Mostre per il mese di luglio

Ciao a tutti,

a luglio ripartono i grandi festival estivi, e numerose mostre ci aspettano!

Non perdetevele!

Anna

Marco Pesaresi – Underground (Revisited) 

© Marco Pesaresi | Marco Pesaresi, New York, Eastern Parkway

Underground (Revisited) ripropone a distanza di quasi vent’anni la mostra Underground. Un viaggio metropolitano, il reportage svolto da Marco Pesaresi nelle metropolitane di dieci città: Berlino, New York, Londra, Calcutta, Mexico City, Mosca, Madrid, Tokyo, Parigi, Milano. La mostra curata all’epoca dall’Agenzia Contrasto in occasione della Triennale di Milano nel 2002 ed esposta, nello stesso anno, a Palazzo del Podestà di Rimini, torna nel progetto di Savignano Immagini.
L’allestimento, a cura di Denis Curti e Mario Beltrambini, è composto di 84 fotografie originarie, che sono state nel frattempo conservate presso l’archivio di Palazzo Vendemini. Accanto a queste, un percorso documentativo della storia di Underground: i negativi, il diario di viaggio – un block notes a righe in cui Marco ha appuntato pensieri e considerazioni nella fase più intensa del viaggio che è durato oltre due anni – una selezione delle oltre 300 fotografie tratte dai reportage completi, le riviste italiane e straniere
che ne pubblicarono alcune immagini, il catalogo – versione italiana e versione inglese, con prefazione di Francis Ford Coppola – fino ad Underground Story con la pubblicazione del diario completo. 
A completamento un documento video con le interviste a colleghi e amici di Marco offre pensieri critici e considerazioni il percorso sul lavoro sulle metropolitane del mondo. 
Trascorsi diversi anni, Underground (Revisited) permetterà ai numerosissimi estimatori di Marco Pesaresi di vedere la versione integrale di una delle mostre fotografiche che rinnovarono il linguaggio del fotoreportage e metà degli anni ’90 e che collocano lo stile del reporter riminese quanto mai attuale, moderno, presente.
Undeground (Revisited) è realizzata da Comune di Savignano, Savignano Immagini e SI FEST con il patrocinio del Comune di Rimini e il contributo di Caseificio Pascoli e sarà visibile presso l’ex Consorzio di bonifica, in via Garibaldi 45, a Savignano sul Rubicone (FC) dal 5 giugno all’8 agosto 2021. 

Dal 05 Giugno 2021 al 08 Agosto 2021 – ex Consorzio di bonifica – Savignano sul Rubicone

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Le mostre di Cortona On the Move

“We Are Humans” è il tema centrale di Cortona On The Move 2021. Siamo tutti protagonisti, l’essere umano torna al centro nella sua quotidianità, con le sue relazioni, gli affetti e la condivisione di esperienze, un omaggio all’ordinario e allo straordinario della nostra condizione umana tra intimità e dimensione pubblica.

Le mostre che vengono ospitate quest’anno, sono davvero straordinarie, solo per citarne qualcuna: Alec Soth, Alessandra Sanguinetti, Paolo Pellegrin, ma date un’occhiata al programma completo!

Dal 15 luglio al 3 ottobre – Cortona (AR)

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Le mostre del Festival di Arles

Dovremmo inventare un nuovo rito di passaggio per questo periodo così particolare? Ritoccare questo anno vuoto in technicolor? L’urgenza del presente richiede anzitutto un impegno, un impegno da parte dei Rencontres d’Arles nei confronti di fotografi, artisti, curatori, partner e istituzioni con cui il festival ha stretto legami così forti da tanti anni. Lungi dall’immaginare una tabula rasa che ci tenti di rompere con il tempo sospeso indotto dalla pandemia, si tratta di riflettere su come aggiornare un patrimonio: quello del festival dello scorso anno, sviluppato da Sam Stourdzé intorno al tema della resistenza, e la fotografia che nelle sue parole, “si alza, si oppone, denuncia…ri-incanta”. Ho voluto che il programma si costruisse intorno a queste premesse, portandole oltre, con variazioni ed echi, nuove aggiunte e derivazioni che ci permettessero di cogliere anche questa forza, l’urgenza dei Rencontres d’Arles di misurare il polso del mondo . Se i cieli non sono ancora limpidi, se la luce è ancora fioca quest’estate, dobbiamo comunque rendere visibili i moltiplicarsi delle esplosioni di luce prodotte dai fotografi e artisti invitati.

Se Pier Paolo Pasolini ha capito come la tensione prodotta dai feroci riflettori del potere minaccino i lampi di luce delle potenze opposte, Georges Didi-Huberman offre speranza in La sopravvivenza delle lucciole (2009). Secondo lui, dobbiamo riconoscere una resistenza nella più piccola lucciola, una luce per ogni pensiero». La fotografia continua a emettere segnali luminosi, aprendo spazi a nuovi metodi di resistenza. Arles in piena estate sarà come una costellazione di lucciole, composta da mille luci che illumineranno la diversità dei riguardi, la polifonia delle storie, e simboleggiano la sopravvivenza della speranza e la presa di coscienza attraverso l’immagine.

I luoghi scelti per il festival quest’anno offrono uno scenario tanto vario quanto un’atmosfera, in linea con la diversità del programma. Si svolgono nel patrimonio, nei siti storici del centro, all’Atelier de la Mécanique nel Parc des Ateliers, a Monoprix e Croisière e in diversi giardini cittadini.

Nell’Église Frères Prêcheurs nel centro di Arles, Emergences prende residenza quest’anno con il Louis Roederer Discovery Award in un nuovo formato. Ogni anno ormai, un nuovo curatore esprimerà la propria visione delle tendenze della giovane arte contemporanea. L’anno 2021 è stato affidato a Sonia Voss, che utilizza un nuovo concetto di design che mette in dialogo i progetti tra loro.

Una passeggiata attraverso l’edificio modernista che ospita Monoprix conduce a un universo in cui identità e fluidità si incontrano. SMITH’s Desideration è un’esplorazione multisensoriale al crocevia di pratiche diverse, in cui fotografia, narrazione, finzione e forma diventano una cosa sola; è un viaggio in un cosmo poetico, ponendo a ciascuno di noi la domanda essenziale della nostra esistenza oltre il genere e oltre i confini. Inoltre, poiché la pandemia ci porta a mettere in discussione i limiti dell’umanità, Rethink Everything ci introduce in una scena latinoamericana con una pratica femminista che sonda il corpo e la società in tutti i suoi aspetti. La questione della rappresentazione è affrontata anche con la mostra The New Black Vanguard, che celebra il corpo nero in tutta la sua diversità, scavalcando le discipline dell’arte, della moda e della cultura.

Questi molteplici punti di vista sul mondo trovano eco nell’introspettivo Essere presente di Pieter Hugo. Un focus sul ritratto ci porta in molti luoghi della terra, ma ci chiede di assumere la prospettiva dell’altro. E volgersi verso l’altro, verso orizzonti lontani, è anche ciò che offre la sezione Atlas. Anche in questo caso, siamo invitati a viaggiare e a guardare una mappa che copre geografia, storia, sociologia e psicologia. Quindi, troveremo prospettive dal Sudafrica, ma anche dal Sudan e dal Cile, per spostarci in tutto il mondo.

The Rencontres riguarda anche la rivisitazione della storia del mezzo fotografico e dei suoi attori. Pertanto, l’apertura degli archivi di Charlotte Perriand esprime come la fotografia e il fotomontaggio abbiano svolto un ruolo decisivo nel suo processo creativo, sia nel suo sviluppo estetico che nel coinvolgimento politico negli anni ’30. Poi bisogna citare Sabine Weiss, che quest’anno compie 97 anni. Il suo lavoro sarà esposto alla Chapelle des Jésuites del Museon Arlaten, una nuovissima sede dei Rencontres.

Questi sono solo i primi flash offerti dal festival quest’estate. Insieme alla direttrice esecutiva dei Rencontres, Aurélie de Lanlay, e all’intero team, vi invitiamo a scoprire il resto del programma che aprirà il 4 luglio ad Arles.

(traduzione della presentazione di CHRISTOPH WIESNER, direttore del festival)

Dal 4 luglio al 26 settembre – Arles – sedi varie

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Ultimate landscapes – Claudio Orlandi

Ultimate Landscapes è un long-term project partito nel 2008 attraverso il quale il fotografo romano Claudio Orlandi, appassionato di montagna, riprende in differenti sessioni annuali l’evoluzione e la tecnica di “copertura” di questi ghiacciai, in sei campagne fotografiche i cui esiti sono esposti in mostra.
Sono rappresentati il ghiacciaio del Presena sopra Ponte di Legno (BR), la Zugspitze (la vetta più alta di Germania, vicino a Garmisch-Partenkirchen) e lo Stubaier Gletscher (Austria); il paradiso dei ghiacci sopra Zermatt e il Rhonegletscher (alle sorgenti del Rodano sempre in Svizzera, nel cantone Vallese). Claudio Orlandi ha fotografato questi ghiacciai nella loro evoluzione geomorfologica e antropica.
Le fotografie colpiscono per la loro grande forza e carica estetica. Dall’impostazione teatrale della prima serie di immagini alla carica del sublime della seconda, in cui il bianco abbagliante del panneggio rievoca le sculture neoclassiche. Rivelano solo in un secondo tempo ciò che in realtà rappresentano: grandi teli che ricoprono montagne, solo avvicinandosi infatti e osservando con attenzione, si notano specchi d’acqua e altri dettagli che poco alla volta svelano la vera natura del soggetto nell’ampio paesaggio alpino.
I cambiamenti climatici – divenuti recentemente più rapidi e intensi – hanno suggerito interventi per ridurre la sempre crescente fusione dei ghiacciai.
I ghiacciai, anche nei loro settori antropizzati, costituiscono una risorsa importante sia in ambito paesaggistico naturalistico che nelle attività legate all’alta quota. Così, nei mesi tra giugno e settembre, ampie superfici di nevi e ghiacci vengono coperte con teli bianchi (geotessili) che le proteggono dalla radiazione solare. I primi esperimenti realizzati in Italia sulle tecniche di riduzione della fusione glaciale sono iniziati nel 2008 sul ghiacciaio Dosdè in alta Valtellina e poi sul ghiacciaio Presena al Passo del Tonale –dove si è arrivati a una copertura di 100.000 mq e alla conservazione di uno spessore di 50 m di ghiaccio. Dopo le prime sperimentazioni, il pluriennale utilizzo dei geotessili ha confermato la loro utilità a livello locale sia nella conservazione di neve e ghiaccio, sia nel rallentare la tendenza alla frammentazione dei ghiacciai.

2 luglio – 25 agosto 2021 – Casa della Memoria – Milano

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MILTON H. GREENE. WOMEN

© Milton H. Greene / Elizabeth Margot Collection | Milton H. Greene, Audrey Hepburn for War and Peace, 1955

L’esposizionecomprende una vasta gamma di foto, tra cui preziosi scatti a Marilyn Monroe e altre celebrities come Audrey HepburnMarlene DietrichGeraldine ChaplinKim NovakShirley MacLaineLucía BoséSusan Sarandon, ma anche attori come Cary Grant e Sir Lawrence Olivier. Si potranno inoltre ammirare polaroid originali, provini e documenti che raccontano dall’interno il processo di lavoro seguito da Milton Greene. In questi materiali, l’artista rivela infatti il modo particolarissimo con cui colloca il soggetto all’interno del mirino della sua Rolleiflex, avvicinandosi, cambiando la distanza tra loro, giocando con la luce e lo spazio per dare visibilità al soggetto reale dell’immagine. Si scopre così il modo in cui Milton Greene costruisce un linguaggio e una retorica specifici, utilizzando il proprio vocabolario e i suoi continui aggiustamenti per raggiungere il perfetto equilibrio dei suoi scatti.

Attivo peroltre quattro decenni nel mondo della fotografia e della produzione cinematografica statunitense, con numerosi riconoscimenti, medaglie, premi nazionali e internazionali ottenuti, Milton Greene è uno dei fotografi più celebrati al mondo.

Nato a New York nel 1922, ha iniziato a fotografare all’età di 14 anni e a soli 23 anni è già definito il “Wonder Boy della fotografia a colori”. Negli anni Cinquanta e Sessanta la maggior parte dei suoi lavori sono apparsi sulle principali testate nazionali tra cui LifeLookHarper’s BazaarTown & Country e Vogue. Oggi gli viene riconosciuto il merito di aver portato, insieme ad altri eminenti fotografi come Richard Avedon, Cecil Beaton, Irving Penn e Norman Parkinson, la fotografia di moda nel regno delle belle arti, ma sono soprattutto i suoi straordinari ritratti di artisti, musicisti e celebrità televisive e teatrali ad essere diventati leggendari.

Ma sono sicuramente le foto scattate a Marilyn Monroe a essere maggiormente ricordate.
Il fortunato incontro con l’attrice ebbe luogo nel 1953, grazie ad un incarico affidato a Greene per conto di Look Magazine. I due divennero presto amici intimi e nel 1956 formarono la loro compagnia, la Marilyn Monroe Productions, che produsse “Bus Stop” e “The Prince and the Showgirl”. Prima di sposare Arthur Miller nel giugno del 1956, Greene ha fotografato Marilyn Monroe in innumerevoli sessioni, scattandole alcune delle sue fotografie più belle ed iconiche, che ne colgono appieno gli stati d’animo, la bellezza, il talento e lo spirito.

La sua straordinaria abilità di regista, infatti, gli permetteva di catturare le qualità che meglio rappresentavano la persona reale, rendendo ciascuna delle sue immagini una dichiarazione eloquente e unica del soggetto ritratto e convertendo così la sua particolare visione in arte fotografica. Non a caso Marilyn affidò a Greene la sua autobiografia, chiamata semplicemente “La mia storia.

Per questo il lavoro di Milton H. Greene, come dimostrano gli scatti in mostra, continuerà a essere considerato rappresentativo di un’era, certo forse ormai finita, ma che si rifletterà sempre invariata nelle sue immagini iconiche.

Dal 17 Giugno 2021 al 26 Settembre 2021 – SENIGALLIA – Palazzetto Baviera

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VALENTINA VANNICOLA. L’INFERNO DI DANTE

Valentina Vannicola, #1 Canto III, Antinferno. L’Entrata dell’Inferno, 2011 | © Valentina Vannicola

Un racconto sintetico, serrato, ma anche sottilmente simbolico, che interpreta le parole di Dante come fossero una sceneggiatura e le restituiscono in forma di immagini. In occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante il Museo presenta Inferno di Valentina Vannicola, progetto che entra quest’anno nelle Collezioni di Fotografia.

Dall’ingresso attraverso la porta dell’Inferno, passando per le anime dei dannati in attesa sulle rive dell’Acheronte, quelle dei sospesi nel limbo, quelle dei simoniaci, condannati a ad essere capovolti nella terra, e ancora il corpo solo vegetale dei suicidi e le anime trascinate dalla bufera di Paolo e Francesca, l’autrice ci conduce in un viaggio immaginifico attraverso i Cerchi dell’inferno.

La serie si compone di quindici fotografie, ambientate nella maremma laziale e realizzate coinvolgendo come attori gli stessi abitanti.

Dal 17 Giugno 2021 al 26 Settembre 2021 – Roma – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

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MOLICHROM: IL FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA NOMADE

© Joey Lawrence

“La fotografia è un viaggio che ci offre l’opportunità di vedere ciò che altri hanno visto prima di noi”

“Ho voluto portare l’attenzione su degli artisti che attraverso esperienze molto diverse e punti di vista anche molto distanti, offrono un’opportunità unica di fare esperienza di quello che possiamo chiamare lo sguardo nomade.
Così il direttore artistico Eolo Perfido introduce la prima edizione di Molichrom: Festival un evento di fotografia internazionale e contemporanea che vede il Molise come centro operativo e il nomadismo come tema centrale di questa edizione. “Terra di “tratturi” e “transumanza”, il Molise ha da sempre un forte legame con il suo territorio e la sua storia. Anche per questo motivo – continua il direttore – il tema scelto per la prima edizione è quello del Nomadismo, come spunto concettuale per raccontare attraverso la fotografia quella che è una delle identità più importanti del genere umano.” 

Da giovedì 24 giugno le mostre in esclusiva di giganti della fotografia come Joey Lawrence Giuseppe Nucci, la prestigiosa selezione della Best Of London Street Photography Festival, gli incontri con Michele Smargiassi, Biba Giacchetti AugustoPieroni, guerrilla art e workshop diffusi tra CampobassoMontagano Pietrabbondante.

Molichrom: Festival della Fotografia Nomade 
nasce da un’idea costruita insieme all’associazione Tèkne, un gruppo di operatori dell’arte, spettacolo e comunicazione, che negli anni si è impegnato attivamente in Molise con passione ed entusiasmo. L’intento è promuovere in Molise la fotografia contemporanea e diffondere cultura visiva e nuove forme di comunicazione. 

Un progetto coraggioso ideato realizzato in un momento delicato della nostra storia – dichiara l’associazione – in cui la ripresa dal vivo delle attività culturali diventa un segno forte di rinascita e ripartenza del territorio e della nazione. Farlo in un territorio che negli anni si è contraddistinto per essere un punto di fuga, ma anche un punto di approdo e di arrivo è sembrata un’occasione irripetibile.

La fotografia rappresenta l’arte immediata, fruibile da tutti e arriva velocemente al cuore di ciascuno. Ci siamo dedicati al tema del “Nomadismo” per innescare un dialogo forte con il territorio. Ogni luogo sarà protagonista con mostre dedicate e un programma che, oltre alle mostre, spazia dalla guerrilla art agli incontri a tema. Molichrom: è un progetto con il sostegno e finanziamento della Regione Molise, dell’Assessorato al Turismo e Cultura.

Dal 24 Giugno 2021 al 15 Agosto 2021 – CAMPOBASSO – Sedi varie

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SERGEJ VASILIEV: UNO SGUARDO INDISCRETO SULL’URSS SCONOSCIUTA

© Sergej Vasiliev | Sergej Vasiliev, Ritratto di giovane detenuta, 1980 ca.

S’intitola “Sergej Vasiliev: uno sguardo indiscreto sull’URSS sconosciuta” la prima mostra antologica in Italia dedicata al forotoreporter russo, che verrà ospitata a Firenze al Semiottagono delle Murate, dal 23 giugno al 4 ottobre.
In un luogo di grande suggestione, un ex monastero divenuto caserma e infine struttura di detenzione fino alla metà degli anni Ottanta, si realizza un percorso che in circa settanta immagini intende riassumere e sottolineare lo sguardo penetrante di Vasiliev nel quotidiano di una metropoli negli Urali meridionali, Čelyabinsk, ai tempi dell’ex Unione Sovietica: detenuti, partorienti, ginnaste, il disastro di Ufa, è la storia nuda, vera, della gente russa, scrutata e indagata con un formalismo mai retorico, a comporre una cronaca avara di colore e di grande impatto.
Particolarmente toccante il capitolo a chiusura del percorso ideato daJan Bigazzi e curato dall’esperto di arte figurativa russa,Marco Fagioli, che racconta l’incidente ferroviario nel distretto di Iglinskiy, avvenuto il 4 giugno del 1989. Inviato dal Vecherny Čelyabinsk (Čelyabinsk Sera), il quotidiano per il quale Vasiliev ha lavorato per quarantacinque anni dal giorno della sua fondazione nel 1968, l’autore stringe sui corpi bruciati e martoriati distesi sui tavoli dell’ospedale o nelle bare sostenute per le strade del dolore, che fanno tornare alla mente alcune scene del grande cinema russo post-stalinista.
La mostra è promossa dall’AssociazioneAmici del Museo Ermitage insieme a MUS.E, MAD Murate Art District, Museo Sergej Vasiliev a Čelyabinsk e realizzata con il contributo diFondazione CR Firenze,in collaborazione conMIP Murate Idea Park. Nel 2022 sarà ospitata al Museo delle Culture di Lugano (MUSEC).

