Mostre segnalate per il mese di aprile

Ciao a tutti,

ecco le mostre imperdibili che vi proponiamo per aprile.

Anna

Frank Horvat. Storia di un fotografo

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La fotografia è l’arte di non premere il bottone – Frank Horvat

Celebre per le sue fotografie di moda, pubblicate dagli anni ‘50 su riviste quali Vogue e Harper’s Bazaar, Frank Horvat è un fotografo eclettico che, nel corso della sua lunga carriera, ha affrontato a livello altissimo svariati temi: il reportage sociale e di viaggio anche per l’Agenzia Magnum, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte.

Fotoreporter attento a un’umanità sconosciuta di mondi lontani, fotografo di moda che immerge le sue modelle nei fatti quotidiani, è artista sensibile alla storia dell’arte, pronto a confrontarsi con la pittura e affascinato dalla scultura. Un fotografo di paesaggi attratto dal rapporto tra uomo e natura, che si dedica anche a esplorazioni interiori, a virtuosismi digitali e a una ricerca fotografica improntata alla libertà del suo sguardo.

Nell’esposizione “Frank Horvat. Storia di un fotografo”, prodotta dai Musei Reali e curata da Horvat stesso, l’artista rintraccia una chiave interpretativa del suo lavoro, frutto di una carriera lunga settant’anni. Accanto alle sue opere, l’artista presenta per la prima volta in assoluto una parte della sua collezione privata, immagini che rappresentano in modo iconico la storia della fotografia, proponendo scatti di Irving Penn, Edward Weston, Henri Cartier Bresson, Sebastiao Salgado, Edouard Boubat, con alcuni dei quali ha instaurato un vero e proprio dialogo.

28/02/2018 – 20/05/2018 – Musei Reali di Torino

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Paolo Ventura – Racconti Immaginari

Per questa mostra all’Armani/Silos, Paolo Ventura racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà. Con ‘Racconti Immaginari’ il fotografo trasformista propone un importante gruppo di opere, oltre cento, accuratamente selezionate per rappresentare il suo percorso evolutivo.

Il fotografo trasformista racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà.

Dall’8 Marzo al 29 Luglio – Armani Silos – Milano

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Kyle Thompson – Retrospettiva

La Reggia di Caserta accoglierà dal 28 marzo al 4 giugno 2018 la prima retrospettiva italiana di Kyle Thompson, fotografo staunitense.

I suoi scatti sono concettuali: nelle sue fotografie persone e luoghi raccontano storie, situazioni surreali e oniriche.
In atmosfere singolari con case abbandonate, foreste vuote, fiumi, laghi, è lui l’unica presenza: sono autoritratti surreali  e bizzarri.
Lui stesso esplora in tali contesti le proprie emozioni e sensazioni e interviene sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce.

“Avevo una terribile difficoltà nel rapportarmi con le persone, quindi ho finito per usarmi in quasi tutte le mie foto, passando parecchie ore ogni giorno nel girovagare da solo attraverso foreste vuote facendomi autoritratti grazie al timer delle mie fotocamere” ha dichiarato.

Per la mostra di Caserta Thompson ha ideato un apposito progetto in cui si esplorano il contesto e l’ambiente intorno alle sue immagini.
Lo spazio naturale circostante è da lui considerato una sorta di palcoscenico e le sue immagini divengono dittici: una di grandi dimensioni è l’autoritratto dell’artista immerso in questi spazi naturali ma all’interno di aree urbane, l’altra di piccole dimensioni presenta il vero ambiente in cui questa natura è immersa. Ci si renderà conto di come la città modifichi la natura.

La rassegna è curata da Gabriela Galati.

dal 28 marzo al 4 giugno 2018  – Reggia di Caserta

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Sally Mann: A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (American, born 1951) has made experimental, elegiac, and hauntingly beautiful photographs that explore the overarching themes of existence: memory, desire, death, the bonds of family, and nature’s magisterial indifference to human endeavor. What unites this broad body of work is that it is all bred of a place, the American South. A native of Lexington, Virginia, Mann has long written about what it means to live in the South and be identified as a southerner. Using her deep love of her native land and her knowledge of its fraught history, she asks provocative questions—about history, identity, race, and religion—that reverberate across geographic and national boundaries. Sally Mann: A Thousand Crossings considers how Mann’s relationship with this land has shaped her work and how the legacy of the South—as both homeland and graveyard, refuge and battleground—continues to permeate American identity.Organized into five sections—Family, The Land, Last Measure, Abide with Me, and What Remains—and including many works not previously published or publicly shown, the exhibition is the first major survey of the artist’s work to travel internationally. Featuring some 110 photographs, the exhibition is curated by Sarah Greenough, senior curator and head of the department of photographs, National Gallery of Art, and Sarah Kennel, the Byrne Family Curator of Photography, Peabody Essex Museum.

March 4 – May 28, 2018 – National Gallery of Art – Washington DC

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Martha Cooper: On the Street

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone, nella sua Project Room, una sezione della mostra “Martha Cooper: On the Street”, curata da Enrico Bisi, che si inserisce nel programma del Sottodiciotto Film Festival & Campus (Torino, 16-23 marzo 2018).

La mostra, la più ampia mai dedicata in Italia alla storica fotografa del movimento hip hop, è articolata in tre sedi – CAMERA, il Cortile del Rettorato e la Biblioteca del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino – ed è concepita come un percorso che segue l’evoluzione temporale e artistica di Martha Cooper che sarà ospite a CAMERA mercoledì 21 marzo, alle ore 18.30, per raccontare la sua fotografia.

La parte iniziale, allestita a CAMERA ospita circa quarantacinque scatti in bianco e nero risalenti alla metà degli anni Settanta e agli esordi di carriera dell’autrice, quando, giovane fotoreporter del New York Post, raccontava con le immagini la Grande Mela prima dell’avvento dell’hip hop, dedicandosi al paesaggio metropolitano e, soprattutto, ai giochi di strada dei giovanissimi.

“Martha – commenta il curatore Enrico Bisi – punta l’occhio sulla vita di New York. Nelle sue fotografie ci sono i sorrisi sdentati di ragazzini in mezzo alle macerie del Bronx, ci sono ‘Carrie’, ‘Super Fly’ e ‘Saturday Night Fever’ al cinema. I suoi soggetti sembravo volare, per saltare una pozzanghera e non infangarsi le scarpe, per tuffarsi in acqua, per lanciarsi dalle scale antincendio su un materasso sgualcito, per fare capriole, saltare con lo skate oppure volteggiare aggrappati a una fune che funge da altalena. Attraverso l’obiettivo, Martha Cooper cerca sempre qualcosa di vitale, che si muove, che respira, cerca quel battito, quel ‘beat’, che un momento c’è e quello dopo non c’è già più. È l’effimero che si respira in ogni fotografia della Cooper e si ha la sensazione di guardare qualcosa che non esiste già più. “

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia Torino

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

La mostra – curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpir e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson – è composta da 140 scatti che ci aiuteranno ad immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

“Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” (cit. Henri Cartier Bresson).

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme. “Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

L’obiettivo del curatore della rassegna Denis Curti è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

8 Marzo – 17 Giugno 2018 – La Mole Vanvitelliana  Ancona

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Seydou Keïta, Bamako Portraits

In the 1950s and 60s, a colourful collection of inhabitants of Bamako, capital of Mali, posed for Seydou Keïta (1921-2001, Mali).
People visited Keïta’s studio to have their picture taken at their best: wearing extravagant dresses made from wonderful textiles with splendidly formed headdresses, or posing in a modern Western suit with a bow tie, leaning against a motorcycle, or with a radio tucked under their arm. His oeuvre reflects a portrait of an era that captures Bamako’s transition from a cosmopolitan city in a French colony to the proud capital of independent Mali.

Keïta’s remarkable archive of over 10.000 negatives came to light in 1992 after a discovery by André Magnin, the then-curator of Jean Pigozzi’s contemporary African art collection. Modern prints were printed from the negatives with Keïta’s collaboration, allowing his work to be introduced to the art world. International fame quickly followed. The exhibition in Foam consists of signed modern prints, and a large selection of unique vintage prints.

Seydou Keïta – Bamako Portraits is part of an exhibition series about photo studios, presented by Foam in recent years. This series is based on the growing interest in ‘vernacular photography’ and its acknowledgement of social-historical and artistic value.The exhibition was developed in collaboration with the Contemporary African Art Collection (CAAC) – The Pigozzi Collection.

06 April 2018 – 20 June 2018 – Foam – Amsterdam

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ROBERT DOISNEAU – Pescatore d’immagini

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018 il Museo della Grafica dell’Università di Pisa ospita la mostra “Robert Doisneau. Pescatore d’immagini”.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille e Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi – Visit Different, l’esposizione offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Robert Doisneau (1912-1994), che amava paragonarsi a Eugène Atget, uno dei padri della fotografia del Novecento, percorre fotograficamente le periferie di Parigi per “impossessarsi dei tesori che i suoi contemporanei trasmettono inconsciamente”. È una Parigi umanista e generosa ma anche sublime che si rivela nella nudità del quotidiano; nessuno meglio di lui si avvicina e fissa nell’istante della fotografia gli uomini nella loro verità quotidiana, qualche volta reinventata. Il suo lavoro di intimo spettatore appare oggi come un vasto album di famiglia dove ciascuno si riconosce con emozione.

Noto oggi al grande pubblico, Doisneau, dopo essersi diplomato all’École Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e, nel 1934, fotografo per le officine Renault da cui viene licenziato cinque anni più tardi per assenteismo. Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente nell’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo.

Autore di un grande numero di opere (gli archivi di Robert Doisneau comprendono circa 450.000 fotografie), Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo.

23 marzo / 17 giugno 2018 – Museo della Grafica – Pisa

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Izumi Miyazaki, There’s no place like home

Izumi Miyazaki is a young Japanese photographer who captivates her fans on the web by her self-portraits that seem to come out of another world. Story of a phenomenon.

