Mostre di fotografia da non perdere ad Aprile

Sono davvero numerose e molto interessanti le mostre che vi proponiamo per il mese di aprile!

Non perdetevele!

Anna Brenna

MARTINE FRANCK. REGARDER LES AUTRES

Martine Franck, Sylvie Henaux, ingénieure, usine de cablage Renault, Dreux, France, 1991
© Martine Franck / Magnum Photos | Martine Franck, Sylvie Henaux, ingénieure, usine de cablage Renault, Dreux, France, 1991

Je ne pense pas que l’on puisse être un bon photographe
 si l’on n’a pas la curiosité des autres […]”.
“Non penso che si possa essere un buon fotografo se non si ha curiosità per l’altro…”
Martine Franck

L’ambiziosa opera fotografica di Martine Franck (1938-2012) e la sua sincera attrazione per gli esseri umani – la gioia dell’infanzia, i ritratti di lavoratori, le lotte femministe, la spiritualità buddista, gli anziani – sono al centro del progetto espositivo promosso dal Forte di Bard in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson dal titolo Martine Franck. Regarder les autres, in programma dal 9 marzo al 2 giugno 2024, nelle sale delle Cantine della fortezza.

L’obiettivo della mostra curata da Clément Chéroux, Direttore della Fondazione Henri Cartier-Bresson, è quello di far conoscere l’immenso contributo di Martine Franck come donna fotografa, celebrare le sue immagini più notedell’infanzia, della vecchiaia e del teatro, alcune delle quali sono diventate delle icone. L’artista ha documentato il grande affresco dell’avventura terrena, nella tradizione della fotografia umanista francese, lasciando un’impronta profonda e personale nella storia della fotografia del XX secolo. 

«La mostra è frutto di un progetto inedito realizzato e curato dalla Fondazione Henri Cartier-Bresson su richiesta dell’Associazione Forte di Bard e avrà anche una tappa estera in Grecia nel corso del 2024 – spiega la Presidente dell’Associazione Forte di Bard, Ornella Badery –. Vengono presentate in mostra più di 180 opere, suddivise in 7 sezioni che spaziano dagli scatti che immortalano gli stadi della vita alle manifestazioni politiche, passando per le lotte femministe e i paesaggi dei luoghi a lei più cari. Un omaggio ad una delle più grandi donne della fotografia mondiale».

Martine Franck professava lo stupore e la celebrazione della vita, una gioia profonda di fronte all’umanità e allo stesso tempo lottava contro l’esclusione con tutta l’empatia che sapeva mostrare. Fotografa socialmente impegnata, divenne un’attivista per molte delle cause che fotografò attivamente. “Una fotografia non è necessariamente una bugia – ha detto -. Ma non è nemmeno la verità. […] Bisogna essere pronti ad accogliere l’inaspettato”.

Martine Franck ha un personale approccio documentale della fotografa, alla ricerca costante della vita e di quello che si spinge oltre la verità: nell’inaspettato, colto insieme alle maschere del Théâtre du Soleil e nelle rivolte del ‘68, ma anche scovato nelle case degli anziani francesi e in un monastero in Nepal. Fotografando le altre donne, privilegiate e indigenti, celebri e anonime. Avvicinando ricamatrici di doti come le giovani ragazze indiane dei piccoli villaggi di Gujarat, come ha fatto con artiste del calibro di Sarah Moon, fotografata mentre salta la corda con una ragazzina. Ha documentato gli eventi politici e sociali del XX secolo per riviste come Life e il New York’s Times, partecipato alla creazione di agenzie come Vu e il lavoro collettivo di Viva, prima di diventare una delle poche donne di Magnum Photos e la più forte sostenitrice della Fondazione Henri Cartier-Bresson.

Fotografa di grande sensibilità, Martine Franck sfiora con delicatezza la semplicità del quotidiano. Le sue immagini permettono di entrare in un mondo sospeso. Fotografie che hanno il merito di distogliere lo sguardo da focali di sicuro impatto, per portarlo su particolari intensamente simbolici. La Franck crea un meccanismo visivo che, attraverso la cura costante del rapporto tra contenuto e forma, genera immagini di singolare bellezza. La fotografia diventa per la fotografa belga un modo di comunicare emozioni, passando dai ritratti di alcuni tra i più importanti artisti e scrittori, tra cui Michel Foucault, Marc Chagall e Agnès Varda, ad un impegno sociale che si focalizza nel dare voce a sfollati ed emarginati. Ognuna delle sue fotografie nonostante nasca dall’istinto del momento, rivela una profonda cura della composizione e una potenza artistica fuori del comune. La sua arte è il riflesso di una scrittura personale segnata da geometrie, curve e linee, alla ricerca della bellezza dell’animo umano e della profondità dei cuori e delle anime, catturati nel vivo delle cose, compresa l’espressione artistica resa attraverso uno “sguardo” di eccezionale sensibilità.

Dal 09 Marzo 2024 al 02 Giugno 2024 – Forte di Bard (Aosta)

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FRANCO FONTANA. MODENA DENTRO

Franco Fontana, Artemide, 1970
© Franco Fontana | Franco Fontana, Artemide, 1970

Inaugura il 27 marzo dalle 18 alle 20 negli spazi rinnovati dell’Ex Ospedale Estense la mostra Franco Fontana. Modena dentro, omaggio al grande maestro della fotografia allo scoccare dei suoi 90 anni.
 
La mostra, a cura di Lorenzo Respi presenta fino al 16 giugno 2024, una selezione di circa 15 opere di Fontana messe a confronto con opere di artisti contemporanei italiani e stranieri, provenienti da collezioni pubbliche e private nazionali.
La scelta delle opere di Franco Fontana si focalizza sulla committenza a partire dagli anni ‘70, di imprese modenesi, nazionali e internazionali che hanno sempre dato carta bianca alla creatività dell’autore.
Nelle foto dell’artista convivono le radici di una tradizione fortemente identitaria, modello affermato in molteplici campi – dalla storia dell’arte al design, dall’innovazione tecnologica al Made in Italy, dalla sensibilità per il bello all’estensione della sua applicazione nella vita quotidiana – e lo sguardo verso un orizzonte più ampio, quello della cultura visiva e dei suoi protagonisti, un patrimonio iconografico impercettibile impresso negli scatti realizzati in oltre sessant’anni di carriera.  
 
Proprio questa spinta verso il “fuori”, la ricerca, ha stimolato anche l’occhio di Fontana ad approfondire e appassionarsi ad opere di artisti viste e conosciute durante i viaggi nel mondo: nascono così le passioni personali per Piet Mondrian, Mark Rothko, Alberto Burri ed altri ancora, che diventano riferimenti visivi inconsci riflettendosi nel suo modo di inquadrare e scattare fotografie, pur rimanendo sempre fedele al proprio stile linguistico sintetico.
La geometria e il colore, il visibile e soprattutto l’invisibile, il tempo e l’attimo sono gli elementi con i quali Franco Fontana scompone la realtà e ricompone l’immagine di ciò che già esiste al di là dell’obiettivo della macchina fotografica. 
 
In mostra sono presenti, per un confronto iconografico immediato e suggestivo, proprio le opere di alcuni artisti moderni e contemporanei cari a Franco Fontana, tra i quali Mimmo Rotella, Christo, Giuseppe Uncini, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mauro Reggiani, Piero Gilardi

Dal 27 Marzo 2024 al 16 Giugno 2024 – Ex Ospedale Estense – Modena

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ULIANO LUCAS. ALTRE VOCI, ALTRI LUOGHI. FOTOGRAFARE PER COMPRENDERE IL MONDO INTORNO A NOI

Uliano Lucas, Piazzale Accursio, Milano, 1971
© Archivio Uliano Lucas | Uliano Lucas, Piazzale Accursio, Milano, 1971

Sabato 3 febbraio 2024 alle ore 17.00 verrà inaugurata, alla presenza dell’autore, la mostra fotografica di Uliano Lucas Altre voci, altri luoghi. Fotografare per comprendere il mondo intorno a noi al CARMI museo Carrara e Michelangelo.

La mostra di Uliano Lucas – che resterà aperta fino al 5 maggio 2024 – è promossa dal Comune di Carrara e curata dall’associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani di Fosdinovo (MS), gestore del vicino Museo Audiovisivo della Resistenza, anch’esso partner del progetto. L’iniziativa è patrocinata inoltre dalla Regione Toscana, dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana e dall’Accademia di Belle Arti di Carrara.

