Storia di una fotografia – Gregory Crewdson Untitled (bed of roses)

Buongiorno, torniamo con un altro amato autore del contemporaneo. Buona lettura, ciao Sara Munari

FOTOGRAFIA di Gregory Crewdson Untitled (bed of roses) (from the Beneath the Roses series)

“Untitled (Beneath the Roses)”, realizzata nel 2005 da Gregory Crewdson, è un’opera che incarna la sua estetica cinematografica e surreale. In questa serie, Crewdson crea scene elaborate e meticolosamente costruite, che sembrano fotogrammi di un film mai realizzato. Le sue immagini, spesso ambientate in periferie americane, sono cariche di tensione narrativa e di un senso di mistero.

Il tema centrale di “Untitled (Beneath the Roses)” è l’esplorazione della condizione umana, con un focus particolare sull’alienazione e l’isolamento. Crewdson utilizza la fotografia per creare mondi paralleli, dove la realtà quotidiana è distorta e amplificata. Le sue immagini, con la loro illuminazione teatrale e i loro dettagli minuziosi, evocano un senso di inquietudine e di straniamento.

L’approccio di Crewdson si distingue per la sua meticolosità e la sua attenzione ai dettagli. Le sue opere, che richiedono mesi di preparazione e di riprese, sono realizzate con l’ausilio di troupe cinematografiche e di set elaborati. La sua tecnica, che combina fotografia analogica e digitale, gli consente di creare immagini di grande impatto visivo, che sembrano sospese tra sogno e realtà.

Dal punto di vista visivo, “Untitled (Beneath the Roses)” è una serie di grande potenza evocativa. Le immagini, con la loro atmosfera onirica e i loro personaggi enigmatici, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Crewdson ci invita a riflettere sulla natura della realtà e sulla nostra percezione del mondo che ci circonda.

Biografia di Gregory Crewdson:

Gregory Crewdson, nato nel 1962 a Brooklyn, è un fotografo americano noto per le sue immagini cinematografiche e surreali. Dopo aver studiato fotografia alla Yale University, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica elaborata e da un’attenzione ai dettagli. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.

n qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Joan Fontcuberta: giochi per la mente

Joan Fontcuberta è la fotografia per me. Il mio riferimento per eccellenza, mi ha fatto cambiare modo di ragionare, aprendo porte chiuse letteralmente sulla mia faccia. E’ un artista che ha trasformato la fotografia in un terreno di gioco per la mente, un luogo dove la verità è un concetto fluido e le immagini sono enigmi da decifrare.

Fontcuberta non è un fotografo nel senso tradizionale del termine. Non si limita a riprendere la realtà, ma la manipola, la reinventa, la mette in discussione. Il suo lavoro è un invito a guardare oltre la superficie, a interrogarci sulla natura delle immagini e sul loro potere di influenzare la nostra percezione del mondo.

Prendiamo “Fauna”, ad esempio. L’autore ti fa entrare in un museo di storia naturale e ti ritrovi di fronte a fotografie di animali mai visti prima, accompagnate da didascalie scientifiche e disegni dettagliati. Fontcuberta ha creato un intero archivio zoologico immaginario, completo di specie inventate e di scoperte sensazionali. Il risultato è un’opera che mette in discussione la nostra fiducia nelle istituzioni scientifiche e nella capacità della fotografia di documentare la realtà.

Joan Foncuberta Fauna: Felis penatus, circa 1930 Photo by Hans von Kubert

In “Herbarium”, Fontcuberta si spinge ancora oltre, creando un erbario di piante immaginarie, con tanto di nomi scientifici e descrizioni, informazioni fin troppo specifiche. Le fotografie, realizzate con una tecnica impeccabile, sembrano provenire da un vero e proprio archivio botanico. L’opera è un omaggio all’illusione e alla capacità della fotografia di creare mondi paralleli. “In ‘Herbarium’, si immerge nel solco di una tradizione antica, quella degli studi e delle raccolte che, fin dall’antichità e attraverso il Medioevo, hanno cercato di catalogare il mondo vegetale. Ma qui, la classificazione assume una piega surreale.