Dal 23 Giugno 2021 al 04 Ottobre 2021 – FIRENZE – Semiottagono delle Murate

Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità

Mostra del concorso Fotografia e mondo del lavoro 4° edizione

Si intitola “Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità” il 4° concorso fotografico nazionale “Fotografia e mondo del lavoro” promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa e dal Comune di Livorno. Si concluderà con una mostra organizzata ai Granai di Villa Mimbelli di Livorno, nel giorno dell’inaugurazione della mostra si svolgerà anche la premiazione dei vincitori. 

dal 3 luglio al 5 settembre 2021 – Museo Civico Giovanni Fattori – Granai di Villa Mimbelli – Livorno

Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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20 libri, da avere, di fotografie su New York

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Invisible City (Inglese) Copertina rigida – 29 dic 2014
di Ken Schles
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L’anima di New York Le immagini più evocative della città che non dorme mai Ripercorrete l’epica storia di New York attraverso centinaia di fotografie emozionanti che ci mostrano i tanti volti di questa magica città dalla metà dell’Ottocento a oggi. Seguitene le mutevoli sorti dalle folli notti degli anni d’oro del jazz all’edonismo delle discoteche, dai tetri giorni della Depressione alle devastazioni dell’11 settembre e dei giorni che seguirono. Questa meravigliosa collezione di immagini rende omaggio all’architettura, all’energia e al patrimonio civile, sociale e fotografico della metropoli. Dal Brooklyn Bridge agli immigrati che sbarcavano a Ellis Island, dai bassifondi del Lower East Side ai magnificenti grattacieli art déco, le strade, i marciapiedi, il caos, l’energia, il crogiuolo di etnie, la cultura, la moda, l’architettura, la rabbia e la complessità della Grande Mela sono tutte rappresentate nella forza del loro spirito e delle loro contraddizioni. Oltre a centinaia di scatti firmati da fotografi del calibro di Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, Weegee, Margaret Bourke-White, William Claxton, Ralph Gibson, Ryan McGinley, Steve Schapiro, Garry Winogrand, Larry Fink, Keizo Kitajima, e tanti altri, New York: Portrait of a City offre oltre un centinaio di citazioni e riferimenti provenienti da libri, film, spettacoli di vario tipo e canzoni.

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In My Taxi: New York After Hours by Ryan Weideman (1991-10-02)
di Ryan Weideman (Autore)
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Max Kozloff (Autore), Ed Grazda (a cura di), William Klein (Fotografo)
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Keizo Kitajima spent six months in New York roaming it’s gritty streets and hanging out in its clubs. He presents a vison of eighties New York, full of energy, decadence and moments of quiet desperation. Like the city the publication is full of stark juxtapositions, flaboyant dispays of outrageous behaviour live next to pictures of desolation and dejection.
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[(Naked City )] [Author: Weegee] Mar-2003 Copertina flessibile – 1 mar 2003
di Weegee  
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Cecil Beaton’s New York Hardcover – 1938
by Cecil Walter Hardy Beaton (Author)
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Harlem Stirs – 128 pages, softbound with slight edgewear and light soiling from handling to covers. text block is clean tight and bright. Wonderful black and white photos throughout. the pictures and words presents the horror of Harlem in the 1960’s. A vivid story of this powerful, tangled and much maligned region of New York City, leading to the changes and upheaval in the 1960’s. ~ Rasism, Social, Black America, Urban Blight
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Written in English and Swedish. The title is in reference to a street sign indicating traffic directions. Black and white images of “traces of life” in New York. The kind of thing you’d see when walking around, if you had your eyes open to it, Found objects, storefronts, signs, graffiti, abandoned/lost items, trash, anything that caught artist Enke Rothman’s interest. Photos by Tana Ross.
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Based on the blog with more than four million loyal fans, a beautiful, heartfelt, funny, and inspiring collection of photographs and stories capturing the spirit of a city
Now an instant #1 New York Times bestseller, Humans of New York began in the summer of 2010, when photographer Brandon Stanton set out to create a photographic census of New York City. Armed with his camera, he began crisscrossing the city, covering thousands of miles on foot, all in an attempt to capture New Yorkers and their stories. The result of these efforts was a vibrant blog he called “Humans of New York,” in which his photos were featured alongside quotes and anecdotes.
The blog has steadily grown, now boasting millions of devoted followers. Humans of New York is the book inspired by the blog. With four hundred color photos, including exclusive portraits and all-new stories, Humans of New York is a stunning collection of images that showcases the outsized personalities of New York.
Surprising and moving, printed in a beautiful full-color, hardbound edition, Humans of New York is a celebration of individuality and a tribute to the spirit of the city.
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I See a City: Todd Webb’s New York focuses on the work of photographer Todd Webb produced in New York City in the 1940s and 1950s. Webb photographed the city day and night, in all seasons and in all weather. Buildings, signage, vehicles, the passing throngs, isolated figures, curious eccentrics, odd corners, windows, doorways, alleyways, squares, avenues, storefronts, uptown, and downtown, from the Brooklyn Bridge to Harlem.
The book is a rich portrait of the everyday life and architecture of New York. Webb’s work is clear, direct, focused, layered with light and shadow, and captures the soul of these places shaped by the friction and frisson of humanity.
A native of Detroit, Webb studied photography in the 1930s under the guidance of Ansel Adams at the Detroit Camera Club, served as a navy photographer during World War II, and then went on to become a successful postwar photographer. His work is in many museum collections, including the Museum of Modern Art in New York and the National Gallery of Art in Washington.
Published on the occasion of the exhibition Todd Webb’s New York at the Museum of the City of New York, where Webb had his first solo exhibition in 1946, this book helps restore the reputation and legacy of a forgotten American artist.
150 back-and-white illustrations
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Based on the popular New York photography blog by the same name with over 2.5 million loyal fans, this coffee table photo book takes you on a dream-infused nostalgic journey through New York City featuring an exquisite collection of photographs and prose.
Street photographers will never tire of New York as a subject. It is the perfect setting for the genre, the world’s most evocative cityscape, against which candid, memorable moments play themselves out every day.
Nearly a decade ago, Vivienne Gucwa began walking the streets of the city with the only camera she could afford a sub-$100 point-and-shoot and started taking pictures. Choosing a direction and going as far as her feet would take her, she noticed lines, forms and structures that had previously gone unnoticed but which resonated, embodying a sense of home.
Having limited equipment forced her to learn about light, composition and colour, and her burgeoning talent won her blog millions of readers and wide recognition in the photographic community.
“NY Through the Lens” is a timeless photo book which showcases the stunning results of Vivienne’s ongoing quest. Filled with spectacular photographs and illuminated by Vivienne’s poetic commentary, NY Through the Lens is a quintessential New York book as well as a beautiful travel guide to the city; it will be a must-read for her many fans and for any lover of New York photography.
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Differing from other photo books about New York, New Yorkers: As Seen by Magnum Photographersintroduces a gallery of eye-catching, untamed images of the metropolis taken by members of the renowned Magnum photo agency. Known for their spirit of independence, these photographers proffer droll, enigmatic, melancholic, enchanting, perhaps even effervescent scenes of the world’s most well known city, often combining these disparate sensibilities together, against great odds, in a single image. For these pictures to have been on target, they had to be off-kilter—as charged with contradiction and nuance as the reality of their subjects. 

The photographers in this book come from many countries and, armed with a wide range of purposes, are united only by their membership in Magnum Photos. Though best known for reportage of global wars and crises, they have created a New York archive of great magnitude documenting the last sixty years of New York’s—and Magnum’s—history. Of the more than one hundred and fifty photographs in New Yorkers, only a fraction have ever been published. 

Leafing through New Yorkers, edited by the acclaimed art critic Max Kozloff, is like walking the streets of New York City, beguiled by its implausible and mixed energies, renewed at each turn of a corner. Throughout the city’s sidewalks, bars, subways, rooftops, bridges, street corners, diners, barbershops, boardwalks, and empty lots, and inside its ball games, parks, protests, parades, society events, and myriad trade districts, these photographers have roamed freely, snapping its denizens with a realism that smarts and a wit that sparkles, featuring never-before-seen work by Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Inge Morath, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Leonard Freed, Raymond Depardon, Eve Arnold, Dennis Stock, Ferdinando Scianna, Richard Kalvar, Burt Glinn, Eli Reed, René Burri, Susan Meiselas, and more. 

New Yorkers: As Seen by Magnum Photographers emphasizes the color work of the Magnum photographers, much of it surprisingly early, and contains an essay by Kozloff, who tackles his offbeat selection with relish.
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Danish-born Jacob A. Riis (1849–1914) found success in America as a reporter for the New York Tribune, first documenting crime and later turning his eye to housing reform. As tenement living conditions became unbearable in the wake of massive immigration, Riis and his camera captured some of the earliest, most powerful images of American urban poverty.
This important publication is the first comprehensive study and complete catalogue of Riis’s world-famous images, and places him at the forefront of early-20th-century social reform photography. It is the culmination of more than two decades of research on Riis, assembling materials from five repositories (the Riis Collection at the Museum of the City of New York, the Library of Congress, the New-York Historical Society, the New York Public Library, and the Museum of South West Jutland, Denmark) as well as previously unpublished photographs and notes. In this handsome volume, Bonnie Yochelson proposes a novel thesis—that Riis was a radical publicist who utilized photographs to enhance his arguments, but had no great skill or ambition as a photographer. She also provides important context for understanding how Riis’s work would be viewed in turn-of-the-century New York, whether presented in lantern slide lectures or newspapers.
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Presents a thorough study of the artist’s candid photographs of urban life in New York City, and the connection between his painting and his photography.
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Nearly 100 classic images by noted photographer: Rockefeller Center on the rise, Bowery restaurants, dramatic views of the City’s bridges, Washington Square, old movie houses, rows of old tenements laced with laundry, Wall Street, Flatiron Building, waterfront, and many other landmarks.

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A re-release of an acclaimed volume features definitive images of 1930s New York, in a deluxe edition that features more than three hundred duotones as taken with the support of the WPA’s Federal Art Project documenting Depression-era changes throughout the city. Reissue.
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Timing, skill, and talent all play an important role in creating a great photograph, but the most primary element, the photographer’s eye, is perhaps the most crucial. In The Eyes of the City, Richard Sandler showcases decades’ worth of work, proving his eye for street life rivals any of his generation.

From 1977 to just weeks before September 11, 2001, Richard regularly walked through the streets of Boston and New York, making incisive and humorous pictures that read the pulse of that time. After serendipitously being gifted a Leica camera in 1977, Sandler shot in Boston for three productive years
and then moved back home to photograph in an edgy, dangerous, colicky New York City.

In the 1980s crime and crack were on the rise and their effects were socially devastating. Times Square, Harlem, and the East Village were seeded with hard drugs, while in Midtown Manhattan, and on Wall Street, the rich flaunted their furs in unprecedented numbers, and “greed was good.”

In the 1990s the city underwent drastic changes to lure in tourists and corporations, the result of which was rapid gentrification. Rents were raised and neighborhoods were sanitized, clearing them of both crime and character. Throughout these turbulent and creative years Sandler paced the streets with his native New Yorker’s eye for compassion, irony, and unvarnished fact.

The results are presented in The Eyes of the City, many for the first time in print. Overtly, they capture a complex time when beauty mixed with decay, yet below the picture surface, they hint at unrecognized ghosts in the American psyche.
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New York at Night: Photography after Dark, showcases images of New York City’s legendary nightlife by the leading photographers of the 20th and 21st centuries, from Joseph Byron and James Van Der Zee to Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Elliott Erwitt, Larry Fink, and more. As diverse and complicated as the city itself, New York’s nightlife is glamorous and grungy, lonely and dangerous, highbrow and lowbrow. These images are complimented by writing from some of New York’s most respected contemporary authors, adding depth, context, and personal stories of their own experiences to those presented by the photographers. This engaging book captures the energy of the New York night and the city’s evolving hotspots, building a history of how New Yorkers play after dark and how that helps make this city a cultural and entertainment powerhouse.

Photographers featured within the book include: Berenice Abbott, Apeda Studio, Amy Arbus, Diane Arbus, Eve Arnold, Richard Avedon, John Baeder, Frank Bauman, Guy Bourdin, Bonnie Briant, Paul Brissman, René Burri, Joseph Byron, Cornell Capa, Drew Carolan, Henri Cartier-Bresson, Bob Colacello, John Cohen, Ted Croner, Bruce Davidson, Philip-Lorca diCorcia, Elliott Erwitt, Walker Evans, Louis Faurer, Donna Ferrato, Larry Fink, Robert Frank, Lee Friedlander, Paul Fusco, Ron Galella, William Gedney, Bruce Gilden, Burt Glinn, Nan Goldin, William P. Gottlieb, Samuel H. Gottscho, Charles Harbutt, Phillip Harrington, Paul B. Haviland, Thomas Hoepker, Evelyn Hofer, Jenny Holzer, Peter Hujar, Douglas Jones, Sid Kaplan, William Klein, Stanley Kubrick, Collin LaFleche, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Joan Liftin, Peter Lindbergh, Roxanne Lowit, Alex Majoli, Fred McDarrah, Ryan McGinley, Susan Meiselas, Lisette Model, Inge Morath, Helmut Newton, Toby Old, Paolo Pellegrin, Iriving Penn, Gilles Peress, Anton Perich, Hy Peskin, Jean Pigozzi, Sylvia Plachy, Robin Platzer, Eli Reed, Jacob Riis, Arthur Rothstein, Damien Saatdjian, Lise Sarfati, Paule Saviano, Norman Seeff, Neil Selkirk, Sam Shaw, Aaron Siskind, Dennis Stock, Erika Stone, Christopher Thomas, Peter Van Agtmael, James Van Der Zee, Weegee, and Garry Winogrand.
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Brooklyn Photographs Now reflects the avant-garde spirit of the city’s hippest borough, containing previously unpublished work by well-known and emerging contemporary artists. The book presents 250 images by more than seventy-five established and new artists, including Mark Seliger, Jamel Shabazz, Ryan McGinley, Mathieu Bitton, and Michael Eastman, among many others. The book documents the physical and architectural landscape and reflects and explores an off-centered—and therefore a less-seen and more innovative—perspective of how artists view this borough in the twenty-first century. This is the “now” Brooklyn that we have yet to see in pictures: what might seem to be an alternative city but is actually the crux of how it visually functions in the present day. This unique collection of images is the perfect book for the photo lover and sophisticated tourist alike.

Mostre per giugno

Mostre fantastiche vi aspettano a giugno. Ce n’è davvero per soddisfare ogni palato. Non perdetevele!

E qua trovate anche tutte le altre mostre in corso.

Anna

Paolo Pellegrin – Confini di Umanità

La mostra fotografica, realizzata appositamente per Pistoia – Dialoghi sull’uomo, propone sessanta scatti, in parte inediti, di uno dei fotografi più apprezzati nel panorama mondiale, grazie al suo impegno e all’innovativa estetica documentaria. Realizzate in Algeria, Egitto, Kurdistan, Palestina, Iraq e Stati Uniti, le immagini sono accompagnate da un video dello stesso Paolo Pellegrin, realizzato in America per indagare le linee razziali che ancora dividono il Paese, confini invisibili ma ancor più insormontabili di quelli fisici. Le immagini coprono un arco temporale di quasi trent’anni, sviluppando, per sottrazione e opposizione, l’impervio percorso della convivenza, ostacolata da muri, guerre, mari in tempesta e deserti, ovvero tutte le frontiere, naturali e artificiali, visibili e invisibili, che dividono, imprigionano e isolano gli esseri umani. La mostra ci conduce dunque lungo i confini dell’umanità, per mostrare lo sforzo continuo, ma necessario, alla base della convivenza. Catalogo edito da Contrasto.

dal 24 maggio al 30 giugno – Palazzo Comunale Pistoia

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David La Chapelle

La mostra è una grande monografica di David LaChapelle, uno dei più noti fotografi e registi contemporanei a livello mondiale.

I suoi soggetti sono celebrities (i fratelli Michael e Janet Jackson, Hillary Clinton e Muhammad Ali, Jeff Koons e Madonna, Uma Thurman e David Bowie…), insieme agli scatti delle sue recentissime ricerche che lo hanno portato a sviluppare una dimensione più privata e filosofica, i valori assoluti.

La religione, la sensualità e la sessualità, il passare del tempo, il rispetto per la natura: il tutto è svolto nella maniera onirica, linguaggio tipico del fotografo americano, ma che sempre fa i conti con la dimensione reale perché, al contrario delle apparenze, tutto ciò che compare in queste immagini è il frutto di una ricostruzione reale, molto lontana dalle ricostruzioni digitali.

Dal 14 giugno al 6 gennaio 2020 – Citroniera delle Scuiderie Juvarriane – Reggia di Venaria (TO)

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Giostre! Storie, immagini, giochi

Completamente dedicata alla fantasiosa iconografia delle giostre, questa mostra, sfaccettata e divertente, è anche pensosa, e vuole suscitare nel pubblico un vero e proprio effetto-giostra, tra il gioco più semplice e genuino che rimanda all’infanzia e la riflessione sulla vita, sul tempo che passa, sul mondo che gira, sul destino.

A proporla (Palazzo Roverella, dal 23 marzo al 30 giugno 2019) è la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme al Comune di Rovigo e all’ Accademia dei Concordi, per la cura di Roberta Valtorta, con la collaborazione di Mario Finazzi per il percorso riservato alla pittura.

“Il Polesine, anticipa il Presidente della Fondazione, prof. Gilberto Muraro, è da sempre terra di giostre e giostrai. Qui, e in particolare nel territorio di Bergantino, vengono realizzate giostre destinate ai parchi di divertimento e agli spettacoli viaggianti di tutto il mondo. Ed è con il Museo della Giostra e dello Spettacolo Popolare di Bergantino che questa nostra mostra idealmente si coniuga. In una unione complementare: il Museo indaga il passato di una grande tradizione. La mostra legge il tema della giostra in chiave soprattutto sociale, affidandosi a grandi fotografi e a grandi artisti che l’hanno declinato nelle loro opere”.
In mostra, infatti, vengono proposte immagini di giostre grandi e piccole, così come sono state raffigurate soprattutto in fotografia, ma anche in pittura, grafica, nei numerosissimi giocattoli, nei modellini, fino ai carillon. Presenti in mostra anche “pezzi” di antiche giostre come organi e cavalli di legno.
La struttura della giostra è stata infatti ampiamente rappresentata in mille forme di straordinari giocattoli meccanici per bambini ma anche per adulti, dalle forme articolate e varie, talvolta carillon, talvolta orologi e soprammobili, divenuti nel tempo oggetto di collezionismo.

L’ampia sezione di fotografie comprende opere di più di sessanta importanti fotografi dall’Ottocento a oggi. Tra questi, le immagini ottocentesche di Celestino Degoix e di Arnoux; quella della Parigi dell’inizio del Novecento di Eugène Atget e dei Frères Seeberger; le fotografie degli anni Quaranta-Sessanta di Henri Cartier Bresson, Mario Cattaneo, Cesare Colombo, Bruce Davidson, Robert Doisneau, Eliot Erwitt, Izis, Mario Giacomelli, Paolo Monti, Willy Ronis, Lamberto Vitali, David Seymour; per l’epoca contemporanea, le immagini di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, John Batho, René Burri, Stefano Cerio, Raymond Depardon, Luigi Ghirri, Paolo Gioli, Guido Guidi, Jitka Hanzlovà, Guy Le Querrec, Raffaela Mariniello, Bernard Plossu, Pietro Privitera, Francesco Radino, Ferdinando Scianna.

La mostra è arricchita da una selezione di importanti opere pittoriche e da manifesti di fiere di paese e sagre popolari. Importante l’installazione dell’artista contemporanea Stephen Wilks “Donkey Roundabout” e il film di Adriano Sforza “Jodi delle giostre”, vincitore del David di Donatello 2011.

dal 23 marzo al 30 giugno 2019 – Palazzo Roverella – Rovigo

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Jessica Backhaus – A trilogy

Mutty, in collaborazione con Micamera presenta la mostra A Trilogy di Jessica Backhaus.
Una mostra che investiga i temi universali delle origini, dei desideri, dell’identità e del destino. Basandosi sulla sua storia personale, l’autrice si fa domande sull’importanza di conoscere le radici della propria esistenza e su quanto sia possibile rielaborarle.

Jessica Backhaus è nata nel 1970 a Cuxhaven, in Germania, in una famiglia di artisti. A sedici anni si  trasferisce a Parigi dove studia fotografia e comunicazione visiva. Qui nel 1992 incontra Gisèle Freund, fotografa della Magnum e grande personaggio della cultura, che diventa sua grande amica e affezionata maestra. Nel 1995, la passione per la fotografia la porta a New York, dove lavora come assistente di diversi fotografi, sviluppa i propri progetti personali e vive fino al 2009. E’ considerata una delle voci più originali nel panorama della fotografia contemporanea.

