Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre consigliate a febbraio

Nuove mostre ci aspettano a febbraio, non perdiamole!

Anna

Edward Weston. La materia delle forme

Figura umana nuda accovacciata con le braccia attorno alle gambe, in un'illuminazione contrastante.
Edward Weston, Nude, 1936, Gelatin silver print, Center for Creative Photography, The University of Arizona. Gift of the Estate of A. Richard Diebold, Jr © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

CAMERA presenta Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación MAPFRE in collaborazione con CAMERA, che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.

Dal 12 febbraio al 2 giugno 2026, l’esposizione riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.

Curata da Sérgio Mah, la mostra ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.

Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.

12 febbraio – 2 giugno 2026 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio

<em>Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio</em> I Courtesy Marsilio
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio I Courtesy Marsilio

La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio arriva a Milano con un’ampia e inedita selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.

L’esposizione sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026 e rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026.

La retrospettiva, curata da Denis Curti, è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia ne Le Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.

A Milano il curatore accompagna il pubblico in un viaggio nella ricerca estetica del fotografo, tra i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica.

Accompagnano la mostra il podcast – disponibile dal 21 ottobre su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.

Una mostra promossa da Comune di Milano-Cultura prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.

Dal 29 gennaio 2026 al 17 maggio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Giovanni Gastel. Rewind

Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel
© Image Service srl | Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel

“Fotografare è una necessità e non un lavoro.
Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta”.
Giovanni Gastel
 
Dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, Palazzo Citterio a Milano rende omaggio a Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea, e alla sua parabola artistica.
 
La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere la sua intera carriera da una nuova prospettiva, non cronologica ma tematica, poetica e profondamente personale.
Il suo stile si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità; tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile.
 
“È stato Giovanni stesso – racconta Uberto Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.
 
“A cinque anni esatti dalla scomparsa – afferma Angelo Crespi, Direttore Generale Pinacoteca di Brera – l’idea di celebrare non solo la carriera da fotografo, ma in primis la persona di Giovanni, mi sembra il modo migliore di rendere onore a un grande artista che ha saputo essere libero e creativo, e che tutti ricordano per l’umanità e l’empatia con cui si relazionava con gli altri nella vita di tutti i giorni. Il suo talento gli permise di creare un mondo che oggi appare, nelle sale allestite di Palazzo Citterio, esorbitante e immaginifico. Come nella recente mostra di Armani, sono convinto che l’obiettivo della Grande Brera sia di essere il centro di una città in cui buon gusto, forma e misura, bellezza e senso sono i valori fondanti; e Gastel ha esaltato al massimo grado lo stile di Milano allo stesso tempo rigoroso e audace”.
 
Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiori, si sviluppa all’interno di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini – di cui 140 inedite 30 scatti iconici, 10 in grande formato, polaroid, i Fondi oro – dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo, a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro.
 
Per la prima volta, una mostra proporrà alcuni dei suoi scritti e delle sue poesie, che sono state da sempre parti integranti del suo immaginario.
 
La rassegna è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che ha legato Gastel alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale ma una vera e propria matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo.
Cresciuto in un ambiente aristocratico milanese (la madre apparteneva alla famiglia Visconti), Gastel ha vissuto in una dimensione a metà tra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo.
Da questa alchimia è nata la sua cifra stilistica elegante, precisa, intellettuale e, al tempo stesso, leggera, ironica e libera.
Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico. Non a caso Harpers Bazaar USA lo ha definito “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
Il suo impegno per la città è stato concreto: ha sostenuto iniziative sociali come Progetto Itaca Milano e la nota campagna per lo IEO di Umberto Veronesi, a testimonianza di un legame affettivo che andava oltre la fotografia.
 
Accompagna la mostra un catalogo Allemandi Editore, curato da Luca Stoppini, di oltre 300 pagine e più di 200 immagini, che ripercorrono integralmente la carriera di Giovanni Gastel, con contributi e testimonianze di amici, storici dell’arte e curatori.

Dal 30 gennaio 2026 al 26 luglio 2026 – Palazzo Citterio – Milano

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I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti – Il Bianco e il Nero

Mario De Biasi, Milano, 1949
Mario De Biasi, Milano, 1949

Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, THE POOL NYCin Palazzo Fagnani Ronzoni a Milano, presenta il secondo capitolo del format I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti, che ripercorre la storia della fotografia italiana, dal Futurismo alla grande stagione del Neorealismo, dalle ricerche concettuali all’esperienza fondamentale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri.

Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi della produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.

Dopo l’appuntamento dedicato a quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche, ecco quello che propone le opere di autori che si sono distinti nell’utilizzo del bianco e nero.

Il percorso espositivo, composto da 80 fotografie di 28 maestri italiani e internazionali, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi, approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, in cui le colline e i campi coltivati delle Marche sono ridotti a segni grafici, come se il risultato finale fosse prodotto dal bulino di un incisore e non dall’obiettivo e di Antonio Biasiucci, che esplora le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.

Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva. 

Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento.Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.

Anche per questo secondo episodio, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.

Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pio Monti, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralf Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Minor White, Silvio Wolf, Willy Zielke.

Dal 15 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano

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Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza

Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi

Un percorso che porta il pubblico dentro il lavoro di chi fa ricerca sui beni culturali, mostrando non solo ciò che del patrimonio è visibile, ma soprattutto ciò che solitamente resta nascosto: metodi, strumenti, competenze e interpretazioni che ogni giorno permettono di comprenderlo, conservarlo e raccontarlo.
È questo lo spirito di “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza”, la mostra a cura di Fabio Beltotto e organizzata dalla Fondazione CHANGES, che apre il 16 gennaio 2026 nelle storiche sale del Museo di Roma – Palazzo Braschi. L’esposizione nasce nell’ambito del progetto CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR – NextGenerationEU, e che riunisce università, istituzioni culturali e imprese impegnate a ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione.
Il percorso si sviluppa attraverso fotografie, video, installazioni e materiali digitali, frutto di una collaborazione diretta tra i fotografi — Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante — e i team di ricerca dei partner nazionali del progetto CHANGES, tra cui Sapienza Università di Roma, Università Ca’ Foscari Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e molte altre realtà coinvolte nelle diverse linee progettuali.

Le immagini e le installazioni interattive in mostra raccontano le principali aree della ricerca applicata ai beni culturali: dall’archeobotanica, che permette di ricostruire gli ambienti e le ecologie del passato, al patrimonio della moda come sistema complesso di memorie materiali e immateriali; dalle indagini sul paesaggio come intreccio dinamico tra storia, comunità e territorio, alle sperimentazioni sui digital twin che rendono accessibili nel tempo opere d’arte, allestimenti, collezioni e contenuti museali.
Ogni sezione è il risultato di un lavoro congiunto tra ricercatori e artisti, un dialogo che permette alla fotografia di diventare non semplice documento, ma strumento di interpretazione capace di far emergere connessioni e storie spesso invisibili.

«Questa esposizione rappresenta un momento di restituzione fondamentale per l’intera rete di partner coinvolti in CHANGES. Negli ultimi tre anni l’intero partenariato ha contribuito a creare un sistema nazionale capace di innovare il modo in cui il patrimonio viene studiato, condiviso e vissuto. in Beyond Heritage questa missione prende vita, mostrando come la ricerca — nelle sue dimensioni scientifiche, sociali e culturali — sia un processo collettivo che rafforza la nostra capacità di comprendere il patrimonio come risorsa viva e collettiva». – Antonella Polimeni, Presidente della Fondazione CHANGES
«Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano delle ricercatrici e dei ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in un uno strumento di scambio e conoscenza. È un omaggio alla rete interdisciplinare che sostiene il progetto CHANGES e alla sua capacità di costruire nuove forme di interpretazione e di tutela del patrimonio culturale». – Fabio Beltotto, curatore
La mostra “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza” è in collaborazione con Musei in Comune Roma e Zetema Progetto Cultura.

Dal 16 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – Museo di Roma a Palazzo Braschi

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Il mondo e la tenerezza. Walter Rosenblum Master of Photography


 Oltre 110 fotografie vintage raccontano il Novecento attraverso uno sguardo umano, empatico e potente. Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, il Centro Culturale di Milano ospita la mostra Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum, uno dei grandi maestri della fotografia sociale del XX secolo. Un progetto espositivo di respiro internazionale che porta in Italia, per la prima volta, una selezione ampia e significativa del suo lavoro.

La mostra, curata da Roberto Mutti, offre un’occasione rara per entrare in contatto con uno sguardo capace di unire rigore documentaristico e profonda empatia.

Walter Rosenblum (1919–2006) è stato una figura centrale della fotografia americana del XX secolo. Il suo lavoro si colloca tra la fotografia sociale di Lewis Hine e il reportage umanistico di Paul Strand, ma trova una voce del tutto personale nel modo in cui racconta le persone comuni.

Per Rosenblum la fotografia non è mai distanza. È incontro, ascolto, rispetto. Le sue immagini non cercano l’eccezionale, ma l’essenziale: la vita quotidiana, le relazioni, la dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili.

Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da un lato la realtà storica, sociale e politica del Novecento; dall’altro uno sguardo intimo e partecipe che attraversa anche la guerra, la povertà e l’emarginazione.

Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Rosenblum, dalle prime immagini scattate negli anni Trenta fino ai lavori più maturi. Le fotografie raccontano l’esperienza degli immigrati negli Stati Uniti, la vita nei quartieri popolari di New York, le conseguenze dei conflitti europei, fino alle immagini realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni scatto restituisce centralità all’essere umano, che non viene mai ridotto a semplice soggetto fotografico, ma diventa protagonista di una storia più ampia.

Ancora giovanissimo, Rosenblum entra nella Photo League, un collettivo che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fotografia sociale americana. Qui matura una visione etica della fotografia come strumento di responsabilità civile. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavora come fotoreporter per l’esercito americano. Documenta lo sbarco in Normandia e realizza le prime riprese del campo di concentramento di Dachau.
Esperienze che segnano profondamente il suo lavoro e il suo modo di guardare il mondo, senza mai rinunciare a uno sguardo umano.

All’interno del programma della mostra è prevista la proiezione del film “Walter Rosenblum. In Search of Pitt Street”, diretto da Nina Rosenblum, figlia del fotografo e regista di rilievo internazionale.
La proiezione si terrà giovedì 4 dicembre 2025 presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano, con ingresso libero su prenotazione.

Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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Paolo Di Paolo, fotografie ritrovate

Un ragazzo con una maglietta a righe tiene in braccio un gatto mentre osserva un'autostrada in lontananza, circondato da un paesaggio rurale.

Una retrospettiva di circa 300 fotografie di un fotografo che con delicatezza, rigore e sapienza ha raccontato l’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

È stato il fotografo più̀ amato de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, e collaboratore tra i più assidui del settimanale Tempo, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà̀, intellettuali e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.
Le sue foto, riscoperte dalla figlia dopo più di cinquant’anni di oblio, sono state presentate in modo organico, per la prima volta, in una grande mostra al MAXXI di Roma nel 2019. Oggi, a cento anni dalla nascita, Silvia Di Paolo ha rivisitato l’archivio di suo padre e insieme a Giovanna Calvenzi propone un nuovo sguardo sul suo sorprendente lavoro che inizia con le inedite immagini realizzate agli esordi, ripercorre il lungo impegno dedicato a raccontare i mutamenti della società italiana, il mondo del cinema, i viaggi all’estero.

La mostra, che mescolerà molte fotografie inedite e per la prima volta anche a colori, insieme a materiali d’archivio, video, riviste d’epoca e documenti originali, avrà un focus dedicato alla città di Genova.

23 Ott 2025 — 06 Apr 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Ritratto in bianco e nero di una donna di spalle, con un tatuaggio e ombre di felci sulla pelle.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, con il patrocinio di Azimut, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, sede bolognese di Azimut Capital Management SGR SpA, società del gruppo Azimut, tra le più importanti realtà indipendenti nella gestione dei patrimoni. La mostra è organizzata da Laura Frasca Art Manager della fotografa, ed è accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.  

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Italia di mezzo – Autori Vari

Vista notturna di un canale che scorre accanto a edifici industriali, con fuochi d'artificio che brillano nel cielo.

Com’è articolata e quali sono i temi che pone alla transizione socio-ecologica tutta quella parte intermedia del Paese, compresa tra aree metropolitane e aree interne, tra grandi città e territori
periferici e marginali? L’Italia di mezzo, come la definiamo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale e comprende un insieme variegato di contesti, paesaggi, comunità e storie locali: città medie, reti policentriche di piccoli e medio-piccoli comuni, pianure e colline abitate, sistemi urbanizzati pedemontani e vallivi, contesti di dispersione insediativa. Dopo decenni di attenzione alle aree
metropolitane e, in anni più recenti, alle aree remote e interne, la maggior parte del territorio italiano è rimasta priva di rappresentazioni e di visioni, rendendo questi territori meno attrezzati per affrontare le sfide del presente e cogliere le opportunità nel prossimo futuro. La mostra e il ciclo di seminari ed eventi che la accompagnano racconta il lavoro di ricerca e di esplorazione territoriale condotto negli ultimi tre anni da un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Milano e di altri Atenei nella provincia italiana.
L’obiettivo è duplice: da un lato, comprendere le trasformazioni in atto attraverso un’analisi approfondita di processi nazionali e di fenomeni locali; dall’altro, immaginare traiettorie possibili, più
sostenibili, inclusive e resilienti.
La mostra restituisce e discute alcuni temi e questioni rilevanti (scuola, casa, produzione, agricoltura, suolo, energia) attraverso un percorso di esplorazione che ha utilizzato strumenti diversi: mappe e repertori cartografici per restituire dati e dinamiche territoriali; voci e storie di luoghi, pratiche e contesti; racconti fotografici che permettono di cogliere i paesaggi e costruire sguardi.
Un ciclo di tre seminari discuterà le ipotesi e gli esiti della ricerca attraverso i volumi pubblicati (Italia di mezzo, Donzelli 2024; Collana dei Ritratti dell’Italia di mezzo, 2025-26) e le campagne fotografiche; un programma di proiezioni affiancherà visioni cinematografiche e storie (tre serate cineforum); una giornata di studio concluderà i lavori riflettendo sulle prospettive di ricerca e di azione per i ritratti dell’Italia di mezzo.

Fotografie:
Enrico Bedolo, Tomaso Clavarino, Cédric Desasson, Giovanni Hänninen, Peppe Maisto, Paolo Mazzo,
Michele Nastasi, Gioia Onorati, Andrea Pertoldeo, Fausta Riva, Filippo Romano, Andrea Simi.

21.01.26 – 13.02.26 – Politecnico di Milano

Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano

Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise
© Bruno D’Amicis | Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise

Arriva al largo pubblico, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, dal 22 gennaio al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center(NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU.

Una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line – il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco ColomboBruno D’Amicis e Ugo Mellone – selezionati da National Geographic Italia esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e il modo in cui le attività umane incidono sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere ad un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione.

La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi – attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. Afferma Luigi Fiorentino, presidente di NBFC. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»

Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane.

Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.

«Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali – spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.»

«Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo,direttore di National Geographic Italia.

Dal 21 gennaio 2026 al 27 febbraio 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Mostre di fotografia consigliate per settembre

Bellissime mostre ed interessanti festival di fotografia ci aspettano a settembre, non perdeteveli!

Anna

MAN RAY – Forme di luce

Larmes 1932 © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2024, image: Telimage, Paris

Man Ray è senza dubbio uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo. Fu uno dei primi a utilizzare la fotografia come un vero e proprio medium creativo, realizzando opere emblematiche che sono entrate a far parte della storia dell’arte del Novecento. 

La retrospettiva in programma da settembre 2025 a Palazzo Reale permetterà al pubblico di ripercorrere le tappe biografiche e della carriera di Man Ray. Grazie a un importante nucleo di materiali originali (stampe vintage, negativi, collage, documenti) è possibile documentare la storia di Man Ray dalla nascita (1890, Philadelphia), agli ambienti newyorkesi dove scopre le avanguardie europee e stringe amicizia con Marcel Duchamp, fino all’approdo parigino del 1921. 

A Parigi viene accolto dai poeti André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e incontra poi la cantante e modella Kiki de Montparnasse, sua amata e musa, creando fotografie immortali come Noire et blanche o Le Violon d’Ingres. In seguito, si dedicherà al mondo della moda e alla realizzazione delle famose “rayografie” e “solarizzazioni”. Rientrato negli Stati Uniti nel 1940, torna a Parigi nel 1951, dove rimane fino alla morte nel 1976. 

Attraverso un percorso tematico (gli autoritratti, le muse, i nudi, le rayografie e solarizzazioni, la moda), questa mostra propone la riscoperta di un artista unico nel suo genere e un geniale pioniere. 

24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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BRUNO BARBEY. Gli Italiani

Bruno Barbey, Palermo, 1963
© Bruno Barbey / Magnum Photos | Bruno Barbey, Palermo, 1963

La fotografia è sempre più al centro del calendario espositivo di Palazzo Falletti di Barolo di Torino, che dal 12 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 presenta la mostra BRUNO BARBEY. Gli Italiani. Prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, l’esposizione nasce da una selezione fatta dallo stesso Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) e si compone di un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1962 e il 1966.
 
In particolare, il nucleo di scatti ricalca il reportage dedicato all’Italia e agli italiani che l’autore negli anni sessanta aveva presentato all’editore francese Robert Delpire, il quale avrebbe voluto pubblicarlo come terzo volume dell’Encyclopédie essentielle, collana di libri che accostavano testo e immagini e che già comprendeva Les Américains di Robert Frank (1958) e Les Allemands di René Burri (1962).
 
Nonostante le circostanze dell’epoca ne impedirono la realizzazione, il portfolio dedicato alla Penisola – immortalata da piazza del Duomo a Milano ai vicoli di Napoli, dalla scalinata di Piazza di Spagna a Roma al centro di Palermo – convinse Magnum Photos, nel 1964, a invitarlo a collaborare con l’agenzia. Eppure, Barbey dovette aspettare il 2002 per vedere realizzato il proprio progetto (Editions de La Martinière). Solo nel 2022 la casa editrice Contrasto pubblicò il lavoro, postumo, nel volume Gli Italiani, definendo il modello che oggi viene assunto come spartito per riprodurre la selezione in mostra.
 
A integrare il percorso espositivo è presente un video di 10 minuti girato da Caroline Thiénot-Barbey, moglie dell’artista, che ripercorre genesi e sviluppo del reportage, insieme a una serie di citazioni di figure di spicco dello spettacolo e della cultura, che aiutano a contestualizzare gli scatti nell’ambito sociale e artistico degli anni sessanta.
 
Un’epoca in cui, studente di fotografia in Svizzera, Barbey esplorò con il suo maggiolino l’Italia in tutta la sua estensione, per lui ricca di fascino esotico nonostante la vicinanza, piena di luce ed energia, registrando con la sua macchina fotografica una realtà in pieno cambiamento, ancora fiaccata dalla guerra ma già rinvigorita da nuove speranze, evidenziando analogie e differenze tra una regione e l’altra, con il Nord lanciato verso il sogno metropolitano e il Sud che faticava nella ricostruzione.
 
Barbey ha fotografato così tutti gli strati della società: l’Italia delle cerimonie religiose e delle feste di paese, del boom economico e delle tradizioni antiche, degli operai e dei contadini, dei proletari e dei borghesi, dei nuovi ricchi e soprattutto degli umili, che con la loro fierezza si facevano interpreti della più profonda identità italiana. A tratti, gli scatti di Barbey sembrano raccogliere i personaggi di una moderna Commedia dell’arte, popolata da mendicanti, preti, suore, carabinieri, contadini, famiglie, figure archetipiche che negli stessi anni davano sostanza e popolarità ai film di Pasolini, Visconti e Fellini.
 
Barbey non è stato solo un fotografo. È stato anche un radiologo – scrive Giosuè Calaciura nel testo che introduce il volume Gli Italiani, edito da Contrasto (2022) – In queste foto, con uno sguardo profondissimo, è riuscito a cogliere le permanenze di un’antropologia complicata, ancestrale. Quello che non cambia o che muta solo nei tempi lentissimi delle Ere. È il rapporto intimo con la propria antichità”.
 
Nella visione in bianco e nero dell’autore ritroviamo e riscopriamo così il nostro recente passato, quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, la memoria di un’epoca che la guerra aveva privato delle sue certezze e che guardava al futuro con l’urgenza di ricreare prima di tutto una vita e una rete sociale, i legami e le storie che più d’ogni altra cosa tengono unito un popolo.
 
La mostra, prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, è realizzata con il patrocinio di Torino Metropoli e con il supporto di freecards e Contrasto; Media partner Sky Arte.

Dal 12 Settembre 2025 al 11 Gennaio 2026 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

PhEST 2025 – THIS IS US – A Capsule to Space

©Martin Parr, Magnum Photos

È con gran voce che si acclama la X edizione del PhEST di Monopoli! Sede ormai storica, che ospiterà oltre 30 mostre di uno dei festival internazionali di fotografia e arte più rinomati d’Italia in uno scenario suggestivo, e che fino al 16 novembre si trasformerà in un palcoscenico di cultura e creatività. Mostra madrina di quest’anno la celebre Pleased to Meet You di Martin Parr. Inoltre, in anteprima assoluta sarà presente la mostra fotografica Jitter Period del visionario regista Yorgos Lanthimos (The LobsterThe FavouritePoor Things).

Ritroviamo alla direzione artistica Giovanni Troilo, con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, a quella dell’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara e la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon.

Un decimo anniversario che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Il PhEST 2025 prende il titolo di THIS IS US – A Capsule to Space, coniugando celebrazione del passato e visioni future in uno spazio ancor più esteso.

Come anticipato, ad aprire le danze e caratterizzare i dieci anni di festival la serie Pleased to Meet You di Martin Parr. Autore di cui abbiamo parlato a più riprese, tra i più pop e iconici dei nostri anni, che dà voce nei suoi scatti vibranti alle idiosincrasie della società moderna. Donne e uomini imbruttiti dal consumismo, immortalati tra i loro vizi e sprechi non certo senza una lacerante ironia.

In mostra anche nomi meno noti, ma che segnano l’importanza nazionale e non che la fotografia riveste. Si ammirano così gli scatti di Sam Youkilis di Under the SunAlexey Titarenko con City of Shadows e Pietro Terzini con Just One More Glass, Amore Mio.

Seguono le serie Rhi-Entry di Rhiannon AdamBangers di Arianna Arcara, ospite della Residenza 2025, e See Naples and Die 2014-2022 di Sam Gregg.

In collaborazione con Photoworks & IIC London, PhEST porta a Monopoli anche la serie The Silent Sun, Brighton di Piero Percoco, ospite a giugno 2025 della Residenza speciale a Brighton. Inoltre, il festival espone gli scatti di Dylan Hausthor in What The Rain Might Bring, un progetto interdisciplinare che esplora le complessità della narrazione, della fede, del folklore e dell’intrinseca stranezza del mondo naturale. L’italiano Lorenzo Poli presenterà invece la serie in corso The Geoglyphs of our Time, dove protagonista è la terra e le mutazioni antropocentriche che ne hanno trasfigurato il volto.

Un’edizione che spazia in lungo e in largo nel vasto panorama fotografico, accostando il surrealismo di Philip Toledano alla vena provocatoria di Gregg Segal, autore di 7 Days of Garbage. Infine, nelle antiche stalle annesse alla Casa Santa, l’artista José Angelino presenta il progetto site-specific Waiting for the Sun. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi. Una serie di installazioni scultoree e video che raccontano l’esperienza quotidiana sul pianeta terra.

Dal 9 Agosto AL 16 Novembre 2025 – Monopoli – Sedi Varie

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Città Aperta 2025 – Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Diana Bagnoli

La città è un corpo che si muove, respira e si trasforma. Roma, Urbs per eccellenza, ne è un esempio perfetto: osservarla vuol dire verificare quali possano essere, in una città da sempre ritratta, fotografata, rappresentata ed evocata, i confini reali e immaginari del suo spazio in continuo cambiamento. L’anno del Giubileo rappresenta quindi una sfida straordinaria: la possibilità di registrare come Roma riesca a trasformarsi rinnovando la sua tradizione, il suo spirito di accoglienza, la sua necessità di innovazione e di apertura.

Le immagini di Alex Majoli sono dedicate in modo specifico alla “scena drammaturgica” del Giubileo; i volti dei fedeli sono catturati dallo sguardo di Paolo Pellegrin che realizza anche un personale “viaggio dentro Roma”, mentre Diana Bagnoli propone le sue visioni a colori di un misticismo diffuso, mobile, itinerante, in sintonia con lo spirito del Giubileo.

L’attenzione alla realtà vista con sguardo intenso e nuovo, la possibilità di trasfigurare le azioni e i gesti in scene dal forte valore simbolico, l’empatia che contraddistingue il loro lavoro concorrono a offrire un’interpretazione visiva contemporanea, originale e profondamente evocativa del Giubileo a Roma.

dal 26 giugno al 28 settembre 2025 – Sala Zanardelli del Vittoriano – Roma

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Texas Trigger – Luca Santese e Marco P. Valli

The Texas Trigger exhibition, mirroring the recently published eponymous book, retraces the timeline of Santese and Valli’s journey across Texas at the height of the U.S. presidential election campaign, which culminated in Donald Trump’s victory. Over the course of just over a month, they drove approximately 5,000 miles, documenting a wide range of environments that are shaping American society today: immigration policy, the proliferation of firearms, political and cultural tensions, and the ongoing clash between conservative ideals and progressive movements. 
The photographic sequence, almost unchanged from the volume, is arranged in 33 modular frames that reflect the same dimensions and meanings of the triggers in the work. With 71 c-print photographs, the Texas Trigger exhibition also seeks to emphasize the material presence of the images and the narrative tension running through them. The authors will be present at the opening to introduce the project and guide you through the exhibition.

From 4 to 28 September 2025 – Palazzo Grillo, Genova

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SARA MUNARI: LAPILLI

3 – 7 Settembre 2025 – SONOGNO – VERZASCA FOTO FESTIVAL

LAPILLI: Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.

Il mio lavoro esplora il connubio tra l’imponente potenza dei vulcani e l’umanità, tentando di raccontare il modo in cui queste maestose formazioni naturali hanno influenzato le credenze, le leggende e le pratiche religiose e come invece, nel rapporto reale, la vicinanza con questi monti condizioni e cambi “il vivere” effettivo. Gli spettatori saranno invitati a esplorare come le eruzioni vulcaniche siano state interpretate come segni divini o punizioni, e come abbiano influenzato la vita e la cultura delle popolazioni circostanti nel corso dei secoli.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

Lavoro completo 40 opere tra foto e tele

Durante il festival, offriamo una serie di mostre all’aperto e all’interno, presentazioni e incontri tra artisti e comunità locale, visite guidate, letture portfolio, proiezioni di progetti e musica dal vivo.
La nostra curatela si concentra su diversi temi accomunati da un profondo interesse per l’umanità, con i suoi sentimenti, le sue posizioni e il suo rapporto con l’ambiente circostante. Le nostre esposizioni esplorano realtà e narrazioni regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla diversità, all’inclusività e alla conservazione.

https://www.verzascafoto.com/it/inizio

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

Torna a Savignano sul Rubicone, per tre weekend consecutivi, uno degli appuntamenti più longevi e significativi nel panorama della fotografia italiana: SI FEST, giunto quest’anno alla sua 34ª edizione.
Il Festival, in programma dal 12 al 28 settembre 2025, è un progetto dell’associazione Savignano Immagini, promosso dal Comune di Savignano sul Rubicone, con la direzione artistica affidata a un comitato scientifico composto da Manila Camarini, Francesca Fabiani, Jana Liskova e Mario Beltrambini.

GEOGRAFIE VISIVE – Il tema 2025
In un’epoca segnata da fratture ambientali, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e identità in trasformazione, Geografie Visive nasce come invito a ripensare il modo in cui abitiamo il mondo non solo nello spazio fisico, ma anche nei luoghi della memoria, della percezione, dell’immaginazione.

Il tema scelto per il 2025 si propone di mappare i territori visibili e invisibili dell’esperienza contemporanea, attraverso linguaggi fotografici che esplorano il paesaggio naturale, urbano e interiore. La fotografia diventa così uno strumento per decifrare ciò che muta, per riconoscere ciò che persiste, per dare forma a ciò che ancora non ha un nome.

Attraverso Geografie Visive, SI FEST continua il suo lavoro di indagine culturale sul presente, raccogliendo e intrecciando sguardi provenienti da luoghi, storie e sensibilità diverse, in un momento storico che richiede ascolto, complessità e immaginazione.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra uomo e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto Geografie Visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro.” — Comitato artistico del SI FEST

Alcuni nomi già confermati ci parlano della direzione intrapresa: Hashem Shakeri, autore iraniano tra i più lucidi interpreti delle fratture contemporanee, porta un lavoro potente sull’Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani. Le sue immagini raccontano un mondo precipitato nel buio: donne private del diritto all’istruzione, minoranze perseguitate, esistenze invisibili. Ma nella scelta poetica della composizione e nell’empatia dello sguardo, Shakeri ci restituisce la dignità della resistenza. Ogni immagine è una soglia sospesa tra silenzio e grido, testimonianza e speranza. Una narrazione tanto dura quanto necessaria, che rifiuta il sensazionalismo e cerca invece la complessità. A cura di Manila Camarini. 

A raccogliere la sfida dell’attualità è anche Skagit Valley di Michael Christopher Brown, autore già noto per il suo lavoro realizzato con lo smartphone durante la rivoluzione libica. Il progetto riflette sul futuro dell’agricoltura e della vita rurale nella Skagit Valley, stato di Washington, attraverso immagini generate interamente da intelligenza artificiale. In un paesaggio post-apocalittico, distorto e visionario, l’AI diventa strumento per indagare ciò che resta – o potrebbe restare – della relazione tra uomo e natura. Un lavoro che spinge la fotografia documentaria oltre i suoi confini tradizionali, interrogando il ruolo dell’immagine nell’evocare scenari possibili e nel rappresentare un reale ancora inesistente. A cura di Manila Camarini.

Dalla finzione visionaria al rigore assoluto della testimonianza: Where the World is Melting del fotografo islandese Ragnar Axelsson – da oltre quarant’anni testimone delle comunità artiche – ci conduce nei ghiacci dell’Artico, tra Groenlandia, Siberia e Islanda. Le sue immagini in bianco e nero non sono semplici reportage, ma elegie visive su un mondo che si sta sciogliendo: quello delle comunità artiche, dei loro animali, delle loro tradizioni, dei loro paesaggi. In ogni fotografia si percepisce l’urgenza di uno sguardo che resiste al tempo, e che chiede di essere ascoltato prima che sia troppo tardi.

Se in Axelsson la resistenza è geoclimatica, in Spandita Malik diventa invece gesto politico e corporeo. L’artista indiana, basata a New York, intreccia fotografia e artigianato in una pratica corale e femminista che restituisce voce a donne sopravvissute alla violenza domestica. In Jāḷī—Meshes of Resistance, Malik stampa i loro ritratti su khadi, tessuto legato alla resistenza gandhiana, e le invita a ricamarli. Ogni opera è unica, costruita a quattro mani, in un dialogo profondo tra soggetto e fotografa. È così che l’immagine si trasforma in spazio di autodeterminazione: la donna non è più oggetto del racconto, ma autrice della propria rappresentazione. Una delle mostre più intime e radicali dell’intero Festival.

Dalla resistenza politica e corporea di Malik si passa allo sguardo che custodisce e preserva il fragile nell’opera di Evgenia Arbugaeva. L’artista russa racconta la Siberia artica con uno stile sospeso tra il reportage e la fiaba. I suoi scatti – colorati, onirici, pervasi di silenzio – trasportano lo spettatore in un altrove incantato, dove la realtà sembra sciogliersi nella luce. In un tempo accelerato e caotico, Arbugaeva ci invita a rallentare, ad ascoltare i ritmi lenti della natura, a riconoscere la bellezza fragile dell’invisibile. È forse questa una delle geografie più sottili e preziose: quella che sfugge, quella che resta negli occhi quando la luce si spegne. A cura di Manila Camarini. 

Un invito al silenzio e all’ascolto che ritroviamo anche in Doppia Uso Singola, il progetto di Lorenzo Urciullo – in arte Colapesce – a cura di Patricia Armocida, che porta per la prima volta in un festival di fotografia il suo universo visivo. Cantautore tra i più originali e apprezzati della scena musicale italiana, autore di graphic novel, spettacoli teatrali e colonne sonore, Colapesce firma con Doppia Uso Singola un lavoro fotografico intimo e stratificato, nato da oltre dieci anni di scatti raccolti durante viaggi, tournée, ritorni a casa. Camere d’albergo vuote, oggetti dimenticati, interni familiari: in queste immagini si riflettono la solitudine, il transito, la costruzione dell’identità in un tempo incerto e nomade. Nessuna figura è presente, eppure ogni spazio è carico di tracce umane, di tensione affettiva, di storie invisibili. Tra malinconia e pudore, queste immagini raccontano la solitudine come condizione esistenziale, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita in transito di chi è sempre altrove. 

Accanto ai progetti già citati, il percorso espositivo comprende una selezione di mostre che approfondiscono temi chiave del presente. La tedesca Barbara Diener esplora il desiderio di appartenenza e la spiritualità nelle comunità rurali tra Europa e Stati Uniti. L’iraniano Khashayar Javanmardi documenta l’agonia ecologica del Mar Caspio, lago senza sbocco minacciato dall’inazione politica. L’italiana Roselena Ramistella, attraverso un viaggio a dorso di mulo nei sentieri montani della Sicilia, restituisce un ritratto autentico della vita rurale contemporanea. Il franco-palestinese Taysir Batniji indaga il senso di perdita e l’esilio attraverso le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza. La mostra collettiva “Oltre la soglia”, in occasione degli 80 anni della cooperativa Cocif, intreccia archivi e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Completano il programma i lavori premiati di Federico Estol (Uruguay), Aleks Ucaj (Albania/Italia) e Fabio Domenicali (Italia), il racconto corale dell’alluvione in Romagna, i laboratori con le scuole, e due importanti omaggi a Marco Pesaresi: uno dedicato al legame con la città di Bellaria Igea Marina, mentre l’altro – che si svolgerà a Rimini – è ispirato al libro Rimini di Pier Vittorio Tondelli ed è concepito come un dialogo tra il suo testo e le fotografie di Marco.

Dal 12 Settembre 2025 al 28 Settembre 2025 – Savignano sul Rubicone (FC)

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Ragusa Foto Festival 2025

Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater
© Cristina Vatielli | Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater

Un intero quartiere che si trasforma in una galleria d’arte contemporanea nel cuore del barocco ibleo, nel Val di Noto. Ragusa Ibla, tra i borghi più suggestivi d’Italia, assume il ruolo di una destinazione culturale dove la bellezza della Sicilia dialoga con la fotografia contemporanea internazionale. È questo lo scenario del Ragusa Foto Festival, prima rassegna siciliana di respiro internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani artisti. In questi anni il Festival, ideato e diretto da Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale, ha saputo unire la ricerca artistica all’attenzione per il territorio, trasformando Ibla, quartiere più antico della città, in una vera e propria piattaforma espositiva diffusa tra i magnifici palazzi iconici – Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, Auditorium San Vincenzo Ferreri – e i luoghi della vita quotidiana, come il Giardino Ibleo, cuore verde e quartier generale del Festival.

Patrocinata dalla Commissione Italiana UNESCO
, la tredicesima edizione, “Oltre l’apparenza”, sotto la direzione artistica di Massimo Siragusa, fotografo e docente di fotografia, in programma dal 28 agosto al 28 settembre, apre con quattro giornate inaugurali – dal 28 al 31 agosto – e un programma ricco di appuntamenti. Talk, letture portfolio, premi, workshop, seminari, proiezioni, visite guidate e presentazioni di libri, animeranno il lungo weekend insieme ad autori, critici, fotografi, curatori e professionisti del settore, provenienti da tutta Europa, per incontrare tanti giovani e appassionati di fotografia.
Grazie alla capacità della fotografia di rendere visibile ciò che spesso diamo per scontato, Jessica BackhausStefano De LuigiCharles FrégerMaria LaxMaud RallièreAlessia RolloJohannes Seyerlein e Cristina Vatielli sono gli artisti in mostra che ci offriranno la loro visione sul tema di quest’anno. Insieme al progetto dedicato al territorio di Francesca Todde, giovane artista di respiro internazionale, in Residenza a Ragusa grazie al sostegno di Fondazione “Cesare e Doris Zipelli” della Banca Agricola Popolare di Sicilia.

