
Ciao a tutti,
c’è una cosa di cui non si parla quasi mai, quando si parla di fotografia. Si parla di quello che si è fatto, di come è venuto, di cosa significa, di come è stato accolto. Si parla delle scelte, della luce, del momento. Ma raramente si parla di quello che non si è fotografato. Di quelle volte in cui avevi la macchina in mano, la scena davanti, e hai deciso di non premere.
Io ci penso spesso. Forse ci penso più delle fotografie che ho fatto.
Ci sono momenti che ricordo con una precisione strana, quasi fotografica appunto, anche se non esiste nessuna immagine. Una donna anziana che piangeva da sola su una panchina in una città straniera. Un bambino che dormiva in un posto in cui non avrebbe dovuto essere. Una famiglia in un momento di tensione che non mi apparteneva. Ho guardato, ho tenuto la macchina ferma, sono andata via.
Non sempre è stato facile capire perché. A volte lo sapevo subito, con una certezza fisica che veniva prima di qualsiasi ragionamento. A volte ci ho messo giorni a capire cosa avevo sentito in quel momento, e solo dopo ho trovato le parole.
La verità è che il confine tra guardare e fotografare non è tecnico, non è estetico, non è nemmeno sempre razionale. È etico. È una domanda che ti fai, spesso in pochi secondi, su cosa hai il diritto di fare con quello che stai vedendo.
E quella domanda non ha una risposta universale. Dipende dal contesto, dipende dalla relazione che hai con quello che ti sta davanti, dipende da chi sei tu in quel momento e da cosa stai cercando. Un fotoreporter, un fotografo documentarista, un fotografo d’arte: ognuno ha la sua risposta, e nessuna è automaticamente sbagliata. Ma nessuna è neanche automaticamente giusta.
Quello che mi interessa è che la domanda ci sia. Che non fotografare sia una scelta consapevole, non una mancanza di coraggio o di prontezza. Che il gesto di abbassare la macchina abbia lo stesso peso del gesto di alzarla.
Perché fotografare è sempre un atto che riguarda qualcuno oltre a te. Anche quando fotografi paesaggi, stai mettendo il tuo sguardo su qualcosa che esiste indipendentemente da te. Ma quando fotografi persone, quella responsabilità cresce enormemente. C’è qualcuno che diventerà immagine, che entrerà in un racconto che non ha scelto, che verrà visto da occhi che non conosce.
Ho insegnato per molti anni, e una delle cose che cerco di trasmettere ai miei studenti non è tanto la tecnica, non solo almeno, ma proprio questo: che la fotografia non comincia quando premi il bottone. Comincia molto prima, nel modo in cui ti avvicini a una situazione, nella consapevolezza di quello che stai per fare e di quello che stai per chiedere, anche silenziosamente, a chi hai davanti.
E a volte la cosa più fotografica che puoi fare è non fotografare.
Le immagini che non ho fatto fanno parte del mio lavoro tanto quanto quelle che esistono. Sono il segno di un confine che ho scelto di rispettare, o di un momento in cui ho capito che la macchina fotografica non era lo strumento giusto per stare in quella situazione. Sono la traccia di una presenza che non si è trasformata in produzione.
Non lo so se questo ha senso per tutti. So che ha senso per me.
Ciao, Sara Munari















