Mostre da non perdere a giugno

Ciao,

riprendiamo il nostro appuntamento mensile con le mostre. Troverete mostre che ci vengono segnalate dagli amici che ci seguono e quello che riusciamo a scovare noi in rete. Continuano naturalmente anche molte delle mostre che vi abbiamo segnalato per maggio.

Anna

M A T T A T O I  – Pino Dal Gal e Mario Giacomelli

questa mostra, curata da Simona Guerra, ci troviamo dentro a moderni mattatoi con immagini scattate da due diversi autori: Mario Giacomelli, che nel 1961 a Senigallia ha realizzato la sua serie Mattatoio, e Pino Dal Gal che nel 1976 in nord Italia ha realizzato Chicken story.

La parte finale, più cruenta, di queste vite destinate alla catena di montaggio alimentare vengono raccontate senza veli e senza mai vestire i panni degli obiettori di coscienza. Salta però agli occhi, sin dalle prime immagini, che chi le sta uccidendo non considera più quelle creature fotografate come animali bensì come semplice carne da macello. Bestie che oggi non sono più allevate ma prodotte, come si legge in più di un sito di grandi aziende del settore.

Le parole hanno un peso.

Due lavori complessi, molto diversi tra loro per stile e approccio, che come afferma Pino Dal Gal si fanno “metafora di una faccia della realtà del vivere” risultando più che mai attuali e in grado di richiamare alla nostra mente molte situazioni politiche, sociali, ambientali in cui il più forte sovrasta il debole e indifeso per logiche sempre riconducibili ai propri interessi.

Il Mattatoio di Giacomelli è un lavoro poco conosciuto e pubblicato; in mostra viene esposto integralmente ed è questa l’occasione per approfondire la conoscenza del “primo” Giacomelli. Nel 1961 infatti egli ha da pochi anni realizzato serie quali Lourdes e Zingari (1957) o Puglia (1958) e dunque tutti lavori in cui il reale non è stato ancora trasfigurato come accadrà in serie successive.

Di Dal Gal rimaniamo scioccati, oltre che per la crudezza delle scene, anche per quel suo uso apparentemente incontrollato, psichedelico, del colore.

Una mostra attuale nei contenuti, oltre che nelle immagini, a causa del forte legame che si sta sempre più evidenziando tra il dilagare degli allevamenti intensivi e la diffusione di virus letali; spesso focolai assodati per virus come l’influenza aviaria e suina.

dal 27 giugno al 27 luglio 2021 – Spazio Piktart – Senigallia

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Lia Pasqualino – Il tempo dell’attesa

Ritratti di artisti, scrittori, registi, musicisti, fotografe e fotografi, attrici e attori, il set di un film, un momento di un viaggio, il gesto di un ragazzo per le strade di Palermo o uno sguardo assorto all’ospedale psichiatrico. Occasioni di vita e compagni di viaggio insieme in una mostra che raccoglie quasi 100 fotografie, il racconto di più di trent’anni di attività di Lia Pasqualino.

All’interno del programma di Campania Teatro Festival, diretto da Ruggero Cappuccio, una esposizione che mette in luce l’originalità dello sguardo della fotografa palermitana che, attraverso la poesia delle sue immagini, mostra il silenzio, il mistero e l’umanità di sguardi, occhi e mani tra le terre di Sicilia, le quinte di un teatro e un set cinematografico.

Il progetto, a cura di Giovanna Calvenzi, ripercorre le fasi di una ricerca continua e la definizione di un linguaggio fotografico intenso quanto riservato.

Il catalogo, edito da Postcart, raccoglie testi di di Roberto Andò, Giovanna Calvenzi, Salvatore Silvano Nigro, Lia Pasqualino e Ferdinando Scianna.

Non ho nessuna predisposizione a fare teoria sul lavoro che faccio. Fotografo artisti, scrittori, registi, fotografi, fotografe, attori, attrici perché fanno parte del mondo in cui vivo, sono gli amici con i quali condivido viaggi, film, cene, o altre occasioni di vita. A posteriori posso dire che ho sempre cercato di fotografare persone che non si lasciano afferrare del tutto, e che cercano di proteggere una parte di sé. Fotografarli è un modo per dare evidenza a questo qualcosa, lasciando una traccia del loro mistero.  Lia Pasqualino

Inequivocabile è la presenza, e la qualità, dello sguardo di Lia, stilisticamente di limpida semplicità, mai prevaricante, discreto, ma ironico anche, affettuoso, che arriva alla pietas, come nel caso dei malati dell’ospedale psichiatrico, che guardano in macchina, ci guardano, come per scrutare dentro di noi se sappiamo riconoscere in loro noi stessi. Ferdinando Scianna

Napoli, Museo di Capodimonte – 13 giugno – 11 luglio 2021

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Jason Fulford: Picture Summer on Kodak Film

Micamera si trasforma per accogliere la mostra dell’autore americano Jason Fulford con una selezione di opere tratte dalla sua ultima monografia, Picture Summer on Kodak Film (MACK, 2020).

Sulle pareti della libreria-galleria è ricreata l’atmosfera ambigua e profonda di un luogo che non esiste e composto da fotografie realizzate in molti paesi e nell’arco di diversi anni. Non è la prima volta: anche Hotel Oracle, uscito in forma di libro nel 2013 (The Soon Institute), era un albergo inesistente, appartenente più al mito che alla realtà.

Fulford procede raccogliendo immagini (nel 2010 diventò famoso con un libro dal significativo titolo The Mushroom Collector, il raccoglitore di funghi) che poi ricompone in sequenze tanto avvincenti quanto enigmatiche. D’altra parte, l’amore per l’enigma (e, in questo caso, per i dipinti ferraresi di De Chirico) è dichiarato fin dalla (quarta di) copertina, dove la scritta Et quid amabo nisi quod aenigma est? viene riprodotta con gli stessi caratteri del primo autoritratto del pittore (in una perfetta, fulfordiana matrioska di significati, quel dipinto è a sua volta una citazione di un celebre ritratto fotografico di Nietzsche).

O ancora, una stampa presente in mostra ritrae uno dei celebri ‘Omaggi al quadrato’ di Joseph Albers (per il quale il colore è ‘una fantastica via d’accesso alla percezione’) appesa sul muro della casa messicana di Luis Barragán, archistar che usa e governa i colori e la luce per plasmare forme e superfici. Una girandola di significati, amplificati poi dalla constatazione che quel quadro non è un originale.

E’ questa una storia dietro un’immagine. Per Fulford, però, non è importante conoscerla perché in ogni caso siamo noi che, guardando una fotografia, la riempiremo dei nostri significati e della nostra esperienza. Perché se la fotografia ferma l’istante, fissandolo sulla carta, il suo significato resta sempre relativo.

Le immagini sono accompagnate, sul libro e in mostra, da una poesia di Gillian Frise e sua sorella Heather.

4 giugno – 4 luglio, 2021 – MIcamera – Milano

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Lucas Foglia – Human nature

dettaglio dell’installazione a Rogoredo (fotografia di Filippo Romano)

La natura è fonte di benessere e di rischio. Mentre trascorriamo sempre più tempo in casa davanti a uno schermo, i neuroscienziati hanno dimostrato che il tempo all’aperto è vitale per la nostra salute sia fisica sia psicologica. Allo stesso tempo subiamo le conseguenze di tempeste, siccità, ondate di calore e gelo causate dal cambiamento climatico.
Human Nature racconta in immagini il nostro rapporto con la natura rispetto al cambiamento climatico. Ogni storia è ambientata in un ecosistema diverso: città, foresta, fattoria, deserto, ghiacciaio, oceano e colata lavica. Le fotografie analizzano il nostro bisogno di luoghi “selvaggi” – anche quando questi luoghi sono costruiti dall’uomo.
– Lucas Foglia

Lucas Foglia è protagonista di una grande mostra a cielo aperto nel quartiere milanese di Rogoredo / Santa Giulia: oltre quaranta fotografie disposte in un’installazione complessiva di quasi duecento metri sorprendono i cittadini con un racconto che riveste l’isolato occupato dal cantiere e presenta l’uomo che in diversi contesti e in vari modi cerca la natura, la studia o se ne prende cura.

Un giro del mondo per immagini che parla di natura, clima, paesaggio e sostenibilità, invitando a riflettere sulle grandi sfide del pianeta e sull’urgenza di agire.
Le immagini appartengono al lavoro dal titolo Human Nature – pubblicato in forma di libro da Nazraeli Press nel 2017. Una mostra a cielo aperto, da vedere e da leggere attraverso le didascalie che contestualizzano le immagini e una selezione di importanti citazioni: testi di Antonio Cederna, Francesco Bacone, Papa Francesco, Michael Pollan e Amitav Gosh offrono al pubblico significativi stimoli sul tema della sostenibilità. Infine, una bibliografia e un cofanetto realizzato dall’autore in collaborazione con Micamera propongono ulteriori approfondimenti.

E’ la prima tappa di FOM – Fotografia Open Milano, un progetto ArtsFor in partnership con Lendlease, con il patrocinio del Comune di Milano, Assessorato alla Cultura e Assessorato a Urbanistica, Verde e Agricoltura, con la
collaborazione di Fondazione Forma. Media partner Sky Arte.

Rogoredo / Santa Giulia – MIlano – da maggio a dicembre 2021

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Richard Mosse – Displaced

Sovvertire le convenzioni. Vedere oltre i limiti della rappresentazione ordinaria. Osservare l’invisibile.
La Fondazione MAST ospita la prima mostra antologica dell’artista Richard Mosse, curata da Urs Stahel: un percorso unico in termini di impatto visivo, capace di rovesciare il modo in cui rappresentiamo e percepiamo la realtà.

Fin dal principio della sua ricerca, l’artista lavora sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà.
Le situazioni critiche e i luoghi di conflitto sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono totalmente la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per estetica, ma che al contempo suscitano una riflessione etica. Quando attraverso la bellezza, che l’artista definisce “lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone”, si riesce a raccontare la sofferenza e la tragedia, “sorge un problema etico nella mente di chi guarda”, che si ritrova confuso, impressionato, disorientato. L’invisibile diventa visibile, in tutta la sua natura conflittuale.

Nella mostra, le fotografie di grande formato e i video generano un’esperienza immersiva di rara intensità, sorprendente per la forza degli stimoli visivi e sonori. Emerge la straordinaria attualità del lavoro di Mosse, che sovvertendo le convenzioni fotografiche, grazie alla tecnologia, ci fa osservare l’invisibile: i conflitti, le migrazioni, il cambiamento climatico.

La mostra si sviluppa su tre spazi della Fondazione MAST: Gallery, Foyer e Livello 0.

La Gallery ospita alcuni dei primi lavori (Early Works) scattati in luoghi segnati da conflitti – Medio Oriente, Europa Orientale, confine tra Messico e Stati Uniti, e Infra, la serie che ha reso celebre l’artista, con immagini prodotte durante le brutali guerre nella Repubblica Democratica del Congo attraverso l’uso di Kodak Aerochrome, pellicola a infrarossi fuori produzione, ma usata per la ricognizione militare.

Nel Foyer è in mostra la serie Heat Maps e le più recenti serie Ultra e Tristes TropiquesHeat Maps presenta le immagini realizzate lungo le rotte migratorie da Medio Oriente e Africa verso l’Europa, con una termocamera per usi militari in grado di individuare differenze di temperatura fino a trenta chilometri di distanza. I 16 video dell’installazione Moria (Grid) (12′), girati con termografia ad infrarosso, rivelano i  particolari della vita nel campo profughi sull’isola greca di Lesbo. 
Le fotografie della serie Ultra offrono una prospettiva inaspettata sulla bellezza della natura della foresta amazzonica, grazie ad una tecnica di illuminazione a fluorescenza UV. Tristes Tropiques racconta l’impatto della deforestazione nell’area brasiliana tramite immagini scattate da droni su una pellicola multispettrale, una sofisticata tecnologia fotografica satellitare.