Tra i progetti esposti, il corto “Compagni di Viaggio”, diretto da Sara De Martino e prodotto da Fondazione Con il Sud; grazie alla collaborazione con lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design), un lavoro interdisciplinare sul tema di quest’anno, realizzato dagli studenti del II° anno, per offrire una concreta opportunità di crescita professionale e creativa. In mostra la vincitrice del premio Miglior Portfolio 2024, Flora Mariniello, e il progetto in menzione di Antonello Ferrara.

Inoltre, quest’anno saranno in mostra i progetti selezionati con due call internazionali che hanno raggiunto un risultato sorprendente, che attesta l’attenzione e la partecipazione diffusa in tutto il mondo ed evidenzia la voglia di esporre al Ragusa Foto Festival. Andrew RovenkoDanae PanagiotidiMelisa OechsleO’Shaughnessy Francis e Cataldo – De Marzo sono i fotografi selezionati tra 250 candidature per la call dedicata alla fotografia analogica, realizzata insieme al collettivo Analog Milano. Risultato importante anche per la call dedicata al Circuito OFF del Festival, curata da Alfredo Corrao e da Emanuela Alfanocon la collaborazione del Circolo Fotografico ASA 25 di Vittoria (Rg), con 148 candidature e un totale di 625 immagini inviateda tutto il mondo, segno tangibile di un dialogo costante tra visioni locali e sguardi globali. Circa 40 gli autori selezionati che saranno esposti sia on line, in un’apposita sezione del sito del Festival, sia presso le diverse realtà che hanno aderito al progetto del Circuito Off.

Tra gli appuntamenti imperdibili delle giornate inaugurali, la presentazione della riedizione del libro “Viaggio in Italia”diLuigi Ghirri, in collaborazione con il MUFOCO, Museo della Fotografia Contemporanea, presentata dal curatore Matteo Balduzzi e da Carmelo Arezzo, presidente della Fondazione Cesare e Doris Zipelli di Baps, seguita dalla proiezione del film “Viaggio in Italia vent’anni dopo”.

Occasione preziosa per aspiranti fotografi e appassionati per confrontarsi con esperti, sono le Letture Portfolio che culminano con l’assegnazione del Premio Miglior Portfolio, un premio in denaro e l’esposizione del progetto vincitore nella prossima edizione del festival. I lettori di quest’anno rappresentano un panorama ricco e autorevole della scena fotografica contemporanea: Benedetta Donato, curatrice e direttrice del Premio Romano Cagnoni Award; Denis Curti, curatore delle Stanze della Fotografia di Venezia; Jessica Backhaus artista e fotografa internazionale; Tiziana Faraoni,photo editor de L’Espresso; Irene Alison, curatrice del “Rifugio Digitale” di Firenze e fotografa; Claudio Corrivetti, fondatore di Postcart Edizioni; Alessia Paladini, curatrice e fondatrice della Alessia Paladini Gallery; Paola Sammartano, inviata del magazine internazionale  “L’Oeil de la Photographie”.

Dal 28 Agosto 2025 al 28 Settembre 2025 – Ragusa – Sedi varie

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Grenze Arsenali Fotografici. VII Edizione

Tianyu Wang, Hidng and Seeking
© Tianyu Wang | Tianyu Wang, Hiding and Seeking

Inaugura venerdì19settembre a Verona l’ottava edizione del Festival Grenze-Arsenali Fotografici, il festival Internazionale di Fotografia che coinvolge il quartiere di Veronetta e il Bastione delle Maddalene.
Il concept di quest’anno è “Anfällig”, cagionevolevulnerabilefragile, da un momento all’altro può cadere o ricadere.  Non siamo del tutto guariti ma ritorniamo nel mondo con una nuova delicatezza.
Il concept di Grenze 2025 – pensato dalla direzione artistica di Francesca Marra e Simone Azzoni – propone di esplorare la debolezza insita nelle cose, nelle persone e nelle situazioni quotidiane. Interpretare come la fragilità si manifesti, sfumando il confine tra la vita e la sua instabilità.
“Cagionevole”, dal latino causionabilis, “che può essere causato”. Siamo indeboliti dalle incertezze, influenzati, e influenzabili dal dubbio. Precari, con l’equilibrio sempre in bilico. Difficile affrontare le sfide con stabilità e forza, fermezza. Nell’apparente sicurezza, siamo minacciati e non possiamo resistere.
“Cagionevole” diventa così l’esposizione nuda alla bellezza nella debolezza, senza nascondere la sofferenza o l’incertezza che essa comporta. La fotografia diventa uno strumento per trasformare la fragilità in parte essenziale e inevitabile della nostra umanità.
Il Festival è organizzato in collaborazione con Assessorato ai Rapporti UNESCO e l’Assessorato alla Cultura – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri del Comune di Verona.
Ad affiancare la direzione artistica ci sarà la curatela di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese. Colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei negozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. “Un maestro nel trovare vecchi album di famiglia, mostrandoceli sotto un nuovo volto, nella loro mondana bellezza e stranezza. È interessato dalle storie contenute nelle fotografie, piuttosto che dalle fotografie in sé”.
MAIN PROJECT Progetto d’eccezione all’ottava edizione del festival sarà Vida Detenida di Pedro Almodóvar. La mostra in esclusiva assoluta per l’Italia, raccoglie Still Life di oggetti quotidiani tolti dallo splendore del Pop cinematografico del regista spagnolo e abbandonati ad un riposo, ad una quiete domestica che ne rivela la malinconica e solitaria natura.
Le opere sono gentilmente prestate da Opera Gallery di Madrid. Abbinato alla mostra, curata da Simone Azzoni, il catalogo di LazyDogPress.
La mostra sarà allestita nello spazio de Il Meccanico di Via San Vitale 2b.
MAIN SECTION ➔    Bastione delle Maddalene – Vicolo Madonnina 12
Quattro i progetti esposti al Bastione selezionati dalla call:
◆     Nuno Alexandre Serrão con IcebergsUnderstanding the world by travelling inward:
un progetto intimista, sulla solitudine, sui mondi chiusi al di là dei silenzi, a cura di Simone Azzoni.

◆     FrédériqueDimarco con EIDOLONS: è una riflessione sul risvegliare gli occhi alla vulnerabilità del mondo in cui viviamo e a catturare, anche solo per un istante, la connessione con gli elementi e con il vivente. In relazione ai disturbi visivi, la fotografa sviluppa una tensione tra apparizione e scomparsa. A cura di Francesca Marra.
◆     Tianyu Wang con Hiding and Seeking che utilizza la performance art come processo creativo e le immagini come mezzo per far riflettere sulla violenza. A cura di Erik Kessel.
◆     Florine Thiebaud con COMING BACK, in cui l’artista dà voce ad un tremendo tumulto interiore. A cura di Erik Kessel.
➔    Prosegue invece la collaborazione e la rete con altre realtà Internazionali che si occupano di fotografia con i progetti
◆     Katarina Marković con InPassing – in collaborazione con Belgrade Photo Month e Sarajevo Photography Festival.
◆     Emanuela Cherchi con Tumbarino, selezionato dal Premio MUSA.
➔    – Il Meccanico, Via San Vitale 2B
◆     Alfio Tommasini con Via Lactea. L’autore ha visitato per lo più piccoli agricoltori e allevatori di bovini nelle Alpi e nelle Prealpi, nonché i grandi laboratori di latte e di inseminazione in Svizzera. Via Lactea presenta paesaggi che si estendono attraverso cinque inverni, oltre a dettagliati e al tempo stesso intimi e pittorici, ritratti di contadini e animali da fattoria. Tommasini intraprende uno studio visivo del rapporto tra uomo, animali e topografia nel contesto di un’agricoltura e di un’industria casearia in rapida evoluzione e sempre più meccanizzata.
SEZIONE OFF La sezione a cura di Lisangela Perigozzo arriva quest’anno a Veronetta.
Negozi, bar e locali ospiteranno durante tutto il festival i progetti di
●      Francesco Anderloni con Suspensia

●      Toby Binder con Common future for a Divided Youth

●      Federica Carducci con Yet still, rebirth. In the ordinary ache of waking

●      Francisco Macfarlane con Codificaciones

●      Marco Sempreboni con Impermanenze

●      Romina Zanon con Disperso e presente

Il progetto URBAN celebra la prima sinergia d’intenti tra Grenze e Tocatì:
➔    fotografia manifesta / poster photography.
In collaborazione con AssociazioneGiochiAntichi: nel quartiere di Veronetta saranno affissi i manifesti con uno dei celebri scatti di Dario Mitidieri, “Children playing in Gorazde, Bosnia 1995”: due bambini che nonostante la guerra, scendono da una discesa su un carrettino di legno.

Dal 19 Settembre 2025 al 20 Ottobre 2025 – Bastione delle Maddalene – Verona

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PASSAGGI. Mario Giacomelli e Simone Massi

n occasione del centenario della nascita del Maestro della fotografia del Novecento Mario Giacomelli, il Premio nazionale Gentile da Fabriano e l’Associazione Gentile Premio presentano a Zona Conce a Fabriano, dal 21 giugno al 19 ottobre 2025, la mostra “Passaggi. Mario Giacomelli e Simone Massi” curata da Gianluigi Colin e Galliano Crinella: un inedito confronto tra il celebre fotografo e Simone Massi illustratore, autore, regista e maestro dell’animazione, entrambi marchigiani. Due linguaggi, lontani cronologicamente ma estremamente connessi nella rappresentazione della realtà, che svelano affinità elettive.

La mostra, resa possibile dal contributo di Diatech Pharmacogenetics, realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli, Carifac’Arte e Zona Conce e con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e il Comune di Fabriano Città Creativa UNESCO, sarà l’unica esposizione nella regione Marche che durante l’estate e parte dell’autunno celebrerà Mario Giacomelli, artista cui le Marche hanno dato i natali e che nella sua opera ha raccontato costantemente il territorio marchigiano e le sue radici.

L’esposizione fabrianese vuole essere un tentativo di dare una rappresentazione dell’opera di Giacomelli che va oltre il paesaggio e per questo è stata messa a confronto con le illustrazioni di Simone Massi.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – Senigallia, 2000), al quale nel 1997 fu conferito dal Sen. Prof. Carlo Bo il Premio nazionale Gentile da Fabriano alla sua prima edizione, è un fotografo conosciuto e celebrato a livello internazionale. Simone Massi (Pergola, 1970), è un artista che lavora per il cinema, considerato oggi uno dei principali autori di cortometraggi di animazione italiani nel mondo, vincitore di un “David di Donatello”, quattro “Nastri d’Argento” e un Premio “Ennio Flaiano”, oltre che autore della sigla di tre edizioni della “Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

In mostra 35 immagini dalle serie più iconiche di Mario Giacomelli come “Storie di terra”, i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, “La buona terra”, ma anche “Scanno” e “Lourdes”. Ad affiancarle, altrettanti disegni a matita e pastelli di Simone Massi, che ritrae raschiando, quasi incidendo, la stessa terra, gli stessi volti e le stesse passioni.

Dal 21 giugno al 19 ottobre 2025 – Zona Conce – Fabriano (AN)

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Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, Maschio Angioino, Napoli

In occasione del suo anniversario millenario, Napoli si presenta al mondo come una città che guarda al futuro attraverso il dialogo culturale. Il progetto Il Sole Nero si propone come una piattaforma culturale articolata tra Napoli e il continente africano, valorizzando il ruolo della città partenopea come crocevia di culture mediterranee e ponte naturale verso il Sud globale.

Dall’11 agosto al 24 settembre, le Antisale dei Baroni del Maschio Angioino ospitano l’esposizione principale, dedicata alla fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, con oltre 250 opere di 44 artisti e studi fotografici da tutto il continente.

Prodotta da Andrea Aragosa per BlackArt, la mostra è curata da Simon Njami, in collaborazione con Carla Travierso e Alessandro Romanini, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Comitato Neapolis 2500, in collaborazione con il Comune di Napoli e le Università Federico II e L’Orientale. Il Museo delle Civiltà di Roma ha concesso il patrocinio.

Accanto alla sede napoletana, il progetto prevede una seconda fase internazionale, attuata attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, dedicata alla dimensione immateriale, rituale e sonora della relazione tra Napoli e l’Africa. E’ in questo quadro che si inserisce la performance musicale in Africa di Enzo Avitabile, concepita come gesto di restituzione e attraversamento simbolico: una musica frutto di una ricerca delle proprie radici ma fortemente connessa con il continente africano e che restituisce e ricollega ciò che la modernità coloniale ha spezzato. Nell’occasione sarà proiettato un video con i contenuti della mostra Il Sole Nero, presso un Istituto italiano in Africa.
Una conferenza istituzionale, aperta al pubblico, con la partecipazione di Simon Njami ed Enzo Avitabile è prevista il giorno 17 settembre presso gli spazi espositivi del Maschio Angioino a Napoli.
Il Sole Nero si configura così come un progetto bilaterale che collega territori, linguaggi e sensibilità, promuovendo una narrazione culturale condivisa tra l’Italia e l’Africa. Un’iniziativa che riflette lo spirito di Neapolis 2500 e le direttrici del Piano Mattei, contribuendo a rafforzare la presenza culturale italiana nei Paesi partner e offrendo a Napoli un ruolo da protagonista nel disegnare nuove geografie della cooperazione culturale.

Illuminanti le parole di Simon Njami: « È impossibile parlare dell’Africa. È impossibile parlarne nei termini convenzionali del mondo dell’arte o dell’Accademia. Perché l’Africa, fin dagli albori dei tempi, è fantasia. Un contenitore fantastico in cui ognuno deposita le proprie angosce, paure o desideri. Come possiamo dunque narrare questo spazio contraddittorio? Come possiamo parlarne nella sua storia e geografia senza rivedere il nostro passato e mettere in discussione ciò che credevamo di aver capito? È fondamentale “disimparare l’Africa”. Ricostruirla con nuovi strumenti. E questi strumenti dipendono dalla contemporaneità. Solo il contemporaneo può tentare di rendere la molteplicità delle dimensioni di un territorio oscuro attraverso la sua trasparenza. Trasparente perché oscuro. ».

Il contributo teorico di Carla Travierso guida la lettura curatoriale della mostra: «Nel contesto post-coloniale, la fotografia africana si afferma come strumento critico e poetico, capace di raccontare un tempo “altro”, che attraversa la frattura storica senza rimuoverla. Non cerca di emulare estetiche europee né di rispondere a immaginari esotici: diventa invece spazio di confronto con l’invisibile e con ciò che la storia ha reso indicibile. Diventa luogo di riconciliazione: non semplice rappresentazione, ma pratica capace di mettere in discussione narrazioni consolidate, genealogie identitarie, categorie estetiche, geografie di appartenenza».

Come osserva la dottoressa Marilù Faraone Mennella, membro del Comitato Neapolis 2500: «Napoli, città plurale e crocevia di saperi e culture, ha oggi l’opportunità di rileggere criticamente la propria storia, mettendo a fuoco la persistenza di immaginari e disuguaglianze. Il Sole Nero, in questa cornice, diventa parte integrante della riflessione che la città propone su sé stessa in occasione del suo anniversario millenario. Una riflessione non celebrativa, ma consapevole, capace di fare della memoria uno strumento attivo e del passato un terreno di confronto».

Il Prefetto di Napoli e presidente del Comitato Neapolis 2500, Michele Di Bari, aggiunge: «In un momento in cui il Mediterraneo è attraversato da tensioni, migrazioni e sfide complesse, Napoli riafferma il suo ruolo di città-ponte: un luogo di dialogo e confronto con l’Africa contemporanea e la sua diaspora. Crediamo che solo attraverso una profonda conoscenza del passato e una cultura inclusiva, radicata nel rispetto e nel dialogo, si possa costruire una società più equa e aperta, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e del futuro».

Il Sole Nero partecipa alla ridefinizione del ruolo culturale di Napoli nello scenario internazionale, offrendo uno spazio di confronto, consapevolezza e rigenerazione culturale.

La mostra raccoglie in 91 cornici più di 250 opere di 44 artisti e studi fotografici. Tra questi: Omar Said Bakor, N.V. Parek, Malik Sidibé, Mama Casset, Salla Casset, Seydou Keita, Ambroise Ngaimoko, Jean Depara, Sanlé Sory, Studio Venavi, Tidiani Shitou, J.D. Okhai Ojeikere, Mory Bamba, Oumar Ly, Sanou Bakari, Bassirou Sanni, Cornelius Azaglo, Francis Ahehehinnou, Michel Kameni, Mombasa Studio, Adama Kouyaté, Ricardo Rangel, Adeghola Photo, Clement Fumey, Danisco Studio, Ali Maiga, Photo Sedab, Studio Mehomey, Studio Kwanyainchi, K.W. Ambroise, Studio Begbawa, W.K. Jerome, Islam Photo, M.A. Aliou, Maison Osseni, Photo Belami.

Dal 11 Agosto 2025 al 24 Settembre 2025 – Castel Nuovo – Maschio Angioino – Napoli

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Mostre di fotografia consigliate per maggio

Sono tante e super interessanti le mostre che vi segnaliamo per maggio, non perdetevele!

Anna

Hot Pot – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea.

Sara Munari

Dal 9 all’11 maggio 2025 – Spazio Raw – Milano

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Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta

Mario Giacomelli, <em>Io non ho mani che mi accarezzino il volto</em>, 1961-1963 
© Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963

 Dal 22 maggio al 7 settembre 2025, nel primo Centenario dalla nascita di Mario Giacomelli, Palazzo Reale ospita una grande mostra retrospettiva, con oltre 300 opere fotografiche originali tra vintage e stampe d’epoca, documenti e materiali d’archivio.

In un suggestivo percorso narrativo, costruito su grandi capitoli cronologici, che si snodano attraverso le serie fotografiche ispirate alle letture dei grandi poeti, la mostra celebra il tema cardine di una fotografia come racconto, strutturato con il linguaggio dell’inconscio.

Il progetto espositivo si completa con la mostra dedicata alle metamorfosi della materia e alla sua concezione performativa della fotografia, che si terrà al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Con questa inedita collaborazione si intende documentare e rileggere criticamente l’intero percorso umano e artistico di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. 

Dal 22 Maggio 2025 al 07 Settembre 2025 – Palazzo Reale – Milano

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Robert Mapplethorpe. Le forme del classico

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975
© Robert Mapplethorpe Foundation | Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico è una mostra retrospettiva che racconta la storia del grande artista statunitense, audace protagonista nel panorama della fotografia internazionale. In particolare, le oltre 200 immagini esposte porteranno i visitatori a scoprire la dimensione classica dell’evoluzione intrapresa da Mapplethorpe e il suo dialogo con la scultura antica, ponendo l’attenzione sulla sua ricerca della perfetta sinuosità. 

Dalle fotografie di corpi maschili e femminili a quelle di fiori, dai primissimi collage ai ritratti e agli autoritratti, la poetica dell’artista emerge dirompente anche grazie ad Antartica, l’idropittura scelta per l’allestimento del progetto firmata da San Marco, brand di punta dell’omonimo Gruppo. Leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale e per l’interior design, San Marco Group è infatti sponsor di Fondazione Cini e partner de Le Stanze della Fotografia: ancora una volta l’azienda conferma il suo impegno verso il territorio, nonché il forte e continuo legame che unisce il mondo dei colori a quello dell’arte. 

Le nuance in cui è declinata la soluzione messa a disposizione per la mostra hanno lo scopo di accompagnare il percorso espositivo, riflettendo la fluidità della ricerca artistica intrapresa dal fotografo attraverso sfumature cromatiche che segnano le diverse sezioni: è il rosa salmone il primo colore ad accogliere gli ospiti, seguito da diverse declinazioni di lavanda che trasformano gli ambienti, immergendoli nel blu. A questo punto irrompe un rosso intenso, che ha il ruolo di enfatizzare il fulcro del viaggio nell’arte di Mapplethorpe: la sezione dedicata alla connessione tra fotografie di statuaria classica e ritratti contemporanei che ne reinterpretano pose e gesti. 

Oltre che per l’impatto estetico ideale per vestire al meglio un contesto di così alto valore, Antartica si distingue per una serie di caratteristiche tecniche che ne fanno una scelta ottimale: a partire dall’elevato potere coprente, che permette di mascherare le imperfezioni e di ottenere così finiture dall’aspetto opaco e uniforme. Inodore e facile da applicare, è priva di formaldeide e plastificanti, e assicura basse emissioni di VOC per un maggior benessere abitativo.

Non solo: la soluzione di San Marco vestirà di un elegante grigio le pareti delle sale che ospiteranno la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, valorizzando alcuni tra i più iconici mosaici fotografici dell’artista, esposti a Venezia dal 10 aprile al 10 agosto 2025. 

Dal 10 Aprile 2025 al 06 Gennaio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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World Press Photo Exhibition 2025

World Press Photo Exhibition 2025

Anche quest’anno Palazzo Esposizioni Roma ospiterà la mostra World Press Photo 2025.

Il 17 aprile saranno annunciate le foto vincitrici e la foto dell’anno della 68ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale.

Nel 2025 sono state ricevute 59.320 candidature da 3.778 fotografi di 141 Paesi. Le foto vincitrici sono state scelte da sei giurie regionali e i vincitori selezionati da una giuria globale indipendente, composta dai Presidenti delle giurie regionali e dal Presidente della giuria globale, Lucy Conticello (direttore della fotografia di M, il magazine di Le Monde) che ha dichiarato: “Per quanto il premio del World Press Photo Contest sia un immenso riconoscimento per i fotografi, che spesso lavorano in circostanze difficili, è anche un riassunto dei principali eventi mondiali, seppure incompleto. Come giuria abbiamo cercato immagini su cui le persone potessero soffermarsi a riflettere”.

Dal 06 Maggio 2025 al 08 Giugno 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63
© Archivio Mario Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63

“La fotografia è un’alchimia: i materiali e i procedimenti sono simbolici e l’artista mette in gioco sé stesso, il proprio percorso esistenziale”

In occasione del centenario della nascita di Mario Giacomelli, l’Archivio Giacomelli ha promosso una serie di iniziative volte a celebrare l’eredità artistica e culturale di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana. Il cuore delle celebrazioni sarà un importante progetto espositivo che si svolgerà simultaneamente a Roma, presso Palazzo Esposizioni, e a Milano, a Palazzo Reale, offrendo due percorsi complementari che approfondiranno le molteplici sfaccettature del lavoro di Giacomelli.
Curato da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, il progetto espositivo proporrà una vasta selezione dell’intera opera fotografica del maestro, sottolineandone la straordinaria capacità di attraversare e contaminare diverse discipline artistiche. Entrambe le mostre saranno composte da circa 300 stampe originali, molte delle quali inedite e mai esposte. A Roma, il focus sarà sulle relazioni tra l’opera di Giacomelli e le arti visive contemporanee. Milano, invece, dedicherà la mostra al profondo legame di Giacomelli con la poesia, evidenziando come la sua ricerca si intrecci con l’universo lirico, trasformando l’immagine in una forma di narrazione poetica.

La mostra a Palazzo Esposizioni Roma Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, si sviluppa come un percorso attraverso diverse stanze tematiche, proponendo una serie di dialoghi tra l’opera di cinque grandi maestri dell’arte e della fotografia contemporanea, Afro Basaldella e Alberto Burri, Jannis Kounellis, Enzo Cucchi, Roger Ballen, e alcune serie fotografiche di Mario Giacomelli.

Al cuore del percorso espositivo si trova una sala interamente dedicata alla celebre serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963), che, nei primi anni Sessanta, ha consacrato Mario Giacomelli sulla scena internazionale. Concepita come una vera e propria installazione, la sala restituisce l’energia e il movimento circolare che animano la serie, esaltandone la dimensione performativa. Le immagini dei giovani seminaristi, sospese tra gioco e spiritualità, si fanno pura poesia visiva, capaci ancora oggi di emozionare e coinvolgere lo spettatore con la loro intensità senza tempo.


Dal 20 Maggio 2025 al 03 Agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Dorothea Lange

Dorothea Lange, <em>Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo</em>, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue – Nipomo, California. 1936 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dal 13 maggio al 19 ottobre 2025, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino presenta la mostra Dorothea Lange, a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che attraverso un centinaio di scatti celebrano la fotografa americana a 135 anni dalla nascita.
 
Un percorso che ha inizio tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone cruciale di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, e che la spingono ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l’attualità.
 
Tra questi c’è il viaggio che nel 1935 intraprende con l’economista Paul S. Taylor, che sposa alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, il fenomeno delle Dust Bowl, le ripetute tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939) e nella sua versione cinematografica di John Ford (1940), ispiratosi proprio alle fotografie scattate da Lange.
 
L’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, consente a Lange di viaggiare per gli Stati Uniti e raccontare i luoghi e i volti della povertà. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale genera forme di sfruttamento particolarmente degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. È il contesto in cui nasce Migrant Mother, il ritratto di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse, immagine che diventerà poi iconica.
Un altro importante nucleo di scatti di cui si compone la mostra risale agli anni della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti inizia nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, ed è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra.
 
Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso: i suoi scatti documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella società, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attività.
Attraverso le sue eccelse qualità di reporter e ritrattista, Lange riesce ad affrontare contesti complessi e drammatici, raccontando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, evidenziando al tempo stesso come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze, fornendo ancora oggi spunti di riflessione su temi come la povertà, la crisi climatica, le migrazioni e le discriminazioni.

Dal 13 Maggio 2025 al 19 Ottobre 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Saul Leiter, <em>Ana</em>, Anni '50<br />
© Saul Leiter Foundation | Saul Leiter, Ana, Anni ’50

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –

Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography e con la curatela di Anne Morin, presenta dall’1 maggio al 27 luglio 2025 al Belvedere della Reggia di Monza la prima grande mostra italiana dedicata a Saul Leiter. L’esposizione, dal titolo “Saul Leiter.Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, si compone di 126 fotografie in bianco e nero40 fotografie a colori42 dipintie rari materiali d’archivio, come riviste d’epoca originali e un documento filmico.

La mostra, che include sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e fotografie di moda realizzate durante le sue collaborazioni con Harper’s Bazaar, rivela con evidenza cosa distingue nettamente Saul Leiter dai suoi contemporanei e perché la sua opera continui a influenzare la fotografia di oggi.

NEW YORK IN UN GESTO, UN DETTAGLIO, QUASI NULLA

Mentre i suoi contemporanei cercavano di catturare la grandezza e la modernità di New York, Leiter ha intrapreso una strada radicalmente diversa. Ha trasformato i momenti quotidiani in composizioni liriche e intimiste, trovando poesia nel vapore che sale dai tombini, negli ombrelli sotto la pioggia e nei riflessi delle vetrine, un realismo fiabesco composto da persone, oggetti, strade, pioggia, neve, elementi più sbirciati che osservati. La sua visione distintiva ha rifiutato lo stile documentaristico popolare della sua epoca, creando invece quello che potremmo chiamare “haiku fotografici” – scorci intimi della vita che fondono realtà e astrazione.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità – spiega la curatrice Anne Morin. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che giace negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

PERCHÉ QUESTA MOSTRA È STRAORDINARIA:

A differenza dei suoi colleghi che enfatizzavano la nitidezza, Leiter ha abbracciato l’ostruzione – fotografando attraverso finestre appannate, tessuti e condizioni meteorologiche che altri fotografi evitavano. Questi elementi sono diventati parte integrante del suo stile compositivo, creando immagini multistrato che sembrano più dipinti che fotografie.

Il suo uso pionieristico del colore, iniziato attorno al 1948, ha anticipato di decenni l’accettazione della fotografia a colori nell’arte. Mentre altri consideravano il colore volgare o commerciale, Leiter lo ha impiegato come elemento espressivo, saturando le sue immagini con tonalità audaci che trasformano le ordinarie scene di strada in composizioni astratte.

Questo lo distingueva dagli artisti della contemporanea Scuola di New York attirando le attenzioni del mondo della moda, con il quale iniziò a collaborare scattando per Esquire, Harper’s Bazaar e, nei successivi venti anni, per Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

UN TIMIDO PITTORE CON LA LEICA

La mostra evidenzia in modo unico la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, dimostrando come la sua sensibilità pittorica abbia influenzato il suo lavoro fotografico. La sua formazione nella pittura lo ha portato ad approcciarsi alla fotografia a colori con una sofisticazione senza precedenti, trattando ogni fotogramma come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica – diceva Leiter. Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto. Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografatoSono frammenti di possibilità infinite”. Questo approccio senza pretese gli ha permesso di catturare momenti di grazia nella vita quotidiana che altri fotografi, appesantiti dalla teoria artistica, spesso non vedevano. Il suo lavoro suggerisce che la bellezza non esiste nei grandi momenti, ma negli intervalli silenziosi della vita di tutti i giorni.

Antidivo e refrattario alla fama, Leiter – che pubblica con costanza volumi fotografici e prende parte a importanti monografiche negli Stati Uniti e in Europa – nel corso della sua carriera darà alla stampa solo una parte dei suoi lavori, lasciandone la maggior parte in negativo, come a celare l’aspetto più intimo e puramente artistico della sua produzione. Tanto che nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse un corpo di opere dell’artista poco conosciuto: nudi in bianco e nero, scattati principalmente tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘60, frutto delle collaborazioni tra Leiter e le donne della sua vita.

C’è un ordine nascosto nel lavoro di Saul Leiter che è difficile da spiegare, e questo è probabilmente ciò che lo rende un vero poeta.

SAUL LEITER SECONDO ANNE MORIN
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni, dichiarazioni di realtà, realizzate con una maestria e una metrica che ricorda gli haiku: Il gesto di Leiter è quello di un calligrafo quando fotografa veloce, preciso, senza scuse”.

Figlio di un famoso rabbino, Saul Leiter rifiutò il percorso teologico che il padre avrebbe voluto per lui, trasferendosi a New York nel 1946 per dedicarsi alla pittura. Introdotto nel mondo dell’arte a New York da colleghi come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, Leiter continua gli esperimenti fotografici iniziati da adolescente, in bianco e nero e a colori, spesso utilizzando pellicole Kodachrome 35 mm e ritraendo la sua ristretta cerchia di amici e scene di strada intorno alla sua casa.
 
Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda per riviste come Harper’s Bazaar, Leiter è rimasto nell’ombra per due decenni. La pubblicazione nel 2006 della monografia “Early Color” ha segnato una riscoperta internazionale del suo lavoro, confermando il suo ruolo pionieristico nella storia della fotografia a colori.
 
Le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni dei più prestigiosi musei internazionali, dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum, testimoniando l’importanza duratura del suo contributo artistico.
 
Saul Leiter muore il 26 novembre 2013 nella sua casa nell’East Village di New York, lasciando un immenso archivio del suo lavoro artistico. Nel necrologio del New York Times, Margalit Fox scrisse: “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato—molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo—la maggior parte rimane non stampata.
 
La Saul Leiter Foundation, fondata nel 2014, conserva il vasto archivio di fotografie, dipinti e oggetti personalii di Leiter, coltivando la sua eredità attraverso libri, mostre e attività educative. Dopo aver celebrato il centesimo anniversario della nascita di Leiter nel 2023 con le monografie The Unseen Saul Leiter e Saul Leiter: The Centennial Retrospective, la fondazione continua a scoprire e condividere la moltitudine di opere che Leiter ha lasciato.

Dal 01 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Belvedere della Reggia di Monza

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FOTOGRAFIA EUROPEA 2025 – AVERE VENT’ANNI

Thaddè Comar, It's Raining, How Was Your Dream
© Thaddè Comar | Thaddè Comar, It’s Raining, How Was Your Dream

Dal 24 aprile all’8 giugno 2025, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani esordienti con la XX edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“AVERE VENT’ANNI” è il tema scelto dalla direzione artistica del Festival composta da Tim Clark (editor 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Luce Lebart (ricercatrice e curatrice, Archive of Modern Conflict).

Quante volte capita, da adulti, di dire “avessi di nuovo vent’anni…”. Una frase, un modo di dire per ritrarsi idealmente dalle responsabilità e dai pesi dell’età matura, per tornare a bagnarsi nelle acque della giovinezza e della leggerezza, in un tempo in cui tutto è ancora una magnifica possibilità e il futuro è ancora interamente da scrivere.

Ma cosa vuol dire per un giovane, oggi, avere vent’anni? È un’età di contraddizioni: si è adulti, ma spesso si vive ancora a casa dei genitori; si è connessi a tutto il mondo, ma la solitudine può essere schiacciante. Si affrontano aspettative immense, sia personali che sociali: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni significative, dare un senso alla propria esistenza, immaginare un mondo migliore, per sé stessi e per gli altri.

Fotografia Europea quest’anno ha voluto percorrere questo sentiero e fare un pezzo di strada con i ragazzi della Generazione Z, cresciuta in un’epoca dove il progresso tecnologico ha aperto infinite possibilità, ma anche inedite crisi cui far fronte, individualmente e collettivamente. Una generazione che sta riscoprendo l’importanza e la necessità di lottare per i propri diritti e per un futuro più equo.

I progetti scelti parlano di questo e di molto altro ancora, portando all’attenzione storie inedite e particolari ma tutte innervate di quell’energia vitale immensa che ti porta a credere, almeno una volta nella vita, di poter cambiare il mondo.

