Febbraio porta con sé nuove occasioni per crescere insieme nella fotografia. Tra corsi, incontri ed eventi, il mese sarà ricco di momenti di confronto, creatività e ispirazione. Ti aspettiamo per continuare questo percorso insieme
EVENTO IN PRIMA LINEA 25 febbraio 2026 – Incontro con la casa editrice Emuse Ore19.15 – Online Un incontro esclusivo con la casa editrice Emuse, per scoprire da vicino il loro percorso, la visione editoriale e il lavoro dietro alla produzione di libri fotografici. Non perdere l’opportunità di partecipare! Richiedi il link per l’incontro ainfo@musafotografia.it
CORSI IN PARTENZA Non è mai troppo tardi per approfondire la tua passione per la fotografia! Ecco i corsi che partono a febbraio:
Come costruire un libro fotografico (in aula) – 7 febbraio 2026
Come costruire una fanzine (in aula) – 8 febbraio 2026
Diario fotografico, conoscenza di se ed espressione creativa (online) – 12 febbraio 2026
Lightroom di base (online) – 24 febbraio2026
i corsi online permettono di seguire il percorso formativo con maggiore flessibilità, adattando lo studio ai propri tempi senza rinunciare allo scambio con docenti e compagni di corso.
LETTURE PORTFOLIO GRATUITE con Sara Munari Come sempre, offriamo letture portfolio gratuite con la nostra fondatrice e docente, Sara Munari. Se vuoi confrontarti con lei su come migliorare il tuo lavoro, prenota la tua sessione! Iscriviti qui
Ti aspettiamo a gennaio per un mese ricco di formazione, condivisione e nuove idee. Non vediamo l’ora di continuare a crescere insieme a te! A presto, Il team di Musa Fotografia Sara Munari
Tutti i corsi in partenza in ordine di inizio fino a fine aprile
Marzo: 14 Marzo 2026 Incontro con Davide Grossi – Mostra “Tassonomia del paesaggio” e incontro con autore ore 18.00 – Via Sant’Antonino, 6 Malgrate Lecco
Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito è un autoritratto composto di materiali d’archivio e fotografie raccolte negli ultimi anni trascorsi nel ritorno a casa in Basilicata.
Una geografia affettiva del ritorno alla montagna che instaura un dialogo con la mitologia familiare, il trascorrere del tempo e l’identità personale, interrogandosi sulla riscrittura del senso di luoghi di cui quasi più nessuno sembra curarsi.
Attraverso materiali d’archivio, fotografie, installazioni e oggetti, l’opera indaga la possibilità, e la tensione del restare in luoghi segnati da migrazioni e spopolamenti.
Seguendo la scia di Vito Teti e di quella tradizione di pensiero etnografico che si è definita “periferica”, il lavoro assume periferia e liminarità come condizioni esistenziali e poetiche nelle quali la soglia è abitata e attraversata traducendo l’identità culturale in una materia viva, porosa e vulnerabile: la Lucania, terra di ricordi e fughe, può ospitare il futuro?
Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza a Gennaio! Partecipate! Ciao
Annalisa
The Woman’s Gaze
La storia della fotografia vanta una lunga tradizione di rappresentazione delle donne come soggetti, ma ha meno da dire sulle donne come artiste. Oggi, il ruolo delle donne nella fotografia è sia dietro che davanti alla macchina fotografica. Chi comprende le donne meglio delle donne stesse? La prospettiva femminile offre una visione importante delle molteplici sfaccettature della femminilità e del loro ruolo nella società. Questa mostra è rivolta a fotografe che esplorino e celebrino i molteplici modi in cui rappresentano soggetti che si identificano con il femminile.
Il Concorso Fotografico Internazionale Vivian Maier celebra la fotografia in tutte le sue forme e rende omaggio all’opera unica di Vivian Maier, fotografa di strada e ritrattista il cui talento è stato riconosciuto solo dopo la sua scomparsa. Il concorso invita fotografi
da tutto il mondo, amatoriali e professionisti, a condividere la loro visione del mondo attraverso l’obiettivo, ispirati dallo sguardo sensibile e curioso di Maier.
L’evento mira a promuovere la creatività e le prospettive uniche della fotografia contemporanea. I partecipanti possono esplorare diversi temi, che spaziano dalla ritrattistica alla street photography, dalla vita urbana ai momenti quotidiani, catturando la bellezza, le emozioni e le storie nascoste della nostra società.
