Mostre di fotografia consigliate per novembre

Ciao, non perdetevi queste bellissime mostre nel mese di novembre!

Anna

Richard Avedon, In the American West, 1979-1984

Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981
© The Richard Avedon Foundation | Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981

La mostra presenta In the American West, la storica serie di ritratti del fotografo americano Richard Avedon (1923-2004), nata nel 1979 da una commissione dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth (Texas).
La serie fu esposta per la prima volta nel museo di Fort Worth nel 1985 e pubblicata nello stesso anno nel volume edito da Harry N. Abrams (New York).
Alla fine degli anni Settanta Richard Avedon era noto principalmente per le fotografie di moda pubblicate su riviste come Harper’s Bazaar e Vogue, e aveva già avuto una retrospettiva allo Smithsonian Institution di Washington nel 1962 e una mostra personale al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1978.

Tra il 1979 e il 1984, il fotografo viaggiò, durante i mesi estivi, in tutto l’Ovest nordamericano, alla ricerca di aree di sosta per camionisti, di fiere, di rodei, di luna park, di giacimenti petroliferi, di accampamenti minerari e di mattatoi. Davanti a un fondale bianco, appeso all’aperto, all’ombra e senza luci artificiali, fotografò oltre mille persone: braccianti di ranch, minatori, cameriere, vagabondi, giostrai, disoccupati. Avedon volle ampliare il suo ritratto degli Stati Uniti includendo persone non celebri che egli descrisse come la forza nascosta del Paese.

La mostra raccoglie la serie completa di 110 stampe realizzate per il libro, esposte insieme ai materiali d’archivio provenienti dalla Richard Avedon Foundation, che documentano il metodo di lavoro di Avedon: manoscritti, polaroid di lavoro e altri documenti provenienti dai fascicoli che raccoglieva sui singoli soggetti, compresa la corrispondenza intercorsa con le persone fotografate.

A cura di Clément Chéroux, Direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson
Mostra, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, con opere in prestito da The Richard Avedon Foundation, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo.

Dal 9 Ottobre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Esposizioni Roma

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MAN RAY. Il maestro del Surrealismo

Una fotografia in bianco e nero che mostra una donna di spalle, senza vestiti, con un turbante decorato in testa. Sulla schiena della donna sono presenti due simboli musicali di 'f'.
Le Violon d’Ingres, 1924, stampa ai sali d’argento, 39×30 cm. Collezione privata
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris

L’autunno di Palazzo Roverella rinnova la sua tradizionale e attesa vocazione per la grande fotografia proseguendo nel solco delle grandi rassegne dedicate ai maestri internazionali. Dal prossimo 13 novembre al 31 gennaio 2027, gli spazi espositivi rodigini ospiteranno una straordinaria monografica focalizzata su Man Ray.

Con Man Ray. Il maestro del Surrealismo prende infatti avvio il nuovo biennio espositivo 2027-2028 presentato da Fondazione Cariparo nelle scorse settimane. La grande monografica dedicata al maestro americano non rappresenta soltanto uno degli eventi più attesi della prossima stagione culturale, ma inaugura un programma che conferma l’ambizione del Roverella di consolidare ulteriormente il proprio ruolo nel panorama espositivo nazionale ed europeo.

Dopo aver annunciato un percorso che comprenderà grandi mostre d’arte, fotografia e storia, con partnership di prestigio internazionale, la Fondazione apre dunque il nuovo ciclo con uno dei fotografi più influenti e innovativi dell’intero Novecento.

L’appuntamento conferma il ruolo di primo piano del Roverella nella valorizzazione dei grandi protagonisti storici della fotografia mondiale, proponendo un evento espositivo di assoluto rilievo nazionale ed europeo.

L’esposizione celebra l’universo anticonvenzionale di un autore cardine del Novecento, capace di tracciare percorsi visivi inediti che ancora oggi offrono spunti preziosi al linguaggio visivo contemporaneo. Curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e la produzione di Silvana Editoriale.

La vera forza e la novità del progetto risiedono nel carattere scientifico e nella caratura delle partnership internazionali coinvolte, che rendono la tappa rodigina un evento di eccezionale rilievo nel panorama culturale nazionale ed europeo. Il percorso espositivo può vantare la sinergia diretta con istituzioni come il Man Ray Trust di New York e la Photothèque Man Ray di Parigi, garantendo così una selezione dai rigorosi standard conservativi e conoscitivi.

A ciò si affianca una curatela d’eccezione, affidata a due dei massimi specialisti dell’opera del maestro surrealista, la cui lunga esperienza garantisce un’interpretazione originale e aggiornata del suo lavoro.

Dal punto di vista della proposta espositiva, la rassegna si distingue per una qualità collezionistica raramente accessibile al grande pubblico. Il corpus esposto comprende infatti un consistente insieme di preziose stampe vintage, realizzate direttamente negli anni degli scatti o sotto il controllo diretto del maestro. Tra queste spicca, per eccezionalità e peso documentario, la preziosa selezione di stampe originali provenienti dal Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, testimonianza diretta e insostituibile del lavoro di camera oscura che ha rivoluzionato la fotografia del XX secolo.

Sperimentatore poliedrico — pittore, regista e designer oltre che fotografo — Emmanuel Radnitsky sceglie lo pseudonimo Man Ray per unire l’elemento umano al raggio di luce, sviluppando la propria ricerca nell’ambito delle avanguardie d’oltreoceano e dell’ambiente surrealista parigino a fianco di Marcel Duchamp. La ricognizione biografica lascia tuttavia subito il posto al cuore propulsore dell’evento: l’impatto dirompente delle sue invenzioni visive, prime fra tutte le celebri rayografie realizzate senza obiettivo e le solarizzazioni messe a punto con Lee Miller, capaci di trasformare la materia fotografica in pura poesia visiva.

Attraverso una selezione di circa trecento opere tra fotografie originali, disegni, litografie, oggetti iconici e documenti storici, la mostra offre un’immersione completa nei nuclei fondamentali della creatività dell’artista. Il percorso guida il visitatore tra la riflessione sull’identità e l’ambiguità degli autoritratti, le celebri gallerie di volti dei grandi intellettuali dell’epoca e l’esplorazione incessante del corpo femminile, declinato sia nella purezza formale dei nudi sia negli innovativi scatti realizzati per l’alta moda. Un focus di particolare rilievo è riservato alle sperimentazioni tridimensionali e ai ready-made di matrice dadaista, unitamente alla proiezione integrale dei quattro cortometraggi d’avanguardia ideati dal maestro.

A completare la portata culturale e scientifica della mostra interviene il catalogo edito da Silvana Editoriale, curato dagli stessi Butzbach e Rocca e impreziosito dai contributi critici di Raffaella Perna, che integra e suggella un appuntamento destinato a segnare la stagione espositiva.

Dal 13 Novembre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Roverella – Rovigo

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William Klein. Le mie città

William Klein, Bikini, Moscow 1959
© William Klein Estate | William Klein, Bikini, Moscow 1959

“Nella sua lunga vita di artista, grafico, fotografo, regista, credo che più di tutto William Klein abbia cercato di far questo: cogliere il ritmo delle città in cui si trovava e 
racchiuderlo in quelle straordinarie immagini perennemente in movimento che realizzava”
Alessandra Mauro
 
Considerato uno dei protagonisti più innovativi della fotografia del Novecento, William Klein ha radicalmente cambiato il modo di immortalare le città: non le osserva da lontano, ma entra nella scena realizzando immagini fisiche, veloci e ironiche che sembrano catturare la realtà nel momento stesso in cui prende forma.
 
Da questo punto di osservazione nasce la mostra “Le mie città”, presentata da M77 Gallery negli spazi di via Mecenate a Milano dal 22 settembre al 14 novembre 2026. Un’esposizione che si inserisce in una doppia ricorrenza: il 2026 segna infatti il centenario della nascita di William Klein, oltre a inaugurare il biennio (2026/2027) dedicato al bicentenario dell’invenzione della fotografia.
Curata da Alessandra Mauro, la monografica ripercorre il rapporto dell’artista con le città che hanno segnato la sua vita e la sua ricerca: Milano, dove nei primi anni Cinquanta iniziò la sua carriera; Roma, dove nel 1956 si scoprì effettivamente fotografo, invitato da Fellini come assistente per un film in preparazione; New York, dove nacque e dove realizzò il primo, straordinario “diario visivo”; Parigi, città d’adozione dove scelse di vivere, e poi ancora Mosca e Tokyo. Luoghi diversi, abitati in momenti differenti della sua lunga esperienza, diventano così tappe di uno stesso viaggio. Quello di un fotografo capace di immergersi nel caos urbano e seguirne il ritmo, per restituirlo attraverso immagini dinamiche e profondamente personali.
William Klein nasce a New York nel 1926 per poi approdare, intorno ai vent’anni, a Parigi, dove “tutto” avviene: l’incontro con Jeanne, la compagna della sua vita, la scelta di diventare artista e di frequentare, dal 1948, l’atelier di Fernand Léger. Nei primi anni Cinquanta si sposta a Milano debuttando con la prima personale di opere astratte nel foyer del Piccolo Teatro e poi alla Galleria Il Milione. Nel capoluogo meneghino entra in contatto con l’architetto Angelo Mangiarotti che gli commissiona dei grandi pannelli girevoli decorati. Sarà proprio per documentare questo lavoro che Klein prende in mano per la prima volta una macchina fotografica.
Nel 1954 torna a New York chiamato dall’allora art director di Vogue Alexander Lieberman. “Life is good and good for you in New York”, diario visivo del suo ritorno, diventa uno dei libri più celebri nella storia della fotografia.
 
Forte di questo successo, Klein viene invitato a Roma da Federico Fellini come assistente per “Le notti di Cabiria”. Nasce così il secondo dei suoi diari visivi in cui l’artista racconta per immagini una città sconosciuta, osservando chi la abita ed entrando all’interno del flusso esistenziale che la percorre.
 
Come poi accade anche nelle altre città, con le sue realizzazioni siamo lontanissimi dal mito del fotografo-testimone. Quando scende in strada, Klein è presente, quasi ingombrante, e interagisce con i soggetti, ci parla, li provoca, sperimentando di tutto: immagini accidentali, mosse, deformate.
 
Con oltre 60 di queste immagini, la mostra “Le mie città” espone, al piano terra della galleria, una selezione di visioni urbane in bianco e nero che restituiscono il rapporto dell’artista con le “sue” città, mentre il primo piano è interamente dedicato al suo lavoro nella moda, personalissimo e pieno di colori. Un mondo, quello del fashion, comunque soggetto allo stesso approccio: Klein porta le modelle fuori dallo studio e le immerge nella vita di tutti i giorni, mettendole in relazione con taxi, semafori, passanti e architetture. La fotografia di moda diventa così un’altra forma di racconto in cui dialogano il quotidiano e la messa in scena.
Il primo piano ospita anche un video – realizzato dallo stesso Klein nel 2005 per accompagnare la sua mostra al Centre Pompidou – con una selezione dei suoi corti e dei suoi film, dal primissimo Broadway by light (1958) alla Trilogia sui neri d’America: un montaggio che mischia temi e stili, dialoghi veloci e un uso sapiente della musica, per restituire al pubblico uno sguardo radicale e critico nei confronti della società mediatica.