La mostra è un viaggio in bianco e nero con più di cinquanta scatti e un’installazione multimediale che raccontano l’attività del fotoreporter dagli anni Settanta fino ad oggi, ma costituisce anche un’interessante contaminazione di codici e linguaggi: non è così comune che un fotografo contemporaneo esponga le sue fotografie nelle sale di un museo dedicato alla scultura, al marmo di Carrara e a Michelangelo.

Al centro della scena c’è uno straordinario viaggio che tocca svariati ambiti e temi della storia umana, a partire dai primi scatti nel 1960 fino ad arrivare agli ultimissimi del 2021, componendo una delle più importanti antologiche del fotografo mai realizzate.

La mostra ha un’articolazione in sette capitoli: Milano che cambia (1960-2018), in cui è messa al centro la città in cui è nato e cresciuto a partire dall’ “iniziazione” culturale nel mitico Bar Giamaica, dalle case di ringhiera fino alle ultime immagini della metropoli, passando per gli snodi cruciali della storia della Repubblica come la strage di Piazza Fontana e il funerale di Giuseppe Pinelli; Sognatori e ribelli (1960-1976) in cui si raccontano gli anni della ribellione studentesca e operaia, il lungo Sessantotto; Lavoro e lavori (1971-2017), una indagine sui mestieri in varie epoche e latitudini; Istituzioni totali (1968-2018), in cui si racconta la chiusura dei manicomi fino ad arrivare agli ultimi esiti della straordinaria riforma Basaglia, inoltre vengono indagati anche altre istituzioni totali come la caserma (un suo reportage di grande successo era intitolato L’istituzione armata) e il carcere; Libertade. Guinea-Bissau (1969), Angola (1972), Portogallo (1972 e 1974) è un capitolo di straordinario interesse in cui Lucas racconta le lotte di liberazione, la decolonizzazione dell’Africa e la caduta dell’ultimo regime fascista in Europa, con la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario; in Guerra o pace (1970-2018) ci sono non solo le immagini delle guerre che Lucas ha raccontato attraverso le sue fotografie in modo del tutto originale ma anche la ricerca di una nuova umanità, di un desiderio di pace e della ricerca di un nuovo modo di vivere e convivere; La condizione umana (1968-2021) è un’indagine sulla bellezza delle vite vissute ai margini nel tentativo di ribadire la grandiosità di ogni esistenza se solo si riuscisse a leggere in controluce la realtà.   Per l’occasione verrà stampato un catalogo della mostra con più di 140 fotografie, nella serie Sguardi della collana Verba manent. Racconti di vita e storia orale Edizioni ETS di Pisa, a cura di Archivi della Resistenza in collaborazione con Tatiana Agliani, con l’introduzione istituzionale del Comune di Carrara, testi di Alessio Giananti, Andrea Castagna e Simona Mussini e un’intervista inedita a Uliano Lucas.

Dal 03 Febbraio 2024 al 05 Maggio 2024 – CARMI museo Carrara e Michelangelo – Carrara

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Sara Munari – Lapilli

Lapilli – Sara Munari

 Premio Paolo VI per l’arte contemporanea.
Da sabato 6 aprile a sabato 15 giugno Sara Munari, fotografa e artista visiva vincitrice della quarta edizione del “Premio Paolo VI per l’arte contemporanea”, sarà protagonista della personale “Lapilli”: una mostra che approfondisce il rapporto tra vulcani, religione e umanità raccontando della connessione tra gli eventi naturali potenti e le leggende, i miti e gli elementi religiosi attraverso i quali l’uomo cerca di proteggersi.
La mostra sarà accessibile durante gli orari di apertura della Collezione Paolo VI – arte contemporanea – dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00, sabato dalle 14.00 alle 19.00. Biglietto unico d’ingresso: € 2,50

Un’indagine visiva che mescola fotografia e arte contemporanea e tratta del rapporto tra uomo, leggenda e religione legata agli eventi catastrofici che caratterizzano la storia del mondo.

Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

COLLEZIONE PAOLO VI – CONCESIO BRESCIA

Dal 6 Aprile al 15 Giugno 2024

https://www.collezionepaolovi.it/

Sara Munari – Lapilli

Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron
Portraits to Dream In

Photographers Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron are two of the most influential women in the history of photography. They lived a century apart – Cameron working in the UK and Sri Lanka from the 1860s, and Woodman in America and Italy from the 1970s. Both women explored portraiture beyond its ability to record appearance – using their own creativity and imagination to suggest notions of beauty, symbolism, transformation and storytelling. Showcasing more than 160 rare vintage prints, Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron: Portraits to Dream In spans the career of both artists – and suggests new ways to look at their work, and the way photographic portraiture was created in the 19th and 20th centuries.

21 March – 16 June 2024 – National Portrait Gallery – London

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WEEGEE – AUTOPSY OF THE SPECTACLE

Charles Sodokoff and Arthur Webber Use Their Top Hats to Hide Their Faces, 1942 © International Center of Photography. Louis Stettner Archives, Paris.

There’s a mystery to Weegee. The American photographer’s career seems to be split in two. One side includes his sensational photography printed in North American tabloids: corpses of gangsters lying in pools of their own blood, bodies trapped in battered vehicles, kingpins looking sinister behind the bars of prison wagons, dilapidated slums consumed by fire, and other harrowing documents on the lives of the underprivileged in New York from 1935 to 1945. Then come the festive photographs–glamorous parties, performances by entertainers, jubilant crowds, openings and premieres–to which we must add a vast array of portraits of public figures that Weegee delighted in distorting using a rich palette of tricks between 1948 and 1951, a practice he pursued until the end of his life.

How can these diametrically opposed bodies of work coexist? Critics have enjoyed highlighting the opposition between the two periods, praising the former and disparaging the latter. The exhibition Autopsy of the Spectacle seeks to reconcile the two parts of Weegee by showing that, beyond formal differences, the photographer’s approach is critically coherent.

The spectacle is omnipresent in Weegee’s work. In the first part of his career, which coincides with the rise of the tabloid press, he was an active participant in transforming news into spectacle. To show this, he often included spectators, or other photographers, in the foreground of his images. In the second half of his career, Weegee mocked the Hollywood spectacular: its ephemeral glory, adoring crowds and social scenes. Some years before the Situationist International, his photography presented an incisive critique of the Society of the Spectacle.
With a new perspective on Weegee’s oeuvre, Autopsy of the Spectacle presents the photographer’s iconic images beside lesser-known works, including images not-yet-exhibited in France.

JANUARY 30 – MAY 19, 2024 – Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris

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ALESSANDRA SANGUINETTI – THE ADVENTURES OF GUILLE AND BELINDA

The Cousins, 2005 © 2021 Alessandra Sanguinetti

Alessandra Sanguinetti (born 1968) was raised and educated in Argentina. In 1999, she met two inimitable children, Guillermina Aranciaga and Belinda Stutz. The two young women, whose lives she then followed, became icons in her life and work. Against the backdrop of rural Argentina, in an overwhelmingly male world of gauchos and farmers, the artist’s documentary work spans different stages of life, reflecting on the irreversibility of time.

With the help of the two cousins (Aranciaga and Stutz), using scenography and accessories, Sanguinetti puts her photographs and her models into dialogue in a resolutely phantasmagorical series. As Morpheus holds a mirror in one hand while offering the power of dreams in the other, the artist paradoxically transports us to the realm of illusion and portrays a world proper to the two individuals, at first no more than “points on the horizon”.

In dreamlike, psychoanalytical images, Sanguinetti subtly addresses the continual question of an artist’s relationship to her subject. Within and beyond the series, the three women, Guillermina, Belinda and Alessandra, ultimately form another type of family.

The Adventures of Guille and Belinda is always worthy of an update. Shown at Les Rencontres d’Arles in 2006, at the BAL in Paris, 2011, it will be shown from January 30 to May 19 at the Fondation Henri Cartier-Bresson in an extended, updated series of 52 photographs and 3 films. The project is rich in its past and current forms, as it will be in forms to come.

JANUARY 30 – MAY 19, 2024- Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris

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Cindy Sherman

Comprised of Cindy Sherman’s latest body of work, this exhibition features a series of improbable portraits that exemplify the morphing of self. The concept of identity as a construct is a central theme that runs throughout Sherman’s work; in this series the artist renders this notion even more perceptible by splicing together photographs of the individual parts of her own face into a set of collaged images. The result is a series of wholly asymmetric – and therefore seemingly distorted – portraits, depicting entirely new characters that are brought to life in the process.