Japan is a country full of paradoxes, that does not stop surprising by its traditions and by its hybrid culture that ranges from “Kawai” to excess. It is fascinating to observe its ability to get out of the most dramatic events as two atomic bombs, a major economic and identity crisis, repeated earthquakes and tsunamis with the irreversible damage we know.

When you are in your twenties in Japan, it is unlike anything comparable. When your name is Izumi Miyazaki, even the people of Tokyo are faced with a kind of alien. Close encounter of the third kind. A classic bob haircut, fine black hair, a dark look into the eyes of a doll face whose emotions have been erased. Immersed in the Surrealist masters like René Magritte, Izumi Miyazaki, coming from prestigious Musashino Art University in Tokyo, confesses a passion for Alfred Hitchcock and David Lynch. Her self-portraits practice cold humor and often feature absurd performances. The young photographer is not afraid to slice her head, adorning it with fresh tomatoes or fish in a human interpretation of sushi. If she never smiles in her photographs, it is probably to express her loneliness and maybe the difficulty of a connected youth to live in a real world. Izumi enjoys creating poetic and moving sceneries. Her work surprises as much as it fascinates, playing the codes of life 2.0. Addiction is close, Izumi Miyazaki, plays with an expression both poetic and deeply moving

Renaud Bergonzo

March 9 to April 30, 2018 –  bergonzofirstfloor – Paris

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Figure Contro – Fotografie della differenza.

Apre sabato 21 aprile, negli spazi dell’Abbazia di Valserena, sede dello Csac di Parma, la mostra Figure contro. Fotografia della differenza, nell’ambito dell’edizione 2018 di Fotografia Europea dal titolo Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie. La mostra, a cura di Paolo Barbaro, Cristina Casero e Claudia Cavatorta, è interamente costruita con materiali provenienti dagli archivi del Csac e consente di “vedere” con chiarezza come la fotografia, soprattutto nel corso degli anni Settanta, abbia avuto un ruolo importante nel sensibilizzare le coscienze intorno a questioni nascoste, dimenticate, se non censurate, anche al di là di esplicite intonazioni di denuncia. Le “figure contro” evocate dal titolo sono quelle immortalate in questi scatti: persone escluse dal racconto sociale, letteralmente spinte ai margini, in quanto la loro stessa esistenza è in contrasto con le logiche imperanti nella moderna società. In altri casi, sono protagoniste figure che rispetto a queste logiche si pongono in contrasto, contro –  appunto – che protestano, manifestano, non si rassegnano, affermando un modello alternativo. Ma figure contro sono anche quelle delle fotografe e dei fotografi che hanno realizzato queste immagini: Giordano Bonora, Anna Candiani, Carla Cerati, Mario Cresci, Uliano Lucas, Paola Mattioli e Giuseppe Morandi. Ciascuno secondo la propria sensibilità e con il proprio linguaggio hanno contribuito a tradurre la fotografia da strumento di pura constatazione a strumento critico, di denuncia ma anche più sottilmente di riflessione.

21/04/2018 : 30/09/2018 – Abbazia di Valserena (PR)

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ELLIE DAVIES, Nebulae

Il termine latino nebula ha la capacità di evocare, ancora nella lingua corrente, un senso di mistero che avvolge e cela come la foschia. Allo stesso tempo, in ambito scientifico per nebula si intende “un oggetto celeste dall’ aspetto diffuso, simile a una piccola nube”. I due valori di questo termine trovano sintesi nelle serie di fotografie selezionate per la mostra.

Ellie Davies ambienta i propri scatti nella foresta inglese, luogo in cui confluiscono natura e cultura, ambiente e attività umana, esplorando la complessa interrelazione tra il paesaggio e l’individuo.

Come dichiara l’artista: “Le foreste britanniche sono state plasmate dal processo di intervento umano per migliaia di anni. Sono un simbolo potente nella cultura popolare, nelle favole e nei miti, luoghi di incanto e magia così come di pericolo e mistero. Nella storia più recente sono state associate agli stati psicologici relativi all’ inconscio”.

Oggi la maggior parte delle persone risiede in ambienti urbani o semi-urbani, vivendo il paesaggio da una posizione distanziata, filtrata dalla tecnologia e dai vari media. Da questa considerazione, la natura in tutta la sua sensuale materialità e il nostro essere al suo interno piuttosto che al di fuori di essa, sembra irraggiungibile. Ellie Davies affronta questo allontanamento attirando lo spettatore nel cuore della foresta, che conserva ancora mistero e offre il potenziale per la scoperta e l’esplorazione.

Il processo creativo la porta a isolarsi per lunghe ore nel silenzio della foresta. Questo stato, inizialmente disorientante, porta l’artista a sviluppare una percezione più sottile dell’universo attorno a sé, arrivando a coglierne in modo profondo lo spazio circostante e gli elementi che lo compongono, così da evidenziarne le potenzialità e coinvolgere lo spettatore. Come afferma l’artista: “Voglio che il mio lavoro faccia provare allo spettatore la sensazione di essere solo nella foresta. C’è una tensione e una quiete, una consapevolezza intensificata che si verifica: è ciò che voglio trasmettere nel mio lavoro e il motivo per cui sono da sola quando realizzo le immagini“.

Parte del fascino magnetico racchiuso dagli scatti della fotografa, sta nell’ immobilità cristallina degli elementi presenti in esso. Lo spazio maestoso e profondo è disseminato da elementi suggestivi e magici, che invitano alla contemplazione dell’universo naturale e sembrano alludere a un evento imminente. Per accentuare tale effetto, la fotografa dispone gli spazi come scenari pronti ad accogliere lo scatto, attraverso interventi site-specific: “Questi paesaggi modificati agiscono su svariati livelli. Sono il riflesso della mia personale relazione con la foresta e proiettano lo spettatore al suo interno, domandandogli di considerare come la loro propria individualità sia plasmata dall’ambiente in cui vivono”.

Per la mostra Nebulae presso la Galleria Patricia Armocida viene presentata una selezione di fotografie che sono parte di tre serie emblematiche della produzione dell’artista inglese.

In Between the Trees (2014), il processo di composizione di nubi artificiali tra gli alberi consente all’artista di trasmette l’esperienza personale di stare da soli nei boschi. Il fumo riempie gli spazi tra gli alberi, riflettendo questa esperienza fisica: la conoscenza palpabile e cupa della foresta, il suono attutito e appiattito, il senso pungente della consapevolezza accresciuta.

Ad essa si accosta la serie Stars (2014-2015), nata dalla combinazione di antichi paesaggi boschivi con immagini catturate dal Telescopio Hubble della NASA tra cui la Via Lattea e la Nebulosa NGC 346. Qui la relazione tipica spettatore-soggetto e paesaggio-oggetto è scardinata per rendere il paesaggio protagonista in modo assoluto e senza limiti, fonte di stupore e sopraffazione.

Infine nell’opera della serie Smoke and Mirrors (2010) l’artista esplora la complessa interrelazione tra paesaggio e bellezza, e la modalità in cui la nostra cognizione del paesaggio è costruita. Nel far ciò, si viene a sovvertire la nozione di bellezza come verità, e si riallaccia a più ampie questioni quali l’autenticità nella fotografia.

Come dichiara l’artista: “Il mio lavoro colloca lo spettatore nel divario tra realtà e fantasia, creando spazi che incoraggiano l’osservatore a rivalutare il modo in cui si forma il proprio rapporto con il paesaggio, la misura in cui è un prodotto del patrimonio culturale o esperienza personale e come questo è stato determinante nella propria identità”.

Le composizioni oniriche delle fotografie di Ellie Davies incoraggiano questa introspezione e offrono lo spazio e la calma necessari per meditare sulla nostra condizione umana.

Fino al 15 Aprile 2018 –  GALLERIA PATRICIA ARMOCIDA – Milano

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2018 Sony World Photography Awards

This April, contemporary photography returns to Somerset House with the 2018 Sony World Photography Awards Exhibition.

Featuring inspirational works by more than 600 artists, the exhibition will showcase winning and shortlisted works from the 2018 Sony World Photography Awards, the world’s most diverse photography competition.  Curated by Mike Trow – ex-Picture Editor of British Vogue – the images are specially selected from a record-breaking number of submissions. The 2018 Awards will cover a wide variety of genres, from architecture to landscape, street photography to wildlife, portraiture to travel.

The exhibition will also include an exclusive selection of unique works by a renowned international artist who will win the celebrated Outstanding Contribution to Photography Award.

20 Apr – 06 May 2018 – Somerset House – London

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August Sander – PERSECUTED / PERSECUTORS, PEOPLE OF THE 20TH CENTURY

“We can tell from a facial expression the work someone does or does not do, if they are happy or troubled, for life leaves its trail there unavoidably. A well-known poem says that every person’s story is written plainly on their face, although not everyone can read it.”* – August Sander

From March 8 to November 15, The Shoah Memorial is holding a major exhibition dedicated to a series of portraits taken during the 3rd Reich by one of German photography’s leading figures, August Sander (1876- 1964). Internationally recognized as one of the founding fathers of the documentary style, August Sander is the man behind many iconic 20th century photographs. Towards the end of the First World War, while working from his studio in Cologne, August Sander began what would become his life’s work: a photographic portrait of German society under the Weimar Republic.

He called this endeavor “People of the 20th Century”. While his first publication was banned from sale in 1936 by the National Socialist government, in around 1938 Sander began to take numerous identity photographs for persecuted Jews. Later, during the Second World War, he photographed migrant workers. August Sander included these images, and some taken by his son Erich from the prison where he would die in 1944, in “People of the 20th Century”, along with portraits of national socialists taken before and during the war. Sander was unable to publish his monumental work during his lifetime, but his descendants still champion his vision to this day.

These photographs are exhibited here together for the first time, along with contact prints, letters and details about the lives of those photographed. They are portraits of dignified men and women, victims of an ideology, taking their rightful place as ”People of the 20th Century” in defiance of Nazi efforts to ostracize them.