LE MOSTRE

I CHIOSTRI DI SAN PIETRO tornano ad essere i protagonisti della città grazie alle dieci mostre che esplorano il tema di questa edizione.
Le sette sale del piano terra accoglieranno Daido Moriyama: A retrospective, un progetto a cura di Thyago Nogueira dell’Instituto Moreira Salles, che racconta il fotografo giapponese che nel corso dei suoi sessant’anni di carriera, trascorsi a documentare e ad esplorare la società giapponese del dopoguerra, ha modificato in modo decisivo la percezione della fotografia.
Con un approccio artistico all’avanguardia e visivamente potente, Daido Moriyama ha saputo raccontare il divario creatosi a seguito dell’occupazione militare del Giappone da parte degli Stati Uniti, tra l’antica tradizione giapponese e l’occidentalizzazione accelerata. Leggenda vivente della fotografia e pioniere della street photography, Moriyama, arriva a Fotografia Europea, unica tappa in Italia, con una retrospettiva, in cui oltre agli iconici scatti si potranno ammirare rari libri fotografici, riviste e installazioni di grandi dimensioni, per permettere ai visitatori di entrare completamente nel suo mondo creativo.
Al primo piano, il fotografo britannico Andy Sewell presenta per la prima volta il suo progetto Slowly and Then All at Once in cui esplora varie forme di potere e di protesta, attraverso una sequenza di immagini articolate su più pannelli. Questo ritmo, insieme alla fisicità conferita ai corpi dalle riprese ravvicinate, consente ai visitatori di immergersi nel cuore della protesta, di esserne travolti e sentirne l’intensità, stabilendo connessioni con i protagonisti della scena. In un periodo caratterizzato dal collasso ecologico, da disuguaglianze crescenti e da risposte politiche inadeguate, il progetto invita alla partecipazione contro il cinismo e la rassegnazione. Cosa si può fare per aiutare le generazioni future? Qual è l’impatto attuale del cambiamento climatico sui giovani?
Il progetto espositivo Mal de Mer di Claudio Majorana ci porta a compiere un viaggio nel delicato e complesso universo dell’adolescenza, momento in cui ci si confronta per la prima volta con certe questioni personali che spesso finiscono per plasmare le vite adulte. Mal de Mer esplora questo tema, riflettendo su gli anni di passaggio in cui si riconosce il dolore come parte di noi. I ragazzi di
Claudio Majorana sono pieni di domande, paure e dubbi, ma i loro pensieri, rapidi e frenetici, si muovono spontanei sullo sfondo di paesaggi evocativi: campi estivi, foreste, cimiteri silenziosi e altri spazi della periferia di Vilnius, in Lituania.
La mostra You don’t die, di Ghazal Golshiri e Marie Sumalla – rispettivamente giornalista iraniana e photo editor francese del quotidiano Le Monde – racconta la storica rivolta del popolo iraniano scoppiata dopo la tragica morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022, quando la giovane aveva solo 22 anni. A provocare la sua morte sono state le violenze subite dopo l’arresto da parte della polizia morale, che ha ritenuto il suo modo di vestire non rispettoso dei rigidi codici imposti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Un’ennesima ingiustizia che ha infiammato il popolo iraniano, portandolo a scendere in piazza e a sfidare le repressioni più brutali.
L’artista e fotografa britannica Vinca Petersen raccoglie nel progetto Raves and Riots Constellation scatti provenienti dai suoi viaggi in tutta Europa. Gran Bretagna, Francia, Italia e altri paesi sono i luoghi dove si racconta fotograficamente uno stato d’animo preciso, quel breve momento di totale libertà che si percepisce partecipando a un rave, a un raduno, a una manifestazione. L’illegalità di questi eventi, unita alla tensione che li caratterizza, regala quello che l’autrice chiama la “gioia sovversiva” rivelata da queste immagini.
In We Are Carver, la fotografa Jessica Ingram invita, con un linguaggio documentario di immediata evidenza, a entrare in una delle più grandi strutture militari del mondo, la George Washington Carver High School di Columbus, in Georgia, per seguire gli studenti cadetti nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta e catturare speranze e paure di una generazione in procinto di plasmare il proprio futuro.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Thaddé Comar espone How Was Your Dream? che esplora le nuove forme di manifestazione e insurrezione nell’era post-contemporanea dominata da metodi di controllo sociale sempre più moderni e onnipresenti. Di fronte a un sofisticato sistema di sorveglianza, i manifestanti di Hong Kong hanno sviluppato una serie di ingegnose tecniche per proteggere la propria identità con maschere, occhiali e altri accessori, che potrebbero progressivamente portare alla perdita della singolarità a favore di un’individualità collettiva. 
Control Refresh è il frutto del lavoro di Toma Gerzha, una giovane fotografa di origini russe cresciuta ad Amsterdam. La sua ricerca si concentra sulla vita e sull’ambiente della Generazione Z in Russia e nell’Europa orientale, influenzata tanto dalle tradizioni quanto dai social media e dalla politica. Il progetto è stato interrotto a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, per poi riprendere includendo i profondi cambiamenti che la guerra ha portato nella vita dei protagonisti.
La fotografa Kido Mafon cattura la frenetica vita notturna e la cultura giovanile di Tokyo in IFUCKTOKYO – DUAL MAIN CHARACTER. Utilizzando una Contax G1 e scattando su pellicola, Mafon esplora la città dopo il tramonto per documentare le notti vibranti di questa eclettica metropoli e la sua scena underground in continua evoluzione.
Il progetto Frammenti della fotografa dominicana-francese Karla Hiraldo Voleau si ispira al documentario di Pier Paolo Pasolini Comizi d’Amore (1964) e ha l’obiettivo di esplorare e documentare le relazioni della Generazione Z in Italia oggi. Attraverso interviste e ritratti fotografici, il progetto affronta temi come le relazioni affettive, la comunicazione, l’impatto dei social media e il femminismo, ponendo particolare attenzione sulle dinamiche attuali e future delle relazioni sentimentali.

Nella sede di PALAZZO DA MOSTO trovano posto una serie di progetti che caratterizzano il festival e questa edizione in particolare, quindi: la committenza di Fotografia Europea, la mostra dedicata ai libri fotografici, i due progetti vincitori della Open Call, la collettiva dello Speciale Dicottoventicinque e quella di WeWorld e infine una mostra realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Beirut.
La produzione di Fotografia Europea 2025 sarà realizzata da Federica Sasso e si concentra, con il progetto intitolato Intangibile, sulla vita dei giovani caregiver nel territorio di Reggio Emilia. Si tratta di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni che dedicano una parte importante del loro tempo alla cura di familiari, spesso sacrificando parte della loro giovinezza. Secondo studi di settore, molti giovani caregiver non si rendono conto di essere a tutti gli effetti dei prestatori di cure; vivono la loro situazione come un impegno inevitabile e imprescindibile, occupandosi delle ne-cessità quotidiane per garantire il benessere dei loro cari. Attraverso un delicato percorso di avvicinamento, Sasso è entrata in contatto con questi ragazzi e ragazze alla ricerca di pattern e differenze, per tracciare un ritratto complesso che unisce le specificità di un’età segnata da grandi cambiamenti e energie, con la consapevolezza di un ruolo di cura che spesso non viene né riconosciuto né valorizzato, ma che implica sacrifici, resilienza e responsabilità. Il progetto è in collaborazione con Area Cura della Comunità e della città sostenibile del Comune di Reggio Emilia “Progetto Giovani e Cura” e FCR – Farmacie Comunali Riunite. 
Anche quest’anno Palazzo da Mosto ospita un’importante esposizione di libri fotografici provenienti da tutto il mondo. Fluorescent Adolescent, a cura di Francesco Colombelli, esplora l’adolescenza in quanto periodo complesso e decisivo della vita, nelle sue sfumature e contraddizioni. Sebbene i libri raccontino storie radicate in culture e contesti differenti, le emozioni e le esperienze legate al percorso di crescita sono al tempo stesso universali e vissute in modi unici e irripetibili.
I progetti selezionati dalla giuria della Open Call, tra gli oltre 200 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, sono quelli di Michele Borzoni e Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject e Matylda Niżegorodcew.
Michele Borzoni e Rocco Rorandelli presentano Silent Spring, un progetto che indaga l’attivismo ambientale in Italia, Germania, Portogallo, Belgio, Francia, Svizzera e Austria, mettendo in luce il crescente conflitto tra gli attivisti e i governi occidentali. Mentre questi ultimi trattano l’ambiente come una mera merce da sfruttare, le giovani generazioni, in particolare quelle appena entrate nell’età adulta, si ribellano, trovando nella lotta per la difesa del pianeta un nuovo e urgente terreno di espressione, un modo per incanalare le proprie frustrazioni nei confronti di un sistema che le ha deluse. Per questi giovani attivisti, la difesa dell’ambiente è diventata un potente mezzo per reclamare il proprio futuro e far sentire la propria voce.
Le fotografie di Matylda Niżegorodcew esplorano i temi dell’identità, della vulnerabilità umana e delle relazioni, alla ricerca di risposte a domande esistenziali. Gli scatti di Octopus’s Diary sono la testimonianza di un legame strettissimo che l’artista crea con i soggetti, abbracciandoli con i suoi tentacoli e rendendoli parte intrinseca del suo processo creativo. Attraverso la sua sensibilità, fa sparire la propria identità e si appropria per 48 ore della vita altrui, nell’assurda, paradossale esperienza di sentirsi qualcun altro e riuscire infine a vivere appieno la propria vita.
Lo Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo di Fotografia Europea, torna con la quattordicesima edizione per accompagnare i giovani amanti della fotografia in un percorso che permette di imparare, condividere e confrontarsi con il mondo dell’arte fotografica, creando un vero progetto espositivo collettivo. Il duo artistico composto da Camilla Marrese e Gabriele Chiapparini guiderà il gruppo in una serie di incontri in presenza per indagare il tema di “Avere vent’anni” attraverso il rapporto tra fotografia e testo e creare un progetto capace di raccontare una storia mantenendo nel contempo l’ambiguità e la mutevolezza tipiche della fotografia.
Il progetto fotografico Women See Many Things, raccoglie gli sguardi di oltre 30 giovani donne del Kenya, Tanzania e Mozambico, in cui ambizioni e inquietudini comuni caratterizzano gli abitanti di questa zona di confine (la Swahili Coast) tra i venti e i trent’anni. Qui WeWorld – organizzazione no profit italiana indipendente attiva in 26 Paesi – ha realizzato tre workshop di fotografia partecipativa nei mesi di febbraio e marzo 2024, diretti da Myriam Meloni e condotti da Halima Gongo (Kenya), Gertrude Malizeni (Tanzania) e Nelsa Guambe (Mozambico). Da queste attività di fotografia partecipativa nascono gli scatti di Women See Many Things, progetto condotto nell’ambito di Kujenga Amani Pamoja (Costruire la pace insieme) e cofinanziato dall’Unione Europea. Le immagini realizzate durante i workshop verranno allestite in esterna presso la sede dell’Università di Modena e Reggio Emilia in viale Allegri, mentre a Palazzo Da Mosto troverà spazio il racconto del progetto e del processo creativo che ha portato agli scatti.
La mostra Electric Whispers di Rä di Martino, a cura di Maria Rosa Sossai, esamina l’importanza del ruolo dei luoghi di aggregazione e d’incontro per i giovani che vivono in Libano, in un periodo drammatico, caratterizzato dall’acuirsi di conflitti che sembrano occupano nuovamente la vita quotidiana di questa terra e della sua popolazione. A partire dal 2023, l’artista si è avvicinata al mondo giovanile per studiare quali fossero i luoghi di incontro sia virtuali che fisici. Electric Whispers è una mostra progettata per l’Istituto Italiano di cultura di Beirut.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

A PALAZZO DEI MUSEI, trova spazio la mostra Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia (titolo provviso-rio) a cura di Ilaria Campioli, che parte dalle lezioni di fotografia che Luigi Ghirri tiene all’Università del Progetto di Reggio Emilia fra il 1989 e il 1990. Poco incentrate sulla parte di in-segnamento “tecnico” del medium, le lezioni sono per Ghirri l’occasione per ripercorrere la propria produzione ed affrontare tematiche a lui care, oltre ad approfondire la storia stessa della fotografia, presentata e inserita dall’autore nel contesto più ampio della storia delle im-magini. Nel 2010 le lezioni sono riunite da Paolo Barbaro e Giulio Bizzarri in un volume, edito da Quodlibet, che diventa da lì a poco un nuovo ed importante punto d’accesso per l’opera di Ghirri, oltre che un riferimento per le nuove generazioni di artisti. La mostra è occasione per re-stituire le lezioni in una nuova chiave, grazie al coinvolgimento degli artisti Luca Capuano e Ste-fano Graziani e alla collaborazione di un gruppo di studenti di ISIA Urbino. Un modo per riflet-tere sulle intenzioni e sulla poetica degli esercizi contenuti nelle lezioni di fotografia e, più in generale, sulla loro pratica e sul loro valore. Contestualmente, l’esposizione è anche occasione per riflettere sugli utilizzi del medium. Dalla sua invenzione, infatti, la fotografia è stata utilizza-ta come dispositivo privilegiato per l’insegnamento di numerose discipline, in particolare quelle artistiche. Ed è proprio nel campo dell’insegnamento, dove l’aspetto relativo alla riproduzione e alla trascrizione è centrale, che emerge quella che Monica Maffioli definisce la “doppia vita” della fotografia, in grado di mettere in evidenza quelle che sono le sue caratteristiche “autoria-li, materiche, ambigue e perturbanti”.
Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Eredi Luigi Ghirri e ISIA Urbino. 
Palazzo dei Musei ospita, inoltre, la 12esima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, l’open call promossa dal Comune di Reggio Emilia, in partnership con alcuni festival internazionali, dedicata alla valorizzazione dei talenti della fotografia under 35 in Italia. Una giuria internazionale ha selezionato i sette progetti che esporranno nella collettiva Uni-re/Bridging, a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Si tratta di Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore con La Dote di Latera, Rosa Lacavalla con La Festa dell’Equatore, Sara Lepore con Ingre-diente pentru un tort de miere, cu dragoste, Grace Martella con Memorie del transitare, Erdiola Kanda Mustafaj con Pasqyra e Lëndës (Sommario), Serena Radicioli con Non sei più tornato e Davide Sartori con The Shape of our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know. Unire/Bridging invita a una riflessione su come le immagini possano agire da “ponti” e svolgere una funzione di colle-gamento, di avvicinamento, di dialogo e anche di cura nei confronti del mondo esterno. Non solo tra il fotografo e il soggetto, ma anche tra l’immagine e lo spettatore, per diventare un luogo e uno spazio di solidarietà. Gli artisti finalisti si contenderanno il prestigioso Premio Luigi Ghirri del valore di 4.000 euro oltre ad altri importanti riconoscimenti quali la menzione Nuove Traiettorie. GFI a Stoccolma, promossa in collaborazione con l’IIC di Stoccolma, che offre la pos-sibilità, ad un artista selezionato, di vivere un periodo di studio e ricerca durante il quale dovrà sviluppare un progetto artistico che verrà poi esposto in una mostra curata dallo stesso Istitu-to. Infine, uno dei finalisti avrà l’opportunità di ricevere una borsa di studio per partecipare al programma di letture portfolio Photo-Match di Fotofestiwal Łódź. Giovane Fotografia Italiana #12 | Premio Luigi Ghirri è realizzata con il contributo di Reire srl e la sponsorizzazione di Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia.

La fototeca della BIBLIOTECA PANIZZI partecipa all’edizione del 2025 con la mostra Attraverso la luce a cura di Monica Leoni e Elisabeth Sciarretta, con Laura Gasparini. L’esposizione raccoglie fotografie, documenti, e incisioni che riguardano i primi 20 anni della storia della fotografia nelle collezioni della Fototeca, giunti in Biblioteca tramite donazioni e acquisizioni, conservate con lo scopo di documentare la storia delle tecniche fotografiche. Il percorso espositivo presenta rari esempi di fotografie su carta salata, numerosi dagherrotipi delle collezioni Mandarino e Davoli, insieme alla prestigiosa collezione di Michael G. Jacob; un focus sarà dedicato ai preziosi astucci che custodiscono e conservano questi oggetti unici. Inoltre saranno esposti documenti che testimoniano la diffusione della fotografia nello Stato Estense, dove la nuova tecnologia arrivò pochi anni dopo che L.J.M. Daguerre rese pubblica la prima immagine catturata dalla macchina Daguerreotype, nel 1839. Una narrazione che porterà il visitatore indietro nel tempo, agli anni pionieristici della sperimentazione scientifica attraverso la luce, la chimica e la trasformazione di materiali, quali l’argento, per arrivare all’arte del ritratto e del paesaggio di quell’oggetto di culto che è stata la fotografia delle origini. 

Lo SPAZIO GERRA propone la mostra Volpe Laila Slim e gli altri. Resistere a vent’anni curata da Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri per Spazio Gerra e e da Massimo Storchi (storico) e Marco Cerri (sociologo) per Istoreco. L’esposizione, che si espande idealmente sulla piazzetta antistante lo Spazio Gerra e sul porticato dell’Isolato San Rocco, fino a Piazza della Vittoria, si propone di esplorare la complessità dell’esperienza dei giovani partigiani durante la Resistenza italiana, nel contesto dell’80°anniversario della Liberazione. Attraverso una serie di sezioni tematiche, la mostra illustra la vita quotidiana, le sfide, l’emancipazione di genere, le scelte etiche e il contesto ambientale in cui questi giovani hanno operato, riflettendo sul significato di avere vent’anni in un’epoca di conflitto. Le storie Volpe (Francesco Bertacchini, 1926-2024), Laila (Anita Malavasi, 1921-2011), Slim (Luciano Fornaciari, 1925-1944) e di tanti ventenni che con i loro eloquenti nomi di battaglia hanno partecipato alla Resistenza offrono una comprensione più profonda e personale del significato di ribellarsi e lottare per la libertà. Accanto alle fotografie storiche provenienti dalla fototeca di Istoreco e a documenti originali, diari, lettere e manifesti dell’epoca, l’esposizione si avvale del contributo di cinque artisti e fotografi chiamati a fornire un’interpretazione visiva contemporanea dei valori e dei temi dischiusi dai documenti d’archivio: Alessandro Bartoli, Marco Belletti, Lorenzo Falletta, Alessia Leporati e Andrea Sciascia portano uno spaccato di cosa significhi resistere oggi per la GenZ.

Collegata al festival è la proposta della COLLEZIONE MARAMOTTI che presenta This Body Made of Stardust, ampia esposizione personale di Viviane Sassen composta da oltre cinquanta fotografie e un’opera video realizzate dal 2005 al 2025, alle quali si aggiungono alcuni nuovi lavori ideati specificamente per questa occasione. La mostra costituisce la più estesa presentazione del lavoro di Sassen in Italia fino ad oggi ed è curata dall’artista stessa. Riuniti intorno al concetto e all’iconografia del memento mori, gli scatti esposti tracciano ramificate traiettorie sulle infinite possibilità e sfumature della vita, feconda, intensa e traboccante quanto intrinsecamente fragile: (astrazioni di) corpi umani, paesaggi, polvere, terra, materie organiche divengono simboli e ricorrenti promemoria della morte – inevitabile passaggio di trasformazione del vivente. Sassen ci invita a entrare nel suo universo poliedrico, onirico e seducente, intriso di Surrealismo – qui in dialogo con alcune sculture della Collezione Maramotti. Intimamente legata alle arti plastiche Sassen, si definisce anche scultrice: plasma la luce, e ancor più l’ombra, giungendo a introdurre nella propria pratica anche pittura, inchiostri e collage, con cui imprime una dimensione ulteriore all’immagine fotografica.

Dal 24 Aprile 2025 al 08 Giugno 2025 – Reggio Emilia – sedi varie

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MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge

Ferdinando Scianna, Riccione, 1989
© Ferdinando Scianna/Magnum Photos | Ferdinando Scianna, Riccione, 1989

Da fotografo è soprattutto questo che mi ha affascinato delle spiagge: la vanità, l’esibizione, lo specchio sociale, le relazioni umane, la volgarità, il gioco dei corpi, il rito di massa. Ho fotografato spiagge dappertutto: lo spettacolo era sempre assicurato.” Ferdinando Scianna

Il mare e la spiaggia, simboli di evasione e libertà, si trasformano in palcoscenico per una straordinaria nuova e inedita mostra fotografica: MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge, che sarà allestita dal 19 aprile al 5 ottobre 2025 negli spazi espositivi di Villa Mussolini, a Riccione.

Curata da Andréa Holzherr, organizzatrice di progetti espostivi internazionali e responsabile della promozione dell’Archivio Magnum, la mostra presenta le opere di otto grandi fotografi dell’agenzia Magnum Photos: Ferdinando Scianna, Bruno Barbey, Bruce Gilden, Harry Gruyaert, Trent Parke, Olivia Arthur, Newsha Tavakolian e Martin Parr.

Attraverso gli obiettivi di questi grandi maestri della fotografia internazionale, il pubblico potrà esplorare le molteplici sfaccettature della vita in spiaggia: momenti di felicità e gioco si alternano a istanti di isolamento e riflessione, dando vita a un racconto visivo che svela la condizione umana in uno scenario universale.

Riccione, che ha già ospitato in questi ultimi anni le mostre di alcuni dei più grandi maestri della fotografia, da Elliott Erwitt a Steve McCurry, da Robert Capa a André Kertesz e Henry Lartigue, diventa oggi il crocevia ideale di queste visioni, il luogo in cui le spiagge di tutto il mondo, ritratte dai fotografi Magnum, trovano una nuova e suggestiva dimensione. Qui, in questa mostra, i mari lontani dialogano con il mare Adriatico, le immagini raccolte in angoli diversi del pianeta si intrecciano con la storia e l’identità di una città che da sempre vive il rapporto con il mare come elemento essenziale della sua cultura. Con Mare Magnum, Riccione si trasforma in un crocevia culturale, dove le fotografie dei più grandi maestri della Magnum fissano per sempre le suggestioni, le contraddizioni e la bellezza delle spiagge di tutto il mondo. 

Non è un caso che la città abbia scelto di candidare la propria spiaggia a Patrimonio Immateriale dell’UNESCO: la sua tradizione di accoglienza e condivisione rende questo il contesto ideale per un racconto visivo che attraversa luoghi, epoche e sensibilità diverse, trovando qui una sintesi unica e significativa. Riccione, la Perla Verde dell’Adriatico, è da sempre crocevia di sguardi e suggestioni, e proprio qui, in questo luogo dove il mare ha una sua intimità profonda e accogliente – quel Mare Adriatico che Predrag Matvejević ha definito il mare dell’intimità – prende vita Mare Magnum, una mostra che trova in questo contesto il suo respiro più autentico. Perché se ogni spiaggia racconta una storia, è a Riccione che queste storie si incontrano, si fondono e si rivelano in tutta la loro potenza espressiva.

La genesi di questa esposizione nasce da un dialogo creativo tra il Comune di Riccione, Civita Mostre e Musei, Magnum Photos e Rjma Progetti Culturali, un incontro di visioni che ha permesso di portare a Riccione un progetto espositivo unico e ambizioso. Mare Magnum si inserisce perfettamente nel tessuto di questa città, che da sempre intreccia il suo legame con il mare e la sua capacità di accogliere storie provenienti da ogni angolo del mondo. La fotografia, in questo contesto, diventa uno strumento privilegiato per esplorare le molteplici sfumature della vita in spiaggia, attraverso un racconto visivo che non conosce confini.

Il mare non è solo un orizzonte geografico, ma una dimensione che appartiene all’anima. Come scrive l’autore romagnolo Fabio Fiori, «la spiaggia è un diario di sabbia su cui ogni onda scrive e cancella storie», un luogo di continua trasformazione dove ogni passaggio lascia traccia e, al contempo, si rinnova, come la risacca che modella incessantemente la riva. È proprio questo respiro, fatto di attimi fugaci e gesti che la fotografia riesce a rendere eterni, a nutrire l’esposizione. Le immagini raccolte dai grandi maestri della Magnum creano un legame profondo con l’immaginario di Riccione, facendo di questa mostra una riflessione universale sulla condizione umana, raccontata attraverso il paesaggio marino e la sua ineluttabile capacità di trasformare ogni incontro in una storia unica e irripetibile.

La mostra prende vita in un luogo emblematico, Villa Mussolini, un punto di osservazione privilegiato sul mare, che, con la sua posizione, permette di godere della vista su quello che è considerato uno dei più bei terrazzi sull’Adriatico, creando una perfetta sintonia con l’anima della mostra e il legame che la città ha da sempre con il mare.

La spiaggia è da tempo un soggetto interessante nella fotografia, in quanto palcoscenico perfetto per la grande “commedia umana”, che si riflette nel mare, eterno e impassibile. Sotto un vasto cielo indifferente, le persone vanno e vengono come attori di uno spettacolo senza fine. Quello che i fotografi trovano sulla spiaggia è il genere di spontaneità, libertà ed emozioni intense che raramente si possono trovare altrove. La spiaggia spoglia le persone, sia fisicamente che psicologicamente, dei normali strati di vita quotidiana. Quando ci si toglie i vestiti, ci si libera anche di alcune inibizioni sociali.

La mostra prende le mosse dalle foto del grande Ferdinando Scianna e in particolare da un suo omaggio alla città di Riccione, con una selezione di scatti realizzati nel 1989 proprio nella città. Prosegue quindi con le sue altre foto scattate nei siti più diversi. Le fotografie di spiaggia di Ferdinando Scianna, caratterizzate dalla sua capacità di catturare, in pari misura, momenti di tranquilla contemplazione e intensità drammatica, offrono un ritratto sfumato e profondamente umano della vita balneare. Famoso per il suo approccio documentaristico, le immagini della spiaggia di Scianna sono infuse di una ricca profondità emotiva e di un senso di atemporalità, in cui l’interazione tra persone, paesaggio e luce ci rivela qualcosa di fondamentale sulla condizione umana. La rassegna espositiva prosegue con altri grandi fotografi come Bruno Barbey. In Cina, dove la spiaggia è diventata un luogo di turismo di massa e di sviluppo urbano, le sue immagini ci trasmettono una tensione sotterranea tra il paesaggio in rapida evoluzione e la natura elementare e senza tempo del mare. Le strutture create dall’uomo, come alberghi, ombrelloni o passerelle, spesso si perdono sullo sfondo, lasciando che siano i bagnanti a dominare la composizione. Questa contiguità tra la presenza umana e la vastità della natura crea uno stato d’animo contemplativo, quasi a suggerire che, nonostante la rapida modernizzazione che ci circonda, il mare rimane pur sempre una forza costante ed eterna. Con Bruce Gilden ci troviamo nella spiaggia di Coney Island. I suoi scatti offrono uno sguardo sincero e senza filtri sull’eccentrico teatro della cultura balneare newyorchese. Noto per una fotografia di strada audace e provocatoria, Gilden porta la stessa energia sul lungomare e sulla spiaggia, fotografando bagnanti, personaggi stravaganti e figure pittoresche cariche di personalità. I suoi caratteristici scatti a distanza ravvicinata e il costante uso del flash trasformano la spiaggia in un’arena di espressioni esagerate, pelli raggrinzite dal sole e corpi distesi e provocatoriamente rilassati. Le fotografie di Harry Gruyaert nelle spiagge del Nord catturano un mondo di bellezza sommessa, dove l’interazione tra luce, colore e atmosfera trasforma paesaggi familiari in qualcosa di quasi etereo. Diversamente dalle spiagge soleggiate e vivaci del Mediterraneo, le sue immagini delle coste del Mare del Nord (Belgio, Francia o Paesi Bassi), sono caratterizzate da vaste distese battute dal vento, cieli pesanti e una luce meritevole che oscilla tra tenui pastelli e profondi blu malinconici. La mostra ci conduce poi nel mondo di uno dei fotografi che hanno dedicato più attenzione alla fotografia di spiaggia. Le foto di Martin Parr in Gran Bretagna offrono un’esplorazione vivida e talvolta umoristica della cultura balneare britannica, catturandone attimi di debolezza, goffaggine e assurdità che definiscono il rapporto di questo paese con le sue località costiere. Noto per il suo occhio attento agli aspetti sociali e per l’uso di colori saturi, Parr trasforma la spiaggia in un palcoscenico dove si esagerano e allo stesso tempo si celebrano le idiosincrasie della vita quotidiana. Nelle fotografie di Trent Parke il paesaggio è protagonista tanto quanto le persone che lo abitano. Spesso le sue spiagge sono rappresentate non come luoghi idilliaci e tranquilli, ma come ambienti puri e dinamici, ricchi di energia naturale e della complessa interazione umana. Le immagini di Parke, attratto dal gioco di luci, ombre e forma umana, sono spesso caratterizzate da forti contrasti, ad esempio da figure scure che si stagliano contro la lucentezza di un cielo assolato, sagome drammatiche sullo sfondo di un orizzonte mutevole e tempestoso. Questo estremo uso della luce nella sua fotografia, dove la tensione tra luce e buio rispecchia le correnti emotive della vita in spiaggia, le dona una qualità quasi cinematografica. La mostra presenta quindi due giovani fotografe, particolarmente interessanti. Olivia Arthur ha realizzato in India, e a Mumbai in particolare, opere fotografiche di grande impatto e profondamente umane. Il suo lavoro esplora spesso i temi dell’identità, di genere e dell’incontro tra tradizione e modernità. Arthur esplora l’idea di vite nascoste e di istanti non visti, nella cui narrazione svolgono un ruolo significativo le spiagge di Mumbai. L’artista fotografa coppie in cerca di intimità all’aperto, individui persi nei loro pensieri sullo sfondo di un orizzonte infinito e gruppi di persone intente a silenziosi rituali quotidiani. Attraverso il suo obiettivo, le spiagge diventano luoghi di transizione, dove convergono emozioni personali e realtà urbane. E infine le scene scattate da Newsha Tavakolian nelle spiagge del Mar Caspio offrono una toccante esplorazione dell’identità personale e collettiva, sullo sfondo del complesso paesaggio sociale e politico dell’ Iran. Nota per il suo approccio intimo e umanistico alla fotografia, l’opera di Tavakolian sulla costa del Mar Caspio, riflette le tensioni tra modernità e tradizione, libertà e costrizione, vita pubblica e privata in un paese in bilico tra forze culturali conflittuali.

Nel corso della storia, i fotografi di Magnum hanno catturato la spiaggia in modi sorprendentemente diversi, riflettendo sia i momenti culturali che le esperienze umane senza tempo. Che sia a colori o in bianco e nero, che ritragga gioia, solitudine o la sublime potenza della natura, la fotografia di spiaggia continua a essere un tema ricco ed evocativo, invitando gli spettatori a vedere la riva non solo come una destinazione, ma come una tela per l’espressione visiva.

Dal 19 Aprile 2025 al 05 Ottobre 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Storie di Puglia. Fotografie dall’Archivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965
Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965

La buona stagione reca in dono le migliori iniziative. Un’altra grande mostra organizzata da Palazzo delle Arti Beltrani attende il pubblico.

Dopo il successo delle esposizioni con i lavori di Tina Modotti, Ferruccio Ferroni, Letizia Battaglia e Giuseppe Cavalli, dal 16 aprile al 30 giugno 2025 trentacinque opere del maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin saranno esposte a Trani (BT).
Per la prima volta una monografica dedicata ai territori di Puglia, esclusivamente a firma di Berengo Gardin, trova collocazione nella medesima regione, celebrandola con la sua cifra inconfondibile.

«Il colore distrae dal soggetto» – ripete sovente il fotografo -, sottolineando la sua predilezione per il reportage in bianco e nero. Ed è proprio il bianco e nero che, combinandosi magistralmente, campeggia negli scatti selezionati nel suo archivio, che conta circa due milioni di scatti.

Unanimemente annoverato tra i più grandi autori della storia della fotografia, Gianni Berengo Gardin è appassionato bibliofilo e collezionista.

Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e inizia a fotografare negli anni Cinquanta.
I suoi primi lavori vengono pubblicati su “Il Mondo” di Mario Pannunzio, con cui collabora fino al 1965; in quell’anno, dopo aver vissuto tra Roma, Venezia, Lugano e Parigi, si stabilisce a Milano.
Berengo Gardin è un narratore del reale, fotografa per raccontare, organizza le proprie opere in serie tematiche e trova nel libro un formato ideale per la loro divulgazione.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre duecentosessanta volumi, ha lavorato con le principali testate della stampa italiana ed estera ed è stato tra i soci del “Circolo Fotografico La Gondola” di Paolo Monti e del “Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia” di Italo Zannier.
La sua produzione artistica spazia dal reportage d’indagine sociale alla fotografia industriale (ha collaborato con Olivetti, Alfa Romeo, IBM e Italsider) e dal paesaggio all’architettura, quest’ultima omaggiata nella decennale collaborazione con Renzo Piano.
Gianni Berengo Gardin ha tenuto oltre trecentosessanta mostre personali e tra i numerosi riconoscimenti ricevuti vi sono il “Premio Scanno” del 1981, il “Prix Brassaï” del 1990, il “Leica Oskard Barnack Award” del 1995 e il “Lucie Award” alla carriera del 2008.
I suoi lavori sono conservati, tra gli altri, presso il MoMa di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Le immagini di Gianni Berengo Gardin, realizzate nell’arco degli ultimi sessant’anni, rappresentano dunque un prezioso documento dell’evoluzione storico-sociale e paesaggistica del nostro paese.

Pertanto, sostiene la curatrice Alessia Venditti “la mostra di Palazzo Beltrani si pone come obiettivo il racconto di tale metamorfosi riferita alla Puglia e si configura quale prezioso strumento di riflessione sul presente. Al contempo, l’esposizione stessa celebra la terra che la ospita mediante il sapiente sguardo narratore di Berengo Gardin, che delle trasformazioni dell’intera nazione è teste incontrastato”.

Per farlo il percorso espositivo si concentra su alcuni luoghi iconici di Puglia, Trani compresa, desunti dalla serie dedicata alle regioni italiane che il fotografo realizza su commissione del Touring Club, verso la metà degli anni Sessanta.
«In Puglia molte cose sono cambiate. […] molte premesse di effettivo sviluppo sono state poste. Poi c’è il turismo. L’anno scorso ha avuto oltre seicentomila visitatori che, secondo i programmatori, fra dieci anni saranno novecentomila. Ma saranno sicuramente di più, specialmente gli stranieri: lasciate che si accorgano della Puglia, che la scoprano, che si passino la voce e poi vedrete».

Inizia così l’articolo a firma di Giuseppe Bozzini dal titolo “Un giardino d’incanti”, apparso su “Le vie d’Italia”, mensile illustrato di geografia, viaggi e fotografia del Touring Club Italiano, nel 1967. Nel numero 6 della rivista emerge lo spiccato interesse verso una regione nella quale “tutto si muove più speditamente che nel resto del mezzogiorno” e la rappresentazione visiva di questo “raffinato vitalismo” viene affidata al maestro della fotografia italiana Gianni Berengo Gardin.
Delle opere visibili a Trani, alcune sono inedite mentre altre sono state pubblicate sui volumi del Touring stesso: “Puglia” della serie “Attraverso l’Italia” e “Le vie d’Italia”.

La mostra, nella quale compaiono le città di Puglia nella loro veste dell’epoca, doverosamente dedica una sezione alla città di Trani, da Berengo Gardin visitata e ritratta in più occasioni. Egli ne rivela tutta la grazia, ammantata da un certo fascino dal sentore tardo neorealista.

Il progetto espositivo, a cura dello storico dell’arte e della fotografia Alessia Venditti, vede la partecipazione di Marcello Sparaventi (Centrale Fotografia, Fano) e dell’arch. Mariana Soricelli con due testi rispettivamente inerenti al contesto fotoamatoriale e associazionistico italiano del secolo scorso e all’assetto storico-urbanistico pugliese degli anni Sessanta, entro i quali il lavoro di Berengo Gardin, presentato nella mostra tranese, va contestualizzato.

Dal 16 Aprile 2025 al 30 Giugno 2025 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino

Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina
Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina

Le Stanze della Fotografia presentano, dal 10 aprile al 10 agosto 2025, al primo piano, la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, curata da Denis Curti.

Internazionalmente noto per i ritratti di star come Lady Gaga, Robert De Niro, Johnny Depp e Umberto Eco, e per aver realizzato pubblicazioni e mostre site specific su New York, Parigi, Milano, Roma e Venezia, Maurizio Galimberti presenta a Venezia alcuni tra i più iconici mosaici di polaroid, tra i quali Johnny DeppBarbara Bouchet e Angelica Huston, in un percorso che si articola in sei sezioni: Cenacolo, Storia, Sport, Ritratti, Taylor Swift e Luoghi.

Le sue creazioni, caratterizzate da una visione sfaccettata e frammentata della realtà, sono scomposte e ricomposte come in un mosaico, offrendo una riflessione profonda sulla percezione e sulla molteplicità dei punti di vista. Le immagini sono quasi sempre manipolate durante la fase di sviluppo, esercitando pressioni con strumenti semplici – come penne e bastoncini di legno – direttamente sulla superficie del supporto, o montate in composizioni a mosaico, all’interno delle quali ogni singolo scatto concorre alla formazione di un risultato finale capace di restituire una visione d’insieme spettacolare.

Dal 10 Aprile 2025 al 10 Agosto 2025 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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DEEP BEAUTY. Il dubbio della bellezza

Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario
© Michel Comte | Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario

Una mostra fotografica a cura di Denis Curti, ideata dal team creativo di Ogilvy Italia sotto la direzione artistica di Giuseppe Mastromatteo, Presidente e CCO, realizzata grazie al sostegno di KIKO Milano e in collaborazione con MUDEC, Comune di Milano, e 24 ORE Cultura, con il contributo straordinario dell’artista Paolo Ventura, che ha partecipato all’elaborazione grafica dell’allestimento.

Attraverso una selezione di oltre sessanta capolavori – nel campo delle arti visive dalla fotografia alla video art fino all’impiego dell’intelligenza artificiale – di grandi artisti come, tra gli altri, Marina Abramović, David Hockney, Michel Comte, David LaChapelle, Michelangelo Pistoletto, Helmut Newton, e Robert Mapplethorpe, l’esposizione presenta un excursus sul tema dell’evoluzione del concetto di bellezza.

Le opere sono inserite all’interno di un percorso diviso in sei sezioni – Trasfigurazioni, Incanti, Vertigini, Labirinti, Nuovi Mondi, Artifici – che esplorano le declinazioni della bellezza e delle sue trasformazioni contemporanee, dall’inizio del XX secolo ad oggi.
Il progetto, sostenuto da KIKO Milano e reso possibile anche grazie alla collaborazione con importanti collezionisti – Paolo Clerici, Giampaolo Paci, Ettore Molinario e Pier Luigi Gibelli – offre così l’opportunità di creare un dialogo tra la dimensione estetica e il tessuto sociale ed economico della città.
Deep Beauty sarà inoltre disponibile online con un’esperienza virtuale immersiva, sviluppata in collaborazione con AQuest, che restituisce fedelmente il percorso espositivo e la sua narrazione visiva, accessibile anche tramite QR Code per approfondire le informazioni sulle opere in mostra.

