Mostre di fotografia consigliate per maggio

Sono tante e super interessanti le mostre che vi segnaliamo per maggio, non perdetevele!

Anna

Hot Pot – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea.

Sara Munari

Dal 9 all’11 maggio 2025 – Spazio Raw – Milano

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Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta

Mario Giacomelli, <em>Io non ho mani che mi accarezzino il volto</em>, 1961-1963 
© Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963

 Dal 22 maggio al 7 settembre 2025, nel primo Centenario dalla nascita di Mario Giacomelli, Palazzo Reale ospita una grande mostra retrospettiva, con oltre 300 opere fotografiche originali tra vintage e stampe d’epoca, documenti e materiali d’archivio.

In un suggestivo percorso narrativo, costruito su grandi capitoli cronologici, che si snodano attraverso le serie fotografiche ispirate alle letture dei grandi poeti, la mostra celebra il tema cardine di una fotografia come racconto, strutturato con il linguaggio dell’inconscio.

Il progetto espositivo si completa con la mostra dedicata alle metamorfosi della materia e alla sua concezione performativa della fotografia, che si terrà al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Con questa inedita collaborazione si intende documentare e rileggere criticamente l’intero percorso umano e artistico di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. 

Dal 22 Maggio 2025 al 07 Settembre 2025 – Palazzo Reale – Milano

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Robert Mapplethorpe. Le forme del classico

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975
© Robert Mapplethorpe Foundation | Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico è una mostra retrospettiva che racconta la storia del grande artista statunitense, audace protagonista nel panorama della fotografia internazionale. In particolare, le oltre 200 immagini esposte porteranno i visitatori a scoprire la dimensione classica dell’evoluzione intrapresa da Mapplethorpe e il suo dialogo con la scultura antica, ponendo l’attenzione sulla sua ricerca della perfetta sinuosità. 

Dalle fotografie di corpi maschili e femminili a quelle di fiori, dai primissimi collage ai ritratti e agli autoritratti, la poetica dell’artista emerge dirompente anche grazie ad Antartica, l’idropittura scelta per l’allestimento del progetto firmata da San Marco, brand di punta dell’omonimo Gruppo. Leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale e per l’interior design, San Marco Group è infatti sponsor di Fondazione Cini e partner de Le Stanze della Fotografia: ancora una volta l’azienda conferma il suo impegno verso il territorio, nonché il forte e continuo legame che unisce il mondo dei colori a quello dell’arte. 

Le nuance in cui è declinata la soluzione messa a disposizione per la mostra hanno lo scopo di accompagnare il percorso espositivo, riflettendo la fluidità della ricerca artistica intrapresa dal fotografo attraverso sfumature cromatiche che segnano le diverse sezioni: è il rosa salmone il primo colore ad accogliere gli ospiti, seguito da diverse declinazioni di lavanda che trasformano gli ambienti, immergendoli nel blu. A questo punto irrompe un rosso intenso, che ha il ruolo di enfatizzare il fulcro del viaggio nell’arte di Mapplethorpe: la sezione dedicata alla connessione tra fotografie di statuaria classica e ritratti contemporanei che ne reinterpretano pose e gesti. 

Oltre che per l’impatto estetico ideale per vestire al meglio un contesto di così alto valore, Antartica si distingue per una serie di caratteristiche tecniche che ne fanno una scelta ottimale: a partire dall’elevato potere coprente, che permette di mascherare le imperfezioni e di ottenere così finiture dall’aspetto opaco e uniforme. Inodore e facile da applicare, è priva di formaldeide e plastificanti, e assicura basse emissioni di VOC per un maggior benessere abitativo.

Non solo: la soluzione di San Marco vestirà di un elegante grigio le pareti delle sale che ospiteranno la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, valorizzando alcuni tra i più iconici mosaici fotografici dell’artista, esposti a Venezia dal 10 aprile al 10 agosto 2025. 

Dal 10 Aprile 2025 al 06 Gennaio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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World Press Photo Exhibition 2025

World Press Photo Exhibition 2025

Anche quest’anno Palazzo Esposizioni Roma ospiterà la mostra World Press Photo 2025.

Il 17 aprile saranno annunciate le foto vincitrici e la foto dell’anno della 68ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale.

Nel 2025 sono state ricevute 59.320 candidature da 3.778 fotografi di 141 Paesi. Le foto vincitrici sono state scelte da sei giurie regionali e i vincitori selezionati da una giuria globale indipendente, composta dai Presidenti delle giurie regionali e dal Presidente della giuria globale, Lucy Conticello (direttore della fotografia di M, il magazine di Le Monde) che ha dichiarato: “Per quanto il premio del World Press Photo Contest sia un immenso riconoscimento per i fotografi, che spesso lavorano in circostanze difficili, è anche un riassunto dei principali eventi mondiali, seppure incompleto. Come giuria abbiamo cercato immagini su cui le persone potessero soffermarsi a riflettere”.

Dal 06 Maggio 2025 al 08 Giugno 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63
© Archivio Mario Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63

“La fotografia è un’alchimia: i materiali e i procedimenti sono simbolici e l’artista mette in gioco sé stesso, il proprio percorso esistenziale”

In occasione del centenario della nascita di Mario Giacomelli, l’Archivio Giacomelli ha promosso una serie di iniziative volte a celebrare l’eredità artistica e culturale di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana. Il cuore delle celebrazioni sarà un importante progetto espositivo che si svolgerà simultaneamente a Roma, presso Palazzo Esposizioni, e a Milano, a Palazzo Reale, offrendo due percorsi complementari che approfondiranno le molteplici sfaccettature del lavoro di Giacomelli.
Curato da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, il progetto espositivo proporrà una vasta selezione dell’intera opera fotografica del maestro, sottolineandone la straordinaria capacità di attraversare e contaminare diverse discipline artistiche. Entrambe le mostre saranno composte da circa 300 stampe originali, molte delle quali inedite e mai esposte. A Roma, il focus sarà sulle relazioni tra l’opera di Giacomelli e le arti visive contemporanee. Milano, invece, dedicherà la mostra al profondo legame di Giacomelli con la poesia, evidenziando come la sua ricerca si intrecci con l’universo lirico, trasformando l’immagine in una forma di narrazione poetica.

La mostra a Palazzo Esposizioni Roma Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, si sviluppa come un percorso attraverso diverse stanze tematiche, proponendo una serie di dialoghi tra l’opera di cinque grandi maestri dell’arte e della fotografia contemporanea, Afro Basaldella e Alberto Burri, Jannis Kounellis, Enzo Cucchi, Roger Ballen, e alcune serie fotografiche di Mario Giacomelli.

Al cuore del percorso espositivo si trova una sala interamente dedicata alla celebre serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963), che, nei primi anni Sessanta, ha consacrato Mario Giacomelli sulla scena internazionale. Concepita come una vera e propria installazione, la sala restituisce l’energia e il movimento circolare che animano la serie, esaltandone la dimensione performativa. Le immagini dei giovani seminaristi, sospese tra gioco e spiritualità, si fanno pura poesia visiva, capaci ancora oggi di emozionare e coinvolgere lo spettatore con la loro intensità senza tempo.


Dal 20 Maggio 2025 al 03 Agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Dorothea Lange

Dorothea Lange, <em>Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo</em>, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue – Nipomo, California. 1936 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dal 13 maggio al 19 ottobre 2025, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino presenta la mostra Dorothea Lange, a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che attraverso un centinaio di scatti celebrano la fotografa americana a 135 anni dalla nascita.
 
Un percorso che ha inizio tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone cruciale di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, e che la spingono ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l’attualità.
 
Tra questi c’è il viaggio che nel 1935 intraprende con l’economista Paul S. Taylor, che sposa alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, il fenomeno delle Dust Bowl, le ripetute tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939) e nella sua versione cinematografica di John Ford (1940), ispiratosi proprio alle fotografie scattate da Lange.
 
L’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, consente a Lange di viaggiare per gli Stati Uniti e raccontare i luoghi e i volti della povertà. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale genera forme di sfruttamento particolarmente degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. È il contesto in cui nasce Migrant Mother, il ritratto di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse, immagine che diventerà poi iconica.
Un altro importante nucleo di scatti di cui si compone la mostra risale agli anni della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti inizia nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, ed è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra.
 
Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso: i suoi scatti documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella società, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attività.
Attraverso le sue eccelse qualità di reporter e ritrattista, Lange riesce ad affrontare contesti complessi e drammatici, raccontando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, evidenziando al tempo stesso come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze, fornendo ancora oggi spunti di riflessione su temi come la povertà, la crisi climatica, le migrazioni e le discriminazioni.

Dal 13 Maggio 2025 al 19 Ottobre 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Saul Leiter, <em>Ana</em>, Anni '50<br />
© Saul Leiter Foundation | Saul Leiter, Ana, Anni ’50

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –

Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography e con la curatela di Anne Morin, presenta dall’1 maggio al 27 luglio 2025 al Belvedere della Reggia di Monza la prima grande mostra italiana dedicata a Saul Leiter. L’esposizione, dal titolo “Saul Leiter.Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, si compone di 126 fotografie in bianco e nero40 fotografie a colori42 dipintie rari materiali d’archivio, come riviste d’epoca originali e un documento filmico.

La mostra, che include sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e fotografie di moda realizzate durante le sue collaborazioni con Harper’s Bazaar, rivela con evidenza cosa distingue nettamente Saul Leiter dai suoi contemporanei e perché la sua opera continui a influenzare la fotografia di oggi.

NEW YORK IN UN GESTO, UN DETTAGLIO, QUASI NULLA

Mentre i suoi contemporanei cercavano di catturare la grandezza e la modernità di New York, Leiter ha intrapreso una strada radicalmente diversa. Ha trasformato i momenti quotidiani in composizioni liriche e intimiste, trovando poesia nel vapore che sale dai tombini, negli ombrelli sotto la pioggia e nei riflessi delle vetrine, un realismo fiabesco composto da persone, oggetti, strade, pioggia, neve, elementi più sbirciati che osservati. La sua visione distintiva ha rifiutato lo stile documentaristico popolare della sua epoca, creando invece quello che potremmo chiamare “haiku fotografici” – scorci intimi della vita che fondono realtà e astrazione.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità – spiega la curatrice Anne Morin. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che giace negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

PERCHÉ QUESTA MOSTRA È STRAORDINARIA:

A differenza dei suoi colleghi che enfatizzavano la nitidezza, Leiter ha abbracciato l’ostruzione – fotografando attraverso finestre appannate, tessuti e condizioni meteorologiche che altri fotografi evitavano. Questi elementi sono diventati parte integrante del suo stile compositivo, creando immagini multistrato che sembrano più dipinti che fotografie.

Il suo uso pionieristico del colore, iniziato attorno al 1948, ha anticipato di decenni l’accettazione della fotografia a colori nell’arte. Mentre altri consideravano il colore volgare o commerciale, Leiter lo ha impiegato come elemento espressivo, saturando le sue immagini con tonalità audaci che trasformano le ordinarie scene di strada in composizioni astratte.

Questo lo distingueva dagli artisti della contemporanea Scuola di New York attirando le attenzioni del mondo della moda, con il quale iniziò a collaborare scattando per Esquire, Harper’s Bazaar e, nei successivi venti anni, per Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

UN TIMIDO PITTORE CON LA LEICA

La mostra evidenzia in modo unico la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, dimostrando come la sua sensibilità pittorica abbia influenzato il suo lavoro fotografico. La sua formazione nella pittura lo ha portato ad approcciarsi alla fotografia a colori con una sofisticazione senza precedenti, trattando ogni fotogramma come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica – diceva Leiter. Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto. Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografatoSono frammenti di possibilità infinite”. Questo approccio senza pretese gli ha permesso di catturare momenti di grazia nella vita quotidiana che altri fotografi, appesantiti dalla teoria artistica, spesso non vedevano. Il suo lavoro suggerisce che la bellezza non esiste nei grandi momenti, ma negli intervalli silenziosi della vita di tutti i giorni.

Antidivo e refrattario alla fama, Leiter – che pubblica con costanza volumi fotografici e prende parte a importanti monografiche negli Stati Uniti e in Europa – nel corso della sua carriera darà alla stampa solo una parte dei suoi lavori, lasciandone la maggior parte in negativo, come a celare l’aspetto più intimo e puramente artistico della sua produzione. Tanto che nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse un corpo di opere dell’artista poco conosciuto: nudi in bianco e nero, scattati principalmente tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘60, frutto delle collaborazioni tra Leiter e le donne della sua vita.

C’è un ordine nascosto nel lavoro di Saul Leiter che è difficile da spiegare, e questo è probabilmente ciò che lo rende un vero poeta.

SAUL LEITER SECONDO ANNE MORIN
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni, dichiarazioni di realtà, realizzate con una maestria e una metrica che ricorda gli haiku: Il gesto di Leiter è quello di un calligrafo quando fotografa veloce, preciso, senza scuse”.

Figlio di un famoso rabbino, Saul Leiter rifiutò il percorso teologico che il padre avrebbe voluto per lui, trasferendosi a New York nel 1946 per dedicarsi alla pittura. Introdotto nel mondo dell’arte a New York da colleghi come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, Leiter continua gli esperimenti fotografici iniziati da adolescente, in bianco e nero e a colori, spesso utilizzando pellicole Kodachrome 35 mm e ritraendo la sua ristretta cerchia di amici e scene di strada intorno alla sua casa.
 
Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda per riviste come Harper’s Bazaar, Leiter è rimasto nell’ombra per due decenni. La pubblicazione nel 2006 della monografia “Early Color” ha segnato una riscoperta internazionale del suo lavoro, confermando il suo ruolo pionieristico nella storia della fotografia a colori.
 
Le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni dei più prestigiosi musei internazionali, dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum, testimoniando l’importanza duratura del suo contributo artistico.
 
Saul Leiter muore il 26 novembre 2013 nella sua casa nell’East Village di New York, lasciando un immenso archivio del suo lavoro artistico. Nel necrologio del New York Times, Margalit Fox scrisse: “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato—molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo—la maggior parte rimane non stampata.
 
La Saul Leiter Foundation, fondata nel 2014, conserva il vasto archivio di fotografie, dipinti e oggetti personalii di Leiter, coltivando la sua eredità attraverso libri, mostre e attività educative. Dopo aver celebrato il centesimo anniversario della nascita di Leiter nel 2023 con le monografie The Unseen Saul Leiter e Saul Leiter: The Centennial Retrospective, la fondazione continua a scoprire e condividere la moltitudine di opere che Leiter ha lasciato.

Dal 01 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Belvedere della Reggia di Monza

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FOTOGRAFIA EUROPEA 2025 – AVERE VENT’ANNI

Thaddè Comar, It's Raining, How Was Your Dream
© Thaddè Comar | Thaddè Comar, It’s Raining, How Was Your Dream

Dal 24 aprile all’8 giugno 2025, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani esordienti con la XX edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“AVERE VENT’ANNI” è il tema scelto dalla direzione artistica del Festival composta da Tim Clark (editor 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Luce Lebart (ricercatrice e curatrice, Archive of Modern Conflict).

Quante volte capita, da adulti, di dire “avessi di nuovo vent’anni…”. Una frase, un modo di dire per ritrarsi idealmente dalle responsabilità e dai pesi dell’età matura, per tornare a bagnarsi nelle acque della giovinezza e della leggerezza, in un tempo in cui tutto è ancora una magnifica possibilità e il futuro è ancora interamente da scrivere.

Ma cosa vuol dire per un giovane, oggi, avere vent’anni? È un’età di contraddizioni: si è adulti, ma spesso si vive ancora a casa dei genitori; si è connessi a tutto il mondo, ma la solitudine può essere schiacciante. Si affrontano aspettative immense, sia personali che sociali: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni significative, dare un senso alla propria esistenza, immaginare un mondo migliore, per sé stessi e per gli altri.

Fotografia Europea quest’anno ha voluto percorrere questo sentiero e fare un pezzo di strada con i ragazzi della Generazione Z, cresciuta in un’epoca dove il progresso tecnologico ha aperto infinite possibilità, ma anche inedite crisi cui far fronte, individualmente e collettivamente. Una generazione che sta riscoprendo l’importanza e la necessità di lottare per i propri diritti e per un futuro più equo.

I progetti scelti parlano di questo e di molto altro ancora, portando all’attenzione storie inedite e particolari ma tutte innervate di quell’energia vitale immensa che ti porta a credere, almeno una volta nella vita, di poter cambiare il mondo.

LE MOSTRE

I CHIOSTRI DI SAN PIETRO tornano ad essere i protagonisti della città grazie alle dieci mostre che esplorano il tema di questa edizione.
Le sette sale del piano terra accoglieranno Daido Moriyama: A retrospective, un progetto a cura di Thyago Nogueira dell’Instituto Moreira Salles, che racconta il fotografo giapponese che nel corso dei suoi sessant’anni di carriera, trascorsi a documentare e ad esplorare la società giapponese del dopoguerra, ha modificato in modo decisivo la percezione della fotografia.
Con un approccio artistico all’avanguardia e visivamente potente, Daido Moriyama ha saputo raccontare il divario creatosi a seguito dell’occupazione militare del Giappone da parte degli Stati Uniti, tra l’antica tradizione giapponese e l’occidentalizzazione accelerata. Leggenda vivente della fotografia e pioniere della street photography, Moriyama, arriva a Fotografia Europea, unica tappa in Italia, con una retrospettiva, in cui oltre agli iconici scatti si potranno ammirare rari libri fotografici, riviste e installazioni di grandi dimensioni, per permettere ai visitatori di entrare completamente nel suo mondo creativo.
Al primo piano, il fotografo britannico Andy Sewell presenta per la prima volta il suo progetto Slowly and Then All at Once in cui esplora varie forme di potere e di protesta, attraverso una sequenza di immagini articolate su più pannelli. Questo ritmo, insieme alla fisicità conferita ai corpi dalle riprese ravvicinate, consente ai visitatori di immergersi nel cuore della protesta, di esserne travolti e sentirne l’intensità, stabilendo connessioni con i protagonisti della scena. In un periodo caratterizzato dal collasso ecologico, da disuguaglianze crescenti e da risposte politiche inadeguate, il progetto invita alla partecipazione contro il cinismo e la rassegnazione. Cosa si può fare per aiutare le generazioni future? Qual è l’impatto attuale del cambiamento climatico sui giovani?
Il progetto espositivo Mal de Mer di Claudio Majorana ci porta a compiere un viaggio nel delicato e complesso universo dell’adolescenza, momento in cui ci si confronta per la prima volta con certe questioni personali che spesso finiscono per plasmare le vite adulte. Mal de Mer esplora questo tema, riflettendo su gli anni di passaggio in cui si riconosce il dolore come parte di noi. I ragazzi di
Claudio Majorana sono pieni di domande, paure e dubbi, ma i loro pensieri, rapidi e frenetici, si muovono spontanei sullo sfondo di paesaggi evocativi: campi estivi, foreste, cimiteri silenziosi e altri spazi della periferia di Vilnius, in Lituania.
La mostra You don’t die, di Ghazal Golshiri e Marie Sumalla – rispettivamente giornalista iraniana e photo editor francese del quotidiano Le Monde – racconta la storica rivolta del popolo iraniano scoppiata dopo la tragica morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022, quando la giovane aveva solo 22 anni. A provocare la sua morte sono state le violenze subite dopo l’arresto da parte della polizia morale, che ha ritenuto il suo modo di vestire non rispettoso dei rigidi codici imposti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Un’ennesima ingiustizia che ha infiammato il popolo iraniano, portandolo a scendere in piazza e a sfidare le repressioni più brutali.
L’artista e fotografa britannica Vinca Petersen raccoglie nel progetto Raves and Riots Constellation scatti provenienti dai suoi viaggi in tutta Europa. Gran Bretagna, Francia, Italia e altri paesi sono i luoghi dove si racconta fotograficamente uno stato d’animo preciso, quel breve momento di totale libertà che si percepisce partecipando a un rave, a un raduno, a una manifestazione. L’illegalità di questi eventi, unita alla tensione che li caratterizza, regala quello che l’autrice chiama la “gioia sovversiva” rivelata da queste immagini.
In We Are Carver, la fotografa Jessica Ingram invita, con un linguaggio documentario di immediata evidenza, a entrare in una delle più grandi strutture militari del mondo, la George Washington Carver High School di Columbus, in Georgia, per seguire gli studenti cadetti nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta e catturare speranze e paure di una generazione in procinto di plasmare il proprio futuro.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Thaddé Comar espone How Was Your Dream? che esplora le nuove forme di manifestazione e insurrezione nell’era post-contemporanea dominata da metodi di controllo sociale sempre più moderni e onnipresenti. Di fronte a un sofisticato sistema di sorveglianza, i manifestanti di Hong Kong hanno sviluppato una serie di ingegnose tecniche per proteggere la propria identità con maschere, occhiali e altri accessori, che potrebbero progressivamente portare alla perdita della singolarità a favore di un’individualità collettiva. 
Control Refresh è il frutto del lavoro di Toma Gerzha, una giovane fotografa di origini russe cresciuta ad Amsterdam. La sua ricerca si concentra sulla vita e sull’ambiente della Generazione Z in Russia e nell’Europa orientale, influenzata tanto dalle tradizioni quanto dai social media e dalla politica. Il progetto è stato interrotto a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, per poi riprendere includendo i profondi cambiamenti che la guerra ha portato nella vita dei protagonisti.
La fotografa Kido Mafon cattura la frenetica vita notturna e la cultura giovanile di Tokyo in IFUCKTOKYO – DUAL MAIN CHARACTER. Utilizzando una Contax G1 e scattando su pellicola, Mafon esplora la città dopo il tramonto per documentare le notti vibranti di questa eclettica metropoli e la sua scena underground in continua evoluzione.
Il progetto Frammenti della fotografa dominicana-francese Karla Hiraldo Voleau si ispira al documentario di Pier Paolo Pasolini Comizi d’Amore (1964) e ha l’obiettivo di esplorare e documentare le relazioni della Generazione Z in Italia oggi. Attraverso interviste e ritratti fotografici, il progetto affronta temi come le relazioni affettive, la comunicazione, l’impatto dei social media e il femminismo, ponendo particolare attenzione sulle dinamiche attuali e future delle relazioni sentimentali.

Nella sede di PALAZZO DA MOSTO trovano posto una serie di progetti che caratterizzano il festival e questa edizione in particolare, quindi: la committenza di Fotografia Europea, la mostra dedicata ai libri fotografici, i due progetti vincitori della Open Call, la collettiva dello Speciale Dicottoventicinque e quella di WeWorld e infine una mostra realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Beirut.
La produzione di Fotografia Europea 2025 sarà realizzata da Federica Sasso e si concentra, con il progetto intitolato Intangibile, sulla vita dei giovani caregiver nel territorio di Reggio Emilia. Si tratta di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni che dedicano una parte importante del loro tempo alla cura di familiari, spesso sacrificando parte della loro giovinezza. Secondo studi di settore, molti giovani caregiver non si rendono conto di essere a tutti gli effetti dei prestatori di cure; vivono la loro situazione come un impegno inevitabile e imprescindibile, occupandosi delle ne-cessità quotidiane per garantire il benessere dei loro cari. Attraverso un delicato percorso di avvicinamento, Sasso è entrata in contatto con questi ragazzi e ragazze alla ricerca di pattern e differenze, per tracciare un ritratto complesso che unisce le specificità di un’età segnata da grandi cambiamenti e energie, con la consapevolezza di un ruolo di cura che spesso non viene né riconosciuto né valorizzato, ma che implica sacrifici, resilienza e responsabilità. Il progetto è in collaborazione con Area Cura della Comunità e della città sostenibile del Comune di Reggio Emilia “Progetto Giovani e Cura” e FCR – Farmacie Comunali Riunite. 
Anche quest’anno Palazzo da Mosto ospita un’importante esposizione di libri fotografici provenienti da tutto il mondo. Fluorescent Adolescent, a cura di Francesco Colombelli, esplora l’adolescenza in quanto periodo complesso e decisivo della vita, nelle sue sfumature e contraddizioni. Sebbene i libri raccontino storie radicate in culture e contesti differenti, le emozioni e le esperienze legate al percorso di crescita sono al tempo stesso universali e vissute in modi unici e irripetibili.
I progetti selezionati dalla giuria della Open Call, tra gli oltre 200 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, sono quelli di Michele Borzoni e Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject e Matylda Niżegorodcew.
Michele Borzoni e Rocco Rorandelli presentano Silent Spring, un progetto che indaga l’attivismo ambientale in Italia, Germania, Portogallo, Belgio, Francia, Svizzera e Austria, mettendo in luce il crescente conflitto tra gli attivisti e i governi occidentali. Mentre questi ultimi trattano l’ambiente come una mera merce da sfruttare, le giovani generazioni, in particolare quelle appena entrate nell’età adulta, si ribellano, trovando nella lotta per la difesa del pianeta un nuovo e urgente terreno di espressione, un modo per incanalare le proprie frustrazioni nei confronti di un sistema che le ha deluse. Per questi giovani attivisti, la difesa dell’ambiente è diventata un potente mezzo per reclamare il proprio futuro e far sentire la propria voce.
Le fotografie di Matylda Niżegorodcew esplorano i temi dell’identità, della vulnerabilità umana e delle relazioni, alla ricerca di risposte a domande esistenziali. Gli scatti di Octopus’s Diary sono la testimonianza di un legame strettissimo che l’artista crea con i soggetti, abbracciandoli con i suoi tentacoli e rendendoli parte intrinseca del suo processo creativo. Attraverso la sua sensibilità, fa sparire la propria identità e si appropria per 48 ore della vita altrui, nell’assurda, paradossale esperienza di sentirsi qualcun altro e riuscire infine a vivere appieno la propria vita.
Lo Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo di Fotografia Europea, torna con la quattordicesima edizione per accompagnare i giovani amanti della fotografia in un percorso che permette di imparare, condividere e confrontarsi con il mondo dell’arte fotografica, creando un vero progetto espositivo collettivo. Il duo artistico composto da Camilla Marrese e Gabriele Chiapparini guiderà il gruppo in una serie di incontri in presenza per indagare il tema di “Avere vent’anni” attraverso il rapporto tra fotografia e testo e creare un progetto capace di raccontare una storia mantenendo nel contempo l’ambiguità e la mutevolezza tipiche della fotografia.
Il progetto fotografico Women See Many Things, raccoglie gli sguardi di oltre 30 giovani donne del Kenya, Tanzania e Mozambico, in cui ambizioni e inquietudini comuni caratterizzano gli abitanti di questa zona di confine (la Swahili Coast) tra i venti e i trent’anni. Qui WeWorld – organizzazione no profit italiana indipendente attiva in 26 Paesi – ha realizzato tre workshop di fotografia partecipativa nei mesi di febbraio e marzo 2024, diretti da Myriam Meloni e condotti da Halima Gongo (Kenya), Gertrude Malizeni (Tanzania) e Nelsa Guambe (Mozambico). Da queste attività di fotografia partecipativa nascono gli scatti di Women See Many Things, progetto condotto nell’ambito di Kujenga Amani Pamoja (Costruire la pace insieme) e cofinanziato dall’Unione Europea. Le immagini realizzate durante i workshop verranno allestite in esterna presso la sede dell’Università di Modena e Reggio Emilia in viale Allegri, mentre a Palazzo Da Mosto troverà spazio il racconto del progetto e del processo creativo che ha portato agli scatti.
La mostra Electric Whispers di Rä di Martino, a cura di Maria Rosa Sossai, esamina l’importanza del ruolo dei luoghi di aggregazione e d’incontro per i giovani che vivono in Libano, in un periodo drammatico, caratterizzato dall’acuirsi di conflitti che sembrano occupano nuovamente la vita quotidiana di questa terra e della sua popolazione. A partire dal 2023, l’artista si è avvicinata al mondo giovanile per studiare quali fossero i luoghi di incontro sia virtuali che fisici. Electric Whispers è una mostra progettata per l’Istituto Italiano di cultura di Beirut.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

A PALAZZO DEI MUSEI, trova spazio la mostra Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia (titolo provviso-rio) a cura di Ilaria Campioli, che parte dalle lezioni di fotografia che Luigi Ghirri tiene all’Università del Progetto di Reggio Emilia fra il 1989 e il 1990. Poco incentrate sulla parte di in-segnamento “tecnico” del medium, le lezioni sono per Ghirri l’occasione per ripercorrere la propria produzione ed affrontare tematiche a lui care, oltre ad approfondire la storia stessa della fotografia, presentata e inserita dall’autore nel contesto più ampio della storia delle im-magini. Nel 2010 le lezioni sono riunite da Paolo Barbaro e Giulio Bizzarri in un volume, edito da Quodlibet, che diventa da lì a poco un nuovo ed importante punto d’accesso per l’opera di Ghirri, oltre che un riferimento per le nuove generazioni di artisti. La mostra è occasione per re-stituire le lezioni in una nuova chiave, grazie al coinvolgimento degli artisti Luca Capuano e Ste-fano Graziani e alla collaborazione di un gruppo di studenti di ISIA Urbino. Un modo per riflet-tere sulle intenzioni e sulla poetica degli esercizi contenuti nelle lezioni di fotografia e, più in generale, sulla loro pratica e sul loro valore. Contestualmente, l’esposizione è anche occasione per riflettere sugli utilizzi del medium. Dalla sua invenzione, infatti, la fotografia è stata utilizza-ta come dispositivo privilegiato per l’insegnamento di numerose discipline, in particolare quelle artistiche. Ed è proprio nel campo dell’insegnamento, dove l’aspetto relativo alla riproduzione e alla trascrizione è centrale, che emerge quella che Monica Maffioli definisce la “doppia vita” della fotografia, in grado di mettere in evidenza quelle che sono le sue caratteristiche “autoria-li, materiche, ambigue e perturbanti”.
Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Eredi Luigi Ghirri e ISIA Urbino. 
Palazzo dei Musei ospita, inoltre, la 12esima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, l’open call promossa dal Comune di Reggio Emilia, in partnership con alcuni festival internazionali, dedicata alla valorizzazione dei talenti della fotografia under 35 in Italia. Una giuria internazionale ha selezionato i sette progetti che esporranno nella collettiva Uni-re/Bridging, a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Si tratta di Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore con La Dote di Latera, Rosa Lacavalla con La Festa dell’Equatore, Sara Lepore con Ingre-diente pentru un tort de miere, cu dragoste, Grace Martella con Memorie del transitare, Erdiola Kanda Mustafaj con Pasqyra e Lëndës (Sommario), Serena Radicioli con Non sei più tornato e Davide Sartori con The Shape of our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know. Unire/Bridging invita a una riflessione su come le immagini possano agire da “ponti” e svolgere una funzione di colle-gamento, di avvicinamento, di dialogo e anche di cura nei confronti del mondo esterno. Non solo tra il fotografo e il soggetto, ma anche tra l’immagine e lo spettatore, per diventare un luogo e uno spazio di solidarietà. Gli artisti finalisti si contenderanno il prestigioso Premio Luigi Ghirri del valore di 4.000 euro oltre ad altri importanti riconoscimenti quali la menzione Nuove Traiettorie. GFI a Stoccolma, promossa in collaborazione con l’IIC di Stoccolma, che offre la pos-sibilità, ad un artista selezionato, di vivere un periodo di studio e ricerca durante il quale dovrà sviluppare un progetto artistico che verrà poi esposto in una mostra curata dallo stesso Istitu-to. Infine, uno dei finalisti avrà l’opportunità di ricevere una borsa di studio per partecipare al programma di letture portfolio Photo-Match di Fotofestiwal Łódź. Giovane Fotografia Italiana #12 | Premio Luigi Ghirri è realizzata con il contributo di Reire srl e la sponsorizzazione di Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia.

La fototeca della BIBLIOTECA PANIZZI partecipa all’edizione del 2025 con la mostra Attraverso la luce a cura di Monica Leoni e Elisabeth Sciarretta, con Laura Gasparini. L’esposizione raccoglie fotografie, documenti, e incisioni che riguardano i primi 20 anni della storia della fotografia nelle collezioni della Fototeca, giunti in Biblioteca tramite donazioni e acquisizioni, conservate con lo scopo di documentare la storia delle tecniche fotografiche. Il percorso espositivo presenta rari esempi di fotografie su carta salata, numerosi dagherrotipi delle collezioni Mandarino e Davoli, insieme alla prestigiosa collezione di Michael G. Jacob; un focus sarà dedicato ai preziosi astucci che custodiscono e conservano questi oggetti unici. Inoltre saranno esposti documenti che testimoniano la diffusione della fotografia nello Stato Estense, dove la nuova tecnologia arrivò pochi anni dopo che L.J.M. Daguerre rese pubblica la prima immagine catturata dalla macchina Daguerreotype, nel 1839. Una narrazione che porterà il visitatore indietro nel tempo, agli anni pionieristici della sperimentazione scientifica attraverso la luce, la chimica e la trasformazione di materiali, quali l’argento, per arrivare all’arte del ritratto e del paesaggio di quell’oggetto di culto che è stata la fotografia delle origini. 

