre l’immagine che viene dopo, un modo particolare di definire la progressione ma anche la differenza tra l’immagine fissa e quella in movimento”, diceva Cartier-Bresson.

Cinema e fotografia condividono tecniche, linguaggi narrativi, uso della luce, ispirazioni estetiche, atmosfere, creatività. Grandi registi come Kiarostami, Wenders, Tornatore hanno scelto la fotografia come mezzo autonomo di espressione. Grandi fotografi hanno guardato alla regia, come lo stesso Cartier-Bresson o Corbjin.  Il fotografo di scena fissa sul set le immagini più significative di un film a scopi promozionali.

Il cinema come la fotografia dunque, mette in scena il lavoro della memoria dando ai fotogrammi un respiro teso ad accentuare pulsioni, emozioni, ambiguità. Stefano de Luigi sul set gioca diversi ruoli, un po’ attore,  ma soprattutto primo spettatore, un po’ regista ma soprattutto fotografo: i suoi scatti “rubati” socchiudono delle finestre dalle quali farci spiare, immaginare, sognare e viaggiare nei mondi del cinema, nei cinema del mondo.

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Paolo Roversi – Incontri

In concomitanza con la grande esposizione di Palazzo Reale a Milano, la FondazioneSozzani con la mostra “Incontri” mette in evidenza la struttura propriamente pittorica delle fotografie di Paolo Roversi.

Roversi è artista della composizione e della geometria, con un approccio astratto alla realtà. Fin dagli Anni ’80 le sue fotografie rispondono a una costante esigenza formale che dà loro un carattere sorprendentemente atemporale, in contraddizione con il gusto e gli usi della moda. La sua familiarità con la storia dell’arte, e con la pittura italiana in particolare, gli permette di fotografare come un pittore. Lavora spesso a serie costruite attorno a un tema o a un modello, come se cercasse di estrarne tutte le possibilità plastiche. Per questa esposizione Roversi ha raccolto le sue fotografie a due e a tre, in dittici e trittici. Questo procedimento, mai utilizzato prima in modo sistematico, offre uno sguardo inedito sul suo lavoro, dandogli una dimensione monumentale. La composizione a più elementi gli consente di dare un’attenzione maggiore al soggetto arricchendone la lettura. Come nei polittici del Rinascimento, che ricorrono ampiamente a questo metodo. In questa mostra la fotografia di Paolo Roversi appare più serena e controllata che mai. Insieme ai più di trenta dittici e trittici – realizzati appositamente per questa mostra a partire da alcune delle più importanti foto di Roversi – viene presentata per la prima volta una selezione di ritratti incrociati di Paolo Roversi e Robert Frank realizzati nel 2001 in Nova Scotia.

17 novembre 2017 – 11 febbraio 2018 – Galleria Carla Sozzani – Milano

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CITIES

Il nuovo club fotografico milanese PhotoMilano ospita a Spazio Tadini Casa Museo una selezione di immagini dei due numeri CITIES, il nuovo magazine made in Italy dedicato alla street photography prodotto da ISP, il progetto di street autoriale Italian Street Photography.

In mostra 90 immagini, una selezione tra quelle pubblicate nei due numeri della rivista, stampata in oltre 400 copie a numero, che raccontano la città con personali e differenti punti di vista ma in un’ottica street.

Le fotografie esposte sono state realizzate dai partecipanti alle due edizioni del progetto Isp Experience, una vera produzione condivisa a cui hanno partecipato per i due primi numeri più di 160 fotografi in 11 città italiane; guidati in due weekend in aprile e settembre 2017 dagli undici Autori Isp in veste di mentori hanno scattato e preselezionato più di 1.800 immagini, poi definitivamente selezionate da Angelo Cucchetto e Graziano Perotti per la realizzazione della Fanzine dedicata alla Street Italiana.

CITIES è una fanzine che si basa su un’idea progettuale nuova e unica. La sua forza risiede proprio nella condivisione di un’opportunità fotografica professionale, dunque sulla sua natura “partecipativa” rara in Italia.

Un avventura iniziata ad Aprile 2017 con il lancio del progetto Isp Experience, per la produzione del primo numero di CITIES in sei città Italiane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Roma, Catania. Per la seconda edizione e la produzione del secondo numero a settembre il progetto si è arricchito di un corso propedeutico di Street Photography e la produzione del magazine su 8 città: Bologna, Matera, Milano, Padova, Rapallo, Roma, Siracusa, Torino.

A fare da ospite a questa mostra alla Casa Museo Spazio Tadini, luogo dedicato in gran parte alla fotografia, è PhotoMilano, gruppo fotografico creato e diretto da Francesco Tadini che, in pochi mesi di attività, ha già promosso mostre personali e collettive – alle quali hanno già preso parte più di 150 autori – reportages istituzionali, nonché workshop fotografici.

dal 24 Novembre al 21 Dicembre 2017 – Spazio Tadini Milano

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Nature morte (2000-2017) di Christopher Broadbent, e Indizi. Opere dalla collezione di Mario Trevisan

La Galleria del Cembalo propone, fino al 3 febbraio 2018, due mostre in dialogo fra loro. Nature morte (2000-2017) di Christopher Broadbent, e Indizi. Opere dalla collezione di Mario Trevisan, offriranno spunti di riflessione riguardo l’affascinante e ambiguo rapporto tra la fotografia e tre grandi temi della storia dell’arte: figura, paesaggio, natura morta.

Nature morte (2000-2017)

Dopo una lunga carriera dedicata alla fotografia pubblicitaria e agli spot televisivi, Christopher Broadbent nel 2000 decide di recuperare una dimensione privata, intima, del suo ‘mestiere’, per approfondire ulteriormente il tema dello still life che già lo aveva reso noto nel panorama internazionale della comunicazione per la suggestione e la forza evocativa di molte sue immagini, vere e proprie icone della storia della pubblicità. A differenza di quanto accade frequentemente nell’opera di molti fotografi, nel caso di Christopher Broadbent non esiste discontinuità di visione tra la produzione pubblicitaria e quella privata. Anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che è stata la pubblicità ad adattarsi per molti anni al suo sguardo, alle sue atmosfere, alla sua cultura, al suo gusto.

Da sempre Christopher Broadbent indaga la più borghese, laica, privata e domestica delle forme dell’arte.

Scrive di lui Philippe Daverio: «La natura morta è la quintessenza dell’astrazione da parte dell’osservatore. Nel paesaggio chi lo descrive è necessariamente inserito; nella natura morta chi la racconta è per definizione esterno. Qui sta la prima differenza. La seconda è forse ancora più significativa e riguarda l’oggetto stesso e la sua difficile definizione, quella che lo porta ad avere nomi diversi nelle diverse lingue: per i tedeschi e gli inglesi è stilleben o still life, cioè vita silente, silenziosa nella propria poetica, per i francesi è nature morte anche se costituita da elementi non suscettibili di morire, per gli spagnoli è molto più semplicemente bodegón, pittura realizzata all’interno della bottega, cioè dello studio. Ma in tutti i casi si tratta di una composizione che abolisce l’idea di tempo e dove la staticità degli elementi diventa motivo di sospensione astratta dalla realtà circostante. È riflessione stabile dell’esistere. Ed è al contempo riflesso dell’esistente. Christopher Broadbent porta queste considerazioni alle loro estreme conseguenze.

