Mostre di fotografia consigliate a marzo

L’avvicinarsi della primavera ci porta tante mostre di fotografia da non perdere! Date un’occhiata di seguito.

Anna

IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007. Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi

Irving Penn, <em>Picasso (1 of 6)</em>, Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation<br />
Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation

d inaugurare il programma espositivo del neonato Centro della Fotografia di Roma è la grande mostra IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007, dal 30 gennaio sino al 29 giugno 2026, che presenta al pubblico una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007.
La collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, negli anni più recenti, di un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico.
La mostra è curata da Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP e Alessandra Mauro curatrice per il Centro della Fotografia di Roma, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. La Maison Europe enne de la Photographie ed il Centro di Fotografia ringraziano la Irving Penn Foundation di New York per la collaborazione. 

Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo, realizzate con sofisticate tecniche di stampa. Gran parte di queste opere sono diventate icone intramontabili della storia della fotografia” , affermano i curatori della mostra.

Irving Penn (1917–2009) è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. Per oltre sessant’anni protagonista della scena internazionale e firma storica della rivista Vogue, Penn ha rivoluzionato i generi della fotografia di moda, del ritratto e della natura morta, con uno stile inconfondibile fatto di rigore formale, eleganza essenziale e straordinaria attenzione ai dettagli. Le sue immagini, per lo più realizzate in studio, sono celebri per la loro apparente semplicità e per la capacità di restituire, con la stessa intensità, soggetti famosi e persone comuni. Accanto ai ritratti di artisti, scrittori e celebrità, Penn ha dedicato grande attenzione a progetti personali diventati iconici, come le nature morte con mozziconi di sigarette o oggetti abbandonati, trasformati in immagini di sorprendente bellezza. La mostra, articolata in sei sezioni, offre una panoramica completa della sua opera, mettendo in luce non solo la potenza della sua visione artistica, ma anche la sua straordinaria abilità di stampatore. Penn seguiva, infatti, ogni fase del processo con estrema cura, sperimentando tecniche raffinate come la stampa al platino, per ottenere immagini senza tempo, oggi considerate pietre miliari della storia della fotografia.

Il percorso espositivo si apre con i Primi lavori (1939-1947), cioe le prime fotografie che realizza lungo le strade di New York, poi nel sud degli Stati Uniti e poi ancora in Messico nel 1941. Nel 1945 e in Europa e in Italia, come autista volontario di ambulanze dell’esercito americano e utilizza la sua macchina fotografica per raccogliere testimonianze visive di quel periodo travagliato. In mostra anche la celebre fotografia dedicata al “gruppo d’intellettuali italiani al Caffe Greco” realizzata a Roma da Irving Penn per Vogue nel 1948. La seconda sezione e dedicata ai numerosi Viaggi tra il 1948 ed il 1971 per Vogue, dal Peru al Nepal, dal Camerun alla Nuova Guinea, nei quali realizza ritratti degli indigeni immersi nella luce naturale, dopo averli isolati dal loro ambiente in uno spazio neutro. La sezione numero tre riguarda invece i Ritratti (1947 – 1996) soprattutto delle celebrita e che vengono fotografate per lo piu nel suo studio, dove Penn crea i suoi set. Nella quarta sezione troviamo i Nudi (1949 – 1967): una serie molto personale di fotografie di nudi femminili, per i quali sceglie modelle professioniste per pittori e scultori con l’obiettivo di inquadrare i corpi il piu da vicino possibile, senza mai mostrare i volti, celebrando la loro bellezza scultorea. Sottopone poi i suoi negativi a tecniche di stampa sperimentali, sbiancando e rielaborando le sue stampe fino a ottenere toni diafani che variano sempre da una stampa all’altra. La sua forza creativa e evidente anche nel lavoro che realizza nel 1967 per il Dancers’ Workshop di San Francisco in cui non cerca di dare un preciso significato a una coreografia specifica, ma piuttosto sceglie un’interpretazione piu libera dei corpi in movimento che si esibiscono solo per essere fotografati. Infine, le ultime due sezioni: Moda e bellezza (1949 – 2007), durante la sua lunga carriera per Vogue, la moda e parte essenziale del suo lavoro e Still Life (1949 – 2007), nella quale dimostra grande creativita nella messa in scena di oggetti inanimati, con una costante determinazione a rimuovere il superfluo. Spesso include nelle sue realizzazioni riferimenti alla Vanitas e al memento mori dell’arte antica, che conferiscono alle sue immagini un potere e una presenza senza tempo. E anche interessato a soggetti che a prima vista possono sembrare banali, insignificanti o ripugnanti, come i mozziconi di sigarette trovate in strada o le gomme da masticare usate, che Penn glorifica in sontuose stampe al platino-palladio. Così , esplorando nuovi soggetti con nuove tecniche, continua sempre a forzare i confini creativi del mezzo fotografico.

Dal 30 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma

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SAUL LEITER – Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Vista dall'alto di un ombrello marrone mentre due persone camminano su una strada bagnata.

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.

Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”

– Saul Leiter –

126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.

Saul Leiter raccontò con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, ritraendo scene urbane e ritratti, e prestando il suo obiettivo al mondo della moda.

Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati, riemersi dopo la sua morte e rappresentativi del realismo fiabesco tipico del suo stile.

Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, il patrocinio del Comune di Bologna e con la curatela di Anne Morin, presenta a Palazzo Pallavicini di Bologna, dal 5 marzo al 19 luglio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.

Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.

Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.

L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.

New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla

Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.

La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

Perché questa mostra è straordinaria

Viviamo un paradosso affascinante: mentre gli algoritmi perfezionano ossessivamente ogni pixel, il pubblico, logorato da instagram, torna a desiderare ciò che è fuori fuoco, appena evocato, impreciso. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni.

Le fotografie non perfette parlano un linguaggio involontario ma potente.

Foto che altri avrebbero scartato ma che Saul Leiter ha invece cercato e sono il cuore della sua poetica: l’ostruzione diventa linguaggio, il taglio fotografico non centrato diventa stile. Leiter avrebbe rifiutato la perfezione ossessiva dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale e naturale alla definizione perfetta.

A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.

Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.

Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

Un timido pittore con la Leica

La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”

Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.

Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.

Saul Leiter secondo Anne Morin

“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Realizzate con una maestria e una metrica che ricordano gli haiku. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”

5 marzo 2026 – 19 luglio 2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini

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Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972

Una sciatrice che scia su una pista innevata, mentre la neve viene sollevata intorno a lei.
La quindicenne prodigio dello sci Andrea Mead Lawrence si allena per i Giochi olimpici invernali. Pico Peak, Vermont, Stati Uniti. Immagine di George Silk. © 1947. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati.

Dopo un decennio di chiusura, il Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri riapre al pubblico e torna a essere uno spazio vivo di produzione culturale e confronto. Dal 20 febbraio, i suggestivi ambienti sotterranei nel cuore di Verona accolgono la mostra “Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972” che intreccia fotografia, sport, storia e immaginario collettivo, inserendosi nel palinsesto di iniziative che accompagnano la città nel percorso verso i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, di cui Verona è protagonista.

Attraverso questa mostra, gli Scavi Scaligeri non segnano soltanto la riapertura di un luogo emblematico per la fotografia italiana, ma ribadiscono anche la centralità di Verona come polo di produzione culturale, confronto internazionale e riflessione sull’immaginario contemporaneo. Un ritorno a lungo atteso, fortemente voluto dall’Amministrazione attraverso l’Assessorato alla Cultura, che restituisce al pubblico uno spazio affascinante e unico, capace di guardare al futuro a partire da immagini che hanno segnato la storia.

La mostra, da un’idea di Giuseppe Ceroni e curata da Simone Azzoni, è promossa dal Comune di Verona e prodotta da Silvana Editoriale, in collaborazione con PEP Artists e Grenze Arsenali Fotografici, e porta negli Scavi Scaligeri uno sguardo iconico e senza tempo: quello della storica rivista LIFE, uno dei magazine fotografici più influenti del Novecento. A rendere unica questa esposizione è l’assoluta originalità del progetto, pensato e realizzato ad hoc per Verona e per questa occasione.

L’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, Il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.

Il percorso espositivo prende avvio dagli sport invernali, ma va ben oltre la dimensione della competizione e della pura performance atletica.

Le circa cento immagini selezionate, molte delle quali inedite, restituiscono lo sport come esperienza condivisa, spettacolo, rito collettivo e potente specchio del proprio tempo. Dalle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936 a quelle di Sapporo del 1972, passando per la storica edizione di Cortina 1956, LIFE racconta quasi quarant’anni di storia segnati da guerre, ricostruzioni, crescita economica e tensioni geopolitiche.

Fondata nel 1936 da Henry Luce, LIFE ha profondamente trasformato il linguaggio del giornalismo, ponendo la fotografia al centro della narrazione. Non si trattava soltanto di mostrare i fatti, ma di farli vivere: “vedere la vita, vedere il mondo; essere testimoni oculari dei grandi eventi”. Le immagini dovevano emozionare, coinvolgere, rendere il lettore parte dell’esperienza. Experienced era la parola chiave. Una visione che emerge con forza anche in questa mostra, dove il rigore documentario si intreccia al senso dello spettacolo e a una raffinata attenzione per l’estetica del gesto atletico.

Firmate da maestri della fotografia quali Alfred Eisenstaedt, George Silk, Ralph Crane e John Dominis, le immagini in mostra restituiscono il ritratto di un mondo in profonda trasformazione. L’eleganza dello sci alpino, la potenza del bob e la grazia sospesa del pattinaggio artistico si fanno metafore visive dei mutamenti sociali e culturali dell’Occidente. Gli atleti non sono rappresentati soltanto come campioni, ma come corpi in movimento, volti concentrati, individui colti in un equilibrio sottile tra tensione e leggerezza.

Accanto ai grandi appuntamenti sportivi, LIFE ha sempre riservato uno sguardo attento anche alla dimensione quotidiana e popolare dello sport. Vacanze in montagna, resort americani, mode sciistiche e nuovi modi di vivere il tempo libero raccontano come gli sport invernali diventino emblema di un’idea di progresso e benessere capace di ridefinire il rapporto con il paesaggio, la natura e il tempo libero. In questo racconto, lo sport non è mai autoreferenziale: è epica e competizione ideologica, ma anche gioco, evasione e strumento di costruzione di un immaginario e di un’identità collettiva.

Il percorso espositivo si articola in sei aree tematiche – Ice Lines, People, Experienced, Cortina 1956, Garmisch-Partenkirchen 1936 e Fun out of Life – che guidano il visitatore attraverso diversi livelli di lettura, offrendo una narrazione fluida e immersiva. Un vero e proprio viaggio nella memoria visiva del Novecento, capace di rendere il pubblico testimone e partecipe allo stesso tempo.

La visita alla mostra offre un’occasione speciale per riscoprire gli Scavi Scaligeri, che tornano accessibili al pubblico proprio in concomitanza con l’esposizione, dopo dieci anni di importanti lavori di restauro e valorizzazione. Con un unico biglietto, i visitatori potranno accedere sia alla mostra sia all’area archeologica, riscoprendo un luogo di straordinario valore storico, all’interno del quale si snoda l’allestimento, in un dialogo suggestivo tra fotografie, architettura e stratificazioni del passato.

Fitto il calendario degli appuntamenti che accompagnano la mostra. Un programma di incontri con docenti ed esperti approfondirà il rapporto tra sport e paesaggio, educazione e fotogiornalismo.

20 febbraio – 2 giugno 2026 – Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri – Verona

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BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE – Mantova

Una donna in posa di forza sopra un pesce dipinto, indossando un top nero e pantaloni corti, pubblicità della Biennale della Fotografia Femminile di Mantova 2026.

Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese. L’evento è promosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival è diretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti

“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.

La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.

L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.

I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.

La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.

6-29 marzo 2026 – Mantova, varie sedi

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Ruth Orkin – The Illusion of Time

Due persone sorridenti su uno scooter vintage in una strada cittadina, con negozi sullo sfondo. Annuncio della mostra 'Ruth Orkin' al Palazzo Pallavicini di Bologna, datato dal 5 marzo al 19 luglio 2026.

Cresciuta in un ambiente profondamente legato al mondo dello spettacolo — figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti — Ruth Orkin accarezzò inizialmente il sogno di diventare regista, ma in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa, fu costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. L’ostacolo iniziale non le impedì, infatti, di inseguire con determinazione la sua visione artistica. Grazie anche alla sua prima macchina fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni — Orkin trasformò quel sogno in un nuovo percorso, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. Il suo scatto più celebre, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani, è emblematico di questo approccio: un’immagine capace di racchiudere in un solo fotogramma la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore. In mostra 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. L’influenza del cinema è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Altrettanto ammalianti per lo sguardo i ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: immagini che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Oggi il lavoro di Ruth Orkin, riconosciuta come una delle più importanti fotoreporter del Novecento, viene riscoperto e riletto alla luce di una nuova prospettiva critica, restituendo piena attualità e valore a una produzione che ha segnato la storia della fotografia.

La mostra è stata promossa da Pallavicini srl, in collaborazione con diChroma photography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi.