Lo SPAZIO GERRA propone la mostra Volpe Laila Slim e gli altri. Resistere a vent’anni curata da Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri per Spazio Gerra e e da Massimo Storchi (storico) e Marco Cerri (sociologo) per Istoreco. L’esposizione, che si espande idealmente sulla piazzetta antistante lo Spazio Gerra e sul porticato dell’Isolato San Rocco, fino a Piazza della Vittoria, si propone di esplorare la complessità dell’esperienza dei giovani partigiani durante la Resistenza italiana, nel contesto dell’80°anniversario della Liberazione. Attraverso una serie di sezioni tematiche, la mostra illustra la vita quotidiana, le sfide, l’emancipazione di genere, le scelte etiche e il contesto ambientale in cui questi giovani hanno operato, riflettendo sul significato di avere vent’anni in un’epoca di conflitto. Le storie Volpe (Francesco Bertacchini, 1926-2024), Laila (Anita Malavasi, 1921-2011), Slim (Luciano Fornaciari, 1925-1944) e di tanti ventenni che con i loro eloquenti nomi di battaglia hanno partecipato alla Resistenza offrono una comprensione più profonda e personale del significato di ribellarsi e lottare per la libertà. Accanto alle fotografie storiche provenienti dalla fototeca di Istoreco e a documenti originali, diari, lettere e manifesti dell’epoca, l’esposizione si avvale del contributo di cinque artisti e fotografi chiamati a fornire un’interpretazione visiva contemporanea dei valori e dei temi dischiusi dai documenti d’archivio: Alessandro Bartoli, Marco Belletti, Lorenzo Falletta, Alessia Leporati e Andrea Sciascia portano uno spaccato di cosa significhi resistere oggi per la GenZ.

Collegata al festival è la proposta della COLLEZIONE MARAMOTTI che presenta This Body Made of Stardust, ampia esposizione personale di Viviane Sassen composta da oltre cinquanta fotografie e un’opera video realizzate dal 2005 al 2025, alle quali si aggiungono alcuni nuovi lavori ideati specificamente per questa occasione. La mostra costituisce la più estesa presentazione del lavoro di Sassen in Italia fino ad oggi ed è curata dall’artista stessa. Riuniti intorno al concetto e all’iconografia del memento mori, gli scatti esposti tracciano ramificate traiettorie sulle infinite possibilità e sfumature della vita, feconda, intensa e traboccante quanto intrinsecamente fragile: (astrazioni di) corpi umani, paesaggi, polvere, terra, materie organiche divengono simboli e ricorrenti promemoria della morte – inevitabile passaggio di trasformazione del vivente. Sassen ci invita a entrare nel suo universo poliedrico, onirico e seducente, intriso di Surrealismo – qui in dialogo con alcune sculture della Collezione Maramotti. Intimamente legata alle arti plastiche Sassen, si definisce anche scultrice: plasma la luce, e ancor più l’ombra, giungendo a introdurre nella propria pratica anche pittura, inchiostri e collage, con cui imprime una dimensione ulteriore all’immagine fotografica.

Dal 24 Aprile 2025 al 08 Giugno 2025 – Reggio Emilia – sedi varie

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MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge

Ferdinando Scianna, Riccione, 1989
© Ferdinando Scianna/Magnum Photos | Ferdinando Scianna, Riccione, 1989

Da fotografo è soprattutto questo che mi ha affascinato delle spiagge: la vanità, l’esibizione, lo specchio sociale, le relazioni umane, la volgarità, il gioco dei corpi, il rito di massa. Ho fotografato spiagge dappertutto: lo spettacolo era sempre assicurato.” Ferdinando Scianna

Il mare e la spiaggia, simboli di evasione e libertà, si trasformano in palcoscenico per una straordinaria nuova e inedita mostra fotografica: MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge, che sarà allestita dal 19 aprile al 5 ottobre 2025 negli spazi espositivi di Villa Mussolini, a Riccione.

Curata da Andréa Holzherr, organizzatrice di progetti espostivi internazionali e responsabile della promozione dell’Archivio Magnum, la mostra presenta le opere di otto grandi fotografi dell’agenzia Magnum Photos: Ferdinando Scianna, Bruno Barbey, Bruce Gilden, Harry Gruyaert, Trent Parke, Olivia Arthur, Newsha Tavakolian e Martin Parr.

Attraverso gli obiettivi di questi grandi maestri della fotografia internazionale, il pubblico potrà esplorare le molteplici sfaccettature della vita in spiaggia: momenti di felicità e gioco si alternano a istanti di isolamento e riflessione, dando vita a un racconto visivo che svela la condizione umana in uno scenario universale.

Riccione, che ha già ospitato in questi ultimi anni le mostre di alcuni dei più grandi maestri della fotografia, da Elliott Erwitt a Steve McCurry, da Robert Capa a André Kertesz e Henry Lartigue, diventa oggi il crocevia ideale di queste visioni, il luogo in cui le spiagge di tutto il mondo, ritratte dai fotografi Magnum, trovano una nuova e suggestiva dimensione. Qui, in questa mostra, i mari lontani dialogano con il mare Adriatico, le immagini raccolte in angoli diversi del pianeta si intrecciano con la storia e l’identità di una città che da sempre vive il rapporto con il mare come elemento essenziale della sua cultura. Con Mare Magnum, Riccione si trasforma in un crocevia culturale, dove le fotografie dei più grandi maestri della Magnum fissano per sempre le suggestioni, le contraddizioni e la bellezza delle spiagge di tutto il mondo. 

Non è un caso che la città abbia scelto di candidare la propria spiaggia a Patrimonio Immateriale dell’UNESCO: la sua tradizione di accoglienza e condivisione rende questo il contesto ideale per un racconto visivo che attraversa luoghi, epoche e sensibilità diverse, trovando qui una sintesi unica e significativa. Riccione, la Perla Verde dell’Adriatico, è da sempre crocevia di sguardi e suggestioni, e proprio qui, in questo luogo dove il mare ha una sua intimità profonda e accogliente – quel Mare Adriatico che Predrag Matvejević ha definito il mare dell’intimità – prende vita Mare Magnum, una mostra che trova in questo contesto il suo respiro più autentico. Perché se ogni spiaggia racconta una storia, è a Riccione che queste storie si incontrano, si fondono e si rivelano in tutta la loro potenza espressiva.

La genesi di questa esposizione nasce da un dialogo creativo tra il Comune di Riccione, Civita Mostre e Musei, Magnum Photos e Rjma Progetti Culturali, un incontro di visioni che ha permesso di portare a Riccione un progetto espositivo unico e ambizioso. Mare Magnum si inserisce perfettamente nel tessuto di questa città, che da sempre intreccia il suo legame con il mare e la sua capacità di accogliere storie provenienti da ogni angolo del mondo. La fotografia, in questo contesto, diventa uno strumento privilegiato per esplorare le molteplici sfumature della vita in spiaggia, attraverso un racconto visivo che non conosce confini.

Il mare non è solo un orizzonte geografico, ma una dimensione che appartiene all’anima. Come scrive l’autore romagnolo Fabio Fiori, «la spiaggia è un diario di sabbia su cui ogni onda scrive e cancella storie», un luogo di continua trasformazione dove ogni passaggio lascia traccia e, al contempo, si rinnova, come la risacca che modella incessantemente la riva. È proprio questo respiro, fatto di attimi fugaci e gesti che la fotografia riesce a rendere eterni, a nutrire l’esposizione. Le immagini raccolte dai grandi maestri della Magnum creano un legame profondo con l’immaginario di Riccione, facendo di questa mostra una riflessione universale sulla condizione umana, raccontata attraverso il paesaggio marino e la sua ineluttabile capacità di trasformare ogni incontro in una storia unica e irripetibile.

La mostra prende vita in un luogo emblematico, Villa Mussolini, un punto di osservazione privilegiato sul mare, che, con la sua posizione, permette di godere della vista su quello che è considerato uno dei più bei terrazzi sull’Adriatico, creando una perfetta sintonia con l’anima della mostra e il legame che la città ha da sempre con il mare.

La spiaggia è da tempo un soggetto interessante nella fotografia, in quanto palcoscenico perfetto per la grande “commedia umana”, che si riflette nel mare, eterno e impassibile. Sotto un vasto cielo indifferente, le persone vanno e vengono come attori di uno spettacolo senza fine. Quello che i fotografi trovano sulla spiaggia è il genere di spontaneità, libertà ed emozioni intense che raramente si possono trovare altrove. La spiaggia spoglia le persone, sia fisicamente che psicologicamente, dei normali strati di vita quotidiana. Quando ci si toglie i vestiti, ci si libera anche di alcune inibizioni sociali.

La mostra prende le mosse dalle foto del grande Ferdinando Scianna e in particolare da un suo omaggio alla città di Riccione, con una selezione di scatti realizzati nel 1989 proprio nella città. Prosegue quindi con le sue altre foto scattate nei siti più diversi. Le fotografie di spiaggia di Ferdinando Scianna, caratterizzate dalla sua capacità di catturare, in pari misura, momenti di tranquilla contemplazione e intensità drammatica, offrono un ritratto sfumato e profondamente umano della vita balneare. Famoso per il suo approccio documentaristico, le immagini della spiaggia di Scianna sono infuse di una ricca profondità emotiva e di un senso di atemporalità, in cui l’interazione tra persone, paesaggio e luce ci rivela qualcosa di fondamentale sulla condizione umana. La rassegna espositiva prosegue con altri grandi fotografi come Bruno Barbey. In Cina, dove la spiaggia è diventata un luogo di turismo di massa e di sviluppo urbano, le sue immagini ci trasmettono una tensione sotterranea tra il paesaggio in rapida evoluzione e la natura elementare e senza tempo del mare. Le strutture create dall’uomo, come alberghi, ombrelloni o passerelle, spesso si perdono sullo sfondo, lasciando che siano i bagnanti a dominare la composizione. Questa contiguità tra la presenza umana e la vastità della natura crea uno stato d’animo contemplativo, quasi a suggerire che, nonostante la rapida modernizzazione che ci circonda, il mare rimane pur sempre una forza costante ed eterna. Con Bruce Gilden ci troviamo nella spiaggia di Coney Island. I suoi scatti offrono uno sguardo sincero e senza filtri sull’eccentrico teatro della cultura balneare newyorchese. Noto per una fotografia di strada audace e provocatoria, Gilden porta la stessa energia sul lungomare e sulla spiaggia, fotografando bagnanti, personaggi stravaganti e figure pittoresche cariche di personalità. I suoi caratteristici scatti a distanza ravvicinata e il costante uso del flash trasformano la spiaggia in un’arena di espressioni esagerate, pelli raggrinzite dal sole e corpi distesi e provocatoriamente rilassati. Le fotografie di Harry Gruyaert nelle spiagge del Nord catturano un mondo di bellezza sommessa, dove l’interazione tra luce, colore e atmosfera trasforma paesaggi familiari in qualcosa di quasi etereo. Diversamente dalle spiagge soleggiate e vivaci del Mediterraneo, le sue immagini delle coste del Mare del Nord (Belgio, Francia o Paesi Bassi), sono caratterizzate da vaste distese battute dal vento, cieli pesanti e una luce meritevole che oscilla tra tenui pastelli e profondi blu malinconici. La mostra ci conduce poi nel mondo di uno dei fotografi che hanno dedicato più attenzione alla fotografia di spiaggia. Le foto di Martin Parr in Gran Bretagna offrono un’esplorazione vivida e talvolta umoristica della cultura balneare britannica, catturandone attimi di debolezza, goffaggine e assurdità che definiscono il rapporto di questo paese con le sue località costiere. Noto per il suo occhio attento agli aspetti sociali e per l’uso di colori saturi, Parr trasforma la spiaggia in un palcoscenico dove si esagerano e allo stesso tempo si celebrano le idiosincrasie della vita quotidiana. Nelle fotografie di Trent Parke il paesaggio è protagonista tanto quanto le persone che lo abitano. Spesso le sue spiagge sono rappresentate non come luoghi idilliaci e tranquilli, ma come ambienti puri e dinamici, ricchi di energia naturale e della complessa interazione umana. Le immagini di Parke, attratto dal gioco di luci, ombre e forma umana, sono spesso caratterizzate da forti contrasti, ad esempio da figure scure che si stagliano contro la lucentezza di un cielo assolato, sagome drammatiche sullo sfondo di un orizzonte mutevole e tempestoso. Questo estremo uso della luce nella sua fotografia, dove la tensione tra luce e buio rispecchia le correnti emotive della vita in spiaggia, le dona una qualità quasi cinematografica. La mostra presenta quindi due giovani fotografe, particolarmente interessanti. Olivia Arthur ha realizzato in India, e a Mumbai in particolare, opere fotografiche di grande impatto e profondamente umane. Il suo lavoro esplora spesso i temi dell’identità, di genere e dell’incontro tra tradizione e modernità. Arthur esplora l’idea di vite nascoste e di istanti non visti, nella cui narrazione svolgono un ruolo significativo le spiagge di Mumbai. L’artista fotografa coppie in cerca di intimità all’aperto, individui persi nei loro pensieri sullo sfondo di un orizzonte infinito e gruppi di persone intente a silenziosi rituali quotidiani. Attraverso il suo obiettivo, le spiagge diventano luoghi di transizione, dove convergono emozioni personali e realtà urbane. E infine le scene scattate da Newsha Tavakolian nelle spiagge del Mar Caspio offrono una toccante esplorazione dell’identità personale e collettiva, sullo sfondo del complesso paesaggio sociale e politico dell’ Iran. Nota per il suo approccio intimo e umanistico alla fotografia, l’opera di Tavakolian sulla costa del Mar Caspio, riflette le tensioni tra modernità e tradizione, libertà e costrizione, vita pubblica e privata in un paese in bilico tra forze culturali conflittuali.

Nel corso della storia, i fotografi di Magnum hanno catturato la spiaggia in modi sorprendentemente diversi, riflettendo sia i momenti culturali che le esperienze umane senza tempo. Che sia a colori o in bianco e nero, che ritragga gioia, solitudine o la sublime potenza della natura, la fotografia di spiaggia continua a essere un tema ricco ed evocativo, invitando gli spettatori a vedere la riva non solo come una destinazione, ma come una tela per l’espressione visiva.

Dal 19 Aprile 2025 al 05 Ottobre 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Storie di Puglia. Fotografie dall’Archivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965
Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965

La buona stagione reca in dono le migliori iniziative. Un’altra grande mostra organizzata da Palazzo delle Arti Beltrani attende il pubblico.

Dopo il successo delle esposizioni con i lavori di Tina Modotti, Ferruccio Ferroni, Letizia Battaglia e Giuseppe Cavalli, dal 16 aprile al 30 giugno 2025 trentacinque opere del maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin saranno esposte a Trani (BT).
Per la prima volta una monografica dedicata ai territori di Puglia, esclusivamente a firma di Berengo Gardin, trova collocazione nella medesima regione, celebrandola con la sua cifra inconfondibile.

«Il colore distrae dal soggetto» – ripete sovente il fotografo -, sottolineando la sua predilezione per il reportage in bianco e nero. Ed è proprio il bianco e nero che, combinandosi magistralmente, campeggia negli scatti selezionati nel suo archivio, che conta circa due milioni di scatti.

Unanimemente annoverato tra i più grandi autori della storia della fotografia, Gianni Berengo Gardin è appassionato bibliofilo e collezionista.

Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e inizia a fotografare negli anni Cinquanta.
I suoi primi lavori vengono pubblicati su “Il Mondo” di Mario Pannunzio, con cui collabora fino al 1965; in quell’anno, dopo aver vissuto tra Roma, Venezia, Lugano e Parigi, si stabilisce a Milano.
Berengo Gardin è un narratore del reale, fotografa per raccontare, organizza le proprie opere in serie tematiche e trova nel libro un formato ideale per la loro divulgazione.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre duecentosessanta volumi, ha lavorato con le principali testate della stampa italiana ed estera ed è stato tra i soci del “Circolo Fotografico La Gondola” di Paolo Monti e del “Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia” di Italo Zannier.
La sua produzione artistica spazia dal reportage d’indagine sociale alla fotografia industriale (ha collaborato con Olivetti, Alfa Romeo, IBM e Italsider) e dal paesaggio all’architettura, quest’ultima omaggiata nella decennale collaborazione con Renzo Piano.
Gianni Berengo Gardin ha tenuto oltre trecentosessanta mostre personali e tra i numerosi riconoscimenti ricevuti vi sono il “Premio Scanno” del 1981, il “Prix Brassaï” del 1990, il “Leica Oskard Barnack Award” del 1995 e il “Lucie Award” alla carriera del 2008.
I suoi lavori sono conservati, tra gli altri, presso il MoMa di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Le immagini di Gianni Berengo Gardin, realizzate nell’arco degli ultimi sessant’anni, rappresentano dunque un prezioso documento dell’evoluzione storico-sociale e paesaggistica del nostro paese.

Pertanto, sostiene la curatrice Alessia Venditti “la mostra di Palazzo Beltrani si pone come obiettivo il racconto di tale metamorfosi riferita alla Puglia e si configura quale prezioso strumento di riflessione sul presente. Al contempo, l’esposizione stessa celebra la terra che la ospita mediante il sapiente sguardo narratore di Berengo Gardin, che delle trasformazioni dell’intera nazione è teste incontrastato”.

Per farlo il percorso espositivo si concentra su alcuni luoghi iconici di Puglia, Trani compresa, desunti dalla serie dedicata alle regioni italiane che il fotografo realizza su commissione del Touring Club, verso la metà degli anni Sessanta.
«In Puglia molte cose sono cambiate. […] molte premesse di effettivo sviluppo sono state poste. Poi c’è il turismo. L’anno scorso ha avuto oltre seicentomila visitatori che, secondo i programmatori, fra dieci anni saranno novecentomila. Ma saranno sicuramente di più, specialmente gli stranieri: lasciate che si accorgano della Puglia, che la scoprano, che si passino la voce e poi vedrete».

Inizia così l’articolo a firma di Giuseppe Bozzini dal titolo “Un giardino d’incanti”, apparso su “Le vie d’Italia”, mensile illustrato di geografia, viaggi e fotografia del Touring Club Italiano, nel 1967. Nel numero 6 della rivista emerge lo spiccato interesse verso una regione nella quale “tutto si muove più speditamente che nel resto del mezzogiorno” e la rappresentazione visiva di questo “raffinato vitalismo” viene affidata al maestro della fotografia italiana Gianni Berengo Gardin.
Delle opere visibili a Trani, alcune sono inedite mentre altre sono state pubblicate sui volumi del Touring stesso: “Puglia” della serie “Attraverso l’Italia” e “Le vie d’Italia”.

La mostra, nella quale compaiono le città di Puglia nella loro veste dell’epoca, doverosamente dedica una sezione alla città di Trani, da Berengo Gardin visitata e ritratta in più occasioni. Egli ne rivela tutta la grazia, ammantata da un certo fascino dal sentore tardo neorealista.

Il progetto espositivo, a cura dello storico dell’arte e della fotografia Alessia Venditti, vede la partecipazione di Marcello Sparaventi (Centrale Fotografia, Fano) e dell’arch. Mariana Soricelli con due testi rispettivamente inerenti al contesto fotoamatoriale e associazionistico italiano del secolo scorso e all’assetto storico-urbanistico pugliese degli anni Sessanta, entro i quali il lavoro di Berengo Gardin, presentato nella mostra tranese, va contestualizzato.

Dal 16 Aprile 2025 al 30 Giugno 2025 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino

Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina
Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina

Le Stanze della Fotografia presentano, dal 10 aprile al 10 agosto 2025, al primo piano, la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, curata da Denis Curti.

Internazionalmente noto per i ritratti di star come Lady Gaga, Robert De Niro, Johnny Depp e Umberto Eco, e per aver realizzato pubblicazioni e mostre site specific su New York, Parigi, Milano, Roma e Venezia, Maurizio Galimberti presenta a Venezia alcuni tra i più iconici mosaici di polaroid, tra i quali Johnny DeppBarbara Bouchet e Angelica Huston, in un percorso che si articola in sei sezioni: Cenacolo, Storia, Sport, Ritratti, Taylor Swift e Luoghi.

Le sue creazioni, caratterizzate da una visione sfaccettata e frammentata della realtà, sono scomposte e ricomposte come in un mosaico, offrendo una riflessione profonda sulla percezione e sulla molteplicità dei punti di vista. Le immagini sono quasi sempre manipolate durante la fase di sviluppo, esercitando pressioni con strumenti semplici – come penne e bastoncini di legno – direttamente sulla superficie del supporto, o montate in composizioni a mosaico, all’interno delle quali ogni singolo scatto concorre alla formazione di un risultato finale capace di restituire una visione d’insieme spettacolare.

Dal 10 Aprile 2025 al 10 Agosto 2025 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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DEEP BEAUTY. Il dubbio della bellezza

Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario
© Michel Comte | Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario

Una mostra fotografica a cura di Denis Curti, ideata dal team creativo di Ogilvy Italia sotto la direzione artistica di Giuseppe Mastromatteo, Presidente e CCO, realizzata grazie al sostegno di KIKO Milano e in collaborazione con MUDEC, Comune di Milano, e 24 ORE Cultura, con il contributo straordinario dell’artista Paolo Ventura, che ha partecipato all’elaborazione grafica dell’allestimento.

Attraverso una selezione di oltre sessanta capolavori – nel campo delle arti visive dalla fotografia alla video art fino all’impiego dell’intelligenza artificiale – di grandi artisti come, tra gli altri, Marina Abramović, David Hockney, Michel Comte, David LaChapelle, Michelangelo Pistoletto, Helmut Newton, e Robert Mapplethorpe, l’esposizione presenta un excursus sul tema dell’evoluzione del concetto di bellezza.

Le opere sono inserite all’interno di un percorso diviso in sei sezioni – Trasfigurazioni, Incanti, Vertigini, Labirinti, Nuovi Mondi, Artifici – che esplorano le declinazioni della bellezza e delle sue trasformazioni contemporanee, dall’inizio del XX secolo ad oggi.
Il progetto, sostenuto da KIKO Milano e reso possibile anche grazie alla collaborazione con importanti collezionisti – Paolo Clerici, Giampaolo Paci, Ettore Molinario e Pier Luigi Gibelli – offre così l’opportunità di creare un dialogo tra la dimensione estetica e il tessuto sociale ed economico della città.
Deep Beauty sarà inoltre disponibile online con un’esperienza virtuale immersiva, sviluppata in collaborazione con AQuest, che restituisce fedelmente il percorso espositivo e la sua narrazione visiva, accessibile anche tramite QR Code per approfondire le informazioni sulle opere in mostra.

Dal 05 Aprile 2025 al 25 Maggio 2025 – MUDEC – Museo delle Culture – Milano

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MAN RAY

<em>Man Ray</em> | Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray | Courtesy Tommaso Calabro

La mostra dedicata a Man Ray, uno dei più visionari ed innovativi artisti del ventesimo secolo, presenta una selezione di oltre quaranta opere – dipinti, assemblages, fotografie, gouaches e grafiche – realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta, ed offre una panoramica sulla varia e intensa produzione dell’artista americano, che fece di Parigi la sua casa per gran parte della sua vita.

Emmanuel Radnitzky (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976), dai più conosciuto come Man Ray, nasce negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa. Adotta il suo pseudonimo nel 1909 dopo essersi trasferito a New York, dove si avvicina all’arte e agli ambienti dell’avanguardia.

Nel corso della sua lunga carriera artistica, Man Ray adotta diversi linguaggi, facendo della sua arte un continuo spettacolo di metamorfosi. Con i suoi rinomati oggetti come Cadeau (1921-1974), il celebre ferro da stiro con i chiodi, nega l’uso ordinario degli oggetti, spostando la fruizione dall’intelletto all’emozione, seguendo i principi di Duchamp. Ironia e iconoclastia, in una fusione di sperimentazione e arguzia, sono espressioni del suo spirito di ricerca e della sua volontà di reinventare il mondo attraverso l’arte. Il caos e il disordine di una realtà in continua evoluzione – travolta dagli eventi politici – penetrano nell’animo dell’artista, scontrandosi con la resistenza della materia e dando vita a incessanti trasformazioni creative.

Proseguendo nella valorizzazione di figure legate al movimento surrealista e al gallerista Alexander Iolas, con questa mostra Tommaso Calabro rende omaggio a un artista geniale ed unico, capace di attraversare e trasformare le avanguardie del Novecento con una visione rivoluzionaria.

Dal 29 Marzo 2025 al 21 Giugno 2025 – Tommaso Calabro – Venezia

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EXPOSED Torino Foto Festival – Beneath the surface

EXPOSED Torino Foto Festival è il festival internazionale di fotografia di Torino che reimmagina il ruolo della fotografia nel plasmare futuri sostenibili e critici. Attraverso un programma dinamico di mostre, discussioni pubbliche e una serie di eventi—sviluppati in collaborazione con le principali istituzioni culturali torinesi—EXPOSED offre uno spazio di riflessione per esaminare come la fotografia venga oggi prodotta, compresa e utilizzata. Per affrontare le urgenze del nostro tempo e costruire nuove possibilità, il festival abbraccia linguaggi visivi sperimentali e forme pionieristiche di collaborazione.

Definito dalla sua natura multidisciplinare e diffusa, EXPOSED permea il tessuto urbano torinese, attivando spazi espositivi eterogenei e molteplici modalità di interazione. Dai musei statali alle fondazioni private e agli spazi indipendenti, il festival trasforma la città in una piattaforma in cui prospettive diverse, pratiche artistiche e ricerca si incontrano. Questa convergenza di realtà pubbliche e private sottolinea l’impegno del festival nel favorire un dialogo aperto tra voci istituzionali e indipendenti.

Ciò che unisce i progetti del festival è un approccio orientato al futuro che utilizza la fotografia per interrogare dinamiche locali e globali. Ridefinendo il nostro rapporto con lo spazio e ripensando i sistemi che modellano il nostro ambiente, EXPOSED invita a nuove interpretazioni e prospettive sul ruolo delle immagini oggi. La direzione artistica del festival parte dal presupposto che la fotografia non sia solo un mezzo di documentazione, ma uno strumento di trasformazione, capace di modificare la percezione e generare nuove narrazioni. Favorendo uno scambio fluido e orizzontale tra artisti e pubblico, EXPOSED crea uno spazio di riflessione critica e immaginazione collettiva.

Sotto la Superficie esplora il modo in cui il mondo fisico si collega alle forze che plasmano le nostre vite. I materiali non sono semplici oggetti statici: si trasformano ed evolvono, modellando e rispondendo a sistemi come la natura, la politica e la tecnologia. Osservando come i materiali cambiano, possiamo cogliere le storie che portano con sé su potere, controllo e resistenza. In un mondo che spesso appare astratto e opprimente, prestare attenzione alla realtà materiale ci aiuta a comprendere queste forze e il loro impatto su di noi.

Dal 16 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Olga Cafiero. Cultus Langarum

Olga Cafiero, dalla serie “Cultus Langarum”, 2025

CAMERA e l’Azienda Vinicola Garesio presentano Cultus Langarum, una produzione inedita realizzata nelle Langhe da Olga Cafiero, artista vincitrice della prima edizione del Garesio Wine Prize for Documentary Photography il nuovo premio, voluto dall’azienda vinicola e resort di Serralunga d’Alba, dedicato alla promozione dei giovani talenti della fotografia contemporanea internazionale.

La mostra, a cura di Giangavino Pazzola, si compone di diverse serie fotografiche che indagano il paesaggio delle Langhe del Barolo, dal punto di vista morfologico e culturale, che saranno esposte nella Project Room di CAMERA dal 16 aprile al 2 giugno 2025.

La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

16 aprile – 2 giugno 2025 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Fotografie di un’esposizione

Martine Franck,<em> Observatoire de Meudon, France</em>, 1991 | Courtesy IKONA Gallery<br />
Martine Franck, Observatoire de Meudon, France, 1991 | Courtesy IKONA Gallery

Tutte le fotografie in mostra hanno già una loro storia con Venezia perché hanno fatto parte delle grandi esposizioni che Ikona ha curato in città dal 1979 a oggi.

È sempre la fotografia che mette noi stessi di fronte alla vita e alla realtà, di fronte alla nostra vita, al mondo e all’altro. Tutto questo è ancora più urgente in una città che è l’immagine Ikona dove tutto scorre senza il dialogo.

“Mi piace vedere questa mostra come Le fotografie di un’esposizione, citando Quadri di un’esposizione, famosissima suite per pianoforte di Modest Musorgskij e vedere il visitatore nella promenade, in ascolto e nello sguardo, nell’atto di porsi le domande di fronte alle realtà afferrate dal fotografo, nelle fotografie che ci mostrano i frammenti di ciò che è stato il passato. Ogni fotografia è definita dalla sua didascalia – autore, luogo, persona, storia, data – ma è lo sguardo del visitatore che si dà la risposta e vive il passato come il suo presente.”
Živa Kraus

Dal 23 Marzo 2025 al 30 Maggio 2025 – IKONA Gallery – Venezia

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Mostre di fotografia consigliate a dicembre

Chiudiamo l’anno con una serie di mostre davvero interessanti.

Date un’occhiata qua sotto!

Anna

Kristine Potter: Dark Waters

foto: Kristine Potter, Road Ends in Water, 2018

Stati Uniti meridionali. Dark Waters è ambientato in questi luoghi e avvolto in un alone di mistero. Le acque del titolo, scure e cupe, sono quelle dei fiumi e dei laghi di queste regioni e portano nomi segnati dalla violenza, come il torrente Murder Creek o il fiume Bloody River.

Potter attraversa le regioni più orientali, risalendo il corso dei fiumi. Usa la fotografia per mettere in evidenza il legame tra natura e leggenda, il condizionamento reciproco tra ambiente e cultura: la natura alimenta un clima culturale – e questo, a sua volta, proietta le proprie paure sui luoghi della natura. 

Al centro di questo lavoro è la consapevolezza che le narrazioni di violenza contro le donne rappresentano una parte sostanziale del nostro consumo culturale.  

Cosa significa questo per le donne, che impatto ha sulla loro vita? Potter utilizza simbolicamente le murder ballad – letteralmente ballate assassine, siamo nel solco della tradizione country –  e in particolare le canzoni in cui si narra di donne uccise da uomini e poi abbandonate nei fiumi o in mezzo ai boschi.

Alcune di queste canzoni sono grandi successi che continuano a essere eseguiti e registrati; raccontano storie di crimini realmente accaduti e narrati anche al cinema, in televisione, nei podcast. 

Le fotografie di Dark Waters attingono a due linguaggi diversi: da un lato quello documentario, dall’altro quello delle immagini costruite. Laddove i due linguaggi si intersecano le differenze non si distinguono quasi più: sono increspate come la superficie dell’acqua, opache come l’identità femminile quando è sommersa dalle narrazioni della violenza, costretta a occupare lo spazio liminale tra realtà e immaginazione. Costantemente vigile, perennemente esposta.

In questo gioco tra realtà e immaginazione il lavoro di Kristine Potter, pur immerso nel contesto degli Stati Uniti meridionali, trova corrispondenza universale.

Dark Waters diventa un appello alla consapevolezza e al cambiamento a favore dell’esercizio di una forza inarrestabile come la marea, per allontanarci dalle persistenti correnti della violenza, verso un orizzonte in cui queste non esistano più, finalmente relegate al passato.

Dal 14 novembre al 14 dicembre – MICamera – Milano

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Steve McCurry. UPLANDS&ICONS

Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001
© Steve McCurry | Steve McCurry, Xigaze, Tibet, 2001

Biella si conferma città d’arte, oltre che città creativa Unesco, con una nuova grande mostra UPLANDS&ICONS dedicata a uno dei più famosi e apprezzati fotografi del nostro tempo, Steve McCurry.  
 
Dal 6 dicembre 2024 al 18 maggio 2025 a Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero saranno esposti 128 straordinari scatti del grande fotografo. La mostra sarà articolata in due sezioni, nella prima oltre cento foto scattate nelle UPLANDS, gli altopiani e le “Terre Alte” del Tibet, dell’Afghanistan, della Mongolia del Giappone, e poi ancora dell’Etiopia, della Birmania, del Nepal e del Brasile. Su tutto domina l’essenza incontrastata della montagna con il suo fascino estremo, il tempo dilatato, il silenzio, uno stile di vita che oscilla tra pericolo e risorsa in luoghi distanti per geografia, accomunati da una struggente bellezza. Insieme alle prospettive sconfinate di territori ancora intatti, si ritrovano i lineamenti dei guerriglieri afgani, dei pastori tibetani, delle tribù africane e i volti assorti di giovani donne, tra cui quella che è stata scelta per rappresentare la mostra. 
Nella seconda sezione alcune delle foto più rappresentative e più note di McCurry, le cosiddette ICONS, tra queste la famosa “ragazza afgana” insieme a una serie di documentari nei quali McCurry racconta il suo modo di interpretare la fotografia e descrive il suo modo di operare.
 