Numeri, simboli e lettere circolano nella vita quotidiana come sistemi di ordine, istruzione, misurazione e credenza. Tuttavia, quando vengono staccati dalle loro funzioni originarie, i personaggi passano dal linguaggio alla forma, da portatori di informazioni ad attori visivi.
Praxis ricerca opere che inquadrino, isolino, interrompano o ricombinino numeri, simboli e lettere, siano essi composti deliberatamente o scoperti casualmente. Questi approcci producono immagini che sorprendono, divertono o operano come forme visivamente accattivanti senza richiedere un’interpretazione fissa.
I contributi devono privilegiare l’organizzazione, il ritmo, la scala o le relazioni spaziali rispetto alla leggibilità o al significato. Immagini basate su parole, slogan e contenuti testuali sono benvenuti, ma il fulcro di questa mostra non è ciò che i personaggi dicono, ma come si comportano una volta liberati dal compito di dire. Sono benvenute tutte le opere d’arte basate su lenti.
Benvenuti a una celebrazione di creatività senza limiti: i Fine Art Photography Awards sono tornati e invitiamo tutti gli artisti che osano vedere il mondo in modo diverso.
Questo concorso è rivolto a coloro che sono in sintonia con la sperimentazione e guidati dal ritmo delle nuove tendenze artistiche. La fotografia artistica è il luogo in cui l’eccentricità, la diversità, la bellezza del mondo – e persino la sua bruttezza – vengono catturate attraverso il vostro obiettivo unico. E sì, potete assolutamente farlo a modo vostro.
Lasciatevi conquistare dall’affascinante fusione di semplicità e complessità. In un mondo ancora dominato da prospettive tradizionali, sappiamo quanto possa essere difficile colmare il divario tra tecniche classiche ed espressione moderna. Ma è esattamente per questo che siamo qui. Questa piattaforma celebra la vostra visione: senza filtri, audace e sfacciatamente vostra.
Il bando è rivolto ad artisti e auto-editori di tutto il mondo, con particolare attenzione a libri d’artista, libri fotografici autopubblicati, libri in edizione limitata, fanzine e pubblicazioni fai da te legate alla fotografia.
I libri selezionati saranno presentati al Photometria Photography Center, in occasione della 18a edizione del Photometria International Photography Festival, dal 26 settembre al 29 novembre 2026, e successivamente allo ZOETROPE di Atene in una data che verrà annunciata. I libri selezionati, al termine delle mostre, saranno catalogati e aggiunti alla biblioteca fotografica pubblica del Photometria Photography Center. Il festival si propone di diffondere il più ampiamente possibile le pubblicazioni selezionate prima che vengano catalogate e inserite nella biblioteca del P.P.C.
Phi Photo Awards è un concorso fotografico internazionale istituito da Bayt Visual, un’organizzazione di arti visive con sede a Dubai, Emirati Arabi Uniti. Prendendo il nome da Phi (ϕ), la sezione aurea, il premio premia le immagini in cui abilità artigianale, composizione e visione si fondono ad alto livello. Il concorso è aperto a tutti gli approcci fotografici – dalla pubblicità all’editoria, dalle belle arti alla natura e ai progetti personali – ed è pensato per i fotografi che desiderano che il loro lavoro venga valutato con serietà e presentato in un contesto professionale.
Il rosso è più di un colore. È un battito cardiaco visivo: l’eco della memoria, il peso dell’emozione, la traccia di una presenza che rifiuta la semplicità. Può urlare o sussurrare. Può essere tanto misurato quanto intenso. In questa mostra, non cerchiamo lo spettacolo: vogliamo immagini in cui il rosso emerga come qualcosa di vissuto, sentito e personale.
Che appaia audacemente nell’inquadratura o sottilmente ai margini della vostra visione, la vostra interpretazione del rosso dovrebbe essere inscindibile dal vostro modo di vedere il mondo. Invitiamo opere che rivelino come questa potente tonalità funzioni non come simbolo, ma come esperienza.
Il concorso fotografico Hasselblad Masters entra nella sua nuova fase: i fotografi professionisti possono ora inviare i propri lavori per l’edizione 2026.
Fin dalla sua nascita nel 2001, il concorso Hasselblad Masters si è posto l’obiettivo di mettere in mostra opere fotografiche eccezionali e di fornire una piattaforma globale per talenti affermati ed emergenti.