05/03/2026– 19/07/2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini

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Le mostre del FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2025

Tre donne anziane sedute in un salone di bellezza, ognuna sotto un asciugacapelli, mentre sorseggiano bevande e chiacchierano.
Martin Parr Parrucchieri di Susan, The Black Country, West Bromwich, Inghilterra, 2011 Copyright © Martin Parr Magnum Photos

Dopo il grande successo della tredicesima edizione del Festival Fotografico Europeo, torna l’AFI, organizzato dall’Archivio Fotografico Italian, con il patrocinio della Commissione Europea e delle Amministrazioni Comunali di LegnanoBusto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona. L’iniziativa, curata da Claudio Argentiero, si avvale della collaborazione di numerosi partner culturali e istituzionali, tra cui la Rivista Africa, l’Istituto Italiano di Fotografia e l’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Gallarate, oltre a gallerie e realtà private quali Galleria Boragno (Busto Arsizio), Albè & Associati – Studio Legale (Busto Arsizio e Milano), Spazio Immagine (Busto Arsizio) e Andreella Photo.

l programma 2026 comprende venti mostre in un percorso espositivo dedicato prevalentemente alla dimensione umana, riunito sotto il titolo Geografie Umane. Palazzo Marliani Cicogna (Busto Arsizio (VA), 8 marzo-26 aprile) ospita un tributo dedicato a Martin Parr, il fotografo e documentarista inglese recentemente scomparso. Sempre a Busto Arsizio, nell’ex Carcere e Palazzo Cicogna (21 marzo-26 aprile), sono presenti le mostre firmate da Giorgio Bianchi dal titolo Cosa resta di Palmira e La battaglia per salvare i tesori della Siria. La moda di primo Novecento la si scopre al Museo del tessile (Busto Arsizio (VA), 7 marzo-26 aprile) con un percorso che espone fotografie d’epoca. Infine, sempre a Busto Arsizio (VA), dall’11 al 19 aprile, il progetto Insomnia Brasiliensis di Luca Bonaccini è ospitato alla Galleria Boragno. All’aeroporto di Malpensa (Photo Square, terminal 1, 9 aprile-31 maggio) è presente una selezione di ritratti (1970-2000) di Gabriele Maria Pagnini. Nella città di Legnano (MI), Palazzo Leone da Perego (8 marzo-26 aprile) accoglie la ricerca visiva di Monika Bulaj (premio alla carriera 2026), Khashayar Javanmardi, Emanuele Carpenzano, Elisabetta Rosso e del collettivo In God’s country. A Villa Pomini (8 marzo-19 aprile), a Castellanza (VA), il visitatore può intercettare, oltre a una scelta di scatti realizzati da un gruppo di fotografe irachene, le opere di Francesco Cito e Paolo Patruno. Al Monastero di Santa Maria Assunta (Cairate (VA), 15 marzo-19 aprile), il percorso espositivo pone in luce il dialogo tra l’uomo e l’ambiente grazie a una collettiva di autori. 

dal 7 marzo al 26 aprile – Varie sedi in provincia di Varese e Milano

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Davide Sartori. Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri

Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024
Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024

La ricerca di Davide Sartori indaga il rapporto tra presenza e assenza e il modo in cui la fotografia può influenzare la costruzione dei ricordi personali e collettivi. Il suo lavoro ha vinto la dodicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, iniziativa promossa insieme al Comune di Reggio Emilia, dedicata alla valorizzazione dei giovani talenti della fotografia in Italia.

La mostra The Shape of Our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know è intimamente legata alla figura del padre dell’artista e affronta temi di vulnerabilità e trauma intergenerazionale, mettendo in discussione norme socialmente consolidate. Il percorso si sviluppa attraverso una serie di tentativi di avvicinamento al padre, utilizzando la fotografia come strumento centrale per indagare il loro rapporto.
Attraverso azioni collaborative documentate fotograficamente, ritratti e materiali d’archivio, il progetto restituisce al contempo distanza e desiderio di connessione.

Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri è un progetto promosso dal Comune di Reggio Emilia, di cui Triennale Milano è partner dal 2022, dedicato alla valorizzazione di talenti emergenti della fotografia in Italia. L’iniziativa è realizzata con la partnership di Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea; Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl, Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Il progetto GFI#12 | Premio Luigi Ghirri 2025 è stato realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.

Dall’11 febbraio 2026 al 22 marzo 2026- Triennale Milano

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Stefanie Moshammer – Grandmother said it’s okay

Una donna seduta su una sedia rossa, indossando una camicia grigia con strisce, si trova di fronte a uno sfondo di legno chiaro con un'espressione seria.
Stefanie Moshammer photographed by Anna Breit

Pordenone si prepara ad accogliere l’opera della fotografa austriaca Stefanie Moshammer (1988), che si inserisce all’interno della rassegna promossa dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura di Pordenone, prodotta e organizzata da Suazes con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

La programmazione, già avviata lo scorso autunno per rendere Pordenone protagonista della scena artistica nazionale, rappresenta un percorso strategico indirizzato al 2027, anno in cui la città sarà Capitale Italiana della Cultura. Il filo conduttore di questa stagione è la parola “leggere”: un termine quanto mai appropriato per Pordenone che, storicamente, funge da cartina di tornasole delle dinamiche economiche e culturali del nostro Paese.

L’esposizione, curata da Marco Minuz e realizzata in collaborazione con Fotohof, rimarrà aperta al pubblico dal 14 febbraio fino al 6 aprile, fa parte di un progetto espositivo diffuso che abiterà gli spazi del Museo Civico d’Arte Ricchieri e i nuovi ambiti dei Mercati Culturali, all’interno della galleria “Die Gelbe Wand”.

Il progetto: “Grandmother said it’s okay”

Con il titolo evocativo Grandmother said it’s okay, Stefanie Moshammer presenta un’esplorazione profonda e sfaccettata delle culture della memoria familiare e del valore intrinseco degli oggetti quotidiani. Il progetto non è solo una cronaca visiva, ma una forma poetica e potente di empowerment che permette all’artista di confrontarsi con il proprio passato, mettendolo in discussione e reinterpretandolo attraverso il dialogo con le figure che costituiscono il fondamento della sua storia personale.

Il punto di partenza della ricerca sono le fotografie, i racconti e gli oggetti trovati legati alla vita dei suoi nonni nel Mühlviertel, in Alta Austria. Si tratta di un’esistenza caratterizzata da una semplicità creativa e da un uso estremamente rispettoso e sostenibile delle risorse, valori che Moshammer traduce in un linguaggio visivo contemporaneo.

Una narrazione tra documento e messa in scena

A distanza di anni, l’artista ricostruisce questi ricordi davanti alla sua macchina fotografica, creando un complesso intreccio di metafore visive. Il lavoro della Moshammer si distingue per la capacità di combinare l’approccio documentaristico con la fotografia messa in scena: gli oggetti d’uso comune vengono assemblati in modi nuovi e sorprendenti, trasformando il quotidiano in straordinario.

Attraverso questa ricerca visiva di tracce, il colore e le somiglianze anatomiche fungono da collante narrativo, mentre il suo linguaggio — sensibile e acuto al tempo stesso — gioca con le aspettative del fruitore e sovverte i cliché consolidati. Il risultato è un’opera che riflette sui temi della vecchiaia, dei rituali quotidiani e della transitorietà della vita.

Riflessioni sul tempo e sulla sostenibilità

L’esposizione invita il visitatore a una riflessione più ampia sulla cultura materiale e sul cambiamento: cosa perdura nel tempo e come si trasforma il nostro rapporto con le cose? Con un mix di umorismo stravagante e osservazione intima, Moshammer evoca una speciale vicinanza alla casa e alle storie dei suoi nonni, trasformando il ricordo stesso in un vero e proprio atto artistico.

Grandmother said it’s okay diventa così un invito universale a riflettere sulla visibilità, sulla cura e sulla bellezza che si nasconde nelle pieghe della quotidianità.

14 febbraio – 6 aprile 2026 – Pordenone, Museo Civico d’Arte Ricchieri e Mercati Culturali

Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo

Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio #03,  2025
© Silvia Camporesi | Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio #03, 2025

“C’è un tèmpo è un luogo giusto pèrchè qualsiasi cosa abbia principio è finè…”
dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir

La mostra C’è un tempo e un luogo, che apre al pubblico sino al 29 giugno nei nuovi spazi del Centro della Fotografia di Roma Capitale, è curata da Federica Muzzarelli, ed è dedicata al lavoro fotografico di Silvia Camporesi.
Il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti di una narrazione senza soluzione e nasce da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente.
Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’ènèrgia ènigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai sèmplici soggètti, ma l’èsito visibilè di un procèsso più profondo: il viaggio, l’èspèriènza fisica è mèntalè dèll’artista attravèrso tèrritori gèografici, storici èd èmotivi.

“Sono i luoghi i protagonisti indiscussi delle fotografie di Silvia Camporesi: veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o, invece, solo trovati. Ma questi luoghi, queste fotografie, sono il punto finale, l’esito oggettuale, di qualcosa di molto più importante e fondante per il suo lavoro di artista. Che è il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso e insieme a quei luoghi. Da La terza Venezia a Journey to Armenia, da Atlas Italie ad Almanacco Sentimentale e da Mirabilia all’Omaggio al Mattatoio, il lavoro di Silvia Camporesi rappresenta molto bene quella speciale e magica fusione tra l’espressione artistica e il bisogno autobiografico che la fotografia riesce a rendere in modo speciale. Un’attrazione verso quello che non sta dove dovrebbe stare, e che ti chiede di essere aiutato e sostenuto per essere reso ancora più strano e perturbante. In sostanza, quel segreto che sta dentro le cose, e che per questo non può che stare anche dentro l’anima della fotografia”, dichiara la curatrice Federica Muzzarelli, Profèssorèssa Ordinaria di Storia dèlla Fotografia prèsso il Dipartimènto dèllè Arti, Univèrsita di Bologna è coordinatricè dèl Cèntro di Ricèrca FAF (Fotografia Artè Fèmminismi).

Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni e riunisce cinque serie fondamentali rèalizzatè nèll’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia. Progetti diversi ma interconnessi, che testimoniano una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa.
Dalla Vènèzia sospèsa è rèinvèntata, alla stratificazionè storica è umana dèll’Armènia; dai paesi abbandonati italiani, luoghi di memoria e cura, fino alla ricostruzione fotografica di eventi mai avvenuti o irrisolti e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un atlante poetico in cui la fotografia diventa strumento di conoscenza, controllo e insieme di smarrimento.
Al cèntro dèlla ricèrca èmèrgè l’idèa dèlla fotografia comè èspèriènza di fratturè: frattura temporale, che costringe passato e presente a coesistere; ontologica, tra verità e manipolazione; simbolica, tra apparenza e sostanza. In questa tensione si colloca una pratica artistica chè uniscè il bisogno autobiografico all’indaginè sul paèsaggio, trasformando l’immaginè in luogo di mèditazionè, silènzio è mistèro. Una riflèssionè sulla fotografia comè confine: tra vero e falso, naturale e artificiale, passato e presente. Le immagini mettono in discussione ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere, invitando lo spettatore a rallèntarè lo sguardo è ad accèttarè l’incèrtèzza comè partè dèll’èspèriènza.

C’è un tempo e un luogo è quindi un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione. Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea italiana: una ricerca capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile.

La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei.
Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.

Dal 29 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 –  Centro della Fotografia Roma

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JAPAN. Corpi, memorie, visioni

Higurashi Asakai, Distance series
Higurashi Asakai, Distance series

Il Magazzino delle Idee di Trieste presenta, dal 14 febbraio al 7 giugno 2026, la mostra JAPAN. Corpi, memorie, visioni prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e a cura di Filippo Maggia e Guido Comis.

La mostra di Trieste intende raccogliere attorno a tre temi – Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione – un nucleo di lavori di artisti giapponesi contemporanei che attraverso l’utilizzo delle immagini offrono una panoramica di grande respiro sull’attuale scena fotografica e video nipponica, dal dialogo con i maestri alle ricerche delle nuove generazioni impegnate a rileggere la storia recente del Giappone, interrogandosi sulle questioni di genere, sul quotidiano e usando talvolta il corpo come mezzo politico. 

«Riconosciuta sin dagli anni Trenta del secolo scorso come una delle scuole fotografiche più importanti a livello internazionale, capace di affermarsi nei primi anni del terzo millennio con autori come Hiroshi Sugimoto, Nobusyoshi Araki, Daido Moriyama e altri ancora, la fotografia giapponese contemporanea – osserva il curatore Filippo Maggia – sembra oggi aprirsi a interpretazioni che corrispondono a un rinnovamento generazionale certamente più vicino a temi e istanze di derivazione occidentale».  Se infatti la fotografia giapponese del Novecento è stata a lungo caratterizzata da un linguaggio fortemente identitario e autoreferenziale, si assiste oggi a un cambio di direzione significativo: molti artisti giovani e già affermati assumono come riferimento non solo la complessità del proprio Paese, ma anche i mutamenti globali, costruendo un dialogo serrato con temi di matrice occidentale, quali le questioni di genere, la memoria collettiva, le relazioni sociali, l’ambiente e la percezione dell’immagine.

Memoria e Identità

Gli sguardi di Noriko Hayashi e Tomoko Yoneda rileggono periodi e avvenimenti cruciali della storia giapponese recente attraverso un approccio insieme documentaristico e partecipato. Susumu Shimonishi, con una ripresa zenitale e un’immagine in movimento che diventa misura del tempo, riflette sulla continuità e sulle fratture del passato. La vita quotidiana della penisola di Okunoto – ancora oggi sospesa tra tradizione e marginalità – è al centro delle opere di Naoki Ishikawa, allievo di Moriyama. Le celebrazioni e i riti che definiscono il tessuto culturale del Paese emergono nelle fotografie di Keijiro Kai, mentre i video di Miyagi Futoshi indagano la memoria personale e la costruzione dell’identità di genere, attraverso un racconto intimo di ricordi e relazioni.
 