Dal 22 Settembre 2026 al 14 Novembre 2026 – M77 Gallery – Milano

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So Many Windows In Time: Frozen Features – Jason Fulford

Jason Fulford torna da Micamera con una selezione di fotografie tratte dall’ultimo libro e realizzate sovrapponendo immagini scattate nell’arco di trent’anni, dal 1996 al 2026.

Fulford costruisce il proprio lavoro a partire da una convinzione: il significato di una fotografia non è mai del tutto contenuto nell’immagine, ma si modifica attraverso ciò che le viene messo accanto e lo sguardo dell’osservatore. Nei libri, nelle mostre, nelle performance e nel lavoro editoriale, le fotografie entrano continuamente in relazione tra loro, producendo rime, cortocircuiti, dissonanze e associazioni impreviste.

In Frozen Features questo principio entra direttamente nell’immagine. Due fotografie appartenenti a tempi e luoghi lontani vengono sovrapposte e così Tamara, mentre disegna Lucrezia Borgia sulla parete di Micamera, si ritrova improvvisamente al centro di una highway americana. O alcuni mobili ammucchiati ricordano la serie Mobili nella valle di De Chirico. Scala, tempo e spazio smettono di essere coordinate stabili.

Il processo è governato dal caso: una sorta di slot machine metafisica che rimescola la memoria e ne restituisce frammenti a due a due, lasciando all’intuizione e al senso della composizione il compito di riconoscere quando un accostamento funziona. A volte è l’ironia, o una questione di forme. Alcune sovrapposizioni sembrano scontate ma a pensarci un attimo sono inspiegabili.

Il titolo, Frozen Features, conserva la stessa ambiguità delle fotografie. Features può indicare i tratti di un volto, ma anche caratteristiche, elementi, particolari e Frozen suggerisce qualcosa di immobile, congelato nel tempo. Fulford parte da immagini congelate nelle fotografie per trent’anni e le rimette in movimento, accostandole e sovrapponendole fino a far emergere qualcosa che prima non c’era.

Il rapporto tra Jason Fulford e Micamera dura da quasi quindici anni e ha preso, nel tempo, forme molto diverse. Siamo stati la cantina dei vini di Hotel Oracle e abbiamo ospitato libri, mostre, performance, workshop e progetti costruiti dentro e fuori dallo spazio della galleria, fino alle 684 fotografie di Everything (LOL), riunite nel 2025 in un’unica grande installazione. Cambiano i formati, gli spazi e le regole del gioco: So Many Windows In Time aggiunge un’altra possibilità, perché immagini separate da anni e chilometri finiscono nello stesso spazio, come finestre aperte contemporaneamente su tempi diversi.

Dal 5 novembre al 5 dicembre – MiCamera – Milano

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Tamaki Yoshida – Unfolding

All’interno dello spazio espositivo “Die Gelbe Wand” nei Mercati Culturali Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese.

Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026, Die Gelbe Wand, il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea presente all’interno del centro culturale Mercati Culturali Pordenone, ospita Tamaki Yoshida. Unfolding, la prima grande mostra europea dedicata alla fotografa giapponese. Curata da Marco Minuz, l’esposizione presenta due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, attraverso i quali Yoshida indaga il rapporto tra essere umano e mondo naturale, interrogando le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sull’ambiente.

L’esposizione rappresenta un appuntamento di rilievo nella programmazione culturale cittadina e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027, essendo Die Gelbe Wand uno dei progetti del Dossier di Pordenone 2027, contribuendo a rafforzare il dialogo della città con la scena artistica internazionale. Un progetto che prosegue il percorso di analisi della scena fotografica contemporanea giapponese e dei paesi di lingue tedesca, avviato con le precedenti mostre dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.

Come afferma Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone “I Mercati Culturali Pordenone, che accolgono il progetto di Pordenone 2027 “Die Glebe Wand”, raccontano meglio di ogni altro luogo che cosa significhi per la città essere Capitale italiana della Cultura. Qui pubblico e privato hanno collaborato proficuamente e uno spazio rimasto a lungo chiuso è diventato oggi un luogo vivo per l’arte e la fotografia contemporanea. Nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 la rigenerazione urbana sta cambiando il profilo della città: Villa Cattaneo ospita il Polo del Futuro Musicale gestito da giovani, la Casa del Mutilato accoglierà esposizioni e mostre, l’ex area Tomadini diventerà un ecomuseo. In questo panorama “Die Glebe Wand” si afferma come nuovo punto di riferimento culturale per la città, un segno visibile di ciò che la Capitale sta portando a Pordenone: un respiro più metropolitano, nuovi spazi culturali e collaborazioni internazionali.”

Il titolo Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, far emergere gradualmente ciò che prima non era visibile. La parola indica anche lo svolgersi di un processo, lo sviluppo di una situazione e la progressiva rivelazione di qualcosa di ignoto. Un termine che restituisce efficacemente la natura della ricerca di Tamaki Yoshida, nella quale la fotografia diventa uno spazio di trasformazione, in cui ciò che appare familiare si fa enigmatico e ciò che sembrava sfuggire alla comprensione prende forma, diventando visibile. È un passaggio da uno stato all’ altro, nel quale non tutto viene rivelato e una parte rimane affidata all’immaginazione e alla sensibilità di chi osserva.

Le immagini di Yoshida sembrano abitare una soglia, evocando la sensazione provata durante l’infanzia davanti a una porta socchiusa, quando da una stanza filtravano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non era possibile conoscere interamente. È proprio in questo spazio sospeso tra apparizione e oscurità che la fotografia si sottrae alla semplice registrazione del reale per diventare esperienza percettiva, interrogazione e scoperta. Una riflessione che trova una suggestiva risonanza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte». Il mistero, nella ricerca di Yoshida, non è qualcosa da risolvere, ma una dimensione da attraversare, capace di mettere in discussione le nostre certezze e dare spazio a incertezze del nostro passato.

Nella prima sezione presente in mostra, Negative Ecology, l’artista affronta le contraddizioni di un mondo plasmato dall’antropocentrismo, interrogandosi sul modo in cui l’essere umano definisce, organizza e trasforma l’ambiente in funzione delle proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici capaci di adattarsi a contesti profondamente modificati dall’attività umana. In Giappone, queste creature vengono spesso classificate come “animali nocivi”, perché considerati una minaccia per lo stile di vita umano. Eppure la loro straordinaria capacità di resistenza e sopravvivenza mette in discussione l’idea che il dominio tecnologico e scientifico dell’uomo coincida necessariamente con una posizione di superiorità nel mondo naturale.

L’origine del progetto è legata a un incidente avvenuto durante lo sviluppo di un rullino fotografico. Sul negativo erano comparse ampie aree di sviluppo irregolare, simili a una forza corrosiva che sembrava minacciare le immagini. Quell’alterazione accidentale ha assunto per Yoshida un significato più ampio, diventando una metafora delle trasformazioni e delle aggressioni che investono gli ecosistemi. Da questa intuizione è nata una sperimentazione diretta sulla materia fotografica: l’artista ha iniziato a trattare i negativi con sostanze provenienti dalla quotidianità, come detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari, materiali che, attraverso gesti ordinari e spesso inconsapevoli, finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente.

Le immagini si alterano, i colori mutano e le forme sembrano consumarsi, come se il mondo ritratto fosse sottoposto a un processo di erosione. Eppure, gli animali continuano a emergere da questa superficie instabile. La fotografia diventa così il luogo in cui rendere visibili effetti normalmente impercettibili: l’accumulo delle conseguenze delle nostre azioni, la contaminazione diffusa e la fragilità di un ambiente che tendiamo a considerare una risorsa a nostra disposizione. Negative Ecology invita a riconsiderare i valori attraverso cui abbiamo posto l’umanità al centro del mondo, aprendo una riflessione sulla capacità della natura di resistere anche agli ambienti che l’uomo ha profondamente trasformato.

Con la serie Himizu, Tamaki Yoshida sposta la sua ricerca sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji, dove nel corso delle sue ricerche si è imbattuta ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture essenziali per la vita contemporanea: trasportano persone e merci, sostengono l’economia e rendono accessibili luoghi di lavoro, viaggio e svago. Allo stesso tempo attraversano gli habitat naturali e interrompono i percorsi degli animali che li abitano. Quando un animale muore nel proprio ambiente, il suo corpo entra normalmente in un ciclo di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. La morte sulla strada interrompe questo processo, separando il corpo dal territorio al quale apparteneva.

Nell’area intorno alla città di Fujiyoshida, alle pendici del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate in media circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno, un numero che potrebbe essere superiore se si considerano gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha condotto una ricerca sul fenomeno, sviluppando un progetto che non intende soffermarsi sull’impatto viscerale della morte, ma su ciò da cui quei corpi sono stati separati.

La ricerca si traduce in un confronto tra due procedimenti fotografici e due diverse modalità di rappresentare la relazione con il territorio. Per evocare la foresta in cui gli animali vivevano, l’artista raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali utilizzati nella stampa alla gomma su carta di cotone. Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le immagini degli animali uccisi vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle loro dimensioni reali.

Da una parte, dunque, la foresta prende forma attraverso i materiali della terra; dall’altra, il corpo rimane impresso su una superficie metallica. Due presenze distinte che restituiscono visivamente una separazione prodotta dall’attività umana: il paesaggio a cui l’animale apparteneva e il corpo che da quel paesaggio è stato strappato. Il titolo Himizu deriva dal nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’idea di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza lontana dalla luce del giorno.  La sua presenza diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che vivono accanto agli esseri umani, ma i cui corpi, dopo la morte, vengono spesso ignorati e rimossi. Osservare quei corpi significa allora interrogarsi non soltanto sulla morte degli animali, ma anche sul mondo che abbiamo costruito, sulle conseguenze delle nostre infrastrutture e sul rapporto che intratteniamo con gli altri esseri viventi.

Attraverso Negative Ecology e Himizu, Tamaki Yoshida affronta da prospettive diverse una questione comune: le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sul mondo naturale. Se nel primo progetto è la stessa superficie fotografica a essere aggredita e trasformata, nel secondo è il rapporto tra il corpo e la terra a diventare il centro della ricerca. In entrambi i casi, la fotografia non si limita a documentare la realtà, ma ne mette in discussione i confini, facendo emergere ciò che rischia di essere ignorato e aprendo nuove possibilità di lettura.