Joan Foncuberta: Dalla serie Herbarium

Con “Sputnik”, Fontcuberta si appropria della storia della corsa allo spazio, creando una falsa cronaca della missione spaziale sovietica. Utilizzando fotografie e documenti contraffatti, l’artista costruisce una narrazione alternativa, che mette in discussione la versione ufficiale degli eventi. L’opera è un esempio lampante di come la fotografia possa essere utilizzata per manipolare la memoria collettiva.

Dal libro Sputnik – 1997

“Orogenesis” è un’opera che esplora i confini tra fotografia e tecnologia. Fontcuberta utilizza software di modellazione 3D per creare paesaggi immaginari, basati su fotografie di montagne. Il risultato è una serie di immagini che sembrano provenire da un altro pianeta, un mondo dove la natura è stata reinventata dalla tecnologia.

Joan Fontcuberta, Dalla série : Orogenèse – 2004
Infine, con “Googlegrams”, Fontcuberta si appropria delle immagini di Google, creando mosaici di immagini utilizzando le anteprime delle immagini di Google. L’opera è una riflessione sulla natura delle immagini digitali e sulla loro capacità di creare nuove forme di rappresentazione.

Joan Fontcuberta, Googlegram 9, Homeless, 2005

Ci sono altri lavori che mi piacerebbe mostrarvi, magari lo farò in un altro articolo!

Fontcuberta è un artista che ci invita a guardare il mondo con occhi critici, a mettere in discussione le nostre certezze e a riflettere sul potere delle immagini. Il suo lavoro è un invito a non dare nulla per scontato, a interrogarci sulla verità e a esplorare i confini tra realtà e finzione.

Biografia in pillole

Nato a Barcellona nel 1955, Fontcuberta è un artista poliedrico, che spazia dalla fotografia alla scrittura, dalla docenza alla curatela.
Laureato in Scienze dell’informazione, ha dedicato la sua carriera all’esplorazione dei limiti della fotografia e alla messa in discussione della sua veridicità.
Ha esposto le sue opere in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi, tra cui il prestigioso Hasselblad Award nel 2013. Oltre al lavoro di artista visivo orientato al campo della fotografia, Joan Fontcuberta svolge un’attività più ampia come insegnante, critico, curatore e storico.

Ciao! Sara Munari


Fontcuberta è anche un acuto osservatore della cultura digitale, e le sue opere recenti si concentrano sempre di più sull’impatto della tecnologia sulla nostra percezione del mondo, è un maestro dell’illusione, un artista che ci invita a guardare oltre la superficie delle immagini e a interrogarci sulla natura della verità.

Approccio Concettuale

L’approccio di Fontcuberta si caratterizza per:

  • Messa in discussione della veridicità:
    • Fontcuberta utilizza la fotografia per creare finte documentazioni e false testimonianze, mettendo in discussione la nostra fiducia nelle immagini.
  • Esplorazione dei limiti della rappresentazione:
    • Il suo lavoro indaga i confini tra realtà e finzione, evidenziando come la fotografia possa essere utilizzata per manipolare e ingannare.
  • Ironia e umorismo:
    • Fontcuberta utilizza l’ironia e l’umorismo per smascherare i meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le immagini.
  • Uso di archivi e documenti:
    • Fontcuberta si appropria di archivi e documenti preesistenti, rielaborandoli e decontestualizzandoli per creare nuove narrazioni.

Storia di una fotografia – Richard Prince – Untitled (Cowboy) –

Buongiorno, ecco un’altra fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Richard Prince – Untitled (Cowboy) – Anno 2001-2002

La serie “Cowboy” di Richard Prince, presentata tra il 2001 e il 2002, ha scatenato un vero e proprio terremoto nel mondo dell’arte, ponendo interrogativi fondamentali sull’originalità e la proprietà intellettuale. Prince, con un gesto che ha diviso critica e pubblico, ha ri-fotografato immagini pubblicitarie della Marlboro Man, l’iconico cowboy simbolo del marchio di sigarette, senza richiedere il permesso ai fotografi originali. Queste immagini, rielaborate e presentate come opere d’arte, hanno dato vita a un acceso dibattito che perdura ancora oggi.