Gli ultimi due libri di Jessica Backhaus segnano due momenti fondamentali nella carriera dell’autrice. Six Degrees of Freedom è l’espressione della ricerca delle proprie radici. Dopo il rientro in Europa dagli Stati Uniti, Backhaus decide di scoprire l’identità del padre biologico. Ne ha origine un lavoro particolarmente intenso: l’uso del colore carico di sentimenti, tipico di tutta la sua produzione, vero e proprio segno distintivo, assume qui una valenza particolarmente drammatica, seguendo l’autrice nel percorso di ricostruzione delle proprie origini.

Avviene in questo lavoro un passaggio fondamentale: Backhaus (che usa solo luce naturale) inizia a intervenire spostando gli oggetti nello spazio. Ricollocando gli oggetti, sembra voler riprendere in mano il proprio destino.

E’ l’inizio di una trasformazione che A Trilogy conferma, procedendo verso una sempre maggiore astrazione. Il volume contiene tre serie differenti: Beyond Blue, Shifting Clouds e New Horizon che saranno in mostra nello spazio espositivo di Mutty.

L’artista sarà presente all’inaugurazione della mostra venerdì 24 maggio alle ore 19.30 

25 maggio – 21 giugno – Mutty – Castiglione delle Stiviere (MN)

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Roger Ballen – The Body, the Mind, the Space

In occasione di Milano Photoweek la Fondazione Sozzani dedica una grande mostra alla fotografia di Roger Ballen, uno tra i fotografi contemporanei più originali che indaga l’invisibile. Roger Ballen sarà presente all’inaugurazione della sua mostra

dal 9 giugno 2019 al 8 settembre 2019 – Fondazione Sozzani – Milano

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EVE ARNOLD. Tutto sulle donne – All about women

USA. New York. American actress Marlene DIETRICH at Columbia records’s studios. Part of a sequence showing Marlene Dietrich during a recording session when she was 51 years old, with her famous World War II songs including Lilli Marlene. 1952 Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Women” by Eve Arnold presented at Abano Terme, Italy, from May 17th to December 8th 2019.

Che si tratti delle donne afroamericane del ghetto di Harlem, dell’iconica Marylin Monroe, di Marlene Dietrich o delle donne nell’Afghanistan del 1969, poco cambia. L’intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale.

A questa intensa interprete dell’arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi, nel cuore di Abano Terme, dedica un’a ampia retrospettiva, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Quella proposta in Villa Bassi dal Comune di Abano Terme e da Suasez, con la curatela di Marco Minuz, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense.

Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell’agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947. Un’agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof.

Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia entrambe promosse per iniziativa di Suazes: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e ora la Arnold ad Abano Terme in questa mostra.

A chiamare Eve Arnold In Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier -Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo “scandalose”, vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post.

Nel 1952 insieme alla famiglia Eve Arnold si trasferisce a Long Island, dove realizza uno dei reportage più toccanti della sua carriera: “A baby’s first five minutes”, raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Nel 1956 si reca con un amica psicologa ad Haiti per documentare i segreti delle pratiche Woodoo.

Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le celebreties di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l’incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell’attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza. Nel 1960 documenta le riprese del celebre film ”The Misfits”, “Gli spostati”, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell’epoca di Marylin Arthur Miller.

Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio: in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente tra cui Afghanistan, Cina e Mongolia.

Fra il 1969 e il 1971 realizza il progetto “Dietro al velo”, che diventa anche un documentario, testimonianza della condizione della donna in Medio Oriente.

«Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. Benché il suo lavoro sia testimonianza di una lotta per uscire dalla definizione limitante di “fotografa donna”, la sua fortuna fu proprio quella capacità di farsi interprete della femminilità, come “donna fra le donne”.

17 Maggio 2019 – 08 Dicembre 2019 – Abano Terme (Pd), Casa Museo Villa Bassi

MAGNUM’S FIRST. LA PRIMA MOSTRA DI MAGNUM

La mostra Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) venne presentata tra il giugno 1955 e il febbraio 1956 in cinque città austriache ed è la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum. Se ne era persa completamente la memoria sino al 2006, quando nella cantina dell’Istituto Francese di Innsbruck vennero ritrovate due vecchie casse, contenenti i pannelli colorati della mostra su cui erano montate ottantatre fotografie in bianco e nero di alcuni  fotografi della Magnum, insieme al testo di presentazione, ai cartellini con i nomi dei fotografi, alla locandina originale e alle istruzioni dattiloscritte per il montaggio della mostra stessa.
I responsabili di Magnum Photos, prontamente avvisati del ritrovamento, si sono immediatamente resi conto dell’eccezionalità della scoperta. Si trattava di una rassegna collettiva ordinata e omogenea di otto tra i più grandi maestri del fotogiornalismo. Gli autori delle foto erano tra i più celebri fotoreporter dell’agenzia: Robert Capa, Marc Riboud, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Erns Haas, Erich Lessing, Jean Marquis e Inge Morath.
Gli scatti fotografici sono stati sottoposti ad un intervento di pulitura e tutti i materiali originali sono stati restaurati. Dopo oltre cinquant’anni la prima mostra Magnum è tornata così visibile al pubblico ed è stato possibile ricostruirne la storia.

Probabilmente la mostra fu organizzata dopo che il gruppo Magnum, nel maggio 1955, aveva preso parte alla Biennale Photo Cinéma Optique al Grand Palais a Parigi, che aveva suscitato un notevole gradimento. Dopo quel primo successo, l’agenzia decise di collaborare con l’Università di Parigi per organizzare una mostra indipendente. Nacque forse così l’idea di Gesichte der Zeit (Il volto del tempo).
La mostra divenne itinerante: dopo la prima tappa tenutasi all’Istituto Francese di Innsbruck si è spostata a Vienna, a Bregenz e poi a Graz. Tappa finale è stata probabilmente la Neue Galerie a Linz. Da qui le foto della mostra sono state restituite a Innsbruck nel febbraio del 1956, forse in vista di una tappa ulteriore, ma li sono rimaste sino al ritrovamento nel 2006.

Insieme all’esposizione di Werner Bischof presso la Galleria St. Annahof di Zurigo del 1953 e a quella dei fotografi Magnum alla fiera Photokina di Colonia del 1956, delle quali nulla è rimasto, la mostra Gesichte der Zeit (Il volto del tempo) è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Con il fitto programma di mostre ed eventi, la Magnum mostrò infatti chiaro l’intento di difendere sia il valore della foto come documento sia il valore artistico degli scatti dei fotografi dell’agenzia.

Dal ritrovamento del 2006 la rassegna, con il titolo Magnum’s First, è stata allestita in diverse città europee, e viene anche oggi riproposta qui nel suo allestimento originario.

L’esposizione è realizzata in collaborazione con Magnum Photos, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente.

08-05-2019/ 06-10-2019 – Museo Diocesano – MIlano

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13 STORIE DALLA STRADA

Una mostra che risveglia le coscienze e fa riflettere: questo è il proposito di 13 storie dalla strada. Fotografi senza fissa dimora, visitabile dal 28 maggio fino al 1 settembre alle Gallerie d’Italia di Milano.

Un viaggio dalla periferia al cuore della città

Tutto nasce dai workshop di fotografia per senzatetto organizzati dalla onlus Ri-scatti in collaborazione con Fondazione Cariplo: tra di loro c’era chi teneva in mano la macchina fotografica per la prima volta e chi, dopo tanto tempo, ritornava a usarla, ne ritrovava i segreti e la potenza espressiva.

Il passo successivo è stato chiedere ai fotografi che avevano partecipato ai workshop di documentare la realtà di Fondazione Cariplo – un patrimonio di persone e di progetti in continua evoluzione – e di affidare a loro il racconto della propria identità.

Puoi vederne i risultati nel nostro museo di Milano: 52 immagini inedite scelte tra i 9.800 scatti che i 13 autori hanno realizzato nel corso di un anno, fotografando 13 progetti scelti fra i 1.500 che Fondazione Cariplo porta avanti ogni anno (la comunità allegra di un orto urbano, il volo di un acrobata, un appartamento dove vivono ragazzi disabili, il volto di una scienziata).

Qualcuno dei fotografi senza fissa dimora è arrivato fino alla fine di questo percorso, qualcuno si è perso per strada, lasciandoci solo le sue immagini: è stato un percorso emozionante che ha incrociato fragilità e speranze, paure e orizzonti.

Una prospettiva che ha unito l’atto del raccontare a quello del raccontarsi: oltre alle immagini saranno proiettate nella mostra le video-interviste ai fotografi. Una testimonianza che illumina le vite di persone che ogni giorno attraversano l’anima periferica, fragile, marginale di Milano. Vincendo la loro ritrosia, i 13 protagonisti hanno accettato di svelare chi sono, dove trascorrono la giornata, dove mangiano, come si lavano, chi hanno perso per strada, quali luoghi chiamano casa, che cosa desiderano e che cosa hanno ritrovato osservando il mondo con la macchina fotografica.

Dal 28 maggio fino al 1 settembre 2019 – Gallerie d’Italia – Milano

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Chris Steele-Perkins – Japan

Il 14 giugno 2019 alle h19:00 il fotografo Magnum Photos Chris Steele-Perkins presenta a Magazzini Fotografici il suo progetto _JAPAN_ Una mostra a cura di Laura Noble, direttrice della L A Noble Gallery.

Il forte legame che il fotografo Chris Steele-Perkins ha con il Giappone è nato molti anni fa e si è consolidato con le sue 48 visite al paese. In questi suoi numerosi viaggi si sono susseguite esperienze ed avvenimenti di varia natura, tra cui il tragico tsunami del Tōhoku del 2011.

Il Giappone è un luogo di contraddizione, molto legato alle antiche tradizioni ma allo stesso tempo artefice costante di nuove tendenze, che vanno dalla moda alla tecnologia, adottate da tutto il paese con un entusiasmo sfrenato.

Per noi occidentali le usanze giapponesi risultano essere completamente estranee al nostro modo di vivere e di conseguenza assumono un fascino particolare.

Le città e le comunità rurali regalano al paese atmosfere e ambienti completamente diversi tra loro. Le luci al neon sempre accese di Tokyo sono vivaci e sorprendenti ma nel frastuono della città, la silenziosa maestà del Monte Fuji appare sempre presente, immobile e senza tempo.

Steele-Perkins, con il suo progetto Japan, celebra questa deliziosa combinazione di bello e bizzarro e racconta i molti strati di una cultura ricca di tradizione e nuove tendenze.

Abitudini, sport, modi di vestire diversi si alternano tra la radicata cultura conservatrice e il moderno culto della stravaganza. Questo strano e particolare equilibrio ci permette di godere della peculiare natura di una nazione molto diversa dall’Occidente e della sua immensa ricchezza culturale.

Dal 14 giugno al 13 luglio – Magazzini Fotografici – Napoli

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Tommaso Clavarino – Confiteor

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.

Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.

Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.

Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.

“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

Dal 24 maggio al 14 giugno – Officine Fotografiche Roma

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Mussolinia or how Sicilians cheated Fascism – Filippo M. Nicoletti

How Sicilians cheated Fascism
«Mussolinia non esistiva. O meglio, esistiva ma in fotografia» (Andrea Camilleri, Privo di Titolo).

Mussolinia è il progetto di una città che doveva nascere nei pressi di Caltagirone, ma che non venne mai realizzata se non tramite fotomontaggio per ingannare il Duce. Photo book e mostra di Filippo M. Nicoletti, a cura di Laura Davì.

Inauguriamo la mostra MUSSOLINIA or How Sicilians cheated Fascism e celebriamo la Festa della Repubblica italiana con un confronto fra giovani generazioni su immagini e parole. Filippo M. Nicoletti, con un lavoro molto attuale, rimette in discussione il concetto di fake news in relazione a un passato collettivo recente. L’inaugurazione di Mussolinia è fissata per domenica 2 giugno dalle 11.30 alle 13.00, quando è previsto un confronto tra giovani generazioni su un passato che non passa, sulle fake news e sul ruolo delle immagini piegate a usi utilitaristici secondo convenienza; dialogano con l’autore Filippo M. Nicoletti, Irene Guandalini, curatrice indipendente esperta di fotografia e immaginari contemporanei, e Simone Pisano di Lapsus – Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo. Modera la curatrice Laura Davì. 

dal 3 al 9 giugno – SGallery – Milano

ZAKHEM | FERITE | WOUNDS. LA GUERRA A CASA | WHEN WAR COMES HOME

In occasione del suo venticinquesimo compleanno, EMERGENCY organizza ‘Zakhem|Ferite|Wounds. La guerra a casa|When war comes home’, una mostra fotografica di Giulio Piscitelli, realizzata da EMERGENCY con il supporto di Contrasto.

Piscitelli (Napoli, 1981), che ha visitato i nostri Centri chirurgici per vittime di guerra a Kabul e Lashkar-gah, ha dato a quelle vittime un volto e un nome, ha scoperto le loro storie. Storie che parlano di una violenza che irrompe nella vita quotidiana, senza preavviso. Storie che mostrano la ferita – zakhem, si dice in dari – provocata dalla guerra.

Le ferite fisiche causate dai proiettili e dalle schegge sono al centro del racconto fotografico, ma si vedono anche le ferite più profonde, quelle psicologiche. I dittici di Giulio Piscitelli mostrano la forza del popolo afgano e trasportano i soggetti in un mondo quasi irreale, illuminato, in una fissità senza tempo né spazio, nella verità della guerra di sempre e ovunque. Il suo lavoro ha reso queste ferite comprensibili, semplici, potenti ed eloquenti.

La mostra sarà inaugurata mercoledì 15 maggio alle ore 19.00, con una conversazione tra Giulio Piscitelli, fotografo, Gino Strada, fondatore di Emergency, Rossella Miccio, Presidente di Emergency e Giulia Tonari, curatrice della mostra e direttrice Contrasto. L’evento sarà moderato da Fabrizio Foschini, analista Afghanistan Analyst Network.

Dal 16 maggio al 9 giugno – Casa Emergency – Milano

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Irene Kung. Monumenti

Irene Kung. Monumenti – CAMERA

Nella Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, verrà inaugurata giovedì 30 maggio, alle ore 18.00, la mostra personale di Irene Kung (Berna, 1958) intitolata Monumenti, curata dal direttore dell’istituto torinese, Walter Guadagnini.

A partire dalla giustapposizione di immagini appartenenti a due serie fotografiche precedenti, Le città invisibili (2012) e Trees (2014), Kung compie una selezione visiva che ricompone un’indagine al tempo stesso introspettiva e sociale sul paesaggio, sia esso urbano, archeologico o naturale. Tali elementi sono per l’autrice svizzera come fondamenti puri della visione che, spogliati dal disturbo visivo generato dalle forme di progresso e dall’incuria umana, si presentano allo spettatore come ritratti aulici che emergono dall’oscurità. Nelle diciotto opere di grande formato esposte in questa occasione, alberi, antiche rovine e architetture contemporanee assumono un carattere salvifico, diventano monumenti contemporanei che – grazie al potere dell’estetica e alla forza dell’immagine – annullano il tempo e ordinano il caos con la loro armonia costruttiva.

Formatasi in ambito pittorico, Kung ha adottato la fotografia come medium privilegiato della propria produzione artistica da circa un decennio, sfruttando la sua formazione non solo per impreziosire la componente lirica ed emotiva della sua ricerca artistica, ma anche quella gestuale ed istintiva.  L’essenzialità delle inquadrature e la capacità di far emergere i suoi soggetti dall’oscurità, infatti, esprimono una vicinanza stilistica e concettuale al Rinascimento pittorico italiano: i suoi lavori evidenziano il desiderio razionale di individuare nuove strade possibili per un futuro sostenibile e la rinnovata attenzione all’equilibrio tra umano e naturale. Allo stesso tempo le composizioni di Kung evidenziano per contrasto l’ambiguità dell’urbanizzazione e della negligenza umana, facendo emergere dalla bellezza una sottile inquietudine. Descrivere la sofferenza attraverso una rappresentazione raffinata e onirica è – dichiara la Kung – un tentativo di generare un nuovo significato a partire dalle percezioni di un’esperienza emotiva, è un’astrazione che mi conduce dalle zone più in ombra alla dimensione meditativa, fino agli spazi inconsci dell’anima.

30 maggio – 28 luglio 2019 – CAMERA Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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L’ARIA DEL TEMPO – Massimo Sestini

Inaugura martedì 7 maggio 2019 alle 18.30 la mostra di Massimo Sestini “L’aria del tempo” presso Forma Meravigli a Milano. In contemporanea sarà presentato il libro a cui la mostra si ispira, edito da Contrasto. L’esposizione, a cura di Alessandra Mauro, resterà aperta fino al 4 agosto. 

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, Massimo Sestini è in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina. In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.  A Forma Meravigli saranno esposte circa 40 fotografie di grande e medio formato, che l’autore ha realizzato immortalando l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto. 

Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate. 

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Ginevra mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso, bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore delle foto dall’alto degli attentati a Falcone e a Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratto in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

Dall’8 maggio al 4 agosto – Forma Meravigli – Milano

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Gian Paolo Barbieri – POLAROIDS AND MORE

Dal 10 maggio al 27 luglio 2019, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano (Via San Vittore 13) presenta in prima assoluta la più vasta retrospettiva sulla fotografia istantanea di Gian Paolo Barbieri intitolata “Polaroids and more”, a pochi mesi dal premio ricevuto ai Lucie Awards 2018 di New York come miglior Fotografo di Moda Internazionale.

La mostra, curata da Giovanni Pelloso, riunisce una selezione di oltre 120 Polaroid inedite e traccia per la prima volta l’uso della fotografia istantanea di Gian Paolo Barbieri negli ultimi trent’anni; un percorso articolato che abbraccia i ritratti e gli studi di figura, la moda e i suoi protagonisti, svelandone i segreti e i retroscena.
Per quanto aderente alla realtà possa essere, la fotografia di moda per Barbieri è scenario, spettacolo, teatro, bellezza, metafora e realtà.
Al centro di questa scena, animata spesso da una ludica e irriverente ironia, c’è la donna. Non mitizzata, la sua immagine rispecchia la profonda convinzione dell’autore che il mistero dell’universo femminile non debba mai essere completamente rivelato.
In questo atteggiamento vi sono il rispetto e l’ammirazione per l’eterna e, nello stesso tempo, mutevole bellezza, ma anche la consapevolezza della ricchezza della sua personalità e delle sue innumerevoli metamorfosi.
Le immagini risultano fantastiche e magiche, oniriche e ludiche, ironiche e teatrali.
Sono istantanee seducenti. La superficie bidimensionale della stampa fotografica diventa, grazie alla sensibilità del fotografo milanese, un “oggetto di fascino”, uno stimolante invito all’immaginazione e alla fantasia, un territorio che cattura lo sguardo e che richiama il lettore a decifrarne i misteri.

Le Polaroid di Gian Paolo Barbieri non solo raccontano il making of della fotografia di moda per le più grandi maison di sempre, ma lasciano trasparire sguardi intimistici rivolti a soggetti diversi, dalla più iconica top model all’autoctono polinesiano. Un secondo corpo di opere è dedicato, infatti, agli indigeni colti nel loro habitat naturale, a nudi audaci concepiti spesso come lavori preparatori, e ai fiori, grande passione dell’artista.

Molte di queste piccole icone trasferiscono tenerezza e vulnerabilità, altre, durezza e immediatezza. A differenza delle immagini rigorosamente ideate e concepite in studio e per le quali Barbieri è diventato famoso nel mondo, queste disarmanti fotografie sono contrassegnate dalla spontaneità e dall’invenzione, offrendo nell’insieme un’inedita visione della sua straordinaria carriera.

Un’altra anteprima assoluta in mostra sarà una selezione di nuovi lavori ispirati all’opera di William Shakespeare, a cui Barbieri lavora da circa tre anni, nel quarto centenario della sua scomparsa: «Come mi è sempre piaciuto fare – ricorda l’autore – attingo dal passato per guardare al futuro».