Unfolding diventa così un invito a osservare il mondo oltre ciò che appare immediatamente visibile, a riconoscere la fragilità degli equilibri naturali e a interrogarsi sul posto che l’essere umano occupa all’interno di essi. Le immagini non offrono risposte definitive, ma aprono domande sulla resilienza della natura, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla possibilità di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente. È in questa tensione tra ciò che si mostra e ciò che rimane nascosto, tra la materia che si trasforma e ciò che resiste, che la ricerca di Yoshida trova il suo significato più profondo.

Con questa esposizione, Die Gelbe Wand conferma la propria vocazione a essere un luogo di incontro tra la fotografia contemporanea e il pubblico, offrendo a Pordenone l’opportunità di confrontarsi con una ricerca artistica di respiro internazionale. La mostra contribuisce a rafforzare il ruolo di Die Gelbe Wand e Pordenone come centro di produzione e diffusione culturale, in una fase strategica per la città e per il suo percorso verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.

Il progetto è organizzato da Mercati Culturali Pordenone con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone, e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare.

dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 – Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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World Press Photo Exhibition 2026

Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 
© Chantal Pinzi/Panos Pictures | Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 

World Press Photo Exhibition 2026, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino per il decimo anno consecutivo: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti.

L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 69ª edizione del concorso. Gli scatti portano la firma di fotografi che lavorano per le più importanti realtà dell’informazione globale, a partire dall’agenzia ZUMA Press, che ha distribuito l’immagine dell’anno firmata da Carol Guzy per il Miami Herald. Accanto ai grandi marchi delle agenzie di stampa come Reuters, Associated Press ed EPA Images, la mostra raccoglie i reportage pubblicati da quotidiani e riviste d’eccellenza quali New York Times, Time, Le Monde ed El País, insieme ai progetti a lungo termine sostenuti dalla National Geographic Society e ai lavori indipendenti distribuiti da agenzie come Panos Pictures. Immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità.

I lavori premiati raccontano conflitti globali, offrendo una potente testimonianza visiva della vita in tutto il mondo, dagli Stati Uniti e dall’Ucraina fino al Nepal, al Pakistan e alla Palestina, parlano di crisi, ma anche resistenza e tradizioni nascoste. Al centro, anche la crisi climatica, da Los Angeles alle Filippine, al Messico e alla Norvegia, le mobilitazioni e la lotta per i diritti attraverso immagini di proteste negli Stati Uniti e di movimenti femminili in Guatemala e Kenya.

Intimi e spesso toccanti, i lavori rivelano anche la fragilità della vita umana – dalla malattia all’isolamento, dal lutto alla sopravvivenza – accanto a storie di generazioni più giovani: ballerine di danza classica in Sudafrica, donne a cavallo in Marocco, famiglie colpite dalle politiche di controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti. I ritratti ambientali, infine, avvicinano lo spettatore alla natura in modo quasi fisico: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe, a un orso polare sopra una carcassa di capodoglio, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Insieme, questi progetti compongono un ritratto urgente del nostro mondo contemporaneo.

Le 144 immaginisono state selezionate tra 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi.

A Torino l’esposizione torna per il decimo anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Brand Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.

«Il decimo anno della World Press Photo Exhibition a Torino rappresenta per Cime un traguardo particolarmente importante e conferma il legame profondo che la mostra ha costruito nel tempo con il suo pubblico e con la città – afferma Vito Cramarosa, direttore di Cime – Siamo felici di celebrare questo anniversario rinnovando la collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti, partner prezioso con cui condividiamo l’impegno nel promuovere la fotografia e il fotogiornalismo come strumenti di conoscenza, consapevolezza e confronto sui grandi temi del nostro tempo. Dieci edizioni testimoniano la capacità della mostra di continuare a coinvolgere generazioni diverse, offrendo ogni anno nuovi sguardi sul mondo e sulla contemporaneità».

L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 18 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

Giovanni Quaglia e Salvo Bitonti, rispettivamente presidente e direttore dell’Accademia Albertina, affermano: «Lafotografia è di casa all’Accademia Albertina di Belle Arti, nelle collezioni della sua straordinaria fototeca storica come nell’oggi della formazione artistica. Con grande piacere abbiamo concesso l’ipogeo della Rotonda del Talucchi alla mostra internazionale World Press Photo 2026, permettendole di essere visitata dai nostri studenti e da tutti i cittadini».

Venerdì 25 settembre si terrà il primo importante appuntamento: alle 17,30 ci sarà l’incontro con il fotografo Pablo E. Piovano, autore del progetto a lungo termine  “Il costo umano delle agrotossine“. Nel 1996, l’Argentina ha liberalizzato l’uso della soia geneticamente modificata e resistente agli erbicidi insieme ai diserbanti a base di glifosato, una politica adottata senza ricerche indipendenti. Al centro del suo lavoro, 30 anni in cui l’uso di fitofarmaci è salito alle stelle, passando da 40 milioni a 580 milioni di litri all’anno: le immagini documentano il costo umano di un modello economico che privilegia il profitto agroindustriale rispetto alla vita dei residenti nelle zone rurali. Oggi, il 60% dei terreni coltivati in Argentina viene irrorato causando ripercussioni sulla vita di 14 milioni di persone. Nonostante studi indipendenti colleghino l’esposizione alle tossine a un aumento dei rischi di cancro e malformazioni congenite, le normative continuano a essere ridotte anche quando l’uso di prodotti agrochimici si avvicina sempre più agli insediamenti.
 
L’edizione 2026: il lavoro delle giurie

World Press Photo Contest 2026 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta da Kira Pollack, ricercatrice all’Harvard Shorenstein Center, che si occupa di innovazione negli archivi attraverso le tecnologie emergenti e, in precedenza, ha ricoperto ruoli di leadership al TIME, Vanity Fair e The New York Times Magazine.

«Questo è un momento cruciale per la democrazia, per la verità, per ciò che noi, come società, siamo disposti a vedere e a denunciare, e ciò che siamo disposti a ignorare. I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte – spiega Pollack – Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla».

Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti. Il modello di concorso articolato per aree, introdotto nel 2021, favorisce una maggiore diversità di storie, autori e autrici provenienti da tutto il mondo. Quest’anno, 31 dei 42 vincitori sono originari dei luoghi che hanno raccontato nei loro lavori. Rispetto all’edizione 2025, si è registrato un aumento dell’11 per cento dei partecipanti dal Sud America e del 14 per cento dall’area Asia-Pacifico e Oceania. Le fotografe e le persone non binarie rappresentano il 22 per cento dei partecipanti, a conferma di una crescita costante più inclusiva da quando è stato introdotto il modello per aree geografiche.

«Ho un assoluto rispetto per la profondità del processo che sta dietro ogni storia che premiamo. Credo che l’intenzionalità della giuria sia e continuerà a essere la fonte della fiducia che il pubblico ripone nel World Press Photo» afferma la direttrice generale del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury.

I fotogiornalisti e gli autori selezionati arrivano da Argentina, Australia, Brasile, Cina, Colombia, Ecuador, Filippine, Francia, Francia/Cambogia, Germania, India, Iran/Canada, Israele, Italia, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Siria/Francia e Ucraina.
 
Tre, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie e Progetti a lungo termine.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2026 è stata la statunitense Carol Guzy con l’immagine “Separated by ICE“, che mostra una famiglia ecuadoriana disperata mentre il padre viene arrestato dagli agenti dell’immigrazione all’interno del tribunale federale di New York nell’agosto 2025. Questa fotografia è stata scattata per ZUMA Press e pubblicata sul Miami Herald. Mentre l’uomo, unico sostentamento della casa e privo di precedenti penali, viene portato via subito dopo un’udienza, la moglie Cocha e i tre figli rimangono sopraffatti dal dolore nel corridoio. L’immagine testimonia l’impatto sistemico delle politiche di repressione dell’immigrazione negli Stati Uniti proprio nei luoghi dedicati alla giustizia. Carol Guzy ha dedicato il
riconoscimento al coraggio della famiglia nell’aprire la propria storia all’obiettivo della fotocamera.
Due sono i finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo, che accendono i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria a Gaza e sulla lunga battaglia per i diritti umani in America Latina.

Il fotografo palestinese Saber Nuraldin si è classificato finalista con “Aid Emergency in Gaza“, realizzata per EPA Images. Lo scatto ritrae la folla di civili che si arrampica disperatamente su un camion di aiuti umanitari al valico di Zikim nel luglio 2025, nel tentativo di procurarsi della farina durante una devastante carestia.

Il fotografo Victor J. Blue si è classificato finalista con “The Trials of the Achi Women“, realizzata per The New York Times Magazine. L’immagine mostra un gruppo di donne indigene Maya Achi all’esterno del tribunale di Città del Guatemala nel maggio 2025, nel giorno in cui tre ex paramilitari sono stati condannati per violenze sessuali e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile, coronando una battaglia legale durata 14 anni.

Tra i temi trattati nelle altre categorie figurano la guerra in Sudan, gli incendi devastanti a Los Angeles e in Spagna, le conseguenze del terrorismo con l’attacco a Bondi Beach e la resistenza della comunità palestinese a Gaza.

Tra i progetti a lungo termine e le storie premiate c’è il lavoro del messicano César Rodríguez sulla crisi climatica e la grave scarsità idrica che sta trasformando il Messico. William Keo ha raccontato le tensioni e le identità nelle banlieue francesi, Diego Ibarra Sánchez ha documentato l’impatto del conflitto sulle scuole e sui bambini tra Pakistan, Libano e Ucraina. La svedese Sanna Sjöswärd ha affrontato, nella categoria Singole / Europa, il delicato tema dell’anoressia grave attraverso la storia di un’ex ballerina, mentre il cinese Wu Fang ha seguito per 15 anni le vicende di una madre diventata genitore a 60 anni tramite fecondazione assistita dopo aver perso l’unico figlio.

Tra i vincitori c’è anche la fotografa italiana Chantal Pinzi, unica rappresentante del nostro paese tra i premiati. Il suo progetto “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters” racconta le donne che in Marocco sfidano una tradizione equestre storicamente maschile, rivendicando il proprio spazio all’interno di una pratica culturale profondamente radicata.

Dal 18 Settembre 2026 al 13 Dicembre 2026 – Accademia Albertina delle Belle Arti – Torino

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Dal 25 Settembre 2026 al 8 Dicembre 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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MARC RIBOUD. VERSO IL MONDO I ROBERT CAPA. DENTRO LA STORIA

Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York
© ICP/Magnum Photos | Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York

Sguardi sul Novecento si intrecciano negli scatti di due protagonisti indiscussi della fotografia del XX secolo: Marc Riboud e Robert Capa. Gli scatti più significativi dei due fotogiornalisti di Magnum Photos saranno al centro del nuovo doppio progetto espositivo che Fondazione Artea realizza in collaborazione con i Comuni di Caraglio e Saluzzo, articolato in due mostre inedite al Filatoio di Caraglio e alla Castiglia di Saluzzo, due luoghi simbolo del patrimonio architettonico cuneese e piemontese.