L’edizione 2026 comprende sette categorie: Paesaggio, Ritratto, Street, Architettura, Arte, Natura e Progetto // 21, riservata specificamente a fotografi di età pari o inferiore a 21 anni.
2026 Andrei Stenin International Press Photo Contest
Il Concorso Internazionale di Fotogiornalismo Andrei Stenin è stato istituito il 22 dicembre 2014 con il patrocinio della Commissione per l’UNESCO della Federazione Russa. Il Concorso Stenin è l’unico concorso in Russia che scopre nuovi nomi del fotogiornalismo internazionale e sviluppa standard di qualità per la fotografia documentaria. Il concorso mira a sostenere giovani fotoreporter dai 18 ai 33 anni, che possono presentare i propri lavori in cinque categorie. La nuova categoria “Energia della Vita” è aperta ai fotografi dai 34 anni in su.
Il concorso offre ai fotoreporter l’opportunità di far conoscere le proprie preoccupazioni. I temi principali del concorso includono le sfide umanitarie globali, l’identità nazionale, l’uguaglianza sociale e l’ambiente. Il numero di partecipanti al concorso e i paesi di provenienza sono cresciuti di anno in anno.
Il Kranj Foto Fest, uno dei principali festival di fotografia in Europa, celebrerà la sua sesta edizione nel 2026. Offre una piattaforma fondamentale per presentare il proprio lavoro e entrare in contatto con curatori e redattori. Il programma espositivo per il 2026 è ora aperto e vi invitiamo a candidarvi per avere la possibilità di vedere il vostro lavoro esposto nel programma ufficiale.
L’Open Call è aperta a tutti, senza restrizioni tematiche, di età o regionali. Fotografi di ogni provenienza sono invitati a candidarsi. Questo bando di concorso abbraccia un tema aperto, incoraggiando la presentazione di candidature senza vincoli tematici. Sentiti libero di inviare il tuo progetto o la tua serie fotografica esplorando qualsiasi tema tu scelga.
Per un mese, al culmine dell’estate europea, il centro storico di Kranj si trasformerà ancora una volta in un entusiasmante centro di fotografia contemporanea, riunendo fotografi emergenti e affermati da tutto il mondo. Invia il tuo lavoro per avere la possibilità di esporre al Kranj Foto Fest 2026, quando la città diventerà una galleria fotografica a cielo aperto.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Finlandia – Sara Munari
Le fotografie non si contano più e forse nemmeno contano più: scorrono nei feed e raramente lasciano traccia, centinaia di migliaia al giorno, tutte destinate a sparire dopo pochi secondi. In questo mare in tempesta, la fotografia sembra perdere il suo timone: da progetto diventa consumo, da memoria diventa distrazione. Ma in questa abbondanza – o meglio, saturazione – la fotografia rischia di perdere la sua funzione originaria: essere progetto, memoria, racconto condivisibile.
Paradossalmente, è più reale una foto “piaciuta” a mille sconosciuti che una stampata, incorniciata e conservata in casa. Ma la presenza sui media ha un prezzo: l’immagine deve piegarsi alle loro regole. Rapida, funzionale, adatta a catturare l’attenzione per tre secondi (cinque se siamo fortunati e l’utente non ha già abbassato lo sguardo sulla notifica successiva), esteticamente inserita nei canoni contemporanei.
Il valore della fotografia non viene misurato nella profondità o nella capacità di generare memoria, ma nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like e viene poi dimenticata.
La fotografia non detta più i tempi: li detta l’algoritmo. E così l’autore si trova costretto a produrre non immagini pensate, ma contenuti aggiornati. Un fotografo diventa, suo malgrado, un manutentore del feed. Non sono più i media ad accogliere la fotografia come linguaggio autonomo, ma è la fotografia stessa che si piega alle esigenze della piattaforma.
In questa corsa, si smarrisce un aspetto cruciale: la responsabilità della creazione. Ogni progetto fotografico necessita di tempo, cura, sedimentazione. Ma come si fa a sedimentare qualcosa su una piattaforma progettata per dimenticare? È come cercare di scrivere “Sara” sulla sabbia bagnata, mentre l’onda si prepara già a cancellarla.