Dal 10 maggio al 27 luglio 2019 – 29 ARTS IN PROGRESS gallery – Milano

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LA PRESUNZIONE DELLO SGUARDO – UMBERTO VERDOLIVA

Luigi Ghirri ci ricorda che il non vedere nitidamente crea una incertezza e distrugge ogni presunzione dello sguardo. Un vetro, una superficie opaca trasparente, un velo, le ombre chiuse, offrono anche la possibilità di non vedere, ed è grazie a questo diaframma che l’occhio può ritrovare quella veggenza negata dall’eccesso di visibilità. Uno schermo trasparente che separa creando dubbi così come i volti nascosti nella oscurità delle ombre, possono restituire senso alle immagini con il vantaggio di alludere ed illudere lasciando immaginare. Le fotografie esposte portano con sé tale ricerca. L’intento è quello di far soffermare l’osservatore sul mistero e sul fascino ambiguo che le immagini trasmettono già al primo sguardo, suggerendo, attraverso una stratificazione visuale, una sorte di incanto.

Dal 18 maggio al 7 giugno – Spazio Raw – Milano

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J’AI PLUS DE SOUVENIRS QUE SI J’AVAIS MILLE ANS – Pietro Baroni

La Mostra Fotografica “J’AI PLUS DE SOUVENIRS QUE SI J’AVAIS MILLE ANS” di Pietro Baroni, dopo essere stata a New York, Firenze e Bologna, viene presentata da Leica Camera Italia per la prima volta anche a Roma.

Emozioni, pensieri e desideri nascosti di persone comuni messe a nudo davanti all’obiettivo.

“Ho dentro più ricordi che se avessi mille anni” scrisse Baudelaire né “I Fiori del Male”. Il titolo della mostra vuole indicare che nella vita si provano emozioni così intense, che ci sembra di aver vissuto più della nostra vera età.

Grazie a questa ispirazione, Baroni è riuscito a far emergere i pensieri inconfessabili, le paure e le insicurezze più profonde che ci portiamo dentro tutti i giorni, senza rendercene conto. Tutti abbiamo paure e insicurezze che non abbiamo voglia che gli altri vedano. O che ci piacerebbe possano vedere per poter essere aiutati. Sono così profondamente intime che non sono visibili al mondo esterno. Ma ce le portiamo dietro tutti i giorni, addosso, sulla pelle.

Con questo lavoro Pietro Baroni ha reso leggibile ciò che ci è tatuato addosso ma che solitamente non viene visto. Ha chiesto alle persone che ha ritratto di entrare in empatia con queste paure, insicurezze e pensieri per catturarli in un instante.

Con questo lavoro Baroni ha vinto numerosi premi e menzioni internazionali tra cui si segnalano IPOTY – International Photographer of the Year, PX3 Prix de la Photographie Paris, Black&White International Award Rome, MonoVision Photography Awards. Lens Culture lo ha eletto nel 2017 come Emerging Photographer of the Year premiando questo progetto.

Dal 5 giugno al 7 luglio – Leica Store Roma

London Street Photography

In esposizione una collezione di immagini, inedite in Italia, opera di giovani street photographer internazionali selezionati nel 2018 nell’ambito dell’importante rassegna londinese.
In collaborazione con Camera Work London.
La mostra resterà aperta fino al 19 giugno e sarà visitabile durante gli eventi del calendario di Spazio Lomellini 17, il mercoledì alle ore 18 su prenotazione a lasettimanale@gmail.com e per gruppi di almeno 10 persone in orario da definirsi su prenotazione a lasettimanale@gmail.com

Dal 30 maggio al 19 giugno 2019 – Spazio Lomellini 17, Genova

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NOTTURNO PIÙ

C’è chi vede il notturno nella cometa di Giotto, o chi ne la Liberazione di San Pietro di Raffaello, oppure chi quasi in tutta l’opera di Tintoretto, o anche nei Due uomini che contemplano la luna di David Caspar Friedrich o poeticamente in Alla Luna di Giacomo Leopardi, quando non nella cromia blu dorata di Whistler, oppure chi nelle stelle solari di Van Gogh, o nelle opere dei futuristi Balla e Boccioni. Potremmo andare ancora avanti e indietro dall’alba al tramonto e da lì nella notte di nuovo verso l’alba nello stendere la lista delle opere d’arte che hanno come soggetto o ambientazione la notte dall’alba dell’umanità a oggi. Certamente la notte è stata molto corteggiata dai romantici, epoca in cui nasce il notturno (nocturne en français), come opera per prima musicale, una forma di musica libera, dolce e moderata che si riallacciava alla serenata: Chopin ne scrisse 21, Beetohoven ci allieta con la sonata Chiaro di luna, anche Satie e Debussy non si sottrassero all’impresa. Ma anche la letteratura non si è fatta mancare la notte e il notturno come Theodor Amadeus Hoffmann oppure ancora Leopardi con il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e, per chi non lo sa, l’invito della presente mostra Notturno Più è mutuato dalla prima copertina del libro Notturno una raccolta di pizzini intimistici scritti a mano con gli occhi bendati a causa di ferite dal Vate Gabriele D’Annunzio. È in questa grafica evocativa che abbiamo inscritto informazioni e nomi degli artisti della mostra Notturno Più. Sono sulle cui opere poter tornare con l’immaginazione e il ricordo nella notte, in quello spazio tempo di confine in cui l’immaginazione si allarga confidenzialmente con le poetiche di Mario Airò, Atelier Biagetti, Laura Baldassari, Bertozzi & Casoni, Michel Courtemanche, Meriella Bettineschi, Tommaso Binga, Stefano Cerio, CTRL ZAK, Eteri Chkadua, Jan Fabre, Patrick Jacobs, Ugo La Pietra, Lorenzo Marini, Maria Teresa Meloni, Alessandro Mendini, Aldo Mondino, Francesca Montinaro. Fabio Novembre, Maurizio Orrico, OVO, Paola Pivi, Sarah Revoltella, Jonathan Rider, Andrea Salvatori, Denis Santachiara, Federico Solmi, Giuseppe Stampone, Patrick Tuttofuoco, Vedovamazzei, Alice Visentin.

Ma il nostro non è solo notturno è Notturno Più, in quanto la notte e il notturno sono intesi anche nella forma del Blues e del Jazz; non soltanto perché musica dell’anima, ma per la possibilità di jam session che offre soprattutto la seconda. Dunque, si tratta di una mostra che è di forma libera e dolcemente moderata, intesa come uno spartito musicale e allestita in modalità di scrittura di scena come amava dire Carmelo Bene. Una scrittura – mostra in cui  ogni artista entra ed è mostrato con la sua e per la sua opera differente e diversa per componimento di una visione collettivamente diversificata con le proprie poetiche uniche  e complesse come quelle originarie di Mario Airò,  del lusso ospitale dell’Atelier Biagetti, o i ritratti dalla fisiognomica nascosta della pittura lisergica di Laura Baldassari, il realismo ceramico di Bertozzi & Casoni, l’abilità plastica di Michel Courtemanche, il doppio sguardo femminile di Mariella Bettineschi, l’alfabeto femminista di Tomaso Binga, i non luoghi fotografici di Stefano Cerio, il progetto rovesciato di CTRL ZAK, la pittura testimonianza dei miti e della quotidianità della Georgia di Eteri Chkadua, la malinconica metamorfica ora blu di Jan Fabre, i minuziosi e silenti diorami  lillipuziani di Patrick Jacobs, le critiche riflessioni architettoniche paesaggistiche di Ugo La Pietra, gli alfabeti cromaticamente e futuristicamente mobili di Lorenzo Marini, i dettagliati e studiati all’antica ritratti fotografici di Maria Teresa Meloni, i segni-decoro astratto-futuristi di Alessandro Mendini, le illuminanti ironiche sculture di Aldo Mondino, le piante in vaso che nascondono sculture di ambienti migranti di Francesca Montinaro. La progettualità tirata verso l’inutile di Fabio Novembre, i dipinti astratto-informali di Maurizio Orrico, il progetto precariamente cartonato di OVO, l’energia espansivamente segnica di Paola Pivi, i ritratti scultorei delle famiglie polarizzate di Sarah Revoltella, le discrete e quasi invisibili sculture ambientali di Jonathan Rider, i vasi cosmici di Andrea Salvatori, il progetto animato-figurato di Denis Santachiara, le esuberanti, chiassose e ironiche opere di Federico Solmi,  i disegni responsabilmente etici di Giuseppe Stampone, la rilettura dei codici visivi quotidiani alla luce della multidisciplinarità di Patrick Tuttofuoco, gli ironici e strafottenti paesaggi di Vedovamazzei,  le pitture giocosamente sciamaniche di  Alice Visentin.

Con queste diversità di trentuno artisti la mostra è una coralità espressiva di poetiche, tecniche, materiali che formano quel Notturno Più, dove quel più che non è più solo quello della notte, ma del giorno e della notte insieme che, come la nostra vita, non possono essere più solo solitari, anche perché questo è un group show, una pratica espositiva in cui bisogna essere almeno in due, l’uno e l’altro, per dirsi tale, iniziando quella comunità dell’arte che qui conta 31 altri, 31 artisti dalle innumerevoli opere a noi, come a loro, necessarie sia di giorno che di notte da trovare nel Notturno Più.

8 Maggio-15 Giugno 2019 – THE POOL NYC a PALAZZO CESARI MARCHESI – Venezia

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Milano – Arte Pubblica – Matteo Cirenei

Inaugura martedì 4 giugno 2019 alla Galleria Anna Maria Consadori la mostra “Milano – Arte Pubblica” inserita all’interno della terza edizione di Milano Photo Week, la rassegna interamente dedicata alla fotografia che coinvolgerà tutta la città.

Coerentemente all’indirizzo artistico della galleria, che promuove l’arte e il design del XX secolo, l’esposizione presenta il lavoro di Matteo Cirenei, fotografo di architettura e paesaggio urbano, che negli ultimi quattro anni si è dedicato a un progetto che indaga la costituzione dell’immaginario culturale rispetto a ciò che è “spazio pubblico”, e cos’è “arte pubblica”.

L’ambito in cui sono collocate le opere è parte della città, per questo motivo Il progetto vuole porre in risalto il dialogo con l’ambiente che le circonda: le opere d’arte infatti aggiungono qualità visiva a un ambiente costruito, e un’attenta strategia di progettazione urbana promuove un più alto livello di integrazione tra arte, architettura e paesaggio. Milano negli ultimi anni sta riqualificando molto il proprio tessuto urbano, migliorando notevolmente gli spazi pubblici promuovendo la mobilità alternativa e come conseguenza valorizzando le aree verdi e quelle pedonali.

dal 4 al 8 giugno 2019 – Galleria Anna Maria Consadori – Milano

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IL SILENZIO DELLA LUCE – Alessandra Calò

Giovane artista tra le più interessanti del panorama italiano, Alessandra Calò porta alla galleria Artesì una mostra in cui i suoi tre progetti più recenti si ricollegano uno all’altro in un unico racconto intorno alla ricerca dell’identità e al recupero delle memorie del passato.

Parlare di fotografia per definire il lavoro di Alessandra Calò è sempre un po’ riduttivo, perché se dalla fotografia parte, il risultato va molto oltre, attingendo agli ambiti della scultura e dell’installazione. Come accade nel progetto Secret garden, presentato al pubblico come un paesaggio di scatole nere illuminate: una serie di lightbox dedicati a figure femminili del passato. Per la realizzazione, l’artista parte da lastre negative originali, recuperate nei mercatini, raffiguranti donne, bambine e ragazze. Persone sconosciute e consegnate all’oblio a cui Alessandra decide di restituire una storia anche grazie alla collaborazione di poetesse e scrittrici che dedicano a ogni figura un breve scritto. L’abbinamento con l’elemento vegetale (da cui l’ispirazione per il titolo), posto all’interno dei lightbox e visibile solo in trasparenza, dona nuove letture all’immagine, spezzando la continuità della visione ed enfatizzando la tridimensionalità di quei piccoli solidi scuri che si trasformano in vere e proprie “scatole nere” delle memorie perdute.

Ancora al passato – e in particolare a due pioniere della fotografia come Constance Talbot e Anna Atkins – fa riferimento il progetto Les inconnues. Qui, però, il percorso dell’artista è a ritroso. Partendo da volti femminili vintage trovati sul web, Alessandra costruisce lei stessa delle lastre in negativo, per poi stamparle su cristallo. L’elemento vegetale torna qui sotto una forma diversa, e duplice. Da un lato, isolato, va a sovrapporsi al viso; dall’altro, enormemente ingrandito, funge da pattern su cui la figura si appoggia, una figura che ingaggia con lo spettatore un suggestivo gioco di sguardi.

Kochan, infine, è il più strettamente fotografico tra i progetti in mostra, e anche il più autobiografico, anche se il viso e il corpo dell’artista – che qui si autoritrae per dettagli – è simbolo di un corpo universale. Ispirato alla dolorosa scoperta del proprio sé più autentico condotta dal protagonista delle Confessioni di una maschera di Yukio Mishima – da cui la serie prende il nome – il progetto vede la sovrapposizione dei frammenti della figura a una serie di vecchie carte topografiche dalla collezione della Public Library di New York. Mappe, però, che l’artista parzialmente cancella, di cui rende incerte le collocazioni e i confini, comunicandoci un senso di incertezza e di spaesamento. (Alessandra Redaelli)

dal 18.05.2019 al 16.06.2019 – Galleria ArteSI – Modena

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Luci del Nord-est – Cig Harvey

Le foto di Cig Harvey, per la prima volta in mostra in Italia presso la Galleria del Cembalo dal 30 maggio al 6 luglio, sono visioni reali, istantanee della sua vita nel Maine.

Nonostante i soggetti delle sue foto siano persone e luoghi a lei familiari, gli scatti li ritraggono nel momento in cui risultano quasi irriconoscibili all’artista. È una fotografia che guarda al reale ma crede fermamente ci sia in ‘una luce particolare o nella sfumatura di un tramonto qualcosa di nuovo da scoprire’. In questi scatti predomina la convinzione che il medium fotografico catturi già di per sé una componente magica e inaspettata e che l’uso del colore la restituisca nella realtà – per come la vediamo.

Se il marito Doug, la figlia Scout, i suoi amici, i vicini di casa e la loro vita quotidiana siano i soggetti di questi scatti o tasselli di un puzzle più grande che restituisce un autoritratto della fotografa stessa è una domanda su cui il suo lavoro pone fortemente l’accento.

Per Cig Harvey, l’immagine è una dicotomia tra forma e contenuto che non può essere scissa, e la fotografia non riproduce, ma racconta. La storia è il susseguirsi di persone della comunità a lei cara e del Maine, le sue stagioni e le ombre dei suoi rami, i quadrifogli verdeggianti e le farfalle colorate. C’è una scelta accurata e meditata di ciò che viene posto davanti l’obiettivo ma Cig Harvey lavora nell’immediatezza di quello che accade, con la consapevolezza che tutto può accadere.

L’atto del fotografare è sentito ed irripetibile, un espediente che l’artista utilizza, quasi in modo catartico, per bilanciare ciò che accade nella sua vita. Ecco il motivo per cui questi lavori, realizzati in momenti di serenità, possono risultare a tratti drammatici, come l’immagine che ritrae una donna con un cappotto rosso in un piccolo giaciglio in una distesa di neve bianchissima oppure lo sguardo compassionevole di Scout di fronte al cormorano senza vita.

I lavori presenti appartengono a progetti differenti, tra cui You Look At Me Like An Emergency (2012), Gardening at Night (2015), You an Orchestra You a Bomb (2017) e quello più recente, ancora in corso, Pink is a Touch. Red is a Stare.

dal 30 maggio al 6 luglio – Galleria del Cembalo – Roma

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Tempo e Sospensione

“Tempo e Sospensione” è il titolo della mostra che vede sei artisti presentare una decina circa di lavori ciascuno tra pittura e fotografia in un serrato dialogo e confronto tra loro e lo spazio che li ospita. La mostra inaugura il 12 giugno e si conclude il 15 ottobre 2019 presso Annunciata galleria d’arte che, presente dal 1939 sul territorio milanese e non solo, (Milano è stata infatti un centro propulsivo di idee progettiste e artistiche e luogo privilegiato di scambi culturali fecondi a livello internazionale, oggi nuovamente in ripresa) racconta da allora il pensiero dell’arte ad opera di maestri di culture diverse, tenuti insieme dallo stesso periodo storico, quello del XX secolo. Ciò che caratterizza la migliore arte del XX secolo è essenzialmente la necessità di riflettere su se stessa e di fondare l’elaborazione dell’oggetto artistico su basi intellegibili: l’oggetto richiede allo spettatore di partecipare con la sua sensibilità, con il suo personale pensiero al gioco dell’arte e per ottenere questo risultato deve mostrare agli altri com’è fatto. Avanguardie che come tali si sono fatte tradizione, per lasciare posto a nuove leve, ad altre posizioni, capaci di consolidare il risultato ottenuto e di perpetuare quello stato di eccitazione innovatrice. La storia dell’Annunciata dunque, portavoce di un Tempo senza tempo, di una memoria continua, di uno stato di eterna Sospensione creativa, chiama a sé sei artisti emergenti che con la loro personale visione e cifra linguistica raccontano del loro intimo sguardo sul nostro tempo, il XXI secolo. Ciascuno esprime un interesse sincero verso quegli aspetti della condizione umana che possiedono validità universale, contribuendo a stabilire in certa misura un continuum con ciò che è stato nella storia dell’arte ed ognuno dando al linguaggio un proprio peso ed incidenza. Tra loro c’è chi si sofferma maggiormente sulla ricerca di un linguaggio inedito e fortemente personale (Elena Santoro; Luisa Pineri), raccontando quindi più di sé, del proprio mondo interiore, altri che, mettendo meno in risalto la questione del linguaggio, si orientano a rivelare dimensioni della realtà che riguardano tutti (Pietro di Girolamo; Donata Zanotti); altri, infine, che mescolano queste due componenti, linguaggio audacemente personale e realtà (Francesca Giraudi; Francesca Meloni). “Il percorso così proposto si apre all’ascolto. Sulla superficie, nelle forme, è impressa la traccia di un gesto ispirato e capace di un’istantaneità che pesca nel profondo senza l’obbligo di “dare a vedere”. Alla memoria si guarda non come forma nostalgica rivolta a un passato da mitizzare, ma come esperienza e vissuto, come formula, a volte ossessiva, di scoperta di un sé molteplice. Nessuna forma esclude l’altra, anche quando, in apparenza, risulta oppositiva. L’unica fedeltà è qui legata a una dimensione di ricerca mai completamente esaustiva perché mai definitiva”. (G. Pelloso*: dal testo critico “Fratture surmoderne”)

La fotografia, declinata in sperimentale, d’architettura, narrativa, la pittura informale e la performance,  sono legate da un unico filo rosso: la traccia dell’Assente. Assenza di una presenza in una corrente artistica predominante e omologante; assenza di un desiderio di frapporsi fra l’opera ed il pubblico, assenza di frastuono, quanto, invece, desiderio di vivere e donare Sospensione, di un Tempo che ha a che fare con la profondità.

dal 13 Giugno al 15 Ottobre 2019 – Annunciata Galleria d’Arte – Milano
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Le montagne del castello – Alberto Battarelli

“Questa mostra è il frutto di numerosi anni di esplorazione e osservazione delle montagne intorno al Castello.
Durante le giornate passate a percorrere sentieri e creste per raggiungere valli e cime, la macchina fotografica mi ha sempre accompagnato, permettendomi di interpretare il paesaggio davanti ai miei occhi. Un paesaggio declinato in bianco e nero, per coglierne l’essenza, l’aspetto più intimo ed essenziale.
L’attesa del momento e della luce giusta è stata spesso la parte più importante oltre al semplice scatto.

L’intento di questa esposizione è quello di trasmettere le stesse emozioni e gli sguardi vissuti da me nel momento dello scatto”.

L’autore, Alberto Battarelli, è nato e vissuto a Trento ed è molto legato alle zone del Livinallongo: il nonno materno, Giacomo Crepaz, maestro elementare, nato a Larzonei, ha vissuto ad Andraz.

Dal 15 giugno al 21 luglio – Castello di Andraz – Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

MUHAMMAD ALI

HOUSTON,TX – NOVEMBER 14,1966: Muhammad Ali celebrates after knocking out Cleveland Williams during the fight at the Astrodome in Houston, Texas. Muhammad Ali won the World Heavyweight Title by a TKO 3. (Photo by: The Ring Magazine/Getty Images)

100 fotografie immortalano la carriera e la vita del “Re del Mondo” a cura di Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi

“Non c’è bisogno di stare in un ring di pugilato per essere un grande combattente. Finché si resterà fedeli a se stessi, si avrà successo nella propria lotta, per quello in cui si crede.”