“A Biella, Città Creativa Unesco, nella splendida cornice del borgo medievale del Piazzo – la parte alta della città – tra le mura dei prestigiosi Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero, viene allestita un’importante mostra di Steve McCurry, fotografo di fama mondiale che, attraverso più di cento scatti e installazioni video di interviste inedite, sintetizza in modo compiuto l’originalità della sua opera. L’impegno per la realizzazione di grandi eventi culturali che ci vede partner insieme a Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e Banca di Asti – dice il Sindaco di Biella Marzio Olivero – favorirà certamente il successo di questa eccellente iniziativa che offre al pubblico un’occasione unica di approccio estetico e conoscitivo a straordinari angoli della realtà attraverso il mezzo fotografico. La condivisione di ambiziose attività culturali favorisce in modo naturale una positiva promozione della città e del suo territorio, producendo curiosità, interesse e attrattività. Da cosa nasce cosa, e anche da questa straordinaria opportunità espositiva potranno venire nuovi stimoli ad ampliare la nostra rete di relazioni in un più vasto orizzonte culturale.”
 
“La Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e la sua società strumentale Palazzo Gromo Losa srl, dopo il grande successo raggiunto con la mostra “Jago Banksy Tvboy”, è orgogliosa di presentare un nuovo straordinario progetto espositivo: Steve McCurry, uno dei più grandi fotografi viventi, porterà a Biella le sue immagini di montagna e una serie di ritratti iconici – commenta il Presidente Michele Colombo – Questa mostra si inserisce in un ampio lavoro di sviluppo territoriale e punta a portare a Biella flussi importanti di visitatori che potranno scoprire e apprezzare il nostro bellissimo territorio, un grande lavoro di squadra. Un progetto costruito con il Comune di Biella e con Biver Banca – Gruppo Banca di Asti, main sponsor dell’iniziativa, affidandosi ai professionisti di Creation per un’iniziativa in linea con i temi e i progetti legati a Biella città creativa Unesco e che sarà una grande vetrina per la città e il territorio anche grazie a uno speciale contest fotografico che inviterà al viaggio e alla scoperta del Biellese.”

Dal 06 Dicembre 2024 al 08 Maggio 2025 – Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero – Biella

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Guido Guidi. Col tempo 1956-2024

Guido Guidi, <em>San Vito, 20.02.2007 | </em>Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo
Guido Guidi, San Vito, 20.02.2007 | Foto: Guido Guidi | Courtesy Collezione Fotografia MAXXI Architettura e Design Contemporaneo

La mostra affronta la ricerca di Guidi, tra i principali protagonisti della fotografia italiana, da un punto d’osservazione inedito, quello del suo archivio: casa, studio d’artista, luogo di lavoro, di vita e di incontro per giovani autori. Un accesso privilegiato alla sua “teoria” della fotografia e ai suoi processi, ai legami con la storia dell’arte, con i maestri e con gli altri fotografi italiani e stranieri. In mostra oltre 350 fotografie, quasi tutte vintage e con numerosi inediti, frutto di un intenso lavoro di ricerca condotto a fianco del fotografo nel suo studio. In mostra anche quaderni di appunti, documenti, libri, prove di stampa, dipinti, macchine fotografiche e un film realizzato dal regista Alessandro Toscano.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione monografica edita da MACK. In collaborazione con ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.

Dal 12 Dicembre 2024 al 11 Maggio 2025 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Jacques Henri Lartigue – André Kertész. La grande fotografia del Novecento

Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l'auteur "Grand Prix de l'Automobile Club de France, 26 juin 1912"
© Jacques Henri Lartigue © Ministère de la Culture (France), MPP / AAJHL | Jacques Henri Lartigue, René Croquet sur une Théo Schneider de course, 1913, légendée par l’auteur “Grand Prix de l’Automobile Club de France, 26 juin 1912”

Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986) e André Kertész (1894 – 1985) sono nati lo stesso anno a cavallo tra il XIX e XX secolo. Avrebbero potuto conoscersi a Parigi tra le due guerre, ma il loro primo incontro non avvenne prima del 1972, a New York.

Hanno esposto al MoMA rispettivamente nel 1963 e nel 1964, dove sono stati descritti come un dilettante primitivo l’uno e come “l’inventore del fotogiornalismo”, l’altro. Entrambi pionieri della fotografia moderna, hanno lasciato opere con un’estetica singolare. Queste mostre sono state un momento cruciale che hanno segnato per Lartigue l’inizio del riconoscimento internazionale e istituzionale e per Kertész la riscoperta, dopo due decenni più silenziosi.

Le due mostre hanno inoltre contribuito ad affermare lo stile dei due fotografi nella prima metà del XX secolo, identificandoli come precursori di una modernità visuale. Lartigue è considerato un maestro dell’istantanea, Kertész un maestro della fotografia riflessiva.

Lartigue e Kertész non hanno mai intrapreso il percorso più facile verso il riconoscimento. Hanno costruito le loro opere con la massima libertà, lontano dai grandi movimenti artistici.
A partire dagli anni ’70, queste due personalità indipendenti venivano considerate come modelli senza scuola. Mettere in parallelo le loro fotografie, permette di mostrare sia le loro convergenze che le loro divergenze di vita e di punti di vista.

La mostra curata da Marion Perceval e Matthieu Rivallin, è promossa dal Comune di Riccione e organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con diChroma photography e Rjma Progetti Culturali.

Dal 23 Novembre 2024 al 06 Aprile 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Inge Morath. La fotografia è una questione personale

Inge Morath, <em>Angolo di strada alla fine del mondo</em>, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv
Inge Morath, Angolo di strada alla fine del mondo, Inghilterra, 1954  © Magnum/Inge Morath Estate courtesy Fotohof Archiv

L’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 18 ottobre 2024, alle ore 18, verrà inaugurata, presso il Centro Saint-Bénin di Aosta, la mostra Inge Morath. La fotografia è una questione personale a cura Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Daria Jorioz, progetto espositivo prodotto da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos.

Il Centro Saint-Bénin ospita, fino al 16 marzo 2025, un’importante mostra dedicata ad Inge Morath, la prima fotografa ad essere nominata membro della celebre agenzia Magnum Photos, realtà questa fondata nel 1947 a New York da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandiver. Un nuovo progetto espositivo che permetterà di interfacciarsi con il lavoro e la sensibilità di questa autrice, ma soprattutto di conoscere, per la prima volta in Italia, nuove parti del suo lavoro mai esposte prima, alcune di esse di stretta attualità.

Attraverso oltre 150 immagini e documenti originali, l’esposizione ripercorre il cammino umano e professionale di Morath, dagli esordi al fianco di Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson fino alla collaborazione con prestigiose riviste quali Picture Post, Life, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, attraverso i suoi principali reportagedi viaggio.
Il titolo scelto La fotografia è una questione personale è tratto da una dichiarazione dell’autrice e vuole evidenziare la stretta correlazione fra il suo cammino umano e quello professionale.
Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue immagini sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Le sue fotografie ne riflettono la sensibilità umana ancor prima che professionale, ma al tempo stesso sono assimilabili a vere e proprie pagine del suo diario di vita. Lei stessa, infatti, scrisse: “La fotografia è essenzialmente una questione personale, la ricerca di una verità interiore”. Il suo lavoro riesce anche ad immortalare l’anima dei luoghi, attraverso i suoi principali reportage di viaggio, che preparava con cura maniacale, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni paese dove si recava, fossero essi l’Italia, la Spagna, l’Iran, la Russia, la Cina, al punto che il marito, il celebre drammaturgo americano Arthur Miller, ebbe a ricordare che “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”.

Scrive la curatrice Daria Jorioz in catalogo: “Mi ha colpito apprendere che Inge Morath parlasse sette lingue ma in fondo credo che questo fosse il suo modo di stare al mondo: studiare, osservare, approfondire, conoscere e porre al centro della sua indagine l’essere umano, con rispetto e semplicità, secondo la filosofia condivisa dai membri dell’agenzia Magnum e con un approccio che la accomuna ad altri fotografi umanisti del XX secolo”.

Il progetto espositivo, realizzato specificamente per il Centro Saint-Bénin, si sviluppa per quattordici sezioni tematiche che ripercorrono le principali esperienze professionali di Inge Morath: prende avvio con le fotografie dei suoi esordi realizzate a Venezia del 1955, dove sono nati la passione e il rapporto con la fotografia,ai celebri reportage in Spagna, Inghilterra, Iran, Francia, Austria, Messico, Irlanda, Romania, Stati Uniti d’America e Cina. Un’ulteriore sezione sarà dedicata alla serie Mask, frutto della collaborazione con l’illustratore Saul Steinberg. Il percorso all’interno di queste sezioni sarà arricchito da molte fotografie a colori che dialogheranno con la produzione in bianco e nero di questa autrice.
La mostra, inoltre, si arricchisce di due nuove sezioni mai esposte prima in Italia, con istantanee a colori ricavate dai reportage che la fotogiornalista, originaria di Graz, realizzò nel 1959 in Tunisia e quello dell’anno successivo presso la striscia di Gaza.

Il visitatore potrà così approfondire il lavoro di Inge Morath attraverso una selezione di opere che attiveranno un dialogo fra la sua produzione in bianco e nero e quella di colore. Un rapporto, questo, che sarà analizzato all’interno del percorso espositivo con l’impiego di documentazione e pubblicazioni d’epoca, permettendo così di cogliere l’importanza del colore nel suo lavoro. Come evidenzia John P. Jacop, primo direttore della Fondazione Inge Morath e autore di uno dei testi presenti nel catalogo: “Nonostante un’apparente preferenza per il bianco e nero, la prova dell’importanza del suo lavoro a colori per la stessa Morath è supportata sia dall’elevata concentrazione di immagini a colori che ha selezionato per l’inclusione nel database Magnum Photos, sia dall’ampia raccolta di materiale a colori che ha conservato nel suo archivio personale.”

L’esposizione, prodotta da Suazes con la collaborazione di Fotohof e Magnum Photos, è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano-francese) edito da Dario Cimorelli Editore, con le riproduzioni delle opere e con i testi critici di John P. Jacop, Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl, Daria Jorioz e Marco Minuz. Il catalogo sarà acquistabile in mostra al prezzo di 30 euro.

Dal 19 Ottobre 2024 al 16 Marzo 2025 – Centro Saint-Bénin – Aosta

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Ferdinando Scianna. La geometria e la compassione

Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 - courtesy © the author
Ferdinando Scianna, Ho Chi Minh Ville, Vietnam 1993 – courtesy © the author

Ferdinando Scianna uno dei fotografi italiani vivente, più autorevole e ammirato al mondo. La sua fotografia fa confluire sempre dati di realtà in meditazioni forti e incisive, sia che il soggetto sia esistenziale, vissuto, o esteriore legato al solo apparire. La mostra al Centro Culturale di Milano “Compassione” con 60 opere esposte, con un Libro Catalogo di Silvana Editoriale della Collana Quaderni del CMC con grandi scatti da vari Paesi del mondo, è una offerta a Milano, costruita dallo stesso Autore che medita sul senso della fotografia e la sua partecipazione alla condizione del mondo. Una mostra nata da Scianna che accoglie l’invito che Giovanni Chiaramonte gli rivolse pochi mesi prima della sua scomparsa (ottobre 2023), di pensare una meditazione sul tema del dolore. Come dice l’Autore non credo che la fotografia cambi il mondo, ma forse aiuta a vedere cose che non vogliamo vedere. Scianna ha selezionato immagini su quello che spesso ignoriamo, sappiamo ma non guardiamo e che lui ha incontrato sul suo cammino e trattenuto.

Ferdinando Scianna ha una longeva e straordinaria attività di photoreporter e autorialità di reportage che lo ha portato ad essere il primo italiano membro della storica Agenzia MAGNUM, presentato nel 1982 proprio da Chartier-Bresson. Dal 1987 alterna al reportage e al ritratto, la fotografia di moda e di pubblicità con successo internazionale. Borges, Kundera, Barthes, John Lennon, Monica Bellucci, Carthier-Bresson, Sciascia, Scorsese tra i tanti ritratti particolarissimi e intensi di intellettuali e artisti. Trasferitosi a Milano, siciliano di Bagheria, in Sicilia, diventa figlio della metropoli milanese a tutti gli effetti. Attento alla cultura intrattiene anche un’attività critica e giornalistica su temi di fotografia e di comunicazione. Esposto in loghi e musei di diversi Paesi del mondo, con una bibliografia piuttosto sterminata.

Dal 14 Novembre 2024 al 18 Gennaio 2025 – Centro Culturale di Milano

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Wildlife Photographer of the Year. 60° edizione

Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)
© Shane Gross | Shane Gross, The Swarm of Life (Lo sciame della vita)

Il Wildlife Photographer of the Year a Milano, quest’anno sarà ancora più speciale. 

La mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, con i 100 scatti della 60ª edizione del concorso indetto dal Natural History Museum di Londra, presenterà per la prima volta nel capoluogo lombardo, in contemporanea all’esposizione londinese, le immagini che saranno premiate l’8 ottobre 2024. 

Lo spettacolo della natura va in scena nella nuova prestigiosa sede del Museo della Permanente dal 22 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, con un allestimento straordinario e tecnologico dove gli scatti, su grandi pannelli, hanno una nitidezza e una profondità eccezionali grazie alla retroilluminazione a led, offrendo al pubblico un viaggio coinvolgente e immersivo e un’esperienza ‘viva’ della natura. Un grande schermo di 4 metri con slideshow in loop presenta altre 25 splendide foto premiate dal pubblico (People’s Choice). Infine, una sala video, con monitor da 80 pollici, propone imperdibili filmati di backstage delle foto vincitrici, interviste ai fotografi e altri contenuti legati alla mostra.
Organizzata come di consueto dall’Associazione culturale Radicediunopercento, presieduta da Roberto Di Leo, l’esposizione riunirà le foto vincitrici e finaliste del concorso, selezionate tra 59.228 scatti provenienti da 117 paesi; immagini straordinarie che documentano le meraviglie della natura, dal comportamento degli animali alle le specie in estinzione, dai dettagli sorprendenti del mondo vegetale agli scorci inediti dei paesaggi ancora incontaminati, ma anche i reportage in prima linea sui cambiamenti del clima e sulla crisi della biodiversità. Un monito a preservare il pianeta e un incoraggiamento a modificare le azioni umane, che continuano a plasmare l’ambiente, verso un futuro ecosostenibile. 

Il vincitore del Wildlife Photographer of the Year 2024 è Shane Gross, fotoreporter canadese per la conservazione marina, con The Swarm of Life (Lo sciame della vita), che mostra il magico mondo sottomarino dei girini di rospo occidentali, specie quasi a rischio a causa della distruzione dell’habitat e dei predatori, realizzata mentre faceva snorkeling nel lago Cedar sull’isola di Vancouver (Columbia Britannica). Il Young Wildlife Photographer of the Year 2024 è stato invece vinto dal tedesco Alexis Tinker-Tsavalas con l’immagine ravvicinata Life Under Dead Wood (C’è vita sotto il legno morto) che raffigura i corpi fruttiferi della muffa melmosa e un piccolo collembolo, catturato con la tecnica del “focus stacking” in cui vengono combinate 36 immagini, ciascuna con un’area diversa a fuoco, poiché questi animali possono saltare molte volte la loro lunghezza corporea in una frazione di secondo.
Per celebrare il sessantesimo anniversario del concorso è stato inoltre introdotto il premio Impact Award che riconosce il successo nella conservazione; una storia di speranza e/o di cambiamento positivo. L’Adult Impact Award è stato assegnato al fotografo australiano Jannico Kelk per Hope for the Ninu (Speranza per i Ninu), l’immagine di un bilby maggiore in una riserva recintata, in modo che il piccolo marsupiale possa prosperare dopo essere stato portato quasi all’estinzione da predatori come volpi e gatti. Liwia Pawłowska dalla Polonia ha ricevuto il Young Impact Award per Recording by Hand (Registrazione a mano): una sterpazzola rilassata durante l’inanellamento degli uccelli, tecnica che aiuta gli sforzi di conservazione registrando la lunghezza, il sesso, le condizioni e l’età di un uccello per aiutare gli scienziati a monitorare le popolazioni e tracciare i modelli migratori.  
Due le eccellenze italiane: Fortunato Gatto, vincitore della categoria Piante e funghi con lo scatto Old Man of the Glen (Il vecchio della valle) che mostra una vecchia betulla contorta, adornata da pallidi licheni “barba di vecchio”, nelle antichissime pinete di Glen Affric (Regno Unito), e con Menzione d’onore nella stessa categoria per High tide indicator (Indicatore di alta marea) A carpet of woods (Un tappeto di boschi)Filippo Carugati che ha ricevuto la Menzione d’onore nella categoria Subacquee con lo scatto Green, thin and rare to see (Verde, magro e raro da vedere).   Le foto esposte, realizzate da professionisti e dilettanti, sono state giudicate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti, in base a originalità, narrazione, eccellenza tecnica e pratica etica, come illustrato nelle didascalie. I testi riportano i dati tecnici e raccontano le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme ai dati scientifici sulle specie fotografate e a citazioni di membri della giuria e dei fotografi.

Le visite guidate alla mostra saranno condotte come si consueto ogni venerdì da Marco Colombo, noto naturalista e fotografo pluripremiato al Wildlife (tre turni h 18.30 – 19.30 – 20.30, acquistabili anche on demand). Non solo, i giovedì di gennaio saranno dedicati a speciali visite guidate tematiche, con Luca Eberle il 9 gennaio (Uccelli) e il 23 gennaio (Micromondo) (h 19.30) e con Francesco Tomasinelli, esperto fotografo naturalista e noto ospite della trasmissione Geo, il 16 gennaio (Mimetismo) e il 30 gennaio (Predatori) (h 18.30).
In occasione del Wildlife Photographer of the Year a Milano, l’Associazione culturale Radicediunopercento come sempre propone serate gratuite di approfondimento che si terranno il sabato (h 21) nella sede di mostra: il 14 dicembre, Federico Veronesi (uno dei più apprezzati fotografi di mammiferi africani al mondo) presenta il suo libro “Walk the Earth”, il 21 dicembre, Marco Colombo, Francesco Tomasinelli (fotografi di natura e divulgatori scientifici) e l’illustratrice Giulia De Amicis parlano di “Tentacoli: i misteri di polpi, seppie e calamari”, l’11 gennaio, Marco Andreini (regista e documentarista per BBC, RAI e NHK) presenta il suo documentario “Ogni volta che il lupo” e il 18 gennaio, Pietro Formis (fotografo subacqueo) racconta “Luci dal Profondo: Fotografia Naturalistica Subacquea”.

Per gli appassionati e per chi vuole saperne di più, durante il periodo della mostra, l’Associazione Culturale Radicediunopercento organizza Corsi teorici di Fotografia, Seminari di Scienze Naturali online e Workshop pratici in natura, con noti divulgatori scientifici e fotografi naturalisti di gran fama.
Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2024 e Young Wildlife Photographer of the Year 2024, il percorso espositivo illustra le immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Comportamento: Mammiferi, Comportamento: Uccelli, Comportamento: Invertebrati, Comportamento: Anfibi e Rettili, Fauna selvatica urbana, Animali nel loro ambiente, Subacquee, Oceani – la visione d’insieme, Ritratti di animali, Le zone umide – la visione d’insieme, Arte della natura, Piante e Funghi, e le tre sezioni dedicate ai più giovani: fino a 10 anni,11-14 anni, 15-17 anni.
Ci sono poi le categorie documentarie: Premio per il miglior portfolio, Premio storia fotogiornalistica, Premio portfolio astro nascente, Fotogiornalismo, e la sezione Scelte dal pubblico presentata in slideshow su grande schermo.

Nello spazio bookshop, oltre ai tanti e variegati articoli WPY, a disposizione il catalogo della mostra Wildlife Photographer of the Year Portfolio 34 redatto da Rosamund Kidman Cox (lingua inglese, pagine 160, € 35) e il catalogo celebrativo 60 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art con più di 230 immagini (lingua inglese, pagine 336, € 50), pubblicati dal Natural History Museum.  

Dal 22 Novembre 2024 al 09 Febbraio 2025 – Museo della Permanente – Milano

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Rebecca Norris Webb: A Difficulty is a Light

©Rebecca Norris Webb, Sunflowers, Near Lake Sakakawea, North Dakota, Courtesy Alessia Paladini Gallery Milano

Alessia Paladini Gallery è felice di proporre “A Difficulty Is a Light”, un nuovo straordinario progetto della fotografa e poetessa statunitense Rebecca Norris Webb.

In mostra 15 opere a colori che si intrecciano indissolubilmente con le composizioni poetiche di Rebecca Norris Webb, confermando la sua straordinaria capacità di esplorare le connessioni tra parola, immagine e memoria.

In questo nuovo progetto, l’artista si confronta con il tema della resilienza umana, ispirandosi ad una citazione del poeta francese Paul Valéry: “Una difficoltà è una luce. Una difficoltà insormontabile è il sole”. Profondamente poetico e meditativo, A Difficult Is a Light si colloca a metà strada tra diario personale e reportage artistico, raccontando come la difficoltà e la perdita possano rivelare bellezza e trasformazione.

Il progetto nasce come un’elegia dedicata al fratello, di cui Rebecca apprende la scomparsa mentre si trova a Trieste per lavoro nell’autunno 2022.

“Mio fratello si è tolto la vita, e quell’autunno è stato un turbinio di shock e lutto. Tuttavia, a gennaio, sono nate le prime terzine, dapprima libere e fluttuanti, poi lentamente avvicinandosi l’una all’altra. Solo gradualmente ho capito che ciascuna di queste stanze di tre versi rappresentava uno sguardo, verso il mondo esterno o verso il mio paesaggio interiore. In un certo senso, il mio occhio da fotografa mi ha guidato attraverso un anno di trauma e perdita, osservando – mentre viaggiavo da Cape Cod alle Dakotas, dal New England alla Carolina del Nord per fotografare la migrazione del rondone maggiore, fino alla costa della Bretagna in Francia, dove inaspettatamente ho assistito a murmurazioni (le spettacolari migrazioni degli storni, ndr) autunnali tardive. Mio fratello era un gemello identico, e per questo motivo questo libro di parole e immagini è pieno di doppi, naturali, umani, territoriali, a tracciare una geografia della perdita, sia personale che ambientale.” (Rebecca Norris Webb, A Difficult Is A Light, ed. Chose Commune)

Le fotografie di A Difficulty is a Light non si limitano a documentare il visibile, ma evocano ciò che è celato, nascosto, frammentato. I paesaggi naturali, gli oggetti quotidiani diventano tutti simboli di un mondo interiore in continua evoluzione. La luce gioca un ruolo cruciale: non solo illumina le scene ma diventa metafora della speranza, del superamento e della crescita, trasmettendo un senso di serenità anche nei momenti più bui. Come in molti dei suoi lavori precedenti, Rebecca Norris Webb utilizza la natura non solo come sfondo, ma come un personaggio a sé stante. I vasti orizzonti, le piante, gli animali e i cieli sembrano riflettere gli stati d’animo umani, offrendoci una visione intima e profonda del rapporto tra l’essere umano e il mondo naturale. La bellezza austera di questi paesaggi rafforza il senso di introspezione e la ricerca di significato che permea l’intera opera, così come la grazia delle piccole cose, delle tracce lasciate dalla vita quotidiana. Ogni immagine è intrisa di una sorta di sacralità silenziosa, in cui la luce diventa il filo conduttore che collega le diverse esperienze e visioni. La sua fotografia non offre risposte facili o narrative lineari, richiede una partecipazione attiva da parte dello spettatore. Tuttavia, è proprio in questa ambiguità e apertura che risiede la forza del suo lavoro: la capacità di suggerire, anziché spiegare, e di coinvolgerci in un dialogo profondo con le immagini.

Dal 14 novembre al 18 gennaio 2025 – Alessia Paladini Gallery Milano

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Taylor Wessing Photo Portrait Prize 2024

Warm Water Fish, 2023 from the series Hats It! By Toks Majek © Toks Majek

The Taylor Wessing Photo Portrait Prize returns for its 17th year, showcasing the work of talented young photographers, gifted amateurs and established professionals in the very best of contemporary photography.

The competition celebrates a diverse range of images and tells the fascinating stories behind the creation of works, from formal commissioned portraits to more spontaneous and intimate moments capturing friends and family.

The annual In Focus display also highlights new work by an established photographer.

The 2024 edition sees the unveiling of a new work for the Gallery’s Collection, created by 2023’s commission prize winner, Serena Brown.

14 November 2024 – 16 February 2025 – National Portrait Gallery – London

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Storie di un Attimo – Festival popolare della fotografia

Giorgio Lotti, Zhou EnLai
Giorgio Lotti, Zhou EnLai

Dal 22 novembre all’8 dicembre 2024 la città diOlbia ospiterà la tredicesima edizione di Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia. Un festival diffuso che toccherà vari luoghi del centro storico – con esposizioni, dimostrazioni, proiezioni, laboratori e una mostra mercato di macchine fotografiche usate e storiche – e che, come suggerito dal titolo, metterà ancora una volta in dialogo grandi nomi della fotografia italiana e mondiale e professionisti e “amatori evoluti”, con un’inedita incursione nel mondo del fumetto con il progetto Reporter fra le nuvole, il fumetto incontra la fotografia co-curato da Bepi Vigna, che ospiterà anche fotografie di Francesco Cito. Tra i protagonisti delle mostre in programma per questa edizione: Giorgio Lotti con Una vita da reporter, in cui il grande fotoreporter si racconta attraverso alcuni dei suoi reportage più significativi; Francesco Malavolta fotogiornalista impegnato da oltre vent’anni nella documentazione dei flussi migratori che interessano il nostro continente; Marco Loi con il suggestivo lavoro Pratobello Delenda est che racconta il luogo simbolo delle proteste in Sardegna e il suo attuale degrado; Paul Ronald con una serie di reportage sul grande Marcello Mastroianni.

Il programma prenderà il via venerdì 22 novembre alle 10:30, presso l’Istituto tecnico Attilio Deffenu, dove il fotoreporter Francesco Malavolta incontrerà gli studenti per illustrare il suo lavoro dal titolo Popoli in Movimento, un racconto per immagini che vuole riportare in primo piano le storie delle singole persone composto in un contesto spazio-temporale in costante mutamento che lo ha portato a viaggiare lungo i confini di un’Europa sempre più blindata e difficile da raggiungere via terra o via mare. La sera, alle ore 18:30, Malavolta presenterà il suo lavoro in un incontro aperto al pubblico che si svolgerà presso il Politecnico Argonauti.

Sabato 23 novembre, presso lo spazio Corso Umberto 33, si svolgerà un incontro imperdibile  con protagonisti due dei più importanti fotoreporter di sempre: Giorgio Lotti – storico professionista di Epoca, autore, tra le altre cose, del ritratto al Primo Ministro cinese Zhou EnLai che divenne l’immagine più stampata al mondo – si racconterà in dialogo con Mauro Galligani, altro pilastro del fotogiornalismo italiano ed ex capo editor del famoso settimanale.

Sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre sarà invece la volta di Gerardo Bonomo, giornalista e divulgatore, che terrà sabato una lezione sull’esposizione perfetta e domenica sarà a disposizione per sviluppare e stampare i negativi con procedure tradizionali, coadiuvato da Marco Loi e Andrea Mignogna. Entrambi gli incontri si svolgeranno presso il Politecnico Argonauti.

Nel fine settimana del 7 e 8 dicembre, invece, presso lo spazio espositivo di Vicolo 74 a Olbia si svolgerà la tredicesima edizione della mostra mercato di fotocamere usate e da collezione, evento molto atteso e frequentato. Non mancheranno, infine, le proiezioni che si svolgeranno il 29 novembre e il 6 dicembre alle ore 19:30 presso la sala cinema del Politecnico Argonauti. In programma, rispettivamente, il film One Hour Photo, di Mark Romanek e Ritratto di Pablo Volta, di Giovanni Columbu.

Storie di un Attimo. Festival popolare della fotografia è organizzato dall’associazione Argonauti di Olbia e conta sul supporto di Fondazione di Sardegna, Comune di Olbia, Librerie Ubik, 12.1 Caffè restaurant, Green life, Punto Foto Group by Karl Bielser, collezione Maraldi, Giacomo Altamira Studio, Altergrafica pubblicità, Happier year web, ITCG A. Deffenu e GLASS studio – agenzia creativa.

Dal 22 Novembre 2024 al 08 Dicembre 2024 – Museo Archeologico – Olbia

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Gianfranco Ferré dentro l’obiettivo

Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano
Collezione Gianfranco Ferré Alta Moda Autunno/Inverno 1987 I Ph. Herb Ritts. Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano

Dal 6 dicembre 2024 al 9 marzo 2025 l’esposizione Gianfranco Ferré dentro l’obiettivorealizzata dal Forte di Bard e a cura del Centro Ricerca Gianfranco Ferré del Politecnico di Milano e CZ Fotografia, presenta un percorso inedito dedicato al grande architetto e stilista a ottant’anni dalla nascita.

Il percorso espositivo è pensato per raccontare al pubblico il lavoro di Gianfranco Ferré a partire da immagini fotografiche, stampe in B/N, a colori, fotocolor, diapositive, provini e arricchito da abiti, schizzi e disegni.

Protagonista della narrazione è la sezione fotografica dell’Archivio Storico Gianfranco Ferré: oltre 90 opere,mai esposte prima, di otto maestri della fotografia di moda che con Ferré hanno lavorato a iconiche campagne pubblicitarie: Gian Paolo Barbieri, Guy Bourdin, Michel Comte, Patrick Demarchelier, Peter Lindbergh, Steven Meisel, Bettina Rheims e Herb Ritts.

Le sei stanze che accompagnano la galleria fotografica sono ispirate alla metafora della camera oscura e raccontano il processo di produzione dell’immagine attraverso provini, fotocolor, diapositive, scatti annotati dai fotografi. Al tempo stesso disvelano il processo creativo dello stilista introducendo sei principi operativi da lui spesso evocati – comporre, ridurre, enfatizzare, ricalibrare, decostruire, emozionare – che riconducono il linguaggio fotografico al lavoro di Ferré, accostando alle immagini altri elementi centrali della progettazione come i disegni, le cartelle materiali e gli stessi abiti.
Il percorso crea quindi continui rimandi che consentono di leggere il lavoro dello stilista nei tratti caratterizzanti dei diversi fotografi: dal rigore compositivo di Barbieri, agli scatti rapidi ed essenziali di Comte; dai racconti in chiaroscuro di Lindbergh, all’intensità dei ritratti di Rheims; dalle inquadrature eccentriche di Bourdin, alla ricercata naturalezza di Demarchelier; dal classicismo grafico di Ritts, sino alla complessità di Meisel, capace di far filtrare attraverso la realtà patinata della moda uno sguardo acuto sulla contemporaneità.

Una mostra che attraverso un percorso multidisciplinare e non cronologico e esplorazioni di realtà virtuale e aumentata sviluppate all’interno del Centro di Ricerca vuole restituire una visione completa del lavoro di Gianfranco Ferré, che a proposito della relazione tra moda e fotografia scrisse: 

“Lo stilista non deve soltanto sapere con chiarezza ciò che vuole, ma anche scegliere l’interlocutore adatto, quello che darà corpo, colore, luce e magia alla sua idea. Deve comunicare col fotografo, stabilire una complicità, dargli autonomia, ma con la certezza di potersi riconoscere nell’immagine realizzata. È una questione di feeling, di intesa. Certo, l’esperienza e la professionalità hanno una parte importante; ma senza la capacità di creare insieme, di condividere le emozioni, di fare lavorare insieme l’occhio e l’anima, la fotografia sarà vuota, fredda, inutile e falsa.”  – Gianfranco Ferré, Lettres à un jeune couturier, Balland: Paris,1995. 

Dal 05 Dicembre 2024 al 09 Marzo 2025 – Forte di Bard (Aosta)

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Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso – Il Respiro della Terra

© Lorenzo Cicconi Massi, Dina e Vincenzo Piersanti, Montale di Arcevia

Villa Baruchello ospita fino al 31 dicembre 2024 la mostra di Lorenzo Cicconi Massi e Christian Tasso. Il Respiro della Terra trova nella villa settecentesca di Porto Sant’Elpidio nelle Marche la sua collocazione ideale: entrambe sono infatti promotrici di un’attenta valorizzazione del territorio locale.

A cura di Alessia Locatelli, l’esposizione racconta l’esistenza dell’ultima comunità contadina locale, profondamente legata a tradizioni antiche, alla stagionalità e al proprio territorio.

Concepito con l’intento di mettere in luce il patrimonio culturale marchigiano e i suoi artisti, il progetto si fa portavoce di una rivalsa collettiva. Sebbene così piccola, la regione è infatti capace di attrarre turisti da tutto il mondo, ed è patria di numerosi artisti. È dunque qui che, affiancando un contesto prolifico e in continua evoluzione, la piccola comunità contadina si staglia come in un amaro gioco di contrasti.