The exhibition is organized with the assistance of the August Sander Foundation and the NS-Documentation Center of the City of Cologne, the largest commemorative site for the victims of Nazism in Germany, founded in 1988.

March 8 to November 15, 2018 – The Shoah Memorial – Paris

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Viaggio nella fotografia Italiana

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra “Viaggio nella fotografia italiana” che si terrà da sabato 7 aprile a domenica 3 giugno 2018 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 7 aprile a partire dalle ore 15.00.

Il 19 dicembre 1948 veniva fondata a Torino da otto associazioni fotografiche la “Federazione Italiana Associazioni Fotografiche”. Lo scopo di tale federazione era ed è quello di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale e di operare attivamente per la diffusione dell’arte fotografica. La mostra creata per ricordare la vita della Federazione si offre al visitatore come una riflessione sulle principali attività svolte in questi settant’anni, viste attraverso le immagini e i progetti fotografici prodotti dai Soci.

La struttura architettonica del CIFA, composta da due piani di celle e da un ampio corridoio baricentrico, contribuisce a scandire le varie fasi dell’esposizione. Al piano superiore, in una coppia di celle, viene proposto un estratto dell’editoria libraria composta dalle Monografie, la collana I grandi Autori della Fotografia Italiana, i volumi delle Grandi Opere e quelli relativi ai progetti nazionali. Alle pareti una serie di immagini che si riferiscono a queste pubblicazioni. In una seconda coppia di celle troviamo le riviste della FIAF a cominciare dal primo numero de Il Fotoamatore, organo ufficiale della Federazione fino alla versione più recente del mensile: Fotoit. Nello stesso spazio trova posto la serie di Riflessioni, il quaderno-catalogo delle mostre del CIFA e infine la serie degli Annuari. Anche in questo caso sulle pareti troviamo una scelta di fotografie tratte da queste pubblicazioni.

La terza coppia di celle è dedicata a quello che può definirsi il più significativo fenomeno sviluppatosi negli ultimi anni: il portfolio fotografico, come prodotto della creatività autoriale del fotografo. Un omaggio viene reso ai primi tentativi di proporre sequenze organiche di fotografie ricordando le esposizioni realizzate dal Fotocineclub Fermo e pubblicate nel volume Racconto e reportage Fotografico del 1973. A fianco un esempio di portfolio contemporaneo e la serie dei cataloghi della manifestazione Portfolio Italia.

La quarta coppia di celle è dedicata al mondo dei concorsi FIAF che, fin dalla nascita, hanno sempre avuto largo seguito tra gli associati.

La serie di celle al piano terreno è dedicato alle immagini prodotte dagli appassionati in questi settant’anni suddivisi per generi: si va dal ritratto al reportage al paesaggio fino alla foto concettuale e creativa e al nudo.

Infine, nel corridoio vi sono una serie di tabelloni, ognuno dedicato ai Grandi Progetti Nazionali della FIAF, a cominciare da E’ l’Italia del 1995 fino ad arrivare ai più recenti 17 MARZO 2011 UNA GIORNATA ITALIANA Passione Italia e a Tanti per Tutti , Viaggio nel volontariato italiano del 2017. Nella parte bassa del corridoio, sulla parete di fondo una proiezione ricorda e presenta il mondo degli Audiovisivi FIAF, mentre lungo le pareti un’installazione ripercorre la partecipazione della Federazione alle ultime frontiere del web, proiettando l’attività dell’associazione verso il proprio futuro.

“Per la prima volta nella sua storia la FIAF cerca di presentare in modo strutturato un’immagine delle proprie attività, realizzando anche una verifica della propria vivacità culturale –  ha affermato Claudio Pastrone, Direttore del Centro Italiano della Fotografia d’Autore – il percorso temporale della nostra Federazione è stato scandito da una miriade di attività e di avvenimenti, di cui qui cerchiamo di presentare i più significativi anche attraverso l’obiettivo primario dello stimolo alla creatività degli autori e alla promozione delle loro opere. Uno sguardo sul nostro passato, ma con gli occhi e la volontà rivolti al futuro.”

7 aprile – 3 giugno 2018  – Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena

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I believe – mostra di fotografia narrativa

“I Believe, costruttori di comunità” è un progetto di fotografia narrativa e una mostra fotografica ideati e prodotti dalla comunità bahá’í della Martesana, in occasione del bicentenario della nascita di Bahá’u’lláh, fondatore della Fede bahá’í.

“I Believe, costruttori di comunità” vuole raccontare, attraverso i ritratti dei soggetti fotografati e le loro testimonianze, l’energia che anima la comunità bahá’í. Attraverso il mezzo fotografico la comunità parla di sé e del proprio desiderio di promuovere il benessere della società, perché ogni singolo individuo è essenziale, prezioso. Per la comunità bahá’í chiunque lo desideri può portare il suo contributo. È sufficiente infatti ascoltare con attenzione per cogliere, nascosto nell’assordante frastuono del mondo, il lamento di persone, famiglie, paesi e nazioni. Ma chiudere gli occhi e ascoltare col cuore fa nascere anche una nuova energia. In questo stato di quiete si creano legami, progetti, nuove idee per generare cambiamento, trasformazione. Il caos diventa ordine. Costruire diventa lo scopo; speranza, impegno e sforzo per sanare le ferite del mondo diventano la meta; l’unità, la vittoria finale. Costruire insieme significa guardare con l’occhio interiore, ascoltare attentamente, esprimersi con saggezza, per agire in accordo come le note di una melodia che porta nuovo calore al cuore del mondo. Quando le persone, anche se diverse tra loro, agiscono all’unisono, possono generare il cambiamento.

Dal 7 al 28 aprile – Biblioteca di Vimercate (MB)

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Mostre per aprile

Ciao a tutti,

nuove fantastiche mostre vi aspettano ad aprile. Non perdetevele!

Qua trovate tutte le mostre in corso sempre aggiornate

Anna

DAVID LACHAPELLE – Lost & Found

Una grande monografica presenta oltre 100 immagini che ripercorrono, dagli anni novanta a oggi, la carriera di uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

Per la prima volta al mondo, sarà esposta la serie New World: 18 opere che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Casa dei Tre Oci di Venezia si appresta ad accogliere, dal 12 aprile al 10 settembre 2017, l’universo surreale, barocco e pop di David LaChapelle, uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

L’esposizione, curata da Reiner Opoku e Denis Curti, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, presenterà oltre 100 immagini che ripercorrono la carriera dell’artista statunitense, dai primi progetti in bianco e nero degli anni novanta fino ai lavori, solo a colori, più recenti, opere divenute in gran parte iconiche e che gli hanno garantito un riconoscimento internazionale da parte di critica e pubblico.

Come grande novità, la rassegna, prima monografica di LaChapelle a Venezia, propone l’anteprima mondiale di New World, una nuova serie realizzata negli ultimi 4 anni. Sono 18 fotografie che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Osservando il percorso compiuto da LaChapelle negli ultimi 30 anni, si scopre come la sua fotografia si nutra da una parte del rapporto privilegiato con le riviste e la

pubblicità, dove le icone della moda e dello star system agiscono come materia grezza per l’ispirazione, dall’altra parte della pratica creativa di esprimere la propria visione del mondo per immagini, influenzata senza dubbio dalla generazione di giovani artisti a lui coetanei, formata da Andy Warhol.

“Dalle viscere più profonde del complesso sistema della comunicazione, dell’advertising e dello star system – afferma Denis Curti, LaChapelle inizia a considerare l’”icona” il seme vero di uno stile che si fa ricerca e contenuto; nella Pop Art, trova l’ispirazione per riflettere sull’infinita riproducibilità dell’immagine; nel fashion e nel merchandising l’eccesso di realismo e mercificazione che, appunto, si converte in sogno”.

Il percorso espositivo prende avvio dagli anni novanta, quando Andy Warhol gli offre il suo primo incarico professionale fotografico per la rivista Interview. È in quel periodo che LaChapelle riflette sulle possibilità comunicative e divulgative dell’editoria, incredibilmente legate alla Pop Art.

Le sue fotografie denunciano le ossessioni contemporanee, il rapporto con il piacere, col benessere, con il superfluo e con una sfrenata esigenza di apparire. Il tutto ammantato da colori elettrici e superfici laccate, e caratterizzato dalla presenza ricorrente di un nudo sfacciato e aggressivo.

I soggetti sono le celebrità, da Michael Jackson a Hillary Clinton, da Muhammad Ali a Jeff Koons, da Madonna a Uma Thurman, da Andy Warhol a David Bowie, le cui immagini sono utilizzate come merce prodotta in serie, consapevolmente sacrificata sull’altare del sistema fondato sull’icona.

Il punto di svolta che segna il passaggio a una nuova fase della sua ricerca della sua evoluzione artistica è il viaggio a Roma del 2006. È in quest’occasione che, visitando la Cappella Sistina, rimane folgorato dagli affreschi di Michelangelo e dai fasti del potere religioso, che lo condussero ad abbracciare la monumentalità e la grandiosità del Rinascimento italiano.

Proprio il Diluvio universale di Michelangelo gli suggerì la creazione di The Deluge (Il Diluvio), in cui i rimandi al capolavoro michelangiolesco si mescolano ai marchi della società consumistica e alla bellezza ostentata dei corpi nudi.

La mostra prosegue con After the Deluge, fotografie che mostrano una realtà in cui tutti gli oggetti e i simboli del mondo attuale vengono sommersi e Awakened, in cui ritrae persone immerse in acqua in uno stato embrionale: una sorta di resurrezione dopo il diluvio.

Dopo il 2006 LaChapelle inizia a lavorare per serie fotografiche. Benché nascano autonomamente, ciascuna di esse si lega all’altra con una evidente coerenza, in un sottile equilibrio tra sacro e sacrilego, alternando soggetti differenti sul tema condiviso della Vanitas. Infatti, se in Earth Laughs in Flowers questo motivo è trattato attraverso la bellezza dei fiori appassiti, in Still Life viene rappresentato da una serie di statue di cera distrutte dai vandali che riproducono le sembianze di alcune stelle hollywoodiane.