Napoli rende omaggio a Muhammad Ali, una delle icone sportive più famose e celebrate del XX secolo, con una mostra in programma dal 22 marzo al 16 giugno 2019, al PAN – Palazzo delle Arti Napoli.

La rassegna, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, organizzata da ViDi – Visit Different, curata da Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, presenta 100 immagini, provenienti dai più grandi archivi fotografici internazionali quali New York Post Archives, Sygma Photo Archives, The Life Images Collection che colgono Ali in situazioni e momenti fondamentali della sua vita non solo sportiva.

Ogni sala è dedicata a uno dei “doni” che Ali ha offerto a ogni singola persona come un tesoro senza prezzo e senza tempo: doni agli appassionati di boxe, al linguaggio, alla dignità umana, ai compagni di viaggio, ai bambini, al coraggio, alla memoria.

Nelle sale del PAN va in scena un lungo racconto per immagini di una tra le più straordinarie personalità del Novecento; il ritratto a 360° di un uomo che è stato capace di battersi con successo su ring diversi tra loro. Quelli che gli hanno dato per tre volte il titolo mondiale dei pesi massimi, quello della lotta per i diritti civili dei neri americani, quello dell’integrazione, quello della comunicazione.

Dal 22 marzo al 16 giugno – PAN Palazzo delle Arti Napoli

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Mostre di fotografia da non perdere a novembre!

Quale miglior modo per trascorrere una piovosa domenica di novembre, se non godersi una di queste mostre di fotografia? Ce ne sono davvero tantissime, non lasciatevele sfuggire!

E altre ne trovate anche sulla pagina dedicata!

Buona visione! Ciao.

Anna

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Straordinarie mostre di fotografia anche a dicembre.

Nuove fantastiche mostre vi aspettano nel mese di dicembre, ma ricordatevi che ce ne sono altre ancora in corso. Trovate tutto qua!

Ciao

Anna

JAMES NACHTWEY MEMORIA

L’attesissima esposizione del pluripremiato fotografo americano, considerato universalmente l’erede di Robert Capa, è la prima tappa internazionale di un tour nei più importanti musei di tutto il mondo. La mostra propone una imponente riflessione individuale e collettiva sul tema della guerra. Curata da Roberto Koch e dallo stesso James Nachtwey, Memoria rappresenta una produzione originale e la più grande retrospettiva mai concepita sul suo lavoro.

Dal 1 dicembre 2017 – 4 marzo 2018 – Palazzo Reale Milano

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Narciso Contreras – Libya: A Human Marketplace

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Dal 04 Novembre 2017 Al 14 Gennaio 2018  – Galleria d’Arte De Chirico – Torino

Dal 4 novembre in occasione della Notte delle Arti Contemporanee, la galleria Raffaella De Chirico avrà il privilegio di ospitare in esclusiva per la città di Torino l’importante lavoro di Narciso Contreras intitolato Libya: A Human Marketplace. Una mostra, una investigazione prodotta nel quadro della settima edizione del Carmignac Photojournalism Award, che prima di toccare il suolo torinese ha avuto l’onore di essere esposta, costringendoci a vedere, a guardare, ad entrare in un mondo fatto di oppressione, di terrore, di violenza a Palazzo Reale a Milano. Il suo lavoro è stato esposto alla Saatchi Gallery a Londra ed all’Hôtel de l’Industrie a Parigi. Le fotografie del lavoro di Contreras sono la brutale testimonianza del traffico di esseri umani che viene perpetrato ai confini della Libia post?Gheddafi, da milizie che sfruttano la condizione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo a fini commerciali ed economici.

La rotta che attraversa il Niger e poi la Libia è il terribile segreto delle politiche democratiche europee. Raccontare il viaggio da dove non possiamo ancora vedere, non dalle nostre coste, dai nostri orizzonti, ma raccontare la vulnerabilità dalle periferie dove esso si genera. Narciso Contreras ha fornito per il Prix Carmignac di fotogiornalismo una testimonianza sulla inaccettabile realtà del traffico di esseri umani ai confini della Libia, dove si è recato da febbraio a giugno 2016.

La prima volta che sentiamo la parola schiavo è lontana da noi, qui la ritroviamo in corpi senza identità. Corpi di cui rimangono solo i numeri, le lettere per identificarli in celle posti come se non avessero mai vissuto. Questi corpi urlano il diritto di essere, la possibilità alla vita, ma per loro non ci sono lacrime.

Il lavoro di Contreras mette in luce una nuova crisi umanitaria che vede migranti, rifugiati e richiedenti asilo ritrovarsi in balia delle milizie che li sfruttano a fini commerciali ed economici. Bloccati dentro centri di detenzione, queste persone sono sottoposte a condizioni di vita disumane dovute al sovraffollamento delle carceri, all’assenza di infrastrutture sanitarie e ai violenti pestaggi. Nel corso di questo reportage il fotogiornalista costruisce un racconto che sottolinea come, invece di essere un luogo di transito per i migranti diretti in Europa, la Libia sia in realtà diventata una roccaforte del traffico, dei campi di concentramento di nuova era.

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ALEC SOTH – GATHERED LEAVES

Alec Soth (*1969) is regarded as one of the most important figures in documentary photography. From 8 September 2017 to 7 January 2018, the exhibition Gathered Leaves in the House of Photography at the Deichtorhallen Hamburg will feature a comprehensive selection of some sixty-five photographs that offer an in-depth look at the work of this Magnum photographer.

The Telegraph has called Alec Soth “the greatest living photographer of America’s social and geographical landscape.” Soth thus follows in the tradition of Robert Frank, Stephen Shore, and Joel Sternfeld. He has inspired a wide audience at numerous international solo and group exhibitions, most recently at the Whitney Biennale, the 2004 São Paulo Biennale, as well as the Jeu de Paume in Paris and the Fotomuseum Winterthur in 2008. The exhibition at the Deichtorhallen Hamburg will be the first comprehensive showing of his four characteristic series Sleeping by the Mississippi (2004), Niagara (2006), Broken Manual (2010), and Songbook (2014).

The physical landscapes of his homeland—the majestic Mississippi, the torrential Niagara Falls, wide-open deserts and pristine natural expanses, small towns and suburbs—form the structure and setting of his poetic studies of American life. The subjects of Alec Soth’s works are the American ideals of independence, freedom, spirituality, and individuality, which the photographer expresses in scenes of daily life. The human essence always remains the central aspect of his intimate portraits; his trained eye is directed at the story behind the visual narrative—human emotions, personal destinies and longings. Soth always follows his aesthetic approach: “to me the most beautiful thing is vulnerability.”

The exhibition was developed in cooperation with Magnum Photos. Hamburg will be its only stop in Germany on an international tour that includes the Media Space at the Science Museum and the National Media Museum (both in London), the Finnish Museum of Photography (Helsinki), and the Fotomuseum in Antwerp.

8 SEPTEMBER 2017 − 7 JANUARY 2018 – HOUSE OF PHOTOGRAPHY – Hamburg
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MATHIEU ASSELIN – MONSANTO®: THE BOOK

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Spazio Labo’ è orgogliosa di presentare la mostra tratta dal libro Monsanto®: A Photographic Investigation (Verlag Kettler/Actes Sud, 2017) di Mathieu Asselin, un’indagine dettagliata e minuziosa sulla Monsanto® Company, la multinazionale statunitense specializzata in biotecnologie agrarie.
Dopo il grande successo riscontrato al festival Les Rencontres d’Arles edizione 2017, la mostra prodotta a Bologna è stata ripensata dal curatore Sergio Valenzuela Escobedo appositamente per la galleria di Spazio Labo’, proponendo una selezione di nuovi contenuti rispetto al festival francese. Monsanto®: The Book focalizza l’attenzione sul libro di Asselin e nasce con l’intento di mostrare come è stata portata avanti la sua indagine fotografica e come, fin dall’inizio, questo progetto sia stato pensato in forma editoriale. La scelta di concentrarsi sul “come” e sul processo realizzativo si coniuga perfettamente con la doppia anima di Spazio Labo’, galleria espositiva ma anche scuola di fotografia, motivo per cui alla mostra si affianca anche un workshop con l’autore in programma il 13 e 14 gennaio 2018.

Monsanto®: The Book propone immagini, documenti di archivio, contenuti multimediali, materiali pubblicitari e oggetti che raccontano senza filtri l’ascesa al potere, le strategie di comunicazione e manipolazione delle informazioni, la costruzione di un’identità e le drammatiche conseguenze delle azioni di una delle multinazionali più potenti al mondo. La mostra è anche un modo per riflettere su come la nuova fotografia documentaria stia diventando una alternativa alla comunicazione di massa che siamo abituati a fruire.
Monsanto®: The Book si configura, inoltre, come il contributo spontaneo che Spazio Labo’ vuole dare al dibattito culturale innescato dalle mostre e dai temi di “Foto/Industria 2017. Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro promossa dal MAST di Bologna fino al 19 novembre 2017.

Nato nel 2011, il progetto Monsanto®: a Photographic Investigation ha visto per cinque anni il fotografo Mathieu Asselin impegnato a documentare gli effetti nocivi, negli Stati Uniti e in Vietnam, di alcuni prodotti della multinazionale americana. Attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio (documenti, oggetti, video, testimonianze, articoli…) Asselin ha realizzato un’indagine approfondita a più livelli che ricostruisce in modo obiettivo – e, forse per questo, ancora più drammatico – la storia di Monsanto.
Monsanto®: a Photographic Investigation immerge il lettore nel complesso “sistema” della multinazionale statunitense, e lo fa conducendo l’inchiesta su un doppio binario.
Vengono così mostrate le conseguenze delle altissime concentrazioni di policlorobifenili in Alabama, le vittime di terza generazione del defoliante Agent Orange utilizzato durante la Guerra in Vietnam, la pressione esercitata a livello globale sugli agricoltori a favore dell’utilizzo di sementi OGM, ma non solo. Componente fondamentale del progetto è l’accurata ricostruzione delle strategie di marketing e comunicazione dell’azienda che rivelano, soprattutto grazie ai documenti più lontani nel tempo, una inquietante visione del rapporto natura-scienza.
Emerge così che Monsanto® intrattiene “relazioni pericolose” con il governo degli Stati Uniti, soprattutto con la FDA (Food and Drugs Administration). Mentre la multinazionale è impegnata a diffondere nuovi prodotti e tecnologie, scienziati, ecologisti, istituzioni a tutela dei diritti umani si battono per portare l’attenzione sui danni arrecati da Monsanto® in ambiti quali la salute pubblica, la sicurezza del cibo e la sostenibilità ecologica – questioni che determinano il futuro del pianeta. Muovendosi tra passato e presente, questo libro mostra come potrebbe essere il futuro se lasciato nelle mani di aziende come Monsanto®.
Il dummy di Monsanto®: a Photographic Investigation si è aggiudicato il primo premio del prestigioso Dummy Award Kassel 2016, vittoria che ha permesso la pubblicazione del libro nel 2017. Tra i riconoscimenti più importanti, la menzione speciale a Les Rencontres d’Arles Dummy Book Award 2016 e la selezione all’interno del PhotoBook Bristol’s Dummies and First Book Table. Di ottobre 2017 è la notizia che il libro Monsanto®: a Photographic Investigation è stato nominato finalista nella categoria First PhotoBook del prestigioso premio Paris Photo-Aperture Foundation PhotoBook Award, che verrà assegnato in occasione della prossima edizione di Paris Photo.

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I Grandi Maestri. 100 anni di fotografia Leica

Dal 16 novembre 2017 al 18 febbraio 2018 la mostra I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini (Roma) che rende omaggio alla prima macchina fotografica 35 mm provvista di pellicola, alla fotografia d’epoca e a tutti gli artisti che hanno utilizzato la Leica dagli anni venti ai giorni d’oggi, celebrando le loro immagini.

Oltre 350 opere dei maggiori e più prestigiosi autori – da Henri Cartier-Bresson a Gianni Berengo Gardin, da William Klein a Robert Frank, a Robert Capa a Elliott Erwitt e molti altri – decine di documenti originali, riviste e libri rari, fotografie vintage, macchine fotografiche d’epoca, compongono questa ricca esposizione che occuperà le sale del Complesso del Vittoriano di Roma nella sua unica ed eccezionale tappa italiana.

Dal 16 novembre al 18 febbraio – Complesso del Vittoriano, Ala Brasini – Roma

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André Kertész – Mirroring Life

Foam presents Mirroring Life, a retrospective exhibition of the work of photographer André Kertész (1894–1985).

15 September – 10 January – FOAM Amsterdam

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Anna Brenna – Acque silenziose

A pochi chilometri dal centro storico di Bucarest, in Romania, si trova un singolare “circuito” di cemento. Durante il comunismo erano molti gli ambiziosi piani di sviluppo per il Paese. Uno di questi prevedeva la costruzione di un lago artificiale da collegare al fiume Dâtmbovița, per creare una sorta di porto nella città. Dopo il 1989, a seguito della rivoluzione e della caduta del regime, l’incompleto progetto venne lasciato a se stesso. Lentamente la natura prese il sopravvento, alcune sorgenti iniziarono a sgorgare dal terreno, la vasta superficie si trasformò lentamente in un’area umida, un delta urbano con pesci e uccelli. All’interno del bacino trovarono nel tempo riparo anche alcune famiglie di senza tetto. Inizialmente costruirono delle baracche in lamiera, che però vennero abbattute dalle autorità. Attualmente all’interno dell’area vivono una mezza dozzina di famiglie, che cercano di rimanere invisibili per non essere cacciate e vivono di piccoli lavori.

“Io voglio dare un nome e un volto ad alcune di queste persone, che ho conosciuto e che si sono aperte con me, raccontandomi le loro storie: Gabriel e Magda con Furnică, Petrica, Marianna e Florin, Mariuta e Florin, sperando che possano riconquistare la loro dignità”. Anna Brenna

Dal 15 dicembre al 28 gennaio – Baretto Beltrade – Milano

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Gianni Berengo Gardin – Il suo sguardo su Milano

Gianni Berengo Gardin sarà l’ottavo fotografo a ricevere il prestigioso premio “Leica Hall of Fame Award”.

Tutti i Leica Store d’Italia celebreranno l’evento con una mostra dedicata alle sue fotografie.
A Milano inaugureremo il 17 Novembre dalle 18.30 “Gianni Berengo Gardin – Il suo sguardo su Milano”, con una serie di fotografie scattate alla nostra città nel corso della sua carriera, visibile fino a Gennaio.
La mostra rimarrà in esposizione fino al 17 Gennaio 2018.

Dal 17 novembre al 17 gennaio – Leica Store Milano

I bolscevichi al potere

A La Casa di Vetro, centro culturale di Milano, dall’11 novembre 2017 al 10 marzo 2018, la mostra “I Bolscevichi al Potere. 1917 – 1940: dalla Russia rivoluzionaria al terrore staliniano”, con ca. 60 immagini storiche provenienti da agenzie internazionali distribuite in Italia da AGF – Agenzia Giornalistica Fotografica, racconta dalla caduta dello Zar alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra civile alla nascita dell’Unione Sovietica, dalla morte di Lenin al terrore staliniano e all’assassinio di Trotsky. La mostra fa parte del progetto History & Photography (www.history-and-photography.com), che ha per obiettivo raccontare la storia con la fotografia (e la storia della fotografia) al grande pubblico e ai più giovani valorizzando gli archivi storico fotografici con esposizioni e fotoproiezioni. Alle scuole sono proposte visite guidate, fotoproiezioni dal vivo e l’innovativa possibilità di usare in classe le immagini della mostra per fare lezione tramite connessione web.

“Nascondere alle masse la necessità di una guerra rivoluzionaria disperata, sanguinosa, di sterminio, come compito immediato dell’azione futura, significa ingannare sé stessi e il popolo …”

dall’11 novembre 2017 al 10 marzo 2018 – La Casa di Vetro, Milano

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Milano e la mala. La storia criminale della città

Dall’inizio del ‘900 a Milano si afferma una particolare forma di criminalità detta Ligera, termine che allude, appunto, alla leggerezza di piccole bande che si coalizzano in vista di un colpo e dopo il quale si sciolgono. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, la Ligera lascerà il campo a una forma più organizzata e violenta di malavita, che espanderà il proprio potere fino ad avere il pieno controllo del gioco d’azzardo, della prostituzione e del traffico degli stupefacenti. Sono anni di transizione: la città non ha ancora un vero padrone e le strade sono un luogo disordinato, terreno di conquista di bande diverse che spesso vengono da fuori.

Alla fine degli anni Sessanta il potere mafioso inizia a estendere i propri tentacoli sul traffico degli stupefacenti. Protagonisti di questa stagione, fino ai primissimi anni ’80, saranno uomini i cui soli nomi evocano nei ricordi dei milanesi atmosfere da far west: Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Joe Adonis, Luciano Liggio e Frank Coppola. Una sezione del percorso espositivo sarà dedicata al protagonista indiscusso della malavita milanese, colui che è entrato nell’immaginario collettivo cittadino come il bandito per eccellenza: il bel Renè, al secolo Renato Vallanzasca. Insieme all’evoluzione delle organizzazioni malavitose, muta Milano stessa. Bische, night club, circoli privati, l’ippodromo di San Siro, le sale corse: tutto ricade sotto il ferreo controllo dei gruppi che spadroneggiano in città.

Un punto di svolta è rappresentato dall’arrivo e dalla rapidissima diffusione delle droghe, prime fra tutte l’eroina. La città si trasforma da una tranquilla metropoli in espansione a una città attanagliata da paure di ogni tipo: i milanesi iniziano a chiudersi in una socialità privata, lasciando la notte cittadina in balia di balordi di ogni risma.

Insieme ai protagonisti della Mala, in mostra troveranno spazio le storie di coloro che la criminalità l’hanno combattuta: è il caso del celebre commissario Nardone, del questore Serra e di molti altri protagonisti di quella stagione sanguinosa.

Sfondo di tutto il racconto sarà sempre e comunque Milano, con i suoi cambiamenti repentini, con le sue paure, con le sue risposte e con la sua voglia continua di rinnovarsi.

DAL 9 NOVEMBRE 2017 ALL’ 11 FEBBRAIO 2018 – Palazzo Morando | Costume Moda Immagine – Milano

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Donne Curde una vita in lotta

Le scienze sociali ci spiegano che la nostra individualità si forma in relazione al contesto sociale in cui nasciamo e cresciamo e che ognuno di noi, nel corso della vita, arriva poi ad avere il proprio ruolo. L’ ambiente e il periodo storico in cui viviamo influenza le nostre scelte e il nostro stile di vita . Purtroppo ci sono strutture sociali che ancora tendono a discriminare gli individui che ne fanno parte: ancora oggi un importante motivo di discriminazione è quella di genere. E’ questo il caso delle donne turche e ancor di più di quelle curde. Queste donne si trovano in una condizione di oppressione a causa di organizzazioni e istituzioni che le privano delle loro libertà personali, che vogliono abolire le pene per crimini contro i diritti umani, che riempiono gli ospedali di medici obiettori, e che trovano giusto dare in spose delle bambine. Queste donne hanno deciso di lottare, di non chinare la testa di fronte a tutto questo , perchè vogliono avere un giusto riconoscimento politico ed arrivare finalmente ad un’ uguaglianza di genere. Bisogna guardare con ammirazione i percorsi tracciati da queste donne ed, oltre ad osservare, noi di Clinica Canegallo ne vogliamo parlare attraverso gli occhi e le parole di chi queste donne le ha conosciute e le ha fotografate nella loro forza e fragilità. Giovedi 23 Novembre alle ore 18.30 presso Clinica Canegallo, via dei fiori 14h Alatri (FR) ci incontreremo per parlarne con la fotografa Maria Novella De Luca e Silvia Todeschini, rappresentante del gruppo di solidarietà del movimento donne curde.

dal 23 Novembre al 31 gennaio – Studio Canegallo -Alatri (FR)

Cinema Mundi – Stefano De Luigi

Nell’anno in cui ricorre la ventesima edizione del Mestre Film Fest, festival internazionale del cortometraggio, il Centro Culturale Candiani, organizzatore del Festival, ha scelto di festeggiare il pregevole traguardo con molti eventi, tra cui un concorso fotografico a tema cinematografico con esposizione in mostra delle foto vincitrici e la mostra dedicata al mondo del cinema del maestro Stefano De Luigi Cinema Mundi.

