Dopo il successo delle mostre dedicate alle grandi pioniere della fotografia Eve Arnold e Dorothea Lange, CAMERA offre una nuova esposizione che vede protagonista un’altra grande maestra della fotografia del Novecento: l’americana Margaret Bourke-White.
Dal 14 giugno al 6 ottobre 2024 gli spazi del Centro accoglieranno un percorso espositivo, a cura di Monica Poggi, che attraverso circa 150 fotografie, racconterà il lavoro, la vita straordinaria, l’altissima qualità degli scatti di Bourke-White, capaci di raccontare la complessa esperienza umana sulle pagine di riviste a grande diffusione – di cui la mostra presenta una ricca selezione – superando con determinazione barriere e confini di genere.
Le trasformazioni del mondo, cuore della ricerca di Bourke-White, trovano posto sulla copertina del primo numero della leggendaria rivistaLIFE, si leggono nei suoi iconici ritratti a Stalin e a Gandhi, nei reportage sull’industria americana, nei servizi realizzati durante la Seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, Nord Africa, Italia e Germania, dove documenta l’entrata delle truppe statunitensi a Berlino e gli orrori dei campi di concentramento. Costretta ad abbandonare la fotografia a causa del morbo di Parkinson, dal 1957 Bourke-White si dedicherà alla sua autobiografia, Portrait of Myself, pubblicata nel 1963. Morirà nel 1971 a causa delle complicazioni della malattia.
14 giugno – 6 ottobre 2024 – CAMERA Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Valerie Galloway lavora con la fotografia e il disegno. E’ nata in Francia, ha studiato fotografia all’Università dell’Arizona e oggi vive e lavora a Tucson.
Le fotografie stampate ai sali d’argento sono talvolta dipinte a mano; i soggetti mostrano particolare fascinazione per i nudi, la street photography e il vicino deserto di Sonora. Le immagini ricordano il voyeurismo di Eugene Atget, un certo mistero tipico di Man Ray e la sperimentazione della Nouvelle Vague. Accolgono l’influenza della tradizione culturale francese e la associano a certi riferimenti tipici del deserto americano, mentre allo stesso tempo rendono omaggio ai surrealisti degli anni Trenta.
Tutto ha inizio da un incontro casuale: Pichler scopre il lavoro e se ne innamora. Da questo innamoramento nasce il libro “Rêver Dans le Désert”, elegantemente rilegato in una copertina di seta color caffè. Come spesso accade sulle pareti della galleria di Micamera, questa mostra nasce dal libro. Esporremo alcuni pezzi unici e una selezione di stampe, accompagnate da alcuni gioielli fotografici realizzati appositamente per noi.
naugura venerdì 3 maggio 2024 presso PRIMO PIANO di Palazzo Grillo alle ore 18.30 la mostra fotografica “Realpolitik 2018-2023”, un ritratto satirico della politica italiana contemporanea dei fotografi Luca Santese e Marco P. Valli del collettivo CESURA. Per l’occasione il giornalista Matteo Macor dialogherà con gli artisti. Seguirà visita guidata, a ingresso libero e gratuito.
Nato da un’analisi critico-satirica sulla situazione politica Italiana dopo le elezioni del 4 Marzo 2018, Realpolitik 2018-2023 è un progetto fotografico documentario di critica e riflessione satirica sull’iconografia di propaganda e comunicazione politica italiana contemporanea. Le 34 stampe fine art di grande formato divise in sezioni tematiche, i contributi video e le diverse pubblicazioni esposte, consentono agli spettatori di immergersi nella nuova iconografia della politica italiana che gli autori hanno contribuito a plasmare in modo determinante. Il risultato è una sovversione delle modalità con cui la politica ha cercato di rappresentare sé stessa, soprattutto tramite l’uso oculato e programmatico dei social network, in un’inarrestabile transizione da una democrazia rappresentativa a una democrazia di rappresentazione. “Con i nostri scatti – dichiarano Valli e Santese – abbiamo cercato di sovvertire quel meccanismo di falsa uguaglianza tra elettore ed eletto, tra votante e votato, tra consumatore ed erogatore di servizi politici, interrompendo la catena di comando della comunicazione politica proprio nel suo volere apparire autentica, semplice, diretta, e disvelando, attraverso nuove immagini, il nugolo di artifici che reggono il sistema della rappresentazione politica in Italia”.
Dal 03 Maggio 2024 al 30 Giugno 2024 – Palazzo Grillo – Genova
Dal 14 maggio al 13 ottobre 2024, il Museo Diocesano di Milano presenta Robert Capa. L’Opera 1932-1954, retrospettiva curata da Gabriel Bauret, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e prodotta da Silvana Editoriale, realizzata grazie al supporto del main sponsor Dils azienda leader nel Real Estate, che ripercorre le tappe principali della carriera del fotografo di guerra, dagli esordi nel 1932 fino alla morte avvenuta nel 1954 in Indocina per lo scoppio di una mina.
Una mostra composta da 300 opere, selezionate dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos, che vuole rivelare il temperamento e le sfaccettature di un personaggio passionale e sfuggente, insaziabile e forse mai pienamente soddisfatto, che non esitava a rischiare la vita per i suoi reportage.
Di lui così scrisse Henri Cartier-Bresson: “Per me, Capa indossava l’abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all’apice della sua gloria”. La rassegna si svolge cronologicamente fornendo uno sguardo dettagliato sul percorso artistico e professionale di uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo, esplorando i suoi scatti più iconici, e al contempo delineando il metodo di lavoro che Capa utilizzava, dal quale trapela la complicità e l’empatia che il fotografo riservava ai soggetti ritratti, soldati ma anche civili, sui terreni di scontro in cui ha maggiormente operato. Nell’intento del curatore, il progetto vuole porre l’accento sulla dimensione umanista di Robert Capa, sulle altre angolazioni verso cui dirige il suo obiettivo: le popolazioni vittime dei conflitti, i bambini, le donne.
Afferma Gabriel Bauret: “Se le fotografie di guerra plasmano la leggenda di Capa, nei suoi reportage lo vediamo anche guardare la realtà da diversi punti di vista, concentrandosi su quelli che il fotografo Raymond Depardon definiva “tempi deboli”, in contrapposizione ai tempi forti che solitamente mobilitano l’attenzione dei giornalisti e richiedono loro di essere i primi e più vicini”.
Nei “tempi deboli” le storie personali emergono dalla Storia universale, e il singolo si manifesta in tutta la sua umanità.
L’esposizione si articola in 9 sezioni tematiche – Fotografie degli esordi, 1932–1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936–1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943–1945; Verso una pace ritrovata, 1944–1954; Viaggi a est, 1947–1948; Israele terra promessa, 1948–1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954 – che evocano l’impostazione cronachistica con cui i suoi reportage venivano pubblicati sulla stampa francese e americana dell’epoca. Lungo il percorso espositivo si trovano dunque immagini drammatiche come Morte di un miliziano lealista, fronte di Cordoba, Spagna, inizio settembre 1936, che per la prima volta, insieme agli scatti di altri fotografi professionisti inviati in prima linea e nelle città bombardate, documenta in senso moderno una guerra; ma anche fotografie che immortalano i momenti di svago del Tour de France, luglio 1939, simbolo di una vita che si sforza di scorrere nonostante lo spettro della battaglia; gli esiti della Seconda Guerra Mondiale emergono in istantanee di morte e resilienza come in Un prete cattolico celebra la messa sulla spiaggia di Omaha, Francia, Normandia, giugno 1944, dove vediamo la liturgia svolgersi in un contesto estremo. Negli stessi anni, a chilometri di distanza, Capa documenta la risalita dell’Italia da parte degli Alleati e scova dell’inaspettata ironia di un Contadino siciliano che racconta a un ufficiale americano la direzione che avevano preso i tedeschi, vicino a Troina, in Italia, nell’agosto 1943; allo stesso tempo la festante esaltazione dei soldati russi e americani, che si divertono insieme a Berlino celebrando la fine della Guerra (Soldati americani, parte delle forze di occupazione alleate, ad una festa multinazionale, Berlino, Germania, 1945), è solo uno scorcio di pace in un mondo in conflitto; così la silenziosa e anonima sofferenza di Un uomo e una donna trasportano i loro averi in sacchi, Haifa, Israele, 1949 ricorda come ogni giorno il mondo sia solcato da tragedie che l’umanità – ora tanto piccola, ora invincibile – è chiamata ad affrontare.
Molte fotografie rimandano dunque all’uomo più che al fotografo, a Ernö Friedmann (suo nome di battesimo) più che a Robert Capa. Insieme alle fotografie, sono esposti in mostra una serie di documenti, pubblicazioni, un filmato e una registrazione sonora (l’unica esistente con la voce di Capa) che permettono di dissipare l’aura mitologica da cui è avvolta la sua figura e tracciare i contorni di una vita il cui esito non è sfuggito alla tragedia. Dal 14 Maggio 2024 al 13 Ottobre 2024 – Museo Diocesano – Milano
92 scatti realizzati prima con la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica e alcuni video girati in Super8 trasportano idealmente i visitatori nelle strade di New York e di Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante. Gli scatti raccontano la sua vita in totale anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di centoventimila negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, fotografie stampate e centinaia di rullini non sviluppati, venne scoperto in bauli, cassetti e nei luoghi più impensati da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione che li acquista un po’ per caso, salvandoli dall’oblio e rivelando al mondo l’immenso patrimonio fotografico di Vivian Maier. In tutti questi scatti si riconosce un’incessante ricerca per dimostrare la propria esistenza, non certo per una rappresentazione edonistica, ma la disperata affermazione di sé e la fuga da un’esistenza invisibile. Grazie a quel ritrovamento una “semplice tata” è riuscita a diventare, postuma, “la grande fotografa Vivian Maier”. In tutto il suo lavoro, ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di anonimi estranei e persone con cui potrebbe essersi identificata, il mondo dei bambini – che è stato il suo mondo per così tanto tempo – ma emerge un’ evidente predilezione per gli autoritratti. Lei stessa appare in molti scatti, con una moltitudine di forme e variazioni, a tal punto da configurare una sorta di linguaggio all’interno del suo linguaggio. A differenza di Narciso, che si distrusse nella contemplazione e nell’ammirazione della propria immagine, l’interesse di Vivian Maier per il ritratto di sé è piuttosto una disperata ricerca della sua identità. Costretta in una “invisibile non-esistenza”, a causa del suo status sociale, Vivian Maier ha silenziosamente e discretamente iniziato a produrre prove irrefutabili della sua presenza in un mondo in cui sembrava non avere posto. Riflessi del suo viso in uno specchio, la sua ombra che si allunga sul terreno, il contorno della sua figura: ogni autoritratto di Vivian Maier è una affermazione della sua presenza in quel luogo particolare, in quel momento particolare. La caratteristica ricorrente che è diventata una firma nei suoi autoritratti è l’ombra. L’ombra, quel duplicato del corpo in negativo, “scolpito dalla realtà”, che ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. All’interno di questo dualismo, Vivian Maier ha giocato con il sé e con il suo doppio. E poiché una fotografia, come ha detto Edouard Boubat, è “qualcosa di strappato alla vita”, nel caso di Vivian Maier, i suoi autoritratti accumulati configurano una precisa identità, che ora ha preso il suo posto in un presente perpetuo, costantemente ripetuto e sigillato dalla Storia.
