Mostre consigliate a settembre

Bentornati!

Una nuova stagione di mostre vi aspetta a partire da settembre.

Date un’occhiata!

Anna

Dorothea Lange

Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera - Centro Italiano per la Fotografia
Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera – Centro Italiano per la Fotografia

Dal 30 luglio al 1° novembre 2026, i suggestivi ambienti sotterranei del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, accolgono una grande mostra dedicata a Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), tra le figure più significative della fotografia documentaria del Novecento e autrice di alcune delle immagini che hanno segnato in maniera indelebile l’immaginario del XX secolo.
 
Organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino, la mostra, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, riunisce circa 200 fotografie e ripercorre il periodo più intenso della ricerca di Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Migrazionidisuguaglianze socialidiscriminazioni crisi ambientali attraversano un percorso che restituisce tutta la straordinaria attualità di uno sguardo capace di osservare i grandi mutamenti della storia a partire dalle vite delle persone.
 
Conosciuta soprattutto per Migrant Mother, una delle fotografie più celebri del Novecento, Dorothea Lange è stata una protagonista assoluta della fotografia sociale americana. Come scrisse John Szarkowski, fu «per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista»: una definizione che sintetizza la sua capacità di coniugare il rigore della documentazione con una profonda partecipazione umana, facendo della fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza civile.

Dal 30 Luglio 2026 al 1 Novembre 2026 –  Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri – Verona

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SI Fest 2026 – Still Standing – Restare in piedi per continuare a guardare

Il SI Fest in collaborazione con il comune di Savignano sul Rubicone raggiunge il traguardo della sua trentacinquesima edizione.

Organizzata dall’associazione Savignano Immagini, la manifestazione torna ad animare la città nel fine settimana dall’11 al 13 settembre 2026, mantenendo le mostre accessibili al pubblico anche nei due fine settimana successivi. Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival riprende e approfondisce il percorso intrapreso nell’edizione precedente: uno sguardo rivolto alle fratture e alle trasformazioni del mondo contemporaneo, capace di andare oltre la superficie delle cose per osservare la realtà con rigore e profondità.

Il cuore concettuale di questo capitolo è sintetizzato nella formula Still Standing. Più che un semplice titolo, si tratta di un manifesto che riconosce nell’atto fotografico uno spazio di resistenza, un punto di ancoraggio saldamente piantato nel presente di fronte all’instabilità e ai compromessi dell’epoca attuale. Still Standing è un elogio della verticalità e della presenza, un’affermazione sommessa e al contempo radicale di chi sceglie di non farsi da parte, dimostrando che la fotografia stessa continua a rimanere salda di fronte alle mutazioni della storia.

Il percorso espositivo dell’edizione 2026 si snoda attraverso progetti che esplorano la permanenza, l’identità e la capacità di adattamento in geografie e contesti umani molto differenti tra loro.

Nel lavoro VinterLars Tunbjörk ritrae la quotidianità dei lunghi mesi invernali in Scandinavia, raccontando una resistenza silenziosa fatta di solitudine, perseveranza e gesti ordinari capaci di attraversare il tempo e il buio.

L’esplorazione delle radici e dei rituali prosegue con Robbie Lawrence che, in Long Walk Home, segue gli Highland Games tra la Scozia e gli Stati Uniti, trasformando una tradizione popolare in un’indagine sull’evoluzione dell’identità culturale e sulla forza della memoria collettiva.

La memoria assume invece un valore personale e liberatorio in Occult di Alba Zari, progetto in cui l’autrice ripercorre la storia della propria famiglia all’interno della setta Children of God. Attraverso immagini, documenti e materiali d’archivio, la ricerca affronta i temi del controllo e della costruzione della verità, dimostrando come la consapevolezza del passato possa farsi strumento di riscatto e di emancipazione.

I confini dell’identità e delle aspettative sociali vengono interrogati da Andi Gáldi Vinkó nel progetto Sorry I Gave Birth I Disappeared But Now I’m Back, dove il tema della resistenza si sposta nel territorio della maternità, misurandosi con il corpo, il tempo e i modelli culturali consolidati.

In Black Stone BurnsOlga Sokal viaggia attraverso i paesaggi segnati dall’industria estrattiva e dal carbone, soffermandosi sulla convivenza tra le comunità locali e le conseguenze delle trasformazioni ambientali ed economiche, alla ricerca di nuove possibilità di futuro.

Lo sguardo sull’essere umano prosegue con Robin de Puy, che in AMERICAN compone un ritratto corale degli Stati Uniti contemporanei attraverso i volti di persone comuni. Le sue fotografie restituiscono dignità e centralità a esistenze spesso invisibili, raccontando la resilienza quotidiana in una società segnata da profonde disparità.

A chiudere questa panoramica sugli archivi dello sguardo è Index di Christopher Anderson, un’opera che raccoglie oltre trent’anni di lavoro in una sequenza fluida e aperta. Guerre, vita familiare, politica e viaggi si intrecciano per testimoniare la capacità delle immagini di sopravvivere agli eventi e continuare a generare significati nel presente.

Ad impreziosire la proposta espositiva del festival si aggiunge un’importante mostra collettiva che riunisce i lavori di Alfredo BoscoPietro Masturzo e Jack Califano, tre autori impegnati a raccontare comunità messe a dura prova da oppressivi sistemi di potere. Bosco documenta le ferite della guerra in Ucraina e la determinazione della popolazione a ricostruire la propria vita tra le macerie; Masturzo osserva la Palestina quotidiana, dove la semplice sopravvivenza e la riaffermazione della propria presenza assumono una valenza politica; Califano si concentra sulle comunità migranti negli Stati Uniti colpite dalle politiche dell’ICE, raccontando la difesa del diritto all’esistenza di famiglie ristrette nell’incertezza.

Ma la mappa espositiva del SI Fest si arricchisce ulteriormente con i progetti legati ai riconoscimenti fotografici: Carlos Folgoso Sueiro che sposta l’attenzione sui luoghi in Beyond the lake, indagine sulla capacità di conservare la memoria e resistere al tempo che gli è valsa il Premio Marco Pesaresi 2025Fabio Domenicali presenta Nowhere, opera vincitrice del Premio Portfolio Italia 2025, con cui conduce il pubblico in un viaggio intimo tra paesaggi sconfinati e atmosfere silenziose, per dare forma a un luogo della mente dove lo spazio domina su un tempo sospeso; Camilla Pedretti espone Lucinete, progetto premiato con il Premio Portfolio Werther Colonna,  un progetto in cui Camilla ha documentato la vita in una delle comunità più vulnerabili del Paese  con una narrazione visiva che mette al centro la dignità umana, la resistenza e la speranza nonostante le avversità.

L’offerta espositiva include anche due preziose mostre collaterali: In Studio di Mario Cresci, una mappa visiva della scena artistica contemporanea romagnola e la collettiva Zvanì, il backstage fotografico del film su Giovanni Pascoli come spazio di racconto di ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura.

11-12-13, 19-20, 26-27 settembre 2026 – Savignano sul Rubicone (FC) – sedi varie

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MAN RAY: tutto

“Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza.” Con queste parole Man Ray sintetizzava un’intera filosofia dell’arte, nella quale i confini tra le discipline non esistevano e ogni mezzo espressivo era al servizio di un’unica, inesauribile visione creativa.

A cinquant’anni dalla scomparsa di uno degli artisti più geniali e versatili del XX secolo, avvenuta a Parigi il 18 novembre 1976, la mostra “Man Ray: tutto” alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma – a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri – riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film: la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia. Se infatti le grandi mostre che lo hanno celebrato hanno privilegiato di volta in volta la pittura o la fotografia, “Man Ray: tutto” abbraccia con pari dignità tutte le discipline praticate dall’artista: fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria, cinema.

Tra le opere esposte figura Le Violon d’Ingres (1924), l’iconico ritratto fotografico di schiena dell’amica e musa Kiki de Montparnasse con le effe di violino sulla schiena nuda. Accanto a essa sono esposti capolavori come LacrimeLa preghieraAnatomiaNoire et Blanche e i celebri ritratti delle muse e modelle Lee Miller e Nusch Éluard.

La mostra segue l’evoluzione del linguaggio di Man Ray, nato a Philadelphia nel 1890, a partire dai primi anni americani, segnati dall’adesione al movimento Dada e dalla scoperta della fotografia, il medium che lo accompagnerà lungo tutta la carriera e al quale deve la parte più cospicua della sua fama. Il momento dadaista si concretizza nella realizzazione delle prime sculture, come By Itself del 1918, qui presentata nella versione in bronzo del 1966, e la celeberrima Ostruzione del 1920, composta da 63 grucce di legno appese al soffitto in una struttura che moltiplica un singolo oggetto fino a trasformarlo in installazione.

Il trasferimento a Parigi nel 1921 segna la svolta definitiva. Accolto da Marcel Duchamp, il mentore con il quale interesserà un’amicizia destinata a protrarsi per decenni, generando opere straordinarie presenti in mostra, Man Ray si inserisce nel vivacissimo ambiente dell’avanguardia parigina, divenendone ben presto il fotografo ufficiale, come dimostrano i numerosi ritratti dei protagonisti di questo mondo. Al lavoro su commissione per la moda si affiancano le sperimentazioni autonome: i rayographs e le solarizzazioni, autentiche icone dell’arte dada e surrealista, e la cartella Électricité del 1931, un portfolio di dieci photogravure realizzato con la collaborazione di Lee Miller, la grande fotografa statunitense prima sua assistente, divenuta poi sua musa e compagna, infine affrancatasi per seguire una carriera del tutto autonoma.

La vena pittorica non viene mai abbandonata. Ne sono prova i dipinti esposti soprattutto a partire dagli anni Trenta nelle grandi mostre del Surrealismo: tra questi, il celeberrimo À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (1932–1934), in cui le labbra cremisi di Lee Miller fluttuano giganti nel cielo sopra l’Osservatorio di Parigi, opera nella quale il tormento della separazione si trasforma in visione cosmica. Alcuni dipinti vengono presentati in mostra a Mamiano.

Accanto alla pittura prosegue la produzione grafica, che risponde alla volontà di diffondere il più possibile la propria opera, prescindendo dai concetti di unicità e di originale che per Man Ray sembrano perdere di significato.