Dal 05 Aprile 2025 al 25 Maggio 2025 – MUDEC – Museo delle Culture – Milano

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MAN RAY

<em>Man Ray</em> | Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray | Courtesy Tommaso Calabro

La mostra dedicata a Man Ray, uno dei più visionari ed innovativi artisti del ventesimo secolo, presenta una selezione di oltre quaranta opere – dipinti, assemblages, fotografie, gouaches e grafiche – realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta, ed offre una panoramica sulla varia e intensa produzione dell’artista americano, che fece di Parigi la sua casa per gran parte della sua vita.

Emmanuel Radnitzky (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976), dai più conosciuto come Man Ray, nasce negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa. Adotta il suo pseudonimo nel 1909 dopo essersi trasferito a New York, dove si avvicina all’arte e agli ambienti dell’avanguardia.

Nel corso della sua lunga carriera artistica, Man Ray adotta diversi linguaggi, facendo della sua arte un continuo spettacolo di metamorfosi. Con i suoi rinomati oggetti come Cadeau (1921-1974), il celebre ferro da stiro con i chiodi, nega l’uso ordinario degli oggetti, spostando la fruizione dall’intelletto all’emozione, seguendo i principi di Duchamp. Ironia e iconoclastia, in una fusione di sperimentazione e arguzia, sono espressioni del suo spirito di ricerca e della sua volontà di reinventare il mondo attraverso l’arte. Il caos e il disordine di una realtà in continua evoluzione – travolta dagli eventi politici – penetrano nell’animo dell’artista, scontrandosi con la resistenza della materia e dando vita a incessanti trasformazioni creative.

Proseguendo nella valorizzazione di figure legate al movimento surrealista e al gallerista Alexander Iolas, con questa mostra Tommaso Calabro rende omaggio a un artista geniale ed unico, capace di attraversare e trasformare le avanguardie del Novecento con una visione rivoluzionaria.

Dal 29 Marzo 2025 al 21 Giugno 2025 – Tommaso Calabro – Venezia

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EXPOSED Torino Foto Festival – Beneath the surface

EXPOSED Torino Foto Festival è il festival internazionale di fotografia di Torino che reimmagina il ruolo della fotografia nel plasmare futuri sostenibili e critici. Attraverso un programma dinamico di mostre, discussioni pubbliche e una serie di eventi—sviluppati in collaborazione con le principali istituzioni culturali torinesi—EXPOSED offre uno spazio di riflessione per esaminare come la fotografia venga oggi prodotta, compresa e utilizzata. Per affrontare le urgenze del nostro tempo e costruire nuove possibilità, il festival abbraccia linguaggi visivi sperimentali e forme pionieristiche di collaborazione.

Definito dalla sua natura multidisciplinare e diffusa, EXPOSED permea il tessuto urbano torinese, attivando spazi espositivi eterogenei e molteplici modalità di interazione. Dai musei statali alle fondazioni private e agli spazi indipendenti, il festival trasforma la città in una piattaforma in cui prospettive diverse, pratiche artistiche e ricerca si incontrano. Questa convergenza di realtà pubbliche e private sottolinea l’impegno del festival nel favorire un dialogo aperto tra voci istituzionali e indipendenti.

Ciò che unisce i progetti del festival è un approccio orientato al futuro che utilizza la fotografia per interrogare dinamiche locali e globali. Ridefinendo il nostro rapporto con lo spazio e ripensando i sistemi che modellano il nostro ambiente, EXPOSED invita a nuove interpretazioni e prospettive sul ruolo delle immagini oggi. La direzione artistica del festival parte dal presupposto che la fotografia non sia solo un mezzo di documentazione, ma uno strumento di trasformazione, capace di modificare la percezione e generare nuove narrazioni. Favorendo uno scambio fluido e orizzontale tra artisti e pubblico, EXPOSED crea uno spazio di riflessione critica e immaginazione collettiva.

Sotto la Superficie esplora il modo in cui il mondo fisico si collega alle forze che plasmano le nostre vite. I materiali non sono semplici oggetti statici: si trasformano ed evolvono, modellando e rispondendo a sistemi come la natura, la politica e la tecnologia. Osservando come i materiali cambiano, possiamo cogliere le storie che portano con sé su potere, controllo e resistenza. In un mondo che spesso appare astratto e opprimente, prestare attenzione alla realtà materiale ci aiuta a comprendere queste forze e il loro impatto su di noi.

Dal 16 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Olga Cafiero. Cultus Langarum

Olga Cafiero, dalla serie “Cultus Langarum”, 2025

CAMERA e l’Azienda Vinicola Garesio presentano Cultus Langarum, una produzione inedita realizzata nelle Langhe da Olga Cafiero, artista vincitrice della prima edizione del Garesio Wine Prize for Documentary Photography il nuovo premio, voluto dall’azienda vinicola e resort di Serralunga d’Alba, dedicato alla promozione dei giovani talenti della fotografia contemporanea internazionale.

La mostra, a cura di Giangavino Pazzola, si compone di diverse serie fotografiche che indagano il paesaggio delle Langhe del Barolo, dal punto di vista morfologico e culturale, che saranno esposte nella Project Room di CAMERA dal 16 aprile al 2 giugno 2025.

La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

16 aprile – 2 giugno 2025 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Fotografie di un’esposizione

Martine Franck,<em> Observatoire de Meudon, France</em>, 1991 | Courtesy IKONA Gallery<br />
Martine Franck, Observatoire de Meudon, France, 1991 | Courtesy IKONA Gallery

Tutte le fotografie in mostra hanno già una loro storia con Venezia perché hanno fatto parte delle grandi esposizioni che Ikona ha curato in città dal 1979 a oggi.

È sempre la fotografia che mette noi stessi di fronte alla vita e alla realtà, di fronte alla nostra vita, al mondo e all’altro. Tutto questo è ancora più urgente in una città che è l’immagine Ikona dove tutto scorre senza il dialogo.

“Mi piace vedere questa mostra come Le fotografie di un’esposizione, citando Quadri di un’esposizione, famosissima suite per pianoforte di Modest Musorgskij e vedere il visitatore nella promenade, in ascolto e nello sguardo, nell’atto di porsi le domande di fronte alle realtà afferrate dal fotografo, nelle fotografie che ci mostrano i frammenti di ciò che è stato il passato. Ogni fotografia è definita dalla sua didascalia – autore, luogo, persona, storia, data – ma è lo sguardo del visitatore che si dà la risposta e vive il passato come il suo presente.”
Živa Kraus

Dal 23 Marzo 2025 al 30 Maggio 2025 – IKONA Gallery – Venezia

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Mostre di fotografia consigliate per marzo

Anche a marzo mostre interessantissime ci aspettano, non perdetele!

Anna

JOEL MEYEROWITZ – A Sense of Wonder Fotografie 1962-2022

A Joel Meyerowitz (New York, 1938), uno dei protagonisti della scena fotografica contemporanea, Brescia dedica un’ampia retrospettiva – la prima vera antologica mai organizzata in Italia – in grado di ripercorrere l’intera sua carriera, lungo sei decenni di attività, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai nostri giorni.

La mostra, in programma al Museo di Santa Giulia a Brescia da marzo ad agosto 2025, a cura di Denis Curti, è promossa dalla Fondazione Brescia Musei. L’iniziativa è l’appuntamento più atteso dell’VIII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana.

A cominciare dagli anni Sessanta, Meyerowitz emerge come uno tra i giovani fotografi d’avanguardia più interessanti di New York. La sua ricerca corre in parallelo con quella di altri grandi autori quali Robert Frank, Gerry Winogrand, Diane Arbus. La rassegna presenta oltre 90 immagini organizzate per capitoli tematici e propone molte delle immagini che hanno contribuito a ridefinire il concetto di Street photography, all’interno del quale Joel Meyerowitz fa il suo ingresso introducendo l’uso del colore per interpretare e cogliere appieno la complessità del mondo moderno.

Per la prima volta in Italia, saranno presentati gli autoscatti realizzati dal fotografo durante il periodo del lockdown. Anche in queste opere più recenti, Joel Meyerowitz ricorda quanto la fotografia possa essere un mezzo di riflessione sul vissuto del singolo e della collettività, un dispositivo per riscoprire il presente in ogni suo aspetto.

Dal 25 marzo al 24 agosto – Museo di Santa Giulia – Brescia

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WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’agenzia MAGNUM dal dopoguerra a oggi

© Newska Tavakolian//MagnumPhotos
© Newska Tavakolian//MagnumPhotos

Dal 22 marzo al 21 settembre 2025, il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi, una straordinaria mostra fotografica a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che esplora, attraverso immagini iconiche dell’agenzia MAGNUM Photos, il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni.
 
Dopo DONNA MUSA ARTISTA – la mostra che attraverso i ritratti di Cesare Tallone indagava il ruolo delle donne nella società italiana tra Ottocento e Novecento – WOMEN POWER offre uno sguardo più contemporaneo e internazionale sul tema, proseguendo, dal punto di vista della fotografia, la riflessione avviata dal Museo sui cambiamenti sociali e culturali del mondo femminile.
 
Prodotta da CAMERA Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos e promossa da Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb in collaborazione con CoopCultureWOMEN POWER si concentra su due aspetti complementari, le donne fotografe che raccontano la realtà con una visione unica, e le donne ritratte che emergono come soggetti di grande valore dalle lenti di Magnum, testimoni di sfide, conquiste e ruoli in contesti intimi e pubblici.
 
Il percorso della mostra si articola in sei nuclei tematici che esplorano il contesto familiare, la crescita, l’identità, i miti della bellezza e della fama, le battaglie politiche e la guerra. Ognuno di questi temi è rappresentato da lavori realizzati da alcune delle più importanti autrici di Magnum Photos, tra cui Inge MorathEve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian. Autrici di fama internazionale accanto a giovani fotografe contemporanee, con reportage realizzati in contesti molto diversi da un punto di vista storico e geografico, che spaziano dai ritratti di Marilyn Monroe a quelli delle combattenti delle FARC in Colombia.
 
La mostra fa emergere un confronto fra stili, linguaggi e generazioni, che danno vita a un inedito dialogo di voci e sguardi mai convenzionali. Le fotografie, pur diversissime tra loro, sono legate da lotte, emozioni ed esperienze che, attraverso la loro presenza e le posture, diventano simboli di un cammino di emancipazione, sia come individui che come collettività.
 
Pur celebrando il contributo femminile alla fotografia, WOMEN POWER include anche scatti di celebri fotografi come Robert Capa, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Rafal Milach, Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna, che hanno saputo raccontare la condizione femminile testimoniando le sfide legate ai diritti delle donne.
 
La mostra offre anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra il corpo femminile e la sua rappresentazione. Le fotografie immortalano donne in momenti di intimità, ma anche nel pieno impegno pubblico, dove la loro presenza e le posture diventano simboli di una lotta verso l’emancipazione, non solo come individui, ma come collettività.
 
Il catalogo della mostra, edito da Dario Cimorelli Editore, accompagna il visitatore in un approfondimento critico sulle immagini esposte, attraverso testi curati da Walter Guadagnini e Monica Poggi.
 
Prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos.

Dal 22 Marzo 2025 al 21 Settembre 2025 – Museo Villa Bassi Rathgeb – Abano Terme | Padova

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Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna

David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007
© David LaChapelle | David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007

Dal 1 febbraio al 15 marzo 2025 Galleria Cavour 1959 presenta la mostra “Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna”, una straordinaria mostra personale dedicata a uno dei fotografi e artisti più influenti e visionari del nostro tempo. L’esposizione è curata da Deodato Arte in collaborazione con Contemporary Concept.

La mostra propone un percorso immersivo attraverso le opere più iconiche di LaChapelle, offrendo al pubblico un’occasione unica per esplorare i molteplici filoni della sua produzione artistica: dalla riflessione spirituale all’analisi sociale, dai ritratti delle celebrità al dialogo con la moda, fino alle tematiche legate al cambiamento climatico. Con oltre 30 opere esposte, tra cui una inedita mai presentata al pubblico, lultimo capolavoro dellartista, la mostra celebra il genio di un artista che ha ridefinito i confini della fotografia contemporanea.

Il titolo “Oltre il Reale” è stato scelto per rappresentare la capacità unica di David LaChapelle di trascendere la realtà, trasformando ogni immagine in un mondo visionario. Le sue opere superano i confini del visibile, creando universi onirici che invitano lo spettatore a esplorare dimensioni simboliche, emotive e immaginative. In questa prospettiva simbolica anche lo spazio che ospita la mostra non è casuale. Il palazzo razionalista che dà vita a Galleria Cavour 1959 nasce infatti a fine Anni 60 già improntato a una visione sostenibile e avveniristica per l’epoca. Situato nel cuore della città, ha rappresentato la storia della moda a Bologna, il luogo dove da sempre si incontrano brand che rappresentano l’avanguardia per stile ed innovazione, crocevia di cultura e creatività, sede di mostre d’arte e di eventi culturali prestigiosi. 

Sono orgogliosa di ospitare la straordinaria mostra di David LaChapelle qui in Galleria Cavour 1959 – afferma l’Ingegnere Paola Pizzighini Benelli, Amministratore Unico di Magnolia Srl,  a cui fa capo Galleria Cavour 1959 – un luogo che nasce da una visione architettonica innovativa e che oggi si conferma come crocevia di cultura, arte e creatività. LaChapelle, con la sua capacità unica di trasformare la realtà in universi onirici e suggestivi, si integra perfettamente con l’anima visionaria di questo spazio. Fin dalle sue origini, Galleria Cavour 1959 è stata pensata come un ambiente capace di connettere tradizione e futuro, estetica e funzionalità, moda e arte. Le opere di LaChapelle dialogano con questa eredità, amplificandone la vocazione a essere un punto di riferimento per l’avanguardia artistica. Questa esposizione rappresenta non solo un evento culturale di rilievo, ma anche un’opportunità per continuare a valorizzare l’identità di Galleria Cavour 1959 come luogo di incontro tra visioni artistiche e architettoniche che guardano oltre il presente”.

Attraverso una selezione curata con attenzione, il visitatore sarà invitato a immergersi nell’universo visivo di LaChapelle, dove fotografia, simbolismo e narrazione si intrecciano in modo unico. Tra le opere esposte, spiccano: After the Deluge: Cathedral” e “After the Deluge: Statue”, che reinterpretano temi biblici in chiave contemporanea, esplorando il rapporto tra uomo, natura e spiritualità; “Snow Day”, un ritratto surreale che incarna la fragilità e la bellezza della natura; “Jesus is Condemned to Death”, una rilettura visivamente potente della Via Crucis; “Leonardo di Caprio”, un ritratto pop di una celebrità che fonde cultura contemporanea e critica sociale; “Earth Laughs in Flowers: Springtime”, una celebrazione del ciclo della vita ispirata alle nature morte fiamminghe; “Collapse in a Garden”, un invito alla riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente. Come in ogni fotografia di David La Chapelle, anche in questo caso ogni opera non fa testo a se ma racconta una storia, conducendo lo spettatore in un viaggio emozionante tra sogno e realtà. Un viaggio che vedrà il suo culmine nell’opera inedita “Tower of Babel” (2024), per la prima volta presentata al pubblico nella mostra di Bologna. 

La Torre di Babele era originariamente intesa per avvicinarsi a Dio. Ma gli esseri umani hanno fallitoOggi ci troviamo di fronte a Internet, a persone che parlano tutto il giorno, a influencer, podcast, politici… Ognuno ha un’opinione e vuole gridarla dai tetti. Tutti parlano, ma nessuno ascolta – dichiara David LaChapelle a proposito della sua nuova opera – Tower of Babel è un’opera reale, realizzata in studio. Abbiamo costruito il set e un modello della torre. Le nuvole sono state fatte di cotone e dipinte per armonizzarsi con lo sfondo. Il panorama della città è una proiezione di Los Angeles. Abbiamo fatto esplodere la torre in modo che si sgretolasse sui personaggi sottostanti. Ho curato attentamente questa scena con attori scelti specificamente per riflettere culture diverse provenienti da ogni angolo del pianeta” 

Dal 01 Febbraio 2025 al 15 Marzo 2025 – Galleria Cavour 1959 – Bologna

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DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei.

Cindy Sherman, Untitled
Cindy Sherman, Untitled

DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei” verrà presentata in anteprima internazionale a Palazzo Reale, una mostra che mette in dialogo più di 140 opere e  80 grandi artisti contemporanei di tutto il mondo. 

Da Cindy Sherman a Lynette Yiadom-Boakye, da Nan Goldin a Nicole Eisenman, da Kiki Smith a Marc Quinn, da Lisetta Carmi a Francesco Vezzoli; tutti artisti presenti nell’inedita e prestigiosa sezione contemporanea della Collezione Giuseppe Iannaccone che, saranno legati e collegati da un dialogo sui più importanti temi sociali come il rapporto con il corpo, l’identità in continua evoluzione, il multiculturalismo e le complesse interazioni tra Oriente e Occidente.

Un’esperienza che attraversa confini temporali e spaziali, proponendo un dialogo tra visioni geograficamente distanti ma convergenti su temi sensibili e imprescindibili per la contemporaneità. La mostra rappresenta un’occasione unica per esplorare, attraverso gli occhi degli artisti che hanno sempre dimostrato di saper vedere oltre, i cambiamenti sociali e culturali che plasmano il nostro presente.

Dal 07 Marzo 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Reale Milano

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Dina Goldstein. Un’artista tra fiaba e realtà

© Dina Goldstein, Courtesy Tallulah Studio Art, Italy | Dina Goldstein, In the Dollhouse, Passed Out

Tallulah Studio Art, in collaborazione con Fabbrica Eos, presenta la mostra personale di Dina Goldstein, l’artista visiva contemporanea israelo-canadese, residente a Vancouver, che attraverso il suo occhio fotografico invita a riflettere sulla bellezza e sull’ironia della vita. Nata nel 1969 a Tel Aviv, Dina Goldstein ha saputo crearsi un percorso che ha lasciato un segno nel panorama dell’arte contemporanea, distinguendosi per i suoi lavori che fondono il surrealismo pop con una critica sociale profonda.

Il percorso espositivo presenta una selezione dei suoi progetti più celebri, tra cui spicca In the Dollhouse, in cui Dina Goldstein esplora le tematiche della bellezza, del potere e della sessualità attraverso le immagini iconiche di Ken e Barbie. Queste due bambole, simboli di perfezione e aspirazioni irrealistiche, diventano protagoniste di scenari che mettono in discussione le nostre percezioni sulla vita reale. Dina Goldstein riesce a stravolgere l’idea di felicità perfetta per mostrarci che anche le figure più luminose possono nascondere ombre e insoddisfazione.
Il genio creativo di Dina Goldstein esplode in maniera ancora più audace con Fallen Princesses progetto in cui l’artista reinterpreta le amiche principesse dei nostri sogni infantili, presentandole in contesti che sfidano il tradizionale racconto delle favole. Le principesse Disney, spesso avvolte nella loro aura di incanto e serenità, vengono catturate in momenti crudi e reali, costringendoci a confrontarci con le difficoltà che la vita presenta. La sua visione ironica e provocatoria trasmette un messaggio potente: le favole non devono sempre avere un finale felice.

La serie Gods of Suburbia offre una profonda analisi del ruolo della religione e della fede nel mondo contemporaneo, mentre in Last Supper, East Vancouver, la Goldstein prende ispirazione dal celeberrimo dipinto di Leonardo da Vinci per ricreare L’Ultima Cena in un contesto urbano e moderno. Questa reinterpretazione non solo omaggia un capolavoro artistico, ma ci porta anche a riflettere sulle dinamiche sociali attuali e sui luoghi di marginalità, come il Downtown Eastside di Vancouver, dove storie di redenzione e caduta si intrecciano.
Dina Goldstein rappresenta una voce unica e potente nel panorama artistico contemporaneo. Con il suo approccio coinvolgente, esorta a vedere oltre la superficie delle immagini e a riflettere su temi complessi che riguardano la nostra società. Ogni scatto è un invito a esplorare non solo la bellezza, ma anche le sfide quotidiane che ciascuno di noi affronta. Una vera e propria artista visionaria, capace di trasformare la percezione comune della realtà in un’opera d’arte vivente. Il suo lavoro è stato riconosciuto da importanti premi, tra cui il premio speciale Arte Laguna nel 2012 e il gran premio del Prix Virginia nel 2014.

La mostra è organizzata in collaborazione con Fabbrica Eos Arte Contemporanea.

Inaugurazione giovedì 20 febbraio 2025 ore 18.00 – 21.00

Dal 20 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Fabbrica Eos – Milano

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Passaggi Paesaggi

Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago
© Rachele Maistrello | Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago

Un viaggio nella fotografia italiana: dal 14 febbraio a Palazzo Santa Margherita una mostra dalle collezioni di Fondazione AGO: 80 autori e 115 opere.

La mostra, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, riunisce ottanta autori e 115 opere da una delle raccolte di fotografia più significative nel panorama istituzionale italiano, patrimonio di Fondazione di Modena e del Comune , e offre un quadro del panorama artistico della fotografia italiana dedicata al paesaggio degli ultimi 70 anni.
Visitabile fino al 4 maggio, spazia dai maestri del Novecento alla generazione degli artisti emergenti e propone quattro declinazioni dell’idea di paesaggio: dall’urbano al naturale, dall’umano all’immaginario. I paesaggi urbani dei maestri (Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Guido Guidi, Olivo Barbieri) scorrono accanto alle immagini dominate dalla natura, in una difficile e complessa relazione con l’uomo (Franco Fontana, Walter Niedermayr, Paola De Pietri, Mario Giacomelli, Luca Andreoni), mentre i paesaggi umani spaziano dal reportage (Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna) all’indagine antropologica (Mario Cresci, Franco Vaccari), ai ritratti e al cinema (Tazio Secchiaroli, Marcello Geppetti). Sono poi i paesaggi d’invenzione a racchiudere le ricerche sperimentali sul linguaggio fotografico che conducono lo spettatore sul terreno dell’immaginario (Rachele Maistrello, Paolo Gioli, Cesare Leonardi). 

Partendo dalla tradizione della veduta del territorio – tema che caratterizza la storia della fotografia italiana nonché le stesse collezioni, per il ruolo storicamente esercitato da Modena e dall’Emilia-Romagna nell’evoluzione di questo genere – è poi possibile, come spiegano i curatori, rintracciare una serie di passaggi: dalla generazione dei maestri alle ultime, dall’analogico al digitale, da un genere all’altro fino al loro superamento, valorizzando le riflessioni sul medium e le ricerche di confine. Tali passaggi accompagnano il visitatore della mostra nella ricchezza del panorama artistico della fotografia italiana, lasciando la possibilità di delineare evoluzioni passate e future. 
Artisti in mostra: Claudio Abate, Giampietro Agostini, Luca Andreoni, Enrico Appetito, Vasco Ascolini, Olivo Barbieri, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Paolo Bernabini, Davide Bertocchi, Bruna Biamino, Antonio Biasiucci, Fabio Boni, Andrea Botto, Pamela Breda, Luca Campigotto, Vincenzo Castella, Bruno Cattani, Fabrizio Ceccardi, Francesco Cocco, Giorgio Colombo, Mario Cresci, Mario De Biasi, Paola De Pietri, Irene Fenara, Giorgia Fiorio, Franco Fontana, Antonio Fortugno, Vittore Fossati, Massimiliano Gatti, Marcello Geppetti, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Luca Gilli, Paolo Gioli, Claudio Gobbi, Stefano Graziani, William Guerrieri, Guido Guidi, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Emilio Lari, Cesare Leonardi, Uliano Lucas, Rachele Maistrello, Tancredi Mangano, Eva e Franco Mattes, Marzia Migliora, Nino Migliori, Filippo Minelli, Simone Mizzotti, Paolo Monti,  Ugo Mulas, Pino Musi, Paolo Mussat Sartor, Carmelo Nicosia, Walter Niedermayr, Enzo Obiso, Cristina Omenetto, Paola Pasquaretta, Paolo Pellion Di Persano, Robert Pettena, Agnese Purgatorio, Francesco Radino, Laura Renna, Marialba Russo, Roberto Salbitani, Ferdinando Scianna, Marco Scozzaro, Tazio Secchiaroli, Paolo Simonazzi, Valentina Sommariva, Annalisa Sonzogni, Marco Tagliafico, George Tatge, Toni Thorimbert, Angelo Turetta, Franco Vaccari, Jacopo Valentini, Fulvio Ventura, Lorenzo Vitturi, Beppe Zagaglia, Virginia Zanetti, Marco Maria Zanin, Martina Zanin, Marco Zanta. 

Dal 14 Febbraio 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Santa Margherita – Modena

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WALTER ROSENBLUM – Master of Photography

Walter Rosenblum rappresenta una figura importante della fotografia del XX secolo. Questa mostra vuole dare completezza al suo straordinario percorso espressivo attraverso un’importante raccolta di sue fotografie vintage, molte delle quali mai esposte prima. Verrà così offerta l’opportunità di conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso. In Italia, dopo la grande mostra del 1999 a Padova, ritorna il suo lavoro con un percorso di oltre 110 fotografie e documentazione d’epoca.

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) ha esercitato la professione di fotografo per più di cinquant’anni contribuendo notevolmente all’affermazione della fotografia nel corso del ventesimo secolo. A 18 anni entrò a far parte della Photo League, dove conobbe Paul Strand, suo mentore e amico, altri significativi fotografi, tra i quali Berenice Abbott e Lewis Hine.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Rosenblum prestò servizio come fotografo e cineoperatore nell’esercito americano e partecipò allo sbarco in Normandia a Omaha Beach. Si trovò tra i primi a filmare l’interno del campo di concentramento di Dachau. Rosenblum è stato uno dei fotografi più decorati della Seconda Guerra Mondiale.

Rosenblum ha fotografato alcuni dei più significativi eventi del ventesimo secolo: l’esperienza degli immigrati nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita del quartiere di Harlem, del sud Bronx e di Haiti. Eventi che saranno tutti documentati all’interno del percorso espositivo.

La sua carriera è stata arricchita da un’intensa attività didattica, e le sue fotografie sono presenti in oltre 40 collezioni internazionali, incluso il J. Paul Getty Museum, la Library of Congress, la Bibliothèque Nationale di Parigi e il Museum of Modern Art di New York.

Le sue fotografie riescono ad immortalare le qualità umane dei quartieri e dei loro residenti che affermano la vita e riflettono l’approccio socialmente consapevole che è stato il fondamento della sua carriera.

Come scrive Angelo Maggi, curatore della mostra: “Attraverso i suoi scatti, Rosenblum ha saputo immortalare l’autenticità dell’esperienza umana, regalando a noi tutti un messaggio di speranza e resilienza. Il suo lavoro, quindi, non si limita a essere una testimonianza del passato, ma continua a essere una fonte di ispirazione, invitandoci a vedere il mondo con occhi nuovi e a cogliere la luce nelle situazioni più oscure. L’opera del fotografo è ampia e ha dato un contributo importante alla storia della fotografia sia per il suo impegno e rilevanza teorica, sia per l’eccellenza artistica delle immagini”.

Andrea Colasio, Assessore alla Cultura del Comune di Padova: “Siamo particolarmente lieti di aver messo a disposizione la centralissima e prestigiosa Galleria civica Cavour e il supporto organizzativo e di comunicazione, per rendere omaggio a Walter Rosenblum, uno dei maggiori fotografi del Novecento, che per oltre cinquant’anni ha documentato gli eventi più significativi del secolo scorso. La mostra rientra nel progetto “30 Migno”, ideato dallo storico Gruppo fotografico per celebrare i trent’anni di attività, indissolubilmente connessa sia al magistero compositivo del fotografo americano, sia al suo umanista, rivolto alle persone comuni, ai poveri, agli ultimi. Nel corso della sua vita, Rosenblum ha incontrato molte persone malvagie e conosciuto le atrocità che ero state capaci di compiere – era presente alla liberazione del campo di concentramento di Dachau – ma ha continuato a credere che entro una società altruista solo le persone migliori prosperino. Grazie alla sinergia con l’impresa culturale Suazes, in mostra avremo centododici fotografie vintage – un numero che rende l’iniziativa la più estesa mai realizzata sulla sua opera, in Europa -, e un percorso espositivo che tocca le principali esperienze del grande fotografo e accademico americano.”

Da quest’immensa ricchezza di esperienze e dal prolungato rapporto con le diverse culture, la visione fotografica di Rosenblum si è caratterizzata per essere testimone della condizione umana come di una comunità globale in cui i bisogni fondamentali, i valori e le aspirazioni esistenziali sono universalmente condivisi.

Rosenblum cercò così di sottolineare la dignità dell’essere umano, con i suoi soggetti mai semplici vittime, ma persone integre e complesse, la cui umanità sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse.

La mostra di Padova permetterà di approfondire tutte le principali esperienze del lavoro di questo autore riportando al grande pubblico un’opera che, pur essendo ben radicata nel suo tempo, continua a trasmetterci forza ed emozioni.

Il progetto è prodotto da SUAZES, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura di Padova, con il supporto delle eredi Lisa e Nina Rosenblum e dell’associazione MIGNON in occasione delle celebrazioni dei suoi cinquant’anni di attività. La mostra è curata dal prof. Angelo Maggi dell’Università Iuav di Venezia.

Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Il progetto sarà accompagnato da un volume del prof. Angelo Maggi, prodotto da SUAZES e edito da Silvana editoriale.

22 febbraio – 4 maggio 2025 – Padova, Galleria Civica Cavour

The Subject Matters – AA.VV.

Vanessa Winship, Frozen Marshland with Tendril, Holmes County, Ohio, U.S.A, 23.02.2020, 2020, stampa a pigmenti, cm 60 x 50 © Vanessa Winship, courtesy Viasaterna e Huxley-Parlour

Viasaterna is pleased to present The Subject Matters, group exhibition curated by Luca Fiore, which will open on Monday 20 January, from 6 to 9pm. 

The exhibition explores the potential of photographic language when confronted with subjects considered ordinary and of minimal importance, bringing together 45 works taken between 1992 and 2023 by five authors of different nationalities, histories and experiences: Gerry Johansson (Sweden, 1945), Guido Guidi (Italy, 1941), Takashi Homma (Japan, 1962), Terri Weifenbach (USA, 1957) and Vanessa Winship (England, 1960).

With the advent of photography, narrative capacity and verisimilitude, once fundamental to art as understood within that hierarchical framework, gradually lost their centrality. And it is in the 20th century that photography becomes the privileged medium for telling stories, starting with American photojournalism, and constructing myths, such as those of celebrities. However, art photography increasingly chooses to focus on subjects that the old hierarchy considers minor. Thus, landscapes, ordinary objects and fragments of everyday life appear, and become, subjects of extraordinary poetic power.

On view until 4th April 2025 – Viasaterna – Milano

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Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo

Il Museo Diocesano presenta la mostra fotografica Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo, che attraverso una quarantina di scatti, articolati in quattro capitoli – Mongolia, Kenya, Bangladesh, Haiti – si focalizza sulla migrazione climatica che condiziona la vita nelle aree rurali e urbane di tutto il pianeta, influenzando le sorti dei loro abitanti, costretti a migrazioni forzate dovute a situazioni ambientale insostenibili.

Le fotografie qui esposte diventano quindi una testimonianza diretta e irrinunciabile dell’epoca in cui viviamo e suscitano inquietudine, ponendo domande sulle contraddizioni della nostra contemporaneità. Ci mostrano persone che inseguono il miraggio di una vita migliore: un’illusione che si infrange drammaticamente al loro arrivo nei grandi centri urbani. Qui questi uomini si scontrano con una dimensione cruda e respingente, nella quale le logiche del profitto li spingono sempre più ai confini della società, costringendoli a riversarsi in baraccopoli e nelle aree più degradate delle periferie cittadine.

Nella recente esortazione apostolica Laudate Deum (2014) Papa Francesco ha espresso preoccupazione su questi temi. Già nel 2015, nella lettera enciclica Laudato si’ sottolineava che “Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti”, e denunciava una generale indifferenza di fronte a tragedie come quelle raccontate in questi scatti. Il pontefice rileva come dietro alla crisi energetica si celi una crisi sociale ed umana che non possiamo non vedere: “non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali”. Papa Francesco indica nell’“esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore” la via per la cura della nostra casa comune.

Le fotografie di Alessandro Grassani spingono dunque ad aprire gli occhi di fronte a fatti troppo spesso dimenticati, e soprattutto richiamano il senso di responsabilità di ciascuno di noi, chiedendo di non restare indifferenti.

Dal 18 Febbraio 2025 al 27 Aprile 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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I 30 ANNI DI MIGNON A PADOVA

Per celebrare questi 30 anni di attività, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura
di Padova Mignon organizza tre mostre in altrettanti spazi importanti della città: le Scuderie di
Palazzo Moroni, la Sala della Gran Guardia in Piazza dei Signori e la Galleria Samonà. Tre
occasioni per ammirare una selezione del lavoro di 30 anni del gruppo.
Presso le Scuderie di Palazzo Moroni sarà ospitata la mostra “Jordan” (22 febbraio – 6 aprile) con
fotografie di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Giovanni Garbo, Giampaolo Romagnosi, Davide
Scapin.
All’interno della Sala della Gran Guardia si terrà la mostra “Riconosco me stesso negli occhi di ogni
sconosciuto” (22 febbraio – 4 maggio) con foto di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Alessandro
Frasson, Giovanni Garbo, Mauro Minotto, Giampaolo Romagnosi, Davide Scapin.

Presso la Galleria Samonà si terrà la terza mostra “30 MIGNON fotografia. Trent’anni di passione
(22 febbraio – 30 marzo) che descriverà il percorso espressivo di questo gruppo.
Tutte le iniziative saranno gratuite e si integreranno ad un programma di iniziative.
Il progetto dedicato ai 30 anni di MIGNON gode della collaborazione dell’Assessorato alla Cultura
del Comune di Padova e di Suazes. Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Dal 22 febbraio al 4 maggio 2025 – Sedi varie – Padova

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SHIRIN NESHAT

Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l'artista e Gladstone Gallery
© Shirin Neshat | Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l’artista e Gladstone Gallery

Prima ampia mostra personale in Italia dell’artista iraniana Shirin Neshat, che attraverso le sue opere filmiche e fotografiche esplora le rappresentazioni identitarie del femminile e del maschile nella sua cultura.
Nelle tormentate fotografie di donne, con il volto segnato da calligrafie in farsi o che indossano l’hijab impugnando pistole, lo sguardo della donna diventa uno strumento di comunicazione potente e pericoloso.
Tramite la poesia e la calligrafia vengono esaminati concetti come il martirio, lo spazio dell’esilio e le questioni di identità.
Nella sua pratica l’artista utilizza un immaginario poetico per affrontare i temi del genere e della società, dell’individuo e della collettività e del rapporto dialettico tra passato e presente, attraverso la lente delle sue esperienze di appartenenza e di esilio.

Dal 18 Marzo 2025 al 08 Giugno 2025 – PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea – Milano

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CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici

Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper
Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper

Giallo limone, blu intenso, rosso vivo e arancione brillante: i colori come terapia. Ecco il programma vitaminico della nuova mostra dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici.
 
Di scena dal 28 febbraio al 9 giugno 2025, la mostra che vede come curatori Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé, ripercorre la storia della fotografia a colori lungo tutto il XX secolo attraverso lo sguardo acuto di 19 artisti. L’itinerario espositivo, articolato in 7 sezioni, ci trasporta in mondi vibranti e saturi in cui il colore colpisce la retina e mette in gioco l’intelletto.
 
Spesso denigrata e raramente presa sul serio, la fotografia a colori ha in realtà permesso agli fotografi di sbizzarrirsi, di mettere mano alla loro tavolozza per ridipingere il mondo. Sono in tanti a essersi liberati dai vincoli documentaristici del mezzo fotografico per esplorare le comuni radici dell’immagine e dell’immaginario, flirtando con il pop, il surrealismo, il bling, il kitsch e il barocco.
 