Esiste un mondo cinematografico lontano dai fasti di Hollywood, un modo alternativo di fare cinema, con meno mezzi, ma non per questo meno ricco di idee e contenuti, tanto da guadagnare riconoscimenti nei più importanti festival europei e americani.

 Questo mondo ce lo racconta Stefano De Luigi, con un progetto al quale si è dedicato per tre anni, “calcando” le scene dei set cinematografici dalla Russia alla Cina, dalla Corea all’Argentina, dalla Nigeria all’Iran e all’India. Cinema mundi è la sua dichiarazione d’amore per il cinema, “attraverso i film ho studiato anche la luce” confessa De Luigi, ed è quella stessa luce che cogliamo in molte delle sue immagini.

Membro di VII PHOTO, della fotografia ne ha fatto una professione fin dal 1988, fotografo curioso ed eclettico, la sua cifra stilistica è non farne una questione di genere, anzi i generi li mette in dialogo: ritratti, moda, reportage, fotogiornalismo… Ama sperimentare, a seconda delle necessità: digitale, smartphone, panoramiche…

Ha all’attivo molti premi, tra i quali quattro World Press Photo molte esposizioni personali, pubblica su Stern, Paris Match, Le Monde Magazine, New Yorker, Eyemazing, Geo, Vanity Fair, Time, Newsweek, Internazionale, D repubblica …

Cinema mundi apre la ventesima edizione del Mestre Film Fest -in programma al Centro Culturale Candiani dal 16 al 18 novembre- un festival internazionale del cortometraggio, piccolo ma decisamente longevo, che della sua continuità ne ha fatto un punto di forza, presentandosi ogni anno non solo con un ricco programma di corti selezionati tra le varie centinaia e centinaia arrivati da tutto il mondo, ma anche con interessanti novità. I due progetti hanno in comune la stessa curiosità e passione per il mondo delle immagini in movimento, la conoscenza “dell’altro” e di “altri mondi”, le storie narrate dai più svariati punti di vista, oltre alla fotografia ovviamente.

E così eccoci a Buenos Aires, sul set di Leonera di Pablo Trapero, un film presentato in concorso al sessantunesimo Festival di Cannes che parla di maternità, innocenza e degrado. Oppure negli studi cinematografici di Shangai, tra figure eleganti e misteriose sul set del film Qui Tang, una storia di spie durante l’occupazione giapponese della Cina o tra le comparse che si preparano a girare una scena di un giallo ambientato negli anni ’40.  A Mosca ci ritroviamo sul set della miniserie televisiva I fratelli Karamazov, per poi trasferirci a “Nollywood”, in Nigeria, patria di una industria cinematografica definita “aggressiva”, dove si “gira” in appartamenti e hotel piuttosto che negli studios, per ritrovarci poi negli studi cinematografici di Teheran, tra le comparse sul set di Joseph un colossal religioso.  Tra colombe, conigli e divinità arriviamo a Ramoji Film City negli studi della città indiana Hyderabad, sul set del film mitologico Astadasa Purana. In Corea infine, in un lussuoso albergo di Seoul con Lee Min-jung protagonista di Elephant Penthouse e a Samcheok, durante le ripetizioni della prima scena di Mother di Bong Joon-ho.Cinema e fotografia, il legame tra i due linguaggi è profondo e viene da lontano, “per il fotografo il cinema è sempre l’immagine che viene dopo, un modo particolare di definire la progressione ma anche la differenza tra l’immagine fissa e quella in movimento”, diceva Cartier-Bresson.

Cinema e fotografia condividono tecniche, linguaggi narrativi, uso della luce, ispirazioni estetiche, atmosfere, creatività. Grandi registi come Kiarostami, Wenders, Tornatore hanno scelto la fotografia come mezzo autonomo di espressione. Grandi fotografi hanno guardato alla regia, come lo stesso Cartier-Bresson o Corbjin.  Il fotografo di scena fissa sul set le immagini più significative di un film a scopi promozionali.

Il cinema come la fotografia dunque, mette in scena il lavoro della memoria dando ai fotogrammi un respiro teso ad accentuare pulsioni, emozioni, ambiguità. Stefano de Luigi sul set gioca diversi ruoli, un po’ attore,  ma soprattutto primo spettatore, un po’ regista ma soprattutto fotografo: i suoi scatti “rubati” socchiudono delle finestre dalle quali farci spiare, immaginare, sognare e viaggiare nei mondi del cinema, nei cinema del mondo.

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Paolo Roversi – Incontri

In concomitanza con la grande esposizione di Palazzo Reale a Milano, la FondazioneSozzani con la mostra “Incontri” mette in evidenza la struttura propriamente pittorica delle fotografie di Paolo Roversi.

Roversi è artista della composizione e della geometria, con un approccio astratto alla realtà. Fin dagli Anni ’80 le sue fotografie rispondono a una costante esigenza formale che dà loro un carattere sorprendentemente atemporale, in contraddizione con il gusto e gli usi della moda. La sua familiarità con la storia dell’arte, e con la pittura italiana in particolare, gli permette di fotografare come un pittore. Lavora spesso a serie costruite attorno a un tema o a un modello, come se cercasse di estrarne tutte le possibilità plastiche. Per questa esposizione Roversi ha raccolto le sue fotografie a due e a tre, in dittici e trittici. Questo procedimento, mai utilizzato prima in modo sistematico, offre uno sguardo inedito sul suo lavoro, dandogli una dimensione monumentale. La composizione a più elementi gli consente di dare un’attenzione maggiore al soggetto arricchendone la lettura. Come nei polittici del Rinascimento, che ricorrono ampiamente a questo metodo. In questa mostra la fotografia di Paolo Roversi appare più serena e controllata che mai. Insieme ai più di trenta dittici e trittici – realizzati appositamente per questa mostra a partire da alcune delle più importanti foto di Roversi – viene presentata per la prima volta una selezione di ritratti incrociati di Paolo Roversi e Robert Frank realizzati nel 2001 in Nova Scotia.

17 novembre 2017 – 11 febbraio 2018 – Galleria Carla Sozzani – Milano

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CITIES

Il nuovo club fotografico milanese PhotoMilano ospita a Spazio Tadini Casa Museo una selezione di immagini dei due numeri CITIES, il nuovo magazine made in Italy dedicato alla street photography prodotto da ISP, il progetto di street autoriale Italian Street Photography.

In mostra 90 immagini, una selezione tra quelle pubblicate nei due numeri della rivista, stampata in oltre 400 copie a numero, che raccontano la città con personali e differenti punti di vista ma in un’ottica street.

Le fotografie esposte sono state realizzate dai partecipanti alle due edizioni del progetto Isp Experience, una vera produzione condivisa a cui hanno partecipato per i due primi numeri più di 160 fotografi in 11 città italiane; guidati in due weekend in aprile e settembre 2017 dagli undici Autori Isp in veste di mentori hanno scattato e preselezionato più di 1.800 immagini, poi definitivamente selezionate da Angelo Cucchetto e Graziano Perotti per la realizzazione della Fanzine dedicata alla Street Italiana.

CITIES è una fanzine che si basa su un’idea progettuale nuova e unica. La sua forza risiede proprio nella condivisione di un’opportunità fotografica professionale, dunque sulla sua natura “partecipativa” rara in Italia.

Un avventura iniziata ad Aprile 2017 con il lancio del progetto Isp Experience, per la produzione del primo numero di CITIES in sei città Italiane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Roma, Catania. Per la seconda edizione e la produzione del secondo numero a settembre il progetto si è arricchito di un corso propedeutico di Street Photography e la produzione del magazine su 8 città: Bologna, Matera, Milano, Padova, Rapallo, Roma, Siracusa, Torino.

A fare da ospite a questa mostra alla Casa Museo Spazio Tadini, luogo dedicato in gran parte alla fotografia, è PhotoMilano, gruppo fotografico creato e diretto da Francesco Tadini che, in pochi mesi di attività, ha già promosso mostre personali e collettive – alle quali hanno già preso parte più di 150 autori – reportages istituzionali, nonché workshop fotografici.

dal 24 Novembre al 21 Dicembre 2017 – Spazio Tadini Milano

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Nature morte (2000-2017) di Christopher Broadbent, e Indizi. Opere dalla collezione di Mario Trevisan

La Galleria del Cembalo propone, fino al 3 febbraio 2018, due mostre in dialogo fra loro. Nature morte (2000-2017) di Christopher Broadbent, e Indizi. Opere dalla collezione di Mario Trevisan, offriranno spunti di riflessione riguardo l’affascinante e ambiguo rapporto tra la fotografia e tre grandi temi della storia dell’arte: figura, paesaggio, natura morta.

Nature morte (2000-2017)

Dopo una lunga carriera dedicata alla fotografia pubblicitaria e agli spot televisivi, Christopher Broadbent nel 2000 decide di recuperare una dimensione privata, intima, del suo ‘mestiere’, per approfondire ulteriormente il tema dello still life che già lo aveva reso noto nel panorama internazionale della comunicazione per la suggestione e la forza evocativa di molte sue immagini, vere e proprie icone della storia della pubblicità. A differenza di quanto accade frequentemente nell’opera di molti fotografi, nel caso di Christopher Broadbent non esiste discontinuità di visione tra la produzione pubblicitaria e quella privata. Anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che è stata la pubblicità ad adattarsi per molti anni al suo sguardo, alle sue atmosfere, alla sua cultura, al suo gusto.

Da sempre Christopher Broadbent indaga la più borghese, laica, privata e domestica delle forme dell’arte.

Scrive di lui Philippe Daverio: «La natura morta è la quintessenza dell’astrazione da parte dell’osservatore. Nel paesaggio chi lo descrive è necessariamente inserito; nella natura morta chi la racconta è per definizione esterno. Qui sta la prima differenza. La seconda è forse ancora più significativa e riguarda l’oggetto stesso e la sua difficile definizione, quella che lo porta ad avere nomi diversi nelle diverse lingue: per i tedeschi e gli inglesi è stilleben o still life, cioè vita silente, silenziosa nella propria poetica, per i francesi è nature morte anche se costituita da elementi non suscettibili di morire, per gli spagnoli è molto più semplicemente bodegón, pittura realizzata all’interno della bottega, cioè dello studio. Ma in tutti i casi si tratta di una composizione che abolisce l’idea di tempo e dove la staticità degli elementi diventa motivo di sospensione astratta dalla realtà circostante. È riflessione stabile dell’esistere. Ed è al contempo riflesso dell’esistente. Christopher Broadbent porta queste considerazioni alle loro estreme conseguenze.

Le sue nature morte sono di oggi, ma potrebbero essere del XVII secolo olandese, allo stesso modo. Dall’istantanea fotografica si scivola nel tempo infinito della storia, proprio perché il tempo in queste immagini è totalmente abolito, come i petali dei fiori che non stanno cadendo ma sono definitivamente caduti.

E la conseguenza ne è curiosamente paradossale: l’unica fotografia che possa raffigurare la realtà è quella che rappresenta una realtà artefatta, composta, inventata. Sicché qui il compito del fotografo non è più solo quello di scegliere e di scattare, ma diventa quello del comporre e dell’inventare, di fabbricare il teatrino che diventa il soggetto e non più l’oggetto dell’immagine. Come nella stampa antica, il fotografo in questo caso è colui che delineabat et invenit l’opera finale. L’effetto è fortemente attraente, in quanto Broadbent così facendo scioglie i limiti fra fotografia e pittura e lascia i due generi compenetrarsi in una nuova magia, senza tempo, nella quale gli accumuli di secoli di sensibilità saltano alla ribalta come il Jack in the Box, il diavoletto dell’immaginario che compare dal fondo dei sedimenti delle nostre fantasie e delle nostre memorie».

«Uso la penombra di una stanza vuota – spiega Broadbent – per suggerire il tempo sospeso in attesa di un intervento o di una conclusione. Come per una terzina in poesia, ho adottato una gabbia metrica in uso da secoli per la natura morta: struttura ortogonale, luce dalla finestra per un disegno in chiaroscuro, piani prospettici orizzontali marcati per mettere le cose a portata di mano dell’osservatore».

Indizi – Opere dalla Collezione Trevisan

Da oltre 25 anni Mario Trevisan colleziona fotografie e questa mostra, al di là della passione, dell’entusiasmo e della determinazione che lo contraddistinguono nella ricerca di piccoli e grandi capolavori iconici per l’incremento della propria raccolta, intende trasmettere – attraverso una ventina di opere di alcuni dei protagonisti della fotografia internazionale, dai pionieri delle origini ai maestri del Novecento – la sua straordinaria capacità di lettura del mezzo e dei linguaggi ai quali questo ha dato vita nel corso di quasi due secoli.

Collezionando fotografie, che cosa collezioniamo? era la questione che si poneva Claudio Marra (in L’immagine fotografica 1945-2000, a cura di Uliano Lucas, 2004) e alla quale rispondeva riportando il fenomeno del collezionismo fotografico al problema più generale del riconoscimento di un’identità della fotografia all’interno dell’intero e complesso sistema dell’arte. Non è più possibile ormai, dopo i mutamenti concettuali avvenuti nelle pratiche artistiche nel Novecento, concepire le immagini fotografiche come qualcosa di diverso e separato dagli altri prodotti della ricerca estetica.

Riflettendo, anzi, sulla centralità che la fotografia, fin dal suo apparire, ha assunto nel mondo dell’arte, per la sua duplice e ineludibile natura di oggetto iconico e concettuale, è possibile oggi riconsiderarne gli esiti, superando – secondo l’esemplare lezione di Trevisan – pregiudizi e retaggi di sapore idealistico e ottocentesco e accogliendo, nella decontestualizzazione che opera l’azione stessa del ‘collezionare’ (con i suoi prelievi, le sue cesure, la selezione, il riscatto), anche immagini realizzate originariamente per rispondere a funzioni pratiche (quali la documentazione, l’informazione, la pubblicità, la moda) e diverse da quelle puramente estetiche.

È in questo senso che la collezione Trevisan costituisce oggi in Italia uno dei rari esempi in cui sia possibile rintracciare, grazie alla sua estensione cronologica, alla varietà e alla qualità delle opere, alla provenienza culturale degli autori, alla molteplicità delle tecniche e alla diversità dei generi che vi sono rappresentati, una storia ‘universale’ del mezzo, dalla sua invenzione ai giorni nostri, anche se con tutti i limiti oggettivi che si pongono sempre a un’impresa di questo genere.

Limiti che hanno poi il potere di esaltare, invece, l’unicità e il carattere soggettivo di una raccolta che si manifesta, a sua volta, come atto individuale e creativo, come proposta alla collettività di un bene concettualmente e intellettualmente autonomo, con tutti i suoi valori insieme storici, culturali, affettivi, simbolici.

Quello che si propone in mostra è una selezione dalla selezione, uno sguardo ulteriore (non propriamente quello del collezionista) che offre ad altri sguardi una sorta di affondo, che tenti di concentrare e rappresentare, in una sintesi estrema, le specificità e l’originalità della collezione da una parte e, dall’altra, la vastità e la complessità della storia e della natura della fotografia.

Ed è proprio dall’analisi della collezione che due aspetti, in particolare, sono emersi e sono stati scelti come ambiti privilegiati attraverso i quali ripercorrere momenti, idee, proposte, invenzioni, sperimentazioni e soluzioni con cui la fotografia ha manifestato, nel corso del tempo, la sua duplice e ambigua identità, tra pratica comportamentale e aspirazioni di carattere formale e pittorico, in una costante tensione dialettica tra verità e finzione, realtà e apparenza, opacità e trasparenza, chiarezza e mistero.

Figure e paesaggi – apertamente intesi, come corpi e spazi via via indagati, documentati, rappresentati e interpretati dai fotografi – sono le due serie, parallele e complementari, entro cui si condensa e si dipana quella “storia della fotografia” che Mario Trevisan ha cercato a suo modo di tracciare: dall’oggettività e il naturalismo delle immagini delle origini, che pure tendono alla compostezza formale della pittura coeva (le vedute di Talbot e di Macpherson, i nudi di Belloc e di Moulin), alle aspirazioni simboliche e dichiaratamente espressive dei ritratti di Julia Margaret Cameron o dei paesaggi di Emerson, fino agli studi di fotografi pittorialisti come Drtikol e gli autori dell’atelier Pastime Novelty Co; dalle nitide e accademiche composizioni di un Marconi o di un Béchard, alle rappresentazioni ‘pure’ e dirette di autori come Eugène Atget e Manuel Alvarez Bravo; dalle raffinate e più o meno esplicite ‘citazioni’ pittoriche di Jeanloup Sieff, di Meyerowitz o di Luis Gonzalez Palma, fino alle immagini di autori come Friedlander, Sternfeld e Ghirri che, dietro l’esibizione chiara e ‘documentaria’ di porzioni di realtà, manifestano la vena più profonda e affascinante della fotografia, sempre ambiguamente sospesa tra oggettività e illusione, tra narrazione e affabulazione, tra ragione e paradosso.

Dal 24 novembre al 3 febbario 2018 – Galleria del Cembalo Roma

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Fabio Moscatelli – Gioele

La stagione dell’associazione culturale Acta International prende il via con una formula nuova: saranno presentate infatti le mostre di autori che hanno già un’identità fotografica importante e la curatela sarà affidata di volta in volta a giovani studenti e studentesse di scuole d’arte.

La particolarità di questo programma espositivo, infatti, riguarda il coinvolgimento di giovani curatrici e curatori che lavoreranno sotto il tutoraggio della giornalista e curatrice Loredana De Pace, ideatrice di questa formula per l’Acta International. In tal modo queste giovani leve potranno mettersi alla prova, lavorando a stretto contatto con fotografi che hanno già costruito un proprio percorso.

Il primo autore che sarà presentato è il fotografo romano Fabio Moscatelli.

La mostra di Fabio Moscatelli ci pone dinanzi al mondo frammentato e carico di delicatezza di Gioele, un ragazzo autistico che al momento del loro primo incontro viveva l’età di passaggio tra l’infanzia e la prima adolescenza. Come è iniziato tutto? Durante il loro primo incontro fu chiesto a Gioele se fosse d’accordo che l’uomo di fronte a lui venisse nella sua casa, lui rispose con un secco “no, mi fa schifo”. Un punto di partenza inaspettato per un legame che già poco tempo dopo aveva posto salde radici.

Il progetto nasce dalla volontà di conoscere e approfondire la tematica dell’autismo, ma non si ferma ad un’analisi della specifica realtà del ragazzo, e riesce a far scaturire dalle immagini l’intimità, la profondità del loro rapporto e la voglia di entrambi di immergersi nelle reciproche vite. La capacità di creare un solido piano di dialogo e il personale modo di porre il proprio punto di vista a stretto contatto con l’emotività di chi viene ritratto denotano la fotografia di Fabio Moscatelli.

La continua evoluzione risulta una caratteristica preponderante del lavoro dell’artista. La mostra riprende anche alcuni scatti inclusi nel primo frutto dell’intensa collaborazione con Gioele: il libro “Gioele. Quaderno del tempo libero”, e li coniuga con alcuni più recenti, tutti connotati da una limpidezza che non lascia spazio a manipolazioni ed espedienti visivi.

24 novembre – 16 dicembre 2017 – Acta international – Roma

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L’Italia di Magnum, la Sirmione di Paolo Pellegrin

100 fotografie che vanno Oltre esposte a Palazzo Callas Exhibitions

“Quella che mi interessa di più è una fotografia non finita, dove chi guarda ha la possibilità di  cominciare un proprio dialogo […] Io presento la domanda […], poi lascio spazio ad ognuno perchè si interroghi, perchè si faccia un’idea”
Paolo P

100 fotografie che vanno Oltre saranno esposte a Palazzo Callas Exhibitions dal 18 novembre 2017 al 7 marzo 2018.
Le prime 50 provengono dall’archivio Magnum Photos e raccontano il paesaggio italiano così come è stato visto da fotografi quali Robert Capa, Martin Parr, Werner Bischof, Elliot Erwitt, Richard Kalvar, Alex Webb, Inge Morath, Ferdinando Scianna e altri.Le altre fotografie sono un’assoluta scoperta: 50 immagini di Sirmione realizzate appositamente per questa mostra da Paolo Pellegrin.
Un racconto di straordinaria intensità, assolutamente inedito per forma e contenuto, un racconto per immagini destinato a suscitare nuove emozioni e un moto di sorpresa in tutti i visitatori.