Gli oggetti d’affezione (ready-made trasformati dall’intervento dell’artista) incarnano con forza questa attitudine. Cadeau (Regalo), il ferro da stiro con i chiodi attaccati sotto, nasce il 3 dicembre 1921, giorno di apertura della prima personale parigina di Man Ray alla Librairie Six di Philippe Soupault: l’originale viene rubato lo stesso giorno, ma l’artista lo replicherà più volte a partire dal 1963; o L’oggetto indistruttibile del 1931, un metronomo con l’occhio di Lee Miller che diventerà poi Un oggetto da distruggere al termine della relazione con la fotografa), nascono sempre con l’idea di poter essere replicati, manipolati, rivisti secondo le occasioni.

L’unione tra pittura e design si trova poi ad esempio in Palettable, un tavolo a forma di tavolozza, ideato nel 1941 e poi edito nel 1971, o nel Monumento al pittore sconosciuto del 1955. Artista tra i più attuali del XX secolo, fu elevato a icona da Andy Warhol, che negli ultimi anni fu in rapporto con lui e ideale prosecutore delle premesse della sua ricerca nella nuova America del dopoguerra.

La mostra offre anche la testimonianza di momenti capitali della storia delle avanguardie: Résurrection des Mannequins (La resurrezione dei manichini) documenta una delle sale più affascinanti dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi, dove alcuni artisti tra cui Dalí, Ernst, Miró, Duchamp e lo stesso Man Ray, decorarono manichini femminili in un allestimento che resta tra i più leggendari del Novecento.

Non mancano le rare ma significative prove cinematografiche, film entrati nella storia del cinema d’avanguardia, capitolo autonomo della creatività dell’artista ma inscindibile dalla sua intera visione, che concepiva l’arte come esperienza totale di vita, priva di barriere disciplinari, stilistiche, tematiche.

La mostra si avvale di prestiti provenienti da importanti istituzioni museali, da celebri gallerie e collezioni private italiane ed estere, ed è curata da Walter GuadagniniMauro CarreraStefano Roffi. Con “Man Ray: tutto” la Villa dei Capolavori – che negli anni ha dedicato grandi mostre a figure che con Man Ray hanno condiviso il palcoscenico delle avanguardie, da Miró a de Chirico, da Cocteau a Warhol, dal Surrealismo a Munari – porta a convergenza quei percorsi nella figura dell’artista che più di ogni altro li ha attraversati tutti.

12 settembre – 13 dicembre 2026 – Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori

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Robert Doisneau

Robert Doisneau, <em>Le baiser de l’Hôtel de Ville</em>, 1950
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, 1950

La mostra Robert Doisneau riunisce circa 150 fotografie in bianco e nero provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. È in questo atelier che il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450.000 negativi.

Le fotografie, selezionate dal curatore in stretto rapporto con l’Atelier, sono state scattate tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, prevalentemente a Parigi e nella sua banlieue, territori privilegiati dal fotografo. Scatti imprescindibili e rappresentativi della sua opera, come Le Baiser de l’Hôtel de Ville – scatto celebre, ritenuto tra i più riprodotti al mondo, nel quale una giovane coppia si bacia davanti al municipio di Parigi – si mescolano a immagini meno note; ma in tutte le fotografie, indipendentemente dalla forma e dal soggetto, sono sempre la visione del fotografo e il suo personalissimo spirito ad attirare l’attenzione e a suscitare emozioni.

Gran parte delle fotografie di Robert Doisneau sono riconoscibili a colpo d’occhio dal soggetto: un territorio privilegiato, nella fattispecie i quartieri popolari di Parigi e la sua periferia. Un paesaggio urbano e una società che il fotografo ha esplorato fin dal suo debutto, e che negli anni non ha mai perso di vista: anche il suo appartamento-atelier di Montrouge, al sud della capitale, in qualche modo trova posto all’interno dello scenario delle sue immagini. Al contrario di molti fotografi della sua generazione, Doisneau ha viaggiato poco, preferendo perdersi nella sua amata Parigi. Ha persino confessato di essersi sentito a disagio quando, per soddisfare qualche richiesta, ha dovuto allontanarsi dal suo universo.

Dal 24 Settembre 2026 al 24 Gennaio 2027 – Palazzo dei Musei – Modena

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FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI 2026. XVII EDIZIONE

Il Festival della Fotografia Etica di Lodi si prepara a tagliare il traguardo della sua diciassettesima edizione, in programma dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.

Al centro della manifestazione si conferma il World Report Award – Documenting Humanity, giunto quest’anno alla sua sedicesima edizione. Il premio rappresenta il vero e proprio cuore pulsante del festival e si consolida come l’unico riconoscimento in Italia specificamente dedicato al fotogiornalismo, capace di puntare i riflettori sulle grandi questioni umane e sociali del nostro tempo attraverso lo sguardo dei più importanti reporter internazionali.

I vincitori di questa edizione offrono una panoramica di straordinario impatto visivo ed emotivo sulle crisi umanitarie, le ferite storiche e le trasformazioni ambientali che segnano il pianeta. Nella categoria MASTER, l’iconica fotografa Carol Guzy propone con “ICE – Broken Families” una testimonianza delle deportazioni di massa avviate dall’amministrazione Trump, catturando il trauma dei minori e delle famiglie tra giugno e dicembre 2025.

Per la sezione SPOTLIGHT, il progetto a lungo termine di Chinky Shukla intitolato “When Buddha Stopped Smiling” restituisce voce e memoria alle comunità desertiche del Rajasthan, che ancora oggi mostrano una silenziosa resilienza di fronte alle conseguenze umane e ambientali dei test nucleari indiani del 1974 e 1998.

Il racconto dei conflitti contemporanei prosegue con Abdulmonam Eassa, vincitore della categoria SHORT STORY con “Sudan War, a Nation Trapped”, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023 che ha intrappolato la popolazione in una spirale di inaudita violenza.

La sezione STUDENT vede invece l’affermazione di Mashruk Ahmed con “Broken Promises: July of Memory”, un lavoro incentrato sulle conseguenze dell’insurrezione studentesca del luglio 2024 in Bangladesh e sulla lotta per la giustizia dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime.

“Boy with kippah”, con cui Gianluca Panella ha vinto la categoria SINGLE SHOT, racconta l’atmosfera carica d’attesa della liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza, in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Infine, le sezioni in collaborazione con The Alexia, partnership siglata quest’anno tra il Festival e la S.I. Newhouse School Of Public Communications di Syracuse,  arricchiscono il palmarès con due sguardi di profonda riflessione territoriale.

Per la sezione SPOTLIGHTCarlos Folgoso Sueiro firma “Alén do Lago (Beyond The Lake)”, un’epopea contemporanea che intreccia la storia personale del fotografo con il declino della Galizia, sua terra natale, segnata da incendi, siccità, abbandono e collasso ambientale.

Per la categoria STUDENTJubair Ahmed Arnob esplora con un linguaggio visivo surreale l’impatto dell’inarrestabile urbanizzazione a Dhaka, in Bangladesh, documentando in “The Place Where I Used to Play…” la perdita di memoria e di senso di appartenenza delle comunità fragili.

Pilastro fondamentale di questa diciassettesima edizione è lo spazio dedicato alle organizzazioni non governative attraverso l’Open Call Nonprofit World 2026, una sezione speciale che mette in luce il potere della fotografia come strumento di supporto e denuncia per le ONG globali.

Il percorso espositivo si arricchisce così di sei straordinari progetti documentari: si parte da “Out for Blood”, in cui Ginevra Bonina documenta per Pinkishe Foundation la povertà mestruale in India come violazione dei diritti umani e stigma sociale tra le comunità indù, musulmane e adivasi.

La collaborazione con l’UNHCR porta in mostra “Nothing But Courage” di Antoine Tardy, un reportage sul riscatto sociale e l’accesso all’istruzione superiore per i rifugiati in contesti complessi.

L’inclusione è anche al centro di “Like a Fairy Tale” di Stefania Carraturo per Abracadown ODV, che racconta il dietro le quinte di un musical interpretato da giovani con la sindrome di Down per scardinare i pregiudizi attraverso l’arte.

Dalle sfide sociali si passa agli scenari di guerra con “Classroom Below Ground” di Antti Yrjönen per Finn Church Aid, che testimonia la tenacia della scuola in Ucraina, costretta a trasferirsi nei rifugi antiaerei.

Il legame tra comunità e tutela del territorio è invece descritto da Andrea Zanenga in “The Second First Flight” per la SPEA, incentrato sulla mobilitazione degli abitanti dell’isola di Corvo nelle Azzorre per salvare i giovani uccelli disorientati dall’inquinamento luminoso.

Infine, lo sguardo si sposta sulle emergenze del Mediterraneo con “ACQUAINTANCE – Search and Rescue in the Mediterranean Sea” di Max Cavallari per SOS Humanity, un reportage immersivo sulle delicate operazioni di salvataggio in mare aperto e sul loro profondo impatto emotivo.

Tutte le mostre dei vincitori saranno visitabili durante i fine settimana del festival, offrendo al pubblico un’occasione unica di riflessione e approfondimento.

dal 26 settembre al 25 ottobre 2026 – Lodi – Sedi Varie

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FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong

Fan Ho, Coolies and Hawkers, 1958
© Fan Ho Estate, Blue Lotus Gallery | Fan Ho, Coolies and Hawkers, 1958

Palazzo Falletti di Barolo di Torino ospita, dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong, antologica inedita in Italia dedicata al maestro cinese della street photography.
Prodotta e organizzata da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery (Hong Kong), l’esposizione, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, si compone di cento fotografie, perlopiù in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931–2016), autore che attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.

Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie. “Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava l’autore, dichiarando la sua predilezione per una fotografia dove la resa artistica è sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala.
Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono tra le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentare gli anni tumultuosi di una città in transizione.

Sotto l’aspetto formale, i lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. Immerso nel contesto urbano, l’artista non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte. Parallelamente, dal punto di vista tecnico, Fan Ho sfruttava sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, così da accentuare l’atmosfera fumosa delle strade e far emergere misteriose sagome bianche o silhouette scure dalla penombra.

Il fotografo operava sul doppio binario della “composizione di prima mano”, da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura. Il fotoritocco, e in particolare il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho considerava vitali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui, o per manipolarne i toni e conferire alle scene un’aria di mistero. La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura.

Scatti come Pattern e A Play of Light and Shadow, per esempio, mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diviene pretesto per una pura costruzione formale. In Different Directions, la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in Controversy la tonalità scura riduce le persone a sagome, accentuando il rigore geometrico dei binari e della composizione. In mostra, tra le altre opere, anche due delle fotografie più note di Fan Ho, Approaching Shadow e Street Scene, sintesi della sua ricerca formale ed estetica e capaci di cristallizzare l’universalità dell’esperienza umana nella cornice di una Hong Kong senza tempo.

Dal 11 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

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COLORNO PHOTO LIFE 2026: L’INFINITO VIAGGIARE, GEOGRAFIE DELL’ALTERITA’

Dal 25 al 27 settembre il weekend inaugurale con workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF) e una nuova edizione di Read Zine con il Premio Leica. I 15 progetti fotografici dedicati al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità” inaugureranno negli spazi dell’Aranciaia e della Reggia di Colorno, proseguendo fino all’8 novembre Colorno (PR).

Torna il ColornoPhotoLife, festival di fotografia e cultura visiva che raggiunge la sua diciassettesima edizione con il programma espositivo più ricco di sempre.

Dal 25 settembre all’8 novembre 2026, gli storici ambienti dell’Aranciaia, anche sede del Museo MUPAC, e gli spazi prestigiosi dell’Appartamento del Principe nella Reggia di Colorno accoglieranno 15 progetti fotografici, firmati da autori affermati ed emergenti, in un percorso curatoriale unitario dedicato al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità”.

Il festival si apre con un weekend intenso, dal 25 al 27 settembre, vero cuore pulsante della manifestazione: oltre alle grandi mostre, sono in calendario workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF), proiezioni audiovisive dell’AV LAB, presentazioni editoriali, la nuova edizione di Read Zine, con il premio nuovo “Premio Leica Akademie Italy”, dedicata alle fanzine fotografiche indipendenti.

Il percorso espositivo in Aranciaia con sette mostre al piano terra e sette al primo piano – sede del Museo MUPAC – per un totale di quattordici esposizioni che fanno dell’Aranciaia il cuore espositivo del festival. Mostra di punta dell’edizione è “Mosaico Europa” di Monika Bulaj, a cura di Ascanio Kurkumelis: 80 immagini di grandi dimensioni che raccontano le complessità dell’Europa contemporanea attraverso i suoi confini, le migrazioni e le minoranze culturali. Fujifilm Italia ha creduto nell’idea producendo la mostra, che si inserisce nel progetto di ricerca “Broken Songlines”, sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Il festival rende omaggio a Folco Quilici con la mostra “Testimone del mondo”, a cura di Roberto Mutti: un tributo al grande documentarista e autore, capace di coniugare rigore scientifico e sensibilità narrativa nel racconto del rapporto tra uomo e natura.

“In questa edizione abbiamo voluto esplorare la fotografia come strumento di indagine antropologica e di contatto profondo. Il tema dell’alterità non è solo geografico, ma strettamente umano, e gli autori in mostra rappresentano l’eccellenza di questo approccio documentario. Accanto alle esposizioni, il weekend di settembre con le letture della Tappa Portfolio Italia, le masterclass, l’editoria indipendente di Read Zine e le sperimentazioni audiovisive dell’AV LAB vuole essere un momento di confronto professionale e crescita per l’intera community fotografica italiana”, sottolinea Gigi Montali, presidente del Gruppo Color’s Light di Colorno e direttore artistico del festival. Completano il piano terra: “Armenia, Alfabeto Umano”, mostra collettiva di Silvia Camporesi, Antonella Monzoni e Gigi Montali, curata da Laura Manione e realizzata con il patrocinio del Console Onorario della Repubblica d’Armenia di Milano, che affronta il viaggio come memoria storica, identità e diaspora; “Hope Amid Destruction” di Italo Rondinella, a cura di Ascanio Kurkumelis, con uno sguardo diretto sulla Siria nei mesi successivi alla caduta del regime; l’antologica “Il viaggio dentro” di Ivano Bolondi e “Crossing in the Road” di Silvano Bicocchi, che cura entrambe le esposizioni; e la collettiva “Winners”, a cura di Angelo Cucchetto, con le opere vincitrici del concorso internazionale Travel Tales Award (TTA).

Al primo piano il percorso si arricchisce con 7 esposizioni focalizzate sui grandi premi e su sguardi curatoriali contemporanei: “TRA-ME” di Luciana Trappolino (vincitrice Premio Musa 2025), “NOWHERE” di Fabio Domenicali (vincitore Portfolio Italia 2025), “NOTTE, GIORNO, SERA… E ANCORA NOTTE” di Daniele Ferrini (vincitore Premio Maria Luigia 2025), “UN PASSO INDIETRO” di Nicola Vinciguerra (vincitore Premio Umane Tracce 2025), le opere vincitrici della sezione “ALTRI VIAGGI” del Travel Tales Award 2026, la collettiva “HOT POT” a cura di Sara Munari e “TEHRAN in 100 scenes” di Hamed Yaghmaeian, a cura di Ascanio Kurkumelis.

Le mostre diffuse e il legame con il territorio, elementi importanti del festival per la loro dimensione legata all’identità del luogo, sono realizzate grazie alla collaborazione con i comuni limitrofi a Colorno, che ospiteranno parte delle esposizioni e delle attività culturali. (Sorbolo, Mezzani e Torrile). Questa rete di enti locali e altre associazioni del territorio consente di ampliare la forza dell’evento, favorendo la valorizzazione dei luoghi, la partecipazione delle comunità e la fruizione culturale su scala sovracomunale. Il pubblico è invitato a spostarsi tra le diverse sedi espositive, vivendo il festival come un percorso culturale integrato nel territorio, in grado di promuovere mobilità, turismo culturale e conoscenza dei contesti locali.

L’edizione 2026 del ColornoPhotoLife si apre anche al linguaggio del cinema del reale, includendo la proiezione di due film documentari italiani premiati a livello nazionale e internazionale, che trattano il tema del viaggio da prospettive diverse. Il film “Il Labirinto” (2026) del regista Alberto Gemmi, ricostruisce la storia del cimitero militare germanico della Futa e dei personaggi che oggi lo rendono un luogo attivo di memoria, di narrazione e di incontro. Un film che è un’indagine sui luoghi, sul tempo, sull’uomo e su ciò che resta della guerra, in un’epoca che continua ad essere piena di conflitti. (proiezione venerdì 2 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC). Il film “I fratelli Segreto” (2025) dei registi Federico Ferrone e Michele Manzolini, racconta invece la storia di tre fratelli che abbandonano l’Italia povera di fine Ottocento e approdati in Brasile avviano una carriera da cineasti, inaugurando così la stagione del cinema brasiliano. Un film sulla nascita del cinema che assomiglia a una fiaba. (proiezione venerdì 9 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC).

Dal 25 settembre all’8 novembre 2026 – Colorno (PR) – sedi varie

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Araki appartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Il visibile e l’invisibile: Jerzy Lewczyński e Henryk Waniek

“Visibile e invisibile” è un incontro tra le fotografie di Jerzy Lewczyński (Tomaszów Lubelski, 1924 – Gliwice, 2014) tratte dalla serie della “fotografia soggettiva” degli anni ’50, una pratica in evidente contrasto con la fotografia del realismo socialista, e i disegni automatici che l’amico Henryk Waniek (Auschwitz, 1942), pittore e scultore con radici surrealiste e metafisiche, realizzò a partire dagli anni ’70.

“Definisco l’archeologia della fotografia un’attività il cui obiettivo è scoprire, esaminare e commentare eventi, fatti e situazioni verificatisi nel cosiddetto passato fotografico” – affermò Lewczyński negli anni ’70. I disegni di Henryk Waniek, invece, sono nati «quasi» automaticamente durante delle conversazioni telefoniche. Waniek era interessato alla magia e all’alchimia e trascorse gran parte della sua vita a raccontare la controversa regione della Slesia, che lottò per l’autonomia culturale contro il predominio delle tradizioni tedesche, polacche e ceche.

Il filo conduttore che unisce i due lavori è un titolo tratto da una poesia di Michał Fostowicz, artista, filosofo dell’arte, poeta e pittore, che visse a Międzygórze, in Slesia, e fu cultore di William Blake.

In mostra ogni disegno incontra una fotografia su pannelli realizzati appositamente, rivelando le connessioni e le costellazioni di due diverse archeologie: quella di Lewczyński, che esplora il cosiddetto passato fotografico, e quella di Henryk Waniek, che in realtà è un’anti-archeologia che penetra nel mondo della fantasia e della magia.

La mostra verrà introdotta da un incontro con Francesco M. Cataluccio e Rafał Lewandowski martedì 8 settembre alle 18.30

La Galleria Asymetria, fondata nel 2007 da Rafał Lewandowski in un appartamento di un vecchio palazzo nel centro di Varsavia, è stata la prima dedicata alla fotografia storica polacca, in particolare degli anni ’50, ’60 e ’70. Il nome è un riferimento alla celebre serie fotografica e al testo di Zbigniew Dłubak, in cui l’artista esprimeva la convinzione che «il mondo è costituito da cose diverse, uniche, ovvero asimmetriche».

Dall’8 settembre al 26 settembre – Micamera – Milano

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Festival Nazionale Voghera Fotografia 2026

In un’epoca dominata da immagini di guerra, conflitti, violenza e paura, c’è ancora spazio per la meraviglia.
Nasce da questa riflessione il tema della settima edizione del Festival Nazionale Voghera Fotografia, promossa dall’Associazione Spazio 53 in collaborazione con il Comune di Voghera e in programma dal 12 al 27 settembre 2026 nelle sale del Castello Visconteo di Voghera.

Universi Paralleli – La bellezza degli altri Mondi” è il titolo scelto per un’edizione che intende proporre al pubblico un viaggio attraverso realtà straordinarie che convivono quotidianamente accanto a noi ma che raramente riusciamo a percepire.
Lontano dalla cronaca dominata dall’ansia e dall’incertezza, il festival invita infatti a riscoprire la Bellezza come elemento fondante dell’esistenza, attraverso il linguaggio universale della fotografia.

Per tre fine settimana consecutivi – 12 e 13, 19 e 20, 26 e 27 settembre
 – Voghera diventerà così un punto di riferimento per appassionati di fotografia, viaggiatori, naturalisti, studenti e semplici curiosi.
Cuore della manifestazione saranno sette grandi mostre fotografiche che, attraverso circa duecento immagini spettacolari, racconteranno altrettanti “universi paralleli”.

Alberto Ghizzi Panizza
 accompagnerà il pubblico nei “Micromondi“, svelando la sorprendente bellezza nascosta tra insetti, flora, gocce d’acqua e minuscoli dettagli della natura.

Luca Fornaciari
 guiderà invece i visitatori nei “Macromondi” dell’universo, tra nebulose, galassie, aurore boreali e fenomeni astronomici che sfuggono normalmente allo sguardo umano.

Milko Marchetti racconterà i “Mondi Paralleli” della natura e della fauna selvatica, mentre Francesco Turano porterà il pubblico nei “Mondi Sommersi” dei nostri mari.

Davide Camisasca
 presenterà i suoi “Mondi di Ghiaccio“, Marco Cavazza i “Mondi di Pietra” scolpiti dalla forza della natura e Erminio Annunzi accompagnerà i visitatori nei “Mondi sospesi tra cielo e terra“.

La direzione del Festival è affidata, sin dalla prima edizione, ad Arnaldo Calanca, presidente dell’Associazione culturale Spazio 53, mentre la direzione artistica e la curatela delle mostre portano la firma di Michele Dalla Palma, tra i più autorevoli reporter e divulgatori fotografici italiani.

Accanto alle esposizioni il programma proporrà workshopincontri con gli autori, presentazione di libri, demo tecniche, conferenze, attività didattiche, visite guidate presso aziende e luoghi simbolo dell’Oltrepò Pavese appuntamenti dedicati alla storia della fotografia.

Tra le attrazioni più attese tornerà la Camera Obscura ospitata nella torre del Castello Visconteo, l’installazione originale più grande e apprezzata del panorama fotografico italiano, capace di riportare il pubblico alle origini stesse della fotografia.
Con oltre 5.000 visitatori attesi, Voghera Fotografia si conferma uno degli appuntamenti indipendenti più interessanti del panorama fotografico nazionale e un importante strumento di promozione culturale e turistica per l’intero territorio dell’Oltrepò Pavese.

L’inaugurazione ufficiale è prevista per sabato 12 settembre alle ore 11 presso il Castello Visconteo di Voghera.

Dal 12 Settembre 2026 al 27 Settembre 2026 – Voghera | Pavia 

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Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta

Rosalie D’Hérin Seris, Sposi e invitati, Valle d’Aosta, anni 1920. Negativo b/n gelatina-bromuro, su lastra di vetro, 18x13 cm.
© Archivio BREL – Fondo Seris | Rosalie D’Hérin Seris, Sposi e invitati, Valle d’Aosta, anni 1920. Negativo b/n gelatina-bromuro, su lastra di vetro, 18×13 cm.

L’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 24 luglio 2026alle ore 18, sarà inaugurata l’esposizione Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta, allestita presso la Chiesa di San Lorenzo di Aosta, curata da Daria Jorioz e realizzata dalla Struttura Attività culturali, espositive e Politiche identitarie nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique.

Il pubblico è invitato a conoscere la vicenda poco nota di un’autrice che ha documentato la storia della Valle d’Aosta attraverso la ritrattistica fotografica negli anni Venti del Novecento ed è stata la prima donna professionista in questo settore nella nostra regione.

Il percorso espositivo si compone di una pregiata antologia di opere selezionate dalla curatrice tra i settecento fototipi originali negativi in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro che compongono il Fondo Seris, con l’intento di ripercorrere l’importante contributo della fotografa valdostana alla storia della fotografia. Le ventinove immagini presentate in mostra, riprodotte in grande formato, sono state stampate filologicamente da Enrico Peyrot, alcune con procedimento ai sali d’argento, altre con tecnologia digitale. 

La mostra dedicata alla fotografa di Saint-Vincent – dichiara l’Assessore Erik Lavevaz – sottolinea il valore collettivo degli archivi fotografici e multimediali della Valle d’Aosta. Il loro patrimonio, accompagnato dalle preziose energie delle donne e degli uomini che ci lavorano, è un tassello fondamentale della nostra coscienza storica: sono luoghi che conservano la memoria della nostra comunità, che in essi può trovare percorsi in cui riconoscersi e cogliere allo stesso tempo l’evoluzione della nostra comunità”.

Marie Rosalie D’Hérin Seris è una figura atipica nella storia della fotografia in Valle d’Aosta. Nata nel 1871 in un villaggio di Montjovet, in un contesto contadino, nel suo destino sembra non esserci posto per grandi ambizioni. Il primo contatto con la fotografia avviene quando, poco più che ventenne, incontra un fotografo ambulante piemontese specialista in ritratti. La giovane decide di seguirlo per imparare l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e poco più tardi trascorre alcuni mesi a Torino per apprendere e perfezionare la tecnica fotografica e di stampa, facendo poi ritorno in Valle d’Aosta, dove si specializza nel ritratto in studio e in esterno. I suoi clienti sono gli abitanti del luogo e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, agiati borghesi che amano farsi ritrarre in gruppo nell’ambiente termale.

Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, – sottolinea la curatrice Daria Jorioz – può essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano. La sua predilezionedella luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”.

Questa prima esposizione monografica a lei dedicata e il volume che l’accompagna sono un omaggio alla determinazione e alla passione di una donna che ha saputo con le sue sole forze farsi strada sin dai primi anni del Novecento in un settore considerato prevalentemente maschile.

Dal 24 Luglio 2026 al 28 Febbraio 2027 – Chiesa di San Lorenzo – Aosta

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Cristina Mittermeier. La grande saggezza

 Cristina Mittermeier, Qaanaaq, Greenland. 2015
© Cristina Mittermeier | Cristina Mittermeier, Qaanaaq, Greenland. 2015

Dal 14 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, il Castello di Brescia, nello spazio espositivo del Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia, nel Grande Miglio, ospita la mostra di Cristina Mittermeier (Città del Messico, 1966) dal titolo La Grande Saggezza, a cura di Lauren Johnston.

La rassegna, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e National Geographic Society prosegue il percorso intrapreso lo scorso anno, sempre presso il Grande Miglio, con la mostra Elogio della Diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani, a cura di Isabella Saggio e Fabrizio Rufo (25 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026) dedicato alla scoperta della straordinaria varietà della vita sul nostro pianeta e alla complessità degli equilibri che la sostengono.

La retrospettiva La Grande Saggezza, a ingresso gratuito per tutti e per l’intero periodo, vista la rilevanza sociale e morale dei contenuti proposti dalla mostra, presenta oltre 80 scatti che rivelano l’importante lavoro di ricerca della fotografa, biologa marina e attivista messicana che, nel corso degli anni, ha celebrato la bellezza del nostro pianeta, dai paesaggi alla fauna selvatica in continua evoluzione, alle diverse culture e tradizioni delle popolazioni che vivono in simbiosi con la natura.

In un momento storico segnato dall’emergenza climatica e dalla crescente fragilità degli equilibri ambientali, La Grande Saggezza invita il pubblico a riconoscere nella natura un patrimonio di conoscenze costruito in milioni di anni di evoluzione. La “saggezza” evocata dal titolo è quella degli ecosistemi, della loro capacità di adattamento, cooperazione e rigenerazione, ma anche quella delle comunità che ancora oggi vivono in profonda relazione con gli ambienti naturali, custodendone i saperi e rispettandone i ritmi. Attraverso la forza narrativa della fotografia, Cristina Mittermeier conduce i visitatori in un viaggio che attraversa mondi remoti e paesaggi sorprendentemente vicini, mostrando come ogni ambiente, dall’oceano alle foreste, dai ghiacci alle coste, sia parte di un unico sistema interconnesso. Le sue immagini non documentano soltanto la straordinaria bellezza del pianeta, ma restituiscono una riflessione urgente sulla responsabilità collettiva di preservare quella grande saggezza che la natura continua a offrirci e che rappresenta una delle risorse più preziose per affrontare le sfide del nostro tempo.

Il percorso espositivo si articola attorno a tre grandi temi – il mondo sottomarino, il mondo terrestre e i popoli tribali – e traduce in immagini il concetto, elaborato dalla stessa Mittermeier, di enoughness (quanto basta). Questo assunto inviterà il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dell’ecosistema e su cosa significhi davvero avere “abbastanza”. Un’occasione per riflettere sui modelli di vita contemporanei e sulla possibilità di adottare un approccio più sostenibile e consapevole nei confronti della Terra.

Cristina Mittermeier collabora con comunità di tutto il mondo, di cui tramanda tradizioni, rituali e conoscenze, per raccontare la solida relazione che ancora le lega alla natura e la loro comprensione del delicato equilibrio che sostiene l’ecosistema dell’intero pianeta.

Le fotografie di Cristina Mittermeier mettono in luce il profondo sentimento tra esseri umani, comunità e ambiente, evidenziando come ogni elemento sia parte di un sistema interconnesso. L’utilizzo responsabile delle risorse limitate del globo rappresenta una delle questioni centrali per il futuro dell’umanità; in questo contesto, la salute degli oceani riveste un ruolo fondamentale per l’equilibrio climatico, la qualità dell’aria e la sicurezza alimentare. Ogni comunità contribuisce all’ecosistema terrestre e le decisioni assunte nel presente influenzeranno il futuro dell’umanità. Le immagini richiamano, inoltre, il valore delle conoscenze tradizionali e dei saperi tramandati nel tempo, offrendo spunti di riflessione per affrontare le sfide contemporanee e di quelle a venire.

Cristina Mittermeier è co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy, nata nel 2014 dall’unione tra fotografi, registi e scrittori di fama internazionale impegnati da quasi due decenni nella sensibilizzazione per la difesa degli oceani, dalla cui salvaguardia dipende la vita sulla Terra.

Dal 14 Luglio 2026 al 10 Gennaio 2027 – Castello di Brescia

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Teatralità. Architetture per la meraviglia – Patrizia Mussa

Dopo una prima presenza a Bormio in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, Teatralità. Architetture per la meraviglia di Patrizia Mussa si rinnova con un Secondo Atto e torna al Meublé Sertorelli Reit da Luglio a Settembre 2026.
Da alcuni anni Patrizia Mussa compie un personale Grand Tour attraverso l’Italia, esplorando alcuni dei più straordinari teatri e le architetture di palazzi principeschi: luoghi nei quali arte, architettura e musica hanno contribuito a costruire nei secoli una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano. Un patrimonio che l’artista non si limita a documentare, ma interpreta attraverso una visione contemporanea.

Alla fotografia Mussa affianca infatti un paziente intervento manuale di coloritura con pastelli e acquerelli, eseguito direttamente sulla stampa. Il gesto dell’artista attenua la precisione documentaria dell’immagine e introduce una dimensione di memoria, atmosfera e visione: la luce diventa materia, il colore atmosfera, l’architettura si trasforma.
Teatralità. Architetture per la meraviglia è stato presentato in importanti sedi italiane e internazionali, tra cui Palazzo Reale di Milano e l’Hôtel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
La nuova tappa si inserisce a Bormio, la storica “Magnifica Terra”, dove natura, cultura e bellezza convivono da secoli. Ad accogliere il progetto è l’Hotel Meublé Sertorelli Reit, piccolo hotel di charme nel centro storico che, fin dalla sua apertura, ha intuito quanto l’incontro tra arte e ospitalità potesse arricchire l’esperienza dell’accoglienza, scegliendo
di dedicare i propri spazi a un programma di mostre fotografiche e progetti di arte contemporanea ideati e curati da Paola Sosio Contemporary Art Milan.

da Luglio a Settembre 2026 – Hotel Meublé Sertorelli Reit – Bormio (SO)

Claudio Barontini. Uno sguardo

Claudio Barontini, Patti Smith
© Claudio Barontini | Claudio Barontini, Patti Smith

“Claudio Barontini, Uno sguardo” è la mostra fotografica che si svolgerà da sabato 29 Agosto a sabato 26 Settembre 2026 a Lucca, nella sede del Palazzo delle Esposizioni

La mostra, realizzata dalla Fondazione Banca del Monte Lucca e dalla Fondazione Lucca Sviluppo, presenta una selezione di fotografie in bianco e nero di Claudio Barontini, autore che nel corso della sua carriera ha ritratto alcune tra le personalità più celebri del panorama internazionale della cultura, del cinema, della moda e dello spettacolo.
In mostra entreranno dunque una selezione di ritratti storici che hanno contribuito a definire l’identità autoriale del fotografo: immagini caratterizzate da intensità, costruzione formale e capacità di restituire la personalità del soggetto attraverso un rigoroso bianco e nero. 

Tra i soggetti ritratti figureranno, per esempio, Patti Smith, Vivien Westwood, Franco Zeffirelli, Re Carlo III, Susan Sarandon, Vittorio Gassman, Sylvester Stallone, Lina Wertmuller, Lindsay Kemp…E molti altri.
In un mix tra fotografie inedite ed altre già pubblicate all’interno di progetti editoriali, saranno proposte anche una serie di “impressioni” che l’autore ha scattato con uno spirito da flâneur viaggiando tra Liverpool e New York, la Costa Azzurra e le bellezze della penisola italiana…

Non mancherà, in particolare, un omaggio al territorio lucchese. Oltre a un nucleo di ritratti ad artisti e personaggi realizzati nel corso degli anni nella provincia lucchese – come quello a Mario Monicelli, a Nicole Kidman, a Fernando Botero, a Pietro Cascella, a Gabriella Ferri e molti altri – per la prima volta saranno presentate alcune foto del ciclo flâneur scattate tra Viareggio, Pietrasanta, Torre del Lago, il centro storico di Lucca…: un territorio entro il quale il fotografo si muove come osservatore attento, registrando frammenti di realtà con il suo sguardo inconfondibile.

A fare da filo rosso nel percorso espositivo è, del resto, proprio la cifra stilistica riconoscibile e coerente di Claudio Barontini, il cui sguardo attento ai dettagli e allo scavo psicologico è volto a creare un dialogo intimo e sempre nuovo tra fotografo, soggetto ritratto e spettatore. Uno sguardo capace di misurarsi con la celebrità internazionale e con la dimensione autentica del territorio. 

Nelle sale dell’esposizione sarà proiettato il documentario artistico Kemp-Barontini: Drawings and Pictures(2020), diretto da Cristiana Cerrini e prodotto da Lucia Manganaro Morelli. 

Dal 29 Agosto 2026 al 26 Settembre 2026 – Palazzo delle Esposizioni – Lucca

Mostre di fotografia consigliate per settembre

Bellissime mostre ed interessanti festival di fotografia ci aspettano a settembre, non perdeteveli!

Anna

MAN RAY – Forme di luce

Larmes 1932 © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2024, image: Telimage, Paris

Man Ray è senza dubbio uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo. Fu uno dei primi a utilizzare la fotografia come un vero e proprio medium creativo, realizzando opere emblematiche che sono entrate a far parte della storia dell’arte del Novecento. 

La retrospettiva in programma da settembre 2025 a Palazzo Reale permetterà al pubblico di ripercorrere le tappe biografiche e della carriera di Man Ray. Grazie a un importante nucleo di materiali originali (stampe vintage, negativi, collage, documenti) è possibile documentare la storia di Man Ray dalla nascita (1890, Philadelphia), agli ambienti newyorkesi dove scopre le avanguardie europee e stringe amicizia con Marcel Duchamp, fino all’approdo parigino del 1921. 

A Parigi viene accolto dai poeti André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e incontra poi la cantante e modella Kiki de Montparnasse, sua amata e musa, creando fotografie immortali come Noire et blanche o Le Violon d’Ingres. In seguito, si dedicherà al mondo della moda e alla realizzazione delle famose “rayografie” e “solarizzazioni”. Rientrato negli Stati Uniti nel 1940, torna a Parigi nel 1951, dove rimane fino alla morte nel 1976. 

Attraverso un percorso tematico (gli autoritratti, le muse, i nudi, le rayografie e solarizzazioni, la moda), questa mostra propone la riscoperta di un artista unico nel suo genere e un geniale pioniere. 

24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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BRUNO BARBEY. Gli Italiani

Bruno Barbey, Palermo, 1963
© Bruno Barbey / Magnum Photos | Bruno Barbey, Palermo, 1963

La fotografia è sempre più al centro del calendario espositivo di Palazzo Falletti di Barolo di Torino, che dal 12 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 presenta la mostra BRUNO BARBEY. Gli Italiani. Prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, l’esposizione nasce da una selezione fatta dallo stesso Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) e si compone di un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1962 e il 1966.
 
In particolare, il nucleo di scatti ricalca il reportage dedicato all’Italia e agli italiani che l’autore negli anni sessanta aveva presentato all’editore francese Robert Delpire, il quale avrebbe voluto pubblicarlo come terzo volume dell’Encyclopédie essentielle, collana di libri che accostavano testo e immagini e che già comprendeva Les Américains di Robert Frank (1958) e Les Allemands di René Burri (1962).
 
Nonostante le circostanze dell’epoca ne impedirono la realizzazione, il portfolio dedicato alla Penisola – immortalata da piazza del Duomo a Milano ai vicoli di Napoli, dalla scalinata di Piazza di Spagna a Roma al centro di Palermo – convinse Magnum Photos, nel 1964, a invitarlo a collaborare con l’agenzia. Eppure, Barbey dovette aspettare il 2002 per vedere realizzato il proprio progetto (Editions de La Martinière). Solo nel 2022 la casa editrice Contrasto pubblicò il lavoro, postumo, nel volume Gli Italiani, definendo il modello che oggi viene assunto come spartito per riprodurre la selezione in mostra.
 
A integrare il percorso espositivo è presente un video di 10 minuti girato da Caroline Thiénot-Barbey, moglie dell’artista, che ripercorre genesi e sviluppo del reportage, insieme a una serie di citazioni di figure di spicco dello spettacolo e della cultura, che aiutano a contestualizzare gli scatti nell’ambito sociale e artistico degli anni sessanta.
 
Un’epoca in cui, studente di fotografia in Svizzera, Barbey esplorò con il suo maggiolino l’Italia in tutta la sua estensione, per lui ricca di fascino esotico nonostante la vicinanza, piena di luce ed energia, registrando con la sua macchina fotografica una realtà in pieno cambiamento, ancora fiaccata dalla guerra ma già rinvigorita da nuove speranze, evidenziando analogie e differenze tra una regione e l’altra, con il Nord lanciato verso il sogno metropolitano e il Sud che faticava nella ricostruzione.
 
Barbey ha fotografato così tutti gli strati della società: l’Italia delle cerimonie religiose e delle feste di paese, del boom economico e delle tradizioni antiche, degli operai e dei contadini, dei proletari e dei borghesi, dei nuovi ricchi e soprattutto degli umili, che con la loro fierezza si facevano interpreti della più profonda identità italiana. A tratti, gli scatti di Barbey sembrano raccogliere i personaggi di una moderna Commedia dell’arte, popolata da mendicanti, preti, suore, carabinieri, contadini, famiglie, figure archetipiche che negli stessi anni davano sostanza e popolarità ai film di Pasolini, Visconti e Fellini.
 
Barbey non è stato solo un fotografo. È stato anche un radiologo – scrive Giosuè Calaciura nel testo che introduce il volume Gli Italiani, edito da Contrasto (2022) – In queste foto, con uno sguardo profondissimo, è riuscito a cogliere le permanenze di un’antropologia complicata, ancestrale. Quello che non cambia o che muta solo nei tempi lentissimi delle Ere. È il rapporto intimo con la propria antichità”.
 
Nella visione in bianco e nero dell’autore ritroviamo e riscopriamo così il nostro recente passato, quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, la memoria di un’epoca che la guerra aveva privato delle sue certezze e che guardava al futuro con l’urgenza di ricreare prima di tutto una vita e una rete sociale, i legami e le storie che più d’ogni altra cosa tengono unito un popolo.
 
La mostra, prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, è realizzata con il patrocinio di Torino Metropoli e con il supporto di freecards e Contrasto; Media partner Sky Arte.

Dal 12 Settembre 2025 al 11 Gennaio 2026 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

PhEST 2025 – THIS IS US – A Capsule to Space

©Martin Parr, Magnum Photos

È con gran voce che si acclama la X edizione del PhEST di Monopoli! Sede ormai storica, che ospiterà oltre 30 mostre di uno dei festival internazionali di fotografia e arte più rinomati d’Italia in uno scenario suggestivo, e che fino al 16 novembre si trasformerà in un palcoscenico di cultura e creatività. Mostra madrina di quest’anno la celebre Pleased to Meet You di Martin Parr. Inoltre, in anteprima assoluta sarà presente la mostra fotografica Jitter Period del visionario regista Yorgos Lanthimos (The LobsterThe FavouritePoor Things).

Ritroviamo alla direzione artistica Giovanni Troilo, con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, a quella dell’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara e la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon.

Un decimo anniversario che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Il PhEST 2025 prende il titolo di THIS IS US – A Capsule to Space, coniugando celebrazione del passato e visioni future in uno spazio ancor più esteso.

Come anticipato, ad aprire le danze e caratterizzare i dieci anni di festival la serie Pleased to Meet You di Martin Parr. Autore di cui abbiamo parlato a più riprese, tra i più pop e iconici dei nostri anni, che dà voce nei suoi scatti vibranti alle idiosincrasie della società moderna. Donne e uomini imbruttiti dal consumismo, immortalati tra i loro vizi e sprechi non certo senza una lacerante ironia.

In mostra anche nomi meno noti, ma che segnano l’importanza nazionale e non che la fotografia riveste. Si ammirano così gli scatti di Sam Youkilis di Under the SunAlexey Titarenko con City of Shadows e Pietro Terzini con Just One More Glass, Amore Mio.

Seguono le serie Rhi-Entry di Rhiannon AdamBangers di Arianna Arcara, ospite della Residenza 2025, e See Naples and Die 2014-2022 di Sam Gregg.

In collaborazione con Photoworks & IIC London, PhEST porta a Monopoli anche la serie The Silent Sun, Brighton di Piero Percoco, ospite a giugno 2025 della Residenza speciale a Brighton. Inoltre, il festival espone gli scatti di Dylan Hausthor in What The Rain Might Bring, un progetto interdisciplinare che esplora le complessità della narrazione, della fede, del folklore e dell’intrinseca stranezza del mondo naturale. L’italiano Lorenzo Poli presenterà invece la serie in corso The Geoglyphs of our Time, dove protagonista è la terra e le mutazioni antropocentriche che ne hanno trasfigurato il volto.

Un’edizione che spazia in lungo e in largo nel vasto panorama fotografico, accostando il surrealismo di Philip Toledano alla vena provocatoria di Gregg Segal, autore di 7 Days of Garbage. Infine, nelle antiche stalle annesse alla Casa Santa, l’artista José Angelino presenta il progetto site-specific Waiting for the Sun. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi. Una serie di installazioni scultoree e video che raccontano l’esperienza quotidiana sul pianeta terra.

Dal 9 Agosto AL 16 Novembre 2025 – Monopoli – Sedi Varie

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Città Aperta 2025 – Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Diana Bagnoli

La città è un corpo che si muove, respira e si trasforma. Roma, Urbs per eccellenza, ne è un esempio perfetto: osservarla vuol dire verificare quali possano essere, in una città da sempre ritratta, fotografata, rappresentata ed evocata, i confini reali e immaginari del suo spazio in continuo cambiamento. L’anno del Giubileo rappresenta quindi una sfida straordinaria: la possibilità di registrare come Roma riesca a trasformarsi rinnovando la sua tradizione, il suo spirito di accoglienza, la sua necessità di innovazione e di apertura.

Le immagini di Alex Majoli sono dedicate in modo specifico alla “scena drammaturgica” del Giubileo; i volti dei fedeli sono catturati dallo sguardo di Paolo Pellegrin che realizza anche un personale “viaggio dentro Roma”, mentre Diana Bagnoli propone le sue visioni a colori di un misticismo diffuso, mobile, itinerante, in sintonia con lo spirito del Giubileo.

L’attenzione alla realtà vista con sguardo intenso e nuovo, la possibilità di trasfigurare le azioni e i gesti in scene dal forte valore simbolico, l’empatia che contraddistingue il loro lavoro concorrono a offrire un’interpretazione visiva contemporanea, originale e profondamente evocativa del Giubileo a Roma.

dal 26 giugno al 28 settembre 2025 – Sala Zanardelli del Vittoriano – Roma

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Texas Trigger – Luca Santese e Marco P. Valli

The Texas Trigger exhibition, mirroring the recently published eponymous book, retraces the timeline of Santese and Valli’s journey across Texas at the height of the U.S. presidential election campaign, which culminated in Donald Trump’s victory. Over the course of just over a month, they drove approximately 5,000 miles, documenting a wide range of environments that are shaping American society today: immigration policy, the proliferation of firearms, political and cultural tensions, and the ongoing clash between conservative ideals and progressive movements. 
The photographic sequence, almost unchanged from the volume, is arranged in 33 modular frames that reflect the same dimensions and meanings of the triggers in the work. With 71 c-print photographs, the Texas Trigger exhibition also seeks to emphasize the material presence of the images and the narrative tension running through them. The authors will be present at the opening to introduce the project and guide you through the exhibition.

From 4 to 28 September 2025 – Palazzo Grillo, Genova

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SARA MUNARI: LAPILLI

3 – 7 Settembre 2025 – SONOGNO – VERZASCA FOTO FESTIVAL

LAPILLI: Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.

Il mio lavoro esplora il connubio tra l’imponente potenza dei vulcani e l’umanità, tentando di raccontare il modo in cui queste maestose formazioni naturali hanno influenzato le credenze, le leggende e le pratiche religiose e come invece, nel rapporto reale, la vicinanza con questi monti condizioni e cambi “il vivere” effettivo. Gli spettatori saranno invitati a esplorare come le eruzioni vulcaniche siano state interpretate come segni divini o punizioni, e come abbiano influenzato la vita e la cultura delle popolazioni circostanti nel corso dei secoli.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

Lavoro completo 40 opere tra foto e tele

Durante il festival, offriamo una serie di mostre all’aperto e all’interno, presentazioni e incontri tra artisti e comunità locale, visite guidate, letture portfolio, proiezioni di progetti e musica dal vivo.
La nostra curatela si concentra su diversi temi accomunati da un profondo interesse per l’umanità, con i suoi sentimenti, le sue posizioni e il suo rapporto con l’ambiente circostante. Le nostre esposizioni esplorano realtà e narrazioni regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla diversità, all’inclusività e alla conservazione.

https://www.verzascafoto.com/it/inizio

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

Torna a Savignano sul Rubicone, per tre weekend consecutivi, uno degli appuntamenti più longevi e significativi nel panorama della fotografia italiana: SI FEST, giunto quest’anno alla sua 34ª edizione.
Il Festival, in programma dal 12 al 28 settembre 2025, è un progetto dell’associazione Savignano Immagini, promosso dal Comune di Savignano sul Rubicone, con la direzione artistica affidata a un comitato scientifico composto da Manila Camarini, Francesca Fabiani, Jana Liskova e Mario Beltrambini.

GEOGRAFIE VISIVE – Il tema 2025
In un’epoca segnata da fratture ambientali, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e identità in trasformazione, Geografie Visive nasce come invito a ripensare il modo in cui abitiamo il mondo non solo nello spazio fisico, ma anche nei luoghi della memoria, della percezione, dell’immaginazione.

Il tema scelto per il 2025 si propone di mappare i territori visibili e invisibili dell’esperienza contemporanea, attraverso linguaggi fotografici che esplorano il paesaggio naturale, urbano e interiore. La fotografia diventa così uno strumento per decifrare ciò che muta, per riconoscere ciò che persiste, per dare forma a ciò che ancora non ha un nome.

Attraverso Geografie Visive, SI FEST continua il suo lavoro di indagine culturale sul presente, raccogliendo e intrecciando sguardi provenienti da luoghi, storie e sensibilità diverse, in un momento storico che richiede ascolto, complessità e immaginazione.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra uomo e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto Geografie Visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro.” — Comitato artistico del SI FEST

Alcuni nomi già confermati ci parlano della direzione intrapresa: Hashem Shakeri, autore iraniano tra i più lucidi interpreti delle fratture contemporanee, porta un lavoro potente sull’Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani. Le sue immagini raccontano un mondo precipitato nel buio: donne private del diritto all’istruzione, minoranze perseguitate, esistenze invisibili. Ma nella scelta poetica della composizione e nell’empatia dello sguardo, Shakeri ci restituisce la dignità della resistenza. Ogni immagine è una soglia sospesa tra silenzio e grido, testimonianza e speranza. Una narrazione tanto dura quanto necessaria, che rifiuta il sensazionalismo e cerca invece la complessità. A cura di Manila Camarini. 

A raccogliere la sfida dell’attualità è anche Skagit Valley di Michael Christopher Brown, autore già noto per il suo lavoro realizzato con lo smartphone durante la rivoluzione libica. Il progetto riflette sul futuro dell’agricoltura e della vita rurale nella Skagit Valley, stato di Washington, attraverso immagini generate interamente da intelligenza artificiale. In un paesaggio post-apocalittico, distorto e visionario, l’AI diventa strumento per indagare ciò che resta – o potrebbe restare – della relazione tra uomo e natura. Un lavoro che spinge la fotografia documentaria oltre i suoi confini tradizionali, interrogando il ruolo dell’immagine nell’evocare scenari possibili e nel rappresentare un reale ancora inesistente. A cura di Manila Camarini.

Dalla finzione visionaria al rigore assoluto della testimonianza: Where the World is Melting del fotografo islandese Ragnar Axelsson – da oltre quarant’anni testimone delle comunità artiche – ci conduce nei ghiacci dell’Artico, tra Groenlandia, Siberia e Islanda. Le sue immagini in bianco e nero non sono semplici reportage, ma elegie visive su un mondo che si sta sciogliendo: quello delle comunità artiche, dei loro animali, delle loro tradizioni, dei loro paesaggi. In ogni fotografia si percepisce l’urgenza di uno sguardo che resiste al tempo, e che chiede di essere ascoltato prima che sia troppo tardi.

Se in Axelsson la resistenza è geoclimatica, in Spandita Malik diventa invece gesto politico e corporeo. L’artista indiana, basata a New York, intreccia fotografia e artigianato in una pratica corale e femminista che restituisce voce a donne sopravvissute alla violenza domestica. In Jāḷī—Meshes of Resistance, Malik stampa i loro ritratti su khadi, tessuto legato alla resistenza gandhiana, e le invita a ricamarli. Ogni opera è unica, costruita a quattro mani, in un dialogo profondo tra soggetto e fotografa. È così che l’immagine si trasforma in spazio di autodeterminazione: la donna non è più oggetto del racconto, ma autrice della propria rappresentazione. Una delle mostre più intime e radicali dell’intero Festival.

Dalla resistenza politica e corporea di Malik si passa allo sguardo che custodisce e preserva il fragile nell’opera di Evgenia Arbugaeva. L’artista russa racconta la Siberia artica con uno stile sospeso tra il reportage e la fiaba. I suoi scatti – colorati, onirici, pervasi di silenzio – trasportano lo spettatore in un altrove incantato, dove la realtà sembra sciogliersi nella luce. In un tempo accelerato e caotico, Arbugaeva ci invita a rallentare, ad ascoltare i ritmi lenti della natura, a riconoscere la bellezza fragile dell’invisibile. È forse questa una delle geografie più sottili e preziose: quella che sfugge, quella che resta negli occhi quando la luce si spegne. A cura di Manila Camarini. 

Un invito al silenzio e all’ascolto che ritroviamo anche in Doppia Uso Singola, il progetto di Lorenzo Urciullo – in arte Colapesce – a cura di Patricia Armocida, che porta per la prima volta in un festival di fotografia il suo universo visivo. Cantautore tra i più originali e apprezzati della scena musicale italiana, autore di graphic novel, spettacoli teatrali e colonne sonore, Colapesce firma con Doppia Uso Singola un lavoro fotografico intimo e stratificato, nato da oltre dieci anni di scatti raccolti durante viaggi, tournée, ritorni a casa. Camere d’albergo vuote, oggetti dimenticati, interni familiari: in queste immagini si riflettono la solitudine, il transito, la costruzione dell’identità in un tempo incerto e nomade. Nessuna figura è presente, eppure ogni spazio è carico di tracce umane, di tensione affettiva, di storie invisibili. Tra malinconia e pudore, queste immagini raccontano la solitudine come condizione esistenziale, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita in transito di chi è sempre altrove. 

Accanto ai progetti già citati, il percorso espositivo comprende una selezione di mostre che approfondiscono temi chiave del presente. La tedesca Barbara Diener esplora il desiderio di appartenenza e la spiritualità nelle comunità rurali tra Europa e Stati Uniti. L’iraniano Khashayar Javanmardi documenta l’agonia ecologica del Mar Caspio, lago senza sbocco minacciato dall’inazione politica. L’italiana Roselena Ramistella, attraverso un viaggio a dorso di mulo nei sentieri montani della Sicilia, restituisce un ritratto autentico della vita rurale contemporanea. Il franco-palestinese Taysir Batniji indaga il senso di perdita e l’esilio attraverso le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza. La mostra collettiva “Oltre la soglia”, in occasione degli 80 anni della cooperativa Cocif, intreccia archivi e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Completano il programma i lavori premiati di Federico Estol (Uruguay), Aleks Ucaj (Albania/Italia) e Fabio Domenicali (Italia), il racconto corale dell’alluvione in Romagna, i laboratori con le scuole, e due importanti omaggi a Marco Pesaresi: uno dedicato al legame con la città di Bellaria Igea Marina, mentre l’altro – che si svolgerà a Rimini – è ispirato al libro Rimini di Pier Vittorio Tondelli ed è concepito come un dialogo tra il suo testo e le fotografie di Marco.

Dal 12 Settembre 2025 al 28 Settembre 2025 – Savignano sul Rubicone (FC)

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Ragusa Foto Festival 2025

Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater
© Cristina Vatielli | Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater

Un intero quartiere che si trasforma in una galleria d’arte contemporanea nel cuore del barocco ibleo, nel Val di Noto. Ragusa Ibla, tra i borghi più suggestivi d’Italia, assume il ruolo di una destinazione culturale dove la bellezza della Sicilia dialoga con la fotografia contemporanea internazionale. È questo lo scenario del Ragusa Foto Festival, prima rassegna siciliana di respiro internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani artisti. In questi anni il Festival, ideato e diretto da Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale, ha saputo unire la ricerca artistica all’attenzione per il territorio, trasformando Ibla, quartiere più antico della città, in una vera e propria piattaforma espositiva diffusa tra i magnifici palazzi iconici – Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, Auditorium San Vincenzo Ferreri – e i luoghi della vita quotidiana, come il Giardino Ibleo, cuore verde e quartier generale del Festival.

Patrocinata dalla Commissione Italiana UNESCO
, la tredicesima edizione, “Oltre l’apparenza”, sotto la direzione artistica di Massimo Siragusa, fotografo e docente di fotografia, in programma dal 28 agosto al 28 settembre, apre con quattro giornate inaugurali – dal 28 al 31 agosto – e un programma ricco di appuntamenti. Talk, letture portfolio, premi, workshop, seminari, proiezioni, visite guidate e presentazioni di libri, animeranno il lungo weekend insieme ad autori, critici, fotografi, curatori e professionisti del settore, provenienti da tutta Europa, per incontrare tanti giovani e appassionati di fotografia.
Grazie alla capacità della fotografia di rendere visibile ciò che spesso diamo per scontato, Jessica BackhausStefano De LuigiCharles FrégerMaria LaxMaud RallièreAlessia RolloJohannes Seyerlein e Cristina Vatielli sono gli artisti in mostra che ci offriranno la loro visione sul tema di quest’anno. Insieme al progetto dedicato al territorio di Francesca Todde, giovane artista di respiro internazionale, in Residenza a Ragusa grazie al sostegno di Fondazione “Cesare e Doris Zipelli” della Banca Agricola Popolare di Sicilia.

Tra i progetti esposti, il corto “Compagni di Viaggio”, diretto da Sara De Martino e prodotto da Fondazione Con il Sud; grazie alla collaborazione con lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design), un lavoro interdisciplinare sul tema di quest’anno, realizzato dagli studenti del II° anno, per offrire una concreta opportunità di crescita professionale e creativa. In mostra la vincitrice del premio Miglior Portfolio 2024, Flora Mariniello, e il progetto in menzione di Antonello Ferrara.

Inoltre, quest’anno saranno in mostra i progetti selezionati con due call internazionali che hanno raggiunto un risultato sorprendente, che attesta l’attenzione e la partecipazione diffusa in tutto il mondo ed evidenzia la voglia di esporre al Ragusa Foto Festival. Andrew RovenkoDanae PanagiotidiMelisa OechsleO’Shaughnessy Francis e Cataldo – De Marzo sono i fotografi selezionati tra 250 candidature per la call dedicata alla fotografia analogica, realizzata insieme al collettivo Analog Milano. Risultato importante anche per la call dedicata al Circuito OFF del Festival, curata da Alfredo Corrao e da Emanuela Alfanocon la collaborazione del Circolo Fotografico ASA 25 di Vittoria (Rg), con 148 candidature e un totale di 625 immagini inviateda tutto il mondo, segno tangibile di un dialogo costante tra visioni locali e sguardi globali. Circa 40 gli autori selezionati che saranno esposti sia on line, in un’apposita sezione del sito del Festival, sia presso le diverse realtà che hanno aderito al progetto del Circuito Off.

Tra gli appuntamenti imperdibili delle giornate inaugurali, la presentazione della riedizione del libro “Viaggio in Italia”diLuigi Ghirri, in collaborazione con il MUFOCO, Museo della Fotografia Contemporanea, presentata dal curatore Matteo Balduzzi e da Carmelo Arezzo, presidente della Fondazione Cesare e Doris Zipelli di Baps, seguita dalla proiezione del film “Viaggio in Italia vent’anni dopo”.

Occasione preziosa per aspiranti fotografi e appassionati per confrontarsi con esperti, sono le Letture Portfolio che culminano con l’assegnazione del Premio Miglior Portfolio, un premio in denaro e l’esposizione del progetto vincitore nella prossima edizione del festival. I lettori di quest’anno rappresentano un panorama ricco e autorevole della scena fotografica contemporanea: Benedetta Donato, curatrice e direttrice del Premio Romano Cagnoni Award; Denis Curti, curatore delle Stanze della Fotografia di Venezia; Jessica Backhaus artista e fotografa internazionale; Tiziana Faraoni,photo editor de L’Espresso; Irene Alison, curatrice del “Rifugio Digitale” di Firenze e fotografa; Claudio Corrivetti, fondatore di Postcart Edizioni; Alessia Paladini, curatrice e fondatrice della Alessia Paladini Gallery; Paola Sammartano, inviata del magazine internazionale  “L’Oeil de la Photographie”.

Dal 28 Agosto 2025 al 28 Settembre 2025 – Ragusa – Sedi varie

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Grenze Arsenali Fotografici. VII Edizione

Tianyu Wang, Hidng and Seeking
© Tianyu Wang | Tianyu Wang, Hiding and Seeking

Inaugura venerdì19settembre a Verona l’ottava edizione del Festival Grenze-Arsenali Fotografici, il festival Internazionale di Fotografia che coinvolge il quartiere di Veronetta e il Bastione delle Maddalene.
Il concept di quest’anno è “Anfällig”, cagionevolevulnerabilefragile, da un momento all’altro può cadere o ricadere.  Non siamo del tutto guariti ma ritorniamo nel mondo con una nuova delicatezza.
Il concept di Grenze 2025 – pensato dalla direzione artistica di Francesca Marra e Simone Azzoni – propone di esplorare la debolezza insita nelle cose, nelle persone e nelle situazioni quotidiane. Interpretare come la fragilità si manifesti, sfumando il confine tra la vita e la sua instabilità.
“Cagionevole”, dal latino causionabilis, “che può essere causato”. Siamo indeboliti dalle incertezze, influenzati, e influenzabili dal dubbio. Precari, con l’equilibrio sempre in bilico. Difficile affrontare le sfide con stabilità e forza, fermezza. Nell’apparente sicurezza, siamo minacciati e non possiamo resistere.
“Cagionevole” diventa così l’esposizione nuda alla bellezza nella debolezza, senza nascondere la sofferenza o l’incertezza che essa comporta. La fotografia diventa uno strumento per trasformare la fragilità in parte essenziale e inevitabile della nostra umanità.
Il Festival è organizzato in collaborazione con Assessorato ai Rapporti UNESCO e l’Assessorato alla Cultura – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri del Comune di Verona.
Ad affiancare la direzione artistica ci sarà la curatela di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese. Colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei negozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. “Un maestro nel trovare vecchi album di famiglia, mostrandoceli sotto un nuovo volto, nella loro mondana bellezza e stranezza. È interessato dalle storie contenute nelle fotografie, piuttosto che dalle fotografie in sé”.
MAIN PROJECT Progetto d’eccezione all’ottava edizione del festival sarà Vida Detenida di Pedro Almodóvar. La mostra in esclusiva assoluta per l’Italia, raccoglie Still Life di oggetti quotidiani tolti dallo splendore del Pop cinematografico del regista spagnolo e abbandonati ad un riposo, ad una quiete domestica che ne rivela la malinconica e solitaria natura.
Le opere sono gentilmente prestate da Opera Gallery di Madrid. Abbinato alla mostra, curata da Simone Azzoni, il catalogo di LazyDogPress.
La mostra sarà allestita nello spazio de Il Meccanico di Via San Vitale 2b.
MAIN SECTION ➔    Bastione delle Maddalene – Vicolo Madonnina 12
Quattro i progetti esposti al Bastione selezionati dalla call:
◆     Nuno Alexandre Serrão con IcebergsUnderstanding the world by travelling inward:
un progetto intimista, sulla solitudine, sui mondi chiusi al di là dei silenzi, a cura di Simone Azzoni.

◆     FrédériqueDimarco con EIDOLONS: è una riflessione sul risvegliare gli occhi alla vulnerabilità del mondo in cui viviamo e a catturare, anche solo per un istante, la connessione con gli elementi e con il vivente. In relazione ai disturbi visivi, la fotografa sviluppa una tensione tra apparizione e scomparsa. A cura di Francesca Marra.
◆     Tianyu Wang con Hiding and Seeking che utilizza la performance art come processo creativo e le immagini come mezzo per far riflettere sulla violenza. A cura di Erik Kessel.
◆     Florine Thiebaud con COMING BACK, in cui l’artista dà voce ad un tremendo tumulto interiore. A cura di Erik Kessel.
➔    Prosegue invece la collaborazione e la rete con altre realtà Internazionali che si occupano di fotografia con i progetti
◆     Katarina Marković con InPassing – in collaborazione con Belgrade Photo Month e Sarajevo Photography Festival.
◆     Emanuela Cherchi con Tumbarino, selezionato dal Premio MUSA.
➔    – Il Meccanico, Via San Vitale 2B
◆     Alfio Tommasini con Via Lactea. L’autore ha visitato per lo più piccoli agricoltori e allevatori di bovini nelle Alpi e nelle Prealpi, nonché i grandi laboratori di latte e di inseminazione in Svizzera. Via Lactea presenta paesaggi che si estendono attraverso cinque inverni, oltre a dettagliati e al tempo stesso intimi e pittorici, ritratti di contadini e animali da fattoria. Tommasini intraprende uno studio visivo del rapporto tra uomo, animali e topografia nel contesto di un’agricoltura e di un’industria casearia in rapida evoluzione e sempre più meccanizzata.
SEZIONE OFF La sezione a cura di Lisangela Perigozzo arriva quest’anno a Veronetta.
Negozi, bar e locali ospiteranno durante tutto il festival i progetti di
●      Francesco Anderloni con Suspensia

●      Toby Binder con Common future for a Divided Youth

●      Federica Carducci con Yet still, rebirth. In the ordinary ache of waking

●      Francisco Macfarlane con Codificaciones

●      Marco Sempreboni con Impermanenze

●      Romina Zanon con Disperso e presente

Il progetto URBAN celebra la prima sinergia d’intenti tra Grenze e Tocatì:
➔    fotografia manifesta / poster photography.
In collaborazione con AssociazioneGiochiAntichi: nel quartiere di Veronetta saranno affissi i manifesti con uno dei celebri scatti di Dario Mitidieri, “Children playing in Gorazde, Bosnia 1995”: due bambini che nonostante la guerra, scendono da una discesa su un carrettino di legno.

Dal 19 Settembre 2025 al 20 Ottobre 2025 – Bastione delle Maddalene – Verona

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PASSAGGI. Mario Giacomelli e Simone Massi

n occasione del centenario della nascita del Maestro della fotografia del Novecento Mario Giacomelli, il Premio nazionale Gentile da Fabriano e l’Associazione Gentile Premio presentano a Zona Conce a Fabriano, dal 21 giugno al 19 ottobre 2025, la mostra “Passaggi. Mario Giacomelli e Simone Massi” curata da Gianluigi Colin e Galliano Crinella: un inedito confronto tra il celebre fotografo e Simone Massi illustratore, autore, regista e maestro dell’animazione, entrambi marchigiani. Due linguaggi, lontani cronologicamente ma estremamente connessi nella rappresentazione della realtà, che svelano affinità elettive.

La mostra, resa possibile dal contributo di Diatech Pharmacogenetics, realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli, Carifac’Arte e Zona Conce e con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e il Comune di Fabriano Città Creativa UNESCO, sarà l’unica esposizione nella regione Marche che durante l’estate e parte dell’autunno celebrerà Mario Giacomelli, artista cui le Marche hanno dato i natali e che nella sua opera ha raccontato costantemente il territorio marchigiano e le sue radici.

L’esposizione fabrianese vuole essere un tentativo di dare una rappresentazione dell’opera di Giacomelli che va oltre il paesaggio e per questo è stata messa a confronto con le illustrazioni di Simone Massi.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – Senigallia, 2000), al quale nel 1997 fu conferito dal Sen. Prof. Carlo Bo il Premio nazionale Gentile da Fabriano alla sua prima edizione, è un fotografo conosciuto e celebrato a livello internazionale. Simone Massi (Pergola, 1970), è un artista che lavora per il cinema, considerato oggi uno dei principali autori di cortometraggi di animazione italiani nel mondo, vincitore di un “David di Donatello”, quattro “Nastri d’Argento” e un Premio “Ennio Flaiano”, oltre che autore della sigla di tre edizioni della “Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

In mostra 35 immagini dalle serie più iconiche di Mario Giacomelli come “Storie di terra”, i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, “La buona terra”, ma anche “Scanno” e “Lourdes”. Ad affiancarle, altrettanti disegni a matita e pastelli di Simone Massi, che ritrae raschiando, quasi incidendo, la stessa terra, gli stessi volti e le stesse passioni.

Dal 21 giugno al 19 ottobre 2025 – Zona Conce – Fabriano (AN)

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Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, Maschio Angioino, Napoli

In occasione del suo anniversario millenario, Napoli si presenta al mondo come una città che guarda al futuro attraverso il dialogo culturale. Il progetto Il Sole Nero si propone come una piattaforma culturale articolata tra Napoli e il continente africano, valorizzando il ruolo della città partenopea come crocevia di culture mediterranee e ponte naturale verso il Sud globale.

Dall’11 agosto al 24 settembre, le Antisale dei Baroni del Maschio Angioino ospitano l’esposizione principale, dedicata alla fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, con oltre 250 opere di 44 artisti e studi fotografici da tutto il continente.

Prodotta da Andrea Aragosa per BlackArt, la mostra è curata da Simon Njami, in collaborazione con Carla Travierso e Alessandro Romanini, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Comitato Neapolis 2500, in collaborazione con il Comune di Napoli e le Università Federico II e L’Orientale. Il Museo delle Civiltà di Roma ha concesso il patrocinio.

Accanto alla sede napoletana, il progetto prevede una seconda fase internazionale, attuata attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, dedicata alla dimensione immateriale, rituale e sonora della relazione tra Napoli e l’Africa. E’ in questo quadro che si inserisce la performance musicale in Africa di Enzo Avitabile, concepita come gesto di restituzione e attraversamento simbolico: una musica frutto di una ricerca delle proprie radici ma fortemente connessa con il continente africano e che restituisce e ricollega ciò che la modernità coloniale ha spezzato. Nell’occasione sarà proiettato un video con i contenuti della mostra Il Sole Nero, presso un Istituto italiano in Africa.
Una conferenza istituzionale, aperta al pubblico, con la partecipazione di Simon Njami ed Enzo Avitabile è prevista il giorno 17 settembre presso gli spazi espositivi del Maschio Angioino a Napoli.
Il Sole Nero si configura così come un progetto bilaterale che collega territori, linguaggi e sensibilità, promuovendo una narrazione culturale condivisa tra l’Italia e l’Africa. Un’iniziativa che riflette lo spirito di Neapolis 2500 e le direttrici del Piano Mattei, contribuendo a rafforzare la presenza culturale italiana nei Paesi partner e offrendo a Napoli un ruolo da protagonista nel disegnare nuove geografie della cooperazione culturale.

Illuminanti le parole di Simon Njami: « È impossibile parlare dell’Africa. È impossibile parlarne nei termini convenzionali del mondo dell’arte o dell’Accademia. Perché l’Africa, fin dagli albori dei tempi, è fantasia. Un contenitore fantastico in cui ognuno deposita le proprie angosce, paure o desideri. Come possiamo dunque narrare questo spazio contraddittorio? Come possiamo parlarne nella sua storia e geografia senza rivedere il nostro passato e mettere in discussione ciò che credevamo di aver capito? È fondamentale “disimparare l’Africa”. Ricostruirla con nuovi strumenti. E questi strumenti dipendono dalla contemporaneità. Solo il contemporaneo può tentare di rendere la molteplicità delle dimensioni di un territorio oscuro attraverso la sua trasparenza. Trasparente perché oscuro. ».

Il contributo teorico di Carla Travierso guida la lettura curatoriale della mostra: «Nel contesto post-coloniale, la fotografia africana si afferma come strumento critico e poetico, capace di raccontare un tempo “altro”, che attraversa la frattura storica senza rimuoverla. Non cerca di emulare estetiche europee né di rispondere a immaginari esotici: diventa invece spazio di confronto con l’invisibile e con ciò che la storia ha reso indicibile. Diventa luogo di riconciliazione: non semplice rappresentazione, ma pratica capace di mettere in discussione narrazioni consolidate, genealogie identitarie, categorie estetiche, geografie di appartenenza».

Come osserva la dottoressa Marilù Faraone Mennella, membro del Comitato Neapolis 2500: «Napoli, città plurale e crocevia di saperi e culture, ha oggi l’opportunità di rileggere criticamente la propria storia, mettendo a fuoco la persistenza di immaginari e disuguaglianze. Il Sole Nero, in questa cornice, diventa parte integrante della riflessione che la città propone su sé stessa in occasione del suo anniversario millenario. Una riflessione non celebrativa, ma consapevole, capace di fare della memoria uno strumento attivo e del passato un terreno di confronto».

Il Prefetto di Napoli e presidente del Comitato Neapolis 2500, Michele Di Bari, aggiunge: «In un momento in cui il Mediterraneo è attraversato da tensioni, migrazioni e sfide complesse, Napoli riafferma il suo ruolo di città-ponte: un luogo di dialogo e confronto con l’Africa contemporanea e la sua diaspora. Crediamo che solo attraverso una profonda conoscenza del passato e una cultura inclusiva, radicata nel rispetto e nel dialogo, si possa costruire una società più equa e aperta, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e del futuro».

Il Sole Nero partecipa alla ridefinizione del ruolo culturale di Napoli nello scenario internazionale, offrendo uno spazio di confronto, consapevolezza e rigenerazione culturale.

La mostra raccoglie in 91 cornici più di 250 opere di 44 artisti e studi fotografici. Tra questi: Omar Said Bakor, N.V. Parek, Malik Sidibé, Mama Casset, Salla Casset, Seydou Keita, Ambroise Ngaimoko, Jean Depara, Sanlé Sory, Studio Venavi, Tidiani Shitou, J.D. Okhai Ojeikere, Mory Bamba, Oumar Ly, Sanou Bakari, Bassirou Sanni, Cornelius Azaglo, Francis Ahehehinnou, Michel Kameni, Mombasa Studio, Adama Kouyaté, Ricardo Rangel, Adeghola Photo, Clement Fumey, Danisco Studio, Ali Maiga, Photo Sedab, Studio Mehomey, Studio Kwanyainchi, K.W. Ambroise, Studio Begbawa, W.K. Jerome, Islam Photo, M.A. Aliou, Maison Osseni, Photo Belami.

Dal 11 Agosto 2025 al 24 Settembre 2025 – Castel Nuovo – Maschio Angioino – Napoli

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