Le sue nature morte sono di oggi, ma potrebbero essere del XVII secolo olandese, allo stesso modo. Dall’istantanea fotografica si scivola nel tempo infinito della storia, proprio perché il tempo in queste immagini è totalmente abolito, come i petali dei fiori che non stanno cadendo ma sono definitivamente caduti.

E la conseguenza ne è curiosamente paradossale: l’unica fotografia che possa raffigurare la realtà è quella che rappresenta una realtà artefatta, composta, inventata. Sicché qui il compito del fotografo non è più solo quello di scegliere e di scattare, ma diventa quello del comporre e dell’inventare, di fabbricare il teatrino che diventa il soggetto e non più l’oggetto dell’immagine. Come nella stampa antica, il fotografo in questo caso è colui che delineabat et invenit l’opera finale. L’effetto è fortemente attraente, in quanto Broadbent così facendo scioglie i limiti fra fotografia e pittura e lascia i due generi compenetrarsi in una nuova magia, senza tempo, nella quale gli accumuli di secoli di sensibilità saltano alla ribalta come il Jack in the Box, il diavoletto dell’immaginario che compare dal fondo dei sedimenti delle nostre fantasie e delle nostre memorie».

«Uso la penombra di una stanza vuota – spiega Broadbent – per suggerire il tempo sospeso in attesa di un intervento o di una conclusione. Come per una terzina in poesia, ho adottato una gabbia metrica in uso da secoli per la natura morta: struttura ortogonale, luce dalla finestra per un disegno in chiaroscuro, piani prospettici orizzontali marcati per mettere le cose a portata di mano dell’osservatore».

Indizi – Opere dalla Collezione Trevisan

Da oltre 25 anni Mario Trevisan colleziona fotografie e questa mostra, al di là della passione, dell’entusiasmo e della determinazione che lo contraddistinguono nella ricerca di piccoli e grandi capolavori iconici per l’incremento della propria raccolta, intende trasmettere – attraverso una ventina di opere di alcuni dei protagonisti della fotografia internazionale, dai pionieri delle origini ai maestri del Novecento – la sua straordinaria capacità di lettura del mezzo e dei linguaggi ai quali questo ha dato vita nel corso di quasi due secoli.

Collezionando fotografie, che cosa collezioniamo? era la questione che si poneva Claudio Marra (in L’immagine fotografica 1945-2000, a cura di Uliano Lucas, 2004) e alla quale rispondeva riportando il fenomeno del collezionismo fotografico al problema più generale del riconoscimento di un’identità della fotografia all’interno dell’intero e complesso sistema dell’arte. Non è più possibile ormai, dopo i mutamenti concettuali avvenuti nelle pratiche artistiche nel Novecento, concepire le immagini fotografiche come qualcosa di diverso e separato dagli altri prodotti della ricerca estetica.

Riflettendo, anzi, sulla centralità che la fotografia, fin dal suo apparire, ha assunto nel mondo dell’arte, per la sua duplice e ineludibile natura di oggetto iconico e concettuale, è possibile oggi riconsiderarne gli esiti, superando – secondo l’esemplare lezione di Trevisan – pregiudizi e retaggi di sapore idealistico e ottocentesco e accogliendo, nella decontestualizzazione che opera l’azione stessa del ‘collezionare’ (con i suoi prelievi, le sue cesure, la selezione, il riscatto), anche immagini realizzate originariamente per rispondere a funzioni pratiche (quali la documentazione, l’informazione, la pubblicità, la moda) e diverse da quelle puramente estetiche.

È in questo senso che la collezione Trevisan costituisce oggi in Italia uno dei rari esempi in cui sia possibile rintracciare, grazie alla sua estensione cronologica, alla varietà e alla qualità delle opere, alla provenienza culturale degli autori, alla molteplicità delle tecniche e alla diversità dei generi che vi sono rappresentati, una storia ‘universale’ del mezzo, dalla sua invenzione ai giorni nostri, anche se con tutti i limiti oggettivi che si pongono sempre a un’impresa di questo genere.

Limiti che hanno poi il potere di esaltare, invece, l’unicità e il carattere soggettivo di una raccolta che si manifesta, a sua volta, come atto individuale e creativo, come proposta alla collettività di un bene concettualmente e intellettualmente autonomo, con tutti i suoi valori insieme storici, culturali, affettivi, simbolici.

Quello che si propone in mostra è una selezione dalla selezione, uno sguardo ulteriore (non propriamente quello del collezionista) che offre ad altri sguardi una sorta di affondo, che tenti di concentrare e rappresentare, in una sintesi estrema, le specificità e l’originalità della collezione da una parte e, dall’altra, la vastità e la complessità della storia e della natura della fotografia.

Ed è proprio dall’analisi della collezione che due aspetti, in particolare, sono emersi e sono stati scelti come ambiti privilegiati attraverso i quali ripercorrere momenti, idee, proposte, invenzioni, sperimentazioni e soluzioni con cui la fotografia ha manifestato, nel corso del tempo, la sua duplice e ambigua identità, tra pratica comportamentale e aspirazioni di carattere formale e pittorico, in una costante tensione dialettica tra verità e finzione, realtà e apparenza, opacità e trasparenza, chiarezza e mistero.

Figure e paesaggi – apertamente intesi, come corpi e spazi via via indagati, documentati, rappresentati e interpretati dai fotografi – sono le due serie, parallele e complementari, entro cui si condensa e si dipana quella “storia della fotografia” che Mario Trevisan ha cercato a suo modo di tracciare: dall’oggettività e il naturalismo delle immagini delle origini, che pure tendono alla compostezza formale della pittura coeva (le vedute di Talbot e di Macpherson, i nudi di Belloc e di Moulin), alle aspirazioni simboliche e dichiaratamente espressive dei ritratti di Julia Margaret Cameron o dei paesaggi di Emerson, fino agli studi di fotografi pittorialisti come Drtikol e gli autori dell’atelier Pastime Novelty Co; dalle nitide e accademiche composizioni di un Marconi o di un Béchard, alle rappresentazioni ‘pure’ e dirette di autori come Eugène Atget e Manuel Alvarez Bravo; dalle raffinate e più o meno esplicite ‘citazioni’ pittoriche di Jeanloup Sieff, di Meyerowitz o di Luis Gonzalez Palma, fino alle immagini di autori come Friedlander, Sternfeld e Ghirri che, dietro l’esibizione chiara e ‘documentaria’ di porzioni di realtà, manifestano la vena più profonda e affascinante della fotografia, sempre ambiguamente sospesa tra oggettività e illusione, tra narrazione e affabulazione, tra ragione e paradosso.

Dal 24 novembre al 3 febbario 2018 – Galleria del Cembalo Roma

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Fabio Moscatelli – Gioele

La stagione dell’associazione culturale Acta International prende il via con una formula nuova: saranno presentate infatti le mostre di autori che hanno già un’identità fotografica importante e la curatela sarà affidata di volta in volta a giovani studenti e studentesse di scuole d’arte.

La particolarità di questo programma espositivo, infatti, riguarda il coinvolgimento di giovani curatrici e curatori che lavoreranno sotto il tutoraggio della giornalista e curatrice Loredana De Pace, ideatrice di questa formula per l’Acta International. In tal modo queste giovani leve potranno mettersi alla prova, lavorando a stretto contatto con fotografi che hanno già costruito un proprio percorso.

Il primo autore che sarà presentato è il fotografo romano Fabio Moscatelli.

