Ecco i maggiori collettivi di Street photography in Italia. Nella speranza che troviate qualcuno a cui ispirarvi anche sul territorio italiano. Molti degli esponenti di questi gruppi hanno ottenuto e ottengono molti prestigiosi riconoscimenti anche all’estero. Ciao Sara
L’ordine è sparso e non segue alcun criterio di preferenza.
ITALIAN STREET EYES è un collettivo di street photographers nato nel 2015. Una passione comune per la street photography che si manifesta sotto forma di diversi linguaggi e stili. ISE promuove questo genere fotografico attraverso progetti ed eventi.
SPontanea è un collettivo di fotografi italiani dedicato alla Street Photography, nato nel 2013. SPontanea è la convergenza di diversi stili e visioni. SPontanea è anche promozione di progetti, temi e idee sulla Street Photography, sia all’interno del collettivo sia nel più ampio panorama fotografico italiano.
Il Collettivo INQUADRA, nato nel 2014 dall’esigenza di confrontarsi, dalla necessità di condividere esperienze e le contrastanti visioni di cio’ che ci circonda, organizza la prima mostra collettiva. Gli autori: Alex Liverani, Matteo Sigolo, Luca Bottazzi, Roberto Deri e Mariano Silletti, esporranno opere che rispecchieranno la diversità dei loro sguardi focalizzati sulla quotidianita’ della vita di strada e suoi personaggi, per comporre un mosaico il cui disegno riflette la contemporaneita’, lo stupore, l’improbabile, l’astratto, il tragico e l’ironico.
Siamo un gruppo italiano di fotografi di strada il cui obiettivo primario è rappresentare quello che ci circonda, le persone che abitano il mondo e tutto ciò che caratterizza il luogo e il tempo in cui siamo immersi.
Quando parliamo di fotografia street abbiamo in mente tre parole:
Autenticità: ciò che è, è ciò che accade
Onirismo: ciò che accade, non è ciò che vedo
Ordine: ciò che vedo, è ciò che rappresento
Scattiamo con l’intento di estrapolare dal caos della strada una visione personale, a tratti surreale, della realtà che abbiamo intorno a noi senza che questo ne pregiudichi l’originalità, la freschezza e la spontaneità.
Mignon è un’associazione culturale che promuove un progetto fotografico diretto ad investigare il quotidiano, l’uomo e il suo ambiente. Questo particolare interesse per le cose che ci circondano e per gli altri ha fatto incontrare fotografi professionisti e non, formando un gruppo in nome della fotografia come fenomeno comunicativo. Questi fotografi ci relazionano con il mondo attraverso i loro occhi, condividendo esperienze comuni di carattere tecnico e soprattutto umano.
Era partito come una vetrina autofinanziata per gli autori coinvolti, ma grazie alle attività promozionali e al confronto con il pubblico (Isp Review) e tra gli autori stessi è cresciuta la consapevolezza della persistente difficoltà nel realizzare Fotografia di Strada localizzata ed attualizzata nel nostro paese, con un territorio Urbano cosi diverso dai tipici scenari Americani e dei paesi del nord europa. Promosso da http://www.photographers.it e http://www.urban.dotart.it.
I fotografi del collettivo Romagna Street Photography operano sul territorio romagnolo guidati dal loro istinto, dal loro talento e dalle regole del genere street photography per restituire, attraverso il mezzo fotografico, le circostanze della vita in Romagna. La street photography sul territorio romagnolo per comprendere com’è fatta la vita da queste parti.
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Tra maggio e giugno sarà realizzata una Masterclass di Fotografia dal titolo “Spazi Ritratti”, tenuta da Luca Campigotto, che ritrarrà con i suoi allievi gli spazi del patrimonio industriale dell’Adda: opifici tessili e centrali idroelettriche della fine dell’800 e inizio ‘900. Gli allievi verranno guidati nella post-produzione delle fotografie e nella realizzazione di un libro fotografico/catalogo che verrà presentato con una proiezione in grande formato in occasione dell’evento finale della ZTC alla centrale idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda.
Sono aperte le candidature! Cerchiamo giovani fotografi amatoriali o professionisti. La masterclass è gratuita.
La nuova autrice Mu.Sa., Jessica Raimondi, ci presenta un lavoro intimo e delicato.
Che dite?
