Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre fotografiche da non perdere in Aprile

Approfittiamo delle lunghe giornate di primavera per goderci qualche mostra di fotografia!

Anna

Bruce Gilden. A closer look

Bruce Gilden, <em>Amber</em>, Kensington, Philadelphia, Pennsylvania, USA, 2023. © Bruce Gilden/Magnum Photo
Bruce Gilden, Amber, Kensington, Philadelphia, Pennsylvania, USA, 2023. © Bruce Gilden/Magnum Photo

Un unico progetto, presentato per la prima volta in Italia a Brescia, composto da una mostra – A closer look, al Museo di Santa Giulia – e una installazione site specific – Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello alla Pinacoteca Tosio Martinengo – rende omaggio alla carriera di uno dei pionieri della Street Photography, attraverso un importante progetto espositivo concepito in stretto dialogo con l’artista stesso.

L’iniziativa espositiva è uno degli appuntamenti più attesi della IX edizione del Brescia Photo Festival.

A cura di Denis Curti

Dal 27 marzo al 23 agosto 2026, Brescia diventa la prima città italiana a ospitare un progetto espositivo dedicato a Bruce Gilden (New York, 1946), membro effettivo dell’agenzia Magnum Photos e conosciuto come uno dei pionieri della Street Photography, con un unico progetto composto da una mostra e da una installazione site specifc, allestite al Museo di Santa Giulia e alla Pinacoteca Tosio Martinengo, per la prima volta in Italia.

L’iniziativa, curata da Denis Curti sviluppata in collaborazione diretta con l’artista, organizzata dalla Fondazione Brescia Musei in collaborazione con Magnum Photos, rappresenta un progetto di respiro internazionale e uno degli appuntamenti più significativi della IX edizione del Brescia Photo Festival (dal 26 al 29 marzo 2026) promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza- centro della fotografia italiana, e prosegue il filone d’indagine sui fotografi contemporanei statunitensi, iniziato dall’Istituzione bresciana nel 2023 con David La Chapelle e proseguita lo scorso anno con Joel Meyerowitz.

L’esposizione, dal titolo A closer look, la prima grande monografica dedicata a Bruce Gilden e mai presentata in Italia, ospitata dal Museo di Santa Giulia, presenta un corpus di 80 fotografie; il percorso ruota attorno a Faces (2013-2024), ritratti di persone caratterizzati dall’accento dinamico, dalle particolari qualità grafiche e dal modo originale e diretto con il quale Gilden fotografa i volti con l’ausilio del flash; sono scatti realizzati come cronaca figurativa di città in giro per il mondo: dagli Stati Uniti all’Inghilterra, passando per il Messico, la Grecia e la Colombia; sono opere che nascono da una relazione e da un dialogo fortemente cercato con i soggetti, ma che non rinunciano a un approccio diretto e senza sconti, tipico della sua cifra espressiva.

Accanto ad esse, sarà presentata una serie di fotografie in bianco e nero degli esordi (1968), realizzate in Giappone con alcuni rappresentanti della Yakuza (1996-1999), ad Haiti (1985-1995), in Europa, tra Francia (1994-2015), Irlanda (1996-1997) e Inghilterra (2000-2012), ma soprattutto nella sua città natale: New York (1969-1995). Completano la rassegna due contributi audiovisivi: il primo è una intervista del fotografo e reporter britannico Martin Parr, nella quale Bruce Gilden racconterà le sue vicende biografiche e la sua carriera professionale; il secondo sarà un video realizzato dall’Agenzia Magnum Photos.

L’installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, realizzata appositamente per questa prima presentazione italiana, vede esposto il dittico fotografico commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese per arricchire la collezione dei Musei Civici di Brescia. L’opera reinterpreta il concetto di “grazia”, esemplificato dalle due opere di Raffaello in prestito alla mostra Raffaello: Sublime Poetry al Metropolitan Museum of Art di New York dal 29 marzo, ed è allestita dal 27 marzo al 12 luglio presso la Pinacoteca Tosio Martinengo.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’intento è stato quello di affermare la fotografia come principale mezzo artistico della contemporaneità, capace di confrontarsi con i grandi temi dell’arte del passato, attraverso il coinvolgimento diretto di uno dei suoi protagonisti più autorevoli.

Le due mostre saranno accompagnate da un catalogo unico, edito da Skira.

Dal 27 Marzo 2026 al 23 Agosto 2026

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Back to peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum

David Seymour, Venice, Italy, 1950 courtesy © David Seymour/Magnum Photos
David Seymour, Venice, Italy, 1950 courtesy © David Seymour/Magnum Photos

Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita una nuova e grande mostra del cartellone di eventi di GO! 2025, Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura: Back to Peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum, un progetto espositivo di eccezionale valore simbolico e storico. Una mostra-evento unica nel suo genere, in esclusiva per l’Italia, che racconta il secolo della guerra e della pace attraverso gli sguardi dei più grandi maestri della fotografia mondiale.

Organizzata da Erpac – Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, prodotta da Suazes in collaborazione con Magnum Photos, la mostra è curata da Andrea Holzherr e Marco Minuz. Per la prima volta viene presentata la più ampia raccolta di fotografie dei grandi autori della storica agenzia Magnum Photos dedicate ai reportage realizzati durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra.

Oltre 200 fotografie, accompagnate da installazioni video e paesaggi sonori, conducono il visitatore in un percorso emozionante che attraversa i fronti, le città distrutte, i volti dei sopravvissuti e la difficile ricostruzione della pace. Un itinerario che acquista un significato ancora più profondo nella città di Gorizia, simbolo dei confini e delle ferite del Novecento, oggi cuore del progetto GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale europea della Cultura.

Il percorso espositivo si apre con le celebri immagini di Robert Capa, tra cui le iconiche fotografie dello sbarco in Normandia (D-Day), e con gli scatti di George Rodger che documentano la liberazione dei campi di concentramento che verranno per l’occasione messi in dialogo con i celebri disegni di Zoran Music sui campi di concentramento di Dachau. Segue il toccante reportage di Wayne Miller sugli effetti delle bombe atomiche in Giappone, accanto al film Le Retour di Henri Cartier-Bresson, che racconta il ritorno dei prigionieri di guerra in Francia.

La mostra prosegue con le fotografie di Werner Bischof, testimone della devastazione in Europa tra Olanda, Italia, Romania, Grecia, Francia, Germania, Slovacchia, Polonia e Finlandia; e con gli scatti di David Seymour (Chim) dedicati ai bambini vittime della guerra, in un progetto realizzato con il sostegno dell’UNICEF. Tra le sezioni più suggestive, le immagini di Herbert List sulle macerie del dopoguerra, e il progetto Generazione X, Lavoro commissionato da una rivista tedesca per raccontare le speranze e la ricostruzione della gioventù europea. Il percorso si conclude con le fotografie dedicate alla costruzione del Muro di Berlino, simbolo delle nuove divisioni che ancora segnavano l’Europa – un tema che trova in Gorizia un’eco potente e attuale.

Back to Peace? non è solo una mostra fotografica: è una riflessione collettiva sulla memoria, sulla fragilità dell’uomo e sulla ricerca della pace. Realizzarla a Gorizia, città che ha vissuto in prima persona le lacerazioni del Novecento, significa restituire voce e immagine a un passato che ancora ci interroga, e al tempo stesso lanciare un messaggio di speranza per il futuro.

La mostra sarà accompagnata da installazioni multimediali che permetteranno al visitatore di entrare emotivamente nella storia di questi reportage. Nell’occasione sono state commissionate anche due colonne sonore a due importanti compositori italiani.

Il percorso sarà arricchito anche dall’esposizione di pezzi storici militari collegati alle fotografie che verranno esibite.

Il progetto è realizzato con Magnum Photos Parigi, ICP International Center of Photography New York, Fondazione Henri Cartier-Bresson Parigi, Estate Werner Bischof Zurigo, Musée de La Libération Parigi.

Dal 20 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Palazzo Attems Petzenstein – Gorizia

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EYES ON THE STREET – AA VV

Due uomini in abiti formali camminano per strada, uno con una sigaretta in bocca e l'altro indossa una cravatta colorata. Una scimmia è seduta sulla spalla di uno di loro.

Leica Camera Italia inaugura la sua nuova casa nel cuore di Milano, in piazza Duomo: un punto di riferimento, aperto a tutti e dedicato alla promozione della cultura fotografica, tra tradizione e innovazione con uno sguardo sempre rivolto al futuroUno spazio completamente ripensato, ampliato su due livelli, concepito come un luogo di incontro, conoscenza e condivisione. Un vero hub dedicato all’immagine, capace di accogliere appassionati, professionisti, collezionisti e curiosi in un ambiente accessibile e sempre animato anche grazie a mostre, presentazioni editoriali, talk e attività formative.

Per celebrare il nuovo spazio Leica Camera Italia presenta Eyes on the street. The eyes that meet, in the magic of the street, una mostra collettiva con oltre 40 opere di 26 fotografi, a cura di Giada Triolafino al 9 maggio 2026. Diverse generazioni e diversi mondi: dagli scatti degli anni ’60 di William KleinThomas Hoepker e Joel Meyerowitz, alla New York degli anni ’90 di Jeff Mermelstein, la Bosnia di Edward Serotta, l’India di Alex Webb e l’Islanda di Ragnar Axelsson. Con loro Stefano Guindani,  l’intensità di Paolo Pellegrin nel documentare lo sguardo che attraversa il dolore, l’ironia e la poetica delle scene urbane di Stefano Mirabella, la verità di Andrea Boccalini, il surrealismo di Robbie McIntosh fino all’empatia di Gianni Berengo Gardin.

Curiosità, attesa, sfida, allegria, dolore negli occhi di chi guarda: immagini iconiche dell’Archivio Leica di Wetzlar e opere di 9 fotografi italiani contemporanei scrivono un racconto visivo composito, tra colore e bianco e nero. 

dal 5 marzo 2026 al 9 maggio 2026 – Leica Store & Galerie – Milano

Exposed Photo Festival

Manifesto del Torino Photo Festival intitolato 'Mettersi a nudo' con data dal 09.04 al 02.06.2026 e immagine di un uomo in posa.

Dal 9 aprile al 2 giugno vi attende un grande viaggio intorno alla fotografia, dall’Ottocento a oggi, con protagonisti artisti e istituzioni nazionali e internazionali: 18 mostre, incontri, eventi speciali e iniziative in tutta la città –  visitabili gratuitamente o a prezzo ridotto con il PASS EXPOSED – che animeranno musei, sedi culturali, gallerie, strade, portici, cancellate e persino un parcheggio, dando vita a una costellazione di sguardi e prospettive in dialogo fra loro

Tanti spazi e tante visioni, intrecciate dal tema Mettersi a nudo: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile. 

E a guidarvi sarà il “miglio della fotografia”, un percorso diffuso tra i luoghi espositivi del Festival che metterà in relazione autrici e autori celebri e sconosciuti, giovani emergenti e maestri del passato. Un itinerario da attraversare a piedi, in bicicletta o come preferite, lasciandovi sorprendere, tappa dopo tappa, dalle molte forme della fotografia.

Dal 9 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Sono le braci di un’unica stella. Fotografie di Lisetta Carmi e Jacopo Benassi

Manifesto dell'esposizione di Lisetta Carmi con titoli e nomi dei curatori.

A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione de I Travestiti (1972), lavoro fondamentale di Lisetta Carmi, il Museo ne riattualizza la forza poetica e civile attraverso un percorso che intreccia opere storiche e nuove acquisizioni. In mostra sedici opere dell’autrice — vintage in bianco e nero (1965–1972), già presenti in collezione, e stampe a colori acquisite recentemente — che restituiscono uno sguardo partecipe sui temi dell’identità, della marginalità e del diritto all’esistenza. In dialogo con esse, otto opere in bianco e nero che Jacopo Benassi ha realizzato nel 2015 come omaggio diretto, personale e contemporaneo, al lavoro di Carmi.

Il percorso costruisce un confronto interno all’opera di Carmi — tra vintage e nuove acquisizioni — e un dialogo esplicito tra due autori profondamente differenti come estetica ma accomunati dalla stessa sincerità e da una sintonia con le fragilità dell’altro che prende forma attraverso l’immagine.

Si ringraziano le gallerie Martini&Ronchetti, Genova Francesca Minini, MilanoLe acquisizioni sono state rese possibili grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito dell’avviso pubblico Strategia Fotografia 2022.

22.03.2026 > 07.06.2026 – MUSEO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA – Cinisello Balsamo (MI)

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Dayanita Singh. Archivio

Dayanita Singh, Mahmoodabad, 2025
© Dayanita Singh/Archivio | Dayanita Singh, Mahmoodabad, 2025

Per la prima volta nella sua storia, l’Archivio di Stato di Venezia aprirà al pubblico come sede espositiva, con ARCHIVIO di Dayanita Singh.
ARCHIVIO è il tributo di Singh sia agli archivi italiani che ha fotografato negli ultimi 10 anni, che al proprio archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi 25. La mostra inaugura il 16 aprile 2026 presso l’Archivio di Stato di Venezia e presenta l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora.

La mostra è curata da Andrea Anastasio e, dopo l’Archivio di Stato di Venezia, si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi.

In ARCHIVIOl’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini.

Il curatore Andrea Anastasio colloca la pratica di Singh all’interno di una riflessione più ampia su come si costruisce la memoria culturale. L’allestimento riflette il suo interesse per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione – ordinare, contenere, proteggere –, e al contempo consente alle fotografie di Singh di rimanere aperte e porose, mutevoli in ogni nuovo contesto.

ARCHIVIO prosegue l’esplorazione intrapresa da Singh sul tema del museo come libro e del libro come museo: architetture portatili e ricomponibili per la conoscenza. La mostra evidenzia la convinzione dell’artista che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo, e quelle che restano ancora da scoprire.

La mostra, che sarà aperta durante la 19^ edizione di Incroci di civiltà, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Iuav di Venezia, e altre istituzioni, che si svolgeranno dal 18 aprile al termine della mostra.
Inoltre, l’artista sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione di Università Iuav di Venezia in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.

La tappa veneziana dell’esposizione ARCHIVIO ha il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, India, e dall’Archivio di Stato di Venezia. La mostra è realizzata anche con la collaborazione di Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari Venezia.

Si ringrazia lo Studio Sonnoli per il progetto grafico dell’identità della mostra, a cura di Irene Bacchi e Leonardo Sonnoli.

Dal 17 Aprile 2026 al 31 Luglio 2026 – Venezia – Archivio di Stato

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Nick Brandt. The Day May Break

Una donna seduta a un tavolo sott'acqua, con due sedie vuote intorno.

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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AGNÈS VARDA. QUI E LÀ TRA PARIGI E ROMA

Agnès Varda, Autoritratto davanti a un dipinto di Gentile Bellini, Venezia, 1959
© Succession Agnès Varda – Fonds Agnès Varda déposé à l’Institut pour la photographie | Agnès Varda, Autoritratto davanti a un dipinto di Gentile Bellini, Venezia, 1959

Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici rende omaggio all’opera fotografica dell’artista e regista Agnès Varda (1928-2019) attraverso la prima grande retrospettiva a lei dedicata in Italia, e in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra invita a un’immersione nella Parigi del dopoguerra e, in particolare, nel cortile-atelier di rue Daguerre, luogo di vita, creazione e sperimentazione di Agnès Varda per quasi sette decenni, inscindibile dalla sua opera. Agli anni parigini fanno eco le fotografie realizzate dall’artista durante i suoi viaggi in Italia, da Venezia a Roma, nelle ville e nei giardini rinascimentali o sui set cinematografici. Attraverso i luoghi e le figure che l’hanno ispirata, la mostra traccia il percorso di un’artista prolifica e singolare. Il suo lavoro sarà inoltre protagonista di Viva Varda (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), un’esposizione alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française. La mostra ripercorrerà l’intera opera della prima cineasta ad aver ricevuto l’Oscar onorario per l’intero arco della sua carriera.

La Parigi di Agnès Varda
La mostra a Villa Medici mette in dialogo l’opera della fotografa con quella della cineasta attraverso un insieme di 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista. Ideata dal musée Carnavalet – Histoire de Paris e a cura di Anne de Mondenard e di Paris Musées, è stata presentata a Parigi dal 9 aprile al 24 agosto 2025. L’esposizione è il frutto di un lavoro di ricerca durato oltre due anni e si basa sul fondo fotografico di Agnès Varda, nonché sugli archivi di Ciné-Tamaris, la società di produzione da lei fondata, oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy.

Il percorso traccia gli esordi di Agnès Varda come fotografa e il suo insediamento all’inizio degli anni cinquanta nel cortile-atelier di rue Daguerre, trasformato in studio di posa, laboratorio fotografico e sede della sua prima mostra nel 1954. Quel cortile, condiviso più tardi con il suo compagno, il regista Jacques Demy, diventa il cuore pulsante del suo universo. Fotografie ed estratti di film mettono in risalto lo sguardo anticonvenzionale, venato di umorismo e di singolarità, che l’artista rivolge alle strade della capitale e ai suoi abitanti. Attraverso opere come Cléo de 5 à 7 (1962) o Daguerréotypes (1975), la mostra evidenzia in particolare la sua attenzione costante per le donne e per le vite marginali.

La mostra riunisce le opere di diversi artisti presentate in dialogo con le fotografie e i film di Agnès Varda: Giancarlo Botti, Michaële Buisson, Alexander Calder, Martine Franck, Dominique Genty, JR, Liliane de Kermadec, Michèle Laurent, Claude Nori, Laurent Sully-Jaulmes, Robert Picard, Valentine Schlegel, Collier Schorr.

L’Italia di Agnès Varda
In continuità con la mostra, L’Italia di Agnès Varda illumina i legami profondi che unirono l’artista all’Italia attraverso una selezione di fotografie inedite realizzate durante due soggiorni, nel 1959 e nel 1963. All’epoca Agnès Varda era conosciuta come fotografa teatrale e lavorava su numerose commissioni di reportage per la stampa in Francia e in Europa.

Nel 1959 esplora Venezia e la sua regione alla ricerca di luoghi di ripresa per La Mélangite (ou Les Amours de Valentin), un film che non vedrà mai la luce. Le sue fotografie testimoniano la scoperta dell’Italia e il suo gusto per il pittoresco. Le vedute di Venezia e dei suoi abitanti rispecchiano pienamente il suo spirito. Alla pratica spontanea della fotografia si affianca l’attrazione per scene grafiche che giocano con ombre e contrasti. Alla Villa della Torre, nei pressi di Verona, e nei Giardini di Bomarzo nel Latio, i materiali e la singolarità delle sculture la affascinano.
Nel maggio 1963, la rivista francese Réalités le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, appena insignito della Palma d’oro per Il Gattopardo. Parte per Roma con tre macchine fotografiche. Provini a contatto e fotografie a colori documentano la sessione con quello che la stampa definiva il “principe taciturno del cinema italiano”. Nello stesso periodo Jean-Luc Godard gira Il disprezzo negli studi Titanus: Varda si reca sul set e fotografa il suo amico mentre dirige Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.

Una cinquantina di stampe originali della collezione di Rosalie Varda, nonché documenti provenienti dai suoi archivi e dal fondo depositato presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France raccontano per la prima volta il rapporto di Agnès Varda con l’Italia.

Agnès Varda in 9 capitoli
 
Prima di rue Daguerre
Giunta a Parigi nel 1943, Agnès Varda frequenta l’École du Louvre e sceglie di dedicarsi alla fotografia, una pratica che le consente di coniugare dimensione manuale e riflessione intellettuale. Durante gli anni di apprendistato condivide un appartamento nei pressi di Pigalle con tre altre giovani donne. Le coinquiline diventano i primi soggetti dei suoi ritratti, mentre le rive della Senna si impongono come i suoi primi paesaggi parigini. In questa fase iniziale si affermano già il suo stile — caratterizzato da una sottile qualità enigmatica di matrice surrealista — e la sua identità artistica.
 
Il cortile di rue Daguerre
Nel 1951 Agnès Varda si trasferisce al numero 86 di rue Daguerre, uno spazio dal carattere singolare. Riconverte due ex negozi, separati da una corte-vicolo, in atelier, studio e laboratorio. Questo luogo di lavoro e di creazione diventa anche uno spazio di vita condivisa con la scultrice Valentine Schlegel e con una famiglia di rifugiati spagnoli. Nella corte organizza la sua prima esposizione nel 1954 e vi realizza i suoi primi film.

Drôle de Paris
Negli anni cinquanta Agnès Varda ricopre il ruolo di fotografa ufficiale del Théâtre national populaire di Jean Vilar e del Festival di Avignone. Questa esperienza le apre le porte del mondo artistico parigino: realizza numerosi ritratti e servizi fotografici, immortalando figure quali Calder, Brassaï, Suzanne Flon, Giulietta Masina e Fellini. Unendo ironia e una sottile qualità enigmatica, fino a toccare talvolta una dimensione più cupa, si afferma progressivamente come una voce singolare della scena intellettuale del dopoguerra.

Foto-scrittura
Agnès Varda eccelle nel reportage, affermando al contempo, in alcuni soggetti, un’estetica e un metodo segnati dal linguaggio cinematografico. Come farebbe un regista, mette in scena le sue riprese e dirige i suoi modelli: una bambina travestita da angelo o giovani attori che mimano diversi comportamenti amorosi.

La città in eco
Nel 1961, con Cléo de 5 à 7, Agnès Varda firma insieme un ritratto femminile e un documentario su Parigi, in cui la città diventa specchio degli stati d’animo della protagonista, turbata dal timore del cancro. Nel 1967 torna a filmare Parigi in risonanza con le emozioni che attraversano una giovane madre, angosciata dalla guerra in Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, Agnès Varda inscrive il suo sguardo sulla città in un dialogo continuo tra sfera intima e dimensione politica.

Donne, persone
Nelle sue fotografie e, in seguito, nei suoi film, Agnès Varda interroga il modo in cui le donne vengono guardate e rappresentate, in particolare in L’une chante, l’autre pas, dove prende posizione a favore dei diritti femminili e della contraccezione. Il suo femminismo si inscrive in un’attenzione più ampia rivolta all’umano: già negli anni cinquanta porta alla luce la popolazione impoverita che anima il mercato di rue Mouffetard (L’Opéra-Mouffe, 1958). Più tardi, in Daguerréotypes (1975), si concentra sui commercianti di rue Daguerre, da lei definiti la “maggioranza silenziosa”. Ne registra gesti, volti e narrazioni della vita quotidiana con una poetica sincerità, in bilico tra documentario sociale e omaggio surrealista.

L’Italia
Focus speciale per Villa Medici
Nel 1959, durante una ricognizione a Venezia e nei dintorni, Agnès Varda coglie scene di vita quotidiana e motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i passaggi in ombra. In occasione di questo viaggio realizza uno dei suoi celebri autoritratti davanti a una tela di Gentile Bellini, giocando con umorismo sulla sua acconciatura ormai divenuta iconica. Inviata a Roma nel 1963 per fotografare Luchino Visconti, fa visita a Jean-Luc Godard sul set del Disprezzo e ritrae Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.

La corte-giardino
Fino alla metà degli anni Sessanta, Agnès Varda realizza nella sua corte ritratti di giovani attrici e attori, tra cui Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Dopo aver reso celebri i commercianti del vicinato in Daguerréotypes (1975), si identifica sempre più con la sua strada, al punto da definirsi “daguerréotipista”. Nel corso degli anni, la corte-atelier si trasforma in una corte-giardino, che talvolta si estende fino a rue Daguerre, come nell’“autodocumentario” Les Plages d’Agnès (2008). È anche il luogo in cui Agnès Varda si racconta, si mette in scena e dal quale la sua opera si diffonde e prende forma.
 
Viaggio in città
A Parigi, Agnès Varda non si lascia sedurre dagli aspetti più pittoreschi della capitale. Rivolge invece lo sguardo a ciò che passa inosservato e ai luoghi che le sono più familiari: il suo quartiere e le rive della Senna. Gli estratti presentati in mostra rivelano il modo in cui la sua macchina da presa attraversa lo spazio urbano. Essi attingono a tutti i generi — finzione, documentario, pubblicità — e a una pluralità di formati, dai lungometraggi ai cortometraggi, fino ai frammenti di prova.

Dal 25 Febbraio 2026 al 25 Maggio 2026 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici


Anne Geene e Arjan de Nooy: Bestiary

Foglie verdi disposte in modo artistico, alcune con lettere o numeri scritti sopra, su sfondo bianco.
l Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noiAlfabeto creato dai morsi degli insetti

I bestiari sono antichi manoscritti che intrecciano racconti di creature reali e immaginarie con storie di pietre e alberi. Non descrivono questi elementi in modo oggettivo: li usano invece per rappresentare il mondo come riflesso di una verità divina. Attraverso la natura e le vicende di esseri grandi e piccoli, i bestiari trasmettono insegnamenti morali; hanno tutti origine da un’opera greca nota come Physiologus. Scritta tra il II e il IV secolo d.C. da un autore sconosciuto, questa raccolta divenne uno dei libri più letti e amati del Medioevo.

In Bestiary, Anne Geene e Arjan de Nooy realizzano un bestiario fotografico contemporaneo ispirato a quella fonte antica. Prendendo spunto da citazioni tratte da una traduzione recente e mescolando immagini trovate con fotografie proprie, danno nuova vita a questo testo mistico. Pur non adottando un approccio né cristiano né didattico, i comportamenti messi in scena dalle creature di Bestiary continuano a suggerire narrazioni da cui possono affiorare, in modo indiretto, intuizioni morali.

Dal 18 marzo al 18 aprile – MICamera – Milano

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Non sono più lì – Cristian Iacono

Mostra vincitrice del concorso Idee Photo Contest con una fotografia che mostra mani che tengono un pezzo di vetro trasparente tra il verde dell'erba, sotto un cielo blu con nuvole bianche. Dettagli sulla mostra sono inclusi.

Università degli Studi di Milano ospita la mostra vincitrice di Idee Photo Contest: “Non sono più lì” con la serie fotografica omonima di Cristian Iacono (primo premio), l’esposizione è a cura di Anna Mola.

Idee Photo Contest è un concorso fotografico ideato dall’agenzia AM PhotoIdeas di Anna Mola. Giunto alla sua sesta edizione, ha visto l’iscrizione di centinaia di partecipanti.

Gli altri vincitori del concorso sono: Veronica Benedetti, vincitrice del premio speciale Unimi, con la serie “Ofelia”; Mara Scampoli con il progetto “Mixed”, vincitrice del premio speciale Il Fotografo. Sono state infine assegnate tre menzioni d’onore a Giulio Brega, Nicole Danelli e Carlos Fulgoso Sueiro.

“Le cose esistono e persistono soltanto perché perdono”

Tim Ingold

Il progetto di Cristian, che è anche il suo lavoro di tesi, è intriso di concetti filosofici, antropologici, letterari, sulla base di un linguaggio fotografico con una fortissima impronta personale.

Si potrebbe dire – già dal titolo – che il tema è la perdita ma questo comporterebbe una lettura unicamente negativa della serie mentre l’intenzione dell’autore è quella di offrire anche una lettura positiva di questa circostanza della vita, da cui possono derivare un senso di rinascita e di positività.

Il denominatore comune di questo progetto è la natura: uno sfondo su cui si stagliano e prendono vita i pensieri e le percezioni dell’autore. Vediamo quindi l’impressione luminescente di un albero, una candela bruciante in una grotta, mani che cercano di afferrare una distesa d’acqua.

Tutto quello che vediamo non deve essere “preso alla lettera” ma come un simbolo o un’interpretazione; prendiamo per esempio la foto delle braccia tese al di sopra di un campo erboso che distendono verso il sole un foglio di carta riflettente: non è solo un’immagine esteticamente elegante ma potrebbe anche essere un riferimento a quel “pensiero magico” definito da Joan Didion nel celebre libro scritto dopo la morte del marito. La scrittrice parla, per esempio, del suo voler trattenere le scarpe del defunto compagno perché – irrazionalmente – potrebbe averne bisogno al suo impossibile ritorno; allo stesso modo il gesto nella foto descritta è un tentativo di trattenere la luce per produrne qualcosa di alchemico, forse, di energico e potente.

Con questa chiave di lettura, invitiamo i visitatori a esplorare la mostra, condividendo i loro pensieri.


Testo critico di Anna Mola

Dal 15 aprile al 6 maggio – Università degli Studi di Milano – Atrio della Facoltà di beni culturali

61° Wildlife Photographer of the Year

© Bence Máté, Wildlife Photographer of the Year
© Bence Máté, Wildlife Photographer of the Year

La mostra Wildlife Photographer of the Year, giunta al suo sessantunesimo anno, promossa dal Museo di Storia Naturale di Londra, arriva al Forte di Bard dal 21 marzo al 12 luglio 2026, presentando alcune delle più eccezionali fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo. L’esposizione accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta. 
 
Il concorso di quest’anno ha registrato oltre 60.000 candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una giuria internazionale di esperti del settore. L’inquietante scena di una iena bruna tra i resti scheletrici di una città mineraria di diamanti abbandonata da tempo a Kolmanskop, in Namibia, del fotografo sudafricano Wim van den Heever è l’immagine vincitrice del Wildlife Photographer of the Year 2025. Uno scatto davvero eccezionale: per realizzare Ghost Town Visitor (Visitatore della città fantasma), con la tecnologia delle foto-trappole, il fotografo naturalista sudafricano ha atteso un decennio dopo aver notato per la prima volta le tracce dell’animale. Il titolo di Young Wildlife Photographer of the Year 2025 è stato vinto da Andrea Dominizi, il primo italiano in assoluto a vincere il prestigioso premio per fotografi naturalisti di età pari o inferiore a 17 anni. La sua immagine After the Destruction (Dopo la distruzione) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie Cerambycidae in un’area disboscata sui Monti Lepini, nell’Italia centrale.
 
Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto Shadow Hunter (Cacciatore di ombre), un gufo reale nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con menzione d’onore: Fortunato Gatto con The frozen swan (Il cigno congelato) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegiani con The calm after the storm (La calma dopo la tempesta) e Shadowlands (Terre d’ombra) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con Wake-up call (Sveglia) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.
 
Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year: «Come sostenitrice del potere della fotografia, non c’è nulla di più gratificante o emozionante che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più grande piattaforma mondiale dedicata alla fotografia naturalistica». 
 
Doug Gurr, direttore del Natural History Museum: «Giunti al sessantunesimo anno, siamo entusiasti di continuare a fare del Wildlife Photographer of the Year una potente piattaforma di narrazione visiva, mostrando la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e il rapporto dell’umanità con esso. Grazie all’inclusione del Biodiversity Intactness Index, la mostra di quest’anno rappresenta la migliore combinazione tra grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare difensori del nostro pianeta». 
 
Ornella Badery, presidente del Forte di Bard: «Widlife Photogtapher of the Year è uno dei cardini dell’offerta espositiva del Forte, atteso ogni anno da migliaia di appassionati di fotografia. La potenza delle immagini e delle storie che ognuna porta con sé è il modo migliore per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate all’ambiente, alla flora e alla fauna sempre più in pericolo in ogni parte del mondo».

Dal 21 marzo 2026 al 12 luglio 2026 – Forte di Bard – Aosta

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Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero

Gianni Berengo Gardin, Venezia 1958 - Campo Santa Margherita: bambini giocano al salto della corda, <span class="content-dipinti">Collezione della Fondazione di Venezia, courtesy  © Archivio Gianni Berengo Gardin</span>
Gianni Berengo Gardin, Venezia 1958 – Campo Santa Margherita: bambini giocano al salto della corda, Collezione della Fondazione di Venezia, courtesy  © Archivio Gianni Berengo Gardin

Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.

Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.

Curata da Denis Curti, è la prima esposizione organizzata dalla Fondazione nella nuova sede di Palazzo Flangini, dove sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 30 giugno 2026: un momento simbolico, in cui la Fondazione di Venezia apre le porte della sua nuova casa alla città mettendo in mostra le opere di Gianni Berengo Gardin, che ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a fare parte della collezione fotografica permanente della Fondazione di Venezia.

Dal 27 febbraio 2026 al 30 giugno 2026 – Palazzo Flangini – Venezia

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Mezzogiorno by Marco Zanella

Uomo che cammina lungo una strada sterrata, indossando un completo scuro e una maschera facciale, mentre tiene un giornale in mano.

Mezzogiorno is a photographic exploration that has unfolded over more than a decade across Southern Italy. The title is an italian word that carries a double meaning, “noon” and “the South” as a cardinal point, and is commonly used to refer to the southern region of Italy. It evokes a dual tension between time and place, light and shadow, myth and reality.
It is a investigation into landscapes, social fragility, religion and traditions, shaped through errancy, encounters, and quiet presence. Resisting nostalgia and folklore, the work documents a landscape marked by economic uncertainty, unfinished architecture, and complex social layers. Rituals, ruins, and rhythms of abandonment become signs of broader transformations.
Mezzogiorno seeks to question dominant narratives, offering a lens through which to reinterpret the present. It attempts to move beyond postcard clichés, portraying Southern Italy not as a fixed memory, but as a fractured and living reflection of contemporary dynamics. The project aims to shape a new visual language, politically aware, anthropologically grounded, and emotionally resonant.

Dal 21 marzo al 17 maggio – Festival Circulation(s) – Le CENTQUATRE – PARIS

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Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways. Fotografie di Francesco Conversano

John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014
John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014

Il Museo di Roma in Trastevere presenta la mostra fotografica “Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways”, una selezione di novanta scatti in bianco e nero e a colori realizzati negli Stati Uniti dal regista di cinema del reale Francesco Conversano fra il 1999 e il 2017, durante le riprese che portarono alla realizzazione di vari film documentari girati insieme a Nene Grignaffini e prodotti con RAI CINEMA e per Rai Radiotelevisione Italiana/ Rai 3. 

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Il viaggio lungo le “strade blu” è un viaggio di scoperta, di conoscenza e di rivelazioni, un viaggio geografico e antropologico, un viaggio nel meraviglioso quotidiano e nell’immaginario collettivo di un Paese complesso che a volte sembra fermo nelle mitologie e negli stereotipi e che intreccia la vita delle persone e gli avvenimenti storici. Europa, Asia e America sono stati raccontati nei momenti di trasformazione sociale attraversando macrocosmi e microcosmi, villaggi e megalopoli, paesaggi geografici e umani fatti di scambi, relazioni e solitudine. Lo scatto ferma l’attimo delle connessioni tra l’uomo e il paesaggio, l’umano e ciò che lo circonda, nutrendosi della potenza della memoria e dell’incanto della poesia. Questo modo di interpretare il cinema del reale che segue una visione di tipo antropologico, si intreccia con il cinema della memoria e il cinema di poesia, grazie all’esplorazione degli infiniti spazi e dei territori compresi tra la realtà e immaginario.

La mostra fotografica si sviluppa secondo questa visione. Realtà, memoria e poesia si intrecciano lungo le strade blu della provincia americana, rielaborando percorsi dell’immaginario collettivo e rievocando inevitabilmente luoghi e storie: la poesia di Walt Whitman e gli epitaffi di Edgar Lee Masters, la letteratura epica di John Steinbeck, l’universo minimalista dell’ordinary people di Raymond Carver, l’America di Truman Capote di “A sangue freddo”, primo romanzo-reportage, paradigma assoluto e geniale invenzione di un nuovo genere letterario; il Texas e i racconti di frontiera di Joe R. Lansdale, l’umanità precaria e surreale dei personaggi di Barry Gifford; i silenzi inquietanti e sospesi, la solitudine e l’attesa dei paesaggi umani dei dipinti di Edward Hopper; la fotografia sociale di Walker Evans e Dorothea Lange del progetto del Presidente Roosevelt della Farm Security Administration e lo sguardo sui volti dei farmers e dei pionieri durante la Grande Depressione; il riecheggiare di suoni e di canzoni del soundtrack della nostra vita, una colonna sonora immortale, dal western swing al blues, dal rock al folk passando da Pete Seeger e Woody Guthrie per finire a Bob Dylan; il filo che lega l’esperienza visionaria di David Lynch, le sue rappresentazioni oniriche dell’inconscio e dell’invisibile nascosto nella quotidianità al cinema della memoria dei luoghi e delle storie di Peter Bogdanovich. Come non ricordare “The Last Picture Show”, sintesi assoluta e moderna del cinema dei grandi Maestri, sospesa tra paesaggi, drammi interiori e memoria, riti di iniziazione e maturità.

Dal 18 marzo 2026 al 4 ottobre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

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Nick Brandt

Nick Brandt è un fotografo britannico, noto per fotografare esclusivamente in Africa. Uno dei suoi obiettivi è quello di registrare un testamento di animali e luoghi selvatici e luoghi prima che questi vengan distrutti dalle mani dell’uomo. Nick Brandt was born in London in 1966. He studied at the Saint Martin’s School of Art before moving to the United States in 1992. His first job in the US was to direct music videos for many famous artists such as Michael Jackson, Moby or Jewel. These video clips were at the top of the charts and won multiple awards. In 1995, Brandt arrived in Tanzania to direct a video clip for Michael Jackson’s Earth Song. Setting foot on African soil became a decisive moment for the artist and his career. Discovering Africa made Nick Brandt give up directing music videos and encouraged him to dedicate himself fully to photography. In 2000, Nick Brandt came to Eastern Africa to start an ambitious project: capture the endangered splendor of African wildlife. Why the animals of Africa in particular? And more particularly still, East Africa? There is perhaps something more profoundly iconic, mythical, mythological even, about the animals of East Africa, as opposed to say, the Arctic or South America. There is also something deeply, emotionally stirring and affecting about the plains of Africa – the vast green rolling plains punctuated by the graphically perfect acacia trees. […] My images are unashamedly idyllic and romantic, a kind of enchanted Africa. They’re my elegy to a world that is steadily, tragically vanishing. […] And being that close to the animals, I get a real sense of intimate connection to them, to the specific animal in front of me. Sometimes a deliberate feeling that they’re almost presenting themselves for a studio portrait. In Eastern Africa, Nick Brandt dives into wonderful landscapes and begins shooting a series of pictures that will soon make him famous all over the world. Only a few photographers can claim to have captured the core nature of animals. Nick Brandt’s photos do not have much in common with the documentary pictures one could find in National Geographic: his photos are true works of art. I’ve always thought this something of a wasted opportunity. The wild animals of Africa lend themselves to photographs that extend aesthetically beyond the norm of 35mm-color telephoto wildlife photography. And so it is, that in my own way, I would like to yank the subject matter of wildlife into the arena of fine art photography. To take photographs that transcend what has been a largely documentative genre I get extremely close to these very wild animals, often within a few feet of them. I don’t use telephoto lenses. This is because I want to see as much of the sky and landscape as possible – to see the animals within the context of their environment […]. The first piece of Brandt’s triptych, On This Earth, was published in October 2005 by Chronicle Books. Since 2004, Nick Brandt’s work has been featured in exhibitions of famous galleries in London, Berlin, Hamburg, New York, Los Angeles, Santa Fe, Sydney, Melbourne and San Francisco. Style Few photographers have ever considered the photography of wild animals, as distinctly opposed to the genre of Wildlife Photography, as an art form. The emphasis has generally been on capturing the drama of wild animals IN ACTION, on capturing that dramatic single moment, as opposed to simply animals in the state of being., says the artist. Nick Brandt‘s work captures the beauty of African nature before its destruction by Man. He spends countless hours in the dark room, then scans the pictures and edits them digitally. The first Brandt solo exhibition was presented at the Fotografiska Museum in Stockholm, from October 2011 to January 2012, and attracted almost 140 000 visitors.