Con una serie di oltre 60 bianchi e neri incisivi, potenti e a tratti malinconici, i due fotografi mostrano con dignità una realtà ormai destinata a scomparire. Nella campagna marchigiana, sempre più invasa dalle nuove tecnologie, persiste una concezione altra della vita, più lenta e ancorata al rispetto della natura. I contadini che la abitano hanno sposato la loro terra, le sue risorse e uno stile di vita ereditato da generazioni. Sono pochi e ne sono ben consapevoli: assistono con impotenza all’inesorabilità degli eventi, consci che in un futuro prossimo tutto questo scomparirà.

on un racconto visivo di rara bellezza, i due artisti marchigiani (Lorenzo Cicconi Massi è di Senigallia, mentre Christian Tasso è originario di Macerata) testimoniano le radici del loro paese attraverso una vena poetica e allegorica. Le immagini esposte, fine art su cornice bianca, superano i confini visivi e diventano metafora, storia e tradizione.

“Il set up avrà dimensioni di stampa e montaggio differenti, per dare un senso ritmico allo spazio espositivo della Limonaia, dal piccolo formato dei ritratti al grande photowall che costituisce il landscape (paesaggio) su cui si muovono le piccole storie individuali raccontate dai due fotografi” rivela Alessia Locatelli, curatrice della mostra. “Una serie di foto di medio formato galleggeranno al centro dello spazio della prima sala, e andranno a completare l’allestimento, che, come per la mostra storica di Steichen, ci ricorda che facciamo tutti parte della grande famiglia degli uomini”.

Dal 20 ottobre al 31 dicembre 2024 – Villa Baruchello – Porto Sant’Elpidio, Fermo

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Metafisica Concreta – Giovanni Maria Sacco

© Giovanni Maria Sacco, Livorno

Dal 15 novembre le sale di Still Fotografia, a Milano, si arricchiscono con gli scatti del fotografo Giovanni Maria Sacco con la mostra Metafisica Concreta. L’autore, celebre per riuscire a intrappolare l’essenza di architetture e paesaggi, in occasione di Book City Milano presenta inoltre il suo libro omonimo, edito Contrasto. Curata da Benedetta Donato, l’esposizione espone 30 bianchi e neri di forte impatto, e sarà visitabile fino al 31 gennaio 2025.

Molto più che semplici edifici, le opere architettoniche catturate dalla macchina fotografica di Sacco sono l’emblema della storia e della cultura Italiana. In anni di ricerca attiva sul territorio, il fotografo si è dedicato allo studio e all’analisi di alcune delle costruzioni italiane più importanti, detentrici di una loro identità e di un patrimonio millenario. In un percorso che trascende la struttura fisica, Sacco pone l’accento sul legame che si crea tra uomo e paesaggio, tra oggetto concreto ed emozione scaturita.

“Ci troviamo a osservare estensioni di pensiero, dove la fotografia diventa il mezzo per rivelare un lungo processo di riflessione e di interpretazione rispetto all’ambito della metafisica”, commenta Benedetta Donato, curatrice della mostra. “Riportare attraverso le immagini un modo di sentire e vedere la realtà è un esercizio che l’autore conduce proiettando il proprio spazio mentale sul mondo, di cui restituisce quelle che egli stesso nella postfazione definisce metafore”.

Realizzati su pellicola di grande formato, gli scatti di Giovanni Maria Sacco si giostrano dunque sul confine tra realtà concreta, statica, e realtà invisibile, metafisica. Poiché è attraverso la facciata tangibile delle cose che si può percepire la loro essenza, il loro vero valore.

La metafisica si occupa di ciò che sta al di là dell’universo fisico che noi percepiamo. In questo contesto, uno degli aspetti rilevanti, e quello che mi interessa di più nella mia produzione fotografica, riguarda l’essenza delle cose, ossia come le cose sono realmente oltre l’apparenza. È evidente come ciò non possa essere descritto a parole, ma solo con metafore. Ed è quindi con metafore che ho cercato di descrivere quella che, per me, è la metafisica, e come dice il titolo, una metafisica concreta”. 

Dal 15 novembre 2024 al 31 gennaio 2025 – Galleria Still Fotografia – Milano

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Mostre per giugno

Sono tantissime anche a giugno le mostre di fotografia da vedere, di seguito una selezione!

Anna Brenna

Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960

Margaret Bourke-White, Aerial view of a DC4 passenger plane flying over midtown Manhattan, New York City, New York, 1939
© Margaret Bourke-White, The LIFE Pitcture, Collection Shutterstock

Dopo il successo delle mostre dedicate alle grandi pioniere della fotografia Eve Arnold e Dorothea Lange, CAMERA offre una nuova esposizione che vede protagonista un’altra grande maestra della fotografia del Novecento: l’americana Margaret Bourke-White.

Dal 14 giugno al 6 ottobre 2024 gli spazi del Centro accoglieranno un percorso espositivo, a cura di Monica Poggi, che attraverso circa 150 fotografie, racconterà il lavoro, la vita straordinaria, l’altissima qualità degli scatti di Bourke-White, capaci di raccontare la complessa esperienza umana sulle pagine di riviste a grande diffusione – di cui la mostra presenta una ricca selezione – superando con determinazione barriere e confini di genere.

Le trasformazioni del mondo, cuore della ricerca di Bourke-White, trovano posto sulla copertina del primo numero della leggendaria rivista LIFE, si leggono nei suoi iconici ritratti a Stalin e a Gandhi, nei reportage sull’industria americana, nei servizi realizzati durante la Seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, Nord Africa, Italia e Germania, dove documenta l’entrata delle truppe statunitensi a Berlino e gli orrori dei campi di concentramento. Costretta ad abbandonare la fotografia a causa del morbo di Parkinson, dal 1957 Bourke-White si dedicherà alla sua autobiografia, Portrait of Myself, pubblicata nel 1963. Morirà nel 1971 a causa delle complicazioni della malattia.

14 giugno – 6 ottobre 2024 – CAMERA Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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VALERIE GALLOWAY: “RÊVER DANS LE DÉSERT”

Valerie Galloway lavora con la fotografia e il disegno. E’ nata in Francia, ha studiato fotografia all’Università dell’Arizona e oggi vive e lavora a Tucson.

Le fotografie stampate ai sali d’argento sono talvolta dipinte a mano; i soggetti mostrano particolare fascinazione per i nudi, la street photography e il vicino deserto di Sonora. Le immagini ricordano il voyeurismo di Eugene Atget, un certo mistero tipico di Man Ray e la sperimentazione della Nouvelle Vague. Accolgono l’influenza della tradizione culturale francese e la associano a certi riferimenti tipici del deserto americano, mentre allo stesso tempo rendono omaggio ai surrealisti degli anni Trenta.

Tutto ha inizio da un incontro casuale: Pichler scopre il lavoro e se ne innamora. Da questo innamoramento nasce il libro “Rêver Dans le Désert”, elegantemente rilegato in una copertina di seta color caffè. Come spesso accade sulle pareti della galleria di Micamera, questa mostra nasce dal libro. Esporremo alcuni pezzi unici e una selezione di stampe, accompagnate da alcuni gioielli fotografici realizzati appositamente per noi.

Dal 23 maggio al 22 giugno – MiCamera – Milano

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REALPOLITIK 2018-2023

Realpolitik 2018-2023, Palazzo Grillo, Genova
Realpolitik 2018-2023, Palazzo Grillo, Genova

naugura venerdì 3 maggio 2024 presso PRIMO PIANO di Palazzo Grillo alle ore 18.30 la mostra fotografica “Realpolitik 2018-2023”, un ritratto satirico della politica italiana contemporanea dei fotografi Luca Santese e Marco P. Valli del collettivo CESURA. Per l’occasione il giornalista Matteo Macor dialogherà con gli artisti. Seguirà visita guidata, a ingresso libero e gratuito.

Nato da un’analisi critico-satirica sulla situazione politica Italiana dopo le elezioni del 4 Marzo 2018, Realpolitik 2018-2023 è un progetto fotografico documentario di critica e riflessione satirica sull’iconografia di propaganda e comunicazione politica italiana contemporanea.
Le 34 stampe fine art di grande formato divise in sezioni tematiche, i contributi video e le diverse pubblicazioni esposte, consentono agli spettatori di immergersi nella nuova iconografia della politica italiana che gli autori hanno contribuito a plasmare in modo determinante. Il risultato è una sovversione delle modalità con cui la politica ha cercato di rappresentare sé stessa, soprattutto tramite l’uso oculato e programmatico dei social network, in un’inarrestabile transizione da una democrazia rappresentativa a una democrazia di rappresentazione.   “Con i nostri scatti – dichiarano Valli e Santese – abbiamo cercato di sovvertire quel meccanismo di falsa uguaglianza tra elettore ed eletto, tra votante e votato, tra consumatore ed erogatore di servizi politici, interrompendo la catena di comando della comunicazione politica proprio nel suo volere apparire autentica, semplice, diretta, e disvelando, attraverso nuove immagini, il nugolo di artifici che reggono il sistema della rappresentazione politica in Italia”.

Dal 03 Maggio 2024 al 30 Giugno 2024 –  Palazzo Grillo – Genova

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ROBERT CAPA. L’OPERA 1932-1954

Robert Capa, <em>Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943</em> 
© Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos | Robert Capa, Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943 

Dal 14 maggio al 13 ottobre 2024, il Museo Diocesano di Milano presenta Robert Capa. L’Opera 1932-1954, retrospettiva curata da Gabriel Bauret, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e prodotta da Silvana Editoriale, realizzata grazie al supporto del main sponsor Dils azienda leader nel Real Estate, che ripercorre le tappe principali della carriera del fotografo di guerra, dagli esordi nel 1932 fino alla morte avvenuta nel 1954 in Indocina per lo scoppio di una mina.
 
Una mostra composta da 300 opere, selezionate dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos, che vuole rivelare il temperamento e le sfaccettature di un personaggio passionale e sfuggente, insaziabile e forse mai pienamente soddisfatto, che non esitava a rischiare la vita per i suoi reportage. 
 
Di lui così scrisse Henri Cartier-Bresson: “Per me, Capa indossava l’abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all’apice della sua gloria”.
La rassegna si svolge cronologicamente fornendo uno sguardo dettagliato sul percorso artistico e professionale di uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo, esplorando i suoi scatti più iconici, e al contempo delineando il metodo di lavoro che Capa utilizzava, dal quale trapela la complicità e l’empatia che il fotografo riservava ai soggetti ritratti, soldati ma anche civili, sui terreni di scontro in cui ha maggiormente operato. Nell’intento del curatore, il progetto vuole porre l’accento sulla dimensione umanista di Robert Capa, sulle altre angolazioni verso cui dirige il suo obiettivo: le popolazioni vittime dei conflitti, i bambini, le donne.
 
Afferma Gabriel Bauret: “Se le fotografie di guerra plasmano la leggenda di Capa, nei suoi reportage lo vediamo anche guardare la realtà da diversi punti di vista, concentrandosi su quelli che il fotografo Raymond Depardon definiva “tempi deboli”, in contrapposizione ai tempi forti che solitamente mobilitano l’attenzione dei giornalisti e richiedono loro di essere i primi e più vicini”.
 
Nei “tempi deboli” le storie personali emergono dalla Storia universale, e il singolo si manifesta in tutta la sua umanità.
 
L’esposizione si articola in 9 sezioni tematiche – Fotografie degli esordi, 1932–1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936–1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943–1945; Verso una pace ritrovata, 1944–1954; Viaggi a est, 1947–1948; Israele terra promessa, 1948–1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954 – che evocano l’impostazione cronachistica con cui i suoi reportage venivano pubblicati sulla stampa francese e americana dell’epoca.
Lungo il percorso espositivo si trovano dunque immagini drammatiche come Morte di un miliziano lealista, fronte di Cordoba, Spagna, inizio settembre 1936, che per la prima volta, insieme agli scatti di altri fotografi professionisti inviati in prima linea e nelle città bombardate, documenta in senso moderno una guerra; ma anche fotografie che immortalano i momenti di svago del Tour de France, luglio 1939, simbolo di una vita che si sforza di scorrere nonostante lo spettro della battaglia; gli esiti della Seconda Guerra Mondiale emergono in istantanee di morte e resilienza come in Un prete cattolico celebra la messa sulla spiaggia di Omaha, Francia, Normandia, giugno 1944, dove vediamo la liturgia svolgersi in un contesto estremo.
Negli stessi anni, a chilometri di distanza, Capa documenta la risalita dell’Italia da parte degli Alleati e scova dell’inaspettata ironia di un Contadino siciliano che racconta a un ufficiale americano la direzione che avevano preso i tedeschi, vicino a Troina, in Italia, nell’agosto 1943; allo stesso tempo la festante esaltazione dei soldati russi e americani, che si divertono insieme a Berlino celebrando la fine della Guerra (Soldati americani, parte delle forze di occupazione alleate, ad una festa multinazionale, Berlino, Germania, 1945), è solo uno scorcio di pace in un mondo in conflitto; così la silenziosa e anonima sofferenza di Un uomo e una donna trasportano i loro averi in sacchi, Haifa, Israele, 1949 ricorda come ogni giorno il mondo sia solcato da tragedie che l’umanità – ora tanto piccola, ora invincibile – è chiamata ad affrontare.
 
Molte fotografie rimandano dunque all’uomo più che al fotografo, a Ernö Friedmann (suo nome di battesimo) più che a Robert Capa.
Insieme alle fotografie, sono esposti in mostra una serie di documenti, pubblicazioni, un filmato e una registrazione sonora (l’unica esistente con la voce di Capa) che permettono di dissipare l’aura mitologica da cui è avvolta la sua figura e tracciare i contorni di una vita il cui esito non è sfuggito alla tragedia.
Dal 14 Maggio 2024 al 13 Ottobre 2024 – Museo Diocesano – Milano

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VIVIAN MAIER. IL RITRATTO E IL SUO DOPPIO

Vivian Maier, Self – portrait, Chicago area, n.d.
© Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY | Vivian Maier, Self – portrait, Chicago area, n.d.

92 scatti realizzati prima con la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica e alcuni video girati in Super8 trasportano idealmente i visitatori nelle strade di New York e di Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.
Gli scatti raccontano la sua vita in totale anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di centoventimila negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, fotografie stampate e centinaia di rullini non sviluppati, venne scoperto in bauli, cassetti e nei luoghi più impensati da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione che li acquista un po’ per caso, salvandoli dall’oblio e rivelando al mondo l’immenso patrimonio fotografico di Vivian Maier.
In tutti questi scatti si riconosce un’incessante ricerca per dimostrare la propria esistenza, non certo per una rappresentazione edonistica, ma la disperata affermazione di sé e la fuga da un’esistenza invisibile.
Grazie a quel ritrovamento una “semplice tata” è riuscita a diventare, postuma, “la grande fotografa Vivian Maier”.
In tutto il suo lavoro, ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di anonimi estranei e persone con cui potrebbe essersi identificata, il mondo dei bambini – che è stato il suo mondo per così tanto tempo – ma emerge un’ evidente predilezione per gli autoritratti. Lei stessa appare in molti scatti, con una moltitudine di forme e variazioni, a tal punto da configurare una sorta di linguaggio all’interno del suo linguaggio.
A differenza di Narciso, che si distrusse nella contemplazione e nell’ammirazione della propria immagine, l’interesse di Vivian Maier per il ritratto di sé è piuttosto una disperata ricerca della sua identità. Costretta in una “invisibile non-esistenza”, a causa del suo status sociale, Vivian Maier ha silenziosamente e discretamente iniziato a produrre prove irrefutabili della sua presenza in un mondo in cui sembrava non avere posto.
Riflessi del suo viso in uno specchio, la sua ombra che si allunga sul terreno, il contorno della sua figura: ogni autoritratto di Vivian Maier è una affermazione della sua presenza in quel luogo particolare, in quel momento particolare. La caratteristica ricorrente che è diventata una firma nei suoi autoritratti è l’ombra.
L’ombra, quel duplicato del corpo in negativo, “scolpito dalla realtà”, che ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. All’interno di questo dualismo, Vivian Maier ha giocato con il sé e con il suo doppio.
E poiché una fotografia, come ha detto Edouard Boubat, è “qualcosa di strappato alla vita”, nel caso di Vivian Maier, i suoi autoritratti accumulati configurano una precisa identità, che ora ha preso il suo posto in un presente perpetuo, costantemente ripetuto e sigillato dalla Storia.

Dal 20 Aprile 2024 al 03 Novembre 2024 – Villa Mussolini – Riccione

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WORLD WATER DAY PHOTO CONTEST TRAVELLING EXHIBITION

In occasione degli Eco-Days e grazie alla collaborazione con  Fondazione per la Cultura Pontedera, l’esposizione itinerante del World Water Day Photo Contest arriva al Palazzo Pretorio di Pontedera, un magnifico palazzo del ‘300.
La mostra curata da Roberto Isella per Lions Club Seregno AID, propone la storia del World Water Day Photo Contest con 245 immagini disposte in 10 sale espositive e selezionate tra le oltre 10.000 foto pervenute in otto edizioni del concorso comprese le immagini dell’edizioni 2024. Un vero e proprio patrimonio culturale dedicato al diritto umano all’acqua.
Le incredibili storie che ogni immagine racconta, invitano il visitatore a riflettere  sull’importanza dell’acqua come diritto inviolabile dell’umanità.
L’esposizione è visitabile fino al 30 giugno 2024

Dal 4 maggio al 30 giugno – Palazzo Pretorio – Pontedera

Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte

Paolo Novelli, Day n.3, 2018, Courtesy l’autore

La mostra Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte, prevista in Project Room dal 14 giugno al 21 luglio 2024, riunisce e pone in dialogo in un unico spazio due cicli di lavoro del fotografo bresciano, realizzati fra 2011 e 2018, centrali nell’evoluzione del suo linguaggio.

Entrambe realizzate in analogico in un rigoroso bianco e nero, nel quale il processo di stampa assume un’importanza fondamentale, le due serie presentano sostanzialmente un unico soggetto, le finestrecoperte da persiane chiuse o murate, sulle facciate di edifici che non presentano alcuna caratteristica architettonica di particolare fascino. La notte non basta è composto da una sequenza di notturni, dove le finestre – o meglio le persiane che ne impediscono la vista – emergono dal buio dialogando con la luce dei lampioni, mentre Il giorno non basta si concentra sulla luce diurna che tocca le rientranze geometriche costituite dalle finestre murate, che diventano quasi delle forme astratte, segni minimali sulla superficie dell’edificio. Il titolo deriva da una riflessione del fotografo sui modi di dire, che si allarga a una visione della vita: “quando le cose vanno male, qualcuno a fine giornata ci rincuora con frasi come: “dormici sopra, fai passare la notte e domani mattina vedrai…”. Poi ti svegli e non è cambiato nulla. A volte rimane solo un desiderio, incalzante: scappare; cosa che alla fine non succede quasi mai; da qui la seconda parte del dittico “il giorno non basta”, con ipotetico sottotitolo “a fuggire””.

La ricerca di Novelli è fatta di tempi lunghi di realizzazione che richiedono tempi altrettanto lunghi di visione, poiché le immagini sono fatte di variazioni minime, di spostamenti della luce e dell’ombra, di sfumature nei toni, in un morandiano affondo nel mistero della restituzione del mondo per via di immagini, tanto più silenziose quanto più evocative.

Paolo Novelli è attivo dalla fine degli anni Novanta; a partire dagli anni Duemila ha pubblicato diverse monografie, tra cui Interiors in occasione della sua prima mostra alla Galleria Massimo Minini nel 2011, galleria nella quale ha tenuto anche la sua mostra più recente, nel 2022. Di rilievo anche la mostra alla Triennale di Milano tenutasi nel 2019, a cura di Giovanni Martini, che è stato, insieme a Lanfranco Colombo, Arturo Carlo Quintavalle e Giovanni Gastel, uno degli autori che più hanno sostenuto e interpretato il suo lavoro.

14 giugno – 21 luglio 2024 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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TARIN. GUILTLESS

Tarin, Estate
© Tarin | Tarin, Estate

Cluster Contemporary in collaborazione con NFC Edizioni espone “Guiltless” una mostra personale di Tarin, e con l’occasione verrà presentato a Roma il progetto editoriale del 2024. Tarin ha infatti prodotto un calendario in tiratura limitata, 16 immagini inedite dallo stile inconfondibile ma con due grandi novità. Troveremo infatti oltre a 12 inediti scatti alle muse di Tarin, quattro scatti di paesaggio ad intervallare le stagioni del 2024. 

“Entrare in relazione con il paesaggio è un’operazione intima, che evita facili suggestioni, mostrando il paesaggio, per così dire, nella sua nudità”, così Tarin ci presenta questo suo nuovo percorso. 
Per il mese di dicembre la sfida è quella di ampliare l’osservazione perché “la complessità del mostrarsi riguarda ogni essere umano, ed è ancora più evidenziata dalla sensualità femminile di un corpo biologicamente maschile”. 

In mostra opere in grande formato, provini unici e inediti disegni.

Dal 09 Maggio 2024 al 22 Giugno 2024 – Cluster Contemporary – Roma

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VINCENT PETERS. TIMELESS TIME

Vincent Peters, Monica Bellucci, Rome 2018
© Vincent Peters | Vincent Peters, Monica Bellucci, Rome 2018

Dopo il grande successo riscosso a Palazzo Reale di Milano e a Palazzo Albergati di Bologna, il prossimo 16 maggio arriva a Palazzo Bonaparte di Roma una delle mostre fotografiche più visitate dell’anno: “Timeless Time” è un viaggio tra gli scatti iconici e senza tempo del fotografo Vincent Peters che, fino al 25 agosto 2024, presenta una selezione di lavori in bianco e nero in cui la luce è protagonista nel definire le emozioni e raccontare le storie dei soggetti ritratti e della loro intima capacità di riflettere la bellezza.

Christian Bale, Monica Bellucci, Vincent Cassel, Laetitia Casta, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, David Beckham, Scarlett Johansson, Milla Jovovich, John Malkovich, Charlize Theron, Emma Watson e Greta Ferro sono solo alcuni dei personaggi famosi i cui ritratti sono esposti a Palazzo Albergati.
Scatti realizzati tra il 2001 e il 2021 da Vincent Peters che, usando un’illuminazione impeccabile, eleva i suoi soggetti a una posizione che spesso trascende il loro status di celebrità.

Se è vero che la moda deve parte del suo fascino alla fugacità, al suo passare di moda, Vincent Peters cerca di forzare questo automatismo creando fotografie che escono dal tempo.
La mostra a Palazzo Bonaparte cerca di raccontare questo filo rosso, lo sguardo umanistico di un fotografo che ha fatto sua tutta la nostra tradizione occidentale ed italiana. Ritratti di donne e uomini, personaggi noti, frammenti di una storia che dura oltre lo scatto fotografico, come fosse un film. Classici e moderni, angelici e torbidi come le madonne ed i signori ritratti dai pittori. Visioni iconiche, in bianco e nero, senza tempo. Fotografie che, come le opere d’arte della città eterna, non esauriscono ciò che hanno da dirci e durano per sempre.

Dal 18 Maggio 2024 al 25 Agosto 2025 – Palazzo Bonaparte – Roma

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Mostre per il mese di luglio

Sono tante e tutte belle le mostre che vi proponiamo per il mese di luglio! Non perdetele!

Anna

CORTONA ON THE MOVE 2023 – MORE OR LESS

Larry Fink, dalla raccolta 'Class Issues'
© Larry Fink | Larry Fink, dalla raccolta ‘Class Issues’

More or Less è il tema scelto per la 13° edizione di Cortona On The Move, il festival internazionale di fotografia in programma dal 13 luglio al 1° ottobre 2023 a Cortona, nel cuore della Toscana. Il “clou” della manifestazione sarà, come ogni anno, nelle giornate inaugurali del festival (13-16 luglio), quando si danno appuntamento a Cortona i più grandi esperti nazionali e internazionali del mondo della fotografia, impegnati in eventi, presentazioni, talk e workshop, per promuovere la riflessione sull’attualità e sul passato, attraverso uno degli strumenti che meglio sanno indagare la realtà. 

«More or Less è il tema che ho scelto per questa edizione. Queste categorie definiscono il mondo in cui viviamo, le nostre aspirazioni, le nostre paure, le nostre appartenenze. La contrapposizione tra l’abbondanza e la scarsità, il superfluo e l’essenziale, le élite e le masse, l’accumulo e la dispersione. More or Less sono anche temi molto cari alla fotografia, attorno ai quali si sono sviluppati interi generi. A Cortona On The Move 2023 esploreremo More, guardando al passato e al presente, e ci soffermeremo Less sugli stereotipi, offrendo un programma ricco di spunti per comprendere il nostro mondo, e al contempo, povero di semplificazioni.», commenta Paolo Woods, Direttore artistico di Cortona On The Move. 

«Il nostro obiettivo è continuare quell’indagine della contemporaneità e del mezzo fotografico che ha caratterizzato il percorso intrapreso dal festival fin dall’inizio, arricchendola con nuovi valori e strumenti. Non solo opere inedite che aprono prospettive extra e meta-fotografiche, ma anche progetti che vadano oltre il principale medium di riferimento», dichiara Veronica Nicolardi, Direttrice di Cortona On The Move. 

A interpretare la dicotomia tra “più e meno” sono stati invitati più di 30 artistiper 26 mostre allestite tra il centro storico della città, la Fortezza medicea del Girifalco e la “Stazione C” nei pressi della Stazione di Camucia-Cortona. Tra questi alcuni grandi nomi della fotografia internazionale come Larry Fink, di cui sarà esposta la raccolta di opere dal titolo Class Issues. Nel corso della sua carriera pluridecennale, Larry Fink ha prodotto lavori che hanno raccontato in maniera inaspettata la società e la sua divisione in classi, entrando a far parte della storia della fotografia. In mostra sono presentate alcune immagini inedite e una selezione delle sue fotografie più note. E ancora Chauncey Hare con la raccolta WorkingClass Heroes, esposte per la prima volta in Italia. Due le mostre realizzate in collaborazione con Intesa SanpaoloStanding Still di Massimo Vitali, di cui saranno esposti lavori iconici dagli anni ‘90 a oggi, e Il caso “Africo”, dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, che raccoglie il reportage di Valentino (Tino) Petrelli realizzato nel paese dell’Aspromonte nel 1948 e che sarà esposto a Cortona per la prima volta nella sua integrità.

Occhi puntati anche sulle mostre collettive, come Get Rich or Die Tryin’, curata daLars Lindemann e Paolo Woods in partnership con Autolinee Toscane. Dal Bronx alle passerelle delle più grandi case di moda, a 50 anni dalla sua nascita il rap ne ha fatta di strada. La mostra racconta la storia di una cultura creata dai più svantaggiati che, attraverso l’hip hop, hanno trovato una strada verso l’espressione, la propria identità, la creazione e, infine, la ricchezza e l’accettazione. E ancora la collettiva Focus on China, a cura di Lü Peng, Direttore artistico Biennale Chengdu, e Paolo Woods. La mostra, che vedrà la partecipazione dei tre artisti cinesi Hong Lei, Dong Wensheng e Han Lei, nasce dalla collaborazione, avviata quest’anno con Chengdu Biennale, biennale d’arte contemporanea che si svolge a Chengdu, in Cina. Infine, tra le collettive, l’inedita Ambiziosamente tua- Amore e classi sociali nel fotoromanzo a cura di Frédérique Deschamps e Paolo Woods in partnership con Fondazione Mondadori, che mette in mostra i tesori fotografici, alcuni dei quali inediti, della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori a Milano. La Fondazione conserva i negativi e le prime prove fotografiche di diverse centinaia di fotoromanzi pubblicati da Mondadori nella rivista Bolero tra il 1947 e la fine degli anni ‘70

Tra le mostre in programma, la raccolta Scalandrê di Marco Zanella, vincitore della XVIII edizione del premio Amilcare G. Ponchielli, e il progetto The Anthropocene Illusion di Zed Nelson, vincitore del Cortona On The Move Award 2022.

Per quanto riguarda le nuove collaborazioni che da quest’anno il festival può annoverare, e che vanno ad aggiungersi a quelle ormai consolidate, oltre a quella già citata con Chengdu Biennale, anche l’avvio della collaborazione con la Fondation Carmignac che quest’anno porta a Cortona The Wells Run Dry di Fabiola Ferrero, dodicesima vincitrice del Carmignac Photojournalism Award.

Infine, dopo il successo della passata edizione, per il secondo anno consecutivo tutte le mostre di Cortona On The Move 2023 saranno ad accesso gratuito per i cittadini residenti a Cortona.

TUTTE LE MOSTRE DI CORTONA ON THE MOVE 2023

●      Get Rich or Die Tryin’– a cura di Lars Lindemann & Paolo Woods. In partnership con Autolinee Toscane 
●      Larry Fink – Class Issues
●      Ambiziosamente tua – Amore e classi sociali nel fotoromanzo– a cura di Frédérique Deschamps & Paolo Woods. In partnership con Fondazione Mondadori
●      Massimo Vitali – Standing Still – in partnership con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia
●      Il caso “Africo” – Dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo. A cura di Paolo Woods. Supervisione scientifica di Barbara Costa. Ricerca iconografica di Serena Berno e Silvia Cerri
●      Chauncey Hare – Working Class Heroes
●      Fabiola Ferrero – The Wells Run Dry. In collaborazione con Fondation Carmignac
●      Nick Hannes – Garden of Earthly Delights
●      Reiner Riedler – Memory Diamonds
●      Barbara Iweins – Katalog
●      Nikita Teryoshin – Nothing Personal – The Back Office of War
●      Michaël Zumstein – Aka Zidane
●      Irina Werning – Lessons on How to Survive Inflation From a Pro
●      James Mollison – Where Children Sleep
●      Sebastián Montalvo Gray – Detonate
●      Karen Knorr – Belgravia
●      Marco Tiberio & Maria Ghetti – Invisible Cities Calais
●      Gerald von Foris – One Day, Son, This Will All Be Yours
●      Hans Eijkelboom – 10-Euro Outfits
●      Zed Nelson – The Anthropocene Illusion. Vincitore Cortona On The Move Award 2022
●      Marco Zanella – Scalandrê. A cura di Benedetta Donato | GRIN – Gruppo Redattori Iconografici Nazionale. Progetto vincitore della XVIII edizione del premio Amilcare G. Ponchielli
●      Fausto Podavini – Apnea. In partnership con Medici Senza Frontiere
●      Marco Garofalo – Ultima Chance. In partnership con Autolinee Toscane
●      Focus on China – a cura di Lü Peng e Paolo Woods. In collaborazione con Chengdu Biennale
           Hong Lei – A Trilogy of Evolution
Dong Wensheng – Wilderness
Han Lei – Assemblage
●      Marina Planas – Warlike Approaches to Tourism: All Inclusive. In collaborazione con Institut d’Estudis Baleàrics
●      Cince Johnston Freddy & Ceydie. In collaborazione con Rencontres internationales de la photographie en Gaspésie

Dal 13 Luglio 2023 al 01 Ottobre 2023 – Cortona (AR) sedi varie

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SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS 2023

Lee Ann Olwage, South Africa, Winner, Professional Competition, Creative, Sony World Photography Awards 2023

Creati dalla World Photography Organisation e acclamati in tutto il mondo, i Sony World Photography Awards rappresentano uno degli appuntamenti più importanti per il settore fotografico internazionale. Aperti a tutti a titolo gratuito e ormai giunti alla 16° edizione, gli Awards rappresentano un importantissimo sguardo sul mondo della fotografia contemporanea e offrono agli artisti, sia affermati che emergenti, la straordinaria opportunità di esporre il proprio lavoro. Inoltre, offrono l’occasione per riconoscere i fotografi più influenti al mondo.

I Sony World Photography Awards sono promossi dalla World Photography Organisation e da Sony e comprendono i premi Professional, Open Youth e Student. Prima di essere esposte nelle sale del Museo Docesano, le opere vincitrici dei Sony World Photography Awards 2023, assegnati lo scorso aprile durante la Cerimonia internazionale di Londra, sono state esposte presso la Somerset House di Londra.
Fra le opere in mostra si potrà ammirare “Our War” del portoghese Edgar Martins, vincitore assoluto del titolo di Photographer of the Year con il suo personalissimo tributo all’amico e fotoreporter Anton Hammerl, ucciso durante la guerra civile libica del 2011. Esposto anche il lavoro di Alessandro Cinque, vincitore del Sustainability Prize, ideato in collaborazione con la United Nations Foundation e l’iniziativa Picture This di Sony Pictures per premiare le storie, le persone e le organizzazioni che, con le loro azioni, perseguono uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
Tra le opere in mostra anche quelle degli altri fotografi italiani che si sono classificati al secondo e terzo posto in diverse categorie del concorso Professional: Noemi Comi e Edoardo Delille e Giulia Piermartiri, 2° e 3° posto per Fotografia Creativa; Bruno Zanzottera e Fabio Bucciarelli, 2° e 3° posto secondo per Paesaggio; Andrea Fantini e Nicola Zolin, 2° e 3° posto per Sport.