Dal 22 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 il Filatoio di Caraglio ospiterà la mostra Marc Riboud. Verso il mondo, mentre dal 23 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 la Castiglia di Saluzzo presenterà il percorso Robert Capa. Dentro la storia. Il progetto mette in relazione due grandi protagonisti della fotografia e due luoghi fortemente identitari del territorio, proseguendo il percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della provincia di Cuneo attraverso i linguaggi della contemporaneità.
Concepite per dialogare tra loro, le due esposizioni offrono espressioni diverse del Novecento, un secolo attraversato dalla continua tensione fra caos e ordine, conflitto e ricostruzione, grandi avvenimenti storici e vita quotidiana. Due modi diversi di stare di fronte alla realtà e di raccontarne le trasformazioni: Riboud attraverso il viaggio, l’osservazione delle persone, dei gesti, del lavoro e delle società incontrate nel corso di oltre cinquant’anni di attività, Capa con la prossimità all’evento e alla storia nel suo accadere.

La mostra Marc Riboud. Verso il mondo al Filatoio di Caraglio, antico setificio seicentesco e oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, riunisce 180 fotografie ed èrealizzata in collaborazione con il Musée Guimet di Parigi, dalle cui collezioni provengono tutte le fotografie e i documenti esposti. È curata da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud, sotto la supervisione di Catherine Riboud Chaine, moglie del fotografo.La mostra ha inoltre il patrocinio del Consolato Generale di Francia a Milano e costituisce la prima grande retrospettiva in Italia dedicata all’opera di Marc Riboud dalla scomparsa del fotografo, avvenuta dieci anni fa.
L’esposizione è concepita secondo un duplice criterio cronologico e geografico per ripercorrere le principali tappe della carriera del fotografo, dai primi reportage degli anni Cinquanta fino agli ultimi viaggi, alle soglie del XXI secolo, con la Cina a occupare un posto di primo piano.

Per oltre cinquant’anni Riboud attraversa il mondo lasciandosi guidare dalla curiosità e facendo della pazienza uno strumento essenziale di conoscenza. Il suo sguardo si posa su luoghi, persone e situazioni con partecipazione, senza forzare la realtà, ma attendendo che siano gesti, volti, posture e dettagli a rivelarne la complessità. A questa disposizione all’osservazione si accompagna una particolare attenzione alla composizione dell’immagine: geometrie, linee, contrasti e rapporti tra le figure diventano elementi attraverso cui costruire una fotografia rigorosa e al tempo stesso poetica.

In questo racconto occupa un posto significativo anche il mondo del lavoro, osservato da Riboud nelle sue molteplici forme e nei diversi contesti attraversati nel corso dei suoi viaggi. Un tema che trova una particolare risonanza negli spazi del Filatoio di Caraglio, luogo nato per la produzione della seta e segnato per secoli dalla presenza di uomini e donne, macchine, tecniche e saperi.

Il percorso si completa con documenti di lavoro, tra cui corrispondenza, provini a contatto, stampe di lettura e per i giornali, riviste e materiali audiovisivi che restituiscono il contesto di produzione dei reportage e la voce e il pensiero di Marc Riboud.

La mostra Robert Capa. Dentro la storia, allestita alla Castiglia di Saluzzo
, antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, è curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York, dalle cui collezioni provengono le 100 fotografie esposte. La mostra documenta il lavoro del grande fotografo non solo in quanto testimonianza storica del Novecento, ma come momento decisivo nella definizione di un nuovo linguaggio del fotogiornalismo. La retrospettiva si articola in sette sezioni e comprende scatti iconici e opere meno note, offrendo una visione ampia e articolata della sua evoluzione professionale e della varietà dei contesti in cui Capa ha operato.

Il progetto assume l’opera di Capa come punto di svolta nella trasformazione del rapporto tra immagine, evento e spettatore: non più una fotografia concepita come osservazione distante, ma una pratica visiva fondata sulla prossimità, sul coinvolgimento diretto e sulla capacità di rendere il pubblico partecipe della scena rappresentata. In questa prospettiva, il lavoro di Capa appare centrale non soltanto per la storia della fotografia di guerra, ma più in generale per l’evoluzione della cultura visiva contemporanea.

Fondato nel 1974 da Cornell Capa, l’International Center of Photography nasce con l’obiettivo di preservare e promuovere l’eredità della “concerned photography”, una fotografia attenta alle questioni sociali e politiche e alla capacità delle immagini di contribuire alla conoscenza e alla comprensione del mondo.

Il dialogo tra le due mostre mette a confronto due differenti modi di attraversare e raccontare il Novecento. Marc Riboud tende a osservare ciò che precede, accompagna o segue questi momenti di rottura, soffermandosi sulle persone, sul lavoro, sulle forme di organizzazione della società e sulla quotidianità; Robert Capa, invece, si colloca spesso nel punto di massima intensità dell’evento, quando la storia irrompe nella vita degli individui. Ne emergono due sguardi differenti su un secolo continuamente attraversato dalla tensione fra caos e ordine. Il confronto risulta particolarmente evidente nei nuclei dedicati a paesi come la Cina e il Giappone, dove le due mostre presentano fotografie realizzate dagli autori negli stessi contesti geografici, ma in momenti differenti. Questo accostamento consente così di osservare, attraverso due prospettive autonome, situazioni e fasi diverse della storia del Novecento.

Marc Riboud. Verso il mondoal Filatoio di Caraglio è un progetto della Fondazione Artea, realizzato in collaborazione con il Comune di Caraglio, curato da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud.

Robert Capa. Dentro la storia alla Castiglia di Saluzzo è un progetto del Comune di Saluzzo e Fondazione Artea, curato da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York.

Marc Riboud. Verso il mondo
Caraglio (CN), Il Filatoio (via Matteotti 40)
22 ottobre 2026– 29 marzo 2027

Robert Capa. Dentro la storia
Saluzzo (CN), La Castiglia (piazza Castello, 1)
23 ottobre 2026– 29 marzo 2027

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Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968

<span>Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959</span>
© Archivio Federico Garolla | Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta, dal 19 novembre 2026 al 4 aprile 2027, la mostra Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968, a cura di Isabella Garolla e Uliano Lucas, dedicata a uno dei fotografi più rilevanti della storia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con Suazes, riunisce un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate in Italia da Federico Garolla (Napoli, 1925 – Milano, 2012) nei vent’anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso il suo sguardo, prende forma il racconto di un Paese che, dopo la devastazione del conflitto, ritrova gradualmente fiducia e slancio, ponendo le basi di quello che sarebbe stato in seguito definito il “Miracolo italiano”. Un percorso in cui emerge la volontà di un popolo di ricostruire non solo città e infrastrutture, ma soprattutto la propria identità e il proprio futuro. Garolla immortala una nazione in bilico tra tradizione e modernità, documentando la ripartenza del nostro Paese tanto nella sua dimensione quotidiana – come si vede negli scatti in cui ritrae la vita della gente comune – quanto prestando attenzione al mondo della cultura e dello spettacolo. Dal suo lavoro scaturisce una riflessione sulla società, sull’umanità, sui cambiamenti e le contraddizioni del suo tempo.

Giornalista e fotogiornalista, dagli anni Quaranta Garolla realizza centinaia di reportage per prestigiose testate italiane e straniere. Il suo obiettivo ci restituisce paesaggi, volti di gente comune, ma anche personaggi famosi: pittori quali Renato Guttuso e Massimo Campigli, scrittori come Elsa Morante e Giuseppe Ungaretti, ma anche stilisti, musicisti, attori e attrici di cinema e teatro, con un occhio sempre discreto e sempre attento anche alle tematiche sociali.

Ad accompagnare l’esposizione, un ricco programma di iniziative collaterali, tra cui incontri di approfondimento sui temi dell’esposizione e sulla fotografia, oltre a visite guidate.

Dal 19 Novembre 2026 al 4 Aprile 2027 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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62° Wildlife Photographer of The Year

© Audun Rikardsen
© Audun Rikardsen

La mostra di fama mondiale Wildlife Photographer of the Year, giunta alla 62ª edizione e in prestito dal Natural History Museum di Londra, sarà a Milano, organizzata dall’Associazione Culturale Radicediunopercento, nella prestigiosa sede del Museo della Permanente, dal 20 novembre 2026 al 7 febbraio 2027, presentando 100 fotografie naturalistiche eccezionali, premiate quest’anno al concorso. 

Le immagini sono state selezionate tra il primato di oltre 65.000 candidature provenienti da 121 paesi e territori, e sono state valutate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti del settore, in base a creatività, originalità ed eccellenza tecnica.

In attesa della proclamazione dei vincitori assoluti, del Grand Title e Young Grand Title, e di categoria che saranno annunciati il 13 ottobre 2026 – durante la cerimonia londinese presentata dai conduttori di programmi naturalistici Chris Packham e Megan McCubbin – sono state svelate in anteprima alcune delle meravigliose immagini in esposizione che hanno ricevuto la Menzione d’onore.

Tra queste figurano quella di un curioso orso polare che guarda attraverso il foro per respirare di una foca, nel ghiaccio marino artico, scattata da Audun Rikardsen, e quella di Ernest Porter che ritrae un beccabue mentre si pulisce il becco contro la pelle di un rinoceronte, nella morbida luce del pomeriggio. E ancora, quella del giovane Jack Crockford con una rondine in controluce sotto un aereo in arrivo all’aeroporto di Heathrow a Londra, e quella di Allegra Hutton che mostra un giovane leopardo mentre insegue uno scoiattolo su un albero, nel delta dell’Okavango in Botswana.

La mostra mette in luce visioni potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali nascosti, specie spettacolari e la straordinaria biodiversità del mondo naturale. Sfruttando l’innata capacità emotiva della fotografia di coinvolgere e ispirare il pubblico, gli scatti raccontano storie e ritraggono specie provenienti da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di impegno per la salvaguardia del pianeta.

Nato nel 1965, il Wildlife Photographer of the Year è l’evento fotografico più prestigioso del suo genere e, a testimonianza del suo fascino intramontabile, anche quest’anno le immagini vincitrici faranno un tour internazionale e potranno essere viste da oltre un milione di persone.
Le iscrizioni alla 63ª edizione del concorso Wildlife Photographer of the Year si apriranno lunedì 19 ottobre e si chiuderanno giovedì 3 dicembre 2026.