Corpo e Corpi
Una seconda sezione è dedicata al corpo. Corpo come spazio sociale, come luogo politico, come materia viva che risponde ai mutamenti del contemporaneo. Aya Momose lavora sulla distanza – e talvolta sull’incomprensione – fra codici visivi orientali e occidentali. Yurie Nagashima restituisce la delicatezza del quotidiano familiare, mentre Ryoko Suzuki affronta in modo diretto i temi della violenza e della pressione sociale sulla donna. Le fotografie di Sakiko Nomura, per anni assistente di Araki, raccontano attraverso i nudi maschili una timidezza esistenziale che sembra filtrata dal ritmo dispersivo di Tokyo, immensa e impersonale.

Realtà e Visione
Nella sezione Realtà e Visione, il dialogo fra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo attraversa le opere di Hiroshi Sugimoto, maestro nel rendere il tempo materia tangibile. Le sue immagini essenziali e meditative si confrontano con le scenografie luminose di Tokihiro Sato, costruite con interventi tecnici che trasformano la fotografia in spazio narrativo. Le grandi visioni di Risaku Suzuki emergono dalla foresta come quadri sospesi, mentre Daisuke Yokota dissolve contorni e riferimenti in immagini evanescenti. Nel lavoro di Rinko Kawauchi il reale diventa un palcoscenico emotivo, dove sono le sensazioni, più che i soggetti, a emergere. Yoko Asakai invita infine lo spettatore a “varcare lo schermo”, trasformando il flusso di immagini video in un’esperienza che sembra germogliare dentro lo sguardo.

Gli artisti in mostra:
Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.

Dal 13 Febbraio 2026 al 7 Giugno 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Steve McCurry – Umbria

Steve McCurry, Bambini giocano a calcio. Città della Pieve, Umbria, Italia, 2022
© Steve McCurry | Steve McCurry, Bambini giocano a calcio. Città della Pieve, Umbria, Italia, 2022

Una straordinaria avventura visiva approda nel cuore dell’Umbria, nello splendido borgo di Montefalco, con uno sguardo unico e potente. Dopo oltre 10 anni dalla prima esposizione “Sensational Umbria”, il celebre fotografo americano Steve McCurry torna in Umbria con il suo racconto dedicato a questa terra straordinaria.

Dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 il Complesso museale San Francesco di Montefalco (Pg) ospita la mostra “Steve McCurry – Umbria”, curata da Biba Giacchetti.
A Montefalco McCurry, maestro della fotografia mondiale, porta alcuni degli scatti più iconici del suo archivio personale e alcune immagini inedite, esposte per la prima volta al pubblico. Sessanta fotografie permetteranno di ammirare l’Umbria vista con gli occhi di uno dei fotografi più amati al mondo. Uno storytelling di luoghi, persone, storie, feste, colori,eventi, paesaggi e comunità che trasmette tutto il calore e le emozioni provate da McCurry durante il suo viaggio.

La mostra è promossa da Comune di Montefalco e Regione Umbria con il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia, Anci e Unione dei Comuni Terre dell’Olio e del Sagrantino, in collaborazione con Orion57. Partner sono Camera di Commercio dell’Umbria, Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, Fondazione Perugia, Consorzio Tutela Vini Montefalco e La Strada del Sagrantino. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo.

Spiega Steve McCurry:Sentivo che fosse giunto il momento di tornare con una mostra in un luogo che mi aveva dato così tanto. Gli anni trascorsi lavorando a Sensational Umbria sono stati pieni di calore, curiosità e scoperte inattese. Tornare a Montefalco con immagini note e con una serie di inediti è stato come chiudere un cerchio o, forse, aprirne uno nuovo. C’era ancora molto da dire sullo spirito di questa regione e volevo condividerlo”.

L’esposizione narra il viaggio che McCurry ha compiuto in diverse occasioni e del fascino che l’Umbria e la gente di questi luoghi hanno esercitato su di lui. Una terra dai colori vivi e un popolo intrisi di suggestioni ed echi di un passato millenario, fatto di solidi e forti valori che ne costituiscono l’identità. Da Montefalco a Gubbio, passando per Foligno, Bevagna, Assisi, Perugia, Orvieto, Spoleto, Trevi, il lago Trasimeno e tanti luoghi inaspettati, oltre ai grandi eventi come Umbria Jazz, la Quintana di Foligno, la Festa dei Ceri, le Gaite di Bevagna e il Festival dei Due Mondi.
Gente comune, artisti e celebrità che si uniscono in un mosaico chiamato Umbria. Perché la mostra di McCurry non è una semplice antologia: è un racconto libero, affettuoso, intimo. Una sorprendente galleria di immagini dinamiche e vere.

Spiega la curatrice Biba Giacchetti: “L’Umbria è una terra che non si attraversa: si vive. In questi anni ho accompagnato Steve McCurry in un viaggio profondo tra borghi, feste, botteghe, musei e paesaggi che custodiscono un patrimonio umano e artistico unico. L’Umbria lo ha accolto con una gentilezza discreta e autentica, rivelandosi in tutta la sua spiritualità, nelle sue tradizioni e nella forza silenziosa delle persone che la abitano.
Per Montefalco, ho riletto con Steve l’intero corpus del lavoro, riscoprendo fotografie inedite, come quella usata per comunicare la mostra, che, accanto alle immagini più note, aggiungono nuove sfumature al racconto. Ne nasce una selezione costruita appositamente per questa mostra: non una semplice raccolta, ma un percorso intimo e libero che restituisce la magia di una regione capace di sorprendere a ogni ritorno. Questa mostra è il mio omaggio a quell’incontro: un invito a ritrovare, nelle fotografie di Steve, l’essenza più profonda dell’Umbria e l’inizio di un viaggio che desideriamo continuare insieme”.

La mostra al Complesso museale di Montefalco è arricchita da un video esplicativo sulle esperienze vissute da Steve McCurry durante il suo viaggio in Umbria. Il visitatore potrà così rivivere quei momenti e scoprire come nascono i suoi scatti iconici.
Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia di McCurry diventa una finestra sui luoghi e sulla vitadei soggetti raffigurati, ed è capace di trasmettere storie antiche, segreti condivisi e vita autentica. Quel senso di magia che l’Umbria sa creare senza sforzo.

Dal 3 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Complesso museale San Francesco – Montefalco (Perugia)

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Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis

Franco Fontana, Los Angeles, 1990
© Franco Fontana | Franco Fontana, Los Angeles, 1990

Sarà dedicata alla collezione di Valerio De Paolis la mostra Lanterne magiche, ospitata al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese dal 14 febbraio al 6 settembre 2026.

L’esposizione, a cura di Alessandra MauroRoberto Koch con Suleima Autore, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è organizzata da Cinema con la collaborazione di Contrasto. Il catalogo è edito da Contrasto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura.

La mostra Lanterne magiche propone una serie di itinerari visivi all’interno della collezione De Paolis, mettendo in dialogo sguardi, spazi e contesti differenti, protagonisti e luoghi emblematici della contemporaneità. L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico una selezione di capolavori della fotografia internazionale, offrendo un’occasione inedita per esplorare la ricchezza e la profondità della collezione.

Considerata uno dei primi dispositivi di narrazione per immagini, antesignana tanto della fotografia quanto del cinema, la lanterna magica permetteva di proiettare su uno schermo, da una scatola chiusa contenente la luce di una candela, vedute esotiche, monumenti, ritratti e sequenze figurative, dando vita a veri e propri racconti visivi. Queste proiezioni, statiche o animate, hanno a lungo affascinato gli spettatori e continuano ancora oggi a evocare mondi lontani, a sorprendere e a risvegliare emozioni e memorie.
Come tante proiezioni di lanterna magica, le fotografie della collezione De Paolis danno vita a uno spettacolo di immagini unico ed emozionante.

Valerio De Paolis
 ha costruito il proprio percorso umano e professionale all’insegna delle immagini: il cinema ha rappresentato il fulcro della sua attività per molti anni, declinata in ruoli diversi, dal direttore di produzione al produttore, fino al distributore di film. Parallelamente, De Paolis ha sviluppato nel tempo un intenso interesse anche per altre passioni “di immagini”, collezionando nel tempo opere d’arte, pittura, scultura e, appunto, fotografia. Accanto al linguaggio cinematografico, la fotografia ha assunto per lui un ruolo centrale come spazio di memoria, confronto e riconoscimento visivo: immagini scelte per affinità formali, per echi di visioni precedenti o per la capacità di evocare esperienze e sguardi sedimentati lungo il suo percorso professionale.

La mostra si articola in tre nuclei tematici. La prima sezioneUn’idea di donna, mette a confronto le interpretazioni del corpo femminile attraverso le visioni di fotografe e fotografi, dando vita a un dialogo che attraversa i temi della seduzione, dell’identità e dello sguardo. La seconda sezioneUn’idea di spazio, è dedicata alla rappresentazione dello spazio — prevalentemente urbano — indagato e analizzato da alcuni dei maggiori protagonisti della fotografia, con un’attenzione particolare all’opera di Luigi Ghirri, presente con un ampio gruppo di lavori. Chiude il percorso la terza sezioneLo spazio dell’arte, dove le ricerche dei grandi autori delle avanguardie si intrecciano in un confronto tra protagonisti e installazioni.

L’esposizione riunisce oltre cento fotografie di formati differenti, firmate da alcuni tra i più importanti protagonisti della scena internazionale, tra cui Nobuyoshi ArakiLillian BassmanLetizia BattagliaGianni Berengo GardinLuca CampigottoHenri Cartier-BressonElisabetta CatalanoTracy EminLuigi GhirriRen HangCandida HöferDennis HopperMimmo JodiceAbbas KiarostamiSaul LeiterFlaminia LizzaniVera LutterDora MaarMan RayDomingo MilellaTina ModottiAbelardo MorellYoussef NabilShirin NeshatGianluca PolliniHerb RittsThomas RuffMario SchifanoCindy ShermanPaolo VenturaEdward Weston e Francesca Woodman.

La mostra Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis sarà accompagnata da un ciclo di proiezioni curato nell’ambito della collaborazione tra la Casa del Cinema e la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Dal 14 Febbraio 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese – Roma

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THE NATURE OF HOPE. Tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato

Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts
Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts

Cremona si prepara a ospitare un viaggio visivo straordinario che intreccia scienza, etica e il potere dello sguardo femminile.
Protagonisti gli scatti iconici di Michael Nichols e la visione di Ami Vitale, in una mostra che è molto più di un’esposizione: è un manifesto per il Pianeta.
 
Cosa significa avere speranza oggi? Non è un sentimento astratto, ma una forza concreta, un motore di cambiamento. È questa l’essenza di “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato“, la nuova esposizione ospitata nella splendida cornice del Museo Diocesano di Cremona.
Il progetto, nato in seno al Festival della Fotografia Etica e già presentato con grande successo a Lodi nel 2024, approda a Cremona in una veste rinnovata. Si tratta di un’occasione unica per riflettere sul nostro legame con il mondo naturale attraverso gli occhi di chi ha dedicato la vita a raccontarlo.
 
Una vita per il Pianeta: l’eredità di Jane Goodall
Al centro della mostra c’è lei, Jane Goodall. Figura leggendaria della ricerca scientifica, la Goodall ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali, dimostrando che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto più sottile di quanto pensassimo. Ma la mostra non celebra solo la scienziata: celebra la donna, la visionaria e l’attivista che ha mostrato a intere generazioni di donne come la propria voce possa realmente cambiare il corso della storia.
 
Il percorso espositivo: tra icone e nuove prospettive
Il cuore pulsante dell’esposizione è rappresentato dal lavoro di Michael “Nick” Nichols, leggenda del National Geographic e tra i più influenti fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha seguito Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i momenti di profonda intimità e connessione spirituale con gli scimpanzé. I suoi scatti sono diventati simboli universali di conservazione ambientale, capaci di catturare l’anima della foresta e di chi la abita.
 
“The Nature of Hope” è anche un palcoscenico per lo sguardo femminile. Accanto a Nichols, spicca la partecipazione di Ami Vitale, fotografa pluripremiata e fondatrice di Vital Impacts e fresca vincitrice del prestigioso riconoscimento Explorers at Large del National Geographic.
Vitale è celebre per aver documentato storie di incredibile resilienza, come il ritorno in natura degli ultimi rinoceronti bianchi settentrionali o il lavoro delle comunità locali in Africa per la protezione degli elefanti. Il suo approccio non si ferma alla denuncia, ma cerca sempre la bellezza e la speranza, trasformando la fotografia in uno strumento di empatia universale.
La partecipazione di numerose fotografe donne non è casuale: è una dichiarazione d’intenti che mira a riconoscere il contributo fondamentale del genere femminile nella fotografia naturalistica e nella conservazione ambientale. Il risultato è una trama corale che racconta la fragilità e, allo stesso tempo, l’incredibile forza della nostra “Madre Terra”.
 

Dal 7 Marzo 2026 al 17 Maggio 2026 – Museo Diocesano – Cremona

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Mostre fotografiche da non perdere a Gennaio

Buongiorno a tutti!

Diamo il via all’anno nuovo, andando a visitare qualche bella mostra di fotografia. Ve ne segnaliamo alcune!