Il rischio è che il fotografo rinunci del tutto alla profondità, adattandosi a produrre solo ciò che può “funzionare”: un tramonto perfetto, un volto sorridente, un’inquadratura accattivante. Tutto valido, tutto piacevole, ma spesso privo di quella dimensione che trasforma una fotografia in memoria condivisa. Il fotografo non ha più il tempo – e spesso neanche lo spazio – per costruire un progetto che possa crescere, sedimentare, diventare patrimonio collettivo. L’urgenza del presente, la pressione della visibilità immediata, cancellano la possibilità di un’elaborazione lenta e di un senso duraturo. La fotografia diventa “contenuto” e smette di essere testimonianza.
Oggi si scatta non per ricordare, ma per non sparire. L’archivio, che un tempo custodiva le immagini come stratificazione di vita e storia, è stato sostituito da un flusso in cui nulla si conserva davvero. Ogni immagine è destinata a essere inghiottita dall’algoritmico.
È il regno dell’istantaneo: un’immagine vale finché resta in alto nel feed, poi svanisce. Come dice qualcuno, se non l’hai postata, “non è mai successo” — una battuta che però racconta bene il problema.
E allora che fare? Accettare che la fotografia sia un contenuto tra gli altri, un ingrediente leggero per la dieta quotidiana dei media? O tentare di restituirle una funzione diversa, più lenta, più resistente?
Forse la sfida è proprio questa: non rinunciare alla possibilità di costruire progetti che restino, anche quando i media chiedono l’opposto. Non si tratta di rifiutare del tutto i canali digitali, ma di usarli senza esserne usati. La fotografia può ancora essere memoria, racconto, traccia. A patto che chi fotografa decida di non cedere del tutto al tempo veloce dell’oblio.
Alla fine, la domanda resta: vogliamo che le nostre foto siano come fast food — consumate in fretta, dimenticate in un attimo — o come un pranzo cucinato con cura, che lascia il sapore in bocca e il ricordo nella memoria? Ritrovare il senso della progettualità significa opporsi alla velocità dell’oblio, reclamare spazi dove la fotografia non è solo visibilità istantanea, ma anche memoria che resiste. La fotografia sta solo aspettando che qualcuno le restituisca il tempo di respirare.
Sara Munari
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Nel mondo della fotografia di ritratto, la luce è molto più di un semplice strumento tecnico: è un linguaggio espressivo, un mezzo capace di dare forma alle emozioni e rivelare l’identità più profonda del soggetto. Nel suo libro, Maurizio Valdarnini invita lettori e fotografi a riscoprire questa dimensione attraverso un percorso teorico e pratico che intreccia arte, tecnica e simbologia. L’autore analizza il ritratto come relazione tra fotografo, soggetto e illuminazione, studiando sia gli schemi classici sia quelli più sperimentali, sempre letti in chiave emotiva e simbolica. Attraverso esempi pratici, schede tecniche e riferimenti iconografici, la luce e l’ombra diventano strumenti narrativi capaci di rivelare l’identità del soggetto. Il libro si propone quindi come una guida completa e formativa per comprendere il potere comunicativo della luce nella fotografia di ritratto. Buona lettura! Sara Munari
«Conoscere le caratteristiche proprie delle luci che illuminano il volto ci consente di realizzare ritratti di grande espressività grazie alla potente carica simbolica degli schemi di illuminazione»— Maurizio Valdarnini
Nel processo di raffigurazione del volto l’equilibrio tra distribuzione formale e potenzialità espressiva delle ombre determina la logica che ha guidato gli artisti che ci hanno preceduto e che oggi troviamo codificata negli schemi d’illuminazione. Un ristretto numero di punti luce collocati nello spazio intorno al soggetto da ritrarre ognuno dei quali determina un particolare disegno di ombre sul viso del soggetto, ciascuno col suo specifico significato. La carica espressiva delle ombre, nel loro modellare il volto umano, acquista un valore ancestrale ed indipendente dalle singole fisionomie a cui si applicano, consentendo l’individuazione di proprietà comunicative e simboliche autonome del segno luminoso e della sua origine. Schede tecniche e riferimenti iconografici completano le informazioni utili a realizzare un’illuminazione corretta sul piano formale e significativa su quello espressivo.
Contenuto:
INTRODUZIONE
1. RIFLESSIONI – Il ritratto come relazione – La logica degli schemi – Disposizioni
2. SCHEMI DI ILLUMINAZIONE – Luce dall’alto – Luce farfalla – Luce frontale – Luce laterale – Luce Rembrandt – Luce loop – Luce contraria – Luce dal basso
3. INTEGRAZIONI ILLUMINOTECNICHE – Schemi visti di taglio – Luci secondarie o di complemento
CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Biografia dell’autore
Fotografo ritrattista, ha collaborato con alcune delle più importanti riviste ed agenzie di pubblicità e con importanti artisti del panorama internazionale come Fabio Mauri, Errò e Luigi Ontani. Diplomato allo IED, è autore dei libri di ritratti fotografici Visus e SOLO. Portrait d’Artistes.