Dal 20 Novembre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Museo della Permanente – Milano

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Women for Women Against Violence

Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano
Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano

La mostra fotografica “Women for Women Against Violence”, progetto di forte impatto sociale, è approdata nello Spazio Cisterne della Fabbrica del vapore di a Milano e resterà in esposizione fino al 30 agosto 2026. L’esposizione utilizza il linguaggio universale della fotografia per accendere i riflettori su due delle principali fragilità del mondo femminile: la violenza di genere e il tumore al seno. 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno scelto di trasformare la propria esperienza personale in un messaggio pubblico di consapevolezza, responsabilità civile e rinascita. Accanto a loro, testimonial,premiati con il Camomilla Award, riconoscimento della kermesse, per l’impegno nella sensibilizzazione sulle tematiche, contribuiscono ad amplificare la forza del messaggio. Il progetto, frutto di un complesso lavorodell’Associazione Consorzio Umanitas,dall’ideazione al coinvolgimento di oltre 40 protagonisti delle storie, alla definizione delle coppie e dell’impianto narrativo, fino alsostenimento di tutti i costi produttivi,prende origine dal vissuto personale di Donatella Gimigliano, giornalista e Presidente della non profit, da anni impegnata contro la violenza sulle donne e che ha affrontato in prima persona l’esperienza del tumore al seno. Ogni opera è accompagnata da un QR code che consente ai visitatori di ascoltare direttamente la voce delle protagoniste, creando un dialogo intimo e diretto tra chi guarda e chi racconta. Gli scatti sono di Tiziana Luxardo, erede della famosa dinastia.

La scelta della Fabbrica del Vapore, nel cuore pulsante di Milano, città simbolo di innovazione, creatività e visione contemporanea, significa collocare questo progetto all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della scena culturale milanese, amplificandone il messaggio verso un pubblico eterogeneo e giovane. Women for Women against Violence supera il tradizionale concetto di esposizione fotografica e si presenta come un percorso culturale multidisciplinare, uno spazio di incontro tra linguaggi diversi nel quale fotografia, design e creatività dialogano tra loro per offrire al pubblico una riflessione più ampia e coinvolgente sui temi della violenza di genere, della malattia oncologica e della rinascita. Accanto ai ventuno ritratti fotografici, l’associazione ospita, infatti, anche due importanti percorsi espositivi speciali. Il primo è “We Say Stop. 90 manifesti per contrastare la violenza contro le donne”, progetto del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, curato dalle professoresse Valeria Bucchetti e Francesca Casnati. Un percorso composto da novanta manifesti realizzati dagli studenti e sviluppati nell’ambito della ricerca universitaria, che raccontano come il design della comunicazione possa diventare un efficace strumento di prevenzione, sensibilizzazione e cambiamento culturale, dando voce alle molteplici forme della violenza di genere.  Il secondo è “Trame di speranza, intrecci di vita”, dedicato alle creazioni in crochetdi Antonietta Tuccillo, in cura per un tumore ovarico in fase cronica e che ha trasformato un’antica tecnica artigianale in un percorso di rinascita personale e creativa. Le sue opere raccontano come la fragilità possa diventare forza, restituendo valore al tempo, alla manualità e alla capacità di ricominciare. Per la prima volta fotografia, design della comunicazione e arte tessile si incontrano in un unico percorso espositivo, dimostrando come linguaggi diversi possano concorrere a costruire una nuova cultura del rispetto, della prevenzione e della rinascita.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Fabbrica di Vapore – Comune di Milano, gode dell’alto Patrocinio del Parlamento Europeo, e del patrocinio del Senato della Repubblica, Polizia di Stato, Camera di Commercio di Milano, Lodi e Brianza, LILT (Lega Italiana Lotta contro i Tumori), Politecnico di Milano, e Fondazione Italia Giappone, con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, e della media partnership della RAI,Askanews e Milano World. Durante l’evento inaugurale della mostra, condotto da Ilaria Capponi e Ludmilla Voronkina Bozzetti, sono stati consegnati i “Women for Women against Violence – Milano Camomilla Awards” (limited edition), premio realizzato dal Maestro Michele Affidato, a Simona Ventura, Nina Zilli, Massimo Ciampa (Segretario Generale Mediafriends – Mediaset, in rappresentanza di Fedele Confalonieri), e agli agenti delleVolanti della Questura di Milano, Il Vice Ispettore Leonardo Borghetto, l’Assistente Danilo Migiani, l’agente Gabriella Santonastaso, protagonisti del salvataggio di una donna vittima di violenza di 24 anni che ha chiesto aiuto con il signal for help, che sono stati premiati dal Questore Vicario Michele Pontoriero, e a Mary Franzese, Vicepresidente di Women&Tech e owner di Neuroguard. Un momento di grande emozione è stato il defilè di tutti i protagonisti della mostra, Benedetta Rinaldi (giornalista, conduttrice, membro comitato femminile LILT), Fanny Cristina Campion (paziente oncologica metastatica), Filomena Lamberti (prima donna sfregiata con acido solforico in Italia), Nicolò Maja con i nonni Ines e Giulio Pivetta  (orfano del femminicidio, strage Samarate),  PINKY (Parvinder Aoulakh), data alle fiamme davanti a due figli minori, Antonietta Tuccillo (in cura per un tumore ovarico cronico, stilista del crochet), Maria Antonietta Rositani (sopravvissuta a un femminicidio a Reggio Calabria).  Tra gli ospiti anche Alessio Boni, tra i testimonial della Mostra. Special GuestAntonio Maggio, con “La faccia e il cuore” brano dedicato alla storia di Jessica Notaro scritto con Ermal Meta, JOIA B, che con “Un tempo per volare” racconta la sua esperienza con il tumore al seno, e il soprano internazionale spiritual Angela Loy Williams.

Dal 2 Luglio 2026 al 30 Agosto 2029 – Fabbrica del Vapore – Milano

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Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro

Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d'argento, 30x20 cm.
Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d’argento, 30×20 cm.

Dal 27 novembre 2026 al 17 febbraio 2027, la galleria AreaB di Milano presenta la mostra “Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro”, a cura di Giovanna Calvenzi.
L’esposizione riunisce circa sessanta fotografie, tra cui alcune inedite, in un percorso che attraversa decenni di sguardi, relazioni e attimi condivisi, restituendo una geografia di incontri con alcune delle figure più iconiche della cultura del Novecento: dagli artisti Salvador Dalí, Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto e Renato Guttuso ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, da Mina a Lucio Battisti, Fabrizio De André, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Massimo Ranieri, Raffaella Carrà e Mike Bongiorno, fino ai volti del cinema come Claudia Cardinale, Federico Fellini, Clint Eastwood e Henry Fonda. Il titolo allude alla dimensione sospesa e rivelatrice dell’incontro, fulcro della ricerca di Dabbrescia, che nelle sue immagini trasforma la fotografia in un luogo di prossimità e ascolto.

La pratica di Dabbrescia (Barletta, 8 gennaio 1938) nasce nel fotogiornalismo degli anni Cinquanta, quando, appena ventenne, diventa il più giovane fotoreporter del Corriere della Sera. Per il giornale, ma anche per La Domenica del Corriere e per il nascente settimanale Amica, viaggia in diversi Paesi e realizza numerosi reportage, iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Nell’ottobre del 1963 apre una propria agenzia fotogiornalistica, continuando a collaborare con le principali testate italiane iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Entra nel mondo della musica, diventando un collaboratore fisso di Sorrisi e Canzoni, il più importante settimanale del settore. È in breve il fotografo di riferimento di molte case discografiche e, alla fine degli anni Sessanta, si avvicina al mondo dell’arte.

La mostra ripercorre questa lunga e straordinaria carriera attraverso ritratti e reportage che testimoniano un modo di fotografare fondato sulla capacità di riconoscere l’attimo e di andare oltre l’immagine pubblica dei protagonisti, cercandone il lato più intimo, quotidiano e meno conosciuto. Musicisti, attori, scrittori e pittori sono colti in momenti privati e di naturalezza, spesso nel loro ambiente o durante il processo creativo. È proprio nella dimensione dell’incontro che Dabbrescia trova la chiave per restituire una presenza autentica, lontana dalla posa e dall’immagine ufficiale.
Un mosaico di volti e situazioni che restituisce così la capacità del fotografo di cogliere la verità dei suoi soggetti, sempre osservati con uno sguardo partecipe e discreto, capace di trasformare il ritratto in una forma di relazione.

Accompagna la mostra un catalogo edito da VanillaEdizioni, con un racconto della sceneggiatrice e regista Marina Spada.

Dal 26 Novembre 2026 al 17 Febbraio 2027 – galleria AreaB – Milano

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Paolo Ventura. L’artista come funambolo

Mostra fotografica di uno dei due artisti vincitori del premio La Nuova Scelta Italiana – edizione 2026 – istituito per individuare ogni anno due fotografi affermati che BDC – Bonanni Del Rio Catalog ritiene possano essere o diventare gli eredi dei grandi Maestri della fotografia italiana. Il premio, che si avvale di una prestigiosa advisory board di esperti, è stato quest’anno assegnato a Paolo Ventura e Raffaela Mariniello.

Dal 3 ottobre al 20 dicembre 2026 – BDC – Borgo delle Colonne 28 – Parma

Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare

Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.
© Gianni Berengo Gardin | Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.

Il Mart dedica una grande mostra a uno tra i maggiori protagonisti della fotografia italiana, Gianni Berengo Gardin (1930-2025) indagando uno degli aspetti centrali della sua poetica: la vocazione architettonica.

Il progetto insiste infatti sullo sguardo da “urbanista” con cui Berengo Gardin ha osservato il mondo, cogliendo la disposizione geometrica dei luoghi, i volumi dei paesaggi, i giochi di pieni di vuoti che costituiscono gli spazi del vivere quotidiano, l’osmosi tra paesaggio esterno e intimo. Da un lato le costruzioni volumetriche del paesaggio e delle strutture che lo costituiscono; dall’altro il “fattore umano”, le persone che quello stesso ambiente abitano, conoscono, percorrono. I mondi da abitare, sono quindi visioni urbanistiche precise, e insieme poetiche e sognanti, degli spazi costruiti, che accolgono e, nel contempo, vengono vissuti.

Attraverso 120 immagini, provenienti dall’Archivio del fotografo, la mostra si concentra con particolare attenzione tanto sul metodo compositivo, quanto sul lungo e appassionato lavoro di documentazione svolto nei cantieri dei progetti realizzati dai grandi architetti che Gardin frequentò a lungo. Completano l’esposizione preziosi documenti, provenienti ancora dall’Archivio, e le testimonianze degli architetti con cui Gardin lavorò lungamente.