Se volete partecipare anche voi alle selezioni, seguite le istruzioni qua
Anna
Questo progetto è nato per caso a causa della coincidenza di eventi che, a volte, sembra arrivino tutti nello stesso momento ed in una maniera incontrollabile.
Infatti, nello stesso periodo in cui frequentavo la scuola di fotografia, due anni fa in Novembre, ho incontrato mio padre per la prima volta nella mia vita. Lui se n’era andato quando ero una bambina ed io non avevo nessun ricordo di lui, ad eccezione di una foto, l’unica che mia madre non aveva tagliato. Così ho iniziato a lavorare sulla mia storia passata, ho preso la mia auto, il mio portatile ed ho preso appunti su di me, sulla mia storia, su tutte le cose che non conoscevo e delle quali non avevo mai chiesto.
Ho aperto i miei occhi, ho percorso chilometri assieme a tutte le mie domande e alla mia curiosità, sono andata nel luogo dove tutto è successo, dove la mia persona ha preso forma, dove erano state scattate le fotografie. Ed ho scoperto che tutte queste cose dentro di me non significavano niente, che stavo cercando me stessa nei luoghi che non erano me. Così ho deciso che avrei dovuto guardare meglio e che così sarebbe stato più facile perché avrei trovato me stessa lì, tra le ragnatele di una casa abbandonata o tra gli oggetti dispersi per la strada. Stavo cercando un’assenza, una disfunzione là dove tutto sembra funzionare perfettamente, qualcosa di non completo. Così ho trovato me stessa, ho iniziato a parlare di tutte le ferite che quell’assenza aveva lasciato, anche dove non sembrava l’avesse fatto.
Sono Jessica, ho 25 anni e vivo a Bologna. Lavoro come operatrice legale e sociale presso una struttura di accoglienza per donne richiedenti asilo ed ho studiato fotografia a Spazio Labò.
Attualmente continuo a lavorare su questo progetto e su un altro riguardante la vulvodinia. Sono una viaggiatrice e nel tempo libero scrivo di viaggi sul mio blog assieme a Manuel il mio ragazzo.
Mi sembra di capire che ci sia ancora molto interesse per la fotografia analogica, molti sforzi vengono rivolti verso questo strumento, (operazione impossible project, ricerca ancora apertissima verso nuove emulsioni, chimica e strumentazione), la sperimentazione e gli sforzi personali, per proseguire con la produzione di un determinato supporto o prodotto, sono in molti casi rivolti alla fotografia argentica.
Da utilizzatore, tutto questo non può che rendermi felice, e nello stesso tempo curioso di campirne il motivo.
La mia personalissima idea è che probabilmente per le generazioni più giovani, nate in piena era digitale, sia la fotografia analogica la vera novità… in alcuni casi un limitatore all’approccio compulsivo e un ottimo motivo per essere costretti a realizzare un’immagine stampata (personalmente l’unico modo per apprezzare appieno la fotografia), senza “accontentarsi” di un file.
Sicuramente la voglia di riuscire a gestire tutto il processo (dalla ripresa alla stampa finale) continua ad essere un elemento caratteristico e prezioso. Per quello che mi riguarda, l’aspetto “manuale” delle lavorazioni e sperimentazioni in camera oscura, per ottenere il risultato finale, suscita un fascino notevole.
Non nascondo inoltre che l’utilizzo del supporto analogico, soprattutto nel mio caso, impone inoltre un certo rigore e concentrazione in fase di definizione e realizzazione dello scatto, oltre ad una serie di scelte che devono essere fatte molto prima dello scatto, trovo l’approccio analogico una sorta di catalizzatore di concentrazione, necessaria a mantenere sotto controllo tutta la catena di eventi.
Nel mio caso influisce anche l’età anagrafica, trovo nella fotografia argentica un collegamento con il passato, collegamento con quello che in parte è stato motivo della nascita della passione per la fotografia.
Ho avuto anch’io il periodo di distacco dalla fotografia analogica, attratto dall’innegabile “praticità” dello strumento digitale…mi sento in questo caso fortunato a non dovermi confrontare con la committenza, che probaibilmente (almeno nella maggioranza dei casi) non mi permetterebbe di utilizzare il supporto analogico, credo sia un’esperienza veramete motivante, la trovo un’approccio artigianale, dove il controllo di tutte le fasi del lavoro, dal concetto alla stampa, sia davvero un’esperienza impagabile e in alcuni casi, anche un valore aggiunto al proprio lavoro!
