Cominciamo l’anno con una selezione di mostre!

Ciao, vi siete riposati durante le feste di Natale? Eccoci pronti a ripartire con nuove bellissime mostre.

Date un’occhiata alla nostra pagina sempre aggiornata.

Anna

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Mostre per maggio

Ciao!

Ed eccoci anche per questo mese al nostro appuntamento fisso con le mostre. Il programma si preannuncia ricchissimo anche per maggio. Siateci! 😀

Sulla pagina dedicata, trovate il calendario aggiornato di tutte le mostre in corso!

Anna

Sara Munari – Be the bee body be boom (bidibibodibibu)

Mi sono ispirata sia alle favole del folklore dell’Est Europa, sia alle leggende urbane che soffiano su questi territori. Un incontro tra sacro e profano, suoni sordi che ‘dialogano’ tra di loro permettendomi di interpretare la voce degli spiriti dei luoghi. Ogni immagine è una piccola storia indipendente che tenta di esprimere rituali, bugie, malinconia e segreti. L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari, in tutti questi luoghi ho percepito una forte collisione tra passato, spesso preponderante, e presente. Sono anni che viaggio a est, forse il mio sguardo è visionario e legato al mondo dei giovani, a quella che presuppongo possa essere la loro immaginazione.

dal 12 maggio al 3 giugno 2017 – Spazio Raw Milano

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Paolo Pellegrin. Frontiers

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L’esposizione Paolo Pellegrin. Frontiers visitabile dal 30 aprile al 26 novembre 2017 negli spazi del nuovo Museo il Ferdinando, documenta in anteprima mondiale attraverso gli intensi scatti di Paolo Pellegrin, il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti che fuggono in cerca di un futuro migliore.
L’orrore delle traversate del Mar Mediterraneo, l’esperienza degli sbarchi e della permanenza nei centri di accoglienza. Si tratta di un’anteprima assoluta firmata da uno tra i più importanti fotoreporter al mondo. Membro di Magnum Photos dal 2001, Pellegrin lavora con le più affermate testate internazionali e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e la Medaglia d’oro Robert Capa.

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Agenzia Magnum Photos di Parigi integra ed attualizza i contenuti del nuovo Museo delle Frontiere evidenziando il tragico racconto del fenomeno migratorio in atto, ormai diventato tratto distintivo del nostro tempo. Un fenomeno che secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni non si arresterà prima del 2050. Le fotografie, in bianco e nero, di notevole impatto visivo ed emotivo, sono state scattate nel 2015. La maggior parte di esse documenta la situazione sull’isola greca di Lesbo dove, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono sbarcati più di 500.000 degli 850.000 rifugiati giunti in Grecia nel corso del 2015.

Il tema dell’esposizione offre un punto di vista quanto mai attuale sul dramma dei migranti, oltre a un’esplicita riflessione sulle frontiere – visibili o invisibili, geografiche, politiche e sociali – che dividono le persone, in un’Europa che oggi è chiamata alla sfida dell’accoglienza.

Forte di Bard – Aosta dal 30 aprile al 26 novembre 2017

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Antoine D’Agata

Torna a Milano Antoine D’Agata. A cura di Claudio Composti, la personale presenta alcuni dei suoi lavori più iconici degli ultimi 15 anni.

Una mostra in collaborazione con la Gallerie Filles du Calvaire di Parigi.

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Istanti di luoghi – Ferdinando Scianna

Scianna

Nella mia vita ho incrociato uomini, storie, luoghi, animali, bellezze, dolori, che mi hanno suscitato, come persona e come fotografo, emozioni, pensieri, reazioni formali che mi hanno imposto di fotografarli, di conservarne una traccia. Ho sempre pensato io faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo è lì perché io ne faccia fotografie. Anche questi luoghi non mi sembra di averli cercati, li ho incontrati vivendo, e poi ho scelto alcune delle tante fotografie che in questi incontri mi sono state regalate per comporne un libro nel quale riconoscermi.

Ferdinando Scianna

Forma Meravigli dal 21 aprile al 30 luglio

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World Press Photo 2017

World Press Photo 2017, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, è ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography

La mostra del World Press Photo 2017 si terrà a Roma in prima mondiale insieme a Siviglia e Lisbona presso il Palazzo delle Esposizioni dal 28 aprile al 28 maggio 2017. Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.
Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

Per l’edizione 2017 le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 80,408, inviate da 5,034 fotografi di 125 nazionalità. La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 45 fotografi provenienti da 25 paesi: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, UK, USA.

Palazzo delle Esposizioni – Roma dal 28 aprile al 28 maggio

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Le mostre di Fotografia Europea 2017

Come ogni anno torna a Reggio Emilia il festival Fotografia Europea. Quest’anno il concept sviluppato è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro.

Tra le varie mostre che si terranno in città dal 5 maggio al 9 luglio, ve ne segnaliamo alcune tra le più importanti. Date comunque un’occhiata al sito per il programma completo, perchè ce ne sono veramente molte interessanti.

PAUL STRAND E CESARE ZAVATTINI a Palazzo Magnani

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UN PAESE. LA STORIA E L’EREDITÀ
a cura di Laura Gasparini e Alberto Ferraboschi

Un Paese è uno dei primi libri fotografici italiani e risente della cultura del neorealismo italiano e racconta, attraverso le immagini del fotografo statunitense e i testi di Cesare Zavattini, le vite e le storie degli umili di un paese italiano – Luzzara, nella pianura padana – scelto come specchio dello spirito di un popolo e del ritmo universale della vita legata alla terra.

La rassegna illustrerà, inoltre, attraverso gli scatti di Gianni Berengo Gardin, che insieme a Zavattini realizza Un Paese vent’anni dopo nel 1976, Luigi Ghirri, Stephen Shore, Olivo Barbieri fino alla ricerca artistica di Claudio Parmiggiani, come Un Paese sia stato fonte di ispirazione per diversi autori, fotografi, scrittori e artisti e come questi abbiano preso spunto dal volume, divenuto esemplare nella storia della fotografia e nella letteratura per il rapporto tra immagine e scrittura.

DALL’ARCHIVIO AL MONDO.
L’ATELIER DI GIANNI BERENGO GARDIN. – Chiostri di San Pietro

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A cura di Alessandra Mauro e Susanna Berengo Gardin, coordinamento scientifico Laura Gasparini. In collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto.

La mostra propone di indagare  l’archivio come luogo del pensiero e della creazione oltre che di custodia della memoria del proprio lavoro. Verranno esplorate le numerose connessioni tra il processo creativo e gli oggetti di lavoro del fotografo italiano, come le macchine fotografiche, le attrezzature, ma anche i provini a contatto, documenti, video, che illustrano l’atelier, l’archivio e l’opera di uno dei più importanti fotografi italiani.

UP TO NOW. FABRICA PHOTOGRAPHY.
a cura di Enrico Bossan – Chiostri di San PIetro

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Fin dalla sua fondazione nel 1994, Fabrica ha accolto decine di fotografi che sono cresciuti e si sono messi alla prova in un ambiente internazionale unico nel suo genere.

Nel tempo è diventata una fucina capace di intercettare talenti e di dare loro un terreno fertile per sperimentare e formarsi, sviluppando linguaggi autonomi. Up To Now. Fabrica Photography raccoglie oltre cento opere fine art e si concentra sui lavori di tutti quei giovani che negli anni sono diventati autori riconosciuti a livello internazionale. Dagli Albino Portraits di Pieter Hugo ai Libyan Battle Trucks di James Mollison, passando per The Middle Distance di Olivia Arthur e A bad day di Laia Abril, fino ad arrivare alla Ponte City raccontata da Mikhael Subotzky e Patrick Waterhouse e al problema energetico affrontato da Lorenzo Vitturi in Oil will never end, questa raccolta è una testimonianza della varietà di approcci alla documentazione fotografica che attraversa realtà e continenti creando un unicum iconografico e narrativo.

In occasione di Fotografia Europea 2017, Fabrica proporrà inoltre un focus dedicato ai lavori di Drew Nikonowicz e di Ali Kaveh, attualmente borsisti a Fabrica.

Fabrica è il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group, fondato nel 1994. Offre a un gruppo molto eterogeneo di giovani creativi provenienti da tutto il mondo una borsa di studio annuale per sviluppare progetti di ricerca nelle aree di design, grafica, fotografia, interaction, video e musica.

70 at 70 in London

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An exhibition at London’s Kings Cross showcases 70 iconic images from 70 years of Magnum Photos

An exhibition at London’s Kings Cross of 70 pictorial and historical photographic icons, celebrating the diversity of the Magnum Photos agency and how its photographers have born witness to major events of the last 70 years.

The exhibition charts a potted history of Magnum, including early photography by Magnum’s founding fathers, the introduction of colour photographers such as Harry Gruyaert and Bruno Barbey, through to the contemporary practice of photographers working in a more art medium, such as Alec Soth and Alessandra Sanguinetti.

Presented in the 90m long pedestrian tunnel with Allies & Morrison-designed LED-integrated light wall, in collaboration with King’s Cross.

May 15 – Jun 15 – King’s Cross Tunnel – London

Walker Evans

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Première grande rétrospective organisée en France de l’œuvre si influente de ce photographe américain. 300 vintages et autres documents retrace toute l’œuvre de l’artiste.

First major retrospective organised in France of the very influencial work of this american photographer. 300 vintages and other documents relating its entire work.

Cette retrospective a pour ambition de mettre en évidence la fascination du photographe pour la culture vernaculaire qu’il n’a cessé de traquer tout au long de sa carrière. À travers plus de 300 tirages vintages provenant des plus grandes collections internationales et une centaine de documents et d’objets, elle accorde également une large place aux collections de cartes postales, de plaques émaillées, d’images découpées, et d’éphéméra graphiques réunis par Walker Evans pendant toute sa vie.

26/04/2017 – 14/08/2017 – Centre Pompidou – Paris

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JACOPO BENASSI –  THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY

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Jacopo Benassi sarà in mostra da Micamera a Milano con una serie di fotografie realizzate tra il 2011 e il 2015 presso il Btomic. La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Peperoni Books.

Il Btomic era un locale iconico di 70 metri quadri a La Spezia, aperto nel 2011 e chiuso nel 2015 per problemi economici. Era gestito da un gruppo di amici, Gianluca Petriccione, Lorenzo D’Anteo, Roberto Buratta e Jacopo Benassi; tra i musicisti che si sono esibiti al Btomic, Teho Tehardo, Jozef van Wissem, Chris Imler, Julia Kent , Mary Ocher, Lydia Lunch, F.M Palumbo, Embryo, Lori Goldston, Hugo Race, Tav Falco, Carla Bozulich, Andrea Belfi, Lubomyr Melnyk, Ernesto Tommasini, Matt Eliot, Z’EV, Sir Richard Bishop, Six Organs Admittance, Emidio Clementi, Khan, Mangiacassette, Baby Dee, Eugene Chadbourne e molti altri…

THE EYES CAN SEE WHAT THE MOUTH CAN NOT SAY è il titolo di una mostra e di un libro. Le fotografie sono state scattate in occasione dei concerti ma nelle immagini i musicisti non compaiono mai. (In questo, è un lavoro decisamente diverso dall’omonima rivista pubblicata da Benassi negli anni in cui il Btomic era aperto) Si vedono solo persone che guardano. I latini dicevano contemplatio – il prefisso con indicava una connessione, il termine templum denotava un’area circoscritta.

Nelle immagini di Benassi vi è una forte connessione tra le persone e l’area è ben definita. Vi è una geografia composta da muri scrostati, immagini dentro le immagini, segni sul muro, dettagli dell’arredamento, strumenti, simboli. Le persone che abitano questa geografia guardano e ascoltano. Un ragazzo con una maglietta degli Sonic Youth ascolta in piedi, accanto a una donna con un semplicissimo vestito a fiori. Se la relazione tra luogo e identità è uno dei temi fondamentali della geografia mi chiedo: cos’hanno in comune? Mi piace il loro modo di stare vicini.
Questo lavoro descrive un paesaggio sonoro.
E’ opera di Jacopo Benassi, fotografo di paesaggio.

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Mario Giacomelli. Terre scritte

“Cerco i segni nella terra, cerco la materia e i segni, come può fare un incisore” affermava il fotografo Mario Giacomelli, che per tutta la sua carriera ha raccontato il paesaggio percorrendo una strada personale e rivoluzionaria.

Una mostra, ospitata nel complesso monumentale di Astino, in provincia di Bergamo, rilegge l’esperienza del paesaggio nella sua opera, attraverso una quarantina di immagini, di cui molte inedite e provenienti dall’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato.

Giacomelli (1925-2000) parte dalla sua terra, le Marche, per indagare il rapporto tra memoria e natura, componendo le sue immagini su piccoli dettagli che si incastrano in uno stile grafico unico, come se il fotografo interpretasse la realtà con una matita invece che con una macchina fotografica. L’apice di questa visione è raggiunto nella serie Presa di coscienza sulla natura, in cui Giacomelli arriva all’astrazione totale del paesaggio: ”Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura” scrive negli anni novanta, “cerco di togliere quella vita che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo”.

La mostra Mario Giacomelli. Terre scritte, a cura di Corrado Benigni e Mauro Zanchi in collaborazione con l’archivio Mario Giacomelli di Sassoferrato, è stata realizzata dalla Fondazione MIA e sarà aperta dal 22 aprile al 31 luglio.

 

Like A Samba – Fotografie di: René Burri, David Alan Harvey and Francesco Zizola

Le spiagge di Rio de Janeiro viste dall’occhio di tre fotografi stranieri – uno svizzero, un americano, un italiano – che hanno vissuto in questo ritmo per mesi, anni, decenni. Una raccolta di fotografie che esprimono una sorta di nostalgia, come una canzone d’amore, o la famosa saudade. Per la prima volta, le opere di tre fotografi – René Burri, David Alan Harvey e Francesco Zizola – si riuniscono per Like A Samba: venti fotografie esposte presso la ILEX Gallery, co-curate da Deanna Richardson e Daniel Blochwitz, che vanno dal 1950 fino ad arrivare all’anno scorso e creano un racconto pieno di ritmo e di colori, proprio come il flusso e riflusso della vita di tutti i giorni in Brasile. Ma oltre la superficie color caramella delle spiagge e l’ottimismo del Tropical Modernismo, molte di queste foto alludono sottilmente alle realtà più dure e nascoste.

dal 7 aprile al 21 luglio 2017 presso ILEX Gallery @10b Photography Gallery

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Prelude to a Landscape – Group show

Almudena Lobera | Anthony Goicolea | Carla Cabanas | Gohar Dashti | Irene Grau | Isabel Brison | Jessica Backhaus | Manuel Vilariño | Marco Pires | Mónica de Miranda | Sara Ramo | Sérgio Carronha | Yto Barrada

In each one of us there is an appeal for everything that exists beyond our own existence which is nothing more than the result of “a process of selecting spaces to destroy or to keep in each period of time”1. The contemporary landscape, almost inclusively, is the result of alterations that comes with the human occupation and that, for different reasons, results from adapting the environment to its own establishment and development needs. In this way, landscape can be understood, rather than anything else, as a cultural construction. Its natural condition is directly related to the concept of nature created in different historical and social contexts. The idea of landscape is something that is constructed and rebuilt it is as a mental elaboration that begins with the moment when look at the territory. We can only think about the idea of landscape as a response to our beliefs, knowledge and desires and that define the world in every moment. In doing so, we follow the Kesslerian idea that “landscape is not a reality in itself because it cannot be separated from the gaze of the beholder”2. The concept of landscape from these believes transforms itself into a form of knowledge, a means to understand the environment in which we move, because “not only shows us how the world is, but is also a construction, a composition, a way of seeing it “3. Through this exhibition proposal, entitled “Prelude to a Landscape”, it is intended to reflect on the landscape and the territory, how it is interpreted, constructed and reconstructed from an artistic view. From the works of this group of artists, with different approaches to the concept of landscape and the construction of imaginary spaces, we try to clarify which are the main paths that disturb the artists and
which are the working research lines close to architecture, geography , anthropology, sociology, among others.

Galeria Carlos Carvalho – Lisbon – 06 April 2017 / 27 May 2017

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TERRA SENZ’OMBRA. IL DELTA DEL PO NEGLI ANNI CINQUANTA – PIETRO DONZELLI

Dal 25 marzo al 2 luglio 2017 a Palazzo Roverella a Rovigo una mostra fotografica riunisce oltre 100 scatti di Pietro Donzelli: stampe vintage e moderne che raccontano con l’intensità del bianco e nero il Delta del Po negli anni cinquanta.
Pietro Donzelli, milanese di nascita ma polesano d’adozione, arriva per la prima volta nel Polesine nell’aprile del ’45, innamorandosene da subito. Ci torna nel 1953 per realizzare la serie di fotografie Terra senz’ombra, capolavoro della fotografia neorealista e documento prezioso e memorabile della storia del territorio. Fotografa il Po di Levante, il Po di Volano, Adria, Goro, Rosolina, Mesola, Scardovari, l’isola di Ariano.

Ambienti meravigliosi e drammatici, abitati da gente che vive tra terra e acqua, costretta a misurarsi con la forza di una natura spesso ostile, di cui egli restituisce un ritratto di grande dignità. Donzelli riesce, come pochi altri, ad entrare nell’anima della gente e della terra, restituendone una visione precisa, senza sconti, distaccata e profondamente partecipe.

L’obiettivo di Donzelli si ferma su una festa di paese, il cinema all’aperto, le venditrici ambulanti, gli artigiani all’opera, il mondo dei pescatori e degli specchi d’acqua riflessi. Uomini, donne, vecchi e bambini colti nelle espressioni più spontanee, più vere. Una terra dura, che tuttavia lo conquista: “Senza volerlo – egli annota – l’avevo scelta come patria ideale, come protezione dalla minaccia di sentirmi per sempre un apolide”.

“Terra senz’ombra – come racconta la curatrice Roberta Valtorta – racchiude in sé la piattezza del paesaggio, il silenzio, la fatica e il senso della vita nell’ampiezza della pianura assolata. Esprime anche la luce di cui la fotografia ha bisogno per raccontare che in quei territori la pianura si fa dominante, schiacciante. Ma c’è anche qualcos’altro in questo titolo, cioè che il racconto sarà senza ombre, schietto, vero.”

Donzelli presenta con la fotografia le storie che Antonio Cibotto raccontava nei suoi libri e quelle che Rossellini, Visconti, Dall’Ara, Vancini trasferivano dal Delta al cinema.

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Night Games – Stefano Cerio

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Cosa succede in un parco dei divertimenti quando si spengono le luci? Cosa succede di notte nei parchi per bambini? Una quiete desolata pervade lo spazio in cui, quando brilla il sole, i bambini giocano e gli adulti si rilassano.

Alcune risposte a questi interrogativi – sicuramente suggestive testimonianze – saranno proposte dalle fotografie di Stefano Cerio nella mostra Night Games, che aprirà al  ubblico il 5 maggio presso la Galleria del Cembalo a Roma.

Con la serie Night Games Stefano Cerio prosegue la sua ricerca, apparentemente oggettiva, sui luoghi, sulle macchine del consumo del divertimento di massa, avviata con lavori Aqua Park (2010) e sviluppatasi negli anni successivi con Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015).

Al riguardo scrive Gabriel Bauret nel testo introduttivo del volume, edito da Hatje Cantz, che accompagna la mostra: “Oggettività non significa, però, che il fotografo si rinchiuda in un protocollo documentario. Stefano Cerio non realizza un inventario dei parchi divertimento e nemmeno cerca di declinare le fotografare al servizio di certe tematiche. Night Games riunisce luoghi e spazi differenti, come sono differenti i mondi a cui fanno riferimento gli scenari dei parchi: cinematografico, urbano, militare… Tutte le fasce di età sono in qualche modo coinvolte nella varietà dei parchi ai quali si interessa Cerio; compresa l’infanzia, perché Cerio fotografa anche nei giardini pubblici con giostre e scivoli, nel cuore di città come Parigi. La composizione dell’immagine è di grande sobrietà.”

Angela Madesini, contestualizzando il lavoro di Cerio (sempre dal volume di Hatje Cantz): “Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri aveva dato vita a In scala (1977-78), scattando a Rimini presso l’Italia in Miniatura, un parco di divertimento. Ma l’effetto è completamente diverso rispetto a quello di Cerio. Se per Ghirri la tensione è nei confronti di una ricerca sullo spazio tra realtà e finzione, nel lavoro di Cerio il tentativo, riuscito, è quello di ritrarre delle situazioni, edifici, animali fantastici, personaggi, la Statua della Libertà caduta al suolo. La sua è una dimensione scenica che mi piace equiparare ai Dioramas di Hiroshi Sugimoto o a La nona ora (1999) di Maurizio Cattelan, in cui il papa è schiacciato da un meteorite. È una dimensione strettamente legata al nostro tempo, come per l’americano Gregory Crewdson. Tra i lavori dei due artisti ci sono delle vicinanze: le stesse atmosfere,  un simile afflato poetico.”

Galleria del Cembalo – Roma dal 5 maggio all’8 luglio

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MY DAKOTA – Rebecca Norris Webb

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Il South Dakota, terra natale di Rebecca Norris Webb, è uno degli stati di frontiera delle Grandi Pianure americane. Un luogo scarsamente popolato, dove è più facile incontrare animali che persone. Dominati dai vasti spazi e dal silenzio, gli aspri e bellissimi paesaggi del South Dakota sono a volte preda di un vento brutale e di condizioni climatiche estreme.

Mentre fotografava per il suo progetto, Rebecca è stata travolta dalla notizia della morte improvvisa di suo fratello. «Per mesi una delle poche cose che hanno alleviato il mio cuore instabile era il paesaggio del South Dakota… ho cominciato a chiedermi: può la perdita avere una propria geografia?»

My Dakota, che intreccia testi e fotografie liriche, è un lavoro intimo sul West e un’elegia per un fratello perduto. Da questo lavoro, oltre la mostra è stato realizzato un volume, edito in Italia da Postcart Edizioni, selezionato tra i migliori libri del 2012 da photo-eye e pluri recensito dalla critica sui più importanti magazine e blog internazionali, quali il Time, Lens Blogs del The New York Times e The New Yorker.

Officine Fotografiche Milano – dal 27 aprile al 26 maggio 2017

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 I must have been blind – Simone D’Angelo

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Si apre Sabato 13 Maggio alle ore 17 presso la Galleria de Le Murate Caffè Letterario  a Firenze la personale di Simone D’Angelo  I must have been blind. L’esposizione è la terza di un primo ciclo di tre mostre fotografiche personali a cura di Sandro Bini e Giulia Sgherri organizzate da Deaphoto in collaborazione con il Caffè Letterario.

Con I must have been blind Simone D’Angelo, come un novello Stalker (il protagonista dell’omonimo film di Andrej Tarkovskij), ci guida nella sua Zona, la Valle del Sacco, poco più a sud di Roma, da anni gravemente inquinata dallo sviluppo industriale. L’avventura, iniziata nel tentativo di raccontare le responsabilità politiche e civili che hanno reso possibile questo e altri disastri ecologici nel nostro Paese, diventa soprattutto un percorso di riappropriazione di un paesaggio familiare. Come il Saramago di Cecità, D’Angelo si interroga sulle fonti dell’indifferenza e dell’abbandono, ma come l’amante afflitto della canzone di Tim Buckley (da cui mutua sapientemente il titolo per questa raccolta), egli si domanda se sia possibile un eventuale recupero. Per questo motivo, questo progetto documentario, che filtra la realtà con uno sguardo fortemente coinvolto perché umanamente “innamorato”, è decisamente “politico”: non solo perché denuncia un problema ambientale, ma perché si fa autentico promotore di un futuro ecologicamente sostenibile. Queste fotografie dai colori cupi, in grado di farci commuovere con la loro tragica e desolante bellezza, ci mostrano una ferita, che è sia interna che esterna, e ci invitano a riaprire gli occhi e a immaginare, come per i personaggi di Tarkovksij, una possibile rinascita.

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Alberto Fanelli | 3rd District stereoscopic street journey

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Una mostra di street photography,  da Venezia e Stoccolma a Seul e Singapore.
Fotografie stereoscopiche a forte impatto visivo,  immagini che trascinano l’osservatore
in un’esperienza visiva vertiginosa,  affascinante per la sua novità.
Riprodurre sul piano la percezione tridimensionale della realtà: un traguardo inseguito dall’arte di ogni epoca.

L’autore riprende gli studi pionieristici di metà ottocento sulla stereoscopia spingendola ai limiti delle sue capacità espressive: osservando le opere siamo progressivamente trascinati in un’esperienza visiva vertiginosa, che disorienta e affascina per la sua novità. Oggetti e paesaggi un tempo familiari ci appaiono alterati da una insondabile metamorfosi, tanto più inspiegabile quanto più ci sforziamo di forzare la serratura che ne custodisce il segreto: se la distorsione della realtà è un meccanismo artistico che ci è familiare, siamo invece del tutto impreparati al suo opposto, la facoltà di mettere a fuoco il mondo al di là del confine naturale dei nostri sensi.

Spazio Raw – Milano dal 20 aprile al 9 maggio

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Amy Winehouse: A Family Portrait

16 March – 24 September 2017
“This is an exhibition bursting with warmth, life and affection.”
Time Out

Discover the woman behind the music and beyond the hype in this intimate and moving exhibition about a much loved sister.

Get to know the real Amy Winehouse through her personal belongings, from family photographs to fashion. Items on display reflect Amy’s love for her family, London and more.

Originally staged at the museum in 2013 and returning following an international tour, Amy Winehouse: Family Portrait was co-curated with Winehouse’s brother Alex and sister-in-law Riva.

The exhibition is accompanied by a new Amy-themed street art trail which leads to ‘Love Is A Losing Game’ by renowned street artist Pegasus in our Welcome Gallery.

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Patti Smith – Higher learning & The NY scene

Patti Smith

Dall’8 aprile al 16 luglio 2017 il Palazzo del Governatore di Parma ospita Higher Learning, mostra di opere fotografiche di Patti Smith, con più di 120 immagini scattate in bianco e nero durante i viaggi dell’artista per il mondo. La mostra, organizzata da Università di Parma e Comune di Parma, è stata pensata appositamente in occasione del conferimento della laurea ad honorem che l’Ateneo assegnerà il 3 maggio a Patti Smith.

Higher Learning è un’evoluzione di Eighteen Stations, presentata a New York ed esposta recentemente a Stoccolma. Il progetto originale è stato realizzato in collaborazione con la Robert Miller Gallery di New York e il Kulturhuset Stadsteatern di Stoccolma. Quella di Parma è l’unica tappa italiana dell’esposizione.

Higher Learning, che arriva a più di dieci anni dall’ultima mostra fotografica di Patti Smith in Italia, ruota intorno al mondo del libro M Train (2015), nel quale partendo da un piccolo caffè del Greenwich Village l’artista traccia di fatto un’autobiografia: “una tabella di marcia per la mia vita”. Riflettendo sui temi e sulle sensibilità del libro, Higher Learning è una sorta di meditazione sull’atto della creazione artistica e sul passare del tempo, nella piena consapevolezza del potenziale di speranza e consolazione di arte e letteratura: un diario visivo che ritrae oggetti, statue, strumenti, lapidi, appartenuti a personaggi che hanno fatto la nostra cultura.

Smith utilizza una macchina fotografica vintage Land 250 Polaroid, prodotta alla fine degli anni ’60 con un telemetro Zeiss Ikon. Nell’epoca degli scatti digitali e della manipolazione delle immagini, le sue opere combattono per l’uso della fotografia nella sua forma più classica, come strumento per documentare e fissare per sempre un istante, un momento ritrovato.

All’interno della mostra sarà allestita anche la Patti Smith Library, con un centinaio di opere letterarie e cinematografiche che hanno ispirato e guidato il lavoro dell’artista nel corso della sua vita. I libri e i DVD saranno a disposizione del pubblico che potrà consultarli sul posto. Alcune opere saranno anche in vendita nel bookshop.

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Ramya – Petra Savast

Ramya

Spazio Labo’ è lieta di presentare, per la prima volta in Italia nella sua versione completa, la mostra personale del lavoro più recente dell’artista olandese Petra Stavast: Ramya.
La mostra prende il nome dall’omonimo libro che Stavast ha pubblicato nel 2014 (Fw:Books/Roma Publications) e che ha rappresentato una delle più interessanti produzioni editoriali del mondo della fotografia di questi ultimi anni.

Ramya è il nome della proprietaria della casa in cui Petra si trasferisce, ad Amsterdam, nel 2001. Da allora e per un periodo lungo tredici anni, la fotografa ha documentato la vita di Ramya, nei suoi discreti cambiamenti, nella sua lentezza e anche nella sua intimità, trasformando la fotografia in mezzo di comunicazione tra le due donne, fra cui fin da subito instaura una relazione speciale. Il risultato è una serie di immagini sobrie e intime della casa e dei suoi abitanti, almeno sino al 2012, quando Ramya muore e Petra ha la possibilità di accedere al suo archivio privato e il progetto acquistata una nuova dimensione: si scopre non solo un passato di Ramya estremamente affascinante, ma anche una serie di scatti della donna rubati da un vicino di casa. Petra ricostruisce il periodo in cui Ramya entra nella comune di Rajneeshpuram, creata tra il 1981 e il 1985 dai seguaci di Bhagwan (Osho) e attiva nel deserto dell’Oregon, Stati Uniti. Di questa realtà utopica resta solo una strada asfaltata, che ritroviamo in una delle fotografie di Petra. Conclusa l’esperienza di Rajneeshpuram, Ramya rientra ad Amsterdam e comincia a frequentare un nuovo guru. Petra recupera e dà nuova forma e luce a reperti dell’epoca come una vhs delle sedute di autovisualizzazione e un elenco, scritto a mano, di desideri da esprimere durante gli esercizi spirituali.
Attraverso i materiali prodotti e raccolti dal 2001 al 2014 – fotografie, video, disegni e note autografe – Petra Stavast ha documentato con estrema cura e devozione la vita di Ramya, registrando e interpretando una biografia inusuale e rivelando una ricerca visuale di un’identità.

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The Grain of the Present

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The Grain of the Present, Pier 24 Photography’s ninth exhibition, examines the work of ten photographers at the core of the Pilara Foundation collection—Robert Adams, Diane Arbus, Lewis Baltz, Bernd and Hilla Becher, Lee Friedlander, Nicholas Nixon, Stephen Shore, Henry Wessel, and Garry Winogrand—whose works share a commitment to looking at everyday life as it is. Each of these figures defined a distinctive visual language that combines formal concerns with a documentary aesthetic, and all of them participated in one of two landmark exhibitions: New Documents (1967) at the Museum of Modern Art, New York, or New Topographics (1975) at the International Museum of Photography, George Eastman House, Rochester.

Looking back, inclusion in these exhibitions can be seen as both a marker of success and a foreshadowing of the profound impact this earlier generation would have on those that followed. Although these two exhibitions were significant, most of these photographers considered the photobook as the primary vehicle for their work. At a time when photography exhibitions were few and far between, the broad accessibility of these publications introduced and educated audiences about their work. As a result, many contemporary photographers became intimately familiar with that work, drawing inspiration from it and developing practices that also value the photobook as an important means of presenting their images.

The Grain of the Present features the work of these ten groundbreaking photographers alongside six contemporary practitioners of the medium—Eamonn Doyle, LaToya Ruby Frazier, Ed Panar, Alec Soth, Awoiska van der Molen, and Vanessa Winship. This generation embodies Wessel’s notion of being “actively receptive”: rather than searching for particular subjects, they are open to photographing anything around them. Yet the contemporary works seen here do not merely mimic the celebrated visual languages of the past, but instead draw on and extend them, creating new dialects that are uniquely their own.

All of the photographers in this exhibition fall within a lineage that has been and continues to be integral to defining the medium. What connects them is not simply style, subject, or books. It is their shared belief that the appearance of the physical world and the new meaning created by transforming that world into still photographs is more compelling than any preconceived ideas they may have about it. Each photographer draws inspiration from the ordinary moments of life, often seeing what others overlook—and showing us if you look closely, you can find beauty in the smallest aspects of your surroundings. As a result, the visual language of these photographers resonates beyond each photograph’s frame, informing the way viewers engage with, experience, and perceive the world.

April 1, 2017 – January 31, 2018 – Pier 24 Photography – San Francisco

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Mauro Galligani “Alla luce dei fatti”

Mauro Galligani, Alla luce dei fatti, CIFA di Bibbiena

La mostra è una retrospettiva del lavoro di Mauro Galligani. Con oltre mille servizi realizzati in ogni parte del mondo, Galligani è uno dei fotogiornalisti più importanti del nostro dopoguerra e ha collaborato con alcune delle più importanti testate al mondo. Nelle 16 celle e nel corridoio del CIFA, la mostra si sviluppa per grandi temi, che suddivisi per aree geografiche, percorrono alcuni degli eventi politici, sociali e di costume che hanno fatto la storia tra gli anni’ 70 e i giorni nostri.

Mauro Galligani ama definirsi un giornalista che usa l’immagine fotografica per esprimersi. “Pur essendoci fotografi straordinariamente bravi, i miei modelli di riferimento vengono dal giornalismo scritto. Ciò che voglio sottolineare è che non sono mai andato a fotografare le bellezze o i drammi del mondo per fare l’eroe o per vincere un premio fotografico. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro cogliendo fotograficamente aspetti e particolari della realtà davanti a cui mi trovavo, per dare la possibilità al lettore di rendersi conto di ciò che stava accadendo.”

“La cosa che più ci colpisce di Galligani è l’attenzione che pone a ciò che gli sta attorno e la sua sensibilità nel capire le persone che gli stanno di fronte – afferma Claudio Pastrone, Direttore del CIFA – I suoi scatti, sempre magistralmente composti e mai artefatti, riescono a farci entrare nell’avvenimento e a trasmetterci l’informazione e l’emozione della presa diretta. Nei suoi servizi ogni immagine è significativa e serve a completare il racconto dell’evento fotografato”.

“Ho apprezzato, vedendo lavorare Galligani – scrive il giornalista Enrico Deaglio – cose che non sapevo. Che dietro una fotografia ci sono la pazienza di tornare anche dieci volte sullo stesso posto, la fiducia di chi viene fotografato e l’eleganza dei gesti del fotografo. L’ho visto stare fermo ad aspettare un avvenimento, sapendo che doveva succedere. Molte volte non succedeva, ma quando succedeva era  una foto”

“I grandi fotografi – scrive il giornalista Giampaolo Pansa – sono sempre grandi narratori. E hanno un vantaggio rispetto a noi che parliamo attraverso la scrittura: il loro occhio vede e spiega con una sintesi, un’efficacia e una forza di verità che nessun giornalista, per bravo che sia, possiede. Mauro Galligani è un grande narratore di storie”.

Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena – 8 aprile 2017 – 4 giugno 2017

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Violet ISLE – foto di Alex Webb e Rebecca Norris Webb

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Alex Webb è un fotografo internazionalmente conosciuto per i colori vivaci delle sue fotografie, specialmente del mondo caraibico e dell’America Latina. Rebecca Norris Webb ha esplorato attraverso la macchina fotografica la complessa relazione tra le persone e il mondo naturale. Questo progetto è il primo di numerosi lavori a quattro mani creati da Alex e Rebecca nel corso degli ultimi vent’anni.

Insieme nella vita e nel lavoro, la coppia rimane affascinata dal liricismo e dall’intensità della vita cubana più di venti anni fa. Tra il 1993 e il 2008 hanno compiuto undici viaggi fotografici a Cuba. Lavoravano individualmente: Alex catturando volti e sguardi delle persone che incontrava nelle strade, nei cortili, nei caffè; Rebecca costruendo un personale registro delle diverse specie animali che scopriva quotidianamente a Cuba: dai piccioni a piccoli giardini zoologici casalinghi.

Intessute insieme, le fotografie di Alex e Rebecca, pur mantenendo la loro specifica individualità, formano un commovente diario visivo, una duetto, un dialogo sulla bellezza e sulle contraddizioni di questo luogo. In modo sottile, le immagini di Alex e Rebecca Webb evocano il passato di Cuba e il suo isolamento politico, economico, ambientale e culturale.

Spazio Fotografia San Zenone – Reggio Emilia –  dal 5 maggio

Più culture

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Migranti nel Municipio II di Roma Diletta Bisetto, Luca Cascianelli, Francesca Landini, Daniela Manco, Alessandro Maroccia, Vincenzo Metodo, Carolina Munzi, David Pagliani, Melissa Pallini, Simona Scalas, Serena Vittorini e Martina Zanin sono i giovani fotografi dell’ISFCI, Istituto Superiore di Fotografia, autori delle 87 foto in mostra, scattate nell’ambito di un progetto didattico realizzato dal prof. Dario Coletti in collaborazione con Eliana Bambino, photo editor e curatrice della mostra, a conclusione del corso triennale di studi e del master.

I lavori raccontano, attraverso una densa narrazione visiva, le trasformazioni del II Municipio di Roma, protagonista di un processo di immigrazione e integrazione che lo rende specchio di una Roma che cambia: flussi migratori vecchi e nuovi, palazzine occupate, centri diurni e notturni per minori non accompagnati, e poi negozi aperti di notte, botteghe con competenze artigiane, luoghi di culto di fedi diverse e luoghi di passaggio e altri diventati ormai insediamenti stabili, per quanto precari. È un’umanità varia, quella del II Municipio. Un cuore pulsante di vita che proviene da tutto il mondo e che ha trovato in una fetta di Roma la sua casa, amata, odiata, plasmata nel tempo, vissuta sempre con un occhio all’altro capo del globo. Se Roma è lente di ingrandimento del mondo e della sua globalizzazione, le storie locali sono descrizione di un fenomeno più complesso. E la fotografia, nella sua immediatezza, diventa specchio del nostro sguardo quotidiano su quel mondo.

Goethe Institut Roma – fino al 27 maggio

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Sulle tracce del bambino di Scanno

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Ho appena richiuso l’ultimo libro di Simona Guerra; IL BAMBINO DI SCANNO, e più che un libro sulla fotografia, penso sia un libro che sta dietro la fotografia; o ancora un libro che ha come palcoscenico una fotografia.

L’immagine, lo annuncia il titolo del volume, è la celeberrima foto scattata nel 1957 (o 1959) da Mario Giacomelli in quel di Scanno, paese dell’Abruzzo che insieme ai propri abitanti, verrà proiettato oltre oceano, fino alle sale del MOMA di New York, proprio dallo scatto del fotografo marchigiano, scelto da John Szarkowski per la mostra The photographer’s Eye.

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Tutta la storia dello scatto è raccontata nella seconda parte del libro, dal perché Giacomelli e l’amico Tornelli decisero di partire per un fine settimana nel borgo che solo pochi anni prima si era concesso all’obiettivo di Henri Cartier-Bresson, al primo concorso in cui venne inviata l’immagina del bimbo, fino alla lettera in cui veniva comunicato l’ammissione alla sopra citata esposizione.

La prima parte del volume è invece un viaggio intimo e appassionato, intrapreso dall’autrice, nipote di Mario Giacomelli, alla (non) ricerca di quel bambino; anche lei con un week end a disposizione, anche lei accompagnata da un’amica.

Non è una monografia, non è nemmeno una biografia del fotografo e nemmeno un saggio sul suo lavoro, è forse un’occasione per tuffarsi nei risvolti meno fotografici che questa foto ha innescato.

È un libro di fotografia, ma solo perché si parla di una fotografia e dei protagonisti, consapevoli e no, che hanno contribuito a che prendesse luce, ma è affascinante scoprire i retroscena, come le immagini dei provini con le note di Giacomelli, così come rivedere il volto di quell’ormai non più bambino, quasi 60 anni dopo, senza più le mani in tasca.

Buona lettura.

Angelo

 

“Mario Giacomelli. La mia vita intera” Imparare dalle sue parole.

In “Mario Giacomelli. La mia vita intera”, Simona Guerra raccoglie e sistema tutte le conversazioni avute con il fotografo durante il concludersi dell’anno 2000.

Il libro è piccolo di dimensioni ma ricco di contenuti. Grande fotografo, attento osservatore con una personalità profonda e forte.

Purtroppo M.Giacomelli morirà prima di vedere la grande retrospettiva organizzata a Roma per il 2001, motivo per cui erano iniziate le conversazioni con Simona Guerra.

Nella presentazione del libro sentiamo la sua voce mentre parla della sua visione della Fotografia, con interventi puntuali, potenti e per me davvero istruttivi. Vi consiglio la visione e l’ascolto.

La vita di Mario Giacomelli è stata quella di un uomo speciale, ma di un uomo, prima ancora di essere quella di un celebre fotografo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Un uomo con le stesse paure di milioni di altri uomini, con le stesse domande senza risposte; una persona che nella vita ha affrontato nascite e morti, e che ha avuto gli stessi problemi di tutti i giorni di chiunque altro. Un’esistenza sensibile, che ha scelto la strada della fotografia e della poesia, con le quali egli ha condiviso la sua vita in modo semplice -non facile – puntando al cuore delle cose, alla sostanza; un uomo che ha evitato il superfluo, che è uscito dalla “folla” con le sue immagini apprezzate in tutto il mondo, che ha sempre preferito, alle pubbliche relazioni e alla vita dei grandi centri d’arte del mondo, la pace della sua piccola città e il profilo dolce delle sue colline, che non ha mai smesso, fino alla fine, di fotografare.

(da Amazon)

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Nuove mostre per aprile

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HELMUT NEWTON. FOTOGRAFIE
WHITE WOMEN / SLEEPLESS NIGHTS / BIG NUDES

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07.04 > 07.08.2016 Casa dei Tre Oci – Venezia

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Mostre

Swinging Sixties London – Photography in the Capital of Cool

12 June – 2 September 2015 – FOAM – Amsterdam

The presentation touches upon all of the remarkable developments in and around photography at the time: fashion, celebrities, music, magazines, design and social change. In the exhibition, Foam brings together the work of iconic photographers of the sixties – who in their heyday were often as famous as the stars in front of their cameras. Featuring work by Terence Donovan, Brian Duffy, John French, Norman Parkinson, James Barnor, John Hopkins, John Cowan, Eric Swayne and Philip Townsend.

In the mid-1960s, the capital of England stood for everything hip, fashionable and cool. In April 1966, America’s Time Magazine even dedicated a complete issue to London: ‘the Swinging City’. “Ancient elegance and new opulence are all tangled up in a dazzling blur of op and pop,” writes Piri Halasz in the legendary cover story. This period in London’s history represents the transformation the capital underwent in the decennia after the war, from a grim, shattered city to an international and lively epicentre for style, culture and Fashion.

The Swinging Sixties marked the birth of the superstar, the fan and the individual, but also saw an economic growth which resulted in extensive democratization. From now on, fashion and leisure were available for many more people. attitudes among the younger generation changed, too. In the sixties, the free-spirited baby boomers rebelled against the conservative post-war culture of their parents. These were the golden days for music, design, fashion and style, and it was in London where models became superstars. Pop stars grew even bigger, with bands like The Kinks, The Rolling Stones and The Beatles defining the sound of the sixties.

Photographers Terence Donovan and Brian Duffy, well known for their catchy portraits of models, musicians and actors, shape our image of the Swinging Sixties. The photographers are as widely known as the stars and socialites they shot, and perhaps just as infamous as well. These were self-made boys from the poor East End of London. Donovan excels with his fashion photography, narrating series and moving portraits of female and male models. Duffy shot iconic photographs of famous models and personalities like Grace Coddington, Jane Birkin, Mick Jagger and Michael Caine.