Nel corso della sua carriera, l’artista statunitense non ha certo trascurato il confronto con la fotografia di paesaggio, che diventa un suo ambito artistico a partire dal 2013. A Venezia saranno esposte alcune fotografie appartenenti al ciclo Gas Station and Land Scape, nelle quali ricostruisce modelli di impianti petroliferi e stazioni di rifornimento in scala, attraverso materiali riciclati, come cartoni delle uova, schede madri per computer, bigodini, cannucce e altro. Negli allestimenti più elaborati LaChapelle ha fotografato questi piccoli plastici nella foresta pluviale di Maui, nel deserto e lungo la costa californiana.

È proprio per queste sue oniriche raffigurazioni della realtà, che la critica lo ha definito “Il Fellini della Fotografia”.

La serie inedita di New World segna il ritorno di LaChapelle alla figura umana.

Il progetto, che verrà presentato in anteprima a Venezia, ha richiesto 4 anni di lavoro. I temi centrali sono il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima, cercando la modalità per fotografarle in natura.

In questo, LaChapelle dichiara di essere stato ispirato da Odilon Redon, pittore francese di fine ‘800 – inizio ‘900, visto al Musée d’Orsay, William Blake, e, ancora una volta, Michelangelo e Michael Jackson. Altra fonte d’ispirazione, la musica di Pharell Williams e in particolare, la sua canzone “Happy”.

Con queste fotografie LaChapelle si pone come fine quello di riflettere su questioni metafisiche come il viaggio dell’anima dopo la morte, la gioia e le rappresentazioni del paradiso.

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Stories of the City: A Magnum exhibition on the Paris Metro

Magnum photographers discuss the significance of the city as their work is rolled out across the Paris metro in a huge public exhibition.

28 February – 30 June 2017

“I’ve always seen cities as somewhat exotic and remote from my experience,” says Alec Soth, who has never lived in a major city. For him, and others like him, visiting a city can be an alien and overwhelming experience. “Being born in a small and very quiet town, I experience mixed feelings in big cities, I feel a sense of fascination for megacities as well as rejection, and sometimes anxiety. I think that this image evokes my vision of the city as a voluntary confinement with the others – loneliness,” concurs Jérôme Sessini.

To mark Magnum’s 70th anniversary, RATP, which runs the famous Paris metro system, is hosting an unprecedented exhibition across their territory of the city. From February 28 to June 30 2017, 174 images by 91 photographers will be displayed across 11 Metro stations. The diverse curation explores the city in all its guises and is showcased to its diverse audience in its public spaces.

Some photographers muse on the nature of city life itself: “The city is a place of intense concentration, crawling with people,” says Richard Kalvar; “For a few hours, for a few days, I was an inhabitant, albeit a slightly peculiar one. I remained a stranger, but I was adopted and protected by the crowd,” says Raymond Depardon. Or Guy Le Querrec, who demonstrates the way a city creates “music that the eye catches,” describing how his work captures that sound: “You can feel the presence of the city in the background, you can hear the noise of the city and the metallic roar of the aerial metro.”

Others still consider the unique individual personalities that cities seem to have: “Bollywood creates dreams for everybody – Mumbai is known as city of dreams and dreams for everyone.  Even while travelling in a taxi – the interior decor has such contrasting patterns and colors you wonder – the dreams continue,” says Raghu Rai of his image taken inside a Mumbai taxi; while Carl de Keyzer captures the mood of communist Cuba: “the end of ideology, a tired nation waiting for something new.“

Some work becomes emblematic of the photographer’s practice: “Burri goes beyond particular events and cuts to the core of human life. Although he traveled to all the conflict spots in the world, his images are not violent. They show modern life, but its abuses, pains and triumphs are all sublimated under the concept of the human condition,” wrote Rene Burri’s biographer Corinne Diserens.

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Lorenzo Castore – Ultimo domicilio

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“Ultimo Domicilio” si presenta come albums di famiglia in tre dimensioni, le case raccontano storie e segreti: i quadri alle pareti, le fotografie, gli oggetti sul comò e i libri nella biblioteca, in risonanza tra loro, riflettono i desideri e le aspirazioni, gli affetti e i ricordi, la personalità di chi le abita, spesso più dei segni su un volto, più di uno sguardo. Un progetto fotografico che ci mostra, in continuum dialettico tra un approccio documentario ed uno narrativo, le case amate, vissute, frequentate o caparbiamente cercate.

“Ultimo Domicilio” nasce – ancora inconsapevolmente – nel 2008 quando, durante un viaggio a Sarajevo e Mostar, Lorenzo Castore fotografa interni di case abbandonate durante la guerra, lasciate dietro di sé da un giorno all’altro insieme a tutti gli effetti personali appartenuti a chi le abitava. È una rielaborazione della traumatica esperienza in Albania e Kosovo nel 1999 e si sviluppa negli anni in altri luoghi e in altri paesi: Italia, Francia, Stati Uniti, Polonia. Nel tempo, “Ultimo Domicilio” diventa un video di 18 minuti realizzato in collaborazione con il compositore Emanuele de Raymondi, nel 2015 Laura Serani ne cura la pubblicazione per L’Artiere Edizioni e la mostra.

Lorenzo Castore, Firenze, 1973. Il suo lavoro è caratterizzato da progetti di lungo termine – in bianco e nero e a colori – che hanno come tema principale il quotidiano, la memoria e la relazione tra piccole storie individuali e la Storia. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Ha vinto il Premio Mario Giacomelli (2004), il Leica European Publishers Award (2005) e la Rana d’oro come miglior film documentario corto al Camerimage Film Festival (2012). Ha pubblicato due libri monografici: Nero (2004) e Paradiso (2006). Ha realizzato due cortometraggi: No Peace Without War (2012) – con Adam Cohen – e Casarola (2014).

Fino al 6 maggio – Fondazione Studio Marangoni – Firenze

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MARTIN BOGREN: ITALIA

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Tra il 2013 e il 2015 lo svedese Martin Bogren ha viaggiato più volte in Italia fermandosi in particolare a Napoli, Palermo e Roma e creando un corpo di lavoro in bianco e nero, fortemente lirico, senza tempo.
Come scrive Sean O’Hagan su The Guardian,  In un certo senso…Italia è una messa in discussione della street photography.
Esposto in parte al Festival Fotografia di Roma nel 2016, Italia è stato pubblicato dall’editore svedese Max Ström Bokförlaget nel 2016

Cammino senza meta da giorni, ormai. Strada dopo strada. Il cuore pesante, la solitudine come unica compagna. Ho dimenticato perché sono qui e cosa sto facendo. La mano stretta sulla macchina fotografica…sono pervaso dall’intensità e da una presenza – una connessione con la gente intorno a me. Sento la loro energia, percepisco le loro vibrazioni. La più piccola variazione nelle loro espressioni, i movimenti delle mani, i gesti. Ogni cosa acquisisce un significato
– Martin Bogren (dal testo che accompagna il libro

Dal 29 marzo al 15 aprile – MiCamera Milano

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1% PRIVILEGE IN A TIME OF GLOBAL INEQUALITY

Organizzata dall’associazione di promozione sociale fosfeniLAB, in collaborazione con PIXU Studio, il patrocinio del Comune di Albignasego, la mostra 1% Privilege in a time of global inequality curata da Myles Little (Senior Photo Editor della rivista TIME),  llestimento curato da Giorgia Volpin e fosfeniLAB, verrà inaugurata venerdì 3 marzo alle ore 18.00 negli spazi espositivi di Spazio Cartabianca.

Con la mostra 1%, curata da Myles Little, aperta al pubblico fino a lunedì 3 luglio 2017, si inaugura lo spazio espositivo dedicato alla fotografia di Spazio Cartabianca.

Abbiamo l’onore di ospitare per la prima volta nel nord Italia questo lavoro di Myles Little, Senior Photo Editor della rivista TIME. L’autore raccoglie nella mostra – pubblicata anche nell’omonimo libro – quaranta immagini la cui tematica è incentrata sulle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza nel mondo, un tema mai così attuale come al giorno d’oggi. Le fotografie in mostra, parlano di privilegi nell’istruzione, nel tempo libero, nella sanità, ma anche del conflitto di classe o di concetti più astratti che richiamano, ad esempio, “la natura effimera della ricchezza”.

Autori in mostra

Christopher Anderson / Nina Berman / Sasha Bezzubov / Peter Bialobrzeski / Guillaume Bonn / Jörg Brüggemann / Philippe Chancel / David Chancellor / Jesse Chehak / Kevin Cooley / Mitch Epstein / Floto+Warner / Greg Girard / Jacqueline Hassink / Guillaume Herbaut / Shane Lavalette / David Leventi / Michael Light / Alex Majoli / Yves Marchand / Laura McPhee / Virginia Beahan / Andrew Moore / Zed Nelson / Simon Norfolk / Mike Osborne / Matthew Pillsbury / Ben Quinton / Daniel Shea / Anna Skladmann / Juliana Sohn / Alec Soth / Mikhael Subotzky / Brian Ulrich / Eirini Vourloumis / Henk Wildschut / Michael Wolf / Paolo Woods

Spazio Carta Bianca – Albignasego (PD) Dal 3 marzo al 3 luglio 2017

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Henri Cartier-Bresson – Fotografo

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10 marzo – 11 giugno 2017

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Ducale, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

 Per Cartier Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Henri Cartier Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

 I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo, curata da Denis Curti, è promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi e organizzata da Civita Mostre.