Ciao

Anna

ELLIOTT ERWITT. FAMILY

Elliott Erwitt. Family è un campionario di storie umane che racconta l’evoluzione della famiglia dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio. Questo tema universale è interpretato da Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico, che lo ha reso uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre. Con immagini ironiche e spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate, oppure molto singolari, metafore e finali aperti, Erwitt ci conduce attraverso istanti di vita dei potenti della terra, come l’immagine di Jackie al funerale di Kennedy, accanto a scene privatissime come la celebre foto della neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita. 

La mostra è composta da 58 fotografie in bianco e nero selezionate dall’autore insieme alla curatrice Biba Giachetti e include anche alcuni scatti inediti mai stampati prima. 

Promossa dal Comune di Riccione, l’esposizione è organizzata da Civita Mostre e Musei SpA e Maggioli Cultura, in collaborazione con SudEst57.
Sponsor Tecnico: Promhotels Riccione.

Dal 19 Dicembre 2021 al 03 Aprile 2022 –  Villa Mussolini – Riccione

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LIFE IN SYRIA: SGUARDI DI ALEPPO E IDLIB

Life in Syria è un progetto fotografico, divenuto poi anche un libro, nato con l’intento di mostrare la realtà che milioni di siriani sono costretti a vivere ogni giorno, attraverso gli scatti di cinque fotografi siriani e di un’associazione della società civile, e presenta alcuni dei momenti che hanno segnato il conflitto siriano dal 2011 al 2016.
La mostra fotografica è stata ospitata a Roma e Londra per le celebrazioni del World Refugee Day, in seguito è stata allestita anche a Milano, Liegi e Torino. Il libro, invece, è stato presentato all’Università Cà Foscari di Venezia, nel Middle East Now Festival di Firenze e in librerie nazionali e internazionali di Bruxelles, Roma e Innsbruck.
Dopo 10 anni di guerra, Life in Syria è ancora un progetto vivo che intende continuare a raccontare la vita e la difficile quotidianità della popolazione siriana. Infatti, dopo la produzione del libro e della mostra – finanziate rispettivamente da UNOCHA e UNHCR -, l’Associazione Propositivo (Pro+) intende appoggiare gli autori di Life in Syria in una nuova sfida: la produzione nel 2022 di un nuovo libro e una nuova mostra, coinvolgendo altri giovani fotoreporter presenti nelle varie regioni della Siria.

I temi prescelti dagli autori di Life in Syria saranno il ruolo delle donne e dei giovani nella Siria attuale. A questo scopo, una campagna di crowdfunding sarà lanciata il 18 dicembre e resterà attiva per tutta la durata della mostra.
L’inaugurazione della mostra fotografica Life in Syria si terrà sabato 18 dicembre alle ore 18:00 presso la Palazzina Mutilati e Invalidi di Guerra in Viale Cesare Maccari, 3 (La Lizza) a Siena. Parteciperanno Lorenzo Trombetta e Fouad Roueiha esperti di Medio Oriente e Siria e, in collegamento video, alcuni tra gli autori di “Life in Syria” che attualmente vivono ancora in patria e in altri paesi europei.
Alle ore 19:00 sarà inaugurata la mostra presso i locali interni del Bastione Madonna all’interno della Fortezza Medicea di Siena.

Dal 18 Dicembre 2021 al 23 Gennaio 2022 – Fortezza Medicea – Siena

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TINA MODOTTI. L’UMANO FERVORE

Tina Modotti è una delle protagoniste della grande avventura della fotografia della prima parte del Novecento e il PR2/assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Ravenna – nella ricognizione sistemica che consolida Camera Work, il progetto di indagine sulla fotografia contemporanea tra giovane sperimentazione e racconto storicizzato – l’ha scelta come simbolo di pensiero e pratica di un linguaggio che ha intercettato, con la mostra “Umano fervore”, gran parte dei momenti storici più intensi e dolorosi del secolo scorso. L’assessorato alle Politiche Giovanili prosegue così il lavoro di approfondimento e ricerca sulla fotografia contemporanea, iniziato nel 2016, in collaborazione con la Scuola dei Beni culturali dell’Università di Bologna – campus di Ravenna. 

La mostra, a cura di Silvia Camporesi e del comitato Tina Modotti, sarà inaugurata a Palazzo Rasponi il 17 dicembre alle 17.30 e sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 20 febbraio, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19 (24 e 31 dicembre solo al mattino, 25, 26 dicembre e 6 gennaio chiusa). L’opening della mostra al PR2 sarà accompagnato dal reading dell’attrice Elena Bucci che, attraverso una selezione di scritti di e su Tina Modotti, introdurrà i visitatori alla visione delle opere della celebre fotografa.

L’esposizione presenta un nucleo di circa cinquanta opere che documentano il percorso di Modotti, breve e allo stesso tempo ricco di opere straordinarie. Si parte dalle celebri “Calle” del 1924 e dalla produzione nata dal sodalizio con Edward Weston sino ad arrivare all’ epos degli umili, attraversando le immagini raccolte nel Messico dolente e meraviglioso dei bambini, degli uomini e delle donne di Tehuantepec, in mezzo a un’umanità bellissima e straziante. L’allestimento include anche ritratti realizzati da Edward Weston, documenti biografici, testimonianze, scritti autografi e riflessioni che restituiscono il profilo di un’artista totale, trasparente e folgorante nelle intuizioni, nel talento inconfondibile e nella profonda puntualità di sguardo, innestato nel cuore della bellezza e della crudeltà del mondo.

Nella fotografia Modotti ha costruito una poetica struggente e meravigliosa, lasciando la traccia indelebile di un’identità nella quale si sono intrecciati arte ed esistenza, bellezza e passione, terra, corpo, cielo, polvere. La distanza del tempo permette ora di guardare con sguardo libero la produzione di quest’artista/militante rivoluzionaria, allontanandosi dallo stereotipo che, accompagnato da declinazioni romanzesche, ha spesso messo in secondo piano la sua qualità di artista, la straordinaria dimensione etica ed insieme estetica del suo lavoro.

“Il profilo artistico di Tina Modotti – commenta l’assessore alle Politiche giovanili Fabio Sbaraglia – è certamente tra i più intensi tra quelli della prima metà del XX secolo; in soli sette anni di attività Modotti ha lasciato un insieme di opere che hanno tracciato un solco profondo nell’arte e nella coscienza collettiva; è stata operaia, artista, attrice teatrale e cinematografica, attivista del Soccorso Rosso Internazionale, militante e rivoluzionaria, donna in grado di affermare un’identità straordinaria, profonda, connessa con alcuni dei momenti cruciali e più drammatici della storia del secolo scorso: la Rivoluzione Messicana, la Guerra di Spagna, la Russia di Stalin, l’Europa sulla quale si proiettava la lunga ombra nera della Seconda Guerra Mondiale. Ma soprattutto Tina è stata una grande fotografa, tesa tra il racconto necessario per entrare nella realtà, nella sua bellezza incandescente, senza sovrastrutture e compiacimenti estetici, e l’urgenza esistenziale e totale di cambiare il mondo”.

Dal 17 Dicembre 2021 al 20 Febbraio 2022 – Palazzo Rasponi 2 – Ravenna

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SILVIA CAMPORESI. DOMESTICA

È un racconto insolitamente intimo, un diario per immagini, quello di cui Silvia Camporesi rende partecipe il pubblico nella sua mostra “Domestica”.
La Other Size Gallery di Milano, dal 16 dicembre 2021 al 4 marzo 2022, presenta per la prima volta in una personale il progetto nato tra le mura domestiche della fotografa forlivese nei giorni difficili del lockdown di marzo-aprile 2020.
Curata da Claudio Composti, l’esposizione propone undici scatti di piccolo e grande formato in un allestimento che, nel creare l’illusione di trovarsi in una casa – contrassegnando con lo scotch le stanze che idealmente la compongono –, induce in chi guarda le stesse emozioni che l’autrice ha provato nei giorni dell’isolamento: un senso di claustrofobia cui solo la fantasia ha potuto offrire una via d’uscita. 
 
“Devo arrivare a sera con almeno una buona fotografia, questo è il mio compito quotidiano. Se non mi do ogni giorno questo obiettivo rischio di impazzire”. Così la Camporesi, nel testo che accompagna il progetto, descrive come il “fare” fotografia l’abbia aiutata a superare i momenti più duri. Da tale proposito è nato un nucleo di scatti che fermano il fluire di una quotidianità sempre uguale a se stessa e documentano i piccoli gestigli oggetti della vita casalinga, i momenti condivisi con la famiglia, i giochi semplici inventati con le figlie, trasfigurandoli in qualcosa di prezioso ammantato di una luce poetica.
 
Ne emerge, nonostante la paura che l’artista ammette di aver provato in quei giorni, un mondo quasi fatato fatto di colori pastello e personaggi fantastici: “Silvia ha immaginato mondi paralleli attraverso segni e oggetti quotidiani e inventato giochi e forme insieme alle figlie, per ingannare quel tempo che non passava mai e si svolgeva in giornate senza fine” scrive il curatore nel suo testo. “Solo la fotografia – prosegue – e le idee sono state alleate per riempire un vuoto. La fantasia, l’amore e l’immagine fotografica di cose quotidiane, traslate nel loro significato, hanno reso possibile narrare un mondo che, senza colore, sarebbe rimasto afono e noioso”.
 
Parallelamente al progetto pubblico che proprio nell’aprile 2020 l’ha portata in giro per l’Italia a documentare un paesaggio trasformato dalla pandemia contribuendo così a creare una memoria collettiva, Silvia Camporesi costruisce una memoria privata che solo apparentemente però le appartiene esclusivamente: una tazza rotta, i residui del pranzo disposti in un piatto a forma di sorriso, un muro scrostato, delle arance ritratte un attimo prima di essere spremute, due bimbe che inventano un gioco per sfuggire alla noia, sono infatti soggetti che appartengono al quotidiano di chiunque abbia vissuto quei faticosi momenti, trasformandoli in segni universali.
 
Il progetto è raccolto in una pubblicazione, disponibile in mostra, edita da Edizioni Postcart, con un testo della stessa autrice.

Dal 15 Dicembre 2021 al 04 Marzo 2022 – Other Size Gallery – Milano

GIOVANNI GASTEL. UN OMAGGIO

riennale Milano rende omaggio al fotografo Giovanni Gastel (Milano, 1955 –2021) attraverso due mostre: The people I likein collaborazione con il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, I gioielli della fantasia, in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea. 

Afferma Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano: “Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo. Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto.”

The people I like
, a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti che sono la testimonianza dell’immensa varietà d’incontri che ha caratterizzato la lunga carriera di Gastel. Un labirinto di volti, pose, sogni di personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo, della politica. Un ritratto collettivo di anime, incontrate nel corso di una carriera quarantennale. Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco PannellaForattiniEttore SottsassGermano Celant, Mimmo JodiceFiorello, ZuccheroTiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana LittizzettoFranca SozzaniMiriam Leone,Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini

Il titolo della mostra è una dichiarazione d’intenti: il fotografo si svela nella sua più intima autenticità e consacra il “ritratto” opera artistica per eccellenza. Presentando oltre 200 ritratti, la mostra documenta una parte importante del suo lavoro. Modelle, attrici, artisti, operatori del settore, vip, cantanti, musicisti, politici, giornalisti, designer, chef fanno parte del caleidoscopio di fotografie esposte senza un ordine preciso né un’appartenenza a un determinato settore o categoria. 

I ritratti non sono percepiti come semplici rappresentazioni della fisionomia umana, ma lasciano trasparire un significato interiore più vero: lo scopo è quello di indagare ciò che va aldilà dell’esteriorità, cogliendo la complessità del soggetto. Al centro sempre l’anima che traspare dalla posa, dall’espressione del volto e dalla sua teatralità. I ritratti assumono un ruolo centrale che non si ferma all’analisi fisica, ma scava nella sfera psicologica del personaggio. 

Tutti ritratti sono in grande formato, la maggior parte in bianco e nero, mentre nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima. 

In parallelo, la piccola mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea, presenta come un prezioso castone, per usare un termine desunto dall’oreficeria, uno dei primi lavori che ha dato a Giovanni Gastel la notorietà internazionale. Sono esposte 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarowsky Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera. 

Dopo la prima presentazione al Museo Teatrale alla Scala, la mostra ha circolato per sei anni in alcuni dei più importanti musei europei di arte applicata (Museum Bellerive di Zurigo, Victoria and Albert Museum di Londra, Museum für Angewandte Kunst di Colonia, Kunstgewerbemuseum di Berlino) per raggiungere poi anche gli Stati Uniti. 

Giovanni Gastel dà vita a una reinterpretazione fantastica e immaginaria dei gioielli da cui emerge tutta la sua straordinaria vena creativa. Ritroviamo qui l’eleganza stilistica e i temi centrali della sua ricerca artistica, il dialogo sincretico tra il mondo degli oggetti e quello della figura umana, l’ironia, il corpo e la maschera, il travestimento e la metamorfosi: un filo rosso che accompagnerà per tutta la vita il suo itinerario creativo. 

Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea.

I Partner Istituzionali Eni e Lavazza, l’Institutional Media Partner Clear Channel e il Technical Partner ATM sostengono Triennale Milano anche per questo progetto espositivo. 

Dal 01 Dicembre 2021 al 13 Marzo 2022 – Triennale di Milano

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JULIA MARGARET CAMERON. UNO SGUARDO FUORI FUOCO

Senigallia Città della Fotografia, con il sostegno della Regione Marche e in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, prosegue il suo percorso espositivo dedicato ai grandi maestri della fotografia internazionale, proponendo uno sguardo sulle origini stesse della fotografia con la mostra dedicata a Julia Margaret Cameron, a cura di Massimo Minini e Mario Trevisan.

