Fotografia e pittura: contrapposizione o integrazione?

Di Lorenzo Vitali

Da quando Baudelaire nel 1859, agli albori della fotografia, espresse una critica ferocissima e velenosa contro la fotografia: “Bisogna dunque che essa torni al suo vero compito, quello di essere la serva delle scienze e delle arti, ma la serva umilissima, come la stampa e la stenografìa, che non hanno né creato né sostituito la letteratura”, sono passati più di 150 anni.

Ormai, a mio avviso, non ha più senso porre in contrapposizione queste due forme di arte, ma può essere invece più interessante soffermarsi su quanto profondamente esse possano integrarsi.

E non dobbiamo pensare che ciò sia avvenuto solo in un certo periodo storico o con limitate modalità. Se in un primo tempo il “pittorialismo” fu, almeno in certi casi, espressione di una sorta di sudditanza della fotografia nei confronti della pittura, non dobbiamo ignorare per converso l’importante corrente “iperrealista” in pittura, che giunse sino a produrre dipinti monocromatici non facilmente distinguibili da fotografie in bianco e nero (pensiamo allo spagnolo Bernardo Torrens ad esempio).

Nei prossimi appuntamenti vorrei di volta in volta proporre, attraverso l’osservazione di fotografie realizzate da Artisti visivi differenti fra loro per caratteristiche, l’incredibile varietà di commistioni che fin dal XIX secolo si sono verificate fra fotografia e pittura e che hanno sinergicamente contribuito alla realizzazione di varie opere di arte visiva.

Questo mese possiamo provare a confrontare le immagini di due Autori che appartengono ad epoche estremamente diverse, che hanno quindi operato con mezzi ovviamente molto differenti, e che hanno in comune solo il Paese in cui le immagini sono state scattate.

Felice Beato, italiano ed europeo (nato a Corfù, poi naturalizzato britannico), uno dei primissimi Autori di reportage di guerra molto crudi in cui erano anche presenti cadaveri, ma qui dedito a tutt’altro e cioè alla rappresentazione ad uso degli Occidentali del mondo nipponico in un periodo peculiare (quello in cui il Giappone usciva dall’isolamento legato alla dominazione degli Shogun). Beato rimase in Giappone a lungo: fra il 1863 e il 1877. Ne diede, verosimilmente anche con finalità commerciali, una visione volutamente vicina all’immaginario europeo dell’epoca più che alla realtà giapponese: in aggiunta agli aspetti estetici, i lunghi tempi di esposizione allora necessari furono verosimilmente di stimolo per inquadrare e posizionare accuratamente i soggetti delle sue fotografie. Eseguiva stampe all’albumina da lastre in vetro al collodio umido e fu un pioniere delle tecniche di colorazione a mano delle fotografie, che eseguiva sistematicamente. Le sue opere, di ottima fattura, sono raccolte in vari Musei italiani.

Chloé Jafé, francese ed europea, artista contemporanea, si è a sua volta stabilita in Giappone per un consistente periodo (dal 2013 al 2019) allo scopo di indagare un aspetto poco noto e difficilmente accessibile ai più (la Yakuza al femminile), un qualcosa di cui gli occidentali non sanno nulla, realizzando una fotografia documentaria (reportage), accompagnata da una personalissima estetica intimistica. A differenza di Beato in certi casi ha avuto necessità di scattare velocemente per non perdere momenti decisivi (ha ricorso a volte anche ad una pocket camera, come afferma in una recente intervista su Artribune a cura di Manuela De Leonardis), ma ha pur realizzato fotografie in bianco e nero (dal ritratto al reportage), usando diversi tipi di fotocamera e di obiettivi ed eseguendo sulle stampe in BN interventi successivi, utilizzando la pittura e i glitter. Attratta da soggetti delicati e difficili, spesso apparentemente marginali, Chloé Jafé oltrepassa decisamente i limiti della fotografia in senso stretto lavorando direttamente su stampe, in acrilico e pennello. Ciascuna delle sue serie ha dato origine a un libro in edizione limitata, rilegato e realizzato a mano dall’artista.

E’ verosimile che ambedue questi artisti conoscessero l’antica tecnica ukiyo-e (una serie di blocchi di legno veniva inchiostrata in diversi colori, che successivamente venivano impressi su carta a più riprese) di cui sembra cogliersi a tratti qualche richiamo formale, ma è evidente quanto lo stimolo che li ha portati a realizzare le loro opere fosse profondamente diverso sia dall’antica originaria finalità dell’ukiyo-e (fornire stampe a buon mercato a chi non poteva permettersi dipinti) sia dal loro personale obiettivo. Se nel caso di Beato lo scopo era quello di fornire un’immagine stereotipata di un Paese nel XIX secolo sconosciuto ai più, nel caso di Chloè Jafè è evidente che l’impegno principale è quello di far emergere un aspetto nascosto (le donne della Yakuza in teoria non esistono se non come “addette” agli uomini dell’organizzazione) di una società, come quella giapponese, che oggi nel XXI secolo globalizzato, abbiamo l’illusione di conoscere sufficientemente, ma che in realtà ancora riserva situazioni oscure.

Epoche ed intenti quindi totalmente diversi, tecniche assolutamente differenti, ma alla fine non ci si può non rendere conto che in entrambi i casi fotografia e pittura hanno contribuito a rappresentare, integrandosi, il pensiero dell’artista.

Lorenzo Vitali

LINK utili per approfondire

https://loeildelaphotographie.com/en/whats-new-chloe-jafe-interview-by-nadine-dinter-kk/

https://www.fotodemic.org/okinawamonamour

https://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Beato

https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2022/05/intervista-chloe-jafe-fotografa-donne-mafia-giapponese/

https://www.gettyimages.it/immagine/felice-beato

Le interviste immaginarie. Artiste del passato che illuminano il presente

Laura Malaterra

Le Interviste Immaginarie raccolgono conversazioni di fantasia con dodici artiste del passato che Laura Malaterra ha immaginato di intervistare sulla base di fatti realmente avvenuti. Domande rivolte con leggerezza per scoprire vita, passioni, progetti, segreti e umanità di queste donne, ricostruiti sulla base del nostro sogno e sulla realtà della storia, per capire veramente come e perché siano state così importanti per la nostra cultura. Geniali, coraggiose e, soprattutto, sempre un po’ controcorrente che guardavano al futuro con uno sguardo curioso e innovativo. Un viaggio nel tempo tra libri e web per rintracciare frammenti di storie vissute, ideando parole, dialoghi ed anche emozioni, perché tutte sono diventate una sorta di amiche confidenti. Durante le interviste sembra proprio di sentirne le voci raccontare episodi, curiosità ed eventi delle loro vite. Sono state fantasiosamente intervistate le fotografe Ruth Bernhard, Inge Morath, Margaret Bourke-White, Bettye Lane, Dora Maar e Lucia Moholy, la graphic designer Jacqueline Casey, la designer Annelise Fleischmann Albers, l’architetto e designer Eileen Gray, la geniale collezionista d’arte Peggy Guggenheim, gli architetti e designer Charles e Ray Eames, la pittrice Suzanne Valadon.

Per l’acquisto del libro clicca qui

La “Copertina in Movimento”

animazione: Vincenzo Gioanola

foto e voce: Laura Malaterra

musica: Chopin, Berceuse, Op. 57

Per contattare Laura Malaterra

www.instagram.com/lauramalaterra

www.facebook.com/laura.malaterra            

http://www.lauramalaterra.it/libri.htm

Lunch Atop A Skyscraper, storia di una fotografia

Lunch Atop A Skyscraper – autore sconosciuto

Il 20 settembre 1932, sopra la 41st Street a Manhattan, 11 operai presero parte a un’audace trovata pubblicitaria. Gli uomini erano abituati a camminare lungo le travi dell’edificio RCA (ora chiamato edificio GE) che stavano costruendo al Rockefeller Center. In questo particolare giorno, gli operai hanno assecondato un fotografo, prestandosi per questa impresa pranzando su una trave d’acciaio, con i piedi penzolanti a 850 piedi, sopra le strade della città.

Forse già conosci la fotografia e probabilmente anche alcune delle parodie che ha generato.

Un malinteso popolare su “Lunch Atop A Skyscraper” è che sia stata scattata in cima all’Empire State Building. L’immagine è stata effettivamente catturata in cima al Rockefeller Center, durante la sua costruzione. La costruzione del Rockefeller Center – ora uno degli edifici più vecchi della città – è stata un’impresa imponente lanciata all’inizio del XX secolo. L’impatto economico della costruzione è stato enorme.

Secondo Christine Roussel, archivista del Rockefeller Center, il progetto di costruzione ha impiegato circa 250.000 lavoratori nel bel mezzo della Grande Depressione.

Il problema più grande era che gli operai dovevano lavorare a centinaia di metri da terra e con pochi dispositivi di sicurezza. Infatti, come ha affermato John Rasenberger, autore di High Steel in: The Daring Men Who Built the World’s Greatest Skyline gli operai accettavano di lavorare solo perché la paga era buona.

La fotografia intitolata “Lunch Atop A Skyscraper” o “New York Construction Workers Lunching on a Crossbeam”, è stata scattata a 69 piani da terra ed è stata stampata per la prima volta sul New York Herald-Tribune il 2 ottobre 1932.

Sullo sfondo si intravede una vista spettacolare di Central Park e i lavoratori immigrati di New York City – che erano per lo più irlandesi e italiani ma anche nativi americani – fanno da soggetto durante una pausa pranzo.

I lavoratori sembrano chiacchierare e godersi il pranzo insieme mentre penzolano in aria e questo rende l’immagine affascinante e dal sapore “candid”, in verità la fotografia faceva parte di una campagna per promuovere lo sviluppo immobiliare della città.

Esistono fotografie simili, anche se non sono così conosciute come la foto in oggetto.

(Original Caption) College Student Getting Practical Experience. New York: At the suggestion of Austin, Texas, is making good use of his summer vacation by learning with the sweat of his brow, how tons of steel become giant skyscrapers. He is an iron worker on the new 15 story physics building for Columbia University, which is in the course of construction. Besides not being afraid to balance himself atop the highest girders, the student iron worker is quite a boxer, fighting under the name of “Wary” Wade. The proceeds of the fight going towards paying his way through college. Photo shows Wade on he job as an iron worker.Getty Images. An iron worker balances himself on a beam 15 floors high.Getty Images
Getty Images. Construction workers relax on the beams of a construction building in New York City.

Erano tre i fotografi che stavano scattando le immagini per questa campagna: Charles Ebbets, Thomas Kelley e William Leftwich. Fino ad oggi, non si sa chi tra loro abbia scattato l’iconica fotografia. A causa della provenienza poco chiara dell’autore, la fotografia è stata considerata per un periodo, un falso.

Questa voce è stata smentita dai registi-fratelli Seán e Eamonn Ó Cualáin che presentano un documentario, “Men At Lunch”, al Toronto International Film Festival del 2012. I fratelli sono stati in grado di confermare l’autenticità della fotografia rintracciando il negativo su lastra di vetro originale, conservato presso Corbis .

Gli Ó Cualáin hanno iniziato a indagare sulla fotografia quando ne hanno trovato una copia incorniciata all’interno di un pub di un villaggio a Shanaglish, in Irlanda, dove vivono.

Il proprietario del pub ha detto loro che la foto gli è stata inviata da Patt Glynn, un discendente di immigrati irlandesi che si sono stabiliti a Boston. Glynn credeva che suo padre, Sonny Glynn, fosse l’uomo con la bottiglia all’estrema destra della foto, e suo zio, Matty O’Shaughnessy, fosse l’uomo all’estrema sinistra con una sigaretta. I registi gli hanno creduto per la quantità di dettagli che sono stati in grado di fornire.

Gli Ó Cualáins hanno anche confermato l’identità del terzo uomo da sinistra come Joseph Eckner e del terzo uomo da destra come Joe Curtis, incrociando i loro volti con altre fotografie negli Archivi Rockefeller. Gli ultimi quattro operai devono ancora essere identificati.

Sebbene la fotografia rimanga un po’ un mistero, il suo significato ha assunto vita propria, offrendoci un’istantanea di un momento importante del passato di New York City, quando stava trasformandosi nel  colosso che è oggi.

Corbis Images, detiene i diritti su alcuni degli archivi più preziosi del mondo.

Ciao

Sara

La prima fotografia della sacra sindone

Un ritratto di Secondo Pia

La Sacra Sindone è la reliquia più sacra della religione Cattolica, migliaia di pellegrini l’hanno visitata e ancora la visitano.

Il Duca Emanuele Filiberto nel 1578 (anno in cui Torino diventa capitale), la portò nella città.

La prima fotografia della Sindone è stata ripresa il 25 maggio 1898, da un avvocato piemontese, Secondo Pia.

Appunti del fotografo

Pia nasce ad Asti il 9 settembre del 1855 e anche se avvocato, si avvicina alla fotografia proprio agli albori della stessa, nel 1870.

Membro del Club fotografi dilettanti di Torino, scatta immagini che fanno oggi parte della collezione storica del Museo del Cinema di Torino.
Il 1898 fu un anno particolare per la Città di Torino, ricco di celebrazioni. Durante quest’anno fu anche organizzata la grande Esposizione Nazionale, con la mostra di Arte Sacra nel Parco del Valentino. Re Umberto I di Savoia volle mostrare quindi la sindone e autorizzò che venisse fatta una fotografia del telo. Il 25 maggio di quell’anno assegnarono a Secondo Pia la riproduzione fotografica.

Riproduzione della sacra sindone

Il fotografo si rese subito conto che l’immagine impressa sul telo, sarebbe stata poco visibile, data l’illuminazione scarsa ed il riflesso della luce sul vetro della teca, impossibile da gestire; Pia scattò comunque due fotografie, che sviluppò subito dopo.

Dai negativi si rese conto che si intravedeva chiaramente un volto, decise quindi di tornare, la sera del 28 maggio, per una seconda sessione fotografica.

Il volto era ancora presente.

La strabiliante scoperta di Pia aprì una serie di ricerche e studi sul volto dell’uomo comparso sul telo, presumibilmente Gesù, in tutto il mondo.

Innumerevoli indagini sono state fatte da quel momento, portando a discussioni che ci accompagnano ancora oggi.

Ciao

Sara

Storia di una fotografia: John e Yoko


L’8 dicembre del 1980, la Leibovitz fu incaricata da Rolling Stone di fotografare John Lennon e Yoko Ono, a scopo promozionale per pubblicizzare il loro album “Double Fantasy”. Come dice nella successiva intervista, la Leibovitz aveva sperato che sia Lennon che Ono posassero nudi, ma la Ono era a disagio e questo ha portato la fotografa ad improvvisare…

Copertina del Rolling Stone, Fotografia di Annie Leibovitz

Traduzione dell’intervista fatta a Annie Leibowitz sull’immagine

La foto di John Lennon e Yoko Ono distesi sul pavimento insieme, è stata ripresa poche ore prima che John  fosse assassinato ed era in preparazione da dieci anni. La prima immagine che ho scattato a John è stata per  il mio primo incarico importante di Rolling Stone, nel 1970. Jann Wenner stava andando a New York per intervistarlo, e l’ho convinto che sarei dovuta andare anch’io, dicendo che sarei stata più economica di chiunque altro. Yoko ha detto in seguito che lei e John sono rimasti colpiti dal fatto che Jann avesse permesso a qualcuno come me, di fotografare persone così famose. Erano abituati ai migliori fotografi del mondo. Però John non mi ha trattato come una bambina. Mi ha messo a mio agio. Era onesto, diretto e collaborativo. Quella sessione ha costituito un importante precedente per il mio lavoro con persone famose. John, che era una figura leggendaria, qualcuno che veneravo e mi ha insegnato ad essere me stessa.

Avevo le mie tre Nikon, con l’obiettivo da 105 mm, John stava parlando con Yoko, e di colpo mi guardò. È stato uno sguardo lungo. Sembrava che mi stesse fissando e io ho scattato. Quella fu la foto che Jann scelse per la copertina quando tornammo a San Francisco.

Dieci anni dopo, l’album di John e Yoko, Double Fantasy era appena uscito e Jonathan Cott aveva fatto un’intervista con John, per Rolling Stone.

Li ho fotografati nel loro appartamento nel Dakota,  all’inizio di dicembre  e poi qualche giorno dopo sono tornata con qualcosa di più specifico in mente. Ho pensato a come le persone si rannicchino insieme a letto e ho chiesto loro di posare nudi “in un abbraccio”. Non erano mai stati imbarazzati nel togliersi i vestiti. Erano nudi anche sulla copertina di Two Virgins, il primo disco che fecero insieme. Erano artisti. John non ha avuto problemi con la mia idea, ma Yoko ha detto che non voleva togliersi i pantaloni per qualche motivo.

Ho scattato una Polaroid con loro sdraiati insieme e John la guardò e disse: “Hai catturato esattamente la nostra relazione”.

Mi prese da parte e disse che sapeva che la rivista avrebbe voluto solo una sua foto, ma che lui voleva anche Yoko sulla copertina. Ha detto che era davvero importante.

La fotografia è stata scattata nel tardo pomeriggio in una stanza con vista su Central Park.

Avremmo dovuto vederci  più tardi ma quella notte, mentre John stava tornando a casa da una sessione di registrazione, un fan gli ha sparato.  Jann mi ha avvertita.

 John era stato portato al Roosevelt Hospital, ci andai e feci alcune foto della folla che si era radunata. Verso mezzanotte uscì un dottore. Mi sono seduta su una sedia e l’ho fotografato mentre annunciava che John era morto.

L’immagine ora sembra un “ultimo bacio”. Jann decise di pubblicarla sulla copertina senza parole ad eccezione del logo Rolling Stone. Quando andai nell’appartamento di John e Yoko per mostrarla a Yoko, era sdraiata a letto nella stanza buia, era contenta di quello che avevamo fatto.

Qui un video, dove la fotografa parla dello scatto.

Le immagini hanno scopo didattico, non vanno riprodotte o utilizzate e rimangono di proprietà della fotografa, o di chi per lei le gestisce.

Storia di una fotografia – Identical Twins di Diane Arbus

Buongiorno, buona lettura! Sara

Fotografia di Diane Arbus
Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967

Diane Arbus è nota per le sue fotografie di  persone ai margini della società. Scatta spesso con una Rolleiflex di medio formato che forniva un rapporto quadrato e il mirino a livello della vita. Il mirino permetteva alla  Arbus di connettersi con i suoi soggetti in un modo più discreto, senza portare la macchina fotografica all’occhio.

Identical Twins raffigura due giovani sorelle gemelle, Cathleen e Colleen Wade, in piedi fianco a fianco in abiti di velluto a coste, collant bianchi e fasce bianche nei capelli scuri. Entrambi fissano la telecamera, una sorride leggermente e l’altra è leggermente accigliata. Si dice che la foto riassuma la visione di Arbus.

Nella sua biografia più conosciuta, la biografa Patricia Bosworth afferma: “Era interessata alla questione dell’identità. Chi sono io e chi sei tu? L’immagine speculare in oggetto, esprime il punto cruciale di questa visione: la normalità nella bizzarria e la bizzarria nella normalità.”

L’indagine della Arbus sull’identità, raggiunge il culmine in questa fotografia e crea notevole tensione sia  tra le ragazze gemelle che tra le persone che vedono l’immagine. La loro estrema vicinanza, l’uniformità dei loro vestiti e il taglio di capelli, sottolineano lo stretto legame che esiste tra le due, mentre le espressioni facciali sottolineano fortemente la loro individualità.

Le  gemelle avevano sette anni quando la Arbus le vide ad una festa di Natale per gemelli.

Il padre delle bambine una volta disse della foto, “Ho pensato che fosse la peggiore somiglianza tra gemelli che avessi mai visto.”

Qui un video che spiega la storia dell’immagine

Diane è sempre stata in grado di avvicinarsi alla dimensione intima  dei suoi soggetti emarginati. Attraverso brevi  interazioni riusciva a stabilire un rapporto di fiducia, è stata difatti in grado di produrre ritratti significativi e indimenticabili.

Credo  che questa immagine abbia ispirato Stanley Kubrick mentre cercava gli interpreti gemelli apparsi in The Shining, 1980.

Edna Egbert si butta di sotto!

Mi piacciono i piccoli fatti di cronaca che vanno a buon fine.

Ho trovato la storia di una non ordinaria mattinata della Signora Edna Egbert , ve la voglio raccontare…

La signora nella foto è Edna Egbert. Siamo nel 1942 e la signora Egbert viveva nell’edificio all’epoca al n. 497 di Dean Street.

La signora Egbert, chiaramente sconvolta, combatte a “specchiate” (ha uno specchio in mano) con la polizia.
Suo figlio, Fred, si era arruolato nell’esercito e dopo aver presunto che fosse morto, a causa della prolungata assenza di notizie da parte sua, per frustrazione Edna , salì sulla sporgenza del suo palazzo e si mise a gridare: “Sto per saltare, mi butto di sotto!”.

(Photo credit: Charles Payne / Daily News).

La folla si radunava per la strada e gli agenti Ed Murphy e George Munday cercavano di persuaderla a tornare dentro, lei, brandendo uno specchio inveiva contro di loro. La polizia le afferrò le braccia e lei si sedette sulla sporgenza e la spinsero rapidamente nella rete.

(Photo credit: Charles Payne / Daily News).
Dopo aver tentato di convincere la signora Egbert a tornare a casa sua, lei saltò. Questa immagine è uno screenshot del New York Post (20 marzo 1942).

Secondo i registri di censimento, la signora Egbert aveva tra i 42 e i 44 anni, suo marito, John Egbert aveva 64 anni e loro figlio, Fred, aveva 20 anni.

La didascalia originale sull’ International News Photo recita: Tre poliziotti e il dramma di una donna.

Fate i bravi stamattina, ciao Sara