La mostra di Fabio Moscatelli ci pone dinanzi al mondo frammentato e carico di delicatezza di Gioele, un ragazzo autistico che al momento del loro primo incontro viveva l’età di passaggio tra l’infanzia e la prima adolescenza. Come è iniziato tutto? Durante il loro primo incontro fu chiesto a Gioele se fosse d’accordo che l’uomo di fronte a lui venisse nella sua casa, lui rispose con un secco “no, mi fa schifo”. Un punto di partenza inaspettato per un legame che già poco tempo dopo aveva posto salde radici.

Il progetto nasce dalla volontà di conoscere e approfondire la tematica dell’autismo, ma non si ferma ad un’analisi della specifica realtà del ragazzo, e riesce a far scaturire dalle immagini l’intimità, la profondità del loro rapporto e la voglia di entrambi di immergersi nelle reciproche vite. La capacità di creare un solido piano di dialogo e il personale modo di porre il proprio punto di vista a stretto contatto con l’emotività di chi viene ritratto denotano la fotografia di Fabio Moscatelli.

La continua evoluzione risulta una caratteristica preponderante del lavoro dell’artista. La mostra riprende anche alcuni scatti inclusi nel primo frutto dell’intensa collaborazione con Gioele: il libro “Gioele. Quaderno del tempo libero”, e li coniuga con alcuni più recenti, tutti connotati da una limpidezza che non lascia spazio a manipolazioni ed espedienti visivi.

24 novembre – 16 dicembre 2017 – Acta international – Roma

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L’Italia di Magnum, la Sirmione di Paolo Pellegrin

100 fotografie che vanno Oltre esposte a Palazzo Callas Exhibitions

“Quella che mi interessa di più è una fotografia non finita, dove chi guarda ha la possibilità di  cominciare un proprio dialogo […] Io presento la domanda […], poi lascio spazio ad ognuno perchè si interroghi, perchè si faccia un’idea”
Paolo P

100 fotografie che vanno Oltre saranno esposte a Palazzo Callas Exhibitions dal 18 novembre 2017 al 7 marzo 2018.
Le prime 50 provengono dall’archivio Magnum Photos e raccontano il paesaggio italiano così come è stato visto da fotografi quali Robert Capa, Martin Parr, Werner Bischof, Elliot Erwitt, Richard Kalvar, Alex Webb, Inge Morath, Ferdinando Scianna e altri.Le altre fotografie sono un’assoluta scoperta: 50 immagini di Sirmione realizzate appositamente per questa mostra da Paolo Pellegrin.
Un racconto di straordinaria intensità, assolutamente inedito per forma e contenuto, un racconto per immagini destinato a suscitare nuove emozioni e un moto di sorpresa in tutti i visitatori.

18 novembre 2017 – 7 marzo 2018 – Sirmione Palazzo Callas Exhibitions

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Rafal Milach – The First March of Gentlemen

“The first march of gentlemen” è il titolo del recente libro dell’ artista Polacco Rafal Milach, realizzato durante la sua permanenza a Wrzesnia (PL) in occasione della residenza d’artista Kolekcja Wrzesińska.

Il lavoro nasce da una ricerca svolta sul passato della città e la scoperta dell’ archivio del fotografo Ryszard Szczepaniak, che negli anni 50 ha ritratto parte della popolazione locale. Milach resta affascinato soprattutto dalle immagini di giovani uomini, sia civili che militari riconoscendo nei loro atteggiamenti caratteristiche anomale: ben vestiti, imbellettati, fieri e disinvolti come dei gentiluomini, sembravano apertamente ignari o sprezzanti del tumulto del comunismo e del rigido controllo del governo che attanagliava la nazione. Ma il lavoro dell’ artista non si limita alla raccolta e riutilizzo di questo materiale, Milach si ricollega direttamente ad un fatto storico che ha segnato la città, lo sciopero degli studenti delle scuole primarie del 1901, in cui per 4 anni bambini e genitori si sono ribellati all’ imposizione di studiare esclusivamente in lingua tedesca.

Il risultato finale è un immaginario “giocoso” in cui le figure di questi gentiluomini si intrecciano in scenari surreali, fatti di forme geometriche, colori accesi, tutti chiari rimandi all’ educazione infantile, che raccontano pezzi di storia attraverso simbolismi semplici ma travolgenti, come nei disegni dei bambini. E’ altresì un commento formalmente astratto sulla situazione attuale Polacca, che può facilmente riferirsi anche ad altri luoghi. La serie di collage è un tipo di spazio utopico in cui i cittadini esprimono pubblicamente i propri timori e desideri. Indipendentemente dalle possibili conseguenze, sono attivi. Le immagini contengono sia l’idea di libertà che l’apparato oppressivo.

All’interno della mostra si ritrova questo potente dualismo, lo spazio della galleria viene utilizzato come le pagine del libro, sfruttando diverse operazioni e supporti per restituire in maniera chiara il duplice livello di lettura. Le pareti tinte di rosso sono pronte a farsi tela bianca su cui le immagini possono vivere e sovrapporsi. Ritroviamo le stesse forme, griglie e simboli presenti nel libro, che anche se non comprendiamo a pieno, ci ricordano chiaramente l’ eco di idee universali. Una sorta di lezione di educazione civica, il cui concetto primario è che ogni cittadino ha diritti e doveri imprescindibili.

8.12-13.01.2018 Fonderia 20.9 – Verona

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Lavori prodotti dai miei studenti a New York

Presentazione dello staff

Buongiorno a tutti, lavorando tanto su internet ci si dimentica spesso che dietro i pc ci siamo noi, veri. Per questo motivo abbiamo deciso di presentarci in questo breve video.

Spero, nonostante questo, continuiate a seguirci! Un abbraccio a tutti. Sara

Mostre consigliate da Mu.Sa.

Steve McCurry – Icons and women

Venerdì 25 settembre, dalle 17.00 alle 19.00, inaugurazione della mostra “Steve McCurry. Icons and Women“, presso i Musei San Domenico. La mostra resterà aperta fino al 10 gennaio 2016.

Percorso di scoperta che progressivamente si concentra su un universo pienamente femminile, che ci viene incontro con i suoi sguardi e ci coinvolge con la sua dimensione collettiva in una sorta di girotondo dove si mescolano età, culture, etnie.

La nuova mostra di Steve McCurry, che, con le sue immagini più conosciute, insieme ad alcuni lavori recenti e diverse foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri, propone un viaggio intorno all’uomo, in una inedita declinazione al femminile.

Il punto di arrivo è infatti il ritratto di Shabrat Gula, la “Ragazza Afghana” simbolo della speranza di una pace che sembra impossibile in una parte del mondo agitata da guerre ed esodi di massa, e ritrovata da McCurry dopo vent’anni, ancora in un campo profughi in Pakistan.

La rassegna comprende oltre 180 foto di vari formati, selezionate da Biba Giacchetti insieme a Steve McCurry, ed è completata da un’audioguida nella quale il grande fotografo racconta in prima persona le sue foto, con aneddoti e appassionanti testimonianze.

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CAMBIA_MENTI

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Quattro storie contemporanee – Fotografie del collettivo Cesura a cura di Roberta Valtorta e Diletta Zannelli

20 settembre – 31 gennaio 2016
Museo di Fotografia Contemporanea – Cinisello Balsamo – Milano

Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta una mostra dedicata al tema diversità/inclusione attraverso quattro ricerche del collettivo di fotografi indipendenti Cesura.