18 novembre 2017 – 7 marzo 2018 – Sirmione Palazzo Callas Exhibitions

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Rafal Milach – The First March of Gentlemen

“The first march of gentlemen” è il titolo del recente libro dell’ artista Polacco Rafal Milach, realizzato durante la sua permanenza a Wrzesnia (PL) in occasione della residenza d’artista Kolekcja Wrzesińska.

Il lavoro nasce da una ricerca svolta sul passato della città e la scoperta dell’ archivio del fotografo Ryszard Szczepaniak, che negli anni 50 ha ritratto parte della popolazione locale. Milach resta affascinato soprattutto dalle immagini di giovani uomini, sia civili che militari riconoscendo nei loro atteggiamenti caratteristiche anomale: ben vestiti, imbellettati, fieri e disinvolti come dei gentiluomini, sembravano apertamente ignari o sprezzanti del tumulto del comunismo e del rigido controllo del governo che attanagliava la nazione. Ma il lavoro dell’ artista non si limita alla raccolta e riutilizzo di questo materiale, Milach si ricollega direttamente ad un fatto storico che ha segnato la città, lo sciopero degli studenti delle scuole primarie del 1901, in cui per 4 anni bambini e genitori si sono ribellati all’ imposizione di studiare esclusivamente in lingua tedesca.

Il risultato finale è un immaginario “giocoso” in cui le figure di questi gentiluomini si intrecciano in scenari surreali, fatti di forme geometriche, colori accesi, tutti chiari rimandi all’ educazione infantile, che raccontano pezzi di storia attraverso simbolismi semplici ma travolgenti, come nei disegni dei bambini. E’ altresì un commento formalmente astratto sulla situazione attuale Polacca, che può facilmente riferirsi anche ad altri luoghi. La serie di collage è un tipo di spazio utopico in cui i cittadini esprimono pubblicamente i propri timori e desideri. Indipendentemente dalle possibili conseguenze, sono attivi. Le immagini contengono sia l’idea di libertà che l’apparato oppressivo.

All’interno della mostra si ritrova questo potente dualismo, lo spazio della galleria viene utilizzato come le pagine del libro, sfruttando diverse operazioni e supporti per restituire in maniera chiara il duplice livello di lettura. Le pareti tinte di rosso sono pronte a farsi tela bianca su cui le immagini possono vivere e sovrapporsi. Ritroviamo le stesse forme, griglie e simboli presenti nel libro, che anche se non comprendiamo a pieno, ci ricordano chiaramente l’ eco di idee universali. Una sorta di lezione di educazione civica, il cui concetto primario è che ogni cittadino ha diritti e doveri imprescindibili.

8.12-13.01.2018 Fonderia 20.9 – Verona

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Mostre per maggio

Ciao!

Ed eccoci anche per questo mese al nostro appuntamento fisso con le mostre. Il programma si preannuncia ricchissimo anche per maggio. Siateci! 😀

Sulla pagina dedicata, trovate il calendario aggiornato di tutte le mostre in corso!

Anna

Sara Munari – Be the bee body be boom (bidibibodibibu)

Mi sono ispirata sia alle favole del folklore dell’Est Europa, sia alle leggende urbane che soffiano su questi territori. Un incontro tra sacro e profano, suoni sordi che ‘dialogano’ tra di loro permettendomi di interpretare la voce degli spiriti dei luoghi. Ogni immagine è una piccola storia indipendente che tenta di esprimere rituali, bugie, malinconia e segreti. L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari, in tutti questi luoghi ho percepito una forte collisione tra passato, spesso preponderante, e presente. Sono anni che viaggio a est, forse il mio sguardo è visionario e legato al mondo dei giovani, a quella che presuppongo possa essere la loro immaginazione.

dal 12 maggio al 3 giugno 2017 – Spazio Raw Milano

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Paolo Pellegrin. Frontiers

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L’esposizione Paolo Pellegrin. Frontiers visitabile dal 30 aprile al 26 novembre 2017 negli spazi del nuovo Museo il Ferdinando, documenta in anteprima mondiale attraverso gli intensi scatti di Paolo Pellegrin, il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti che fuggono in cerca di un futuro migliore.
L’orrore delle traversate del Mar Mediterraneo, l’esperienza degli sbarchi e della permanenza nei centri di accoglienza. Si tratta di un’anteprima assoluta firmata da uno tra i più importanti fotoreporter al mondo. Membro di Magnum Photos dal 2001, Pellegrin lavora con le più affermate testate internazionali e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e la Medaglia d’oro Robert Capa.

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Agenzia Magnum Photos di Parigi integra ed attualizza i contenuti del nuovo Museo delle Frontiere evidenziando il tragico racconto del fenomeno migratorio in atto, ormai diventato tratto distintivo del nostro tempo. Un fenomeno che secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni non si arresterà prima del 2050. Le fotografie, in bianco e nero, di notevole impatto visivo ed emotivo, sono state scattate nel 2015. La maggior parte di esse documenta la situazione sull’isola greca di Lesbo dove, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono sbarcati più di 500.000 degli 850.000 rifugiati giunti in Grecia nel corso del 2015.

Il tema dell’esposizione offre un punto di vista quanto mai attuale sul dramma dei migranti, oltre a un’esplicita riflessione sulle frontiere – visibili o invisibili, geografiche, politiche e sociali – che dividono le persone, in un’Europa che oggi è chiamata alla sfida dell’accoglienza.

Forte di Bard – Aosta dal 30 aprile al 26 novembre 2017

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Antoine D’Agata

Torna a Milano Antoine D’Agata. A cura di Claudio Composti, la personale presenta alcuni dei suoi lavori più iconici degli ultimi 15 anni.

Una mostra in collaborazione con la Gallerie Filles du Calvaire di Parigi.

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Istanti di luoghi – Ferdinando Scianna

Scianna

Nella mia vita ho incrociato uomini, storie, luoghi, animali, bellezze, dolori, che mi hanno suscitato, come persona e come fotografo, emozioni, pensieri, reazioni formali che mi hanno imposto di fotografarli, di conservarne una traccia. Ho sempre pensato io faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo è lì perché io ne faccia fotografie. Anche questi luoghi non mi sembra di averli cercati, li ho incontrati vivendo, e poi ho scelto alcune delle tante fotografie che in questi incontri mi sono state regalate per comporne un libro nel quale riconoscermi.

Ferdinando Scianna

Forma Meravigli dal 21 aprile al 30 luglio

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World Press Photo 2017

World Press Photo 2017, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, è ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography

La mostra del World Press Photo 2017 si terrà a Roma in prima mondiale insieme a Siviglia e Lisbona presso il Palazzo delle Esposizioni dal 28 aprile al 28 maggio 2017. Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.
Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

Per l’edizione 2017 le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 80,408, inviate da 5,034 fotografi di 125 nazionalità. La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 45 fotografi provenienti da 25 paesi: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, UK, USA.

Palazzo delle Esposizioni – Roma dal 28 aprile al 28 maggio

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Le mostre di Fotografia Europea 2017

Come ogni anno torna a Reggio Emilia il festival Fotografia Europea. Quest’anno il concept sviluppato è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro.

Tra le varie mostre che si terranno in città dal 5 maggio al 9 luglio, ve ne segnaliamo alcune tra le più importanti. Date comunque un’occhiata al sito per il programma completo, perchè ce ne sono veramente molte interessanti.

PAUL STRAND E CESARE ZAVATTINI a Palazzo Magnani

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UN PAESE. LA STORIA E L’EREDITÀ
a cura di Laura Gasparini e Alberto Ferraboschi

Un Paese è uno dei primi libri fotografici italiani e risente della cultura del neorealismo italiano e racconta, attraverso le immagini del fotografo statunitense e i testi di Cesare Zavattini, le vite e le storie degli umili di un paese italiano – Luzzara, nella pianura padana – scelto come specchio dello spirito di un popolo e del ritmo universale della vita legata alla terra.

La rassegna illustrerà, inoltre, attraverso gli scatti di Gianni Berengo Gardin, che insieme a Zavattini realizza Un Paese vent’anni dopo nel 1976, Luigi Ghirri, Stephen Shore, Olivo Barbieri fino alla ricerca artistica di Claudio Parmiggiani, come Un Paese sia stato fonte di ispirazione per diversi autori, fotografi, scrittori e artisti e come questi abbiano preso spunto dal volume, divenuto esemplare nella storia della fotografia e nella letteratura per il rapporto tra immagine e scrittura.

DALL’ARCHIVIO AL MONDO.
L’ATELIER DI GIANNI BERENGO GARDIN. – Chiostri di San Pietro

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A cura di Alessandra Mauro e Susanna Berengo Gardin, coordinamento scientifico Laura Gasparini. In collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto.

La mostra propone di indagare  l’archivio come luogo del pensiero e della creazione oltre che di custodia della memoria del proprio lavoro. Verranno esplorate le numerose connessioni tra il processo creativo e gli oggetti di lavoro del fotografo italiano, come le macchine fotografiche, le attrezzature, ma anche i provini a contatto, documenti, video, che illustrano l’atelier, l’archivio e l’opera di uno dei più importanti fotografi italiani.

UP TO NOW. FABRICA PHOTOGRAPHY.
a cura di Enrico Bossan – Chiostri di San PIetro

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Fin dalla sua fondazione nel 1994, Fabrica ha accolto decine di fotografi che sono cresciuti e si sono messi alla prova in un ambiente internazionale unico nel suo genere.

Nel tempo è diventata una fucina capace di intercettare talenti e di dare loro un terreno fertile per sperimentare e formarsi, sviluppando linguaggi autonomi. Up To Now. Fabrica Photography raccoglie oltre cento opere fine art e si concentra sui lavori di tutti quei giovani che negli anni sono diventati autori riconosciuti a livello internazionale. Dagli Albino Portraits di Pieter Hugo ai Libyan Battle Trucks di James Mollison, passando per The Middle Distance di Olivia Arthur e A bad day di Laia Abril, fino ad arrivare alla Ponte City raccontata da Mikhael Subotzky e Patrick Waterhouse e al problema energetico affrontato da Lorenzo Vitturi in Oil will never end, questa raccolta è una testimonianza della varietà di approcci alla documentazione fotografica che attraversa realtà e continenti creando un unicum iconografico e narrativo.

In occasione di Fotografia Europea 2017, Fabrica proporrà inoltre un focus dedicato ai lavori di Drew Nikonowicz e di Ali Kaveh, attualmente borsisti a Fabrica.

Fabrica è il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group, fondato nel 1994. Offre a un gruppo molto eterogeneo di giovani creativi provenienti da tutto il mondo una borsa di studio annuale per sviluppare progetti di ricerca nelle aree di design, grafica, fotografia, interaction, video e musica.

70 at 70 in London

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An exhibition at London’s Kings Cross showcases 70 iconic images from 70 years of Magnum Photos

An exhibition at London’s Kings Cross of 70 pictorial and historical photographic icons, celebrating the diversity of the Magnum Photos agency and how its photographers have born witness to major events of the last 70 years.

The exhibition charts a potted history of Magnum, including early photography by Magnum’s founding fathers, the introduction of colour photographers such as Harry Gruyaert and Bruno Barbey, through to the contemporary practice of photographers working in a more art medium, such as Alec Soth and Alessandra Sanguinetti.

Presented in the 90m long pedestrian tunnel with Allies & Morrison-designed LED-integrated light wall, in collaboration with King’s Cross.

May 15 – Jun 15 – King’s Cross Tunnel – London

Walker Evans

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Première grande rétrospective organisée en France de l’œuvre si influente de ce photographe américain. 300 vintages et autres documents retrace toute l’œuvre de l’artiste.

First major retrospective organised in France of the very influencial work of this american photographer. 300 vintages and other documents relating its entire work.

Cette retrospective a pour ambition de mettre en évidence la fascination du photographe pour la culture vernaculaire qu’il n’a cessé de traquer tout au long de sa carrière. À travers plus de 300 tirages vintages provenant des plus grandes collections internationales et une centaine de documents et d’objets, elle accorde également une large place aux collections de cartes postales, de plaques émaillées, d’images découpées, et d’éphéméra graphiques réunis par Walker Evans pendant toute sa vie.

26/04/2017 – 14/08/2017 – Centre Pompidou – Paris

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JACOPO BENASSI –  THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY

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Jacopo Benassi sarà in mostra da Micamera a Milano con una serie di fotografie realizzate tra il 2011 e il 2015 presso il Btomic. La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Peperoni Books.

Il Btomic era un locale iconico di 70 metri quadri a La Spezia, aperto nel 2011 e chiuso nel 2015 per problemi economici. Era gestito da un gruppo di amici, Gianluca Petriccione, Lorenzo D’Anteo, Roberto Buratta e Jacopo Benassi; tra i musicisti che si sono esibiti al Btomic, Teho Tehardo, Jozef van Wissem, Chris Imler, Julia Kent , Mary Ocher, Lydia Lunch, F.M Palumbo, Embryo, Lori Goldston, Hugo Race, Tav Falco, Carla Bozulich, Andrea Belfi, Lubomyr Melnyk, Ernesto Tommasini, Matt Eliot, Z’EV, Sir Richard Bishop, Six Organs Admittance, Emidio Clementi, Khan, Mangiacassette, Baby Dee, Eugene Chadbourne e molti altri…

THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY è il titolo di una mostra e di un libro. Le fotografie sono state scattate in occasione dei concerti ma nelle immagini i musicisti non compaiono mai. (In questo, è un lavoro decisamente diverso dall’omonima rivista pubblicata da Benassi negli anni in cui il Btomic era aperto) Si vedono solo persone che guardano. I latini dicevano contemplatio – il prefisso con indicava una connessione, il termine templum denotava un’area circoscritta.

Nelle immagini di Benassi vi è una forte connessione tra le persone e l’area è ben definita. Vi è una geografia composta da muri scrostati, immagini dentro le immagini, segni sul muro, dettagli dell’arredamento, strumenti, simboli. Le persone che abitano questa geografia guardano e ascoltano. Un ragazzo con una maglietta degli Sonic Youth ascolta in piedi, accanto a una donna con un semplicissimo vestito a fiori. Se la relazione tra luogo e identità è uno dei temi fondamentali della geografia mi chiedo: cos’hanno in comune? Mi piace il loro modo di stare vicini.
Questo lavoro descrive un paesaggio sonoro.
E’ opera di Jacopo Benassi, fotografo di paesaggio.

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Mario Giacomelli. Terre scritte

“Cerco i segni nella terra, cerco la materia e i segni, come può fare un incisore” affermava il fotografo Mario Giacomelli, che per tutta la sua carriera ha raccontato il paesaggio percorrendo una strada personale e rivoluzionaria.

Una mostra, ospitata nel complesso monumentale di Astino, in provincia di Bergamo, rilegge l’esperienza del paesaggio nella sua opera, attraverso una quarantina di immagini, di cui molte inedite e provenienti dall’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato.

Giacomelli (1925-2000) parte dalla sua terra, le Marche, per indagare il rapporto tra memoria e natura, componendo le sue immagini su piccoli dettagli che si incastrano in uno stile grafico unico, come se il fotografo interpretasse la realtà con una matita invece che con una macchina fotografica. L’apice di questa visione è raggiunto nella serie Presa di coscienza sulla natura, in cui Giacomelli arriva all’astrazione totale del paesaggio: ”Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura” scrive negli anni novanta, “cerco di togliere quella vita che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo”.

La mostra Mario Giacomelli. Terre scritte, a cura di Corrado Benigni e Mauro Zanchi in collaborazione con l’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato, è stata realizzata dalla Fondazione MIA e sarà aperta dal 22 aprile al 31 luglio.

 

Like A Samba – Fotografie di: René Burri, David Alan Harvey and Francesco Zizola

Le spiagge di Rio de Janeiro viste dall’occhio di tre fotografi stranieri – uno svizzero, un americano, un italiano – che hanno vissuto in questo ritmo per mesi, anni, decenni. Una raccolta di fotografie che esprimono una sorta di nostalgia, come una canzone d’amore, o la famosa saudade. Per la prima volta, le opere di tre fotografi – René Burri, David Alan Harvey e Francesco Zizola – si riuniscono per Like A Samba: venti fotografie esposte presso la ILEX Gallery, co-curate da Deanna Richardson e Daniel Blochwitz, che vanno dal 1950 fino ad arrivare all’anno scorso e creano un racconto pieno di ritmo e di colori, proprio come il flusso e riflusso della vita di tutti i giorni in Brasile. Ma oltre la superficie color caramella delle spiagge e l’ottimismo del Tropical Modernismo, molte di queste foto alludono sottilmente alle realtà più dure e nascoste.

dal 7 aprile al 21 luglio 2017 presso ILEX Gallery @10b Photography Gallery

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Prelude to a Landscape – Group show

Almudena Lobera | Anthony Goicolea | Carla Cabanas | Gohar Dashti | Irene Grau | Isabel Brison | Jessica Backhaus | Manuel Vilariño | Marco Pires | Mónica de Miranda | Sara Ramo | Sérgio Carronha | Yto Barrada

In each one of us there is an appeal for everything that exists beyond our own existence which is nothing more than the result of “a process of selecting spaces to destroy or to keep in each period of time”1. The contemporary landscape, almost inclusively, is the result of alterations that comes with the human occupation and that, for different reasons, results from adapting the environment to its own establishment and development needs. In this way, landscape can be understood, rather than anything else, as a cultural construction. Its natural condition is directly related to the concept of nature created in different historical and social contexts. The idea of landscape is something that is constructed and rebuilt it is as a mental elaboration that begins with the moment when look at the territory. We can only think about the idea of landscape as a response to our beliefs, knowledge and desires and that define the world in every moment. In doing so, we follow the Kesslerian idea that “landscape is not a reality in itself because it cannot be separated from the gaze of the beholder”2. The concept of landscape from these believes transforms itself into a form of knowledge, a means to understand the environment in which we move, because “not only shows us how the world is, but is also a construction, a composition, a way of seeing it “3. Through this exhibition proposal, entitled “Prelude to a Landscape”, it is intended to reflect on the landscape and the territory, how it is interpreted, constructed and reconstructed from an artistic view. From the works of this group of artists, with different approaches to the concept of landscape and the construction of imaginary spaces, we try to clarify which are the main paths that disturb the artists and
which are the working research lines close to architecture, geography , anthropology, sociology, among others.

Galeria Carlos Carvalho – Lisbon – 06 April 2017 / 27 May 2017

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TERRA SENZ’OMBRA. IL DELTA DEL PO NEGLI ANNI CINQUANTA – PIETRO DONZELLI

Dal 25 marzo al 2 luglio 2017 a Palazzo Roverella a Rovigo una mostra fotografica riunisce oltre 100 scatti di Pietro Donzelli: stampe vintage e moderne che raccontano con l’intensità del bianco e nero il Delta del Po negli anni cinquanta.
Pietro Donzelli, milanese di nascita ma polesano d’adozione, arriva per la prima volta nel Polesine nell’aprile del ’45, innamorandosene da subito. Ci torna nel 1953 per realizzare la serie di fotografie Terra senz’ombra, capolavoro della fotografia neorealista e documento prezioso e memorabile della storia del territorio. Fotografa il Po di Levante, il Po di Volano, Adria, Goro, Rosolina, Mesola, Scardovari, l’isola di Ariano.

Ambienti meravigliosi e drammatici, abitati da gente che vive tra terra e acqua, costretta a misurarsi con la forza di una natura spesso ostile, di cui egli restituisce un ritratto di grande dignità. Donzelli riesce, come pochi altri, ad entrare nell’anima della gente e della terra, restituendone una visione precisa, senza sconti, distaccata e profondamente partecipe.

L’obiettivo di Donzelli si ferma su una festa di paese, il cinema all’aperto, le venditrici ambulanti, gli artigiani all’opera, il mondo dei pescatori e degli specchi d’acqua riflessi. Uomini, donne, vecchi e bambini colti nelle espressioni più spontanee, più vere. Una terra dura, che tuttavia lo conquista: “Senza volerlo – egli annota – l’avevo scelta come patria ideale, come protezione dalla minaccia di sentirmi per sempre un apolide”.