Dal 17 luglio al 3 settembre – Museo Diocesano di Milano – Chiostri di S. Eustorgio

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GABRIELE BASILICO. RITORNI A BEIRUT_ BACK TO BEIRUT

Gabriele Basilico, Beirut 2003
© Gabriele Basilico | Gabriele Basilico, Beirut 2003

Ad Alessandria inaugura il 16 giugno la mostra GABRIELE BASILICO – Ritorni a Beirut_ Back to Beirut presso le Sale d’Arte in via Machiavelli 13. 
L’esposizione voluta dall’Amministrazione Comunale di Alessandria, è organizzata dall’Azienda Speciale Multiservizi Costruire Insieme in collaborazione e con la cura di Giovanna Calvenzi dell’Archivio Gabriele Basilico e Christian Caujolle, direttore artistico.

La mostra presenta il lavoro realizzato da Gabriele Basilico durante quattro missioni fotografiche a Beirut nel 1991, 2003, 2008 e 2011. È una mostra che viene proposta per la prima volta in Italia e che vuole ricordare la relazione profonda e appassionata che ha legato Gabriele Basilico alla città libanese che nel corso degli anni è diventata anche uno dei cardini centrali del suo impegno con la fotografia.
 
Questo il sintetico riassunto delle quattro missioni.
 
Nel 1991 la scrittrice libanese Dominique Eddé, per incarico della Fondazione Hariri, invita un gruppo internazionale di fotografi a documentare l’area centrale della città di Beirut, straziata da una guerra durata quindici anni, prima della sua ricostruzione. Al progetto partecipano Gabriele Basilico, René Burri, Raymond Depardon, Fouad Elkoury, Robert Frank e Josef Koudelka.
 
Nel 2003 Stefano Boeri, direttore della rivista di architettura “Domus”, propone a Gabriele Basilico di documentare la ricostruzione della città, non per selezione di singole architetture ma per vedute urbane corrispondenti alle riprese fotografiche realizzate nel 1991.
 
Nel 2008 Gabriele Basilico è a Beirut per la presentazione di una sua mostra al Planet Discovery Center. Continua a fotografare la città, a documentarne la ricostruzione, questa volta senza uno specifico incarico e allontanandosi anche dal centro storico.
 
La Fondazione Hariri decide nel 2009 di lanciare una seconda missione di documentazione fotografica collettiva con l’obiettivo di creare un archivio visivo che testimoni lo sviluppo della città. Invita quindi Fouad Elkoury (presente nel 1991 e che coordina la nuova missione), Klavdij Sluban, Robert Polidori e Gabriele Basilico, che lavorerà a Beirut nel 2011.
 
Lo stesso Basilico ha scritto nel 2003: “La pratica del ritornare crea una singolare disposizione sentimentale: come l’attesa per un appuntamento desiderato, un risvegliarsi della memoria per luoghi, oggetti, persone, come se si riaccendesse il motore di una macchina ferma da tempo. Per Beirut è stato anche di più”.

Dal 16 Giugno 2023 al 01 Ottobre 2023 – Sale d’Arte – Alessandria

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ANDREAS GURSKY: VISUAL SPACES OF TODAY

Andreas Gursky, Salinas, 2021 © Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn, Germany
Andreas Gursky, Salinas, 2021 © Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn, Germany

La mostra Andreas Gursky. Visual Spaces of Today, la prima antologica in Italia dell’artista, curata da Urs Stahel insieme al fotografo tedesco Andreas Gursky, segna l’inizio della celebrazione di due ricorrenze: i 100 anni dell’impresa G.D e i 10 anni di Fondazione MAST
“Fare del lavoro una cultura e della cultura un lavoro”: sono parole che legano insieme queste due realtà, che rappresentano da un lato la cultura aziendale dell’impresa che si è consolidata nel tempo e dall’altra quella della creazione di uno spazio innovativo e partecipativo di produzione del pensiero sul lavoro.

Gli spazi visuali delle opere fotografiche selezionate da Urs Stahel e Andreas Gursky per questa mostra riflettono questi mondi tematici. Le potenti immagini dell’artista tedesco aprono a nuove modalità di concepire il lavoro, l’economia e la globalizzazione e svelano visioni concrete di siti produttivi, centri di movimentazione delle merci, templi del consumo, nodi di trasporto, luoghi di produzione energetica e alimentare, sedi dell’industria finanziaria.

La mostra comprende 40 immagini dell’artista che vive e lavora a Düsseldorf: abbraccia un arco di tempo che va dai primi lavori (Krefeld, Hühner, 1989) alle opere più recenti (V&R II V&R III, 2022), copre grandi distanze tra Salerno (1990) e Hong Kong (2020) e combina la moderna industria del turismo (Rimini, 2003) con processi di produzione millenari (Salinas, 2021).

Andreas Gursky è considerato uno dei maggiori artisti del nostro tempo. Il suo nome, in particolare negli anni Novanta, è stato associato alle fotografie di grande formato. Le sue immagini sono oggi divenute vere e proprie icone contemporanee e hanno contribuito a stabilire lo status della fotografia come arte e quindi come oggetto di collezione sia per i musei sia per i privati.

La finezza con cui Gursky seziona il presente e mette a fuoco i suoi soggetti, andando al fondo delle cose e allo stesso tempo mantenendo nitido il quadro generale, risulta evidente attraverso le sue inconfondibili composizioni visive.

L‘esposizione è accompagnata da un catalogo, pubblicato dalla Fondazione MAST, con la prefazione della Presidente Isabella Seràgnoli e un testo di approfondimento critico di Urs Stahel. 

Dal 25 Maggio 2023 al 07 Gennaio 2024 – Fondazione MAST – Bologna

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Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro

La mostra Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro, che si compone di oltre 200 immagini ed è curata dal direttore artistico di CAMERA Walter Guadagnini e dalla curatrice Monica Poggi, presenta la carriera di Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), autrice che è stata, come scrisse John Szarkowski, “per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista”.

Il percorso di mostra, visitabile dal 19 luglio all’8 ottobre , si concentra in particolare sugli anni Trenta e Quaranta, picco assoluto della sua attività, periodo nel quale documenta gli eventi epocali che hanno modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti. Fra il 1931 e il 1939, il Sud degli Stati Uniti viene infatti colpito da una grave siccità e da continue tempeste di sabbia, che mettono in ginocchio l’agricoltura dell’area, costringendo migliaia di persone a migrare. Dorothea Lange fa parte del gruppo di fotografi chiamati dalla Farm Security Administration (agenzia governativa incaricata di promuovere le politiche del New Deal) a documentare l’esodo dei lavoratori agricoli in cerca di un’occupazione nelle grandi piantagioni della Central Valley: Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti, riportati poi nelle dettagliate didascalie che completano le immagini.

È in questo contesto che realizza il ritratto, passato alla storia, di una giovane madre disperata e stremata dalla povertà (Migrant Mother), che vive insieme ai sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.

La crisi climatica, le migrazioni, le discriminazioni: nonostante ci separino diversi decenni da queste immagini, i temi trattati da Dorothea Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul presente, oltre a evidenziare una tappa imprescindibile della storia della fotografia del Novecento.

La mostra offre quindi ai torinesi e ai turisti un’occasione imperdibile per conoscere meglio l’autrice di una delle immagini simbolo della maternità e della dignità del XX secolo e interrogarsi sul presente.

19 luglio – 8 ottobre 2023 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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GUIDO HARARI. INCONTRI – 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E RACCONTI

Vasco Rossi by Guido Harari
© Guido Harari | Vasco Rossi by Guido Harari

La Fondazione Ferrara Arte e il Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara presentano la grande mostra antologica dedicata a Guido Harari, un suggestivo percorso espositivo allestito nelle sale di Palazzo dei Diamanticon oltre 300 fotografie, installazioni e filmati originali, proiezioni e incursioni musicali, un set fotografico e incontri con l’autore.

La mostra “GUIDO HARARI. INCONTRI – 50 anni di fotografie e racconti”, dal 16 luglio al 1 ottobre 2023 a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, organizzata con Rjma Progetti culturali e Wall Of Sound Galleryripercorre  tutte le fasi della eclettica carriera di Guido Harari: dagli esordi in ambito musicale come fotografo e giornalista, alle numerose copertine di dischi per artisti come Fabrizio De André, Bob Dylan, Vasco Rossi, Kate Bush, Paolo Conte, Lou Reed, Frank Zappa, fino all’affermazione di un lavoro che nel tempo è rimbalzato da un genere all’altro – editoria, pubblicità, moda, reportage – privilegiando sempre il ritratto come racconto intimo degli incontri con le maggiori personalità del suo tempo.

Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni Settanta, quando Harari, ancora adolescente, inizia a coniugare le sue due grandi passioni: la musica e la fotografia. Immagini e sequenze inedite, insieme a filmati d’epoca di backstage, videointerviste, il documentario di Sky Arte a lui dedicato e l’audioguida con la voce narrante dello stesso Harari conducono il visitatore nel cuore del suo processo creativo.

La mostra propone anche una sezione dedicata alla passione parallela per la curatela di libri intesi come una forma di “fotografia senza macchina fotografica” oltre che occasioni di incontri vecchi e nuovi, da cui sono nate le biografie illustrate di Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini, e una dedicata a immagini “di ricerca” inedite che Harari va realizzando da qualche anno come sua personale forma di meditazione in progress.

Una sezione di grande impatto sarà “Occhidi Ferrara”, dove, durante lo svolgimento della mostra, Harari esporrà via via i ritratti su prenotazione che realizzerà nella Caverna Magica, un set fotografico allestito alla fine del percorso espositivo. Oltre alla stampa firmata dal fotografo che sarà consegnata in tempo reale ai soggetti ritratti, una seconda stampa sarà esposta, anche questa in tempo reale, sviluppando una sorta di “mostra nella mostra” che rappresenterà idealmente gli sguardi della città che la ospita.

In occasione della mostra Rizzoli Lizard ha pubblicato “Guido Harari. Remain In Light. 50 anni di fotografie e incontri”, un grande volume di 432 pagine con oltre 500 illustrazioni, che di fatto ne costituisce il catalogo.

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

1. LIGHT MY FIRE. IL BIG BANG DI UNA PASSIONE
La mostra prende le mosse dalla ricostruzione idealizzata della stanza di Harari ragazzino, con tutta l’iconografia che lo ha ispirato: poster, foto, riviste e libri d’epoca, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia.

2. FRONTE DEL PALCO
In una sala immersiva prende vita la dimensione propulsiva dei concerti, cogliendo la melodia cinetica di artisti come Bowie, i Queen, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Marley, Pink Floyd, Paul McCartney, Rolling Stones, Miles Davis, Neil Young, Clash, Led Zeppelin, Prince, Police, Talking Heads, Michael Jackson, Stevie Wonder, James Brown, Nirvana, Simon & Garfunkel, Santana, Ray Charles, Tina Turner, Vasco Rossi, Giorgio Gaber.

3. ALL AREAS ACCESS
Uno sguardo privilegiato e molto ravvicinato sul backstage di tournée e sale di registrazione, alla ricerca di un’intimità con gli artisti, che esploderà presto nella dimensione più esclusiva del ritratto: da Fabrizio De André a Paolo Conte, Lou Reed, Laurie Anderson, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Keith Jarrett, Mark Knopfler, Vasco Rossi, Claudio Baglioni, Gianna Nannini, PFM e altri.

4. REMAIN IN LIGHT
I ritratti dei musicisti del cuore, tra cui Tom Waits, Lou Reed e Laurie Anderson, Jeff Buckley, George Harrison, Keith Richards, Patti Smith, B.B. King, Frank Zappa, Van Morrison, Bob Marley, Eric Clapton, Elton John, Kate Bush, i Clash, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Philip Glass, Peter Gabriel, Nick Cave, George Michael, R.E.M., Iggy Pop, Ute Lemper, Brian Eno e molti altri.

5. IL RITRATTO COME INCONTRO
Alcuni incontri del cuore: lunghe frequentazioni e collisioni isolate, tra cui José Saramago, Wim Wenders, Richard Gere, Pina Bausch, Greta Thunberg, Luis Sepulveda, Amos Oz, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Hanna Schygulla, Lindsay Kemp, Daniel Ezralow, Alejandro Jodorowsky, Noa, Mikhail Baryshnikov, Frank O. Gehry, Robert Altman, Jean-Luc Godard, Madre Teresa.

6. LA MUSICA CHE MI GIRA INTORNO
Le eccellenze della canzone italiana d’autore, le grandi signore della musica italiana, la primavera dei gruppi indie: da Paolo Conte a Franco Battiato, Fabrizio De André, Lucio Dalla, Ivano Fossati, Gino Paoli, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Pino Daniele, Francesco De Gregori, Roberto Vecchioni, Zucchero, Francesco Guccini, Vasco Rossi, Ligabue, Vinicio Capossela, Ezio Bosso, Morgan, Litfiba, C.S.I., Milva, Ornella Vanoni, Mia Martini, Loredana Bertè, Alice, Giuni Russo, Antonella Ruggiero.

7. ITALIANS
I protagonisti della cultura e della società, eccellenze italiane tra Novecento e Duemila, fotografate quasi fossero tutte delle rockstar, da Gianni Agnelli a Rita Levi Montalcini, Ennio Morricone, Nanni Moretti, Roberto Benigni, Umberto Eco, Michelangelo Antonioni, Dario Fo e Franca Rame, Bernardo Bertolucci, Carmelo Bene, Roberto Baggio, Ettore Sottsass, Renzo Piano, Carla Fracci, Vittorio Gassman, Lina Wertmuller, Monica Vitti, Gino Strada, Luciano Pavarotti, Sophia Loren, Giorgio Armani, Carla Fracci, Margherita Hack, Alda Merini, Marcello Mastroianni, Tiziano Terzani, Michelangelo Pistoletto, Enzo Biagi, Miuccia Prada, Liliana Segre, Toni Servillo e molti altri

8. IL SENTIMENTO DELLO SGUARDO. I FOTOGRAFI
I ritratti di alcuni grandi fotografi che hanno ispirato Harari, colti in primi piani che emergono dal buio, quasi a volerlo esorcizzare: Duane Michals, Richard Avedon, Sebastião Salgado, Helmut Newton, Steve McCurry, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli, Franco Fontana, Anton Corbijn con Tom Waits, Paolo Pellegrin.

9. FOTOGRAFARE SENZA MACCHINA FOTOGRAFICA
Una passione parallela: la curatela dei libri, l’editing di testi, documenti e immagini, il recupero e il restauro di archivi dimenticati, il progetto grafico come elemento essenziale del racconto, libri come occasioni di incontri vecchi e nuovi. Le biografie illustrate di Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini, presentate con doppie pagine tratte dai libri e una video proiezione con filmati inediti di lavorazione relativi al libro “Pasolini. Bestemmia”.

10. IN CERCA DI UN ALTROVE
Antidoti ai rituali della fotografia commerciale e ai ritratti di celebrità, sono schegge di reportage, ricerche e sperimentazioni inedite, alla ricerca di nuovi linguaggi che puntino oltre la fotografia.

11. OCCHI DI FERRARA
Durante il periodo di apertura della mostra, nell’ultima sala del percorso verranno esposti in tempo reale i ritratti che Guido Harari avrà realizzato nella Caverna Magica, dando vita ad una sorta di “mostra nella mostra” che, una volta completata, rappresenterà idealmente gli sguardi della città.

12. CAVERNA MAGICA
A margine del percorso espositivo il visitatore che lo desideri, prenotandosi in anticipo sul sito http://www.mostraguidoharari.it, potrà farsi ritrarre da Harari nel suo set fotografico, allestito nello spazio adiacente al bookshop di Palazzo dei Diamanti.

Ispirato dai grandi fotografi di rock e jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, Guido Harari si è affermato nei primi Settanta come fotografo e giornalista musicale. Nel tempo ha esplorato e approfondito anche il reportage, il ritratto istituzionale, la pubblicità e la moda, collaborando con le maggiori testate italiane ed internazionali. Numerose le copertine di dischi firmate per artisti internazionali come Kate Bush, David Crosby, Bob Dylan, B.B. King, Ute Lemper, Paul McCartney, Michael Nyman, Lou Reed, Simple Minds e Frank Zappa, oltre ai lavori per Dire Straits, Duran Duran, Peter Gabriel, Pat Metheny, Santana e altri ancora. In Italia ha collaborato soprattutto con Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Angelo Branduardi, Vinicio Capossela, Paolo Conte, Pino Daniele, Fabrizio De André, Eugenio Finardi, Ligabue, Mia Martini, Gianna Nannini, PFM, Vasco Rossi, Zucchero e la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Muti. Ha realizzato diverse mostre personali, tra cui Wall Of Sound presentata al Rockheim Museum in Norvegia, alla Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia, e al Museo nazionale Rossini di Pesaro. È stato anche tra i curatori della grande mostra multimediale su Fabrizio De André, prodotta da Palazzo Ducale a Genova, e di Art Kane. Visionary per la Galleria civica di Modena e per Made in Cloister a Napoli. Tra i suoi libri illustrati Fabrizio De André. E poi, il futuro (2001), The Beat Goes On (con Fernanda Pivano, 2004), Vasco! (2006), Fabrizio De André. Una goccia di splendore (2007), Fabrizio De André & PFM. Evaporati in una nuvola rock (con Franz Di Cioccio, 2008), Mia Martini. L’ultima occasione per vivere (con Menico Caroli, 2009), Gaber. L’illogica utopia (2010), Pier Paolo Pasolini. Bestemmia (2015), The Kate Inside (2016), Fabrizio De André. Sguardi randagi (2018). Nel 2011 ha aperto ad Alba, dove risiede da diversi anni, una galleria fotografica (Wall Of Sound Gallery) e una casa editrice di cataloghi e volumi in tiratura limitata (Wall Of Sound Editions), interamente dedicate all’immaginario della musica.

Dal 16 Luglio 2023 al 01 Ottobre 2023 – Palazzo dei Diamanti – Ferrara

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PHILIPPE HALSMAN. LAMPO DI GENIO

Marilyn Monroe by Philippe Halsman
© Philippe Halsman | Marilyn Monroe by Philippe Halsman

Mostra dedicata a Philippe Halsman, tra i più originali ed enigmatici ritrattisti del Novecento.

In mostra oltre cento immagini di vario formato, tra colore e bianco e nero che percorrono l’intera sua carriera selezionate da Contrasto e Archivio Halsman di New York.

L’esposizione, ideata e curata da Alessandra Mauro presenta per la prima volta in Italia una grande personale dedicata a uno dei più importanti fotografi del Novecento, Philippe Halsman. Nato a Riga (Lettonia) nel 1906, Halsman comincia negli anni Venti la sua carriera di fotografo e diventa celebre a Parigi, negli anni Trenta, lavorando per riviste come “Vogue” e “Vu”. Negli anni Quaranta riesce a ottenere un visto per gli Stati Uniti grazie all’amicizia di Albert Einstein e una volta sbarcato a New York, la sua fama di grande ritrattista si consolida ancora di più. Dalle collaborazioni con le grandi testate, agli intensi ritratti per lo show business hollywoodiano, Halsman ha creato un genere e uno stile unico e rivoluzionario. Le sue fotografie sono frutto di una vulcanica creatività e delle sinergie che si manifestavano nell’incontro con grandi e illustri amici tra cui, il più folle di tutti, Salvador Dalì, con cui realizza una serie straordinaria di immagini surreali e surrealiste. Nella sua lunga carriera di ritrattista, Halsman ha firmato 101 copertine della rivista “Life”: un record incontrastato.

Le immagini sono accompagnate da una documentazione selezionata come le copertine di “Life”, i provini, le testimonianze d’epoca e i filmati per ricordare questo grande interprete della fotografia e offrire allo stesso tempo un’originale riflessione sul ritratto fotografico, la sua genesi e la sua particolarità.

Un’occasione unica per ammirare le sue grandi creazioni, comprendere quale sia la chiave creativa che, ancora oggi, ogni ritratto richiede e, dall’altra parte, passare in rassegna, con le sue opere, i volti della cultura e dello spettacolo del Novecento.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata da Contrasto Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con BNL BNP Paribas e Leica. Il catalogo è edito da Contrasto.

Dal 06 Luglio 2023 al 07 Gennaio 2024 – Museo di Roma in Trastevere

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FERDINANDO SCIANNA. TI RICORDO SICILIA

Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone, 1987
© Ferdinando Scianna | Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone, 1987

“Io guardo in bianco e nero, penso in bianco e nero. 
Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra” 
Ferdinando Scianna

Il 23 giugno nelle sale monumentali del Castello Ursino di Catania apre al pubblico la grande mostra di FERDINANDO SCIANNA.TI RICORDO SICILIA, curata da Paola Bergna e Alberto Bianda, art director, promossa e prodotta dal Comune di Catania e Civita Sicilia.   

Una selezione di oltre 80 fotografie stampate in diversi formati che attraversa l’intera carriera del grande fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento in bianco e nero per evidenziare lo stretto legame che lo unisce alla sua terra d’origine. Ti ricordo, Sicilia, è un vero e proprio viaggio che permette al visitatore, attraverso soggetti, immagini, luoghi, riti, festività ed usanze, di conoscere ed esplorare la terra tanto cara al fotografo.

Il percorso espositivo inizia con un omaggio alla sua città natia, Bagheria, pronta a festeggiare il suo celebre concittadino in occasione dei suoi primi ottant’anni che cadranno il 4 luglio, poi gli scatti dedicati a Marpessa.

Quando, verso la fine degli anni Ottanta, il grande fotoreporter e giornalista Ferdinando Scianna decise di fare il suo ingresso nel mondo della moda furono in molti a stupirsi e magari a storcere il naso. Chiamato dagli allora emergenti Dolce & Gabbana a rappresentarne lo stile, il fotografo siciliano iniziò con la giovanissima modella olandese Marpessa Hennink uno straordinario sodalizio, riprendendola in atmosfere mediterranee cariche di un fascino misterioso e sensuale in continuo equilibrio fra realtà e finzione, arcaismo e modernità diventando una delle muse dell’artista.

Non riesco a ricostruire con esattezza […] l’impressione che Marpessa mi fece al primo impatto. […] Mi colpì il suo sguardo verde, splendente ma inquieto, imbarazzato, non so se leggermente sulla difensiva. Forse ero anch’io un po’ sulla difensiva.” F. Scianna

Da sempre uno dei nomi più noti sulla scena nazionale ed internazionale, Ferdinando Scianna è tra i grandi maestri della fotografia non solo italiana. Primo fotografo italiano a far parte, dall’inizio degli anni Ottanta, della prestigiosa agenzia Magnum, ebbe numerosi legami con personalità del mondo dell’arte e della cultura che segnarono la sua carriera; tra questi Leonardo Sciascia, a cui è dedicata un intero capitolo di mostra e al quale Ferdinando Scianna fu legato da una stretta amicizia. Erano amici, lo sono stati per oltre venticinque anni. Per Scianna, Sciascia è stato un “padre”, un mentore, un maestro.

Si conobbero per caso dopo che Sciascia, accompagnato da un amico in comune, visitò la prima mostra fotografica di Scianna, allestita al circolo della cultura di Bagheria, quando Ferdinando aveva solo 20 anni. Lo scrittore rimase colpito dagli scatti in bianco e nero del giovane fotografo. Ferdinando non c’era ma Sciascia lasciò per lui un generoso messaggio di stima. Per questo Scianna decise di andarlo a trovare nella sua casa a Racalmuto: fu un colpo di fulmine, “a vent’anni avevo trovato la persona chiave nella mia vita”. Da questo incontro nacque la loro prima collaborazione: “Feste religiose in Sicilia” (1965)confoto di Scianna e testi dello scrittore. Con questo volume, che fu un caso politico e letterario in Italia, Ferdinando vinse il Premio Nadar nel 1966.
Sciascia e Scianna lavorarono insieme a diverse altre pubblicazioni come “Les Siciliens” (1977), “La villa dei mostri” (1977), “Ore di Spagna” (1988).
I due furono amici per tutta la vita come testimoniano più di un migliaio di fotografie, per lo più inedite, scattate nelle estati a Racalmuto e nei numerosi viaggi insieme. Un album di famiglia che ritrae Sciascia in una dimensione privata perché “finché non mi ha fatto l’offesa terribile di morire, è rimasto il mio angelo paterno”Fu un rapporto fondamentale nella vita di Ferdinando Scianna che scrive: “l’amicizia è come uno scambio delle chiavi delle rispettive cittadelle individuali, è l’acquisizione del reciproco diritto di utilizzare ciascuno dell’altro, gli occhi, la mente, il cuore”. 
Una piccola parte di queste foto sono diventate un libro: “Scianna fotografa Sciascia” (1989) che lo scrittore riuscì a vedere poco prima di morire. 

Un allestimento ed una selezione di immagini studiata appositamente per la sede di Castello Ursino, con contributi video e grafici, per celebrare il rapporto tra il territorio ed il grande fotografo siciliano.

Fotografare la Sicilia per me è quasi una ridondanza verbale. Ho cominciato a fotografare intorno ai diciassette anni e la Sicilia era là. Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Per capirla e attraverso le fotografie per cercare di capire, forse, che cosa significa essere siciliano. F. Scianna

Dal 23 Giugno 2023 al 20 Ottobre 2023 – Museo Civico di Castello Ursino – Catania

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UN CERTAIN ROBERT DOISNEAU

Robert Doisneau, <em>Le baiser de l’Hôtel de Ville</em>, Paris 1950 | © Atelier Robert Doisneau
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 | © Atelier Robert Doisneau

La nuova stagione espositiva di Riccione si apre con la mostra Un certain Robert Doisneau, dedicata al grande fotografo francese, uno dei principali rappresentanti della fotografia umanista e uno dei fotografi più apprezzati del XX secolo, autore del Bacio all’Hôtel de ville, una delle foto più iconiche di Parigi e del secondo Novecento: un racconto dell’arte di questo grande fotografo, della sua vita e della sua peculiare personalità, grazie anche alla curatela delle figlie.

Disobbedire mi sembra una funzione vitale e devo dire che non me ne sono mai privato. Quando il vecchio delinquente che è in me vede persone serie, quali i conservatori di musei e i bibliotecari, dare tanta importanza a quelle immagini spigolate in circostanze illegali, mi sento pervadere da un delizioso senso di gioia.” – Robert Doisneau La mostra è a cura di Atelier Robert Doisneau, promossa dal Comune di Riccione, organizzata da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura, con la collaborazione di diChroma Photography e Rjma Progetti culturali.

L’esposizione è curata dall’Atelier Robert Doisneau e realizzata a partire dalle stampe originali della collezione. Un ambizioso progetto delle figlie del grande fotografo, Francine Deroudille e Annette Doisneau, che hanno selezionato le immagini della mostra ripercorrendo tutto il lavoro del padre. Con oltre 140 scatti in bianco e nero e a colori, prende forma una narrazione che abbraccia l’arte e la vita di Robert Doisneau.
LE SEZIONI DELLA MOSTRA “UN CERTAIN ROBERT DOISNEAU” Il percorso espositivo si apre con una sezione introduttiva, Robert Doisneau, che presenta le vicende biografiche del grande fotografo, illustrate anche con una serie di scatti tratti dall’album di famiglia, dall’anno della sua nascita al ritratto del 1985 nel suo atelier di Montrouge.
La sezione successiva, Paris, è dedicata alla capitale francese, alle sua piazze, ai suoi palazzi e in particolare alla banlieue dove Doisneau è nato e cresciuto, documentando i profondi mutamenti della città, dalle tragedie della guerra fino agli anni ’80. La sezione comprende alcuni scatti a colori e una rassegna delle Petites boutiques che negli anni ’60 Doisneau ha fotografato sistematicamente nel suo quartiere.
La sezione che segue, la più ampia della mostra, è dedicata a Les parisiens, al popolo parigino al lavoro o in festa, nei boulevards o nei bistrots, nei sobborghi grigi delle periferie e nei piccoli negozi, nelle portinerie dei palazzi o nei locali di notte, colti prevalentemente nei momenti più felici, o di semplice attesa.
Les enfants è poi dedicata una serie di foto che testimoniano una attenzione particolare per l’infanzia che Doisneau ha portato sempre con sé. Dei bambini, solitari o ribelli, coglie spesso momenti di libertà e di gioco fuori dal controllo dei genitori. Con la sezione Vogue si viene introdotti agli eventi mondani, di cui Doisneau coglie la raffinatezza ma anche spesso la futilità. Il percorso espositivo si conclude con una serie di ritratti dedicati alle Célebrités della Parigi del suo tempo, con le quali è spesso legato da una sincera amicizia: da Alberto Giacometti a Sabine Azéma, da Blaise Cendrars a Colette, da Jacques Prévert a Simone de Beauvoir, da Fernand Léger a Georges Braque, da Jean Cocteau a Pablo Picasso.

Dal 22 Giugno 2023 al 12 Novembre 2023 – Villa Mussolini – Riccione

RAGUSA FOTO FESTIVAL. XI EDIZIONE – RELAZIONI

Federica Belli, <em>How Far Is Too Close to the Heart?</em>

Federica Belli, How Far Is Too Close to the Heart?

Giunge alla sua undicesima edizione Ragusa Foto Festival che dal 20 luglio al 27 agosto2023 si tiene a Ibla, uno dei borghi più belli d’Italia.
La manifestazione diretta da Stefania Paxhia, fondatrice e ideatrice del festival, e Claudio Composti, direttore artistico, si snoda in 10 mostre monografiche, una in collaborazione con Caritas Italiana e un fitto programma di appuntamenti – letture portfolio, talk, workshop – alla presenza di numerosi ospiti di spicco del mondo della fotografia, della cultura e della società civile provenienti dall’Italia e dal mondo.

A partire dalla collocazione geografica della città in cui si svolge, il territorio più a Sud d’Europa nel cuore del Mediterraneo, crocevia di molteplici scambi tra le culture che vi si affacciano, e nel pieno di un momento storico che vive un drammatico inabissarsi della socialità, Ragusa Foto Festival sceglie per l’edizione 2023 un tema di grande attualità – “Relazioni” – trovando nelle mille sfumature che esso può assumere l’opportunità di raccontare a un tempo l’uomo e la donna contemporanei – e il loro rapporto con il passato, il presente, il corpo, gli altri, il territorio, la realtà, l’immaginazione – e la fotografia più attuale che oggi non ha più solo un ruolo di testimone delle storie e della Storia, ma concorre in maniera determinante – grazie alla sua larga diffusione soprattutto nel mondo digitale – a creare e alimentare le relazioni.

«Sin dalla sua prima edizione Ragusa Foto Festival è stato un procedimento inclusivo ben riuscito che grazie alla fotografia ha aperto le porte di un territorio di provincia a un’esperienza di innovazione culturale importante. Il tema di questa XI edizione – spiega Stefania Paxhia – è un benvenuto al nuovo direttore artistico, Claudio Composti, e anche celebrativo della rete di persone e di realtà nazionali e internazionali che in questi anni, considerando la funzione comunicativa potente della fotografia e la sua responsabilità sociale, ci ha consentito di allargare la nostra piccola comunità in itinere per offrire qualcosa sia dal punto di vista della riflessione sia per stimolare nuovi focolai di creatività.» 

«In questo primo anno come direttore artistico di Ragusa Foto Festival – aggiunge Claudio Composti – ho voluto mettere l’accento sull’importanza del tema scelto, “Relazioni”, invitando a partecipare diversi direttori di foto festival internazionali e italiani per sottolineare l’importanza del loro ruolo sia nello sviluppo di un rapporto tra il linguaggio fotografico e il pubblico, e sia nella formazione dei fotografi più giovani. I festival di fotografia oltre a essere un’opportunità espositiva, sono un momento fondamentale di confronto e crescita, anche grazie alle attività collaterali come le letture portfolio.»

Cuore pulsante del festival saranno le mostre, a Ibla, dislocate tra Palazzo Cosentini, la chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri e l’Antico Convento dei Cappuccini all’interno del Giardino Ibleo, aperte al pubblico fino al 27 agosto. In un sapiente alternarsi di autori importanti, giovani emergenti, fotografi italiani e internazionali e un’attenzione rivolta anche alla fotografia siciliana nelle sale di Palazzo Cosentini trovano spazio le mostre personali di:
·      Federica Belli,con “How Far Is Too Close to the Heart?” che tratta il tema della relazione umana dove la fotografia esprime il suo ruolo di mediazione tra le persone;
·      Ruben Brulat, con “Embrasement” inventa una relazione creativa con il vulcano dell’Etna per mezzo di un’installazione con immagini dal forte impatto visivo;
·      Alessandra Calò, vincitrice della IV edizione del Premio New Post Photography di Mia Fair di Milano – partner del festival –, presenta “Herbarium. I fiori sono rimasti rosa”, un progetto che mette in relazione la creatività con la fragilità al fine di nuove opportunità d’inclusione sociale;
·      Mari Katayama, con “L’armonia imperfetta”, estetizza invece la propria disabilità attraverso l’arte, affrontando la relazione aperta con il proprio corpo e la fotografia stessa;
·      Davide Monteleone fra i più noti autori della fotografia italiana contemporanea con “Simonocene” affronta la relazione tra uomo e natura, indagando sugli effetti delle diverse forme di colonialismo, la globalizzazione e le relazionitra potere e individui nella Cina di oggi;
·      Lisa Sorgini in “Behind the Glass” presenta un racconto sulle relazioni con la famiglia quando queste sono state messe a dura prova dal distanziamento sociale durante il lockdown.