L’iniziativa è organizzata in collaborazione con RS Components, un’azienda che ha fatto della responsabilità sociale d’impresa un tratto distintivo della propria identità.

Le quattro storie raccontate da Arianna Arcara, Gabriele Micalizzi, Alessandro Sala, Luca Santese, del collettivo Cesura, sono profondamente attuali, toccano problemi importanti della nostra complessa società contemporanea, affrontano il tema delicato della capacità di cambiare se stessi e il mondo che ci circonda attraverso scelte precise e comportamenti improntati alla civiltà e al rispetto degli altri.

Nella mostra al Museo di Fotografia Contemporanea i quattro lavori sono installati nella sala espositiva principale. Nella sala più piccola, invece, una presentazione dell’intero progetto e materiali informativi su RS Components e sui progetti che il Museo da anni porta avanti con l’azienda.

LA BUONA POLITICA di Alessandro Sala

Come è possibile ottenere risultati significativi puntando su valori come la tutela del territorio, la legalità, la cultura e l’arte, il turismo sostenibile, l’accoglienza, praticando la buona politica e creando integrazione in un territorio abbandonato?

Gaspare Giacalone ci è riuscito. Nato a Petrosino, in provincia di Trapani, ma vissuto tra Londra e New York come manager della banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha lasciato un lavoro di prestigio per investire il proprio tempo nella sua terra di nascita.

Eletto sindaco, non si è fatto sottomettere dai poteri forti dell’imprenditoria del cemento e ha lottato insieme a tutti i suoi cittadini per salvare la spiaggia della Torrazza. Dopo aver vinto questa battaglia, sta lottando contro la costruzione di un parco eolico a sole 2 miglia dalla costa, progetto che vanificherebbe gli sforzi in direzione del turismo sostenibile intrapresi dall’amministrazione.

TERRE RARE di Arianna Arcara

Il binomio donne e tecnologia è una formula vincente per uno sviluppo sostenibile e un rinnovamento sociale e culturale del nostro Paese, tanto che è stato istituito il premio internazionale “Le technovisionarie”, parte integrante del palinsesto Expo Women Global Forum. Il premio è attribuito ogni anno a donne che nella loro attività professionale hanno testimoniato di saper privilegiare l’impatto sociale, la trasparenza nei comportamenti e l’etica.

Biniana Ferrari, 52 anni e due figlie, ha vinto questo premio. La tecnologia che la sua azienda – Relight – ha ideato è unica in Europa: ricicla rifiuti hi-tech estraendo dai vecchi smartphone, tablet, computer e lampadine al neon alcuni elementi chimici  estremamente preziosi per le aziende di elettronica. Si tratta delle cosiddette Terre Rare che, come suggerisce il nome, non sono facili da reperire. È un business pioneristico, ma considerato indispensabile anche dalla Commissione Europea.

TECHNOLOGY  di Luca Santese

Uno dei compiti della tecnologia dovrebbe essere quello di migliorare la qualità della vita e aiutare chi ne ha più necessità. Di recente, infatti, diverse aziende, enti pubblici, ospedali, università si sono impegnati nella ricerca di soluzioni che possano facilitare la vita delle persone portatrici di disabilità. Il progetto indaga come la tecnologia possa concretamente aiutare la diversità a diventare inclusione.

La ricerca punta sull’innovazione senza tralasciare l’aspetto artigianale ed artistico che caratterizza questa tipo di servizio nel quale i tecnici e gli artigiani si mettono in gioco quotidianamente per innovare i prodotti allo scopo principale di migliorare le condizioni esistenziale dei pazienti. Protesi a comando elettronico, protesi in silicone ad altissima fedeltà mimetica e protesi oculari sono solo alcuni dei prodotti presi in considerazione, con ritratti di persone che usufruiscono della tecnologia messa a disposizione in questo campo.

THROUGH THE LIGHT di Gabriele Micalizzi

La disuguaglianza tra etnie è un tema al centro dei conflitti che caratterizzano il complesso mondo contemporaneo in profonda trasformazione, in cui tutti tendiamo al cambiamento e alla ricerca di un futuro migliore. La differenza di valore umano tra persone appartenenti a culture diverse in realtà non esiste: essa è data solo dal punto di vista e dalla posizione culturale dalla quale ognuno di noi guarda gli altri. La ricerca sottolinea la necessità e la possibilità di una integrazione totale attraverso una serie di ritratti di persone dal colore della pelle molto diverso. L’elemento determinante, sia sul piano visivo che su quello simbolico, è la luce che diventa strumento per uniformare etnie differenti grazie al variare dell’esposizione fotografica.

I gradi di esposizione gradualmente impiegati, dalla sottoesposizione fino alla sovraesposizione, rivelano l’uguaglianza della diversità.

Cesura è un collettivo di fotografi indipendenti, guidati da Alex Majoli, un fotogiornalista contemporaneo italiano membro dell’agenzia Magnum. E’ una “bottega” della fotografia in cui gli allievi imparano un mestiere e sviluppano una propria cifra stilistica.

Alessandro Sala nasce a Milano nel 1981. Dopo essersi diplomato, inizia a lavorare presso lo studio fotografico Controluce di Milano. Contemporaneamente frequenta la John Kaverdash Academy. Nel 2006 inizia a collaborare con il fotogiornalista Alex Majoli con cui realizza importanti progetti espositivi e pone le basi per la creazione di Cesuralab, luogo di sperimentazione e diffusione della cultura fotografica nonché sede del collettivo. Tra le mostre principali: “Extremes: between Hedonism and Nostalgia in the XXI Century”, Spazio Maimeri, Milano 2009; “Inprint”, Spazio Gerra, Reggio Emilia 2010; “Top of Africa”, Zona K, Milano 2014; “Incanto”, Piazza del Biscione, Art Oasis, Petrosino 2015.

Arianna Arcara nasce a Monza nel 1984. Studia fotografia presso l’Istituto Europeo di Design dove ottiene una borsa di studio per il Milwaukee Institute of Art and Design. Inizia a lavorare come assistente per il fotografo Alex Majoli e nel 2008 è tra i fondatori di Cesura. Nel 2009 viene scelta nella ”Young Blood 09”, selezione annuale dei talenti italiani nel mondo. Nel 2010 vince il Premio Canon Giovani Fotografi con il progetto “Woodward Silence”. Sempre nel 2010 espone il suo lavoro “Found Photos in Detroit” a Le Bal di Parigi e nel 2011 al Kulturhuset di Stoccolma. Nel 2013 partecipa a “Plat(T)form 2013”, presso il Fotomuseum di Winterthur.

Luca Santese nasce a Milano nel 1985. Studia presso l’Istituto Statale d’Arte di Monza e l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Nel 2008 inizia a lavorare con Alex Majoli ed è tra i fondatori di Cesura. Nel 2010 viene selezionato al World Press Photo con il progetto “Detroit 2009-2010” ed espone il progetto “Found Photos in Detroit” a Le Bal di Parigi. In seguito espone al  Kulturhuset di Stoccolma, alle OGR di Torino e al MoCP di Chicago. Nel 2011 pubblica il libro “Found Photos in Detroit” che riceve sette nomination come miglior libro fotografico dell’anno e viene incluso da Martin Parr e Garry Badger nel volume “Photobook: A History Vol III”, che raccoglie i migliori 200 libri fotografici pubblicati dopo la seconda guerra mondiale.