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Irene Kung – Uno stato di quiete

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Dal 15 marzo al 20 maggio – Galleria Valentina Bonomo – Roma

Svizzera; pittrice e fotografa; espone a New York, Londra, Milano e in altre città (recentemente a Pechino e a Mosca); Sette, The New York Times Magazine, The Sunday Times Magazine, China Daily pubblicano le sue opere; ha partecipato all’Expo milanese con una personale di 26 fotografie di alberi da frutto; ha pubblicato due libri (Trees e The Invisible City). L’artista che ha fatto, detto, scritto e illustrato tutto ciò si chiama Irene Kung.

Adesso “approda” a Roma, alla Galleria Valentina Bonomo, in via del portico d’Ottavia 13. Fino al 20 maggio nella personale di Irene Kung il visitatore gode di «immagini sospese nel tempo e nello spazio, visioni evanescenti sottratte al loro contesto che, superando la realtà, entrano a far parte di una dimensione onirica».

Ci sono i luoghi nelle sue opere: c’è l’India e il paesaggio russo fino alle piazze storiche della nostra Capitale; c’è la natura con gli alberi e con il mare. «Una delicata contrapposizione fra natura e architettura e una nuova ricerca sulla luce, decisamente più chiara rispetto ai precedenti lavori, che, con la sua misteriosa energia, crea un clima di serenità e di quiete» come dicono i curatori della mostra.

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 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

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La Mostra rappresenta un’occasione unica per conoscere la vita e l’opera di Vivian Maier, artista  circondata da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Esposte 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Vivian Maier tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Il progetto permetterà di mostrare al pubblico della Capitale e non solo, dato il suo carattere internazionale, fotografie mai esposte né pubblicate mentre la fotografa era in vita, pertanto la Mostra si configura come una preziosa testimonianza, unica ed eccezionale nel suo genere, dell’arte di una grande fotografa che sembrava immortalare la realtà per sé stessa e che custodiva i suoi scatti come il bene più prezioso.

Museo di Roma in Trastevere – 17/03 – 18/06/2017

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Helmut Newton. Fotografie
White Women / Sleepless Nights / Big Nudes

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Napoli, PAN Palazzo Arti Napoli

25 febbraio – 18 giugno 2017

Il progetto della mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato in tre sezioni. I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti e aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 al PAN, Palazzo Arti Napoli, presenta per la prima volta a Napoli oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei più importanti e celebrati fotografi del Novecento.

White Women

Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Visioni che trovano spunto anche nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya del Museo del Prado di Madrid.

Sleepless Nights

Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.

Big Nudes

Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.

L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.

Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation.

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10 years old

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Mostra nel decennale di Fondazione Fotografia Modena

Dieci anni sono trascorsi dalla nascita di Fondazione Fotografia Modena, un progetto culturale interamente intitolato all’immagine, che si è evoluto nel corso degli anni in un centro espositivo, di ricerca e formazione di livello internazionale. A celebrare questo primo, importante anniversario sarà un doppio percorso espositivo, in grado di riflettere l’attività svolta dall’istituzione.

A cura di Filippo Maggia, la mostra 10 years old, in programma al Foro Boario di Modena dall’ 11 marzo al 30 aprile 2017, avrà due anime: una prima sezione sarà dedicata alle highlights dalla collezione di fotografia e video contemporanei della Fondazione Cassa di risparmio di Modena, un patrimonio di oltre 1200 opere che Fondazione Fotografia, in qualità di società strumentale dell’ente di origine bancaria, ha il compito di gestire e valorizzare. Saranno quindi esposti alcuni gioielli tratti dalle due raccolte, quella italiana e quella internazionale, a distanza di anni dal loro primo ingresso in collezione: opere di 85 autori, tra i quali Ansel Adams, Nobuyoshi Araki, Diane Arbus, Richard Avedon, Yto Barrada, Walter Chappell, Samuel Fosso, David Goldblatt, Pieter Hugo, Daido Moriyama, Adrian Paci, Hrair Sarkissian, Dayanita Singh, Wael Shawky, Hiroshi Sugimoto, Wolfgang Tillmans, Ai Weiwei, Edward Weston, Garry Winogrand, accanto agli italiani Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Walter Niedermayr, Franco Vaccari.

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Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition

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A major exhibition of the world’s best contemporary photography opens this April at London’s prestigious Somerset House.

The Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition will bring to London a complete celebration of the medium of photography – showcasing rich and fascinating photographic stories from key figures and emerging talent of the photography scene today.

The exhibition will open April 21 for a limited run until May 7, and is the only UK stop before going on a worldwide tour.

The large-scale exhibition will include three rooms dedicated to the life and work of internationally renowned British photographer, Martin Parr, who is the recipient of the 2017 Sony World Photography Awards’ Outstanding Contribution to Photography prize.  A hand-picked selection of rarely seen black and white images from Parr’s early career will be presented alongside some of the artist’s most talked about work, books and films and original exhibition posters.

Somerset House, London – April 21-May 7,2017

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Valerio Spada – I am nothing

Valerio Spada

La mostra I am nothing di Valerio Spada (Milano, 1972), presenta in anteprima il lavoro realizzato dal fotografo insignito della prestigiosa Guggenheim Memorial Foundation Fellowship sulla mafia siciliana, narrata attraverso le storie di alcuni boss e latitanti, unite ai segni della sua inesorabile penetrazione nel tessuto sociale.

A cura di Francesco Zanot

3 marzo – 21 maggio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Made in Korea – Filippo Venturi

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L’organizzazione dell’evento è a cura dell’Associazione Regnoli 41, in collaborazione con la Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, nell’ambito del progetto “Artealmonte”.
Filippo Venturi – cesenate, forlivese d’adozione – col proprio lavoro si è messo in luce negli ultimi anni, venendo selezionato tra i “Nuovi Talenti” da Fondazione Fotografia Modena e tra gli “Emerging Talents” esposti al MACRO di Roma nel 2016, oltre ad essere stato premiato in concorsi internazionali come il Sony World Photography Awards di Londra.
Il progetto “Made in Korea”, realizzato nel 2015, pone l’attenzione sui giovani sudcoreani e i fenomeni che li vedono coinvolti: da un lato la forte competizione che li spinge alla ricerca continua di risultati in ambito scolastico, professionale e anche estetico – in uno dei paesi che ha puntato tutto sulla rincorsa alla modernità e al progresso -, dall’altro i forti effetti collaterali che questo stile di vita provoca.
Lo stile scelto dall’autore nella realizzazione delle fotografie, asettico, quasi artificioso, ricalca questo aspetto della realtà coreana, dove la ricerca ed esibizione della perfezione cela aspetti oscuri e problematici.

IL PROGETTO
Fino agli anni ’60 la Corea del Sud era un paese povero e arretrato. In meno di mezzo secolo è diventato uno dei paesi più moderni al mondo. La rincorsa alla modernità e al progresso è stata realizzata imponendo alla società uno smisurato senso della competizione, nella ricerca della perfezione dal punto di vista scolastico, professionale e anche estetico.
Ai giovani vengono impose le stesse tappe obbligatorie: per essere riconosciuti socialmente è fondamentale ottenere i migliori voti per accedere ai migliori istituti che consentiranno di arrivare ai migliori lavori. Al tempo stesso sono richiesti modelli estetici uniformi, spesso senza identità, raggiunti comunemente con la chirurgia plastica.
I giovani sono così spinti verso una standardizzazione straniante e surreale, l’esatto contrario di quanto avviene in molti paesi occidentali, dove il successo è raggiunto distinguendosi dalla massa.
Tutto questo ha fatto emergere forti effetti collaterali come lo stress, l’alcolismo, l’isolamento sociale e un elevato numero di suicidi (il paese è tra i primi posti nella classifica mondiale dei suicidi: 43 al giorno).

Il lavoro intero, composto da 41 fotografie, è disponibile in ebook, edito dalla casa editrice emuse. L’ebook contiene anche due testi critici di Silvia Camporesi e Davide Grossi.

Dal 25 marzo al 23 aprile – Forlì, Palazzo del Monte di Pietà.

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Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico – Alberto Korda

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ONO arte contemporanea è lieta di presentare Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico una personale di Alberto Korda, fotografo cubano che deve la sua notorietà all’omonima immagine scattata al Che, che può essere considerata come la più iconica e famosa nella storia della cultura popolare. L’immagine fu scattata con una Leica durante un funerale di Stato il 5 marzo del 1960, ma fu pubblicata solo un anno dopo sul quotidiano cubano «Revolución». Personaggio pubblico e persona si fondono in un’immagine che lentamente diventa vero e proprio immaginario, portando con sé una serie di significati che via via sbiadiscono da quella pellicola, che diventa vera e propria icona. Quell’immagine è stata non solo simbolo di un’epoca, ma a livello estetico e concettuale può annoverarsi a pieno titolo tra le immagini e le icone pop che anche lo stesso Andy Warhol ha portato nell’empireo dell’arte contemporanea.

Ma la storia di Che Guevara e di Alberto Díaz Gutiérrez, detto Korda, va molto oltre rispetto a questo singolo scatto, che sicuramente ne è riassunto e compendio. Sullo sfondo Cuba e la rivoluzione, Che Guevara e Fidel Castro, ma anche tutto il milieau culturale di un’epoca, fatto di personaggi di spicco della moda e della letteratura. Fu Richard Avedon a convincerlo ad aprire il suo primo studio fotografico e presto Korda divenne il più importante fotografo di moda cubano oltre che volontario per la “Rivoluzione”.

Nel 1959 gli fu chiesto di documentare la visita ufficiale di Fidel all’Havana e l’anno successivo immortalò lo stesso Fidel al Lincoln Memorial, dando vita ad una delle immagini più iconiche del Comandante, che quando le vide decise di farsi “seguire” nelle apparizione pubbliche dal suo fidato fotogarafo, con il quale instaurò un rapporto professionale e amicale che terminò solo con la morte di Korda, nel 2001.

Con le immagini in mostra è possibile immergersi in una Cuba ormai lontana, e nella quotidianità di un mondo cristallizzato che sta svanendo davanti ai nostri occhi proprio in questi giorni con la morte di Fidel Castro e l’apertura di Cuba al mondo, con tutto ciò che ne conseguirà.

