Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Maria Teresa Brambilla

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome Maria Teresa

Cognome Brambilla

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2023 settore Reportage

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “From the alps. Women”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

 Quando ero piccola mio padre ci fotografava con una macchina a pellicola, spesso in bianco e nero. Ci faceva vedere le diapositive, aveva dei libri di fotografia. Ecco io rimanevo estremamente affascinata dal potere di quella macchina che riusciva a fermare degli attimi e renderli eterni. Amavo guardare le foto dei grandi fotografi, soprattutto i reportage. Li cercavo sui giornali che entravano in casa. poi ho iniziato a chiedere di usare anche io una macchina compatta che aveva mia madre. Volevo fotografare il mondo con il mio occhio. Non so perché ma usare la macchina fotografica mi piaceva, era come immortalare quello che di solito osservavo e su cui riflettevo, quello che vedevo nel mondo.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Guardando i reportage che c’erano su D di repubblica. Da piccola. Poi moltissimi anni dopo ho deciso di studiare come si facevano i reportage e mi sono innamorata della profondità del processo. Ho capito che una buona foto e un buon lavoro nascono con un buon progetto e passando il tempo in quello che voglio raccontare. Ho sempre sentito di voler approfondire temi e situazioni con il lavoro fotografico e finchè non capisco di avere tutte le foto di cui ho bisogno non riesco a chiudere un lavoro.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Something about you”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

C’è un’idea iniziale, un tema, una situazione. Entro in contatto con le persone che vivono quello che ho scelto di raccontare. Spiego cosa e perché voglio fotografare. Cerco di entrare in sintonia con queste persone. Intanto preparo uno schema per sviluppare concretamente il tema con i miei scatti. Inizialmente passo molto tempo con le persone senza scattare. Solo per conoscerle, capirle ed entrare un po’ in intimità. Dopodichè inizio a scattare seguendo lo schema.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Le tematiche che più mi interessano sono la condizione e il vissuto delle donne in diversi ambienti e situazioni e i conflitti interiori dell’umanità (depressione, insonnia, disturbi alimentari..)

Ho un progetto aperto sulle mamme single, uno sulle donne che puliscono le stanze degli alberghi e un progetto personale di autoscatti in cui racconto la mia lotta tra la depressione e la mia voglia assurda di vita. I primi due sono progetti di reportage, l’ultimo ho intenzione di integrarlo con degli scritti ed è una sorta di diario intimo.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

La bellezza della verità dell’umanità. La fragilità e forza che coesistono nelle persone.

Voglio cercare di dare voce a chi non l’ha, restituire bellezza e dignità a chi crede di averla perduta.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Femmes de chambre”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

In fase di ideazione decido di quali scatti ho bisogno e in che momenti, orari andare a scattare. Questo per avere scatti che mi permettano di avere una narrazione completa. Quando scatto mi concentro ma cerco di non pensare a niente altro, di sganciarmi dal risultato. Sono istintiva di natura quando agisco, quindi cerco un equilibrio tra il mio istinto e la strutturazione di un lavoro.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

L’ispirazione la trovo leggendo poesie, ascoltando musica, guardando film, parlando con le persone, stando nella natura…osservando il cielo, l’oceano, la neve, i colori, le sfumature…e ovviamente guardando fotografie e lavori che mi rapiscono.

Il progetto che ha vinto credo sia nato molti anni fa dentro di me. Sfogliando a ripetizione un libro fotografico in bianco e nero che raccontava la vita di un pastore di pecore. Non mi ricordo ne titolo ne autore. Mi ricordo le foto.

Paolo Pellegrin, Gilles Peres , D’Agatà, Valerio Bispuri sono tra gli autori che preferisco e ho guardato spesso dei loro lavori per farmi ispirare.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Che per fare bene la fotografia ci vuole tempo, spazio, testa, soldi e spesso non li ho.

Il resto non so perché non conosco così bene questo mondo.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Blue. Diaries”

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Uno in particolare non mi viene, ma non riesco a immaginarmi di vivere senza fotografare quello che ho in mente di fotografare.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto la scuola Musa facendo ricerche su Google. Mi capitava di andare sul sito della scuola e un paio di anni fa ho visto che c’era questo premio. Ho pensato quando avrò un progetto abbastanza iniziato provo a mandarlo.

Ritratto di Maria Teresa Brambilla

BIO

Sono nata tra le alpi.

Dove vivo anche oggi.

La natura è da sempre la mia musa assoluta.

Autodidatta in ogni passione del mio essere.

La fotografia è l’arte che più amo.

