La solitudine del fotografo

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Be the bee body be boom. Sara munari

Qualsiasi fotografo che per un progetto specifico o per un lavoro continuativo (penso ai fotogiornalisti) abbia deciso di andare, partire per un posto vicino o lontano, sa a cosa mi riferisco.

Oggi vi parlo della mia solitudine, la solitudine di un fotografo.

La solitudine prende la testa e accompagna anche il corpo di chi viaggia, spesso per tutto il percorso. Non trovo sia una cosa negativa, è un modo, un sentimento che si insinua sulla strada che segui.

Non è il “lasciare le cose”, gli amici e la famiglia a casa.

Questo è per me anzi, stimolante.

Così come trovo insostituibile le sensazioni che si sentono nel provare nuovi cibi, vedere nuove facce, regalare gli occhi e la mente ad altri luoghi, per raccogliere immagini.

Ognuna di queste esperienze ti fa rivalutare te stesso, ti da l’opportunità di ridurre pregiudizi e povere categorie mentali.

Sembra tutto positivo.

Poi, in me, subentra questo sentimento che mi avvolge il giorno e peggiora durante la notte.

Non dipende dal fatto che tu sia solo o accompagnato.

Forse riguarda la comprensione delle cose, la presa di coscienza, la consapevolezza della fluidità della nostra vita, che tenti di bloccare ingenuamente su piccoli riquadri di carta bidimensionali.

Creo un legame sottile quanto un foglio di carta da stampa, con questi uomini, queste donne, imprigionate nelle mie “cornici”.

In qualche caso il legame è intenso e mi da l’opportunità di annodare anche voi a me, quando dedicate tempo a guardare la “vita nelle mie immagini”.

Il bagaglio (anche se io parto con uno zaino davvero piccolo) si fa più pesante e ho l’impressione che cresca la solitudine che provo.

Abbandonati pregiudizi e preconcetti ci si sente soli e vuoti finché non troviamo occhi nuovi con cui rubare vita agli altri e di conseguenza a noi stessi.

Costruiamo memoria e moriamo un po’.

Uaaaaaauaaaauaaauaaa (faccina che piange a dirotto)

Vado a fare un giro, va’.

Ciao Sara