La mostra (2 marzo – 23 aprile 2017) è composta da 50 fotografie e diversi documenti originali, l’ingresso è libero

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Closer – Dentro il reportage

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Isolab Taranto, in collaborazione con Witness Journal, QR Photogallery e Coworking Ulmo presenta “Closer – Dentro il reportage”.

31 Marzo – 13 Aprile: Sangue nero / Gaetano Fisicaro
14 Aprile – 27 Aprile: Good morning Ghana / Gabriele Cecconi
28 Aprile – 11 Maggio: In between / Marco Panzetti
12 Maggio – 25 Maggio: The endless winter of Kashmir / Camillo Pasquarelli

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I LIGHT U – Frames for underground stories

22 aprile / 13 maggio 2017
Galleria Artepassante, Passante Ferroviario di Porta Venezia, Milano

La mostra partecipa al circuito Milano PhotoFestival 2017
www.milanophotofestival.it

I light U è una selezione delle storie di viaggio e dei ritratti raccolti nel Passante Ferroviario di Porta Venezia tra dicembre 2016 e marzo 2017. Durante questi mesi il collettivo fotografico BarettoBeltrade ha allestito un set nella Galleria “Atelier della Fotografia” (di Progetto Artepassante), situata nel corridoio sotterraneo che collega le stazioni della Metropolitana Milanese e del Passante ferroviario di Porta Venezia a Milano, e ha invitato le persone a fermarsi e a raccontarsi, trasformando un tunnel di passaggio in un luogo di sosta. Viaggiare nella citta vuol dire infatti percorrere una linea che collega un punto di partenza a uno di arrivo, ma che soprattutto unisce ogni volta persone, lavori, amori, amicizie, impegni, divertimenti, doveri e mille altre cose. Infiniti punti, infinite linee: un tessuto sterminato che non si può calcolare, si può solo immaginare, anzi si può riassumere per immagini. I light U – Frames for underground stories costituisce uno di questi possibili riassunti: a chi passava in quel punto è stato chiesto di raccontare brevemente il proprio viaggio, di spiegare cosa ci fosse a un capo e all’altro della linea che stava percorrendo in quel momento e di lasciare in dono un’immagine, un ritratto fotografico. Poi ognuno ha ripreso il suo viaggio, ma in quel punto della stazione la mostra I light U costituirà la traccia delle storie e dei ritratti che sono stati illuminati in quel momento.

Info
http://ilightu.blogspot.it/
www.facebook.com/barettobeltrade/
www.artepassante.it

My Dakota di Rebecca Norris Webb

Da tempo residente a New York, Rebecca Norris Webb è cresciuta nel South Dakota, i cui paesaggi continuano a perseguitare la sua anima. Nel 2005 si è prefissata di fotografare il suo Stato natale.

«L’anno successivo, mio fratello Dave è improvvisamente morto d’infarto», scrive. «Per mesi, una delle poche cose in grado di dare sollievo al mio cuore sconvolto è stato il paesaggio del South Dakota. Come se tutto ciò che potessi fare fosse guidare per i calanchi e le praterie, e fotografarli.

Ho cominciato a chiedermi: “La perdita ha una sua propria geografia?”» Norris Webb, che è anche poetessa, ha scritto – e scritto a mano – il suo poema, qui intrecciato con le fotografie. Inizialmente, con My Dakota intendeva produrre una visione intima e personale dell’Ovest americano, per contrastare e dare risalto ai maestosi paesaggi e alle avventure dei trivellatori petroliferi ritratti in passato da fotografi e pittori.

My Dakota affronta il tema dell’impatto umano sulla terra, il modo in cui ha influenzato le vite degli uomini; è un registro dell’economia e del paesaggio mutevoli dello stato.

Questa serie è un elogio funebre per le fattorie di famiglia che stanno scomparendo e per le piccole città che sostentavano; è un’elegia per il fratello della Norris Webb.

dal 29 marzo al 13 aprile 2017 – Officine Fotografiche – Roma

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Uliano Lucas | Retrospettiva

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Dal 7 marzo al 7 maggio 2017

La mostra ricostruisce attraverso oltre 150 immagini percorsi tematici e stilistici, interessi, sensibilità, legami culturali di un protagonista della fotografia italiana, da cinquant’anni attento osservatore e narratore della società e delle sue contraddizioni.
Racconta il debito di Lucas verso il mondo intellettuale della Milano della fine degli anni Cinquanta e l’influenza da esso esercitata sulla ricerca formale delle sue prime fotografie e sulla sua stessa scelta di dedicarsi alla fotogiornalismo. Segue la svolta rappresentata dai profondi cambiamenti sociali e di costume e dalle battaglie politiche e civili degli anni Sessanta e Settanta che portano alla nascita di un nuovo modo di raccontare del fotogiornalismo italiano.
E ripercorre l’impegno ventennale di Lucas in un’indagine sui problemi della propria società che trae nutrimento dalle idealità del periodo, dall’associazionismo diffuso di un mondo che si dedica con passione a comprendere il proprio tempo e ad affermare i diritti dell’individuo.
Per arrivare infine al nuovo stile con cui, in un contesto storico radicalmente mutato e in un diverso sistema dell’informazione, Uliano Lucas racconta le trasformazioni del presente, il cambiamento antropologico determinatosi con i nuovi indirizzi economico-sociali degli anni Duemila, attraverso una ricerca estetica influenzata anche dalle tendenze del linguaggio visivo degli ultimi anni.
Ne emerge un viaggio attraverso le scelte espressive, lo sguardo, la poetica personalissima di un fotografo che ha cercato di raccontare storie, problemi, realtà spesso lasciate ai margini del sistema dell’informazione; e al contempo un percorso che attraverso i suoi occhi, i suo viaggi e i suoi incontri, ci parla di altre voci e altri luoghi, fuori e dentro noi stessi.

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BESIDE THORIMBERT

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“Stanno lì, da una parte, spesso non so neanche come archiviarle. Sono le fotografie che ho scattato senza un vero motivo, senza un progetto.  Figlie di uno sguardo laterale, periferico, non amano essere definite, il loro senso è vago, o forse il loro senso mi vaga intorno e cambia con il tempo, cambia con me. Sono frutto di un gesto legato al piacere più che al desiderio: quanta pressione serve al dito per premere il pulsante di scatto? Assorbire il rumore dell’otturatore, calcolare la forza che serve al pollice per trascinare la pellicola. Lussuria, accidia. Queste fotografie raccontano la necessità compulsiva di possedere fotograficamente una scena, una persona, un paesaggio. Non sono per forza istantanee, anzi. Ci sono foto compulsive molto complesse, che richiedono impegno, a volte vera e propria fatica fisica, per essere realizzate. Questa fotografia è un piacere che vuole essere assaporato, consumato, goduto qui e ora; è un’urgenza assoluta, improvvisa, imprevista, che mette in secondo piano tutto quello che consideravi il vero motivo della tua presenza in un posto o in una situazione. Ma Beside è anche “B-side”, l’altra faccia di ciò che già conosco e accetto come faccia. Meno orecchiabile, scomoda, qualche volta imprecisa, è la fotografia che non è stata scelta, quella rifiutata, abbandonata. Annaspa controcorrente, attonita, parla di un me più insicuro, disorientato, annoiato, dubbioso. Beside sono le orme lasciate ai lati della strada maestra: incerte, labirintiche tracce, che portano in vicoli senza uscita, alle storie che potevano essere e non sono state, immagini che mi parlano di come sono se mi vedessi veramente.” Toni Thorimbert

Leica Galerie Milano – 23 marzo 2017 – 13 maggio 2017

“ESSERE LIBERI” Fotografia 2017  Fotoclub Monzambano

Comune e Pro Loco di Ponti s/M  Mantova

20 autori del circolo presentano un loro progetto a tema libero dove tanti temi sono stati affrontati. Per un totale di 160 immagini.

Una sezione speciale dedicata al grande amico Sergio Magni con una Mostra di 70 immagini (curata dalla FIAF) che ricordano il passato fotografico di un grande Maestro “il fotografo che insegna”.

Tutto questo nella splendida cornice di Forte Ardietti a Ponti s/M   MN

 

FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2017

Il festival, giunto alla sua 6a edizione , ideato e curato dall’Afi-Archivio Fotografico Italiano, evento posto “sotto l’alto patrocinio del PARLAMENTO EUROPEO”, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Varese, e delle Amministrazioni comunali di Busto Arsizio, Legnano, Castellanza, Olgiate Olona, Castiglione Olona, Milano-Municipio 6, con il patrocinio della Provincia di Varese, la collaborazione del Museo MA*GA di Gallarate, dell’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dell’ICMA – Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio, e l’apporto tecnologico di EPSON Italia, MALEDETTI FOTOGRAFI e con la partecipazione di numerose associazioni, gallerie, scuole e realtà private tra cui: mc2Gallery Milano, Liceo Artistico Paolo Candiani e Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio, Scuola professionale ACOF di Busto Arsizio, Punto Marte Editore, Ester Produzioni, Biblioteca Sormani Milano, Gallerie Libreria Boragno Busto A., EyesOpen Magazine trimestrale di Cultura Fotografica, Fondazione Bandera per l’Arte Busto A., , Spazio Lavit Varese, Centro Giovanile Stoa’ Busto A., Spazio d’Arte Carlo Farioli Busto A., Galleria Fotografica ALIDEM Milano, Associazione Borgo Antico di Castiglione O., Galleria d’Arte Palmieri Busto A., Il Magazzino dei Re Busto A., Studio Albè & Associati Busto A. e Milano, Associazione Culturale BARICENTRO – Milano, si pone tra le iniziative più rilevanti nel panorama fotografico nazionale ed europeo, proponendo percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze espressive.

Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti provenienti da diversi Paesi.

Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente dispositivo in grado aprire confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di crescita, riflessione e dialogo guidati dall’impegno sociale, dallo studio, dalla voglia di abbattere le frontiere e insieme in percorso comune di crescita e di responsabilità collettiva.