Per la sezione Miglior Portfolio e progetti con Menzione 2022:
·      Andrea Camiolo, con “Per un paesaggio possibile”, vincitore del premio Miglior Portfolio 2022, porta avanti l’analisi del paesaggio siciliano che diventa archetipo di un paesaggio ideale;
·      Giulia Gatti, in “Corazonada” presenta un progetto dedicato alle donne che vivono nella regione meridionale del Messico, l’istmo di Tehuantepec (Oaxaca), premiato con una menzione;
·      Sara Grimaldi, attraverso il racconto autobiografico di “Ho visto Nina volare” pone una riflessione sul rapporto tra malessere psicologico e alimentazione, aggiudicandosi una menzione.

È esposta all’Antico Convento dei Cappuccini, la mostra di Carlotta Vigo che con il progetto “Mare Dentro”, dedicato al mercato e alla lavorazione del pesce in Sicilia, testimonia la profonda relazione del territorio siciliano con il proprio passato e futuro, e allo stesso tempo con le proprie tradizioni e la sostenibilità.

Torna poi per la terza edizione, uno dei progetti più cari al Ragusa Foto Festival, ideato da Stefania Paxhia, per raccontare la quotidianità dei lavoratori immigrati che vivono intorno ai Presidi di Caritas Italiana dislocati in Italia. Protagonista di quest’anno è il Presidio di Foggia con un’iniziativa sperimentale, realizzata in collaborazione con la Caritas diocesana di Foggia, il supporto di Perimetro, piattaforma internazionale di fotografia e di New Old Camera di Milano. Due fotografi professionisti, Arianna Arcara e Alessandro Zuek Simonetti, hanno diretto il workshop offrendo nuove competenze a sei giovani lavoratori selezionati per realizzare i loro scatti che saranno in mostra nella chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri per raccontare le loro storie, le loro speranze e la voglia di riscatto.

Dal 20 Luglio 2023 al 27 Agosto 2023 – RAGUSA – Sedi varie

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WARS 2023 | AL DI LÀ DELL’ORRORE

Giles Clarke, Bombed school in Saada City, cm. 80x53,3
© Giles Clarke | Giles Clarke, Bombed school in Saada City, cm. 80×53,3

Nasce dall’impegno del MAG e dell’Associazione 46° Parallelo nel perseguire le stesse finalità legate all’educazione alla pace e alla cittadinanza, la mostra “Wars 2023 | Al di là dell’orrore”. Realizzata all’interno degli spazi di Forte Garda, questa esposizione fotografica pone l’accento sulle drammatiche conseguenze dei conflitti contemporanei sulle popolazioni residenti e sull’ambiente.
Si tratta di trenta fotografie selezionate attingendo dalle prime due edizioni di WARS, premio fotografico internazionale creato da Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e da Montura, con la direzione del pluripremiato fotografo Fabio Bucciarelli. I conflitti messi in evidenza da queste drammatiche foto sono relativi all’Ucraina , Iraq e Yemen: luoghi distanti tra loro eppur legati e vicinissimi per ciò che rappresentano. Si tratta di tre guerre che mostrano il cambiamento netto degli equilibri nel Pianeta dove potenze grandi e medie si confrontano per ridefinire il loro ruolo, la loro forza.
Oltre a raccontare la tragedia di ogni guerra, queste fotografie – e di conseguenza la mostra – parlano dell’incredibile capacità degli esseri umani di creare e cercare una quotidianità, una normalità anche nella disperazione più cupa. Quest’anno, la terza edizione del Concorso Fotografico Wars, svelerà, a settembre, il vincitore o la vincitrice. Le trenta fotografie sono state realizzate da fotografi di grande esperienza, vincitori di numerosi premi, come Laurence Geai, Manu Brabo e Giles Clarke.

Laurence Geai è una fotoreporter francese. Dopo aver conseguito una laurea in economia internazionale, ha rivolto la sua attenzione al giornalismo, prima per la televisione e poi con la fotografia. Il lavoro di Geai si concentra sui conflitti armati, in particolare con tutto il Vicino Oriente: Siria, Iraq, Israele, Palestina. Le sue opere riguardano anche le conseguenze della crisi dei rifugiati in Europa e Francia. Il suo lavoro è stato pubblicato su Le Monde, Paris Match, The Washington Post, Polka, La Vie, Le Pelerin, Le Nouvel Obs, Libération, Le JDD, Causette, La Croix, M Magazine per Le Monde, Le Parisien, Elle e altri. Premi. 2018: 3rd price in the politic picture award of Science PO. 2018: 1st price «single shot award » of the «festival della fotografia etica » 2017: Photographer of the year Polka 2017. È vincitrice della prima edizione di Wars, nel 2019.

Manu Brabo (Manuel Varela de Seijas Brabo, 1981) è un fotoreporter freelance il cui lavoro si concentra sui conflitti sociali in tutto il mondo. Negli ultimi dieci anni, Manu Brabo ha collaborato con diverse agenzie di stampa come The Associated Press, con The Wall Street Journal, las Docg Without Borders, Ocha e alcune Ong. I suoi lavori sono stati esposti in diverse istituzioni in Europa e in America e sono stati premiati con il Premio Pulitzer, il Picture of the Year e il British Journalism Awards, tra gli altri. È stato finalista alla prima edizione di Wars.

Giles Clarke è un fotoreporter, di stanza a New York, si occupa di catturare il volto umano dei problemi attuali e postbellici in tutto il mondo. Il lavoro di Clarke è stato presentato da The United Nations (OCHA),The New York Times, Amnesty International, CNN, The Guardian, Global Witness, TIME, The New Yorker, National Press Photographers Association, Paris Match et al. Per il suo lavoro in Yemen, Clarke ha ricevuto l’ambita statua di Lucie nel 2017 ed è stato nominato “Imagely Fund Fellow” del 2018. Nell’agosto 2021, Clarke ha esposto una mostra personale “Yemen; Conflict+Chaos” presso Visa Pour L’Image a Perpignan, Francia. È vincitore della seconda edizione di Wars.

Come afferma il direttore del MAG Matteo Rapanà: “Con questa mostra fotografica di grande rilievo il MAG intende valorizzare al meglio gli spazi da poco restaurati e soprattutto rendere forte Garda un luogo di riflessione non solo sul passato, ma anche sulla geopolitica contemporanea e sulle conseguenze derivate dai conflitti attuali.”

Nelle parole del direttore di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Raffaele Crocco, il significato profondo della mostra: “Per una fotografia, per ogni singola fotografia realizzata in un qualunque buon reportage dal Mondo, serve tempo. Chi la realizza ha bisogno di capire come muoversi, dove vivere e come. Deve sapere dove si trova e con chi. Deve conoscere i luoghi, decifrarne la geografia, le abitudini. Ha bisogno di tempo per essere davvero pronto in quella frazione di secondo che gli è necessaria per lo scatto. La fotografia, la buona fotografia, è fatta di tempi lunghi dedicati a dar vita a istanti. Solo così, solo a quel punto la forza di quegli istanti – presi tutti insieme o singolarmente – diventa informazione, emozione, racconto. 
Solo a quel punto ogni singola foto è in grado di raccontare, ad esempio, l’ orrore della guerra o la grande capacità che gli esseri umani hanno di andare oltre quell’orrore.”

Alla cerimonia interverranno l’Assessore alle attività economiche, sport, eventi e manifestazioni del Comune di Riva del Garda Lorenzo Pozzer, il direttore di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo Raffaele Crocco e il direttore del MAG Matteo Rapanà.

Dal 13 Maggio 2023 al 15 Ottobre 2023 – Forte Garda – Riva del Garda (TN)

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CONTRA SPEM SPERO. STORIE DALL’UCRAINA

Liubov Durakova, When You Call Me
Liubov Durakova, When You Call Me

«Ritengo che le storie visive possano raccontare con maggiore precisione cosa significhi vivere in tempo di guerra e mantenere ancora la speranza nei nostri cuori.»
Kateryna Radchenko

Il 27 giugno inaugura nel Padiglione 9b del Mattatoio di Roma la mostra fotografica “CONTRA SPEM SPERO. Storie dall’Ucraina“. 11 fotografi ucraini – Lyubov Durakova, Nazar Furyk, Kateryna Aleksieienko, Alena Grom, Gera Artemova, Mykhailo Palinchak, Elena Subach, Pavlo Dorohoi, Serhiy Korovainyi, Dmytro Tolkachov, Volodymyr Petrov – condividono i loro progetti documentaristici e artistici sulla vita durante il periodo della guerra regalando allo spettatore uno sguardo autentico ma mai senza speranza.

La mostra è a cura di Kateryna Radchenko dell’Odesa Photo Days Festival (Odesa, Ucraina), promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia e dall’Azienda Speciale Palaexpo insieme alle rappresentanze in Italia del Parlamento europeo e della Commissione europea oltreché all’Ambasciata di Spagna in Italia, l’Ambasciata di Svezia in Italia, in qualità di Presidenza del Consiglio Europeo 2023, l’Ambasciata d’Ucraina in Italia.

Fino al 27 agosto nello spazio del MATTATOIO di Roma attendono lo spettatore storie visive che spaziano da quella della documentarista ucraina che si è arruolata nelle Forze Armate, a quella della gente di Kyiv che si confronta in uno spazio vitale profondamente segnato dalla guerra con una nuova “normalità”, fino al diario visivo personale dei rifugiati ucraini in Polonia.

“La guerra in Ucraina infuria da nove anni ed è passato più di un anno da quando la Russia ha lanciato un’invasione su larga scala. È difficile esprimere a parole il complicato mix di sentimenti provati dagli ucraini. Ritengo che le storie visive possano raccontare con maggiore precisione cosa significhi vivere in tempo di guerra e mantenere ancora la speranza nei nostri cuori”, afferma la curatrice Kateryna Radchenko.

“Stiamo vivendo una «Zeitenwende»: La guerra di aggressione russa segna un cambiamento epocale per l’Europa intera. Con i nostri partner e alleati difendiamo l’ordine di pace basato sul diritto internazionale. È per questo che sosterremo l’Ucraina finché sarà necessario ed è per questo che la Germania sostiene la creazione di un tribunale internazionale per perseguire il governo russo per il crimine di aggressione”, sottolinea l’Ambasciatore tedesco Viktor Elbling.

“Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, l’impegno dell’Unione europea a fianco del popolo ucraino e degli artisti ucraini è stato fermo e costante. Il potere evocativo di queste immagini rafforza ancora di più la volontà di sostenere la resistenza ucraina per ripristinare la pace in Europa e avviare la ripresa post-bellica nel Paese”, afferma il Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Antonio Parenti.

“La guerra ha colpito ancora una volta l’Europa. L’aggressione russa è inaccettabile e illegale. Dobbiamo sostenere instancabilmente l’Ucraina nella sua lotta per la libertà. L’Unione europea si è schierata all’unanimità per la libertà e la giustizia durante questa guerra, uniti possiamo fare grandi cose. Siamo più forti insieme!” è l’esortazione dell’Ambasciatore svedese Jan Björklund.

“La fotografia è una fissazione materiale delle immagini terribili della guerra che la Russia ha iniziato contro l’Ucraina, la guerra che non sceglie determinati obiettivi, ma distrugge tutto ciò che può essere distrutto: vite umane, cultura e storia del Paese. Attraverso la resistenza instancabile e l’incredibile eroismo, superando con dignità le prove della guerra, gli ucraini si stanno muovendo verso un nuovo livello di autocoscienza, autoidentificazione, statualità, soggettività mondiale. Ringraziamo tutti coloro che oggi, insieme al popolo ucraino, si stanno impegnando per fermare l’aggressione russa nel centro dell’Europa”, commenta l’Ambasciatore ucraino Yaroslav Melnyk.

“La guerra in suolo europeo, frutto di un’aggressione russa contro l’Ucraina, ha cambiato la nostra prospettiva sui conflitti bellici. Avevamo una visione distante dalle catastrofi di una guerra che non ci coinvolgeva direttamente. Ora, colpiti dagli orrori della guerra su un popolo fratello nel cuore dell’Europa, fissare lo sguardo su un atto di barbarie ingiustificato e sulla resistenza eroica del popolo ucraino ci rende solidali nel dolore e nella lotta. La fotografia cruda e diretta, fissa il desiderio di vita, di pace e di libertà di un popolo ingiustamente attaccato”, afferma l’Ambasciatore spagnolo Miguel Fernández-Palacios.

Il titolo della mostra fa riferimento a un testo della poetessa classica ucraina Lesia Ukrainka, scritto nel 1890, un monologo dell’autrice che proclama lo spirito di speranza e di opposizione a tutti i problemi anche nelle circostanze più difficili. La mostra è divisa in tre parti – la lotta, la speranza e il dopo – che parlano ognuna della nuova realtà e dell’adattamento alla vita durante la guerra, della lotta per l’esistenza del Paese, delle esperienze traumatiche e della speranza che li spinge a continuare a vivere.

Dal 27 Giugno 2023 al 27 Agosto 2023 – Mattatoio di Roma

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AIPAI PHOTO EXHIBITION

AIPAI PHOTO EXHIBITION

Si inaugurerà martedì 13 giugno al musil di Brescia la prima edizione dell’AIPAI PHOTO EXHIBITION, la rassegna fotografica promossa e organizzata da AIPAI, DICEA Università della Sapienza di Roma, in collaborazione con: Do.co.mo.mo Italia, Fondazione musil (Brescia), Fondazione AEM (Milano), Fondazione ISEC (Sesto San Giovanni), Rete Fotografia e lo speciale contributo di Ance Brescia. L’esposizione, inserita all’interno del programma del PHOTOFESTIVAL 2023, proseguirà dal 14 settembre al 13 ottobre in una nuova location presso la Fondazione AEM di Milano.

In mostra si potranno ammirare gli scatti vincitori, menzionati e selezionati della prima edizione dell’AIPAI PHOTO CONTEST, il concorso fotografico ideato dall’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, in occasione dei Secondi Stati Generali dedicati al patrimonio industriale tenutisi lo scorso giugno a Roma, per sensibilizzare e promuovere la cultura dell’industria, la memoria del lavoro, il patrimonio architettonico, tecnologico e paesaggistico dell’archeologia industriale.

Fotografi professionisti e amatoriali sono stati invitati a riflettere attraverso la presentazione di un progetto fotografico che potesse riguardare: macchine e cicli produttivi storici del patrimonio industriale; città e territori dell’industria; paesaggi della produzione; infrastrutture e patrimonio urbano; la costruzione per l’industria. Innovazione tecnologica e sperimentazione di materiali, tecniche e procedimenti; memoria dell’industria e del lavoro; storia e cultura del lavoro; restauro, conservazione e recupero; riuso e pratiche di rigenerazione; immagine e comunicazione dell’industria; turismo industriale. Esperienze di fruizione e di mobilità.

Il percorso espositivo si avvia con l’opera vincitrice “Land of Mines” di Fabio Piccioni, un progetto a lungo termine sulle miniere della Sardegna che ha avuto inizio nel 2007, concentrato sui caratteri endemici di un nuovo paesaggio plasmato dall’uomo, in cui le miniere continuano ad essere protagoniste di una perenne mutazione: migliaia di edifici abbandonati, pozzi, discariche, chilometri di gallerie sotterranee sono solo alcuni degli elementi peculiari.

L’opera di Fabio Piccioni – si legge nella motivazione della giuria – esalta un patrimonio industriale e ambientale unico al mondo, attraverso gli occhi di chi ama la propria terra e vuole che la sua bellezza sia conosciuta da tutti. Questo premio è anche un messaggio di vicinanza a tutti coloro che, spinti dalla passione, proteggono, promuovono e valorizzano un patrimonio ancora troppo spesso ignoto e in pericolo.

Saranno inoltre esposti i progetti menzionati di Fabio Oggero, che restituisce sapientemente nei toni del bianco e del nero l’iconicità dell’area EX CAI (Cementi Alta Italia ) del Monferrato, e di Francisco Jose Rodríguez Marín, dallo sguardo concentrato sull’antica produzione del mulino di Nuestra Señora del Pilar a Montril nei pressi di Granada (Spagna) oltre agli scatti selezionati di Mariano De Angelis, Davide Ferrera, Eleonora Ledda, Mirco Pandolfi, Guido Rosato, Martina Russo, Eleonora Tomassini, Amalia Violi, Claudio Zanirato.

Le opere in mostra sono frutto di un’accurata selezione operata dalla giuria composta da: Edoardo Currà, Presidente AIPAI; Jacopo Ibello, Presidente Save Industriale Heritage; Fabrizio Trisoglio, Responsabile scientifico Fondazione AEM, Presidente Rete Fotografia e Presidente di giuria; Emma Tagliacollo, Segretario Docomomo Italia; René Capovin, Direttore musil; Giorgio Bigatti, Direttore Fondazione ISEC; Palmina Trabocchi, storico dell’arte e socio AIPAI.

Dal 13 Giugno 2023 al 13 Ottobre 2023 – musil Brescia- Museo del Ferro di San Bartolomeo / Fondazione AEM

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CAREZZA nella Fotografia d’Autore – Collezione Speaking Hands

Ogni vera carezza è un sussulto del pensiero, un messaggio e un enigma. Una carezza sincera potrebbe gettare un ponte tra le anime, perché la mano che accarezza risvegliando i sensi, o che accoglie in un abbraccio silenzioso, è capace di raggiungerci là dove non riescono le parole, aprirci agli altri e condurci all’idea di qualcosa di indefinito e, al tempo stesso, infinito.

Il percorso espositivo è articolato in varie sezioni: Toccare per essere toccati, Carezza come riconoscimento proattivo, Tenerezza come passione tranquilla, Compassione come madre di tutti i sentimenti più profondi. Non mancano suggestive fotografie sulle carezze nell’arte scultorea (da Canova a Rodin) e nella società (Agenzia Magnum).

Una coinvolgente selezione di 80 opere dei Maestri della Fotografia che parlano da sole e che trasmettono messaggi universali: abbiamo bisogno di incontrare gli altri, di avere contatti più reali e meno virtuali, di saper riconoscere e vivere a fondo i nostri senti-menti, di saper costruire i nostri migliori e più duraturi ricordi. Tra i numerosi Autori provenienti dalla Collezione Speaking Hands: Manuel ALVAREZ BRAVO, Cecil BEATON, Gianni BERENGO GARDIN, Edouard BOUBAT, Robert CAPA, Flor GARDUÑO, Mario GIACOMELLI, Ralph GIBSON, André KERTESZ, Annie LEIBOVITZ, Will Mc BRIDE, Steve Mc CURRY; Inge MORATH, Gill PERESS, Marc RIBOUD, Jan SAUDEK, Jean-Loup SIEFF… 

1 – 30 luglio 2023 – Galleria Cavour – Padova

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Mostre di fotografia da non perdere a Gennaio!

Cominciamo l’anno col piede giusto, gustandoci un po’ di mostre di fotografia.

Ne approfitto per augurare a tutti un 2023 pieno di soddisfazioni!

Anna

INGE MORATH – Fotografare da Venezia in poi

l Museo di Palazzo Grimani di Venezia celebra la figura della fotografa Inge Morath (Graz 1923 – New York 2022) con una sezione inedita per l’Italia dedicata alla città lagunare dove la sua carriera ebbe avvio.

E’ stato l’amore a condurre nel novembre del 1951 Inge Morath e Lionel Burch, neo sposi, a Venezia. E sono stati il maltempo in Laguna e Robert Capa, a far diventare lei, che con la fotografia non aveva dimestichezza diretta ma che collaborava già con la celebre agenzia fotografica parigina, la prima donna fotografa dell’Agenzia Magnum Photos.

La mostra che dal 18 gennaio al 4 giugno 2023 si ammirerà al Museo di Palazzo Grimani focalizza la Venezia di Inge Morath, attraverso il celebre reportage che la fotografa austriaca realizzò in Laguna, quando l’Agenzia Magnum la inviò in città per conto de L’Oeil, rivista d’arte che aveva scelto di corredare con scorci veneziani un reportage della mitica Mary McCarthy.

“Inge Morath Fotografare da Venezia in poi” è curata da Kurt Kaidl e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi;promossa dalla Direzione regionale Musei Veneto (direttore Daniele Ferrara) e la società Suazes che, alcuni anni fa, ha fatto conoscere in maniera dettagliata la carriera di questa fotografa in Italia.

All’epoca del primo soggiorno veneziano, la Morath lavorava in Magnum non come fotografa ma come collaboratrice redazionale. In pratica si occupava, anche grazie alla sua conoscenza delle lingue, della realizzazione delle didascalie che accompagnavano le immagini dei suoi colleghi fotografi, del calibro di Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e Robert Capa.

Non fotografava, ma non le mancavano occhio e sensibilità. In quel novembre, la luce di Venezia sotto la pioggia la stregò, tanto da indurla a chiamare Robert Capa, responsabile della Magnum, per suggerirgli di inviare un fotografo in grado di catturare la magia che tanto la stava stupendo. Capa le rispose che un fotografo di Magnum a Venezia c’era già: era lei con la macchina fotografica. Non restava che comprare un rullino, caricarla e iniziare a fotografare.

“Ero tutta eccitata. Sono andata nel luogo in cui volevo scattare le mie fotografie e mi sono fermata: un angolo di strada dove la gente passava in un modo che mi sembrava interessante. Ho regolato la fotocamera e ho premuto il pulsante di scatto non appena ho visto che tutto era esattamente come volevo. È stata come una rivelazione. Realizzare in un istante qualcosa che mi era rimasto dentro per così tanto tempo, catturandolo nel momento in cui aveva assunto la forma che sentivo giusta. Dopo di che, non c’è stato più modo di fermarmi”.

Nel 1955, quattro anni dopo quelle prime fotografie, arriva l’incarico dalla rivista L’Oeil. Una volta a Venezia, avverte l’urgenza di esplorare la città e così “per ore andai in giro senza meta, solo a guardare, ossessionata dalla pura gioia di vedere e scoprire un luogo. Ovviamente avevo divorato libri su Venezia, sulla pittura e su quello che avrei dovuto fare. Il mio cervello ne era pieno… “.

“Il mio divertimento maggiore era quello di sedermi alla Scuola degli Schiavoni ed immergermi nelle opere di Carpaccio, quasi sempre da sola. O passare il tempo in compagnia del Tiepolo, era la fine del mondo. La sera i miei piedi erano stanchi e anche nel sonno mi trovavo ancora a camminare su innumerevoli ponti, le onde dei canali come pietrificate”.

Poi il Cimitero all’Isola di San Michele, Burano, Murano, Torcello, le processioni, il Redentore, i gatti ed i panni stesi, monumento, acqua e la gente comune…

“Come sarei felice di aver catturato con la mia macchina fotografica qualcosa che mi ha commosso, come la donna davanti al cancello del Palazzo Furstenberg con i gomiti piegati dietro la schiena o le scarpe dimenticate davanti a una fontana, la quotidianità in tutto la sua precaria bellezza”.

“Fotografare era diventata per me una necessità e non volevo assolutamente più farne a meno”.

La mostra nel suo complesso raccoglie circa 200 fotografie che avranno un focus specifico e inedito su Venezia anche con il supporto di documentazione inedita. Molte di queste fotografie veneziane, circa un’ottantina, non sono mai state esposte prima in Italia.

A corredo una selezione dei suoi principali reportage fotografici dedicati alla Spagna, Iran, Francia, Inghilterra-Irlanda, Stati Uniti d’America, Cina e Russia, oltre che la sezione dedicata ai ritratti, sezione molto importante nella sua ultima parte di carriera.

Un progetto che cade in concomitanza dei cento anni della nascita di Inge Morath (Graz 1923).

Come dichiara Daniele Ferrara, direttore regionale Musei Veneto: “Prosegue il rapporto del Museo di Palazzo Grimani, Istituto statale della Direzione regionale musei Veneto – Ministero della Cultura, con espressioni alte della creatività contemporanea Il concetto è quello di un museo laboratorio, che eredita quella funzione di crogiuolo di esperienze artistiche svolta dal Palazzo tra il Cinque e il Settecento. Successivamente ad “Archinto”, mostra site specific del maestro tedesco Georg Baselitz con opere dialoganti con lo spazio del Palazzo e la sua collezione, il museo ha accolto l’esposizione di importanti artisti italiani del fumetto, “Dopo la fine. Architetture narrative e nuove umanità”. Ora il Museo volge lo sguardo alla fotografia ed è scelta che scaturisce anche dall’impegno congiunto della Direzione Musei Veneto e dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione per lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio fotografico”.  

Concetti che vengono confermati da Valeria Finocchi, direttrice del Museo di Palazzo Grimani: “Il Museo da alcuni anni è oggetto di un’importante processo di valorizzazione grazie alla fattiva collaborazione pubblico-privato con prestigiose realtà come la Fondazione Venetian Heritage e all’incessante lavoro di costruzione di nuovi contenuti e nuove prospettive di lettura del suo prezioso patrimonio artistico e architettonico, che impegnano lo staff interno e i collaboratori dalla ricerca storico-museologica fino alla progettazione di esperienze di alta divulgazione ed educative. Attraverso il riallestimento di numerosi ambienti del piano nobile, tra cui la celebre Tribuna, nel 2019, e la Sala del Doge, nel 2021, il Palazzo è tornato al centro della scena culturale veneziana e oggi si rivolge a pubblici differenziati, in un rinnovato rapporto con la città stessa grazie a progetti dedicati al recupero del patrimonio immateriale del territorio di riferimento”.

Marco Minuz di Suazes come coorganizzatore del progetto espositivo: “Questa collaborazione con la Direzione museale del Veneto e con il Museo di Palazzo Grimani valorizza un lavoro da noi abbiamo intrapreso qualche anno per far scoprire al nostro paese la figura di questa straordinaria figura. Ricostruire un progetto calandolo sul lavoro che Inge Morath dedicò a questa città rappresenta il miglior modo per celebrare la sua nascita”.

18 gennaio – 4 giugno 2023 – Venezia, Museo di Palazzo Grimani

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FRIDA KAHLO. UNA VITA PER IMMAGINI

Guillermo Kahlo, Frida Kahlo a quattro anni, Messico, 11/09/1911. Stampa alla gelatina d’argento, vintage
Guillermo Kahlo, Frida Kahlo a quattro anni, Messico, 11/09/1911. Stampa alla gelatina d’argento, vintage

Attraverso un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, la mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, ricostruisce le vicende della vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l’hanno trasformata in un’icona femminile e pop a livello internazionale. In effetti le foto sono state realizzate dal padre Guillermo durante l’infanzia e la giovinezza della figlia e poi da alcuni dei più̀ grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silbertein, Manuel e Lola Alvarez Bravo, Nickolas Muray e altri ancora. In questo straordinario “album fotografico” si rincorrono le vicende spesso dolorose ma sempre appassionate di una vita, oltre agli amori, alle amicizie e alle avventure di Frida.
In mostra è esposto anche un gruppo di piccole fotografie molto intime di Frida, scattate dal gallerista Julien Levy. Il percorso di mostra ricostruisce innanzitutto il contesto in cui si è affermata la sua personalità: è il Messico del primo Novecento, attraversato da una rivoluzione che ne ha cambiato la storia, grazie a umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata. L’epopea e il mito della rivoluzione messicana resteranno impresse nella mente di Frida e ne forgeranno il carattere indomito, alimentando il suo senso di ribellione verso le convenzioni borghesi e le imposizioni di una società̀ fortemente maschilista. In questo contesto si innestano le vicende della famiglia Kahlo. Guillermo, il padre, è un fotografo di professione di origine tedesca, giunto in Messico nel 1891 e ben presto innamoratosi del paese che lo ha accolto. La sua attività è testimoniata da alcune fotografie realizzate su incarico del governo austriaco, per documentare le chiese del Messico, erette nel periodo coloniale.

Di sangue misto, tedesco e messicano, Frida cresce nel mito di un Messico rivoluzionario, introiettando tutti i caratteri di una personalità̀ libera e indomita, che trova nella pittura un linguaggio appassionato, viscerale, dai forti contenuti impietosamente autobiografici, con cui si racconta senza ipocrisie. Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, alla ricerca di una propria identità̀ e di una ragione di vita. Nei suoi numerosi autoritratti non teme di mettere a nudo le proprie debolezze e le proprie inquietudini. Accanto a Frida è spesso ritratto Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, che ha attraversato gran parte della sua vita. Ma vi appaiono anche altri personaggi come Leon Trotsky e André Breton.

In mostra sono esposti infine alcuni documenti come il catalogo originale della mostra di Frida, organizzata da André Breton a Parigi, il primo “manifesto della pittura rivoluzionaria” firmato da Breton e Rivera, alcune litografie di Rufino Tamayo, una documentazione fotografica della sua famosa Casa Azul e infine un video che raccoglie le poche immagini filmate della grande artista messicana.

Dal 26 Novembre 2022 al 01 Maggio 2023 – Villa Mussolini – Riccione

BEYOND THE GAME. GIULIA IACOLUTTI E GIOVANNI AMBROSIO

Giulia Iacolutti, dalla raccolta "I don’t care (about football)"
Giulia Iacolutti, dalla raccolta “I don’t care (about football)”

Conoscere la società contemporanea attraverso le opere di artisti che usano il gioco del calcio come medium: dal 25 novembre 2022 al 28 gennaio 2023 la galleria BI-BOx Art Space di Biella ospita Beyond The Game, proponendo una selezione di opere realizzate da Giulia Iacolutti e Giovanni Ambrosio. L’esposizione è a cura di Marco Bianchessi.
Attraverso la serie fotografica Ultras Youth di Ambrosio e i collage della raccolta I don’t care (about football) di Iacolutti, lo sport viene raccontato come una tribuna di osservazione privilegiata di comprensione del reale.
La mostra si propone come uno spazio attivo di interrogazione, in cui lo sport esce dalla dimensione strettamente performativa e si intreccia con la realtà, per evidenziare diversi aspetti problematici che sottendono a quello che è, attualmente, il gioco più popolare del mondo. Le opere interrogano la complessità del calcio come aggregatore sociale, come strumento di coesione con una impostazione inclusiva e come mezzo di creazione identitaria. Lo sguardo che rivolgono al gioco in contesti che per lo sguardo italiano si qualificano come marginali -geograficamente o socialmente- rendono lo spazio del campo da gioco come un luogo di scoperta dell’altr*.
La mostra nasce dalla premessa, pur essendo il calcio lo sport più popolare e praticato del paese, con milioni di iscritti e appassionati di tutte le fasce d’età, a questo non corrisponda una narrazione altrettanto approfondita. Il rapporto tra istituzioni ufficiali e mondo sportivo appare sbilanciato, e difficilmente emerge della cultura ufficiale un reale interesse a guardare al calcio come un fenomeno complesso, che possa offrire uno sguardo inedito sulla realtà. Il racconto che ne viene fatto in termini di giornalisti, addetti ai lavori, ma anche di pubblico, è spesso manchevole e semplificato, spogliato di qualsiasi componente culturale e sociale, ridotto in termini polarizzanti di puro scontro agonistico.
L’establishment culturale ha spesso bollato le storie e le narrazioni sportive come irrilevanti, o di natura popolare, nel senso più dispregiativo del termine. Celebre è, in questo senso, lo scontro tra Umberto Eco e Gianni Brera – l’intellettuale italiano forse più celebre durante il ‘900, e il giornalista sportivo nostrano più importante di sempre – con il primo che bocciò il lavoro del secondo, definendolo, su un famoso articolo per il Messaggero: “Un Gadda spiegato al popolo”. Non sorprende quindi che l’industria culturale in senso lato abbia trattato poco lo sport, dandogli tutt’al più un carattere parodistico: i film Italiani più celebri di questo genere sono infatti di stampo comico, come L’allenatore nel pallone Eccezzziunale… veramente.

Dal 25 Novembre 2022 al 28 Gennaio 2023 – BIELLA – BI-BOx Art Space

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FOCUS ON FUTURE. 14 FOTOGRAFI PER L’AGENDA ONU 2030

<span>Paolo Verzone, </span><em>Arctic Zero, Chapter #1 </em><span>- Ny Alesund Svalbard, 2015-2022</span><br />
© Paolo Verzone | Paolo Verzone, Arctic Zero, Chapter #1 – Ny Alesund Svalbard, 2015-2022

Il lungo monitoraggio del lento e inesorabile scioglimento dei ghiacci al Circolo Polare Artico. L’impegno delle organizzazioni umanitarie per garantire un’istruzione regolare ai bambini dei campi profughi. La drammatica mancanza di risorse che mette in ginocchio l’Africa subsahariana. Ma anche ritratti di donne dalle carriere eccezionali che hanno contribuito a compiere un importante passo avanti nella parità di genere. Sono soltanto alcuni degli straordinari scatti di Focus on Future. 14 Fotografi per l’Agenda ONU 2030, la nuova mostra ideata da Enrica Pagella e prodotta dai Musei Reali di Torino, che sarà aperta al pubblico dal 21 ottobre 2022 al 19 febbraio 2023 nelle Sale Chiablese. 

L’esposizione, curata da Bruna Biamino, si inserisce tra i progetti che i Musei Reali dedicano agli obiettivi strategici di sviluppo sostenibile indicati nell’Agenda delle Nazioni Unite. Attraverso immagini dalla potenza narrativa unica, 14 fotografi professionisti propongono un inedito viaggio dedicato alle situazioni di fragilità del nostro pianeta, affrontando temi essenziali per il benessere, la sopravvivenza e il progresso dell’umanità quali la sconfitta della fame e della povertà, il pari accesso alla giustizia, il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro dignitoso, il raggiungimento della parità di genere, le azioni per combattere il cambiamento climatico. 

Alessandro Albert, Dario Bosio, Fabio Bucciarelli, Francesca Cirilli, Alessandro De Bellis, Pino Dell’Aquila, Nicole Depaoli, Luca Farinet, Luigi Gariglio, Antonio La Grotta, Matteo Montenero, Vittorio Mortarotti, Enzo Obiso e Paolo Verzone documentano, narrano e testimoniano le condizioni di vita sulla terra, dalle scuole agli ospedali, dalle metropoli alle foreste, dalle accademie militari, alle carceri, alle scuole, dai profughi siriani a quelli ucraini, con una panoramica ampia che spazia dall’Iraq alla Polonia, dalle Svalbard all’Amazzonia. Fotografie della prima ondata di Covid, di scuole femminili in Iraq, di paesaggi artici, di lavoratori in Mozambico e a Foggia, di carestie in Sudan tracciano la condizione di un’umanità ancora lontana dal raggiungimento dei suoi diritti fondamentali e disegnano un itinerario visivo sulle emergenze globali.

Il percorso conta più di 200 fotografie e inizia con l’apertura su alcuni grandi paesaggi, dall’Artico al Vietnam, dal Messico al Mozambico, per poi inoltrarsi sempre più profondamente nei temi dell’Agenda ONU 2030, dove le immagini si intrecciano con i dati statistici che provengono da organizzazioni governative quali OMS, UNHCR, FAO, UNICEF e che amplificano il messaggio visivo sulle criticità che ancora affliggono le condizioni del pianeta e degli esseri viventi. L’allestimento trasforma le Sale Chiablese in uno spazio di testimonianza, di denuncia e di conoscenza, dove trovano espressione storie, luoghi e destini, a comporre un’antologia delle grandi sfide che stanno oggi di fronte all’umanità.

“Ancora più che un programma, l’Agenda ONU 2030 è una visione, lo sfondo ideale su cui orientare il cammino verso il futuro – spiega la Direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella -. Le ricerche dei fotografi selezionati tracciano un disegno di testimonianze visive intorno alle sfide globali che ci attendono. Un messaggio che dalle Sale Chiablese si riverbera sul grande patrimonio dei Musei Reali, per interrogare i segni e le ragioni che nel passato ci aiutano a interpretare il presente, in un dialogo incessante tra mondi vicini e lontani, persone e destini, per guardare e interpretare, da Torino e dai suoi musei, il mondo che ci circonda e restituirne le voci nelle buone pratiche di studio, di gestione e di valorizzazione della nostra eredità culturale”.

Tutte le opere appartengono a professionisti che si muovono tra linguaggi differenti: sono fotogiornalisti, artisti, fotografi di architettura, still life, ritratti. Tra loro ci sono vincitori di premi prestigiosi come il World Press Photo, con lavori esposti in gallerie e musei, e pubblicati su testate nazionali e internazionali quali The New York Times, National Geographic, Le Monde, El Pais e il Corriere della Sera. Altri sono giovani colleghi che si stanno affacciando alla professione, ma che hanno già ottenuto riconoscimenti importanti. Tutti sono però accomunati da una spiccata sensibilità verso i temi sociali e dalla profonda necessità di raccontare, come diceva il grande fotografo Edward Steichen, “il mondo all’uomo e l’uomo a sé stesso”.

“Questo è lo spirito con cui abbiamo sviluppato la progettazione di Focus on Future – aggiunge la curatrice Bruna Biamino –, come un grande omaggio alle indimenticabili imprese fotografiche, inserendo però una variante che considero un importante valore aggiunto, ossia la selezione e la valorizzazione di grandi talenti che gravitano, o che hanno lavorato, o che sono nati nell’area di Torino. Tre generazioni di fotografi, alcuni dei quali già molto noti a livello nazionale e internazionale, che per la prima volta espongono insieme consegnando al pubblico della loro città una mostra ricca di maestria, di emozione, di impegno sociale, declinati con il tipico understatement cittadino”. 

Perché Torino? La città ha sempre coltivato uno spiccato interesse per la fotografia, che molte volte si è espresso a livello alto, come nel caso mostra The Family of Man di Steichen, curatore del Moma di New York, allestita nel 1955 a Palazzo Madama. La città ha altresì una vocazione profonda all’impegno nei confronti dei più deboli, basti pensare ai Santi Sociali e, per le sue ragioni di DNA industriale, esprime una capacità di lavoro, di approfondimento, di approccio critico tale da generare nel corso degli anni una qualità alta di fotogiornalismo, di fotografia artistica e di storytelling.

Per amplificare il valore del progetto, sono in programma lectures in mostra con i fotografi, incontri con comunicatori scientifici organizzati dai Musei Reali in partnership con la Fondazione Santagata, percorsi tematici e visite speciali condotte da ricercatori ed esperti, oltre ad attività didattiche coordinate dai Servizi Educativi dei Musei Reali e da CoopCulture. Per le scuole è previsto anche un concorso di fotografia.

Dal 21 Ottobre 2022 al 19 Febbraio 2023 – TORINO – Palazzo Chiablese

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SAM TAYLOR-JOHNSON

Sam Taylor-Johnson, Wired (DeLorean), 2020, 112x148 cm.
Sam Taylor-Johnson, Wired (DeLorean), 2020, 112×148 cm.

Sam Taylor-Johnson‘s new self-portrait photographs were taken in Joshua Tree and feature the artist suspended precariously by trapeze wires high above the dry rocky desert. Her work explores the vulnerability of the human condition and the precariousness of life amid its apparent successes.
 
“I feel I make suspended self-portraits at junctures in my life, where I am looking around and assessing where I am – not just geographically, but emotionally and spiritually. Moments where I feel I’ve got my feet in this world, but at the same time I’m reaching out my arms to try and understand another dimension. Sometimes it’s about feeling free, sometimes it’s about feeling held, sometimes it’s about pain, and the internal struggle for effortlessness and grace.”
 
Works by Taylor-Johnson are currently included in notable exhibitions at the Musée du Louvre in Paris (“Things: A History Of Still Lifes”, until 23 Jan 2023) and at the Nobel Prize Museum in Stockholm (“Life Eternal”, until 29 Jan 2023).

Dal 16 Dicembre 2022 al 26 Marzo 2023 – GALLERIA LORCAN O’NEILL ROMA

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Pietre | Roma ChilometroZero di Nicoletta Leni Di Ruocco e Massimiliano Pugliese

Dopo la partenza dell’iniziativa con Velaria di Gianni “Gianorso” Rauso tuttora in corso presso Leica Store Roma, Leica Camera Italia riavvia nel 2023 l’attività espositiva con una nuova tappa di Roma ChilometroZero, progetto realizzato in collaborazione con Contrasto. Grazie agli esperti di fotografia e arte Simona Antonacci, Maurizio Beucci, Simona Ghizzoni, Francesca Marani, Alessandra Mauro, 15 fotografi sono stati selezionati tra oltre 200 candidati per interpretare e raccontare Roma, all’interno dei 15 municipi, attraverso l’uso di una fotocamera Leica.

Roma ChilometroZero è un progetto voluto da Leica Camera Italia che, presente su tutto il territorio nazionale anche con Store a Firenze, Torino, Roma, Bologna oltre alla Galerie di Milano e alle tante attività tra esposizioni, talk, workshop, masterclass, letture portfolio e Leica Akademie Italy, conferma la volontà di essere parte attiva della cultura fotografica proponendo, grazie a prodotti di eccellenza, racconti sempre nuovi.

Gli autori di Pietre, che inaugurerà il 18 gennaio 2023, sono Nicoletta Leni Di Ruocco e Massimiliano Pugliese che, attraverso una raccolta di oltre 20 immagini realizzate con Leica Sistema SL, raccontano il Municipio 1, tra Pantheon e Foro Romano. Una narrazione notturna, silenziosa, monumentale non priva di sorprese. Una Roma deserta, o quasi. Come tutti i protagonisti di Roma ChilometroZero, anche Leni e Pugliese sono stati “accompagnati” nel loro lavoro da Alessandra Mauro, direttrice editoriale di Contrasto.

Sguardi fugaci, pochissime persone ingoiate dal paesaggio. Scopriamo una città che durante la notte non si riposa ma resta appesa ad aspettare. La sensazione che se ne ricava non ha l’enfasi del rullo di tamburi: un’atmosfera cupa, oscura, un silenzio sinistro, delle figure fuori luogo che forse non riescono a reggere quella maestosità, guardano da un’altra parte, sole e immobili.

Nicoletta Di Ruocco e Massimiliano Pugliese

Dal 18 gennaio a fine febbraio 2023 – Leica Store Roma

Forma e Movimento – Carla Cerati

Leica Camera Italia presenta Forma e Movimento: una mostra dedicata a Carla Cerati (Bergamo, 1926 – 2016) a cura di Elena Ceratti – Fabio Achilli e Denis Curti, presso Leica Store Milano, dal 25 gennaio all’8 aprile 2022. 30 fotografie selezionate da progetti diversi, realizzati nel corso della vita, per raccontare il percorso artistico della fotografa e metterne in luce un volto inedito.

Dal corpo degli attori di Living Theatre a quello dei nudi femminili, dalla fotografia di denuncia di Morire di classe alla Milano mondana di Mondo Cocktail: sono questi i soggetti e i percorsi esplorati dal progetto espositivo all’interno della ricerca di Carla Cerati che ha immortalato, a partire dagli anni Cinquanta, i cambiamenti politicieconomici e sociali, per dedicarsi dagli anni Ottanta a una fotografia più intima, volta all’astrazione e alla composizione. 

Impegno significa però non ignorare l’entusiasmo così come non dimentico l’indignazione; significa amare il mio mestiere e continuare ad amarlo finché mi aiuta a trasmettere e scambiare idee. Carla Cerati

Forma e Movimento conferma la volontà di Leica Camera Italia di essere un luogo di accoglienza, ricerca proposta per la fotografia d’autore, in un’alternanza di temi, periodi, stili, tecniche e visioni, nei diversi passaggi del tempo, dall’analogico al digitaleLeica Galerie Milano, all’interno di Leica Store a pochi passi da piazza del Duomo, offre un’esperienza fotografica immersiva libera da distrazioni: non è solo punto vendita ma luogo di approfondimento dedicato alla fotografia. Lo spazio, progettato da OHA e Holzrausch e vincitore del Red Dot Design Award, è stato rinnovato a settembre 2022 con l’intento di invitare professionisti, appassionati o semplicemente curiosi a entrare nel mondo Leica e scoprirne la filosofia e le iniziative proposte, dalle esposizioni che ospitano fotografi di fama internazionale e nuovi talenti ai workshop e all’assistenza tecnica

I nudi, i ritratti, il teatro e i paesaggi appaiono come “concreti pensieri” e non più come categorie. Io credo che Carla Cerati sia stata la fotografa che, più di altri, ha saputo restituire una precisa dimensione di “quantità umana”. Perché ne faceva parte e perché le apparteneva. Denis Curti

dal 25 gennaio all’8 aprile 2022 – Leica Galerie Milano presso Leica Store Milano

IL VIAGGIATORE PARALLELO: ROBERTO SALBITANI

Scorro sui binari dello spazio e del tempo guardando, da dentro, il paesaggio di fuori, e ritornando da fuori a pensarmi e guardarmi dentro.
Roberto Salbitani

 

L’edizione 2023 di BAF, la fiera d’arte moderna e contemporanea di Bergamo, ospiterà, come evento collaterale promosso da Promoberg s.r.l., la mostra “Il viaggiatore parallelo” di Roberto Salbitani, uno dei maestri della fotografia italiana contemporanea. La mostra, a cura di Sergio Radici, sarà allestita all’ingresso della fiera di Bergamo dal 13 al 22 gennaio 2023 e si compone di 20 fotografie in bianco e nero accomunate dal tema del viaggio in treno.
 
Un viaggio lento in cui farsi trasportare, come dice l’autore, “a corpo morto”, restando orizzontali e paralleli al paesaggio, mentre lo si attraversa sui binari e lateralmente, senza poterci entrare, da spettatori ripiegati su sé stessi. Il tempo del viaggio, da parentesi apparentemente sospesa tra due luoghi e due occupazioni quotidiane, è in realtà un tempo pieno durante il quale ci si può finalmente abbandonare all’immaginazione e ai propri pensieri più intimi. È in questo spostarsi che Roberto Salbitani, da viaggiatore parallelo, non subisce il tempo, ma lo vive accostandosi al viaggio in punta di piedi, mettendosi in ascolto, “in attesa di un prodigio”. Che non tarda ad arrivare perché la meraviglia è il viaggio stesso, in cui, alloggiati “per un po’ in un corpo di ferro e di finta pelle diviso in tanti scomparti”, possiamo assistere alla visione fugace di paesaggi incorniciati dai finestrini del treno, grandi “mirini predisposti alla ripresa”.
 
A questo “mutismo scenografico” del vagone, mentre scorrono le immagini esterne, sempre mutevoli, fanno da contraltare i viaggiatori, ospiti anch’essi temporanei di un viaggio condiviso per un lasso di tempo, riuniti nello stesso luogo il più delle volte dal caso. Dice Roberto Salbitani: “Il treno è un contenitore di esistenze che non si sono scelte”. E in questo spazio-tempo comune in cui le vite si incrociano per un istante, ognuno osserva e viene osservato in uno “sguardo multiplo e sincronico”. “Il treno è una girandola continua di sguardi”, che pone interrogativi sull’identità, propria e altrui, senza donare, come in un racconto di Calvino, la certezza di una risposta.
 
Il viaggiare di Salbitani, nel suo fotografare discreto, non si risolve infatti in un topos estetico ma si fa domanda e ricerca esistenziale, in un’analisi interiore connaturata al suo sguardo di fotografo, che usa la macchina fotografica per vedere più a fondo. In una sintesi estrema del fascino offerto da questo mezzo di trasporto ottocentesco, figlio della seconda rivoluzione industriale al pari della fotografia, Salbitani afferma: “Il treno è metafora di vita. È interno ed esterno, organismo introflesso ed estroflesso, luce ed ombra. […] Camera chiara personale ma anche camera oscura pubblica”.
 
Le fotografie esposte negli spazi di Bergamo Arte Fiera sono parte del progetto omonimo avviato tra gli anni Settanta e Ottanta, un’ottantina di fotografie scattate dall’interno dei treni in viaggio tra Italia, Francia e gli Stati della ex Jugoslavia. Dalla raccolta di queste fotografie e degli scritti teorici e personali relativi al viaggio nasce nel 2019 il volume “Roberto Salbitani, Il viaggiatore parallelo. Fotografie e scritti in diretta dal treno”, edito da Contrasto. Un tassello che si aggiunge alle già molte pubblicazioni dell’autore che indaga, con sguardo sempre genuino, il difficile rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, dalle città in crescita ai territori snaturati dal violento processo di urbanizzazione. L’autore affianca all’attività di fotografo quella di insegnante e compagno di strada in programmi integrati di fotografia, dai “corsi in viaggio” alla Scuola di Fotografia nella Natura da lui fondata.
 

da venerdì 13 a domenica 22 gennaio 2023 – Fiera di Bergamo

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Massimo Grimaldi – Fading in

Il MAN prosegue l’indagine sui linguaggi del XXI secolo inaugurando la prima di una serie di Project Room, un nuovo concept espositivo incentrato sull’universo estetico della contemporaneità. Il piano terra del museo sarà concepito come uno spazio poliedrico, capace di cambiare forma ad ogni progetto con l’obiettivo di farsi portavoce degli artisti di oggi e della loro visione del mondo.

Il primo appuntamento vede protagonista Massimo Grimaldi con la mostra Fading in, che propone una selezione di cinque reportage fotografici realizzati tra il 2010 e il 2021.

La poetica di Grimaldi si sviluppa in una costante tensione tra etica e estetica. L’artista ha elaborato una modalità di lavoro che prevede la collaborazione sistematica con EMERGENCY, associazione umanitaria nata con lo scopo di offrire sostegno medico gratuito alle vittime civili delle guerre e della povertà. Dal 2007 l’artista ha partecipato a diversi concorsi con progetti che prevedevano, in caso di vincita, la donazione della somma a EMERGENCY e la realizzazione di reportage in luoghi dove l’ONG è attiva. Il caso più eclatante risale al 2009, quando Grimaldi vince il concorso internazionale MAXXI 2per100 con un progetto che stabiliva di devolvere il 92% del premio di 700.000 euro a EMERGENCY per la costruzione del Centro Pediatrico di Port Sudan e di documentare l’attività dell’ospedale, dalla sua costruzione fino alla piena operatività. Un approccio che testimonia come Grimaldi rifletta sulla società e intervenga su di essa, ridiscutendo il ruolo dell’artista.

In Uganda è il lavoro principale presentato al MAN. La videoproiezione è frutto di un reportage, realizzato ad inizio 2021, che si muove su un doppio livello: da un lato descrive la vita all’interno del Children’s Surgical Hospital della città ugandese di Entebbe, puntando l’obiettivo sullo staff di EMERGENCY e sui pazienti; dall’altra, mostra la bellezza umana e paesaggistica di Entebbe, la penisola che si allunga sulla costa settentrionale del Lago Vittoria, su cui sorge l’ospedale. Man mano che le immagini scorrono in dissolvenza, ci si accorge che parlare di reportage è piuttosto riduttivo. Nelle opere di Grimaldi l’aspetto documentativo resta in secondo piano rispetto alla componente affettiva, che risulta dominante. In questo modo, i suoi lavori tracciano un filo rosso tra due mondi: a un’estremità c’è il museo in cui le opere vengono fruite, mentre all’altro capo si trova una realtà che a molti può apparire distante, ma non per questo è meno vera.

Immagini di progetti portati avanti in Sudan, Sierra Leone, Afghanistan, nella Repubblica Centrafricana, si susseguono in mostra sugli schermi di iPad Pro di ultima generazione con una dissolvenza (appunto un “fade in”), da cui deriva il titolo della mostra. Come rileva il critico Luca Cerizza “la melanconia che pervade senza tregua il lavoro di Grimaldi nasce da quella dicotomia che l’artista mostra come mai riconciliata, tra dimensione etica ed estetica dell’arte e, ancora più specificatamente nel suo caso, di un’attrazione sensuale verso un mondo di forme e immagini perfette, iper-definite, per lo più astratte, e la consapevolezza che ogni opera d’arte, rischi di essere schiacciata da un processo di obsolescenza per il quale viene superata – come ogni altro prodotto – da una successiva proposta linguistica, da un nuovo stile, dal soddisfacimento, insomma, di un nuovo desiderio”.

L’utilizzo sistematico degli ultimi modelli Apple su cui scorre una sequenza in loop è una prassi consolidata della poetica di Grimaldi. In questo modo, venendo meno la possibilità (autoimposta) di decidere l’apparenza esteriore delle opere, è l’artista in prima persona a mettere in discussione il proprio status, allineandosi all’evoluzione tecnologica e alle sue contraddizioni. Crolla, così, l’assunto dell’arte per l’eternità. Il risultato è un lavoro dal destino ineluttabile, opere che diventano obsolete nel giro di pochi anni, asservite a una corsa per un progresso tecnico sempre più incalzante.

Fading in è l’occasione per l’uscita di una nuova edizione de I quaderni del MAN, con un affondo critico di Luca Cerizza che percorre l’evoluzione del lavoro di Massimo Grimaldi dall’inizio della sua ricerca ad oggi.

13 Gennaio – 26 Febbraio 2023 – MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro

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Stvdio per vna scvltvra – Francesco Brigida

Alessia Paladini Gallery compie due anni ed è lieta di presentare Stvdio per vna scvltvra, fotografie di Francesco Brigida
In mostra, una selezione di 20 raffinate fotografie, caratterizzate da neri profondi, che delineano un percorso di esplorazione del corpo e della forma in senso più astratto.


Stvdio per vna scvltvra
Trovando ispirazione nella scultura antica, Francesco Brigida crea delle immagini che studiano il linguaggio del corpo e dialogano con il movimento. Stvdio per vna scvltvra è una ricerca sulle possibilità di rappresentazione che un corpo può assumere. Per due
anni Brigida lavora con un solo modello, un unico soggetto. Il nudo dona al corpo uno stato di linearità e purezza ideali, preparando il soggetto ad essere fotografato, attingendo dal vivo dei suoi movimenti. Il corpo sembra modellato come se si trattasse di vera e propria materia fisica scolpita. Uno studio preparatorio alla scultura. Il corpo è carne viva che si concede all’occhio fotografico che cattura in modo spontaneo ed immediato la sua tensione. Come lo scultore che studia e definisce il soggetto della sua prossima scultura. Disegna su carta, e ferma in modo preciso l’emozione che vibra nei movimenti del suo modello. Nessuna sensualità, nessun erotismo. Con un linguaggio visivo essenziale, Brigida elabora immagini di sculture ideali, le quali ci appaiono su di un fondo nero, intagliate dalla luce come in una visione notturna. La testa scompare in questi clichés. Il viso, è generalmente considerato lo specchio dell’anima, ma in verità osservando attentamente, tutti i muscoli del corpo esprimono i sentimenti interiori dell’animo umano. Le articolazioni che si tendono, il busto che si torce, le mani, possono sorridere con la stessa dolcezza degli occhi. Relazionarsi alla scultura antica, significa allenarsi ad osservare la natura. I greci la rappresentavano sempre come la vedevano, mettendo in risalto i tratti dominanti dell’uomo senza mai sopprimere il dettaglio vivente della figura. Si limitavano a mascherarlo o a fonderlo nell’insieme, esprimendo nella bellezza del corpo umano sempre una tale tenerezza e sensualità che nessun altro popolo è mai più riuscito ad esprimere.
Brigida, col suo occhio congiunto al cuore, osserva il modello leggendo in profondità il movimento del corpo, delle articolazioni e dei muscoli, mostrandoci, con un ritmo calmo ed uno sguardo contemporaneo, la vita che anima e riscalda il corpo umano.

Dal 19 gennaio al 18 febbraio 2023 – Alessia Paladini Gallery – MILANO

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Mostre fotografiche da non perdere a Gennaio

Buongiorno a tutti!

Diamo il via all’anno nuovo, andando a visitare qualche bella mostra di fotografia. Ve ne segnaliamo alcune!

Ciao

Anna

ELLIOTT ERWITT. FAMILY

Elliott Erwitt. Family è un campionario di storie umane che racconta l’evoluzione della famiglia dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio. Questo tema universale è interpretato da Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico, che lo ha reso uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre. Con immagini ironiche e spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate, oppure molto singolari, metafore e finali aperti, Erwitt ci conduce attraverso istanti di vita dei potenti della terra, come l’immagine di Jackie al funerale di Kennedy, accanto a scene privatissime come la celebre foto della neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita. 

La mostra è composta da 58 fotografie in bianco e nero selezionate dall’autore insieme alla curatrice Biba Giachetti e include anche alcuni scatti inediti mai stampati prima. 

Promossa dal Comune di Riccione, l’esposizione è organizzata da Civita Mostre e Musei SpA e Maggioli Cultura, in collaborazione con SudEst57.
Sponsor Tecnico: Promhotels Riccione.

Dal 19 Dicembre 2021 al 03 Aprile 2022 –  Villa Mussolini – Riccione

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LIFE IN SYRIA: SGUARDI DI ALEPPO E IDLIB

Life in Syria è un progetto fotografico, divenuto poi anche un libro, nato con l’intento di mostrare la realtà che milioni di siriani sono costretti a vivere ogni giorno, attraverso gli scatti di cinque fotografi siriani e di un’associazione della società civile, e presenta alcuni dei momenti che hanno segnato il conflitto siriano dal 2011 al 2016.
La mostra fotografica è stata ospitata a Roma e Londra per le celebrazioni del World Refugee Day, in seguito è stata allestita anche a Milano, Liegi e Torino. Il libro, invece, è stato presentato all’Università Cà Foscari di Venezia, nel Middle East Now Festival di Firenze e in librerie nazionali e internazionali di Bruxelles, Roma e Innsbruck.
Dopo 10 anni di guerra, Life in Syria è ancora un progetto vivo che intende continuare a raccontare la vita e la difficile quotidianità della popolazione siriana. Infatti, dopo la produzione del libro e della mostra – finanziate rispettivamente da UNOCHA e UNHCR -, l’Associazione Propositivo (Pro+) intende appoggiare gli autori di Life in Syria in una nuova sfida: la produzione nel 2022 di un nuovo libro e una nuova mostra, coinvolgendo altri giovani fotoreporter presenti nelle varie regioni della Siria.

I temi prescelti dagli autori di Life in Syria saranno il ruolo delle donne e dei giovani nella Siria attuale. A questo scopo, una campagna di crowdfunding sarà lanciata il 18 dicembre e resterà attiva per tutta la durata della mostra.
L’inaugurazione della mostra fotografica Life in Syria si terrà sabato 18 dicembre alle ore 18:00 presso la Palazzina Mutilati e Invalidi di Guerra in Viale Cesare Maccari, 3 (La Lizza) a Siena. Parteciperanno Lorenzo Trombetta e Fouad Roueiha esperti di Medio Oriente e Siria e, in collegamento video, alcuni tra gli autori di “Life in Syria” che attualmente vivono ancora in patria e in altri paesi europei.
Alle ore 19:00 sarà inaugurata la mostra presso i locali interni del Bastione Madonna all’interno della Fortezza Medicea di Siena.

Dal 18 Dicembre 2021 al 23 Gennaio 2022 – Fortezza Medicea – Siena

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TINA MODOTTI. L’UMANO FERVORE

Tina Modotti è una delle protagoniste della grande avventura della fotografia della prima parte del Novecento e il PR2/assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Ravenna – nella ricognizione sistemica che consolida Camera Work, il progetto di indagine sulla fotografia contemporanea tra giovane sperimentazione e racconto storicizzato – l’ha scelta come simbolo di pensiero e pratica di un linguaggio che ha intercettato, con la mostra “Umano fervore”, gran parte dei momenti storici più intensi e dolorosi del secolo scorso. L’assessorato alle Politiche Giovanili prosegue così il lavoro di approfondimento e ricerca sulla fotografia contemporanea, iniziato nel 2016, in collaborazione con la Scuola dei Beni culturali dell’Università di Bologna – campus di Ravenna. 

La mostra, a cura di Silvia Camporesi e del comitato Tina Modotti, sarà inaugurata a Palazzo Rasponi il 17 dicembre alle 17.30 e sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 20 febbraio, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19 (24 e 31 dicembre solo al mattino, 25, 26 dicembre e 6 gennaio chiusa). L’opening della mostra al PR2 sarà accompagnato dal reading dell’attrice Elena Bucci che, attraverso una selezione di scritti di e su Tina Modotti, introdurrà i visitatori alla visione delle opere della celebre fotografa.

L’esposizione presenta un nucleo di circa cinquanta opere che documentano il percorso di Modotti, breve e allo stesso tempo ricco di opere straordinarie. Si parte dalle celebri “Calle” del 1924 e dalla produzione nata dal sodalizio con Edward Weston sino ad arrivare all’ epos degli umili, attraversando le immagini raccolte nel Messico dolente e meraviglioso dei bambini, degli uomini e delle donne di Tehuantepec, in mezzo a un’umanità bellissima e straziante. L’allestimento include anche ritratti realizzati da Edward Weston, documenti biografici, testimonianze, scritti autografi e riflessioni che restituiscono il profilo di un’artista totale, trasparente e folgorante nelle intuizioni, nel talento inconfondibile e nella profonda puntualità di sguardo, innestato nel cuore della bellezza e della crudeltà del mondo.

Nella fotografia Modotti ha costruito una poetica struggente e meravigliosa, lasciando la traccia indelebile di un’identità nella quale si sono intrecciati arte ed esistenza, bellezza e passione, terra, corpo, cielo, polvere. La distanza del tempo permette ora di guardare con sguardo libero la produzione di quest’artista/militante rivoluzionaria, allontanandosi dallo stereotipo che, accompagnato da declinazioni romanzesche, ha spesso messo in secondo piano la sua qualità di artista, la straordinaria dimensione etica ed insieme estetica del suo lavoro.

“Il profilo artistico di Tina Modotti – commenta l’assessore alle Politiche giovanili Fabio Sbaraglia – è certamente tra i più intensi tra quelli della prima metà del XX secolo; in soli sette anni di attività Modotti ha lasciato un insieme di opere che hanno tracciato un solco profondo nell’arte e nella coscienza collettiva; è stata operaia, artista, attrice teatrale e cinematografica, attivista del Soccorso Rosso Internazionale, militante e rivoluzionaria, donna in grado di affermare un’identità straordinaria, profonda, connessa con alcuni dei momenti cruciali e più drammatici della storia del secolo scorso: la Rivoluzione Messicana, la Guerra di Spagna, la Russia di Stalin, l’Europa sulla quale si proiettava la lunga ombra nera della Seconda Guerra Mondiale. Ma soprattutto Tina è stata una grande fotografa, tesa tra il racconto necessario per entrare nella realtà, nella sua bellezza incandescente, senza sovrastrutture e compiacimenti estetici, e l’urgenza esistenziale e totale di cambiare il mondo”.

Dal 17 Dicembre 2021 al 20 Febbraio 2022 – Palazzo Rasponi 2 – Ravenna

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SILVIA CAMPORESI. DOMESTICA

È un racconto insolitamente intimo, un diario per immagini, quello di cui Silvia Camporesi rende partecipe il pubblico nella sua mostra “Domestica”.
La Other Size Gallery di Milano, dal 16 dicembre 2021 al 4 marzo 2022, presenta per la prima volta in una personale il progetto nato tra le mura domestiche della fotografa forlivese nei giorni difficili del lockdown di marzo-aprile 2020.
Curata da Claudio Composti, l’esposizione propone undici scatti di piccolo e grande formato in un allestimento che, nel creare l’illusione di trovarsi in una casa – contrassegnando con lo scotch le stanze che idealmente la compongono –, induce in chi guarda le stesse emozioni che l’autrice ha provato nei giorni dell’isolamento: un senso di claustrofobia cui solo la fantasia ha potuto offrire una via d’uscita. 
 
“Devo arrivare a sera con almeno una buona fotografia, questo è il mio compito quotidiano. Se non mi do ogni giorno questo obiettivo rischio di impazzire”. Così la Camporesi, nel testo che accompagna il progetto, descrive come il “fare” fotografia l’abbia aiutata a superare i momenti più duri. Da tale proposito è nato un nucleo di scatti che fermano il fluire di una quotidianità sempre uguale a se stessa e documentano i piccoli gestigli oggetti della vita casalinga, i momenti condivisi con la famiglia, i giochi semplici inventati con le figlie, trasfigurandoli in qualcosa di prezioso ammantato di una luce poetica.
 
Ne emerge, nonostante la paura che l’artista ammette di aver provato in quei giorni, un mondo quasi fatato fatto di colori pastello e personaggi fantastici: “Silvia ha immaginato mondi paralleli attraverso segni e oggetti quotidiani e inventato giochi e forme insieme alle figlie, per ingannare quel tempo che non passava mai e si svolgeva in giornate senza fine” scrive il curatore nel suo testo. “Solo la fotografia – prosegue – e le idee sono state alleate per riempire un vuoto. La fantasia, l’amore e l’immagine fotografica di cose quotidiane, traslate nel loro significato, hanno reso possibile narrare un mondo che, senza colore, sarebbe rimasto afono e noioso”.
 