Perché non necessita di traduzioni per quello che si vuole dire.

Perché è sicera, trasparente, sfacciata.

Con la macchina fotografica è come se i miei occhi possono scavare le situazioni con il doppio della profondità.

Mi sento come in dovere di raccontare ciò che ha bisogno di una voce.

Di una storia per immagini in cui dispiegarsi.

C’è tanta vita nel mondo.

Molta sconosciuta. Silenziosa. Dolorante. In lotta. In cammino.

Mi sembra che la fotografia abbia lo straordinario potere di restituire bellezza e dignità a chi crede di non possederla.

Contatti

Sito dell’autrice https://www.majthe.com/works/

IG @majthemeri 

3349350796

majthemeri@gmail.com

Moira Ricci, tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia.

Articolo di Giovanna Sparapani

“…Ho cominciato a fare le foto in spiaggia, l’estate, al  Lido di Savio. Otto chilometri sotto il sole avanti e indietro..” (MR).

Sperando di guadagnare qualche spicciolo, Moira chiedeva ai bagnanti e alle persone sotto l’ombrellone se gradivano essere fotografati, ma le risposte erano per lo più negative e spesso anche sgarbate. Non perdendosi d’animo, la giovane li ha fotografati di nascosto per poi ritagliarli a mo’ di piccole figurine che ha collocato in ordine sparso sopra un autoritratto che la immortala sdraiata su una spiaggia, coperta da una coltre di sabbia da cui fuoriescono solo una parte del viso, un  piede e le mani: la ragazza appare come un gigante, mentre i personaggi che affollano la spiaggia sono dei ridicoli lillipuziani dalle dimensioni molto ridotte. Da lì l’ironico e calzante titolo, “ ALidiput”, 2003 .

Moira Ricci, nata nel 1977 a Orbetello in provincia di Grosseto, si è diplomata in fotografia a Milano nel 1998 per continuare gli studi in Arti visive e Comunicazione multimediale presso l’Accademia di belle Arti della città lombarda dove prevalentemente risiede, alternando lunghi soggiorni in Maremma. Il vasto e variegato territorio toscano è ricco di ricordi legati alla sua infanzia e adolescenza ed è da lei profondamente amato per le sue radici contadine che conservano vivida memoria di celebri leggende e incredibili avvenimenti.

Fotografia di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

I suoi racconti visivi sono per lo più ispirati ad un mondo di tracce personali desunte dal passato, fatta eccezione per un lavoro particolare -“Da buio a buio” del 2009 – in cui si ispira a strani personaggi un po’ paurosi e un po’ grotteschi, tratti dalle fiabe popolari che  la  mamma le narrava  quando era piccolina: l’uomo sasso, i gemellini, la bambina mezza cinghiale, Il lupo mannaro, secondo il senso del magico e talvolta del terribile che permea alcune storie tipiche della civiltà contadina. La mostra relativa a questo lavoro affianca alle fotografie anche interviste registrate, video, stralci di giornale e ricerche scientifiche;  le immagini che vengono racchiuse in vecchie cornici trovate nei mercatini o nelle case di parenti, contribuiscono a creare un’atmosfera antica e familiare.

Fotografie di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

A sua madre Loriana, scomparsa prematuramente all’età di cinquanta anni per una caduta accidentale, è dedicato il suo lavoro fotografico più importante, dal titolo assai esplicativo “ 20.12.53 – 10.08.04”(nascita-morte) , confluito in un libro edito da Corraini che contiene 50 fotografie, una per ogni anno in cui è vissuta l’amata mamma. Moira ha sofferto moltissimo per questa perdita e, quasi per illudersi di starle sempre a fianco, grazie al sapiente uso di tecniche digitali, ha inserito sé stessa all’interno di fotografie d’epoca che parlano della Toscana grossetana, che ci raccontano della sua famiglia, dei parenti, dei compaesani, dei luoghi più frequentati e vissuti. Lei stessa racconta la genesi delle sue immagini: “Ho cercato le sue foto vecchie, sono andata nei posti, mi sono vestita, ho cercato la posizione giusta, poi mi sono infilata nella foto…”. Il lavoro è durato dieci anni e ha avuto un’evidente funzione terapeutica nell’elaborazione del lutto. Dotata di una sensibilità delicata e profonda, Moira si inserisce nella foto come se volesse far compagnia a sua madre e nel contempo avvertirla della disgrazia che le sta per accadere: il reale e la finzione si fondono a meraviglia in uno struggente racconto visivo di notevole forza comunicativa.

In un progetto più recente, “Dove il cielo è più vicino”, confluito in una interessante mostra con immagini e video, lo sguardo della fotografa si allontana dall’ autobiografia, concentrandosi su una tematica sociale, quella dei poderi abbandonati da parte dei contadini impoveriti: “…. è una preghiera al cielo, ma anche una minaccia a chi ci controlla dall’alto, è un ritratto di poderi che hanno perso la loro identità e il loro significato, è un tentativo di fuga e allo stesso tempo l’incapacità di metterla in atto”. (MR)

Moira Ricci termina il ritratto che fa di sé stessa con queste concise parole: “Io sto bene solo quando lavoro. Calma il vuoto. Tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia, insomma quello che mi è successo. L’autoritratto è sottinteso” (MR)

Autoritratto ©MOIRA RICCI

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Concita De Gregorio “Chi sono io?” ed. Contrasto, Roma 2017.

Il libro fotografico dell’artista Moira Ricci dedicato alla madre

Angela Madesani art tribune

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Daniel Mordzinski, il fotografo degli scrittori.

Conosciuto come “il fotografo degli scrittori”, Daniel Mordzinski lavora da 38 anni al suo ambizioso “atlante umano” della letteratura iberoamericana. Il fotografo argentino, che vive tra Parigi e Madrid, ha realizzato ritratti delle figure più importanti della letteratura latino-americana. Autore di numerosi libri, le opere di Mordzinski sono continuamente esposte nei più importanti musei dell’America Latina e sono incluse nelle migliori collezioni di fotografia contemporanea. È un importante fotografo di festival letterari.

La poetessa uruguaya Ida Vitale, en 2008. © DANIEL MORDZINSKI

Daniel Mordinski lavora ritraendo scrittori da più di tre decenni e annovera tra le sue opere numerose pubblicazioni di fotografia sulla letteratura, in particolare su testi in lingua spagnola.

Objetivo Mordzinski è un progetto in corso per costruire una geografia intangibile, ma chiaramente visibile ai lettori e agli spettatori di tutto il mondo, che è la letteratura in lingua spagnola, e rivendicare non solo la loro importanza ma anche lo spagnolo stesso come lingua, industria e identità di marca a livello mondiale.

Borges immortalato da Mordzinski © DANIEL MORDZINSKI

Non basta dire che Mordzinski ha “fotografato gli autori latinoamericani”, perché quelle immagini, che ha strappato durante il tempo, sono in realtà un’interpretazione profonda e rispettosa delle loro personalità. Stranamente, questi ritratti arricchiscono la nostra comprensione dei libri che scrivono, perché risvegliano in noi lettori un atteggiamento di simpatia verso questi scrittori.

Fotografie di © DANIEL MORDZINSKI

  1. Adolfo Bioy Casares – scrittore
  2. Lo scrittore portoghese Jose Saramago
  3. Mario Vargas Llosa – scrittore peruviano

Egli rende un servizio a coloro che fotografa con i suoi sforzi per catturare la più profonda verità su di loro, cercando di scomparire dietro la macchina fotografica. Per questo i ritratti di Daniel Mordzinski risultano essere estremamente autentici.

Purtroppo una brutta notizia sul suo lavoro vedi qui

L’articolo ha solo scopo didattico e culturale, le fotografie sono dell’autrice e non possono essere usate per fini commerciali.

Julie Blackmon e i suoi “tableaux vivants”

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Lavoro come uno scrittore di fantascienza. Creo un mondo immaginario in cui è divertente entrare; mi sembra di giocare quando lo faccio….Penso che ci sia qualcosa nei bambini che si presta all’umorismo più degli adulti. Forse è quella combinazione di qualcosa di toccante e dolce, mescolato con un elemento macabro e oscurità incombente”. ( J. B.)

© Julie Blackmon

Nata nel 1966 a Springfield nel Missouri, dove attualmente risiede e lavora, ha seguito un percorso artistico assai singolare: dopo gli studi presso la  Missouri State University che l’hanno portata ad appassionarsi alla fotografia –  grazie anche all’interesse in lei suscitato dagli eccellenti lavori di fotografe come Sally Mann e Diane Arbus – decide di sposarsi e dedicarsi interamente alla famiglia;  la sua vita all’interno delle mura domestiche, allietata da tre figli e molti nipoti, diventa per lei un importante campo di osservazione. Quando nel 2001 si affaccia di nuovo al mondo della fotografia, si stava affermando la rivoluzione digital, per cui Julie, desiderosa di aggiornarsi, si iscrive ad un corso presso la Missouri State University per acquisire competenze nell’uso di Photoshop e nelle tecniche di scansione e stampa digitale. Se nei primi lavori lavorava con una fotocamera a pellicola, Julie, intuendo che il mondo dell’analogico è al tramonto, in pochissimo tempo passa interamente al digitale e scatta le sue immagini con una Hasselblad H4D-60, fotocamera digitale da 60-megapixel.

© Julie Blackmon

Le sue immagini risentono molto di una vita condotta all’interno di una famiglia numerosa, dove grandi e piccoli si relazionano e si mescolano tra di loro in scene domestiche arricchite di aspetti surreali e ironici, in cui ogni dettaglio è studiato con cura, richiamando aspetti del racconto autobiografico e nel contempo della staged photography. Julie, la più grande di nove fratelli e madre di tre figli, avrebbe potuto rischiare di venire annientata dagli svariati compiti e difficoltà della vita domestica, ma è stata salvata dal suo profondo spirito di osservazione e da un’ acuta ironia non graffiante, ma dolce e delicata.

© Julie Blackmon

Attraverso ‘tableaux vivants’ organizzati con cura meticolosa anche nei minimi dettagli, i bambini, protagonisti assoluti dei suoi lavori, vengono ripresi mentre scorrazzano in giardino, giocano in casa o in cortile, si tuffano in piscina, prendono il sole in atmosfere incantate in cui realtà e finzione si sovrappongono, a suggerire situazioni di gioia e leggerezza unite a elementi simbolici intriganti, tutti da scoprire.  Principale fonte di ispirazione per la Blackmon sono le scene familiari e quotidiane del pittore olandese Jan Steen, sia per quanto riguarda l’uso della luce, le pose dei protagonisti e gli oggetti di scena, ma sono ben presenti anche il senso di immobilità, sospensione  e atemporalità che si possono cogliere nei dipinti del famoso pittore Balthus.

© Julie Blackmon

Nella serie “Mind Games” la fotografa statunitense analizza la magia che alberga nei giochi dei bambini, proiettandoci in un mondo di sogni, costellato di giovanetti e giovanette che scherzano intorno ad una piscina di gomma, affiancati da immagini di giocattoli, sentieri di gesso e girotondi di stoffa.  Il tutto realizzato grazie ad un bianco e nero intenso, fortemente espressivo in grado di evocare mondi fantastici.

Nel suo secondo articolato lavoro, “DomesticVacations”, Julie si cimenta con immagini a colori, riproponendo la formula vincente, precedentemente sperimentata, dell’accostamento tra realtà e finzione.  Con estrema cura nella resa dei particolari e un’attenzione quasi maniacale ai dettagli, ricrea situazioni da fiaba,  da cui scaturisce l’idea di una vita domestica ricca di inciampi e complicazioni in cui, in modo spiazzante, attimi di gioia si alternano a momenti più oscuri .

Con la più recente monografia, Homegrown, la Blackmon sente il bisogno di allontanarsi dallo spazio ristretto della casa, per inoltrarsi nella nostalgica ricerca di luoghi esterni legati alla sua memoria: i campi sul retro della casa, il mercato, il salone di bellezza diventano scenografie reali in cui  appaiono  bambini e adulti colti in bizzarre attività, comiche e surreali ma anche cariche di segreti e di mistero.

© Julie Blackmon

Come ben sintetizza Giuseppe Santagata: “Le fotografie di Julie Blackmon si concentrano sulle complessità e le contraddizioni della vita moderna e, se a prima vista sembrano armoniose rappresentazioni della quotidianità di un’America idealizzata del passato, ad uno sguardo più attento rivelano dettagli sconvolgenti e inaspettati.”

© Julie Blackmon

Alcuni dei suoi lavori fanno parte della collezione permanente del Cleveland Museum of Art, del Museum of Fine Arts di Houston, del George Eastman House International Museum of Photography, della Henry Art Gallery e della Microsoft Art Collection.

https://fotografiaartistica.it/i-paesaggi-domestici-di-julie-blackmon

Arte e vita, le fotografie familiari di Julie Blackmon (objectsmag.it)

Julie Blackmon – Italia | Artnet

https://culturainquieta.com/arte/fotografia/julie-blackmon

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Le icone: la donna armena

Una donna armena di 106 anni siede davanti alla sua casa, sorvegliandola con un fucile, nel villaggio di Degh, vicino alla città di Goris, nel sud dell’Armenia. I conflitti armati hanno avuto luogo nel vicino Nagorno-Karabakh, un territorio dell’Azerbaigian rivendicato anche dall’Armenia. La guerra del Nagorno-Karabakh ha fatto sfollare centinaia di migliaia di persone dalle loro case.

Una donna armena di 106 anni protegge la sua casa con un AKM, 1990 (Photo credit: Armineh Johannes / United Nations Photo).

L’Armenia fu invasa dai turchi e la guerra si concluse con l’incorporazione dell’Armenia nell’Unione Sovietica. Una volta terminato questo periodo l’Armenia fu coinvolta in una guerra molto sanguinosa con i suoi vicini di casa, gli Azerbaigiani.

Negli anni ’20, il governo sovietico istituì la Regione autonoma del Nagorno-Karabakh – dove il 95% della popolazione è di etnia armena – all’interno dell’Azerbaigian.

Nel 1993, l’Armenia controllava il Nagorno-Karabakh e occupava il 20% del territorio azero circostante. Nel 1994, la Russia ha mediato un cessate il fuoco che è rimasto in vigore da allora. A causa del conflitto sono sfollati 230.000 armeni dall’Azerbaigian e 800.000 azeri dall’Armenia e dal Karabakh.

Il fucile che l’anziana signora armena porta con sé non è un AK-47 o un AK-74.

Da Rare historical photos

L’articolo ha solo scopo didattico. Le fotografie sono di proprietà degli autori presentati e non possono essere vendute o diffuse.

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Francesca Dusini

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Francesca

Cognome: Dusini

Vincitrice del Premio Musa 2023 – Settore ritratto e fotografia di scena

– Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Credo di aver iniziato a sviluppare un interesse per la fotografia intorno ai 16 anni, quando ho capito che poteva essere uno strumento per esprimermi, per rappresentare il mondo attorno a me ed autorappresentarmi – dal momento che non ho mai amato farlo a parole.

– Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Probabilmente quando ho smesso di cercare come obiettivo la “foto cartolina” ed ho iniziato invece a concepire la fotografia come un racconto. Col tempo mi sono sempre più convinta del fatto che fare fotografia sia come raccontare una storia, e forse che abbia senso solo se racconta una storia, perciò il fatto di sviluppare dei progetti diventa quasi indispensabile per la narrazione. Allo stesso tempo potrebbe essere anche una scelta comoda, perché è molto più difficile raccontare una storia con un’unica fotografia (ritengo ci voglia una grande bravura e sensibilità…o una buona dose di fortuna!). Per fare un parallelo letterario, mi piace pensare alla fotografia unica come una poesia o un haiku e il progetto fotografico come un racconto, un romanzo o un saggio.

Fotografie di Francesca Dusini Švejk

– Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Negli ultimi tempi in realtà ho lavorato quasi esclusivamente per altre persone, quindi nella maggior parte dei casi ho già un compito affidato (documentare uno spettacolo, un’architettura, dei luoghi lungo un cammino…) e mi devo inserire in una cornice già definita. In questo caso cerco di capire quello che il committente vuole e la destinazione del lavoro, per poi mediarlo con quello che posso dare con la mia personale interpretazione. Se e quando possibile, cerco di dare una visione inedita, meno scontata, anche quando il soggetto è già definito, provando a osservarlo da punti di vista meno convenzionali. Quando invece mi dedico a progetti personali, parto da un’idea, un’intuizione che mi sembra particolarmente interessante e cerco di darle spazio e tempo e di lasciarla ampliare anche in modo spontaneo.

– Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se sì, come?

La fotografia di ritratto è qualcosa di relativamente nuovo per me, anzi per diversi anni ho cercato di eliminare totalmente qualsiasi figura umana dalle inquadrature. Negli ultimi anni però ho iniziato a seguire e documentare fotograficamente spettacoli, eventi teatrali e infine realizzare le fotografie di scena sul set di due serie tv (sull’ultimo è nato il progetto fotografico Švejk) ed è una cosa che mi sta appassionando molto. Il mio tema di interesse principale è però la documentazione del paesaggio (naturale e urbano) e delle sue trasformazioni, ed ho una particolare passione per tutte quelle cose che mostrano i segni del tempo: rovine, angoli degli abitati (o dis-abitati) storici e un po’ cadenti, fragili testimonianze di tempi passati… Camminare per le vie di paese mi emoziona e allo stesso tempo mi lascia un velo di malinconia, perché so che ad esempio quella casa – che con le sue pietre, il suo intonaco scrostato, i suoi colori può raccontare una storia e quella di chi ci ha vissuto – la prossima volta potrebbe non esserci più. Questo mi spinge ad immortalare queste visioni attraverso la fotografia, per paura di perderle per sempre senza lasciare traccia. I temi e parole chiave della mia ricerca fotografica sono quindi la memoria, il ricordo, la nostalgia, la testimonianza, l’effimero.