Vorrei che fosse chiaro, questo non vuole essere un confronto/scontro con la tecnologia digitale, ma solo uno spunto per cercare di capire e raccogliere idee sul vostro approccio alla fotografia analogica, troppo giovane e oltremodo valida, per essere considerata morta…
Grazie
Giovanni
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Ciao, oggi vi vorrei presentare questo fotografo americano, in Italia non molto conosciuto dal grande pubblico, ma l’influenza del suo lavoro si percepisce chiaramente nelle opere di fotografi contemporanei soprattutto statunitensi, come per esempio Alec Soth e Todd Hido solo per citarne un paio, tra quelli maggiormente conosciuti.
Anna
Larry Sultan è cresciuto nella San Fernando Valley, in California, luogo che divenne per lui fonte d’ispirazione per molti suoi progetti. Il suo lavoro è un mix di fotografia documentaria e fotografia staged, con lo scopo di creare immagini che raffigurano la vita famigliare suburbana, sia a livello psicologico che come paesaggio fisico. Il primo libro di Sultan, che conicide anche con la sua prima mostra Pictures from Home (1992) riguarda un progetto durato una decade che rappresenta sua madre e suo padre come soggetti primari, esplorando il ruolo della fotografia nella creazione delle mitologie famigliari. Utilizzando gli stessi setting suburbani, il suo libro The Valley (2004) esamina l’industria del cinema per adulti e l’area delle villette a schiera della classe media che vengono utilizzate come set per i film pornografici. Katherine Avenue, (2010) mostra e libro, affianca le tre serie più importanti di Sultan, Pictures From Home, The Valley, e Homeland, per approfondire ulteriormente come le immagini di Sultan siano costantemente in bilico tra realtà e fantasia, vita domestica e desiderio, come le banali caratteristiche del’ambiente domestico diventano importanti simboli culturali. Nel 2012, venne pubblicata la monografia Larry Sultan and Mike Mandel, per esaminare in profondità i 30 e più anni di collaborazione tra questi due artisti, che hanno affrontyato numerosi progetti concettuali, tra cui Billboards, How to Read Music In One Evening, Newsroom e il libro di fotografia Evidence, una raccolta di fotografie istituzionali ritrovate, pubblicato inizialmente nel 1977.
Il lavoro di Larry Sultan è stato esposto e pubblicato ampiamente ed è incluso nelle collezioni del Los Angeles County Museum of Art, dell’Art Institute of Chicago, del Museum of Modern Art, del Whitney Museum of American Art, del Solomon Guggenheim Museum, e del San Francisco Museum of Modern Art, dove gli è stato anche riconosciuto il Bay Area Treasure Award nel 2005. Sultan ha isnegnato come Distinguished Professor di fotografia al California College of the Arts a San Francisco. Nato a Brooklyn, New York nel 1946, Larry Sultan è deceduto nella sua casa di Greenbrae, California nel 2009.
Fonte: libera traduzione dal sito dell’autore
Se desiderate approfondire la conoscenza di questo autore, questo è il suo sito.
Larry Sultan grew up in California’s San Fernando Valley, which became a source of inspiration for a number of his projects. His work blends documentary and staged photography to create images of the psychological as well as physical landscape of suburban family life. Sultan’s pioneering book and exhibition Pictures From Home (1992) was a decade long project that features his own mother and father as its primary subjects, exploring photography’s role in creating familial mythologies. Using this same suburban setting, his book, The Valley (2004) examined the adult film industry and the area’s middle-class tract homes that serve as pornographic film sets. Katherine Avenue, (2010) the exhibition and book, explored Sultan’s three main series, Pictures From Home, The Valley, and Homeland along side each other to further examine how Sultan’s images negotiate between reality and fantasy, domesticity and desire, as the mundane qualities of the domestic surroundings become loaded cultural symbols. In 2012, the monograph, Larry Sultan and Mike Mandel was published to examine in depth the thirty plus year collaboration between these artists as they tackled numerous conceptual projects together that includes Billboards, How to Read Music In One Evening, Newsroom, and the seminal photography book Evidence, a collection of found institutional photographs, first published in 1977.