Grandi autori divengono il faro per i giovani emergenti, in un confronto dialettico teso a stimolare dibattiti e ragionamenti, attorno a temi d’attualità, di storia, d’arte e di ricerca.

Oltre trentacinque mostre, seminari, workshop, proiezioni, multivisioni, letture dei portfolio, presentazione di libri, concorsi: un programma espositivo articolato ed esteso che si muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte alle ricerche creative fino alla documentazione del territorio.

Tra le mostre principali, segnaliamo Mario Giacomelli, Maurizio Galimberti, Yoshinori Mizutani, Luca Catalano Gonzaga e molte altre.

Il programma completo lo trovate qua

‘Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s’

 

Fino al 30 aprile saranno esposte in mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni ’60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory.Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerard Malanga, sono state scattate nell’arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l’East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un’America percorsa dalle tensioni politiche e sociali legate alle lotte per i diritti civili e al movimento di protesta antimilitarista. Le immagini in mostra, così come l’intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall’accostamento di questi due volti della New York degli anni ’60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell’intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall’altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell’arte asservita alle logiche di mercato.

Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: “in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all’arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi”.

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L’individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all’uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l’umanità del soggetto fotografato. Il re è nudo e il mito è a portata di mano.

Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

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Tra viaggio e realtà – Davide Pianezze

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Fotografo torinese naturalista.
Qui il suo progetto, e le sue parole per descriverlo:
Dieci anni fa iniziai un progetto documentaristico che mi avrebbe portato ad attraversare i cinque continenti in cerca di paesaggi, volti, animali e ambienti. Partii seguendo un itinerario volto alla ricerca di argomenti specifici, ma col tempo mi resi conto di essere più attratto da situazioni imprevedibili, in quanto si fissavano maggiormente nella memoria, lasciando un segno indelebile. Questo nuovo stimolo iniziò a rappresentare per me l’essenza del viaggio, alimentando sempre più la necessità di ripartire. Mi svincolai quindi da programmi, temi ed itinerari prefissati, per lasciare che ad indicarmi la via fossero la casualità, l’incontro, la gente e i suggerimenti ricevuti dalle persone locali.
Iniziai così a plasmare gli stili fotografici in base alle situazioni, modificandoli a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, dei sapori e degli odori che trovano alternanza lungo il percorso. Per ogni scatto realizzato diventò quindi imprescindibile l’identificazione esatta dell’istante. Data, ora e luogo, riportati su ogni fotografa, la riconducono ad un momento unico ed irripetibile. Il simbolo rosso, tracciato a mano, evidenzia la scelta definitiva tra più immagini, come esito finale dell’incontro tra istante, luce, colori e sfumature. La presentazione delle immagini sospese, stampate fronte/retro, dai temi volutamente scollegati tra loro e dagli stili spesso incongruenti, vuole sottolineare l’imprevedibilità delle situazioni manifestate lungo il cammino. Infine, la riproduzione grafica del telaio bianco di una diapositiva, per riproporre uno dei simboli storici riconducibili alla fusione tra fotografia e viaggio.

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FABIO BARILE – An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land

16.03.2017 – 11.05.2017 – Matèria Galley – Roma

Matèria è lieta di presentare An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, la prima personale a galleria intera di Fabio Barile.

Il progetto prende ispirazione dal libro di James Hutton “Theory of the Earth, or, An Investigation into Laws observable in the Composition, Dissolution, and Restoration of Land upon the Globe”, lavori fotografici quali “Geological survey of the 40th parallel” di Timothy O’Sullivan, “Documenting science” di Bernice Abbott e dall’archivio di Gaetano Ponte.

Il lavoro consiste nell’analisi dei complessi e intricati elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso evidenze geologiche, sperimentazioni con materiali fotografici e modelli analogici di fenomeni temporali. L’intento è quello di stabilire un dialogo con la storia profonda del nostro pianeta che, eroso, compresso e plasmato, nel corso di 4.5 miliardi di anni di storia e di trasformazioni, ha generato l’illusoria stabilità del paesaggio a cui siamo abituati oggi.

Barile crea un’ampia gamma di immagini che, condensate, rivelano un panorama tramite cui tentare una precisa lettura del paesaggio e della sua evoluzione. Questa ‘lettura trasversale’, porta a una presa di coscienza della complessità dei processi naturali che vanno ben oltre il tempo dell’esistenza umana.

Un omaggio alla genialità di studiosi che, attraverso la scienza, portano ordine a partire dal disordine, immaginando nuove connessioni fra elementi diversi e aprendo nuove prospettive nei vasti campi della conoscenza umana.

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LE VIE DELLE FOTO  1-30 APRILE 2017

Settima Edizione

Le Vie delle Foto nasce e viene sviluppato come una mostra fotografica collettiva internazionale composta da tante mostre singole dislocate nel centro cittadino di Trieste.

Il progetto realizzato prevede un’esposizione collettiva che come un moderno network si compone e collega tante location diverse, prettamente locali caratteristici che ospitano fotografi aderenti alla manifestazione; un motivo in più per girare a piedi incuriositi per la città che negli ultimi anni si è adattata anche alla vita pedonale.

Viene coperto tutto il centro cittadino e per un mese è possibile inventarsi dei percorsi per visitare, anche quotidianamente, tutte le esposizioni in catalogo.

Le Vie delle Foto trasforma il locale cittadino in una piazza di incontri, discussioni e scoperta, infatti, proprio per la sua struttura antropologica, la città di Trieste già storicamente dimostra la sua inclinazione all’incontro nel bar (una volta chiamato anche tabaccheria o “tea room”). lo stesso James Joyce dichiara di aver scritto e letto molti libri nei locali di Trieste.

 Il locale viene quindi utilizzato come punto d’incontro tra il cittadino e la cultura fotografica.

OBIETTIVI DEL PROGETTO FOTOGRAFICO: la più grande mostra collettiva in Nord Italia (nel 2016 sono stati ospitati ben 96 fotografi da tutto il mondo, USA, Svizzera, Svezia, Ungheria, Spagna, ecc.) che unisce fotografie e locali, una formula unica, consolidata nel tempo, che vanta qualche imitazione, ma che resta la sola a rappresentare un grande “network fotografico” nel cuore della città.

TURISTICO E DI PROMOZIONE DEL TERRITORIO: la manifestazione prevede itinerari dedicati ai turisti  che, seguendo le varie esposizioni, possono anche scoprire le peculiarità della città. Tutti i sabati mattina e i sabati pomeriggio viene messa a disposizione una guida turistica per accompagnare i turisti a scoprire la città, i fotografi e i loro temi. Il nome di Trieste inoltre viene esportato in tutta Italia e all’estero, dove lo staff de Le Vie delle Foto promuove il proprio evento e allo stesso tempo il capoluogo giuliano. Nel 2016 Le Vie delle Foto sono state presentate al salone di ArteGenova e nel 2015 al Photoshow a Milano con il patrocinio di Milano Expo 2015.

SOLIDALE: ogni anno l’organizzazione è attiva nel campo della responsabilità sociale, creando eventi benefici  a sostegno di realtà che operano sul territorio. Nel 2016 la serata organizzata nel Castello di San Giusto ha permesso la raccolta di oltre 1000 Euro per  la piccola Aurora, bimba triestina affetta dalla malattia CLKD5.

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MU.SA. Vi consiglia queste mostre.

Ecco le mostre da non perdere in questo periodo. 

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Wildlands and Cityscapes, Luca Campigotto in mostra a Roma

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso ripresi di notte. “Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia”, scrive Luca Campigotto. Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti. Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall’isola di Pasqua ai ghiacci della Lapponia – Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di luoghi appartati e selvaggi. L’intensità delle luci proietta scenari scabri e severi in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi catartica, ci ricordano l’urgenza di un’autentica coscienza ecologica. Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un’atmosfera a volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui. Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull’East River all’Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro “Chicago”, ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film. La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici dell’Europa (edito da FMR) e dell’esposizione, presso l’Istituto Nazionale della Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.

Qui tutte le info

ICONIC GEOGRAPHY – In mostra a Roma le immagini fotografiche di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Ambiguo, derivazione dal latino ambigĕre: un doppio senso che può essere variamente interpretato, perciò non chiaro, equivoco, di significato incerto. D’altro canto però dubbio e incertezza ci stimolano ad attivare un comportamento critico su ciò che ci viene incontro e così, positivamente, ci aiutano a migliorare la nostra comprensione.

Per alcune analogie e motivi che svilupperemo in seguito, la mostra fotografica Iconic Geography degli autori Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer proposta presso lo spazio espositivo Anteprima D’Arte Contemporanea di Roma a cura di Camilla Boemio, ci sostiene nel percorrere delle riflessioni proprio sulla questione delle doppie identità.

Ed eccone una prima: entrando nella sede dello spazio espositivo ci accorgiamo di essere in uno studio di avvocati al cui interno sono dedicate due sale espositive alla mostra in questione. In tutto vi sono ospitate dieci immagini fotografiche, sei nella prima, quattro nella seconda, tutte di grande formato e attraverso le quali ci addentriamo nella ricerca degli autori. Aerei in rottamazione abbandonati in luoghi sperduti e desertici; impianti industriali che ridisegnano con le loro strutture i paesaggi in cui sono inseriti; grandi sale con pannelli di controllo di sofisticata tecnologia dove non c’è più posto per la presenza umana; uno scalo ferroviario illuminato da luci artificiali ha l’aspetto di un grafico intreccio di ferro e acciaio immerso nelle tenebre; una prospettiva su un incrocio stradale di una città asiatica dove auto e persone sono congelate nell’istante come i palazzi che li circondano.