Dal 24 Ottobre 2026 al 14 Febbraio 2027 – Mart Rovereto

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Marilyn Monroe – Fragments

Marilyn Monroe posing for a cover photograph to appear in “Esquire” Magazine, Hollywood, California, USA, 1954. © Philippe Halsman/Magnum Photos

A Parma una mostra dedicata alla grande icona del Novecento nel centenario della sua nascita

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, lo spazio espositivo di Palazzo Pigorini del Comune di Parma ospita un progetto dedicato a Marilyn Monroe, tra fotografia, cinema e memoria collettiva.

A cento anni dalla sua nascita, Marilyn Monroe continua a essere una delle figure più iconiche e affascinanti del Novecento. Il suo volto attraversa le generazioni, supera i confini del cinema e si rinnova continuamente nell’immaginario collettivo, confermandosi un’icona capace di resistere al tempo e alle trasformazioni della cultura contemporanea.

La mostra Marilyn Monroe. Fragments, in programma a Parma a Palazzo Pigorini, dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, propone un percorso attraverso celebri fotografie che hanno immortalato la diva americana, restituendone la complessità oltre all’immagine pubblica. Ideata da Suazes srl in collaborazione con il Comune di Parma – Assessorato alla Cultura e Turismo e con il sostegno di Magnum Photos, l’esposizione si arricchisce di materiali video e documenti dedicati alla vita dell’attrice, offrendo al pubblico molteplici prospettive sulla sua personalità e sulla sua storia.

Il progetto si pone in dialogo con la mostra LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre, ospitata presso Palazzo del Governatorato di Parma. Due percorsi differenti, accomunati dalla volontà di indagare la rappresentazione della donna e le molteplici forme attraverso cui un volto, uno sguardo e un’identità diventano immagini destinate a durare nel tempo. Se la pittura ha saputo raccontare la figura femminile attraverso epoche e sensibilità artistiche diverse, la fotografia ha fatto di Marilyn Monroe un soggetto privilegiato, capace di trasformarsi a ogni incontro con l’obiettivo.

In Marilyn Monroe. Fragments, le immagini firmate da grandi protagonisti della fotografia internazionale, tra cui Inge Morath, Philippe Halsman, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Eve Arnold, Dennis Stock, Erich Hartmann, Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Cornell Capa, compongono un racconto fatto di frammenti, momenti e interpretazioni. Ogni fotografo restituisce una Marilyn diversa, rivelando come la sua immagine non sia mai stata soltanto il risultato di una costruzione esterna, ma anche il frutto di una consapevole capacità di interpretarsi, reinventarsi e partecipare alla creazione del proprio mito.

Come ricordò Lee Strasberg nel suo elogio funebre, Marilyn Monroe «Già in vita creò il mito di ciò che una ragazza povera, proveniente da un contesto disagiato, poteva raggiungere. Per il mondo intero divenne il simbolo dell’eterna femminilità».

Dietro questo simbolo, tuttavia, si celava una donna molto più complessa dell’immagine che Hollywood aveva costruito intorno a lei. Marilyn mal sopportava lo stereotipo della bionda svampita che gli studios le avevano assegnato e lottò per ottenere ruoli più significativi, lavorando con registi che stimava e cercando un riconoscimento autentico delle proprie capacità interpretative. La sua ambizione era quella di essere considerata un’artista, non soltanto un volto seducente. Come dichiarò: “Il cinema deve essere una forma d’arte, non una catena di montaggio”.

La fotografia rappresentò per lei uno spazio privilegiato di espressione. Come scrisse la fotografa dell’agenzia Magnum Photos Eve Arnold, che la ritrasse in numerose occasioni, Marilyn sapeva di essere «una fantastica creatrice di fotografie»: “davanti all’obiettivo poteva liberare la propria immaginazione, cambiare personaggio e dare vita a una nuova versione di sé. I fotografi diventavano suoi collaboratori, ma era lei a stabilire il ritmo e l’orientamento di ogni seduta. La sua grandezza risiedeva proprio nella capacità di trasformare ciò che aveva a disposizione in un personaggio riconoscibile e universalmente amato”.

Nelle parole della stessa Arnold emerge anche una riflessione più intima sul rapporto tra immagine ed esistenza: “Se è vero, come è stato detto, che Marilyn passò tutta la vita alla ricerca di sé stessa, allora si può anche dire che forse Marilyn, creatura di mito e illusione, si ritrovò non nelle effimere immagini cinematografiche, ma nelle fotografie, che sembrarono riuscire a fornirle prova tangibile della propria esistenza”.

È in questa tensione tra persona e personaggio, autenticità e rappresentazione, che si colloca il senso più profondo della mostra. Marilyn Monroe seppe fare della propria immagine uno strumento espressivo, trasformando il candore e la sensualità del personaggio cinematografico in una forma di consapevolezza e, talvolta, in un’arma contro gli stessi stereotipi che l’avevano resa celebre.

La sua influenza si estese ben oltre il cinema, entrando nella storia dell’arte e diventando uno dei simboli più potenti della cultura visiva contemporanea. Emblematica, in questo senso, è la rappresentazione che Andy Warhol dedicò al suo volto, trasformandolo in un’immagine seriale e interrogando il rapporto tra celebrità, riproducibilità e società dei consumi.

Ancora oggi Marilyn continua ad affascinare il pubblico. La sua immagine sopravvive, si moltiplica e viene continuamente reinterpretata, fino a diventare essa stessa un bene di consumo, un marchio riconoscibile e un’industria globale. Ma dietro la diffusione incessante del suo volto resta la domanda che accompagna ogni grande icona: quanto conosciamo davvero la persona che si nasconde dietro l’immagine?

Marilyn Monroe. Fragments invita a guardare oltre il mito, attraverso fotografie e testimonianze che restituiscono la complessità di una donna capace di influenzare profondamente il nostro modo di vedere la bellezza, la femminilità e la celebrità. Un percorso che, nel centenario della sua nascita, celebra non soltanto una stella senza tempo, ma anche la forza di una personalità che ha saputo trasformare se stessa in una delle immagini più durature della storia del Novecento.

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027 – Parma, Palazzo Pigorini

Le migliori Mostre di Fotografia che vi segnaliamo a giugno

Se cercate qualcosa di diverso per occupare i vostri week-end di giugno, eccovi una selezione di mostre fotografiche da non perdere.

Anna

World Press Photo Exhibition 2026

Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year
Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year

Dal 7 maggio al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospita, come ogni anno, la mostra del World Press Photo.

Il 9 aprile 2026 sono state annunciate le fotografie vincitrici della 69ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo, mentre il 23 aprile è stata proclamata la Photo of the Year insieme ai finalisti. La mostra di Amsterdam ha inaugurato il 24 aprile, dando avvio al consueto tour internazionale. Dal 1955, il concorso premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo contemporaneo.

La Photo of the Year 2026 è Separati dall’ICE di Carol Guzy (ZUMA Press, iWitness per il Miami Herald). L’immagine, scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, documenta il momento in cui un uomo viene fermato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza, separandolo dalla sua famiglia. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede.

Accanto alla vincitrice, sono stati selezionati due finalisti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi cibo. La fotografia è stata scelta per la sua forza compositiva e per la capacità di restituire l’urgenza della carestia, trasformando una scena di caos in una prova visiva della crisi umanitaria e delle sue implicazioni globali.

Il secondo finalista è I processi delle donne Achi di Victor J. Blue (The New York Times Magazine), un ritratto collettivo di donne indigene Maya Achi sopravvissute a violenze durante la guerra civile guatemalteca. L’immagine, realizzata all’esterno di un tribunale, è stata premiata per il suo approccio misurato e per la capacità di restituire dignità e autorevolezza alle protagoniste, documentando un momento storico di giustizia dopo decenni di impunità.

Le immagini premiate nel concorso 2026 rappresentano una selezione tra oltre 57.000 fotografie inviate da fotografi provenienti da 141 Paesi, offrendo uno sguardo complesso e stratificato sul presente. La mostra, come ogni anno, si configura non solo come esposizione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il ruolo dell’immagine nella costruzione della memoria collettiva e nella comprensione delle tensioni contemporanee.

Dal 7 Maggio 2026 al 29 Giugno 2026 – Palazzo Esposizioni Roma

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1945 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1948 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 –  Museo Diocesano Carlo Maria Martini

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Harry Gruyaert

Cabine da spiaggia colorate disposte in fila su una spiaggia sabbiosa con cielo nuvoloso.
Berck, Francia, 2007 © Harry Gruyaert / Magnum Photos

ra gli anni Settanta e Ottanta Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos, è stato uno dei pochi fotografi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa: una percezione emotiva, non narrativa, e una visione del mondo radicalmente grafica. Alcuni fotografi americani, tra cui Saul Leiter e William Eggleston, avevano già intrapreso questo percorso; le loro opere portarono Gruyaert a cogliere le potenzialità espressive che stavano emergendo in un momento storico in cui la fotografia era ancora prevalentemente celebrata in bianco e nero.

Oggi, il successo di Harry Gruyaert è internazionale. La mostra presentata a CAMERA Torino rappresenta la sua prima grande retrospettiva in Italia. Costruita secondo un percorso cronologico, l’esposizione si apre con i TV shots, un’esperienza unica di dialogo tra le prime televisioni a colori e la fotografia. Il percorso illustra l’evoluzione del suo linguaggio grafico, influenzato dai numerosi viaggi, nei quali ogni Paese si distingue, ai suoi occhi, per specifiche qualità cromatiche. La sua ricerca artistica ha inoltre beneficiato dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, dal film Kodachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo fino alle ampie possibilità offerte dal digitale nel XXI secolo.

«Il colore è più fisico del bianco e nero […] con il colore si deve essere immediatamente colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione», afferma l’artista. Non perdetevi questo viaggio alla scoperta del lavoro di Gruyaert e lasciatevi affascinare dalla sua esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale! 

La mostra è curata da François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.

18 giugno – 4 ottobre 2026 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria

Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947
© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock | Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947

Protagonista indiscusso della fotografia del Novecento, Alfred Eisenstaedt è al centro di La fotografia era nell’aria, un ampio progetto espositivo a cura di Monica Poggi, prodotto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e organizzato dal Comune di Abano Terme e da D’Uva, gestore del MUNAV, che propone una rilettura articolata in due mostre complementari articolate su due musei, a pochi chilometri di distanza: Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (Padova) e al Museo Storico Navale di Venezia.
 
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale: è in questo contesto che il fotografo si forma e avvia la propria attività.
 
Cresciuto in un clima di grande fermento, sospeso tra l’eredità della pittura e le nuove possibilità del reportage, Eisenstaedt è attivo tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935. Qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life: una collaborazione durata oltre trent’anni, che lo porta a realizzare più di 2.500 servizi fotografici e oltre 90 copertine, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
 
Celebre soprattutto per lo scatto realizzato il 14 agosto 1945 a Times Square – V-J Day in Times Square – che ritrae l’improvviso bacio tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale, Eisenstaedt affronta nel corso della sua carriera una straordinaria varietà di temi, costruendo un racconto visivo che attraversa i principali snodi storici e culturali del secolo.
 
