Vi aspetto a Reggio Emilia, presso lo Spazio San Zenone!
Qui tutti gli altri corsi a Milano e workshop in giro…
Avvisiamo che a causa di un ritardo nei lavori, nella sede di Monza, TUTTI I CORSI si terranno a MILANO nello spazio coworking ROVESEI, Via Rovereto, 6 Metropolitana Rovereto – Milano Zona nord di Milano.
Workshop di lettura dell’immagine e linguaggio fotografico Gennaio 2018
Per poter capire il valore di una fotografia, sia essa prodotta da noi o di autori già affermati, è necessario comprenderne il valore e le qualità.
Come per la scrittura, nelle immagini fotografiche si asseconda una grammatica, che spesso non si conosce, che possiamo seguire o stravolgere.
Abbiamo l’opportunità di produrre un gran numero di immagini, sembra che ogni istante della nostra vita debba essere fotografato.
Proprio perché il potere delle immagini è sempre più rafforzato e presente, dobbiamo essere in grado di conoscerne i principi, le caratteristiche e gli elementi principali, per usarle e leggerle con più consapevolezza.
Il corso si pone come obiettivo quello di mettervi nelle condizioni di sapere quali siano gli elementi utili per una corretta analisi di un’immagine.
Ricordate un blocco per gli appunti e la macchina fotografica carica.
Prove pratiche in esterni.INFORMAZIONI
DURATA CORSO: un weekend
COSTO: 180 EURO iva compresaIl costo di 180 euro verrà versato tramite bonifico Bancario, indicare nella causale, il workshop/corso a cui si vuole partecipare (vedi la scheda di partecipazione).
ORE DI CORSO 12/13DATE
13 Gennaio dalle 14.00 alle 18.00 dalle
14 Gennaio dalle 10.00 alle 18.00
Il reportage è una descrizione visiva della realtà attraverso la quale il fotografo deve essere in grado di raccontare uno spazio o un fatto. Il fotografo deve concepire, sintetizzare, imprigionare momenti, per esprimere e soprattutto descrivere agli altri quello che è davanti ai suoi occhi. Ci sposteremo tra realtà e simulazione, cercheremo di muoverci sul confine del genere reportage imparando a spostarci nella direzione dell’immaginario. Partendo dalla realtà, racconteremo una storia legata ad atmosfere e percezioni legate al sentire del fotografo. Un racconto personale che parte dal concreto e si sposta sul fantastico, basato sulle sensazioni.
Come si racconta attraverso i sensi?
I partecipanti saranno accompagnati al fine di portare questo concetto nella propria fotografia.
Portare macchina fotografica, carta e penna e testa.Data corso:
20 e 21 Gennaio 2018
Orario: 10.00-18,00/18,30
Ore lezione 15 circaINFORMAZIONI
Numero minimo di partecipanti: 6
Costo del corso: 230 euro iva inclusaPer la scheda di partecipazione sara@saramunari.it
Il portfolio fotografico, la creazione. Gennaio 2018
Il portfolio fotografico
Questo corso è volto a “smontare” i dubbi relativi alla realizzazione di un portfolio fotografico. L’intento è quello di dare le linee guida per realizzare un buon portfolio, sviluppare la visione fotografica dei partecipanti attraverso un approfondimento storico e teorico della fotografia e un confronto critico sulle immagini realizzate. Il corso è propedeutico al fine di capire come progettare, realizzare e presentare un portfolio personale. A chi e come presentare il proprio lavoro. Sistemazione di portfolio già creati e guida per la realizzazione di lavori futuri.TEMI AFFRONTATI
1. La visione fotografica.
2. Teoria della fotografia.
3. Caratteristiche e tendenze della fotografia contemporanea
4. Critica e sviluppo stilistico dei linguaggi
5. Editing delle fotografieLa giornata prevede esercizi in interni ed esterni, portare la macchina fotografica.Data Inizio corso: 27 Gennaio 2018
Orario: 10.00-18,30
INFORMAZIONI
Numero minimo di partecipanti: 6
Costo del corso: 120 euro iva inclusa
Corso di Streetphotography – UN WEEK END PER LA FOTOGRAFIA DI STRADA La street photography serve a trovare ordine in un mondo caotico. In questo genere devi anticipare l’azione, cercare interazioni e accostamenti divertenti o catturare momenti fugaci. A fine di questo corso, potrai comprendere meglio su cosa concentrarti per creare fotografie di strada di successo.
Dovrai esercitare i riflessi, diventare più audace, rompere con i vincoli della composizione classica, il tutto per strada.Il corso ti porterà ad una conoscenza delle tipologie, dei modelli esemplari e delle tecniche narrative del reportage urbano e della Street Photography.PROGRAMMA:
Le caratteristiche della Street Photography
Le scelte stilistiche e la filosofia dietro alla Street Photography
Come comportarsi in strada.
Equipaggiamento
Le leggi da conoscere
Il concetto di serie fotografica
Pratica delle tecniche apprese con un tema da seguire
Visione ed analisi degli scatti
Data Inizio corso:
24-25 Febbraio 2018
Durante le due giornate sono previste uscite con esercizi da svolgere e discussione delle fotografie scattate con il docente. Portare la macchina fotografica, carta e blocco per appunti.
Costo del corso: 250 euro iva inclusa
L’acconto di 150 euro verrà versato tramite bonifico Bancario, indicare nella causale, il workshop/corso a cui si vuole partecipare (vedi scheda di partecipazione). La parte restante, verrà versata in loco durante il primo giorno di workshop.
La nostra avventura continua a l’Avana. Nel paradiso tropicale di Cuba.
Cuba ha un forte passato storico e ci offre una visione unica di un mondo che velocemente si sta trasformando. Fotografare Cuba ci darà l’opportunità di catturare la sua gente calda accanto alle sue straordinarie bellezze naturali e architettoniche.
Durante il workshop potrete avvicinarvi alla cultura della città lavorando con i residenti che si dimostrano sempre disponibili e affabili. I tempi sono sicuramente rallentati e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ma anche questo fa parte della cultura della grande isola.
Il mio obiettivo è di aumentare la tua consapevolezza e stimolare la tua creatività nella fotografia. Imparerai come trasformare un’immagine ordinaria in un’immagine straordinaria usando la tua creatività.
Lo scopo del workshop è la creazione di un portfolio che sia spendibile per mostre o pubblicazioni di vario genere.
Il nostro tempo insieme comprende discussioni individuali e di gruppo, idee ispiratrici e spero…divertimento.
Verrà organizzata una riunione preventiva al viaggio (data 5 Marzo 2018 ore 20.00 a Civate-Lecco in Piazza Antichi padri, 1) durante la quale si discuteranno tutti i progetti studiati e scelti dai partecipanti che verranno poi seguiti e portati a termine durante il workshop. Chi non può partecipare, discuterà il progetto al telefono o via mail.
Il workshop ha lo scopo di creare un portfolio finito, parte del lavoro dovrà quindi essere progettata antecedentemente al workshop.
Ogni partecipante è pregato quindi di studiare Cuba dal punto di vista sociale e territoriale prima della partenza.Il primo giorno, 30/03 la riunione è prevista per le ore 18.00. I partecipanti avranno quindi tempo di organizzarsi coi voli.
Il sabato 7 aprile la sera, ultima riunione.Quando: Date dal 30 marzo al 7 aprile 2018 Dove: L’Avana Durata: 9 notti Quota di partecipazione workshop: €990 per il workshop e soggiorno sul posto (il soggiorno va dal 30 marzo check in all’8 aprile mattina check out, per date differenti, organizzarsi autonomamente) Per alloggio: Vivremo in una Casa Particular (una grande casa a nostra disposizione).
Il luogo e le camere (che possono essere fino a triple) sono immerse nella cultura cubana, vivremo con una famiglia del luogo. Numero massimo partecipanti 9 Volo: escluso dal prezzo Albergo: incluso dal prezzo Pranzi e cene: esclusi dal prezzo• Il workshop è aperto a tutti, amatori, professionisti.
• Dopo aver spedito via mail a sara@saramunari.it la domanda di iscrizione, per confermare la partecipazione al workshop viene richiesto il versamento anticipato della quota di iscrizione. Verranno mandate tutte le informazioni via e-mail.
• Verrà organizzata una riunione nel mese precedente al workshop, durante la quale verrà consegnato materiale per prepararsi all’esperienza.
• Il workshop sarà tenuto in italiano.
Eccoci finalmente con il nome di chi ci ha strappato un sorriso!
Oltre al vincitore, in questo caso vincitrice, segnaliamo anche altre foto che ci sono piaciute.
Complimenti alla vincitrice e grazie a tutti i partecipanti per averci inviato davvero molte immagini!
Come promesso, Liliana Ranalletta, avrà la possibilità di partecipare ad uno dei miei corsi con lo sconto del 50%. (valido per i corsi o workshop con un valore non superiore a 200 euro)
Ciao a tutti, ecco i progetti dei miei studenti elaborati durante il corso di Storytelling.
Sono molto fiera di loro. Partire da zero e creare un portfolio che soddisfi prima di tutto chi si è impegnato a seguirti, è una bellissima soddisfazione. Purtroppo non sono i lavori di tutti i ragazzi…
Spero piacciano anche a voi. I progetti sono in ordine sparso.
Ciao Sara
“Andrea su questo pianeta” Alessandro mazzola
Premessa:
Andrea è mio nipote. Ha 23 anni e soffre di un ritardo dovuto ad un problema avuto al momento della nascita. La sua “diversità” lo porta a non esprimersi in modo corretto e, in generale, a non essere completamente autosufficiente nella vita di tutti i giorni. Frequenta un istituto per ragazzi come lui che lo impegna durante il giorno nella preparazione di dolci, in attività fisiche e ricreative.
Andrea ha una sorella, Simona, di 19 anni. I suoi genitori sono Fulvio e Daniela, mia sorella. Nel realizzare la mia storia mi sono ispirato a “Il piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry.
Con “Andrea su questo pianeta” vorrei raccontare la sua quotidianità fatta di semplici gesti, ripetitivi, a cui lui è molto affezionato. Uno dei “temi” o messaggi dello storytelling vorrei che fosse, come nel racconto di Saint-Exupery, l’importanza che devono avere i legami, le cose semplici rispetto alle cose futili e superficiali a cui tutti tendiamo a dare importanza.
Sinossi “Andrea su questo pianeta”
Andrea è arrivato su questo pianeta per insegnarci il valore delle cose semplici. Non si è mai preparati quando un fiore con qualche petalo in meno arriva nel nostro giardino. A volte ci si chiede “perché?” e ci si domanda “cosa faccio ora?” e poi con il tempo la Sua quotidianità diventa la Tua.
Fatta di gesti semplici e ripetitivi: giocare con le matite smangiucchiate, passeggiare al parco, aiutarci nella spesa al supermercato, fare un giro in macchina e manipolare le carte con i nonni.
Appena prima mettersi le ciabattine per stare più comodo. E appena dopo mettersi in poltrona davanti al “51”, il suo canale preferito, dove poter guardare con dolce attenzione il meteo ed il telegiornale. Come se ad Andrea importasse ciò che accade nel mondo e l’avanzare dello stagioni quasi a sdrammatizzare il riflesso dei pensieri della sua famiglia sul “domani” e su ciò che lo circonda.
Andrea richiede una forma di addomesticamento gentile. I suoi occhi azzurri ti insegnano che è nelle cose di tutti i giorni, semplici, che si nasconde il vero senso di ciò per cui siamo qui su questo pianeta. E lui, un piccolo principe dei giorni nostri, ti porta nel suo mondo. Alla sua famiglia è chiesto di prendersi cura di questa rosa, a voi, che scorrerete le sue fotografie, di pensare a questo racconto, rallentare per un attimo e sorridere delle superflue necessità perché l’essenziale è invisibile agli occhi.
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Il progetto di Alessandro è diventato un bellissimo libro che potete vedere in parte qui:
Epilogo
Andrea frequenta il Centro Diurno Disabili (CDD) Ferraris un centro accreditato dalla Regione Lombardia, specializzato nella proposta di attività sociali e sanitarie per persone con disabilità grave. Il CDD Ferraris si colloca all’interno di una Cooperativa di solidarietà sociale denominata “Cascina Biblioteca” una realtà aperta al territorio, luogo di incontro e aggregazione, e allo stesso tempo una realtà specializzata nell’offrire risposte a persone con fragilità.
Cascina Biblioteca Società Cooperativa Sociale Di Solidarietà A R.L. Onlus.
Via Casoria, 50 – 20134 Milano (MI)
Tel: 0221591143 – Fax: 0221592427
Email: cascinabiblioteca@cascinabiblioteca.it
Alcuni brani estratti dal libro “Il Piccolo Principe”
“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare.”
“Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice.”
“’Da te, gli uomini’, disse il Piccolo Principe, ‘coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua… Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore’.”
Con questo lavoro voglio raccontare i miei sentimenti di fronte alla violenta trasformazione del rapporto con mio figlio.
E’ una storia di nostalgia per una relazione affettuosa e serena; di solitudine per i muri posti con le parole, i gesti, la tecnologia; di disorientamento di fronte al nostro caos emotivo ed al disordine interiore ed esteriore che ne deriva.
E’ una storia di alternanza di allontanamenti e rari avvicinamenti, di distanze siderali e sfuggenti momenti di intimità e delle strategie utilizzate per sopravvivere a questa incredibile tempesta.
Il lavoro si compone di un video: “Once Upon a Time”, a cui seguono le fotografie.
L’idea di fotografare i soci e le attività del Circolo Anziani del paese in cui vivo, Meolo, era nata per offrire una testimonianza e un ricordo per loro e per le generazioni future. Con il passare dei mesi la conoscenza sempre più approfondita degli anziani mi ha permesso di non fermarmi alle apparenze dei molteplici passatempi che svolgono, ma di comprendere i loro stati d’animo, desideri, difficoltà che ho cercato quindi di interpretare con le foto. Il “gioco lento” quindi, è il gioco delle carte, delle bocce, della ginnastica, della tombola, svolti con ritmi costanti e abitudinari, ma anche di una vita che non vuole sbiadirsi, di nostalgie di giovinezza, di sogni di libertà che spesso si scontrano con l’inevitabile declino. La lentezza è forse un modo per fermare il tempo che avanza, per nascondere una sottile e costante paura che si insinua tra i momenti di gioia e i pensieri per l’avvenire.
Il Mondo è spesso ingombrante e la frenesia, che caratterizza la quotidianità, lascia poco spazio alla libertà di vivere assecondando le vie dell’immaginazione.
Questo lavoro vuole portare via, creando un “non-luogo” in cui tutto è leggero ed impalpabile, dove il silenzio può essere un piacevole passatempo e la leggerezza una culla, nella quale riposare dalla quotidianità.
– “Arrivederci mondo” – ho sempre pensato iniziando a percorrere le sponde del fiume, lasciandomi alle spalle un mondo pieno di rumore, dove tutto passava in fretta togliendo il piacere delle piccole cose e – “benvenuta leggerezza” – ho pensato, lasciandomi cullare dal tempo, dalla luce e dall’acqua.
Ho scelto l’Adda, perché nello scorrere discreto di alcuni suoi tratti è facile perdersi: abbandonarsi al silenzio e svanire lasciando alla luce che rimbalza sull’acqua, costringendo gli occhi a socchiudersi, il potere di dar vita ad immagini che vanno al di là del luogo reale in cui si sta camminando.
Arrivasti all’attracco di un battello,
nemmeno troppo sicura di dove, quel viaggio, t’avrebbe condotta.
Quà e là i segni lasciati dall’uomo, ma non l’uomo.
Terra di confine, punto di congiunzione per due mondi lontani:
un mondo lontano dal cuore, il cuore lontano del mondo.
Cerchi d’acqua di vite segrete,
luce, che avvolge i rumori e riporta
in vita, il tempo intimo dei pensieri.
Appare quasi all’improvviso il non-luogo sognato nei sogni:
perdi la rabbia, il dolore
si lascia cullare dall’acqua,
raccogli i rumori e li nascondi dietro bagliori di luce disarmanti.
E la luce decide, continuando a giocare in superficie:
prende in giro la realtà
sfumando i contorni delle cose,
mentre l’acqua scorre cheta verso il mare, avvolta dalle braccia della terra,
mostra al cielo se stesso,
confondendo gli sguardi.
Respiri e sospiri, camminando lentamente accanto all’acqua.
Si ferma il tempo,
due mondi si fondono e confondono.
Muovendo ancora i piedi vola via
l’ultimo residuo di realtà,
Luce evoca Bellezza: ferisce lo sguardo liberando i sogni e l’immaginazione.
” Il teleschermo riceveva e trasmetteva simultaneamente. Qualsiasi suono che Winston avesse prodotto, al disopra d’un sommesso bisbiglio, sarebbe stato colto; per tutto il tempo, inoltre, in cui egli fosse rimasto nel campo visivo comandato dalla placca di metallo, avrebbe potuto essere, oltre che udito, anche veduto. Naturalmente non vi era nessun modo per sapere esattamente in quale determinato momento vi si stava guardando.”
1984 – Orwell
Sono passati più di trent’anni da quel 1984, anno in cui si sarebbe dovuta verificare la “profezia” di Orwell, ma il tempo è arrivato. Non è possibile camminare, parlare, appartarsi o fare qualsiasi cosa senza essere costantemente sotto gli occhi vigili delle telecamere.
Di sicurezza o di controllo, nessun attimo della nostra vita è immune da un occhio che ci spia e memorizza tutti i nostri gesti, tutte le nostre parole e forse tutti i nostri pensieri.
Questo portfolio riflette un mio percorso interiore alla ricerca di mondi paralleli, fantastici e surreali, fatti di luce, di buio e di acqua in cui si possono percorrere sogni alienanti, a tratti anche spaventosi.
Nel mio viaggio lungo gli scenari della mia infanzia ho ricercato immagini che rievocassero i film fantastici della mia gioventù.
In molti casi questi stessi scenari riattivavano in me un misto di paura e terrore ma soprattutto di curiosità, che ho cercato di trasmettere attraverso le foto che ho scattato.
Perché il lettore possa percepire cosa significa vivere in un mondo che sembra non vederti più.
L’afasico diventa “invisibile”
L’idea si sviluppa attorno a un lavoro creativo che Andrea ha sviluppato utilizzando le competenze acquisite nella nuova realtà.
Le angosce derivate dalla convivenza con la difficoltà di comunicare col linguaggio sono diventate più accettabili quando nasce interesse, anzi passione per disegno ed incisione.
E’ questo che può ridare entusiasmo .
E’ questo che Andrea vuol dire a chi deve ricominciare dall’ABCD.
Nelle immagini possiamo sentire tutta la solitudine e l’isolamento di chi non sembra più essere accettato della società. Ma non c’è disperazione, qualche volta rabbia sì, ma sempre speranza di porte che anche se chiuse si possono sempre aprire quando si voglia veramente ricominciare .
Ecco alcune delle immagini del libro
SE NON PARLI NON SEI NESSUNO
La frase è di Don Milani ed è il titolo perfetto per parlare e informare sugli aspetti e le problematiche legate all’afasia, un dramma che colpisce circa 20.000 persone all’anno in Italia.
E’ un male sconosciuto che isola dalla società le persone colpite. Solo una rieducazione adeguata può migliorare a diversi livelli la loro condizione di vita.
Fino a poco fa, probabilmente non avevate mai sentito parlare di afasia (letteralmente assenza di linguaggio), né tanto meno incontrato una persona afasica.
Quando, a causa di una lesione cerebrale, una o più componenti del linguaggio sono danneggiati, siamo di fronte ad afasia che provoca incapacità ad usare il linguaggio. La persona non riesce ad esprimersi o a volte anche a comprendere ciò che gli viene detto soprattutto quando si trova nel rumore o in presenza di chi parla velocemente. Parlare, trovare le parole giuste, capire ciò che gli altri dicono, leggere, scrivere, produrre e capire gesti significativi sono solo alcuni esempi dell’uso del linguaggio.
Spesso il disturbo si associa ad una paralisi della metà destra del corpo e ad altri sintomi, quali ad esempio difficoltà di attenzione o di memoria Si prova la stessa sensazione di non comprendere o non potersi esprimere in una lingua straniera. Le persone colpite hanno un problema simile nella vita di ogni giorno, proprio perché hanno perso la funzione del linguaggio.
L’Afasia può presentarsi in forme diverse, sia da un punto di vista quantitativo (gravità del deficit), che qualitativo, a seconda della sede e dell’estensione della lesione cerebrale. Altri fattori che possono rivestire un ruolo importante nel caratterizzare il quadro sono la competenza linguistica e la personalità. Alcuni soggetti non hanno difficoltà a comprendere il linguaggio, ma non riescono a trovare le parole per esprimersi e costruire delle frasi corrette. Altri invece hanno un linguaggio fluente ma difficile da comprendere a causa degli errori sia a livello di singole parole che di frasi; di solito in questi ultimi vi è un deficit di comprensione del linguaggio scritto e parlato. Nella maggior parte dei casi il quadro afasico si situa fra questi due estremi.
Un punto importante è che i pazienti afasici mantengono intatta l’intelligenza e non devono essere confusi o trattati come sordi o dementi!
Solitamente il quadro afasico tende a migliorare spontaneamente nei primi tempi dopo l’evento traumatico, anche se il recupero non è completo e solo attraverso l’impegno del paziente e l’aiuto della logoterapia, si può avere un ulteriore continuo miglioramento del deficit afasico.
Senza la ricerca e l’impegno della Prof.Anna Basso nello studio dell’afasia condotto negli anni, forse molti pazienti non avrebbero potuto recuperare fino ai risultati un tempo impensabili. La sua ricerca ha fatto scuola ed ha addestrato ottimi logopedisti che possono solo essere ringraziati per l’impegno e la capacità di fare recupero mirato per ogni situazione.
Il lavoro di Albertina Vago è sfociato in un bellissimo libro:
Anna Basso: la parola alle persone afasiche – oppure vai ai link seguenti.
Avvisiamo che a causa di un ritardo nei lavori, nella sede di Monza, TUTTI I CORSI si terranno a MILANO nello spazio coworking ROVESEI, Via Rovereto, 6 Metropolitana Rovereto – Milano Zona nord di Milano.
Ciao a tutti, ecco i lavori che hanno prodotto i miei studenti a New York.
Ognuno segue un progetto che viene studiato e preparato prima della partenza e durante il soggiorno, vengono effettuati gli scatti.
L’ordine dei lavori è sparso.
Titolo: #### di Fulvio Arbasi
New York, la città che non dorme mai! Descritta sempre come una città animata da un’energia inesauribile dove chiunque può trovare una propria dimensione ideale. Basta attraversarla seguendo una qualsiasi direttrice per scoprire un universo fatto di tanti mondi creati da un’infinita varietà umana.
Se però cambiamo, anche di poco, la nostra prospettiva scopriamo una città che toglie il respiro. Una città che con le sue architetture vuole intrappolare tutti e tutto come se un gigante “hashtag” fatto da infinite costruzioni di vetro e acciaio volesse circondare e catturare tutto ciò che circonda uomini e alberi compresi, privandoli anche della vista del cielo.
Sol-A di Alessandro Guzzeloni
Testo italiano:
Steve Sola è un italo-americano che vive a New York. La passione per la musica e il talento come produttore e ingegnere del suono lo hanno portato nel 2009 ad aprire il suo studio di registrazione a Manhattan. Da allora si dedica a far crescere giovani musicisti e collabora con musicisti famosi; i suoi artisti hanno venduto in totale più di 20 milioni di dischi.
Testo inglese:
Steve Sola is an Italian American living in New York. The passion for music and talent as a producer and sound engineer led him to open his recording studio in Manhattan, in 2009. Since then he dedicates to grow up many young musicians and works with famous musicians; his artists have sold over 20 million records in total.
Un filo rosso attraversa la notte di New York, da nord a sud, da ovest a est.
E’ un lungo tubo al neon che dagli anni ‘20 collega e illumina la tradizione americana di consumare la cena fuori casa.
Comincia qui una passeggiata tra i diner della metropoli.
Gli occhi si riempiono di colori mentre le vetrine restituiscono un’atmosfera di festa perenne.
Ma il passo si affretta perché, quasi un secolo dopo la loro comparsa, le insegne al neon stanno cominciando a spegnersi, per lasciare il posto alle più economiche lampade a fluorescenza o ai colossali pannelli a LED.
La prima insegna a neon di uso commerciale compare a New York nel 1924, con una tecnologia importata dalla Francia da Georges Claude, che ne brevetta la produzione.
Partita da una gamma di colori inizialmente molto ridotta, legata alle misture di argo e mercurio utilizzate, dopo la Seconda Guerra Mondiale e fino a tutti gli anni 60 la tecnologia rende disponibili circa due dozzine di tonalità, grazie anche agli studi per produrre gli schermi televisivi. Al giorno d’oggi i colori sono un centinaio.
Per quanto le insegne a neon abbiano una durata piuttosto lunga, dovuta al fatto che il gas è sigillato in un tubo, negli ultimi decenni sono state largamente sostituite dall’impiego dei LED, molto più luminosi e meno costosi.
Dove sono ancora installate le scritte al neon conferiscono ai locali un aspetto retrò e senza tempo.
La città di New York ha una commissione, la Landmark Preservation Commission, che si occupa tra l’altro di censire e mantenere protette le più storiche insegne a neon.
Se penso a New York penso al grande sogno, il sogno che tutti noi abbiamo nel cassetto. E come ogni desiderio che si rispetti, per essere raggiunto, c’è bisogno di sacrificio ed è stato per questo che ho scelto di fotografare una scuola di danza, dove ci si allena per ore ed ore per arrivare al “palcoscenico”. Inizia così il mio progetto: alla Broadway Dance Center, durante la mia permanenza nella Grande Mela, partecipo alle lezioni frequentate da studenti di tutte le età, non ci si stanca mai di credere ai propri sogni. E’ stata in esperienza molto intensa e faticosa, non è di certo facile affrontare un lavoro simile in una città così particolare senza farsi distrarre dall’immensità di New York. Un ringraziamento va a Sara che con molta pazienza e professionalità mi ha accompagnato in questo lavoro, e ai miei amici di viaggio, compagni di idee e di risate.
New York, la città che non dorme mai, stupisce per l’infinità di luoghi, dall’aspetto vintage, che ci riportano indietro nel tempo. In un lungo cammino che inizia nell’Upper West Side, si dispiega dal West all’East Village e giunge fino a Brooklyn nell’ atmosfera surreale di Coney Island, il lato più rétro, e forse anche più autentico, della Grande Mela sembra trasportarci in una dimensione fuori tempo, in forte contrasto con il senso di modernità che da sempre ci propone l’immaginario collettivo.
Camminare a lungo sola con un obbiettivo e senza una meta, perdermi e ritrovarmi mi ha portato a scoprire una NY nuova, dove la chiarezza vince sul caos e il silenzio copre il rumore. Mi ha preso un’atmosfera sospesa in un tempo dilatato in cui la foto non è solo un momento del presente, ma anche del passato e del futuro. Assumo la consapevolezza di voler negare lo scatto dell’attimo fuggente, il divenire mi si mostra come un’apparenza perché l’essenza di queste immagini sfugge ad una catalogazione temporale e può venire dal passato, essere nel presente, proiettarsi nel futuro. Ad una lettura successiva allo scatto mi rendo conto che il punto di fuga è divenuto metaforicamente un percorso esistenziale. La figura umana dunque è presente, ma si perde in un vuoto fatto di luce; il gesto dell’uomo, impercettibile in una visione globale, attraverso l’immagine diventa permanente, in un bianco che buca la materia.
A Manhattan, l’High Line Park si estende da Gansevoort Street fino alla 34a Strada e fornisce una vista sopraelevata su diverse strade e incroci della West Side. Da questi punti di vista i suoni della metropoli arrivano attenuati e la visuale appare statica e simmetrica.
La High Line è un parco lineare di New York realizzato su una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line. La High Line Park utilizza la sezione meridionale della West Side Line di 2,33 km, che corre lungo il lato occidentale di Manhattan. La ristrutturazione della ferrovia in parco urbano è iniziata nel 2006, con la prima fase di apertura nel 2009 e la seconda fase inaugurata nel 2011. La terza ed ultima fase è stata ufficialmente aperta al pubblico il 21 settembre 2014.
Testo inglese: The High Line Park extends from Gansevoort Street to 34th Street and it gives an elevated view over many streets and crossings of the West Side. From these points of view, the sounds of the metropolis are softened and the visuals look static and symmetrical.
The High Line (also known as the High Line Park) is a 1.45-mile-long New York City linear park built in Manhattan on an elevated section of a disused New York Central Railroad spur called the West Side Line. The High Line Park is built on the southern portion of the West Side Line running to the Lower West Side of Manhattan. Repurposing of the railway into an urban park began construction in 2006, with the first phase opening in 2009, and the second phase opening in 2011. The third and final phase officially opened to the public on September 21, 2014.
Buongiorno a tutti, ecco alcuni dei lavori prodotti dai miei studenti a New York, durante le settimane dei workshop intensissimi che ho tenuto. Esperienza sempre positiva per me che imparo tantissimo.
Purtroppo non tutti i lavori sono presenti perché alcuni sono ancora da terminare.
Spero che troviate i lavori interessanti e che possano dare spunto per lavori di altri fotografi. Ciao a tutti Sara
“Leeder 115 Engine 258” di Daniel Von Johnston
Ho seguito per una settimana i vigili del fuoco del Leeder 115 e Engine 258 nella caserma di Long Island City, 47th Ave. Sono entrato per una settimana nella loro vita, nel loro lavoro, nella loro quotidianità. Mi hanno fatto sentire come uno di loro, facendomi sedere al loro tavolo e aprendomi tutte le porte di casa loro. Curiosi di vedere l’esito finale del mio lavoro mi hanno fatto conoscere molti loro “piccoli segreti”.
Con immenso rispetto nei loro confronti ho realizzato questo lavoro, sperando di riuscire a trasmettere le stesse emozioni che ho provato anche io.
Durante questo workshop tenuto a New York sono riuscito a capire molte cose che a me erano ancora sconosciute della fotografia. Tutto merito della bravura con la quale Sara ci ha saputo accompagnare in questa settimana di lavoro e soprattutto con la determinazione di riuscire a farci portare a casa un lavoro ben strutturato e completo. Con ciò ringrazio lei e tutti coloro che hanno partecipato a questa esperienza, che dal mio punto di vista è riuscita a delineare un po’ il cammino che voglio intraprendere.
Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.
Cos’è un desiderio in una città come New York? Cosa desiderano le persone che vivono in una città che è al centro del mondo, una città cosmopolita che offre ogni tipo di contaminazione e opportunità. Una città difficile da vivere e piena di contrasti. È questo che mi ha incuriosito gironzolando per le vie della “Grande Mela”.
È stato un confronto bello e diretto con i soggetti che ho fotografato.
Alcuni mi hanno sorpreso tantissimo aprendosi e raccontandomi parte della loro vita. Altri mi hanno preso per una sorta di fatina. Altri ancora hanno preso tutto come un gioco, per me è stato un modo per prendere contatto con le persone “vere”, mi hanno regalato un attimo della loro vita con i loro sogni e desideri.
“Tiramisù” di Veronica Siano
New York City. Prima cosa che ti viene in mente? I taxi. Be’, non la prima ma una delle… E qual è la cosa più interessante dei taxi di NY? I passeggeri, i tassisti e le destinazioni a cui portano.
Così, in una settimana nella Grande Mela, ho cercato di convincere quante più persone possibili a farmi salire con loro durante un tragitto in taxi. Andavo ovunque mi portassero. E durante il tragitto, tra buche, code e brusche frenate, ho scattato loro alcune foto, ho ascoltato quello che avevano da raccontarmi e ho raccontato loro quello che volevano sapere di me.
Viaggi più o meno brevi ma sempre intensi che mi hanno dato la possibilità di conoscere persone meravigliose da ogni parte del mondo, generose e incuriosite quanto basta da voler condividere così tanto con una persona mai vista prima. Tra storie e incontri che mi lasciavano con il sorriso e tanti pensieri positivi una volta scesa dal taxi in cerca di un nuovo passaggio.
53 rifiuti e 21 “okay” ricevuti in 6 giorni. Chi mi guardava storto, chi era di fretta o non era truccata, chi mi ha liquidato con un secco “Forgot it!”, chi voleva che pagassi io la corsa e chi invece mi ha accolto nel suo yellow cab, sorridendomi divertito e incuriosito.
Un’intensa esperienza che mi ha permesso di instaurare un rapporto di fiducia con perfetti sconosciuti nel giro di pochi secondi. In un mondo che vorrebbe convincerci a non fidarci di nessuno, ho avuto la conferma di quanto può essere bello conoscersi e condividere, faccia a faccia.
E’ stata un’esperienza molto intensa e faticosa. Eravamo preparati ma finché non si prova non si sa mai quanto. Soprattutto, però, mi ha permesso di vivere un’avventura bellissima che mi porterò sempre dentro.
Era la prima volta che affrontavo un viaggio da fotografa e la difficoltà maggiore riscontrata è stata non farsi distrarre da una città come New York, e dalla voglia di scoprirla in ogni suo angolo, ma rimanere concentrata per tutta la settimana sul progetto scelto.
E’ stato bello condividere tanto con le persone che sono state delle fantastiche compagne di viaggio. E Sara, come sempre, ci hai dato tanto, in termini di insegnamento e di energia! Grazie!
From street art to the vibrant and colorful bars, restaurants, barbershops, churches and community gardens, it is almost impossible not to notice the Puerto Rican flags and decorations prevailing in the popular places of East Harlem. The Puerto Rican influence and culture is unquestionably present in what was once called the “Spanish Harlem” to be, later, colloquially called “El barrio” (The Neighborhood). “El Barrio” counts an increasing number of Dominicans, Salvadorans, Mexicans and Chinese immigrants. The area is currently undergoing gentrification whereupon wealthier residents and businesses are moving in and property values are on the rise. This shift in this community lifestyle has caused some Puerto Ricans to leave East Harlem for the Bronx or even cities like Miami. Therefore, I could not resist to think of the Puerto Ricans left as the “Franco-Belge” comic “Asterix”, a small Gauls village resisting the Roman Empire. Who are the Puerto Ricans of East Harlem? How are they identified? But, most of all, how do they identify themselves? As Americans, Latinos, or Puerto Ricans? “Nuyoricans” is a “portemanteau” word of the terms New York and Puerto Rico. It refers to the members or culture of the Puerto Rican diaspora based in New York City and their descendants. The reason why I have chosen to call this project “Nuyoricans” is because it illustrates exactly what I have found in the Puerto Rican community of East Harlem: a genuine mix between the American and the Puerto Rican cultures. From the “Spanglish” to food or fashion, I was walking the streets alternately listening to rhythm and blues and Puerto Rican salsa. Some Puerto Ricans were easy to identify, wearing shirts or hats mentioning the name of their country, tattoos or even jewelry representing the exotic island. It was a real pleasure, a visual one, to look for them. I easily came to the conclusion that “in East Harlem anyone is Puerto Rican, who feels Puerto Rican”. Albeit, I repeatedly heard, from Puerto Ricans born in Puerto Rico commonly called “Boricuas”: “a Puerto Rican is born in Puerto Rico and the people who were born here are Americans.” It is important to mention that Puerto Ricans have been U.S. citizens since 1917. The Jones–Shafroth Act grants US citizenship to anyone born in Puerto Rico on or after April 25, 1898. Among the people I met and photographed, some were proud to be veterans who had fought for the USA, while others strongly expressed their wish to see Puerto Rico free from the American political influence and sovereignty. The Nuyoricans have all been kind to me and despite having been told regularly “Be careful who you ask questions to; not everyone is nice here”, the majority of Americans, Latinos, Boricuas and Nuyoricans were happy to be asked about their neighborhood, country, or roots. Many spoke nostalgically about “La isla del encanto” (the charming Island), when telling me their stories. It was an interesting journey that allowed me to explore another New York, another Harlem, a Harlem I barely knew about, far away from the typical ‘cliché’ of it, too often mentioned in films or books for its crime and poverty stricken reputation.
“Un esperienza intensa, con una docente onesta e disponibile, dove hai l’opportunità d’imparare tanto su di te, vedendo il lavoro degli altri.”
Ho cercato, incontrato e osservato i lavori in corso per le strade di New York. Lavori stradali, ma anche diversi tipi di cantieri, con o senza uomini al lavoro, ai bordi delle strade. Ho fotografato la città, le persone, gli orizzonti da questo punto di vista. La città brulica di cartelli, segnalazioni e indicazioni di lavori in corso, molto più di quanto uno si aspetti. Raramente si pone al centro questo tema e solitamente molte di queste situazioni passano inosservate. Interessante è stato fotografare da vicino le persone al lavoro, con attrezzi, elmetti e mezzi, al centro di cantieri affascinanti per colori, linee, forme e situazioni inusuali che si vengono a creare. Nel corso del lavoro l’attenzione si è concentrata nel cercare prospettive della città, anche nei suoi orizzonti più riconoscibili, viste attraverso un cantiere o gli uomini che ci lavorano. Scenari e orizzonti impressi nella memoria collettiva, come lo skyline di Manhattan, visti e contemplati da un’altra prospettiva. Gli orizzonti e profili che mutano per i cambiamenti in corso, la fanno sembrare la città meno statica e ancora più dinamica. Giuseppe Perico
L’esperienza è stata molto interessante. Sia per il tipo di proposta, vale a dire individuare e sviluppare un tema e nel corso del workshop, mano a mano circoscriverlo e interpretarlo nella maniera più adatta. Sia per la metodologia utilizzata ossia il confronto con Sara e in gruppo. Osservare e imparare anche dal percorso che stanno facendo gli altri è preziosissimo. Grazie
Il ritratto è in generale considerato la rappresentazione di una persona secondo le sue fattezze e sembianze, reali o nella visione dell’autore, in modo da caratterizzarne l’identità e l’individualità. Nelle grandi città sia ha sempre più frequentemente l’impressione che la persona si annulli nella totalità della massa, che diventa un aggregato variegato ed informe che fagocita le singole persone L’individuo viene spersonalizzato e perde la propria identità sociale e culturale, diventando quasi invisible agli occhi degli altri. In questo senso ho inteso ritrarre questi individui di spalle, rimuovendo la loro espressione, trascurandone la personalità data dalla caratterizzazione dei tratti somatici, quasi trasformandoli in presenze aliene all’ambiente circostante e al tempo presente. John Doe è un nome usato solitamente nel gergo giuridico statunitense per indicare un uomo la cui reale identità è sconosciuta o va mantenuta tale. Il suo equivalente femminile è Jane Doe, mentre nel caso di bambini è frequente l’uso di Baby Doe.
Portrait is generally considered as the representation of a person according to its features and appearance, be it real or in the author’s view, so that its identity and individuality are characterised. In the big cities it has become a common thinking that every person is blended into the mass, which turns into a variegated and unformed aggregate, swallowing the single persons. Every individual is depersonalised and loses its social and cultural identity, almost becoming invisible to the other’s gaze. This is the meaning of these portraits from behind, removing people’s expression and disregarding their personality, conveyed through their somatic features, and transforming them into presences alienated from the surrounding environment and from present time. The names “John Doe” for men, “Jane Doe” for women and Baby Doe for children are used as placeholder names for a party whose true identity is unknown or must be withheld in a legal action, case, or discussion.
Le 10 foto sono una parte del lavoro che ho prodotto in occasione del recente workshop con Sara. Ormai sono una veterana di questi workshop, avendo partecipato in diverse occasioni. Che dire? Esperienze bellissime tutte: molto impegnativi, si scarpina dalla mattina alla sera, ma si torna a casa soddisfatti e cresciuti da un punto di vista fotografico. Toglietevi dalla testa di fare i turisti e visitare la città dove vi trovate… :-O Sara supporta tutti indistintamente dal livello fotografico e dalla tipologia del lavoro. E’ importantissima la condivisione con il gruppo. Consiglierei questa esperienza a chiunque abbia voglia di impegnarsi e crescere. Anna
“A Coney Island of the Mind” di Valeria Crisofoli
A Coney Island of the Mind è il titolo della raccolta poetica di Lawrence Ferlighetti e ho scelto di utilizzare questa stessa intestazione perché il mio lavoro fotografico, come le sue poesie, non raccontano di un luogo ma di uno stato d’essere, una specie di Luna Park dell’anima. “Diversi editor e fotografi, nel corso degli anni, mi hanno proposto di pubblicare un’edizione di A Coney Island of the Mind corredata di fotografie della vera Coney Island di New York. Ma io non ho mai concepito il libro come una rielaborazione di quel luogo geografico.Come poeta, a volte mi immagino ancora nei panni di un reporter onnisciente venuto dallo spazio, che invia i suoi dispacci a un caporedattore supremo convinto della necessità di rappresentare senza censure le tragicomiche pagliacciate di quelle creature bipedi note col nome di esseri umani. E dunque, A Coney Island on the Mind è il mio reportage su ciò che succede quaggiù.” Lawrence Ferlinghetti
Il workshop di Sara Munari permette di affrontare tutte difficoltà che emergono quando si deve portare a casa un lavoro fotografico in un ambiente sconosciuto e in tempi molto ristretti. Si parte con l’idea di una tematica da sviluppare ma quando si arriva sul posto ci si confronta con la realtà e le complessità del luogo. Lavorare con Sara Munari insegna a comprendere l’importanza di progettare e di studiare la tematica che si desidera sviluppare con coerenza e rigore, poi il suo entusiasmo e le sue capacità intuitive danno supporto alla realizzazione del progetto fotografico rendendo l’esperienza formativa e indimenticabile.
“On the go” di Marta Ugolini
A New York le abitudini alimentari sono diverse da quelle italiane. Un pranzo o uno spuntino per strada è sempre possibile grazie a un nutrito gruppo di food truck e food cart che offrono una multiforme varietà di cibo “on the go”, da consumarsi in ogni angolo, che può soddisfare gusti differenti. Questi mezzi sono facili da trovare, soprattutto se si passeggia nelle zone di uffici, dentro e fuori i parchi e i musei. Non hanno un indirizzo fisso, ma si spostano nelle varie zone della città e comunicano la loro posizione attraverso i “social” o per mezzo di specifiche app. Così come molteplice è la tradizione culinaria che viene offerta, allo stesso modo è disparata la provenienza dei venditori. I gestori sono prevalentemente non statunitensi, molte volte non parlano e non capiscono neanche bene l’inglese. Street food può essere sinonimo di fast food, ma non necessariamente di junk food. Anzi, possono anche offrire cibo da gourmet. La tradizione alimentare scende in strada per soddisfare chi necessita di velocità, ma non vuole rinunciare alla qualità.
Questo di New York non è il primo workshop che faccio con Sara. Ogni anno mi iscrivo con slancio perché so che lavorerò duro, mi stancherò, vivrò momenti di allegria e, qualche volta, anche di scoramento ma , al termine, con il lavoro concluso tra le mani, non vedrò l’ora di partecipare al workshop seguente.
Grazie Sara per l’entusiasmo e la passione che trasmetti e con la quale insegni.
“A spasso con Woody” di Ivano Cetta
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Capitolo primo. “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente…” No, è meglio “la mitizzava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin…” No, fammi cominciare da capo… capitolo primo. “Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione…” Eh no, stantio, roba stantia, di gusto… insomma, dai, impegnati un po’ di più… da capo. Capitolo primo. “Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una…” Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere. Capitolo primo. “Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com’era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia…” Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato. Capitolo primo. “Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre…” No, aspetta, ci sono: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata…” (tratto da “Manhattan”, 1979) Da sempre New York City, ed in particolar modo il quartiere di Manhattan, scatenano nella mente delle persone il formarsi di una serie di immagini che nel corso degli anni abbiamo subìto, soprattutto attraverso il cinema e la televisione. Io, per la prima volta a New York, ho cercato di viverla con una guida d’eccezione: Woody Allen e la sua cinepresa. Da moltissimi anni ammiratore dei suoi film, sono partito per New York con la macchina fotografica al collo, il treppiedi sulle spalle… e le scene stampate dei suoi film nelle tasche. Ventiquattro sono i film che Woody Allen ha girato a New York. Da “Bananas” (uscito nel 1971) fino a Blue Jasmine (del 2013), passando per Manhattan, Annie Hall, e Whatever Works, solo per citarne alcuni. Ho quindi percorso in lungo e largo Manhattan (oltre a Brooklyn ed al Queens) alla ricerca delle stesse strade in cui il regista newyorchese ha svolto gran parte del suo lavoro, e tentando di mantenere le stesse inquadrature, per ricordare a me ed a voi che… “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.
Quando i primi di dicembre ho letto che Sara avrebbe tenuto un workshop a New York, ho pensato… “che bella esperienza potrebbe essere partecipare…”. I motivi erano molteplici: New York ed il suo fascino; Sara Munari e la possibilità di poter usufruire del suo talento e della sua guida; io ed un progetto che mi frullava in testa da qualche mese… Ad inizio gennaio la mia decisione era quindi già presa in maniera irrevocabile: volevo iscrivermi. E così è stato. Da allora e fino al momento della partenza, ho cercato di “vivere” il workshop, perché per me la preparazione è già il viaggio. Lavorare per il progetto e studiarne i particolari per non arrivare impreparati. Conoscere i colleghi fotografi ed i loro progetti in una sera di fine maggio dentro un appartamento con vista sul Lago di Annone. Tutto questo ha aumentato il mio bisogno di cibarmi di fotografia a trecentosessanta gradi. Poi la partenza. E si è cominciato a fare sul serio. Si usciva ogni giorno armati della fotocamera e delle migliori intenzioni, con la consapevolezza che al ritorno in albergo… nel momento del ritrovo quotidiano con gli altri colleghi per discutere del lavoro e scegliere gli scatti… Sara un po’ ci avrebbe bastonato (spronato???) perché cerca sempre di spremerti e di ottenere il massimo. Ma anche questo serve. So che quando arrivano, non sono cazziate fine a se stesse. Ma sono volte a farci aprire fotograficamente gli occhi su questo meraviglioso mondo che ci circonda. In conclusione: SI’. Ne è valsa la pena partecipare. Perché la Fotografia occupa un posto rilevante nella mia vita… Perché un workshop, in generale, è quasi sempre un arricchimento personale da un punto di vista tecnico… Perché in un workshop di Sara, c’è la possibilità di ascoltare, capire e assorbire le sue “lucidamente folli visioni”… Ma soprattutto perché ho avuto la possibilità di condividere momenti di Vita accanto ai miei “fotocolleghi” Anna… Daniel… Giuseppe… Marina… Raoul… Salvatore… ed, ovviamente, Sara. Grazie a tutti per ciò che mi avete insegnato. Di cuore.
“D-Central Park”di Cucci Domenico
Il mio lavoro sul Central Park evidenzia una New York inattesa per quanto essa possa sembrare scontata. Immerso nella metropoli dell’immaginario comune, abitata da gente organizzata che velocemente raggiunge la propria meta tra le vie grandi e immense della città, quasi come un cambio di dimensione degno di un film, d’improvviso si arriva in questa sconfinata oasi verde dove un’altra città vive e si svaga in svariati modi. Basta alzare la testa al cielo però e scorgere la metropoli che guarda da fuori il verde dei suoi prati e il defluire dei ruscelli impotenti ma allo stesso tempo maestosi.
Ci sono centinaia di campi all’aperto a New York City. Nella capitale internazionale del BasketBALL è possibile trovarli percorrendo brevissimi tratti a piedi o seguendo i ragazzi con i palloni in mano che spuntano da ogni angolo. La mia ricerca si è basata su vari canali da Google search a NYCgovparks a “serendipity”. Oltre al lato sportivo molto importante è quello ricreativo e di aggregazione. In questa città che non dorme mai ho continuato il mio progetto di ricerca concentrandomi su questi spazi. Percorrendo i quartieri di MANHATTAN, BRONX, QUEENS e BROOKLYN a piedi, ho avuto modo di fotografare oltre 100 campi e notare come cambiasse la loro architettura in relazione a quella del quartiere circostante, le linee ed i colori. Percorso di ricerca personale nel tessuto urbano.
Workshop molto intenso, in una città come New York, dove le distanze sono spesso impegnative mi ha dato la possibilità di attraversare tutto il tessuto urbano dal Bronx alla sfavillante Manhattan e vedere luoghi in cui non sarei mai passata. La cosa più importante che mi Sa porto a casa è che …. c’è sempre tantissimo da imparare! Sara , mettendosi lei in primis in discussione ti invita continuamente a far lo stesso, a scoprire, cambiare, pensare e poi ricominciare, distruggendo le certezze precedenti e ricostruendone di nuove! Bellissima esperienza come sempre! Ilaria Pretto
“The Empathy Doll” di Maria Ianesi
A figure having the likeness of a human, especially one used as a child’s toy.
La mia curiosità riguardo alle bambole nasce fin da quando ero una bambina. Spesso incuriosita guardavo quei giochi non più come tali, ma come degli oggetti curiosi che rappresentavano dei corpi finti, spesso non realistici, apparentemente senza anima, ma a cui davo un nome e a cui attribuivo mille storie. Si creava un’empatia unica tra me e quei personaggi che creavo dal momento in cui ne entravo in possesso.
I collezionisti di bambole o artisti che le creano spesso vengono guardati come delle persone strane e le bambole a volte destano inquietudine, ma dietro questo mondo si nascondono significati e dei mondi interessantissimi.
Nei miei incontri con gli artisti di bambole e collezionisti si è aperto un mondo pieno di informazioni storiche e di esperienze personali uniche. Proprio quell’empatia che si crea attorno alle bambole parlava del “vissuto”.
Nel cuore di Manhattan c’è una strada dove la primavera dura tutto l’anno.E’ la 28th Street, a Chelsea, dove si è insediato il Flower District, un’isola verde nel bel mezzo del cemento. La 28th Street si colora delle tantissime varietà di piante e fiori che spuntano dai negozi e invadono i marciapiedi e, fin dalle prime ore del mattino, c’è un allegro via vai di compratori alla ricerca del fiore giusto per un’amica, il boy-friend, il boss al lavoro o il proprio negozio.
E’ stata un’esperienza intensa, di crescita non solo professionale ma anche personale. Grazie a Sara Munari per l’entusiasmo e la generosità con cui insegna!
Sono uno studente di Istituto Italiano di Fotografia ed ho conosciuto Sara in quanto mia docente. Ho deciso di prender parte a questo workshop con lei perché da subito ho capito che poteva darmi tanto, di certo a livello fotografico ma anche a livello personale. Cosi è stato. Essendomi da poco avvicinatomi al mondo della street, ho incontrato parecchie e grosse difficoltà che son state smorzate pian piano con i suoi duri ( chi ha preso parte alle sue sedute capirà ) ma fondamentali consigli! Esperienza, in ogni caso, straordinaria e di grande importanza formativa.