La luce, naturale o artificiale, viene colta dai due autori con sapiente sensibilità per restituirci immagini algide, tecnicamente ineccepibili: osserviamo nel dettaglio particolari infinitesimali, pur trattandosi perlopiù di scorci di ampio respiro e di paesaggi. Nel testo che accompagna la mostra, ci imbattiamo in chiari segnali di come sussistano doppi aspetti legati alla lettura del lavoro di Scanderbeg e Sauer. Se da un lato queste fotografie esaltano l’operosità e il progresso umano, dall’altro ce ne consegnano una prospettiva decisamente dirompente sugli equilibri e gli spazi che si trovano ad occupare e a condividere. E non solo con le persone che vi abitano.

Un’altra questione ambivalente è posta sul come prendere in considerazione questo tipo di lavoro che, in questo caso, ha impegnato gli autori nell’ultimo decennio. Infatti viene evidenziato che le immagini esposte erano per lo più destinate a rappresentare e a descrivere le varie attività aziendali e commerciali delle società che ne facevano richiesta. Mentre ora possono essere considerate anche di ricerca e quindi poste sul mercato del collezionismo d’arte. E’ qui evidente la forte ambiguità dell’argomento in questione: sarà allora utile quel dubbio e quell’incertezza che aiuta ognuno di noi ad osservare in maniera critica ciò che ci viene incontro, proprio per cercare di migliorare la nostra comprensione. Possiamo pensare allora, oltre le nostre individuali valutazioni sulle opere, che è l’ambiguità (ma potremmo considerarla anche una coerenza) del mercato dell’arte, all’interno delle proprie aspettative, a sancirne una determinata collocazione.

Una riflessione è stimolata dall’accostamento che viene fatto, a proposito di queste immagini fotografiche, con il lavoro cinematografico di Michelangelo Antonioni e più precisamente con il film Deserto Rosso. Che vi sia in Scanderbeg e Sauer un parallelismo immaginativo che prende spunto dal potente sguardo di Antonioni è evidente, e questo dimostra di quanto è forte, a tutt’oggi, l’impatto visionario del regista italiano sui fotografi e i cineasti contemporanei.

Andreana Scanderbeg è nata nel 1969 a Los Angeles, ha conseguito un diploma in comunicazione oltre a quello in economia; Alexander Sauer è nato nel 1971 a Francoforte sul Meno e ha studiato fotografia a Monaco. Vivono a Zurigo, dal 2005 collaborano con aziende e industrie documentando le loro attività anche in luoghi impervi e sperduti del mondo. Tra le varie esposizioni citiamo la partecipazione a VOLTA, fiera d’arte, nel 2014 a Basilea.

INFORMAZIONI Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer – Iconic Geography / A cura di Camilla Boemio Dal 25 febbraio al 5 maggio 2015 Anteprima D’Arte Contemporanea / Piazza Mazzini 27 (Scala A, terzo piano), Roma / tel: +06.37500282 / info@anteprimadartecontemporanea.it Orario: martedì – venerdì / sabato su appuntamento

SUL WEB Il sito di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer Anteprima D’Arte Contemporanea, Roma Le immagini contenute nell’articolo sono © Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Elliott Erwitt. Retrospective a Lucca

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A cura di Maurizio Vanni

In collaborazione con MAGNUM PHOTOS

Una produzione di MVIVA

dal 18 Aprile al 30 Agosto 2015

Che cosa significa raccontare la storia di un grande fotografo attraverso 136 scatti legati a oltre 60 anni di carriera? Ripercorrerne la vita, intercettare le sue passioni, percepire la sua filosofia esistenziale e comprenderne la grandezza attraverso la professionalità e l’originalità dei suoi scatti. Pur avendo avuto come mentori Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, la fotografia di Erwitt ha assunto uno stile proprio, al tempo stesso intimista, ironico, sorprendente, certe volte impertinente e dolcemente irriverente, ma sempre tecnicamente impeccabile. Anche gli scatti più evocativi, però, sono legati all’occasionalità del momento, al qui e ora di un luogo e di un tempo, al sorriso spontaneo di fronte a una scena atipica o a un ossimoro visivo. Tutti i suoi lavori sono stati filtrati dall’emisfero destro del cervello, tutte le sue immagini sono frutto di un’elaborazione cerebrale istantanea che, attraverso un generoso utilizzo di più scatti, bloccano un momento che colpisce la sua attenzione creativa. Tra tutti i negativi ce n’è sempre uno che corrisponde a un compiuto equilibrio tra struttura compositiva e visione. “Tutte le immagini dovrebbero essere – afferma Erwitt rispondendo a una domanda di Angela Madesani –, se non perfette, per lo meno bilanciate, graficamente e geograficamente corrette. La composizione è assolutamente fondamentale e basilare per qualsiasi fotografia”. Non deve sorprendere la sua dimestichezza con il mondo del cinema: a New York frequenta corsi di cinematografia alla New School for Social Research e, successivamente, si trasferisce a Hollywood dove starà sul set di molti film. Erwitt dichiarerà più volte di amare il cinema neorealista italiano, che considera tuttora il migliore, e di aver imparato molto dalle pellicole di Rossellini e Visconti, o quantomeno di aver cercato illuminazione dal bianco e nero e dal “realismo senza artificio”. “Un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione” che ama la sottile ironia: il senso dell’umorismo è qualcosa di innato in un fotografo. È possibile affinare la tecnica, educare il senso estetico e compositivo, ma di certo non si può migliorare l’acutezza percettiva, la sagacia di spirito, la fantasia e l’estro intellettivo che determina la creazione di scatti unici. Erwitt, oltre ad avere una fervida immaginazione, possiede una grande capacità di osservare le persone, gli animali, le cose e la vita attraverso ironia e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Potremmo parlare di ironia esistenziale che corrisponde al desiderio di prendere le distanze dal consueto e dal convenzionale per concepire un confine tra se stesso e tutte le cose che lo circondano.

Biglietto Intero: 9€ Biglietto Ridotto: 7€ Da martedi alle domenica dalle 10 alle 19 La biglietteria è aperta fino ad un’ora prima della chiusura Lunedì chiuso

Info

Racconti privati. Interni 1967-1978. Mario Cresci a Cinisello Balsamo

FOTOGRAFIE DI MARIO CRESCI DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA a cura di Roberta Valtorta inaugurazione: sabato 14 marzo ore 17, fino al 6 settembre 2015 La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino. Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969, fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera. Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972 realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che posano in interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale-memoria. Per Cresci Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia delle persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa. Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design contemporaneo”. Mario Cresci è un indiscusso maestro della fotografia e del graphic design contemporaneo. La sua vasta opera, caratterizzata da una grande libertà di sperimentazione, vede intrecciarsi molti elementi: l’analisi della percezione visiva, la fotografia,il graphic design, il disegno, l’indagine antropologica, lo studio del paesaggio e dei luoghi dell’arte, l’installazione e l’opera site specific. Grande indagatore dei codici del linguaggio visivo e dei materiali e concetti dell’arte, ha sempre mediato la sua attività artistica con l’impegno didattico (è stato direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, ha insegnato al Politecnico di Milano, all’ISIA di Urbino, all’Orientale di Napoli, all’Università di Parma, all’Ecole d’Arts Appliquées di Vevey, allo IED, alla NABA, all’Accademia di Brera di Milano), condotto nel rispetto e nell’approfondimento della cultura del progetto. Cresci ha pubblicato innumerevoli libri (tra gli altri: Matera. Immagini e documenti, Matera 1975; Misurazioni. Fotografia e territorio, Matera 1978; L’archivio della memoria. Fotografia nell’area meridionale 1967/1980, Torino 1980; La terra inquieta, Bari 1981; Martina Franca immaginaria, Milano 1981; Mario Cresci, Milano 1982; Lezioni di fotografia, Bari 1983 (con Lello Mazzacane); Uno sguardo tra gli altri, Roma 1984; Albe Steiner. Foto-grafia. Ricerca e progetto, Bari 1990 (con Lica Steiner); Matera. Luoghi d’affezione, Milano 1992; Variazioni impreviste, Verona 1995; Mario Cresci, Milano 2007;) ed esposto in importanti sedi pubbliche e private. Tra le mostre più recenti: Le case della Fotografia, 1966 – 2003, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino 2004; Sottotraccia. Bergamo. Immagini della città e del suo territorio, Elleni Gallerie d’arte, Bergamo 2009; Forse Fotografia alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi, Matera, 2010-2012; Ex/Post. Orizzonti Momentanei, MA*GA, Gallarate, 2014. Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall’autore per questa occasione espositiva. In collaborazione con Regione Lombardia

Info

2015 Sony World Photography Awards Exhibition

Somerset House Trust 

South Building Somerset House Strand London WC2R 1LA

24 April – 10 May 2015 Mondays 10.00-18.00, Tuesday – Friday 10.00-21.00, Saturdays & Sundays 10.00-18.00 East Wing Galleries, East Wing & West Wing Galleries, West Wing Anytime Entry £8.50, Weekday Entry (10.00-16.00) £6.50 Concessions (weekdays only) £5.00 Two tickets (valid anytime) £16.00 Four tickets (valid anytime) £30.00

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The Sony World Photography Awards are one of the world’s leading photography competitions, the exhibition showcases the winning and shortlisted photographers from submissions from across all disciplines, from fine art to photojournalism to lifestyle. Recognising and rewarding the world’s best contemporary photography from the last year, the 2015 competition received the highest number of entries in its eight year history – 173,444 images from 171 countries. Reflecting the very best international contemporary photography from the last year, the exhibition includes photographs to suit all tastes.  Well-documented scenes are given a fresh look with ground-breaking photography styles and photographers of all abilities will be inspired to shoot their own view of the world. The winning and shortlisted images featured were selected by a panel of industry experts. The shortlisted photographers include names that are both new and familiar to the competition.  Those recognised again by the awards include: Peter Franck (Germany); Donald Webber (Canada); Amit Madheshiya (India); Brent Stirton (South Africa); Simon Norfolk (UK), Fan Li (China) and Massimo Siragusa (Italy).  New names include Julia Fullerton-Batten (UK) and Sebastian Gil Miranda (France). For further information visit the World Photography Organisation website.

Postato da Anna