Larry Sultan’s work has been exhibited and published widely and is included in the collections of the Los Angeles County Museum of Art, the Art Institute of Chicago, the Museum of Modern Art, the Whitney Museum of American Art, the Solomon Guggenheim Museum, and the San Francisco Museum of Modern Art, where he was also recognized with the Bay Area Treasure Award in 2005. Sultan served as a Distinguished Professor of Photography at California College of the Arts in San Francisco. Born in Brooklyn, New York in 1946, Larry Sultan passed away at his home in Greenbrae, California in 2009.
Stravolti ed esposti ad informazioni di ogni genere, facilitati da internet e dalla tecnologia in generale, ci sentiamo tutti uguali da dietro i pc.
Autocompiacimento e egotismo: tutti sanno tutto.
Quattro cazzate sulla fotografia nel web e nel circolo di paese, quattro foto con più di 30 like e siamo convinti di poter discutere a pari di tutti.
Gridiamo su facebook le nostre posizioni e gridiamo allo stesso modo in faccia ad un critico di settore o un panettiere.
Spesso il web non aiuta in questo senso. Si risponde alle discussioni senza effettivamente sapere con chi ci si interfaccia e forse manco ci interessa, sappiamo tutto.
La considerazione che si da al panettiere e al critico, è la stessa per il medesimo motivo che ho spiegato sopra. Questo porta ad un’esponenziale crescita di convinzioni sbagliate e l’ignoranza settoriale dilaga.
Succede anche in fotografia.
Il riconoscimento e la valorizzazione della competenza, nulli. Tutti uguali, l’appiattimento della considerazione.
Eppure la diffusione di notizie avrebbe dovuto portare ad un pubblico sapiente.
Invece no, siamo non informati e sempre incazzati, tutte le opinioni hanno pari valore e si è d’accordo solo con chi la pensa uguale a noi (a prescindere da chi sia), voglio conferme su quello che credo, voglio la conferma di quanto “sono bravo”, non confronti che mettano in discussione la mia tesi, le mie foto.
Tutte le discussioni diventano zuffe, eppure dal vivo, nei miei numerosi incontri, non mi capita praticamente mai di avere particolari scontri. Sul web, il caos.
Onanismo virtuale.
Ciao Sara
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Oggi vi voglio presentare Rineke Dijkstra, una fotografa olandese, che si è aggiudicata l’edizione 2017 di uno dei premi più prestigiosi della fotografia a livello mondiale, l’Hasselblad Award. In passato queto premio è stato vinto da fotografi del calibro di Wolfgang Tillmans, Joan Fontcuberta, Nan Goldin, Lee Friedlander, Hiroshi Sugimoto, Cindy Sherman, Robert Frank, solo per citare i nomi più conosciuti.
Ecco. Ciao!
Anna
Rineke Dijkstra (nata il 2 giugno 1959) è una fotografa olandese. Vive e lavora ad Amsterdam. Si è aggiudicata una Honorary Fellowship of the Royal Photographic Society ed è la vincitrice dell’Hasselblad Award 2017
Ha frequentato la Rietveld Academie ad Amsterdam dal 1981 al 1986, per poi lavorare per qualche anno nel campo della fotografia commerciale, facendo ritratti per aziende ed immagini per i bilanci societari.
La Dijkstra si concentra su singoli ritratti e di solito lavora in serie, ritraendo gruppi come adolescenti, frequentatori di discoteche e soldati, dai Beach Portraits del 1992 in poi, alla video installazione Buzzclub/Mysteryworld (1996-1997), alla Tiergarten Series (1998-2000), Israeli soldiers (1999-2000), ai ritratti di singoli soggetti in transizione seriale: Almerisa (1994-2005), Shany (2001-2003), Olivier (2000-2003), e Park Portraits (2005-2006). I suoi soggetti sono spesso ritratti in piedi, di fronte alla fotocamera, con uno sfondo minimale. Questo stile compositivo è forse più evidente nei ritratti sulla spiaggia, che generalmente ritraggono uno o due adolesconti con un paesaggio marino sullo sfondo. Questo stile è riconoscibile anche nei suoi studi sulle donne che hanno appena partorito.
La Dijkstra fa risalire la sua nascita artistica ad un autoritratto del 1991. Scattato con una fotocamera 4×5 pollici, dopo che era ri-emersa da una piscina – dove stava in terapia per un incidente in bicicletta – la presenta in uno stato di quasi collasso (lo vedete nella galleria dopo la serie dei ritratti sulla spiaggia n.d.t.) A seguito di una commissione da parte di un giornale olandese per un progetto sull’estate, ha poi scattato fotografie a dei bagnanti adolescenti. Il risultato è Beach Portraits (1992-1994), una serie di fotografie quasi a grandezza naturale di teenagers e ragazzini scattate sul bordo dell’oceano negli USA, in Polonia, Gran Bretagna. Ucraina e Croazia. La serie l’ha portata sulla ribalta internazionale dopo che fu mostrata nel 1997 nell’evento annuale di nuova fotografia al MOMA di New York; nel 1999, il museo portò in mostra Odessa, Ucraina, 4 agosto 1993, una fotografia a colori di un ragazzo adolescente su una spiaggia, affiancandola al Bagnante di Cézanne (1885 – 1887). Per chi non conoscesse questo quadro, eccolo:
Iniziata durante la residenza della Dijkstra al DAAD a Berlino nel 1998-1999, la serie Tiergarten (1998-2000) mostra ritratti di ragazzi e ragazze adolescenti fotografate nel parco Tiergarten di Berlino, oltre che in un altro parco in Lituania. Un’altra serie di lavori le è stata commissionata dalla Anne Frank Foundation di Amsterdam, per la loro nuova sede: ritratti di scolare adolescenti con le loro migliori amiche, un commovente monito al fatto che ogni ragazzina potrebbe essere Anna Frank in circostanze sfortunate. Questi ritratti sono stati scattati prevalentemente a Berlino, sebbene poi la Dijkstra ampliò la selezione, includendo Milano, Barcellona e Parigi.
Durante un progetto di documentazione sui rifugiati, la piccola Almerisa di 6 anni, la cui famiglia era in fuga dalla Bosnia, chiese alla Dijkstra di farle una foto. Almerisa è stata poi fotografata regolarmente ogni due anni circa. Inizialmente, da bambina in un centro di accoglienza per rifugiati il 14 marzo 1994. L’ultima fotografia della serie Almerisa è stata scattata il 19 giugno 2008. Così è cominciato il progetto seriale della Dijkstra, tenendo traccia della transizione del soggetto attraverso l’adolescenza e il trasferimento dall’Europa Orientale a quella Occidentale. In questa serie la Dijkstra ha utilizzato il flash e ha desaturato i colori; si è inoltre premurata di svuotare completamente la stanza da ogni dettaglio ritenuto superfluo, come i mobili o i quadri alle pareti, rendendo così lo sfondo vuoto. Questa tecnica è stata utilizzata anche in altre serie, come ad esempio Beach Portraits.
Una serie successiva mostra una giovane donna israeliana, Shany, nella serie Israeli Soldiers (1999-2003) in fasi successive nel corso di un anno e mezzo, all’arruolamento, due volte in uniforme da soldato e a casa dopo aver lasciato l’esercito.
La serie Olivier (2000-2003) riguarda un giovane uomo, Olivier Silva, dal suo arruolamento nelle legione straniera francese, attraverso gli anni di servizio in Corsica, Gabon, Costa d’Avorio e Gibuti, mostrando il suo sviluppo, sia fisico che psicologico, di soldato. Per la serie Park Portraits (2003-2006). La Dijkstra ha ritratto bambini, adolescenti e teenagers che sospendevano momentaneamente le loro varie attività per guardare dentro l’obiettivo in luoghi scenografici nel Vondelpark di Amsterdam, nel Prospect Park di Brooklyn, nel El Parque del Retiro di Madrid e nell’Amoi Botanical garden di Xiamen, tra gli altri.
Girato in Russia e commissionato da Manifesta 2014, il video-ritratto di Marianna (The Fairy Doll) mostra una giovane ballerina classica che prova in uno studio di San Pietroburgo, mentre si prepara per le audizioni per un posto alla prestigiosa Vaganova Academy of Russian Ballet.
La Dijkstra utilizza una field camera giapponese 4×5, con un obiettivo standard su un treppiedi ed un flash su un altro treppiedi dietro. Anche quando ritraeva i ragazzi sulla spiaggia, utilizzava lo stesso setup, con un flash portatile per ridurre il contrasto e aprire un po’ le ombre sui visi, modulando la luce del sole. In ogni caso, la luce del sole rimane sempre la sua fonte di illuminazione principale. Nel 1998 ha comincato a stampare le sue fotografie al Grieger Photo Lab di Düsseldorf in Germania, a due ore e mezza di treno da Amsterdam, dove lavorano anche Thomas Struth e Andreas Gursky, due tra gli altri autori europei di fotografie di grande formato. Le sue fotografie vengono stampate tipicamente in 10 o 15 esemplari.
La Dijkstra ha anche sperimentato con i video in lavori come la proiezione a due canali The Buzzclub, Liverpool, UK/Mysteryworld, Zaandam, NL (1996-1997), Ruth Drawing Picasso, Tate Liverpool, UK (2009), l’installazione a quattro canali The Krazyhouse (Megan, Simon, Nicky, Philip, Dee), Liverpool, UK, (2009), e il video su tre schermi I See a Woman Crying (Weeping Woman) (2009-2010). Per The Buzzclub, Liverpool, UK/Mysteryworld, Zaandam, NL,, l’artista ha visitato due nightclub, il primo a Liverpool, dominato da ragazzine quindicenni della classe lavoratrice; il secondo in Olanda, un ritrovo per ragazzi della classe lavoratrice con teste rasate, che indossavano outfit hip-hop combinati. La Dijkstra ha creato studi nei club e ha chiesto ai volontari di ballare uno per volta di fronte alla telecamera. Il soggetto del video era il contrasto tra le ragazze e i ragazzi, tutti decisi e vulnerabili in egual misura. Nel 1997 ha girato un altro video, Annemiek, che mostrava una timida teenager olandese mentre cantava una canzone dei Backstreet Boys con uno stile da karaoke. Per Ruth Drawing Picasso, la Dijkstra semplicemente ha orientato la camera su una studentessa inglese seduta sul pavimento, intenta a disegnare un ritratto di Dora Maar alla Tate Liverpool. In I see a Woman crying (Weeping Woman), la Dijkstra ha utilizzato il dipinto Donna che piange di Picasso (lo vedete qua sotto, se non lo avete presente n.d.t.) alla Tate Liverpool come strumento di distrazione per un gruppo di studenti inglesi, a cui veniva chiesto di descrivere quello che vedevano nel dipinto che non compare mai sullo schermo.
Fonte: libera traduzione da Wikipedia
Qua trovate il video The Buzzclub e qua I see a Woman Crying
Rineke Dijkstra (born 2 June 1959) is a Dutch photographer. She lives and works in Amsterdam. Dijkstra has been awarded an Honorary Fellowship of the Royal Photographic Society and is the winner of the 2017 Hasselblad Award
Dijkstra attended the Rietveld Academie in Amsterdam from 1981 to 1986. She then spent a few years working commercially, taking corporate portraits and images for annual reports
Dijkstra concentrates on single portraits, and usually works in series, looking at groups such as adolescents, clubbers, and soldiers, from the Beach Portraits of 1992 and on, to the video installation Buzzclub/Mysteryworld (1996-1997), Tiergarten Series (1998-2000), Israeli soldiers (1999-2000), and the single-subject portraits in serial transition: Almerisa (1994-2005), Shany (2001-2003), Olivier (2000-2003), and Park Portraits (2005-2006). Her subjects are often shown standing, facing the camera, against a minimal background. This compositional style is perhaps most notable in her beach portraits, which generally feature one or more adolescents against a seascape. This style is again seen in her studies of women who have just given birth.
Dijkstra dates her artistic awakening to a 1991 self-portrait. Taken with a 4-by-5-inch camera after she had emerged from a swimming pool — therapy to recover from a bicycle accident — it presents her in a state of near-collapse. Commissioned by a Dutch newspaper to make photographs based on the notion of summertime, she then took photographs of adolescent bathers. This project resulted in Beach Portraits (1992–94), a series of full-length, nearly life-size color photographs of teenagers and slightly younger children taken at ocean’s edge in the United States, Poland, Britain, Ukraine, and Croatia. The series brought her to international prominence after it was exhibited in 1997 in the annual show of new photography at the Museum of Modern Art in New York; in 1999, the museum showed Odessa, Ukraine, August 4, 1993, a color photograph of a teenage boy on a beach, next to Cézanne’s Male Bather (1885-1887).