Dal 20 Aprile 2024 al 03 Novembre 2024 – Villa Mussolini – Riccione
WORLD WATER DAY PHOTO CONTEST TRAVELLING EXHIBITION
In occasione degli Eco-Days e grazie alla collaborazione con Fondazione per la Cultura Pontedera, l’esposizione itinerante del World Water Day Photo Contest arriva al Palazzo Pretorio di Pontedera, un magnifico palazzo del ‘300. La mostra curata da Roberto Isella per Lions Club Seregno AID, propone la storia del World Water Day Photo Contest con 245 immagini disposte in 10 sale espositive e selezionate tra le oltre 10.000 foto pervenute in otto edizioni del concorso comprese le immagini dell’edizioni 2024. Un vero e proprio patrimonio culturale dedicato al diritto umano all’acqua. Le incredibili storie che ogni immagine racconta, invitano il visitatore a riflettere sull’importanza dell’acqua come diritto inviolabile dell’umanità. L’esposizione è visitabile fino al 30 giugno 2024
Dal 4 maggio al 30 giugno – Palazzo Pretorio – Pontedera
Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte
Paolo Novelli, Day n.3, 2018, Courtesy l’autore
La mostra Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte, prevista in Project Roomdal 14 giugno al 21 luglio 2024, riunisce e pone in dialogo in un unico spazio due cicli di lavoro del fotografo bresciano, realizzati fra 2011 e 2018, centrali nell’evoluzione del suo linguaggio.
Entrambe realizzate in analogico in un rigoroso bianco e nero, nel quale il processo di stampa assume un’importanza fondamentale, le due serie presentano sostanzialmente un unico soggetto, le finestre, coperte da persiane chiuse o murate, sulle facciate di edifici che non presentano alcuna caratteristica architettonica di particolare fascino. La notte non bastaè composto da una sequenza di notturni, dove le finestre – o meglio le persiane che ne impediscono la vista – emergono dal buio dialogando con la luce dei lampioni, mentre Il giorno non basta si concentra sulla luce diurna che tocca le rientranze geometriche costituite dalle finestre murate, che diventano quasi delle forme astratte, segni minimali sulla superficie dell’edificio. Il titolo deriva da una riflessione del fotografo sui modi di dire, che si allarga a una visione della vita: “quando le cose vanno male, qualcuno a fine giornata ci rincuora con frasi come: “dormici sopra, fai passare la notte e domani mattina vedrai…”. Poi ti svegli e non è cambiato nulla. A volte rimane solo un desiderio, incalzante: scappare; cosa che alla fine non succede quasi mai; da qui la seconda parte del dittico “il giorno non basta”, con ipotetico sottotitolo “a fuggire””.
La ricerca di Novelli è fatta di tempi lunghi di realizzazione che richiedono tempi altrettanto lunghi di visione, poiché le immagini sono fatte di variazioni minime, di spostamenti della luce e dell’ombra, di sfumature nei toni, in un morandiano affondo nel mistero della restituzione del mondo per via di immagini, tanto più silenziose quanto più evocative.
Paolo Novelli è attivo dalla fine degli anni Novanta; a partire dagli anni Duemila ha pubblicato diverse monografie, tra cui Interiors in occasione della sua prima mostra alla Galleria Massimo Minini nel 2011, galleria nella quale ha tenuto anche la sua mostra più recente, nel 2022. Di rilievo anche la mostra alla Triennale di Milano tenutasi nel 2019, a cura di Giovanni Martini, che è stato, insieme a Lanfranco Colombo, Arturo Carlo Quintavalle e Giovanni Gastel, uno degli autori che più hanno sostenuto e interpretato il suo lavoro.
14 giugno – 21 luglio 2024 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Cluster Contemporary in collaborazione con NFC Edizioni espone “Guiltless” una mostra personale di Tarin, e con l’occasione verrà presentato a Roma il progetto editoriale del 2024. Tarin ha infatti prodotto un calendario in tiratura limitata, 16 immagini inedite dallo stile inconfondibile ma con due grandi novità. Troveremo infatti oltre a 12 inediti scatti alle muse di Tarin, quattro scatti di paesaggio ad intervallare le stagioni del 2024.
“Entrare in relazione con il paesaggio è un’operazione intima, che evita facili suggestioni, mostrando il paesaggio, per così dire, nella sua nudità”, così Tarin ci presenta questo suo nuovo percorso. Per il mese di dicembre la sfida è quella di ampliare l’osservazione perché “la complessità del mostrarsi riguarda ogni essere umano, ed è ancora più evidenziata dalla sensualità femminile di un corpo biologicamente maschile”.
In mostra opere in grande formato, provini unici e inediti disegni.
Dal 09 Maggio 2024 al 22 Giugno 2024 – Cluster Contemporary – Roma
Dopo il grande successo riscosso a Palazzo Reale di Milano e a Palazzo Albergati di Bologna, il prossimo 16 maggio arriva a Palazzo Bonaparte di Roma una delle mostre fotografiche più visitate dell’anno: “Timeless Time” è un viaggio tra gli scatti iconici e senza tempo del fotografo Vincent Peters che, fino al 25 agosto 2024, presentauna selezione di lavori in bianco e nero in cui la luce è protagonista nel definire le emozioni e raccontare le storie dei soggetti ritratti e della loro intima capacità di riflettere la bellezza.
Christian Bale, Monica Bellucci, Vincent Cassel, Laetitia Casta, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, David Beckham, Scarlett Johansson, Milla Jovovich, John Malkovich, Charlize Theron, Emma Watson e Greta Ferro sono solo alcuni dei personaggi famosi i cui ritratti sono esposti a Palazzo Albergati. Scatti realizzati tra il 2001 e il 2021 da Vincent Peters che, usando un’illuminazione impeccabile, eleva i suoi soggetti a una posizione che spesso trascende il loro status di celebrità.
Se è vero che la moda deve parte del suo fascino alla fugacità, al suo passare di moda, Vincent Peters cerca di forzare questo automatismo creando fotografie che escono dal tempo. La mostra a Palazzo Bonaparte cerca di raccontare questo filo rosso, lo sguardo umanistico di un fotografo che ha fatto sua tutta la nostra tradizione occidentale ed italiana. Ritratti di donne e uomini, personaggi noti, frammenti di una storia che dura oltre lo scatto fotografico, come fosse un film. Classici e moderni, angelici e torbidi come le madonne ed i signori ritratti dai pittori. Visioni iconiche, in bianco e nero, senza tempo. Fotografie che, come le opere d’arte della città eterna, non esauriscono ciò che hanno da dirci e durano per sempre.
Dal 18 Maggio 2024 al 25 Agosto 2025 – Palazzo Bonaparte – Roma
anche questo mese l’appuntamento con le mostre è quanto mai ricco.
E non dimenticate di dare un’occhiata alla nostra pagina dedicata, sempre aggiornata.
Anna
MIMMO JODICE | OPEN CITY/OPEN WORK
‘Il mio mestiere non è fotografare. Il mio mestiere è vedere.’ Mimmo Jodice
Vistamarestudio è lieta di presentare Mimmo Jodice: Open City/ Open Work, a cura di Douglas Fogle, la prima personale dell’artista in galleria a Milano.
La mostra traccia un collegamento fra i primi esperimenti di Mimmo Jodice con la fotografia negli anni ’60 e le prime incursioni nella sua Napoli.
‘Mimmo Jodice crea ciò che comunemente viene chiamata fotografia. Ma lo si può davvero considerare un fotografo? Forse sarebbe meglio definirlo un visionario che utilizza la macchina fotografica nella sua esplorazione del mondo. Jodice ha trascorso buona parte degli ultimi sessant’anni utilizzando la macchina fotografica per guardare il mondo da molteplici e diverse prospettive. I suoi primissimi esperimenti risalgono agli anni Sessanta e rivelano un’attrazione rivoluzionaria per l’aspetto materico della fotografia – le proprietà quasi alchemiche della carta fotografica, le soluzioni reagenti, l’ingranditore e tutta l’attrezzatura della camera oscura. Infatti, le sue prime immagini non sono altro che sperimentazioni, volte a creare quello che, nel 1962, Umberto Eco definì “Opera aperta”, piuttosto che convenzionali riproduzioni documentaristiche del mondo.
Questa loro apertura, sia formale sia contenutistica, permette molteplici interpretazioni e lascia spazio a una poetica sperimentale d’avanguardia e, al tempo stesso, inaspettatamente umana. Mimmo Jodice: Open City/Open Work traccia un collegamento fra i primi esperimenti con la fotografia – i paesaggi architettonici strappati e ricomposti – e il primo tentativo di Jodice di “guardare” Napoli, la sua città natale, nella serie Teatralità quotidiana a Napoli, dell’inizio degli anni Settanta. Queste fotografie si avvicinano all’antropologia – immagini di feste popolari, manicomi, fabbriche, ecc.- per poi virare e aprirsi verso una poetica fatta di architetture e delle persone che vi abitano. Forma e contenuto si legano e si intrecciano nello sguardo di Jodice sulla città come organismo vivente e vitale, dagli angoli e i materiali più svariati: poesia visiva della vita di ogni giorno.’ Douglas Fogle
9 SETTEMBRE – 9 NOVEMBRE 2019 – Vistamarestudio – Milano
Le mostre di Photolux
L’edizione 2019 del famoso festival internazionale di fotografia, quest’anno a tema Mondi e che ogni due anni si tiene a Lucca, si preannuncia più ricca che mai.
Tra le innumerevoli mostre distribuite nelle varie location della città, ve ne segnaliamo alcune, ma date un occhiata all’intero programma, perchè ne vale davvero la pena.
2:56 am |To The Moon And Back
VP AGNEW AND LYNDON JOHNSON FOLLOWING LIFTOFF
Abbas | The Iranian Revolution 1979
IRAN: TEHRAN January 25, 1979.
After a demonstration at the Amjadiyeh Stadium in support of te Constitution and of Shapour BAKHTIAR, who was appointed Prime Minister by the Shah before the left the country, a woman, believed to be a supporter of the Shah is mobbed by a revolutionary crowd.
See also ABA1979006W00011/05AR
Magnum Revolution
CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact troops invasion.
Davide Monteleone – The April Theses
Sassnitz, Germany – November 2016. From here Lenin embarked on a ferry to reach Sweden. The ferry to Trolleborg, iLENIN#4. *** GENERAL CAPTION: In March 1917 Vladimir Ilych Ulyanov (LENIN) was leaving exiled and in poverty in Zurich. Within eight months he assumed the leadership on 16000000 people occupying one sixth of inhabited surface of the world. On April 9th 1917, with the support of German authorities, at that time in war with Russia, he travelled back to his own country on a train across Germany, Sweden and Finland to reach Finland Station in St. Petersburg on April 17th where he started the first step to Soviet Power. 100 year later I recreated and reacted on a real non-invented trip Lenin’s epic journey, on the base of archival documents and historical books including “To Finland Station” by Edmund Wilson and “The sealed train” by Michael Pearson. ***ALL THE PICTURES OF THIS PROJECT REFERS TO HISTORICAL EVENTS HAPPENED 100 YEARS AGO BUT I TOOK THE LIBERTY TO INTERVENE ON SOME OF THE PICTURES DIGITALLY AND ANALOGICALLY TO BETTER REPRESENT THE HISTORICAL FACT AND MY PERSONAL PHOTOGRAPHIC VISION.
Joan Fontcuberta | Gossan: Mars Mission
Dal 16 novembre all’8 dicembre – Lucca – Sedi varie
Senza dubbio, Vivian Maier può essere considerata una delle prime poetesse della contemporanea fotografia a colori.Joel Meyerowitz
A partire dal 24 ottobre 2019 arriva a Forma Meravigli, Milano, la mostra Vivian Maier. A colori a cura di Alessandra Mauro, realizzata in collaborazione con la Howard Greenberg Gallery di New York. Resterà aperta fino al 19 gennaio 2020. Forma Meravigli è una iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.
Per la prima volta in mostra un’inedita selezione di scatti a colori della ormai celeberrima “tata fotografa”, molti dei quali mai esposti al pubblico, che raccontano il quotidiano americano tra gli anni Cinquanta e la metà dei Settanta. L’ironia, il calore umano, il paesaggio urbano, i ritratti, i bambini: Maier ha il dono di essere l’obiettivo invisibile per le strade di Chicago e New York, componendo un racconto che ha il carattere di una rivelazione.
Accompagna l’esposizione un libro pubblicato da Contrasto.
24 ottobre 2019 – 19 gennaio 2020 – Forma Meravigli – Milano
Domenica 27 ottobre 2019 alle 12 sarà inaugurata presso il Civico Museo Revoltella l’imperdibile mostra Life’s a Beach di Martin Parr, promossa dal Comune di Trieste in collaborazione con il festival Trieste Photo Days 2019 e Magnum Photos. Martin Parr in persona sarà presente all’inaugurazione, subito dopo l’incontro con il pubblico che terrà alle 11 presso l’Auditorium del Museo.
Sul suolo del Regno Unito è impossibile trovarsi a più di 120 chilometri di distanza dal mare. Con un tale sviluppo costiero, non sorprende il fatto che in Gran Bretagna le foto in spiaggia rappresentino una tradizione ben radicata. Sulle spiagge britanniche le persone si rilassano, si sentono sé stesse e fanno sfoggio di tutti quei segnali del comportamento vagamente eccentrico che viene associato agli abitanti di quel paese. Se negli Stati Uniti vi è una tradizione consolidata di street photography, nel Regno Unito c’è… la spiaggia. Da diversi decenni le fotografie di Martin Parr documentano tutti gli aspetti di questa tradizione, con primi piani di bagnanti intenti a prendere la tintarella, ma anche immagini che raccontano i tuffi in mare o l’immancabile picnic. La carriera internazionale di Parr è stata lanciata dal suo noto libro del 1986, The Last Resort (titolo che suona più o meno come “l’ultima spiaggia”), che ritraeva la decadenza delle spiagge di New Brighton, località turistica vicino a Liverpool. Tuttavia, meno noto è il fatto che la sua ossessione si sia estesa al resto del mondo. In questa nuova collezione troviamo fotografie scattate anche in paesi lontani quali Cina, Argentina e Tailandia. Pubblicato nel 2012 in occasione di una mostra presentata per la prima volta al Lyon Photo Festival, questo libro dimostra l’impegno di Parr nei confronti del suo soggetto preferito, in cui le assurdità e bizzarrie dei comportamenti nazional-popolari si fondono perfettamente. Ci diletteremo nel vedere come i vari paesi dell’America Latina presentino un senso della moda da spiaggia completamente differente, dai costumi succinti del Brasile alle riserve naturali del Messico, fino al momento dell’infuso chiamato “mate” che si beve in Uruguay. Non poteva mancare l’aspetto commerciale, dal momento che la spiaggia è da sempre uno dei luoghi dove si può trovare in vendita praticamente qualsiasi cosa, dai servizi di un “pulitore di orecchie” a Goa, India, al pesce grigliato in Cile, ma anche gli spaghetti precotti in Cina. In questo libro Parr dà il meglio di sé, confermando i cliché, sorprendendoci con immagini che catturano istanti di assurdità, ma sempre traendo godimento dai rituali e dalle tradizioni che si associano alla vita da spiaggia in giro per il mondo.
Dal 27 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 – Museo Revoltella – Trieste
La VisionQuesT 4rosso è lieta di iniziare la stagione
2019-2020 presentando per la prima volta in Italia #DRAFT #RUSSIA di Dmitry
MARKOV a cura di Nicolas Havette.
Markov nasce nel 1982 a Pušhkin, una piccola città nella
giurisdizione di San Pietroburgo, è fotografo, assistente sociale, giornalista,
e ha lavorato come volontario e tutore nella regione di Pskov in un collegio
per bambini mentalmente disabili e nel villaggio per bambini Fedkovo.
La fotografia arriva tardi nella sua vita ma da allora è
diventata un partner, una compagna quotidiana, un punto di riferimento in tutta
la sua vita fatta di alti e bassi.
Le oltre trenta immagini in mostra sono la continua
documentazione di Markov della vita quotidiana nella provincia russa attraverso
la quale egli intreccia una narrazione di vulnerabilità umana, dipendenza,
candore e pathos. Dmitry lancia il suo flusso costante di immagini usando, come
specchio, le popolazioni sottorappresentate in Russia.
Markov usa consapevolmente la fotografia sicuramente non
solo come testimonianza, ma anche per se stesso. Con un’onestà a volte
disarmante, condivide con noi le sue contraddizioni e le sue debolezze. Osserva
il mondo, cercando di trovare il proprio posto e con la forza delle sue
immagini riesce a farci conoscere la sua vita. Le persone che fotografa
diventano immediatamente parte della sua storia, della sua famiglia.
Osserva come osserva se stesso, senza condiscendenza e
senza giudizio morale. Documenta la sua vita come figlio del suo tempo e
condivide su Instagram tutte le immagini scattate con lo smartphone. Solo un
uomo solo può, con le sue affascinanti immagini quotidiane creare un
autoritratto così a lungo termine, cercando se stesso attraverso la presenza
degli altri L’apertura e la mancanza di moralismo su un argomento cosi
complicato – la vita delle persone che, per vari motivi, si sono trovate dall’altra
parte, quelle che di solito vengono chiamate marginali -, è ammirevole. Questo
progetto proviene da lì, dal passato collettivo della Russia con le sue gioie e
i suoi problemi comuni.
8 ottobre 2019 – 30 novembre 2019 – VisionQuesT 4rosso – Genova
Mercoledì 30 ottobre apre al pubblico nella
Project Room di CAMERA la mostra “Tommaso Bonaventura. 100 marchi –
Berlino 2019”, un progetto artistico del fotografo Tommaso Bonaventura,
sviluppato in collaborazione con la curatrice Elisa Del Prete, in occasione dei
30 anni dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989).
La mostra propone il racconto del
Begrüssungsgeld, il denaro di benvenuto che dal 1970 al dicembre 1989 i
cittadini della DDR ricevevano quando entravano nella Germania Ovest per la
prima volta. Questa vicenda offre un pretesto per interrogarsi su un grande
cambiamento epocale a partire da un punto di osservazione che privilegia le
storie private e familiari, restituendole attraverso un duplice racconto:
fotografico e video.
La mostra è frutto di una collaborazione tra
diverse istituzioni e si articola in più sedi: a Torino, a CAMERA – Centro
Italiano per la Fotografia e al Museo del Risparmio, a Trento, nella sede Le
Gallerie della Fondazione Museo storico del Trentino e a San Vito al Tagliamento
nella chiesa di San Lorenzo grazie alla collaborazione con il CRAF – Centro
Ricerca e Archiviazione della Fotografia.
Il catalogo è stato realizzato grazie al sostegno dell’Archivio Storico Istituto Luce.
30 ottobre – 6 gennaio 2020 | Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino
“Secondo capitolo è un progetto che sto seguendo da qualche anno e che mi ha consentito di conoscere persone meravigliose. Persone provenienti da altre nazioni, che hanno scelto più o meno consapevolmente, di vivere in Italia.
Ho scelto di cominciare a raccontare le storie di queste persone circa due anni fa, momento in cui l’emergenza migranti sembrava aver raggiunto il culmine. Le notizie delle migliaia di morti nel Mediterraneo entravano con la forza di una sofferenza pervasiva nel mio quotidiano “quieto vivere”, un vero pugno nello stomaco. Ovunque anche molto lontano dai punti di ingresso dei migranti nel nostro Paese, venivano creati dei campi di accoglienza ed improvvisate soluzioni per ospitare questa gente in fuga. In fuga dalle guerre, da conflitti etnici, persecuzioni o mancato riconoscimento di diritti essenziali, in cerca di un futuro.
Mi piace pensare al futuro in termini di miglioramento, di civiltà e di opportunità. Da qui la decisione di rappresentare storie positive, a testimonianza di una possibilità concretamente realizzata, e la scelta di mostrare queste persone nei loro luoghi di lavoro o nello svolgimento delle attività di cui si occupano.
Akolé, Arsène, Edda, Edo, Florentin, Gentiana, Imad, Kossi, Léon, Momo, Paul, Sun An Chi e Vicky sono originari di diverse parti del mondo, ma stanno scrivendo il secondo capitolo della loro vita in Italia. Qualcuno ci è arrivato per scelta, qualcun altro per pura casualità, qualcuno da clandestino, qualcun altro con sistemi meno rischiosi. Ma tutti loro hanno deciso di restare, ritagliandosi un proprio spazio e ognuno a modo suo sta contribuendo a far crescere e rendere migliore il nostro paese, scrivendo il secondo capitolo della propria vita in Italia.
La forza positiva di queste immagini vuole sovrapporsi al pregiudizio e alla pigra consuetudine, cieca davanti al valore silenzioso delle persone di buona volontà.” Anna Brenna
Dal 14 novembre all’8 dicembre 2019 – Museo Plessi – Brennero
Peter Hujar – Speed of Life
The life and art of Peter Hujar (1934–1987) were rooted in downtown New York. Private by nature, combative in manner, well-read, and widely connected, Hujar inhabited a world of avant-garde dance, music, art, and drag performance. His mature career paralleled the public unfolding of gay life between the Stonewall uprising in 1969 and the AIDS crisis of the 1980s.
In his loft studio in the East Village, Hujar focused on those who followed their creative instincts and shunned mainstream success. He made, in his words, “uncomplicated, direct photographs of complicated and difficult subjects,” immortalizing moments, individuals, and subcultures passing at the speed of life.
From 15 October 2019 until 19 January 2020 – Jeu de Paume, Paris All info here
TRA CIELO E TERRA. Il paesaggio lombardo attraverso gli occhi dei santi
Grazie alle 2.921
fotografie raccolte nel corso del progetto di fotografia partecipata Tra cielo
e terra, promosso dal Museo di Fotografia Contemporanea, la mostra presenta un
variegato spaccato del paesaggio contemporaneo, da scorci urbani a panorami da
cartolina. Lo sguardo, immutato forse anche da secoli, è quello dei santi che
dimorano nelle edicole votive, mentre lo scenario che si presenta loro di
fronte è mutevole: alcuni di essi hanno ancora oggi come orizzonte campagne
estese, fiumi e colline, altri si trovano invece a sorvegliare rotonde,
parcheggi o cantieri.
Avviato nella
primavera 2019, il progetto Tra cielo e terra – dell’artista Claudio Beorchia
(Vercelli, 1979), ideato e curato da Matteo Balduzzi – ha invitato tutti gli
abitanti della Lombardia a osservare e fotografare il paesaggio dal punto di
vista dei santi che sui quei territori vigilano da tempo. Grazie
all’attivazione di 9 poli culturali che hanno consentito di raggiungere in
maniera capillare l’intero territorio regionale, oltre 200 persone hanno
risposto caricando sulla piattaforma ideata e gestita da Fondazione Rete Civica
di Milano (tracieloeterra.opendcn.org) le fotografie delle rispettive città o
dei luoghi che hanno visitato tra fine maggio e i primi di settembre.
Oggi quasi 3 mila
coppie di immagini – i santi e le viste che hanno di fronte – assumono la forma
di una mostra e di un libro che saranno presentati con una serata di festa al
Museo di Fotografia Contemporanea proprio il giorno di Ognissanti, venerdì 1
novembre dalle 16.30.
Si ringraziano
per la collaborazione: Accademia di Belle Arti “G. Carrara” di Bergamo; Casa
Museo Cerveno (BS); Ecomuseo della Postumia (MN); Ecomuseo della Prima Collina
(PV); Ecomuseo di Valle Trompia (BS); EUMM – Ecomuseo Urbano Metropolitano
Milano Nord; MUMI – Ecomuseo Milano Sud; Museo Diocesano di Arte Sacra di Lodi;
Museo Ma*GA di Gallarate (VA); il Consorzio Brianteo Villa Greppi.
Il progetto, sostenuto da Fondazione Cariplo, è stato realizzato in collaborazione con AESS – Archivio di Etnografia e Storia Sociale e Fondazione Ente dello Spettacolo.
2 novembre 2019 – 1 marzo 2020 Museo di Fotografia Contemporanea – Cinisello Balsamo (MI)
studiofaganel presenta Secret Garden di Alessandra Calò, un progetto che mette in relazione la fotografia e la letteratura.
Secret Garden è un’installazione di una serie di scatole nere in cui, all’interno sono collocate antiche lastre negative, raffiguranti ritratti femminili, e piccoli giardini.
Alcune scrittrici contemporanee sono state invitate dall’artista a confrontarsi con una lastra fotografica, con l’immagine di una donna sconosciuta, anonima, e a inventare un racconto che ne immaginasse e tracciasse l’identità.
L’unica indicazione data dall’artista era di sviluppare una narrazione in prima persona, nella forma di un diario che, pertanto, risulta unico ed estremamente attuale per la diversa provenienza, formazione, espressione artistica delle autrici.
L’immagine, di ognuna di queste donne, delineata nella lastra negativa, trasparente, è arricchita dalle ombre del piccolo giardino retrostante che definisce e fa percepire la reale tridimensionalità della scatola.
Secret Garden è la metafora di un paesaggio interiore, un giardino segreto, che si nasconde a prima vista ma che può essere scoperto da chi è capace di andare oltre l’apparenza.
Il progetto viaggia su un doppio binario temporale, poiché le protagoniste sono donne che arrivano dal passato, ri-immaginate nel presente. Ma attraverso queste esistenze frammentarie intende stimolare una riflessione anche su un percorso futuro, da intraprendere o meglio rimarcare, e che coinvolge tutte le donne, verso una maggiore indipendenza ed emancipazione.
A Gorizia presso la galleria studiofaganel sarà esposto per la prima volta un giardino segreto che vede la collaborazione di Alessandra Calò con l’attrice e autrice di teatro Marta Cuscunà. Il giardino di Marta e Alessandra si ispira alla storia di un personaggio realmente vissuto, una donna della resistenza partigiana isontina di nome Ribella Fontanot.
Secret Garden è diventato anche un libro in edizione limitata, pubblicato da Danilo Montanari, con un testo di introduzione di Erik Kessels, che sarà disponibile presso la galleria.
11 ottobre – 29 novembre 2019 – Galleria Studiofaganel – Gorizia
Il Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, va in scena anche quest’anno a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon in Foro Buonaparte 67, dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.
Organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento di Roberto Di Leo, l’evento è sempre attesissimo e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra.
Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.
Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 17 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica, un incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla.
4 OTTOBRE / 22 DICEMBRE – Fondazione Luciana Matalon – Milano
La
Galleria del Cembalo propone dal 25 ottobre 2019 al 18 gennaio 2020 la mostra Dialoghi – Joan Fontcuberta e Paolo Giolinella quale, per la prima
volta, le opere dei due artisti vengono poste in relazione fra loro.
Paolo Gioli (Sarzano, Rovigo, 1942) e Joan Fontcuberta (Barcellona, 1955) sono artisti che da sempre condividono un approccio sperimentale all’indagine della natura e della storia dell’immagine fotografica. Adottando procedure e tecniche diverse, entrambi mettono in discussione la concezione convenzionale della fotografia, approccio che li porta alla realizzazione di opere dai contenuti concettuali profondi e dall’innovativa qualità estetica. In questa mostra, di cui è anche curatore, Joan Fontcuberta desidera rendere omaggio a Paolo Gioli, stabilendo legami tra i rispettivi processi creativi al fine di consentire al visitatore la lettura di uno stimolante dialogo. Il percorso espositivo, sviluppato in tre ampie sale, è concepito in modo da consentire il confronto ravvicinato tra produzioni analoghe per assonanza concettuale, metodo, e in alcuni casi, per coincidenza del soggetto. La prima sala si apre con l’omaggio a due opere emblematiche della Storia dell’Arte che vengono riproposte dal fotografo catalano nella forma di mosaico digitale ‘Googlegram’: View from a Window di Nicéphore Nièpce (1816) e L’origine du monde di Gustave Courbet (1866). Accanto ad esse, sempre in omaggio a Nièpce, vengono presentate alcune polaroid di Gioli trasferite su carta da disegno della “finestra” di Les Gras, mentre in relazione all’opera di Courbetsono proposte tre Autoanatomie di analogo contenuto. Nelle sale successive il gioco di relazioni fra i due artisti prosegue con opere tratte dalle serie Herbarium, Trauma, Deletrix di Fontcuberta confrontate con Lastre, XSconosciuti e Vessazioni di Gioli. Per entrambi gli artisti, si tratta di opere dedicate, nell’ordine, a elementi del mondo vegetale, all’utilizzo e alla rivitalizzazione di vecchie immagini fotografiche, al tema della cancellazione e all’autoritratto. In mostra sono proposti anche alcuni noti video dei due artisti.
dal 25 ottobre 2019 al 18 gennaio 2020 – Galleria del Cembalo – Roma
Un mondo di nevrosi quotidiane, piccole catastrofi, panico, fascino, goffaggine, rivelazioni, orgoglio perduto, finta spavalderia, irritante narcisismo e inaspettata benevolenza. In una cultura in cui tutto sembra esistere solo allo scopo di essere tradotto in immagini, è confortante e allo stesso tempo terribile vedere come questo mondo appare quando non sa di essere fotografato – o perlomeno, com’è nello sguardo di Jeff Mermelstein. – David Campany, da HARDENED
Jeff Mermelstein vive a New York ed è un’icona della street photography. Dopo una lunga carriera di successo con la mitica Leica, negli ultimi anni Mermelstein ha scattato solo con il telefono cellulare (che dichiara abbia consentito una “reinvenzione dello snapshot, una vera svolta”), postando poi le immagini sul suo profilo Instagram.
HARDENED, pubblicato dalla casa editrice britannica Mörel Books sarà lanciato da Micamera in anteprima mondiale il 25 ottobre 2019. Il volume raccoglie 305 immagini scelte e messe in sequenza dal curatore, scrittore e artista David Campany, che le ha selezionate da un corpus di lavoro di oltre 700 fotografie scattate in due anni.
Il libro è una rappresentazione travolgente, piena e cruda della condizione umana, con sullo sfondo le strade di New York. Mermelstein è un voyeur con un sorprendente senso dell’umorismo, capace di cogliere lo straordinario e la bellezza nel banale e il quotidiano.
Grazie alla riflessione intrinseca sulla facilità e superficialità delle connessioni con i social media, HARDENED è un libro di svolta, che mostra il lavoro di un fotografo-antropologo nella nostra era digitalizzata.
Il lancio del libro sarà accompagnato da un’installazione di tutte le 305 fotografie sulle pareti della galleria. Jeff Mermelstein sarà presente all’inaugurazione venerdì 25 ottobre e firmerà le copie del libro.
In occasione della XIII edizione del Festival “Il Rumore del Lutto”, dedicato quest’anno al tema Passaggi, Antica Farmacia + presenta il progetto “Vita brevis, Ars longa” del fotografo di ricerca Paolo Novelli (Italia, 1976), con inaugurazione sabato 26 Ottobre alle ore 19. La mostra, a cura di Chiara Canali, presenta negli spazi cinquecenteschi dell’Antica Farmacia di San Filippo Neri una selezione di dieci scatti tratti dal progetto Vita brevis, Ars longa (2002), una singolare ricognizione visiva di Paolo Novelli all’interno dei camposanti monumentali di mezza Italia, da Venezia a Genova, da Milano a Roma. Un progetto che va oltre la semplice documentazione delle sculture, per proporre immagini in cui le opere perdono la loro natura marmorea per assumere intensità ed espressioni incredibilmente vivide e reali. L’intento è quello di “umanizzare” le statue, portando alla luce i moti espressivi dell’anima attraverso un gioco di contrasti chiaroscurali che incide le masse plastiche e rende i volti estremamente icastici e penetranti.
Lo stesso utilizzo dello stile sfocato trasforma l’immagine in un ritratto dai chiari connotati pittorici, che confonde i confini tra i vari medium e rimanda alla vera natura del linguaggio fotografico, che è quello di essere una “scrittura con la luce”. Questo significa, per il fotografo, acquisire la consapevolezza del ruolo della luce, che è in grado di restituire enfasi emotiva a chi guarda le immagini. Paolo Novelli ha atteso con pazienza, in luoghi semibui, la luce naturale sufficiente ad ottenere i contrasti necessari ad uno sguardo eloquente e profondamente partecipato.
L’esposizione, attraverso ritratti di forte impatto, richiama l’attenzione verso lo stato di abbandono e di degrado, presente in molti camposanti italiani, di questo prezioso patrimonio artistico, vittima dei tabù più sterili della contemporaneità dovuti alla sua collocazione: il camposanto. Paolo Novelli opera dal 1997 attenendosi rigorosamente alla ripresa analogica in bianco e nero e alla stampa a mano su pellicola, senza uso di flash o filtri. Il suo percorso artistico affronta una fotografia essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”. Il progetto all’Antica Farmacia + di Parma si sviluppa in concomitanza con l’importante esposizione di Paolo Novelli “La Fotografia come differenza”, in corso alla Triennale Milano fino al 3 novembre 2019; una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo e si concentra sul periodo 2002-2013 con l’intento di evidenziare la nascita e il consolidamento dello stile personale di Novelli.
ANTICA FARMACIA + – Parma – 26 Ottobre – 10 Novembre 2019
TECNOSFERA: L’UOMO E IL COSTRUIRE – FOTO / INDUSTRIA 2019
L’unica Biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro propone al pubblico per questa edizione 11 mostre: 10 allestite in luoghi storici della città e Anthropocene al MAST. Protagonista di Foto/Industria 2019 è il tema del costruire: un‘azione cruciale, intimamente radicata nella natura della specie umana che viene qui esplorata a tutto tondo, dalle sue radici storiche e filosofiche agli inevitabili risvolti scientifici. È questa attività che dà forma alla tecnosfera: l’insieme di tutte le strutture che gli esseri umani hanno costruito per garantire la loro sopravvivenza sulla terra. Con un peso stimato di decine di miliardi di miliardi di tonnellate, questo strato artificiale al di sopra della crosta terrestre è stato definito Tecnosfera dal geologo Peter Haff. La Fondazione MAST ha affidato la direzione artistica a Francesco Zanot per portare avanti il progetto della Biennale iniziato nel 2013 da François Hébel. La Fondazione MAST rinnova il suo impegno nel coinvolgere la città e la comunità in questo progetto culturale che permette attraverso la forza narrativa delle immagini di moltiplicare gli sguardi sul mondo.
La quarta edizione di Foto/Industria presenta celebri protagonisti della storia della fotografia, le cui immagini fanno ormai parte di un patrimonio iconico condiviso, grandi artisti contemporanei e giovani autori affermati sulla scena internazionale, alternando tecniche che vanno dagli usi più puri e tradizionali della fotografia alle sperimentazioni più innovative.
Fotografi in mostra: Yosuke Bandai, Lisetta Carmi, David Claerbout, Matthieu Gafsou, Luigi Ghirri, Délio Jasse, André Kertész, Armin Linke, Albert Renger-Patzsch.
Il giorno 2 novembre 2019, alle ore 18, nelle sale della Gallery Annunziata, presso l’Hotel Annunziata, avrà luogo l’inaugurazione della mostra personale “HUGS / abbracci” di Luca Zampini. Saranno in parete 23 fotografie inedite, stampe fine art in grande formato, che narrano per immagini il suo rapporto affettivo con gli alberi.
2 novembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Gallery Annunziata Ferrara
Anche a maggio proseguono i festival di fotografia e nuove mostre da non perdere si inaugurano in Italia e all’estero. Date un’occhiata. Sono davvero tante e una più interessante dell’altra.
E non dimenticatevi di controllare sempre la nostra pagina sempre aggiornata con tutte le mostre in corso.
Anna
Berenice Abbott – Topographies
Giovedì 18 aprile al Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre 22), si inaugura la mostra dedicata a Berenice Abbott, famosissima fotografa statunitense.
La mostra, curata da Anne Morin e Piero Pozzi, in collaborazione con il Comune di Lecco ed il Si.M.U.L. (Sistema Museale Urbano Lecchese), prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, presenta 80 fotografie in bianco e nero che ripercorrono le tappe salienti dell’intera produzione artistica della fotografa americana.
Dagli esordi come assistente del fotografo surrealista Man Ray, dove realizza i primi ritratti, all’impegno nell’elevare i fenomeni scientifici ad opere d’arte mediante il mezzo fotografico, passando per la celebre serie dedicata alla documentazione dei grandi cambiamenti in atto nella New York del 1929, all’epoca della Grande Depressione: questi i punti nodali individuati per riassumere la carriera della Abbott, declinati in apposite sezioni all’interno della mostra.
La mostra, visitabile dal 20 aprile all’8 settembre 2019, apre la stagione delle grandi mostre a Palazzo delle Paure, dopo il successo riscontrato nelle precedenti edizioni dedicate al fotografo Antoine Doisneau e all’Ottocento Lombardo.
Dal 20 aprile all’8 settembre – Palazzo delle Paure – Lecco
Sarà inaugurata mercoledì 17 aprile alle ore 18, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, la grande retrospettiva dedicata a Helmut Newton promossa dai Musei Civici del Comune di San Gimignano e prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Helmut Newton di Berlino. Il progetto espositivo è di Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, che ha selezionato 60 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco.
Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.
18 aprile – 1° settembre 2019 San Gimignano – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
La terza edizione del Brescia Photo Festival, rassegna internazionale di fotografia con la direzione artistica di Renato Corsini, si terrà a Brescia da giovedì 2 a domenica 5 maggio 2019.
Promosso da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. –Centro della fotografia italiana, esplorerà per quattro giornate molteplici aspetti del vastissimo universo femminile affiancando allo sguardo di grandi artisti della fotografia dall’Ottocento a oggi – da Man Ray a Robert Mapplethorpe, da Vanessa Beecroft a Francesca Woodman, da Julia Margaret Cameron a Mihaela Noroc ed Elisabetta Catalano – riflessioni e progetti inediti che indagano la complessità del femminile nella società contemporanea.
Il Museo della città, un antico monastero femminile di origine longobarda, accoglie Da Man Ray a Vanessa Beecroft, un percorso di 9 mostre: un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico; 3 monografichededicate al ritratto dal XIX al XXI secolo; un’installazione che ripercorre la vita e la carriera di oltre trenta fotografe italiane, dall’inizio del secolo ad oggi e due progetti one-off, omaggio a grandi artisti contemporanei.
Il trittico
Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan,racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J. Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Elmut Newton, Man Ray, Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).
Dietrol’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla
collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, conta 100 immagini di
70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti
espressivi diversi, tra cui: Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia
Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero,
Adelita Husni-Bey, Allegra Martini, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari. Attraverso
le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente
sperimentali – affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che
hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.
Autoritratto al
femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan,
chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che
non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate
da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In
mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence
Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).
Le monografiche
Due le
esposizioni dalla collezione di Massimo Minini, entrambe per la prima volta in
Italia: Julia Margaret Cameron, con 25 fotografie vintage della storica
fotografa inglese, la più importante ritrattista di epoca vittoriana, ed Elisabetta
Catalano. Ritratti dell’arte: 30 scatti di una delle più importanti
fotografe italiane che, attraverso i ritratti di grandi personaggi del
Novecento, si è fatta testimone della storia d’Italia dagli anni Settanta ai
giorni nostri.
Un’altra eccezionale prima per il nostro Paese: Mihaela Noroc. The Atlas of Beauty, a cura di Roberta D’Adda e Katharina Mouratidi, con la collaborazione della galleria berlinese f3 – freiraum für fotografie. La fotografa romena – che dal 2013 viaggia in tutti gli angoli del pianeta per catturare, con i suoi scatti, la varietà del nostro mondo, attraverso ritratti di donne – espone a Brescia 44 opere. Il suo Atlante della bellezza è un progetto aperto che, a oggi, conta oltre 2.000 ritratti da più di 50 paesi e che, attraverso volti e storie, testimonia come la bellezza non abbia etnia né confini geografici ridefinendo il concetto di bellezza multiculturale.
Inaugura venerdì 19 aprile al Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia, “Boys don’t cry”, la mostra a cura di Ludovica Anzaldi.
Boys don’t cry, è il risultato di un progetto che ha coinvolto un gruppo di migranti ospiti del Centro d’accoglienza Asante di Palermo, in un workshop di educazione all’immagine e filmmaking condotto dalla stessa Anzaldi durante la scorsa estate. Un percorso lungo un mese, per sensibilizzare e stimolare il loro sguardo sulla realtà e imparare a esprimersi utilizzando il mezzo fotografico. Durante il workshop ai ragazzi sono stati forniti gli strumenti creativi per imparare a costruire un lavoro foto/video e a comporre immagini per elaborare un racconto: il loro racconto personale.
L’obiettivo è stimolare i giovani autori, che hanno lavorato in piena libertà, e suscitare nei ragazzi degli sguardi personali, critici e liberi, attraverso uno scambio emotivo e culturale: l’acquisizione di una visione e di una tecnica per esprimersi, consente infatti il superamento di ogni barriera linguistica e culturale, costituendo inoltre un bagaglio di competenze e abilità che potranno sfruttare anche oltre quest’esperienza.
“I ragazzi di Asante, di età compresa tra i 17 e il 23 anni, hanno tutti provenienze diverse e abitano nel Centro d’accoglienza in attesa di quei documenti che potrebbero dargli una nuova possibilità di vita. I tempi posso anche essere lunghissimi. Da qui è nata l’idea di fare un piccolo workshop così che possano integrarsi attraverso l’apprendimento, la creazione, l’espressione di sé e la conoscenza del nostro paese”. Spiega Ludovica Ansaldi.
La narrazione è andata avanti unendo insieme momenti di lavoro nel centro accoglienza – dove i giovani autori hanno realizzato una serie di scatti utilizzando le tecniche principali del ritratto classico- con visite alla Biennale d’arte contemporanea Manifesta 12, importante occasione di conoscenza della città oltre che di confronto culturale con tematiche che li chiamano in causa direttamente.
In mostra sono esposti un corpus di fotografie a colori realizzate su pellicola medio formato (6×6) da Hamissa Dembélé, Mory Sangare, Fofana Abdoulaye, Buba Drammeh e Kaita Aboubacar con un Hasselblad 500 che ritraggono gli stessi ragazzi – o anche la loro assenza – utilizzando i pochissimi oggetti che possiedono (camicie, scarpe, le sedie delle loro camere, le riproduzioni dei dipinti nei corridoi del centro…) insieme a frutta e verdura acquistate nel vicino mercato di Ballarò; una proiezione di foto (pellicola in bianco e nero) realizzate durante le visite a Manifesta che offrono uno sguardo sulla città di Palermo, dai palazzi del centro storico all’Orto Botanico.
E infine due video sempre realizzati dai giovani migranti che documentano le fasi del progetto. Accompagnano il percorso espositivo anche una serie di disegni a colori di Hamissa Dembélé in cui il giovane autore maliano reinterpreta i set fotografici. Accompagnerà la serata d’inaugurazione, la musica del gruppo Max3, formato da uno dei ragazzi del centro Asante, il cantante M’snop, con i musicisti Fatima e Pambino. Il buffet è offerto da Moltovolti, il ristorante siculo -etnico che è anche uno spazio nel cuore di Palermo per la condivisione di esperienze, idee e culture.
Ludovica Anzaldi è nata a Roma da famiglia palermitana, vive e lavora a Parigi. Il suo lavoro è orientato soprattutto sulla fotografia e il video: le sue immagini raccontano le declinazioni dell’essere umano nella sua complessità e quella parte della società – dalle donne agli stranieri – la cui voce ha avuto sempre poco spazio.“
Dal 19 aprile al 19 maggio 2019 – Centro Internazionale di Fotografia – Palermo
LOOKING ON – SGUARDI E PROSPETTIVE SULLA NUOVA FOTOGRAFIA ITALIANA
LOOKING ON significa stare a guardare. L’accezione comunemente negativa e passiva dello stare a guardare, la negligenza dell’astenersi da ogni azione diventa positivo e attivo esercizio di pazienza e osservazione, che richiede appunto uno stare, stare fermi a guardare, insistere, guardare ancora. Questa insistenza è indispensabile sia a chi fotografa che a chi guarda la fotografia.
L’edizione 2019 di LOOKING ON, progetto ideato da Silvia Loddo e Cesare Fabbri per Osservatorio Fotografico nel 2014, studiata in collaborazione con la direzione e lo staff del Museo d’Arte della Città di Ravenna e dedicata alla fotografia emergente in Italia, è stata costruita attraverso un doppio invito. Il primo rivolto ad alcune figure professionali provenienti da diversi ambiti della fotografia: Chiara Bardelli Nonino, photoeditor di Vogue Italia e L’Uomo Vogue; Federica Chiocchetti, fondatrice della piattaforma Photocaptionist che si occupa di fotografia e letteratura; Silvia Loddo, ricercatrice indipendente e fondatrice di osservatorio fotografico; Elisa Medde, managing editor di Foam International Photography Magazine; Giulia Ticozzi, photo editor di La Repubblica; Giulia Zorzi, fondatrice della libreria/galleria Micamera di Milano, specializzata in fotografia.
Ciascuna delle sei ‘onlookers’ a sua volta ha invitato a presentare il proprio lavoro in una mostra che inaugura il 3 maggio 2019 negli spazi del Mar, tre autori emergenti italiani che ci suggerisce di stare a guardare: Eleonora Agostini, Nicola Baldazzi, Marina Caneve, Valeria Cherchi, Giammario Corsi, Matteo Di Giovanni, Karim El Maktafi, Francesca Gardini, Giulia Iacolutti, Claudio Majorana, Sofia Masini, Luca Massaro, Michela Palermo, Piero Percoco, Federica Sasso, Francesca Todde, Angelo Vignali, Alba Zari.
04 Mag 2019 – 30 Giugno 2019 – MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna
MUDEC PHOTO ospita la seconda mostra fotografica dalla sua apertura a oggi e affida a Liu Bolin il compito di raccontare la sua arte in prima persona, con una performance appositamente creata per il MUDEC e soprattutto con una mostra “Visible Invisible”.
L’artista cinese di fama internazionale Liu Bolin (Shandong, 1973) è conosciuto al grande pubblico per le sue performance mimetiche, in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta pienamente integrato con lo sfondo.
Luoghi emblematici, problematiche sociali, identità culturali note e segrete: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose , per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti, anche i più piccoli, hanno un’anima che li caratterizza e in cui mimetizzarsi, svanire, identificarsi nel Tutto: una filosofia figlia dell’Oriente, ma che ha conquistato il mondo intero, soprattutto quello occidentale. Contraddizioni tra passato e presente, tra il potere esercitato e quello subito: è la lettura opposta e complementare della natura delle cose, documentata dalle immagini di Liu Bolin. Dietro lo scatto fotografico che si conclude in un momento c’è lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto di un caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso, che rivela la coscienza dell’artista e la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità.
È una lettura della performance fotografica che lo spazio MUDEC PHOTO accoglie in pieno, non limitandosi così a ospitare solo mostre fotografiche canoniche, ma allargando lo sguardo anche al mondo della fotografia ‘prima dello scatto’, a quell’universo di ricerca preparatoria che è essa stessa performance artistica, coinvolgimento emotivo, attesa dell’attimo perfetto, concentrazione intima e lavoro di squadra; e infine, scatto.
La Fondazione Sozzani torna a ospitare – per il 25° anno consecutivo – il World Press Photo, 62° edizione di uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, che premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.
L’inaugurazione a Milano si terrà sabato 11 maggio e la mostra sarà al pubblico fino al 2 giugno 2019.
Quest’anno, il concorso ha visto la partecipazione di 4.783 fotografi da 129 Paesi diversi che hanno presentato un totale di 78.801 immagini. Una giuria indipendente composta da esperti del settore e presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente della sezione Esperienze Visive ed Immersive presso National Geographic ha selezionato 43 candidati provenienti da 25 differenti nazioni.
Dall’11 maggio al 2 giugno – Galleria Sozzani – Milano
Street Photo Milano, il festival internazionale di street photography, dopo il successo della prima edizione, torna a Milano dal 16 al 19 maggio 2019.
Tra le mostre diq uest’anno, vi segnaliamo: Fulvio Bugani; Jacob Aue Sobol; Matt Stuart; Observe Collective Finalisti Miami Street Photography Festival 2018; Finalisti Street Photo Milano 2019; The Henkin Brothers: A Discovery. People of 1920s-1930s Berlin and Leningrad
Dal 16 Maggio 2019 al 19 Maggio 2019 – BASE Milano
Following his move in 1952 to a 12th story apartment overlooking Washington Square Park, the 56-year-old Hungarian emigrant André Kertész would begin a series of modernist masterworks shot from his window that he would continue until his death in 1985. From the privacy of his home, Kertész honed his lens on anonymous city dwellers, capturing fragments of passersby on the streets below or reveling in the park, in an attempt to engage with his newfound community. Many of the photographs made by Kertész during this period expressed a voyeuristic quality that reflected the artist’s sense of isolation in his adopted homeland. Later in life, following the loss of his beloved wife Elizabeth, Kertész found himself in the same surroundings, amongst all their collective memories, voraciously experimenting with a Polaroid camera as a means of working through his overwhelming grief.
MARCH 28 – MAY 4, 2019 – Silverstein Gallery – New York
Italian Jesuit father Paolo Dall’ Oglio rebuilds the Mar Musa monastery into a center for peaceful dialogue between Christians and Muslims.
Musicians after the Sunday mass.
Sotto la tenda di Abramo racconta del dialogo possibile e necessario tra le religioni e gli uomini attraverso l’esperienza comunitaria dell’antico monastero siro antiocheo di Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), luogo di ospitalità e di scambio interreligioso cattolico e musulmano abbarbicato sulle montagne della Siria. I monaci fotografati da Ivo Saglietti sono uomini e donne di diverse chiese e di diversi Paesi che sperimentano quotidianamente le difficoltà e la ricchezza della diversità, dimostrando che Dio è uno e si può vivere insieme nella sua fede, indipendentemente dalla religione che si professa. Il bianco e nero intenso di questo lavoro, che documenta dall’interno la vita della comunità nel suo quotidiano, ben rappresenta il contrasto di luci e ombre di due mondi in perenne conflitto ideologico, che nell’enclave di Deir Mar Musa el-Habasci trovano invece un luogo di dialogo e di costruttivo confronto.
dal 4 aprile al 5 maggio- Sala Liguria – Palazzo Ducale Genova
Aurea vi invita alla mostra fotografica di Fabio Moscatelli “Gioele, un viaggio nel Blu”: Sabato 11 Maggio ore 18.30.
A Gioele piace cambiarsi le scarpe. Gli piacciono l’acqua e i cavalli. E gli piace dare da mangiare alle sue foche di plastica. E’ un tipo di poche parole, lui. Ma sul suo quaderno scrive storie lunghe e intricate di misteriosi animali, leoni domestici, anaconde e ragni-lupo. Disegna anatre che cucinano e zebre a strisce colorate. Ma poi, spesso, accartoccia i disegni perché nessuno li veda. Dentro, Gioele ha un mondo intero. Solo che nel suo mondo non si può entrare. Gioele è autistico, che è un po’ come essere una casa senza porta: dall’interno non si può uscire, e da fuori non si sa come varcare la soglia. Lui, però, sta alla finestra. Guarda, osserva. E da lì, scatta foto del mondo come lo vede: troppo vicino o troppo lontano, spesso in movimento veloce, a volte amico, a volte impossibile da decifrare.
A Gioele piace anche farsi guardare, ed è così che nasce questo progetto: da uno scambio di visioni tra un fotografo che vuole provare ad avvicinarsi a un’interiorità difficile da comprendere e un ragazzino che vuole comunicare con un esterno difficile da raggiungere. La fotografia diventa strumento di reciproca comprensione, un territorio visivo e visionario in cui incontrarsi, e proiettare all’esterno sensazioni e emozioni mute. Ma la fotografia è anche il filo conduttore di un racconto di formazione. Una formazione delicata e complessa: non solo quella di un bambino di 11 anni, oggi quindicenne, che lentamente si trasforma in uomo, ma anche quella di un essere umano speciale che cresce confrontandosi con un mondo da cui è percepito come diverso e alieno.” (Irene Alison)
Un racconto delicato, rigoroso e sapiente di un’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
È stato il fotografo più amato de Il Mondo di Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.
È Paolo Di Paolo (Larino, Molise, classe 1925), straordinario cantore dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ha saputo raccontare con delicatezza, rigore e sapienza il Paese che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
Tra le sue foto, riscoperte dopo più di cinquant’anni di oblio, quelle di Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.
Fondazione Carispezia presenta nei propri spazi espositivi “BARRY FEINSTEIN. A Retrospective”, una mostra che ripercorre per la prima volta in Italia la lunga carriera del fotografo americano, nato a Philadelphia nel 1931 e scomparso a Woodstock nel 2011, che nell’arco di sessant’anni di attività ritrasse i grandi nomi della Hollywood degli anni ’50 e i più iconici musicisti rock e pop degli anni ’60 e ’70.
I 45 scatti in esposizione, in bianco e nero e a colori, sono dedicati ai principali protagonisti della cultura cinematografica e musicale americana di quegli anni: da Marlene Dietrich a Bob Dylan, da Janis Joplin a Steve McQueen, da Aretha Franklin a George Harrison, da Marlon Brando a Eric Clapton.
Le fotografie in mostra, a cura di ONO arte contemporanea e The J. Blatt Agency LLC, New York, sono state selezionate con l’aiuto di Judith Jamison, vedova di Feinstein ed esecutrice del Barry Feinstein Estate. Tutti gli scatti, alcuni dei quali restaurati in occasione di questa esposizione, sono stati stampati da Pete Mauney, storico collaboratore di Feinstein.
Barry Feinstein approda all’arte fotografica diventando prima assistente di Ike Vern, fotografo di LIFE, e in seguito, dal 1955 al 1957, lavorando come assistente di camera per la Louis Kellman Productions. Dal 1957 al 1960 si dedica alla cinematografia: viene assunto come stagista di produzione dalla Columbia Pictures e lavora su importanti set come L’ultimo urrà di John Ford con Spencer Tracy, Operazione Mad Ball con Jack Lemmon e Ernie Kovacs, e Pal Joey con Frank Sinatra, Rita Hayworth e Kim Novak. In un secondo momento passa alle produzioni europee per la Morningside Productions.
Dal 1960 torna negli Stati Uniti dove inizia la carriera come fotografo freelance, ritraendo personalità come Marlene Dietrich, Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Steve McQueen, Marilyn Monroe e Clark Gable, i presidenti degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, e musicisti del calibro di Eric Clapton, George Harrison, Janis Joplin, B.B King, Aretha Franklin, Barbra Streisand.
In questo periodo inizia una costante attività di reportage e viene chiamato da Cornell Capa, fratello di Robert, per collaborare con la famosa agenzia Magnum Photos.
Nel 1966 segue la tournée europea del maggior cantore di quegli anni febbrili: Bob Dylan, di cui diventa il fotografo ufficiale per undici anni.
Nel corso della sua carriera Feinstein ha realizzato oltre 500 leggendarie copertine di album tra cui Pearldi Janis Joplin, The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan, All Things Must Pass di George Harrison, Beggars Banquet dei The Rolling Stones e Ringo di Ringo Starr. Ha inoltre documentato il leggendario Monterey Pop Festival del 1967, girato il film You Are What You Eat e fotografato il Concert for Bangladesh al Madison Square Garden nel 1971.
Numerosi sono i libri a lui dedicati e molte le riviste che si sono avvalse della sua collaborazione artistica, da Time a Life, da GQ a Rolling Stone, fino al New York Times. Il suo lavoro è stato esposto nei più importati musei e gallerie internazionali
dal 14 aprile al 30 giugno 2019 – Fondazione Carispezia – La Spezia
Gallery FIFTY ONE is proud to present its sixth solo exhibition on Saul Leiter (USA, 1923-2013), focusing on his studies of the female figure in both photography and painting. In addition to his colourful, poetic street photographs that by now belong to the collective art memory, the nude photographs Leiter took in his apartment on East 10th Street in New York City’s East Village reveal an intimate insight into his personal habitat.
From his arrival in New York in 1946 through the early 1970s, Leiter took thousands of nude pictures of his female friends and lovers. One of the great qualities of these images is the candid, spontaneous atmosphere. The women behave naturally in front of Leiter’s lens; they lie stretched out on the bed, looking slightly provocatively into the camera. Others are (un)dressing, masturbating or smoking a cigarette. During his lifetime, the artist rarely showed these images to outsiders. The photographs included in this exhibition were all printed by Leiter in his private darkrooms in the 1970s for a book collaboration with art director and close friend Henry Wolf. The project was never realized.
Although of a more direct nature than Leiter’s famous street photography, these interior portraits include many of the artist’s typical elements. The unusual camera angles create complex, multilayered compositions. Leiter’s subjects are often obstructed by pieces of furniture in the foreground, or photographed from a distance through narrow door openings or mirror reflections. Leiter introduces abstract elements, for instance by keeping a zone in the image out of focus or by focusing on the side of a bed or a wall, leaving a large part of the frame blank.
This tendency towards abstraction becomes even more apparent in the painted nudes on view. From the 1970s onwards, Leiter began to apply gouache on the nude photographs he kept in his apartment. In these colourful works the subject, often captured from up close, blends into a tumultuous background of brushstrokes. The paint layers come together in a jumble of vivid, volatile lines and firmly placed flat areas. The bright, expressionist colour palette and the impetuous way of painting are reminiscent of the work of Pierre Bonnard (1867-1947), one of Leiter’s favorite artists. This French painter was known for his landscapes and his depictions of everyday life in Paris, in which he placed great emphasis on emotion and spirituality. Bonnard also made countless nude portraits of his wife, Marthe, with the same intimacy and candid atmosphere as Leiter’s photographs. Both artists’ preference for unconventional compositions is striking and hints at the flat design and strong lines of Japanese art, which strongly influenced them.
In FIFTY ONE TOO this Saul Leiter show extends into a series of photographs taken in 1958 in a summer cottage in Lanesville, a small town on the Atlantic Coast north of Boston. These are the only nude images Leiter ever made in colour, and they are among the few pictures he shot outside New York City. The eight variants of one subject gracefully posing epitomize the artist’s mastery of colour and composition, and reveal the process behind the making of an iconic image. The combination of a soft pastel palette and natural light adds to the particularly romantic atmosphere.
In 2018, a long awaited book of Leiter’s nudes, In My Room, was published by Steidl. A selection of vintage and later prints of these images was recently shown at the Helmut Newton Foundation in Berlin, among other venues. On the occasion of this exhibition, the gallery will launch a new FIFTY ONE Publication, Saul Leiter: EAST 10th STREET, including previously unseen images.
May 7th – June 29th 2019 – GALLERY FIFTY ONE – Antwerp
Gabriele Basilico / Giovan Battista Piranesi. Viaggi e vedute: da Roma a Shanghai
Il Museo Ettore Fico ha il piacere di presentare una mostra dedicata al grande fotografo Gabriele Basilico. Corpus centrale della mostra è una sezione commissionata al fotografo dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia nel 2010, in occasione della retrospettiva dedicata al grande incisore veneto : “Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer” a cura di Michele De Lucchi, Adam Lowe e Giuseppe Pavanello. In quell’occasione la Fondazione Cini chiese all’artista di ritrarre, dalle stesse angolazioni delle incisioni piranesiane, la “città eterna” e altri luoghi italiani. Il risultato fu riassunto in 32 scatti messi successivamente a confronto con le 32 incisioni di Piranesi. Una vasta selezione di oltre cinquanta fotografie, di differenti formati, completa la mostra che, per la prima volta in Italia, esamina la poetica urbana e concettuale del grande fotografo attraverso le immagini scattate nei suoi innumerevoli viaggi.
10 aprile – 14 luglio 2019 – Museo Ettore Fico – Torino
Aprire gli occhi: quattro sguardi dei fotografi del Festival della Fotografia Etica
Le prime tre mostre proposte raccontano gli avvenimenti più importanti, che negli ultimi anni, hanno cambiato le sorti di tre nazioni: la guerra alla droga del presidente Duterte nelle Filippine, le rivolte che hanno sconvolto il Venezuela ed hanno portato alla gravissima crisi economica e sociale che affligge la popolazione e, infine, la guerra in Ucraina e la vita che va avanti, nonostante tutto.
3 fotografi per 3 grandi storie raccontate con lo sguardo di chi si avvicina alle vittime, alle sofferenze di un popolo per dar loro voce e per continuare a puntare lo sguardo su storie che devono essere raccontate.
La quarta mostra rappresenta una raccolta degli scatti più significativi dei lavori esposti nel corso degli ultimi nove anni: la storia del Festival della Fotografia Etica.
dal 17 aprile al 9 giugno 2019 – Cascina Roma Fotografia di San Donato Milanese
La devastazione
causata dalla guerra è protagonista assoluta degli scatti presentati nella
mostra Life, Still che Alessio Romenzi realizza tra dicembre 2017 e aprile 2018
a Mosul, Raqqa e Sirte. L’autore ritorna in queste città dopo la fine del
conflitto per documentarne il disfacimento, che egli stesso definisce “uno
scenario di distruzione apocalittica”.
Nel racconto di
ciò che rimane, Romenzi metabolizza la capacità di sintesi dell’immagine,
derivante dalla sua passata esperienza di fotoreporter, per affrontare una
riflessione più profonda e meditata, offerta dall’osservazione a distanza.
Infatti, la serie supera intenzionalmente lo svolgimento delle azioni belliche,
per interrogarsi sulle loro conseguenze. Il cortile della scuola nel quartiere
di Ghiza e la sala interna del centro conferenze Ougadougou III a Sirte, gli
esterni del Palazzo delle assicurazioni governative e la Moschea a Mosul,
centri propulsori di attività pedagogiche, culturali, religiose, e politiche
sono segnati dalla guerra. Il ponte Al Shohada di Mosul, sospeso in
un’atmosfera crepuscolare, crolla sotto il peso delle bombe. Tra scheletri di
palazzi e cumuli di macerie, si intravede il ricordo di quanto è accaduto: la
saracinesca alzata di un negozio, un semaforo ancora in funzione, la vita delle
persone al confine con la guerra. Sono queste le “insopprimibili
esistenze” di cui Giovanna Calvenzi scrive nell’introduzione al catalogo
Life, Still, come “reazione alla morte e una speranza di futuro
possibile”.
dal 12 aprile al 25 maggio 2019 –Galleria del Cembalo – Roma
a cura di Teodora Malavenda In collaborazione con Zine Tonic
A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo. Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.
Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite. Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato. Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti. “Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.
dall’ 11 aprile al 10 maggio 2019 – Officine Fotografiche Milano
Nel marzo 2011, quella che è iniziata come una serie di proteste contro il regime siriano, si è trasformata ben presto in un conflitto armato che dura da oltre 8 anni. Pochi mesi dopo centinaia di migliaia di rifugiati sono scappati dalla Siria in cerca di rifugio nei paesi vicini. Solo in Libano oltre un milione di rifugiati hanno attraversato il confine in cerca di sicurezza, e si sono stabiliti in tende, rifugi collettivi e appartamenti in tutto il paese. Dal 2011 Dalia Khamissy ha viaggiato attraverso il Libano raccontando le diverse storie dei rifugiati siriani. Ritratti e momenti di quotidianità raccontati con grande intensità artistica: storie di uomini, donne e bambini fuggiti dagli attentati, dai rapimenti, alcuni di loro gravemente feriti nei combattimenti, altri hanno perso le persone amate, altri ancora sono fuggiti perché minacciati. In Libano hanno incontrato una realtà altrettanto difficile. Mentre raccontava con il suo obiettivo le loro storie, tutti sognavano la fine della guerra e il loro ritorno in patria, “Until We Return”. Coordinamento del progetto di Alessandra Capodacqua.
5aprile – 31 maggio – Fondazione Studio Marangoni – Firenze
Waterheaven,
mostra personale di Francesco Bosso (Barletta, 1959) curata da Walter
Guadagnini, sarà allestita nella Project Room di CAMERA e visitabile dal 18
aprile al 26 maggio 2019.
Bosso indaga il
paesaggio naturale nelle sue manifestazioni più pure e selvagge, isolandone
forme ed elementi per interpretare luoghi disabitati ed evidenziare il
significato profondo del legame dell’uomo con le sue origini.
Allievo di Kim
Weston, nipote del grande maestro Edward, e di John Sexton e Alan Ross,
assistenti di Ansel Adams, per questa occasione il fotografo pugliese presenta
un lavoro che nasce da diverse serie scattate nel corso degli ultimi anni,
dedicate soprattutto a paesaggi marini. L’acqua come forza creatrice è al
centro di venti fotografie caratterizzate anche da un meticoloso processo di
stampa, che intensifica la pulizia dei bianchi e la profondità dei contrasti.
Con il suo costante fluire – racconta Bosso – l’acqua rappresenta il liquido
primordiale che crea, modella, modifica il mondo, in un moto continuo ed eterno
di trasformazione. Waterheaven è un percorso per immagini attraverso
l’affascinante “forza creatrice” dell’acqua, tra visione e realtà, un
susseguirsi di evocazioni e frammenti di memorie.
Alcuni esempi
della grande capacità di Bosso di raccontare per mezzo della luce e della forma
una realtà lirica e armoniosa, di matrice pittorica, sono le immagini delle
cascate realizzate in Islanda, incluse nella serie Golden Light (2012), oppure
le vedute di Last Diamonds (2015), serie realizzata nel ghiacciaio Sermeq
Kujalleq, nei pressi del villaggio di Ilulissat, in Groenlandia. Mentre nel
primo caso l’autore entra in relazione con lo spazio e rende visibile
l’intimità di un luogo attraverso la fotografia, nel secondo ha raccolto forti
emozioni, la fluidità di un simile paesaggio naturale[…] sconvolgente, al fine
di documentarne la fragilità e ammonire sulle nefaste conseguenze del
riscaldamento globale – continua Bosso. Le immagini di Waterheaven, inoltre,
sono incluse in un volume monografico edito da Silvana Editoriale, corredato di
un testo critico di Walter Guadagnini. La pubblicazione arricchisce un già
vasto portfolio di progetti editoriali dell’autore, tra i quali: Last Diamonds
(Skira, 2017), The Beauty Between Order And Disorder (Centro Culturale
Candiani, 2015), Sassi e Calanchi (Castelvecchi, 2006), Swahili Ritratti
Africani (Electa, 2003) e altri ancora.
Attraverso il
medium fotografico – commenta Walter Guadagnini – Bosso comunica un’etica della
protezione e della salvaguardia del paesaggio naturale: con un sapiente uso
delle tonalità di bianco e nero celebra i suoi soggetti e allo stesso tempo
mette in guardia lo spettatore sulla fragilità e unicità di tale patrimonio.
Fenomeni come l’urbanizzazione massiva e la concentrazione di un numero sempre
maggiore di persone nelle città caratterizzano la vita contemporanea,
espellendo dall’immaginario quotidiano il paesaggio naturale. Bosso lo rimette
al centro dell’attenzione, documentandone anche le trasformazioni e gli effetti
deleteri della noncuranza con la quale l’uomo si relaziona con la natura.
Le sue opere
fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche, mentre i suoi
progetti espositivi sono stati ospitati in istituzioni nazionali e
internazionali come il Museo Pino Pascali (Polignano), il Centro Culturale
Candiani (Venezia), il Museo Nazionale della Fotografia (Brescia) e il Cultural
Centre Museum (Hong Kong).
18 aprile – 26 maggio – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Di fronte agli
eventi che hanno interessato la politica internazionale di questi ultimi anni,
si impone la necessità di gettare luce su ciò che paesi come Siria e Iraq, culla
delle nostre civiltà hanno vissuto e che la furia distruttiva delle guerre ha
ridotto in polvere.
Dal 28 marzo fino
al 17 maggio 2019, gli spazi della galleria Podbielski Contemporary ospiteranno
Levante, mostra che raccoglie il lungo lavoro maturato da Massimiliano Gatti in
Medio Oriente, e che coniuga un racconto intimo a una ricerca approfondita di
stampo documentaristico, volta a tramandare una memoria nel tempo.
Levante è una
mappatura della memoria, un tentativo di preservare tracce di epoche lontane, dalla
furia iconoclasta di movimenti fanatici che stanno ferendo e deturpando quelle
terre. Le serie ripercorrono le aree geografiche che vanno a mappare il vissuto
di Massimiliano di quegli anni: Partendo dal nord Iraq, la serie In Superficie
nasce dall’esperienza di Massimiliano Gatti come fotografo della missione
archeologica dell’Università di Udine e allo studio del paesaggio archeologico
della terra di Ninive (Parten Project). Come una tassonomia imperfetta,
cataloga tutto ciò che la superficie della terra restituisce: da reperti
archeologici di epoche remote a residuati bellici dei conflitti di cui questa
regione è stata teatro. L’accostamento casuale genera un corto circuito in cui
tutto si mescola, mentre dal gioco estetico di rimandi e somiglianze emerge la
circolarità della storia.
Palmira, città
simbolo nel deserto siriano, è protagonista di due progetti. In Rovine, la grandiosità
dei suoi monumenti è ritratta nella sua intatta bellezza, prima di esser
colpita dalla furia distruttrice della guerra. Le Nuvole, invece, vede Palmira
accostata a nubi che rappresentano le esplosioni dei monumenti distrutti
dall’IS; si tratta di frame di video pubblicati su youtube, che aprono una riflessione
sull’uso dei social come strumento di propaganda. Questo progetto verrà esposto
al Forte Strino di Vermiglio (TN), in dialogo con le strutture di origine
bellica del luogo, in una mostra, Sottopelle, curata da Serena Filippini.
Grazie alla
gentile concessione da parte di una collezione privata, le Rovine di
Massimiliano Gatti saranno messe in dialogo con due stampe della seconda metà
del Settecento edite dalla bottega di Augusta di Georg Balthasar Probst e
raffiguranti vedute sulla città di Palmira. Limes è una riflessione sull’atto
del guardare. La finestra, rappresenta una soglia, definisce un dentro e un
fuori, incornicia la vista, istituendo un punto di vista particolare sul mondo.
Le finestre di Gatti circoscrivendo un frammento di paesaggio in
un’inquadratura forzata, gli conferiscono la profondità e l’importanza di una
totalità all’interno del fotogramma.
In Terra
promessa, invece, le cartine non delimitano dei confini corretti, sono un’interpretazione
del territorio, non un’oggettiva rappresentazione. In questa una situazione paradossale
nella sua drammaticità, si stagliano gli oggetti dell’autore, come proiezione
dei suoi personali ricordi. Perché Levante è il Medio Oriente, ma anche la
porzione di cielo da cui si leva il sole. Una speranza dopo la lunga notte che
stanno vivendo queste terre e queste popolazioni. Privo di strumenti culturali
sufficientemente potenti per mettere ordine nel dominio caotico delle immagini,
lo spettatore è spesso relegato a una condizione di passività, sospeso tra l’indifferenza
e il consumo acritico. Il lavoro di Gatti tenta di riportare l’attenzione sulla
responsabilità dell’immagine, sul suo compito di affondare nelle contraddizioni
e nelle crisi del nostro tempo, di rendere visibile la tragedia della nostra
cultura, senza perdere mai il legame con la memoria che è, al tempo stesso,
speranza per un futuro diverso.
28 MAR – 17 MAY 2019 – Podbielski Contemporary – Milano
NEL MIRINO. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981
Si apre al
pubblico sabato 13 aprile 2019 a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di
Torino la mostra Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto
Intesa Sanpaolo 1939-1981, prima organica ricognizione sullo straordinario
patrimonio dell’Agenzia, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo che, attraverso
il proprio Archivio storico, lo conserva, restaura, studia e valorizza anche
con il supporto di esperti, come è avvenuto in occasione della realizzazione
di questa mostra.
Curata da Aldo
Grasso e Walter Guadagnini, l’esposizione – realizzata da CAMERA con Intesa
Sanpaolo nell’ambito di Progetto Cultura, il programma triennale delle
iniziative culturali della Banca – presenta alcuni degli episodi cruciali della
storia e della cronaca italiane e mondiali in un periodo che va dal 1939, anno
in cui Vincenzo Carrese volle chiamare “Publifoto” la sua agenzia – nata a
Milano nel 1937 con il nome Keystone -, fino al 1981, anno della scomparsa del
fondatore. Quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento
quaranta immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo
periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese.
13 aprile – 7 luglio 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino
“Heroes – Bowie by Sukita” è una mostra, promossa da OEO FirenzeeLeNozze di Figaro conCittà Metropolitana, dedicata a David Bowie, icona della cultura pop, ritratto da un maestro indiscusso della fotografia giapponese Masayoshi Sukita.
“Seeing David Bowie on stage opened up my eyes to his creative genius. Bowie was different to the other rock and rollers, he had something special that I knew I had to photograph” (Masayoshi Sukita)
L’esposizione, che ha il patrocinio del Comune di Firenze è curata da ONO Arte Contemporanea, e presenta 90 fotografie alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, che ripercorrono un sodalizio durato oltre quarant’anni tra uno dei più rivoluzionari artisti del XX secolo e il grande maestro della fotografia. Non solo gli scatti iconici che illustrarono la copertina dell’album “HEROES”, ma anche fotografie storiche tratte dall’archivio personale di Sukita che raccontano un’amicizia iniziata negli anni Settanta. Il catalogo è edito da OEO Firenze.
“It was 1972 that I started it. And I’m still looking for David Bowie even now.” (Masayoshi Sukita)
Sarà Palazzo Medici Riccardi, dimora quattrocentesca della Famiglia Medici, ad ospitare le immagini che ritraggono il Duca Bianco, artista tra i più significativi della storia della cultura contemporanea che ha saputo elevare a forma d’arte la musica rock. Firenze con questa mostra fa il suo personale omaggio a Bowie, aprendo le porte di uno dei suoi palazzi più ricchi di storia e fascino. Antico e moderno si fondono dando la possibilità ai visitatori con lo stesso biglietto di vedere lo splendido lavoro che Sukita ha dedicato al Bowie artista e amico, ma anche di visitare il prestigioso palazzo.
Nel corso dei tre mesi di esposizione, molti saranno gli eventi collaterali nel segno di Bowie. Le Nozze di Figaro coordineranno infatti una scaletta di concerti acustici di musicisti nel cortile del palazzo ed i fan di Bowie potranno trovare al bookshop una ricca scelta di libri e merchandising a lui dedicato.
Dal 30 marzo al 28 giugno – Palazzo Medici Riccardi – Firenze
Palazzo Grillo è lieto di ospitare la mostra “La Fotografia come differenza” che propone per la prima volta una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo di ricerca Paolo Novelli, attivo dal 1997. L’esposizione si concentra sul periodo creativo 2002-2013, con l’intento di evidenziare nascita e consolidamento di uno stile personale, tra i più interessanti e coerenti tra le generazioni italiane emerse negli anni duemila. Il percorso di Novelli in questo contesto si distingue infatti per scelte del tutto inusuali, sia nei contenuti che nella tecnica; i cicli di immagini scelti rivelano come filo conduttore una fotografia introversa, essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”; linguaggio visivo quindi in netta controtendenza con la comunicazione preponderante nell’attuale era digitale. L’altro aspetto, quello tecnico, rafforza questa direzione atemporale di Novelli, la cui disciplina è in effetti una sola, la Fotografia analogica: pellicola, luce naturale, assenza di filtri; ripresa analogica amplificata da una premeditata anarchia operativa nell’uso dell’apparecchio fotografico, come sottolineato da Olivo Barbieri nel testo introduttivo de “La notte non basta”: “fotograficamente sono tutte sbagliate ma è un errore che può funzionare”. I progetti scelti in questa sede affrontano il tema principale della ricerca di Novelli: l’incomunicabilità”; porte, tunnel, nebbie, finestre e morte s’inseguono in un arco temporale di poco più di una decade, attraverso i progetti: “Vita brevis, Ars longa” (2002), “Grigio Notte” (2004-2006) “Niente più del necessario” (2006), “Interiors” (2007-2012) “La Notte non basta” (2011-2013): La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Giovanni Battista Martini
Dal 3 maggio al 16 giugno 2019 – Palazzo Grillo – Genova
MEDITERRANEAN SONATA è il progetto site-specific realizzato dall’artista Matteo Nasini per lo spazio espositivo LABottega. Il progetto, a cura di Beatrice Audrito, è il risultato di un periodo trascorso dall’artista in residenza, una pratica con la quale LABottega inaugura una nuova stagione espositiva che presenterà il lavoro prodotto da artisti e fotografi invitati a vivere questa esperienza, confrontandosi con il territorio circostante.
Dopo gli studi musicali, la ricerca artistica di Matteo Nasini si esprime, fin da subito, in una direzione fortemente sperimentale volta a stabilire delle connessioni tra arte e musica. Partendo dallo studio del suono, Nasini progetta performance, sculture e installazioni che traducono in forma contenuti musicali complessi, rendendoli più accessibili al grande pubblico. Un’indagine profonda e sistematica delle qualità della materia sonora, poi tradotte in immagine o in scultura per dare vita ad un universo di forme e colori fatto di insoliti strumenti musicali, sculture realizzate nei materiali più disparati, ricami ed arazzi in tessuto, dai quali emerge sempre una precisa e coerente metodologia d’indagine.
MEDITERRANEAN SONATA è una suonata cartografica realizzata da Nasini ripercorrendo fisicamente e metaforicamente la linea geografica della costa del Mediterraneo per ricavarne una melodia, riportandone la cartografia su di un pentagramma al fine di trasporre in note la morfologia sinuosa e frastagliata della costa. Un progetto ambizioso che si presenta come un’installazione sonora composta da undici scatti fotografici realizzati in diversi tratti costieri che, come tanti piccoli spartiti, raccontano il viaggio fisico e melodico condotto dall’artista, portandone a galla le note della melodia. Una composizione musicale, poi suonata e registrata in studio dall’artista con strumenti di origine mediterranea come l’arpa, la marimba e altre percussioni, cui si sovrappongono altre tracce sonore registrate nei luoghi costieri visitati. La trasposizione musicale di una visione poetica che si configura come una narrazione sinestetica condotta dall’artista servendosi di diversi medium: la musica, la fotografia, il colore.
Durante il periodo espositivo, Matteo Nasini offrirà al pubblico di LABottega la possibilità di partecipare ad uno Sleep Concert, una performance durante la quale sarà possibile ascoltare per una notte intera i suoni generati dal pensiero di una persona addormentata durante le varie fasi del sonno: quei sogni preziosi che l’artista cattura e traduce in forma bidimensionale nelle sue sculture in porcellana. La forma dei nostri sogni.
La performance è parte del progetto Sparkling Matter: il risultato di una complessa indagine tra suono, tecnologie e neuroscienze, vincitore del Talent Prize 2016 e presentato al Museo MACRO di Roma nel 2017.
dal 21 Aprile al 14 Luglio 2019 – La Bottega – Marina di Pietrasanzta (LU)