Fotografia di Francesca Dusini – Inverno a Pez (Cles, TN)

– Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Quello che cerco è di trasmettere un’emozione, di raccontare una storia o suscitare in chi guarda la curiosità di voler capire quello che c’è dietro alla mera immagine. Una foto non è mai soltanto una foto ed è interessante il rapporto che si può creare tra questa e l’osservatore: può cogliere il messaggio di chi l’ha scattata oppure no, ma in ogni caso attraverso la sua singolare visione interpreta a sua volta l’immagine, dandone una lettura arricchita. La fotografia per me è anche un modo per vedere quello che mi sta attorno, di prendermene cura e di dare testimonianza – senza giudizio, positivo o negativo che sia – di ciò che esiste, cercando di mettere in luce quello che magari altri non vedono.

Ad un livello ancor più personale la fotografia è anche qualcosa che mi aiuta a registrare degli stati d’animo, a “congelare” dei momenti che inevitabilmente passano e non torneranno più, ma che attraverso l’immagine potranno essere rievocati, utilizzandola come strumento per indurre la memoria a ricordare.

– Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Dipende. In generale sì (perché sono un overthinker), però ho capito che troppa preparazione mentale prima di scattare – cosa inevitabile quando devo realizzare fotografie per altri – mi porta spesso a momenti di frustrazione se non trovo le condizioni perfette in cui avrei voluto essere, la luce giusta ecc… e diventa quindi controproducente. Quello che preferisco in assoluto è vagare da flâneuse, lasciandomi catturare da quello che vedo, da come la luce illumina le superfici, dalle situazioni che accadono, aspettando il momento giusto per scattare oppure decidere che no, in quel caso non ne vale la pena o sarà necessario tornare. D’altra parte, mi sono resa conto che i progetti personali a cui mi dedico sono nati spontaneamente dandomi la libertà di lasciare spazio all’istinto, riconoscendo solo in un secondo tempo una serie di temi/soggetti/interessi ricorrenti che potevano essere legati da un unico fil rouge.

Fotografia di Francesca Dusini – Accidentally Mendelpass

– Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Le foto del progetto con cui ho partecipato al Premio Musa sono fotografie di scena e sostanzialmente ritratti. Essendo un settore di interesse relativamente nuovo per me, non ho – almeno consapevolmente – cercato specifiche fonti di ispirazione. Vedo ovviamente i lavori di tantissimi fotografi da anni, ma ad essere sincera sto imparando a farlo con un certo occhio critico soltanto di recente. Finora, non essendomi mai sentita legittimata a definirmi una fotografa (è un po’ come il discorso dell’artista: chi decide se uno è un’artista o meno? L’artista stesso o gli altri?), il mio pensiero è stato semplicemente “voglio solo raccontare quello che vedo”.

L’ispirazione poi arriva da ovunque se si è abbastanza sensibili da lasciarsi influenzare: dalla storia dell’arte, dal cinema, dai libri, dall’architettura…sono anzi convinta che il mio provenire da un mondo diverso da quello della fotografia – un percorso universitario in Ingegneria Edile-Architettura – abbia influenzato significativamente il modo di concepire la composizione e aiutato a sviluppare un certo tipo di sguardo. Tornando al mondo della fotografia ci sono due nomi su tutti che per me saranno sempre dei maestri assoluti e massima aspirazione: Luigi Ghirri e Guido Guidi, per la loro capacità di rendere straordinario l’ordinario e di cogliere l’essenza del quotidiano, trasmettendolo con delle immagini che sono pura poesia visiva.

Fotografia di Francesca Dusini – L’arte della miopia

– Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Mi ci sto approcciando per davvero forse solamente adesso, mi sono avvicinata alla fotografia un po’ inconsapevolmente senza avere un particolare obiettivo e quello che ho fatto finora è stato fatto da autodidatta. Sto quindi ancora cercando di capire quali sono le regole del gioco. Forse la difficoltà più grande è non lasciarsi influenzare dal pensiero del giudizio degli altri.

– Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Forse non si tratta di un episodio in particolare, quanto piuttosto una serie di pensieri e una consapevolezza acquisita nel tempo. Uno su tutti è già il solo fatto di non riuscire a farne a meno…come dicevo, la fotografia resta il mio mezzo di espressione preferito. Sicuramente hanno poi contribuito le diverse persone che negli anni hanno dimostrato di apprezzare il mio sguardo e mi hanno spronata ad andare avanti lungo questa strada, incoraggiamento ben rafforzato dal progetto [ADAGIO] a cui ho collaborato nel 2022 e dal Premio Musa!

Fotografia di Francesca Dusini – Malosco

– Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Conoscevo Musa Fotografia da qualche anno, che ho scoperto tramite i social e ho seguito con interesse perché fin da subito mi è sembrato che trattasse la fotografia nella maniera in cui anch’io la concepisco, oltre ad essere un’ottima fonte di spunti di riflessione e ispirazione. Quando ho letto del Premio, sulla newsletter e sui social, ho pensato che le fotografie che avevo in mano avessero un buon potenziale e potesse essere l’occasione per provare a mettermi in gioco.

Ritratto di Francesca Dusini – Fotografia di Mirco Zanzanella

Bio

Francesca Dusini nasce e vive in Trentino.

Si appassiona di fotografia durante gli studi in Ingegneria Edile-Architettura all’Università di Trento.

Dal 2016 collabora e realizza servizi fotografici per vari enti e realtà del territorio ed ha fatto attivamente parte di alcune associazioni culturali curandone l’immagine e i contenuti digitali. Negli ultimi anni si classifica in alcuni concorsi fotografici locali, vede il suo lavoro pubblicato su diverse riviste – cartacee e online – e prende parte a piccole produzioni televisive trentine come fotografa di scena. Nel 2022 collabora alla pubblicazione [ADAGIO] Trekking letterario per nuovi orizzonti lungo il Cammino Jacopeo d’Anaunia ed espone una selezione delle fotografie nell’omonima mostra presso Palazzo Roccabruna a Trento. Vince il Premio Nazionale Musa per fotografe 2023 nel settore ritratto e fotografia di scena, con il progetto fotografico “Švejk”.

I suoi temi di interesse sono il racconto e la documentazione fotografica del territorio, dal suo paesaggio (naturale, culturale, urbano) alle esperienze che in esso prendono vita.

Contatto Instagram @effedusini

Le foto più costose al mondo

Buongiorno, ecco le immagini che hanno ottenuto maggior riconoscimento economico negli ultimi decenni.

Non arrabbiatevi! Il mercato fa le sue scelte e devono essere ripsettate

ciao

Sara

  1. Lo stagno – Chiaro di luna: Le fotografie più costose
    Edvard Steichen – 1904

L’artista creò la prima fotografia sfruttando gomme sensibili alla luce. In questo modo, la stampa finale ha assunto più di un colore.

Esistono tre versioni di The Pond -Moonlight. Ognuna di esse è unica perché la stratificazione delle gomme è fatta a mano.

La fotografia è costata al suo acquirente 2.928.000 dollari nel 2006. All’epoca, si trattava del prezzo più alto mai pagato per una foto all’asta. Le altre due versioni sono esposte nei musei.

The Pond - Moonlight Photograph by Edvard Steichen - 1904

Lo stagno – Luce lunare Fotografia di Edvard Steichen – 1904

  1. Fotogramma senza titolo #48
    Cindy Sherman – 1979

La fotografia fa parte di una serie che l’artista ha realizzato tra il 1977 e il 1980.

La stessa Sherman appare come personaggio femminile nelle 69 foto in bianco e nero. Utilizzava trucco, parrucche e abiti vintage per ricreare i cliché femminili dei film.

La fotografia #48 è stata acquistata per 2.965.00 dollari nel 2015.

Untitled Film Still #48 by Cindy Sherman - 1979

Fotogramma senza titolo #48 di Cindy Sherman – 1979

8.Senza titolo (Cowboy)
Richard Prince – 2000

Il lavoro di Prince è una foto di una foto. Ha rifotografato immagini mentre sviluppava il proprio stile.

In questo caso, l’immagine proviene da una campagna Marlboro e raffigura il “Marlboro Man”. L’opera è stata acquistata per 3.077.000 dollari nel 2014.

Untitled (Cowboy) by Richard Prince- 2000

Senza titolo (Cowboy) di Richard Prince – 2000

7. Chicago Board of Trade II
Andreas Gursky – 1999

L’immagine mostra la sala delle contrattazioni del Board of Trade di Chicago. Per esprimere il senso di movimento, Gursky ha esposto due volte diverse parti dell’immagine.

Gursky è noto per il suo stile unico nel mondo della fotografia. Realizza enormi stampe che mostrano il nostro impegno per la globalizzazione nel mondo contemporaneo. Gursky scansiona le sue immagini di grande formato e le modifica al computer. Questa stampa di 157 × 284 cm è stata venduta all’asta per 3.298.755 dollari nel 2013.