Begun during Dijkstra’s residency at the DAAD, Berlin in 1998-1999, the Tiergarten series (1998-2000) shows portraits of adolescent girls and boys photographed in the Tiergarten Park in Berlin, as well as in another park in Lithuania. Another series of works by was commissioned by the Anne Frank Foundation in Amsterdam for their new building: portraits of adolescent schoolgirls with their best friends, a poignant reminder that any girl could be an “Anne Frank” in unlucky circumstances. These portraits were primarily taken in Berlin, though Dijkstra later expanded her subjects to include Milan, Barcelona, and Paris.
During a project documenting refugees, six-year-old Almerisa, whose family fled Bosnia, asked Dijkstra to take her photo. Almerisa was photographed approximately every two years. Firstly, at an asylum centre as a young child in March 14, 1994. The last photograph of the Almerisa series was taken in June 19, 2008. Thus began Dijkstra’s serial project, tracing her subject’s transitions through both adolescence and relocation from East to West Europe. Dijkstra uses flash along with a reduction of colour in this Almerisa series. She declutters the room completely so it is void of any superfluous details such as furniture and pictures on the wall. This provides a blank background. This technique is also used in other series, e.g. Beach Portraits.
One later series shows a young Israeli woman, Shany, in the series Israeli Soldiers (1999-2003) at stages over the course of a year and a half, is shown at her induction, twice more in her soldier uniform, and at home after leaving the army.
The Olivier series (2000–03) follows a young man, Olivier Silva, from his enlistment with the French Foreign Legion through the years of his service in Corsica, Gabon, Côte d’Ivoire and Djibouti, showing his development, both physically and psychologically, into a soldier. For the series Park Portraits (2003–06), Dijkstra photographed children, adolescents, and teenagers momentarily suspending their varied activities to stare into the lens from scenic spots in Amsterdam’s Vondelpark, Brooklyn’s Prospect Park, Madrid’s El Parque del Retiro, and Xiamen’s Amoy Botanical Garden, among others.
Filmed in Russia and commissioned by Manifesta 2014, the video portrait Marianna (The Fairy Doll) shows a young classical dancer rehearsing in a St Petersburg studio as she prepares to audition for a place at the prestigious Vaganova Academy of Russian Ballet.
Dijkstra uses a Japanese 4-by-5 field camera, with a standard lens on a tripod, and a flash on another tripod behind it. Even when she photographed children on the beach she used this same setup, with a portable flash to reduce contrast and bring the faces slightly out of deep shadow, modulating the sunlight. However, daylight is always her main light source. In 1998 she started to print her photographs at the Grieger Photo Lab in Düsseldorf, Germany, two and a half hours by train from Amsterdam, where Thomas Struth and Andreas Gursky, among other European art photographers of large-scale prints, work. Her photographs are typically issued in editions of ten or fifteen.
Dijkstra has also experimented with video in works such as the two-channel projection The Buzzclub, Liverpool, UK/Mysteryworld, Zaandam, NL (1996-1997), Ruth Drawing Picasso, Tate Liverpool, UK (2009), the four-channel installation The Krazyhouse (Megan, Simon, Nicky, Philip, Dee), Liverpool, UK, (2009), and the three-screen video piece I See a Woman Crying (Weeping Woman) (2009-2010). For The Buzzclub, Liverpool, UK/Mysteryworld, Zaandam, NL, the artist visited two nightclubs, the first in Liverpool, dominated by 15-year-old working-class girls; the second, in the Netherlands, a hangout for working-class boys with shaved heads, wearing matching hip-hop outfits. Dijkstra set up studios in the clubs and asked volunteers to dance one at a time in front of the camera, the contrast between the girls and boys, each assertive and vulnerable in equal proportion, being a subject of the video. She made another video in 1997, Annemiek, which showed a shy, Dutch teenager singing a Backstreet Boys’ song karaoke style. For Ruth Drawing Picasso, Dijkstra simply trained the camera on an English schoolgirl as she sat on the floor, intently sketching a portrait of Dora Maar at the Tate Liverpool. In I See a Woman Crying (Weeping Woman), Dijkstra used Picasso’s The Weeping Woman (1937) in the Tate Liverpool as the distraction device for a group of English schoolchildren, who were asked to describe what they saw in the painting which never appears on screen.
Source: Wikipedia
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