“I’m disgusted with how people get themselves to look beautiful” stated Sherman in an interview close to forty years ago, “I’m much more fascinated with the other side.” In many respects, this exhibition is the culmination of this sentiment. Drawn from a series of twenty-six “floating creatures,” as the artist has referred to them, these disfigured, and at times disproportionate portraits embody Sherman’s most grotesque work to date. Deliberately printed in a large format, Sherman confronts the viewer with details usually deemed unsightly: wrinkles, contortions, badly applied make-up. By drawing attention to the elements so often smoothed over, Sherman probes our relationship of (un)attractiveness to the construct of self.

29 Mar – 4 Aug 2024 – Photo Elysèe, Lausanne 

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Una movida Bárbara. Fotografie di Ouka Lele

Mostra dedicata all’artista multidisciplinare da poco scomparsa Ouka Leele, che ha saputo coniugare in modo originale fotografia e pittura.

Ideata con l’intento di proseguire la rassegna di fotografi spagnoli attivi nell’ambito della “movida madrileña” degli anni Ottanta (in continuità con quella di Miguel Trillo già ospitata presso lo stesso Museo), l’esposizione ripercorrerà l’intera carriera di quest’artista, vincitrice del Premio Nazionale di Fotografia nel 2005, presentando opere dalla sua prima esposizione, Peluquería, fino agli ultimi lavori, come la serie scattata nelle Asturie A donde la luz me lleve, o quella di disegni con motivi botanici Floreale, offrendo una visione complessiva dell’universo creativo di Ouka Leele.

In mostra circa 90 opere di diverse dimensioni, formati e tecniche (alcune delle quali originali), sarà completata da video, cataloghi e materiale documentario.

17/04 – 07/07/2024 – Museo di Roma in Trastevere

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FABIO BUCCIARELLI. THE WORLD WE LIVE IN

Fabio Bucciarelli. The world we live in, Palazzo Todesco, Vittorio Veneto

Sabato 23 marzo 2024 a Palazzo Todesco di Vittorio Veneto verrà inaugurata alle ore 10.30 “The world we live in” la nuova mostra dedicata al pluripremiato fotografo italiano FABIO BUCCIARELLI. Bucciarelli è un fotografo, giornalista e autore internazionale noto per il suo lavoro di reportage sui conflitti globali e sulle terribili ricadute umanitarie che ne conseguono. L’impegno costante nel raccontare storie importanti attraverso immagini vivide e reportage dettagliati gli è valso l’ampio riconoscimento e il rispetto del settore. Il suo reportage sulla guerra siriana gli è valso la prestigiosa Robert Capa Gold Medal dell’Overseas Press Club of America. Ha vinto 10 premi Picture of the Year International, 2 premi World Press Photo, 2 Sony World Photography Awards, il Prix Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra, il VISA d’Or News di Perpignan, la Lucie Foundation, il Premio Internazionale Yannis Behrakis, il Premio Ponchielli, il World Report Award. Tra gli altri riconoscimenti anche: Best of Photojournalism, Days Japan International, Kuala Lumpur International PhotoAwards e Getty Images Editorial Grant. È stato nominato Fotografo dell’anno nel 2019 e Fotografo dell’anno Award of Excellence nel 2023. Oggi collabora con i principali organi di informazione, tra cui New York Times, La Repubblica, Die Zeit, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Yahoo News, Newsweek, L’Espresso, Time Magazine, Al Jazeera. Oltre ai suoi progetti come fotografo e reporter, è stato incaricato di lavorare come curatore e direttore artistico per diversi musei e istituzioni, tra cui il Ministero degli Affari Esteri italiano. Nel novembre 2023 è diventato Ambasciatore Canon, unendosi così a un gruppo illustre di fotoreporter di grande talento e fama.
“Bucciarelli è creatore di immagini tecnicamente perfette, esteticamente ricercate, dense di significati”. Così ne parla l’Assessore alla Cultura del Comune di Vittorio Veneto Antonella Uliana nel suo testo introduttivo alla mostra. “Immagini che raccontano la realtà in modo coinvolgente e diretto. E, più o meno consapevolmente, ci parlano ancora una volta dello stretto rapporto tra pittura e fotografia. In uno scatto sulla grande marcia di ritorno a Gaza c’è Eugene Delacroix con la sua Libertà che guida il popolo, fu il primo quadro politico nella storia della pittura moderna come venne definito. Ci parlano del grande artista francese il riferimento formale ad una composizione piramidale e le linee direzionali, create da gesti e sguardi, che conducono al movimento deciso del braccio destro della figura centrale. In Delacroix è l’immagine simbolica della Libertà che agita il tricolore invitando il popolo in armi a seguirla, nella fotografia di Bucciarelli un uomo che procede incitando con slancio e vigore la folla tumultuosa. La tragicità delle scene è amplificata da un identico cielo grigio; nuvole, polvere, il fumo nero delle gomme bruciate impediscono di vedere il sole ma sulle dominanti tonalità scure si impongono all’occhio le stesse accensioni cromatiche di rosso vivo. Travolgente è la medesima direzione del moto dei protagonisti che avanzano con decisione verso l’osservatore”.  

Dal 23 Marzo 2024 al 26 Maggio 2024 – Palazzo Todesco – Vittorio Veneto (TV)

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LAURA SALVINELLI. AFGHANA

Laura Salvinelli - Maternità, sala operatoria, la mc Monika Pernjakovic (destra) e la ginecologa Keren Picucci (sinistra). Anabah, Panjshir. Afghanistan 2019
© Laura Salvinelli | Laura Salvinelli – Maternità, sala operatoria, la mc Monika Pernjakovic (destra) e la ginecologa Keren Picucci (sinistra). Anabah, Panjshir. Afghanistan 2019

Storie di mamme afghane e dei loro bambini, di giovani donne che hanno potuto realizzare il sogno di diventare infermiere e dottoresse; il racconto dell’essere donne e madri in un Paese complesso come l’Afghanistan: dal 16 marzo al 28 aprile, nell’ambito della 12esima edizione del Festival Fotografico Europeo, presso il Castello Visconteo di Legnano, in via Catullo 1, saranno esposte le testimonianze e i volti delle donne del Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah, nella Valle del  Panshir, protagonisti della mostra “AFGHANA della fotografa Laura Salvinelli

Sabato 6 aprile alle ore 17:30, sarà inoltre possibile approfondire il tema al centro della mostra con un incontro dedicato al lavoro di EMERGENCY in Afghanistan e agli scatti proposti all’interno dell’esposizione, con la presenza della fotografa, Laura Salvinelli e della responsabile della Medical Division Paediatrics di EMERGENCY, Manuela Valenti. 
Le fotografie raccontano la storia delle dottoresse, delle infermiere e delle pazienti del Centro di EMERGENCY dedicato alla maternità. Nel viaggio fotografico si incontra il viso sorridente di Zarghona che ha dato alla luce il primo figlio maschio, Kemeya alle prese con il suo quinto cesareo, le donne nomadi Kuchi durante uno dei loro passaggi stagionali nella Valle. E ancora Asuda che, grazie al Centro di maternità di EMERGENCY, ha potuto studiare e formarsi per diventare ostetrica; Marja, che ha iniziato a lavorare in Afghanistan con EMERGENCY nel 1999; Monika e Keren, coordinatrice medica e ginecologa, che esprimono tutta la loro felicità per i tanti bambini che hanno visto nascere.

Il reportage sul Centro di maternità ad Anabah nella Valle del Panshir è stato per me come un ritorno a ‘casa’ – racconta la fotografa Laura Salvinelli – ‘Casa’ è per me l’Afghanistan, luogo della mia anima e ‘casa’ è l’impegno di EMERGENCY contro la guerra e in difesa dei diritti umani. Ho lavorato in un mondo in cui fotografare le donne è un tabù interpretando il ruolo dell’elefante in un negozio di cristalli. Ho combattuto per mostrare in Occidente le foto del parto, che violano un altro tabù, quello del sangue della vita e del corpo reale delle donne. Mi sono posta in continuazione la domanda di tutti i fotografi: se sia giusto entrare nell’intimità degli altri. Credo che la risposta, sempre diversa, dipenda da perché e da come si fa – l’importante è che quella domanda lavori sempre dentro di noi.”

In Afghanistan la mortalità materna è 99 volte più alta di quella registrata in Italia e il tasso di mortalità infantile 47 volte più alto: 
una donna su 14 muore per complicazioni legate alla gravidanza, mentre un bambino su 18 muore prima di compiere i 5 anni.
Si stima che nel 2024 saranno 23.7 milioni gli afgani in necessità di aiuti umanitari; 17.9 milioni di questi con bisogni sanitari gravi o estremi. Curarsi è troppo costoso; non ci sono ambulanze in caso di emergenza; le strutture sono inadeguate, sprovviste di personale specializzato, macchinari, elettricità e acqua, soprattutto nelle zone rurali. Le donne sono il gruppo più vulnerabile. La mancanza di mezzi di trasportosicuri ed efficienti, l’assenza di cliniche che offrano cure ostetriche per le future mamme nelle zone rurali e la diminuzione del potere d’acquisto (del 20% inferiore rispetto a quello degli uomini), rende la possibilità di accedere a cure tempestive ed efficaci per le afgane ancora più precaria.

L’Afghanistan è un pezzo importante della storia di EMERGENCY, ma dopo 25 anni di lavoro anche EMERGENCY è diventata parte integrante della storia del Paese – ricorda Rossella Micciopresidente della ONG che lavora in Afghanistan dal 1999 – 
E tutt’oggi noi continuiamo a rimanere nel Paese con tre ospedali chirurgici, un Centro di maternità e 42 posti di primo soccorso. La reputazione di cui gode EMERGENCY tra la popolazione locale non solo ha garantito sostenibilità alle attività del Centro di maternità, ma ha anche contribuito a dare forma e sostanza a un nuovo ruolo delle operatrici sanitarie nella regione. Oggi più che mai è importante non dimenticare questo Paese e la sua popolazione: non possiamo sapere cosa accadrà in futuro, ma lasciare gli afgani da soli di certo a ricostruire ciò che è stato distrutto in 20 anni di guerra
”, 

Nel 2003, accanto al Centro chirurgico e pediatrico del Panshir, EMERGENCY ha aperto le porte del Centro di maternità, ancora oggi l’unica struttura specializzata e gratuita della zona che permette alle donne la formazione necessaria per diventare infermiere, ginecologhe, ostetriche e garantisce alla popolazione femminile di partorire in un ospedale sicuro, un’oasi protetta in cui gli uomini non hanno accesso, e che diventa sia per le pazienti che per lo staff un luogo dove prendersi cura di loro stesse.  Qui sono oltre 7mila i parti effettuati ogni annoda quando è entrato in funzione, nel giugno 2003, a oggi nel Centro sono state curate più di 489mila donne e bambini e sono stati fatti nascere più di 76mila bambini.

Dal 16 Marzo 2024 al 28 Aprile 2024 – Castello Visconteo – Legnano

S75 – Petra Stavast

S75 è la mostra personale della fotografa olandese Petra Stavast che inaugura presso la galleria di Spazio Labo’ mercoledì 17 aprile alle ore 19.30 alla presenza dell’artista.

S75 è un progetto che prende il nome dal telefono cellulare Siemens S75: lanciato nel 2005, è stato il primo telefono cellulare di Stavast dotato di una fotocamera integrata, con una risoluzione massima di 1280 × 960 pixel.
In S75 Stavast racchiude 224 ritratti a persone appartenenti alla sua vita quotidiana, ma raramente ad amici o familiari, tutti realizzati in studio utilizzando la tecnologia, oggi considerata obsoleta, di questo telefono. La serie è realizzata in un arco di diciassette anni, tra il 2005 e il 2022 ad Amsterdam, Banff e Shanghai.

I limiti tecnici della fotocamera rappresentano una caratteristica centrale del lavoro: la bassa risoluzione delle immagini e le pose classiche dei soggetti ritratti danno luogo a uno spazio atemporale e disgiunto, che non è né presente né passato. I ritratti trasmettono una inquietante sensazione di instabilità formale ed emotiva tra stagnazione e transizione, e creano un’immobilità visiva che sembra più vicina alla pittura che alla fotografia.

La serie di ritratti si confronta con quel preciso, breve momento in cui la persona ritratta e la fotografa sono insieme: le tensioni e le aspettative di entrambe sono parti visibili del risultato finale. I ritratti evocano una tensione tra il carattere digitale della fotocamera a bassa risoluzione e l’immagine che rimanda all’arte classica del ritratto.

Il fatto che con il Siemens S75 la tecnica fotografica non possa essere controllata è essenziale per il lavoro di Stavast e questo concetto è stato tradotto nel libro fotografico, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice olandese Roma Publications, attraverso la scelta di una tecnica di stampa altrettanto difficile da controllare, quella del rotocalco. Questa scelta comporta una sorta di tensione tra la natura digitale delle foto del telefono, condivisibili e riproducibili all’infinito, e l’associazione della produzione di massa con la stampa rotocalco. Inoltre, la carta e la tecnica di stampa esaltano l’apparenza granulosa delle fotografie, dando loro una morbidezza che ricorda quelle che si cerca di ottenere oggi con i filtri, e la sottigliezza della carta fa sì che le pagine si sfoglino delicatamente e lentamente, dando a tutti gli effetti il senso della vastità di questo progetto a lungo termine.

Dal 17 aprile al 21 giugno 2024 – Spazio Labo’ – Bologna

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Mostre per maggio

Ciao!

Ed eccoci anche per questo mese al nostro appuntamento fisso con le mostre. Il programma si preannuncia ricchissimo anche per maggio. Siateci! 😀

Sulla pagina dedicata, trovate il calendario aggiornato di tutte le mostre in corso!

Anna

Sara Munari – Be the bee body be boom (bidibibodibibu)

Mi sono ispirata sia alle favole del folklore dell’Est Europa, sia alle leggende urbane che soffiano su questi territori. Un incontro tra sacro e profano, suoni sordi che ‘dialogano’ tra di loro permettendomi di interpretare la voce degli spiriti dei luoghi. Ogni immagine è una piccola storia indipendente che tenta di esprimere rituali, bugie, malinconia e segreti. L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari, in tutti questi luoghi ho percepito una forte collisione tra passato, spesso preponderante, e presente. Sono anni che viaggio a est, forse il mio sguardo è visionario e legato al mondo dei giovani, a quella che presuppongo possa essere la loro immaginazione.

dal 12 maggio al 3 giugno 2017 – Spazio Raw Milano

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Paolo Pellegrin. Frontiers

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L’esposizione Paolo Pellegrin. Frontiers visitabile dal 30 aprile al 26 novembre 2017 negli spazi del nuovo Museo il Ferdinando, documenta in anteprima mondiale attraverso gli intensi scatti di Paolo Pellegrin, il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti che fuggono in cerca di un futuro migliore.
L’orrore delle traversate del Mar Mediterraneo, l’esperienza degli sbarchi e della permanenza nei centri di accoglienza. Si tratta di un’anteprima assoluta firmata da uno tra i più importanti fotoreporter al mondo. Membro di Magnum Photos dal 2001, Pellegrin lavora con le più affermate testate internazionali e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e la Medaglia d’oro Robert Capa.

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Agenzia Magnum Photos di Parigi integra ed attualizza i contenuti del nuovo Museo delle Frontiere evidenziando il tragico racconto del fenomeno migratorio in atto, ormai diventato tratto distintivo del nostro tempo. Un fenomeno che secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni non si arresterà prima del 2050. Le fotografie, in bianco e nero, di notevole impatto visivo ed emotivo, sono state scattate nel 2015. La maggior parte di esse documenta la situazione sull’isola greca di Lesbo dove, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono sbarcati più di 500.000 degli 850.000 rifugiati giunti in Grecia nel corso del 2015.

Il tema dell’esposizione offre un punto di vista quanto mai attuale sul dramma dei migranti, oltre a un’esplicita riflessione sulle frontiere – visibili o invisibili, geografiche, politiche e sociali – che dividono le persone, in un’Europa che oggi è chiamata alla sfida dell’accoglienza.

Forte di Bard – Aosta dal 30 aprile al 26 novembre 2017

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Antoine D’Agata

Torna a Milano Antoine D’Agata. A cura di Claudio Composti, la personale presenta alcuni dei suoi lavori più iconici degli ultimi 15 anni.

Una mostra in collaborazione con la Gallerie Filles du Calvaire di Parigi.

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Istanti di luoghi – Ferdinando Scianna

Scianna

Nella mia vita ho incrociato uomini, storie, luoghi, animali, bellezze, dolori, che mi hanno suscitato, come persona e come fotografo, emozioni, pensieri, reazioni formali che mi hanno imposto di fotografarli, di conservarne una traccia. Ho sempre pensato io faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo è lì perché io ne faccia fotografie. Anche questi luoghi non mi sembra di averli cercati, li ho incontrati vivendo, e poi ho scelto alcune delle tante fotografie che in questi incontri mi sono state regalate per comporne un libro nel quale riconoscermi.

Ferdinando Scianna

Forma Meravigli dal 21 aprile al 30 luglio

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World Press Photo 2017

World Press Photo 2017, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, è ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography

La mostra del World Press Photo 2017 si terrà a Roma in prima mondiale insieme a Siviglia e Lisbona presso il Palazzo delle Esposizioni dal 28 aprile al 28 maggio 2017. Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.
Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

Per l’edizione 2017 le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 80,408, inviate da 5,034 fotografi di 125 nazionalità. La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 45 fotografi provenienti da 25 paesi: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, UK, USA.

Palazzo delle Esposizioni – Roma dal 28 aprile al 28 maggio

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Le mostre di Fotografia Europea 2017

Come ogni anno torna a Reggio Emilia il festival Fotografia Europea. Quest’anno il concept sviluppato è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro.

Tra le varie mostre che si terranno in città dal 5 maggio al 9 luglio, ve ne segnaliamo alcune tra le più importanti. Date comunque un’occhiata al sito per il programma completo, perchè ce ne sono veramente molte interessanti.

PAUL STRAND E CESARE ZAVATTINI a Palazzo Magnani

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UN PAESE. LA STORIA E L’EREDITÀ
a cura di Laura Gasparini e Alberto Ferraboschi

Un Paese è uno dei primi libri fotografici italiani e risente della cultura del neorealismo italiano e racconta, attraverso le immagini del fotografo statunitense e i testi di Cesare Zavattini, le vite e le storie degli umili di un paese italiano – Luzzara, nella pianura padana – scelto come specchio dello spirito di un popolo e del ritmo universale della vita legata alla terra.

La rassegna illustrerà, inoltre, attraverso gli scatti di Gianni Berengo Gardin, che insieme a Zavattini realizza Un Paese vent’anni dopo nel 1976, Luigi Ghirri, Stephen Shore, Olivo Barbieri fino alla ricerca artistica di Claudio Parmiggiani, come Un Paese sia stato fonte di ispirazione per diversi autori, fotografi, scrittori e artisti e come questi abbiano preso spunto dal volume, divenuto esemplare nella storia della fotografia e nella letteratura per il rapporto tra immagine e scrittura.

DALL’ARCHIVIO AL MONDO.
L’ATELIER DI GIANNI BERENGO GARDIN. – Chiostri di San Pietro

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A cura di Alessandra Mauro e Susanna Berengo Gardin, coordinamento scientifico Laura Gasparini. In collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto.

La mostra propone di indagare  l’archivio come luogo del pensiero e della creazione oltre che di custodia della memoria del proprio lavoro. Verranno esplorate le numerose connessioni tra il processo creativo e gli oggetti di lavoro del fotografo italiano, come le macchine fotografiche, le attrezzature, ma anche i provini a contatto, documenti, video, che illustrano l’atelier, l’archivio e l’opera di uno dei più importanti fotografi italiani.

UP TO NOW. FABRICA PHOTOGRAPHY.
a cura di Enrico Bossan – Chiostri di San PIetro

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Fin dalla sua fondazione nel 1994, Fabrica ha accolto decine di fotografi che sono cresciuti e si sono messi alla prova in un ambiente internazionale unico nel suo genere.

Nel tempo è diventata una fucina capace di intercettare talenti e di dare loro un terreno fertile per sperimentare e formarsi, sviluppando linguaggi autonomi. Up To Now. Fabrica Photography raccoglie oltre cento opere fine art e si concentra sui lavori di tutti quei giovani che negli anni sono diventati autori riconosciuti a livello internazionale. Dagli Albino Portraits di Pieter Hugo ai Libyan Battle Trucks di James Mollison, passando per The Middle Distance di Olivia Arthur e A bad day di Laia Abril, fino ad arrivare alla Ponte City raccontata da Mikhael Subotzky e Patrick Waterhouse e al problema energetico affrontato da Lorenzo Vitturi in Oil will never end, questa raccolta è una testimonianza della varietà di approcci alla documentazione fotografica che attraversa realtà e continenti creando un unicum iconografico e narrativo.

In occasione di Fotografia Europea 2017, Fabrica proporrà inoltre un focus dedicato ai lavori di Drew Nikonowicz e di Ali Kaveh, attualmente borsisti a Fabrica.

Fabrica è il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group, fondato nel 1994. Offre a un gruppo molto eterogeneo di giovani creativi provenienti da tutto il mondo una borsa di studio annuale per sviluppare progetti di ricerca nelle aree di design, grafica, fotografia, interaction, video e musica.

70 at 70 in London

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An exhibition at London’s Kings Cross showcases 70 iconic images from 70 years of Magnum Photos

An exhibition at London’s Kings Cross of 70 pictorial and historical photographic icons, celebrating the diversity of the Magnum Photos agency and how its photographers have born witness to major events of the last 70 years.

The exhibition charts a potted history of Magnum, including early photography by Magnum’s founding fathers, the introduction of colour photographers such as Harry Gruyaert and Bruno Barbey, through to the contemporary practice of photographers working in a more art medium, such as Alec Soth and Alessandra Sanguinetti.

Presented in the 90m long pedestrian tunnel with Allies & Morrison-designed LED-integrated light wall, in collaboration with King’s Cross.

May 15 – Jun 15 – King’s Cross Tunnel – London

Walker Evans

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Première grande rétrospective organisée en France de l’œuvre si influente de ce photographe américain. 300 vintages et autres documents retrace toute l’œuvre de l’artiste.

First major retrospective organised in France of the very influencial work of this american photographer. 300 vintages and other documents relating its entire work.

Cette retrospective a pour ambition de mettre en évidence la fascination du photographe pour la culture vernaculaire qu’il n’a cessé de traquer tout au long de sa carrière. À travers plus de 300 tirages vintages provenant des plus grandes collections internationales et une centaine de documents et d’objets, elle accorde également une large place aux collections de cartes postales, de plaques émaillées, d’images découpées, et d’éphéméra graphiques réunis par Walker Evans pendant toute sa vie.

26/04/2017 – 14/08/2017 – Centre Pompidou – Paris

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JACOPO BENASSI –  THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY

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Jacopo Benassi sarà in mostra da Micamera a Milano con una serie di fotografie realizzate tra il 2011 e il 2015 presso il Btomic. La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Peperoni Books.

Il Btomic era un locale iconico di 70 metri quadri a La Spezia, aperto nel 2011 e chiuso nel 2015 per problemi economici. Era gestito da un gruppo di amici, Gianluca Petriccione, Lorenzo D’Anteo, Roberto Buratta e Jacopo Benassi; tra i musicisti che si sono esibiti al Btomic, Teho Tehardo, Jozef van Wissem, Chris Imler, Julia Kent , Mary Ocher, Lydia Lunch, F.M Palumbo, Embryo, Lori Goldston, Hugo Race, Tav Falco, Carla Bozulich, Andrea Belfi, Lubomyr Melnyk, Ernesto Tommasini, Matt Eliot, Z’EV, Sir Richard Bishop, Six Organs Admittance, Emidio Clementi, Khan, Mangiacassette, Baby Dee, Eugene Chadbourne e molti altri…

THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY è il titolo di una mostra e di un libro. Le fotografie sono state scattate in occasione dei concerti ma nelle immagini i musicisti non compaiono mai. (In questo, è un lavoro decisamente diverso dall’omonima rivista pubblicata da Benassi negli anni in cui il Btomic era aperto) Si vedono solo persone che guardano. I latini dicevano contemplatio – il prefisso con indicava una connessione, il termine templum denotava un’area circoscritta.

Nelle immagini di Benassi vi è una forte connessione tra le persone e l’area è ben definita. Vi è una geografia composta da muri scrostati, immagini dentro le immagini, segni sul muro, dettagli dell’arredamento, strumenti, simboli. Le persone che abitano questa geografia guardano e ascoltano. Un ragazzo con una maglietta degli Sonic Youth ascolta in piedi, accanto a una donna con un semplicissimo vestito a fiori. Se la relazione tra luogo e identità è uno dei temi fondamentali della geografia mi chiedo: cos’hanno in comune? Mi piace il loro modo di stare vicini.
Questo lavoro descrive un paesaggio sonoro.
E’ opera di Jacopo Benassi, fotografo di paesaggio.

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Mario Giacomelli. Terre scritte

“Cerco i segni nella terra, cerco la materia e i segni, come può fare un incisore” affermava il fotografo Mario Giacomelli, che per tutta la sua carriera ha raccontato il paesaggio percorrendo una strada personale e rivoluzionaria.

Una mostra, ospitata nel complesso monumentale di Astino, in provincia di Bergamo, rilegge l’esperienza del paesaggio nella sua opera, attraverso una quarantina di immagini, di cui molte inedite e provenienti dall’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato.

Giacomelli (1925-2000) parte dalla sua terra, le Marche, per indagare il rapporto tra memoria e natura, componendo le sue immagini su piccoli dettagli che si incastrano in uno stile grafico unico, come se il fotografo interpretasse la realtà con una matita invece che con una macchina fotografica. L’apice di questa visione è raggiunto nella serie Presa di coscienza sulla natura, in cui Giacomelli arriva all’astrazione totale del paesaggio: ”Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura” scrive negli anni novanta, “cerco di togliere quella vita che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo”.

La mostra Mario Giacomelli. Terre scritte, a cura di Corrado Benigni e Mauro Zanchi in collaborazione con l’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato, è stata realizzata dalla Fondazione MIA e sarà aperta dal 22 aprile al 31 luglio.

 

Like A Samba – Fotografie di: René Burri, David Alan Harvey and Francesco Zizola

Le spiagge di Rio de Janeiro viste dall’occhio di tre fotografi stranieri – uno svizzero, un americano, un italiano – che hanno vissuto in questo ritmo per mesi, anni, decenni. Una raccolta di fotografie che esprimono una sorta di nostalgia, come una canzone d’amore, o la famosa saudade. Per la prima volta, le opere di tre fotografi – René Burri, David Alan Harvey e Francesco Zizola – si riuniscono per Like A Samba: venti fotografie esposte presso la ILEX Gallery, co-curate da Deanna Richardson e Daniel Blochwitz, che vanno dal 1950 fino ad arrivare all’anno scorso e creano un racconto pieno di ritmo e di colori, proprio come il flusso e riflusso della vita di tutti i giorni in Brasile. Ma oltre la superficie color caramella delle spiagge e l’ottimismo del Tropical Modernismo, molte di queste foto alludono sottilmente alle realtà più dure e nascoste.

dal 7 aprile al 21 luglio 2017 presso ILEX Gallery @10b Photography Gallery

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Prelude to a Landscape – Group show

Almudena Lobera | Anthony Goicolea | Carla Cabanas | Gohar Dashti | Irene Grau | Isabel Brison | Jessica Backhaus | Manuel Vilariño | Marco Pires | Mónica de Miranda | Sara Ramo | Sérgio Carronha | Yto Barrada

In each one of us there is an appeal for everything that exists beyond our own existence which is nothing more than the result of “a process of selecting spaces to destroy or to keep in each period of time”1. The contemporary landscape, almost inclusively, is the result of alterations that comes with the human occupation and that, for different reasons, results from adapting the environment to its own establishment and development needs. In this way, landscape can be understood, rather than anything else, as a cultural construction. Its natural condition is directly related to the concept of nature created in different historical and social contexts. The idea of landscape is something that is constructed and rebuilt it is as a mental elaboration that begins with the moment when look at the territory. We can only think about the idea of landscape as a response to our beliefs, knowledge and desires and that define the world in every moment. In doing so, we follow the Kesslerian idea that “landscape is not a reality in itself because it cannot be separated from the gaze of the beholder”2. The concept of landscape from these believes transforms itself into a form of knowledge, a means to understand the environment in which we move, because “not only shows us how the world is, but is also a construction, a composition, a way of seeing it “3. Through this exhibition proposal, entitled “Prelude to a Landscape”, it is intended to reflect on the landscape and the territory, how it is interpreted, constructed and reconstructed from an artistic view. From the works of this group of artists, with different approaches to the concept of landscape and the construction of imaginary spaces, we try to clarify which are the main paths that disturb the artists and
which are the working research lines close to architecture, geography , anthropology, sociology, among others.

Galeria Carlos Carvalho – Lisbon – 06 April 2017 / 27 May 2017

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TERRA SENZ’OMBRA. IL DELTA DEL PO NEGLI ANNI CINQUANTA – PIETRO DONZELLI

Dal 25 marzo al 2 luglio 2017 a Palazzo Roverella a Rovigo una mostra fotografica riunisce oltre 100 scatti di Pietro Donzelli: stampe vintage e moderne che raccontano con l’intensità del bianco e nero il Delta del Po negli anni cinquanta.
Pietro Donzelli, milanese di nascita ma polesano d’adozione, arriva per la prima volta nel Polesine nell’aprile del ’45, innamorandosene da subito. Ci torna nel 1953 per realizzare la serie di fotografie Terra senz’ombra, capolavoro della fotografia neorealista e documento prezioso e memorabile della storia del territorio. Fotografa il Po di Levante, il Po di Volano, Adria, Goro, Rosolina, Mesola, Scardovari, l’isola di Ariano.

Ambienti meravigliosi e drammatici, abitati da gente che vive tra terra e acqua, costretta a misurarsi con la forza di una natura spesso ostile, di cui egli restituisce un ritratto di grande dignità. Donzelli riesce, come pochi altri, ad entrare nell’anima della gente e della terra, restituendone una visione precisa, senza sconti, distaccata e profondamente partecipe.

L’obiettivo di Donzelli si ferma su una festa di paese, il cinema all’aperto, le venditrici ambulanti, gli artigiani all’opera, il mondo dei pescatori e degli specchi d’acqua riflessi. Uomini, donne, vecchi e bambini colti nelle espressioni più spontanee, più vere. Una terra dura, che tuttavia lo conquista: “Senza volerlo – egli annota – l’avevo scelta come patria ideale, come protezione dalla minaccia di sentirmi per sempre un apolide”.

“Terra senz’ombra – come racconta la curatrice Roberta Valtorta – racchiude in sé la piattezza del paesaggio, il silenzio, la fatica e il senso della vita nell’ampiezza della pianura assolata. Esprime anche la luce di cui la fotografia ha bisogno per raccontare che in quei territori la pianura si fa dominante, schiacciante. Ma c’è anche qualcos’altro in questo titolo, cioè che il racconto sarà senza ombre, schietto, vero.”

Donzelli presenta con la fotografia le storie che Antonio Cibotto raccontava nei suoi libri e quelle che Rossellini, Visconti, Dall’Ara, Vancini trasferivano dal Delta al cinema.

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Night Games – Stefano Cerio

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Cosa succede in un parco dei divertimenti quando si spengono le luci? Cosa succede di notte nei parchi per bambini? Una quiete desolata pervade lo spazio in cui, quando brilla il sole, i bambini giocano e gli adulti si rilassano.

Alcune risposte a questi interrogativi – sicuramente suggestive testimonianze – saranno proposte dalle fotografie di Stefano Cerio nella mostra Night Games, che aprirà al  ubblico il 5 maggio presso la Galleria del Cembalo a Roma.

Con la serie Night Games Stefano Cerio prosegue la sua ricerca, apparentemente oggettiva, sui luoghi, sulle macchine del consumo del divertimento di massa, avviata con lavori Aqua Park (2010) e sviluppatasi negli anni successivi con Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015).

Al riguardo scrive Gabriel Bauret nel testo introduttivo del volume, edito da Hatje Cantz, che accompagna la mostra: “Oggettività non significa, però, che il fotografo si rinchiuda in un protocollo documentario. Stefano Cerio non realizza un inventario dei parchi divertimento e nemmeno cerca di declinare le fotografare al servizio di certe tematiche. Night Games riunisce luoghi e spazi differenti, come sono differenti i mondi a cui fanno riferimento gli scenari dei parchi: cinematografico, urbano, militare… Tutte le fasce di età sono in qualche modo coinvolte nella varietà dei parchi ai quali si interessa Cerio; compresa l’infanzia, perché Cerio fotografa anche nei giardini pubblici con giostre e scivoli, nel cuore di città come Parigi. La composizione dell’immagine è di grande sobrietà.”

Angela Madesini, contestualizzando il lavoro di Cerio (sempre dal volume di Hatje Cantz): “Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri aveva dato vita a In scala (1977-78), scattando a Rimini presso l’Italia in Miniatura, un parco di divertimento. Ma l’effetto è completamente diverso rispetto a quello di Cerio. Se per Ghirri la tensione è nei confronti di una ricerca sullo spazio tra realtà e finzione, nel lavoro di Cerio il tentativo, riuscito, è quello di ritrarre delle situazioni, edifici, animali fantastici, personaggi, la Statua della Libertà caduta al suolo. La sua è una dimensione scenica che mi piace equiparare ai Dioramas di Hiroshi Sugimoto o a La nona ora (1999) di Maurizio Cattelan, in cui il papa è schiacciato da un meteorite. È una dimensione strettamente legata al nostro tempo, come per l’americano Gregory Crewdson. Tra i lavori dei due artisti ci sono delle vicinanze: le stesse atmosfere,  un simile afflato poetico.”

Galleria del Cembalo – Roma dal 5 maggio all’8 luglio

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MY DAKOTA – Rebecca Norris Webb

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Il South Dakota, terra natale di Rebecca Norris Webb, è uno degli stati di frontiera delle Grandi Pianure americane. Un luogo scarsamente popolato, dove è più facile incontrare animali che persone. Dominati dai vasti spazi e dal silenzio, gli aspri e bellissimi paesaggi del South Dakota sono a volte preda di un vento brutale e di condizioni climatiche estreme.

Mentre fotografava per il suo progetto, Rebecca è stata travolta dalla notizia della morte improvvisa di suo fratello. «Per mesi una delle poche cose che hanno alleviato il mio cuore instabile era il paesaggio del South Dakota… ho cominciato a chiedermi: può la perdita avere una propria geografia?»

My Dakota, che intreccia testi e fotografie liriche, è un lavoro intimo sul West e un’elegia per un fratello perduto. Da questo lavoro, oltre la mostra è stato realizzato un volume, edito in Italia da Postcart Edizioni, selezionato tra i migliori libri del 2012 da photo-eye e pluri recensito dalla critica sui più importanti magazine e blog internazionali, quali il Time, Lens Blogs del The New York Times e The New Yorker.

Officine Fotografiche Milano – dal 27 aprile al 26 maggio 2017

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 I must have been blind – Simone D’Angelo

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Si apre Sabato 13 Maggio alle ore 17 presso la Galleria de Le Murate Caffè Letterario  a Firenze la personale di Simone D’Angelo  I must have been blind. L’esposizione è la terza di un primo ciclo di tre mostre fotografiche personali a cura di Sandro Bini e Giulia Sgherri organizzate da Deaphoto in collaborazione con il Caffè Letterario.

Con I must have been blind Simone D’Angelo, come un novello Stalker (il protagonista dell’omonimo film di Andrej Tarkovskij), ci guida nella sua Zona, la Valle del Sacco, poco più a sud di Roma, da anni gravemente inquinata dallo sviluppo industriale. L’avventura, iniziata nel tentativo di raccontare le responsabilità politiche e civili che hanno reso possibile questo e altri disastri ecologici nel nostro Paese, diventa soprattutto un percorso di riappropriazione di un paesaggio familiare. Come il Saramago di Cecità, D’Angelo si interroga sulle fonti dell’indifferenza e dell’abbandono, ma come l’amante afflitto della canzone di Tim Buckley (da cui mutua sapientemente il titolo per questa raccolta), egli si domanda se sia possibile un eventuale recupero. Per questo motivo, questo progetto documentario, che filtra la realtà con uno sguardo fortemente coinvolto perché umanamente “innamorato”, è decisamente “politico”: non solo perché denuncia un problema ambientale, ma perché si fa autentico promotore di un futuro ecologicamente sostenibile. Queste fotografie dai colori cupi, in grado di farci commuovere con la loro tragica e desolante bellezza, ci mostrano una ferita, che è sia interna che esterna, e ci invitano a riaprire gli occhi e a immaginare, come per i personaggi di Tarkovksij, una possibile rinascita.

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Alberto Fanelli | 3rd District stereoscopic street journey

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Una mostra di street photography,  da Venezia e Stoccolma a Seul e Singapore.
Fotografie stereoscopiche a forte impatto visivo,  immagini che trascinano l’osservatore
in un’esperienza visiva vertiginosa,  affascinante per la sua novità.
Riprodurre sul piano la percezione tridimensionale della realtà: un traguardo inseguito dall’arte di ogni epoca.

L’autore riprende gli studi pionieristici di metà ottocento sulla stereoscopia spingendola ai limiti delle sue capacità espressive: osservando le opere siamo progressivamente trascinati in un’esperienza visiva vertiginosa, che disorienta e affascina per la sua novità. Oggetti e paesaggi un tempo familiari ci appaiono alterati da una insondabile metamorfosi, tanto più inspiegabile quanto più ci sforziamo di forzare la serratura che ne custodisce il segreto: se la distorsione della realtà è un meccanismo artistico che ci è familiare, siamo invece del tutto impreparati al suo opposto, la facoltà di mettere a fuoco il mondo al di là del confine naturale dei nostri sensi.

Spazio Raw – Milano dal 20 aprile al 9 maggio

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Amy Winehouse: A Family Portrait

16 March – 24 September 2017
“This is an exhibition bursting with warmth, life and affection.”
Time Out

Discover the woman behind the music and beyond the hype in this intimate and moving exhibition about a much loved sister.

Get to know the real Amy Winehouse through her personal belongings, from family photographs to fashion. Items on display reflect Amy’s love for her family, London and more.

Originally staged at the museum in 2013 and returning following an international tour, Amy Winehouse: Family Portrait was co-curated with Winehouse’s brother Alex and sister-in-law Riva.

The exhibition is accompanied by a new Amy-themed street art trail which leads to ‘Love Is A Losing Game’ by renowned street artist Pegasus in our Welcome Gallery.

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Patti Smith – Higher learning & The NY scene

Patti Smith

Dall’8 aprile al 16 luglio 2017 il Palazzo del Governatore di Parma ospita Higher Learning, mostra di opere fotografiche di Patti Smith, con più di 120 immagini scattate in bianco e nero durante i viaggi dell’artista per il mondo. La mostra, organizzata da Università di Parma e Comune di Parma, è stata pensata appositamente in occasione del conferimento della laurea ad honorem che l’Ateneo assegnerà il 3 maggio a Patti Smith.

Higher Learning è un’evoluzione di Eighteen Stations, presentata a New York ed esposta recentemente a Stoccolma. Il progetto originale è stato realizzato in collaborazione con la Robert Miller Gallery di New York e il Kulturhuset Stadsteatern di Stoccolma. Quella di Parma è l’unica tappa italiana dell’esposizione.

Higher Learning, che arriva a più di dieci anni dall’ultima mostra fotografica di Patti Smith in Italia, ruota intorno al mondo del libro M Train (2015), nel quale partendo da un piccolo caffè del Greenwich Village l’artista traccia di fatto un’autobiografia: “una tabella di marcia per la mia vita”. Riflettendo sui temi e sulle sensibilità del libro, Higher Learning è una sorta di meditazione sull’atto della creazione artistica e sul passare del tempo, nella piena consapevolezza del potenziale di speranza e consolazione di arte e letteratura: un diario visivo che ritrae oggetti, statue, strumenti, lapidi, appartenuti a personaggi che hanno fatto la nostra cultura.

Smith utilizza una macchina fotografica vintage Land 250 Polaroid, prodotta alla fine degli anni ’60 con un telemetro Zeiss Ikon. Nell’epoca degli scatti digitali e della manipolazione delle immagini, le sue opere combattono per l’uso della fotografia nella sua forma più classica, come strumento per documentare e fissare per sempre un istante, un momento ritrovato.

All’interno della mostra sarà allestita anche la Patti Smith Library, con un centinaio di opere letterarie e cinematografiche che hanno ispirato e guidato il lavoro dell’artista nel corso della sua vita. I libri e i DVD saranno a disposizione del pubblico che potrà consultarli sul posto. Alcune opere saranno anche in vendita nel bookshop.

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Ramya – Petra Savast

Ramya

Spazio Labo’ è lieta di presentare, per la prima volta in Italia nella sua versione completa, la mostra personale del lavoro più recente dell’artista olandese Petra Stavast: Ramya.
La mostra prende il nome dall’omonimo libro che Stavast ha pubblicato nel 2014 (Fw:Books/Roma Publications) e che ha rappresentato una delle più interessanti produzioni editoriali del mondo della fotografia di questi ultimi anni.

Ramya è il nome della proprietaria della casa in cui Petra si trasferisce, ad Amsterdam, nel 2001. Da allora e per un periodo lungo tredici anni, la fotografa ha documentato la vita di Ramya, nei suoi discreti cambiamenti, nella sua lentezza e anche nella sua intimità, trasformando la fotografia in mezzo di comunicazione tra le due donne, fra cui fin da subito instaura una relazione speciale. Il risultato è una serie di immagini sobrie e intime della casa e dei suoi abitanti, almeno sino al 2012, quando Ramya muore e Petra ha la possibilità di accedere al suo archivio privato e il progetto acquistata una nuova dimensione: si scopre non solo un passato di Ramya estremamente affascinante, ma anche una serie di scatti della donna rubati da un vicino di casa. Petra ricostruisce il periodo in cui Ramya entra nella comune di Rajneeshpuram, creata tra il 1981 e il 1985 dai seguaci di Bhagwan (Osho) e attiva nel deserto dell’Oregon, Stati Uniti. Di questa realtà utopica resta solo una strada asfaltata, che ritroviamo in una delle fotografie di Petra. Conclusa l’esperienza di Rajneeshpuram, Ramya rientra ad Amsterdam e comincia a frequentare un nuovo guru. Petra recupera e dà nuova forma e luce a reperti dell’epoca come una vhs delle sedute di autovisualizzazione e un elenco, scritto a mano, di desideri da esprimere durante gli esercizi spirituali.
Attraverso i materiali prodotti e raccolti dal 2001 al 2014 – fotografie, video, disegni e note autografe – Petra Stavast ha documentato con estrema cura e devozione la vita di Ramya, registrando e interpretando una biografia inusuale e rivelando una ricerca visuale di un’identità.

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The Grain of the Present

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The Grain of the Present, Pier 24 Photography’s ninth exhibition, examines the work of ten photographers at the core of the Pilara Foundation collection—Robert Adams, Diane Arbus, Lewis Baltz, Bernd and Hilla Becher, Lee Friedlander, Nicholas Nixon, Stephen Shore, Henry Wessel, and Garry Winogrand—whose works share a commitment to looking at everyday life as it is. Each of these figures defined a distinctive visual language that combines formal concerns with a documentary aesthetic, and all of them participated in one of two landmark exhibitions: New Documents (1967) at the Museum of Modern Art, New York, or New Topographics (1975) at the International Museum of Photography, George Eastman House, Rochester.

Looking back, inclusion in these exhibitions can be seen as both a marker of success and a foreshadowing of the profound impact this earlier generation would have on those that followed. Although these two exhibitions were significant, most of these photographers considered the photobook as the primary vehicle for their work. At a time when photography exhibitions were few and far between, the broad accessibility of these publications introduced and educated audiences about their work. As a result, many contemporary photographers became intimately familiar with that work, drawing inspiration from it and developing practices that also value the photobook as an important means of presenting their images.

The Grain of the Present features the work of these ten groundbreaking photographers alongside six contemporary practitioners of the medium—Eamonn Doyle, LaToya Ruby Frazier, Ed Panar, Alec Soth, Awoiska van der Molen, and Vanessa Winship. This generation embodies Wessel’s notion of being “actively receptive”: rather than searching for particular subjects, they are open to photographing anything around them. Yet the contemporary works seen here do not merely mimic the celebrated visual languages of the past, but instead draw on and extend them, creating new dialects that are uniquely their own.

All of the photographers in this exhibition fall within a lineage that has been and continues to be integral to defining the medium. What connects them is not simply style, subject, or books. It is their shared belief that the appearance of the physical world and the new meaning created by transforming that world into still photographs is more compelling than any preconceived ideas they may have about it. Each photographer draws inspiration from the ordinary moments of life, often seeing what others overlook—and showing us if you look closely, you can find beauty in the smallest aspects of your surroundings. As a result, the visual language of these photographers resonates beyond each photograph’s frame, informing the way viewers engage with, experience, and perceive the world.

April 1, 2017 – January 31, 2018 – Pier 24 Photography – San Francisco

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Mauro Galligani “Alla luce dei fatti”

Mauro Galligani, Alla luce dei fatti, CIFA di Bibbiena

La mostra è una retrospettiva del lavoro di Mauro Galligani. Con oltre mille servizi realizzati in ogni parte del mondo, Galligani è uno dei fotogiornalisti più importanti del nostro dopoguerra e ha collaborato con alcune delle più importanti testate al mondo. Nelle 16 celle e nel corridoio del CIFA, la mostra si sviluppa per grandi temi, che suddivisi per aree geografiche, percorrono alcuni degli eventi politici, sociali e di costume che hanno fatto la storia tra gli anni’ 70 e i giorni nostri.

Mauro Galligani ama definirsi un giornalista che usa l’immagine fotografica per esprimersi. “Pur essendoci fotografi straordinariamente bravi, i miei modelli di riferimento vengono dal giornalismo scritto. Ciò che voglio sottolineare è che non sono mai andato a fotografare le bellezze o i drammi del mondo per fare l’eroe o per vincere un premio fotografico. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro cogliendo fotograficamente aspetti e particolari della realtà davanti a cui mi trovavo, per dare la possibilità al lettore di rendersi conto di ciò che stava accadendo.”

“La cosa che più ci colpisce di Galligani è l’attenzione che pone a ciò che gli sta attorno e la sua sensibilità nel capire le persone che gli stanno di fronte – afferma Claudio Pastrone, Direttore del CIFA – I suoi scatti, sempre magistralmente composti e mai artefatti, riescono a farci entrare nell’avvenimento e a trasmetterci l’informazione e l’emozione della presa diretta. Nei suoi servizi ogni immagine è significativa e serve a completare il racconto dell’evento fotografato”.

“Ho apprezzato, vedendo lavorare Galligani – scrive il giornalista Enrico Deaglio – cose che non sapevo. Che dietro una fotografia ci sono la pazienza di tornare anche dieci volte sullo stesso posto, la fiducia di chi viene fotografato e l’eleganza dei gesti del fotografo. L’ho visto stare fermo ad aspettare un avvenimento, sapendo che doveva succedere. Molte volte non succedeva, ma quando succedeva era  una foto”

“I grandi fotografi – scrive il giornalista Giampaolo Pansa – sono sempre grandi narratori. E hanno un vantaggio rispetto a noi che parliamo attraverso la scrittura: il loro occhio vede e spiega con una sintesi, un’efficacia e una forza di verità che nessun giornalista, per bravo che sia, possiede. Mauro Galligani è un grande narratore di storie”.

Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena – 8 aprile 2017 – 4 giugno 2017

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Violet ISLE – foto di Alex Webb e Rebecca Norris Webb

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Alex Webb è un fotografo internazionalmente conosciuto per i colori vivaci delle sue fotografie, specialmente del mondo caraibico e dell’America Latina. Rebecca Norris Webb ha esplorato attraverso la macchina fotografica la complessa relazione tra le persone e il mondo naturale. Questo progetto è il primo di numerosi lavori a quattro mani creati da Alex e Rebecca nel corso degli ultimi vent’anni.

Insieme nella vita e nel lavoro, la coppia rimane affascinata dal liricismo e dall’intensità della vita cubana più di venti anni fa. Tra il 1993 e il 2008 hanno compiuto undici viaggi fotografici a Cuba. Lavoravano individualmente: Alex catturando volti e sguardi delle persone che incontrava nelle strade, nei cortili, nei caffè; Rebecca costruendo un personale registro delle diverse specie animali che scopriva quotidianamente a Cuba: dai piccioni a piccoli giardini zoologici casalinghi.

Intessute insieme, le fotografie di Alex e Rebecca, pur mantenendo la loro specifica individualità, formano un commovente diario visivo, una duetto, un dialogo sulla bellezza e sulle contraddizioni di questo luogo. In modo sottile, le immagini di Alex e Rebecca Webb evocano il passato di Cuba e il suo isolamento politico, economico, ambientale e culturale.

Spazio Fotografia San Zenone – Reggio Emilia –  dal 5 maggio

Più culture

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Migranti nel Municipio II di Roma Diletta Bisetto, Luca Cascianelli, Francesca Landini, Daniela Manco, Alessandro Maroccia, Vincenzo Metodo, Carolina Munzi, David Pagliani, Melissa Pallini, Simona Scalas, Serena Vittorini e Martina Zanin sono i giovani fotografi dell’ISFCI, Istituto Superiore di Fotografia, autori delle 87 foto in mostra, scattate nell’ambito di un progetto didattico realizzato dal prof. Dario Coletti in collaborazione con Eliana Bambino, photo editor e curatrice della mostra, a conclusione del corso triennale di studi e del master.

I lavori raccontano, attraverso una densa narrazione visiva, le trasformazioni del II Municipio di Roma, protagonista di un processo di immigrazione e integrazione che lo rende specchio di una Roma che cambia: flussi migratori vecchi e nuovi, palazzine occupate, centri diurni e notturni per minori non accompagnati, e poi negozi aperti di notte, botteghe con competenze artigiane, luoghi di culto di fedi diverse e luoghi di passaggio e altri diventati ormai insediamenti stabili, per quanto precari. È un’umanità varia, quella del II Municipio. Un cuore pulsante di vita che proviene da tutto il mondo e che ha trovato in una fetta di Roma la sua casa, amata, odiata, plasmata nel tempo, vissuta sempre con un occhio all’altro capo del globo. Se Roma è lente di ingrandimento del mondo e della sua globalizzazione, le storie locali sono descrizione di un fenomeno più complesso. E la fotografia, nella sua immediatezza, diventa specchio del nostro sguardo quotidiano su quel mondo.

Goethe Institut Roma – fino al 27 maggio

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