Al Livello 0 trovano spazio la videoinstallazione The Enclave (40′), girata con pellicola infrared Aerochrome, la videoproiezione Incoming (52′), ripresa con termocamera militare – entrambe frutto della collaborazione fra l’artista, il direttore della fotografia Trevor Tweeten e il compositore Ben Frost – e il video Quick (13′), approfondimento sul percorso artistico di Mosse.

dal 7 maggio al 19 settembre 2021 – MAST Bologna

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Rome LOVE – Simona Filippini

Magazzini Fotografici riaprirà le sue porte dopo questo lungo periodo di pausa ed ospiterà nei suoi spazi, a partire dal 2 giugno 2021, la mostra Rome LOVE di Simona Filippini, curata da Chiara Capodici.

Il progetto Rome LOVE, nato nel 1993, è un racconto delicato e profondo scritto dalla fotografa con le istantanee della sua polaroid in oltre 26 anni e che vede protagonista la sua città natale. Nelle fotografie dell’autrice possiamo ammirare un’insolita Roma, una capitale sospesa, silenziosa, fotografata nelle calme giornate d’estate, periodo in cui la metropoli riposa e respira dopo lunghi mesi di frenetica attività.

Nel progetto Rome LOVE la antiche rovine della città e l’importanza della sua gloriosa storia sono affiancate alla moderna e multietnica capitale europea, descritta attraverso la varietà dei suoi volti, la complessità dei suoi edifici, delle strade e della sua rigogliosa natura.

Dopo aver lavorato per alcuni anni a Parigi, assistente di Paolo Roversi poi free lance, Simona Filippini inizia il progetto al suo rientro a Roma, e con uno sguardo attento e curioso percorre, riscopre e descrive uno spazio urbano che da allora, 26 anni fa, non ha più smesso di fotografare. Nello sviluppo di questo progetto a lungo termine cambia negli anni molti modelli di Polaroid, ma rimane sempre fedele al suo peculiare film e alla sua distintiva impronta stilistica.

Come spiega la curatrice del progetto Chiara Capodici: “Lavorare con la polaroid significa provare ad afferrare lo scorrere di un fiume, fermarlo per vederlo subito emergere, a volte quasi come pura astrazione, in una visione ampia che respira avvicinando l’antico, il monumentale, il contemporaneo e i dettagli che fanno la vita quotidiana, il familiare e quanto ancora sembra sconosciuto. […] Il dialogo fra le immagini che Simona realizza con le sue polaroid ha bisogno di esprimersi attraverso relazioni interne, in dittici e trittici che creano fra di loro corrispondenze e rispondenze, rimandi con immagini singole che si relazionano a un insieme più ampio. Attraverso il piccolo formato che a volte si ingrandisce e rende esplicita l’atmosfera pittorica, a tratti quasi astratta di cui si nutre il suo immaginario visivo. Le sue composizioni sono addensamenti narrativi che permettono, a lei moderna esploratrice urbana, di orientarsi, e tracciare nuove mappe e geografie emozionali.”

L’emblematico titolo della mostra “Rome LOVE” descrive il rapporto di reciproca intesa che l’autrice instaura con una Roma al tramonto, vissuta e attraversata nelle ore tarde del giorno. I dettagli fotografati, tra cui gli angoli in ombra della città e le tante insegne luminose, caratterizzano e identificano Roma nella sua unicità e descrivono una narrazione personale ed intima, riflesso della storia e del vissuto dell’autrice.

Dal 2 al 27 giugno 2021 – Magazzini Fotografici – Napoli

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PHOTOLUX LUCCA

Photolux riparte!
A causa della diffusione della pandemia, gli organizzatori sono stati dapprima costretti a rimandare le mostre previste lo scorso gennaio e a ripensare il programma, che si diffonderà eccezionalmente per tutto il 2021.
Ad aprirlo, saranno due mostre allestite a Villa Bottini, dal 28 maggio al 22 agosto 2021, e prodotte dall’Archivio Fotografico Lucchese “A. Fazzi”, che si pongono come momento di riflessione sull’anno appena trascorso, caratterizzato dalla diffusione del Coronavirus.
 
La prima è la collettiva L’inizio del futuro, curata da Giulia Ticozzi e Arcipelago-19, con una installazione audiovisiva di Cesura, che ripercorre le diverse fasi della pandemia, così come sono state e sono vissute in Italia, attraverso il racconto di fotografi freelance, la cui testimonianza si è rivelata fondamentale per una visione allargata del momento, sempre diversa grazie all’esperienza, alla vocazione, al linguaggio e al luogo di appartenenza di ciascun autore.
Alcuni fotografi hanno affrontato storie di malattia, di cura, di lutto, raccogliendo le suggestioni delle città vuote, delle valli di montagna colpite duramente dal virus, delle tensioni crescenti all’interno della società ma anche di solidarietà e mutuo soccorso.  
Altri hanno raccontato le vicende delle persone costrette in casa. Molti hanno riscoperto i volti dei propri famigliari, dei vicini e di chi, pur non essendo quasi mai al centro della notizia, è stato capace di portare alla luce aspetti fondamentali dell’essere umano, come il corpo, le relazioni interpersonali, l’intimo rapporto con se stesso.
 
La seconda mostra, dal titolo Racconti della Pandemia, curata da Enrico Stefanelli e Chiara Ruberti, presenta una selezione dei materiali acquisiti in questo anno nel fondo Covid-19 e relativi all’emergenza sanitaria nel territorio lucchese, grazie a immagini e filmati di autori, non necessariamente professionisti, che vivono e lavorano a Lucca e nella sua provincia.
 
A luglio Photolux sarà presente ai Rencontres di Arles (Francia) con l’esposizione di Alberto Giuliani, NASA Hi-SEAS ospitata dalla Fondazione Manuel Rivera-Ortiz e inserita nel programma ufficiale della rassegna (4 luglio – 26 settembre 2021). Una collaborazione ormai consolidata, che permette a Photolux di portare il lavoro degli autori italiani in uno dei più prestigiosi luoghi della fotografia a livello internazionale.
 
Photolux 2021 proseguirà quindi a settembre con la mostra dei vincitori del World Press Photo 2021 e altre due rassegne: Bitter Leaves, il reportage di Rocco Rorandelli (1973), membro del collettivo TerraProject, realizzato tra l’India, la Cina, l’Indonesia, gli Stati Uniti, l’Italia e molti altri paesi, per riferire l’impatto dell’industria del tabacco sulla salute delle persone, l’economia e l’ambiente, e Foul and Awesome Display, una produzione di Fotografia Europea (Reggio Emilia) a cura di Francesco Colombelli, che propone una selezione di libri fotografici che analizza come lo sviluppo delle armi da combattimento sia andato di pari passo con quello delle tecnologie più moderne.

Dal 28 Maggio 2021 al 22 Agosto 2021 – Villa Bottini – Lucca

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Nicola Lo Calzo. Binidittu

Giovedì 27 maggio, apre al pubblico la nuova mostra in Project Room Nicola Lo Calzo. Binidittu, progetto inedito dell’artista Nicola Lo Calzo (Torino, 1979) che, attraverso il racconto della storia e dell’eredità culturale di San Benedetto il Moro, prende in esame i rapporti fra la storia del colonialismo e l’identità culturale contemporanea.

Nato da schiavi africani agli inizi del Cinquecento nei dintorni di Messina, e poi vissuto come frate minore in Sicilia fino alla sua morte (1589), San Benedetto, detto Binidittu, non solo è stato eletto a protettore sia degli afro-discendenti in America Latina sia dei Palermitani, ma è diventato anche icona di riscatto ed emancipazione a livello mondiale. La mostra, curata da Giangavino Pazzola, si articola in un percorso espositivo suddiviso in quattro capitoli e, attraverso una trentina di immagini di medio e grande formato, ripercorre le tappe principali della biografia di Binidittu: dall’affrancamento dalla schiavitù alla sua morte, dall’utopia post razzista alla beatificazione. Le fotografie di Lo Calzo vengono accompagnate da un’installazione che include materiali e documentazione di archivio relativa al processo di costruzione del progetto.

Project Room, Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino | 27 maggio – 18 luglio 2021

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RICHARD DE TSCHARNER. IL CANTO DELLA TERRA. UN POEMA FOTOGRAFICO

Dal 12 giugno al 22 agosto 2021, a Todi (PG) nelle tre sedi della Sala delle Pietre e del Museo Pinacoteca in Palazzo del Popolo, e del Torcularium nel Complesso delle Lucrezie, si terrà la mostra di Richard de Tscharner (Berna, 1947), uno dei più apprezzati esponenti della fotografia di paesaggio.
 
L’esposizione, dal titolo Il Canto della Terra. Un Poema fotografico, curata da William A. Ewing, organizzata da PHOTODI, associazione culturale presieduta da Mario Santoro, in collaborazione con il Museo Pinacoteca di Todi, col patrocinio del Comune di Todi – che ha collaborato mettendo a disposizione i suo spazi espositivi più prestigiosi -, presenta 59 fotografie che esplorano l’universo creativo del fotografo svizzero.
 
Ispirato da grandi autori quali Ansel Adams e Edward Weston, in più di vent’anni di lavoro, Richard de Tscharner ha viaggiato per oltre 22 paesi, dall’India all’Algeria, dall’Islanda al Perù, dall’Italia agli Stati Uniti, dal Vietnam all’Etiopia, ad altri ancora, spesso in luoghi inaccessibili o di difficile raggiungimento, riportando immagini di paesaggi, rigorosamente su pellicola bianco e nero, il vero colore della fotografia, secondo Robert Frank.
 
Il suo approccio fotografico è squisitamente filosofico e meditativo. Richard de Tscharner ha particolare interesse per gli effetti che le trasformazioni geologiche hanno avuto sull’ecosistema, ovvero per la traccia lasciata dalle forze geologiche, come il fenomeno dell’erosione sulle rocce o quello del vento sulla sabbia dei deserti, che nel tempo hanno dato al nostro pianeta superfici così diverse e magiche.
 
“Il paesaggio – afferma il curatore, William A. Ewing – continua a rivestire un ruolo primario nella pratica fotografica contemporanea, nutrito dal fascino duraturo che proviamo per la superficie del globo su cui viviamo. Negli ultimi vent’anni, Richard de Tscharner ha viaggiato per il mondo, a volte nella sua nativa Svizzera, in Italia e in Francia, – e talvolta in terre remote, al fine di catturare un vivido senso della grandezza e della complessità della ‘pelle’ del nostro pianeta”. “La sua – prosegue William A. Ewing – è una visione a lungo termine della terra e delle forze geologiche che l’hanno trasformata, non nel corso di millenni, ma di eoni. Tuttavia, non ha deciso di catturare ciò che è semplicemente bello o piacevole alla vista, ma immagini che mostrano le cicatrici e le «ferite» subite dalla terra. Il metodo di de Tscharner è lento, deliberatamente: si prende il suo tempo per fare ogni fotografia. Con questo approccio, l’artista soddisfa la sfida che si è posto, riassunta in modo eloquente dal fotografo che ammira di più, Ansel Adams: Una grande fotografia è una piena espressione di ciò che si sente di ciò che viene fotografato nel senso più profondo, ed è, quindi, una vera espressione di ciò che si sente della vita nella sua interezza”.
 