Laureato in Sociologia è docente all’Accademia di Belle Arti di Roma e per 39 anni all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma dove è stato per 18 anni direttore. Ha tenuto corsi presso Officine Fotografiche ed è stato membro del comitato scientifico in diverse edizioni di Fotoleggendo e membro di numerose giurie di concorsi fotografici.
Al suo lavoro professionale affianca da sempre un’intensa attività di sperimentazione fotografica e un impegno didattico e formativo sulle future generazioni di fotografi e performer.
Ha esposto in importanti gallerie e al Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Alcuni dei suoi lavori di ricerca sono conservati presso musei nazionali e collezioni private. Giornalista pubblicista è stato Esperto fino al 2020 alla Platform du Conseil International du Cinéma, de la Television et de la Comunication Audiovisuelle del Ministero della Cultura Francese.
Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
Tra-me
“Ritratti decontestualizzati, donne africane provenienti dalle sperdute tribù del sud dell’Angola, riprese di spalle: una scelta intenzionale dettata dal voler rappresentare la dura condizione di donne la cui cultura patriarcale dominante, nelle rispettive tribù di appartenenza, prevarica costringendole a subire ingiustizie, violenze e soprusi o a intraprendere quotidiane lotte indifesa dei propri diritti essenziali.
La figura femminile, cui cerco di dare voce attraverso le mie foto, vive in una condizione di marginalizzazione ed esclusione che opprime o annulla ogni anelito di libertà. Donne che apparentemente provano a emanciparsi attraverso la creatività che in loro è caratterizzata da abbigliamento e acconciature; queste ultime, in particolare, si presentano come vere e proprie sculture, in forma d’intreccio o corno, forgiate con fango, erbe, grasso, sterco di vacca, impreziosite da conchiglie e centinaia di perline e bottoni multicolori.
Eppure, anche in questa espressione estetica, si conformano a condizionamenti sociali, culturali e spirituali che determinano e richiedono precise rappresentazioni simboliche.
L’aspetto spirituale si riconduce alla religione animista che, attraverso le forme e i canoni dettati dai riti ancestrali della tribù, tramanda le sue credenze attraverso dei simboli. Essendo i capelli la parte più estrema dell’individuo rivolta verso il cielo, si ritiene che la comunicazione con gli Dei e gli Spiriti degli antenati passi attraverso di essi per raggiungere l’anima: da qui l’importanza della capigliatura.
Le implicazioni sociali e culturali si ravvedono in multiformi caratterizzazioni: ogni tipo di capigliatura femminile connota l’appartenenza ad un’etnia; oppure, in uno stesso ambito sociale, una diversa età, l’ingresso nell’età adulta attraverso la prima mestruazione o un particolare status civile e sociale.”
CAMERA presenta Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación MAPFRE in collaborazione con CAMERA, che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.
Dal 12 febbraio al 2 giugno 2026, l’esposizione riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.
Curata da Sérgio Mah, la mostra ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.
Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.
12 febbraio – 2 giugno 2026 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio I Courtesy Marsilio
La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio arriva a Milano con un’ampia e inedita selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.
L’esposizione sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026 e rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026.
La retrospettiva, curata da Denis Curti, è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia ne Le Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.
A Milano il curatore accompagna il pubblico in un viaggio nella ricerca estetica del fotografo, tra i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica.
Accompagnano la mostra il podcast – disponibile dal 21 ottobre su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.
Una mostra promossa da Comune di Milano-Cultura prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.
Dal 29 gennaio 2026 al 17 maggio 2026 – Palazzo Reale – Milano
“Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta”. Giovanni Gastel
Dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, Palazzo Citterio a Milano rende omaggio a Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea, e alla sua parabola artistica.
La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere la sua intera carriera da una nuova prospettiva, non cronologica ma tematica, poetica e profondamente personale. Il suo stile si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità; tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile.
“È stato Giovanni stesso – racconta Uberto Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.