Gabriele Micalizzi nasce a Milano nel 1984. Dopo il Diploma in Fine Arts (ISA) e dopo aver frequentato la scuola d’Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano specializzandosi come illustratore, entra nel campo del fotogiornalismo lavorando per l’agenzia NewsPress di Milano. Nel 2008 è tra i fondatori di Cesura. Nel 2010 documenta le proteste delle “Camicie Rosse” a Bangkok e nel 2011 copre la primavera araba in Tunisia, Egitto e Libia. Dal 2008 svolge un progetto dedicato alla crisi di identità che sta vivendo l’Italia. Collabora con molte riviste nazionali e internazionali, tra le quali New York Times, New York Times Magazine, Herald Tribune, New Yorker, Newsweek, Espresso, D La Repubblica, La Repubblica, Internazionale, Panorama, Sportweek e Wall Street Journal.

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MEXICO. Magico vivere – Maurizio Galimberti

Pordenone – Due Piani

11 ottobre – 24 dicembre 2015

Per la prima volta vengono esposte in questa mostra gli scatti di Maurizio Galimberti, durante i suoi soggiorni a Città del Messico, sulle tracce degli artisti che hanno  contribuito a plasmare la cultura messicana del Novecento.
Esposizione a cura di Benedetta Donato

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HOMER SYKES -MY BRITAIN 1970-1980

SEPTEMBER 5 –OCTOBER 31, 2015

The work of the British photographer Homer Sykes (born in 1949) remains largely unknown in France. It was at the beginning of the 1970s that this Canadian-born photographer became a photojournalist. He freelanced for various magazines and newspapers, such as The Observer, The Telegraph, Time and Newsweek, covering conflicts in the Middle East and Northern Ireland. It wasn’t long however before Homer Sykes began to take an interest in his own country, in particular its typical customs and traditions. After the 2014 summer exhibition at the Maison de la Photographie Robert Doisneau in Gentilly, Les Douches la Galerie goes back over the 70’s and 80’s, two decades during which he was at the centre of everyday life, observing both the country’s folklore and transformations, as the United Kingdom traversed a period of crisis, its society racked by doubt and seeking to reinvent itself through a new pop-rock culture.

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MILANO STREET PHOTOGRAPHY

Uno spaccato della città di Milano catturato dall’occhio attento di un gruppo di fotografi che ha portato attenzione su differenti aspetti della grande metropoli.

La Street Photography ci concede di avere una visione sulla società contemporanea, vissuta dall’uomo e le relazioni tra uomo e uomo, e tra uomo e ambiente.

La città di Milano si presta a questa osservazione vorace di attimi che altrimenti si perderebbero nella storia, grazie al grande cambiamento che la sta caratterizzando.

Un appuntamento dedicato alla Street Photography milanese, prima edizione di una mostra fotografica che sarà proposta ogni anno a spazioRAW. Immagini scattate a Milano e realizzate appositamente per l’esposizione.

Mostra fotografica a cura di Sara Munari e Matteo Deiana.

Esposizione in calendario al Photofestival 2015 di Milano www.photofestival.it

Fotografi: Anna Brenna, Valerio Di Mauro, Angelo Ferrillo, Gabriele Lopez, Giovanni Tamanza.

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I 60 anni de L’Espresso

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“l’Espresso” compie sessant’anni e si mette in mostra al Vittoriano, nel cuore di Roma. Venerdì 2 ottobre si inaugura, nelle sale espositive dell’Altare della Patria, la mostra “La nostra storia. 60 anni in Italia e nel mondo attraverso le fotografie de l’Espresso”, a cura di Bruno Manfellotto.

Un corpus di circa 350 immagini tra foto esclusive dei più noti reporter, copertine storiche e disegni originali tratti dagli archivi del settimanale. Il tutto suddiviso in otto stanze tematiche, per raccontare l’evoluzione della società italiana nel contesto internazionale, dagli anni del boom economico fino all’età dei nuovi conflitti globali.

La mostra è arricchita da filmati provenienti dalle Teche Rai e da video-interviste con alcune grandi firme del giornale, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Roberto Saviano. “La nostra storia” resterà aperta fino al 27 novembre.

“l’Espresso”, diretto da Luigi Vicinanza, fu fondato il 2 ottobre 1955 a Roma da Arrigo Benedetti, Eugenio Scalfari e un piccolo gruppo di giornalisti.

Anna

Mostre per le vostre vacanze

Strange worlds

Fondazione Fotografia è lieta di annunciare l’apertura al pubblico del Foro Boario di Modena per tutta la stagione estiva: dal 9 luglio al 6 settembre 2015 gli spazi espositivi ospiteranno infatti Strange Worlds, una nuova mostra tratta dalle collezioni permanenti della Fondazione Cassa di risparmio di Modena e organizzata in collaborazione con il Comune di Modena nell’ambito del programma di iniziative estive collegate ad Expo 2015.

Il percorso, a cura del direttore di Fondazione Fotografia Filippo Maggia, comprende circa 70 opere, tra fotografie, video e installazioni, di 26 artisti provenienti da ogni parte del mondo.

Tema declinato dalla mostra è il racconto di altri mondi, vicini e lontani, dove le dinamiche sociali, culturali, religiose in atto si intrecciano dando vita a storie inedite: “un susseguirsi emozionante di volti e costumi”, “un mosaico interattivo”, come spiega il curatore Maggia, in grado di comporre una “fotografia reale e tangibile della nostra contemporaneità”

Foro Boario
via Bono da Nonantola, 2 – Modena

inaugurazione
9 luglio 2015, ore 18

Artisti in mostra

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Polvere di stelle – Nan Goldin

Nota al grande pubblico fin dai primi anni ’80, Nan Goldin è unanimemente considerata una tra le artiste più influenti e rivoluzionarie nel panorama internazionale degli ultimi decenni. Le sue fotografie, vere e proprie icone della cultura underground contemporanea, hanno segnato un radicale mutamento nel gusto e nell’estetica attuale, valendo da riferimento per almeno due generazioni di fotografi e giovani artisti.
Personalità vulcanica e carismatica, Nan Goldin ha saputo coniugare la cultura di strada con l’universo sofisticato e rarefatto dell’arte contemporanea, imponendo la sua visione radicale e politica del quotidiano e facendo del bello in arte uno strumento essenziale delle rivendicazioni civili e delle lotte per i diritti politici delle minoranze.
Cresciuta artisticamente nella controcultura newyorkese dei primi anni ’80, di cui ha condiviso i fermenti e le parole d’ordine, pur senza allinearsi in una specifica corrente espressiva, ha saputo cogliere con estrema precisione il gusto e le aspettative di quegli anni, facendone manifesto di un’arte cruda e realista, al limite della provocazione.
Interprete appassionata della politica radicale di quegli anni, dalla lotta contro la discriminazione sessuale, contro il proibizionismo, fino al sostegno per i malati di AIDS, Nan Goldin ha rappresentato un esempio perfetto di “arte totale”, impegnata e controcorrente. Mai didascalica o ideologicamente scontata, ha fatto della bellezza e della leggerezza la sua parola d’ordine, in una ricerca costante della verità e della giustizia.
Le sue fotografie degli anni ’70 e ’80, ma anche la sua produzione recente, maggiormente orientata alla spiritualità e alla dimensione intima della politica, hanno rivoluzionato il rapporto tra il fotografo e i propri soggetti, sia in campo artistico, che a livello della cultura di massa, divenendo modello condiviso e imitato nel reportage socio-politico e nella fotografia di moda.
Pochi altri artisti viventi hanno avuto il privilegio di una popolarità così orizzontale e diffusa, ed il merito di un così profondo radicamento nella cultura giovanile.
Esposta fin dagli anni ’80 nei maggiori musei del mondo e nelle gallerie più influenti e di ricerca, ha al suo attivo decine di personali in America, Europa ed Estremo Oriente e due grandi retrospettive che, tra il 1996 ed il 2004, hanno toccato i più importanti musei internazionali.
Presente massicciamente in tutte le più significative collezioni pubbliche e private al mondo, è stata recentemente insignita del titolo di Commendatore delle Arti e delle Lettere dal Governo francese, paese in cui risiede ormai da un quinquennio.
La mostra che si inaugurerà il 30 maggio a Torino presso Guido Costa Projects è un omaggio alle origini dell’arte di Nan Goldin e ai temi che più di altri l’hanno resa popolare tra il grande pubblico.
Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti alcuni degli scatti seminali della sua lunga carriera d’artista, veri e propri punti d’avvio della sua estetica e della sua poetica fotografica.

