Quali sono le finalità di una storia?

Da Lapilli, fotografia di sara munari

Il motivo per cui decidiamo di iniziare a raccontare una storia condizionerà la sua struttura e tutte le scelte legate al linguaggio e alla modalità narrativa.

Potete avvicinarvi alla storia con una finalità documentaria, in questo caso vorrete descrivere soggetti, eventi storici, eventi geografici o antropologici; perseguirete quindi la necessità di essere compresi, per far sì che il destinatario si senta coinvolto e prenda una posizione personale. Rientrano in questa finalità tutti i lavori di fotogiornalismo o di reportage descrittivo.

Differentemente, se vi interessa soltanto il raccontare una storia o spiegare la vostra concezione di un determinato argomento, non avete velleità documentarie e non volete che i fatti siano esplicitati con dovizia informativa, la finalità è narrativa. Volete rendere il fruitore partecipe della vostra visione delle “cose” del mondo. Faranno parte di questo gruppo tutte le storie, sia di reportage che più concettuali, volte a spiegare il vostro punto di vista, anche il più personale.

Se l’impatto delle vostre fotografie è fortemente legato alla forma, all’armonia, ai colori, nell’intento di accentuare le caratteristiche esclusivamente legate all’aspetto di un determinato soggetto, in questo caso la finalità è estetica. Questa risiede in tutti i gruppi di fotografie, presentato spesso come elenco di immagini simili, che rispondono alle medesime composizioni e scelte illuminotecniche o cromatiche, come per esempio, un insieme di fotografie scattate a Burano per mostrare i colori delle casette della laguna, o un insieme di fotografie di fiori.

La finalità sarà di spettacolarizzazione nel momento in cui una scena di qualsiasi tipologia, diventa il soggetto principale ed il motivo per cui abbiamo prodotto le fotografie, quindi il luogo o l’evento diventano essi stessi uno spettacolo. Per esempio, le fotografie di un’aurora boreale o di un atleta nella raffigurazione dell’atto massimo della sua performance sportiva.

Per approfondire “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

PROGETTARE IL RACCONTO – Da dove si parte?

Da Lapilli, fotografia di Sara Munari

Non è mai facile capire da dove partire con un lavoro…certo è che per raccontare storie, bisogna avere storie da raccontare. Grazie al cavolo, direte voi!

Questa affermazione porta con sé una verità che sembra ovvia, ma non lo è.

Non avete idea di quanta gente mi dica di voler produrre un lavoro, scattare fotografie, costruire racconti, ma se chiedo su cosa e perché, la risposta più ricorrente è che non lo sanno. L’interesse sembra legato alla produzione in sé, piuttosto che alla necessità di raccontare.

Raccontare una storia è spesso un bisogno, un desiderio potentissimo, una cosa di cui non si può fare a meno.

Il fatto di raccontare per il gusto di raccontare, potrebbe mettervi nelle condizioni di mollare a metà, di fare le cose male o con l’impressione, spesso reale che quella proposta possa essere fallimentare, già vista, poco interessante.

Quindi, tornando all’affermazione che ho fatto prima e applicandole un ragionamento più approfondito, capirete che non è poi così scontato l’avere qualcosa da dire e decidere di condividerlo.

La maggior parte dei lavori che vedo esposti sulle diverse piattaforme digitali e purtroppo ogni tanto anche in gallerie che si occupano di fotografia, sono copie di copie, di copie.

Un conto è farsi ispirare da altri autori, un altro e esserne influenzati a tal punto da proporre una riproduzione di un lavoro pensato e pubblicato in precedenza.

Ho già accennato che la cosa fondamentale è la vostra visione delle cose, il vostro punto di vista.

Vi porrò qui alcune domande che potrebbero direzionarvi verso argomenti dei quali non vi stancherete, dato che il problema principale, da parte di molti, è il decidere di mollare il progetto non finito per mancanza di stimoli.

  • Cosa vi incuriosisce tra le persone, i luoghi o gli eventi che avete intorno?
  • Cosa vi spinge a staccarvi da Netflix per uscire a fotografare?
  • Cosa suscita in voi un interesse tale che vi possa stimolare per approfondire un tema?
  • Cosa non vi stanca e non vi annoia mai?

Se potete rispondere a tutti questi quesiti con serenità e sincerità, è perché state inquadrando un possibile argomento che con tutta probabilità, riuscirete a studiare e realizzare al meglio delle vostre opportunità.

Si, anche questo è un fattore da tenere in considerazione, perché non tutti siamo fatti per raccontare storie e non tutti possiamo trasformarci in autori in sei mesi.

Ci vuole tempo, perseveranza, costanza e capacità di comprendere a fondo quali siano i nostri limiti dato che è dentro essi che possiamo spingere fino in fondo, per superarli.