Appassionato di musica classica, in particolare di Gustav Mahler, de Tscharner ha voluto costruire il percorso espositivo a Todi come un poema sinfonico, composto da tre movimenti, tanti quanti le sedi della mostra.
Nella Sala delle Pietre, s’incontreranno alcune immagini di paesaggi in formato panoramico, oltre a quelle dei particolari dei disegni che la natura ha creato sulla superficie delle rocce, dell’acqua e del legno.
All’interno del Museo Pinacoteca, prezioso scrigno di arte antica, de Tscharner propone una serie di fotografie di rovine di antiche popolazioni, per ricordare il carattere effimero della nostra civiltà, in contrapposizione con quello ultra millenario della Terra.
La sezione al Torcularium, invece, si focalizza sulla presenza umana in aree remote del mondo, dove gli esseri umani hanno conservato un rapporto più stretto con la terra rispetto alla maggior parte degli odierni abitanti delle metropoli.
 
E le parole di Caroline Lang, Presidente di Sotheby’s Svizzera e Vice Presidente di Sotheby’s Europa, ci offrono un ulteriore elemento per avvicinarci al lavoro di de Tscharner: “Da quando lo conosco, Richard è stato un ricercatore di bellezza e armonia. Li trova nello stesso modo sia nella natura che nell’umanità, viaggiando attraverso il tempo e i luoghi. Così come William Blake ci ha esortato a «vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico …. per tenere l’infinito nel palmo della nostra mano e l’eternità in un’ora», così Richard lo fa attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, catturando uno scorcio di eternità in un qualsiasi momento.
 
Accompagna la mostra una pubblicazione digitale, consultabile sul sito www.richarddetscharner.ch

Dal 12 giugno al 22 agosto – TODI

MASSIMO SIRAGUSA. POSTI DI LAVORO

Con la mostra “Massimo Siragusa. Posti di lavoro”, dal 10 giugno al 23 luglio 2021, la Other Size Gallery di Milano apre una riflessione sul tema, quanto mai attuale, del valore sociale dei luoghi di lavoro intesi come spazi di relazione, creatività, formazione, e non solo di produttività.

La narrazione dell’esposizione si sviluppa a partire dall’ambiguità del titolo: se la locuzione “posto di lavoro” indica infatti un’occupazione stabile, designa anche, in modo più letterale, il luogo fisico dove tale occupazione si svolge. Sulla sottile soglia tra questi due significati si poggia la selezione delle dodici fotografie esposte, generando un effetto di straniamento: i luoghi di lavoro non sono solo “contenitori”, ma spazi in cui le dimensioni estetica e architettonica – che appaiono apollinee nell’obiettivo del fotografo catanese – svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione della società e dell’identità individuale.

Dal laboratorio del Teatro alla Scala agli spazi del Circolo Volta a Milano, dalle sale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ai padiglioni della Fiera di Rimini, dalla mensa del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino agli hangar industriali di Fincantieri, sono questi alcuni dei luoghi di lavoro che Massimo Siragusa sceglie di immortalare. Nel percorso espositivo, sempre seguendo la logica del doppio e dello straniamento, le dodici opere sono presentate in sei dittici combinati per analogia o contrapposizione guardando alle geometrie e agli elementi architettonici, alle luci e ai colori, ma anche alle loro destinazioni d’uso, in una giostra di sollecitazioni visive.  

Scattate tra il 2005 e il 2017, il nucleo di opere in mostra nasce da una ricognizione effettuata nell’archivio del fotografo con sguardo contemporaneo, che non ha potuto prescindere dalle riflessioni sul tema del lavoro che l’emergenza Covid-19 ha generato in questi mesi: i luoghi fotografati da Siragusa, pur essendo adibiti ad accogliere il brulichio del lavoro di decine di persone, sono caratterizzati dall’assenza della figura umana. A prevalere è l’indagine della bellezza e della geometria degli edifici, secondo lo stile del fotografo di architettura e di paesaggio vincitore di quattro World Press Photo. Eppure, il lavoro è evocato in potenza, l’impressione dell’azione di chi vive quotidianamente quei luoghi è palpabile.
L’assenza della figura umana, di chi tutti i giorni si reca sul proprio posto di lavoro all’interno di quei luoghi, nelle immagini di Massimo Siragusa è una scelta di stile, negli occhi di chi le guarda oggi, evoca irrimediabilmente un immaginario legato all’attualità pandemica.

Dal 10 Giugno 2021 al 23 Luglio 2021 – Milano Other Size Gallery

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RIPHOTO#2

Da mercoledì 2 giugno a domenica 20 giugno nella città di Rivarolo Canavese (Torino) tornerà con la sua seconda edizione l’evento RIPHOTO, frutto della ormai consolidata collaborazione tra l’Assessorato alla Cultura del Comune e l’associazione culturale Areacreativa42 presieduta da Karin Reisovà.
 
RIPHOTO, iniziativa concepita inizialmente come rassegna di fotografia articolata su più sedi nel territorio cittadino, di cui la principale era la storica Villa Vallero, indosserà quest’anno, anche in ragione delle disposizioni anti-Covid, i panni del festival all’aperto, comprendente mostre e attività e finalizzato, nelle intenzioni degli organizzatori, a realizzare un “momento di incontro tra territorio e cultura artistica” contribuendo a promuovere, attraverso una proposta di contenuti di alto livello, la vitalità culturale del Canavese.
 
Il festival, particolarmente aperto nei confronti dei giovani artisti, presenterà in dieci aree significative della città di Rivarolo una selezione di lavori a tema libero, capaci di rappresentare sia l’individualità dei singoli autori partecipanti, sia una panoramica del linguaggio fotografico nelle sue declinazioni contemporanee, in continuità con la prima edizione e con la volontà di dare spazio anche ad artisti che interpretano il mezzo fotografico in modo atipico e sperimentale.  
 
Curato da una squadra di giovani collaboratori, soci attivi di Areacreativa42, RIPHOTO#2 si prefigge l’obiettivo di valorizzare la fotografia come linguaggio espressivo che, più di altri, sta contribuendo a plasmare la società del nuovo millennio. 
L’edizione 2021 di RIPHOTO, in ottemperanza alle disposizioni anti-Covid, si svolgerà all’aperto, con tour guidati della città, nei weekend di apertura, a gruppi di dodici persone (modificabili in base a eventuali nuove normative in materia Covid-19), in partenza dalla sede dell’ufficio turistico (piazza Litisetto), individuato come punto di riferimento per le prenotazioni e informazioni sullo svolgimento del festival (aperto sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18).
 
fotografi partecipanti a RIPHOTO#2, che verrà inaugurato mercoledì 2 giugno alle ore 17 con i saluti dell’Amministrazione Comunale, saranno: Luca Abbadati, Francesco Andreoli, Luce Berta, Giacomo Carmagnola, Tomaso Clavarino, Klim Kutsevskyy, il duo LaterArte (composto da Mauro Serra e Lucia del Pasqua), Sandra Lazzarini, Francesco Saverio Tani e Alma Vassallo.
 
Accanto all’attività espositiva e in linea con l’edizione 2020, il festival sarà completato e arricchito da eventi collaterali come workshopRIPHOTO KIDS ( laboratori per bambini e ragazzi organizzati in collaborazione con Pro Loco), e RIPHOTO OFF, la sezione dell’evento pensata per accogliere le proposte indipendenti degli esercizi commerciali della città, impegnati a mettere a disposizione le loro vetrine per piccole esposizioni fotografiche dedicate ad amatori e professionisti.
 
RIPHOTO#2 è organizzato dall’associazione culturale Areacreativa42 con il contributo del Comune di Rivarolo Canavese e di Ascom, la collaborazione degli Assessorati alla cultura e al commercio della Città di Rivarolo Canavese, dell’Ufficio Turistico, e con il patrocinio di Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino.
 
L’associazione Areacreativa42, ideatrice della rassegna, viene fondata nel 2008 a Casa Toesca con l’obiettivo di valorizzare l’arte storica e contemporanea attraverso mostre, eventi, workshop, percorsi educativi e residenze d’artista, e con particolare attenzione per le nuove generazioni. In quest’ottica ha svolto un ruolo di primo piano l’Art Prize CBM, nato nel 2010 per volontà di Karin Reisovà, fondatrice e presidente di Areacreativa42, e riservato a pittori, scultori, fotografi, performer e video artisti.

Dal 02 Giugno 2021 al 20 Giugno 2021 RIVAROLO CANAVESE | TORINO

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR N. 56

Arriva al Forte di Bard la 56esima edizione del Wildlife Photographer of the Year, il più importante riconoscimento dedicato alla fotografia naturalistica promosso dal Natural History Museum. Dal 28 maggio al 31 agosto 2021 sono esposte le migliori immagini selezionate tra i 49.000 scatti provenienti da fotografi di tutto il mondo, valutati da una giuria internazionale di stimati esperti e fotografi naturalisti.

Vincitore del prestigioso titolo Wildlife Photographer of the Year 2020 è il fotografo russo Sergey Gorshkov con “The Embrace” (FOTO). L’immagine ritrae una tigre siberiana, specie in via d’estinzione, che abbraccia un antico abete della Manciuria per marcare il territorio. Il fotografo ha impiegato oltre undici mesi per riuscire ad immortalare questo scatto ottenuto grazie a fotocamere con sensore di movimento.

La giovane fotografa finlandese Liina Heikkinen, è la vincitrice del premio Young Wildlife Photographer of the Year 2020 con lo scatto “The Fox That Got the Goose”. L’immagine, scattata in una delle isole di Helsinki, raffigura una giovane volpe rossa (Vulpes vulpes) che difende ferocemente i resti di un’oca dai suoi cinque fratelli rivali.

Tra i vincitori anche due italiani: il fotografo Luciano Gaudenzio, con lo scatto “Etna’s River of Fire”, nella categoria Earth’s Environments, e il giovane fotografo Alberto Fantoni, vincitore, con le sue immagini, del Rising Star Portfolio Award.
Hanno invece ricevuto la menzione speciale, in quanto parte delle cento immagini finaliste del concorso fotografico, altri cinque fotografi italiani: Domenico Tripodi (Categoria Under Water), Alessandro Gruzza (Categoria Earth’s Environments), Andrea Pozzi (Categoria Plants and Fungi), Andrea Zampatti e Lorenzo Shoubridge (Categoria Animals in their Environment).

Dal 28 Maggio 2021 al 31 Agosto 2021 – Forte di Bard (Aosta)

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C’ERA UNA SVOLTA. L’ITALIA ATTRAVERSO 75 ANNI DI IMMAGINI ANSA

C’è la storia di un Paese intero e in continua mutazione, con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue contraddizioni, nelle immagini che raccontano i 75 anni di attività di Ansa, la principale agenzia di stampa italiana. L’edizione 2020 del volume PhotoAnsa che celebra questo importante anniversario, si trasforma per il secondo anno in un progetto espositivo. L’anteprima italiana è al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, negli spazi dell’Opera Mortai, a partire dal 28 maggio sino al 31 agosto. Il titolo della mostra C’era una svolta. Come siamo cambiati e come è cambiata l’Italia attraverso 75 anni di immagini dell’ANSA sottolinea, nel rincorrersi di fatti ed eventi, l’evoluzione dell’Italia e delle mutazioni che lo hanno reso uno dei Paesi più ricchi e sviluppati del mondo.

Tra i milioni di scatti che compongono l’immenso archivio di ANSA, memoria storica della nazione, sono stati selezionati quelli più significativi che testimoniano le tappe di questi cambiamenti nella vita di ogni giorno: dalla politica alla religione, dal lavoro al costume. E poi i viaggi e le vacanze, lo spettacolo e la televisione, i giovani di ieri e di oggi sino ad arrivare agli strumenti che hanno rivoluzionato le nostre vite, come l’avvento del cellulare e il boom dei selfie, nuovo modo di raccontare sé stessi e la realtà che ci circonda. Tredici sezioni in tutto, affiancate da uno sguardo alla pandemia che nel corso del 2020 ha stravolto la vita in ogni parte del mondo, con il suo carico di sofferenza e dolore che ha costretto ognuno a rivedere il proprio modo di vivere e di programmare la propria esistenza.

Dal 28 Maggio 2021 al 31 Agosto 2021 – Forte di Bard (Aosta)

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Torniamo a vedere qualche mostra di fotografia?

Ciao a tutti! Spero stiate bene, non ci sentiamo da un po’.

Abbiamo un po’ sospeso l’appuntamento con le segnalazioni delle mostre, a causa delle restrizioni che non consentivano ai musei e alle gallerie di ricevere visitatori.

Oggi torniamo a segnalarvi alcune mostre per il mese di marzo, sperando le cose non cambino di nuovo e riusciate ad andare a visitarle. Alcune sono mostre che vi abbiamo segnalato in passato e che sono state prorogate a causa del lockdown.

Mi raccomando, nel rispetto delle normative!

Anna

Josef Koudelka – Radici

Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Il lavoro presentato è il frutto di un progetto unico nel suo genere, durato trent’anni, e realizzato esplorando e ritraendo con tenacia e continuità alcuni dei più rappresentativi e importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Gli straordinari scatti in bianco e nero presentati in mostra sono realizzati dal fotografo ceco tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e naturalmente Italia. Essi accompagnano il visitatore in una inedita e personalissima riflessione sull’antico, sul paesaggio, sulla bellezza che “suscita e nutre il pensiero”. I panorami senza tempo, ricchi di anima e fascino, caratterizzati da prospettive instabili, inaspettate, ambivalenti, ben rappresentano il lessico visuale e la cifra stilistica propri di Koudelka che, rifuggendo la semplice illustrazione e documentazione delle rovine, sceglie di dare respiro a ciò che resta delle vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, rappresentandole in un’eterna tensione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto, tra enigma ed evidenza.

Allestita nella cornice del Museo dell’Ara Pacis, a contatto diretto con le testimonianze monumentali della grande storia di Roma, la retrospettiva Radici vuol essere un eccezionale viaggio nell’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna dedicatosi alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo. Le fotografie di Koudelka, esposte in stretto dialogo con uno dei monumenti più significativi della prima età imperiale, acquistano così, in questa speciale occasione, il valore unico, forte, di immagini memorabili, in un rapporto intenso di rimandi e di echi di una memoria che a Roma più che altrove diventa presente.

01/02 – 16/05/2021 – Museo dell’Ara Pacis – ROMA

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Sebastião Salgado – Amazônia

Per sei anni Sebastião Salgado ha viaggiato nell’Amazzonia brasiliana, fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano.

La mostra, in anteprima in Italia, con più di 200 opere ci immerge nell’universo della foresta mettendo insieme le impressionanti fotografie di Salgado con i suoni concreti della foresta. Il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli o il fragore delle acque che scendono dalla cima delle montagne, raccolti in loco, compongono un paesaggio sonoro, creato da Jean-Michel Jarre.

La mostra mette in evidenza la fragilità di questo ecosistema, mostrando che nelle aree protette dove vivono le comunità indiane, guardiani ancestrali, la foresta non ha subito quasi alcun danno e ci invita a vedere, ascoltare e a riflettere sulla situazione ecologica e la relazione che gli uomini hanno oggi con essa.

01 ottobre 2021 – 13 febbraio 2022 – MAXXI – Roma

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PRIMA, DONNA. Margaret Bourke-White

Construction workers and taxi dancers enjoying a night out in bar room in frontier town. LIFE magazine’s first photo essay.

La mostra raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate da Margaret Bourke-White – tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo – nel corso della sua lunga carriera. Accanto alle fotografie, una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, raccontano la personalità di un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

Pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune Life; dalle cronache visive del secondo conflitto mondiale ai celebri ritratti di Stalin e Gandhi, dal Sud Africa dell’apartheid all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.

E’ possibile ammirare oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11 gruppi tematici – L’incanto delle acciaierieConca di PolvereLifeSguardi sulla RussiaSul fronte dimenticatoNei campiL’India, Sud AfricaVoci del Sud biancoIn alto e a casaLa mia misteriosa malattia – che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne: “I talenti delle donne” intende far conoscere al grande pubblico quanto, nel passato e nel presente – spesso in condizioni non favorevoli – le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento. Si vuole  rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità. L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

dal 25.09.2020 al 02.06.2021 – Palazzo Reale – MIlano

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MARIO GIACOMELLI – COLLEZIONE PERMANENTE

Questa non è una mostra temporanea, ma un riallestimento della collezione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del fotografo e renderlo fruibile in maniera permanente.

Il 2020 ha segnato il ventennale della scomparsa di Mario Giacomelli e il Comune di Senigallia, Città della Fotografia, continua a rendere omaggio anche nel 2021 a uno dei maestri internazionali della fotografia del Novecento, dedicando un’ala del Palazzo del Duca ad un’esposizione permanente delle sue opere donate negli anni ‘90 dall’artista stesso al Comune.

In una porzione riqualificata di Palazzo del Duca, che ospita da anni la programmazione espositiva della città di Senigallia, saranno fruibili circa 80 fotografie selezionate e allestite in collaborazione con gli archivi Giacomelli rappresentati dai due direttori Simone Giacomelli e Katiuscia Biondi.

Non una mostra temporanea quindi, ma una vera e propria musealizzazione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del grande fotografo senigalliese e renderlo fruibile in maniera permanente a cittadinanza e visitatori. Inoltre si vuole fornire una lettura innovativa dell’opera del maestro che viene proposta non in modo antologico, ossia per anni e per serie, ma ne ripercorre la poetica mettendone in luce temi e suggestioni.

Il tratto saliente della personalità – privata e fotografica – di Mario Giacomelli è il forte radicamento alla sua terra, malvolentieri si spostava da essa, ma nonostante ciò riuscì sin da subito attraverso la sua arte a superare i confini geografici essendo il suo lavoro caratterizzato da un forte spirito di sperimentazione e da una vorace volontà di ricerca

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – scrive Katiuscia Biondi – “Usa la fotografia per immergersi nel mondo, e nelle proprie viscere, riconoscendo egli stesso trattarsi di una sorta di rito purificatorio. I singoli scatti sono fotogrammi insolubili di un unico racconto, quello della sua vita e del suo rapporto con il mondo, e ogni foto rimanda alle altre in un’unità stilistica simbolica e segnica che solo un maestro sa perseguire con tanta coerenza e potenza evocativa”.

Si mosse poco da Senigallia, visitò Scanno, Lourdes, Loreto, la Puglia e la Calabria, ma fu dal paesaggio e dai personaggi della sua terra che attinse a piene mani: i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, gli anziani dell’ospizio di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, la campagna con le persone che la abitano, gli amanti ispirati dall’antologia di Spoon River, i ritratti, tutto racconta di Senigallia e del suo territorio, dal mare all’entroterra.

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – continua Biondi – “Facendo suo l’insegnamento del maestro Cavalli, per una fotografia liberata dal puro documento ché non esiste un mondo al di là del nostro sguardo, Giacomelli porta questa visione all’eccesso, nel suo modo drammatico di far risuonare il reale”.

A completare l’esposizione permanente, una mostra temporanea Le realtà del Sogno dal xx al xx a Palazzetto Baviera che vuole documentare quel “laboratorio senigalliese” di fotografia che fu il Gruppo Misa fondato da Giuseppe Cavalli nel 1954 a cui un giovane e curioso Giacomelli aderì per un breve periodo insieme a Ferruccio Ferroni: un gruppo che contribuì all’importante dibattito teorico che si svolse in Italia in quegli anni intorno alle funzioni e alle estetiche della fotografia.

Esposte opere selezionate di Giacomelli, Ferroni e Cavalli sempre provenienti dalle Civiche raccolte, accanto ai loro discepoli ed epigoni, che hanno dato vita al Gruppo Misa. Un milieu comune che produsse però risultati molto diversi, sia nella resa fotografica, nella tecnica e nella poetica dei vari autori, uno straordinario laboratorio di idee che ebbe breve ma intensa vita e da cui il genio di Mario Giacomelli si distinse e si sviluppò per tutta la seconda metà del Novecento.

Senigallia – mostra permanente

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CARLO MARI. IO MILANO

Una Milano metafisica e surreale nelle fotografie di un grande fotografo.
Una Milano deserta, senza traffico e persone.
Una Milano in cui regnano vuoto e silenzio.
Una Milano diversa, mai vista, ma sempre bellissima.

Questa è la Milano ritratta negli scatti di Carlo Mari in mostra nel chiostro delle Gallerie d’Italia di Milano dall’11 febbraio all’11 aprile 2021.

Carlo Mari. Io Milano. Aprile 2020. La città vista dai Carabinieri attraverso l’occhio di un fotografo è un suggestivo racconto del capoluogo lombardo durante il lockdown che si compone di 47 gigantografie e 2 foto fine art in bianco e nero.

La Milano di Carlo Mari è una città inedita, lenta e riflessiva, quasi metafisica, ben lontana dai ritmi frenetici che l’avevano definita fino a un paio di mesi prima. E da questi luoghi conosciuti – come Piazza Duomo, Piazza della Scala e lo Stadio di San Siro – emerge una presenza discreta, ma sempre presente e rassicurante: quella dei Carabinieri che hanno accompagnato la città in un periodo storico così difficile e delicato.

11 febbraio – 11 aprile 2021 – Gallerie d’Italia – Milano

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FOTOGRAFIA. NUOVE PRODUZIONI 2020 PER LA COLLEZIONE ROMA

Fotografia. Nuove produzioni 2020 per la collezione Roma è una mostra nata dalla volontà dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale di dare seguito al progetto sorto in seno a Fotografia Festival Internazionale di Roma che aveva istituito, già dal 2003, la residenza per un fotografo di fama internazionale. Sono state così raccolte per l’Archivio Fotografico del Museo di Roma le immagini di 15 grandi protagonisti della fotografia contemporanea che raccontano la Capitale attraverso il loro sguardo.

Nel 2019 è stato proposto a Francesco Zizola di curare la ripresa della pratica delle residenze temporaneamente interrotte, e così arricchire la collezione permanente. Zizola ha invitato a Roma 5 artisti noti nel mondo della produzione artistica e fotografica internazionale. Sono esposte al Mattatoio circa 130 immagini di Nadav KanderMartin KollarAlex MajoliSarah Moon (presente anche con un video) e Tommaso Protti. Tutti hanno lavorato in residenza a Roma nel corso del 2019, tranne Kollar che ha scelto di viaggiare a piedi e di elaborare il proprio lavoro attraverso un percorso di avvicinamento a Roma partendo dal Danubio.

Gli scatti di Alex Majoli rinnovano il linguaggio di espressione della documentazione del reale, quelli di Sarah Moon invece guardano al ruolo della memoria e del ricordo nel suo rapporto con la materia che la città di Roma offre. Nadav Kander, maestro riconosciuto nel panorama fotografico internazionale, ha esplorato con i suoi scatti il volto della Roma antica e secolare, che tramanda la sua essenza da una generazione alla successiva, mentre Tommaso Protti analizza il presente duro e ruvido delle periferie. Un discorso a parte va fatto per il lavoro di Kollar, che ha scelto di lavorare sull’antica collocazione di Roma al centro del mondo, camminando per 42 giorni da Bratislava alla Città Eterna su quelle strade che un tempo erano le arterie principali dell’Impero romano.

Attraverso la varietà di approcci visuali e concettuali, queste nuove produzioni offrono uno sguardo sfaccettato e profondo sulle molteplici anime della Città, e rappresentano un lascito importante per la collezione dell’Archivio Fotografico.
 

23 FEBBRAIO – 16 MAGGIO 2021 – Mattatoio di Roma

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Lisette Model. Street Life

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia.
Con una selezione di oltre 100 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri  del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti nei personaggi di un’irriverente commedia umana.
Questa rivisitazione così personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967. 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano e la Galerie Baudoin Lebon di Parigi.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Horst P. Horst. Glitter and Gold

l percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 120 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La mostra è realizzate grazie alla collaborazione con l’Horst P.Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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A Palazzo Zuckermann la mostra Gino Santini, fotografie 1937-1970

Omaggio al fotografo padovano che ha formato un’intera generazione

Il fotografo padovano Gino Santini ha lasciato una grande eredità artistica, il cui valore sarà possibile scoprire nella retrospettiva a lui dedicata a Palazzo Zuckermann dal 2 marzo al 5 aprile 2021 (orario 10-19, chiuso sabato e domenica; ingresso libero).

Sono passati oramai quarantaquattro anni da quando a Palazzo della Ragione, a due anni dalla sua scomparsa, venne organizzata una mostra in ricordo di questo importante autore della fotografia italiana, che con le sue foto ha formato una generazione di fotografi. Da allora poco si è sentito parlare o scritto di lui. Finalmente quest’anno, grazie all’impegno del nipote Marco Fogarolo, anch’egli valido fotografo, e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, si è potuta concretizzare una nuova ampia esposizione per presentare il suo lavoro. La retrospettiva, curata da Gustavo Millozzi, sarà un’occasione per ammirare la produzione in bianco e nero di Gino Santini e cogliere il suo stile personale e l’originalità delle sue immagini.

Gino Santini (1907-1974) è stato un fotografo molto apprezzato: con le sue opere, citate e riprodotte in moltissimi cataloghi di mostre, esposte e premiate in gran numero, ottenne nel 1969 l’ambito riconoscimento di EFIAP, ovvero Excellence de la FIAP, Fédération Internationale de l’Art Photographique, dalla quale già nel 1964 aveva ricevuto l’onorificenza di AFIAP Artiste de la FIAP.

Accompagna la mostra una monografia, edita dalla FIAF-Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Nuovo libro su Mario Giacomelli!

Fotografia di Mario Giacomelli

Quando è nata la fotografia, fino ad un passato, non troppo lontano, il fotografo era concentrato quasi esclusivamente sul fissare valori legati alla bellezza naturale del paesaggio.
Dopo questo primo periodo, le necessità si sono fatte più documentarie e si sono spostate sull’approfondimento visivo legato alle grandi trasformazioni del territorio, ai mutamenti in corso.
La metamorfosi del territorio stesso, è diventata oggetto di analisi. Il perché del cambiamento diventa una delle spinte maggiori e il fotografo sembra avere il compito o la necessità, di stabilire che direzione avrebbe preso l’uomo per adattarsi ai nuovi mutamenti legati alla propria terra, al paesaggio circostante.
La complessità di questa operazione, in termini fotografici, mi è sempre sembrata grandissima anche perché, da un certo punto in poi, dal fotografo ci si aspettava una sorta di rivelazione e non solamente una rappresentazione del proprio punto di vista.
Quando la fotografia è libera da disposizioni di tipo documentativo o istituzionale, si orienta verso un atteggiamento più riflessivo che accompagna il fotografo nella rappresentazione del mondo che lo circonda.
Giacomelli guarda alla terra Senigallese, la interpreta cogliendo i segni di un cambiamento, che oggi, a distanza di anni, riusciamo a comprendere anche grazie alle sue immagini.
Con un taglio poetico/ surreale, legato all’esigenza artistica personale dell’autore e un piglio documentativo, di cui il fotografo era sicuramente cosciente, Giacomelli fa emergere il valore di avere fermato una realtà che oggi è mutata aiutandoci a ricostruire l’evoluzione del suo territorio.
Comprendere l’atteggiamento con il quale un fotografo, il cui compito interpretativo oggi è sicuramente condiviso, esamina l’oggetto della sua ricerca, risulta sempre interessante, soprattutto per chi, come me, ha fatto dell’interpretazione del proprio mondo, motivo continuo di indagine e approfondimento.

Fotografia di Mario Giacomelli

Il libro “Mario Giacomelli. Terra e luce. I cambiamenti del territorio senigalliese nelle fotografie del maestro” , scritto da Simona Guerra e Marco Lion, ha come scopo principale di valorizzare il paesaggio Senigallese attraverso un confronto tra le immagini del fotografo e la situazione odierna del territorio, per comprendere i cambiamenti avvenuti .
Il libro è accompagnato da una mappa che indica percorso che si estende su una grande zona della campagna senigalliese. Un percorso di 10,4 km diviso in 4 stazioni, segnalate sul posto, dalle quali è possibile osservare il mutamento del territorio, rispetto al periodo in cui Giacomelli ha ripreso le sue immagini dello stesso luogo.
Un’interessantissima operazione voluta dall’Associazione Confluenze per valorizzare la propria terra.

Fotografia di Mario Giacomelli

“Il paesaggio vero nasce nel momento in cui ho capito che la terra era la grande Madre, non solo mia ma di tutti noi. Una grande Madre con le braccia aperte, sempre calda, sempre pronta ad abbracciarti. Il contadino riponeva tutte le sue speranze in questa terra e questo per me era importante. Guardando le mani del contadino e la terra che lui lavorava, mi accorgevo che erano fatte della stessa materia, con gli stessi segni. Non ha la pelle liscia come la mia, il contadino: è ruvida come la terra; questi segni che vedi qui, queste venature, sono le venature che ha la terra; i fossi dove si fa passare l’acqua per me sono le vene della terra. La terra vive. Per questo dico che è la grande Madre.” Mario Giacomelli

Per info sulla vendita:

Editore: Ventura edizioni

Lorenzo Cicconi Massi e la fotografia

Lorenzo sa alterare la realtà che percepisce trasformando l’ordinarietà dei luoghi e delle persone che frequenta in suggestioni visive potenti e coinvolgenti. Vi invito a guardare il suo lavoro e leggere la sua storia. Baci

Sara

Lorenzo Cicconi Massi

Nel 1991 discute la tesi di laurea in Sociologia “Mario Giacomelli e il gruppo Misa a Senigallia”.

Comincia il suo lavoro di ricerca fotografica in bianco e nero. Nel 1999 ottiene il primo premio al concorso Canon. Dall’anno 2000 è uno dei fotografi dell’agenzia Contrasto. Il mensile ARTE lo include fra i 10 giovani talenti del nuovo panorama fotografico italiano. I suoi lavori vengono pubblicati dalle maggiori riviste italiane e da alcune testate europee.

Nel 2007 è premiato nella sezione “sports features singles” al World Press Photo, con un lavoro sui giovani calciatori cinesi. Venerdì di Repubblica gli dedica la copertina insieme ai colleghi italiani premiati.

Sempre nel 2007 riceve il premio G.R.I.N. per la serie sui giovani “fedeli alla tribù”.

Per i 10 anni dalla scomparsa del grande fotografo senigalliese realizza il film “mi ricordo Mario Giacomelli”.

Nell’estate 2011 espone sue opere per la Biennale di Venezia padiglione delle Marche, curata da Vittorio Sgarbi. Espone i suoi lavori a ParisPhoto, rappresentato da Forma galleria.

 Nel 2012 ha lavorato per il progetto di Altagamma “Italian Contemporary Excellence” con i più importanti marchi del lusso italiano, in mostra alla triennale di Milano, Shanghai e Tokio, con volume edito da Rizzoli.

Aprile 2013 ha esposto al Museo Ferragamo di Firenze per la mostra “Il calzolaio prodigioso”.

Del 2016 è la mostra “Le Donne Volanti”, museo Nori De Nobili. Nel 2017 presso Galleria Contrasto Milano e Palazzo Montecitorio inaugurata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini.

Nel 2017 gli viene assegnato il premio “Scanno dei Fotografi” nell’omonima città abruzzese.

Del 2018 la mostra presso la Certosa di S. Giacomo a Capri “La liquidità del movimento” a cura di Denis Curti.

Dell’estate 2018 la mostra antologica “IN ARIA” presso la rocca Roveresca di Senigallia e a Contrasto galleria, Milano.

2019 mostra “viaggio intorno a casa” presso Plenum Gallery di Catania. Vince il premio “Osvaldo Buzzi” a Benevento.

Esordisce al cinema nel 2003 con la regia del film “PROVA A VOLARE” con Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini ed Antonio Catania

Lorenzo Cicconi Massi        www.lorenzocicconimassi.it

email  lorenzocm@alice.it

Mob. +39 3394728460

Tutte le immagini sono di proprietà di Lorenzo Cicconi Massi.

Lorenzo terrà, per la nuova sessione scolastica, da Musa fotografia questo corso: La fotografia come viaggio intorno a casa

Rimaniamo in contatto con la fotografia d’autore

Ciao a tutti!

Spero stiate tutti bene.

Come avrete notato, da un paio di mesi, non vi propongo più l’appuntamento fisse con le mostre di fotografia. La maggior parte degli spazi espositivi ha infatti chiuso per il lockdown, e i festival di fotografia che normalmente ci vedono partecipare in massa in questa stagione, sono stati cancellati o rimandati. Se anche a voi, come a me, l’epidemia e la quarantena hanno tolto ogni voglia di praticare la fotografia “attiva”, come si può continuare a goderne “passivamente”?

Per coloro che lo desiderano, ci sono ancora dei modi per godere di ottima fotografia. Io personalmente mi dedico ai libri. Mi riguardo tutti i libri che compongono la mia biblioteca e a cui in momenti “normali” non ho magari dedicato la giusta attenzione. Ma questa è la mia passione.

Se non fosse anche la vostra, trovate di seguito alcune proposte, sperando di poter tornare presto a frequentare festival e mostre, come eravamo abituati.

Anna

Alcuni spazi espositivi hanno da poco riaperto i battenti e prorogato le mostre che avevano inaugurato prima del lockdown, attrezzandosi con misure di sicurezza e prenotazioni online. Mi raccomando, consultate sempre i siti per conoscere le modalità di riapertura e le relative misure di sicurezza!

E’ il caso ad esempio di Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, dove potrete ammirare Memoria e Passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero fino al 30 agosto.

Oppure da Forma Meravigli a Milano, che ha riaperto il 20 maggio, con la mostra COME IN UNO SPECCHIO. Fotografie con testi d’autore, di Gianni Berengo Gardin, prorogata fino al 2 agosto.

Anche Palazzo Pallavicini a Bologna ha riaperto, con la mostra Robert Doisneau, fino al 20 luglio

Altra sede espositiva di prestigio che è visitabile è il Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove, fino al 2 giugno si potrà visitare la mostra di Gabriele Basilico-Metropoli e a seguire verrà inaugurata la mostra del World Press Photo 2020.

A Pistoia, presso Palazzo Buontalenti / Antico Palazzo dei Vescovi, potrete godervi una mostra di Salgado, EXODUS. IN CAMMINO SULLE STRADE DELLE MIGRAZIONI, fino al 26 luglio

A Senigallia, invece, presso il Palazzo del Duca | Palazzetto Baviera, potreto ammirare una mostra del famosissimo fotografo locale Mario Giacomelli e di numerosi altri fotografi suoi contemporanei, che idealmente dialogano con lui, Sguardi di Novecento. Giacomelli e il suo tempo, fino al 27 settembre

WeGil, l’hub culturale della Regione Lazio nel cuore del quartiere Trastevere di Roma, il 18 maggio riapre le porte al pubblico e, per l’occasione, proroga fino al 12 luglio la mostra ELLIOTT ERWITT ICONS

Un’altra mostra che è possibile visitare di nuovo fisicamente è La Guerra Totale. Il Secondo Conflitto Mondiale nelle più belle e iconiche fotografie degli Archivi di Stato americani”, in esposizione a la Casa di Vetro di Milano. 

Oppure ci sono esibizioni digitali e online. (Alcune le abbiamo segnalate nei giorni scorsi.)

Come per esempio IL MONDO CHE VERRÀ, 50 fotografi internazionali, 50 visioni del futuro imminente e un pensiero che lo accompagna e lo anticipa, insieme a 50 autoritratti, gli scatti degli artisti al lavoro. Un’antologia di visioni personali per rappresentare con audacia, utopia e attesa il “dopo”, ovvero come cambierà ancora il mondo dopo l’esperienza della pandemia e da cosa e come si ricomincerà a vivere. Il tutto in una mostra fotografica sì, ma rigorosamente digitale. Promossa da Il Sole 24 Ore in collaborazione con Mudec Photo.

E poi tutte le varie dirette quotidianamente proposte sui social quali Facebook e Instagram. E naturalmente le interviste ai fotografi che vi proponiamo qua come Diario della Quarantena.

Se siete a conoscenza di altre mostre di fotografia che volete segnalare, fatelo pure nei commenti di questo post.

A presto.

Mostre per chiudere l’anno in bellezza

Ciao,

ecco le ultime mostre che vi proponiamo per il 2019. Da non perdere!

Ricordatevi di dare sempre un’occhiata alla nostra pagina con le mostre in corso.

Anna

Olivo Barbieri. Mountains and Parks

Olivo Barbieri, Alps Geographies and people, 2019

L’esposizione, curata da Alberto Fiz e coordinata dalla Struttura Attività espositive dell’Assessorato regionale, presenta oltre 50 lavori esposti in un percorso ventennale che comprende una serie di grandi immagini fotografiche inedite che hanno come soggetto le montagne della Valle d’Aosta, in particolare il Cervino e il Massiccio del Monte Bianco, realizzate per l’occasione. Per la prima volta, poi, viene presentata la produzione scultorea attraverso tre monumentali lavori plastici che occupano l’ala centrale del Centro Saint-Bénin.
Le opere in mostra ripercorrono la ricerca compiuta da Barbieri dal 2002 al 2019 sottolineando l’attenzione verso le tematiche connesse con il paesaggio e l’ambiente. Non manca, poi, un ciclo d’immagini dedicato alla storia dell’arte antica e moderna e la proiezione di un video del 2005 realizzato in Cina.
Mountains and Parks, il progetto ideato per il Centro Saint-Bénin, propone l’indagine di Barbieri sui parchi naturali, siano essi le Alpi (già nel 2012 la Valle d’Aosta era stata oggetto di una specifica indagine), le Dolomiti, Capri rivisitata con i colori della memoria o le cascate più importanti del pianeta che, come afferma l’artista, “sopravvivono intatte ad uso del turismo o come luoghi fisici museali dove ammirare come potrebbe essere una natura incontaminata”. Si tratta di una rassegna spettacolare e problematica, che affronta questioni fondamentali come l’esigenza di un rinnovato equilibrio naturale associato al turismo di massa che, se da un lato “consuma” i luoghi, dall’altra ne garantisce la sopravvivenza. Le immagini di Olivo Barbieri viste dall’alto, riprese con la tecnica della messa a fuoco selettiva che evidenzia solo alcuni elementi lasciando volontariamente sfocato il resto della scena, hanno inaugurato un nuovo modo di percepire il paesaggio che, grazie all’introduzione consapevole di alcuni “errori” fotografici, ci appare in modo inedito, più simile a un modellino in scala (non manca nemmeno l’uso della pittura digitale) che a un contesto reale. Sebbene nulla di ciò che vediamo appaia contraffatto, l’indagine di Barbieri decreta l’ambiguità della rappresentazione. Sono immagini che non nascono dalla volontà di ottenere effetti speciali (non c’è post-produzione), ma dalla curiosità di verificare il comportamento del mezzo fotografico in condizioni non-idonee. Insieme ai parchi dei ghiacci e dell’acqua, il suo sguardo si estende ai Landfills, le quattro grandi discariche abitate da migliaia di persone e animali del Sud Est asiatico in Thailandia, Indonesia e Malesia. Sono i parchi tematici in negativo, la coscienza sporca dell’Occidente dove si gioca l’equilibrio del pianeta. Il paesaggio si estende anche alla storia dell’arte dove la messa a fuoco selettiva modifica la percezione di opere ormai metabolizzate con un atteggiamento ironico e dissacrante. Nel Paradiso Terreste di Nicolas Poussin sembra di vedere il Creatore che si allontana appoggiato ad un drone di controllo, mentre il mito di Mark Rothko è connesso con i simboli del fast food americano, gli hamburger. Il dialogo con i maestri del passato coinvolge anche Paolo Uccello, Caravaggio e Canaletto. Quest’ultimo, attraverso l’uso della camera ottica, sembra anticipare gli esiti della fotografia contemporanea.
Per la prima volta è presentata in mostra la produzione plastica di Barbieri con tre grandi sculture in legno realizzate per l’occasione che fanno riferimento alla mappatura simbolica dei codici Hobo, i vagabondi americani e i Rom. Ne emerge una geografia errante che crea un paesaggio segreto, accessibile solo ai membri della tribù.
A completamento della rassegna, viene proiettato il video Seascape#Night, China Shenzhen 05 del 2005, parte di un progetto artistico in divenire. In questo caso tutto parte da Shenzhen, in Cina, una delle più importanti nuove aree economiche vicino ad Hong Kong dove un’intera generazione di cinesi sta per concedersi, per la prima volta da cinquant’anni, un divertimento di massa: fare il bagno in mare al chiaro di luna.

16 novembre 2019 – 19 aprile 2020 – Centro Saint-Bénin, Aosta

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Letizia Battaglia. Storie di strada

Una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di Letizia Battaglia. 
Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, la mostra anticipa con la sua apertura il palinsesto “I talenti delle donne”, promosso e coordinato dall’Assessorato alla Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari – dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze– dedicate alle donne protagoniste nella cultura e nel pensiero creativo. 
Con circa 300 fotografie, molte delle quali inedite, “Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce. 
Non ha bisogno di presentazioni Letizia Battaglia (Palermo, 1935). Non solo in Italia, ma anche all’estero: nel 2017 il New York Times l’ha infatti citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. 
Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia. 
I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna. 
Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

05 Dicembre 2019 – 19 Gennaio 2020 – MILANO, PALAZZO REALE

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SARA MUNARI – Don’t Let My Mother Know (Non ditelo a mia madre)

Mi chiamo Sara Munari, sono nata nel 1930 a Milano, in Italia. La mia famiglia è emigrata a New York l’anno successivo. Quasi per caso, a 18 anni, inizio a lavorare per l’Ente spaziale Americano, che allora si chiamava Naca (National Advisory Committee for Aeronautics) formata nel 1915 e nata per supervisionare e gestire gli studi scientifici legati al ‘volo’. Nel 1958 fondiamo la Nasa (National Aeronautics and Space Administration) l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale. Nel 1959 creo un settore personale la RASA (Rational Aeronautics and Space Administration e acronimo del mio nome) che si occupa solo di avvenimenti considerati realmente accaduti perché scientificamente provati (da qui Rational) Io sono quello che viene definito ‘membro occulto’ quindi il mio nome non è mai potuto comparire per ragioni di sicurezza, così come il settore RASA. Dopo innumerevoli studi, tenuti nascosti fino ad oggi, posso dire di aver scoperto la vita su un altro Pianeta. Il nome che ho dato al pianeta è Musa 23. Gli abitanti sono umanoidi e io mi sono confrontata sempre e solo con uno di loro, l’ho chiamato x23. Sono stata su musa 23 in diverse occasioni. Ho 88 anni, ho piena facoltà di intendere e di volere. Qui ci sono i miei studi e le mie scoperte. Dopo quello che vi mostrerò non avrete più dubbi.
Finalmente posso raccontare tutto.

Riccardo Costantini Contemporary è lieto di presentare a Torino il nuovo progetto fotografico di Sara Munari che si sviluppa tra fotografie analogiche e video, dal titolo Don’t Let My Mother Know (Non ditelo a mia madre). Un titolo curioso per un lavoro che, nell’anno della luna, vuole omaggiare e narrare un’avventura fantastica (o realmente accaduta?) di un viaggio analogico in una galassia lontana e l’incontro alieno con “x23”. Una serie fotografie scattate per lo più in Islanda che riportano alla mente paesaggi di galassie lontane ed ostili all’uomo, un video in cui lei – fingendosi ormai un’anziana 88enne e desegretati gli archivi di Stato – finalmente può svelare la verità sui suoi incontri “alieni”. Un cofanetto in edizione limitata che racchiude un archivio con i documenti cartacei delle missioni spaziali, con di mappe e prove segrete, invecchiati come se da oltre 50 si trovassero segregati in un logo “Top Secret”. Un lavoro che sarà esposto nelle sale di Riccardo Costantini dal 22 novembre e al Foto Festival internazionale Photolux, a Lucca.
In realtà quell’alieno è suo padre, percepito sempre più distante e lontano a causa dell’Alzheimer, contratto a seguito di un intervento ospedaliero. Un viaggio che ci racconta con delicatezza e qualità estetica un rapporto impari, in cui il genitore si sottrae alla sua famiglia e ricordi, diventando concettualmente “alieno” a se stesso ed ai suoi affetti.
50 stampe eseguite in camera oscura da Sara Munari stessa, 23 documenti d’archivio per ogni cofanetto in limited edition contenente mappe, rappresentazioni dell’alieno, lettere scritte a macchina, materiale archeologico contenente dimostrazioni di contatti alieni precedenti…E un video di 12 minuti, per un totale di 73 elementi che andranno a trasformare in un viaggio stellare la visita alla rinomata galleria torinese.
A cura di Alessia Locatelli

21 novembre 2019 – 25 gennaio 2020 – Riccardo Costantini Contemporary – Torino

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BIEKE DEPOORTER 2015-2019

How close can a photographer get to the people they portray? What is their role with regards to their subject, and what responsibility do they assume? Bieke Depoorter’s artistic work is based on her relationships with people and her own position as a photographer. From November 22, 2019 to February 16, 2020, the NRW-Forum Düsseldorf is showing the most comprehensive solo exhibition to date of the Belgian Magnum photographer’s work in Germany. Comprising five series from 2015 to 2019, the exhibition presents the photographer, who was born in Belgium in 1986, as an artist at a turning point in her career.

Depoorter explores current social issues and questions her role as a photographer, as well as the limits of her medium, across five topical projects, some of which are ongoing. The points of departure are often chance encounters with people, some of whom she then accompanies for years, exploring how and whether one can capture a person through the means of photography, as well as how to achieve true collaboration. Her various journeys have taken her to Egypt, the USA, France, Norway, and Lebanon.

NOVEMBER 22 2019 – FEBRUARY 16 2020 – NRW Forum – Duesseldorf

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Alex Prager  – Silver Lake Drive 

La Fondazione Sozzani presenta per la prima volta in Italia la mostra “Silver Lake Drive” in cui la fotografa e regista Alex Prager unisce dieci anni di lavoro. La mostra è curata da Nathalie Herschdorfer, direttore del Musée des Beaux-Arts Le Locle in Svizzera. L’opera di Prager è cinematografica e trae ispirazione da ciò che la circonda, dalle esperienze personali, dalla street photography, dalla cultura pop e dai film. Applica una serie di elementi stilistici che richiamano i film noir, i thriller, il melodramma e i polizieschi. Le donne sono spesso le protagoniste del suo lavoro, guidate dall’emotività. Attraverso l’uso di colori saturi e di un immaginario vagamente familiare, Prager è in grado di ricreare un proprio mondo originale in cui esplora temi oscuri in modo seducente e inquietante. Le sue radici nascono dalla tradizione fotografica di William Eggleston, Diane Arbus e Cindy Sherman, maestri nell’arte di “congelare” un indefinibile momento del quotidiano. Il lavoro di Prager consiste in imponenti scenografie e immagini di grande formato dai colori saturi. Le sue fotografie possono essere viste come narrazioni di un singolo fotogramma che catturano storie enigmatiche definite entro i limiti della cornice. I suoi lavori sono caratterizzati dall’assenza di una narrativa lineare.

15 settembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Fondazione Sozzani – Milano

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Rankin: From Portraiture to Fashion

Rankin – From portraiture to fashion

Unico nel suo genere – dopo tre anni dalla presentazione di Outside In durante la Fashion Week di Milano del 2016 –, lo show Rankin: From Portraiture to Fashion rappresenta uno dei progetti più ambiziosi e complessi mai concepiti in collaborazione con una galleria. Rankin: From Portraiture to Fashion vuole essere un vero e proprio tour nell’archivio del fotografo con l’obiettivo di dare visibilità non solo ai suoi lavori più iconici, ma anche alle opere più concettuali, presentando così la contemporaneità dell’artista a una nuova generazione di collezionisti. La proposta espositiva, rivelandosi compiutamente nell’arco di quattro mesi, prevede cambi di opere e di interi allestimenti al fine di celebrare alcuni degli eventi distintivi del calendario milanese come il Vogue Photo Festival, il Fashion Film Festival (entrambi a novembre) e la Milano Fashion Week di febbraio, creando così un’originale occasione di dialogo tra l’autore e le proposte culturali di una delle capitali del design e della moda in Europa.

«Non sono una persona che fugge di fronte alle sfide, quindi questa è per me una grande opportunità su innumerevoli fronti: mostrare alcuni tra i miei lavori migliori, partecipare a eventi interessanti e diventare davvero parte del tessuto culturale di questa città.» – RANKIN

18 ottobre 2019 – 24 febbraio 2020 – 29 Arts in Progress, Milano

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KATE CRAWFORD | TREVOR PAGLEN: TRAINING HUMANS

“Training Humans”, concepita da Kate Crawford, professoressa e studiosa nell’ambito dell’intelligenza artificiale, e Trevor Paglen, artista e ricercatore, è la prima grande mostra fotografica dedicata a immagini di training: repertori di fotografie utilizzate dagli scienziati per insegnare ai sistemi di intelligenza artificiale (IA) come “vedere” e classificare il mondo.

In questa mostra Crawford e Paglen esplorano l’evoluzione delle collezioni di immagini di training dagli anni Sessanta a oggi. Come afferma Trevor Paglen, “quando abbiamo iniziato a elaborare l’idea della mostra, oltre due anni fa, volevamo raccontare la storia delle immagini utilizzate per il ‘riconoscimento’ di esseri umani nel settore della computer vision e dei sistemi di intelligenza artificiale. Non ci interessavano né la versione inflazionata dell’IA applicata al marketing né le favole distopiche sui robot del futuro”. Kate Crawford aggiunge, “volevamo trattare direttamente le immagini che formano i sistemi di intelligenza artificiale e prenderle sul serio come parte di una cultura in rapida evoluzione. Questi materiali visivi rappresentano la nuova fotografia vernacolare che guida la visione artificiale. Per verificare il loro funzionamento, abbiamo analizzato centinaia di set di immagini di training per capire i processi interni di questi ‘motori del vedere’”.

Sabato 26 ottobre alle ore 14.30, nell’ambito della mostra, si è svolto “Training Humans Symposium”. L’evento ha coinvolto i professori Stephanie Dick (Università della Pennsylvania), Eden Medina (MIT), Jacob Gaboury (Università della California, Berkeley) e i curatori del progetto Kate Crawford e Trevor Paglen. Analizzando i concetti affrontati nella mostra in relazione con i loro studi innovativi, i relatori si sono confrontati con due interrogativi principali: quali sono i confini tra scienza, storia, politica, pregiudizio e ideologia nell’intelligenza artificiale? Chi ha il potere di costruire questi sistemi e di trarne beneficio?

“Training Humans” esplora due tematiche chiave: la rappresentazione, l’interpretazione e la codificazione degli esseri umani attraverso dataset di training e le modalità con cui i sistemi tecnologici raccolgono, etichettano e utilizzano questi materiali. Quando la classificazione di esseri umani attraverso l’intelligenza artificiale diventa più invasiva e complessa, i pregiudizi e le implicazioni politiche presenti al loro interno appaiono più evidenti. Nella computer vision e nei sistemi di IA i criteri di misurazione si trasformano facilmente, ma in modo nascosto, in strumenti di giudizio morale.

Un altro centro d’interesse per Crawford e Paglen sono i sistemi di classificazione basati sugli affetti e le emozioni e supportati dalle teorie molto criticate dello psicologo Paul Ekman, secondo il quale la varietà dei sentimenti umani può essere ridotta a sei stati emotivi universali. Queste tecnologie d’intelligenza artificiale misurano le espressioni facciali delle persone per valutare una molteplicità di fattori: la loro salute mentale, la loro affidabilità come possibili nuovi assunti o la loro tendenza a commettere atti criminali. Esaminando le immagini di questa raccolta e i criteri con cui le fotografie personali sono state classificate, ci si confronta con due interrogativi essenziali: quali sono i confini tra scienza, storia, politica, pregiudizio e ideologia nell’intelligenza artificiale? Chi ha il potere di costruire questi sistemi e di trarne benefici? Come sottolinea Crawford, ‘’un’asimmetria di potere è propria di questi strumenti. La nostra speranza è che “Training Humans” segni il punto di partenza per iniziare a ripensare questi sistemi e per comprendere in modo scientifico come ci vedono e ci classificano”.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione illustrata della serie Quaderni, pubblicata da Fondazione Prada, che include una conversazione tra Kate Crawford e Trevor Paglen sui complessi temi affrontati nel loro progetto.

12 Set 2019 – 24 Feb 2020 – Fondazione Prada Osservatorio

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MATTEO DI GIOVANNI – I WISH THE WORLD WAS EVEN

I wish the world was even è un diario di viaggio.
 Matteo Di Giovanni procede in auto verso nord, tagliando l’Europa in verticale e attraverso l’inverno. Nel suo racconto non compaiono mai persone.
Ovviamente ne ha incontrate molte nei due mesi di viaggio, lungo la strada, e in verità non era nemmeno partito
 solo. Ma nei quattro anni che separano questa mostra 
e la pubblicazione del libro dal viaggio fisico che lo ha portato da Milano a Capo Nord e ritorno, ha messo mano al materiale più volte e le persone sono progressivamente scomparse.
Lui, un banco ottico, una 6×7: l’attrezzatura necessaria
a scattare in condizioni piuttosto estreme – per le temperature, sempre più basse, e le ore di luce, sempre più brevi. Nella cassetta sul sedile posteriore, il fornello e l’immancabile caffettiera, protagonista di ogni sosta.

Guardare il mondo con gli occhi di Matteo significa innanzitutto essere sempre immersi nel paesaggio, e vederlo scorrere ai lati della strada. Impariamo ad adottare una certa distanza dalle cose che si manifestano davanti a noi.
Né troppo lontano, né troppo vicino. Una sorta di distanza di sicurezza che tiene a considerare un quadro d’insieme piuttosto ampio mentre, allo stesso tempo, rivela un’irresistibile curiosità a guardare meglio e avvicinarsi. Si incontrano e si superano barriere e ostacoli che tornano con immancabile certezza.

Ripartire cercando una nuova direzione, reinventarsi un percorso: è chiaro che il viaggio è tutto interiore e il paesaggio un pretesto.

I wish the world was even è il risultato del viaggio in cui Matteo si è messo alla prova ed è tornato a fare il fotografo.

– Giulia Zorzi, dal testo che accompagna il libro

27 Novembre 2019 – 4 Gennaio 2020 – Micamera Milano

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Giacomelli e Leopoldi: storie celate di fotografia aerea

La storia e il ritrovamento

Terminato il riordino dell’Archivio dello Studio Fotografico Leopoldi di Senigallia (330.000 immagini sulla città e le Marche) fra gli album e i negativi sono state trovate delle cartelle molto speciali: 220 immagini – tra stampe a contatto, fogli di provinatura e negativi – con soggetti chiaramente riconducibili all’opera di Mario Giacomelli.

Enormi campi arati, case e vigne lavorate: erano tutte vedute aeree della campagna marchigiana, diverse delle quali cancellate a penna, tracciate con prove di inquadratura oppure contenenti appunti.

Perché queste fotografie erano conservate fra il materiale prodotto da Edmo Leopoldi?

Quando dal fondo di una busta è uscito un appunto scritto a penna con la calligrafia inconfondibile di Mario la risposta è parsa più chiara.

Il messaggio diceva: “Edmo, se non andiamo oggi per i paesaggi ho l’impressione che non ci andiamo più. Dobbiamo farli ad ogni costo – almeno 30 rullini -”

Così, da questa piccola annotazione, è iniziata una ricerca che ha permesso la ricostruzione di una vicenda sconosciuta alla maggior parte di noi. Una storia che ha come oggetto il coinvolgimento attivo di Leopoldi alla produzione di una serie specifica di opere del maestro Giacomelli: i paesaggi aerei. Dalle ricerche è infatti emerso che Leopoldi, ottimo fotografo e appassionato di volo, sia stato l’esecutore delle fotografie aeree di Mario Giacomelli.

Il senso della mostra

“La rilevanza di questa ricerca” afferma la curatrice Simona Guerra “sta nel fatto che ci permette di arricchire gli elementi conoscitivi su certi percorsi mentali messi in atto da Giacomelli, di conoscere un’attività del fotografo Edmo Leopoldi di cui fino ad oggi non è stato mai scritto e soprattutto di capire la relazione creativa che si era instaurata fra i due autori nonché dell’iter progettuale che ha portato Giacomelli a raggiungere – nella pratica – i suoi obiettivi compositivi anche grazie al contributo di Edmo. Certamente si tratta di un rapporto costruito su una grande fiducia che Giacomelli nutriva nei confronti di Leopoldi, oltre che di amicizia e complicità”.

Le opere in mostra

Il cuore della mostra è dato da 143 provini e 10 fogli di provinatura scattati da Edmo Leopoldi su indicazione di Mario Giacomelli provenienti dall’Archivio Storico Leopoldi. Ci sono poi altre immagini e testi autografi scritti da Mario a Edmo che aiutano a comprendere la ricerca.

Non mancano poi alcune opere di Mario Giacomelli originali provenienti dall’Archivio Mario Giacomelli di Senigallia, ovviamente riferite ai provini esposti.

Dal 23 novembre al 5 gennaio – Spazio Piktart Senigallia

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CHILDRENErwitt – McCurry – Mitidieri

USA. Pittsburgh, Pennsylvania. 1950.

l gioco, il divertimento, lo studio, la salute, ma anche i diritti negati, lo sfruttamento, la povertà, la guerra. Mercoledì 20 novembre a Bologna, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, inaugura la mostra fotografica “Children”, in programma all’Auditorium Enzo Biagi della biblioteca Salaborsa (piazza del Nettuno 3) fino a domenica 6 gennaio. Promossa da Legacoop Bologna e da Legacoopsociali, e curata da Monica Fantini e Fabio Lazzari con fotografie a cura di Biba Giacchetti, la mostra presenta, per la prima volta insieme, gli scatti di Steve McCurry, Elliott Erwitt e Dario Mitidieri: 3 autori profondamente diversi dal punto di vista espressivo, ma accomunati dalla volontà di testimoniare in prima persona la partecipazione emotiva alle vicende dei bambini che hanno incontrato negli angoli più remoti del mondo, laddove il diritto primario all’esistenza e quelli irrinunciabili all’uguaglianza, alla giustizia, alla libertà e alla pace, vengono calpestati nel silenzio e nell’oblio.

Il gioco e la negazione del gioco sono il tema della mostra, in cui le fotografie di McCurry, Elliott e Mitidieri, in dialogo con la scenografia di Peter Bottazzi, ci conducono a riflettere sul primario diritto di spensieratezza dei bambini e sul nostro dovere come adulti di garantire loro un ‘tempo buono’ in cui possano crescere uguali – dicono i curatori –. Una mostra che guarda l’universale della popolazione per riposizionarla proprio all’altezza dei più piccoli: ossia al futuro”.

20 novembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Auditorium Enzo Biagi – Biblioteca Salaborsa – Bologna

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Dauðalogn – Andrea Roversi

Trentino Impact Hub ospita Andrea Roversi e il suo progetto Dauðalogn Dauðalogn è un viaggio attraverso un paese ricco di contrasti, ma anche il romanzo di formazione di un bambino, Andry, che diventa adulto in un dialogo aperto con una natura estrema.

After being hardly hit by the global economic crisis in 2008, Iceland has been the protagonist of a miraculous recovery. The island has chosen to take a step back (or forward?) returning to land and betting on a green and sustainable economy based on natural resources. Dauðalogn – which means ‘dead calm’ in icelandic – is a journey through a country of sharp contrasts, but also the bildungsroman of a child, Andry, becoming an adult in an open dialogue with an extreme nature.

Dal 4 dicembre 2019 al 14 gennaio 2020 – Impact Hub Trentino – Trento

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NATURA IN POSA – AAVV

CAPOLAVORI DAL KUNSTHISTORISCHES MUSEUM DI VIENNA
IN DIALOGO CON LA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA

Un percorso alla scoperta di un genere pittorico, la Natura morta, attraverso oltre 50 capolavori – presentati per la prima volta in Italia – provenienti dalla collezione del Kunsthistorisches Museum di Vienna. La mostra, curata da Francesca Del Torre con Gerlinde Gruber e Sabine Pénot, documenta come questo soggetto si sia sviluppato tra la fine del Cinquecento e lungo tutto il XVII secolo a livello europeo, invitandoci a guardare sotto una nuova luce uno dei generi più suggestivi della pittura europea.
Il termine Natura morta, nato in Francia nel Settecento e poi adottato anche in Italia, indica una categoria di opere d’arte che ha come soggetto scene di mercato e di cucina, mazzi di fiori, frutta, strumenti musicali, accessori per la caccia. La cultura “nordica” descrive queste composizioni come still leffen – still leben e still life in tedesco e in inglese – a significare pitture che ritraggono oggetti immobili al naturale.

Il termine nordeuropeo mette in rilievo la dimensione contemplativa di queste rappresentazioni che invitano lo spettatore alla meditazione sulla caducità delle cose umane. La ricchezza delle invenzioni, la varietà dei soggetti, la creatività dei diversi artisti e la preziosità di esecuzione caratterizzano tale genere di pittura che conquistò il rango di rappresentazione autonoma nei Paesi Bassi intorno al 1600.

Il percorso, al tempo stesso tematico e cronologico, muove i primi passi dalla seconda metà del Cinquecento, con un’accurata selezione di scene di mercato e rappresentazioni delle stagioni di Francesco Bassano e di Lodovico Pozzoserrato, ancorando solidamente il tema nel contesto geografico del Veneto. Il confronto con i mercati fiamminghi di Frederik van Valckenborch e Jan Baptist Saive il vecchio conduce il visitatore Oltralpe. È qui soprattutto, nel contesto geografico, culturale e politico dei Paesi Bassi, che tali creazioni si perfezionano e specializzano, declinandosi in alcune categorie, come le nature morte scientifiche con i mazzi di fiori, le vanitas o allegorie della caducità, le tavole apparecchiate, le nature morte religiose, le scene di caccia.

Artisti quali Jan Brueghel, Pieter Claesz, Willem Claesz Heda, Jan Weenix, Gerard Dou realizzano capolavori che incantano per fasto, creatività e perfezione di esecuzione. Un gruppo di nature morte italiane illustra, poi, attraverso le opere di Evaristo Baschenis, Gasparo Lopez dei Fiori, Elisabetta Marchioni la diffusione del genere nei vari centri artistici a sud delle Alpi.

Completa la mostra la sezione, a cura di Denis Curti, dedicata alla fotografia contemporanea che testimonia come il tema della natura morta sia presente negli scatti di alcuni degli artisti più importanti e celebrati a livello internazionale. La selezione di queste immagini parte dall’assunto che la fotografia è sempre il risultato di una messa in scena: ogni scatto è il punto di arrivo di un’azione consapevole che vuole declinare con forza la necessità di penetrare la realtà e di andare oltre le apparenze. Si passa quindi dalle Vanitas, capaci di trarre in inganno, di David LaChapelle ai crudi e ironici reportages di Martin Parr sul consumo di massa, dai magnifici e sensuali fiori di Robert Mapplethorpe ai Flowers di Nobuyoshi Araki, dalla serie dedicata alle zuppiere di Franco Vimercati all’idea di classicità pittorica di Hans Op De Beeck.

30-11-2019 – 31-05-2020 – CONVENTO DI SANTA CATERINA – TREVISO

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The Consequences | Stefania Prandi

Dal 14 novembre al 7 dicembre 2019, La Quadreria di ASP Città di Bologna ospiterà la mostra The consequences, con le foto del reportage della fotografa Stefania Prandi, a cura dell’Associazione Culturale Dry-Art.

L’inaugurazione avrà luogo giovedì 14 novembre alle ore 17.30, presso la Sala delle Mappe della Quadreria.
Interverranno
Anna Pramstrahler – Casa delle donne per non subire violenza
Giovanna Ferrari – Scrittrice, attivista, madre di Giulia Galiotto
Renza Volpini – Madre di Jessica Poli, attivista
Marisa Golinucci – Presidente Associazione Penelope Emilia-Romagna, madre di Cristina Golinucci
Stefania Prandi – Autrice della mostra
L’inaugurazione della mostra sarà preceduta dalla presentazione del libro
Susana Chávez, Primera tormenta. Ni una mujer menos, ni una muerta más, a cura di Chiara Cretella, Gwynplaine, con un saggio di Diana Fernández Romero e una prefazione di Silvia Saccoccia, Camerano, 2019

Stefania Prandi ha raccolto, nel corso di tre anni, immagini di volti, oggetti, luoghi che raccontano lo sguardo di chi sopravvive al femminicidio e non si arrende alla violenza di genere.
A vivere le conseguenze del femminicidio – termine con cui si intende l’uccisione oppure la scomparsa di una donna per motivi di genere, di odio, disprezzo, piacere o senso del possesso – sono madri, padri, sorelle, fratelli, figli. A loro restano i giorni del dopo, i ricordi immobili trattenuti dalle cornici, le spese legali, le umiliazioni nei tribunali, i processi mediatici, la vittimizzazione secondaria.
Sono sempre di più le famiglie delle vittime di femminicidio che intraprendono battaglie quotidiane: scrivono libri, organizzano incontri nelle scuole, lanciano petizioni, raccolgono fondi per iniziative di sensibilizzazione, fanno attivismo online. Lo scopo è fare capire alla società che ciò che si sono trovate a vivere non è dovuto né alla sfortuna né alla colpa, ma ha radici culturali e sociali precise.
Un lavoro mai tentato prima, quello di raccontare i giorni di chi resta, per testimoniare che l’assenza può tramutarsi in presenza attiva contro la violenza di genere. Stefania Prandi riesce ad entrare in questo dolore senza spettacolarizzazioni e estetizzazioni, per ricordarci di ricordarle.

Dal 14 novembre al 7 dicembre 2019 – La Quadreria. Palazzo Rossi Poggi Marsili – Bologna

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On Assignment, una vita selvaggia. Fotografie di Stefano Unterthiner

Sulawesi crested black macaque (Macaca nigra)

La mostra presenta, in un inedito progetto, le immagini dei reportage realizzati dal fotografo Stefano Unterthiner nel periodo dal 2006 al 2017 su commissione del National Geographic Magazine. Ben 77 le fotografie esposte, articolate in dieci reportage: pinguino, Crozet; cigno, Giappone; entello, India; fauna andina, Cile; sterne, Seychelles; varano Komodo, Indonesia; fauna alpina, Italia; macaco, Indonesia; grillaio, Italia; canguri, Australia. A questi si aggiunge una parte dal titolo Uno sguardo al futuro, che presenta l’anteprima fotografica del progetto Una famiglia nell’Artico, dedicato al soggiorno di un oltre un anno, dal 2019 al 2021, che il fotografo e la sua famiglia stanno effettuando alle Isole Svalbard, arcipelago del Mar Glaciale Artico, con l’intento di documentare e comunicare il fenomeno del cambiamento climatico.

Sarà inoltre presentato il documentario Una vita selvaggia, della durata di 26 minuti, che racconta il lavoro di campo di Stefano Unterthiner attraverso il materiale inedito girato nel corso di alcuni assignment realizzati dal fotografo e presentati in mostra.

L’esposizione si inserisce a pieno titolo nella linea culturale che il Forte di Bard dedica all’esplorazione e alla documentazione fotografica dell’ambiente naturale attraverso artisti di livello nazionale e internazionale.
dal 14 dicembre 2019 al 2 giugno 2020 – Forte di Bard – Aosta

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FUORI LE ZERO – AAVV

Una sola immagine, mai pubblicata. Appunto la numero zero. Autori diversi, formati differenti, colore, bianco e nero, analogico e digitale. 40 foto tutte in mostra e tutte in vendita diretta. Questi sono gli ingredienti dell’inedita collettiva FUORI LE ZERO che si inaugura il 29 novembre 2019, alle ore 17, presso lo storico Laboratorio Fotografico Corsetti di Via dei Piceni 5/7.

Nella consuetudine storica del Laboratorio, che da sempre lavora con i più grandi nomi della fotografia mentre continua a ricercare e supportare giovani promesse, si inquadra un dialogo complesso e articolato che mette in relazione icone della fotografia, professionisti e nuovi nomi.

La società dell’immagine ha ormai modificato lo sguardo e l’immaginario, estendendo la portata della vista oltre i margini del confine fra visibile e invisibile: è la nascita di un nuovo ordine visivo “postottico”, spesso disancorato dal dato percettivo naturale. A partire da questa situazione, FUORI LE ZERO mira a recuperare il significato della fotografia innanzitutto come pratica sociale, trasmissione dello sguardo ed evocazione emotiva, incessantemente diretta ad arricchire un vero e proprio ecosistema delle immagini, dove ogni segno trova il suo posto e rimanda a ulteriori aperture.

Le immagini di Vittorugo Contino, Mario Dondero, Franco Pinna, Gianfranco Salis, Sergio Strizzi, Vezio Sabatini e molti altri diventano punti focali, snodi di rotte potenziali che portano lo sguardo a vagare tra rispecchiamenti ed eredità, ribellioni e adorazioni, in un percorso che ricollega la grande tradizione visuale italiana al mondo contemporaneo e ai fotografi che navigano tra i flussi delle immagini.

A cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa

Dal 29 novembre al 13 dicembre – Laboratorio Fotografico Corsetti – Roma

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Cominciamo l’anno con una selezione di mostre!

Ciao, vi siete riposati durante le feste di Natale? Eccoci pronti a ripartire con nuove bellissime mostre.

Date un’occhiata alla nostra pagina sempre aggiornata.

Anna

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