In mostra è presente un nucleo di 26 scatti di Julia provenienti dalla collezione del gallerista Massimo Minini; il nucleo più consistente ad oggi esistente in Italia. Il percorso si sviluppa secondo una narrazione che vuole raccontare l’esperienza fotografica della Cameron che con estrema sperimentazione si articola tra ritratti borghesi, ispirazioni preraffaellite, e la rappresentazione di scene letterarie.

Julia Margaret Cameron nasce nel 1815 a Calcutta, fotografa inglese esponente del pittoricismo, è stata la prima donna ad essere ammessa alla Royal Photographic Society. Scopre la passione per la fotografia all’età di cinquant’anni, grazie alla figlia che le regala la sua prima macchina fotografica. Le immagini traducono in arte l’atmosfera sognante dell’età Vittoriana, con il caratteristico “fuori fuoco” che evidenzia l’aspetto onirico tipico del gusto dell’epoca (vedi Proust La strada di Swann e Gérard de Nerval Sylvie).

Tra le personalità che si sono fermate davanti all’obiettivo della Cameron ci sono Thomas Carlyle, Lord Alfred Tennyson, Robert Browning, Henry Herschel, ritratti presenti anche nella collezione qui in mostra.

“È stato un amore a prima vista.” – racconta Massimo Minini del suo rapporto con Julia Margaret Cameron – “[…] un giorno di un mese di un anno che non ricordo vedo in una mostra delle strane foto, fotografie certo, albumine sicuramente. Ma con qualcosa che mi attira e che non so definire […] Da allora l’ho inseguita nei libri, nei musei, nelle aste. Queste foto sono il risultato di quell’inseguimento”.
Al percorso espositivo si aggiungono alcune fotografie di Roger Fenton, Robert Adamson e Oscar Gustave Rejlander, tra i più importanti esponenti alle origini della fotografia. Provenienti dalla collezione personale del curatore, queste foto integrano il quadro storico attorno al quale si muoveva la Cameron. Sempre dalla stessa collezione proviene uno scatto di Lewis Carroll, autore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, il cui personaggio protagonista è ispirato a Alice Liddell, una tra le “modelle” di Julia presenti in mostra nelle vesti di antiche divinità.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo dell’editore Danilo Montanari che raccoglie un prezioso saggio di Francesca Maria Bonetti.

Dal 26 Novembre 2021 al 28 Febbraio 2022 – SENIGALLIA – Palazzo del Duca

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LOST AND FOUND. FOTOGRAFIE ANONIME 1940 — 1960 CA.

Per la sua terza mostra, lo spazio creativo ed espositivo Arcipèlago presenta un’accurata selezione di una cinquantina di fotografie anonime scattate tra gli anni 40 e 60. Queste immagini, totalmente inedite, fanno parte della collezione personale di Cristian Malisan, che, da anni, recupera materiale fotografico nei mercatini: migliaia di negativi, rullini, diapositive e altrettanti momenti rubati che nessuno ricorda più e che, in occasione di questa mostra, saranno riscoperti.
 
Anonime e orfane, queste immagini sono degli enigmi . Nel corso degli anni hanno subito ineluttabilmente un’erosione narrativa legata alla scomparsa del fotografo, dei protagonisti, di tutti coloro che condividevano quei racconti di vita ordinaria. Fino ad arrivare al momento in cui, rimasto più nulla della realtà che portano impressa, sono finite ai bordi della spazzatura, pronte per essere dimenticata. Ed è proprio qui che la loro riscoperta ha del miracoloso. Queste immagini rappresentano una storia che , in fondo, tutti condividono. I momenti intimi di vita familiare – spesso divertenti, sorprendenti e commoventi – sono in qualche modo la storia di tutte le nostre vite.
 
“Immergersi nelle vite passate di questi stranieri è un viaggio affascinante attraverso unavasta memoria collettiva, un caleidoscopio universale eppure familiare. Perché se i nomi, le date e i luoghi si sono smarriti, la permanenza delle emozioni resiste. E questi cliché, che non appartengono più a nessuno, diventano le immagini di tutti.” spiega Artemio Croatto, co-curatore della mostra.
 
Attraverso il progetto “Lost and Found”, Arcipèlago esplora l’arte dell’ordinario e l’importanza della fotografia vernacolare. Questa pratica, spesso riservata ai dilettanti, si situa al di fuori di ciò che è considerato degno di interesse dalle principali istanze di legittimazione culturale. Si sviluppa alla periferia di ciò che è di riferimento in ambito artistico . È l’altro dell’arte.
 
“Ogni pratica amatoriale della fotografia con le sue inquadrature azzardate, le sue situazioni desuete, i suoi volti resi all’anonimato, è per natura «familiare». Sono raramente «bei» cliché nel senso artistico del termine: eppure trattengono, sollecitano più di qualsiasi altro oggetto. La mia non è una collezione in senso stretto, non colleziono queste immagini perché ben realizzate o perché spero presto o tardi di ritrovare il rullino del D-Day di Capa; la mia è piuttosto una missione: voglio salvare queste famiglie dalla cancellazione e dall’oblio del tempo . Penso che se questi negativi sono arrivati fino a me significa che le famiglie che vi sono rappresentate sono estinte, terminate, e che non c’è nessun parente, amico, conoscente in grado di raccoglierne e conservarne l’eredità.” spiega Cristian Malisan, co-curatore della mostra.
 
Per questa occasione sarà pubblicato un catalogo, con un contributo di Roberta Valtorta, storica della fotografia, direttrice scientifica del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo – Milano e docente di Storia e teoria della fotografia al Centro Bauer di Milano.

Dal 04 Dicembre 2021 al 22 Gennaio 2022 – Arcipèlago – Udine

MASSIMO RANA. FRONTSTAGE. RITRATTI SUL PALCO

David Bowie, Bruce Springsteen, Frank Zappa, gli AC/DC, Elton John, U2,  Ramones, Madonna e tanti altri. Sono questi i protagonisti della musica rock immortalati dal fotografo Massimo Rana tra gli anni Ottanta e Novanta durante una stagione di grandi concerti a Milano. Una parte di questi scatti si potranno ammirare dal 14 dicembre fino al 5 febbraio 2022 nella nuova sede dell’Archivio Iginio Balderi a Milano in via Ausonio 20; il primo evento organizzato nello spazio espositivo appena inaugurato a novembre che raccoglie una parte delle opere del grande scultore Iginio Balderi scomparso nel 2005.

La mostra fotografica si intitola “FrontStage. Ritratti sul palco”, promossa dall’Archivio Iginio Balderi e curata da Ivo Balderi. Comprende 28 fotografie di varie dimensioni, quasi tutte interamente inedite in un bellissimo bianco e nero a tiratura limitata, che sintetizzano una carrellata di 100 artisti e gruppi musicali del panorama internazionale. Fotografie di concerti che per anni sono rimaste nell’archivio di Rana.
Nel maggio 2021 un’ampia parte di queste immagini sono state raccolte in un volume, sempre con il titolo “FrontStage. Ritratti sul palco” Edizioni Crowdbooks acquistabile nelle migliori librerie.“Ho cominciato il mio lavoro come fotografo di agenzia – spiega Massimo Rana – ma poi grazie ad una collaborazione con un quotidiano, mi sono ritrovato sui palchi dei concerti più importanti che si sono svolti a Milano tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni del 2000. Poi, insieme alla mia passione per la musica, diventare un fotografo da concerti il passo è stato breve e in pochi anni mi sono ritrovato con un archivio immenso di immagini. Ognuna di queste foto ha una storia – aggiunge -, e sono il frutto di anni e anni in cui ho calcato il palco in quello spazio quasi irreale che sta tra i fans scatenati e il cantante sul palco. Sono diventato un testimone oculare dotato di obiettivo che entra nell’intimo dell’artista, indaga i suoi sguardi, scruta i suoi gesti e talvolta irrompe nei sentimenti. Così lo scatto che cogli da quella realtà, da quell’unico momento irripetibile viene trasportato in un altro tempo”. Tante storie di cui una in particolare legata a David Bowie. “E’ stata una tappa fondamentale del mio lavoro – racconta Rana – e ho sempre amato la sua musica e trovarmi così vicino a questo grande artista nel suo concerto nel 1990 al Palatrussardi è stato davvero il “concerto perfetto”. Dopo la sua scomparsa nel 2016 ho riguardato i negativi di quella serata e mi sono accorto che c’erano scatti che non avevo stampato; fotografie del “duca bianco” mai viste fino a quel momento”.

Dal 14 Dicembre 2021 al 05 Febbraio 2022 – Archivio Iginio Balderi – Milano

Mostre

Trovate sempre l’indicazione di tutte le mostre in corso sulla pagina dedicata

Elliot Erwitt ICONS

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Un progetto espositivo di Civita e SudEst57, a cura di Biba Giacchetti, promossa dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte.

La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso 42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti, esclusivi di questa mostra, che costituiscono un “evento nell’evento”.

Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti l’acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del film “I Bark At Dogs” che sarà proiettato in mostra. (Qua un articolo sull’ironia in fotografia pubblicato su Mu.Sa. che citava proprio Erwitt)

Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato immagini diventate icone del Novecento.Tra queste, in mostra a Terni alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata nel 1946. E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche nelle situazioni più drammatiche.

Dal 4 febbraio al 30 aprile – Terni

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Jacques Henri Lartigue – Life in colour

Foam presents the work of famed French photographer Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986). Lartigue is above all renowned for his spectacular photos of car races, aeroplanes and people and animals in motion. But his breath-taking colour photography is less well known. Lartigue, Life in Colour reveals this seldom-seen aspect of his oeuvre.

Lartigue’s legacy encompasses a total of 117,577 black-and-white negatives and colour transparencies, and nearly 40 per cent of his work is in colour. His colour photography began with autochrome images in his youth, and in the 1950s he started using Ektachrome film. The impressive collection spans nearly the entire 20th century, from the first photo he took in 1902 as an eight-year-old boy, to the final image taken in 1986 at the age of 92. He could capture fleeting moments of happiness like no other. Lartigue’s oeuvre offers a light and cheerful perspective on life in France in the early 20th century.

Lartigue was one of those unique people who was able to hold on to his childlike freshness, curiosity and wonder throughout his entire life. Colour and innocence went hand-in-hand for him. Photography was a way to escape his own contemporary time, so that his images have a limitlessly modern character. Lartigue unintentionally created an oeuvre in both colour and black-and-white. Most of the photos on show at Foam come from his albums, where he collected photos telling the story of his life, like an encyclopaedia. For Lartigue, who viewed himself more as a painter than a photographer, colour was mainly a way to unite the two art forms. He was regularly heard to loudly proclaim, ‘I view everything through the eyes of an artist.’

Lartigue occasionally sold  photos to the press and exhibited work at a presentation in Paris alongside photos by major figures such as Man Ray and Brassaï (1955). Yet his reputation as photographer was not established until at the age of 69 his work appeared in a retrospective at MoMA, in New York. Worldwide fame followed three years later with the publication of his books The Family Album (1966) and Diary of a Century (1970), the last one compiled by Richard Avedon. In his final years Lartigue was much in demand as a photographer for fashion magazines.

On Saturday, March 19th Foam organizes a special afternoon in collaboration with Kriterion on how Lartigue’s colour photography inspired the work of director Wes Anderson. With film screenings, high tea and lecture by curator Zippora Elders.

The exhibition has been conceived and produced by the Association des Amis de Jacques Henri Lartigue, Ministère de la Culture, France, known as the Donation Jacques Henri Lartigue, in collaboration with diChroma photography, Madrid.

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Se desiderate sapere qualcosa di più su Lartigue, qua trovate un approfondimento pubblicato tempo fa su Mu.Sa.

Fashion. Moda e stile negli scatti di National Geographic

Una grande mostra fotografica ideata e prodotta da National Geographic Italia.

62 immagini di grande formato, realizzate da 36 maghi dell’obiettivo, offrono un’affascinante prospettiva globale sul significato storico e culturale dell’abbigliamento e dell’ornamento e su ciò che ruota intorno al concetto di stile.

Tra i fotografi in mostra: Clifton R. Adams, William Albert Allard, Stephen Alvarez, James L. Amos, Alexander Graham Bell, Horace Brodzky, John Chao, Jodi Cobb, Greg Dale, Mitch Feinberg, Georg Gerster, Robin Hammond, David Alan Harvey, Chris Johns, Beverly Joubert, Ed Kashi, Keenpress, Lehnert & Landrock, Mrs. Mary G. Lucas, Horst Luz, Luis Marden, Pete McBride, Charles O’Rear, Randy Olson, Steve Raymer, Roland W. Reed, Reza, J.Baylor Roberts, Joseph F. Rock, Eliza R. Scidmore, Stephanie Sinclair, Tino Soriano, Maggie Steber, Anthony B.Stewart, Amy Toensing, Maynard Owen Williams.

Torino – Palazzo Madama dal 4 febbraio 2016 al 2 maggio 2016

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Paolo Ventura – La città infinita

Morte-Anarchico

Lugano, Galleria Photographica FineArt – 10 marzo – 5 maggio 2016

Giovedì 10 marzo Photographica FineArt di Lugano inaugura una nuova esposizione dedicata al “mondo magico” di Paolo Ventura. La visione fantastica anima il lavoro di Paolo Ventura. Figlio di un famoso novellista per bambini, appena ha potuto emanciparsi a livello artistico, ha abituato la sua mente a volare tra fantasie irreali creando mondi virtuali, a lui paralleli, dove regnano enigmi, intrighi, sentimenti, tragedie e stravaganze. Luoghi gestiti da personaggi – fiabeschi come le sue scenografie – sempre plasmati nella fanciullesca visione di una persona che vuole mantenere uno stretto contatto con il mondo pre-adolescenziale, consapevole che questa è la porta della sua anima artistica. Il “mondo di Paolo” è sempre ripreso dalla sua fotocamera con angolature differenti da quelle razionali perché è un mondo illogico e inesistente nel quale l’artista stesso ne è addirittura protagonista.

Nel suo ultimo progetto artistico, La Città infinita, Paolo Ventura si evolve ancora una volta e crea la sua città realizzandola con pezzi di scenografie e di edifici che poi fotografa e monta come dei collages. Il progetto, che prende ispirazione dal cinema Neorealista degli anni ’50 e ‘60, presenta paesaggi urbani solitari e onirici punteggiati da figure umane, sempre impersonate da Ventura stesso. Sebbene le scene composte differiscano le une dalle altre, la linea dell’orizzonte rimane sempre la stessa, creando in questo modo un infinito paesaggio urbano, La Città Infinita.

Oltre a quest’ultimo lavoro di Ventura, in mostra verranno esposti alcuni lavori precedenti di War Souvenir (2006), Winter Stories (2008) dove i personaggi sono delle marionette vestitie secondo le tematiche del soggetto e le sue più recenti Short Stories, brevi racconti impersonati da Ventura stesso, sua moglie Kim e suo figlio Primo. Oltre alle opere esposte, una sala sarà dedicata alle sue scenografie costruite per la realizzazione delle opere esposte.

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Life Framer

Arriva a Officine Fotografiche il 19 febbraio alle ore 19 la mostra di LIFE FRAMER, il premio dedicato ai fotografi professionisti, emergenti e dilettanti in arrivo per la prima volta in Italia.

Nato nel cuore di Londra, nell’ottobre 2014 il progetto ha dato il via alla sua seconda edizione. Ogni mese LIFE FRAMER ha aperto un contest con un tema legato prima di tutto alla vita, chiamando a rapporto fotografi di ogni parte del mondo.

L’obiettivo è quello di dare libero spazio all’ispirazione e incoraggiare la creatività, per questo ogni tema è legato alla quotidianità, al mondo e alla visione che ognuno di noi ne ha. A giudicare i lavori, ogni mese interviene un ospite d’onore legato al mondo della fotografia, dalla fotografa Robin Schwartz a Katherine OktoberMatthews photoeditor della rivista Gup Magazine.

Il premio messo in palio: denaro, interviste e un’esposizione che gira il mondo al termine dei dodici mesi di contest.

La mostra presenterà gli scatti dei finalisti e degli ospiti che hanno partecipato al concorso, con l’intento di raccontare il panorama della fotografia contemporanea in questi anni di “spiccato fermento”.

Dal 19 al 26 febbraio 2016 –  Officine Fotografiche Roma

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Franco Fontana – Full color

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Quest’anno Seravezza Fotografia rende omaggio al maestro Franco Fontana con una retrospettiva intitolata “Full color” con sottotitolo “Polaroid e astrazioni architettoniche”, ospitata nelle sale di Palazzo Mediceo, Patrimonio Mondiale Unesco, che ripercorre gli oltre cinquant’anni dedicati alla fotografia. Fontana è stato un fotografo, tra i primi in Italia, a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. “Può sembrare che sia il paesaggio il protagonista della sua ricerca – spiega Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci e curatore della mostra “Full color” prodotta da Civita Tre Venezie -,  ma è il colore il vero soggetto della fotografia di Franco Fontana. Il colore trasforma il paesaggio, lo umanizza, lo rende vivo. È nella scelta dell’accostamento cromatico che Fontana dà significato alla sua fotografia e la vitalizza. Si avventura in un percorso creativo che rompe le regole, rendendo visibile l’invisibile di una realtà le cui soluzioni interpretative sono sempre variopinte, come le diverse situazioni e stati d’animo della vita”. La mostra e’ suddivisa in diverse sezioni tematiche: i paesaggi degli esordi (anni ‘60), i paesaggi urbani, indagati sotto diversi punti di vista, le piscine e il mare. Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata alle polaroid scattate nella fine degli anni ‘80 e quella dedicata ad una selezione di immagini realizzate per il progetto “Expo: vista d’autore”, il suo ultimo lavoro, commissionatogli da Canon. Franco Fontana ha realizzato una serie di fotografie sotto il titolo “astrazioni architettoniche”, in cui documenta, con il suo inconfondibile stile, l’architettura dell’esposizione milanese.

Dal 6 Febbraio 2016 al 10 Aprile 2016
Palazzo Mediceo Seravezza

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Emerging talents

Per la prima volta a Firenze, Emerging Talents è un progetto espositivo che promuove autori emergenti cui progetti fotografici hanno ricevuto importanti riconoscimenti a livello internazionale.
Le prime due edizioni si sono svolte durante le XIII e IV edizioni di FOTOGRAFIA, Festival Internazionale di Fotografia di Roma del 2014 e 2015.
In occasione di Emerging Talents sono state organizzate giornate di incontro e letture portfolio con Jim Casper (direttore ed editore di Lensculture) e Audrey Turpin (membro di Circulations, Festival de la jeune Photographie Européenne).
Emerging talents è ideato e curato da Sarah Carlet e Arianna Catania

In qs edizione sono presenti i lavori di:

Antoine Bruy. Scrublands

Salvi Danés. Black Ice, Moscow.

Jing Huang. Sight on surroundings.

Dina Oganova. My Place

Emerging Talents @ Leica Store Firenze
Dove: Leica Store, vicolo dell’Oro 12/14 Rosso, Firenze.
Quando: dal 10 febbraio al 6 aprile 2016.

Silvia Camporesi – Atlas Italiae

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con z2o Sara Zanin Gallery, apre al pubblico dal 20 febbraio al 9 aprile una mostra dedicata al nuovo lavoro di Silvia Camporesi. Un viaggio nell’Italia abbandonata e in via di sparizione, fotografata come realtà fantasmatica.

Atlas Italiae rappresenta le tracce di un qualcosa di passato ma tuttora ancorato ai propri luoghi d’origine. Energie primordiali e impalpabili che diventano materiali tramite il mezzo fotografico.

Silvia Camporesi ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le venti regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. Atlas Italiae è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza.

La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Borghi disabitati da decenni che sembrano non esistere nemmeno sulle cartine geografiche, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti che paiono imbalsamate nel tempo del “non più”.

“Nelle immagini dell’artista il velo dell’anonimato e del silenzio visivo si apre svelando l’anima di luoghi congelati nelle nebbie dell’amnesia generale. Qui lo sguardo di Silvia Camporesi va oltre la pura registrazione di uno stato della realtà, è indirizzato sia a cogliere la tensione silenziosa di un’Italia degli estremi sia a rivelare per la prima volta qualità liminari, inespresse, portatrici di un mistero e di un incanto”. Questo scrive Marinella Paderni nel testo che apre il volume Atlas Italiae, edito da Peliti Associati. La mostra, che presenterà per la prima volta una selezione così ampia di immagini, sarà suddivisa tra stampe grande formato a colori e stampe più piccole in bianco e nero, colorate a mano con un procedimento – omaggio al passato della fotografia – attraverso il quale l’artista cerca di restituire simbolicamente ai luoghi l’identità persa.

Silvia Camporesi, nata a Forlì nel 1973, laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la sua ricerca è dedicata al paesaggio italiano. Dal 2003 tiene personali in Italia e all’estero – Terrestrial clues all’Istituto italiano di cultura di Pechino nel 2006; Dance dance dance al MAR di Ravenna nel 2007; La Terza Venezia alla Galleria Photographica fine art di Lugano nel 2011; À perte de vue alla Chambre Blanche in Quebec (CAN) nel 2011; 2112, al Saint James Cavalier di Valletta (Malta) nel 2013; Souvenir Universo alla z2o Sara Zanin Gallery di Roma nel 2013; Planasia al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia nel 2014; Atlas Italiae all’Abbaye de Neumünster in Lussemburgo nel 2015. Fra le collettive ha partecipato a: Italian camera, Isola di San Servolo, Venezia nel 2005; Confini al PAC di Ferrara nel 2007; Con gli occhi, con la testa, col cuore al Mart di Rovereto nel 2012, Italia inside out a Palazzo della Ragione, Milano nel 2015. Nel 2007 ha vinto il Premio Celeste per la fotografia; è fra i finalisti del Talent Prize nel 2008 e del Premio Terna nel 2010; ha vinto il premio Francesco Fabbri per la fotografia nel 2013 e il premio Rotary di Artefiera 2015. Atlas Italiae è il suo terzo libro fotografico.

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Jakob Tuggener: Fabrik 1933-1953 e Nuits del bal 1934-1950

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La Fondazione MAST presenta due mostre dedicate al fotografo svizzero Jakob Tuggener (1904-1988), per la prima volta in Italia.

 Con Jakob Tuggener si apre il ciclo di mostre fotografiche del 2016 proposte dalla Fondazione Mast che promuove speciali esposizioni sui temi dell’industria e del lavoro, sia con immagini della propria collezione di fotografia industriale, sia con opere di raccolte private o archivi spesso inediti.

“Jakob Tuggener è considerato uno dei dieci fotografi industriali di maggior spicco che siano mai esistiti -sottolinea Urs Stahel, direttore della PhotoGallery del MAST e co-curatore della mostra -.  Il suo libro FABRIK è una pietra miliare nella storia dell’editoria fotografica, paragonabile a Paris de nuit di Brassaïs del 1933 e a The English at Home di Bill Brandt del 1936”.

“Il tratto distintivo della sua opera – continua Stahel – è rappresentato da uno sguardo penetrante sulle persone e sugli oggetti del mondo così ravvicinato e attento come se volesse sorprenderli, unito a una grande padronanza del gioco di luci e ombre”.

La mostra FABRIK 1933–1953 presenta nella Photogallery del MAST oltre 150 stampe originali del lavoro di Tuggener, sia tratte dal suo importante libro fotografico FABRIK – saggio unico nel suo genere con un approccio critico di grande impatto visivo e umano sul tema del rapporto tra l’uomo e la macchina – sia da altri scatti dell’artista che affrontano momenti del lavoro nel suo paese.

“Tuggener è stato al tempo stesso fotografo, regista e pittore. Ma si considerava anzitutto un artista – afferma Martin Gasser, co-curatore della mostra -. Influenzato dal cinema espressionista tedesco degli anni Venti, sviluppò una cifra artistica estremamente poetica destinata a fare scuola nel secondo dopoguerra. FABRIK consolidò la fama di Tuggener quale eccezionale fotoartista, aprendogli le porte di prestigiose esposizioni collettive come ‘Postwar European Photography’ del 1953 e ‘The Family of Man’ del 1955 al Museum of Modern Art di New York, o la ‘Prima mostra internazionale biennale di fotografia di Venezia’ del 1957.” In FABRIK Tuggener, oltre a ripercorrere la storia dell’industrializzazione, aveva come finalità, non sempre svelata, di illustrare il potenziale distruttivo del progresso tecnico indiscriminato il cui esito, secondo l’autore, era la guerra in corso, per la quale l’industria bellica svizzera produceva indisturbata.

 Le proiezioni  NUITS DE BAL 1934–1950 al livello 0 del MAST presentano immagini di balli ed altre occasioni mondane. Tuggener affascinato dall’atmosfera spumeggiante delle feste dell’alta società aveva iniziato a fotografare a Berlino le dame eleganti e i loro abiti di seta, ma è a Zurigo e a St Moritz che con la sua Leica, indossando lo smoking, ha colto le misteriose sfaccettature delle NUITS DE BAL. Riprendeva con il suo obiettivo anche “il lavoro invisibile” dei musicisti, dei camerieri, dei cuochi, dei valletti, dei maître, che attraversavano  silenti il mondo festoso ed autoreferenziale degli incuranti ospiti. Questi ultimi osteggiarono la pubblicazione del materiale dedicato ai balli, in quanto preferivano rimanere anonimi e non essere visti in intrattenimenti  danzanti.

“È stato soprattutto il contrasto tra la luminosa sala da ballo e il buio capannone industriale a caratterizzare la percezione della sua opera artistica. Il fotografo stesso, affermando: ‘Seta e macchine, questo è Tuggener’, si collocava tra questi due estremi – spiega ancora Gasser – . Di fatto amava entrambi, il lusso sfrenato e le mani sporche dal lavoro, le donne seducenti e gli operai sudati. Li riteneva di egual valore artistico e rifiutava di essere classificato come un critico della società che contrapponeva due mondi antitetici. Al contrario, gli opposti rientravano appieno nella sua concezione della vita: amava vivere intensamente gli estremi, senza tralasciare le sfumature più tenui tra i due poli”.

Accanto alle 150 immagini delle fabbriche e allo slide show del lavoro sui balli, MAST propone una raccolta di “menabò” di libri fotografici, che lo stesso Tuggener impaginava manualmente.

 Inoltre per rappresentare l’eclettismo e l’eccezionalità di questo artista, il percorso è arricchito da filmati caratterizzati da una regia dinamica e una tecnica di montaggio che deve molto alle teorie di Ejzenštejn, con passaggi dal campo totale al primo piano.

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An ordinary day – Umberto Verdoliva

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La Città di Abano Terme presenta: “An ordinary day” una mostra fotografica di Umberto Verdoliva presso VILLA ROBERTO BASSI RATHGEB Via Appia Monterosso 52 Abano Terme (PD)

Apertura dal 27 febbraio al 13 marzo 2016

Nel panorama odierno, nel quale la Street Photography viene largamente apprezzata, ci sembra che l’approccio al genere stia mutando rapidamente, distanziandosi notevolmente dalle sue origini. Quando abbiamo cominciato ad occuparci di fotografia di strada, negli anni novanta, abbiamo dovuto trovare i nostri riferimenti nella storia della fotografia nazionale e soprattutto internazionale. E abbiamo scoperto che esiste una tradizione colta e, al disopra di tutto, che questa tradizione è caratterizzata da valori condivisi. La recente moda che sta avvicinando sempre più persone a questo genere, punta invece agli aspetti più “d’effetto”, superficiali e immediati. A volte non sembra che si basi su una vera e propria ricerca. L’esperienza di Umberto Verdoliva, invece, ci appare come un caso fuori dal comune, quasi inaspettatamente positivo considerato il panorama attuale, e ci fa ben sperare per il futuro della Street Photography. E’ per questo che il gruppo Mignon ha deciso di promuovere il suo lavoro, attingendo liberamente dal suo archivio e articolando il lavoro secondo uno schema che potremmo definire “emotivo”. Nella visione fotografica di Umberto ritroviamo quella curiosità propria di chi sente, nell’assecondare il proprio impulso creativo, di doversi comunque confrontare con chi lo ha preceduto, per individuarne la strada e coglierne l’ispirazione intuendo che, in quell’incontro, può trovare solo crescita. Nella sua magistrale lucidità visiva, fatta di molti piccoli lavori, spesso ancora in itinere, rivediamo alcuni aspetti della nostra stessa ricerca. Nel suo prolifico rapporto con la storia e gli autori del passato, cogliamo quell’indagine della luce, nel buio della produzione fotografica contemporanea, che fa ben sperare. Nel suo approccio di scambio e condivisione, che lo ha portato a fondare il collettivo SPONTANEA, rivediamo lo spirito di gruppo che ha caratterizzato e favorito, fin dalle origini, l’evoluzione del mezzo fotografico. Umberto ha intercettato in modo costruttivo quanto di meglio si può ricavare dai nuovi sistemi di scambio e comunicazione attraverso il web, e soprattutto risulta un esempio che attrae l’attenzione degli altri, proponendo una fotografia che è, genuinamente e positivamente, autorale.

Altre info qua e qua

Tempo fa avevamo pubblicato un’intervista ad Umberto: la trovate qui

Ryan McGinley – The four seasons

Dal 19 febbraio al 15 maggio 2016, la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e lieta di presentare l’ampia mostra di Ryan McGinley (Ramsey, New Jersey, 1977. Vive e lavora a New York), in assoluto la prima personale in un’istituzione italiana del celebre artista americano e la prima che la GAMeC dedica a un giovane fotografo del panorama internazionale.

McGinley è considerato uno dei più importanti e influenti artisti contemporanei, tanto che il Whitney Museum e il MoMA P.S.1 di New York gli hanno dedicato una personale rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Nel 2007 è stato nominato Giovane fotografo dell’anno dal prestigioso International Center of Photography di New York.

 Cresciuto prima nel New Jersey e poi nell’East Village newyorkese all’interno di quella inarrestabile comunità underground di graffitari, skateboarders e artisti, ha immortalato questo gruppo di ragazzi, nei loro eccessi e nell’irrequietudine delle loro vite, facendolo diventare il primo soggetto del suo lavoro, concretizzato nella prima pubblicazione dal titolo The Kids Are Alright (1999).

L’opera di Ryan McGinley è testimone e portavoce della sottocultura degli anni Novanta, poi esplosa in modo definitivo nel nuovo millennio; le sue fotografie digitali ruotano attorno alle tematiche della giovinezza, della libertà, dell’edonismo, degli eccessi, dello spirito vitale e del rapporto tra uomo e natura. Sono opere ricche di forza, attrazione e fascinazione la cui carica energetica si diffonde nei luoghi in cui le figure sono immerse.

Affermando a proposito della sua attività che “quello che facciamo è estremamente romantico”, McGinley crea un legame e un richiamo tra la sua opera e il mito romantico del Buon selvaggio che ha connessioni dirette con il Romanticismo e con la filosofia romantica e illuminista di Jean-Jacques Rousseau. Nei soggetti delle fotografie rappresentate pare proprio che l’uomo immerso, quasi incorporato, nella natura trovi in modo innato il giusto equilibrio con il mondo in cui vive, guardando il mondo con un’ingenuità benevola. E i soggetti delle fotografie di Ryan McGinley sembrano agire secondo il proprio istinto, un istinto che si armonizza naturalmente e necessariamente con la realtà che vivono. È quanto viene egualmente espresso, ma in modo ancor più influente sulla controcultura statunitense, dal libro Walden, resoconto dell’avventura dell’autore Henry David Thoreau, che dedicò due anni della propria vita nel cercare un rapporto intimo con la natura. In particolare, la Beat Generation ha visto nell’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura un contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane e questo pensiero si è riplasmato e diffuso largamente agli inizi del nuovo millennio.

La struttura espositiva, come spiega il curatore della mostra Stefano Raimondi, “procede con il ritmo musicale delle Quattro Stagioni di Vivaldi: in ciascuna sala si succedono orizzonti, colori, musicalità e atmosfere completamente diversi ma legati gli uni agli altri”.

La mostra si articola in quattro sale e presenta oltre quaranta lavori di medio e grande formato della produzione artistica più recente”. In particolare, le fotografie invernali e autunnali rappresentano un nuovo momento di ricerca e organizzazione del lavoro e sono concepite come un lavoro autonomo. Se dal 2004 e per una durata di dieci anni McGinley ha infatti viaggiato in tutto il continente alla ricerca delle location più diverse, realizzando gli scatti che idealmente compongono la quadrilogia delle stagioni, queste ultime due serie sono più circoscritte e in un certo modo più intime, legate a territori ben conosciuti ed esplorati.

L’inverno, che apre la mostra, è glorioso e maestoso, dominato dal colore del ghiaccio bianco-blu. Imponenti paesaggi innevati, stalattiti, grotte di ghiaccio e bufere di neve rendono epico il rapporto tra i corpi nudi e le condizioni climatiche estreme. Eppure non è ravvisabile alcuna sofferenza o rassegnazione; al contrario, si nota un totale adattamento, convivenza e compresenza, tempesta e impeto.

La primavera si sviluppa su toni delicati con una musicalità leggera, il suono del vento e il profumo dell’erba. L’uomo si fonde nella natura, disteso nei prati di un verde intenso o in fonti d’acqua, tra canneti e arbusti. Le fotografie della primavera, così come quelle dell’estate sono state scattate nel corso dei lunghi e già mitizzati viaggi fotografici realizzati dall’artista, che lo hanno portato alla scoperta di tutti gli Stati Uniti.

L’estate si apre con toni accesi e violenti, riflettendo la carica esplosiva della stagione. Una tempesta è prima annunciata dall’incupirsi del cielo e dai fulmini che si stagliano all’orizzonte, poi si scatena in tutta la sua potenza con l’uomo che la asseconda e la ascolta. Con la tempesta alle spalle, l’acqua rilasciata sul terreno diventa occasione per momenti di festa, passione e aggregazione.

Per l’autunno McGinley ha preso ispirazione da paesaggisti romantici americani ritratti da Frederic Edwin Church e da altri artisti appartenenti al movimento della Hudson River School, sviluppatosi nel XIX secolo. E proprio le zone nord di New York sono il punto di partenza di tutte le fotografie che compongono la serie. Le tonalità del colore diventano intensissime, i rossi e i gialli dominano la scena, le immagini trasmettono grande tranquillità ed empatia.

Le fotografie di Ryan McGinley presentate alla GAMeC sono di una bellezza sublime, spesso pervase da un tocco di nostalgia, sempre accompagnate da una musicalità ora soffice, ora impetuosa, ora silenziosa. La natura viene pensata sempre in termini di colori e forme; le fotografie vengono spesso realizzate alle luci dell’alba o di primo mattino oppure all’ora del tramonto o verso notte, quando l’atmosfera si fa più delicata ed emozionante. C’è qualcosa che accomuna la sua pratica fotografica alla ricerca pittorica: “Essendo un fotografo sei sempre in cerca di colori, e questo è ciò che accade quando sono in cerca dei luoghi in cui scattare. Nello stesso modo in cui un pittore deciderebbe un colore con cui dipingere, io cerco i colori nei luoghi”.

Ma se l’ambiente è una delle componenti centrali dell’opera di Ryan McGinley, altrettanto fondamentale è la presenza dell’uomo. Modelli maschili e femminili abitano questi paesaggi sconfinati come stessero vivendo o riconquistando un paradiso terrestre. Sono corpi innocenti e inevitabilmente nudi, in cui i colori e la forma del corpo, degli occhi e dei capelli viene messa in costante relazione con la natura circostante fino a diventare un tutt’uno, come dimostrano le opere Big Leaf Maple e Sugar (2015). Una natura che spesso è primordiale e completamente priva di ogni traccia di civilizzazione ma che in brevi frangenti, come si può vedere per esempio nelle fotografie I-Beam (Bolt) o Red Beetle (2015) reca i segni di una modernizzazione fuori luogo che vengono però resi innocui e riconvertiti a una dimensione innocente dall’utilizzo che ne viene fatto.

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Ryan McGinley è anche tra gli autori contemporanei che Mu.Sa vi propone. Qua trovate un approfondimento su di lui.

Daido Moriyama in Color

A distanza di sei anni dalla retrospettiva dedicata al suo lavoro in bianco e nero, Fondazione Fotografia Modena ha il piacere di presentare Daido Moriyama in Color, una nuova personale dedicata al maestro giapponese della street photography, e di mostrare i più recenti sviluppi della sua ricerca fotografica, segnata dalla riscoperta del colore.

Promossa da Fondazione Fotografia Modena e Fondazione Cassa di risparmio di Modena in collaborazione con la Galleria Carla Sozzani di Milano e in partnership con UniCredit, gruppo bancario da sempre impegnato in favore dell’arte e delle iniziative culturali nei territori dove è presente, Daido in Color sarà allestita al Foro Boario di Modena dal 6 marzo all’8 maggio 2016. Il percorso, a cura di Filippo Maggia, comprende una selezione di 130 fotografie, realizzate tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta.

Pur essendo noto prevalentemente per la sua produzione in bianco e nero, Daido Moriyama (Osaka, 1938) ha iniziato negli ultimi anni a rivalutare la fotografia a colori, rimettendo mano al suo vastissimo archivio e cominciando a pubblicare fotografie inedite, riferite soprattutto agli anni settanta. In quel periodo, Moriyama ha scattato in maniera quasi ossessiva, realizzando una quantità di fotografie a colori che non erano mai state pubblicate e che sono poi state raccolte nei recenti volumi fotografici Kagero and Colors (2008) e Mirage (2013). Fanno parte di questo filone a colori anche alcune rare fotografie bondage, commissionate all’artista dallo scrittore erotico giapponese Oniroku Dan, che Moriyama realizzò per pagarsi i viaggi in Europa, e altri scatti destinati all’edizione giapponese di Playboy.

Daido Moriyama in Color

Quando: 6 marzo – 8 maggio 2016

Dove: Foro Boario, via Bono da Nonantola 2, Modena

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Jacopo – Michele Brancati

Associazione Culturale WSP Photography presenta

“JACOPO”
Mostra fotografica di Michele Brancati
a cura di Teodora Malavenda

Dal 13 febbraio al 10 marzo

Ci sono situazioni in cui il mezzo fotografico può rappresentare un valido aiuto per meglio comprendere un evento straordinario, che irrompe improvvisamente nella nostra vita rendendola diversa da com’era prima. La nascita di un figlio, per esempio, è uno di questi. Un bel giorno ti svegli e prendi coscienza, con inedita consapevolezza, di un’inversione di ruoli e dello sconvolgimento delle tue categorie. Il breve tempo di una carezza si traduce in una corrispondenza d’amorevoli gesti e in una reciprocità di sguardi e intese. È il momento in cui instauri, con il nuovo “altro”, un rapporto intimo e privilegiato.

Jacopo è nato nel quartiere punk di Kreuzberg, a Berlino, l’1 febbraio 2013. Come la maggior parte dei suoi coetanei è un bambino vivace che ama giocare all’aria aperta, correre nei prati, saltellare sulla spiaggia, buttarsi a terra e rotolare tra le foglie. Lo incuriosiscono gli alberi e lo ipnotizzano i fiori. L’acqua del mare, se da un lato lo intimorisce, dall’altro lo incita a sfidare il pericolo obbligandolo a immergere goffamente le sue manine. A Jacopo piace ascoltare la musica, ha un debole per De Andrè. Il papà di Jacopo si chiama Michele, ed è profondamente innamorato del figlio. Trascorrono molto tempo assieme e, col passare dei mesi, sono diventati amici inseparabili. Subito dopo la nascita di Jacopo, senza alcuna premeditazione, Michele prende in mano la sua macchina fotografica e inizia a immortalare i primi passi di Jacopo verso il futuro. Con grande sensibilità e profondo amore racconta scene di vita quotidiana. Filtrate dall’obiettivo, esse restituiscono poetici frammenti evocativi di gioia e tenerezza. In questo progetto si dipanano poco più di tre anni di vita del piccolo Jacopo: un percorso appena iniziato ma già ampiamente vissuto e “documentato”. Dinanzi a questi scatti sarà facile immaginare quante saranno ancora, per Jacopo, le discese sullo scivolo e le corse a piedi scalzi. Con un sorriso sincero, gli auguriamo il miglior futuro tra tutti quelli possibili

Teodora Malavenda

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WAR IS OVER! L’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946

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A cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, la mostra propone un confronto tra due diversi sguardi che raccontano la Liberazione in Italia: quello delle fotografie a colori dei Signal Corps dell’esercito americano e quello delle immagini in bianco e nero dei fotografi dell’Istituto Luce, molte delle quali inedite o precedentemente censurate. La mostra è promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà e da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto, con il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

10 febbraio – 10 aprile 2016 – Forma Meravigli – Milano

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Lasciti – Roberto Toja

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Fotografie di fotografie ritrovate all’interno di case rurali abbandonate in Valdossola, in cui era ancora possibile ritrovare fotografie, lettere e documenti cartacei di chi vi aveva abitato decenni prima. L’interesse partiva dall’induguare quanto una foto-ricordo di una persona, in quanto tale, sopravviveva ed era conservata fino al momento in cui era mezzo e media di una memoria, di un nome o volto da ricordare. L’abbandono di questi ‘cimeli’ corrispondeva ad una seconda morte, ad una sorta d’induista ‘dissoluzione dell’ego’ di coloro che erano raffigurati. Al fotografo (o meglio all’intruso) rimaneva soltanto il compito ‘archeologico’ del ritrovare, del ‘riordinare’ ricordi e presenze di un periodo (mi ero concentrato solo su immagini tra la fine dell’Otto e i primi trent’anni del Novecento) di un periodo storico svanito.

Barbara Falletta – Zerodue

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Fin dalla sua nascita, la fotografia ha avuto un rapporto diretto con la città. Parigi interpretata da Daguerre, Nadar, Atget; New York fotografata da Riis, Stiglitz, Abbot. Lo sviluppo e le trasformazioni delle grandi città sono tuttora tra i temi che sollecitano maggiormente il lavoro dei fotografi. Senza dubbio le caratteristiche del mezzo e in primis il suo rapporto imprescindibile con la realtà, ne fanno uno strumento ideale per seguire e documentare nel tempo l’evoluzione urbanistica, architettonica, sociale e culturale delle città. La fotografia di città è diventata un vero e proprio genere nell’ambito del quale confluiscono diverse modalità operative, differenti approcci tematici e atteggiamenti espressivi: dalla street photography alla fotografia analitica del paesaggio urbano, dagli intenti di carattere più documentario agli interventi maggiormente “creativi” e di elaborazione dell’immagine. Barbara Falletta, fotografa che predilige il bianco e nero e che ben conosce l’utilizzo del procedimento analogico negativo/positivo – da bambina si è appassionata alla fotografia seguendo il lavoro di stampa in camera oscura – ci propone, in questa sua recente ricerca, una personale lettura della città di Milano. Milano è la città del nostro paese che ha subito in questi ultimi anni i mutamenti più importanti e radicali. L’imporsi dell’economia dei servizi sulla produzione industriale, la chiusura delle grandi fabbriche, l‘incremento della popolazione multietnica e altri fattori di carattere socio-economico ne hanno innescato un repentino cambiamento sia in ambito sociale, che per quanto concerne gli aspetti urbanistici e architettonici – si pensi alla zona di Porta Nuova, all’area dell’ex Fiera (Milanocity) o a situazioni più periferiche come i quartieri Adriano e Santa Giulia.

Le immagini di Falletta hanno un rapporto diretto con i cambiamenti e le trasformazioni del capoluogo lombardo. Le sue fotografie del paesaggio urbano milanese sono spesso caratterizzate dalla presenza di palazzi in costruzione, cantieri sovrastati da gigantesche gru metalliche, strade e ponti “in lavorazione”. Ma il cambiamento si legge, ad esempio, anche in immagini come quella dove due ragazze dai lineamenti orientali, sedute al tavolo di un locale, hanno come sfondo l’iconica facciata del Duomo.

Un altro elemento che caratterizza fortemente questa serie di fotografie è il movimento. L’autrice sceglie di organizzare le sue composizioni in modo da accentuare l‘idea di città in movimento. Lo fa utilizzando linee che producono prospettive profonde (i binari della ferrovia, l’autostrada), utilizza tempi di posa lunghi per ottenere inquadrature completamente o parzialmente mosse, sceglie il formato panoramico per invitare lo sguardo a esplorare lo spazio, sfrutta l’andamento curvilineo dei profili delle nuove vertiginose architetture.

La città fatta di novità e movimento è però rappresentata utilizzando un bianco e nero denso, contrastato, a volte cupo o caratterizzato da una luce opaca filtrata da un cielo grigio e carico di pioggia. E’ proprio in questo contrasto, in questa contraddizione visiva tra l’idea di città rinnovata e in movimento e l’atmosfera cupa, chiusa che le immagini di Falletta rivelano un’originalità particolare. Una visione fuori dagli stereotipi di tanta fotografia contemporanea, dei panorami notturni, ripresi dall’alto, sfavillanti di luci multicolori che trasformano le città in tante surreali Gotham City.

La Milano di queste fotografie è invece una città vista dalla strada, meno luccicante, meno patinata, lontana anche dai clamori entusiastici (?) dell’Expo. Una città più intima, più personale, interpretata dalla particolare sensibilità della giovane autrice che, con i suoi toni scuri e contrastati, trasmette una certa sensazione d’inquietudine, d’insicurezza che fa stranamente pensare alle atmosfere lontane della Milano dei romanzi di Scerbanenco. L’arcobaleno squarcia le nuvole sopra le alte torri di vetro.

Gianni Maffi

Spaziofarini6 – Milano dal  5 Febbraio al 2016 al 4 Marzo 2016

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Michele Mattiello – Balkan Express

In treno da Trieste ad Istanbul, attraverso i Balcani
Il mio desiderio non era di vedere Istanbul, ma l’esperienza del viaggio per arrivarci, di perdermi nei Balcani

L’idea di arrivare ad Istanbul in treno mi era venuta leggendo un breve racconto di Paolo Rumiz.
Un giorno di fine gennaio ho preso lo zaino, la macchina fotografica e, senza nessuna prenotazione, sono partito per arrivare ad Istanbul.
Una specie di piccola avventura.
Trieste, e poi Lubiana.
Il giorno dopo, treno verso Belgrado, e la notte successiva verso Sofia.
Infine un altro treno notturno, il Balkan Express, che mi ha portato ad Istanbul.

Freddo, continue tempeste di neve, cercare un albergo, parlare dentro a fumosi bar con degli sconosciuti, incontrare persone ed entrare nelle loro case, o solo per qualche momento nelle loro vite.
Questo non e’ altro che il racconto fotografico di quello che ho visto dai finestrini sporchi dei treni, per strada, nelle case. Michele Mattiello

Libreria Pangea – Padova – dal 13 febbraio al 5 marzo 2016

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Marco Introini – Ritratti di monumenti

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GALLARATE (VA) AL MA*GA  DAL 20 FEBBRAIO AL 28 MARZO 2016

Dal 20 febbraio al 28 marzo 2016, il MA*GA DI Gallarate (VA) ospita la mostra di Marco Introini (1968) dal titolo Ritratti di monumenti presentata da Maddalena d’Alfonso con 30 fotografie inedite dell’artista milanese. Tali opere nascono dal suo interesse per l’architettura e per il monumento inteso come documento e stratificazione materiale della memoria collettiva e sono il frutto della collaborazione con la storica impresa di restauro Gasparoli. Oggetto dell’indagine sono alcuni importanti edifici storici, che sono stati recentemente oggetto di restauro a cura di Gasparoli Srl, come la Ca’ Granda, la Galleria Vittorio Emanuele, la Casa Manzoni, Sant’Ambrogio, San Lorenzo, a Milano, la Villa Reale di Monza, e ancora l’oratorio Visconteo di Albizzate (VA).

Fotografare i processi evolutivi urbani è una pratica che ha sempre accompagnato l’attività di Marco Introini e costituisce strumento originale per una riflessione sull’architettura e sulla città. La volontà di documentare il gesto conservativo e artistico del restauro diventa occasione per creare opere d’arte capaci di raccontare la storia -e la cura del patrimonio – con immagini di grande intensità artistica. La cifra più caratteristica delle fotografie di Marco Introini sta nella luce nitida che avvolge le architetture ritratte e porta alla celebrazione della cultura materiale. Questo atteggiamento conduce a porsi una questione di fondo: se da un lato, è inevitabile rendere merito all’eccellenza italiana, dall’altro, ci si deve chiedere come si possa vivere i luoghi storici senza perdersi nella loro aura poetica. Se l’architettura nasce per essere vissuta e la fotografia per immortalare un momento irripetibile, nelle opere di Introini, i due atteggiamenti si invertono; in questo caso, sono le immagini a raccontare la possibilità di vivere uno spazio che sembra perfetto. I lavori urbani che ritraggono monumenti ed edifici restaurati ci invitano a guardare le immagini perfette di una costruzione mentale tipicamente europea. Il restauro dei monumenti, la conservazione degli edifici storici, persino la tutela di intere parti di città e di territorio sono infatti pratiche comuni per luoghi carichi di storia e di narrazioni collettive.

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IMAGENATION 2016

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L’Associazione Culturale DeFactory è orgogliosa di presentare la sua nuova mostra annuale: ImageNation 2016: Occhi sul Mondo.

Dal 12 Marzo al 3 Aprile 2016, la Galleria Civica “G.B. Bosio” di Desenzano del Garda, ospiterà un collettivo di 60 fotografi: per quest’anno, infatti, DeFactory ha voluto aprire le sue porte anche a fotografi da tutto il mondo, raccogliendo un repertorio di storie e immagini, ma soprattutto di persone, di diversa origine ma con la comune passione per la fotografia. Il legame che unisce e stabilisce il dialogo tra questi e il visitatore è il racconto e, insieme, il desiderio di condividerlo e farlo conoscere attraverso quell’immediatezza che solo la fotografia riesce a veicolare.

Per mezzo di una raccolta per immagini da diversi Paesi e svariate realtà culturali, ImageNation 2016 e questi occhi sul mondo rappresentano uno spunto per riflettere sulla potenza del sentimento di identità dei popoli e per fermarsi ad osservare ciò che di bello il mondo mette a nostra disposizione. Sta solo a noi riconoscerlo, ammirarlo e, con cura, proteggerlo.

L’inaugurazione è in programma Sabato 12 Marzo, dalle ore 18. La Galleria Civica, sita in Piazza Malvezzi a Desenzano è aperta nei seguenti giorni e orari: Martedì, 10.30-12.30. Giovedì e Venerdì, 16.00-19.00. Sabato, Domenica e Lunedì di Pasqua: 10.30-12.30 e 16.00-19.00. L’ingresso è libero.

La mostra, curata da Martin Vegas, vede la partecipazione di 30 fotografi internazionali e altrettanti fotografi italiani, non solo locali. Tra questi, una fotografa italiana che vive a Parigi ha documentato, con profondo rispetto e nessun voyeurismo, i difficili giorni dopo gli attacchi terroristici del Novembre 2015. Mentre, tra i partecipanti internazionali, ben 4 di essi sono stati premiati come Photographer of the Year e altri 2 sono vincitori del prestigioso primo premio National Geographic. Altri, provenienti da Paesi del mondo dove la censura limita fortemente l’attività espressiva, stanno cercando, tra innumerevoli difficoltà, di superare questa sorta di invisibilità dovuta all’oscurantismo. Reportage e storie dal mondo, quindi, ma anche escursioni nelle nuove tendenze della fotografia contemporanea, dove l’estetica al servizio della creatività diventa protagonista di opere fine-art di alto livello.

Da questa importante iniziativa verrà tratto un libro fotografico di 130 pagine, con tutte le immagini in mostra e i progetti fotografici completi dai quali esse sono tratte. Il volume sarà disponibile dal giorno dell’inaugurazione presso la Galleria Civica di Desenzano del Garda.

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Italia O Italia – Federico Clavarino

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19 febbraio – 8 aprile 2016 – Spazio Labò, Bologna

Uno spazio nuovo, generato dall’incontro con la realtà, dove i luoghi non hanno nome e così nemmeno le presenze che li attraversano. È un labirinto di frammenti, sagome, scorci. Il centro, la meta, altro non è che la reazione del fotografo alla loro presenza lungo il cammino. Gli scatti sembrano ricalcati sull’occhio dell’autore, tanto accompagnano il percorso girovago del suo sguardo. Tessendo una rete di rimandi, associazioni e tranelli, Clavarino si rivolge – con quella dose di ironia che solo una relazione intima consente – alla monumentale staticità del paesaggio italiano, investendola di rinnovate allegorie. Così, prima di diventare fotografie, questi frammenti sono le città di Calvino, i versi di Montale, i vuoti di De Chirico, i colori di Morandi. La storia della rappresentazione dell’Italia si manifesta, più vivida del suo storicismo. Familiare, se non riconoscibile. Antiche rovine sono interrotte dalle tracce del presente, quasi un impiccio al silenzio di questo sogno senza tempo.
Testo critico a cura di Ilaria Speri

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Anna