La conquista del colore in fotografia segue di poco l’invenzione del mezzo con i primi esperimenti a scopo scientifico a metà del XIX secolo. Nel 1907 fu messo a punto il primo procedimento fotografico industriale a colori grazie all’autochrome, creato dai fratelli Lumière. È l’inizio di un secolo di sperimentazione cromatica: dalle scene ordinarie alle riflessioni filosofiche e politiche, il colore trascende il semplice strumento per diventare elemento narrativo essenziale.
 
Tutte queste innovazioni del quotidiano rivelano un’immagine surreale, iperreale che reinventa i generi – dalla natura morta al ritratto – offrendo una visione gioiosa e colorata del mondo. Tra gli artisti in mostra, William Wegman (1943, Holyoke, USA) immortala con tenerezza i suoi cani, trasformando i simpatici amici a quattro zampe in icone artistiche, Juno Calypso (1989, Londra, UK) stravolge le convenzioni visive del cinema e della pubblicità per mettere in discussione le imposizioni che affliggono la femminilità, mentre Arnold Odermatt (1925, Oberdorf – 2021, Stans, CH), fotografo poliziotto, documenta gli incidenti stradali in composizioni meticolose, dove la poesia si sostituisce al dramma; e Walter Chandoha (1920, Bayonne – 2019, Annandale, USA), soprannominato “The Cat Photographer”, rivela una qualità umana nei gatti che fotografa su sfondi saturi, trasformando questi animali domestici in icone fotografiche. Ouka Leele (1957-2022, Madrid), dal canto suo, utilizza toni vibranti per cogliere la liberazione dei corpi nel contesto della rivoluzione culturale e sociale della Movida, e Martin Parr (1952, Epsom, UK), grande testimone dei nostri paradossi contemporanei, dirige il suo obiettivo su vassoi di patatine fritte, suggerendo ironicamente la bulimia del mondo moderno. Negli anni dieci del Duemila, il magazine Toiletpaper, ideato da Maurizio Cattelan (1960, Padova, IT) e Pierpaolo Ferrari (1971, Milano), al tempo stesso erede e precursore, degno discendente di questi artisti e assolutamente trasgressivo, dialoga e si nutre di questa piccola storia sfavillante e cromatica.
 
Che si tratti di amplificare i dettagli di una scena quotidiana, di ridefinire i codici di bellezza delle riviste o di immortalare soggetti impegnati, la fotografia a colori offre una visione intensamente cromatica del mondo. Tale varietà di sguardi e di pratiche rivela un comune filo conduttore: la volontà di mostrare le cose in modo diverso, infondendo nelle immagini la vita e l’emozione che solo il colore può trasmettere.

Dal 28 Febbraio 2025 al 09 Giugno 2025 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

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IL MATTO È IL MONDO – TAROCCHI – Anna Luna Astolfi

I Tarocchi sono un’arte che non si lascia imprigionare da nessun genere di rigidità: gli Arcani che li compongono sono uno specchio e non una verità di per sé. Sono camaleonti, si trasformano per adattarsi a chi li osserva. Se in essi ci sembra di vedere la nostra vita, è perché l’accostamento delle loro immagini può contenere ogni storia, dunque anche la nostra.

Le fotografie che compongono Il Matto è Il Mondo – Tarocchi sono state create camminando attraverso ogni Arcano col fine di restare fedeli e insieme tradire costantemente l’iconografia originaria dei Tarocchi unendo tarologia, stage-photography e diario fotografico.

I Trionfi, o Arcani Maggiori, formano una narrazione che condensa in sé tutte le esperienze che un essere umano può vivere nell’arco della propria esistenza poiché espressione di un completo cammino iniziatico. In questo lavoro, attraverso l’immagine fotografica, ci si appropria delle fasi di tale cammino immaginando i Trionfi al di fuori della loro stessa carta. Sono qui resi vivi e fatti di carne, vengono osservati dentro i loro stessi abiti ed oltre il riquadro del foglio che li contiene.

Dall’11 marzo al 17 aprile 2025 – Spazio Labò – Bologna

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Italia al lavoro

Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci
Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci

Palazzo Esposizioni Roma ospita la mostra Italia al lavoro, a cura di Sara Gumina, che ripercorre, attraverso fotografie e video d’archivio, l’evoluzione del mondo del lavoro in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.

Le immagini testimoniano i profondi cambiamenti intervenuti a seguito delle grandi rivoluzioni tecnologiche, che hanno portato non solo alla nascita di nuovi modelli produttivi e industriali e di nuovi mestieri, ma anche a consistenti trasformazioni nella vita delle persone, della società e nell’organizzazione del lavoro.

Protagonisti di questa storia sono le lavoratrici e i lavoratori che con passione, impegno, forza e creatività hanno contribuito al successo del Made in Italy nel mondo, determinando così l’evoluzione e la competitività del nostro Paese.

Organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo.
Realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Invitalia – Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo di Impresa, patrocinata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con il supporto di Confindustria.

Dal 06 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Palazzo delle Esposizioni Roma

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Alzheimer – Paolo Saracco

Mercoledi 26 Febbraio alle ore 19:00, si inaugura la mostra Alzheimer: mostra fotografica di Paolo Saracco,  all´Under factory in via Gran Paradiso 9 a Segrate – Milano. Mostra di 15 ritratti fatti a persone affette dalla malattia neurodegenerativa Alzheimer. A cura di Giuseppe Ferraina, direttore artistico della giovane fucina di talenti emergenti della fotografia di Segrate – Milano.

“Siddhartha visse nell’agio e nella spensieratezza, ma arrivato ai 29 anni cominciò a sentirsi annoiato da quella vita chiusa all’interno dei palazzi. Suddhodana, suo padre, non voleva che vedesse persone anziane o peggio ancora vecchie e ammalate. Non voleva che il suo futuro re si raffrontasse con la morte. Voleva difenderlo dall´angoscia del senso della scomparsa e dalla visione della sofferenza fisica. A questo modo di eludere le paure dell´esserci, se ne aggiunge un altro, opposto e ostentato: quello di aggirarsi per i camposanti e gioire (senza manifestarlo o esternarlo ovviamente, siamo persone dabbene, no?) del fatto di essere vivi e stare addirittura bene, trovando un certo ristoro nell´animo, dinanzi alle visioni funerarie. Potremmo citare un particolare ironico scritto sulla lapide della tomba del famoso artista Marcel Duchamp, su cui fece scrivere: “D’altronde sono sempre gli altri a dover morire”. Oppure il sarcasmo con cui si espresse anche  Sigmud Freud, dicendo che il giorno del suo funerale non poteva esserci perche´ sarebbe stato in vacanza. Insomma, una cosa e´ certa, noi amiamo fingerci perenni e funzionali e per questo crederci anche forti… (continua nel testo presente in mostra)”.

Dal 26 febbraio al 3 marzo – Under Factory – Segrate (MI)

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CHE GUEVARA tú y todos

CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958
CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958

Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà, dal 27 marzo al 30 giugno 2025la mostra CHE GUEVARA tú y todos, un viaggio nella storia e nella vita di un uomo che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo di intere generazioni, divenendo l’icona stessa del rivoluzionario: Ernesto Guevara de la Serna, universalmente conosciuto come Che Guevara.
 
Gli spazi del museo bolognese accoglieranno una significativa parte del vasto repertorio fotografico e documentaristico inedito dell’archivio del Centros de Estudios Che Guevara a L’Avana. La mostra offrirà al pubblico l’opportunità di esplorare, grazie a strumenti digitali e interattivi, i momenti cruciali della vita di Che Guevara, permettendo di scoprire la sua umanità, i suoi ideali e i suoi legami affettivi. Saranno contestualizzati gli eventi storici e geopolitici di un periodo cruciale, dagli inizi degli anni ’50 alla fine degli anni ‘60 che ha profondamente influenzato più generazioni.
 
La mostra, ideata e realizzata da SIMMETRICO Cultura, è curata da Daniele ZambelliFlavio AndreiniCamilo Guevara e Maria del Carmen Ariet Garcia, con una colonna sonora originale composta da Andrea Guerra. È prodotta da Alma e dal Centro de Estudios Che Guevara, il cui archivio è riconosciuto patrimonio di interesse “Memoria del Mondo” dell’UNESCO nel 2013, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università IULM e il Settore Musei Civici | Museo Civico Archeologico Bologna, con il patrocinio del Comune di Bologna.
 
La realizzazione del progetto ha visto la stretta collaborazione della moglie di Che Guevara, Aleida March, e del figlio Camilo Guevara, scomparso nel 2022, a cui l’intero progetto espositivo è dedicato.
 
Il significato del titolo: tú y todos
 
Il titolo della mostra, tú y todos, riprende un verso intenso e toccante di una poesia che Che Guevara scrisse alla moglie Aleida prima della sua partenza per la Bolivia, dove fu catturato e assassinato il 9 ottobre 1967, dopo un lungo interrogatorio.
Questo titolo sottolinea l’intento della mostra: restituire una dimensione intima e consapevole alla figura di Ernesto Che Guevara, distaccandola dal mito del guerrigliero intransigente e senza paura, costruito dai media dell’epoca, sia a favore che contro a seconda dello schieramento politico di appartenenza. La mostra racconterà l’uomo, il personaggio politico e il contesto storico in cui visse, attraverso oltre 2.000 documenti inediti, tra cui lettere, appunti, diari, fotografie scattate da lui stesso, immagini ufficiali e private, scritti autografi e video dell’epoca.
 
Un progetto per tutti
 
CHE GUEVARA tú y todos si rivolge a un pubblico ampio e trasversale, con l’obiettivo di raccontare una figura iconica e contemporanea come quella di Che Guevara. La mostra pone il visitatore al centro, coinvolgendolo direttamente e rendendolo parte attiva dell’esperienza, attraverso un approccio innovativo alla divulgazione, il percorso mira a creare una connessione emotiva con i visitatori, proponendo una riflessione su tematiche ancora attuali. La visita non sarà un percorso passivo, ma un’esperienza vissuta attivamente, in cui il pubblico si sentirà parte integrante del racconto.
 
Il percorso espositivo
 
Il percorso della mostra è strutturato in tre livelli narrativi, ciascuno dei quali utilizza soluzioni multimediali specifiche e mirate, di particolare efficacia comunicativa:
 
Contesto storico e geopolitico
Il primo livello narrativo, di stampo giornalistico, introduce immediatamente il visitatore al quadro geopolitico dell’epoca, ponendo le basi per comprendere il contesto in cui Che Guevara ha vissuto e agito.
 
Biografia
Il secondo livello, di natura biografica, presenta materiali d’archivio inediti che ripercorrono gli eventi pubblici e privati della vita di Che Guevara: dai suoi celebri discorsi ufficiali alle riflessioni sull’educazione, la politica estera, l’economia, il significato della rivoluzione e la speranza nell’“Uomo Nuovo”.
 
Dimensione intima
Il terzo livello, più intimistico, si sviluppa attraverso frammenti dei suoi scritti personali, come diari e lettere ai familiari e agli amici, fino alle registrazioni inedite delle poesie che Guevara compose per la moglie Aleida. Questo livello rivela i dubbi, le contraddizioni e le riflessioni che caratterizzavano l’uomo dietro il mito.
 
Una narrazione immersiva
 
La mostra si apre con una sfida simbolica per il visitatore: superare una “linea gialla”. Una parete a fasce mobili, retroproiettata, mostra immagini edulcorate degli anni ’50 – provenienti da Hollywood, dalla moda e dalla pubblicità delle grandi imprese consumistiche – che all’avvicinarsi del pubblico si dissolvono, rivelando un’altra realtà: quella della povertà, delle malattie, delle ingiustizie sociali e della mancanza di libertà, con un semplice passo riviviamo lo sconcerto del giovane Ernesto di fronte alla sofferenza degli ultimi e degli emarginati nei suoi viaggi in America Latina prima di diventare “Il Che”.
 
Rientrando in Argentina, Ernesto annota: “Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina li ripulisce: “io”, non sono io; perlomeno non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi”. (Ernesto Guevara in Notas de viaje. 1952)
 
Superata questa soglia, il visitatore intraprende un viaggio nella vita di Ernesto Guevara, divenuto “El Che”. Centinaia di pensieri, diari e lettere permetteranno di esplorare in modo approfondito una delle personalità più complesse e influenti del XX secolo.
La narrazione si snoda lungo una linea temporale arricchita da immagini storiche, filmati e registrazioni di discorsi, dal 1959 – “Anno della Liberazione” di Cuba – fino al 1967, l’anno della missione in Bolivia, l’ultima avventura.
Tre installazioni speciali, disseminate lungo il percorso, permettono al pubblico di incontrare non solo il personaggio storico, ma anche l’uomo, con le sue riflessioni e le sue emozioni.
 
 
Un finale stra-ordinario
 
La mostra si conclude con un’installazione multidimensionale, realizzata dall’artista americano Michael Murphy, pioniere della Perceptual Art. L’opera, intitolata Che: ritratto di Ernesto Guevara, è una ricostruzione tridimensionale del celebre ritratto del Che, capace di trasformarsi nella sua altrettanto iconica firma.
 
Il direttore artistico e curatore della mostra, Daniele Zambelli, racconta:
 
“Dopo due anni di lavoro, ciò che mi rimane di questo dialogo ideale con Ernesto Che Guevara è la scoperta di un uomo intenso, che ha dedicato tutto sé stesso al servizio di un’idea ‘stramba’: un’umanità che ha come imperativo morale l’evoluzione verso una società più giusta. Un intellettuale che ha trasformato l’utopia dell’‘uomo nuovo’ in azione concreta, lavorando per costruire una società orientata al bene comune, una società che non dimentica gli ultimi. Un uomo che sentiva davvero, sul proprio volto, il bruciare dello schiaffo dato dal potere a una moltitudine di uomini e donne privati di speranza e dignità.
Dietro l’intellettuale e il rivoluzionario, però, ho scoperto anche la persona: fedele ai propri ideali, certo, ma anche attraversata da dubbi e incertezze. Le sue scelte, talvolta compiute con piena partecipazione, altre volte con sofferenza, sono sempre state una risposta a un imperativo morale di giustizia sociale, un impegno pagato sempre in prima persona.
Possiamo non essere completamente d’accordo con le sue idee o con i metodi adottati, ma resta per me profondo il rispetto per un uomo che non si è mai nascosto con ipocrisia dietro le parole, ma ha dato forma alle sue convinzioni attraverso le azioni, contribuendo a dare voce a chi non ne aveva.
Spero che la mostra permetta al pubblico, soprattutto ai più giovani, di instaurare un proprio dialogo ideale con il personaggio e con quel periodo storico così cruciale. Comprendere meglio il passato è essenziale per interpretare il presente che oggi viviamo”.

Dal 27 Marzo 2025 al 30 Giugno 2025 – Museo Civico Archeologico – Bologna

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Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia – Sabrina Tomasella

Sabato 1 marzo 2025 ore 16.00 inaugura la mostra fotografica dal  titolo:   “Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia” di  Sabrina Tomasella.

Le immagini in bianco e nero nascono dall’ urgenza dell’autrice di visitare luoghi meravigliosi naturali e selvaggi, partendo da piccole camminate nei sentieri nel bosco, trekking in montagna, viaggi in paesi lontani.

Quello che contraddistingue tutto il lavoro è la ricerca di ambienti montani, poco antropizzati, dove la Natura esprime la sua forza e bellezza. La contemplazione di paesaggi sconfinati ci porta ad una pacificazione, eleva il  nostro benessere interiore. Spazi da preservare per la biodiversità, luoghi vitali per innumerevoli forme vegetali e animali.

dal 1 marzo al 16 marzo – Saletta Valentini – Prato

Mostre di fotografia consigliate per gennaio

Ciao a tutti! Iniziamo l’anno nel migliore dei modi, godendoci le mostre di fotografia che vi consigliamo!

Anna

Franco Fontana. Retrospective

Franco Fontana, Phoenix, California, 1979
© Franco Fontana | Franco Fontana, Phoenix, California, 1979

Una festa di linee geometriche e un’esplosione di colori celebreranno l’intera carriera di Franco Fontana. Un viaggio straordinario attraverso l’occhio unico di uno dei più grandi fotografi italiani del XX secolo, che ha rivoluzionato il linguaggio della fotografia a colori, nella mostra Franco Fontana. Retrospective, curata da Jean-Luc Monterosso e in programma dal 13 dicembre 2024 al 31 agosto 2025 al Museo dell’Ara Pacis.
Curatore di fama mondiale, critico d’arte, storico fondatore e direttore della Maison Européenne de la Photographie a Parigi, Monterosso ci guida alla scoperta dell’universo creativo del fotografo modenese, svelando al pubblico aspetti inediti del suo lavoro e la sua profonda influenza sulla fotografia contemporanea.
Il visitatore scoprirà infinite possibilità ottiche: tra inquadrature ardite, profondità di campo ridotta e inquadrature dall’alto potrà ammirare immagini astratte e minimaliste caratterizzate da una giustapposizione di colori brillanti e da forti contrasti, elementi che hanno reso Fontana un precursore in un mondo fotografico bianco e nero. La mostra diventa, così, un’occasione imperdibile per scoprire l’evoluzione artistica del maestro e la sua capacità di trasformare la realtà in pura poesia visiva.
 
“La fotografia non è ciò che vediamo, è ciò che siamo” afferma Fontana. Sin dai primi anni della sua produzione, infatti, la sua visione risulta plasmata dal centro storico di Modena, dove è cresciuto, caratterizzato da edifici dalle facciate coloratissime.
I temi ricorrenti sono evidenti: i paesaggi, l’architettura urbana, le automobili, le ombre. Verso gli anni ’80 sperimenta la tecnica dell’assemblaggio sfidando le leggi della prospettiva e riorganizzando la realtà di diverse città europee ed americane. Gradualmente, attraverso lo studio delle ombre, introduce nelle sue opere la figura umana. Celebre è il reportage dall’atmosfera metafisica realizzato nel 1979 al Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma.
La mostra illustrerà, inoltre, i famosi specchi d’acqua da cui emergono frammenti di corpi su uno sfondo blu intenso; per Franco Fontana la piscina è un’occasione per esaltare le curve femminili, ma questa discreta sensualità, raggiungerà la sua massima espressione in una serie di rare Polaroid.
Durante i suoi viaggi, ama fotografare in movimento, senza guardare attraverso l’obiettivo, rendendo così l’asfalto e la strada una parte importante della sua produzione: la Route 66 statunitense, El Camino verso Compostela e infine la via Appia, a rafforzare il suo legame con la città di Roma.
 
Il visitatore potrà, inoltre, muoversi in spazi immersivi, tra particolari installazioni e video che, insieme a una selezione di oltre 200 fotografie, mireranno ad offrire al pubblico una retrospettiva di un fotografo così genialmente prolifico che ha segnato la storia della fotografia e ha accompagnato l’arte contemporanea.
 
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Civita Mostre e Musei, Zètema Progetto Cultura e Franco Fontana Studio.

Dal 13 Dicembre 2024 al 31 Agosto 2025 – Museo dell’Ara Pacis

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Gabriele Basilico. Roma

Gabriele Basilico, Roma, 2007
© Gabriele Basilico / Archivio Gabriele Basilico | Gabriele Basilico, Roma, 2007

La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, il MUFOCO – Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico, presenta la mostra Gabriele Basilico. Roma. In occasione dell’ottantesimo anniversario dalla nascita del grande maestro della fotografia italiana, l’esposizione restituisce un inedito spaccato della sua ricerca visiva.
L’apertura al pubblico è prevista da giovedì 12 dicembre 2024 a domenica 23 febbraio 2025 nelle sale di Palazzo Altemps a Roma.
 
Curata da Matteo Balduzzi e Giovanna Calvenzi, la mostra presenta per la prima volta al pubblico un itinerario che attraversa le principali ricerche realizzate da Gabriele Basilico su Roma, città profondamente amata e intensamente frequentata dal fotografo milanese. Una selezione di oltre cinquanta opere in un percorso narrativo pensato appositamente per dialogare con gli spazi e le collezioni di Palazzo Altemps.
 
Filo conduttore della mostra è il legame tra Gabriele Basilico e la Città Eterna, costruito grazie a venti incarichi professionali ricevuti dal fotografo tra il 1985 e il 2011 e alle numerose campagne fotografiche che ne sono scaturite. Elementi fondamentali della ricerca di Basilico, come la stratificazione di epoche e stili e la dialettica tra monumenti e tessuto edilizio ordinario, trovano a Roma una propria apoteosi, fornendo al fotografo l’opportunità di raccontare anche una città moderna che sa includere simultaneamente le architetture imponenti, vivida espressione della modernità razionalista insieme ai templi, agli archi e palazzi della storia più antica dentro alla stessa grandiosa monumentalità.
                                                                                                                                        
Il percorso espositivo è articolato in due nuclei principali e spazia dagli affondi nell’architettura razionalista alla compresenza di edifici civili e monumentali come principio costante del tessuto urbano romano, dalle diverse sfaccettature del Colosseo, ai lavori che esplorano il rapporto tra figura umana e architettura contemporanea. Cuore pulsante della mostra e punto di congiunzione tra le due sale è il focus dedicato all’archivio del fotografo, che presenta 60 fogli originali di provini a contatto e una vasta selezione di appunti che Gabriele Basilico ha prodotto nel corso dei sette progetti principali realizzati su Roma, per un totale di oltre 250 immagini.
 
La mostra Gabriele Basilico. Roma accende i riflettori sulla straordinaria indagine dedicata alla condizione urbana che caratterizza la ricerca di Gabriele Basilico ed evidenzia il modo in cui il fotografo ha saputo dialogare con una delle città più ricche di riferimenti iconografici al mondo, traendone immagini che offrono punti di vista nuovi e inaspettati.
 
Amplia e completa il progetto espositivo la pubblicazione edita da Electa, promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con il MUFOCO – Museo di Fotografia Contemporanea e con l’Archivio Gabriele Basilico, e curata da Angelo Piero Cappello, Giovanna Calvenzi e Matteo Balduzzi.

Dal 12 Dicembre 2024 al 23 Febbraio 2025 – Palazzo Altemps – Roma

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GLI ITALIANI di Bruno Barbey

Rome, Italy, 1964. © Bruno Barbey/Magnum Photos

Per la prima volta in Italia viene esposto il progetto fotografico che il celebre fotografo francese Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) realizzò in Italia fra il 1962 e il 1966 mentre studiava in Svizzera. All’inizio degli anni ’60 Bruno Barbey, cercando di ritrarre gli italiani, fotografò tutti i livelli della società, sia per strada che in interni. Questo di Bruno Barbey, che dal 22 dicembre al 4 maggio sarà ospitato presso Galleria Harry Bertoia di Pordenone, è un progetto che gode del sostegno di Magnum Photos, Académie des Beaux-Arts di Parisi e dell’archivio Bruno Barbey e del patrocinio del Consolato di Francia e dell’Istituto francese di cultura di Milano.

Il giovane fotografo presentò questo insieme di immagini a Robert Delpire, celebre editore parigino, che suggerì subito di pubblicarle nella serie “Essential Encyclopedia”, una raccolta di libri che comprendeva già The Americans di Robert Frank (1958) e il volume Germans di René Burri (1962).

Le circostanze dell’epoca impedirono la realizzazione del libro, ma il portfolio di fotografie italiane convinse i membri dell’agenzia Magnum Photos delle potenzialità del giovane Barbey, che fu subito accettato nella cooperativa. Dopo decenni di lavoro e numerosi volumi su altri paesi, Barbey pubblicò una prima versione di quest’opera nel 2002, con un’introduzione di Tahar Ben Jelloun. L’idea, alla base di questo progetto, era di “catturare lo spirito di una nazione attraverso le immagini” e creare un ritratto dei suoi abitanti.

All’alba degli anni ’60, i traumi della guerra cominciano a svanire mentre albeggia il sogno di una nuova Italia che comincia a credere nel “miracolo economico”. Bruno Barbey è uno dei primi a registrare questo momento storico di transizione. «Disegnare il ritratto degli italiani attraverso le immagini era quindi l’ambizione di questo progetto», aveva affermato lo stesso fotografo. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, fotografa tutte le classi sociali: ragazzi, aristocratici, suore, mendicanti, prostitute. Il suo lo sguardo lucido e sempre benevolo coglie una realtà in movimento e rivela gli italiani.

“Les Italiens” è una suggestiva raccolta della moderna comédie humaine, tra mendicanti, sacerdoti, suore, carabinieri, prostitute e mafiosi; figure archetipiche il cui fascino esotico ha contribuito a rendere così popolari i film di Pasolini, Visconti e Fellini in un immaginario internazionale. L’Italia che “alza la testa” dopo gli orrori e le miserie generati dalla guerra. La classe media, dopo tante sofferenze, ha conosciuto il boom economico, un entusiasmo forse illusorio, una nuova società forse troppo all’americana per certi versi. La musica, la moda, la gioventù con i suoi riti e con le sue mode; la gente cominciava ad esprimere il proprio status in maniera marcata con qualche soldo in più nelle tasche.

Eppure, in questo contesto, c’erano ancora sacche di estrema povertà, soprattutto nel centro-sud del paese. L’Italia era una terra di aspri contrasti e questo ci viene raccontato in modo affascinante con un filo nostalgico da Barbey, che offre ai nostri occhi questo straordinario affresco dell’Italia di quel tempo.

Sono stati tanti i fotografi di altri paesi che hanno documentato l’Italia e gli italiani: da Henri Cartier-Bresson a William Klein, ma il reportage di Bruno Barbey è un fulgido esempio di come un fotografo capace di immergersi in un lavoro documentario, possa riuscire ad individuare certe sfumature in modo straordinario.

La mostra, curata da Caroline Thiénot-Barbey e Marco Minuz presenta una settantina di stampe.

Il progetto espositivo è promosso dal Comune di Pordenone, gode del patrocinio del Ministero della Cultura e al sostegno della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

22 dicembre 2024 – 4 maggio 2025 – Pordenone, Galleria Harry Bertoia

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La Camera Oscura di Giacomelli

Mario Giacomelli, Paesaggio, anni 60. Courtesy Archivi Mario Giacomelli © Eredi Giacomelli
Mario Giacomelli, Paesaggio, anni 60. Courtesy Archivi Mario Giacomelli © Eredi Giacomelli

Nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario della nascita di Mario Giacomelli, che prenderanno il via nel 2025, l’Archivio Mario Giacomelliinaugura a Senigallia, città natale dell’artista, la mostraLa Camera Oscura di Giacomelli. Questo evento rappresenta un grande omaggio alla figura di uno dei più importanti fotografi italiani del Novecento, un maestro che ha saputo trasformare la realtà in visioni straordinarie attraverso un linguaggio unico e profondamente personale.

L’esposizione, ospitata dal 13 dicembre 2024 al 6 aprile 2025 nello storico Palazzo del Duca, 
offre un’immersione nell’immaginario e nella tecnica di Giacomelli. Il percorso espositivo si apre con un’installazione multimediale dal titolo Sotto la pelle del reale, che riproduce il flusso creativo dell’artista. I visitatori saranno guidati dalla sua stessa voce, tratta da un’intervista per Radio 3 Suite del 2000, mentre immagini in movimento e frammenti scritti di pensieri si alternano, evocando la sua visione profonda e poetica della fotografia come mezzo per esplorare la realtà e l’interiorità: qui, le immagini, nelle loro metamorfosi, seguono gli stessi moti delle impennate verticali e le cadute nel vuoto con cui Giacomelli rincorreva l’Infinito e ne imitano la gestualità in camera oscura, all’ingranditore, con la carta sensibile tenuta obliqua per immergere il mondo nella vertigine.

Fulcro della mostra è la camera oscura
, il luogo dove Giacomelli dava forma al suo immaginario trasformando la materia in visioni potenti e universali. Oltre alle opere esposte si trovano attrezzature originali, come la sua macchina fotografica Kobell, e oggetti di scena utilizzati per i suoi scatti. Accanto a questi, provini di stampa, appunti manoscritti e interviste documentano il processo creativo dell’artista, mostrando la sua incessante sperimentazione e la continua trasformazione del reale.

L’esposizione raccoglie circa cento fotografie originali, tra vintage e stampe d’epoca
, che attraversano tutta la produzione di Giacomelli, dagli anni Cinquanta fino al 2000, anno della sua morte. Particolare attenzione è riservata al rapporto tra fotografia e poesia, elemento fondante del lavoro dell’artista: poesia come cassa di risonanza delle sue emozioni, che fuoriescono sotto forma di immagini fotografiche. Opere come Io non ho mani che mi accarezzino il volto, ispirata ai testi di Padre David Maria Turoldo da cui trae origine la famosa serie fotografica dei Pretinidel 1961 e che apre il percorso espositivo, Passato (1986) di Cardarelli e Spoon River Anthology (1971-73) di Edgar Lee Masters, testimoniano come la poesia abbia sempre rappresentato per Giacomelli una fonte inesauribile di ispirazione e introspezione, un mezzo per esplorare l’essenza dell’uomo e del mondo.

Attraverso una narrazione che intreccia temi chiave della poetica giacomelliana, il percorso espositivo – suddiviso in otto saletematiche – rappresenta il mondo interiore di Mario Giacomelli, l’emersione di un mondo profondo e ancestrale che si manifesta in un continuo flusso di immagini come parole di un lungo discorso. Un racconto che, pur partendo da vicissitudini autobiografiche, parla con la voce antica e infinita dell’umanità. Nelle sue opere, paesaggi antropomorfizzati diventano ritratti umani, intrecciando memoria e materia in un dialogo continuo. La figura materna, evocata attraverso elementi simbolici, emerge come presenza costante e fondativa della sua visione artistica. La luce, elemento essenziale del suo lavoro, interrompe l’oscurità per illuminare piccoli e preziosi frammenti di realtà, offrendo una visione che oscilla tra l’immenso e l’intimo, tra il concreto e il metaforico.

La camera oscura torna
 ancora, a fine percorso, nelle riproduzioni fotografichecommissionate da Guido Harari in occasione del progetto editoriale “Nella camera oscura di Mario Giacomelli. L’antro dello sciamano” (Rizzoli Lizard, 2024), realizzato in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli di Rita e Simone Giacomelli. Un lavoro di recupero e memoria di un luogo magico definito dallo stesso Harari “antro dello sciamano”. La Camera Oscura di Giacomelli non è solo un’esposizione, ma un viaggio nell’universo creativo di un artista che ha saputo parlare all’anima dell’uomo attraverso la fotografia, trasformando ogni immagine in un frammento di interiorità e poesia.

Nell’ambito delle Celebrazioni per il Primo Centenario dalla Nascita di Mario Giacomelli, che avranno inizio nel 2025, l’Archivio Mario Giacomelli, all’interno di un più complesso e articolato programma, darà corpo a una serie di grandi mostre che documentano l’intera produzione del grande fotografo e ne aggiornano la sua interpretazione critica.
Le prime due importanti mostre saranno quelle di Roma e Milano; la prima a Roma presso Palazzo delle Esposizioni, dal 17 aprile al 1° settembre 2025, seguita poco dopo da quella di Palazzo Reale, a Milano, dal 24 maggio al 21 settembre 2025, per proseguire con un calendario espositivo che toccherà varie sedi nazionali e internazionali per concludersi nel 2027.

La mostra è stata realizzata nell’ambito del progetto Senigallia Città della Fotografia promosso dalla Regione Marche ed è stata organizzata dal Comune di Senigallia e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

Dal 13 Dicembre 2024 al 06 Aprile 2025 – Palazzo del Duca – Senigallia (AN)

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Dorothea Lange

Dorothea Lange, Destitute pea pickers in California. Mother of seven children. Age thirty-two. Nipomo, California, 1936 The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Dorothea Lange, Destitute pea pickers in California. Mother of seven children. Age thirty-two. Nipomo, California, 1936 The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dal 14 dicembre 2024 al 23 marzo 2025 la città di Perugia ospiterà presso Palazzo della Penna – Centro per le arti contemporanee la mostra “Dorothea Lange” organizzata dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e con il gestore dei servizi per il pubblico e le attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.

Fortemente voluta dalla Sindaca, Vittoria Ferdinandi, e dall’Assessore alla Cultura, Marco Pierini, la mostra è un primo tassello nel processo di evoluzione del profilo di Palazzo della Penna da Museo civico a “Centro per le Arti Contemporanee”, in linea con la politica culturale della nuova Giunta per la quale Palazzo della Penna, pur mantenendo la configurazione ormai consolidata di un contenitore con plurime funzionalità ha ora la necessità di qualificarsi con più ferma convinzione come luogo della “contemporaneità”, come ritrovata fucina in cui poter incoraggiare lo sviluppo di una riflessione e di una ricerca transdisciplinari, che spazino tra le varie forme dell’espressione artistica contemporanea: dalle Arti visive alla Letteratura, dalla Musica al Teatro, dalla Fotografia alle Nuove Tecnologie.

Si parte dunque con un focus su Dorothea Lange, autrice di Migrant Mother (1936) – una delle fotografie più celebri del secolo scorso – e protagonista indiscussa della fotografia documentaria del Novecento.
Curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, la mostra si compone di oltre 130 scatti che raccontano dieci anni di lavoro fondamentali nel percorso di questa straordinaria autrice. Il percorso espositivo si concentra sugli anni Trenta e Quaranta, periodo nel quale documenta gli eventi epocali che hanno modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Trenta, la visione di una folla che aspetta per ottenere un po’ di cibo e del lavoro, convince Dorothea Lange a uscire dal suo studio per dedicarsi interamente alla documentazione dell’attualità: così la fotografa abbandona il mestiere di ritrattista per diventare la narratrice delle conseguenze della crisi economica successiva al crollo di Wall Street.
Nel 1935 parte per un lungo viaggio con l’economista Paul S. Taylor, che sposerà alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 circa da una dura siccità. Il fenomeno delle Dust Bowl, ripetute tempeste di sabbia, rende impossibile la vita di migliaia di famiglie costringendole a migrare, come racconta anche John Steinbeck nel romanzo Furore del 1939, seguito nel 1940 dal film di John Ford ispirato anche dalle fotografie di Lange.
Il lavoro documentario della fotografa fa parte del programma governativo di documentazione Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, e permette a Lange di sperimentare e di raccontare al suo Paese e al mondo i luoghi e i volti di una tragedia della povertà. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale porta a forme di sfruttamento ancor più degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che le accompagnano. È in questo contesto che realizza Migrant Mother, il ritratto iconico di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.

Questo lavoro termina con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti comincia nel 1941, con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor; proprio alla popolazione americana di origine giapponese è dedicato il secondo grande ciclo di immagini esposto in mostra: dopo la dichiarazione di guerra, infatti, il governo americano decide di internare in campi di prigionia la comunità nativa giapponesenegli Stati Uniti, assumendo vari fotografi per documentare l’accaduto.
Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso. I suoi scatti documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella società, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attività. Lange, eccelsa ritrattista, riesce ancora una volta a raccontare il vissuto emotivo delle persone che incontra, sottolineando come le scelte politiche e le condizioni ambientali si ripercuotano sulla vita dei singoli.

Crisi climatica, migrazioni, discriminazioni: a quasi un secolo dalla realizzazione di queste immagini, i temi trattati da Dorothea Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul presente, oltre a evidenziare una tappa imprescindibile della storia della fotografia del Novecento.

“È con grande emozione che inauguriamo oggi quella che rappresenta la prima mostra promossa dalla nostra amministrazione – ha detto la sindaca Vittoria Ferdinandi alla presentazione -. Ringrazio l’assessore Pierini per averci regalato l’opera straordinaria di Dorothea Lange, un’icona della fotografia che ha saputo catturare e raccontare la realtà di un’epoca difficile attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Le immagini esposte non sono semplicemente istantanee di vita quotidiana, ma veri e propri racconti umani che parlano di speranza, dignità e resilienza. Il lavoro di Lange trascende il mero reportage; riesce a cogliere l’umanità dei suoi soggetti, a trasmettere emozioni che vanno oltre le parole. Le sue fotografie diventano un potente veicolo di comunicazione, capaci di farci riflettere sulle sfide e sulle speranze di chi vive situazioni di vulnerabilità. La nobiltà che traspare dai volti degli adulti e la profondità degli sguardi dei bambini ci parlano di un’umanità autentica, di un desiderio di riscatto che è universale e senza tempo. In un periodo in cui ci troviamo a fronteggiare sfide globali e locali, la mostra di oggi ci ricorda l’importanza di ascoltare le storie degli altri, di comprendere le esperienze di chi ci circonda e di non dimenticare mai il valore della solidarietà e dell’inclusione”.