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo, testimoniata anche dal celebre ritratto di Joseph Goebbels – a soggetti più intimi e lirici, come la danza e il teatro, osservati con una sensibilità quasi pittorica, negli Stati Uniti Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea, restituita con crescente ironia e dinamismo. I reportage realizzati in Etiopia e Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca, portandolo a confrontarsi con conflitti, ricostruzioni e profonde trasformazioni. Completano il suo percorso i celebri ritratti di protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo – da Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer fino a Marilyn Monroe e Sophia Loren – che testimoniano la sua capacità di instaurare un rapporto diretto e immediato con i soggetti.
 
Articolata in due sedi, la mostra nasce da un progetto condiviso che valorizza il dialogo tra istituzioni e territori: un’iniziativa che riporta al centro la grande fotografia internazionale, facendo rivivere ancora oggi quel clima di energia e innovazione che, come suggerisce il titolo, continua a essere “nell’aria”.

16 maggio – 20 settembre 2026
Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD)
www.museovillabassiabano.it
 
22 maggio – 22 novembre 2026
Museo Storico Navale di Venezia
www.munav.it

Lisetta Carmi. Erotismo e autoritarismo a Staglieno

Lisetta Carmi, <em>Erotismo e Autoritarismo a Staglieno,</em> Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi
Lisetta Carmi, Erotismo e Autoritarismo a Staglieno, Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi

La mostra presenta l’ingresso di un corpus di fotografie di Lisetta Carmi nella collezione della GAM, nell’ambito del progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Le opere acquisite, tratte dalla serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”, del 1966-76, saranno esposte in dialogo con quattro sculture della collezione GAM, scelte dalla raccolta di statuaria del secondo Ottocento e di primo Novecento. Il dialogo è volto a sottolineare i due temi ricercati da Carmi nelle sculture del cimitero monumentale di Staglieno: la sensuale rappresentazione delle figure angeliche o delle anime di donne defunte nell’arte simbolista e l’atmosfera di severa autorità genitoriale tipica delle famiglie borghesi di fine Ottocento. Il raffronto tra scultura e fotografia consente inoltre di aprire una più ampia riflessione sull’antico intreccio, sottolineato da Roland Barthes, tra immagine fotografica e morte.

Dal 21 Maggio 2026 al 1 Novembre 2026 – GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

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PHIL PENMAN / A STREET DIARY

Un uomo in giacca scura cammina davanti a una scala mentre un personaggio mascherato di peluche siede su un gradino, in un ambiente ben illuminato.

All’interno degli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, A Street Diary, mostra di Phil Penman dedicata a oltre 25 anni di street photography a New York e nel mondo. Le immagini raccontano le città come un organismo vivo fatto di contrasti, ombre e improvvisi momenti di umanità. Il progetto, a ingresso libero, trasforma la quotidianità urbana in un diario visivo essenziale e poetico. 

Il fotografo britannico Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) vive a New York e ha dedicato gli ultimi due decenni a documentare il continuo mutamento della città, affermandosi come una delle voci più autorevoli della street photography contemporanea.

Il suo lavoro si muove lungo una sottile linea di equilibrio tra ombra e luce, tra l’intensità della città e l’imprevedibile leggerezza dell’umano. Quasi sempre in bianco e nero perché, secondo Penman, “la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada”, con alcuni esempi in cui il colore definisce dettagli e distingue momenti. Le sue immagini, di cui 34 esposte nella mostra ospitata negli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, raccontano New York e il mondo come un organismo vivo, attraversato da contrasti: atmosfere urbane dense, fatte di persone, nebbie, riflessi insieme a momenti di spontaneità e ironia che emergono come improvvise aperture di luce.

“È questo passaggio – dall’oscurità alla vitalità – a costituire il filo conduttore di A Street Diary che accompagna il pubblico a scoprire il dialogo delle due anime del lavoro di Penman: da un lato la dimensione più introspettiva, a tratti cinematografica, dall’altro quella immediata, empatica e luminosa”. Giada Triola, curatrice

Ogni immagine in mostra, pur autonoma, si inserisce in un flusso continuo di relazioni, dettagli e intuizioni visive, il percorso espositivo è così un diario urbano, in cui lo sguardo del fotografo tende a trasformare l’ordinario in universale. 

“La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima. Mi dà anche l’opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l’intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all’aria aperta con altre persone.” Phil Penman

dal 15 maggio al 12 settembre 2026 – Leica Galerie Milano

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza

Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985
© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission | Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985

Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza:una selezione di circa 200 fotografie, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale.
 
L’esposizione, curata da Denis Curti, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte, organizzata con Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
 
Robert Mapplethorpe (New York,1946-1989) non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad, conferendo ad ogni scatto un’auradi assoluta classicità, con visione geometrica e ricerca della perfezione.
La mostra, che si distingue per una serie di contenuti inediti, si concentra sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i volti e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie.
 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale.

Dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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Elliott Erwitt. Icons

Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40x50
© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40×50

Il JMUSEO a Jesolo (VE), avveniristico polo espositivo e culturale di quattro piani, pensato non solo come museo tradizionale, ma come luogo di incontro, eventi e mostre della città lagunare, ospita dal 13 giugno al 18 ottobre 2026, una grande mostra dedicata a Elliott Erwitt (1928-2023), uno dei più importanti fotografi del XX secolo, capace di raccontare il mondo con ironia, sensibilità e uno sguardo profondamente umano.
L’esposizione, dal titolo Elliott Erwitt. Icons, prodotta e promossa dal Comune di Jesolo, dal JMuseo di Jesolo, in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, è curata da Biba Giacchetti con il project management e l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno, presenta una selezione di 80 immagini tra le più celebri della carriera di Elliott Erwitt diventate vere e proprie icone della fotografia contemporanea.
Attraverso scatti in bianco e nero di straordinaria eleganza visiva, la rassegna accompagna il visitatore in un viaggio tra momenti storici, scene di vita quotidiana, ritratti di personalità celebri e situazioni osservate con quell’ironia sottile che ha reso Erwitt uno dei fotografi più amati al mondo.
 
“Con la mostra dedicata a Elliott Erwitt – commenta Christofer De Zotti, sindaco di Jesolo -, il JMuseo conferma la propria vocazione a ospitare i protagonisti della fotografia internazionale. Le sue immagini, celebri in tutto il mondo, raccontano con ironia e straordinaria sensibilità un secolo di storia, restituendo momenti di vita quotidiana, eventi e volti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Accogliere questa esposizione a Jesolo significa offrire a cittadini e visitatori un’esperienza culturale di grande valore e continuare a rafforzare il ruolo del JMuseo come spazio aperto alla cultura contemporanea, capace di arricchire l’offerta della nostra città durante tutto l’anno”.
 
“Elliott Erwitt – commenta Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation””.
 
La mostra si colloca nell’ambito del bicentenario della prima fotografia della storia, conosciuta come “Vista dalla finestra a Le Gras”, rappresenta una pietra miliare nel campo della fotografia e della tecnologia dell’immagine. Realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, questa immagine segna l’inizio della possibilità di catturare e conservare permanentemente una scena reale su un supporto fisico.
 
“Elliott Erwitt – aggiunge uno dei due project manager della mostra Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; Le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose, ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti di pensiero, anche di rivendicazione sociale”.
 
Già presidente della Magnum Photos – l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson -, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa catturare con ineguagliabile maestria.
Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani di cui Erwitt apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle comuni regole che condizionano gli esseri umani.
Moltissimi sono gli scatti “dal punto di vista dei cani”, nei quali lascia comparire solo le scarpe o una parte delle gambe dei loro padroni; Erwitt voleva che queste fotografie risultassero buffe e per questo metteva in atto ingegnose strategie, come suonare una trombetta o emettere una specie di latrato, per ottenere dagli animali una reazione il più naturale possibile.
 
Nel percorso espositivo s’incontrano alcuni dei ritratti a famose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica, da Ernesto Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, da Sophia Loren ad Arnold Schwarzenegger. A questi, si aggiunge il celeberrimo scatto a Marilyn Monroe con la gonna del vestito bianco che si solleva, realizzata sul set del film Quando la moglie è in vacanza, diretto da Billy Wilder, e altre fotografie che documentano alcuni degli avvenimenti storici più famosi del Novecento, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy, o il diverbio tra Nixon e Krusciov, nel quale il presidente americano punta un dito accusatore verso il petto dell’omologo russo.
 
Non mancano alcune delle icone visive più amate dal pubblico per la loro forza romantica, come il California Kiss, il romantico bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore di un’automobile, o quelle più intime e private, come la fotografia alla sua figlia primogenita neonata sul letto, osservata dalla mamma e dal gatto, o ancora l’apoteosi di Parigi, città nella quale era nato; è nella capitale francese che Erwitt produce alcune delle sue immagini più famose, come Umbrella Jump, considerata un simbolo del romanticismo parigino, che mostra la silhouette di un uomo con un ombrello che salta sopra una pozzanghera al Trocadéro, davanti alle figure di due amanti che si abbracciano con la Tour Eiffel a fare da sfondo. O ancora la poetica scena del nonno e del nipotino in bicicletta, commissionata dall’ente turistico francese per promuovere la Francia.
Su tutte, Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.
Completa il percorso, una selezione di autoritratti, in cui lui stesso diventa il soggetto preferito della propria autoironia.
 
Accompagna la rassegna un catalogo edito da Orion57 / Elliott Erwitt Studio.

Dal 13 Giugno 2026 al 18 Ottobre 2026 – JMuseo – Jesolo (VE)

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Francesca Todde: IUZZA. Goliarda Sapienza

Uccelli impagliati all'interno di una campana di vetro, con un ramo e foglie decorative.

Goliarda Sapienza compirebbe 102 anni il dieci maggio: chissà che questo anniversario non venga coronato dall’assegnazione di almeno uno (o tutti!) degli otto David di Donatello a cui è candidato il film Fuori di Mario Martone, a lei dedicato.

Prima del clamore cinematografico che ne ha rinnovato la fama, Francesca Todde l’ha cercata per diversi anni: almeno sette sono quelli dedicati alla realizzazione di questo meraviglioso lavoro nato dalla parola scritta. Infatti, tutto ha avuto inizio con un libro che Francesca Todde lesse in francese: Moi, Jean Gabin. E’ stato l’inizio di un viaggio che l’ha vista attraversare più volte i libri, le poesie e le lettere di Sapienza – e poi attraversare i luoghi: Catania, Roma, la costiera amalfitana… e infine, cercare le persone a lei vicine, a cominciare dal marito, Angelo Pellegrino.