Parallelamente al progetto pubblico che proprio nell’aprile 2020 l’ha portata in giro per l’Italia a documentare un paesaggio trasformato dalla pandemia contribuendo così a creare una memoria collettiva, Silvia Camporesi costruisce una memoria privata che solo apparentemente però le appartiene esclusivamente: una tazza rotta, i residui del pranzo disposti in un piatto a forma di sorriso, un muro scrostato, delle arance ritratte un attimo prima di essere spremute, due bimbe che inventano un gioco per sfuggire alla noia, sono infatti soggetti che appartengono al quotidiano di chiunque abbia vissuto quei faticosi momenti, trasformandoli in segni universali.
 
Il progetto è raccolto in una pubblicazione, disponibile in mostra, edita da Edizioni Postcart, con un testo della stessa autrice.

Dal 15 Dicembre 2021 al 04 Marzo 2022 – Other Size Gallery – Milano

GIOVANNI GASTEL. UN OMAGGIO

riennale Milano rende omaggio al fotografo Giovanni Gastel (Milano, 1955 –2021) attraverso due mostre: The people I likein collaborazione con il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, I gioielli della fantasia, in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea. 

Afferma Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano: “Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo. Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto.”

The people I like
, a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti che sono la testimonianza dell’immensa varietà d’incontri che ha caratterizzato la lunga carriera di Gastel. Un labirinto di volti, pose, sogni di personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo, della politica. Un ritratto collettivo di anime, incontrate nel corso di una carriera quarantennale. Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco PannellaForattiniEttore SottsassGermano Celant, Mimmo JodiceFiorello, ZuccheroTiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana LittizzettoFranca SozzaniMiriam Leone,Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini

Il titolo della mostra è una dichiarazione d’intenti: il fotografo si svela nella sua più intima autenticità e consacra il “ritratto” opera artistica per eccellenza. Presentando oltre 200 ritratti, la mostra documenta una parte importante del suo lavoro. Modelle, attrici, artisti, operatori del settore, vip, cantanti, musicisti, politici, giornalisti, designer, chef fanno parte del caleidoscopio di fotografie esposte senza un ordine preciso né un’appartenenza a un determinato settore o categoria. 

I ritratti non sono percepiti come semplici rappresentazioni della fisionomia umana, ma lasciano trasparire un significato interiore più vero: lo scopo è quello di indagare ciò che va aldilà dell’esteriorità, cogliendo la complessità del soggetto. Al centro sempre l’anima che traspare dalla posa, dall’espressione del volto e dalla sua teatralità. I ritratti assumono un ruolo centrale che non si ferma all’analisi fisica, ma scava nella sfera psicologica del personaggio. 

Tutti ritratti sono in grande formato, la maggior parte in bianco e nero, mentre nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima. 

In parallelo, la piccola mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea, presenta come un prezioso castone, per usare un termine desunto dall’oreficeria, uno dei primi lavori che ha dato a Giovanni Gastel la notorietà internazionale. Sono esposte 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarowsky Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera. 

Dopo la prima presentazione al Museo Teatrale alla Scala, la mostra ha circolato per sei anni in alcuni dei più importanti musei europei di arte applicata (Museum Bellerive di Zurigo, Victoria and Albert Museum di Londra, Museum für Angewandte Kunst di Colonia, Kunstgewerbemuseum di Berlino) per raggiungere poi anche gli Stati Uniti. 

Giovanni Gastel dà vita a una reinterpretazione fantastica e immaginaria dei gioielli da cui emerge tutta la sua straordinaria vena creativa. Ritroviamo qui l’eleganza stilistica e i temi centrali della sua ricerca artistica, il dialogo sincretico tra il mondo degli oggetti e quello della figura umana, l’ironia, il corpo e la maschera, il travestimento e la metamorfosi: un filo rosso che accompagnerà per tutta la vita il suo itinerario creativo. 

Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea.

I Partner Istituzionali Eni e Lavazza, l’Institutional Media Partner Clear Channel e il Technical Partner ATM sostengono Triennale Milano anche per questo progetto espositivo. 

Dal 01 Dicembre 2021 al 13 Marzo 2022 – Triennale di Milano

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JULIA MARGARET CAMERON. UNO SGUARDO FUORI FUOCO

Senigallia Città della Fotografia, con il sostegno della Regione Marche e in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, prosegue il suo percorso espositivo dedicato ai grandi maestri della fotografia internazionale, proponendo uno sguardo sulle origini stesse della fotografia con la mostra dedicata a Julia Margaret Cameron, a cura di Massimo Minini e Mario Trevisan.

In mostra è presente un nucleo di 26 scatti di Julia provenienti dalla collezione del gallerista Massimo Minini; il nucleo più consistente ad oggi esistente in Italia. Il percorso si sviluppa secondo una narrazione che vuole raccontare l’esperienza fotografica della Cameron che con estrema sperimentazione si articola tra ritratti borghesi, ispirazioni preraffaellite, e la rappresentazione di scene letterarie.

Julia Margaret Cameron nasce nel 1815 a Calcutta, fotografa inglese esponente del pittoricismo, è stata la prima donna ad essere ammessa alla Royal Photographic Society. Scopre la passione per la fotografia all’età di cinquant’anni, grazie alla figlia che le regala la sua prima macchina fotografica. Le immagini traducono in arte l’atmosfera sognante dell’età Vittoriana, con il caratteristico “fuori fuoco” che evidenzia l’aspetto onirico tipico del gusto dell’epoca (vedi Proust La strada di Swann e Gérard de Nerval Sylvie).

Tra le personalità che si sono fermate davanti all’obiettivo della Cameron ci sono Thomas Carlyle, Lord Alfred Tennyson, Robert Browning, Henry Herschel, ritratti presenti anche nella collezione qui in mostra.

“È stato un amore a prima vista.” – racconta Massimo Minini del suo rapporto con Julia Margaret Cameron – “[…] un giorno di un mese di un anno che non ricordo vedo in una mostra delle strane foto, fotografie certo, albumine sicuramente. Ma con qualcosa che mi attira e che non so definire […] Da allora l’ho inseguita nei libri, nei musei, nelle aste. Queste foto sono il risultato di quell’inseguimento”.
Al percorso espositivo si aggiungono alcune fotografie di Roger Fenton, Robert Adamson e Oscar Gustave Rejlander, tra i più importanti esponenti alle origini della fotografia. Provenienti dalla collezione personale del curatore, queste foto integrano il quadro storico attorno al quale si muoveva la Cameron. Sempre dalla stessa collezione proviene uno scatto di Lewis Carroll, autore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, il cui personaggio protagonista è ispirato a Alice Liddell, una tra le “modelle” di Julia presenti in mostra nelle vesti di antiche divinità.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo dell’editore Danilo Montanari che raccoglie un prezioso saggio di Francesca Maria Bonetti.

Dal 26 Novembre 2021 al 28 Febbraio 2022 – SENIGALLIA – Palazzo del Duca

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LOST AND FOUND. FOTOGRAFIE ANONIME 1940 — 1960 CA.

Per la sua terza mostra, lo spazio creativo ed espositivo Arcipèlago presenta un’accurata selezione di una cinquantina di fotografie anonime scattate tra gli anni 40 e 60. Queste immagini, totalmente inedite, fanno parte della collezione personale di Cristian Malisan, che, da anni, recupera materiale fotografico nei mercatini: migliaia di negativi, rullini, diapositive e altrettanti momenti rubati che nessuno ricorda più e che, in occasione di questa mostra, saranno riscoperti.
 
Anonime e orfane, queste immagini sono degli enigmi . Nel corso degli anni hanno subito ineluttabilmente un’erosione narrativa legata alla scomparsa del fotografo, dei protagonisti, di tutti coloro che condividevano quei racconti di vita ordinaria. Fino ad arrivare al momento in cui, rimasto più nulla della realtà che portano impressa, sono finite ai bordi della spazzatura, pronte per essere dimenticata. Ed è proprio qui che la loro riscoperta ha del miracoloso. Queste immagini rappresentano una storia che , in fondo, tutti condividono. I momenti intimi di vita familiare – spesso divertenti, sorprendenti e commoventi – sono in qualche modo la storia di tutte le nostre vite.
 
“Immergersi nelle vite passate di questi stranieri è un viaggio affascinante attraverso unavasta memoria collettiva, un caleidoscopio universale eppure familiare. Perché se i nomi, le date e i luoghi si sono smarriti, la permanenza delle emozioni resiste. E questi cliché, che non appartengono più a nessuno, diventano le immagini di tutti.” spiega Artemio Croatto, co-curatore della mostra.
 
Attraverso il progetto “Lost and Found”, Arcipèlago esplora l’arte dell’ordinario e l’importanza della fotografia vernacolare. Questa pratica, spesso riservata ai dilettanti, si situa al di fuori di ciò che è considerato degno di interesse dalle principali istanze di legittimazione culturale. Si sviluppa alla periferia di ciò che è di riferimento in ambito artistico . È l’altro dell’arte.
 
“Ogni pratica amatoriale della fotografia con le sue inquadrature azzardate, le sue situazioni desuete, i suoi volti resi all’anonimato, è per natura «familiare». Sono raramente «bei» cliché nel senso artistico del termine: eppure trattengono, sollecitano più di qualsiasi altro oggetto. La mia non è una collezione in senso stretto, non colleziono queste immagini perché ben realizzate o perché spero presto o tardi di ritrovare il rullino del D-Day di Capa; la mia è piuttosto una missione: voglio salvare queste famiglie dalla cancellazione e dall’oblio del tempo . Penso che se questi negativi sono arrivati fino a me significa che le famiglie che vi sono rappresentate sono estinte, terminate, e che non c’è nessun parente, amico, conoscente in grado di raccoglierne e conservarne l’eredità.” spiega Cristian Malisan, co-curatore della mostra.
 
Per questa occasione sarà pubblicato un catalogo, con un contributo di Roberta Valtorta, storica della fotografia, direttrice scientifica del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo – Milano e docente di Storia e teoria della fotografia al Centro Bauer di Milano.

Dal 04 Dicembre 2021 al 22 Gennaio 2022 – Arcipèlago – Udine

MASSIMO RANA. FRONTSTAGE. RITRATTI SUL PALCO

David Bowie, Bruce Springsteen, Frank Zappa, gli AC/DC, Elton John, U2,  Ramones, Madonna e tanti altri. Sono questi i protagonisti della musica rock immortalati dal fotografo Massimo Rana tra gli anni Ottanta e Novanta durante una stagione di grandi concerti a Milano. Una parte di questi scatti si potranno ammirare dal 14 dicembre fino al 5 febbraio 2022 nella nuova sede dell’Archivio Iginio Balderi a Milano in via Ausonio 20; il primo evento organizzato nello spazio espositivo appena inaugurato a novembre che raccoglie una parte delle opere del grande scultore Iginio Balderi scomparso nel 2005.

La mostra fotografica si intitola “FrontStage. Ritratti sul palco”, promossa dall’Archivio Iginio Balderi e curata da Ivo Balderi. Comprende 28 fotografie di varie dimensioni, quasi tutte interamente inedite in un bellissimo bianco e nero a tiratura limitata, che sintetizzano una carrellata di 100 artisti e gruppi musicali del panorama internazionale. Fotografie di concerti che per anni sono rimaste nell’archivio di Rana.
Nel maggio 2021 un’ampia parte di queste immagini sono state raccolte in un volume, sempre con il titolo “FrontStage. Ritratti sul palco” Edizioni Crowdbooks acquistabile nelle migliori librerie.“Ho cominciato il mio lavoro come fotografo di agenzia – spiega Massimo Rana – ma poi grazie ad una collaborazione con un quotidiano, mi sono ritrovato sui palchi dei concerti più importanti che si sono svolti a Milano tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni del 2000. Poi, insieme alla mia passione per la musica, diventare un fotografo da concerti il passo è stato breve e in pochi anni mi sono ritrovato con un archivio immenso di immagini. Ognuna di queste foto ha una storia – aggiunge -, e sono il frutto di anni e anni in cui ho calcato il palco in quello spazio quasi irreale che sta tra i fans scatenati e il cantante sul palco. Sono diventato un testimone oculare dotato di obiettivo che entra nell’intimo dell’artista, indaga i suoi sguardi, scruta i suoi gesti e talvolta irrompe nei sentimenti. Così lo scatto che cogli da quella realtà, da quell’unico momento irripetibile viene trasportato in un altro tempo”. Tante storie di cui una in particolare legata a David Bowie. “E’ stata una tappa fondamentale del mio lavoro – racconta Rana – e ho sempre amato la sua musica e trovarmi così vicino a questo grande artista nel suo concerto nel 1990 al Palatrussardi è stato davvero il “concerto perfetto”. Dopo la sua scomparsa nel 2016 ho riguardato i negativi di quella serata e mi sono accorto che c’erano scatti che non avevo stampato; fotografie del “duca bianco” mai viste fino a quel momento”.

Dal 14 Dicembre 2021 al 05 Febbraio 2022 – Archivio Iginio Balderi – Milano

Mostre fotografiche da non perdere in agosto!

Ciao a tutti, anche ad agosto per chi vuole c’è un’ampia scelta di mostre. Magari tra un bagno e una granita, riuscite a farci un salto.

Date un’occhiata anche qua, che magari c’è qualcosa d’interessante anche vicino a dove vi trovate.

Buone vacanze a tutti!

Anna

Beppe Bolchi | Città senza Tempo

Inaugurazione: 27 agosto ore 18:30

Spazio Galleria Cine Sud, via Passarelli 29-31-

Matera

27 agosto al 13 settembre | 9:30-12:30 16:30-19:30

Scegliendo la fotografia a foro stenopeico Bolchi ci presenta una raccolta di immagini di paesaggio urbano che ci portano indietro nel tempo. Case, edifici, palazzi che assumono una valenza diversa, diventando non solo qualcosa al servizio dell’uomo, ma delle realtà vere e proprie che si presentano nella loro imponenza o semplicità, bellezza o mediocrità. Una tecnica antica per immortalare luoghi cari, conferendo loro quel sapiente tocco di nostalgia e un’atmosfera quasi onirica.

Guido Guidi In Sardegna: 1974, 2011

Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro ospita, da venerdì 21 giugno a domenica 20 ottobre 2019, la prima grande mostra in un museo italiano dedicata a Guido Guidi (Cesena, 1941), uno dei più significativi protagonisti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Guido Guidi – IN SARDEGNA: 1974, 2011 è una mostra curata da Irina Zucca Alessandrelli e coprodotta dal MAN in collaborazione con ISRE, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. La mostra presenta 232 fotografie inedite che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo, ripreso una prima volta nel 1974 e successivamente nel 2011, anno di una importante committenza da parte dell’ISRE.
L’esposizione costituisce a un tempo un racconto antropologico e paesaggistico dei cambiamenti occorsi nell’isola nel corso di quattro decenni e un percorso di ricerca sul medium della fotografia che pone in dialogo immagini in bianco e nero degli anni Settanta e opere a colori degli anni Duemila.
Le opere esposte, ristampate dall’artista in occasione della mostra, sono documentate in un catalogo in tre volumi in cofanetto pubblicato da MACK Books, editore londinese di fotografia contemporanea d’autore.

21.06  –  20.10.2019 – MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro

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Effetto Araki

L’esposizione, organizzata dal Santa Maria della Scala con il sostegno di Opera-Civita, è curata di Filippo Maggia che ha selezionato opere appartenenti a oltre venti serie prodotte dal fotografo giapponese dai primi anni sessanta ad oggi. Araki ha voluto celebrare gli oltre 50 anni di attività (è del 1965 la sua prima mostra) con una selezione di 2200 opere che ripercorre la sua lunga carriera artistica offrendo un panorama pressoché completo sulla sua sterminata produzione, assai complessa e articolata, ben oltre le immagini di bondage che l’hanno reso celebre in tutto il mondo. 
Molte serie –Satchin and his brother MaboSentimental night in KyotoAugustTokyo Autumn e altre ancora – vengono presentate per la prima volta in Italia; alcune sono inedite in Europa – come Anniversary of Hokusai’s Death e Gloves. 
La raccolta Araki’s Paradise – fotografie che Araki scatta utilizzando la sua casa come un palcoscenico – è stata appositamente realizzata per Siena: un Araki dunque originale, riflessivo e emozionante che sembra voler riassumere in questa mostra la sua intera vicenda artistica e umana.

A completare la mostra un video che presenta Araki mentre seleziona le opere della mostra insieme al curatore Filippo Maggia e un libro catalogo, edito da Skira, con una selezione di 300 opere fra quelle in mostra.

21 giugno 2019 – 30 settembre 2019 – Santa Maria della Scala  – SIENA

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Le mostre di Les Rencontres de la Photographie di Arles

Come tutte le estati, anche quest’anno ci attende il festival di Arles, quest’anno giunto alla sua cinquantesima edizione, con mostre sempre molto interessanti, sia di fotografi affermati, che di artisti emergenti, tutti da scoprire.

Il programma delle mostre è alquanto variegato e suddiviso in ben 16 sezioni: My body is a weapon (existing, resisting photographing), On the edge (a map of horizons and their limits), Living (Inventory of domestic spaces), Rereading (Photography in a different light), The other photography (Tribune for hoarders and obsessive people), Building the image (Materialist practices of photography), Platform of the visible (new approaches to documentary photogarphy), Louis Roederer Discovery Awards (10 projects of emerging talents submitted to the award), Emergences (A traiblazing festival that seeks tomorrow’s talents), Happy Birthday (50 years of Arles), Guests (The Festival gives carte blanche to two favored institutions to explore, each in its own way, their relation to image), Associated Arles (Institutions and Arles venues associated with The Rencontres), VR Arles Festival (Virtual Reality as a new way of writing images), Arles Books (The photography book in all its forms), Grand Arles Express (The wind of photography blows through the Great South), Sharing Gazes (Playing, learning and creating with The Rencontres d’Arles photography workshops and educational domain).

Dal 1 luglio al 22 settembre – Arles sedi varie

Trovate tutte le informazioni sul festival e le mostre qua

Mountains by Magnum Photographers

La montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi della celebre Agenzia Magnum Photos fondata nel 1947 da Henri Cartier Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, icone della fotografia internazionale. E’ l’inedito progetto espositivo Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione in anteprima mondiale Forte di Bard e agenzia Magnum Photos Paris, che il Forte di Bard ospita dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020.

Un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry. La mostra comprende anche una sezione dedicata ad un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato dal fotografo Paolo Pellegrin.
La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

dal 29 luglio al 6 gennaio 2020 – Forte di Bard – Aosta

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UCA – UNITED COLORS OF AMERICA

Per la prima volta in Italia una mostra interamente a colori dedicata al  periodo della grande depressione americana e al successivo “New Deal”.

La Farm Security Administration (FSA) e l’Office of War Information (OWI) sono conosciuti per il loro influente programma fotografico, che documenta, tra il 1935 e il 1944, la vita durante la Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Tra le immagini più famose di quel programma – “Migrant Mother” di Dorothea Lange, “Steel Mill e Cimitero a Betlemme” di Walker Evans – dove la fotografia in bianco e nero viene utilizzata al fine di documentare la povertà, la disoccupazione e la sofferenza post-Depressione.

Ma FSA e OWI hanno inoltre commissionato, per questo progetto, alcune delle prime fotografie a colori della storia.(Eastman Kodak ha introdotto la pellicola per trasparenti Kodachrome, creando il primo processo di produzione per produrre fotografie a spettro completo a colori, nel 1936).

Realizzato dai fotografi Russell Lee, Marion Walcott Post, John Vachon, Jack Delano e Alfred Palmer, tra gli altri, queste immagini a colori documentano l’America come è emersa dalla depressione economica e come hanno avuto inizio i preparativi per la guerra. Mostrano aspetti poco visibili della vita e delle industrie dei lavoratori, così come le fotografie di Palmer sugli impianti di aviazione e gli sforzi bellici delle donne lavoratrici, nonché la portata e la diversità delle regioni e delle persone in tutta l’America, dalla California al profondo sud a Puerto Rico e le Isole Vergini americane.

Molte delle fotografie dell’esposizione sono state stampate per la prima volta come stampe su carta, poiché i loro originali esistono solo come diapositive a colori. Raccolte e visualizzate insieme, queste rare ed eccezionali fotografie raccontano la storia dell’America come non si era ancora vista.  Orario mostra: tutti i giorni 10/13 – 17/20

10 AGOSTO – 1 SETTEMBRE 2019 – FORTE SANTA TECLA – Sanremo

Vivian Maier. The Self-portrait and its Double

Al Magazzino delle idee a Trieste, l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale presenta la mostra “Vivian Maier. The Self-portrait and its Double”: settanta autoritratti in bianco e nero e a colori raccontano la vita misteriosa di Vivian Maier. In programma dal 20 luglio al 22 settembre 2019, la mostra curata da Anne Morin diChroma Photography, Madrid, realizzata e organizzata dall’ Ente Regionale per il Patrimonio Culturale in collaborazione con John Maloof Collection e Howard Greenberg Gallery di New York, intende raccontare come l’artista si vedeva e come percepiva il mondo che la circondava.

Vivian Maier trascorre tutta la vita in anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di 120.000 negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati, viene scoperto da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione. Dopo aver stampato alcune foto, Maloof le pubblica su Flickr, ottenendo un forte interesse che diventa virale. Pertanto decide di fare delle indagini sulla donna che ha scattato quelle fotografie:

Vivian Maier nasce a New York il 1 febbraio 1926, i genitori presto si separano e la figlia viene affidata alla madre, che si trasferisce presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista. Negli anni Trenta le due donne e la piccola Vivian si recano in Francia, dove Vivian vive fino all’età di 12 anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizia la sua vita da governante e bambinaia. Un ruolo che ricoprirà per oltre quarant’anni.

Per anni Vivian Maier è solo una “tata francese” mentre, nella stanzetta messa a disposizione dalla famiglia presso cui abita, coltiva una passione immensa, la fotografia. Vivian passa la sua vita a catturare immagini, prima con la macchina fotografica Rolleiflex poggiata sul ventre, e poi con la Leica davanti agli occhi.  Riproduce la cronaca emotiva della realtà quotidiana. I soggetti delle sue fotografie sono persone che incontra nei quartieri degradati delle città, frammenti di una realtà caotica che pullula di vita, istanti catturati nella loro semplice spontaneità. Molte foto testimoniano i viaggi dell’artista in giro per il mondo, con uno sguardo meravigliato e incuriosito sulla società contemporanea.

Nella serie di autoritratti esposti al Magazzino delle Idee, l’artista si ritrae su superfici riflettenti, specchi o vetrine di negozi. Il suo interesse per l’autoritratto è più che altro una disperata ricerca della propria identità. Produce discretamente prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembra non avere un posto per lei. Riflessi del suo volto in uno specchio o in un infinito ritorno della sua immagine, la sua ombra che si allunga a terra, o il profilo della sua figura: ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. La caratteristica ricorrente, che è diventata poi una firma nei suoi autoritratti, è l’ombra: quella silhouette il cui tratto principale è il suo essere attaccata al corpo, quella copia del corpo in negativo, “ricavato dalla realtà”, che ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. Infatti, sebbene l’ombra dimostri l’esistenza di un soggetto, allo stesso tempo ne annulla la presenza. All’interno di questa dualità, Vivian Maier gioca con il sé fino al punto di scomparire e di ricomparire nel suo doppio, riconoscendo forse che l’autoritratto è un “intervento in terza persona che dimostra la coesistenza della presenza e della sua assenza.”

Autoritratti in bianco e nero, il tema del doppio rivelato negli specchi e negli oggetti riflettenti, 11 fotografie a colori,mai esposte in Italia e realizzate dopo gli anni Sessanta, raccontano il passaggio dalla Rolleiflex alla Leica. Inoltre, Film in Super 8, girati dalla stessa artista e il film documentario “Finding Vivian Maier” diretto da John Maloof nel 2013 fanno da corredo alle fotografie in mostra.

Dal 20.07.2019 al 22.09.2019 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Apollo’s Muse: The Moon in the Age of Photography

On July 20, 1969, half a billion viewers around the world watched as the first images of American astronauts on the moon were beamed back to the earth. The result of decades of technical innovation, this thrilling moment in the history of images radically expanded the limits of human vision.

Celebrating the fiftieth anniversary of the Apollo 11 moon landing, Apollo’s Muse: The Moon in the Age of Photography surveys visual representations of the moon from the dawn of photography through the present. In addition to photographs, the show features a selection of related drawings, prints, paintings, films, astronomical instruments, and cameras used by Apollo astronauts.

JULY 3–SEPTEMBER 22, 2019 – At The Met Fifth Avenue – New York

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Michael Light – Full Moon

Celebrating the 50th anniversary of Apollo 11 this July, Danziger Gallery is pleased to exhibit a selection of works from FULL MOON, gallery artist Michael Light’s seminal and celebrated 1999 NASA archival edit that has defined lunar photography ever since.  Digging into 33,000 images made by the astronauts on the Apollo and Gemini missions of the 1960s and early 70’s, Light selected pictures with an unprecedented sense of photographic history, creating a single journey to the moon and back that highlights the moon as much as a place unto itself, as an event

The first person to gain permission to scan NASA masters at film-grain resolution, Light’s scans and the direct-digital Lightjet prints made from them remain the finest prints available.  Landscape representation, geology, and a light sharper than anything human eyes evolved to perceive, all reveal a ravishing place largely hidden behind the visual clichés of national dominance and technological triumph that we have all come to know over the last half century.

Light’s book, “FULL MOON” was published globally in eight editions in 1999, and another four in 2002.  His prints were exhibited at the San Francisco Museum of Modern Art and the Hayward Gallery in London, and then travelled to the Sydney Museum of Modern Art and Huis Marseille, Amsterdam.  FULL MOON has been on permanent display at the American Museum of Natural History’s Rose Center for Earth and Space since 2000, where millions of viewers have seen it, and was shown in its entirety at the Hasselblad Center in 2006 to commemorate Victor Hasselblad’s 100th birthday.  

Images from the FULL MOON edition are held in the collections of the San Francisco Museum of Modern Art, the Getty Research Institute in Los Angeles, the Hasselblad Center in Sweden, the Victoria & Albert Museum London, and the Musee de l’Elysee in Switzerland, among many other public collections.

July 17 – August 23 – DANZIGER GALLERY – New York

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Friuli Venezia Giulia Fotografia 2019 – SGUARDI DIFFERENTI

Compie 33 anni la rassegna Friuli Venezia Giulia Fotografia promossa dal CRAF — Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia — proponendo gli Sguardi differenti di tre fotografi che hanno saputo interpretare la complessità del mondo.
Giulia Iacolutti esporrà per la prima volta in Italia il suo progetto Jannah. Il giardino islamico del Chiapas, testimonianza del tempo trascorso in Messico a stretto contatto con una piccola comunità tzotzil discendente dei Maya. Martín Weber presenterà la sua Mapa de Sueños Latinoamericanos, un originalissimo, toccante, poetico viaggio attraverso desideri e speranze di centinaia di persone incontrate in America Latina che su una piccola lavagna nera hanno condiviso il proprio desiderio o sogno. Cina Cina Cina di Giorgio Lotti comprende settanta fotografie — a colori e in bianco e nero — realizzate fra il 1974 e il 2002 che documentano le enormi trasformazioni economiche, politiche e sociali di questo Paese e dei suoi abitanti. Una Cina che oggi forse non esiste più o forse, si nasconde dietro la modernità. Tre sguardi differenti, tre modi di raccontare la diversità come risorsa sociale: dal Friuli all’Argentina, gli autori raccontano con occhi pungenti l’uomo, tra sogni, fede, costumi e tradizioni.

Giulia Iacolutti Jannah. Il giardino islamico del Chiapas
Antiche Carceri
San Vito al Tagliamento
Dal 22 giugno
al 1 settembre 2019

Martín Weber Mapa de sueños latinoamericanos
Palazzo Tadea Spilimbergo
Dal 29 giugno 18 agosto 2019

Giorgio Lotti
Cina Cina Cina
Palazzo Tadea Spilimbergo
Dal 24 agosto al 22 settembre 2019

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Un’estate con te – Claude Nori

Torna in Riviera, a Riccione, uno degli artisti che meglio hanno raccontato il fascino dolce, romantico e popolare delle spiagge italiane, facendolo conoscere al mondo intero. Dal 30 giugno al 1° settembre, Riccione ospita la prima mostra personale in Italia di Claude Nori, fotografo francese di fama internazionale che alla costa adriatica ha dedicato alcune delle sue foto più celebri. Un’estate con te, questo è il titolo della mostra, aperta tutte le sere a ingresso libero presso Villa Mussolini, a due passi dal mare, in viale Milano. Evento di inaugurazione, domenica 30 giugno ore 21, con la partecipazione dell’autore. 

Un’estate con te prende il titolo dall’omonimo catalogo di Nori, pubblicato lo scorso anno da Postcart Edizioni, versione arricchita e rivisitata di Un été italien (2001). È attorno a questa serie di lavori sul mare e sulle vacanze italiane che la stessa Postcart, in collaborazione con il Comune di Riccione, ha costruito la mostra. Da bambino, Nori ha passato gran parte delle sue vacanze sulla Rivera romagnola e vi ha fatto poi ritorno più volte, a partire dal 1982, per fotografare l’atmosfera speciale che si crea nei mesi estivi. “Il particolare territorio del mare, l’attività che si svolgeva sulla spiaggia in estate” scrive Nori “era davvero un concentrato di cultura italiana, un rituale attraverso il quale si esprimeva con forza tutta un’arte di vivere”. Riccione è il luogo privilegiato per fare esperienza di questa ritualità. La spiaggia, nelle sue fotografie, è sempre abitata. Il mare non è mai rappresentato nella sua dimensione paesaggistica, ma come elemento intorno al quale prende vita una comunità. Le immagini sono lievi, calde, confortanti e spensierate, così come l’estate e la stagione della vita che più la rispecchia: l’adolescenza, carica di desideri e di una vaga malinconia. 

La mostra, disposta sui tre livelli della villa, sarà incentrata sugli scatti realizzati dal fotografo negli anni Ottanta e Novanta, e includerà una piccola selezione di foto realizzate a Stromboli; sarà composta da circa settanta fotografie, tra stampe a colori, scatti in bianco e nero e immagini in Super 8. Queste ultime, simili nell’estetica e nel formato alle foto-ricordo delle vacanze, sono state scattate in spiaggia: ragazzi intorno a un jukebox, istantanee di partite di beach tennis, bambini in riva al mare sulle storiche altalene della Coca-Cola, davanti a uno spazio azzurro scandito solamente dalla linea dell’orizzonte. 

L’allestimento degli spazi della villa, in dialogo diretto con il mare, associa alle immagini anche video e riferimenti culturali alle fonti di ispirazione di Nori, dal cinema di Valerio Zurlini (La ragazza con la valigia) alla musica pop italiana e internazionale. Una sala sarà dedicata al rapporto di grande amicizia che legava Nori a Luigi Ghirri, legame a cui il fotografo francese ha dedicato il suo ultimo romanzo/diario L’amico infinito, edito in Francia da Contrejour (casa editrice di Nori) e di prossima pubblicazione in Italia per Postcart: un’amicizia cementata anche dalle scorribande al mare, con giornate trascorse a scattare foto, ma anche a percorrere il lungomare cantando a perdifiato successi degli anni Sessanta e canzoni di Dylan. Lo spazio dedicato a L’amico infinito si pone come momento conclusivo e come finestra per approfondire la conoscenza dell’autore. In mostra anche le foto del libro, tra cui due preziose immagini di Ghirri, messe a disposizione dall’Archivio Eredi di Luigi Ghirri.

Dal 30 giugno al 1° settembre – Villa Mussolini Riccione

ANTHROPOCENE – Edward Burtynsky

Anthropocene è un’esplorazione multimediale che documenta l’indelebile impronta umana sulla terra. Le straordinarie fotografie di Edward Burtynsky, i film di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e una serie di installazioni in realtà aumentata accompagnano il visitatore in un viaggio epico intorno al mondo, mostrando i segni più profondi dell’azione dell’uomo.

Suddivisa in quattro sezioni che coinvolgono gli spazi del MAST – 1.PhotoGallery, 2.Foyer, 3.Gallery Livello 0, 4.Auditorium – la mostra è un invito a riflettere sulla portata e sul significato di queste trasformazioni radicali.

35 fotografie di grande formato scattate da Edward Burtynsky mostrano con forza le drammatiche collisioni tra uomo e natura: la terraformazione del pianeta mediante l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura; la proliferazione di dighe e la sempre più frequente deviazione dei corsi d’acqua; l’eccesso di CO2 e l’acidificazione degli oceani; la presenza pervasiva e globale della plastica, del cemento e di altri tecnofossili; l’impennata senza precedenti delle deforestazione.

Anthropocene è curata da Urs Stahel, Sophie Hackett e Andrea Kunard ed è organizzata dalla Art Gallery of Ontario e dal Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada in partnership con la Fondazione MAST di Bologna.

Dal 16 maggio al 6 ottobre 2019 – MAST Bologna
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