Quando ho parlato di Instagram e dell’estetica preponderante, l’ho fatto anche per farvi comprendere che le mode legate all’impatto estetico, le tecniche di fotoritocco, la tecnologia, tutto cambia, ma gli elementi base per raccontare una storia coinvolgente, che perduri nel tempo, rimangono invariati.

Uno degli errori più grandi che fate è, tornando dai vostri viaggi di piacere o viaggi fotografici, intrapresi senza aver dato peso alla progettualità o ad aver anche solo parzialmente chiaro cosa volevate dire e perché, sperare che tra le centinaia di foto prodotte, possiate trovare una storia a caso. Torno a casa, vedo cosa ho scattato e cerco di dargli un senso.

È molto raro che io abbia incrociato sul mio cammino lavori così pensati che avessero gran forza o uniformità. Non dico sia impossibile, ma richiede capacità di sintesi, di lettura e di scelte consapevoli che si riducono più spesso a una sensazione di confusione e il risistemare tutto diventa quasi sempre impossibile.

Le storie le trovate perché le cercate. Se non state cercando nulla, cosa sperate di trovare?

Dal mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

Come si legge una fotografia?

Quando ci troviamo di fronte a un’immagine, possiamo dare atto a una lettura immediata, spesso molto soggettiva, che prevede un’interpretazione basata su chi siamo, come ci sentiamo in quel momento, che tipo di esperienze, educazione e contesto abbiamo vissuto. Questo tipo di approccio alla lettura della fotografia è quello più diffuso e spesso gli viene erroneamente attribuito valore universale: se io vedo questo e comprendo questo, tutti faranno lo stesso. La verità è che, di fronte ad una stessa fotografia, senza indicazioni testuali o istruzioni da parte del produttore dell’immagine, ci troveremo a confrontarci con una miriade di possibili e veritiere letture differenti.

Solamente un approccio approfondito può accompagnare verso una potenziale comprensione del messaggio contenuto in un’immagine.Si passa in questo caso, da una lettura confusa e frammentaria a una più complessa che può infine collimare con le intenzioni dell’autore.

Ogni immagine porta con sé significati differenti che vanno approfonditi oltre alla semplicità dell’oggetto o soggetto fotografato. Tra l’altro, molto più spesso di quanto si pensi, la percezione della stessa fotografia può evolversi nel tempo, cambiando.

Sebbene esista un metodo coerente per la lettura di una fotografia, non esistono regole specifiche che si possano applicare in ogni luogo e in ogni momento.

Lo stesso vivere, fare esperienza, cambiare nel tempo, influenza molto il nostro avvicinamento alle fotografie, sia in termini di produzione che di ricezione.

Suggerirò qui un metodo che vi permetterà di approcciarvi all’immagine fotografica al fine di ottenere una lettura abbastanza completa che porti ad un’interpretazione il più coerente possibile. Vi darò quindi qualche indicazione che vi metta nelle condizioni si poter leggere correttamente una fotografia, in quanto rimango completamente convinta del fatto che se non si sa leggere un’immagine, diventa molto difficile saperla produrre consapevolmente.

Quando ci troviamo di fronte a una fotografia dovremmo sapere chi è l’autore, se l’immagine ha un titolo e se la produzione è avvenuta su committenza oppure è stata prodotta per necessità personale del fotografo. Stabilire anche il periodo storico in cui è stata prodotta sarà utile ad assegnarle un valore coerente allo stesso. Questo ci serve ad avere un quadro generale di base che serve da punto di partenza per un’interpretazione più accurata.

Una volta stabilito quale sia il soggetto e la sua ambientazione, dovremmo essere in grado di comprendere il genere fotografico al quale l’immagine appartiene (reportage, paesaggio, street photography, still life, schifezza ecc.).

Dovremmo poi concentrarci sulla composizione dell’immagine, sulle linee (oblique, orizzontali, verticali, curve, spezzate ecc), le forme e la loro collocazione all’interno del riquadro fotografico. Queste possono essere presenti nelle strutture dei soggetti riprodotti o create dal fotografo attraverso la distribuzione degli elementi inseriti. Sempre a livello compositivo potremmo considerare la prospettiva scelta, il punto di vista adottato dal fotografo e la dimensione di soggetti e oggetti nell’immagine. Infine possiamo determinare se tutte queste scelte sono funzionali a proporre un insieme equilibrato, armonioso, simmetrico, dinamico, statico, semplice o complesso.

La luce è un altro elemento fondamentale da prendere in considerazione. Che luce ha scelto il fotografo? Dura, Morbida, naturale, artificiale? Che ombre produce?