Tutti questi elementi hanno composto la mappatura di un itinerario, un viaggio sulle tracce di Goliarda Sapienza, “Iuzza”, come veniva chiamata da bambina nella Sicilia dove nacque.

Nel 2024 Iuzza è diventato un libro, finalista ai premi di Arles e PhotoEspaña, menzione speciale al Premio Bob Calle 2025. Le opere, dopo essere state esposte in una mostra personale presso il Centre Photographique Rouen Normandie a cura di Raphaëlle Stopin, a Lugano presso Artphilein e a Los Angeles presso The Reef arrivano a Milano da Micamera, dove saranno esposte in un allestimento a cura di Luca Reffo.

Francesca Todde e Luca Reffo saranno presenti all’inaugurazione giovedì 21 maggio, l’ingresso è libero, per acquistare una stampa è possibile inviare una richiesta via mail o chiedere in galleria. E nel frattempo consigliamo a tutti di leggere questa intervista fatta da Gaia Giani all’autrice nel 2025.

22 maggio – 27 giugno 2026 – MICamera – Milano

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How Kids Roll

© Melissa McClaren
© Melissa McClaren

In tutto il mondo, i bambini stanno affrontando livelli record di violenza, sfollamento e privazioni. Solo nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 41.000 gravi vio-lazioni ai danni dei più piccoli (fonte UNICEF). Nelle guerre, così come in ogni emergenza, sono fra i gruppi i più vulnerabili esposti a gravi rischi e perdite.
Attualmente, oltre 520 milioni di bambini e adolescenti vivono in aree di conflitto attivo, un dato record che rappresenta più di 1 minore su 5 a livello globale (fonte Save the Children). Proprio ai bambini che vivono quotidianamente sotto assedio è dedicata la mostra How Kids Roll a cura di Loris Lai e Joseph Lefevre, che
Palazzo Merulana ospita dal 14 maggio al 28 giugno 2026.

Promossa con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dell’UNICEF Italia e di Save the Children, e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, l’esposizione si foca-lizza in particolare sull’esperienza dei bambini di Gaza, restituendo la forza, la dignità e la resilienza di chi cresce in un contesto segnato da un conflitto che continua
a ridefinire la quotidianità, l’immaginario e il futuro delle nuove generazioni.

Qui lo sguardo sull’infanzia diventa chiave per comprendere le contraddizioni del presente. Palazzo Merulana accoglie il progetto come spazio di mediazione culturale, educazione allo sguardo e riflessione sui diritti dei bambini.
Cuore del percorso è il lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante le riprese del film How Kids Roll (2022–2023). Le sue immagini costruiscono un racconto intimo e privo di retorica: frammenti di vita, gesti quotidiani, attese e giochi sospesi tra normalità e trauma.
Accanto alle fotografie, le poesie scritte dai bambini di Gaza — raccolte dall’inizio del conflitto a oggi — entrano nello spazio espositivo come voci dirette, non filtrate. Parole che amplificano la forza del racconto visivo, trasformandolo in una testimo-nianza emotiva e linguistica. A queste si affiancano gli scatti di
Mahmoud Abu Hamda, che documentano la realtà di Gaza dall’inizio del conflitto fino a oggi. Immagini e testi dialogano come elementi installativi e sonori, restituen-do la complessità dell’infanzia attraverso paura, rabbia, speranza e immaginazione.

L’UNICEF Italia, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’Organizzazio-ne, patrocina la mostra “How Kids Roll” per il valore educativo e sociale, in linea con la sua missione di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Attraverso uno sguardo autentico sull’infanzia in contesti di guerra, l’iniziativa promuove valori di pace, dialogo e convivenza, restituendo speranza in un periodo storico di forte drammaticità”.
«Ogni guerra è una guerra contro i bambini»: è il principio su cui Save the Chil-dren è stata fondata oltre 100 anni fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e che purtroppo conserva ancora oggi una drammatica attualità. Il patrocinio concesso dall’Organizzazione nasce dalla volontà di sostenere il valore di questa mostra come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace e di umani-tà, affinché—come recita la missione fondativa di Save the Children—l’umanità dia ai bambini il meglio di ciò che può offrire.

Il progetto si completa con il film How Kids Roll, attualmente in distribuzione inter-nazionale. La pellicola racconta l’incontro tra due ragazzi — Mahmud, palestinese, e Alon, israeliano — uniti dalla passione per il surf durante la seconda intifada del 2003. Una storia di amicizia che attraversa il conflitto e apre uno spazio possibile di pace e fraternità. Disponibile da marzo su Canal+ e in distribuzione nel resto del mondo, il film conferma la forza universale del progetto. Liberamente ispirato al li-bro Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti edito da Ragazzi Mondadori, porta al centro lo sguardo dei bambini come alternativa concreta all’odio.
How Kids Roll non è solo una mostra: è un atto di testimonianza. E una chiamata a guardare — davvero — attraverso gli occhi dei bambini.

Un ambiente immersivo in cui immagini, parole e suoni, attraverso fotografie, testi poetici e contributi sonori (a cura di Maurizio Cascella), si intrecciano e costringono lo sguardo a fermarsi. Qui il visitatore non assiste soltanto alla violenza del conflitto: entra in contatto con ciò che resiste — la capacità dei bambini di reinventare il quoti-diano, di immaginare, di sperare.
How Kids Roll non si limita a documentare una condizione, ma assume le pratiche artistiche e documentarie come strumenti di responsabilità culturale, capaci di creare connessioni tra memoria, presente e urgenze globali, ponendo l’infanzia al centro di una riflessione necessaria sul nostro tempo.
Lo spazio espositivo è costruito per rallentare. Per obbligare a guardare davvero. Lightbox e fotografie in formati diversi — dalle grandi immagini immersive alle piccole stampe — si alternano in un ritmo visivo che passa dall’impatto immediato all’intimità. Le composizioni a mosaico invitano ad avvicinarsi, a sostare, a entrare nei dettagli. È un continuo slittamento tra visione d’insieme e incontro personale.
Accanto alle immagini, le poesie dei bambini di Gaza — scritte dall’inizio del con-flitto a oggi — attraversano lo spazio come presenze vive. Non didascalie, ma voci. Dirette, fragili, potentissime. Offrono una seconda soglia di accesso al racconto: quella della parola che non media, ma espone.

Il percorso si arricchisce delle opere pittoriche di Simone Legno, ispirate al film, e di un video che documenta la sua live performance. A queste si affiancano schermi su cui scorrono in loop le sequenze oniriche tratte da How Kids Roll: immagini che aprono uno spazio interiore, restituendo la dimensione invisibile dell’infanzia in
guerra. L’audiovisivo non sovrasta, ma espande — amplifica il racconto fotografico e
ne approfondisce la risonanza emotiva.
L’allestimento, nel suo insieme, costruisce una condizione precisa: prossimità. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna distanza di sicurezza.
Solo un invito netto all’ascolto. Le immagini, le parole e i suoni chiedono tempo, attenzione, responsabilità.
Musica e progetto sonoro a cura di Maurizio Cascella

Dal 14 Maggio 2026 al 28 Giugno 2026 – Palazzo Merulana – Roma

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GAK YAMADA, The Cosmic Prayer

Manifesto per l'esposizione 'The Cosmic Prayer' di Gak Yamada, che mostra elementi astratti con colori vivaci e decorazioni scintillanti, date dell'evento dal 10 maggio al 14 giugno 2026 presso Mercati Culturali di Pordenone.

Die Gelbe Wand nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “The Cosmic Prayer” e curata da Marco Minuz.

“Inaugurare Die Gelbe Wand con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali.” spiega Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand.

La selezione delle opere curata per l’occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria. L’artista ci conduce per mano attraverso un’evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra. Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie HIGAN, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è ”Addio alla fotografia” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d’insieme.

Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in Threshold, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.

Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.

In Threshold, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.

È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo. La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva. Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.

L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie Kankō, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi. Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.

In Kankō, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.

La città di Pordenone si arricchisce di una finestra affacciata sull’asse culturale che lega l’Europa di lingua tedesca al Giappone, offrendo al pubblico l’opportunità unica di confrontarsi con un artista come Gak Yamada, capace di bruciare l’immagine per farne risplendere l’essenza più profonda e spirituale.

10 maggio – 14 giugno 2026 – Spazio Espositivo Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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ROLAND DUFAU Scultore di luce

Manifesto della mostra fotografica 'Roland Dufau: scultore di luce' con un'immagine di un gruppo di bambini e un uomo con il viso dipinto da clown. La mostra si tiene al Palazzetto Bru Zane a Venezia dal 23 maggio al 12 settembre 2026.

Nell’ambito del suo impegno a sostegno della fotografia, la Fondation Bru presenta dal 23 maggio 2026 la mostra “Roland Dufau, scultore di luce”. Nel corso di una carriera durata 37 anni, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero noto come Cibachrome, sviluppato dall’azienda Ilford.

Dufau ha costituito una collezione unica composta da oltre mille immagini, notevole non solo per la fama dei fotografi, ma soprattutto per l’eccezionale qualità delle stampe in Cibachrome, la cui durata – se conservate al riparo dalla luce diretta e dall’umidità – è stimata fino a trecento anni.Questa la frase del fotografo americano Robert J. Steinberg che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso professionale: “Per me, l’oggetto artistico più sensuale è una stampa fotografica realizzata alla perfezione”.

Durante la Biennale d’arte di Venezia 2026, la Fondation Bru rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del patrimonio culturale presentando al Palazzetto Bru Zane una selezione di stampe fotografiche curata dal fotografo Reza provenienti dalla collezione di Dufau. La mostra invita il pubblico a scoprire il talento di un artigiano esigente al servizio della fotografia.

La Fondation Bru ha incontrato Roland Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento della Ilford nel 2013, Dufau aveva messo da parte una scorta di carta Cibachrome; grazie al sostegno della Fondation Bru, ha potuto utilizzarla per realizzare sessanta stampe a colori a partire dalle diapositive di Gilles Caron. Una selezione di queste opere è stata esposta a Venezia in occasione della Biennale d’arte del 2015 e, nel febbraio 2016, alla Galerie de la Muse di Plainpalais, a Ginevra.

Il fotografo di fama internazionale Reza ha fatto realizzare a sua volta le proprie stampe in Cibachrome da Roland Dufau, l’ultima delle quali è l’iconico ritratto del comandante Massoud. A testimonianza della grande complicità tra i due, il fotografo ha dedicato a Dufau un episodio della serie Square Artiste; è stato proprio questo profondo legame a spingere la Fondation Bru ad affidargli la curatela della mostra, con il difficile compito di selezionare, tra oltre mille stampe, le opere da esporre a Venezia.

23 maggio – 12 settembre 2026 – Palazzetto Bru Zane, Venezia