Chicago Board of Trade II by Andreas Gursky - 1999/2000

Chicago Board of Trade II di Andreas Gursky – 1999

  1. 99 Cent II – Dittico
    Andreas Gursky – 2001

Qui sotto la stampa cromogenica a colori venduta da Sotheby’s a Londra nel febbraio 2007. La foto, divisa in due parti, raffigura un supermercato con diverse corsie. Gursky ha modificato l’immagine digitalmente. A quanto è stata venduta? L’incredibile cifra di 3.346.456 dollari. Sicuramente la cifra sarebbe dovuta finire con .99 centesimi

99 Cent II Diptychon by Andreas Gursky - 2001

99 Cent II Dittico di Andreas Gursky – 2001

  1. Dead Troops Talk
    Jell Wall – 1992

Ecco l’immagine in questione, venduta come lightbox. Jeff Wall è famoso in tutto il mondo per le sue fotografie in Cibachrome retroilluminate di grande formato che ritraggono scene ispirate alla storia dell’arte. Nel suo stile fa riferimento anche a problemi filosofici della rappresentazione fotografica e artistica.

La foto ritrae una scena “finta” in un campo di battaglia. I soldati tornano in vita, come in un film horror sugli zombie.

È stata messo in vendita da Christie’s New York nel maggio 2012.

Ha fruttato ben 3.666.500 dollari.

Jeff Wall photo - 1992

Foto di Jeff Wall – 1992

  1. A Sua Maestà Gilbert & George – 1973

Fotografi provocatori, Gilbert & George, hanno creato questa installazione, una stampa alla gelatina d’argento. La serie di foto commemora le serate alcoliche del duo. È stata battuta all’asta da Christie’s a Londra nel giugno 2008. Ha realizzato 3.765.276 dollari (4.971.030,33 dollari al giorno d’oggi).

To Her Majesty by Gilbert & George - 1973

A Sua Maestà di Gilbert & George – 1973

  1. Senza titolo #96 – Cindy Sherman – 1981

Cindy Sherman non è nuova alle vendite astronomiche. Questa le ha fruttato ben 3.890.500 dollari quando è stata venduta all’asta da Christie’s a New York nel maggio 2011. La Sherman si è ispirata alle pagine centrali di riviste erotiche maschili per realizzare quest’opera. L’artista appare come il completo opposto di una modella che troveremmo in quelle immagini. Molti sostengono che la sua espressione facciale e il linguaggio del corpo mostrino vulnerabilità. Sherman ritrae nella foto la condizione di stupri e abusi. La modella sembra spaventata invece di essere seducente. L’immagine è stata presentata come stampa cromogenica a colori. La stampa è stata venduta all’asta per 3.890.500 dollari, il che la rende la terza fotografia più costosa al mondo.

Untitled 96 by Cindy Sherman - 1981

Senza titolo 96 di Cindy Sherman – 1981

  1. L’America spirituale

Richard Prince – 1981 È una delle foto più controverse della storia Ritrae Brooke Shields nuda a 10 anni. Il suo corpo infantile è in grande contrasto con la sua seducente e matura espressione facciale.

La polizia vietò l’esposizione dell’opera alla Tate Modern di Londra.

Stampa Ektacolor. Venduta da Christie’s New York nel maggio 2014: 3.973.000 dollari.

Nota: questa immagine ritrae una Brooke Shields svestita da bambina. Non la mostriamo qui, quindi se volete vedere la fotografia, dovreste cercarla voi.

  1. Reno II

Andreas Gursky – 1999

Un’altra stampa cromogenica a colori, ma questa volta costata 4.338.500 dollari. L’immagine mostra il Basso Reno. Il fiume è raffigurato tra campi di erba verde e sotto un cielo coperto. Gursky ha rimosso i passeggiatori di cani e un edificio industriale durante l’editing digitale. Venduta da Christie’s New York nel novembre 2011, ha detenuto il record mondiale di stampa più costosa mai venduta fino al 2014.

Rhein II Andreas Gursky - 1999

Rhein II Andreas Gursky – 1999

Chi mai decide questi prezzi?

La maggior parte di queste opere, tranne la numero uno, sono state vendute all’asta. Ciò significa che con tutta probabilità, i fotografi non avevano la minima idea delle potenzialità delle proprie immagini.

Il mercato decide per noi, la capacità dei critici e le possibilità di collezionisti più o meno ricchi.

Rimboccatevi le mani e gli occhi se volete tentare la strada delle gfallerie.

Buona giornata

Sara