Polvere di stelle ha l’ambizione di essere una mostra unica, tanto per la coerenza del suo tema, che per l’estrema rarità delle opere proposte per la prima volta al pubblico.
Protagoniste sono le Drag Queens, divenute nel tempo il soggetto più conosciuto e amato dell’artista statunitense, più ancora degli scatti celeberrimi del suo capolavoro in progress The Ballad of Sexual Dependency.
Dal grande corpus di fotografie di Drag Queens, realizzate da Nan Goldin nel corso di tre decenni, sono state innanzitutto selezionate alcune opere inedite in copia unica, risalenti ai primi anni ’70, fra le quali le prime fotografie in assoluto scattate e stampate dall’artista. Materiali di eccezionale rarità, tali fotografie rappresentano la vera e propria palestra dell’artista, valendo da prototipi per tutte le edizioni successive, stampate dagli anni ’70 fino ai primi anni ‘90.
Ugualmente rare sono anche le tre fotografie degli anni ’90 (Joey at the Love Ball, New York 1991; Misty and Jimmy Paulette in the taxi, New York 1991; C putting her makeup at the Second Tip, Bangkok 1992), tra le più celebri dell’artista e proposte in mostra a Torino in un inedito formato di grandi dimensioni.
Completa Polvere di Stelle lo slide show di 10 minuti del 1996/1997 The Other Side, interamente dedicato alle Drag Queens e proiettato in prima europea in una nuova e inedita versione.
Polvere di Stelle verrà inaugurata lunedi 30 maggio alla presenza dell’artista e sarà aperta al pubblico dei visitatori fino al 29 luglio 2005, nel consueto orario di galleriafs dal lunedi al sabato.

Nan Goldin è nata nel 1953 a Washington DC. Inizia a fotografare a 16 anni e nel 1972 ha la sua prima mostra personale di foto di travestiti in bianco e nero. Dopo una permanenza di alcuni anni a Boston, dove studia fotografia presso la locale Università, si trasferisce a New York nel 1978 e inizia la sua grande opera The Ballad of Sexual Dependency che documenterà 15 anni della sua vita. Nel 1985 partecipa alla Biennale del Whitney Museum of American Art a New York e il suo lavoro si impone all’attenzione del pubblico internazionale. Nel 1991 si trasferisce a Berlino, ospite del DAAD. Nel 1996 si inaugura la sua prima grande retrospettiva, I’ll Be Your Mirror, al Whitney Museum of American Art di New York, mostra che farà tappa in alcuni musei europei l’anno seguente (Vienna, Madrid, Praga,Wolsburg). Nel 1997 prima personale in Italia, a Napoli, presso Th.e. Nel 2001, seconda grande retrospettiva museale, Devil’s Playground, che, partendo da Parigi, toccherà Londra, Porto, Varsavia e Torino. Nel 2005 inaugura una grande installazione multimediale Sister, Sainst and Sybilless presso la cappella della Salpetriere a Parigi e viene insignita del titolo di Commendatore delle Arti e Lettere della Repubblica Francese.
Oltre alla Ballad of Sexual Dependency (1986), Nan Goldin ha pubblicato molti altri libri, tra i quali: The Other Side (1992); Vakat (con Joachim Sartorius, 1993); Tokyo Love (con Nobujoshi Araki, 1994); Double Life (con David Armstrong, 1994); I’ll Be Your Mirror (1996); Ten Years After: Naples 1986-1996 (con Guido Costa, 1998); Couples and Loneliness (1999); Devil’s Playground (2004). Dal 2000 vive e lavora a Parigi.

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Matthew Marks di New York, Ivonne Lambert di Parigi, White Cube di Londra, Spruth, Magers di Colonia/Monaco e Guido Costa Projects di Torino.

Galleria: Guido Costa Projects – Via Mazzini 24 – 10123 Torino – Italy
Periodo:
30 maggio – 29 luglio 2005
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La poetica ironia – Giovanni Gastel

Giovanni Gastel
di Claudio Pastrone

Giovanni sarebbe voluto diventare poeta. Con ironia ci racconta che a fargli cambiare strada è stato la disistima della sua fidanzata di allora per quel che scriveva. Ma se poeti si è, si continua a esserlo per tutta la vita, e lo dimostrano non solo i due volumi di poesie che ha pubblicato, ma le sue stesse scelte professionali ed esistenziali. Giovanni racconta che gli inizi della professione sono stati durissimi. Che ha raggiunto il successo lavorando senza sosta fino al momento in cui ha saputo conquistare la fiducia di persone importanti nel campo della moda. Ci dice anche che la ruota della fortuna può sempre volgere al peggio e che solo chi sa reagire alle avversità riesce a ritrovarsi. Giovanni, parlando di sé, ci insegna a riflettere su noi stessi. Dice che per essere un vero fotografo bisogna “essere” nelle proprie immagini, occorre trovarsi un aggettivo: nel suo caso, “elegante”. Poi bisogna essere disposti a cambiarlo, se occorre. Bisogna avere la capacità di cambiare il proprio modo di essere e di fotografare, di saper osservare i cambiamenti del mondo e in noi stessi. E di decidere al fine che la parola giusta da accostare a ”fotografo” è “autore”. Giovanni mette in scena la sua fotografia. A differenza della maggior parte dei fotografi, non usa la macchina fotografica per riprendere il mondo esterno: osserva e ricostruisce in studio. La sua fotografia è più vicina al teatro che al cinema. Nella sua maturità di autore ha creato un mondo fatto di eleganza e gentilezza che condiziona anche le persone che entrano nel suo studio per essere ritratte. Gastel è una persona di grande intelligenza che ha fatto dell’inventiva e della sperimentazione la sua cifra professionale.
Biografia
Giovanni Gastel nasce a Milano il 27 dicembre 1955, da Giuseppe Gastel e da Ida Visconti di Modrone, l’ultimo di sette figli. Negli anni Settanta, avviene il suo primo contatto con la fotografia. Da quel momento, ha inizio un lungo periodo di apprendistato mentre un’occasione importante gli viene offerta nel 1975-76, quando inizia a lavorare per la casa d’aste Christie’s. La svolta avviene nel 1981 quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda. Dopo la comparsa dei suoi primi still-life sulla rivista Annabella, nel 1982, inizia a collaborare con Vogue Italia e poi, grazie all’incontro con Flavio Lucchini, direttore di Edimoda, e Gisella Borioli, alle riviste Mondo Uomo e Donna. Il suo impegno attivo nel mondo della fotografia lo avvicina anche all’Associazione Fotografi Italiani Professionisti, di cui è stato presidente dal 1996 al 1998. La consacrazione artistica avviene nel 1997, quando la Triennale di Milano gli dedica una mostra personale, curata dallo storico d’arte contemporanea, Germano Celant. Il successo professionale si consolida nel decennio successivo, tanto che il suo nome appare nelle riviste specializzate insieme a quello di fotografi italiani quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avendon, Annie Lebowitz, Mario Testino e Jurgen Teller. Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, ha ricevuto l’Oscar per la fotografia. Attualmente è Presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti e membro permanente del Museo Polaroid di Chicago.
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Autoscatti Sbagliati