La questione centrale ruota attorno al concetto di “fair use”, l’utilizzo legittimo di materiale protetto da copyright. Prince ha sostenuto che la sua opera rientrava in questa categoria, trasformando immagini esistenti in qualcosa di nuovo e originale. Tuttavia, molti hanno visto in questa operazione una violazione del diritto d’autore e un’appropriazione indebita del lavoro altrui. Il caso ha sollevato interrogativi cruciali sulla natura stessa dell’arte nell’era della riproduzione digitale: cosa significa essere un artista originale? Dove si colloca il confine tra ispirazione e plagio?

Un aspetto particolarmente controverso è stato il successo commerciale delle opere di Prince. Alcune delle sue fotografie “Cowboy” sono state vendute a cifre astronomiche, nonostante non fossero scatti originali. Questo ha alimentato ulteriormente la polemica, mettendo in discussione il valore dell’arte e il ruolo del mercato.

Indipendentemente dalle opinioni individuali, è innegabile che la serie “Cowboy” abbia avuto un impatto significativo sull’arte contemporanea. Prince ha sfidato le convenzioni, costringendo il mondo dell’arte a confrontarsi con questioni fondamentali sulla creatività e la proprietà intellettuale. La sua opera ha influenzato generazioni di artisti, aprendo nuove strade all’esplorazione dell’appropriazione e della ri-fotografia.

Biografia di Richard Prince:

Richard Prince, nato nel 1949 a Panama, è un artista americano noto per il suo lavoro di appropriazione di immagini e testi. La sua carriera è stata caratterizzata da una costante provocazione e dalla messa in discussione dei concetti di originalità e proprietà intellettuale. Prince ha iniziato la sua carriera negli anni ’70, ri-fotografando immagini pubblicitarie e fotografie di altri artisti. Le sue opere esplorano temi come l’identità, la celebrità e la cultura di massa, spesso con un tono ironico e dissacrante. Prince ha esposto in musei di tutto il mondo e le sue opere sono state oggetto di numerose mostre personali e collettive.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Storia di una fotografia: Pyongyang IV – Andreas Gursky

Buongiorno, inizio questa serie di articoli che avevo abbandonato tempo fa, sulla storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao

Sara

“La mia fotografia cerca di rappresentare il mondo in una forma che rifletta la complessità della realtà contemporanea.” Andreas Gursky

FOTOGRAFIA di Andreas Gursky -Pyongyang IV – Anno 2007

Questo è l’occhio di Andreas Gursky, il fotografo tedesco che ha catturato l’essenza dei giochi di Arirang a Pyongyang. Non si tratta di una semplice documentazione, bensì di una trasfigurazione della realtà in un’opera d’arte che sfida la nostra percezione.

Nel 2007, il fotografo tedesco Andreas Gursky ha realizzato “Pyongyang IV”, una delle immagini più emblematiche della sua serie dedicata alla Corea del Nord. La fotografia ritrae una scena dei Mass Games dell’Arirang Festival, un evento annuale che celebra il leader defunto Kim Il Sung. In questa manifestazione, oltre 50.000 ginnasti eseguono coreografie sincronizzate davanti a 30.000 bambini che, con cartoncini colorati, creano giganteschi mosaici umani come sfondo. Gursky ha catturato l’essenza di questo spettacolo di massa, evidenziando la natura militaristica e totalitaria del regime nordcoreano.

Gursky non si limita a mostrarci un evento, ma ci costringe a interrogarci sulla natura stessa della massa, sulla sua capacità di trasformarsi in un organismo unico, pulsante, quasi astratto. Le ballerine, migliaia di punti colorati, si fondono in un disegno ipnotico, dove il singolo scompare nell’insieme.

La prospettiva aerea, marchio di fabbrica di Gursky, ci priva di un punto di riferimento, ci disorienta. Siamo sospesi, come osservatori di un mondo alieno, dove la disciplina e la sincronia raggiungono livelli estremi. La fotografia diventa così una riflessione sulla potenza del collettivo, sulla sua capacità di creare bellezza e terrore allo stesso tempo.

E poi c’è il contesto, la Corea del Nord, un regime che fa della propaganda un’arma. I giochi di Arirang sono uno spettacolo grandioso, un’esibizione di forza e unità. Gursky, però, non si lascia ingannare dall’apparenza. La sua fotografia non è una celebrazione del regime, ma una meditazione sulla condizione umana, sulla nostra vulnerabilità di fronte al potere.

“Pyongyang IV” è un’opera che ci interroga, che ci sfida a guardare oltre la superficie, a cercare il significato nascosto dietro l’immagine. È un’esperienza visiva che ci lascia senza fiato, che ci fa sentire piccoli e insignificanti di fronte alla vastità del mondo.

Biografia

Andreas Gursky è nato nel 1955 a Lipsia, Germania, e attualmente vive e lavora a Düsseldorf. È noto per le sue fotografie di grande formato che rappresentano scene di vita quotidiana, spesso manipolate digitalmente per enfatizzare pattern e dettagli. Le sue opere sono esposte in musei di tutto il mondo e hanno stabilito record nelle aste d’arte contemporanea.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri come Andreas Gursky, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Ludovica De Sanctis, tra astrazione e realtà

“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione  sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor.  Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri;  la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi  studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando  vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a  creare un  intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.)     Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”​. (www.lensculture.com)

Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.

I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale.​ Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.

JRNL 20 – FotoFilmic

www.ludovicadesanctis.com

Ludovica De Santis racconta la psicogeografia | Collater.al

Ludovica De Santis | Portfolio | PhotoVogue

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella!

Amo la moda e guardo molte cose.  Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS

Fotografia di ALINA GROSS

Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.

Fotografie di ALINA GROSS

Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.

Fotografia di ALINA GROSS

Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.

Fotografia di ALINA GROSS

Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali. Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.

Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione  con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali:  ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

SITOGRAFIA

Alina Gross – Thursday’s Child (thursdayschild.global)

Alina Gross Photography | Fotografie Metropole Ruhr (alina-gross.com)

L’impatto dell’IA sulla fotografia di moda: la storia di Alina Gross | Artribune

https://www.youtube.com/watch?v=f4PWcSW9Bt0. Intervista ad Alina

Guia Besana: una foto costruita che parla di cose reali.

“ …Nel mio lavoro ho bisogno che sia subito chiaro che no, questa non è la realtà. E’ una foto costruita, ma parla di cose reali…” ( G.B.)

Guia Besana è una fotografa italiana che vive e lavora tra Parigi e Barcellona: nata nel 1972 a Moncalieri vicino Torino, ha studiato media e comunicazione prima di trasferirsi in Francia nel 1994 per intraprendere la sua carriera di fotografa.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana POISON

Frequentando fin dalla giovane età il laboratorio del padre che operava e commerciava nel settore dei tessuti, ha lavorato per circa otto anni a fianco del fotografo – specializzato nell’uso del banco ottico – che aveva il compito di creare il campionario per le vendite. In mezzo a stoffe, tendaggi, trame e colori che resteranno una costante nelle sue immagini, Guia si rende utile andando in giro a cercare oggetti strani e curiosi che possano servire per la creazione di set in cui collocare la merce da fotografare. Anche più avanti nel tempo, già immersa totalmente nella sua professione di fotografa, Guia ama dedicarsi alla ricerca dei più vari elementi con cui costruire le scene per gli scatti: non vede ostacoli davanti a sé ed è capace di intercettare con ostinazione da un apicoltore centinaia di api morte o pezzi di aerei dismessi in una discarica, fino a trasportare sulla testa, con notevole sforzo fisico, una poltrona di tessuto verde abbandonata in Grecia sul ciglio di una strada, oppure ricercare uova di ragno da mettere in un barattolo per vedere come riescono a prolificare. “… Mia sorella mi chiama ‘falegname’ perché so riparare di tutto, oggetti, sedie, finestre…” (G.B.) Unica tra i suoi cinque fratelli animata da un forte desiderio di controllo, ama conservare con ordine le foto di famiglia, spesso accompagnate dalla registrazione delle voci dei vari componenti, a voler fissare sensazioni ed emozioni intime e private.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana Under pressure