I colori scelti dal fotografo, sia nel momento dello scatto che come preferenza in termini di fotoritocco, che caratteristiche hanno? Sono colori forti, tenui, esprimono drammaticità o risultano leggeri e armoniosi? La gamma tonale utilizzata è ampia, quindi ci troviamo di fronte a molti toni che sfumano gradatamente o è molto ristretta, quindi i passaggi tonali sono prepotenti e repentini? Si, perché ricordate che i colori che proponiamo, così come la quantità di toni, producono reazioni diverse.

Approfondendo il grado di lettura potremmo cominciare a distinguere gli elementi connotativi da quelli denotativi.

Produrre una fotografia non vuol dire solamente “far vedere”, ma anche significare qualcosa per mezzo dell’immagine, serve quindi conoscere gli effetti visivi che servano al destinatario per condurlo verso l’interpretazione voluta.

Il livello denotativo della lettura si riferisce all’individuazione degli elementi costitutivi dell’immagine (persone, case, strade), ciò che è effettivamente presente. Possiamo attribuire alla lettura denotativa il livello base, il punto di partenza, l’impatto iniziale.

A livello connotativo, invece, il lettore cerca di decifrare anche codici non presenti concretamente, piuttosto appartenenti alla propria cultura, età, sensibilità ecc., sulla base dei quali conferisce all’immagine “alcuni” significati più personali.  Che sensazioni suscita? Vuole comunicarci felicità, agitazione, tranquillità, paura, conforto o drammaticità? A me nello specifico, cosa arriva?

Nella foto sottostante, per esempio, a livello denotativo vediamo un uomo, con alcuni disegni sul muro dietro di lui, che sorregge una grande radio portatile con una mano e un cellulare con l’altra mano. A livello connotativo potrei dire che mi ricorda vagamente quel rompiscatole dell’insegnante di ginnastica delle medie, che forse sta cercando una canzone sul telefono e la trasmetterà a tutto volume con la sua radio gigante. Il tutto mi trasmette molta allegria!

La lettura completa e approfondita di una fotografia necessita di molto tempo e risorse, quello che vi ho suggerito qui, vuole solo essere uno spunto di riflessione per un primo approfondimento. L’interpretazione corretta di una fotografia non potrà mai provenire rigorosamente da schemi dettagliati o imposti, piuttosto proviene da un’attività dialettica, che considera tutti gli elementi, le forze in gioco e i contrasti.

Fotografia di Sara Munari

Una volta tentata un’interpretazione personale potremmo proseguire con il chiederci quale sia la funzione specifica dello scatto e se la nostra decodificazione corrisponde a quella operata dal fotografo.

Quella che vi ho presentato ora è solo una parte di ciò che un’immagine contiene, ma se vi allenate un pochino seguendo la modalità che vi ho scritto, vedrete che non solo capirete molte più cose delle immagini che incontrerete, ma con tanta felicità da parte mia, probabilmente comincerete a selezionare con più attenzione anche quelle che scatterete.

Sara Munari

Del mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

Voi cosa intendete quando parlate di fotografia?

Fotografia di Sara Munari

Il 19 agosto 1839 è oggi riconosciuta come la data in cui nasce la fotografia presentata formalmente questo giorno presso l’accademia delle scienze e quella delle arti visive. Al principio si sviluppa come strumento ricreativo per le classi più abbienti per poi diffondersi in tutti i ceti sociali. Da quei giorni a oggi possiamo dire che siano state esplorate praticamente tutte le strade che il mezzo, così come tradizionalmente riconosciuto, permette.

La fotografia, fin dalla sua nascita, non è mai stata una testimone assolutamente fedele della verità, il fotografo deforma le cose del mondo a seconda della sua visione, del ritocco, della costruzione dell’immagine stessa e con l’avvento del digitale, alcuni di questi aspetti sono cresciuti esponenzialmente.

Eppure la fotografia porta con sé ancora oggi un forte valore di denuncia e di documentazione. Facendovi ragionare su questo aspetto vorrei semplicemente che imparaste a utilizzarla in modo consapevole, sia come produttori che come utenti, cercando di raccogliere tutte le occasioni che le nuove tecnologie ci offrono.

La parola “comunicazione” è utilizzata in molti ambiti differenti e se sul termine e il suo utilizzo si è molto discusso, la maggior parte degli studiosi afferma che, perché si parli di comunicazione, sia necessario un codice, un sistema di regole che faciliti il passaggio di un messaggio. Probabilmente avrete già sentito dire che la fotografia è un messaggio senza codice, quindi senza regole precise per essere letta e compresa.