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Il 10 Luglio 2015 s’inaugura a Perugia, la mostra fotografica ‘Autoscatti Sbagliati’, di Ilaria Facci, ospitata da Simona Calisti nel suo “Spazio Calisti” per promuovere la Ricerca contro il tumore della retina: il Retinoblastoma.

Dal 10 al 19 luglio, durante Umbria Jazz Festival, presso lo “Spazio Calisti“, prestigiosa sede di importanti eventi culturali, situato nel cuore del centro storico della città, in Via Cesare Battisti 19 (a due passi dal teatro Morlacchi), si terrà la mostra fotografica di Ilaria Facci: ‘Autoscatti sbagliati’, a favore di A.I.G.R. (Associazione Italiana Genitori dei bambini affetti da Retinoblastoma), una grave forma tumorale che colpisce un bambino ogni quindicimila nati. Ilaria Facci, artista romana, residente a Londra, ha subìto a due anni l’enucleazione dell’occhio sinistro proprio a causa di questa malattia, che è divenuta così un tema importante nelle sue opere. Il suo lavoro tende a sensibilizzare e a promuovere la Ricerca contro il Cancro. L’evento vuole sostenere le numerose iniziative dell’ A.I.G.R. che, da diciannove anni, assiste i familiari dei piccoli pazienti colpiti da questa malattia, promuove la ricerca scientifica, informa il pubblico dell’esistenza di questo tumore, che può essere curato con successo solo se diagnosticato precocemente, quando cioè si trova ancora nello stadio iniziale.. Tra i fondatori dell’Associazione c’e Theodora Hadjistilianou, la dottoressa che ha curato anche Ilaria Facci Si segnala la collaborazione della Cancer Research UK -Charity Shop Crouch End (l’Associazione nazionale inglese per la Ricerca contro il Cancro) a cui va un ringraziamento particolare per la donazione delle cornici con le quali saranno esposte le foto. Ciascuna di esse è stata regalata da privati ed aziende alla Cancer Research UK, per contribuire alla raccolta fondi: saranno così anch’esse in vendita, durante l’evento, assieme alle foto; il ricavato sarà devoluto interamente all’associazione A.I.G.R. “Autoscatti Sbagliati’ trae ispirazione dalla frase del celebre jazzista, Miles Davis: “Non esistono note sbagliate”. Per Ilaria non esistono scatti sbagliati, perché per lei non esiste lo sbaglio, nell’Arte; piuttosto ‘è attraverso l’Arte, la musica, la poesia, che lo sbaglio, il limite, il dolore, può trasformarsi in un potente strumento di aiuto per se stessi, e per gli altri’. L’esposizione che aprirà i battenti venerdì 10 luglio alle ore 18:00, durerà fino al 19 luglio,e sarà aperta al pubblico nei seguenti orari:

• 10,00-13,00 • 18,00-20,00 • 21,30- 23,30 Per info e contatti: • spaziocalisti@gmail.com • www.aigr.it Evento “Facebook”: •https://www.facebook.com/events/1616028688639926/

Ludovicu – Mariano Silletti

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Al museo di Palazzo Lanfranchi a Matera, è aperta la mostra “Ludovicu” di Mariano Silletti, carabiniere per missione e fotografo per passione, uno dei vincitori dell’ultima edizione del Leica Talent. Un lavoro bellissimo, che racconta un piccolo grande dramma, uno di quelli che spesso ci scorrono davanti agli occhi senza che riusciamo a notarli, e che invece Mariano ha saputo raccontare con delicatezza e poesia.

“Questa è la storia di una persona scomparsa. Un uomo di 57 anni, malato di Alzheimer, che un giorno è uscito di casa e non è più tornato.
Mariano Silletti usa la fotografia per raccontare il mondo, per raccontare la realtà. La realtà vera, quella che incontra tutti i giorni esercitando la sua professione di carabiniere.
Mariano ha cercato senza tregua Ludovicu in quelle notti d’inverno, una ricerca ostinata nelle sue terre, solitamente tanto ospitali ed improvvisamente oscure, mute, nebbiose, stridenti. Mariano ha uno sguardo sensibile e la storia di Ludovicu ha toccato il suo cuore, per questo l’ha dovuta raccontare.
E l’ha raccontata con le sue fotografie, scattate nel corso delle indagini, passo dopo passo, volto dopo volto, luogo dopo luogo. Fotografie che narrano, non descrivono. Che esprimono e significano, non giudicano. Tirano fuori l’umano e l’universale dalle piccole cose strazianti di una piccola storia di disagio che altrove sarebbe considerata solo marginale e residuale mentre qui diventa la storia di uno di noi: la malattia, la povertà, la solitudine, la mancanza di fortuna ed anche il dolore di chi resterà per sempre ad aspettare.”

Palazzo Lanfranchi
Piazzetta Pascoli, 75100 Matera MT

dal 5 luglio al 31 agosto

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I must have been blind – Simone D’Angelo

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Sono nato nella Valle del Sacco, un’area del Lazio meridionale che prende il nome dal fiume che l’attraversa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la valle venne inserita nella categoria delle “aree depresse”, dando inizio ad un processo di industrializzazione che ne ha compromesso la naturale vocazione agricola fino al riconoscimento, nell’ultimo decennio, dello stato di emergenza ambientale.
Anni di indagini hanno evidenziato l’entrata in circolo nella catena alimentare di agenti tossici come il beta-esaclorocicloesano, presente nel lindano, un potente insetticida impiegato in agricoltura sin dagli anni ’50 e vietato solo nel 2001. Oggi la zona è inserita nei Siti di bonifica di Interesse Nazionale.
Questo è il contesto di squilibrio ecologico che avevo programmato di raccontare, mostrando le alterazioni visibili di un microcosmo che presumevo di conoscere, ma che d’un tratto mi appariva come alieno: un luogo fuori dal tempo dove ogni indizio sugli effetti del sistema produttivo umano mi indirizzava su immagini che sembravano voler suggerire il riscatto di una natura che dell’uomo può farne a meno.
La presenza umana è infatti esclusa. Fragile e disutile come le tracce che lascia.

Teatro Ambra alla Garbatella
Piazza Giovanni da Triora, 15 – Roma
dal 23 giugno al 22 luglio

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2015 DC vita sull’acqua – Anna Brenna

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Sul lago Inle, l’acqua è un elemento essenziale per la vita della popolazione. Un’immensa distesa di acqua placida dello stesso colore del cielo, specchio del carattere pacifico ed equilibrato di quella popolazione che ci vive a stretto, strettissimo contatto.
Il lago si trova nella parte centrale della penisola del Myanmar (ex-Birmania) e ospita sulle sue rive circa 70.000 persone abitanti.
Qui l’intera vita delle persone avviene sull’acqua: si vive in palafitte di legno, si coltivano ortaggi e fiori in orti galleggianti, ci si sposta in barca nei canali formati dal lago, con l’acqua del lago ci si lava e si fa il bucato, sull’acqua del lago vengono organizzati mercati e il lago è popolato da molti pescatori le cui sagome si spostano leggiadre sull’acqua simili a quelle di eleganti fenicotteri.
Le palafitte sono costruite in legno e anche gli interni sono completamente rivestiti in legno e decorati con tappeti e tessuti.
Non molto diversa doveva essere la vita nei villaggi palafitticoli che costellavano il territorio gardesano 4000 anni fa…

Dall’11 luglio al 2 agosto 2015

Museo Civico Archeologico G. Rambotti
Desenzano del Garda (BS)

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Sara

Bucarest, la città raccontata da 10 fotografi. Ecco come hanno lavorato con me.

Buongiorno, vi presento con una punta d’orgoglio, i lavori che i miei corsisti hanno svolto durante il workshop di una settimana a Bucarest. Durante i miei workshop, accompagno le persone durante la crescita personale della visione fotografica. Come potrete notare i lavori sono molto diversi tra loro. Seguirli lungo le loro strade non è facile e mi mette nelle condizioni di dover continuamente studiare, ma i risultati sono talvolta eccezionali, loro e di crescita mia. Ringrazio loro e ringrazio voi che mi seguite.

Baci Sara

Sono felice del risultato e che le difficoltà iniziali, con le quali molti di loro hanno dovuto scontrarsi, siano state superate.

ANNA BRENNA – ACQUE SILENZIOSE

Bucarest, Lago Vacaresti. All’interno di questo lago artificiale incompiuto e abbandonato, vivono una mezza dozzina di famiglie, che cercano di rimanere invisibili, per non essere cacciati dalle autorità, che intendono adibire la zona a parco naturale.
Io voglio dare un nome ed un volto ad alcune di queste persone, che ho conosciuto e che si sono aperte con me, raccontandomi le loro storie: Gabriel e Magda con Furnică, Petrica, Marianna e Florin, Mariuta e Florin, sperando che possano riconquistare la loro dignità.

www.annabrenna.com

LEILA CESANA – KISSED BY THE SUN IN BUCHAREST SOUTH BEACH

Questi corpi immobili si confondono con gli alberi dei parchi, per la loro immobilità. L’ossessione per il raggiungimento di un’abbronzatura omogenea e perfetta, costringe molti cittadini di Bucharest a mantenere per ore posizioni statiche e a volte grottesche, in modo da permettere che il sole tinga la loro pelle lucida, in ogni sua parte. I visi, tesi verso il cielo, paiono in venerazione.

leila.cesana@gmail.com

SERGEI KOULTCHITSKII – PER LE STRADE DI BUCAREST

Sono un fotografo freelance e mi piace scattare wildlife, street e reportage. Ho viaggiato in mezzo mondo ma in Romania era la mia prima volta.

Girando per le strade di Bucarest ho potuto osservare la gente e questa é una semplice raccolta di quello che ho visto in centro

https://www.facebook.com/pages/SK

MARCO LUPI – UNA STRADA A COLORI

A partire dal 1996 la Fondazione Parada a Bucarest, lotta per i diritti dei bambini che vivono sulle e sotto le strade della capitale e si pone l’obbiettivo di offrire ogni giorno servizi sociali, attività artistiche, sostegno scolastico, sanitario e un servizio di unità mobile in strada per offrire sostegno umano ed un’alternativa alla vita di strada.

La mission di Parada è di offrire ogni giorno sostegno umano e sociale utilizzando diversi strumenti d’intervento che garantiscono un futuro ai bambini e giovani di strada. Parada, inoltre, cerca di coinvolgere la società civile tutta affinché diventi portavoce dei valori quali il rispetto per i diritti dei bambini di strada in Romania e nel mondo.

https://www.facebook.com/pages/Marco-Lupi-Photo

MONIA PERISSINOTTO – AROUND MIDNIGHT

Around Midnight è un viaggio introspettivo, per condividere le emozioni e le sensazioni raccolte percorrendo le strade di Bucarest, anche se in realtà potrebbe trattarsi di qualsiasi luogo. Il racconto si snoda tra inquietudine, contrasti interiori e solitudine. Un reportage dell’intimo che attraverso la rappresentazione di luoghi e persone, parla di luce, del cercarsi, di buio e di disperazione.

www.moniaperissinotto.com

www.facebook.com/monia.perissinotto

ANNA PIZZOCCARO – BEST MARKET IN TOWN

In rumeno la parola “consumismo” non esiste. Dopo decenni di dittatura comunista il paese ha iniziato un recupero talmente accelerato in materia di consumi che il dizionario non ha fatto in tempo a integrare il termine al suo interno. Questo pensiero mi ha accompagnato tra le strade di Bucarest. Ho trovato persone schiacciate dalla spinta al consumo e spaesate tra le enormi quantità di merce da acquistare. Lo spazio del commercio prende soprattutto la forma del grande centro commerciale, uno spazio grande e anonimo, affollato ma statico. Come dice il poeta rumeno Mihai Mircea Butcovan: “la Romania, ex-comunista e consumista, forse un giorno tornerà all’essenziale. Quello ormai invisibile anche agli occhi europei allenati ad una democrazia più matura.”

www.annapizzoccaro.viewbook.com

ILARIA PRETTO – MIRCEA

Mircea fa parte di un progetto di ricerca sul paesaggio urbano sulle prime periferie di grandi città. Mircea in Rumeno può significare “pace” o “mondo”, un mondo ed una città fatta di uomini, sono loro che intervengono sull’architettura e la rendono unica. Nelle foto questa presenza umana è ovunque ma non direttamente visibile.

www.ilariapretto.com

RAFFAELLA SCALZI  – C’ERA DUE VOLTE

Una fiaba dal sapore agrodolce dalle atmosfere eteree, dalla lettura grottesca.
Un intreccio di elementi magici e cupi che si confondono.
Bucarest è una capitale che suscita emozioni contrastanti esattamente come le fiabe romantiche di fine ottocento, di cui la Romania era una nazione di fervente produzione.

www.raffaellascalzi.com

MAURO SCARFONE – FROTICA

Frotica e’ la visione distorta di una insegna nel centro di Bucarest.

Scatti fatti di giorno che sottolineano l’ essenza di città della gioia ma dal punto di vista del sesso, una visione distaccata e asettica per evidenziare la massiccia “presenza” di ogni genere di esercizio commerciale del sesso.

mauroscarfone@hotmail.com

MARTA UGOLINI – BARRIO DE TANGO

Ricordando i fasti degli anni ’30 del secolo scorso quando Bucarest veniva chiamata la Parigi d’Oriente e si respirava un’aria cosmopolita e c’era la voglia di relazionarsi con culture lontane. Quando nei teatri e nei bar a si proponeva il tango, un genere molto distante dalla tradizione dell’Europa dell’Est.
Atmosfere che si possono ancora trovare dopo i radicali cambiamenti imposti dal regime di Ceaucescu ormai decaduto.

marta.ugolini@alice.it