All’età di circa trenta anni decide di percorrere fino in fondo la strada che la porta a dedicarsi totalmente alla fotografia e, mostrando da subito un particolare interesse per l’universo femminile, viaggia in diversi paesi per esplorare e immortalare la condizione delle donne dal punto di vista dell’identità privata e personale per allargare la sua indagine anche a questioni sociali. Svolgendo il ruolo di ricercatrice per un fotografo dell’agenzia Magnum, si reca in Sudafrica per un reportage sulle gravi conseguenze dell’aids: fotografa spazi vuoti, case abbandonate, il tutto estremamente desolante. In Iran, dove si reca da sola superando la paura di volare, rivolge lo sguardo alle donne riprese senza velo in casa, mentre all’aperto sono obbligate a tenere la testa coperta che le rende figure femminili quasi anonime.

Abbandonati i reportage, scopre di essere attratta dalla ‘staged photography’ che si basa su intriganti ‘mise en scène’: “……Non amo fotografare quel che vedo, ma quel che penso. All’inizio immagino una scena, poi cammino per la città in cerca di oggetti….”, oggetti che le possano servire per dare corpo all’idea iniziale, anche banali come un pezzo di stoffa, un vestito abbandonato, un legno con una curvatura… In linea con i due artisti/fotografi Cindy Sherman e Gregory Crewdson, suoi punti di riferimento, ritiene che le fotografie vanno immaginate prima di essere scattate, pensate in ogni minimo particolare, dalla location, alle luci, agli abiti, ai capelli, ai colori dominanti nelle scene. In un’intervista, Guia racconta che il periodo della gravidanza in cui era costretta ad un riposo forzato, è stato fondamentale per aiutarla ad elaborare idee e pensieri da trasformare in set scenici per fissare fotograficamente problemi della realtà attuale – come la condizione della donna e i cambiamenti climatici – con immagini di finzione incisive e pregnanti di significato. Nel 2011 per il progetto “Baby Blues”, attraverso ritratti simbolici e intriganti messinscena, esplora le emozioni e le sensazioni profonde legate alla maternità, concentrando lo sguardo e il pensiero su aspetti del suo vissuto che si allarga a tutto il mondo femminile. Per la serie “Under Pressure” del 2013, sceglie come location la casa di campagna nei pressi di Biella della nonna materna, in cui le donne portano avanti per abitudine il loro ruolo di casalinghe a vita. In “Poison” del 2015, uno dei suoi lavori più significativi, affronta il tema dell’eccessivo consumismo e dello sfruttamento indiscriminato della natura, con uno sguardo particolare al mondo marino, come ben si intuisce dalla sua famosa immagine “La Sirena”.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana “Carry on”

Realizzata nel 2022, la serie di 15 fotografie dal titolo “Carry on”, scaturita dalla paura di volare e concepita come spezzoni di un film che attraverso la finzione occhieggia alla realtà, vede come protagonista una giovane donna circondata da oggetti vari sparpagliati in modo caotico sui sedili e sulla moquette dell’aereo, a testimoniare l’inquietudine che l’accompagna durante il viaggio, alludendo anche al suo mondo interiore.

Ritratto di Guia Besana

Besana ha collaborato con diverse agenzie fotografiche e i suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi giornali e riviste internazionali come The New York Times, Le Monde, Marie Claire e Vanity Fair; è rappresentata da varie gallerie e le sue opere sono state esposte in città come Los Angeles, New York, Buenos Aires, e molte altre in Europa e Asia.

 Concita De Gregorio, “ Chi sono io?”, ed. Contrasto, Roma 2017

Guia Besana. Carry on – Mostra – Milano – STILL Fotografia – Arte.it

INTERVIEW: Guia Besana – Cortona On The Move

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha solo scopo didattico e informativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute o riprodotte.