“Terra senz’ombra – come racconta la curatrice Roberta Valtorta – racchiude in sé la piattezza del paesaggio, il silenzio, la fatica e il senso della vita nell’ampiezza della pianura assolata. Esprime anche la luce di cui la fotografia ha bisogno per raccontare che in quei territori la pianura si fa dominante, schiacciante. Ma c’è anche qualcos’altro in questo titolo, cioè che il racconto sarà senza ombre, schietto, vero.”

Donzelli presenta con la fotografia le storie che Antonio Cibotto raccontava nei suoi libri e quelle che Rossellini, Visconti, Dall’Ara, Vancini trasferivano dal Delta al cinema.

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Night Games – Stefano Cerio

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Cosa succede in un parco dei divertimenti quando si spengono le luci? Cosa succede di notte nei parchi per bambini? Una quiete desolata pervade lo spazio in cui, quando brilla il sole, i bambini giocano e gli adulti si rilassano.

Alcune risposte a questi interrogativi – sicuramente suggestive testimonianze – saranno proposte dalle fotografie di Stefano Cerio nella mostra Night Games, che aprirà al  ubblico il 5 maggio presso la Galleria del Cembalo a Roma.

Con la serie Night Games Stefano Cerio prosegue la sua ricerca, apparentemente oggettiva, sui luoghi, sulle macchine del consumo del divertimento di massa, avviata con lavori Aqua Park (2010) e sviluppatasi negli anni successivi con Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015).

Al riguardo scrive Gabriel Bauret nel testo introduttivo del volume, edito da Hatje Cantz, che accompagna la mostra: “Oggettività non significa, però, che il fotografo si rinchiuda in un protocollo documentario. Stefano Cerio non realizza un inventario dei parchi divertimento e nemmeno cerca di declinare le fotografare al servizio di certe tematiche. Night Games riunisce luoghi e spazi differenti, come sono differenti i mondi a cui fanno riferimento gli scenari dei parchi: cinematografico, urbano, militare… Tutte le fasce di età sono in qualche modo coinvolte nella varietà dei parchi ai quali si interessa Cerio; compresa l’infanzia, perché Cerio fotografa anche nei giardini pubblici con giostre e scivoli, nel cuore di città come Parigi. La composizione dell’immagine è di grande sobrietà.”

Angela Madesini, contestualizzando il lavoro di Cerio (sempre dal volume di Hatje Cantz): “Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri aveva dato vita a In scala (1977-78), scattando a Rimini presso l’Italia in Miniatura, un parco di divertimento. Ma l’effetto è completamente diverso rispetto a quello di Cerio. Se per Ghirri la tensione è nei confronti di una ricerca sullo spazio tra realtà e finzione, nel lavoro di Cerio il tentativo, riuscito, è quello di ritrarre delle situazioni, edifici, animali fantastici, personaggi, la Statua della Libertà caduta al suolo. La sua è una dimensione scenica che mi piace equiparare ai Dioramas di Hiroshi Sugimoto o a La nona ora (1999) di Maurizio Cattelan, in cui il papa è schiacciato da un meteorite. È una dimensione strettamente legata al nostro tempo, come per l’americano Gregory Crewdson. Tra i lavori dei due artisti ci sono delle vicinanze: le stesse atmosfere,  un simile afflato poetico.”

Galleria del Cembalo – Roma dal 5 maggio all’8 luglio

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MY DAKOTA – Rebecca Norris Webb

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Il South Dakota, terra natale di Rebecca Norris Webb, è uno degli stati di frontiera delle Grandi Pianure americane. Un luogo scarsamente popolato, dove è più facile incontrare animali che persone. Dominati dai vasti spazi e dal silenzio, gli aspri e bellissimi paesaggi del South Dakota sono a volte preda di un vento brutale e di condizioni climatiche estreme.

Mentre fotografava per il suo progetto, Rebecca è stata travolta dalla notizia della morte improvvisa di suo fratello. «Per mesi una delle poche cose che hanno alleviato il mio cuore instabile era il paesaggio del South Dakota… ho cominciato a chiedermi: può la perdita avere una propria geografia?»

My Dakota, che intreccia testi e fotografie liriche, è un lavoro intimo sul West e un’elegia per un fratello perduto. Da questo lavoro, oltre la mostra è stato realizzato un volume, edito in Italia da Postcart Edizioni, selezionato tra i migliori libri del 2012 da photo-eye e pluri recensito dalla critica sui più importanti magazine e blog internazionali, quali il Time, Lens Blogs del The New York Times e The New Yorker.

Officine Fotografiche Milano – dal 27 aprile al 26 maggio 2017

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 I must have been blind – Simone D’Angelo

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Si apre Sabato 13 Maggio alle ore 17 presso la Galleria de Le Murate Caffè Letterario  a Firenze la personale di Simone D’Angelo  I must have been blind. L’esposizione è la terza di un primo ciclo di tre mostre fotografiche personali a cura di Sandro Bini e Giulia Sgherri organizzate da Deaphoto in collaborazione con il Caffè Letterario.

Con I must have been blind Simone D’Angelo, come un novello Stalker (il protagonista dell’omonimo film di Andrej Tarkovskij), ci guida nella sua Zona, la Valle del Sacco, poco più a sud di Roma, da anni gravemente inquinata dallo sviluppo industriale. L’avventura, iniziata nel tentativo di raccontare le responsabilità politiche e civili che hanno reso possibile questo e altri disastri ecologici nel nostro Paese, diventa soprattutto un percorso di riappropriazione di un paesaggio familiare. Come il Saramago di Cecità, D’Angelo si interroga sulle fonti dell’indifferenza e dell’abbandono, ma come l’amante afflitto della canzone di Tim Buckley (da cui mutua sapientemente il titolo per questa raccolta), egli si domanda se sia possibile un eventuale recupero. Per questo motivo, questo progetto documentario, che filtra la realtà con uno sguardo fortemente coinvolto perché umanamente “innamorato”, è decisamente “politico”: non solo perché denuncia un problema ambientale, ma perché si fa autentico promotore di un futuro ecologicamente sostenibile. Queste fotografie dai colori cupi, in grado di farci commuovere con la loro tragica e desolante bellezza, ci mostrano una ferita, che è sia interna che esterna, e ci invitano a riaprire gli occhi e a immaginare, come per i personaggi di Tarkovksij, una possibile rinascita.

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Alberto Fanelli | 3rd District stereoscopic street journey

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Una mostra di street photography,  da Venezia e Stoccolma a Seul e Singapore.
Fotografie stereoscopiche a forte impatto visivo,  immagini che trascinano l’osservatore
in un’esperienza visiva vertiginosa,  affascinante per la sua novità.
Riprodurre sul piano la percezione tridimensionale della realtà: un traguardo inseguito dall’arte di ogni epoca.

L’autore riprende gli studi pionieristici di metà ottocento sulla stereoscopia spingendola ai limiti delle sue capacità espressive: osservando le opere siamo progressivamente trascinati in un’esperienza visiva vertiginosa, che disorienta e affascina per la sua novità. Oggetti e paesaggi un tempo familiari ci appaiono alterati da una insondabile metamorfosi, tanto più inspiegabile quanto più ci sforziamo di forzare la serratura che ne custodisce il segreto: se la distorsione della realtà è un meccanismo artistico che ci è familiare, siamo invece del tutto impreparati al suo opposto, la facoltà di mettere a fuoco il mondo al di là del confine naturale dei nostri sensi.

Spazio Raw – Milano dal 20 aprile al 9 maggio

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Amy Winehouse: A Family Portrait

16 March – 24 September 2017
“This is an exhibition bursting with warmth, life and affection.”
Time Out

Discover the woman behind the music and beyond the hype in this intimate and moving exhibition about a much loved sister.

Get to know the real Amy Winehouse through her personal belongings, from family photographs to fashion. Items on display reflect Amy’s love for her family, London and more.

Originally staged at the museum in 2013 and returning following an international tour, Amy Winehouse: Family Portrait was co-curated with Winehouse’s brother Alex and sister-in-law Riva.

The exhibition is accompanied by a new Amy-themed street art trail which leads to ‘Love Is A Losing Game’ by renowned street artist Pegasus in our Welcome Gallery.

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Patti Smith – Higher learning & The NY scene

Patti Smith

Dall’8 aprile al 16 luglio 2017 il Palazzo del Governatore di Parma ospita Higher Learning, mostra di opere fotografiche di Patti Smith, con più di 120 immagini scattate in bianco e nero durante i viaggi dell’artista per il mondo. La mostra, organizzata da Università di Parma e Comune di Parma, è stata pensata appositamente in occasione del conferimento della laurea ad honorem che l’Ateneo assegnerà il 3 maggio a Patti Smith.

Higher Learning è un’evoluzione di Eighteen Stations, presentata a New York ed esposta recentemente a Stoccolma. Il progetto originale è stato realizzato in collaborazione con la Robert Miller Gallery di New York e il Kulturhuset Stadsteatern di Stoccolma. Quella di Parma è l’unica tappa italiana dell’esposizione.

Higher Learning, che arriva a più di dieci anni dall’ultima mostra fotografica di Patti Smith in Italia, ruota intorno al mondo del libro M Train (2015), nel quale partendo da un piccolo caffè del Greenwich Village l’artista traccia di fatto un’autobiografia: “una tabella di marcia per la mia vita”. Riflettendo sui temi e sulle sensibilità del libro, Higher Learning è una sorta di meditazione sull’atto della creazione artistica e sul passare del tempo, nella piena consapevolezza del potenziale di speranza e consolazione di arte e letteratura: un diario visivo che ritrae oggetti, statue, strumenti, lapidi, appartenuti a personaggi che hanno fatto la nostra cultura.

Smith utilizza una macchina fotografica vintage Land 250 Polaroid, prodotta alla fine degli anni ’60 con un telemetro Zeiss Ikon. Nell’epoca degli scatti digitali e della manipolazione delle immagini, le sue opere combattono per l’uso della fotografia nella sua forma più classica, come strumento per documentare e fissare per sempre un istante, un momento ritrovato.

All’interno della mostra sarà allestita anche la Patti Smith Library, con un centinaio di opere letterarie e cinematografiche che hanno ispirato e guidato il lavoro dell’artista nel corso della sua vita. I libri e i DVD saranno a disposizione del pubblico che potrà consultarli sul posto. Alcune opere saranno anche in vendita nel bookshop.

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Ramya – Petra Savast

Ramya

Spazio Labo’ è lieta di presentare, per la prima volta in Italia nella sua versione completa, la mostra personale del lavoro più recente dell’artista olandese Petra Stavast: Ramya.
La mostra prende il nome dall’omonimo libro che Stavast ha pubblicato nel 2014 (Fw:Books/Roma Publications) e che ha rappresentato una delle più interessanti produzioni editoriali del mondo della fotografia di questi ultimi anni.

Ramya è il nome della proprietaria della casa in cui Petra si trasferisce, ad Amsterdam, nel 2001. Da allora e per un periodo lungo tredici anni, la fotografa ha documentato la vita di Ramya, nei suoi discreti cambiamenti, nella sua lentezza e anche nella sua intimità, trasformando la fotografia in mezzo di comunicazione tra le due donne, fra cui fin da subito instaura una relazione speciale. Il risultato è una serie di immagini sobrie e intime della casa e dei suoi abitanti, almeno sino al 2012, quando Ramya muore e Petra ha la possibilità di accedere al suo archivio privato e il progetto acquistata una nuova dimensione: si scopre non solo un passato di Ramya estremamente affascinante, ma anche una serie di scatti della donna rubati da un vicino di casa. Petra ricostruisce il periodo in cui Ramya entra nella comune di Rajneeshpuram, creata tra il 1981 e il 1985 dai seguaci di Bhagwan (Osho) e attiva nel deserto dell’Oregon, Stati Uniti. Di questa realtà utopica resta solo una strada asfaltata, che ritroviamo in una delle fotografie di Petra. Conclusa l’esperienza di Rajneeshpuram, Ramya rientra ad Amsterdam e comincia a frequentare un nuovo guru. Petra recupera e dà nuova forma e luce a reperti dell’epoca come una vhs delle sedute di autovisualizzazione e un elenco, scritto a mano, di desideri da esprimere durante gli esercizi spirituali.
Attraverso i materiali prodotti e raccolti dal 2001 al 2014 – fotografie, video, disegni e note autografe – Petra Stavast ha documentato con estrema cura e devozione la vita di Ramya, registrando e interpretando una biografia inusuale e rivelando una ricerca visuale di un’identità.

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The Grain of the Present

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The Grain of the Present, Pier 24 Photography’s ninth exhibition, examines the work of ten photographers at the core of the Pilara Foundation collection—Robert Adams, Diane Arbus, Lewis Baltz, Bernd and Hilla Becher, Lee Friedlander, Nicholas Nixon, Stephen Shore, Henry Wessel, and Garry Winogrand—whose works share a commitment to looking at everyday life as it is. Each of these figures defined a distinctive visual language that combines formal concerns with a documentary aesthetic, and all of them participated in one of two landmark exhibitions: New Documents (1967) at the Museum of Modern Art, New York, or New Topographics (1975) at the International Museum of Photography, George Eastman House, Rochester.

Looking back, inclusion in these exhibitions can be seen as both a marker of success and a foreshadowing of the profound impact this earlier generation would have on those that followed. Although these two exhibitions were significant, most of these photographers considered the photobook as the primary vehicle for their work. At a time when photography exhibitions were few and far between, the broad accessibility of these publications introduced and educated audiences about their work. As a result, many contemporary photographers became intimately familiar with that work, drawing inspiration from it and developing practices that also value the photobook as an important means of presenting their images.

The Grain of the Present features the work of these ten groundbreaking photographers alongside six contemporary practitioners of the medium—Eamonn Doyle, LaToya Ruby Frazier, Ed Panar, Alec Soth, Awoiska van der Molen, and Vanessa Winship. This generation embodies Wessel’s notion of being “actively receptive”: rather than searching for particular subjects, they are open to photographing anything around them. Yet the contemporary works seen here do not merely mimic the celebrated visual languages of the past, but instead draw on and extend them, creating new dialects that are uniquely their own.

All of the photographers in this exhibition fall within a lineage that has been and continues to be integral to defining the medium. What connects them is not simply style, subject, or books. It is their shared belief that the appearance of the physical world and the new meaning created by transforming that world into still photographs is more compelling than any preconceived ideas they may have about it. Each photographer draws inspiration from the ordinary moments of life, often seeing what others overlook—and showing us if you look closely, you can find beauty in the smallest aspects of your surroundings. As a result, the visual language of these photographers resonates beyond each photograph’s frame, informing the way viewers engage with, experience, and perceive the world.

April 1, 2017 – January 31, 2018 – Pier 24 Photography – San Francisco

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Mauro Galligani “Alla luce dei fatti”

Mauro Galligani, Alla luce dei fatti, CIFA di Bibbiena

La mostra è una retrospettiva del lavoro di Mauro Galligani. Con oltre mille servizi realizzati in ogni parte del mondo, Galligani è uno dei fotogiornalisti più importanti del nostro dopoguerra e ha collaborato con alcune delle più importanti testate al mondo. Nelle 16 celle e nel corridoio del CIFA, la mostra si sviluppa per grandi temi, che suddivisi per aree geografiche, percorrono alcuni degli eventi politici, sociali e di costume che hanno fatto la storia tra gli anni’ 70 e i giorni nostri.

Mauro Galligani ama definirsi un giornalista che usa l’immagine fotografica per esprimersi. “Pur essendoci fotografi straordinariamente bravi, i miei modelli di riferimento vengono dal giornalismo scritto. Ciò che voglio sottolineare è che non sono mai andato a fotografare le bellezze o i drammi del mondo per fare l’eroe o per vincere un premio fotografico. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro cogliendo fotograficamente aspetti e particolari della realtà davanti a cui mi trovavo, per dare la possibilità al lettore di rendersi conto di ciò che stava accadendo.”

“La cosa che più ci colpisce di Galligani è l’attenzione che pone a ciò che gli sta attorno e la sua sensibilità nel capire le persone che gli stanno di fronte – afferma Claudio Pastrone, Direttore del CIFA – I suoi scatti, sempre magistralmente composti e mai artefatti, riescono a farci entrare nell’avvenimento e a trasmetterci l’informazione e l’emozione della presa diretta. Nei suoi servizi ogni immagine è significativa e serve a completare il racconto dell’evento fotografato”.

“Ho apprezzato, vedendo lavorare Galligani – scrive il giornalista Enrico Deaglio – cose che non sapevo. Che dietro una fotografia ci sono la pazienza di tornare anche dieci volte sullo stesso posto, la fiducia di chi viene fotografato e l’eleganza dei gesti del fotografo. L’ho visto stare fermo ad aspettare un avvenimento, sapendo che doveva succedere. Molte volte non succedeva, ma quando succedeva era  una foto”

“I grandi fotografi – scrive il giornalista Giampaolo Pansa – sono sempre grandi narratori. E hanno un vantaggio rispetto a noi che parliamo attraverso la scrittura: il loro occhio vede e spiega con una sintesi, un’efficacia e una forza di verità che nessun giornalista, per bravo che sia, possiede. Mauro Galligani è un grande narratore di storie”.

Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena – 8 aprile 2017 – 4 giugno 2017

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Violet ISLE – foto di Alex Webb e Rebecca Norris Webb

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Alex Webb è un fotografo internazionalmente conosciuto per i colori vivaci delle sue fotografie, specialmente del mondo caraibico e dell’America Latina. Rebecca Norris Webb ha esplorato attraverso la macchina fotografica la complessa relazione tra le persone e il mondo naturale. Questo progetto è il primo di numerosi lavori a quattro mani creati da Alex e Rebecca nel corso degli ultimi vent’anni.

Insieme nella vita e nel lavoro, la coppia rimane affascinata dal liricismo e dall’intensità della vita cubana più di venti anni fa. Tra il 1993 e il 2008 hanno compiuto undici viaggi fotografici a Cuba. Lavoravano individualmente: Alex catturando volti e sguardi delle persone che incontrava nelle strade, nei cortili, nei caffè; Rebecca costruendo un personale registro delle diverse specie animali che scopriva quotidianamente a Cuba: dai piccioni a piccoli giardini zoologici casalinghi.

Intessute insieme, le fotografie di Alex e Rebecca, pur mantenendo la loro specifica individualità, formano un commovente diario visivo, una duetto, un dialogo sulla bellezza e sulle contraddizioni di questo luogo. In modo sottile, le immagini di Alex e Rebecca Webb evocano il passato di Cuba e il suo isolamento politico, economico, ambientale e culturale.

Spazio Fotografia San Zenone – Reggio Emilia –  dal 5 maggio

Più culture

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Migranti nel Municipio II di Roma Diletta Bisetto, Luca Cascianelli, Francesca Landini, Daniela Manco, Alessandro Maroccia, Vincenzo Metodo, Carolina Munzi, David Pagliani, Melissa Pallini, Simona Scalas, Serena Vittorini e Martina Zanin sono i giovani fotografi dell’ISFCI, Istituto Superiore di Fotografia, autori delle 87 foto in mostra, scattate nell’ambito di un progetto didattico realizzato dal prof. Dario Coletti in collaborazione con Eliana Bambino, photo editor e curatrice della mostra, a conclusione del corso triennale di studi e del master.

I lavori raccontano, attraverso una densa narrazione visiva, le trasformazioni del II Municipio di Roma, protagonista di un processo di immigrazione e integrazione che lo rende specchio di una Roma che cambia: flussi migratori vecchi e nuovi, palazzine occupate, centri diurni e notturni per minori non accompagnati, e poi negozi aperti di notte, botteghe con competenze artigiane, luoghi di culto di fedi diverse e luoghi di passaggio e altri diventati ormai insediamenti stabili, per quanto precari. È un’umanità varia, quella del II Municipio. Un cuore pulsante di vita che proviene da tutto il mondo e che ha trovato in una fetta di Roma la sua casa, amata, odiata, plasmata nel tempo, vissuta sempre con un occhio all’altro capo del globo. Se Roma è lente di ingrandimento del mondo e della sua globalizzazione, le storie locali sono descrizione di un fenomeno più complesso. E la fotografia, nella sua immediatezza, diventa specchio del nostro sguardo quotidiano su quel mondo.

Goethe Institut Roma – fino al 27 maggio

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