Roland Barthes, che su questo argomento scrive un libro (La camera chiara, Einaudi) sostiene questa idea e ci si avvicina con un approccio profondamente emotivo e biografico, riflettendo sulla soggettività dell’interpretazione. Partendo da questo presupposto, che condivido totalmente, possiamo affermare che praticamente tutta la produzione contemporanea di immagini nasca oggi più che mai, grazie ad una spinta molto personale. Fotografiamo tutto: il bimbo nella culla, la pasta e fagioli che stiamo per mangiare, le labbra rosse nello specchio…spesso gli stessi soggetti si ripetono all’infinito, centinaia di labbra rosse e di bimbi che dormono. Siamo tutti narcisisti persi dentro sé stessi? Dal mio punto di vista, no. La fotografia è diventata una delle modalità più importanti di condivisione tra le persone. Attestiamo chi siamo e cosa facciamo attraverso le immagini che condividiamo e con questo atto possiamo dire al mondo “Io vivo così, ho questo aspetto e sono qui”.

Dall’introduzione della fotografia digitale sono nate una serie di nuove opportunità legate all’utilizzo dello strumento, prendendolo in considerazione sia dal punto di vista del linguaggio, della tecnica che delle implicazioni sociali che tale evento ha introdotto.

La fotografia è ormai parte della vita quotidiana di ognuno, soddisfacendo cinque aspetti fondamentali per l’uomo: il riparo contro lo scorrere del tempo, la necessità di comunicazione con gli altri, la manifestazione dei propri sentimenti, la realizzazione di sé, la reputazione sociale e il divertimento, concetti ben espressi da Pierre Bourdieu in “Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia”.

La fotografia è un rito sociale legato alla necessità di comunicare delle persone, sia come produttrici che come fruitrici di immagini.

Nella società contemporanea la fotografia ha stipulato un patto indissolubile con l’uomo e in questo senso, l’evoluzione tecnologica ha modificato drasticamente il modo di vivere la quotidianità, tanto che il ruolo dell’immagine è diventato determinante. I rapporti e gli status sociali, le opinioni generali, gli acquisti e le abitudini, sono tutti veicolati tramite queste.

Le pagine dei nostri social sono diari personali e pubblici allo stesso tempo e ci catapultano in una posizione di disponibilità collettiva continua. All’interno di questo flusso costante di immagini abbiamo imparato che scattare fotografie non basta, è necessario “saper catturare l’attenzione” per avere consensi maggiori, diventare popolari e continuare ad esprimerci e partecipare, quindi esistere. 

Purtroppo alla diffusione smisurata della fotografia non è corrisposta a una valida educazione relativa alla stessa e al suo utilizzo. Molto del nostro tempo è dedicato alla produzione e alla visione di immagini, ma pochi sono in grado di comprendere criticamente i messaggi visivi contenuti in esse affinché questi vengano impiegati in modo consapevole e responsabile.

Come abbiamo detto, l’uomo ha sempre utilizzato le immagini per descrivere la realtà ma, mai come oggi è necessario comprenderle, per saperle produrre e leggere. Sia durante la fase di visione che di realizzazione si attivano funzioni psicologiche legate alle nostre precedenti esperienze connesse a tutti gli ambiti delle nostre vite, diventando bagaglio emozionale che talvolta offusca la percezione delle cose, la sua interpretazione e quindi la sua riproposizione. La comunicazione visiva assume quindi un ruolo centrale, data la velocità con cui siamo chiamati a decifrare la realtà che ci circonda.

Con inaspettata naturalezza la fotografia ha invaso molto del nostro mondo e questo sta delineando confini nuovi del senso stesso del “guardare”, la potenza delle immagini è palese e l’atto di vederle mette in relazione culture, biologie e emozioni.  La reazione provocata nell’osservatore potrebbe anche essere intensa ma rimane spesso fugace e in qualche caso addirittura inconscia.

Chi guarda stabilisce un modo personale di interagire con le nostre fotografie e legge quello che vuole leggere o può leggere; queste fotografie non portano con sé un senso universale di comprensione, ma piuttosto indicano semplicemente qualcosa che è stato di fronte al fotografo e si prestano a innumerevoli interpretazioni differenti che possono, tra l’altro, cambiare nel tempo e nello spazio. Ormai non si è nemmeno certi che quella cosa sia in un momento qualsiasi, stata di fronte al fotografo e nonostante questo, il fruitore può intraprendere un rapporto di natura empatica con l’immagine mostrata.

La funzione della fotografia come mezzo di comunicazione non ha esclusivamente potere sociale, come abbiamo visto, ma genera in modo continuo e continuativo informazioni, richiamando emozioni immediate che dobbiamo imparare ad utilizzare per veicolare i nostri messaggi.

Per questo è necessario conoscere le differenti funzioni dell’immagine e la sua lettura nella realtà e nella percezione, al fine di impiegare al meglio le nostre piccole strategie di comunicazione.

Sara

Incipit del mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui