Le migliori Mostre di Fotografia che vi segnaliamo a giugno

Se cercate qualcosa di diverso per occupare i vostri week-end di giugno, eccovi una selezione di mostre fotografiche da non perdere.

Anna

World Press Photo Exhibition 2026

Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year
Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year

Dal 7 maggio al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospita, come ogni anno, la mostra del World Press Photo.

Il 9 aprile 2026 sono state annunciate le fotografie vincitrici della 69ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo, mentre il 23 aprile è stata proclamata la Photo of the Year insieme ai finalisti. La mostra di Amsterdam ha inaugurato il 24 aprile, dando avvio al consueto tour internazionale. Dal 1955, il concorso premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo contemporaneo.

La Photo of the Year 2026 è Separati dall’ICE di Carol Guzy (ZUMA Press, iWitness per il Miami Herald). L’immagine, scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, documenta il momento in cui un uomo viene fermato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza, separandolo dalla sua famiglia. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede.

Accanto alla vincitrice, sono stati selezionati due finalisti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi cibo. La fotografia è stata scelta per la sua forza compositiva e per la capacità di restituire l’urgenza della carestia, trasformando una scena di caos in una prova visiva della crisi umanitaria e delle sue implicazioni globali.

Il secondo finalista è I processi delle donne Achi di Victor J. Blue (The New York Times Magazine), un ritratto collettivo di donne indigene Maya Achi sopravvissute a violenze durante la guerra civile guatemalteca. L’immagine, realizzata all’esterno di un tribunale, è stata premiata per il suo approccio misurato e per la capacità di restituire dignità e autorevolezza alle protagoniste, documentando un momento storico di giustizia dopo decenni di impunità.

Le immagini premiate nel concorso 2026 rappresentano una selezione tra oltre 57.000 fotografie inviate da fotografi provenienti da 141 Paesi, offrendo uno sguardo complesso e stratificato sul presente. La mostra, come ogni anno, si configura non solo come esposizione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il ruolo dell’immagine nella costruzione della memoria collettiva e nella comprensione delle tensioni contemporanee.

Dal 7 Maggio 2026 al 29 Giugno 2026 – Palazzo Esposizioni Roma

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1945 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1948 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 –  Museo Diocesano Carlo Maria Martini

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Harry Gruyaert

Cabine da spiaggia colorate disposte in fila su una spiaggia sabbiosa con cielo nuvoloso.
Berck, Francia, 2007 © Harry Gruyaert / Magnum Photos

ra gli anni Settanta e Ottanta Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos, è stato uno dei pochi fotografi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa: una percezione emotiva, non narrativa, e una visione del mondo radicalmente grafica. Alcuni fotografi americani, tra cui Saul Leiter e William Eggleston, avevano già intrapreso questo percorso; le loro opere portarono Gruyaert a cogliere le potenzialità espressive che stavano emergendo in un momento storico in cui la fotografia era ancora prevalentemente celebrata in bianco e nero.

Oggi, il successo di Harry Gruyaert è internazionale. La mostra presentata a CAMERA Torino rappresenta la sua prima grande retrospettiva in Italia. Costruita secondo un percorso cronologico, l’esposizione si apre con i TV shots, un’esperienza unica di dialogo tra le prime televisioni a colori e la fotografia. Il percorso illustra l’evoluzione del suo linguaggio grafico, influenzato dai numerosi viaggi, nei quali ogni Paese si distingue, ai suoi occhi, per specifiche qualità cromatiche. La sua ricerca artistica ha inoltre beneficiato dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, dal film Kodachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo fino alle ampie possibilità offerte dal digitale nel XXI secolo.

«Il colore è più fisico del bianco e nero […] con il colore si deve essere immediatamente colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione», afferma l’artista. Non perdetevi questo viaggio alla scoperta del lavoro di Gruyaert e lasciatevi affascinare dalla sua esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale! 

La mostra è curata da François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.

18 giugno – 4 ottobre 2026 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria

Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947
© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock | Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947

Protagonista indiscusso della fotografia del Novecento, Alfred Eisenstaedt è al centro di La fotografia era nell’aria, un ampio progetto espositivo a cura di Monica Poggi, prodotto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e organizzato dal Comune di Abano Terme e da D’Uva, gestore del MUNAV, che propone una rilettura articolata in due mostre complementari articolate su due musei, a pochi chilometri di distanza: Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (Padova) e al Museo Storico Navale di Venezia.
 
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale: è in questo contesto che il fotografo si forma e avvia la propria attività.
 
Cresciuto in un clima di grande fermento, sospeso tra l’eredità della pittura e le nuove possibilità del reportageEisenstaedt è attivo tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935. Qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life: una collaborazione durata oltre trent’anni, che lo porta a realizzare più di 2.500 servizi fotografici e oltre 90 copertine, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
 
Celebre soprattutto per lo scatto realizzato il 14 agosto 1945 a Times Square – V-J Day in Times Square – che ritrae l’improvviso bacio tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale, Eisenstaedt affronta nel corso della sua carriera una straordinaria varietà di temi, costruendo un racconto visivo che attraversa i principali snodi storici e culturali del secolo.
 
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo, testimoniata anche dal celebre ritratto di Joseph Goebbels – a soggetti più intimi e lirici, come la danza e il teatro, osservati con una sensibilità quasi pittorica, negli Stati Uniti Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea, restituita con crescente ironia e dinamismo. I reportage realizzati in Etiopia Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca, portandolo a confrontarsi con conflitti, ricostruzioni e profonde trasformazioni. Completano il suo percorso i celebri ritratti di protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo – da Albert Einstein J. Robert Oppenheimer fino a Marilyn Monroe e Sophia Loren – che testimoniano la sua capacità di instaurare un rapporto diretto e immediato con i soggetti.
 
Articolata in due sedi, la mostra nasce da un progetto condiviso che valorizza il dialogo tra istituzioni e territori: un’iniziativa che riporta al centro la grande fotografia internazionale, facendo rivivere ancora oggi quel clima di energia e innovazione che, come suggerisce il titolo, continua a essere “nell’aria”.

16 maggio – 20 settembre 2026
Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD)
www.museovillabassiabano.it
 
22 maggio – 22 novembre 2026
Museo Storico Navale di Venezia
www.munav.it

Lisetta Carmi. Erotismo e autoritarismo a Staglieno

Lisetta Carmi, <em>Erotismo e Autoritarismo a Staglieno,</em> Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi
Lisetta Carmi, Erotismo e Autoritarismo a Staglieno, Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi

La mostra presenta l’ingresso di un corpus di fotografie di Lisetta Carmi nella collezione della GAM, nell’ambito del progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Le opere acquisite, tratte dalla serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”, del 1966-76, saranno esposte in dialogo con quattro sculture della collezione GAM, scelte dalla raccolta di statuaria del secondo Ottocento e di primo Novecento. Il dialogo è volto a sottolineare i due temi ricercati da Carmi nelle sculture del cimitero monumentale di Staglieno: la sensuale rappresentazione delle figure angeliche o delle anime di donne defunte nell’arte simbolista e l’atmosfera di severa autorità genitoriale tipica delle famiglie borghesi di fine Ottocento. Il raffronto tra scultura e fotografia consente inoltre di aprire una più ampia riflessione sull’antico intreccio, sottolineato da Roland Barthes, tra immagine fotografica e morte.

Dal 21 Maggio 2026 al 1 Novembre 2026 – GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

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PHIL PENMAN / A STREET DIARY

Un uomo in giacca scura cammina davanti a una scala mentre un personaggio mascherato di peluche siede su un gradino, in un ambiente ben illuminato.

All’interno degli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, A Street Diary, mostra di Phil Penman dedicata a oltre 25 anni di street photography a New York e nel mondo. Le immagini raccontano le città come un organismo vivo fatto di contrasti, ombre e improvvisi momenti di umanità. Il progetto, a ingresso libero, trasforma la quotidianità urbana in un diario visivo essenziale e poetico. 

Il fotografo britannico Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) vive a New York e ha dedicato gli ultimi due decenni a documentare il continuo mutamento della città, affermandosi come una delle voci più autorevoli della street photography contemporanea.

Il suo lavoro si muove lungo una sottile linea di equilibrio tra ombra e luce, tra l’intensità della città e l’imprevedibile leggerezza dell’umano. Quasi sempre in bianco e nero perché, secondo Penman, “la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada”, con alcuni esempi in cui il colore definisce dettagli e distingue momenti. Le sue immagini, di cui 34 esposte nella mostra ospitata negli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, raccontano New York e il mondo come un organismo vivo, attraversato da contrasti: atmosfere urbane dense, fatte di persone, nebbie, riflessi insieme a momenti di spontaneità e ironia che emergono come improvvise aperture di luce.

“È questo passaggio – dall’oscurità alla vitalità – a costituire il filo conduttore di A Street Diary che accompagna il pubblico a scoprire il dialogo delle due anime del lavoro di Penman: da un lato la dimensione più introspettiva, a tratti cinematografica, dall’altro quella immediata, empatica e luminosa”. Giada Triola, curatrice

Ogni immagine in mostra, pur autonoma, si inserisce in un flusso continuo di relazioni, dettagli e intuizioni visive, il percorso espositivo è così un diario urbano, in cui lo sguardo del fotografo tende a trasformare l’ordinario in universale. 

“La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima. Mi dà anche l’opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l’intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all’aria aperta con altre persone.” Phil Penman

dal 15 maggio al 12 settembre 2026 – Leica Galerie Milano

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza

Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985
© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission | Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985

Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza:una selezione di circa 200 fotografie, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale.
 
L’esposizione, curata da Denis Curti, è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della MemoriaSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Marsilio Arte, organizzata con Zètema Progetto Cultura Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
 
Robert Mapplethorpe (New York,1946-1989) non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad, conferendo ad ogni scatto un’auradi assoluta classicità, con visione geometrica e ricerca della perfezione.
La mostra, che si distingue per una serie di contenuti inediti, si concentra sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i volti e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie.
 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale.

Dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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Elliott Erwitt. Icons

Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40x50
© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40×50

Il JMUSEO a Jesolo (VE), avveniristico polo espositivo e culturale di quattro piani, pensato non solo come museo tradizionale, ma come luogo di incontro, eventi e mostre della città lagunare, ospita dal 13 giugno al 18 ottobre 2026, una grande mostra dedicata a Elliott Erwitt (1928-2023), uno dei più importanti fotografi del XX secolo, capace di raccontare il mondo con ironia, sensibilità e uno sguardo profondamente umano.
L’esposizione, dal titolo Elliott Erwitt. Icons, prodotta e promossa dal Comune di Jesolo, dal JMuseo di Jesolo, in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, è curata da Biba Giacchetti con il project management e l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno, presenta una selezione di 80 immagini tra le più celebri della carriera di Elliott Erwitt diventate vere e proprie icone della fotografia contemporanea.
Attraverso scatti in bianco e nero di straordinaria eleganza visiva, la rassegna accompagna il visitatore in un viaggio tra momenti storici, scene di vita quotidiana, ritratti di personalità celebri e situazioni osservate con quell’ironia sottile che ha reso Erwitt uno dei fotografi più amati al mondo.
 
“Con la mostra dedicata a Elliott Erwitt – commenta Christofer De Zotti, sindaco di Jesolo -, il JMuseo conferma la propria vocazione a ospitare i protagonisti della fotografia internazionale. Le sue immagini, celebri in tutto il mondo, raccontano con ironia e straordinaria sensibilità un secolo di storia, restituendo momenti di vita quotidiana, eventi e volti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Accogliere questa esposizione a Jesolo significa offrire a cittadini e visitatori un’esperienza culturale di grande valore e continuare a rafforzare il ruolo del JMuseo come spazio aperto alla cultura contemporanea, capace di arricchire l’offerta della nostra città durante tutto l’anno”.
 
“Elliott Erwitt – commenta Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation””.
 
La mostra si colloca nell’ambito del bicentenario della prima fotografia della storia, conosciuta come “Vista dalla finestra a Le Gras”, rappresenta una pietra miliare nel campo della fotografia e della tecnologia dell’immagine. Realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, questa immagine segna l’inizio della possibilità di catturare e conservare permanentemente una scena reale su un supporto fisico.
 
“Elliott Erwitt – aggiunge uno dei due project manager della mostra Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; Le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose, ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti di pensiero, anche di rivendicazione sociale”.
 
Già presidente della Magnum Photos – l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson -, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa catturare con ineguagliabile maestria.
Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani di cui Erwitt apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle comuni regole che condizionano gli esseri umani.
Moltissimi sono gli scatti “dal punto di vista dei cani”, nei quali lascia comparire solo le scarpe o una parte delle gambe dei loro padroni; Erwitt voleva che queste fotografie risultassero buffe e per questo metteva in atto ingegnose strategie, come suonare una trombetta o emettere una specie di latrato, per ottenere dagli animali una reazione il più naturale possibile.
 
Nel percorso espositivo s’incontrano alcuni dei ritratti a famose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica, da Ernesto Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, da Sophia Loren ad Arnold Schwarzenegger. A questi, si aggiunge il celeberrimo scatto a Marilyn Monroe con la gonna del vestito bianco che si solleva, realizzata sul set del film Quando la moglie è in vacanza, diretto da Billy Wilder, e altre fotografie che documentano alcuni degli avvenimenti storici più famosi del Novecento, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy, o il diverbio tra Nixon e Krusciov, nel quale il presidente americano punta un dito accusatore verso il petto dell’omologo russo.
 
Non mancano alcune delle icone visive più amate dal pubblico per la loro forza romantica, come il California Kiss, il romantico bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore di un’automobile, o quelle più intime e private, come la fotografia alla sua figlia primogenita neonata sul letto, osservata dalla mamma e dal gatto, o ancora l’apoteosi di Parigi, città nella quale era nato; è nella capitale francese che Erwitt produce alcune delle sue immagini più famose, come Umbrella Jump, considerata un simbolo del romanticismo parigino, che mostra la silhouette di un uomo con un ombrello che salta sopra una pozzanghera al Trocadéro, davanti alle figure di due amanti che si abbracciano con la Tour Eiffel a fare da sfondo. O ancora la poetica scena del nonno e del nipotino in bicicletta, commissionata dall’ente turistico francese per promuovere la Francia.
Su tutte, Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.
Completa il percorso, una selezione di autoritratti, in cui lui stesso diventa il soggetto preferito della propria autoironia.
 
Accompagna la rassegna un catalogo edito da Orion57 / Elliott Erwitt Studio.

Dal 13 Giugno 2026 al 18 Ottobre 2026 – JMuseo – Jesolo (VE)

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Francesca Todde: IUZZA. Goliarda Sapienza

Uccelli impagliati all'interno di una campana di vetro, con un ramo e foglie decorative.

Goliarda Sapienza compirebbe 102 anni il dieci maggio: chissà che questo anniversario non venga coronato dall’assegnazione di almeno uno (o tutti!) degli otto David di Donatello a cui è candidato il film Fuori di Mario Martone, a lei dedicato.

Prima del clamore cinematografico che ne ha rinnovato la fama, Francesca Todde l’ha cercata per diversi anni: almeno sette sono quelli dedicati alla realizzazione di questo meraviglioso lavoro nato dalla parola scritta. Infatti, tutto ha avuto inizio con un libro che Francesca Todde lesse in francese: Moi, Jean Gabin. E’ stato l’inizio di un viaggio che l’ha vista attraversare più volte i libri, le poesie e le lettere di Sapienza – e poi attraversare i luoghi: Catania, Roma, la costiera amalfitana… e infine, cercare le persone a lei vicine, a cominciare dal marito, Angelo Pellegrino.

Tutti questi elementi hanno composto la mappatura di un itinerario, un viaggio sulle tracce di Goliarda Sapienza, “Iuzza”, come veniva chiamata da bambina nella Sicilia dove nacque.

Nel 2024 Iuzza è diventato un libro, finalista ai premi di Arles e PhotoEspaña, menzione speciale al Premio Bob Calle 2025. Le opere, dopo essere state esposte in una mostra personale presso il Centre Photographique Rouen Normandie a cura di Raphaëlle Stopin, a Lugano presso Artphilein e a Los Angeles presso The Reef arrivano a Milano da Micamera, dove saranno esposte in un allestimento a cura di Luca Reffo.

Francesca Todde e Luca Reffo saranno presenti all’inaugurazione giovedì 21 maggio, l’ingresso è libero, per acquistare una stampa è possibile inviare una richiesta via mail o chiedere in galleria. E nel frattempo consigliamo a tutti di leggere questa intervista fatta da Gaia Giani all’autrice nel 2025.

22 maggio – 27 giugno 2026 – MICamera – Milano

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How Kids Roll

© Melissa McClaren
© Melissa McClaren

In tutto il mondo, i bambini stanno affrontando livelli record di violenza, sfollamento e privazioni. Solo nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 41.000 gravi vio-lazioni ai danni dei più piccoli (fonte UNICEF). Nelle guerre, così come in ogni emergenza, sono fra i gruppi i più vulnerabili esposti a gravi rischi e perdite.
Attualmente, oltre 520 milioni di bambini e adolescenti vivono in aree di conflitto attivo, un dato record che rappresenta più di 1 minore su 5 a livello globale (fonte Save the Children). Proprio ai bambini che vivono quotidianamente sotto assedio è dedicata la mostra How Kids Roll a cura di Loris Lai e Joseph Lefevre, che
Palazzo Merulana ospita dal 14 maggio al 28 giugno 2026.

Promossa con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dell’UNICEF Italia e di Save the Children, e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, l’esposizione si foca-lizza in particolare sull’esperienza dei bambini di Gaza, restituendo la forza, la dignità e la resilienza di chi cresce in un contesto segnato da un conflitto che continua
a ridefinire la quotidianità, l’immaginario e il futuro delle nuove generazioni.

Qui lo sguardo sull’infanzia diventa chiave per comprendere le contraddizioni del presente. Palazzo Merulana accoglie il progetto come spazio di mediazione culturale, educazione allo sguardo e riflessione sui diritti dei bambini.
Cuore del percorso è il lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante le riprese del film How Kids Roll (2022–2023). Le sue immagini costruiscono un racconto intimo e privo di retorica: frammenti di vita, gesti quotidiani, attese e giochi sospesi tra normalità e trauma.
Accanto alle fotografie, le poesie scritte dai bambini di Gaza — raccolte dall’inizio del conflitto a oggi — entrano nello spazio espositivo come voci dirette, non filtrate. Parole che amplificano la forza del racconto visivo, trasformandolo in una testimo-nianza emotiva e linguistica. A queste si affiancano gli scatti di
Mahmoud Abu Hamda, che documentano la realtà di Gaza dall’inizio del conflitto fino a oggi. Immagini e testi dialogano come elementi installativi e sonori, restituen-do la complessità dell’infanzia attraverso paura, rabbia, speranza e immaginazione.

L’UNICEF Italia, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’Organizzazio-ne, patrocina la mostra “How Kids Roll” per il valore educativo e sociale, in linea con la sua missione di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Attraverso uno sguardo autentico sull’infanzia in contesti di guerra, l’iniziativa promuove valori di pace, dialogo e convivenza, restituendo speranza in un periodo storico di forte drammaticità”.
«Ogni guerra è una guerra contro i bambini»: è il principio su cui Save the Chil-dren è stata fondata oltre 100 anni fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e che purtroppo conserva ancora oggi una drammatica attualità. Il patrocinio concesso dall’Organizzazione nasce dalla volontà di sostenere il valore di questa mostra come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace e di umani-tà, affinché—come recita la missione fondativa di Save the Children—l’umanità dia ai bambini il meglio di ciò che può offrire.

Il progetto si completa con il film How Kids Roll, attualmente in distribuzione inter-nazionale. La pellicola racconta l’incontro tra due ragazzi — Mahmud, palestinese, e Alon, israeliano — uniti dalla passione per il surf durante la seconda intifada del 2003. Una storia di amicizia che attraversa il conflitto e apre uno spazio possibile di pace e fraternità. Disponibile da marzo su Canal+ e in distribuzione nel resto del mondo, il film conferma la forza universale del progetto. Liberamente ispirato al li-bro Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti edito da Ragazzi Mondadori, porta al centro lo sguardo dei bambini come alternativa concreta all’odio.
How Kids Roll non è solo una mostra: è un atto di testimonianza. E una chiamata a guardare — davvero — attraverso gli occhi dei bambini.

Un ambiente immersivo in cui immagini, parole e suoni, attraverso fotografie, testi poetici e contributi sonori (a cura di Maurizio Cascella), si intrecciano e costringono lo sguardo a fermarsi. Qui il visitatore non assiste soltanto alla violenza del conflitto: entra in contatto con ciò che resiste — la capacità dei bambini di reinventare il quoti-diano, di immaginare, di sperare.
How Kids Roll non si limita a documentare una condizione, ma assume le pratiche artistiche e documentarie come strumenti di responsabilità culturale, capaci di creare connessioni tra memoria, presente e urgenze globali, ponendo l’infanzia al centro di una riflessione necessaria sul nostro tempo.
Lo spazio espositivo è costruito per rallentare. Per obbligare a guardare davvero. Lightbox e fotografie in formati diversi — dalle grandi immagini immersive alle piccole stampe — si alternano in un ritmo visivo che passa dall’impatto immediato all’intimità. Le composizioni a mosaico invitano ad avvicinarsi, a sostare, a entrare nei dettagli. È un continuo slittamento tra visione d’insieme e incontro personale.
Accanto alle immagini, le poesie dei bambini di Gaza — scritte dall’inizio del con-flitto a oggi — attraversano lo spazio come presenze vive. Non didascalie, ma voci. Dirette, fragili, potentissime. Offrono una seconda soglia di accesso al racconto: quella della parola che non media, ma espone.

Il percorso si arricchisce delle opere pittoriche di Simone Legno, ispirate al film, e di un video che documenta la sua live performance. A queste si affiancano schermi su cui scorrono in loop le sequenze oniriche tratte da How Kids Roll: immagini che aprono uno spazio interiore, restituendo la dimensione invisibile dell’infanzia in
guerra. L’audiovisivo non sovrasta, ma espande — amplifica il racconto fotografico e
ne approfondisce la risonanza emotiva.
L’allestimento, nel suo insieme, costruisce una condizione precisa: prossimità. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna distanza di sicurezza.
Solo un invito netto all’ascolto. Le immagini, le parole e i suoni chiedono tempo, attenzione, responsabilità.
Musica e progetto sonoro a cura di Maurizio Cascella

Dal 14 Maggio 2026 al 28 Giugno 2026 – Palazzo Merulana – Roma

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GAK YAMADA, The Cosmic Prayer

Manifesto per l'esposizione 'The Cosmic Prayer' di Gak Yamada, che mostra elementi astratti con colori vivaci e decorazioni scintillanti, date dell'evento dal 10 maggio al 14 giugno 2026 presso Mercati Culturali di Pordenone.

Die Gelbe Wand nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “The Cosmic Prayer” e curata da Marco Minuz.

“Inaugurare Die Gelbe Wand con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali.” spiega Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand.

La selezione delle opere curata per l’occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria. L’artista ci conduce per mano attraverso un’evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra. Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie HIGAN, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è ”Addio alla fotografia” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d’insieme.

Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in Threshold, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.

Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.

In Threshold, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.

È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo. La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva. Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.

L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie Kankō, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi. Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.

In Kankō, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.

La città di Pordenone si arricchisce di una finestra affacciata sull’asse culturale che lega l’Europa di lingua tedesca al Giappone, offrendo al pubblico l’opportunità unica di confrontarsi con un artista come Gak Yamada, capace di bruciare l’immagine per farne risplendere l’essenza più profonda e spirituale.

10 maggio – 14 giugno 2026 – Spazio Espositivo Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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ROLAND DUFAU Scultore di luce

Manifesto della mostra fotografica 'Roland Dufau: scultore di luce' con un'immagine di un gruppo di bambini e un uomo con il viso dipinto da clown. La mostra si tiene al Palazzetto Bru Zane a Venezia dal 23 maggio al 12 settembre 2026.

Nell’ambito del suo impegno a sostegno della fotografia, la Fondation Bru presenta dal 23 maggio 2026 la mostra “Roland Dufau, scultore di luce”. Nel corso di una carriera durata 37 anni, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero noto come Cibachrome, sviluppato dall’azienda Ilford.

Dufau ha costituito una collezione unica composta da oltre mille immagininotevole non solo per la fama dei fotografi, ma soprattutto per l’eccezionale qualità delle stampe in Cibachrome, la cui durata – se conservate al riparo dalla luce diretta e dall’umidità – è stimata fino a trecento anni.Questa la frase del fotografo americano Robert J. Steinberg che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso professionale: “Per me, l’oggetto artistico più sensuale è una stampa fotografica realizzata alla perfezione”.

Durante la Biennale d’arte di Venezia 2026, la Fondation Bru rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del patrimonio culturale presentando al Palazzetto Bru Zane una selezione di stampe fotografiche curata dal fotografo Reza provenienti dalla collezione di Dufau. La mostra invita il pubblico a scoprire il talento di un artigiano esigente al servizio della fotografia.

La Fondation Bru ha incontrato Roland Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento della Ilford nel 2013, Dufau aveva messo da parte una scorta di carta Cibachrome; grazie al sostegno della Fondation Bru, ha potuto utilizzarla per realizzare sessanta stampe a colori a partire dalle diapositive di Gilles Caron. Una selezione di queste opere è stata esposta a Venezia in occasione della Biennale d’arte del 2015 e, nel febbraio 2016, alla Galerie de la Muse di Plainpalais, a Ginevra.

Il fotografo di fama internazionale Reza ha fatto realizzare a sua volta le proprie stampe in Cibachrome da Roland Dufau, l’ultima delle quali è l’iconico ritratto del comandante Massoud. A testimonianza della grande complicità tra i due, il fotografo ha dedicato a Dufau un episodio della serie Square Artiste; è stato proprio questo profondo legame a spingere la Fondation Bru ad affidargli la curatela della mostra, con il difficile compito di selezionare, tra oltre mille stampe, le opere da esporre a Venezia.

23 maggio – 12 settembre 2026 – Palazzetto Bru Zane, Venezia

Mostre di fotografia consigliate per luglio

Il mese di luglio offre numerose mostre di fotografia da ammirare, sia che siate in vacanza, sia che rimaniate a casa. Guardate un po’!

Anna

Elliott Erwitt

© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, Marilyn Monroe, New York, 1956

Dai cani agli esseri umani, dalle persone comuni ai grandi personaggi come Marilyn Monroe, JFK, Muhammad Ali e tanti altri: ecco le foto divenute icone della nostra società. La mostra è di altissimo livello qualitativo: il team curatoriale ha scelto, infatti, una selezione inedita con le foto più iconiche e significative dalla summa della produzione del Maestro, con in mostra le serie ICONS, Kolor, Family, Self Portrait. 190 opere, di cui 110 in mostra e oltre 80 in una video proiezione in HD. L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Federico II con il Patrocinio del Ministero della Cultura, del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America Napoli. Spazio anche all’inclusione sociale: quattro persone con disabilità hanno firmato un contratto di lavoro stagionale e saranno impiegati proprio per fare fronte ai grandi flussi attesi per la mostra.

La Fondazione Federico II ha presentato a Palazzo Reale di Palermo la mostra di uno dei più grandi fotografi della storia: Elliott Erwitt, noto in tutto il mondo per i suoi scatti, divenuti simbolo della nostra società, veri e propri sistemi di riferimento antropologico per approfondire ed evocare gli accadimenti storici più importanti. Erwitt rappresenta una delle figure più influenti e originali del mondo della fotografia perchè fu capace di catturare con una visione unica momenti di vita quotidiana, rendendoli in immagini iconiche che combinano umorismo e profondità di
osservazione. Già Presidente della celebre Magnum Photos, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa cogliere con ineguagliabile magia.Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani: la sua capacità di osservare e rappresentare le abitudini di questi animali e dei loro proprietari ha dato vita a immagini che raccontano molto sulla società e sulle relazioni umane. Le sue fotografie canine sono state raccolte in diversi libri, veri e propri riferimenti per gli amanti della fotografia e degli animali. Non meno importante è il suo lavoro come fotografo di personaggi famosi. Erwitt ha immortalato figure leggendarie come Marilyn Monroe, John F. Kennedy, Muhammad Ali, realizzando veri e propri ritratti che vanno oltre la semplice schematizzazione, per rivelare introspezioni e aspetti sorprendenti dei suoi soggetti. Celebre è la foto di Marilyn Monroe con il vestito che si solleva, scattata sul set di “Quando la moglie è in vacanza”, un’immagine che è diventata parte dell’iconografia del XX secolo, con un valore pressoché identico a quello dei più noti quadri della storia dell’arte.
“La Fondazione Federico II – ha detto Gaetano Galvagno, Presidente dell’Ars e della stessa Fondazione – vuole essere protagonista della scena internazionale, proponendo al quasi milione di visitatori che nell’anno 2024 hanno ammirato le bellezze storiche del Palazzo Reale di Palermo, un’importante offerta espositiva dal respiro cosmopolita. Con la mostra di Elliott Erwitt, il Palazzo Reale di Palermo continua a vivere un’appassionante stagione di arte contemporanea, regalando ai fruitori un intero secolo di cronaca e di raffinati studi che l’artista ci presenta attraverso il suo obiettivo fotografico”.
“Elliott Erwitt – ha detto Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation”. “Elliott Erwitt – ha commentato il co-curatore Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, sfuggente, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla Storia dell’Arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose. Ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti”.

Dal 29 May 2025 al 30 November 2025 – Palazzo Reale – Palermo

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Roger Ballen: Animalism

Roger Ballen, Sheep on cupboard, 2003
Roger Ballen, Sheep on cupboard, 2003

Dal 27 maggio al 27 luglio 2025, il Padiglione 9a del Mattatoio di Roma presenta Roger Ballen Animalism, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con ISTMO, a cura di Alessandro Dandini de Sylva in collaborazione con Marguerite Rossouw e con un’installazione sonora di Cobi van Tonder. 

Roger Ballen (nato a New York nel 1950, vive da oltre quaranta anni in South Africa) è uno dei maggiori e più noti fotografi contemporanei. Con Animalism, una ricerca che conduce da oltre due decenni, esplora il rapporto profondo e spesso inquietante tra esseri umani e animali. Le immagini in mostra sfumano il confine tra comportamento umano e animale, mettendo in discussione la natura stessa di questa distinzione. Pensata per lo spazio espositivo del Mattatoio di Roma – un ex macello dove un tempo venivano uccisi gli animali per l’alimentazione degli umani – la mostra è concepita come un’unica installazione: un teatro tipicamente “ballenesco”, in cui regnano l’assurdo e gli istinti primordiali. Il Mattatoio stesso, simbolo di violenza storica e del dominio umano sugli animali, diventa parte dell’opera, reinventato come spazio di riflessione. 

La mostra si snoda in tre ambienti offrendo un’esperienza immersiva e al contempo contemplativa dei lavori di Ballen: si passa da un luminoso spazio introduttivo in cui è esposta una selezione di ventuno fotografie realizzate tra il 1996 e il 2016, a un spazio oscuro centrale animato da otto proiettori che presentano, in modo asincrono, oltre ottanta fotografie appartenenti ai principali progetti di Ballen, tra cui Outland, Shadow Chamber, Boarding House, Asylum of the Birds e Roger’s Rats; per giungere, infine, allo spazio caratterizzato da quattro lightbox e da una video-animazione della serie Apparitions. L’ambiente centrale del Padiglione, immerso nell’oscurità, è concepito per coinvolgere e avvolgere i visitatori e le visitatrici. Le fotografie disposte cronologicamente, dall’ingresso verso il fondo, tracciano un percorso che riflette l’evoluzione del linguaggio visivo dell’artista: da una pratica più propriamente documentaria a un’intensa messa in scena dello spazio fotografico, fino alle creazioni più sperimentali e di impatto pittorico.

Attraverso composizioni surreali e un’oscura assurdità, Animalism rivela come l’animale sia al tempo stesso una presenza esterna e una parte intrinseca della psiche umana, svelando le profonde connessioni tra civiltà e natura selvaggia.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Quodlibet, disegnato da Filippo Nostri, con una conversazione tra Roger Ballen e il curatore Alessandro Dandini de Sylva e le tavole di tutte le immagini esposte.

Infine, Roger Ballen, che ha più volte dichiarato la sua ammirazione e il suo debito artistico nei confronti di Mario Giacomelli, è presente, in un dialogo diretto, nel percorso espositivo della mostra “Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista” visitabile a Palazzo Esposizioni Roma dal 20 maggio al 3 agosto 2025. Dal 5 giugno al 30 settembre 2025, inoltre, Ballen parteciperà con l’installazione di una sua capanna alla quarta edizione del Festival des cabanes 2025 in programma presso l’Accademia di Francia a Roma -Villa Medici.

Dal 27 maggio 2025 al 27 luglio 2025 – Mattatoio di Roma

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BRASSAÏ. L’occhio di Parigi

Dal 19 luglio al 9 novembre 2025 torna al Centro Saint-Bénin di Aosta la grande fotografia internazionale con la mostra Brassaï. L’occhio di Parigi. La retrospettiva, promossa dall’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta e prodotta da Silvana Editoriale, è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo che detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista.

La mostra presenterà più di 150 stampe d’epoca, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo, per un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita.

Le sue fotografie dedicate alla Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – sono oggi immagini iconiche che nell’immaginario collettivo identificano immediatamente il volto di Parigi.

Ungherese di nascita – il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale – ma parigino d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo, definito dall’amico Henry Miller “l’occhio vivo” della fotografia.

In stretta relazione con artisti quali Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, a partire dal 1924 fu partecipe del grande fermento culturale che investì Parigi in quegli anni. Brassaï è stato tra i primi fotografi in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari. Nelle sue passeggiate il fotografo non si limitava alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventurava anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.

È del 1933 il suo volume Paris de Nuit, un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese.

Le sue immagini furono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï divenne collaboratore e attraverso la quale conobbe scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray.

“Esporre oggi Brassaï – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – significa rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész. Quest’ultimo esercitò una notevole influenza sui fotografi che lo circondavano, tra cui lo stesso Brassaï e Robert Doisneau.”

Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia definita umanista per la presenza essenziale di donne, uomini e bambini all’interno dei suoi scatti sebbene riassumere il suo lavoro solo sotto questo aspetto sarebbe riduttivo.

Oltre alla fotografia di soggetto, la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti testimonia il legame di Brassaï con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet.

Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo.

I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958. Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare. I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume Les artistes de ma vie, del 1982, due anni prima della sua morte.

Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, nel cuore della Parigi che ha celebrato per mezzo secolo.

19 luglio – 9 novembre 2025 – Aosta, Centro Saint-Bénin

Le mostre di Cortona On The Move 2025 – Come together

©Christopher-Anderson-Marion-Durand

Il tema di quest’anno è nato alla chiusura dell’edizione precedente del festival che è avvenuta il 4 di Novembre. Il giorno prima delle elezioni Americane. Al risultato di quelle mi sono reso conto che siamo in un mondo sempre più diviso, con fratture che si allargano fino a diventare ferite aperte e estremismi che si nutrono di polarizzazione, dove le parti opposte non comunicano ma urlano.

Mi sono chiesto se il festival dovesse essere lo specchio di questo mondo o cercare di indirizzare lo sguardo verso qualcosa di molto più difficile da raccontare ma molto più importate da realizzare. La riconciliazione. Quindi il tema della 15ª edizione di Cortona On The Move sarà “Come Together”. Ci occuperemo di ferite e guarigione. “Come Together” esplorerà il motivo per cui la riconciliazione è l’unica opzione possibile, analizzando alcuni dei molti modi per raggiungerla a livello sociale, politico e personale. Perché in effetti la riconciliazione non riguarda solo l’altro, ma soprattutto se stessi.

Questa edizione per il 15° anniversario non si propone di offrire risposte semplici. Piuttosto, esploreremo gli spazi tra le rotture e le riparazioni, tra il conflitto e l’unità, per comprendere cosa significhi trovare un terreno comune quando il terreno stesso sembra spesso cedere sotto i nostri piedi. Esplorando le complessità, ci rendiamo conto che la riconciliazione non è solo un compromesso, ma richiede cambiamenti di paradigma e il coraggio di nuovi modi di essere.

“Come Together” sarà bello, ma anche crudo, disordinato e ruvido. Si tratta della forza e del coraggio che ci spingono a tentare di ricucire le relazioni incrinate, sia all’interno delle famiglie, sia attraverso i confini, sia nel silenzioso e disperato tentativo di riconciliarsi con il proprio io. Osservando storie in cui la guarigione è possibile, anche se incompleta e imperfetta, “Come Together” vorrebbe offrire una visione del mondo non solo così com’è, ma anche come potrebbe essere.

Come cantava chi ha ispirato il titolo di questa edizione: “I know you, you know me. One thing I can tell you is you got to be free. Come together. Right now.”

Paolo Woods

Dal 17 luglio al 2 novembre – Cortona (AR) – sedi varie

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Alex Webb. Errand and Epiphany

CIttà del Messico, Messico, 2003. © Alex Webb/Magnum Photos

EARTH Foundation presenta, in collaborazione con Magnum Photos, il nuovo progetto espositivo Errand and Epiphany: personale del fotografo americano Alex Webb (San Francisco, 1952), membro dell’agenzia Magnum Photos. La mostra è aperta al pubblico da giovedì 27 marzo a domenica 21 settembre 2025 presso l’Art House di Eataly Verona.

Errand and Epiphany è stata presentata per la prima volta nel 2023 al Museum Helmond, nei Paesi Bassi, come prima indagine istituzionale sull’opera di Webb degli ultimi trent’anni, e arriva a Verona con un nuovo allestimento, pensato appositamente per gli spazi della Fondazione.

Il percorso espositivo include 78 fotografie che svelano l’originalità di uno dei pionieri della seconda generazione di fotografi attivi con il colore, capace di trasformare il linguaggio visivo in una narrazione emotiva e vibrante. A suggerire il titolo è la scrittrice americana Rebecca Solnit, che in un suo scritto afferma «La magia della strada è il connubio tra missione ed epifania». Per Webb la missione è raccogliere frammenti di storie di gente in luoghi remoti della terra e l’epifania è il momento della rivelazione, in cui la banalità si trasforma in sorpresa.

on una formazione storico-letteraria, Alex Webb decide poco più che ventenne di dedicarsi alla fotografia come fotoreporter. Dopo un primo esercizio in bianco e nero, che immortala la vita di una piccola cittadina dell’America del Sud, Webb inizia a scattare a colori nei suoi lunghi viaggi che lo portano ai confini del mondo: Haiti, Messico, Africa subsahariana, India, Turchia, Stati Uniti, sono i paesi in cui ricerca, con sguardo famelico e curioso, storie di vita quotidiana, di emarginazione e soprusi, per trasformarle in narrazioni dal tono magico.

Le fotografie di Alex Webb raccolte in mostra ne rivelano lo spirito da street photographer, come lui stesso si definisce. Il suo approccio è mosso dal senso di curiosità e di scoperta verso i luoghi e le persone che li abitano: «Ogni progetto è un viaggio senza una destinazione chiara. Una volta iniziato il viaggio, è la fotografia a indicarmi dove andare». Gli scenari immortalati da Webb non solo raccontano storie, ma suggeriscono visioni e prospettive inaspettate. Racchiusa in composizioni armoniche, ogni immagine svela scene quotidiane di lavoro, svago, gioco, fuga, attesa, in un alternarsi di ombre marcate e geometrie nette, in cui i soggetti, spesso inconsapevoli, diventano protagonisti di un teatro quotidiano che in alcuni casi non manca di lasciare inquieto chi li osserva.

Scattando per strada, Alex Webb cattura istanti di pura vivacità destinati a trasformarsi in tutt’altro in pochissimo tempo. Lo stile del fotografo è definito un caos organizzato, al limite della saturazione, non solo per l’uso di colori vividi, ma anche per la moltitudine di soggetti che popolano i suoi scatti. Webb è capace di sintetizzare nell’immagine la sua visione delle cose, attenta ai dettagli e alla narrazione, che ritorna nella sovrapposizione di più piani fino allo sfondo, a chiudere una scenografia complessa.

L’uso della pellicola a colori connota in modo personalissimo la ricerca fotografica di Alex Webb, affascinato dalla luce accecante e dai colori intensi dei territori che visita. «Per me il colore è fondato sulle emozioni. Non si tratta di vedere i colori, ma di percepire l’emozione che trasmettono», afferma l’artista. I colori giocano un ruolo decisivo anche nel processo creativo di Webb, che lo guidano visivamente ed emotivamente nei suoi viaggi di scoperta. La componente emozionale è quindi centrale nel lavoro del fotografo americano, che si muove libero da preconcetti, spinto dalla curiosità e dall’intuito. La fotografia di Alex Webb tiene conto anche delle influenze letterarie degli anni giovanili, da Graham Green a Gabriele García Màrquez, e di quelle filosofiche, che ne hanno ispirato l’immaginario poetico.

Dal 27 marzo al 21 settembre 2025 – Art House di Eataly Verona

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Langhe Photo Festival – Possibilità

©Rinko Kawauchi

Il festival internazionale di fotografia nel cuore delle Langhe. Dal 6 luglio al 2 novembre 2025, 8 mostre con oltre 250 fotografie esposte.

Torna con la terza edizione il LanghePhotoFestival, evento dedicato alla fotografia d’autore che, attraverso mostre diffuse in edifici storici e spazi a cielo aperto, porta autori di rilievo internazionale tra le vie del borgo di Neive (CN).

Il tema Possibilita’ interroga la fotografia come linguaggio aperto, capace di accogliere l’unicità di chi osserva e scatta.
È l’autore, con la sua singolarità, a rendere possibile l’immagine: non esiste fotografia senza uno sguardo che la generi, senza una coscienza che scelga cosa mostrare e cosa escludere.

Scegliere di guardare significa scegliere di affermare.
Ogni fotografia è, in questo senso, una forma di apertura al mondo e di svelamento.
Mostrare ciò che c’è di invisibile per gli altri, non solo in termini visivi, ma soprattutto esperienziali.
Un linguaggio, declinabile in infinite forme e dimensioni, capace più di tutti, di raccontare universalmente altrettante infinite prospettive.

Il LanghePhotoFestival diventa così teatro di un linguaggio polifonico, dove ogni nota può dialogare o scontrarsi con le altre.
Le soggettività si sovrappongono, creando un punto bianco che accoglie ogni riflesso.
Non è un vuoto, ma uno spazio aperto in cui ciascuno può trovare la propria prospettiva e il proprio significato.

Tra le mostre di quest’edizione segnaliamo in particolare: Rinko Kawauchi – M/E, Francesco Comello – L’isola della salvezza, Francesco Anselmi – Borderlands

Dal 6 luglio al 2 novembre 2025 – Neive (CN)

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Tina Modotti, Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi

Tina Modotti, Giorno dell'inaugurazione della Escuela Libre de Agricultura No. 2 Emiliano Zapata a Ocopulco, 1928
Tina Modotti, Giorno dell’inaugurazione della Escuela Libre de Agricultura No. 2 Emiliano Zapata a Ocopulco, 1928

Circa 60 tra fotografie, lettere, testi, documenti e articoli raccontano la vita e l’opera della fotografa, attrice e attivista politica italo-americana protagonista della mostra Tina Modotti, Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi, figura di rilievo che accomuna la cultura italiana e quella messicana.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata a cura dell’associazione Storia e Memoria Aps di Albano Laziale, in collaborazione con la Segreteria di Cultura del Governo del Messico, l’archivio della Fototeca Nazionale dell’INAH. Media partner NOIDONNE, servizi museali Zètema Progetto Cultura.

Le opere in mostra illustrano il percorso di Tina Modotti fotografa della realtà sociale messicana, la sua integrazione, il vincolo sentimentale e artistico con gli ambienti culturali dell’epoca e la radicalizzazione nelPartito Comunista Messicano, fino alle ultime foto scattate durante l’esilio di Berlino, nel 1930.

Completano la mostra anche numerosi documenti che contribuiscono a illustrare le vicende umane e politiche di Tina Modotti dell’ultima fase, quale componente del Partito Comunista, nonché Dirigente delle Brigate Internazionali del Soccorso Rosso, fino alla morte, avvenuta a Città del Messico nel 1942 a soli 45 anni.

Dal 14 maggio 2025 al 21 settembre 2025 – Museo di Roma in Trastevere

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ANIMATI. God, Human, Animal, Machine

Per la prima volta in Italia, l’archivio fotografico di un museo pubblico viene analizzato attraverso la computer vision. Un dialogo tra arte e intelligenza artificiale prende forma al Museo di Fotografia Contemporanea.

Un esperimento pionieristico in cui l’intelligenza artificiale viene applicata al processo curatoriale, dialogando con uno dei più importanti archivi fotografici pubblici italiani. La rete neurale CLIP di Open-AI ha analizzato il patrimonio del MUFOCO, interrogandolo con parole chiave radicali e universali: coscienza, anima, morte, nascita, conflitto, famiglia. Attraverso un motore di ricerca locale creato ad hoc per la mostra, l’algoritmo seleziona le immagini rispondendo a query che ruotano attorno alla domanda: cosa significa essere umani oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale? Il risultato è una nuova forma di curatela aumentata, dove l’intelligenza artificiale partecipa attivamente all’interpretazione iconografica.

La mostra propone 137 immagini di 77 autoriitaliani e internazionali: da Gabriele Basilico, Lisetta Carmi a Mimmo e Franceso Jodice, da Günter Brus a Bernard Plossu. Le fotografie sono esposte senza indicare a quale parola chiave corrispondano, lasciando spazio a libere associazioni. “ANIMATI” è un’esperienza immersiva e riflessiva, che ridefinisce il confine tra arte e tecnologia e invita a immaginare nuovi scenari per il futuro della cultura. In un tempo in cui le macchine imparano anche a vedere.

ANIMATI. God, Human, Animal, Machine” è molto più di una mostra: è un laboratorio aperto sul senso delle immagini nell’era algoritmica, un invito a riconsiderare la fotografia non solo come documento o arte, ma come specchio delle nostre domande più profonde. In un mondo in cui le macchine imparano a vedere, il gesto umano dell’osservare assume un valore nuovo. Una riflessione urgente e poetica sul nostro tempo, sul confine tra naturale e artificiale, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.

Dal 18 maggio al 31 agosto 2025 – MUFOCO – Museo di Fotografica Contemporanea – Cinisello Balsamo (MI)

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Juergen Teller. 7 ½

La Fondazione Sabbioneta Heritage annuncia un evento imperdibile per gli appassionati di arte contemporanea: dal 13 aprile al 23 novembre 2025, la Galleria degli Antichi e la Sala degli Specchi di Palazzo Giardino ospiteranno “7 1/2“, la nuova mostra personale del celebre fotografo Juergen Teller.

Curata da Mario Codognato, l’esposizione rappresenta il progetto più intimo e personale dell’artista, che racconta gli ultimi anni del suo percorso creativo. Teller, noto per il suo stile iconico e anticonvenzionale, ha saputo rivoluzionare la fotografia di moda e influenzare profondamente il linguaggio visivo contemporaneo. “7 1/2” si concentra sul suo recente rinnovamento artistico, arricchito dal sodalizio con la moglie Dovile Drizyte, con cui condivide un’intensa ricerca espressiva.

L’allestimento, concepito dallo stesso Teller insieme a Codognato e progettato da Federico Fedel, si inserisce armoniosamente nella maestosa cornice di Palazzo Giardino. La Galleria degli Antichi, con i suoi 97 metri di lunghezza, e la suggestiva Sala degli Specchi offrono lo spazio ideale per un dialogo tra la fotografia contemporanea e l’architettura rinascimentale di Sabbioneta.

La mostra, accompagnata da un catalogo bilingue edito da Marsilio, è realizzata con il patrocinio del Comune di Sabbioneta e il supporto di Regione Lombardia, Fondazione Banca Agricola Mantovana e Fondazione della Comunità Mantovana, insieme a numerosi sponsor privati.

Il Direttore della Fondazione Sabbioneta Heritage, Ezio Zani, sottolinea l’importanza di questa esposizione nel percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della città: “Ospitare Juergen Teller significa confermare Sabbioneta come palcoscenico internazionale per l’arte contemporanea, offrendo ai visitatori un’esperienza unica e coinvolgente”.

13/04/2025 – 23/11/2025 – Sabbioneta, Palazzo Giardino, Galleria degli Antichi e Sala degli Specchi

PORTO ROMA. Mohamed Keita

Mohamed Keita, Corso D'Italia, 2024
© Mohamed Keita | Mohamed Keita, Corso D’Italia, 2024

Dal 27 maggio al 27 luglio 2025, il Padiglione 9b del Mattatoio di Roma presenta PORTO ROMA Mohamed Keita, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Mosaico Studio, a cura di Carmen Pilotto.

La mostra racconta la città di Roma attraverso lo sguardo unico di Mohamed Keita, giovane fotografo nato in Costa d’Avorio che oggi vive e lavora tra Roma e Bamako (Mali). Le sue immagini, estranee ai luoghi comuni e alle rappresentazioni patinate, conducono in un universo di dettagli nascosti, paesaggi urbani intimi e presenze umane che narrano storie di quotidianità e resilienza.

Visitatori e visitatrici sono invitati a immergersi nel continuo vagare di Keita per Roma, alla ricerca del soggetto da immortalare, per scoprirla a misura d’uomo, con le sue imperfezioni, meraviglie e segreti.

Il titolo della mostra, Porto Roma, rispecchia la visione personale del fotografo, restituendo al pubblico la Roma vissuta da Keita attraverso la sua ricerca: non solo città eterna ma porto dell’anima, dove l’antico dialoga col presente, l’umanità si fonde col silenzio degli spazi. La mostra, nel suo insieme, è un ritratto di Roma: porto d’accoglienza, luogo aperto a chi arriva da fuori, come è accaduto al fotografo, ma anche punto di partenza per chi la lascia, come i romani che sono andati via; luogo in cui il tempo scorre e si intreccia con le vite di chi vi abita e vi transita, al contempo casa, rifugio e palcoscenico di incontri.

Il percorso espositivo inizia con alcune delle fotografie realizzate da Keita durante i primi dieci anni trascorsi a Roma e raccolte nel volume Roma 10/20. La mostra prosegue con la sua più recente ricerca fotografica, che documenta il suo incessante ritorno negli stessi luoghi per coglierne mutamenti e suggestioni: ogni fotografia diventa una meditazione sul tempo e sui cambiamenti che trasformano i luoghi, sulle ombre fugaci che raccontano storie diverse, sui volti che si confondono nel paesaggio, ridefinendolo. Il suo sguardo di flâneur trasforma ogni scorcio urbano in un’opera da contemplare. La spontaneità dello scatto, il gioco di luci e ombre, i dettagli spesso trascurati diventano elementi chiave della sua poetica visiva.

 ritratti presentati sono punti cardine di una mappa artistica e personale della capitale. Attraverso questi scatti Roma si svela nella sua complessità e ricchezza culturale, offrendo un contenuto autentico e in continua evoluzione. Il punto di partenza simbolico è la Stazione Termini, luogo chiave per Keita, essendo stato il primo spazio vissuto al suo arrivo a Roma. La sua prima fotografia è stata scattata proprio qui, e il progetto rilegge i luoghi della sua esperienza romana, espandendosi dal centro alle periferie, raccontando una città profondamente stratificata e multietnica. Prima-Dopo, nasce invece dall’urgenza di documentare i cambiamenti dei luoghi e delle cose giorno dopo giorno. Keita ritorna ripetutamente negli stessi posti, catturandone le trasformazioni e gli effetti della luce e del passare del tempo sul paesaggio urbano, mettendo in dialogo passato e presente.

La mostra è accompagnata da un catalogo edizioni Drago, con testi di Massimiliano Smeriglio, Marco Delogu, Luigi Bartone e Felice Castrignanò, della curatrice Carmen Pilotto e le tavole delle immagini esposte.

Dal 27 maggio 2025 al 27 luglio 2025 – Mattatoio di Roma

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ISOLE MINORI Note sul fotografico dal 1990 ad oggi

Foto © Massimo Vitali

Il MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e la Galleria comunale d’arte di Cagliari, sono lieti di presentare Isole minori. Isole minori. Note sul fotografico dal 1990 ad oggi, grande mostra fotografica che riunisce sedici progetti di autori e autrici internazionali sul tema della rappresentazione dell’isola dall’inizio del nuovo secolo ad oggi.

Con inaugurazione prevista per il 26 giugno a Cagliari e il 27 giugno a Nuoro, il progetto espositivo orienta la sua riflessione non solo alla dimensione geografica, ma anche alla dimensione culturale e sociale dell’idea di isolanità. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, la mostra presenta le opere fotografiche di Jacopo Benassi, Paola De Pietri, Charles Freger, Ralph Gibson, Mimmo Jodice, Salvatore Ligios, Bernard Plossu, Marinella Senatore, Giovanna Silva, Massimo Vitali, Lorenzo Vitturi, Vanessa Winship e George Georgeou (a Nuoro); Arianna Arcara, Francois Xavier Gbré, Luca Spano, Karla Hiraldo Voleau (a Cagliari).

Fotografata in passato da grandi autori come August Sander, Henri Cartier-Bresson, Lisetta Carmi e tanti altri, nella maggior parte dei casi la Sardegna è stata interpretata e trasmessa secondo una lettura reportagistica del territorio e delle comunità che abitavano le sue aree interne. Tali testimonianze hanno alimentato un immaginario sociale polarizzato tra stato centrale e periferia, che ha prodotto rappresentazioni, miti e ideologie che, nel corso del tempo, hanno condizionato sia il modo di vedersi degli isolani, sia la percezione del contesto da parte di chi alla Sardegna guardava. La percezione stereotipata di luogo al di fuori del tempo, una sorta di Eden, si alternava alla visione incrinata dalla presenza – non meno esotica – dei banditi protagonisti della cronaca nera, della periferia lontana e di altri riferimenti inerenti il tema del sottosviluppo.

La mostra mette in rilievo come tale rappresentazione si sia modificata nel corso degli ultimi 25 anni, con un ampliamento dell’indagine visiva a nuove modalità di azione e relazione con territorio e comunità. Le rappresentazioni simboliche e ideologiche dello spazio insulare che ne emergono offrono uno spaccato di tematiche differenti, che vanno dalla storia delle culture alla trasformazione della società contemporanea, lasciando intravedere in trasparenza elementi di persistente subalternità. Guardando le coste ed il mare, nonché l’interno dei contesti urbani più estesi, artisti e artiste restituiscono un vocabolario visivo della Sardegna che ne consente una contestualizzazione culturale nell’area mediterranea allargata prima ancora che in quella italiana.

Apre la mostra un prologo-omaggio a quattro grandi autori attivi da molti anni, che hanno dedicato all’isola alcune fotografie significative sia all’interno del loro percorso che nella rilettura del paesaggio sardo: la metafisica marina legata alla cultura mediterranea di Mimmo Jodice ripresa a Punta Pedrosa (1998) e a Molara (1999), i vagabondaggi poetici di Bernard Plossu tra Carloforte e La Maddalena (2002), l’ironica rivisitazione del tema del nudo di Ralph Gibson (1986) e la spettacolare documentazione della presenza turistica in spiagge come il Poetto (1995)  di Massimo Vitali introducono lo spettatore nella mostra e nel nuovo secolo.

Divisi in stanze monografiche, gli autori presenti al MAN di Nuoro leggono la contemporaneità nella persistenza del ruolo della maschera nel racconto di antiche tradizioni e rituali, rivisitate da Salvatore Ligios per mettere in discussione la coscienza identitaria e la perdita degli elementi culturali locali (2007) oppure da Charles Fréger (2010-2011); oppure ancora nell’attesa eterna (e spesso invana) di una rinascita sociale, culturale ed economica come per l’evento di inaugurazione delle architetture per il mancato summit della Maddalena (Giovanna Silva, 2009); o nel rapporto tra passato e presente nel Monumento a Garibaldi e nelle fortificazioni di granito nell’isola di Caprera (Paola De Pietri, 2022). Pratiche di interazione e partecipazione tra arte e comunità si manifestano nel racconto delle diverse idee di cittadinanza nelle opere di Marinella Senatore (2013) e Vanessa Winship e George Georgeou (2014). Jacopo Benassi (2021) e Lorenzo Vitturi (2022) agiscono rispettivamente a Donori e in Valle della Luna, per affrontare concettualmente l’idea di isolamento.

Nella sede di Cagliari sono presenti quattro autori accomunati dal rapporto tra fotografia e letteratura, a fornire un’ulteriore interpretazione e formalizzazione di tematiche come quella dei rapporti interpersonali sui quali si concentrano, a partire dalla lettura dei racconti di Sergio Atzeni, il lavoro inedito di  Arianna Arcara (2025) e quello di Karla Hiraldo Voleau che cerca di rileggere la Generazione Z attraverso il lascito pasoliniano di Comizi d’amore (2023), mentre le costruzioni di mondi tra immaginazione e documentazione di Luca Spano (2020-2021) guardano all’esperienza letteraria di DH Lawrence. Il tema del viaggio e della nuova lettura del territorio è riscontrabile nei lavori di Francois Xavier Gbré dove viene mostrata la nuova configurazione sociale ed economica successiva al fenomeno delle migrazioni, con tutte le conseguenze che esso comporta.

La mostra presenta opere di straordinaria qualità visiva e propone visioni nuove di luoghi noti, attraverso le quali si possono aprire riflessioni di diversa natura intorno ai tanti temi sollevati dalle opere esposte. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue edito da Interlinea, contenente un dialogo fra i due curatori, la riproduzione delle opere esposte e le schede biografiche e critiche degli autori e delle autrici incluse nel progetto espositivo.

27 giugno – 16 novembre 2025 – MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e Galleria comunale d’arte di Cagliari

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The Heart of the Matter – Carrie Mae Weems

Carrie Mae Weems, Welcome Home, 1978–84. Dalla serie Family Pictures and Stories. © Carrie Mae Weems. Courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra dell’artista americana Carrie Mae Weems, aperta al pubblico dal 17 aprile al 7 settembre 2025 realizzata in collaborazione con Aperture, con la curatela di Sarah Meister, già curatrice del dipartimento di fotografia del MoMA di New York. La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

Una nuova grande mostra dedicata all’artista di fama internazionale Carrie Mae Weems, nota per le sue indagini fotografiche sui temi dell’identità culturale, del sessismo e dell’appartenenza di classe.

In anteprima assoluta un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo per questa esposizione, che si inserisce in una incisiva retrospettiva costituita da opere tratte dalle serie fotografiche più famose, che condurranno il visitatore lungo l’arco di tutta la carriera dell’artista, tracciandone un percorso spirituale e personale.

Le opere selezionate per questa mostra sottolineano il valore unico di Carrie Mae Weems nell’affrontare le complessità e le ingiustizie del mondo che ci circonda, radicando le sua fotografia in luoghi spesso esclusi dalle narrazioni: studi d’artista, piantagioni del sud degli Stati Uniti, spazi domestici, fino ad arrivare alle “istituzioni invisibili” nate come luoghi di culto della comunità nera durante le oppressioni, accostate a immagini di monumenti e musei che sono stati storicamente luoghi di esclusione.

Al centro della mostra c’è il nuovo progetto Preach, realizzato per questa esposizione su committenza originale, un’ambiziosa e intensa installazione che ripercorre la religione e spiritualità per gli afrodiscendenti americani attraverso le generazioni. La serie celebra le forme di culto profonde, appassionate e gioiose che definiscono l’esperienza della Chiesa nera di Weems, e al tempo stesso denuncia la violenza e l’oppressione che sono elementi inseparabili di questa storia. Weems scrive nel nuovo testo poetico che accompagna questa installazione: “Nelle fiamme e tra le bombe, prega dove e quando puoi, nei porti e nelle capanne, nei palazzi e nei seminterrati, nei teatri e nei club. Dal tuo nascondiglio segreto hai scoperto nuove forme di culto…” Usando sé stessa come musa e guida, Weems ci invita a unirci a questo risveglio spirituale e condannare la persecuzione che rende questi spazi sacri luoghi di rifugio e di attivismo. Preach intreccia insieme le prime immagini da Harlem, San Diego, e Sea Island, Georgia, con una vasta gamma di nuovi lavori che evocano la realtà trascendentale e profana dell’espressione religiosa per gli americani neri di oggi.

La retrospettiva comprende anche molti dei primi lavori di Weems, come la storica Kitchen Table Series (1990) e Museums (2006 – in corso); una selezione di progetti più recenti, come Scenes and Takes (2016) e Painting the Town (2021); e importanti installazioni video tra cui The Shape of Things (2021) e Leave Now! (2022). Insieme, queste opere accompagnano i visitatori in un viaggio che abbraccia l’intero arco della sua carriera, mostrando la profondità e la varietà del suo linguaggio artistico.

La mostra vede inoltre la collaborazione di Fondazione Compagnia di San Paolo che si concretizza in attività ispirate ai valori legati all’inclusione e alla valorizzazione di tutte le differenze come fonte di ricchezza, temi che vengono sollecitati dai contenuti in mostra e che caratterizzano le sfide strategiche della Fondazione stessa. La fotografia è strumento di racconto, di documentazione, ma anche di costruzione di identità capace di contribuire al processo di inclusione e creazione di comunità. Attraverso la realizzazione di campagne di comunicazione diffusa negli spazi urbani e la collaborazione nella realizzazione del public program #Inside, le attività della Fondazione hanno l’obiettivo di favorire la partecipazione e allargare a pubblici sempre più eterogenei i temi sollecitati dalla mostra, anche in considerazione della co-presenza in città del festival della Fotografia di Torino Exposed 2025.

L’esposizione “Carrie Mae Weems: The Heart of the Matter” sarà accompagnata da un catalogo co-pubblicato da Società Editrice Allemandi / Aperture. Oltre a numerose immagini delle opere dell’artista americana sarà arricchito da contributi di studiosi appartenenti a diverse generazioni, sottolineando il valore unico della visione di Carrie Mae Weems nell’affrontare queste tematiche.

Dal 17 aprile al 7 settembre 2025 – Gallerie d’Italia di Torino

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Albert Watson. Roma Codex

© Albert Watson | Albert Watson, Roma World, Bird Lady Giovanna, 2024

Dal 29 maggio Palazzo Esposizioni Roma presenta Roma Codex, la più grande mostra fotografica mai realizzata in Italia dedicata al fotografo Albert Watson, tra i più iconici del nostro tempo.

Promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo con Studio F.P., la mostra – curata da Clara Tosi Pamphili – offre uno sguardo fotografico potente e intuitivo sulla città di Roma, esplorata ben oltre i suoi stereotipi visivi.

Il fotografo newyorkese Albert Watson sfida le rappresentazioni convenzionali della Città eterna, delineando un racconto antropologico contemporaneo della sua essenza più autentica.

In oltre cinque decenni di carriera, dal 1970 ad oggi, Watson si è affermato come uno dei fotografi più influenti e prolifici a livello mondiale. Fondendo arte, moda e fotografia commerciale con una versatilità e profondità senza pari, ha creato icone che sono entrate nell’immaginario collettivo.

Roma Codex è un progetto nato da un’idea originale di Studio F.P. che insieme all’Azienda Speciale Palaexpo, ha curato e prodotto interamente il lavoro fotografico interpretato dal grande fotografo ‘sir Albert Watson’, seguendolo durante tutte le riprese, coordinando le location, i soggetti e contribuendo alla narrazione artistica e visiva del progetto. Si ringrazia il primo municipio di Roma Capitale per la collaborazione alla realizzazione del progetto.

Roma vissuta, non solo osservata
Per oltre due anni Albert Watson ha percorso Roma senza un itinerario prestabilito. Guidato dal ritmo della Città e catturandone l’energia tra i suoi volti, le sue architetture e i suoi movimenti, il fotografo ne ha rintracciato lo spirito più autentico per un’esplorazione fotografica della dialettica tra grandeur storica e vitalità quotidiana. 

«Non ho voluto osservare Roma con idee preconcette o con la pressione di dover immortalare ciò che il pubblico si aspetta di vedere. La città trabocca di storia, ma io ero interessato a ciò che accade tra i monumenti, nell’energia delle sue strade, nei volti, nel movimento. Ho fotografato in modo istintivo, passando da scuole di danza a club underground, da studi d’artista a caffè notturni. Alcuni momenti erano pianificati, molti altri sono stati frutto del caso. È questa la magia di Roma: si svela, strato dopo strato, se si ha la pazienza di guardarla» – Albert Watson.

Tracciando un ritratto della Roma contemporanea, sospesa tra l’ingombro della sua storia e l’energia e avanguardia del presente, Albert Watson rifugge dall’ovvio. Roma Codex è un atlante stratificato dello spirito effervescente e pulsante della Città, un luogo in continua evoluzione sin dai tempi più remoti, crocevia di culture e mondi diversi. 

200 fotografie, una città da decifrare
La mostra presenta 200 fotografie in bianco e nero e a colori, spesso di grande formato, allestite nelle prime tre principali sale di Palazzo Esposizioni Roma. Le immagini sono disposte secondo una logica istintiva e non tematica, per riflettere una fruizione libera e contemporanea. Nel vasto spazio espositivo, momenti umani intimi e spontanei sono accostati all’imponenza architettonica e storica della Città, in un gioco di rimandi tra Roma e coloro che la abitano e la definiscono. Albert Watson abbatte le gerarchie: un ritratto, un paesaggio, un interno, un volto anonimo o una celebrità convivono con la stessa intensità narrativa. Nel suo complesso Roma Codex offre una bussola visiva, al tempo stesso istintiva e meticolosa, per decifrare una città ricca di contrasti.

Luoghi simbolici e ritratti inattesi
Tra i luoghi fotografati: il Colosseo, la Fontana di Trevi, l’Ara Pacis, il Foro Romano, Villa Medici, l’Altare della Patria, ma anche luoghi meno convenzionali come Cinecittà Studios, la Cripta dei Cappuccini, Campo de’ Fiori, la Via Appia Antica, la Terrazza del Gianicolo, Porta Portese, il Parco Archeologico di Ostia Antica, il Jazz Image Festival, l’Imperial Circus.

Un ritratto collettivo della Roma di oggi
La mostra è anche un omaggio al tessuto umano della città. Tra i protagonisti ritratti: Paolo Sorrentino, Valeria Golino, Luca Bigazzi, Luca Zingaretti, Isabella Ferrari, Benedetta Porcaroli, Riccardo Scamarcio, Celeste Della Porta, Kasia Smutniak, Saul Nanni, Pierfrancesco Favino, Toni Servillo, Roberto Bolle, Eleonora Abbagnato, Giuseppe Ducrot, Elisabetta Benassi, Pietro Ruffo, il Cardinale Silvano Maria Tomasi, il Gran Maestro dell’Ordine di Malta Giancarlo Giammetti.

Dal 29 maggio 2025 al 3 agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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