“A cinque anni esatti dalla scomparsa – afferma Angelo Crespi, Direttore Generale Pinacoteca di Brera – l’idea di celebrare non solo la carriera da fotografo, ma in primis la persona di Giovanni, mi sembra il modo migliore di rendere onore a un grande artista che ha saputo essere libero e creativo, e che tutti ricordano per l’umanità e l’empatia con cui si relazionava con gli altri nella vita di tutti i giorni. Il suo talento gli permise di creare un mondo che oggi appare, nelle sale allestite di Palazzo Citterio, esorbitante e immaginifico. Come nella recente mostra di Armani, sono convinto che l’obiettivo della Grande Brera sia di essere il centro di una città in cui buon gusto, forma e misura, bellezza e senso sono i valori fondanti; e Gastel ha esaltato al massimo grado lo stile di Milano allo stesso tempo rigoroso e audace”.
Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiori, si sviluppa all’interno di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini – di cui 140 inedite 30 scatti iconici, 10 in grande formato, polaroid, i Fondi oro – dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo, a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro. Per la prima volta, una mostra proporrà alcuni dei suoi scritti e delle sue poesie, che sono state da sempre parti integranti del suo immaginario.
La rassegna è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che ha legato Gastel alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale ma una vera e propria matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo. Cresciuto in un ambiente aristocratico milanese (la madre apparteneva alla famiglia Visconti), Gastel ha vissuto in una dimensione a metà tra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo. Da questa alchimia è nata la sua cifra stilistica elegante, precisa, intellettuale e, al tempo stesso, leggera, ironica e libera. Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico. Non a caso Harpers Bazaar USA lo ha definito “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”. Il suo impegno per la città è stato concreto: ha sostenuto iniziative sociali come Progetto Itaca Milano e la nota campagna per lo IEO di Umberto Veronesi, a testimonianza di un legame affettivo che andava oltre la fotografia.
Accompagna la mostra un catalogo Allemandi Editore, curato da Luca Stoppini, di oltre 300 pagine e più di 200 immagini, che ripercorrono integralmente la carriera di Giovanni Gastel, con contributi e testimonianze di amici, storici dell’arte e curatori.
Dal 30 gennaio 2026 al 26 luglio 2026 – Palazzo Citterio – Milano
I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti – Il Bianco e il Nero
Mario De Biasi, Milano, 1949
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, THE POOL NYCin Palazzo Fagnani Ronzoni a Milano, presenta il secondo capitolo del format I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti, che ripercorre la storia della fotografia italiana, dal Futurismo alla grande stagione del Neorealismo, dalle ricerche concettuali all’esperienza fondamentale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri.
Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi della produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.
Dopo l’appuntamento dedicato a quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche, ecco quello che propone le opere di autori che si sono distinti nell’utilizzo del bianco e nero.
Il percorso espositivo, composto da 80 fotografie di 28 maestri italiani e internazionali, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi, approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, in cui le colline e i campi coltivati delle Marche sono ridotti a segni grafici, come se il risultato finale fosse prodotto dal bulino di un incisore e non dall’obiettivo e di Antonio Biasiucci, che esplora le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.
Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva.
Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento.Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.
Anche per questo secondo episodio, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.
Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.
Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pio Monti, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralf Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Minor White, Silvio Wolf, Willy Zielke.
Dal 15 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi
Un percorso che porta il pubblico dentro il lavoro di chi fa ricerca sui beni culturali, mostrando non solo ciò che del patrimonio è visibile, ma soprattutto ciò che solitamente resta nascosto: metodi, strumenti, competenze e interpretazioni che ogni giorno permettono di comprenderlo, conservarlo e raccontarlo. È questo lo spirito di “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza”, la mostra a cura di Fabio Beltotto e organizzata dalla Fondazione CHANGES, che apre il 16 gennaio 2026 nelle storiche sale del Museo di Roma – Palazzo Braschi. L’esposizione nasce nell’ambito del progetto CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR – NextGenerationEU, e che riunisce università, istituzioni culturali e imprese impegnate a ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione. Il percorso si sviluppa attraverso fotografie, video, installazioni e materiali digitali, frutto di una collaborazione diretta tra i fotografi — Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante — e i team di ricerca dei partner nazionali del progetto CHANGES, tra cui Sapienza Università di Roma, Università Ca’ Foscari Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e molte altre realtà coinvolte nelle diverse linee progettuali.