With their groundbreaking style and technique, they rebelled against the day’s leading photographers, John French and Norman Parkinson, who themselves were important for British fashion photography in their own right, and had proven to be influential pioneers in the preceding decennia. Also Eric Swayne, whose archive was recently rediscovered, is featured in the exhibition. Swayne was in close contact with rock stars and top models, which is how he managed to shoot his intimate portraits. John Cowan made the optimism of his generation visible by literally letting his models kiss the sky. James Barnor’s photographs, featuring British-African models, demonstrate the social changes of the time.

Youth culture and social change will be magnificently addressed through the work of lauded protest leader and photographer John ‘Hoppy’ Hopkins, accompanied by the moving and often cheerful shots by society photographer Philip Townsend. These are enriched with examples from music, film, magazines, fashion and design. The presentation breathes the Capital of Cool in many ways, and offers a comprehensive experience of swinging London in the sixties.

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L’emozione della vertigine. Capri – Cortina.

Inaugura a Capri il 18 luglio, nell’ambito della VII edizione del festival della fotografia organizzato dalla Fondazione Capri, la mostra fotografica che attraverso le immagini di Massimo Siragusa mette in mostra le similitudini e le caratteristiche intrinseche di due territori riconosciuti come ambasciatori dello stile Made in Italy.
La mostra dopo Capri si trasferirà in alta quota, proprio a Cortina d’Ampezzo, per la stagione invernale. E a seguire, la destinazione sarà il mondo.

Sono Capri e Cortina d’Ampezzo le protagoniste della settima edizione del Festival di fotografia di Capri che, nell’edizione del 2015, proporrà le opere di Massimo Siragusa, a cura di Denis Curti.
L’emozione della vertigine. Capri – Cortina. Questo il titolo dell’esposizione fotografica che presenta due località di prestigio con identità paesaggistiche evidenti. L’indagine fotografica prende il via proprio dalle molte similitudini tra Capri e Cortina. Entrambi i luoghi sono tra i massimi punti di riferimento per il turismo di qualità ed entrambi sono caratterizzati dalla presenza forte della montagna. Ed è proprio tra questi spiragli che esplodono lo sguardo progettuale di Siragusa e la sua idea di racconto del paesaggio attraverso l’emozione della verticalità, della vertigine, delle altezze.

Due destinazioni recentemente entrate a fare parte dei “Territori di Eccellenza” di Altagamma, la Fondazione che dal 1992 riunisce le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana.

Le immagini di Massimo Siragusa verranno esposte dal 19 luglio al 30 agosto presso la Certosa di San Giacomo a Capri, per poi “volare” in alta quota, nella Regina delle Dolomiti durante la stagione invernale.
L’edizione del 2015 del Festival di Fotografia vede la collaborazione tra la Fondazione Capri ed il Consorzio Cortina Turismo, Capri e Cortina d’Ampezzo.
Ancora una volta un progetto di ampio respiro che attraverso nuove sinergie e modalità di collaborazione vuole mettere a sistema due realtà che a tutti gli effetti si distinguono come ambasciatrici del migliore Stile di Vita Italiano.

La VII edizione del Festival di fotografia di Capri
si colloca nel segno della continuità progettuale e culturale, dopo le esperienze espositive di grande successo dedicate al barone Von Gloeden (2009) e Mimmo Jodice (2010), a Herbert List e Maurizio Galimberti (2011), a Irene Kung e Ferdinando Scianna (2012) e Francesco Jodice e Olivo Barbieri (2013), Giovanni Gastel, (2014).

Biografia di Massimo Siragusa?
Nato a Catania nel 1958, Massimo Siragusa vive a Roma, dove insegna fotografia presso l’Istituto Europeo di Design. I suo lavori sono stati esposti in molti musei e gallerie in Italia e all’estero.
Le sue fotografie sono apparse sulle più prestigiose riviste internazionali ed ha firmato numerose campagne pubblicitarie per aziende come Lavazza, IGP, Provincia di Milano, Kodak, Eni, Bat Italia, Aeroporti di Milano, Bosch, Alfa Romeo, A2A, Autostrada Pedemontana, F21, Boscolo Hotels, Mychef, Versace, Bisazza, Kartell, Conad, Unipol Banca, Telecom Italia e Coca Cola. È rappresentato dalla galleria Contrasto di Milano, dalla Galleria del Cembalo di Roma e dalla Polka Galerie di Parigi.

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MARIO GIACOMELLI

Vienna – Westlicht Museum – 26.06.2015 – 09.08.2015

The images by Mario Giacomelli (1925-2000), one of the most well-known Italian photographers of the post-war period, are distinctive and possessed of an almost painful intensity. Inspired by Neorealismo cinema, Giacomelli, a typesetter and printer by training who had been experimenting with painting and literature, turned to photography during the 1950s, developing a highly individual visual idiom characterised by graphic abstraction. His works, all of them conceived as series, combine elements of reportage with lyrical subjectivity and a symbolic aesthetic which seems almost calligraphic in its harsh contrasts between black and white. Starting with the people and landscape of his native central Italy, Giacomelli’s pictures always deal with the fundamental questions of existence: life and death, faith and love, the relationship of man and his roots, the traces of time. One of his most well-known images shows a group of young priests in their cassocks dancing a round in the snow – a moment of innocence already inscribed with loss. Giacomelli’s images of the farm land around his native town of Senigallia, taken from an airplane, dissolve the fields into picturesque networks of lines, showing the landscape as a product of human toil and the passing of time. On the one hand, they express a personal feeling; on the other, they embody a clear, courageous and conceptually groundbreaking attitude.

The photographs on display are part of the Photography Collection OstLicht, curated by Rebekka Reuter and Fabian Knierim.

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Anna “°”

Ma chi era Mario GIACOMELLI? Vita, foto, intervista.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1º agosto 1925 – Senigallia, 25 novembre 2000) è stato un tipografo, fotografo, poeta e pittore italiano.

Nasce il 1º agosto 1925 a Senigallia. A nove anni resta orfano di padre. Sua madre, per mantenere i tre figli ancora bambini, fa la lavandaia in un ospizio. A tredici anni è garzone presso la Tipografia Giunchedi finché non sopraggiunge la guerra, vi ritorna, dopo aver partecipato ai lavori di ricostruzione dai bombardamenti post bellum, come operaio tipografo. Nel 1950 decide di aprire una tipografia tutta sua. A permettergli il gran passo, prestandogli tutti i suoi risparmi, sarà un’anziana ospite dell’ospizio in cui la madre lavorava. Nasce così la Tipografia Marchigiana via Mastai 5, che diverrà, negli anni, luogo di “peregrinaggio” da parte di artisti, critici, studiosi di tutto il mondo.

Nel 1953, Giacomelli acquista una Bencini Comet S (CMF) modello del 1950, con ottica rientrante acromatica 1:11, pellicola 127, otturazione con tempi 1/50+B e sincro flash e il giorno di Natale va in spiaggia e scatta le sue prime foto. Da qui nasce L’approdo, la celebre fotografia della scarpa trasportata dalle onde sulla battigia, con cui partecipa a diversi concorsi fotoamatoriali e grazie al quale capisce da subito che vuole esprimersi attraverso il mezzo fotografico. Tra il ’53 e il ’55 inizia a fotografare assiduamente parenti, colleghi e gente della sua cerchia amicale in pose e costruzioni iconografiche teatrali. È di questo periodo la famosa foto Mia Madre (ritratto alla madre con in mano una vanga). In quegli anni frequenta lo studio fotografico di Torcoletti e sarà questo, avendo intuito le grandi potenzialità espressive del giovane tipografo, a fargli incontrare Giuseppe Cavalli, artista e critico d’arte dal temperamento carismatico, che lo inizia alla riflessione sulla Fotografia e sull’Arte, introducendolo nell’ambiente dei grandi circoli fotografici dell’epoca, come la “Bussola” e la “Gondola”, nel cuore della riflessione sul ruolo della Fotografia nell’arte e nella società.

Sotto la guida di Ferruccio Ferroni e con la supervisione di Cavalli, Giacomelli si addentra nella tecnica fotografica fino a trovare una sua propria sicurezza espressiva. È così che nel ’54 si costituisce ufficialmente il gruppo fotografico Misa. La strada verso la notorietà di Giacomelli è aperta dalla vittoria al prestigioso Concorso Nazionale di Castelfranco Veneto nel ’55. Qui Mario Monti, della giuria, denomina Giacomelli “l’uomo nuovo della Fotografia”. Ben presto Giacomelli sentirà stretti i severi precetti stilistici di Cavalli: avverte che i toni di grigio sono inappropriati a rappresentare quell’impeto e quel tragico che ritrovava invece nei suoi forti − e all’epoca sconvolgenti − contrasti di bianco e nero. Sono di questi anni le prime indagini sull’Ospizio e sui Paesaggi, che l’artista porterà avanti per i decenni a venire. Giacomelli intanto, continua a partecipare assiduamente ai concorsi fotoamatoriali anche dopo il raggiungimento della fama internazionale, ricevendo innumerevoli premi e riconoscimenti.

Risale al 1955 l’entrata in scena della mitica Kobell Press, obbiettivo Voigtlander color-heliar 1:3,5/105, la macchina fotografica da cui non si dividerà mai e che andrà a manipolare personalizzandola. Nello stesso anno conosce Luigi Crocenzi, presentatogli da Cavalli. E nel ’56 Pietro Donzelli insiste, in una lettera inviata a Giacomelli, sulla necessità di strutturare la produzione fotografica in sequenze e racconti. Dello stesso stampo, l’insegnamento di Crocenzi. Sono di questo periodo serie dall’apparenza “reportagistica” (anche se in Giacomelli è sempre un azzardo chiamarle tali, visto l’alto grado evocativo e astrattizzante che distingue le sue foto), e nascono Lourdes (1957), Scanno (1957/59), Puglia (1958, dove tornerà nel 1982), Zingari (1958), Loreto (1959, dove ritorna nel 1995), Un uomo, una donna, un amore (1960/61), Mattatoio (1960), Pretini (1961/63), La buona terra (1964/66). Romeo Martinez gli apre intanto la strada verso le pubblicazioni sulle riviste specializzate di Fotografia. Continuando con la sua ricerca, il fotografo inizia a chiedere ai contadini, pagandoli, di creare con i loro trattori precisi segni sulla terra, agendo direttamente sul paesaggio da fotografare per poi accentuare tali segni nella stampa (anticipazione della Land Art americana degli anni 60-70). Giacomelli realizza che dalla realtà deve partire come pretesto per ricercare, nelle sue forme, un senso nuovo che possa permettergli un avvicinamento estremo al reale attraverso la fotografia: nasce Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967/68) e seguono la stessa filosofia le serie da Favola, verso possibili significati interiori (1983/84) in poi, in un percorso creativo sempre più astratto. Tramite Crocenzi, nel ’61 Elio Vittorini chiede a Giacomelli l’immagine Gente del sud (dalla serie Puglia) per la copertina dell’edizione inglese di Conversazione in Sicilia. Nel ’63 Piero Racanicchi, che insieme a Turroni è stato tra i primi critici sostenitori dell’opera di Giacomelli, segnala il fotografo a John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York che sceglie di esporre una sua fotografia alla mostra The Photographer’s Eye. L’immagine è tratta dalla serie Scanno. Da tutti riconosciuta come Il bambino di Scanno, questa fotografia è oggi la sua più famosa nel mondo. Questa partecipazione sarà per Giacomelli una vera e propria consacrazione che lo farà entrare di diritto della Storia della fotografia mondiale.

Nel ’64 Szarkowski acquisirà poi l’intera serie Scanno e alcune immagini della serie Pretini. Nello stesso anno partecipa alla Biennale di Venezia con la serie dell’Ospizio, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dove viene messo in rilievo il concetto di fotoracconto. Sotto l’influsso di Crocenzi, nel ’67 Giacomelli pensa alla realizzazione di una serie fotografica incentrata sul racconto, interpretando Caroline Branson dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, e chiede a Crocenzi di fornirgli un canovaccio da seguire. La serie sarebbe dovuta essere destinata alla televisione, ma quello che ne sarebbe dovuto sortire è un risultato che Giacomelli non trova nelle sue corde, quindi il progetto decade, ma la serie viene comunque ultimata nel ’73, completamente stravolta, ed è qui che compaiono per la prima volta le sovrimpressioni, espediente stilistico che Giacomelli riprenderà in tutta la produzione futura.

Nel 1968 conosce Alberto Burri, con cui instaura un’amicizia profonda e a cui dedicherà delle opere di Paesaggi dove forte è il richiamo all’Informale e alla poetica dell’artista. L’informale, in effetti, affascina Giacomelli tanto che, dalla fine degli anni ’50 fino agli anni ’70, crea egli stesso centinaia di opere pittoriche, e negli anni Sessanta entra a far parte del gruppo artistico senigalliese in cui ci si confrontava sull’arte e sull’astrattismo, creatosi attorno alla figura del corniciaio Mario Angelini in via Arsilli, in cui si riunivano pittori e scultori come Marinelli, Ciacci, Donati, Gatti, Genovali, Bonazza, Mandolini, Moroni, Sabbatini. In realtà, secondo la lettura che ne fa Katiuscia Biondi, nipote dell’artista, nel libro Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale (Ed. 24 Ore Cultura, 2011), vediamo che l’intera opera giacomelliana nasce e si sviluppa secondo direttive concettuali e metodologiche prossime all’Informale, prima fra tutte il considerare ogni singolo elemento, ogni fotografia, non come un prodotto finito, un oggetto chiuso in sé secondo criteri di perfezione formale, ma parte di un tutto (l’intero corpus fotografico), un tutto in divenire che prende senso e forma e vitalità proprio dalle interrelazioni dei singoli elementi che lo compongono: l’opera giacomelliana è un complesso sistema, un organismo che si nutre del suo stesso movimento, e Giacomelli revisiona continuamente le serie fotografiche mettendole in comunicazione tra loro, sia iconograficamente (con rimandi simbolici che si ripetono nei decenni), sia con interventi su di esse tanto da fondere fotografie di una vecchia serie (attraverso la sovrimpressione) con scatti per una nuova, o anche alimentando nel corso degli anni una vecchia serie con l’aggiunta di nuove fotografie prese da una sorta di serbatoio, Poesie in cerca d’autore (anni ’70/2000), un amm***o di scatti archiviati proprio a questo scopo.

Nel ’78 partecipa alla Biennale di Venezia con fotografie di Paesaggi. Nel 1980 Arturo Carlo Quintavalle scrive un libro analitico su tutta l’opera del fotografo, acquisendo una buona quantità di sue opere per il centro CSAC di Parma. L’astrattismo si ritrova esplosivo nella serie Favola, verso possibili significati interiori del 1983/84. Data in cui conosce il poeta Francesco Permunian con il quale instaura una collaborazione che dà alla luce le serie Il teatro della neve (1984/86) e Ho la testa piena mamma (1985/87). Dal 1984 Giacomelli invita a partecipare alla realizzazione delle Serie fotografiche, suo figlio Simone, che contribuirà alla scelta delle immagini e al loro accostamento finale, sempre sotto l’occhio attento dell’artista. Da qui fino alla fine, Giacomelli, assieme a Simone, crea serie fotografiche lasciandosi ispirare da testi poetici: nel 1984/85 crea Il canto dei nuovi emigranti (Franco Costabile), nel 1986/88 Felicità raggiunta si cammina (Eugenio Montale), nel 1986/88 L’infinito (Giacomo Leopardi), nel 1987/90 P***ato (Vincenzo Cardarelli), nel 1987/88 A Silvia (Giacomo Leopardi), nel 1992/94 Io sono nessuno Emily Dickinson, nel 1994/95 La notte lava la mente (Mario Luzi), nel 1997/99 Bando (Sergio Corazzini), nel 1998/2000 La mia vita intera (Jorge Luis Borges); e in un secondo momento cambia il titolo delle serie dell’Ospizio con titoli di poesie (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1954/83) di Cesare Pavese, e Ninna Nanna (1985/87) di Leonie Adams), e dei Pretini (Io non ho mani che mi accarezzino il volto da una poesia di Padre David Maria Turoldo).

Nel 1983/87 crea Il mare dei miei racconti fotografie aeree scattate alla spiaggia di Senigallia. Negli anni ’70/90 Giacomelli fotografa la costa adriatica nei pressi di Senigallia, creando la serie Le mie Marche. Nel 1986 muore la madre, e per l’artista è un trauma fortissimo che segna un mutamento nella sua produzione fotografica verso un sempre più esplicito dato autobiografico. Ormai la sua notorietà si è espansa a livello internazionale e nel mondo le sue opere sono richieste dai più prestigiosi musei d’Arte, mentre la sua ricerca si fa sempre più introspettiva, intimistica e votata al Vuoto, chiuso nel suo territorio marchigiano a fotografare il paesaggio come possibile luogo di ritrovamento di se stesso.

Le serie Vita del pittore Bastari del 1991/92, gli autoritratti e i muri corrosi di Poesie in cerca d’autore, Bando del ’97/99 (ancora una volta una serie votata all’astrattismo), 31 Dicembre (1997), sono ormai scenari completamente costruiti da un Giacomelli regista ancor prima che fotografo. Interessante seguire il suo percorso esistenziale attraverso la sua produzione fotografica, in una totale fusione tra vita e arte, in una visione della fotografia come strumento per poter entrare sotto la pelle del reale, per scoprire che non c’è netta distanza tra il mondo e il soggetto che lo guarda.

Mario Giacomelli muore il 25 novembre del 2000 a Senigallia, dopo un anno di malattia, lavorando fino all’ultimo alle sue fotografie, nella creazione delle serie: Questo ricordo lo vorrei raccontare (1999/2000) e La domenica Prima (2000).

La sua opera più nota: Il bambino di Scanno

Questa fotografia venne scattata il 19 ottobre 1957 in Abruzzo nel paese di Scanno.

La fotografia ritrae in maniera fiabesca, quasi irreale, delle figure femminili scure e mosse che avanzano verso l’osservatore mentre un unico soggetto centrale è fermo e a fuoco: un bambino che cammina con le mani in tasca.

La serie Scanno, da cui l’opera proviene venne resa pubblica da Giacomelli poco tempo dopo ma solo nel 1964 riscosse vera notorietà ed apprezzamento da parte del mondo della fotografia. Questo avvenne quando John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York scelse di esporre l’opera alla storica mostra The Photographer’s Eye. Tra migliaia di foto visionate, assieme a Giovanni Bonicelli, Giacomelli è l’unico italiano che verrà selezionato per questa esposizione passata alla storia.

Il ritrovamente del soggetto della fotografia Dopo 56 anni Simona Guerra, archivista e nipote di Mario Giacomelli, è tornata sulle tracce del bambino ed ha ritrovato il soggetto che senza saperlo posò per quell’icona della fotografia. Egli si chiama Claudio De Cola e il 19 ottobre 1957, come le altre persone ritratte, stava uscendo dalla chiesa di Sant’Antonio da Padova dopo una funzione religiosa. Oggi Claudio ha più di sessant’anni e da molto tempo non vive più a Scanno. Il suo riconoscimento, confermato dal soggetto, è stato fatto dai genitori, in particolare dalla mamma Teopista Di Gennaro che ha mostrato diverse immagini del ragazzo in cui è sorprendente constatare in maniera inconfutabile le generalità del bambino ritratto da Giacomelli. Ma c’è dell’altro: oltre al bambino sono state riconosciute da molti abitanti del luogo anche le due signore in primo piano, ormai purtroppo scomparse. La donna a destra sembra rispondere al nome di Paolina De Crescentis mentre quella a sinistra si chiamava Sapienza Fronterotta. Quest’ultima, che più della prima sembra essere coperta da una sciarpa nera, mostra un fazzoletto particolare che le copre la bocca e che si indossava a Scanno nei periodi di lutto.

Biografia presa da Wikipedia, in linea di massima giusta.

INTERVISTA A MARIO GIACOMELLI fatta da Horvat

Questa intervista è stata realizzata da Frank Horvat e fa parte del libro Entre Vues, una serie di conversazioni con alcuni tra i più importanti fotografi del ’900. La versione italiana è pubblicata per la prima volta su Maledetti Fotografi. Mi chiedo se i tuoi occhi somigliano a quelli di tua madre. Non so bene come li aveva, mia madre. Forse la sola differenza tra noi era che lei portava un vestito da donna, e io da uomo. Di mia madre, la cosa che mi sembra la più importante, e anche la più bella, è che in tutta la sua vita non sono mai riuscito a dirle che la amavo. Forse per il mio cattivo carattere, o per timidezza. Non sono mai riuscito a darle un bacio, e nemmeno a chiederle come stava. È morta pochi mesi fa. Ho baciato le sue labbra, dopo morta, ma per me era bello, e da quel momento ho cominciato a vivere con lei, adesso le chiedo come sta, se è felice di me. Son cose più grandi della fotografia, forse è meglio non parlarne. Ma tu guardi i tuoi occhi allo specchio, ogni tanto ? Ti chiedi cosa sono, questi occhi? Non li guardo, forse neanche li sento. O li sento come un tramite. Quando tu fotografi, hai un’immagine di fronte, che attraverso un forellino entra nella macchina, e tu puoi averne una copia, un estratto. Cosi sono i miei occhi, uno strumento per prendere, per rubare, per immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli occhi degli altri. E la macchina fotografica ? Tu non hai una macchina come noi tutti, Kodak o Nikon o Leica. Io non so cosa hanno gli altri. Io ho una macchina che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi. Io non sono un amante di queste cose. Ho questa da quando ho iniziato, sempre la stessa. Con lei ho vissuto le cose, belle o brutte, con lei ho diviso tanti attimi della mia vita. Mi rattrista solo l’idea di staccarmi da lei. Ma questa macchina da dove viene ? L’ho fatta fare io. Ho smontato un’altra macchina di un amico mio, togliendo tutte le cose inutili. Per me l’importante è che ci sia la distanza e… cosa c’è d’altro? Io non so came funzionano queste cose. L’importante è che non passi la luce. È una cassa senza niente. E che film ci metti ? Quello che trovo. Ma un film 35 millimetri ? Non mi chiedere i millimetri. I film grandi, non quelli piccoli. Non il piccolo formato. Mai avuto. Centoventi ? Non mi dire mai i numeri! Io so solo una cosa: il sei per nove e ridotto a sei per otto e mezzo. Cioè fai dodici foto con un rullino ? Non ricordo. Mi sembra che ne faccia dieci, non dodici. Dieci immagini. Per me questo è importante. Una volta ho vinto un apparecchio di piccolo formato, in un concorso, ma non sono riuscito a fotagrafare, era troppo veloce, non c’era più la partecipazione come con la mia macchina, non avevo il tempo di pensare, scattavo quasi inutilmente. E perdevo la gioia più bella, che è questo aspettare, questo preparare l’immagine, girare, cambiare il rullino. Invece questa è giusta per me, per il mio carattere. E che velocità ha questa macchina ? Un trentesimo? Un centesimo ? Non ricordo. So che non arriva oltre il duecentesimo. Per fare i paesaggi dall’aereo, me ne faccio prestare un’altra, da un amico, ci sarebbe da vergognarsi, però non me ne frega niente. Per me va bene lo stesso, perché io, se potessi, fotograferei senza macchina, non ho questo grosso amore per la meccanica. E il diaframma che apertura ha? Secondo le volte. A Scanno, per esempio, le ho fatte quasi tutte a un venticinquesimo. In inverno faccio due e ventidue. Diaframma ventidue e mezzo secondo. So che c’è un due e un ventidue. È la chiusura dell’obiettivo, questo l’ho imparato a memoria. Dunque chiudi completamente l’obiettivo. Tutto chiuso, sempre uguale. Perché sono paesaggi. Invece quando faccio le figure no. Tengo l’obiettivo aperto perché c’è poca luce. E i vecchi nell’ospizio? I vecchi nell’ospizio è un altro discorso, adopero un lampo. Volutamente. Perché alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare, a questa cattiveria aggiungo anche la mia cattiveria. Non tanto per mostrare la materia della pelle, ma per aggiungere qualche cosa di ancora più forte, un contrasto. Il lampo modifica la realtà, la fa più mia. Anche se quello che il lampo ti dà non è quello che vedi al momento in cui scatti? Se non lo vedo, non lo scatto. Quando uno è abituato a usare il lampo, non tiene più conto se c’è luce o non c’è luce, solo di quello che sta accadendo di fronte all’obiettivo, dell’espressione dei volti. Direi anzi che so tutto prima. Anche perché, su ogni progetto, tu non lavori per un giorno o una settimana. Ma per due anni, tre anni. E poco a poco conosci. Per me l’importante è crearmi questa atmosfera. Essere chiuso in questa specie di scatola, in contatto con questo piccolo mondo. Vivere le cose che loro vivono, essere uno di loro. All’ospizio sono andato per un anno senza macchina fotografica, perchè non volevo che sentissero la macchina puntata. Ero un vecchio come loro. Che età avevi? Avevo cominciato a fotografare da pochi mesi. Avevo una trentina d’anni. Avevi pensato per molto tempo a questa progetto? Niente, non ci ho pensato niente. Le prime immagini che avevo fatto erano state di mia moglie, di mia madre, dicevo loro: stai lì. Ma mi son reso conto che non so fotografare una persona che sorride, che è dolce nel viso, ho bisogno che l’altro sia come sono io dentro. Allora inveisco, divento cattivo. Fotografando loro, ho sentito che avevo bisogno di qualcosa di più vero. Per questo ho pensato all’ospizio. È stato il tuo primo lavoro importante? È importante anche oggi. Se dovessi scegliere tra le cose fatte, salvarne una, salverei l’ospizio. Non per l’ospizio in sè, dell’ospizio non me ne frega niente. Quello che mi importa è l’età, il tempo. Tra me e il tempo c’è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L’ospizio me ne dà una dimensione più esatta. Prima di fotografare io dipingevo, si potrebbe pensare che dipingere non abbia niente a che fare con il tempo, ma anche allora era il tempo che contava. Ogni sera iniziavo un quadro, e mi imponevo di terminarlo quella notte, anche se non andavo a dormire. Per finire il quadro con quella stessa tensione. Perché il giorno dopo sarei stato un’altra persona, non avrei più sentito le stesse cose. Cosa dipingevi? Ho iniziato a dipingere con la terra, incollavo la terra con altre materie, con le foglie, non so se si può chiamare dipingere. Poi ho provato i colori, le tele. Poi ho distrutto tutto. Poi, per un periodo, ho scritto poesie, e ho distrutto anche quelle. Poi ho scoperto che la fotografia ha una forza maggiore che tutte le cose che avevo fatto prima. Anche se non crei, anche se non puoi dire tutte le cose che vuoi, la fotografia ti permette di testimoniare del passaggio tuo su questa terra, come un blocco di appunti. Ho scoperto che questo mezzo meccanico, freddo come dicono, permette di rendere delle verità che nessuna altra tecnica può rendere. La mia prima macchina era una Comet, l’ho comprata il 24 dicembre. II 25 sono andato al mare, e ho provato – ma non capivo neanche come funzionava – ho provato con queste pose molto lunghe. Le onde venivano verso di me e io spostavo la macchina in senso opposto. Ce ne sono state tre a quattro giuste, come le avevo immaginate. Le altre erano da buttare. Così, al primo contatto tra me, la natura e la macchina fotografica, ho scoperto che questo aggeggio meccanico, che prima mi faceva paura, poteva diventare una continuazione di me stesso. E le fotografie le sviluppi tu? Le sviluppo e le stampo. Le bacinelle son lì, il tavolo, come vedi, è tutto consumato. E quello che trovi nelle tue foto è quello che pensavi di trovare? O ci sono molte sorprese? Se ci fossero troppe sorprese non le userei. Sono molto vicine a quello che volevo, qualche volta sono proprio quello che volevo. Ma certe nascono anche dal caso, io sono uno che crede anche al caso. Da particolari non preventivati prima, che forse sentivo senza rendermene conto. Qualche volta le cose non vengono come volevo, ma qualche volta vengono meglio. Ma al momento in cui fotografi tu sai quello che vuoi. Il fatto che non le butto significa che in qualche modo corrispondono a quello che volevo. Tanto più che tu ti dai il tempo necessario per sapere quello che vuoi, per avvicinarti sempre di più. Vorrei entrare dentro. Io credo all’astrattismo, per me l’astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che accade. E le fotografie che contano di più sono forse quelle che ho vissuto senza scattarle. Questa donna senza denti, che cerca di masticare e non riesce a mandar giù, si toglie di bocca questa cosa e la rimette sul tavolo. Poverette, non vedono. L’altra che le sta vicino la riprende – all’inizio, per mesi, non riuscivo più a mangiare – riprende la cosa masticata dalla prima, se la mette in bocca e continua, come se fosse una cosa sua. Le immagini più vere sono queste, che io conosco e che tu non saprai mai, le immagini che non ho fatto. Ma che sono contenute, in qualche modo, in quelle che hai fatto. Certo, vivendo tanto tempo insieme a loro, uno le fa e non se ne accorge. Ci andavi tutti i giorni ? Tutti i momenti liberi, Natale, Pasqua, sabato pomeriggio, la domenica appena svegliato e appena fatta colazione. Perché tu sei un fotografo della domenica. Fotografo quando ho il tempo. Io non sono un mestierante, nessuno mi può mandare, nessuno mi può dire : adesso vai a fotografare. Neanche la fame me lo può dire. Vado quando fa comodo a me, quando mi sento preparato. Se sono distratto io non fotografo, neanche mi viene in mente di fotografare. Ma all’ospizio ci andavi ogni settimana. Tutti i giorni che non lavoravo in tipografia. Stavo lì, tenevo la mano all’una, portavo le caramelle all’altra che il figlio non andava mai a trovare – e che poi invece mi ha denunciato perché la fotografavo. E in una giornata così facevi un rullino, due rullini? Certe giornate non facevo niente. Perché è come se tu ti vedessi in uno specchio, e non sempre hai il coraggio di vederti. Ci sono delle volte che vorresti che non avessero mai inventato lo specchio, perché quell’immagine sei tu, sono i tuoi figli, è tua madre. Ognuna di queste immagini è il ritratto mio, come se avessi fotografato me stesso. Non ho niente contro i vecchi o contro l’ospizio. Solo contro il tempo, questo presente che non esiste mai, già il momento in cui parliamo è fatto un po’ di prima, un po’ di dopo, di passato e di futuro. Là dentro lo senti ancora di più, come un coltello puntato contro il tuo cuore, ogni cosa ti concerne e ti ferisce. A volte hai il coraggio di fotografare e a volte no. Come a Lourdes, le fotografie che ho fatte non so neanch’io come le ho fatte. Una volta stavo a vedere una bambina, non so che male aveva, la tenevano in quattro o cinque, e lei cercava di morderli, e loro la lasciavano e poi la rincorrevano. Io ho messo giù la macchina sul muretto di quella scalinata, e sentivo le lacrime, non so come si piange, però scendevano come da un rubinetto. Quell’immagine là ho sempre davanti agli occhi, questi miei occhi hanno saputo piangere ma non hanno saputo guardare attraverso la macchina. E la macchina è stata abbastanza onesta per non forzarmi. Apposta voglio tenere questa, che ho sempre avuto, è come se avesse la mia stessa sensibilità, niente di diverso dal mio carattere. Non vuole cose difficili perché non voglio case difficili, la posso lasciare dove voglio, la ho lasciata anche nei campi e l’ho ritrovata, a molti sembra forse un oggetto buttato via. Ma sono cose che è meglio non spiegare. Dunque ci sono delle cose davanti a cui tu ti dici : questo no, non lo fotografo. Non è che me lo dico, io mi accorgo che non fotografo. Quando non accetto come verità quello che i miei occhi vedono, perché mi sembra impossibile che una persona, dopo una vita di stenti e di lavoro, sia condannata in quella maniera. Ci sono delle cose che non vogliono essere riprese. Poi altre volte mi accorgo invece che fotografo: quando posso fare delle immagini che non gridano contro nessuno. Solo contro il tempo. E quando tu le guardi, dopo, queste tue foto, c’è un momento in cui ti dici : questa va bene e questa no, in questa direzione voglio cercare più lontano? Non capisco cosa vuoi farmi dire. Mi sembra che vuoi sapere qualche cosa che non so dirti. Io non mi dico mai : adesso scatto, adesso non scatto. Ci sono delle volte che io guardo una cosa, ma le mani sono bloccate. Invece altre volte quello che accade è cosi naturale che lo posso fermare, l’immagine mostra solo quello che mi aspetta domani, non grida contro nessuno. Io ti chiedevo di un secondo tempo, quando guardi i contatti. Nel secondo tempo le vedo ancora meglio, queste cose che ho vissuto. Le immagini che scelgo sono quelle che rendono le sensazioni che ho provato nel momento in cui scattavo, le sensazioni che vorrei non perdere, che vorrei dare ad altri. Scelgo le immagini che potrebbero aiutare gli altri a riflettere, ad amare di più la vita. La mia domanda era in relazione al progresso del lavoro. Hai fatto le tue foto domenica, le hai sviluppate lunedì. Martedì guardi i contatti. Ti dici : ecco, questa cosa l’ho mostrata bene, quest’altra dovrei cercare di mostrarla meglio domenica prossima? Finchè, dopo tre anni, o cinque anni, tu hai l’impressione di aver reso quello che potevi rendere? Questo accade per tutti gli altri soggetti, ma non per l’ospizio. Ogni fotografia è il ricordo di un giorno vissuto in mezzo a loro. Per l’ospizio non faccio programmi, domani vivrò altre situazioni. Invece ho programmato nel caso di certi paesaggi, alcuni addirittura li ho costruiti io. Vengo con il contadino, con il trattore, dico: Vorrei fare dei segni qui, costruisco la fotografia come un quadro. L’ospizio invece lo vivo come la vita, giorno per giorno, ogni volta imparo delle cose che la volta prima non sapevo. A proposito dei paesaggi, mi hai detto che sei andato verso un’astrazione sempre più grande, finchè, ad un certo punto, hai avuto l’impressione di aver esaurito il soggetto. L’ospizio, in fondo, è come la vita mia, che continua. Con il paesaggio, invece, purtroppo, mi sono bloccato. A un certo momento ho voluto vederlo verticalmente, per averne una prospettiva diversa. Sono partito da questa terra, come la vede il contadino che ci lavora, poi ho voluto vedere la stessa cosa da sopra. E guardandola così mi è sembrato, ancora una volta, di essere entrato dentro, la terra non era più terra ma segno, come le rughe delle mani, come la pelle dei vecchi. Sulla terra c’è il contadino, che pianta le patate, e che non sa che quello che lui fa è per me un segno, che a me dà un’emozione diversa. Le rughe della terra e della pelle mi insegnano delle cose che non conoscevo, che il contadino non può conoscere, che quello che guida l’aereo non può sapere. Come se qualcuno illuminasse le cose magicamente. I neri nascondono, i bianchi mettono in evidenza certe forme, quello che si viene a creare sulla pellicola è un mondo diverso, certi paesaggi diventano come merletti ricamati. Se il contadino che ha abbandonato quella casa sapesse com’era bella la sua terra, vista così, forse non l’avrebbe abbandonata. Ma qualche volta mi chiedo qual’è la relazione tra la realtà che fotografo e questo segno che resta. Le rughe dei vecchi sono ancora i vecchi, è ancora la loro sofferenza ? Quello che dici delle rughe della terra, come le rughe dei vecchi, mi fa pensare che tu vai sempre dritto ai temi essenziali, la vecchiaia, la sofferenza, la terra, l’amore. Forse è per questo che abbiamo parlato dell’occhio e della macchina fotografica, strumenti essenziali del tuo lavoro. Un terzo tuo strumento essenziale, del quale ti vorrei chiedere, è la parola. Perchè il tuo punto di partenza è da una parte lo sguardo, dall’altra la parola. Molte tue fotografie si riferiscono a poemi che hai letto. E immagino che quando tu le guardi e le giudichi, il criterio che te la fa accettare – o rifiutare – è l’aderenza a una parola. A quello che ha creato dentro di me la parola. Però io racconto, non illustro. Vedo le immagini del poeta, ma poi cerco emozioni nuove, come se mi lasciassi prendere per mano e portare per strade dove mi sembra di essere sempre passato, e dove invece non sono mai passato. E certe immagini, che prima non mi dicevano niente, da quel momento parlano, respirano. E so che quando la mia emozione mi dice schiaccia questo pulsante, questo vuol dire che lì qualcosa ci deve essere, anche se a prima vista l’immagine può non parere bella, se il soggetto può sembrare povero, o ridicolo. Come quest’altra: un muro vecchio e un cane solo. Un’immagine stupidissima, la saprebbe fare chiunque. Ma questa immagine provoca in me una certa emozione, come se azzerassi tutto… Nel senso che metti a zero… Che riparto da capo, che mi sento proprio senza niente. lo non vedo né il cane né il muro, ma vedo come sono piccolo, come ho paura, vedo che domani la mia vita deve finire, mentre pensavo di fare ancora mille cose. Ma non è facile parlare di questo. Se io fossi onesto con me stesso, mi incazzerei come una bestia. Son cose che ho provato ma che non so spiegare, cose belle, che raccontarle è da vigliacchi. Tu me lo spieghi un orgasmo con tua moglie? Ti voglio chiedere una cosa: c’è questa vita che scorre, e questi istanti che valgono tutti la pena di essore vissuti, e queste diecimila o ventimila foto che tu hai fatto, che sono tutte interessanti. Ma poi ce ne sono venti, o trenta, o quaranta, dove c’è qualcosa di più, la grazia. Tra tutte le foto che tu hai fatto all’ospizio c’è questa, che è stata pubblicata dappertutto… Sai perchè per me è bella? Tu vedi la vecchia, l’ospizio. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c’è più né vecchia né ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un’onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quella dopo, ce ne son tanti, finché tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera ? Nessun respiro era più bello dell’altro e tutti insieme sono la vita. Ma un’altra fotografia che sento è questa: perchè c’è qualche cosa che ha ancora il sapore di vivo, ma qualche cosa d’altro che è già come decomposto, deformato. Da qui a qui è passato il tempo, qui riesci a decifrare, qui c’è solo una macchia, solo polvere, si è già impastato tutto, perso tutto. E da dietro, invece, viene una luce. Per un attimo lo sento, questo. Non è una bella fotografia, è tutta sbagliata, ma c’è la mia rabbia di chiedere: perché essere vivo? perchè la morte è così vicina? Io ho sessant’anni, ed è come avere sessant’anni di morte sulle spalle, più morte addosso che vita. Sono queste idee che si impastano con le figure. Come anche in questa dove si baciano, due amanti, lui gli prende le mani, gli fa una carezza. Nessun amore può avere più dolcezza che questo vecchio con questa vecchia. Io faccio queste immagini perché vorrei che gli altri, dal momento in cui le vedono, vivessero diversamente. Che la carezza che questi ancora cercano da vecchi, da giovani l’avessero saputa fare. Quanta gente vive e non sa carezzare ? Quante donne muoiono senza aver mai provato l’orgasmo ? Quando io mostro questi vecchi, mostro me stesso, le cose che non ho capito, che avrei voluto fare in un’altra maniera, che vorrei ricominciare. Ma l’immagine è solo una minima parte di quelle che sento, è per questo che se ne fanno tante. Ma solo certe sono dei miracoli, solo in certe quello che è stato il flusso della vita si ritrova in quello che è stato fermato. La vecchiettina come una nave sulle onde è un miracolo, il flusso della vita è là, nell’istante che hai fermato. Ma forse tu questo lo inventi, la fotografia non è solo quello che tu vedi, ma anche quello che tu aggiungi. Un altro vede magari un’altra cosa, io ho forse visto un’altra cosa. Ma che importanza ha che una veda una cosa o l’altra? Forse l’importante è il contatto tra uomo e uomo, il fatto che parliamo degli alberi che perdono le foglie, delle cose che si calpestano senza accorgersene, di questa casa che muore così, piano piano, il proprietario l’ha abbandonata, eppure magari è nato lì, ha pianto lì, ha riso lì. In questa casa si apre una frattura, piano piano, e un giorno o l’altro la casa cade, e mi dispiacerebbe che morisse senza che io me ne accorga. E tu vai a vederla ogni settimana? Conto i giorni come se andassi a trovare un figlio, o una madre. Io con lei riesco a parlare, c’è un legame. E magari non so aprirmi con un altro uomo, perchè lui parla solo di soldi. Io non butto via neanche cinque lire, però non parlo mai di soldi. Perchè le ricchezze, per me, sono proprio queste, le cose inutili che gli altri hanno buttato via, le cose piccole che per molti non hanno senso. Come questa casa che si apre piano piano. Ogni settimana questa casa m’aspetta. Diranno che sono pazzo, ma per me va bene essere un pazzo che si accorge di quello che accade attorno a lui, per me sono più pazzi quelli che non si accorgono. Di tutto no, non mi accorgo, però vorrei accorgermi di tante cose, apposta cerco le cose piccole, perché le grosse mi soffocano, non sono fatto per le cose grandi, preferisco far grandi le cose piccole. È per questo che le tue foto più grandi le hai fatte qui a Senigallia. Le devo far qui, è una questione di respiro. Come sarebbe possibile fare un respiro qui, poi un altro nell’albergo, poi un altro a Milano ? Qui tutto è come un respiro continuo. D’altra parte, ci sono delle cose che non si sentono più. Io, per esempio, qui nella mia città, non ha mai camminato con la macchina fotografica in mano, la gente non sa che io fotografo. Mi dà fastidio la gente che sta attorno, che interroga. Dunque mi allontano un po’. Quanto basta per trovare un mondo in cui immergermi. In campagna, per esempio, non mi ero mai reso conto del profumo del fieno, dopo la pioggia. Una cosa che non conoscevo, cinquant’anni inutili per questa cosa, vedi quante cose ci sono da conoscere, però sono tutte piccoline, quasi non fotografabili, ma che si impastano nell’immagine. Finalmente tu, stando qui a Senigallia, riesci a vedere le cose come se tu fossi sbarcato oggi dal pianeta Marte, con l’occhio nuovo. Come quando mi hai detto, alcune ore fa : io in automobile sbaglio sempre strada, perché per me le strade sono sempre nuove. Perché mi sembra sempre che qualche cosa stia per nascere, che qualche cosa di diverso stia per avverarsi. Il luogo dove le cose accadono non è così importante, un luogo vale l’altro. Mi dicono: come fai a fare queste fotografie? Ma non tengono conto che sono le immagini che scelgono me, non io che scelgo loro. Come se il paesaggio mi dicesse: ma tu sei tonto, credi che sei tu che fai i paesaggi ? non vedi quanto son bello? Ci sono delle immagini che ti bloccano loro, e tu cerchi di capirle, però sono loro che vengono da te, come gli sguardi delle donne. Tu dici: quanto è bella questa! e se lei ti dà l’occhio più dolce, se vedi che si presta, tu dici: Madonna! forse io riesco anche a baciarla. Il paesaggio è uguale, tu lo vedi e dici: Madonna!. Il paesaggio non scappa, ma io ho sempre paura che resti lì solo per un attimo, lo faccio col cavalletto, perché faccio due e ventidue, devo sempre ricordarmi i numeri perché non capisco mai, con due e ventidue ci vuole per forza il cavalletto, allora ho sempre paura che mi scappi, continuo a guardare mentre sposto il cavalletto, trattengo il fiato, io quando fotografo non respiro, mi blocco e scatto, quella per me è la gioia più bella, come se avessi spogliato le più belle donne del mondo. Quando loro si lasciano spogliare.

Se sono riuscito a fotografarle vuol dire che è andata bene. Se no, si dirà che le ho sognate, e basta. Senigallia,

Febbraio 1987 ciao a tutti!

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www.archiviomariogiacomelli.it