“Palazzo della Penna – ha detto il vicesindaco con delega alla cultura Marco Pierini – riafferma con forza la sua vocazione di polo dell’arte contemporanea aprendo le porte alla produzione di una figura di assoluto spicco nella storia della fotografia a livello mondiale.  Colei che è considerata la madre della fotografia sociale americana, con stile unico ed emozionante, ci porta nel cuore dei risvolti socio-economici della Grande Depressione, a contatto con drammi e miserie umane trattati sempre con empatia e sincerità attraverso immagini diventate simbolo di un’epoca. La serie realizzata a metà degli anni Trenta sull’emigrazione dei lavoratori dell’agricoltura californiani, in particolare, rappresenta un corpus straordinario in grado di documentare con efficacia fatti e condizioni e di fissare, allo stesso tempo, moti dell’animo che parlano ancora oggi alla nostra coscienza. Crediamo che questa iniziativa possa contribuire a posizionare al meglio il capoluogo umbro nel panorama italiano delle grandi mostre.
 
“Siamo onorati di contribuire alla ripartenza di uno spazio con potenzialità enormi come Palazzo della Penna attraverso la collaborazione con l’amministrazione perugina – ha commentato il segretario generale di Camera, Carlo Spinelli –.  La nostra Fondazione è nata dieci anni fa con una precisa missione: la divulgazione e la promozione dell’arte fotografica, anche nella particolare accezione della educazione all’immagine. Un’attività che siamo felici di proporre anche in questo territorio. A tal fine, prossimamente sarà pubblicizzato un programma di incontri finalizzati ad approfondire i contenuti di attualità che la mostra porta con sé”.
 
“La sfida è stata uscire dal tracciato più classico andando anche oltre immagini iconiche come Migrant Mother – ha ricordato la curatrice Monica Poggi -. Ci siamo concentrati su dieci anni particolarmente intensi in cui Lange ha lavorato per il governo Usa allo scopo di documentare le condizioni dei migranti della grande crisi economica e ambientale. Il messaggio che l’autrice ci consegna, ad ogni modo, non è solo drammatico, ma testimonia come la fotografia possa innescare cambiamenti sociali concreti. Un aspetto di cui rimanere consapevoli”.

Dal 14 Dicembre 2024 al 23 Marzo 2025 – Palazzo della Penna – Centro per le arti contemporanee

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On Borders | Sui Confini. L’esperienza d’indagine di Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea

John Davies, Boretto, Brescello, Poviglio, Gualtieri. Laboratorio di fotografia 5
John Davies, Boretto, Brescello, Poviglio, Gualtieri. Laboratorio di fotografia 5

Oltre 250 opere, tra fotografie e video, realizzate da 36 fotografi, tra cui artisti italiani e internazionali, che rappresentano la massima espressione artistica della fotografia contemporanea, costituiscono l’ampia esposizione che inaugura sabato 7 dicembre 2024 alle ore 17.00 – aperta fino al 23 marzo 2025 – negli spazi di Palazzo dei Musei di Reggio Emilia.

Dal titolo: On Borders | Sui ConfiniL’esperienza d’indagine di Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, a cura
di Ilaria Campioli, William Guerrieri e Monica Leoni, la mostra espone le immagini dei protagonisti del rinnovamento nei linguaggi della fotografia, tra cui esponenti autorevoli della cultura documentaria, italiani ed europei.

La mostra rappresenta la prima ed esauriente esposizione in Italia della collezione di “Linea di Confine”, associazione culturale che nacque nel 1990 per volontà del Comune di Rubiera, con i Comuni di Boretto, Carpi (fino al 2018), Correggio, Fiorano Modenese, Luzzara, Scandiano e il Parco Casse d’espansione del fiume Secchia. Le immagini in mostra sono il risultato di otre trenta indagini dal 1990 al 2022, corredata da documenti, interviste, pubblicazioni e fotografie di documentazione dei momenti più significativi dell’attività dell’associazione (in deposito attualmente nella Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia). 
Coordinata da un gruppo di lavoro composto da fotografi, urbanisti e storici della fotografia, “Linea di Confine” ha avuto come interlocutori enti pubblici e soggetti privati. Ne è scaturita una delle esperienze territoriale più significative e lunghe nel settore della committenza pubblica che ha testimoniato: dai mutamenti dei paesaggi della via Emilia al racconto della costruzione di una grande infrastruttura come la TAV, fino al confronto con temi culturali e sociali come l’assistenza sanitaria pubblica, il welfare, il lavoro e i nuovi spazi della produzione.

Presenti in mostra sono artisti e fotografi come: Cesare Ballardini, Lewis Baltz, Marina Ballo Charmet, Federico Covre, Olivo Barbieri, John Davies, Tim Davis, Paola De Pietri, Cesare Fabbri, Gilbert Fastenaekens, Vittore Fossati, Marcello Galvani, John Gossage, William Guerrieri, Guido Guidi, Axel Hütte, Allegra Martin, Francesco Neri, Walter Niedermayr, Bas Princen, Sabrina Ragucci, Michael Schmidt, Marco Signorini, Franco Vaccari, Raimond Wouda, solo per citarne alcuni. 

Accanto i fotografi che hanno partecipato alle indagini esponenti di rilievo dei cosiddetto gruppo americano “Nuovi Topografi”: Lewis BaltzFrank Gohlke e Stephen Shore.

Il percorso di mostra, diviso in 7 sezioni, presenta, negli spazi centrali, gli esiti dei primi Laboratori di Fotografia, autentico esempio di produzione culturale sul campo che interroga la nozione di spazio nel paesaggio post-industriale. Prosegue con l’esposizione delle indagini successive Via Emilia. Fotografie luoghi e non luoghi 2 del 2000, oltre ai lavori tematici Work in progress del 2003 e Luoghi della cura del 2005, caratterizzate da un approccio più tematico, dove il “luogo” si lega anche ad aspetti culturali, sociali ed agli esiti della globalizzazione, attraverso nuove modalità di ricerca fotografica. Il tema della modificazione del paesaggio a del lavoro tornano poi nella sezione che presenta il progetto di ricerca Linea veloce Bologna-Milano incentrato sulle relazioni fra paesaggio e opere infrastrutturali costruite lungo il percorso della TAV (realizzato dal 2003 al 2009) e con Seccoumidofuoco del 2013, mentre con Welfare Space Emilia del 2010-2011 si esplorano complesse tematiche sociali. Negli spazi delle vetrine laterali sono invece presentati i materiali dell’archivio che si è costituito nel corso degli anni di attività dell’associazione, importante sistema ricco di informazioni e dati, aperto alla ricerca. 

Promossa dal Comune di Reggio EmiliaMusei CiviciBiblioteca Panizzi con l’associazione Linea di Confine per la fotografia Contemporanea e realizzata grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna, con il contributo di Coopservice.

Dal 07 Dicembre 2024 al 23 Marzo 2025 – Palazzo dei Musei – Reggio Emilia

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Franco Carlisi – Francesco Cito. Romanzo italiano

Franco Carlisi, Romanzo italiano - Il valzer di un giorno
Franco Carlisi, Romanzo italiano – Il valzer di un giorno

Si svolgerà dal 21 dicembre 2024 al 19 gennaio 2025 con il patrocinio del Comune di Brescia nello Spazio espositivo del MO.CA Centro per le nuove culture del Palazzo Martinengo Colleoni di Brescia la mostra “Romanzo italiano” con le opere fotografiche di Franco Carlisi e Francesco Cito.

L’esposizione, curata da Giusy Tigano e organizzata dall’agenzia fotografica milanese GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI Group (S.M.I Technologies and Consulting, Younified, Wyl e SM Innovation Polska), presenta 120 fotografie in bianco e nero di due dei fotografi italiani di maggior rilievo a livello internazionale, i quali si confrontano e lasciano che le loro opere dialoghino tra loro, creando una narrazione condivisa sul tema del matrimonio.

Le immagini di Carlisi e Cito ci offrono un racconto visivo profondo e originale, un romanzo per immagini che sfida la fotografia matrimoniale tradizionale, distaccandosi dagli stereotipi di stile e linguaggio. La loro esplorazione visionaria, narrando con toni poetici, ironici e disincantati le emozioni e i molteplici aspetti relazionali e sociali del matrimonio, si distingue per un approccio in netta controtendenza rispetto alle rappresentazioni più convenzionali del rito nuziale.

Le fotografie di Franco Carlisi sono una selezione del più ampio progetto “Il Valzer di un giorno”, vincitore del Premio Bastianelli nel 2011 e del Premio Pisa nel 2013. Il lavoro si concentra sulle nozze in una Sicilia nascosta, lontano dalle convenzioni, catturando l’essenza di un momento che si svolge oltre la rappresentazione scenica del matrimonio. Le immagini, dal grande impatto visivo e quasi barocche nella loro intensità, raccontano scene in cui il tempo rimane in sospensione per cogliere dettagli intensi e spontanei, come un abbraccio, uno sguardo, la lacrima di una sposa o la commozione di un genitore.
Andrea Camilleri, nell’introduzione al libro Il Valzer di un giorno, sottolinea come Franco Carlisi sia capace di trasformare la fotografia matrimoniale da un’evanescenza romantica a una rappresentazione vivida e carnale: “L’occhio di Franco Carlisi coglie continuamente dei ‘fuori campo’ e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. Le foto matrimoniali di solito anelano all’evanescenza, alla leggerezza, alla purezza, alla solennità. Invece, attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto forte, reale, senza mezze tinte”.

La selezione fotografica di Francesco Cito proviene dal progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (categoria “Day in the Life”, 3° premio). Anche in questo caso, l’autore abbandona la monotonia della fotografia matrimoniale convenzionale per creare un linguaggio visivo nuovo, fortemente autoriale, che esplora le dinamiche sociali del matrimonio con occhio critico e riflessivo. L’approccio di Cito scompone il matrimonio tradizionale, come scritto da Michele Smargiassi nell’introduzione al libro Neapolitan Weddings, analizzando con precisione il meccanismo socio-antropologico di questo rito: “Sposarsi qui non è solo folclore ed esibizione. Non è solo un giorno speciale… Tutto il contrario, è la sospensione dell’ordinario, il trasferimento momentaneo ma radicale di un’intera comunità parentale, amicale, sociale in un’altra dimensione, senza più alcun rapporto con l’esistenza ordinaria di tutti. Cito affronta una ‘struttura’ possente, coerente, collaudata, funzionante: il moderno matrimonio foto-genico nella sua fenomenologia più completa e pura. E la de-struttura per comprenderla e smontarla con cura”.

La mostra alterna le opere dei due autori, creando un’esperienza visiva coinvolgente che guida il pubblico attraverso un percorso fortemente emozionale. Pur nelle loro differenze stilistiche, Carlisi e Cito riescono a trattare un tema universale come quello del matrimonio, particolarmente sentito in Italia, con una visione condivisa e coerente, creando un racconto visivo inusuale e spiazzante con profonda sensibilità e commovente leggerezza.

Già presentati in Italia e all’estero singolarmente, i progetti di Carlisi e Cito, dopo essere stati esposti per la prima volta insieme a Palazzo Brancaccio a Roma riscuotendo un grande successo di pubblico e critica, arrivano al MO.CA Centro per le Nuove Culture di Brescia.

Come per l’esposizione a Roma, la mostra a Brescia è resa possibile grazie alla preziosa collaborazione di SMI Group, che rinnova il suo impegno a favore dell’arte e della creatività: “Per le aziende del gruppo SMI, coltivare una passione significa imparare ad ascoltarsi, a rispettare sé stessi e gli altri, a rispettare l’arte. Eventi come il progetto espositivo Romanzo Italiano che, dopo essere stato presentato a Roma a Palazzo Brancaccio, arriva a Brescia in una sede altrettanto prestigiosa, rappresentano un’opportunità di incontro tra la passione e la magia delle opere degli artisti”. (Cesare Pizzuto, CEO).
Durante il cocktail di inaugurazione della mostra di sabato 21 dicembre 2024, è prevista una performance musicale del pianista e compositore Davide Ferro in duetto con la cantante jazz e arpista Sonia Caputo (Resonance Duo). Davide Ferro è anche l’autore della colonna sonora “Evocazioni” che accompagna la mostra, composta appositamente per questo progetto, che fa da sottofondo al viaggio fotografico durante tutto il periodo espositivo.

Tutte le opere presenti in mostra possono essere acquistate come stampe fine art in edizione limitata, certificate e firmate in originale dagli autori, rivolgendosi all’agenzia GT Art Photo Agency.

Dal 21 Dicembre 2024 al 19 Gennaio 2025 – MO.CA – Centro per le nuove culture di Brescia

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Cutini. Canto delle Stagioni

Giorgio Cutini, Silenzio grigio, 2022-2023
Giorgio Cutini, Silenzio grigio, 2022-2023

Da dicembre 2024 a marzo 2025 le sale espositive di Villa Pisani a Stra (VE) ospiteranno per la prima volta una retrospettiva del fotografo perugino Giorgio Cutini.

La mostra vuole essere anzitutto un momento di bilancio per l’autore, che è stato uno dei firmatari del Manifesto “Passaggio di frontiera” insieme, tra gli altri, a Enzo Carli, Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli. Sostenitore di una fotografia di rottura, in antitesi con la fotocronaca e con la proposta neorealista, Cutini viola ogni vincolo estetico e tecnico-operativo per aprire il mezzo fotografico a sorprendenti possibilità espressive e fondative. La sua è una ricerca di nuove possibilità di visione, molto al di là di quella fotografia d’imitazione del reale che l’artista tende a leggere come esibizione dell’assenza delle cose.

Concepita come un percorso di introspezione artistica e umana assolutamente personale, Cutini. Canto delle stagioni è anche un viaggio universale dello sguardo attraverso le età dell’uomo. La prima sezione, Inquietudine, racconta dello stato di eccitazione, meraviglia e disagio proprio di un momento di scoperta della vita e della realtà. L’eccedenza della natura e delle cose soggioga l’artista e insieme si sottrae al suo tentativo di controllo. Nascono le condizioni per la scoperta di possibilità espressive al di là delle sicurezze della tecnica e della duplicazione del reale. Solitudine è il tema della seconda sezione. La maturità esige un momento di sosta, un faccia a faccia con quanto sta al di là. E solo nella solitudine, nell’opzione di un rapporto personale e individuale tutto ciò è possibile. La serie Egl’io, in cui Cutini interpella l’archetipo dell’albero e insieme interroga se stesso porta lo spettatore in una nuova situazione, che prepara al Silenzio, tema dominante della terza sezione espositiva.

L’artista ritrova qui la fonte della sua fotografia e tende con sempre maggiore decisione al bianco e al nero assoluti. L’immagine del padre perduto in tenerissima età è occasione di riflessione sull’irriducibile assenza di cui vive la fotografia. La vertigine del silenzio è quindi indagata da Cutini negli spazi sovrumani di un appennino divenuto metafora di uno stato dell’anima, disposta a misurarsi con un silenzio potenzialmente definitivo.
Punto di approdo è Requie(m), spazio di quiete che Cutini provocatoriamente mantiene in tensione tra definitivo annientamento della rappresentazione ed emersione/ rivelazione di immagini al di là dell’inganno consueto del reale. Il nero dominante è proposto come dimensione del riposo, non negazione radicale della fotografia. Nella crisi del riferimento, nella drastica frammentazione di mondo, è la Temporalità dello sguardo a segnare la via. Come nella Rothko Chapel di Houston – referente dichiarato di Cutini – il nero si fa ambito di rivelazione, a dirci che c’è ancora la speranza di un’immagine possibile, una speranza per lo sguardo dello spettatore contemporaneo.

Nel consegnarci questo intimo percorso dell’anima, Cutini ha voluto gli spazi di Villa Pisani a Stra per via dello spaesamento che essi sanno generare con le loro simmetrie esasperate e le labirintiche ripetitività. La drammatica tensione che porta il fotografo dall’inquietudine al silenzio passando per la solitudine si riverbera nell’esperienza di attraversamento della villa, tra eccitazione e perdita del riferimento. Ma l’incontro di Cutini con Villa Pisani avviene anche nel segno della Natura e del paesaggio, aspetti che connotano un’esposizione in cui la figura umana e il suo mondo di cose è singolarmente lontana quando non del tutto assente. Un’opportunità, per gli spettatori, di farsi guidare dall’immaginario dell’artista per gettare un nuovo sguardo sull’elemento naturale che avvolge la Villa con il suo monumentale parco. Con la mostra Cutini. Canto delle stagioni Villa Pisani si conferma dunque anche come luogo vocato alla fotografia e alla ricerca artistica contemporanea.

Dal 13 Dicembre 2024 al 16 Marzo 2025 – Villa Pisani di Stra – Venezia

MARTIN MUNKACSI. Pensa mentre scatti

Halston Headdress, Harper’s Bazaar, July 1962
© ESTATE OF MARTIN MUNKACSI – Courtesy of Howard Greenberg Gallery; New York and Paci contemporary gallery (Brescia-Porto Cervo, IT)

Pensa mentre scatti”, è il motto fondamentale del maestro della fotografia ungherese Martin Munkacsi. Mentre viveva con la macchina fotografica in mano e fotografava tutto ciò che vedeva, annunciò l’importanza del cogliere l’attimo, il movimento, l’idea che nasce nel momento in cui si fa clic sulla macchina fotografica.

La mostra allestita nella sede di Brescia della galleria Paci contemporary, un grande spazio dedicato alla fotografia, è realizzata in collaborazione con la galleria Howard Greenberg di New York e con l’Estate Martin Munkacsi (NY) ed è accompagnata da un volume antologico edito da Dario Cimorelli Editore, curato dallo storico italiano Andrea Tinterri, con una prefazione di Howard Greenberg.

In esposizione più di 80 opere, scatti celeberrimi e pluripubblicati, provenienti principalmente dall’Estate Martin Munkacsi, che fanno della mostra alla Paci contemporary una delle più grandi antologiche europee mai dedicate al maestro ungherese.

Ai suoi tempi, Martin Munkacsi era uno dei fotografi più famosi al mondo. Le sue fotografie dinamiche di sport, personaggi dello spettacolo, politica e vita di strada tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta erano realizzate in un nuovo stile libero che catturava la velocità ed il movimento dell’era moderna.

Come giovane fotoreporter, fotografò soprattutto eventi sportivi e, alla fine degli anni Venti, lavorò a Berlino con László Moholy-Nagy ed Ernő Friedmann (che in seguito divenne famoso come Robert Capa), per riviste innovative del fiorente mercato tedesco. Dopo gli eventi del 1933 lasciò la Germania.

Un contratto da Carmel Snow, l’editore di Harper’s Bazaar, lo condusse poi a New York, dove fece fama e fortuna soprattutto con la fotografia di moda.

Il suo stile dinamico fu di ispirazione per tutti i fotografi a divenire, tra cui Richard Avedon, che si dichiarò ammiratore del fotografo ungherese sin da ragazzo, “Siamo tutti dei piccoli Munkacsi” disse, e per Cartier-Bresson che vide nelle sue fotografie quell’attimo colto al volo che anche lui cercherà sempre di fermare.

Le fotografie di Munkácsi sono presenti nelle collezioni di tutto il mondo, tra cui il Museum of Modern Art (New York), l’International Center of Photography (New York), la George Eastman House (Rochester) e il San Francisco Museum of Modern Art.

dal 30 novembre 2024 al 30 marzo 2025 – Paci contemporary gallery – Brescia

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ITALO ZANNIER Io sono io. Fotografo nella storia e storico della fotografia

Italo Zannier (Spilimbergo 1932), intellettuale, docente, curatore di celebri mostre, collezionista e fotografo, primo titolare di una cattedra di Storia della fotografia in Italia nonché figura di riferimento per il riconoscimento della disciplina nel nostro paese; la Mostra, a cura di Marco Minuz e Giulio Zannier, indaga proprio questa “moltitudine” della passione e dell’impegno di Zannier verso la disciplina fotografica.

Per la prima volta vengono raccolte le molteplici attività, legate alla fotografia, che Zannier ha portato avanti con una forza e una passione che non ha eguali nel panorama nazionale.

Il percorso si sviluppa in tutte le principali sue esperienze prendendo avvio dalla sua partecipazione nel movimento neorealista; appassionato di cinema, si cimenta prima con corti in Super 8 per poi dedicarsi totalmente alla fotografia.

Nel 1955, in una lucida analisi, stila il manifesto del Gruppo friulano per una nuova fotografia, cui aderiscono, tra gli altri, fotografi come Carlo Bevilacqua, Toni Del Tin, Fulvio Roiter, Gianni Berengo Gardin, Nino Migliori e gli amici spilimberghesi Gianni e Giuliano Borghesan e Aldo Beltrame.

Si riconosce proprio a questo sodalizio il merito di promuovere, tra i primi in Italia, il concetto di una nuova fotografia non più solo concentrata sull’estetizzazione dello scatto indirizzato al bello, ma ricercando una fase sperimentale e analitica in senso innovativo.

Dagli scatti di Zannier, quindi, si rileva subito il suo “racconto critico”, leggibile dai suoi personaggi, dagli ambienti, dagli oggetti e dalla tipologia sociale ed ai luoghi cui si riferiscono.

Una lettura che si sviluppa anche in riferimento all’ambito dell’architettura dove Zannier indaga il territorio del Friuli che vive di tradizione e cambiamento. Fotografie ricche ed essenziali diventano testimonianza di una comunità intera e, fissando storie, paesaggi e tradizioni trattenute in immagini che si fanno reliquie, nel tempo, ne registra l’evoluzione e il cambiamento.

Una società friulana che Zannier vede diventare italiana ed europea, da contadina diventa industriale. Nella serie delle diacronie – conclusa nel 1976 – Zannier emblematicamente torna a scattare in luoghi dove il suo obbiettivo aveva scattato quasi vent’anni prima, con i medesimi parametri e con gli stessi soggetti realizza un nuovo scatto che lascia emergere chiaro il trascorrere del tempo. Qui il passato diventa futuro e Zannier dichiara il ruolo imprescindibile della fotografia per registrare questo fluire storico che, nel caso degli ambienti da lui immortalati, diventa ancor più emblematico per il rovinoso terremoto che cancellerà molti dei luoghi da lui ripresi.

Ma il rapporto con l’architettura abbraccia anche le collaborazioni con le più importanti testate giornalistiche del tempo, come Il Mondo, Comunità,  Casabella e Domus.

Docente universitario dal 1971, primo in Italia ad essere titolare di una cattedra di Storia della fotografia, insegna allo IUAV e a Ca’ Foscari di Venezia, al Dams di Bologna, alla Cattolica di Milano ed in altre Università Italiane.

Si dedica alla pubblicazione di libri, saggi ed articoli, collaborando con riviste di settore come L’Architettura “cronache e storia”, Camera, Photo Magazine, Popular Photography, Fotografia Italiana “il Diaframma”.

Cura collane quali Fotologia “Studi di storia della fotografia” e Fotostorica, “gli archivi della fotografia”.

Dopo oltre trent’anni, Zannier riprende a fotografare: con un nuovo entusiasmo osserva gli spazi della globalizzazione che rendono standard la contemporaneità della nostra esistenza, come nel progetto “Veneland”.

Il percorso espositivo interesserà la sua produzione saggistica (oltre seicento), la curatela di celebri Mostre come la sezione fotografica della mostra The Italian Metamorphosis tenutasi al Guggenheim di New York nel 1994, “L’io e il suo doppio” alla Biennale di Venezia ed i progetti editoriali come il titanico lavoro, sostenuto dall’ENI, su Coste e Monti d’Italia, nove volumi che lo vedranno impegnato dal 1967 al 1976.

La mostra sarà presentata dal filosofo Massimo Donà (Università Cattolica di Milano)

Il percorso sarà completato da un’intervista inedita al professore Zannier.

La Mostra è promossa dal Comune di Pordenone, gode del patrocinio del Ministero della Cultura e sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

22 dicembre 2024 – 4 maggio 2025 – Pordenone, Galleria Harry Bertoia

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Mitch Epstein. American Nature

Maple Glade, Hoh Rain Forest, Olympic National Park, Washington 2017. Mitch Epstein

L’esposizione, curata da Brian Wallis (CPW – Center for Photography at Woodstock), presenta per la prima volta riunite le serie fotografiche più significative degli ultimi vent’anni di Mitch Epstein in cui esplora i conflitti tra la società americana e la natura selvaggia nel contesto del cambiamento climatico globale: American Power, Property Rights e Old Growth. In American Power l’artista si concentra su come le nazioni e gli interessi privati sfruttano la natura, documentando l’impatto della produzione e del consumo di energia sul paesaggio e sulla popolazione degli Stati Uniti. Dal 2003 al 2008 Epstein ha viaggiato per il Paese per fotografare i siti di produzione di combustibili fossili e di energia nucleare, nonché le comunità che vivono accanto ad essi. Nella serie fotografica Property Rights, Mitch Epstein si domanda a chi appartenga la terra e chi ha il diritto di sfruttarne o saccheggiarne le risorse. Queste fotografie indagano le complesse dinamiche della proprietà terriera in un paese basato sull’espansione coloniale e sullo sviluppo industriale. Epstein ha iniziato la serie Property Rights nella riserva Sioux di Standing Rock nel 2017. Le sue conversazioni e le sessioni di ritratti con gli anziani nativi lo hanno ispirato a cercare altri conflitti fondiari, in cui la gente comune ha creato movimenti straordinari per difendere la terra dalle acquisizioni da parte del governo e delle imprese. L’ultima opera di Epstein, Old Growth – di cui si presenta in anteprima una parte commissionata da Intesa Sanpaolo – celebra le antiche foreste sopravvissute in regioni remote degli Stati Uniti. La quasi totalità delle antiche foreste americane, circa il 95%, è stato infatti distrutto nel secolo scorso. Epstein ha deciso di fotografare singoli alberi e biosistemi interdipendenti che sono sopravvissuti per secoli, molti per millenni.

Le sue fotografie, di grande formato, immergono i visitatori in una natura selvaggia primordiale non alterata dagli esseri umani, celebrando la maestosità e la resilienza di questi antichi regni viventi ed evidenziando ciò che l’uomo rischia di perdere a causa della crisi climatica.

dal 17 ottobre 2024 al 2 marzo 2025 – Gallerie d’Italia, Torino

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Robert Adams, Composition of Earth

Robert Adams. Kerstin and Mrs. Leslie Ross, on the Ross Farm, near Peetz, Colorado, 1973

La mostra Compositions of Earth dedicata a Robert Adams si tiene presso Casa Mutina Milano dal 21 novembre 2024 al 20 marzo 2025. In via eccezionale, vista la quantità di prenotazioni ricevute, lo spazio sarà aperto anche il weekend del 23 e del 24 novembre. Curata da Sarah Cosulich e organizzata nell’ambito del programma Mutina for Art, l’esposizione esplora il legame tra la fotografia dell’artista e i materiali della terra. Una selezione di immagini iconiche degli anni Settanta e Ottanta del fotografo americano fanno emergere temi come la bellezza del paesaggio naturale, le trasformazioni ambientali, l’urbanizzazione e la frontiera americana del West. Le opere dialogano con installazioni di pareti in cotto multiforme create da Mutina, offrendo un’esperienza unica, in cui arte e design si intrecciano.

Dal 21 novembre 2024 al 20 marzo 2025 – Casa Mutina Milano

Azioni e ritratti / viaggi in Italia – Peter Hujar

Peter Hujar, Orgasmic Man, 1969

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presenta, da sabato 14 dicembre 2024 a domenica 11 maggio 2025, la mostra Peter Hujar: Azioni e ritratti / viaggi in Italia a cura Grace Deveney con Stefano Collicelli Cagol. 

La mostra è l’iterazione italiana del progetto espositivo curato da Grace Deveney, David C. and Sarajean Ruttenberg Associate Curator of Photography and Media, dell’Art Institute of Chicago, presso l’Art Institute di Chicago nel 2023, ripensata per gli spazi del centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e arricchita da un corpus di 20 immagini fotografiche realizzate da Hujar durante i suoi viaggi in Italia, tra gli anni Cinquanta e Settanta, e di una selezione di 39 scatti dedicati ai protagonisti della emergente scena della performance nella Lower Manhattan degli anni Settanta. 

Peter Hujar: Azioni e ritratti / viaggi in Italia si inserisce nella programmazione annuale di Toscana al Centro, insieme alla mostra Louis Fratino. Satura (sino al 2 febbraio 2025) e Margherita Manzelli. Le signorine (dal 14 dicembre 2024 al 11 maggio 2025) che inaugura contestualmente. 

Se la fotografia è stata a lungo associata alla documentazione e alla memoria, Peter Hujar (USA, 1934-1987) ha cercato di produrre immagini che costruissero una nuova realtà attraverso scambi sottili tra lui e i suoi soggetti. L’artista ha creato ritratti diretti ma enigmatici di persone e animali, immagini di performer e nudi maschili, in stretta sintonia con la scena che caratterizzava l’East Village di New York negli anni Settanta, dove emergeva il linguaggio della performance e si affermava lo studio sul movimento.

La mostra mette in relazione la sperimentazione perseguita da Hujar e dai suoi soggetti e le nuove realtà che ciascuno di loro ha creato, sia attraverso le fotografie che le performance. Il percorso espositivo comprende 59 scatti di Hujar e, in linea con lo spirito di collaborazione e scambio che caratterizzava la scena newyorkese degli anni Settanta, include un video di Sheryl Sutton e 3 opere di David Wojnarowicz, due degli artisti e performer appartenenti alla cerchia del fotografo americano.

All’inizio degli anni Settanta, Hujar viveva in un loft nella Lower Manhattan mentre, nelle vicinanze, Robert Wilson fondava la Byrd Hoffman School of Byrds, dedicata all’esplorazione di nuovi approcci al teatro e alla coreografia. 

Byrd Hoffman è solo una delle compagnie che Hujar avrebbe fotografato a lungo, insieme alla Ridiculous Theatrical Company, fondata da Charles Ludlam, e The Cockettes, compagine teatrale psichedelica di San Francisco. Hujar ha fotografato gli spettacoli di queste compagnie, ma spesso ha prestato maggiore attenzione a immortalare gli attori e i ballerini dietro le quinte, nei momenti di transizione, quando indossavano i costumi e il trucco, preparandosi a incarnare i personaggi che avrebbero interpretato. Questa mostra mette in relazione la sperimentazione perseguita da Hujar e dai suoi soggetti e le nuove realtà che ognuno di loro ha creato, sia attraverso le fotografie che le performance. 

La selezione di fotografie dei viaggi italiani di Hujar raccoglie una visione inaspettata del Paese che stava vivendo una repentina trasformazione, dal Secondo dopoguerra al boom economico. Hujar è stato in Italia in diverse occasioni, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, in questi decenni ha avuto l’opportunità di visitare Firenze, Sperlonga, Palermo, Napoli, solo per citarne alcune. Durante questi viaggi, ha osservato le persone, il paesaggio e gli animali in modo da riflettere la complessità del Paese. Circa 20 opere forniscono una panoramica sulla comprensione di Hujar dei paesaggi italiani, degli animali e degli esseri umani, un dialogo reciproco con ciò che gli stava di fronte che trova corrispondenza nel suo approccio ai soggetti legati alla performance e al tema del ritratto.

14 dicembre 2024 – 11 maggio 2025 – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato

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INSULAE AQUA. Gianni Berengo Gardin e Filippo Romano

Insulae Aqua è un elogio dell’isola, come dimensione fondante del nostro stare al mondo. Un’indagine fotografica in ascolto del territorio e della comunità che abita la piccola e incontaminata isola di Linosa, luogo affascinante e magnetico dalle peculiarità naturalistiche uniche, trionfo di complessità ambientale, biologica e vitale. 

La mostra, a cura di Alessandra Klimciuk e realizzata con il sostegno della fondazione Aedificante, presenta un prezioso nucleo di oltre venti immagini in bianco e nero, inedite e mai esposte prima, scattate nel 1991 nell’isola vulcanica da Gianni Berengo Gardin, maestro assoluto della fotografia, insieme al reportage a colori, realizzato tra il 2021 e il 2024, con quasi quaranta scatti di Filippo Romano. Un’isola remota è legata sia all’esperienza fisica dell’isolamento sia all’esperienza lirica di uno sguardo sempre rivolto all’infinito. 

Nella piccola isola di Linosa Berengo Gardin documenta l’umanità straordinaria di una comunità partecipata e attiva, che vive la dimensione dell’isolamento con grande calore. Una testimonianza del vivere altrove dove il tempo sospeso crea un legame sottile con l’indagine fotografica che Filippo Romano realizza oltre trent’anni dopo. La mostra è un’occasione unica per esplorare la dimensione esistenziale che accomuna quei lembi di terra circondati unicamente dal profondo blu, dove anche il modo di pensare assume le caratteristiche uniche del blue mind, perché tra noi e l’acqua c’è un legame primordiale e profondo, quasi magico e meditativo.

Dal 28 novembre 2024 al 19 gennaio 2025 – Acquario Civico di Milano

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GEORGE HOYNINGEN-HUENE. Glamour e Avanguardia

Una prima assoluta in Italia, oltre 100 scatti iconici con stampe al platino raccontano l’importanza che George Hoyningen-Huene ha avuto nella storia della fotografia

Influenzato dall’arte classica e dal Surrealismo, è parte della cerchia ristretta di Man Ray, frequenta artisti surrealisti come Salvador Dalì, Lee Miller, Pablo Picasso e Jean Cocteau e collabora con Vogue e Harper’s Bazaar. I suoi scatti testimoniano il vivace contesto culturale dell’epoca, dai Ballets Russes di Diaghilev, a quelli dei ballerini Serge Lifar e Olga Spessivtzeva con i costumi disegnati da De Chirico.

 Dal 21 gennaio al 18 maggio 2025 – Palazzo Reale Milano

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Fotografia Wulz.Trieste, la famiglia, l’atelier

Giuseppe Wulz, Il Palazzo Municipale in un giorno di mercato, Trieste, ca. 1876
Giuseppe Wulz, Il Palazzo Municipale in un giorno di mercato, Trieste, ca. 1876

Un percorso fotografico lungo oltre cent’anni, scandito sia dagli eventi che hanno collocato la città di Trieste al centro dello scenario internazionale, sia dalle tappe del suo sviluppo economico, demografico, sociale e culturale. Una lunga storia vista attraverso il filtro privilegiato della famiglia Wulz, che per più di un secolo gestì l’omonimo atelier fotografico triestino.

È Fotografia WulzTrieste, la famiglia, l’atelier, la mostra che si inaugura al Magazzino delle Idee di Trieste il prossimo 13 dicembre alle ore 18:00, curata da Antonio Giusa e Federica Muzzarelli.

Organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con la Fondazione Alinari di Firenze, l’esposizione presenta una selezione storica e critica dell’archivio dello Studio fotografico Wulz di Trieste (1868-1981), uno tra i più importanti complessi archivistici conservati oggi negli Archivi Alinari, divenuti patrimonio pubblico grazie all’acquisizione della Regione Toscana che li ha affidati alla Fondazione Alinari per la Fotografia.

L’esposizione rimarrà aperta al pubblico dal 14 dicembre 2024 fino al 27 aprile 2025, inserendosi così nel palinsesto di “GO!2025&Friends”, il cartellone di eventi collegato al programma ufficiale di “GO!2025 Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura”.

Grazie alla selezione critica del patrimonio Alinari operata dai due curatori e alla presenza di altri materiali provenienti da istituzioni pubbliche, come la Wolfsoniana di Genova, il Museo Revoltella e i Civici Musei di Storia e Arte di Trieste, ma anche da collezioni private quali quelle della Libreria antiquaria Drogheria 28 di Trieste e la Collezione Sergio Vatta, con questa mostra si vogliono offrire nuovi spunti di riflessione e proporre letture nuove o aggiornate della produzione fotografica dei Wulz. Attraverso quasi trecento pezzi, tra scatti fotografici, negativi, vintage, documenti e oggetti dell’archivio dello Studio fotografico Wulz, la mostra ci restituisce una Trieste per certi versi inedita, una città calata in un periodo storico cruciale per la sua evoluzione, quello che va dalla seconda metà dell’800 alla seconda del ‘900 e non solo. Le immagini realizzate nell’ultimo periodo di attività dello studio, dalle sorelle Wanda e Marion Wulz, possono essere lette come l’occasione di visualizzare concretamente i progressivi mutamenti dell’identità delle donne, che nei primi decenni del Novecento intrapresero una delle fasi più importanti del loro percorso di emancipazione e indipendenza.

La mostra è sostenuta da Calliope Arts Foundation, ente impegnato nella salvaguardia e promozione del patrimonio culturale delle donne. Calliope cura pubblicazioni come The Curators’ Quaderno, che vedrà per l’occasione la stampa di un nuovo numero dedicato alle sorelle Wulz.

Accompagnata da un catalogo bilingue edito da Silvana Editoriale, la mostra avrà anche una serie di eventi d’approfondimento.

Dal 14 Dicembre 2024 al 27 Aprile 2025 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Mostre di fotografia da non perdere ad Ottobre

Con l’arrivo dell’autunno, si aprono tantissime mostre interessanti, non perdetele!

Anna

Festival della Fotografia Etica

Come ogni anno il Festival racconta il nostro pianeta attraverso il grande fotogiornalismo internazionale: oltre 20 mostre fotografiche distribuite nei luoghi più suggestivi della città di Lodi, conferenze, presentazioni di libri, video-proiezioni, visite guidate con gli autori e progetti educational per gli studenti.

Oltre un anno di lavoro per portarvi storie uniche, emozionanti e necessarie.

Piccole storie quotidiane e grandi tragedie, vicine o lontane, ma sempre legate all’esperienza unica che ci rende testimoni del nostro tempo. Storie che ci parlano di speranze e dolori, energia e paura, emozioni contrastanti ma che ci fanno sentire vicini.

Sono mostre talvolta difficili e complesse, che richiedono di leggere, ragionare ed approfondire, ma sono sempre mostre necessarie perché possono spingerci a dare il nostro contributo per un mondo migliore.

DAL 28 SETTEMBRE AL 27 OTTOBRE – Lodi, sedi varie

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Martin Parr. Short & Sweet

Martin Parr. Miami, Florida, USA, 1998. Da Life’s a Beach
© Martin Parr | Martin Parr. Miami, Florida, USA, 1998. Da Life’s a Beach

Si può imparare di più sul Paese in cui si vive da un comico che dalla conferenza di un sociologo.”
Martin Parr

Il suo sguardo è immediatamente riconoscibile, una lente di ingrandimento a colori vivaci che crea storie partendodalla realtà, che cattura momenti autentici e spesso eccentrici  della vita quotidiana cogliendo l’essenza di unluogo o di una situazione attraverso la ricerca del dettaglio perfetto, che offre una prospettiva unica e spesso provocatoria della società contemporanea.

Martin Parr 
(classe 1952) – senz’altro uno dei fotografi documentaristi britannici più affermati e riconosciuti del nostro tempo – sceglie il Museo Civico Archeologico di Bologna per presentare il progetto espositivo Short & Sweet, da lui direttamente curato, dopo l’ampio successo di pubblico recentemente ottenuto al Mudec – Museo delle Culture di Milano.

Dal 12 settembre 2024 al 6 gennaio 2025 la mostra Martin Parr. Short & Sweet – prodotta da  24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE in collaborazione con il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici Bologna e Magnum Photos, e con il patrocinio del Comune di Bologna – presenta oltre 60 fotografie da lui selezionate appositamente per questo progetto e affiancate al corpus di immagini della serie Common Senseche lo ha reso famoso, per ripercorrere, anche attraverso una intervista inedita a cura della storica e critica della fotografia Roberta Valtorta, la carriera di uno dei più famosi fotografi della nostra epoca.
Gruppo Hera è sponsor della mostra.

Attraverso una cronaca fotografica senza filtri e fuori dalla retorica, il percorso espositivo si apre ‘in bianco e nero’, ovvero con la serie The Non-Conformists, immagini scattate dal 1975 al 1980 da un inedito, giovane e ispirato Parr, appena terminata la scuola d’arte. Per questo progetto, l’autore all’età di ventitré anni, insieme alla sua compagna (e futura moglie) Susie Mitchell, si muove della metropoli londinese verso le periferie dello Yorkshire.Per cinque anni la coppia documenta quotidianamente gli eventi a cui assiste, in particolare quelli dei Non Conformisti, dal nome delle cappelle metodiste e battiste che stavano diventando numerose nella zona. Martin fotografa sia l’ambiente circostante che le vite dei colletti blu di operai, minatori, agricoltori, devoti, guardiacaccia, allevatori di piccioni e “mariti presi per il naso”, realizzando un documento storico e toccante che definisce il carattere ferocemente indipendente dell’Inghilterra settentrionale dall’anglicismo di Stato.

Prima di approdare alle più conosciute serie a colori, la mostra prosegue con l’ultimo progetto in bianco e nero sviluppato da Parr, Bad Weather, realizzato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta e pubblicato nel 1982. L’idea era quella di creare un lavoro incentrato su un’ossessione britannica. Il tempo atmosferico ha fornito un soggetto ideale. Con una fotocamera subacquea, Parr si getta sotto le tipiche condizioni meteorologiche inglesi: acquazzoni, pioggerelline, tempeste di neve documentate rigorosamente tra Inghilterra e Irlanda. “Di solito ti viene detto di fotografare solo quando la luce è buona e c’è il sole -afferma l’autore – e mi piaceva l’idea di scattare fotografie solo in caso di maltempo, come modo per sovvertire le regole tradizionali”. Con scanzonata serietà, la serie unisce espressioni e reazioni delle persone che vivono costantemente  sopportando temperature pungenti e clima uggioso. Parr, in questo modo, rivolge lo sguardo all’umanità piuttosto che all’iconico e ben noto paesaggio britannico.

Il primo progetto a colori è The Last Resort (1982-1985), amaramente ironico reportage condotto dal fotografo sulle spiagge di Brighton, sobborgo balneare di Liverpool, nella metà degli anni Ottanta, ovvero in un periodo di profondo declino economico in cui versava il nord-ovest dell’Inghilterra. Tra satira e crudeltà – non priva di una certa tenerezza per i suoi connazionali inglesi – ritrae famiglie a basso reddito in vacanza a New Brighton, piccola località  balneare in declino vicino a Liverpool.Vista attraverso il suo obiettivo, quella che avrebbe dovuto apparire come una località di villeggiatura estiva assume l’aria di  una zona industriale. In The Last Resort Martin Parr evoca la sua nostalgia per gli anni Sessanta, creando il primo esempio di reportage spietato elucido sulla fine di un mondo (quello operaio) e dei suoi valori, nonché l’avvento di una nuova concezione consumistica della vita, la decadenza della società del benessere e del consumo.
Probabilmente il suo lavoro più famoso, The Last Resort presenta foto scattate con una macchina fotografica di medio formato e un flash a luce naturale, primo esempio del caratteristico e audace colore saturo di Parr, che aggiunge energia e vitalità alle sue immagini, influenzate dalla fotografia a colori americana di William Eggleston (nato nel 1939) e Garry Winogrand (1928-1984).

Sullo stesso registro si mantiene l’installazione Common Sense: al Museo Civico Archeologico di Bologna saranno visibili 250 fotografie in formato A3, selezionate tra le 350 esposte nella mostra omonima del 1999, che offrono uno studio ravvicinato   del consumo di massa e della cultura dello spreco, in particolare  occidentale ed europea. Combinando tutti gli elementi che avevano caratterizzato la fotografia di Parr negli anni Settanta e Ottanta, la seriedà seguito all’ossessiva ricerca visiva dell’artista di tutto ciò che è volgare, stonato, assurdo. 
Quando viene presentato in mostra, Common Sense viene installato come un’ampia e compatta serie di immagini dai colori vivaci tra loro accostate, stampate a buon mercato con l’utilizzo di una macchina Xerox a colori. La mostra fu allestita contemporaneamente in quarantuno sedi in diciassette Paesi, conquistando così il GuinnessWorld Record. Parr eccelle qui nella resa di soggetti legati spesso al cattivo gusto e alla volgarità contemporanea,che coglie con un cinismo di fondo e un sarcasmo senza precedenti.
Gli scatti e le composizioni dinamiche, fatte di accostamenti audaci, di oggetti pesantemente kitsch, vengono riprese da angoli insoliti, con inquadrature ravvicinate e utilizzando  prospettive inedite, creando così scatti che catturano l’attenzione e suscitano interesse. Fondamentale diventa l’attenzione al dettaglio, attraverso il quale Parr riesce a cogliere gli elementi distintivi di un luogo o di una situazione, e quindi in ultima analisi della cultura e della società che egli si trova a descrivere. Per la mostra Short & SweetCommon Sense si presenta come un accumulo di immagini dai colori vivaci, stampate a basso costo su carta A3 con una macchina Xerox a colori eriadattate nello spazio secondo un ordine originale.
Negli anni Novanta lo sguardo si rivolge al resto del mondo e allo strano universo del turismo di massa. La serie Small World (1989-2008) riguarda ancora una volta questo tema e la volontà del fotoreporter di condurci in molti tra i siti più frequentati e famosi, mostrando la differenza tra la mitologia idealizzata del luogo e la realtà depredata dall’“uso” che il turista fa del luogo stesso.  In questa serie, l’autore segue le orme del turista medio – come     potremmo esserlo tutti noi – e, attraverso le sue fotografie, tenta di rivelare la grande farsa del viaggio, che è, per la maggior parte delle persone, un’attività di svago resa possibile solo di recente, in seguito allo sviluppo degli aerei di grandi dimensioni e delle compagnie aeree a basso costo. Con il turismo Martin Parr ci presenta uno specchio particolarmente crudele, standardizzato fino all’assurdo, il mondo del turismo assomiglia sempre più a un sogno annacquato e omogeneizzato, il cui modello ultimo sarebbe Las Vegas.

Insieme al turismo c’è poi il tema del ballo con la serie Everybody Dance Now (1986-2018). Secondo Parr, a partela fotografia, la danza è probabilmente la forma di espressione più democratica.Unisce le due arti in questaricerca nella quale, da San Paolo in Brasile alle isole scozzesi, ha fotografato per oltre trent’anni, tra il 1986 e il 2018, svariati tipi di ballo, ballerini vivaci, lezioni di aerobica, feste in ogni parte del mondo, danze del tè. Il lavoro è uno studio puntuale sui corpi, sulle loro proporzioni e sulla pelle, sui movimenti, i diversi abiti, le calzature, i make-up, le espressioni dei volti in quella particolare attività del tempo libero, insieme naturale e culturale, che per tutti è il ballo. Emerge dai suoi scatti una folle energia, dove il corpo collettivo si manifesta senza riserve e pudori.

L’Inghilterra è sempre stata la materia preferita di Martin Parr. Le sue numerose serie fotografiche comiche, dogmatiche, affettuosamente satiriche e colorate documentano cosa significa essere inglese oggi. Con la serie recente Establishment (2010-2016) prosegue dunque il grande progetto di fotografare l’establishment britannico,le élite che governano il Paese e i loro rituali, rendendo sorprendente ciò che è ovvio, reinventando i cliché dell’“inglese”, trasformandoli in rivelazioni provocatorie. Ecco, dunque, i luoghi          e i personaggi della politica, le sedidel potere, le università più famose. La ricerca mette crudamente in luce, come è tipico dell’autore, le convenzionisociali che si ripetono nel tempo, i comportamenti analizzati fin nei minimi gesti, l’abbigliamento, le espressioni, gli sguardi, le piccole ossessioni, le tradizioni che si esprimono negli arredi e negli oggetti.

Si prosegue con un soggetto con cui Parr si è sempre confrontato, la spiaggia. La serie Life’s a Beach(2013)mostra scatti provenienti dalle spiagge di tutto il mondo, in un caleidoscopio di immaginari del corpo svestito e del suo mostrarsi in pubblico. Nel Regno Unito, è impossibile trovarsi a più di 75 miglia dalla costa, e con così tanto mare  non sorprende che in Gran Bretagna esista una forte tradizione di scattare foto sulla spiaggia. Le persone possono rilassarsi, essere sé stesse e sfoggiare tutti i piccoli aspetti di quel comportamento leggermente eccentrico che è tipico dei Britannici. Negli Stati Uniti c’è una forte tradizione della fotografia di strada, nel Regno Unito della‘fotografia da spiaggia’. Martin Parr fotografa questo soggetto da molti decenni (gli scatti presentati in mostra vanno dal 1986 al 2018), documentando tutti gli aspetti di questa tradizione, compresi primi piani di bagnanti,nuotate e picnic.

Attento al costume, alle convenzioni sociali e alle regole dell’apparire che influenzano la vita di chi vive nel mondo globalizzato, Martin Parr non poteva non osservare la moda nelle sue varie accezioni, allontanandosi dal glamourconvenzionale associato al genere, ma piuttosto insistendo sempre su un approccio spiritoso e satirico. Per molti anni ha fotografato in Europa, negli Stati Uniti, in Africa e in Asia non solo gli abiti e gli accessori a volte esagerati o assurdi ma, come sempre, anche le posture e le espressioni.
La serie Fashion raccoglie immagini prodotte tra il 1999 e il 2019 per riviste di moda e in occasione di sfilate, ma del tutto simili alle molte che Parr ha realizzato nei più vari contesti sociali in tanti anni di puntuale e implacabileosservazione delle debolezze dell’umanità massificata.

Attraverso un percorso dentro i progetti più noti, l’inedito stile documentario che da oltre cinquant’annicaratterizza il linguaggio del fotografo inglese Martin Parr diventa cartina tornasole per osservare la società contemporanea e le sue pieghe più contraddittorie, quelle che appartengono al mondo occidentale, inparticolare europeo, restituito da una cronaca fotografica tagliente, a volte raccontata con pungente sarcasmo, piùspesso presentata con ironia e umorismo. Le immagini di Parr catturano momenti comici o inaspettati, offrendo uno sguardo critico ma anche divertente sulla vita quotidiana di tutti noi.

Il catalogo della mostra Martin Parr. Short & Sweetedito da 24 ORE Cultura, è disponibile presso la biglietteria della mostra, nelle librerie e online.

Dal 12 Settembre 2024 al 06 Gennaio 2025 – Museo Civico Archeologico – Bologna

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Lisetta Carmi. Molto vicino, incredibilmente lontano

Lisetta Carmi, Messico, 1969, stampa ai sali d'argento
© Martini & Ronchetti, courtesy archivio Lisetta Carmi | Lisetta Carmi, Messico, 1969, stampa ai sali d’argento

Quando mi chiedono “Chi ti ha insegnato a fotografare?” rispondo “La vita”.
  In occasione dei 100 anni dalla nascita di Lisetta Carmi, Palazzo Ducale presenta una grande mostra dell’artista e fotografa genovese, che nel corso della sua vita ha avuto il coraggio di percorrere vie diverse dando sempre voce agli ultimi. Un viaggio che parte da Genova e dall’Italia per raccontare con il suo sguardo acuto e lucido realtà lontane e mondi in trasformazione, con inedite immagini a colori che affiancano le serie più famose in bianco e nero.  
 
In mostra le immagini della serie dei travestitidegli anni ’60, pubblicate nel 1972 suscitando scalpore e segnando le ricerche fotografiche di molti artisti internazionali, non solo in bianco e nero ma anche a colori e la serie inedita erotismo e autoritarismo a Staglieno in cui il famoso cimitero genovese si trasforma sotto l’obbiettivo della fotografa in un ritratto della società borghese ottocentesca e dell’erotismo associato ai monumenti funebri. Genova emerge nelle sue sfaccettature inaspettate, col racconto del mondo del lavoro nelle famose immagini di Genova – porto  e dell’Italsider ma anche quelle, in parte inedite, dell’Anagrafe e degli aspetti della vita culturale e sociale della città.
 
Lisetta Carmi, molto vicino incredibilmente lontano è curata da Giovanni Battista Martini, esperto di fotografia e curatore dell’archivio Lisetta Carmi, che ha scritto e concepito numerose mostre dell’artista negli ultimi anni e Ilaria Bonacossa, curatrice d’arte contemporanea e direttrice di Palazzo Ducale Genova, ed è promossa e organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Genova e Civita Mostre e Musei.

Dal 23 Ottobre 2024 al 23 Marzo 2025 – Palazzo Ducale Genova

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Colorno Photo Life

È in arrivo la 15esima edizione del festival fotografico di Colorno (Parma) che avrà il suo clou dal 27 al 29 settembre. Tra le mostre il lavoro di Elio Luxardo, ritrattista delle star di Cinecittà negli anni d’oro.

Il 21 settembre alle 21.30 al MUPAC incontro con la fotoreporter e documentarista Monika Bulaj

Il festival fotografico COLORNOPHOTOLIFE di Colorno (Parma) giunge quest’anno alla sua 15esima edizione, mantenendo la sua prerogativa di fondere in un’unica manifestazione le radici e le nuove frontiere della fotografia arricchendosi da alcuni anni di momenti musicali e audiovisivi. Il suo clou sarà da venerdì 27 a domenica 29 settembre, ma eventi e mostre si protrarranno fino al 10 novembre.

Essendo un festival tematico l’edizione 2024 avrà come focus“Totem e Tabù”, simboli e modelli tra passato e presente. Se per la collettività il Totem rappresenta ciò che viene esaltato, adorato, elevato alla massima evidenza, al contrario il Tabù rappresenta ciò che deve essere occultato nella massima oscurità. Entrambi assumono queste definizioni per attribuzione dogmatica, cioè senza ragioni logiche, è un processo collettivo che avviene “di pancia”. Proprio perché non sono animati dalla logica, la loro forza è impressionante nel dettare il comportamento collettivo che ovviamente procede, senza ragionevolezza, governato da credenze e pregiudizi. In entrambi ha un ruolo decisivo l’immagine Simbolo che in alcuni casi diventa il Modello (da imitare). Il Simbolo e il Modello conferiscono presenza concreta nella realtà sensibile a una determinata idea Totem e di Tabù. Guardando aspetti generali è facile individuare queste caratteristiche nelle religioni e nelle ideologie. Osserviamo però che oggi scegliere un credo religioso o laico è un percorso consapevole che si compie leggendo e discutendo: l’umanità di oggi ha attraversato la stagione postmoderna senza accorgersene, perdendo molta affezione per fedi e ideologie.

Le mostre ufficiali dei grandi autori saranno esposte nei locali storici della cittadinaIn Aranciaiaal piano terra (dal 27/09 fino al 10/11),cinque le esposizioni.
Sarà visibile “La ricerca della bellezza” di Elio Luxardo (1908-1969),

diventato famoso come il fotografo delle dive e dei divi di Cinecittà, dagli anni Trenta agli anni Sessanta, dedicando la sua carriera a costruire immagini perfette di corpi e volti. A cura di Roberto Mutti, la mostra raccoglie 130 scatti dell’artista di origini italiane ma nato in Brasile, dove si è affermato come autore di documentari e prima ancora come atleta. “Il richiamo dell’anima profonda” del parmigiano Oreste Ferretti, grande viaggiatore e appassionato delle culture antiche e primitive, a cura di Silvano Bicocchi, presenta un coinvolgente reportage avvalendosi del proprio ampio archivio fotografico che comprende sette portfolio tematici e ci accompagna alla scoperta dei misteri e del fascino di diversi Totem e Tabù venerati nelle celebrazioni sacre e profane che dall’Asia ci portano all’Africa, concludendo con lo sguardo sospeso verso il futuro sulla surmodernità di Dubai. “Professione reporter: Angelo Cozzi. Prospettive fotografiche del secondo Novecento”, a cura di Ascanio Kurkumelis, si concentra su una parte della sua grande produzione e mette in risalto due delle sue passioni: il reportage e il ritratto. La mostra è l’occasione per riscoprire fotografie che hanno fatto la storia e per riaccendere l’attenzione su un autore che ha condotto con le sue immagini milioni di lettori nel vivo degli avvenimenti storici più significativi dal 1951 alla fine degli anni Ottanta. Con “La ricostruzione tra rito e mito” dall’archivio dell’agenzia romana Publifoto conservato dal CSAC dell’Università di Parma, Claudia Cavatorta e Paolo Barbaro hanno individuato scatti che si muovono tra l’ufficialità e la cronaca tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni in cui Publifoto è in relazione con nuovi modelli di giornalismo. Sono scatti che ci riportano ad aspetti di un’Italia scomparsa, tra arretratezza e consumo, tra realtà locale e dimensione già globale della cultura d’immagine. Infine il lavoro di Lorenzo Cicconi Massi dal titolo “Fedeli alla tribù” si concentra sui giovani, un viaggio dagli anni Duemila attratto dalle forme, dai colori del trucco e dai tatuaggi messi in bella mostra nell’esigenza di mascherarsi e riconoscersi tra Italia, Malta e Beijing.

Salendo le scale si aprono gli spazi del MUPAC (piano superiore dell’Aranciaia) e qui incontriamo altre sei mostre, vincitrici di premi nazionali con cui il COLORNOPHOTOLIFE collabora (sempre dal 27/09 al 10/11). Pierpaolo Mittica con il progetto “Semipalatinsk, il crimine dei test nucleari”, a cura di Paola Riccardi, ha vinto la terza edizione del premio fotografico Umane Tracce, dedicato alla memoria di Nicola Paccagnella e fondato nel 2020 da Paola Riccardi (curatrice della mostra) insieme a Stefano Bianchi e a Enzo Cortini. Il fotografo rimarca, attraverso le immagini, come la minaccia delle armi nucleari sia un problema attuale, portando alla luce un esempio lampante delle conseguenze dannose dei test atomici: il poligono nucleare di Semipalatinsk, in Kazakistan, nato durante la Guerra Fredda, dove si generarono radiazioni il cui impatto sulla popolazione delle aree abitate circostanti venne tenuto nascosto per decenni dalle autorità sovietiche.     Francesca Dusini, giovane fotografa trentina, con “Švejk” (opera vincitrice premio MUSA) racconta con le sue immagini la vita sul set di una serie tv ispirata alle opere di Hašek e Brecht che raccontano le avventure di Švejk. Ne emerge una straordinaria forza espressiva degli sguardi e dei gesti degli attori, non professionisti. “Per mezzo di sguardo immacolato” di Caterina Codato (vincitrice del ColornoPhotoLife 2023) è un lavoro fotografico composto da venti immagini realizzate lo scorso anno alla pinacoteca Martini di Cà Rezzonico, Museo del 700 Veneziano che guardano l’arte e le opere di altri artisti attraverso lo scatto fotografico generando nuove narrazioni, trasfigurando il dipinto originario. “Omotesando” del salernitano Massimo Napoli (vincitore Portfolio Italia 2023) punta lo sguardo sulla quotidianità frenetica di una delle zone dello shopping e della moda più famose di Tokyo con la scelta di un bianco e nero intrigante che conferisce al portfolio un’atmosfera quasi misteriosa in uno stile decisamente contemporaneo. “A mezzo metro da terra”  di Maurizio Guarino (vincitore Tema fisso ColornoPhotoLife 2023) è un lavoro realizzato tra ottobre 2022 e marzo 2023 all’interno del centro diurno socio-sanitario della cooperativa sociale “Kepos” – onlus della città di Prato – che ospita in modalità semi-residenziale 13 persone, tra ragazze e ragazzi, con disabilità motorie. Infine la collettiva “Strange days” con le venticinque migliori fotografie partecipanti al concorso TTA – Travel Tales Award, concorso per fotografi amatoriali e professionisti che dà spazio ai racconti di viaggio.

LE MOSTRE COLLATERALI, nel parmense

Le mostre collaterali sono esposte in altri luoghi del territorio parmense: al circolo “Il portico” di Torrile Bruno Mezzadri del “GF Zoom” di Salsomaggiore con “Make up” e il mondo di colori e usanze al festival Mount Hagen che si tiene ogni anno in agosto in Papua Nuova Guinea. A San Polo di Torrile (nella sala Peppino Impastato della sede municipale) “G.F. Obiettivamente” di Parma scandaglia con le sue immagini il “Totem dell’eterna giovinezza”. A Ozzano Taro al Museo Ettore Guatelli “La stanza dei Sogni” di Maurizio Ligabue dove attraverso le sue immagini si entra in un mondo di oggetti evocativi in cui spazio e tempo si annullano.Nella Cappella Ducale di San Liborio a Colorno, alle spalle della grande Reggia: “Ovunque Proteggimi” del “GF Color’s Light” di Colorno. Nella Sala Juventus della cittadina della bassa parmense verrà esposta la mostra fotografica dei Laboratori DiCult della FIAF a tema “Totem e Tabù”. Al Circolo sociale Maria Luigia (Venaria) di Colorno mostra con altri lavori dei Laboratori DiCult e nelle attività commerciali di Colorno si potranno ammirare altri lavori di autori vari.

Dal 27 settembre al 10 novembre – Reggia di Colorno (PR)

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Trieste Photo Days 2024

Massimo Siragusa, Le due città
© Massimo Siragusa | Massimo Siragusa, Le due città

Trieste Photo Days ritorna quest’anno con una novità entusiasmante: una doppia edizione che si svolgerà nei weekend del 24-27 ottobre e del 2-3 novembre 2024. Questo festival, che ogni anno trasforma Trieste in un vibrante crocevia culturale, presenterà oltre 2000 fotografie in prestigiose sedi espositive nel centro città e in altre location urbane.
Le mostre, accessibili gratuitamente a partire dal 25 ottobre, saranno accompagnate da un ricco programma di workshop, conferenze e eventi speciali. Con la partecipazione di ospiti di fama internazionale e l’inclusione delle premiazioni del prestigioso URBAN Photo Awards, l’edizione 2024 promette di offrire un’immersione unica nel mondo della fotografia contemporanea.

Eventi con ospiti internazionali

Trieste Photo Days 2024 si distingue per il suo programma variegato e internazionale. Il primo weekend, dal 24 al 27 ottobre, ospiterà importanti figure della fotografia contemporanea. Tra i protagonisti ci saranno Harry Gruyaert (Magnum Photos), fotografo belga che ha rivoluzionato l’uso del colore in ambito creativo e sperimentale, e Adam Pretty (Getty Images), celebre per il suo lavoro di fotografia sportiva, attualmente impegnato a documentare le Olimpiadi di Parigi 2024. Il festival avrà anche il piacere di accogliere Paul Gadd, rinomato fotografo artistico britannico, e Manca Juvan, fotografa documentarista slovena. I visitatori potranno partecipare a masterclass, workshop e conferenze, e avere l’opportunità di intrecciare contatti significativi con professionisti del settore. Il 26 ottobre, inoltre, si svolgerà la Cerimonia di Premiazione della 15ª edizione degli URBAN Photo Awards presso il Museo Revoltella, con riconoscimenti per le migliori opere fotografiche nelle diverse categorie del contest internazionale.

Rassegna nazionale al Magazzino 26

Il secondo weekend, il 2 e 3 novembre, sarà dedicato a una rassegna nazionale al Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste. Questo segmento del festival metterà in luce il patrimonio fotografico italiano con mostre e incontri dedicati. Tra gli ospiti ci saranno Denis Curti, curatore e direttore de Le Stanze della Fotografia di Venezia, Massimo Siragusa, vincitore di quattro World Press Photo Awards, Andrea Rossato, premiato tre volte ai Sony World Photography Awards, e Lorenzo Zoppolato già vincitore del Premio Friuli Venezia Giulia Fotografia 2023.

Coordinatore degli eventi: Giovanni Pelloso,  Caporedattore de IL FOTOGRAFO
Curatore della mostra: Vincenzo Labellarte, Premio CRAF alla 38ma edizione della Rassegna Friuli Venezia Giulia Fotografia 2024


Il mondo in mostra

Numeri da record per l’undicesima edizione: con oltre 2000 fotografie in mostra, la rassegna trasformerà Trieste in un palcoscenico internazionale per fotografi e autori provenienti da tutto il mondo. Le mostre, sia collettive che personali, saranno allestite in location storiche, musei e spazi espositivi urbani: il tutto accessibile nel centro città, dando la possibilità ai visitatori di esplorare il festival comodamente a piedi. Trieste Photo Days si conferma anche quest’anno come una delle rassegne artistiche e culturali più distintive in Europa. Grazie alla sua ricca varietà di mostre, ospiti ed eventi, il festival offre ai visitatori il meglio della fotografia contemporanea internazionale, il tutto immerso nella splendida cornice di Trieste. Tutte le mostre sono completamente gratuite.

I punti salienti del programma espositivo includono:


– Sala Veruda:
 “Play! Let the Game Begin” con la partecipazione speciale di Adam Pretty, un grande progetto internazionale dedicato allo sport.
– Magazzino 26: “M26 Project. Riflessioni visive in Porto Vecchio” che esplora il territorio attraverso diverse mostre tematiche, tra cui “La Città Doppia” e “Obiettivo Company Town”.
– Museo d’Arte Orientale: “Istanbul. Faces of Freedom” di Manca Juvan.
– Museo Sartorio: Ottava edizione del “Premio Musei Civici”.
– Sala Xenia: Mostra dei vincitori della 15ª Edizione degli URBAN Photo Awards.

Progetti editoriali in evidenza


Exhibit Around APS
, associazione di promozione sociale e affermata casa editrice partner del Festival, presenterà una selezione di progetti editoriali e multimediali che esplorano temi artistici e socio-culturali di grande rilevanza. Tra i progetti di punta del 2024, si segnalano:
– La Città Doppia: un’iniziativa fotografica multidisciplinare concepita per “GO! 2025 Nova Gorica-Gorizia Capitale Europea della Cultura”
– Obiettivo: Company Town: progetto che riflette su come le città-fabbrica locali e internazionali siano specchi di cambiamenti sociali, culture in coabitazione, e patrimonio industriale e architettonico
– Sguardi diVini: un viaggio fotografico che esplora la viticoltura nel Friuli Venezia Giulia e nel mondo, riflettendo sulla sua importanza culturale ed economica e come la passione per il vino abbia resistito e prosperato nel tempo.

Eventi Satellite

Ad arricchire l’esperienza del festival c’è Trieste Photo Fringe, il foto-circuito satellite del festival che mette in mostra il meglio della fotografia urbana internazionale in locali selezionati del centro città. I visitatori potranno gustare le specialità gastronomiche della città grazie all’iniziativa “Enjoy the Fringe!”, che valorizza le offerte culinarie di ciascun locale. Ad anticipare il festival, il Photo Days Tour inizierà ad agosto con esposizioni presso il Trieste Airport e proseguirà a metà settembre con mostre a Torviscosa e Cormons.
“Ogni anno, siamo impegnati a portare in città fotografi di talento da tutto il mondo, offrendo loro una piattaforma per esprimere le loro visioni e connettersi con una comunità globale di appassionati e professionisti.”
Stefano Ambroset, Fondatore e Coordinatore Generale di Trieste Photo Days

Dal 24 Ottobre 2024 al 03 Novembre 2024 – Trieste – sedi varie

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ROMA CHILOMETRO ZERO

Mostra "PIETRE" di Nicoletta Leni di Ruocco e Massimiliano Pugliese, Leica Store Roma
Mostra “PIETRE” di Nicoletta Leni di Ruocco e Massimiliano Pugliese, Leica Store Roma

Un lavoro fotografico di ricerca in cui 15 giovani fotografi residenti a Roma documentano la complessità, i cambiamenti e le particolarità della città, realizzando dei “racconti visivi” secondo singoli e specifici progetti assegnati.  
Il progetto “Roma Chilometro Zero” rappresenta così un metodo di indagine alternativa, una raccolta di punti di vista differenti, spesso lontani dall’immaginario consueto. Un’occasione di scoperta e riscoperta del territorio; un incontro tra due leggende: la città eterna e la fotografia. A conclusione del progetto le immagini selezionate saranno presentate in una grande mostra riassuntiva e raccolte in un volume edito da Contrasto in contemporanea con l’esposizione, con la donazione di parte delle stampe fotografiche realizzate all’Archivio fotografico del Museo di Roma, affinché possa rimanere documentazione di un nuovo, significativo episodio relativo alla città.
Un progetto di Leica Camera Italia in collaborazione con Contrasto.

Dal 19 Ottobre 2024 al 05 Marzo 2025 – Museo di Roma in Trastevere

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AN INVESTIGATION INTO THE VAJONT CATASTROPHE – Mostra fotografica collettiva di CALAMITA/À

Il 9 ottobre 1963 quasi duemila persone persero la vita travolte da una gigantesca onda di acqua e fango provocata da un’enorme frana precipitata nel bacino idroelettrico del Vajont. Dopo poco più di 60 anni la storia del Vajont rimane tra i più gravi disastri ambientali causati dall’azione antropica.

In una modernità dove si passa senza soluzione di continuità da una catastrofe alla successiva, il progetto si occupa di esplorare i territori geografici e culturali del Vajont per investigare una domanda fondamentale: come vedere la catastrofe che si avvicina?

CALAMITA/À, in una fase iniziale durata tre anni, ha coinvolto più di cinquanta artisti e ricercatori per affrontare il tema della rappresentazione della catastrofe attraverso progetti site specific a breve termine, oltre a promuovere riflessioni su argomenti quali la trasformazione del paesaggio, lo sfruttamento delle risorse energetiche, la relazione tra uomo, natura e potere, l’emarginazione sociale delle minoranze e l’identità individuale e collettiva.

Dal 2016 in poi, il focus del progetto è diventato quello di sviluppare i lavori a lungo termine di un gruppo ristretto di autori, iniziati tra il 2013 e il 2015: Gianpaolo Arena (it, 1975); Marina Caneve (it, 1988); Céline Clanet (fr, 1977); François Deladerriere (fr, 1972); Petra Stavast (nl, 1977); Jan Stradtmann (de, 1976).

Nel 2023, grazie al supporto della Provincia di Treviso e alla collaborazione con il FAST – Foto Archivio Storico Trevigiano della Provincia, CALAMITA/À è risultato vincitore del bando “Strategia Fotografia” del Ministero della Cultura, dando di fatto l’opportunità agli autori di concludere le loro ricerche.

Dal 25 settembre al 13 dicembre – Spazio Labò – Bologna

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UGO MULAS. L’OPERAZIONE FOTOGRAFICA

Ugo Mulas, Bar Jamaica, Milano, 1953-1954 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati.  Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli
Ugo Mulas, Bar Jamaica, Milano, 1953-1954 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli

Lavorando sul rapporto tra la struttura della città e le cose e le persone ho pensato a un lavoro che ho da tempo in animo di fare: è un lavoro sulla città dove vivo, su Milano […]. 
La mia idea non è quella di un libro, ma di un archivio, 
un archivio fotografico della città di Milano.
Ugo Mulas, Un Archivio per Milano

Dal 10 ottobre 2024 al 2 febbraio 2025 Palazzo Reale a Milano presenta Ugo Mulas. L’operazione fotografica, una delle più ampie e dettagliate retrospettive dedicate a uno dei suoi autori più importanti
, nato nel 1928 e morto nel 1973. Promossa da Comune di Milano-Cultura e prodotta daPalazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con l’Archivio Ugo Mulas, con il sostegno della Fondazione Deloitte e Deloitte Italia, l’esposizione offre una rilettura complessiva dell’opera del grande fotografo, cui la città dedica uno straordinario omaggio.
 
Oltre 250 immagini, di cui molte mai esposte prima d’ora, preziosi scatti vintage, documenti, libri e filmati, ripercorrono l’intera produzione di Ugo Mulas: dal teatro alla moda, dai ritratti di artisti internazionali, protagonisti della Pop art americana, a intellettuali, architetti, e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo –  quali Dino Buzzati, Giorgio De Chirico, Marcel Duchamp, Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Arthur Miller, Eugenio Montale, Louise Nevelson, Gio Ponti, Salvatore Quasimodo, Giorgio Strehler, Andy Warhol  e molti altri – dalle città fino al nudo e ai gioielli. Lungo il percorso articolato per capitoli tematici emerge il profilo di un fotografo “totale”, che ha affrontato tematiche e soggetti diversi nel corso della sua breve e intensa esperienza, con la consapevolezza che la fotografia non è mera documentazione, ma testimonianza e interpretazione critica della realtà.
 
La rassegna, curata da Denis Curti, direttore de Le Stanze della Fotografia a Venezia, e Alberto Salvadori, direttore dell’Archivio Ugo Mulas, propone un taglio inedito che trova il suo principale nucleo narrativo nella città di Milano, colta nelle sue molteplici sfaccettature. Il rapporto di Ugo Mulas con Milano è profondo, come testimoniano i suoi primissimi scatti del 1953 del quartiere di Brera e del celebre bar Jamaica, luogo di incontro di straordinarie personalità, come Piero Manzoni o Luciano Bianciardi, o le fotografie delle periferie, della stazione centrale, dei dormitori e dei momenti quotidiani. La sua documentazione visiva rappresenta oggi un prezioso contributo alla comprensione della storia culturale e artistica di quell’epoca che racconta il fervore economico e sociale di Milano nel secondo Novecento, restando tuttora una parte essenziale del suo lascito artistico. In questa sorta di osmosi con la città, la produzione di Ugo Mulas rappresenta il tentativo di tradurre in immagini la sua visione concettuale e la sua capacità di leggere il mondo attraverso la macchina fotografica. Milano, in tal senso, si offre come eccellente teatro per accogliere una profonda presa di coscienza rispetto all’atto creativo, che, per usare le parole dell’autore, non corrisponde mai a una semplice registrazione, bensì a un’«autentica operazione conoscitiva» (Ugo Mulas. La fotografia, 1973). Nessuno scatto mira a cogliere un attimo eccezionale o un evento raro, ma costituisce piuttosto il tassello di un’ampia composizione letteraria, di una narrazione consapevole, di una vera e propria “operazione fotografica”.
 
In questa prospettiva, la mostra presenta molte immagini inedite di Milano attraverso ritratti di intellettuali, architetture, teatri, spazi vuoti, tutti a formare un’unica trama, in cui, come dichiara l’autore stesso, si è trovato sempre più a pensare e lavorare. Per la prima volta viene presentata un’intera sezione incentrata su alcuni dei più importanti protagonisti del design e architettura del contesto milanese, quali, ad esempio, Gae Aulenti, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Vittorio Gregotti e Gio Ponti; accanto a diverse immagini dell’artista Fausto Melotti, scultore, affezionato amico di Ugo Mulas.
 
Lo stretto rapporto tra Ugo Mulas e l’ambiente milanese, che costituisce il fil rouge della mostra a Palazzo Reale, si traduce e si amplia nell’iniziativa diffusa Ugo Mulas in città, nata dalla collaborazione di Marsilio Arte e la città di Milano con l’obiettivo di raccontare e celebrare il lavoro di Mulas attraverso l’esposizione delle sue opere nei luoghi, nei musei e nelle istituzioni che maggiormente hanno influito sulla sua vita di artista.
La Pinacoteca di Brera, il Museo del Novecento, il Museo Poldi Pezzoli, la Fondazione Marconi ospiteranno una selezione di fotografie di Ugo Mulas, proponendo un itinerario intellettuale che ripercorre e unisce i luoghi fondamentali per la ricerca artistica del fotografo, intrecciandone vita e opere, e invitando il visitatore a proseguire il percorso fuori dalla mostra. Grazie alla rete e alla sinergia tra queste realtà, alcune delle quali così legate alla storia di Ugo Mulas — basti pensare al ritratto di Joan Mirò scattato accanto al celebre ritratto di dama del Pollaiolo, in una sala del Poldi Pezzoli nel 1963; o ai ritratti di artisti le cui opere sono esposte al Museo del Novecento; o ancora alle fotografie di Brera e del suo quartiere — sarà possibile addentrarsi all’interno di un grande racconto polifonico, che intesse indissolubilmente il percorso biografico e artistico di Mulas con il contesto storico e culturale di Milano.
 
Il sottotitolo della rassegna, “L’operazione fotografica”, trae ispirazione da una delle più importanti opere realizzate da Mulas, le Verifiche (1968-1972), quattordici immagini nate dalla rigorosa riflessione concettuale dell’autore sulla storia della fotografia e sui suoi elementi costitutivi. Per la prima volta, nella cornice di Palazzo Reale, unitamente alle Verifiche verranno esposti anche gli studi che precedono la serie, a formare un vero e proprio testamento che ancora oggi ci fornisce le chiavi di lettura per entrare nell’universo estetico e concettuale di Ugo Mulas. Una sorta di ricognizione della fotografia, che ha come punto di partenza un omaggio a Niépce, Verifica a cui l’esposizione dedicherà particolare attenzione.

Dal 10 Ottobre 2024 al 02 Febbraio 2025 – Palazzo Reale Milano

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Luigi Ghirri. Viaggi – Fotografie 1970-1991

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna,1986, C-print. Courtesy Eredi di Luigi Ghirri. © Eredi di Luigi Ghirri

A poco più di trent’anni dalla sua prematura scomparsa, il MASI Lugano dedica una importante mostra al fotografo italiano Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Reggio Emilia, 1992). Figura pionieristica e influente pensatore della fotografia e del suo ruolo nella cultura moderna, negli anni Settanta e Ottanta Ghirri ha creato un corpus di opere senza eguali nell’Europa del suo tempo; una riflessione giocosa, poetica e profonda sul mezzo fotografico.

Il progetto espositivo al MASI racconta la fascinazione di Ghirri per il viaggio – sia reale che immaginario. Attraverso un’accurata selezione di circa 140 fotografie a colori, per lo più stampe vintage degli anni Settanta e Ottanta provenienti principalmente dagli Eredi di Luigi Ghirri e dalla collezione dello CSAC di Parma, la mostra offre al pubblico l’occasione di scoprire non solo gli scatti più noti, ma anche quelli meno conosciuti.

08.09.2024 – 26.01.2025 – LAC Lugano (CH)

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LE MOSTRE DI Yeast Photo Festival

Cosa avete mangiato oggi? A colazione, a pranzo, a cena, nel mezzo? E ieri?
E dove avete preso gli ingredienti? Al mercato, al supermercato, al ristorante o nel vostro orto?
Sono state cucinate pietanze al momento? Il cibo è stato trasformato?

La terza edizione di Yeast Photo Festival si propone di porre delle domande.
Si tratta del nostro cibo quotidiano e della sua provenienza.

Siete consapevoli che per la vostra salsiccia deve essere prima ucciso un animale?
Siete consapevoli che i veleni agricoli sono spesso utilizzati per garantire una crescita stabile di cereali e ortaggi?
Sapete che da qualche parte nel mondo si combatte, armati fino ai denti, per l’acqua che fa crescere un avocado?

Tutte queste situazioni non solo hanno un impatto sulla consapevolezza del nostro cibo, ma sollevano anche questioni sociali e ambientali.

Questo è il motivo per cui la terza edizione di Yeast Photo Festival è intitolata From Planet to Plate.

Dal 19 settembre al 3 novembre – sedi varie in provincia di Lecce

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SIENA AWARDS PHOTO FESTIVAL 2024

© Cyrille Parry
© Cyrille Parry

Il Siena Awards compie dieci anni e lancia un’edizione straordinaria con grandi nomi della fotografia internazionale e mostre che animeranno la città e la provincia dal 28 settembre al 24 novembre. Il festival delle arti visive 2024 si aprirà sabato 28 settembre con una grande cerimonia al Teatro dei Rinnovati di Siena per festeggiare il decimo compleanno di un evento internazionale divenuto imperdibile nell’autunno senese e cresciuto negli anni grazie a un lavoro di squadra che ha puntato molto sulla sinergia con il territorio. La cerimonia vedrà la partecipazione di fotografi provenienti da tutto il mondo e la premiazione dei vincitori dei premi fotografici Creative Photo Awards, Drone Photo Awards e Siena International Photo Awards, il concorso più autorevole che ha dato il via al Siena Awards 10 anni fa. 
 
Le nomination del Drone Photo Awards. In attesa dell’apertura del festival, sul sito del Siena Awards, www.sienawards.com, e sul sito del Drone Photo Awards, https://droneawards.photo, sono state pubblicate le cinque nomination per ognuna delle nove categorie del Drone Photo Awards, selezionate fra oltre 2.000 scatti arrivati da 113 Paesi per partecipare al più importante concorso internazionale dedicato alla fotografia aerea. 
 
Le nomination del Creative Photo Awards. Sul sito del Siena Awards, www.sienawards.com, e sul sito del Creative Photo Awards, www.sienawards.com/it/creative, sono state pubblicate anche le cinque nomination per ognuna delle sette categorie del Creative Photo Awards. Gli scatti sono stati selezionati fra migliaia di immagini in arrivo da 135 Paesi, inviate da 4.193 partecipanti per il concorso internazionale dedicato alla fotografia Fine Art. 
 
Le mostre del Festival. Dal 28 settembre fino al 24 novembre, il Siena Awards 2024 accenderà ancora una volta i riflettori anche su progetti di valore sociale e ambientale con la mostra ‘Saving the Monarchs’ del fotografo spagnolo Jaime Rojo, dedicata alla salvaguardia delle farfalle Monarca, e la mostra ‘Piatsaw’ del fotografo italiano Nicola “Ókin” Frioli, per mostrare la resistenza delle popolazioni indigene nella foresta amazzonica ecuadoriana. Il festival delle arti visive tornerà ad animare anche il Comune di Sovicille con un doppio appuntamento: ‘American Edge’, la più vasta mostra antologica organizzata in Italia per il fotografo americano Steve Schapiro, scomparso nel 2022 e noto per le sue iconiche immagini dedicate a momenti cruciali della storia americana degli anni ’60 e ’70, e ‘Sovicille Creative’, che trasformerà, per il terzo anno consecutivo, le vie del centro storico in un palcoscenico di arte fotografica all’aperto.

Dal 28 Settembre 2024 al 24 Novembre 2024 – Siena – Sedi varie

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HENRI CARTIER-BRESSON E L’ITALIA

Henri Cartier-Bresson, Incoronazione di Giovanni XXIII, Città del Vaticano, 1958
© Fondazione Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos | Henri Cartier-Bresson, Incoronazione di Giovanni XXIII, Città del Vaticano, 1958

Dal 28 settembre al 26 gennaio, a Palazzo Roverella di Rovigo viene proposta la più importante mostra monografica italiana su Henri Cartier-Bresson, incentrata sul lungo rapporto tra il maestro francese e il nostro paese.

La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è realizzata in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e la Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, con la curatela di Clément Chéroux, e Walter Guadagnini, direttori delle rispettive Fondazioni.

Per la prima volta viene documentato in maniera esaustiva e approfondita il rapporto tra colui che è stato definito “l’occhio del secolo” e l’Italia. Attraverso circa 200 fotografie e numerosi documenti – giornali, riviste, volumi, lettere -, la mostra ripercorre le tappe di un rapporto iniziato prestissimo, già negli anni Trenta, e proseguito sino al momento in cui Cartier-Bresson ha abbandonato la fotografia, negli anni Settanta.

Scandita cronologicamente, la mostra inizia con il primo viaggio italiano avvenuto all’inizio degli anni Trenta da un giovanissimo Cartier-Bresson (nato nel 1908), che aveva appena abbandonato definitivamente la pittura per la fotografia, in compagnia dell’amico André Pieyre de Mandiargues, giovane poeta e scrittore, e della sua compagna, la pittrice Leonor Fini. Da questo viaggio di piacere, il fotografo scatta alcune delle sue immagini più famose, tutte presenti nella sezione di apertura della mostra.

Il secondo viaggio, non meno significativo, avviene all’inizio degli anni Cinquanta e tocca l’Abruzzo e la Lucania, allora terre di grande interesse culturale, sociologico e per l’appunto fotografico, emblema di quel Sud in cui si affrontavano tradizione e modernità, povertà e cambiamenti sociali. Figura centrale nella costruzione dell’immagine del Sud e in particolare di queste regioni è lo scrittore e pittore Carlo Levi, riferimento fondamentale per i tanti fotografi, italiani e stranieri, che si muovono tra Matera e i paesi del territorio, tra cui Scanno nei pressi di L’Aquila, divenuta celebre proprio grazie agli scatti di Cartier-Bresson e più tardi di Giacomelli. Particolarmente interessanti, anche dal punto di vista storico, sono le immagini della distribuzione delle terre, un momento cruciale nella storia recente del Paese.

Divenuto ormai una leggenda vivente della fotografia, Cartier-Bresson ritorna a più riprese in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta realizzando servizi per le grandi riviste illustrate dell’epoca, tra cui “Holiday” e “Harper’s Bazaar”, dedicati soprattutto a Roma, Napoli, Venezia, le grandi città che suscitano l’interesse dei lettori stranieri, e a Ischia e alla Sardegna, tappe che permettono al fotografo di esercitare il suo sguardo sugli usi e i costumi del paese e dei suoi abitanti. In particolare, i diversi scatti realizzati a Roma restituiscono appieno il clima di quegli anni e la specificità di un paese non ancora omologato alla dominante cultura proveniente da oltreoceano. Alcune di queste immagini confluiscono non a caso in uno dei libri più noti del fotografo, “Les Européens” (1955), nel quale si racconta la nuova Europa che è ormai in pieno sviluppo dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

La mostra ha i suoi ultimi sviluppi e la sua chiusura con le immagini dei primi anni Settanta dedicate ancora a Matera, un vero e proprio ritorno sui luoghi frequentati vent’anni prima, in cui è facile leggere continuità e discontinuità del tempo, l’avanzare della modernità e la persistenza delle identità locali, e con quelle dedicate al mondo del lavoro industriale, tra Olivetti e Alfa Romeo, che spostano invece l’attenzione specificamente sulle nuove modalità di vita del periodo.

La mostra è composta di opere vintage provenienti dalla Fondation Cartier-Bresson, ed è accompagnata da testi esplicativi in ogni sala e da un catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, che riporta tutte le opere esposte, i saggi dei due curatori e di Carmela Biscaglia, quest’ultimo dedicato alle vicende e ai personaggi che hanno reso unico il rapporto di Cartier-Bresson con la Basilicata.   

Dal 28 Settembre 2024 al 26 Gennaio 2025 – Palazzo Roverella – Rovigo

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TINA MODOTTI

Tina Modotti, Donna di Tehuantepec, Messico, 1929 ca.

“[…] Ma non voglio parlare di me. Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo. Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore.” Tina Modotti, 1926 Dal 26 settembre 2024 al 16 febbraio 2025, le sale di Palazzo Pallavicini di Bologna ospiteranno una mostra dedicata alla fotografia di Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942), esponente di spicco della fotografia e dell’attivismo politico della prima metà del Novecento. 

Organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci della Pallavicini s.r.l., unitamente al Comitato Tina Modotti, l’esposizione, a cura di Francesca Bogliolo, intende ripercorrere, attraverso una raffinata selezione di circa cento opere e di alcuni preziosi documenti, la vicenda umana di una donna coraggiosa e anticonformista, che ha saputo farsi interprete del sentimento del proprio tempo, elaborando una poetica della verità foriera di valori umani capaci di oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo.

Indipendente, libera, moderna, Tina Modotti coniugò l’amore per l’arte e quello per il vero al proprio ardore politico, che ne guidò le scelte e gli interventi da militante, con la volontà di contribuire alla creazione di un mondo migliore. In dialogo continuo con artisti e intellettuali durante l’evolversi dei suoi periodi espressivi, la Modotti sviluppò un linguaggio fotografico dal tono intimistico, capace di indagare le contraddizioni della realtà per penetrarne la lirica segreta. La totalità degli scatti esposti in mostra svela, fin da principio, un nuovo modo di osservare la realtà, partecipe della fuggevolezza dei suoi istanti: il percorso articolato lungo le sale desidera invitare l’osservatore al dialogo con la propria personale concezione del tempo, talvolta immobile e attonito, talora fugace e inafferrabile.

Quello che emerge con forza è una Tina felice e libera (felice perché è libera), come scrive lei stessa a Weston nell’aprile del 1925: una donna dall’intelletto vivace e dalla sorprendente capacità di introspezione, la cui natura poliedrica appare capace di orientarne le scelte. Articolato in sei sezioni, il percorso espositivo si propone di mostrare al pubblico le infinite sfaccettature di una fotografa abile nel tralasciare l’estetica per dedicarsi all’etica, sviluppando un codice visivo eloquente e personale, delineatosi ed evolutosi in un tempo brevissimo, pur tuttavia capace di lasciare traccia indelebile nel patrimonio storico e fotografico della prima metà del secolo scorso. Il continuo dialogo con le fotografie di Edward Weston, riverbero di un fitto scambio epistolare intercorso tra i due artisti, narra l’ossessione di Tina per la qualità fotografica e la sua volontà, reiterata in una dichiarazione del 1929, di registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti.

Numerose le fotografie biografiche, intrise di potenza narrativa, tra le quali si affacciano i volti di alcune personalità note dell’epoca e della dimensione artistica in cui la Modotti immerse la sua anima e seppe trovare la sua ispirazione: il fotografo e suo mentore Edward Weston, gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo, l’attrice Dolores del Rio, il giornalista rivoluzionario Julio Antonio Mella, il politico Vittorio Vidali. Nell’ottica di un appassionato e sincero attivismo, Tina utilizzò il mezzo fotografico come estensione del proprio occhio, strumento di indagine e denuncia sociale, con una coerenza espressiva capace di travalicare l’arte per consegnarla in dono alla vita,  quella vita che, a suo stesso dire, lottava continuamente per predominare l’arte.

Una vera e propria metamorfosi della vita in arte, che trova la sua trasposizione fotografica nelle celebri calle e nelle delicate geometrie esposte, che Tina tenta di convertire in astrazione per poterle conservare nella memoria, tralasciando gli elementi superflui per giungere, con fervore, al nucleo del sentimento. L’intensità della passione che guida la mano e l’occhio di Tina si ritrova tra i visi e le mani del popolo messicano, protagonisti di un’intera sezione, testimoni di una volontà di cambiamento e di una necessaria presa di coscienza, che nella sua visione assurgono a icone di possibilità di riscatto sociale. 

Vita, arte e rivoluzione: queste le parole chiave degli scatti che colgono i simboli della lotta di classe, i lavoratori, le donne del popolo, gli assembramenti, i dettagli. Intense le istantanee delle donne di Tehuantepec che, camminando velocemente per natura, raccontano la volontà di Tina di ricercare in una società antica una nuova verità e un senso poetico che divengano per lei inesauribile linfa creativa; austeri, in tal senso, gli sguardi dei bambini, che sembrano penetrare l’obiettivo nel tentativo di raggiungere l’anima di chi scatta. 

A chiudere la mostra, infine, una selezione di ritratti di Tina, tra cui alcuni di quelli da lei definiti immortali, realizzati da Edward Weston. Nell’osservarli, sembra udirsi l’eco delle parole di Federico Marin, che la descrisse come “una bellezza misteriosa, priva di volgarità […], ma non allegra, bensì austera, terribilmente austera. Non malinconica, né tragica”. 

Fascino e mistero restano tuttora intatti, poiché le parole scritte nelle lettere, il suo peculiare sguardo, l’ardita sperimentazione, collocano Tina Modotti tra i più grandi interpreti della realtà della condizione umana, colta nelle sue infinite sfaccettature. La natura immersiva dei suoi scatti, derivante da un’innata empatia verso i soggetti, si fa voce capace di narrare a chi guarda l’infinita varietà del mondo e, contemporaneamente, la sua universalità.

Dal 26 Settembre 2024 al 16 Febbraio 2025 – Palazzo Pallavicini – Bologna

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MASSIMO SESTINI. ZENIT DELLA FOTOGRAFIA

Massimo Sestini, Etna, eruzione del cratere sud
© Massimo Sestini | Massimo Sestini, Etna, eruzione del cratere sud

“Come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita”: sono le parole di Ayman, migrante dalla Siria, che nel documentario Where are you? Dimmi dove sei del National Geographic racconta il momento in cui, dal barcone stipato di migranti al largo della Libia, dopo dodici giorni di tempesta, avvistano l’elicottero della Marina Militare Italiana in missione di salvataggio.  
Sull’elicottero, anche il fotografo Massimo Sestini, che proprio in quel momento scatterà Mare Nostrum l’immagine simbolo dei viaggi della speranza che dalle coste africane cercano di raggiungere l’Europa, selezionata tra le Top 10 images of 2014 da TIME, pubblicata su numerose testate in tutto il mondo (tra cui Photo France, The Guardian, Internazionale, The Economist, L’Espresso, Die Zeit, Time, National Geographic) e vincitrice del World Press Photo Award 2015 nella categoria General News. Da questo riconoscimento è partita la sua ricerca con il progetto Where are you? che, nel corso del quinquennio successivo, rintraccerà e fotograferà (dall’alto e perpendicolarmente) una decina dei migranti che erano su quel natante, ritratti nella loro vita definitiva, in giro per l’Europa, realizzando un documentario con National Geographic trasmesso in tutto il mondo.   L’iconico scatto, insieme a uno showcase della ricerca, saranno al centro della personale che Fondazione Brescia Musei dedica al fotografo toscano, MASSIMO SESTINI. Zenit della fotografia, in programma dal 24 settembre 2024 al 2 marzo 2025 al Museo di Santa Giulia.  
La mostra, curata da Angelo Bucarelli e realizzata con la collaborazione di Freccianera Fratelli Berlucchi, main partner dell’iniziativa, si inserisce nella VII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, quest’anno declinato attorno al tema Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della nostra storia attraverso il racconto che gli artisti ne fanno traducendolo in opera d’arte che supera i confini del mezzo fotografico.  
L’esposizione inedita presenta una selezione di immagini capaci di raccontare oltre quarant’anni di carriera di Massimo Sestini, con particolare attenzione ai temi a lui cari, come l’immigrazione e i principali episodi della storia italiana contemporanea: la strage di Capaci, il naufragio della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila, la tragedia della Moby Prince, il funerale di Giovanni Paolo II, il funerale di Benedetto XVI, il Covid e molto altro.  
Sin da giovanissimo, Massimo Sestini ha saputo dipingere un affresco di grande valore iconografico delle vicende che hanno segnato il passato recente del nostro Paese, raccontandone, come documentato in mostra, gli episodi più significativi. La mostra approfondirà anche l’inedita modalità acrobatica con la quale il fotografo ha prodotto gli scatti iconici che lo hanno reso famoso nel mondo, applicata sia nel contesto dei grandi eventi italiani, come il Giro d’Italia o la Mille Miglia, sia nei rapporti tra la fotografia aerea e le inconsuete visioni del nostro grande patrimonio monumentale e archeologico, come nel caso della città di Firenze o delle surreali visioni subacquee del patrimonio archeologico sommerso.  
Il titolo della rassegna, Zenit della fotografiasi riferisce alla capacità dell’artista, prima dell’avvento dei droni, di riconoscere il potere intrinseco della fotografia aerea e acrobatica di cui è diventato uno dei maestri indiscussi, esplorando angoli e punti di vista insoliti. Sestini si è lanciato in voli vertiginosi, sospeso tra cielo e terra, per immortalare l’essenza della vita umana da altezze irraggiungibili, tuffandosi poi simmetricamente nelle profondità scure e gelate per scoprire altre verità.  
La mostra propone inoltre una fotografia inedita dedicata a Brescia, realizzata da Massimo Sestini appositamente per questo appuntamento, che rende omaggio a due icone della città: Brixia Parco archeologico di Brescia romana e la 1000 Miglia. Il progetto, realizzato lo scorso 11 giugno, nel giorno della partenza di una delle gare automobilistiche più affascinanti al mondo, si è avvalso della collaborazione della stessa 1000 Miglia e di Guardia di Finanza.

Dal 24 Settembre 2024 al 02 Marzo 2025 – Museo di Santa Giulia – Brescia

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Radar Festival

Alessandro Cinque, Alpaqueros

© Alessandro Cinque | Alessandro Cinque, Alpaqueros

Dal 4 ottobre al 30 novembre Trani ospita Radar Festival, il festival internazionale di fotografia a impatto zero organizzato dalla Scuola in Arti Visive Spaziotempo. Saranno 10 le mostre personali a cui si aggiungerà una collettiva degli allievi della scuola di alta formazione Spaziotempo, oltre 180 foto esposte nei luoghi simbolo della città per raccontare le nuove tendenze della fotografia contemporanea. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione quest’anno sarà dedicata ai “futuri imperfetti”: come sta cambiando il mondo, in che modo l’impronta umana sta ridisegnando spazi, confini e luoghi? “Sospesi fra il progresso e la necessità di recuperare – forse salvare – l’ambiente che ci circonda, lo sguardo degli artisti ha indagato il presente per rintracciare i semi di un futuro sempre più vicino, ma non per questo conosciuto – spiegano i curatori del festival Giovanni Albore e Francesco Merlini– abbiamo selezionato alcuni fra i migliori artisti contemporanei per creare un racconto coinvolgente, polifonico e al tempo stesso armonioso”. 

I temi e gli artisti. Al centro delle mostre in esposizione l’ambiente e le attività dell’uomo che concorrono a cambiarlo, generando un impatto non solo ambientale, ma anche sociale. Si occuperà di energie rinnovabili e nuove tecnologie, Simone Tramonte. Al centro della ricerca di Diambra Mariani, invece, il ripopolamento di alcune zone disabitate della Spagna. Tratterà il fenomeno delle trasmigrazioni la fotografia di Olgaç Bozalp, mentre Gaia Squarci con il suo progetto affronterà il modo in cui le persone, in relazione al loro status socio-economico, si adattano all’aumento delle temperature. Un’indagine sugli effetti ambientali prodotti dall’individualismo sarà al centro della prima monografia di Kata GeiblNatacha de Mahieu porterà a Radar una riflessione sul “nuovo turismo”. Ancora cambiamento climatico con Alessandro Cinque che ci accompagnerà nelle comunità peruviane per vedere gli effetti che questo ha su una delle attività più diffuse, l’allevamento degli alpaca. Stefano Schirato, invece, presenterà la sua inchiesta fotografica sui disastri ambientali che hanno segnato la storia del nostro Paese. Infine, le foto di Piero Percoco saranno un omaggio alle terre dell’Ecomuseo Boccadoro-Ariscianne.

Festival a impatto zero. Oggi l’Italia è maglia nera in Europa nella raccolta di materiale elettronico, in cui rientrano a pieno titolo le attrezzature fotografiche. Il nostro Paese raccoglie poco più del 30% dei RAEE contro una media Ue che supera il 60%.  Il festival sarà l’occasione per riflettere sull’impatto ambientale della fotografia stessa e promuovere comportamenti più responsabili. La quarta edizione del Radar Photo Festival, infatti, è completamente green per gli aspetti legati alla fruizione e alle modalità espositive delle mostre, a partire dagli allestimenti che saranno realizzati solo attraverso elementi di eco-design utilizzando materiali già esistenti e favorendo quindi pratiche di economia circolare, promuovendo l’utilizzo di carta con semi piantabili, l’uso di prodotti certificati EU per l’ambiente. In questo spirito, Radar festival sarà anche promotore di una nuova piattaforma di ecommerce in cui sarà possibile scambiare attrezzature usate e favorire pratiche di economia circolare per addetti al settore, creando un approccio al mestiere del fotografo che contempli anche i costi ambientali del proprio impatto. 

Non solo esposizioni. Radar è anche anche workshop, incontri e editoria fotografica e iniziative di networking e di economia circolare. In questo senso da segnalare una serie di laboratori educational a tema ambientale rivolti a bambini e ragazzi in collaborazione con le scuole e Legambiente, alcuni dei quali si svolgeranno presso l’Ecomuseo Boccadoro-Ariscianne, luogo recuperato e area particolarmente importante per la flora e fauna in essa presente e che il festival ha incluso nelle attività proprio per contribuire al suo recupero, anche attraverso una residenza d’artista. Parte integrante del programma di inaugurazione anche laboratori di sensibilizzazione al tema ambiente con la partecipazione della collettività a laboratori di “trash printing”, condotti assieme a Legambiente e alla casa editrice indipendente, Zic Zic, previste attività di clean up partecipato e la realizzazione di stampe artigianali proprio con i rifiuti raccolti. 

Open call per artisti emergenti. Fino al 30 agosto è aperta anche la call per i fotografi che hanno un progetto in linea con i temi del festival che quest’anno spaziano dall’ecologia all’innovazione sociale, dallo sviluppo sostenibile, dalla valorizzazione del territorio all’attivismo. Gli artisti saranno valutati da una commissione di massimi esperti nella fotografia: il fotografo Francesco Jodice e la photoeditor Manila Camarini, Senior Picture Editor di D la Repubblica delle donne e D Lui di Repubblica, oltre ai curatori del festival Giovanni Albore e Francesco Merlini. Al primo classificato verrà prodotta una mostra, in palio anche una borsa di studio per i corsi di alta formazione presso la Scuola Spaziotempo e nuova attrezzatura fotografica. 

Tutte le mostre. Al Radar, Simone Tramonte, fotografo italiano che da sempre si concentra su tematiche sociali e ambientali, al centro della sua ricerca artistica l’analisi della relazione tra persone e ambiente: le nuove tecnologie ci aiuteranno a modellare un futuro più sostenibile? Con Net Zero Transition, Tramonte indaga proprio le soluzioni – dalle energie rinnovabili, alle nuove tecnologie per la produzione alimentare  – che consentiranno all’Europa di raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica del  “Green Deal”. Il lavoro che l’artista porta a Trani ha ricevuto numerosi premi tra cui il 1° premio nella categoria long-term projects al World Press Photo nel 2023, il 1° premio Science & Natural History—Picture Story al POYi Pictures of the Year International nel 2022 e il 1° premio nella categoria Environment dei Sony World Photography Awards 2021. 

Si intitola, invece, Recycled Villages, l’esposizione della fotografa Diambra Mariani che racconta il ripopolamento di alcuni villaggi disabitati della Spagna, un fenomeno di riscoperta della vita rurale sicuramente connesso all’aumento dei costi delle case, ma anche reso possibile da una rinnovata attenzione all’ambiente, alla ricerca di un ritmo di vita più lento e alla nuove possibilità di lavoro da remoto. Mariani ha già pubblicato i suoi lavori su prestigiose testate italiane e internazionali dal The Sunday a all’Espresso, da Internazionale al Corriere della Sera, dal Times Magazine a Liberation. 

Il fotografo di origine turca, Olgaç Bozalp, porta a Radar Festival Leaving One for Another, una ricerca fotografica sul tema delle trasmigrazioni, che si tratti di sfollamenti forzati in comunità o di spostamenti volontari di persone alla ricerca di nuove opportunità, finanziarie o di espressione personale. La serie affronta una prospettiva astratta sul reinsediamento, mescolando materiale documentaristico con composizioni create ad hoc. Queste installazioni mostrano una collezione di oggetti simbolo che rappresentano la vita e il viaggio di ognuno. 

Gaia Squarci è una fotografa e videomaker che divide il suo tempo tra Milano e New York, dove insegna Digital Storytelling all’International Center of Photography. L’artista inoltre collabora con l’agenzia Prospekt e fa parte dell’International Women’s Media Foundation ed è  beneficiaria del National Geographic Society. A Trani presenterà The Cooling Solution, un percorso fotografico che, nato come divulgazione scientifica di un progetto di ricerca durato 5 anni presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, indaga come persone di diversa estrazione socio-economica in tutto il mondo si adattano all’aumento della temperatura e dell’umidità. Leader del progetto, la professoressa Enrica De Cian, docente di economia ambientale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia e ricercatrice presso la Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e presso l’Istituto Europeo di Economia e Ambiente.

Al festival anche la fotografa ungherese Kata Geibl Il suo lavoro si concentra principalmente su questioni globali, capitalismo, l’antropocene e l’ambiguità del mezzo fotografico. Al Radar esporrà gli scatti di There is Nothing New Under the Sun, la sua prima monografia. Il progetto raccoglie immagini attentamente pianificate che si mescolano a testi originati dal flusso di coscienza. Allegorie, racconti personali e dittici fanno emergere un approccio poetico. Al centro il dilagante individualismo che è alla base del nostro sistema sociale, politico ed economico e, in particolare, l’impatto che questo produce sull’ambiente. Nell’opera di Geibl nessun giudizio –  e nessuna risposta – solo domande che la guidano nell’esplorazione del contemporaneo. 

Si intitola Theatre of Authenticity il progetto espositivo della fotografa belga Natacha de Mahieu, che mette in discussione il modo in cui viaggiamo e le ragioni che abbiamo per andare in particolari luoghi. Utilizzando centinaia di immagini di luoghi turistici molto popolari scattate in un arco di tempo definito e unite in unico collage, l’artista interroga quelle che sembrano essere le nuove prassi turistiche e l’oggettività del mezzo fotografico.  

Radar vanta anche una partnership con l’azienda Foto Diego e lo storico brand tedesco Leica per la produzione di due mostre, quella di Alessandro Cinque e di Stefano Schirato. Alessandro Cinque è fotoreporter che vive tra gli Stati Uniti e il Perù, il suo lavoro affronta questioni ambientali e socio-politiche, in particolare si è occupato dell’impatto devastante dell’attività mineraria sulle comunità indigene dell’America Latina e sulle loro terre. Le sue fotografie sono state pubblicate su media internazionali tra cui The New York Times, National Geographic, The Wall Street Journal, The Washington Post, The Guardian, Al Jazeera e Reuters. A Trani porterà Alpaqueros, un progetto che mira a indagare in che modo il cambiamento climatico in Perù influisce sugli allevatori di alpaca – il Paese, con circa 4 milioni di esemplari, ha il più grande numero di alpaca al mondo – creando “migranti climatici” che sono costretti a spostarsi ad altitudini sempre più elevate o ad abbandonare il loro stile di vita e trasferirsi in città di bassa quota, cambiando per sempre le loro vite, mettendo a rischio l’identità culturale andina. 

Stefano Schirato lavora come fotografo freelance con un attento interesse sui temi sociali da più di 15 anni. Collabora con numerose ONG, ha lavorato come fotografo di scena per i più grandi registi italiani e il suo lavoro è stato pubblicato da numerose testate internazionali, dal New York Times a Newsweek Japan, da Vanity Fair a Al Jazeera. A Radar porterà il suo lavoro di indagine sui disastri ambientali in Italia, “TerraMala”. Un progetto d’inchiesta durato 8 anni che racconta i danni dell’inquinamento. Dalla Terra dei Fuochi, dove per oltre 25 anni milioni di rifiuti tossici sono stati scaricati illegalmente e ancora intaccano suolo, falde acquifere e prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, alla Sicilia, dove uno dei più vasti complessi petrolchimici in Europa ha contaminato irrimediabilmente acque e suolo della costa orientale dell’isola. Per arrivare alla contaminazione del sistema idrico nel vicentino dove per decenni scarti chimici industriali cancerogeni sono stati versati nelle falde acquifere, tanto che alcuni studi hanno dimostrato che più di 300.000 persone nella regione hanno sofferto di problemi di salute (diabete, tumori, infertilità) causati dagli agenti chimici presenti nell’acqua. 

Fra i fotografi selezionati anche il barese Piero Percoco che porterà in mostra Hidden Coast, un omaggio alle terre dell’ Ecomuseo Boccadoro-Ariscianne, zona di grandissimo pregio naturalistico, una sorta di corridoio ecologico contraddistinto dalla intersezione di più habitat e dalla convivenza di specie animali e vegetali che lì hanno potuto vivere e proliferare. La ricerca di Percoco, frutto della sua residenza d’artista presso questo luogo, vuole restituire questa presenza invisibile ma al tempo stesso essenza stessa dell’area e della sua importanza naturalistica.

Dal 04 Ottobre 2024 al 30 Novembre 2024 – Trani (BA) – sedi varie

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ERA (fino al mare) – Sara Rossi

La mostra presenta una serie di opere che riflettono sul paesaggio e sulla natura, presentate come reperti opause di un viaggio fotografico durato molti anni, in cui l’artista ha attraversato luoghi familiari, ma in fondo sconosciuti, dalla città alla campagna, lungo corsi d’acqua, sino al mare.


Negli spazi di Ex Maglierie Mirella, a pochi metri dalle acque della Martesana, l’artista dispone in modo sapiente le polaroid di “Fino al Mare (Martesana)” (1996), le immagini del video in Super-8 “Era (2002)”, l’erbario magico crepuscolare “Ade” (2013-2018) e l’ipnotico video “Mantra mare”(2024).

La mostra è accompagnata dal libro d’artista “ADE DEA. Erbario crepuscolare”, 50 fotografie con testi di Maria Alessandra Columbu, Maria Chiara Di Trapani, Luca Panaro, Sara Rossi, Edizione Gli Ori, 2024.

4 ottobre – 13 ottobre – EMM / Ex Maglierie Mirella – Milano

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