Le immagini e le installazioni interattive in mostra raccontano le principali aree della ricerca applicata ai beni culturali: dall’archeobotanica, che permette di ricostruire gli ambienti e le ecologie del passato, al patrimonio della moda come sistema complesso di memorie materiali e immateriali; dalle indagini sul paesaggio come intreccio dinamico tra storia, comunità e territorio, alle sperimentazioni sui digital twin che rendono accessibili nel tempo opere d’arte, allestimenti, collezioni e contenuti museali. Ogni sezione è il risultato di un lavoro congiunto tra ricercatori e artisti, un dialogo che permette alla fotografia di diventare non semplice documento, ma strumento di interpretazione capace di far emergere connessioni e storie spesso invisibili.
«Questa esposizione rappresenta un momento di restituzione fondamentale per l’intera rete di partner coinvolti in CHANGES. Negli ultimi tre anni l’intero partenariato ha contribuito a creare un sistema nazionale capace di innovare il modo in cui il patrimonio viene studiato, condiviso e vissuto. in Beyond Heritage questa missione prende vita, mostrando come la ricerca — nelle sue dimensioni scientifiche, sociali e culturali — sia un processo collettivo che rafforza la nostra capacità di comprendere il patrimonio come risorsa viva e collettiva». – Antonella Polimeni, Presidente della Fondazione CHANGES «Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano delle ricercatrici e dei ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in un uno strumento di scambio e conoscenza. È un omaggio alla rete interdisciplinare che sostiene il progetto CHANGES e alla sua capacità di costruire nuove forme di interpretazione e di tutela del patrimonio culturale». – Fabio Beltotto, curatore La mostra “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza” è in collaborazione con Musei in Comune Roma e Zetema Progetto Cultura.
Dal 16 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – Museo di Roma a Palazzo Braschi
Il mondo e la tenerezza. Walter Rosenblum Master of Photography
Oltre 110 fotografie vintage raccontano il Novecento attraverso uno sguardo umano, empatico e potente. Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, il Centro Culturale di Milano ospita la mostra Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum, uno dei grandi maestri della fotografia sociale del XX secolo. Un progetto espositivo di respiro internazionale che porta in Italia, per la prima volta, una selezione ampia e significativa del suo lavoro.
La mostra, curata da Roberto Mutti, offre un’occasione rara per entrare in contatto con uno sguardo capace di unire rigore documentaristico e profonda empatia.
Walter Rosenblum (1919–2006) è stato una figura centrale della fotografia americana del XX secolo. Il suo lavoro si colloca tra la fotografia sociale di Lewis Hine e il reportage umanistico di Paul Strand, ma trova una voce del tutto personale nel modo in cui racconta le persone comuni.
Per Rosenblum la fotografia non è mai distanza. È incontro, ascolto, rispetto. Le sue immagini non cercano l’eccezionale, ma l’essenziale: la vita quotidiana, le relazioni, la dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili.
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da un lato la realtà storica, sociale e politica del Novecento; dall’altro uno sguardo intimo e partecipe che attraversa anche la guerra, la povertà e l’emarginazione.
Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Rosenblum, dalle prime immagini scattate negli anni Trenta fino ai lavori più maturi. Le fotografie raccontano l’esperienza degli immigrati negli Stati Uniti, la vita nei quartieri popolari di New York, le conseguenze dei conflitti europei, fino alle immagini realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ogni scatto restituisce centralità all’essere umano, che non viene mai ridotto a semplice soggetto fotografico, ma diventa protagonista di una storia più ampia.
Ancora giovanissimo, Rosenblum entra nella Photo League, un collettivo che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fotografia sociale americana. Qui matura una visione etica della fotografia come strumento di responsabilità civile. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavora come fotoreporter per l’esercito americano. Documenta lo sbarco in Normandia e realizza le prime riprese del campo di concentramento di Dachau. Esperienze che segnano profondamente il suo lavoro e il suo modo di guardare il mondo, senza mai rinunciare a uno sguardo umano.
All’interno del programma della mostra è prevista la proiezione del film “Walter Rosenblum. In Search of Pitt Street”, diretto da Nina Rosenblum, figlia del fotografo e regista di rilievo internazionale. La proiezione si terrà giovedì 4 dicembre 2025 presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano, con ingresso libero su prenotazione.
Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano
Una retrospettiva di circa 300 fotografie di un fotografo che con delicatezza, rigore e sapienza ha raccontato l’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
È stato il fotografo più̀ amato de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, e collaboratore tra i più assidui del settimanale Tempo, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà̀, intellettuali e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani. Le sue foto, riscoperte dalla figlia dopo più di cinquant’anni di oblio, sono state presentate in modo organico, per la prima volta, in una grande mostra al MAXXI di Roma nel 2019. Oggi, a cento anni dalla nascita, Silvia Di Paolo ha rivisitato l’archivio di suo padre e insieme a Giovanna Calvenzi propone un nuovo sguardo sul suo sorprendente lavoro che inizia con le inedite immagini realizzate agli esordi, ripercorre il lungo impegno dedicato a raccontare i mutamenti della società italiana, il mondo del cinema, i viaggi all’estero.
La mostra, che mescolerà molte fotografie inedite e per la prima volta anche a colori, insieme a materiali d’archivio, video, riviste d’epoca e documenti originali, avrà un focus dedicato alla città di Genova.
EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti
Dopo Thea Maris. Risonanze del Mare, Anna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, con il patrocinio di Azimut, in occasione di Arte Fieracon un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, sede bolognese di Azimut Capital Management SGR SpA, società del gruppo Azimut, tra le più importanti realtà indipendenti nella gestione dei patrimoni. La mostra è organizzata da Laura Frasca Art Manager della fotografa, ed è accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.
Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.
Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.
Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.
L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.
La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.
Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.
La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.
Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.
Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.
Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.
L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.
Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.
Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.
Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.
“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”
Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini
Italia di mezzo – Autori Vari
Com’è articolata e quali sono i temi che pone alla transizione socio-ecologica tutta quella parte intermedia del Paese, compresa tra aree metropolitane e aree interne, tra grandi città e territori periferici e marginali? L’Italia di mezzo, come la definiamo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale e comprende un insieme variegato di contesti, paesaggi, comunità e storie locali: città medie, reti policentriche di piccoli e medio-piccoli comuni, pianure e colline abitate, sistemi urbanizzati pedemontani e vallivi, contesti di dispersione insediativa. Dopo decenni di attenzione alle aree metropolitane e, in anni più recenti, alle aree remote e interne, la maggior parte del territorio italiano è rimasta priva di rappresentazioni e di visioni, rendendo questi territori meno attrezzati per affrontare le sfide del presente e cogliere le opportunità nel prossimo futuro. La mostra e il ciclo di seminari ed eventi che la accompagnano racconta il lavoro di ricerca e di esplorazione territoriale condotto negli ultimi tre anni da un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Milano e di altri Atenei nella provincia italiana. L’obiettivo è duplice: da un lato, comprendere le trasformazioni in atto attraverso un’analisi approfondita di processi nazionali e di fenomeni locali; dall’altro, immaginare traiettorie possibili, più sostenibili, inclusive e resilienti. La mostra restituisce e discute alcuni temi e questioni rilevanti (scuola, casa, produzione, agricoltura, suolo, energia) attraverso un percorso di esplorazione che ha utilizzato strumenti diversi: mappe e repertori cartografici per restituire dati e dinamiche territoriali; voci e storie di luoghi, pratiche e contesti; racconti fotografici che permettono di cogliere i paesaggi e costruire sguardi. Un ciclo di tre seminari discuterà le ipotesi e gli esiti della ricerca attraverso i volumi pubblicati (Italia di mezzo, Donzelli 2024; Collana dei Ritratti dell’Italia di mezzo, 2025-26) e le campagne fotografiche; un programma di proiezioni affiancherà visioni cinematografiche e storie (tre serate cineforum); una giornata di studio concluderà i lavori riflettendo sulle prospettive di ricerca e di azione per i ritratti dell’Italia di mezzo.
Fotografie: Enrico Bedolo, Tomaso Clavarino, Cédric Desasson, Giovanni Hänninen, Peppe Maisto, Paolo Mazzo, Michele Nastasi, Gioia Onorati, Andrea Pertoldeo, Fausta Riva, Filippo Romano, Andrea Simi.
21.01.26 – 13.02.26 – Politecnico di Milano
Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano
Arriva al largo pubblico, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, dal 22 gennaio al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center(NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU.
Una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line – il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco Colombo, Bruno D’Amicis e Ugo Mellone – selezionati da National Geographic Italia esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e il modo in cui le attività umane incidono sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere ad un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione.
La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi – attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. Afferma Luigi Fiorentino, presidente di NBFC. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»
Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane.
Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.
«Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali – spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.»
«Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo,direttore di National Geographic Italia.
Dal 21 gennaio 2026 al 27 febbraio 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma