Mostre di fotografia da non perdere a giugno

Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!

Anna

Chi sei, Napoli? – JR

Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017),  San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.

L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.

Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti  i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate.
Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.

Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.

Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli

LINK

Vivian Maier. The exhibition

Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40x50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
© Estate of Vivian Maier | Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San GaetanoVIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.

Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.

Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori.
La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia.
Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.

Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.

Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Il catalogo è realizzato da 
Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais Musée du Luxembourg, Paris.

“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.

“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”

“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin“Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”“La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.

Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova

LINK

Steve McCurry – Cibo

Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo.
Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale.
Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori.
Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.

Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.

“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”.
Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza.
Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.

Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste

Alfred Eisenstaedt

Alfred Eisenstaedt, George Balanchine's School American Ballet. New York, USA, 1936
© Alfred Eisenstaedt_The LIFE Picture Collection | Alfred Eisenstaedt, George Balanchine’s School American Ballet. New York, USA, 1936

Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra ineditadal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore.

A trent’anni dalla sua morte 
a ottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta.
Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
 
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
 
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
 
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.

Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

Guido Guidi. Da un’altra parte

© Guido Guidi
© Guido Guidi

10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.

Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la
necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.

Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.

Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano

LINK

Daniele Tamagni. Style Is Life

Daniele Tamagni, "Willy Covary", 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Daniele Tamagni, “Willy Covary”, 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento

LINK

In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi

©Gianni Berengo Gardin, Bologna, 1990
©Roselena Ramistella, Deepland, 2016-2021

Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.

Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.

Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation, il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.

Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie. La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico. La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.

Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.

4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano

Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus

Maria Vittoria Backhaus, Collage Icon #01, Filicudi, 2008 © Maria Vittoria Backhaus

A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana.
Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.

Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.

Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità.
In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.
Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.

La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani.
Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.

Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.

I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.

Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana

LINK

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi

© Gianni Berengo Gardin
© Gianni Berengo Gardin

Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.

L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.

Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.

Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.

La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Catalogo Silvana Editoriale.

Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

LINK

Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu

Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.

Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.

Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.

17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)

Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti

Franco Zampetti, Campanile di Giotto
© Franco Zampetti | Franco Zampetti, Campanile di Giotto

Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
 
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
 
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
 
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
 
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
 
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore –  ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
 
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore,   afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
 
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così –  dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.

Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze

LINK

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.

Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato  nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.

Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.

Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino

LINK

Mostre fotografiche da non perdere ad Aprile

E’ quanto mai ricco il calendario delle mostre per il mese di aprile. Di seguito ve ne proponiamo una selezione.

Buona visione!

Anna

LIU BOLIN PER L’IRAN

Liu Bolin per l'Iran, Galleria Gaburro, Milano
Liu Bolin per l’Iran, Galleria Gaburro, Milano


Dal 13 marzo al 30 aprile 2023, viene esposta una fotografia inedita, appartenente alla serie Target, di Liu Bolin (Shandong, 1973), uno degli artisti più conosciuti e apprezzati a livello internazionale, che s’ispira ai moti di protesta delle donne iraniane che stanno infiammando le piazze della nazione mediorientale e che sarà realizzata a Milano, proprio negli spazi della Galleria Gaburro.
 
Il progetto si è concretizzato grazie al contributo dell’attrice e attivista Melania Dalla Costa, testimonial della campagna 2019 delle Nazioni Unite (UNICRI), da tempo a fianco delle donne che hanno subito violenze fisiche, psicologiche e culturali. Consapevole dell’interesse di Liu Bolin nel trattare il tema della libertà tramite la sua pratica performativa, Melania, con il suo lavoro di attivista, è entrata subito in contatto con Nasibe Shamsaei dopo la sua protesta per la tragedia della giovane ragazza Mahsa Amini che ha sconvolto il mondo e con questo progetto vuole dare voce a un’altra attivista la cui voce non è libera.
 
Nasibe Shamsaei è fuggita dall’Iran dopo una condanna a dodici anni di reclusione per aver organizzato la campagna dei “mercoledì bianchi” in cui si incoraggiano le donne a rimuovere il velo o a indossarne uno bianco in segno di protesta. Nel novembre 2020 è stata arrestata dalla autorità turche in aeroporto, nel tentativo di trovare asilo in Unione Europea. Nasibe rischia costantemente di essere deportata in Iran, come già successo ad altre attiviste iraniane fermate in Turchia, in violazione del principio internazionale consuetudinario di non-refoulement, che vieta l’espulsione verso Paesi dove le persone sono a rischio di persecuzione, di trattamenti inumani o degradanti. Nasibe, all’interno del progetto artistico di Liu Bolin, diventa quindi simbolo delle migliaia di donne che lottano ogni giorno per la propria libertà.
 
A differenza del ciclo Hiding in Italy, in cui Liu Bolin si mimetizza nel contesto che lo avvolge, nella serie Target sono le persone a divenire parte integrante del progetto e quindi dell’opera finale, in una compartecipazione attiva e coerente con la tematica su cui si vuole riflettere.
 
Centrale nell’impianto figurativo della fotografia è il gesto di Nasibe Shamsaei di tagliarsi i capelli, sinonimo di ribellione pacifica, in cui si rivendica una libertà autentica e profonda, che ancora oggi spinge l’essere umano a rischiare la propria vita, nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo. Insieme a Nasibe Shamsaei e Melania Dalla Costa, prendono parte alla realizzazione dell’opera ideata da Liu Bolin donne iraniane, avvalorando il significato dell’azione ed evidenziando come l’arte possa ancora stimolare una riflessione attiva di tematiche importanti della contemporaneità. Tra le personalità coinvolte ci sono anche Delshad Marsous e Taher Nikkhah, decisive nel processo di coinvolgimento dei partecipanti e nel racconto di cosa significa vivere sotto un regime totalitario, caratterizzato da esecuzioni e repressioni violente.
A fianco dell’immagine inedita, saranno esposte alcune opere – fotografie e sculture, di Liu Bolin
Un ringraziamento speciale ad Arianna Grava.

Dal 13 Marzo 2023 al 30 Aprile 2023 – Galleria Gaburro – Milano

LINK

BRESCIA PHOTO FESTIVAL 2023. VI EDIZIONE

Axel Hütte, Pietra Grande, 2022
Axel Hütte, Pietra Grande, 2022

Dal 24 marzo al 25 giugno 2023, Brescia accoglie la VI edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, che propone una serie di iniziative allestite nelle più prestigiose sedi espositive della città, che ruota attorno al tema Capitale.
 
Il fulcro del Brescia Photo Festival sarà il Museo di Santa Giulia che ospita la più importante esposizione mai realizzata sul mondo delle vette, dal titolo Luce della Montagna, a cura di Filippo Maggia, in grado di analizzare l’universo iconografico della montagna attraverso le opere di quattro maestri della fotografia: Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte. 

Dal 24 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – BRESCIA – Sedi varie

LINK

VIVIAN MAIER. SHADOWS AND MIRRORS

Vivian Maier, Self-portrait, 1959 © Estate of Vivian Maier. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Vivian Maier, Self-portrait, 1959 © Estate of Vivian Maier. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

La mostra “Vivian Maier. Shadows and Mirrors”, composta da 93 autoritratti, racconta la grande fotografa e la sua ricerca incessante di trovare un senso e una definizione del proprio essere. L’esposizione è in programma presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, dal 23 marzo al 11 giugno 2023.

La mostra, a cura di Anne Morin in collaborazione con Tessa Demichel e Daniel Buso, è organizzata da ARTIKA, in sinergia con diChroma Photography e la Città di Conegliano.

“Un ritratto non è fatto nella macchina fotografica. Ma su entrambi i lati di essa”, così il fotografo Edward Steichen riassumeva il principio della fotografia. Un processo creativo che ha origine dalla visione dell’artista e che si concretizza solo in un secondo tempo nello scatto. Nel caso di Vivian Maier: il suo stile, i suoi autoritratti, hanno origine da una visione artistica al di qua dell’obiettivo fotografico. Per lei fotografare non ha mai significato dar vita a immagini stampate e quindi diffuse nel mondo, quanto piuttosto un percorso di definizione della propria identità.

La mostra ripercorre l’opera della famosa tata-fotografa che, attraverso la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica, trasporta idealmente i visitatori per le strade di New York e Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.

Vivian Maier fotografò per più di quarant’anni, a partire dai primi anni ’50, pur lavorando come bambinaia a New York e a Chicago. Spese la sua intera vita nel più completo anonimato, fino al 2007, quando il suo corpus di fotografie vide la luce. Un enorme e impressionante mole di lavoro, costituita da oltre 120.000 negativi, film in super 8 e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune stampe fotografiche e centinaia di rullini e pellicole non sviluppate. Il suo pervasivo hobby finì per renderla una delle più acclamate rappresentanti della street photography. Gli storici della fotografia l’hanno collocata nella hall of fame, accanto a personalità straordinarie come Diane Arbus, Robert Frank, Helen Levitt e Garry Winograd.

L’allestimento di Palazzo Sarcinelli esplora quindi il tema dell’autoritratto di Vivian Maier a partire dai suoi primi lavori degli anni ’50, fino alla fine del Novecento. Un nutrito corpus di opere caratterizzato da grande varietà espressiva e complessità di realizzazione tecnica. Le sue ricerche estetiche si possono ricondurre a tre categorie chiave, che corrispondono alle tre sezioni della mostra. La prima è intitolata SHADOW (l’ombra). Vivian Maier adottò questa tecnica utilizzando la proiezione della propria silhouette. Si tratta probabilmente delle più sintomatica e riconoscibile tra tutte le tipologie di ricerca formale da lei utilizzate. L’ombra è la forma più vicina alla realtà, è una copia simultanea. È il primo livello di una autorappresentazione, dal momento che impone una presenza senza rivelare nulla di ciò che rappresenta. Attraverso il REFLECTION (riflesso), a cui è dedicata la seconda sezione, l’artista riesce ad aggiungere qualcosa di nuovo alla fotografia, attraverso l’idea di auto-rappresentazione. L’autrice impiega diverse ed elaborate modalità per collocare sé stessa al limite tra il visibile e l’invisibile, il riconoscibile e l’irriconoscibile. I suoi lineamenti sono sfocati, qualcosa si interpone davanti al suo volto, si apre su un fuori campo o si trasforma davanti ai nostri occhi. Il suo volto ci sfugge ma non la certezza della sua presenza nel momento in cui l’immagine viene catturata. Ogni fotografia è di per sé un atto di resistenza alla sua invisibilità. Infine, la sezione dedicata al MIRROR (specchio), un oggetto che appare spesso nelle immagini di Vivian Maier. È frammentato o posto di fronte a un altro specchio oppure posizionato in modo tale che il suo viso sia proiettato su altri specchi, in una cascata infinita. È lo strumento attraverso il quale l’artista affronta il proprio sguardo.

“La scoperta tardiva del lavoro di Vivian Maier, che avrebbe potuto facilmente scomparire o addirittura essere distrutto, è stata quasi una contraddizione. Ha comportato un completo capovolgimento del suo destino, perché grazie a quel ritrovamento, una semplice Vivian Maier, la tata, è riuscita a diventare, postuma, Vivian Maier la fotografa”, scrive Anne Morin nella presentazione della mostra. Nelle splendide immagini in mostra al pubblico, dal 23 marzo al 11 giugno 2023, presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, vedremo la seconda metà del Novecento con gli occhi e negli occhi di un’icona della storia della fotografia.

Dal 23 Marzo 2023 al 11 Giugno 2023 – Palazzo Sarcinelli – Treviso

LINK

HELMUT NEWTON. LEGACY

Helmut Newton, Era delle machine, Thierry Mugler, Vogue America. Monte Carlo, 1995 © Helmut Newton Foundation
Helmut Newton, Era delle machine, Thierry Mugler, Vogue America. Monte Carlo, 1995 © Helmut Newton Foundation

Al piano nobile di Palazzo Reale apre al pubblico l’ampia retrospettiva HELMUT NEWTON. LEGACY, ideata in occasione del centesimo anniversario della nascita del fotografo (Berlino, 1920 – Los Angeles, 2004) e posticipata a causa della pandemia. L’esposizione offre uno sguardo nuovo all’unicità, allo stile e al lato provocatorio del lavoro dell’artista. 

La mostra, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, è promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, in collaborazione con la Helmut Newton Foundation di Berlino.

Il percorso espositivo ripercorre attraverso 250 fotografie, riviste, documenti e video l’intera carriera di uno dei fotografi più amati e discussi di tutti i tempi. Accanto alle immagini iconiche, un corpus di scatti inediti, presentati per la prima volta in Italia, svela aspetti meno noti dell’opera di Newton, con un focus specifico sui servizi di moda più anticonvenzionali. Polaroid e contact sheet permetteranno di comprendere il processo creativo che si cela dietro alcuni dei motivi più significativi del lavoro di Newton, mentre pubblicazioni speciali, materiali d’archivio e dichiarazioni del fotografo consentiranno di ricostruire il contesto nel quale è nata l’ispirazione di questo straordinario artista.

Lungo un percorso articolato in capitoli cronologici, i visitatori potranno attraversare tutte le fasi ed evoluzioni della vita e della carriera di Newton, dagli esordi fino agli ultimi anni di produzione. 
Fino alla fine della sua vita Helmut Newton ha continuato a incantare e provocare con la sua singolare interpretazione della femminilità. Il suo lavoro per oltre sei decenni ha sfidato ogni tentativo di categorizzazione.
Nessun altro fotografo è mai stato pubblicato quanto Helmut Newton e alcune delle sue immagini più iconiche sono diventate parte della nostra memoria visiva collettiva: il fotografo tedesco-australiano ci ha lasciato un’opera così unica e influente che ogni sforzo sistematico per venirne a patti, anche con la minima pretesa di completezza, è destinato al fallimento. 

Grazie agli accordi con la Helmut Newton Foundation, la mostra, per la quale è previsto un tour in importanti musei europei e internazionali, sarà in esclusiva in Italia a partire dalla primavera 2023 fino all’estate 2024, e dopo Palazzo Reale sarà esposta anche a Roma, al Museo dell’Ara Pacis nell’autunno 2023, e a Venezia, nel nuovo centro di fotografia “Le Stanze della Fotografia” sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nella primavera 2024.

Dal 24 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – Palazzo Reale – Milano

LINK

WALTER NIEDERMAYR. IRAN, PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE

Walter Niedermayr Isfahan, Iran 176, 2008. Credits Ncontemporary Milano
Walter Niedermayr Isfahan, Iran 176, 2008. Credits Ncontemporary Milano

Ersel presenta “Iran, prima e dopo la rivoluzione”, la mostra dedicata alle opere del fotografo e artista Walter Niedermayr, a cura di Chiara Massimello, realizzata in collaborazione con Ncontemporary Milano.
L’esposizione è in programma dal 30 marzo al 30 aprile, presso la nuova sede di Ersel di via Caradosso 16 a Milano, recentemente inaugurata.

Walter Niedermayr, artista conosciuto per le sue opere presentate al MAXXI di Roma, alla Tate Moderne di Londra, al Centre Pompidou di Parigi e al Museum of Modern Art di New York, per questo progetto parte dallo studio del paesaggio urbano moderno, sorto in Iran dopo la rivoluzione islamica del 79, per lo più influenzato dall’architettura occidentale.

Dal 30 Marzo 2023 al 30 Aprile 2023 – Spazio espositivo ERSEL – Milano

GIANNI BERENGO GARDIN. COSE MAI VISTE. FOTOGRAFIE INEDITE

Gianni Berengo Gardin, Pellegrinaggio a El Rocìo, Andalusia, Spagna, 1992
© Gianni Berengo Gardin | Gianni Berengo Gardin, Pellegrinaggio a El Rocìo, Andalusia, Spagna, 1992

La VI edizione del Brescia Photo Festival, in programma dal 24 marzo al 23 luglio 2023, che quest’anno si sviluppa attorno al tema Capitale proporrà un programma ricco di eventi, diffuso nelle più prestigiose sedi espositive della città.

La manifestazione, promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana e che ufficialmente aprirà le danze venerdì 24 marzo, lancia un’anteprima della kermesse davvero imperdibile. 

Dal 25 febbraio al 21 maggio 2023, infatti, il Mo.Ca. – Centro delle nuove Culture accoglie la mostra Cose mai viste. Fotografie inedite, a cura di Renato Corsini, nata da un’idea di Gianni Berengo Gardin, con la ricerca iconografica di Susanna Berengo Gardin

Per la prima volta, 120 fotografie in bianco e nero inedite e mai pubblicate di Gianni Berengo Gardin 
(Santa Margherita Ligure, GE, 1930), tutte stampate per l’occasione in camera oscura e su carta ai sali d’argento, propongono la rilettura del suo straordinario percorso, dagli anni ‘50 del secolo scorso fino a oggi, arricchendo il monumentale repertorio iconografico del Maestro con delle preziose novità.

Fotografo dal 1954, con settant’anni di carriera, Gianni Berengo Gardin è uno degli interpreti più rappresentativi del panorama italiano e internazionale. Dopo un attento lavoro di selezione, coadiuvato dalla figlia Susanna, sono riemerse una serie di immagini “nuove”, mai viste prima; fotografie all’epoca rimaste sepolte da altre o più semplicemente trascurate in quel momento. 

“Ridare vita e rileggere gli archivi 
– sottolinea il curatore Renato Corsini – è un valore fondamentale per la fotografia di qualità; solo quella che si consolida forte della capacità di storicizzarsi, e mantiene, e spesso accresce nel tempo il suo valore, testimoniale e artistico, è fotografia con la ‘f’ maiuscola”.

Il percorso espositivo tocca i temi più caratteristici della sua ricerca, che spazia dall’indagine sociale alla vita quotidiana, dal mondo del lavoro fino all’architettura e al paesaggio con scatti dal 1954 al 2019 che portano il visitatore a girare il mondo con alcuni sguardi inediti sulla realtà. Dalla Svezia a Mosca, con il fermo immagine della pesa pubblica al mercato, passando per l’immancabile Venezia, l’amata Parigi, un pellegrinaggio a El Rocío in Andalusia, si arriva fino al colpo d’occhio di un gruppo di operai che fanno ginnastica collettiva nel cantiere dell’Aeroporto di Osaka nel 1993. 

La mostra, accompagnata da un libro edito da Contrasto, conferma ancora una volta Berengo Gardin come il maestro del bianco e nero, capace di costruire un patrimonio visivo unico dell’Italia dal dopoguerra a oggi (e non solo del nostro Paese), caratterizzato da un’assoluta coerenza nelle scelte linguistiche e da un approccio “artigianale” al lavoro. Nelle inchieste sociali, così come nei paesaggi, il soggetto principale della sua ricerca è sempre l’uomo, colto nella relazione emotiva, psicologica e profonda con l’ambiente che lo circonda. 

Interprete sensibile e partecipe, Gianni Berengo Gardin ha osservato tante volte il mondo tornando e ritornando a visitare luoghi che col tempo sono diventati familiari al suo sguardo e alla nostra memoria.

Dal 25 Febbraio 2023 al 21 Maggio 2023 – Mo.Ca – Centro delle nuove Culture – Brescia

LINK

UGO MULAS. L’OPERAZIONE FOTOGRAFICA

Ugo Mulas. New York, 1965 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli
Ugo Mulas. New York, 1965 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli

Mercoledì 29 marzo 2023 aprirà al pubblico il nuovo centro espositivo e di ricerca, “Le Stanze della Fotografia”, all’interno della Fondazione Giorgio Cini, nelle Sale del Convitto, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, con un’ampia e completa retrospettiva dedicata a Ugo Mulas, che presenta per la prima volta un’importante selezione di immagini vintage mai esposte prima d’ora.
“Le Stanze della Fotografia” è l’iniziativa congiunta di Marsilio Arte e Fondazione Giorgio Cini, destinata a proseguire il percorso iniziato nel 2012 alla Casa dei Tre Oci di Venezia – storico palazzo neogotico situato sull’isola della Giudecca e di recente acquistato dal Berggruen Institute – nella convinzione che la fotografia, tra i linguaggi artistici più interessanti del moderno e del contemporaneo, debba continuare ad avere una sua specifica “casa” a Venezia. Ad affiancare le attività espositive, una Fondazione dedicata sosterrà i progetti di ricerca grazie al contributo dei partner strategici Fondazione di Venezia e San Marco Group.

Marsilio Arte ha gestito tutte le mostre e le attività della Casa dei Tre Oci, proponendo, nel corso degli ultimi dieci anni, trenta esposizioni che hanno raccontato l’opera dei più grandi fotografi tra i quali Elliott Erwitt, Sebastião Salgado, Gianni Berengo Gardin, Helmut Newton, David LaChapelle, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Mario De Biasi, parallelamente a un’importante attività di ricerca sviluppata attraverso mostre di riscoperta di autori come René Burri, Willy Ronis, Henri Lartigue, Sabine Weiss, accogliendo complessivamente oltre 500.000 visitatori.

Un sodalizio naturale quello tra la fotografia e l’isola di San Giorgio, in quanto la Fondazione Giorgio Cini custodisce una delle più importanti collezioni fotografiche d’Europa. Una raccolta preziosa che nel tempo si è arricchita con un capitale fotografico unico nell’ambito della ricerca storico artistica: un immenso patrimonio documentario costituito dalle raccolte fotografiche pervenute nel tempo all’Istituto di Storia dell’Arte e appartenute a importanti storici dell’arte, tra cui Berenson, Bettini, Fiocco, Pallucchini, a giornalisti e scrittori, come Ojetti, insieme a un cospicuo numero di fotografie prodotte da scambi con altre istituzioni culturali, dai rapporti intercorsi per alcuni decenni tra Vittorio Cini, Fondazione Giorgio Cini e la società Alinari. Un sodalizio che ha contribuito, fino al 1970, alla creazione della Fototeca che, ad oggi, conta quasi un milione di fotografie, liberamente consultabili negli spazi della Nuova Manica Lunga da studiosi, ricercatori, appassionati, su appuntamento; online, grazie al grande impegno che la Fondazione Cini ha avviato dagli inizi degli anni Duemila per la digitalizzazione del suo patrimonio.   Concepite come un vero e proprio centro internazionale di ricerca e valorizzazione della fotografia e della cultura delle immagini, Le Stanze proporranno, accanto alle rassegne a Venezia e in altre città italiane ed estere, laboratori, incontri, workshop, seminari con fotografi nazionali e internazionali, master, in continuità con il disegno culturale che ha animato finora la Casa dei Tre Oci, ma con una spinta e una visione ancora più internazionali. In quest’ottica verranno sviluppate diverse partnership con le più importanti realtà del mondo della fotografia, quali l’agenzia Magnum Photos, il centro parigino Jeu de Paume, la Médiathèque du patrimoine et de la photographie, il Musée de l’Elysée di Losanna, solo per citarne alcune.

Il centro può contare sulla creazione di una Fondazione dedicata, che permetterà di finanziare e sostenere i progetti di ricerca, dove confluiranno i partner strategici quali la Fondazione di Venezia, impegnata nella valorizzazione del linguaggio fotografico sin dall’acquisto della Casa dei Tre Oci negli anni 2000, e che intende promuovere l’istituzione di un Premio annuale per la fotografia rivolto ai giovani fotografi, e San Marco Group, leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale, che conferma il saldo legame con l’esperienza dei Tre Oci.  
La direzione artistica de Le Stanze della Fotografia è affidata a Denis Curti, che ha già ricoperto questo ruolo per i Tre Oci sin dal 2012 e vanta una vasta esperienza nel mondo della fotografia. È direttore e fondatore, nel 2014, della galleria STILL a Milano, è direttore artistico del “Festival di Fotografia” di Capri e in passato ha diretto per un quinquennio il “SI FEST” di Savignano sul Rubicone. È direttore responsabile del periodico Black Camera e Course Leader del Master in Fotografia di RafflesMilano. È autore di diverse mostre e pubblicazioni dedicate ai grandi fotografi italiani e internazionali e di due saggi fotografici per Marsilio Editori: Capire la Fotografia contemporanea e Il Mosaico del mondo. La mia vita messa a fuoco, dedicato alla biografia di Maurizio Galimberti. Negli anni Novanta ha diretto la sezione fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino e la Fondazione Italiana per la Fotografia. Per oltre 15 anni giornalista e critico fotografico per le pagine di Vivimilano e Corriere della Sera, dal 2005 al 2014 è stato inoltre direttore di Contrasto e vicepresidente della Fondazione Forma a Milano. Le attività di ricerca ed espositive sono coordinate dal comitato tecnico-scientifico presieduto da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, e composto da Emanuela Bassetti, presidente di Marsilio Arte, da Chiara Casarin, responsabile sviluppo culturale e comunicazione della Fondazione Giorgio Cini, dal direttore artistico Denis Curti e da Luca De Michelis, amministratore delegato di Marsilio Arte.   Tra gli sponsor tecnici figurano Distilleria Nardini, la prima distilleria d’Italia con oltre 240 anni di storia e tradizione, Grafica Veneta, azienda leader nell’editoria e stampa di libri e volumi, iGuzzini, gruppo internazionale leader nel settore dell’illuminazione architetturale, NeoTech, società di servizi informatici specializzata nella creazione e sviluppo di allestimenti audiovisivi.

«Quando abbiamo inaugurato la mostra di Sabine Weiss un anno fa – commenta Emanuela Bassetti, presidente di Marsilio Arte –, rassegna che concludeva la nostra esperienza alla Casa dei Tre Oci, avevamo detto che questo non avrebbe significato la fine del percorso Marsilio “fotografia a Venezia”, che andava ben oltre un edificio. A distanza di un anno, con la mostra di Ugo Mulas, siamo felici di inaugurare la nostra nuova “casa” all’Isola di San Giorgio, dando avvio in partenariato con Fondazione Giorgio Cini a un ambizioso progetto culturale internazionale di ricerca e di memoria».   «Grande attenzione è sempre stata data dalla Fondazione Giorgio Cini alla fotografia, sia come forma d’arte sia come documentazione storico artistica, tanto da creare, sotto l’impulso dello stesso Vittorio Cini, quella che oggi è una delle più ricche fototeche d’Italia e d’Europa», spiega Giovanni Bazoli, presidente della Fondazione Giorgio Cini. «L’apertura delle Stanze della Fotografia qui sull’Isola di San Giorgio Maggiore rappresenta quindi un nuovo tassello cheva ad arricchirela già ampia e variegata offerta culturale della Fondazione Cini».

L’edificio dell’ex Convitto che ospiterà Le Stanze della Fotografia, che consta di circa 1850 metri quadrati disposti su due livelli, è stato oggetto di un importante lavoro di riallestimento e restauro finalizzato all’ampliamento e valorizzazione degli spazi, realizzato dallo Studio di Architetti Pedron / La Tegola con la speciale partecipazione del Teatro La Fenice di Venezia, che ha permesso l’installazione di pareti leggere e movibili che, come quinte teatrali, saranno rimodulabili per i diversi allestimenti espositivi, nell’ottica di una sostenibilità dell’impresa culturale. Il bookshop, con un allestimento realizzato dallo studio Retail Design di Paolo Lucchetta, è stato pensato come una vera e propria libreria e spazio fondamentale di accoglienza e incontro, e offrirà un’ampia proposta editoriale con riviste specializzate, magazine, saggi, articoli di design e oggetti iconici.   Originariamente adibita per i magazzini della dogana, la sede ha preso la sua conformazione attuale nel 1870 circa. Nel 1952, alla nascita della Fondazione Giorgio Cini, l’edificio è divenuto Convitto scolastico e nel 2007 restaurato e reso sede espositiva. Si trova nella zona nord-est dell’isola di San Giorgio: per un lato lungo prospetta sulla fondamenta adiacente la Darsena Grande; per un lato corto sulla laguna, visibile dall’interno grazie a due grandi e spettacolari finestre.
La mostra Ugo Mulas. L’operazione fotografica, che verrà presentata in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro e sarà visitabile dal 29 marzo al 6 agosto 2023, è realizzata in collaborazione con l’Archivio Mulas e curata da Denis Curti e Alberto Salvadori, direttore dell’Archivio. Il progetto coincide con i 50 anni dalla scomparsa dell’autore, avvenuta il 2 marzo 1973.
Più di 300 immagini, tra cui 30 foto mai esposte prima d’ora, documenti, libri, pubblicazioni, filmati, offrono una sintesi in grado di restituire una lettura che si apre alle diverse esperienze affrontate da Ugo Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973), fotografo trasversale a tutti i generi precostituiti e capace di approfondire tematiche diverse, cercando sempre la profondità della “quantità umana”.
Tra le figure più importanti della fotografia internazionale del secondo dopoguerra, Mulas comprende presto, da autodidatta, che essere fotografo vuol dire fornire una testimonianza critica della società, ed è proprio questa consapevolezza che guida i suoi primi reportage tra il 1953 e il 1954: le periferie milanesi e l’ambiente artistico e culturale dei primi anni Cinquanta del celebre Bar Jamaica. Mulas si impone rapidamente nei più diversi ambiti della fotografia, dalla moda alla pubblicità, pubblicando su numerose riviste come “Settimo Giorno”, “Rivista Pirelli”, “Domus”, “Vogue”. In questi anni il fotografo sviluppa un’importante collaborazione artistica con Giorgio Strehler, grazie al quale pubblicherà le fotocronache “L’opera da tre soldi” (1961) e “Schweyck nella seconda guerra mondiale” (1962).
L’attenzione al mondo dell’arte e alla produzione artistica diventa uno dei principali interessi di Mulas, che fotografa le edizioni della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972. Nel 1962 documenta la mostra “Sculture nella città” a Spoleto, dove si lega soprattutto agli scultori americani David Smith e Alexander Calder. Di questo periodo è anche la serie dedicata alla raccolta Ossi di Seppia di Eugenio Montale (1962-1965). L’estate del 1964 è significativa per Mulas. Alla Biennale di Venezia viene presentata la Pop Art americana al pubblico europeo; il fotografo ottiene la collaborazione del critico Alan Solomon e l’appoggio del mercante d’arte Leo Castelli, che lo introducono nel panorama artistico americano durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti.
Può, così, ritrarre importanti pittori al lavoro tra i quali Frank Stella, Lichtenstein, Johns, Rauschenberg e importanti presenze come Andy Warhol e John Cage.
La collaborazione con gli americani continuerà poi nel 1965 e successivamente nel 1967, anno nel quale Mulas presenta la sua analisi del lavoro con gli artisti pubblicando il celebre volume “New York: arte e persone”.
Fondamentale, tra le altre, anche la collaborazione con Marcel Duchamp, che rivela qualcosa di più profondo e generale nella concezione di Mulas dei ritratti d’artista. «Le fotografie di Duchamp – precisa Mulas – vorrebbero essere qualcosa di più di una serie di ritratti più o meno riusciti, sono anzi il tentativo di rendere visivamente l’atteggiamento mentale di Duchamp rispetto alla propria opera, atteggiamento che si concretizzò in anni di silenzio, in un rifiuto del fare che è un modo nuovo di fare, di continuare un discorso».

All’analisi formale e concettuale della fotografia sono dedicate le Verifiche (1968- 1972), una serie di tredici opere fotografiche attraverso le quali Mulas s’interroga sulla fotografia stessa.
Il titolo della mostra veneziana “Ugo Mulas. L’operazione fotografica” prende spunto proprio da una delle Verifiche e condensa la straordinaria riflessione del fotografo.

Il percorso espositivo si snoda lungo 14 sezioni che ripercorrono tutti i campi d’interesse di Mulas. Dal teatro alla moda, con i ritratti di amici e personaggi della letteratura, del cinema e dell’architettura fotografati come “modelli in posa”, dai paesaggi e dalle città alla sua esperienza con la Biennale di Venezia e con gli artisti della Pop Art. Una sezione, naturalmente, è dedicata a Milano e al celebre bar Jamaica, che il grande Luciano Bianciardi descrive nel suo libro “La vita agra” come il “il bar delle Antille”.
«Il Jamaica – osserva Denis Curti – è il luogo degli incontri, delle amicizie complici, quelle con Mario Dondero, Piero Manzoni, Alfa Castalfi, Pietro Consagra, Carlo Bavagnoli e Antonia Buongiorno, che diventerà sua moglie. A questa sezione segue un capitolo dedicato ai progetti industriali e alle esperienze più interessanti con Olivetti e Pirelli. A chiudere il percorso, le “serie” più significative per lo stesso Mulas, quelle dedicate a Calder, a Duchamp e le fondamentali “verifiche”, che sono certamente da considerarsi come uno dei più interessanti “esperimenti di pensiero critico” sulla fotografia».
«Il lavoro fotografico di Ugo Mulas – commenta Alberto Salvadori – offre un punto di vista imprescindibile sullo statuto dell’opera d’arte stessa, che ci spinge a riflettere sulla relazione, ogni volta nuova e peculiare, tra l’artista e il suo spazio di lavoro, l’ispirazione e il contesto che la esprime. L’ampia retrospettiva che inaugura Le Stanze della Fotografia dà conto di questa sempre presente «attualità» dello sguardo di Mulas, mostrandone anche aspetti meno noti attraverso scatti, documenti d’archivio, video mai esposti prima d’ora e restituendoci il ritratto di un artista a tutto tondo, della sua visione dell’arte e della cultura del Novecento».

Dal 29 Marzo 2023 al 06 Agosto 2023 – Le Stanze della Fotografia – VENEZIA

LINK

OLIVO BARBIERI. TWELVE EE H S NINE – DOLMEN E MENHIR IN SARDEGNA

Olivo Barbieri, Sa Coveccada, Mores, Sassari 2021
© Olivo Barbieri | Olivo Barbieri, Sa Coveccada, Mores, Sassari 2021

Il 3 Marzo alle ore 19 la Fondazione di Sardegna, in collaborazione con il Museo MAN, inaugura la mostra Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna di Olivo Barbieri, a cura di Marco Delogu e Chiara Gatti. 

La serie inedita dell’artista conclude il suo lavoro nell’ambito della Commissione Sardegna, un progetto che sostiene il percorso di produzione di opere d’arte contemporanea attraverso la piattaforma AR/S Arte Condivisa, con lo scopo di aprire una finestra sul territorio, la storia e le stratificazioni che caratterizzano l’isola, per mezzo degli sguardi di curatrici e curatori, artisti e artiste invitati a vivere esperienze di residenza e produzione in Sardegna.

Olivo Barbieri, uno dei maggiori artisti e fotografi italiani contemporanei, è stato invitato dalla Fondazione di Sardegna a rivolgere il suo sguardo all’isola, a intraprendere tre viaggi nell’arco di due anni, decifrando una bolla spazio-temporale tra archeologia e immaginario contemporaneo. 

Oggetto della ricerca è il patrimonio composto da numerosissimi megaliti, dolmen e menhir disseminati sull’isola, secondo logiche ancora non chiare agli studiosi, osservati nella loro capacità di modificare lo spazio che li circonda.

Barbieri, che già negli anni ottanta aveva viaggiato lungamente in Bretagna e a Carnac, attratto da questi monumenti megalitici, dal mistero della loro genesi e della loro funzione, anche se con anni di ritardo e con un certo senso di colpa per aver atteso tanto, arriva in Sardegna per accostarsi a un patrimonio altrettanto unico, poco divulgato, addirittura per molti quasi sconosciuto. 

Guidato dalla sapiente disponibilità di studiosi come l’archeologo Riccardo Cicilloni, dalle indicazioni degli abitanti del luogo, da ricercatori e da memorie locali, Barbieri in Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna restituisce una ricognizione, una mappatura sensoriale libera e non scientifica dei megaliti, ma soprattutto racconta come lo spazio intorno a questi sia cambiato, come il mondo si sia modificato attraverso forme, stratificazioni e passaggi logici inconsci. 

Le fotografie registrano autentiche situazioni di convivenza e compenetrazione tra passato arcaico, costruito recente e paesaggio vegetale.

L’artista ha allargato il suo sguardo dal singolo sito al paesaggio antropizzato, verso contesti abitati che hanno assorbito i volumi e la storia di questi straordinari oggetti di resistenza, in uno scenario nuovo, modificato dal contesto dei reperti e dal loro ascendente, ispirando nuove immagini e nuove architetture.

Olivo Barbieri attraverso questa indagine sulla variazione, con un processo di osservazione chiaro e privo di orpelli linguistici, ma portando all’estremo le possibilità percettive del vedere, traccia una geografia immaginaria della Sardegna profonda, silente e diversa dalla nota bellezza della costa internazionalmente famosa.

Nei suoi viaggi da Dorgali a Laconi, da Calangianus a Barrali, esplora percorsi avventurosi fra campi coltivati, pascoli e paesi alla ricerca di vestigia a volte inghiottite dalla vegetazione o dal cemento per restituirli al presente.

Nel dialogo con Chiara Gatti pubblicato in catalogo Olivo Barbieri dice: «Ho lavorato e riflettuto molto sulla modificazione dello spazio attorno a ogni reperto, come le epoche siano trascorse sovrapponendo innesti, strati, passaggi. È un racconto temporale sincretico…» 

Come scrivono Marco Delogu e Franco Carta nel testo che accompagna la mostra: “le forme della pietra sono intrise dal tempo e Barbieri ne coglie il mistero, racchiude nell’inquadratura il colore e la luce, ne esalta la forza estetica, ne interroga le suggestioni magiche e il valore simbolico-sacrale che da sempre dolmen e menhir evocano nella mente dell’osservatore, sia esso uno studioso o un profano”.

Il lavoro di Barbieri è coerente con le produzioni originali della Fondazione di Sardegna realizzate in questi anni, produzioni il cui obiettivo è raccontare l’isola attraverso la visione dell’arte, interpellando protagonisti di primaria levatura per restituire un’immagine dell’isola in dialogo con i contesti creativi nazionali e internazionali più dinamici. Da questo dialogo scaturiscono i segni di una Sardegna insolita che, a volte, stentiamo a riconoscere. 

Dal 03 Marzo 2023 al 25 Giugno 2023 – Museo MAN – Nuoro

LINK

HOMECOMING – MICHAEL ACKERMAN

La prima mostra personale dedicata al fotografo americano Michael Ackerman a Napoli, “Homecoming – New York • Varanasi • Napoli ”, contiene, già nel titolo, il senso del percorso visivo delineato dalla gallerista Cristina Ferraiuolo.
Nella parte dedicata a New York, accanto ad alcune immagini iconiche degli anni ‘90, sono esposte le opere più recenti realizzate dall’artista durante i suoi continui ritorni nella città dov’è cresciuto e dove si è formata la sua visione artistica. Le sue fotografie nascono da un desiderio di casa, dall’amore per la città e da un profondo bisogno di entrare in contatto con la sua gente.
I suoi ritratti, posati o fugaci, mettono a nudo le emozioni di un’umanità che è allo stesso tempo cupa, tenera, vulnerabile, persino dolce. Sono frutto di profonda empatia e affetto.

Immagini composte in trittici, dittici, usate in sequenza, in formati diversi, scandiscono un ritmo e una narrazione quasi cinematografici. Sarah Moon, sua cara amica, osserva che “Ackerman non cerca mai ‘l’istante decisivo’ come altri fotografi ma cattura quel momento tra i momenti, quell’attimo in cui l’inaspettato o l’invisibile si rivela, cogliendo non ciò che vediamo, ma ciò che sentiamo”.
In un angolo della sala, due pareti allestite dall’artista con numerose prove di stampa consentono al visitatore di entrare idealmente nella sua camera oscura, nelle sue continue sperimentazioni, combinazioni di scelta e casualità.

La seconda parte della mostra è dedicata a Varanasi, altra meta fondante del percorso artistico di Michael Ackerman. Qui negli anni ’90 realizza il suo primo grande progetto “End Time City”, pubblicato nel 1999 da Robert
Delpire, che lo fa emergere come una delle più interessanti e innovative voci nel panorama della fotografia contemporanea.
Dopo oltre vent’anni Ackerman decide di ritornare a fotografare nella città sacra e lavora ad una nuova edizione del suo libro cult “End Time City”, pubblicato nel 2021 da Atelier EXB. Il suo sguardo si poggia in particolare sul mondo degli animali, protagonisti assoluti di questa sezione della mostra, e ci trasporta in un paesaggio di pura emozione.

Stormi frenetici di gabbiani siberiani si lanciano in volo sul fiume Gange, un elefante sembra accennare un sorriso, una piccola scimmia cammina su un cavo elettrico che oscilla nel vuoto, un cavallo bianco fa pensare ad un fantasma avvolto in una nube granulosa.
Siamo tra il sogno e l’apparizione.

Infine Napoli.
Oltre New York, città della formazione e del continuo ritorno, Varanasi, città della sperimentazione e della presa di coscienza di un proprio sguardo, un terzo approdo familiare è Napoli, città dove Ackerman ha scelto di tornare più
volte nel corso degli anni, per dedicarsi alla sua ricerca personale, ospite in questa casa che oggi è diventata Spot home gallery.

13 aprile – 30 giugno 2023 – Spot home gallery – Napoli

LINK

YANN ARTHUS-BERTRAND E BRIAN SKERRY. PIANETA MARE

Tonni, Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry. Pianeta Mare
Tonni, Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry. Pianeta Mare

Per la prima volta in Italia la mostra fotografica di Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry “PIANETA MARE”, allestita nelle sale della Mole Vanvitelliana di Ancona, dal 25 febbraio al 25 giugno 2023, racconta la bellezza del nostro pianeta Blu e suscita una riflessione sull’urgenza di preservarlo e sui modi di viverlo.
L’esposizione – promossa dal Comune di Ancona con la collaborazione della Fondazione Goodplanet e di Contemplation, e organizzata da Rjma Progetti culturali – offre al pubblico l’opportunità di riscoprire la forte e primordiale relazione tra l’uomo e il mare. I punti di vista dei due fotografi, uno dal cielo e l’altro dalle profondità marine, si rincorrono in 70 straordinarie fotografie d’autore sul nostro Pianeta Mare.
“Non esiste luogo più adatto della Mole di Ancona per ospitare Pianeta Mare, una mostra d’arte e di cura che intreccia i fili del legame infinito tra l’essere umano e l’elemento più importante del pianeta: l’acqua. Uso il termine cura perché il primo effetto di questa straordinaria mostra è quello di creare un’affezione nuova tra chi la visita e il mare, un sentimento, un amore. Ed è l’amore il presupposto della cura” sono le parole dell‘assessore alla Cultura del Comune di Ancona Paolo Marasca.  
Quando gli astronauti hanno potuto vedere la Terra dallo spazio si sono resi conto che il nostro è un pianeta Blu, innanzitutto perché le acque degli oceani occupano i due terzi della superficie. Il Mare produce il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe un terzo delle nostre emissioni di CO2. Gli oceani sono la principale fonte di proteine per circa un miliardo di persone e le attività direttamente o indirettamente legate alla pesca impiegano circa 200 milioni di persone nel mondo. È nel Mare che sono apparse le prime forme di vita, un miliardo di anni dopo la formazione degli oceani. E fino a 250 milioni di anni fa la vita sul pianeta è stata dominata da creature marine, dai batteri fino ai grandi cetacei. Il corpo umano è costituito per il 60% di acqua e contiene la stessa percentuale di sale dell’Oceano. L’Uomo e il Mare sono intimamente legati.
Negli scatti di Yann Arthus-Bertrand e Brian Skerry, dunque, non scopriamo solo le bellezze degli Oceani ma anche l’importanza e la necessità di tutelare il Mare quale patrimonio dell’umanità. Nelle foto in mostra, tutte a colori e in grandi formati, sarà possibile osservare da vicino e in modo inedito, la ricchezza e la varietà di ambienti marini e costieri, di specie animali e vegetali. Ma oltre a presentare alcune delle più̀ belle foto dedicate al mondo del Mare, la mostra mette in evidenza l’impatto dell’uomo, che è nello stesso tempo la causa e la soluzione di tutti i problemi che si sono ormai determinati. Basti pensare alle plastiche, ai cambiamenti climatici, all’inquinamento, all’ipersfruttamento. La mostra mette in scena la bellezza degli oceani, la loro diversità̀, la loro utilità̀, i pericoli che li minacciano e le soluzioni che si possono apportare.
Gran parte del mondo marino ci è ancora sconosciuto eppure l’impronta dell’uomo è percepibile ovunque. Nel Summit della Terra, Rio de Janeiro 1992, la salvaguardia dei nostri Oceani era unanimemente considerata come una priorità. A 30 anni da quella Dichiarazione c’è ancora molto da fare, e come dice lo stesso Yann Arthus-Bertrand “Sia io che Brian Skerry abbiamo visto la bellezza del mondo e, per proteggerla, abbiamo deciso di esserne testimoni. Poiché́, anche se è cambiato e molte minacce pesano sul suo futuro, il nostro resta un Pianeta magnifico. E dire la sua bellezza è suscitare, forse, lo slancio che permetterà̀ di preservare il nostro pianeta blu. Il nostro PIANETA MARE”.

Dal 25 Febbraio 2023 al 25 Giugno 2023 – Mole Vanvitelliana – Ancona

LINK

MIDDLE MONFEST 2023 – MARIA VITTORIA BACKHAUS. I MIEI RACCONTI DI FOTOGRAFIA OLTRE LA MODA

Maria Vittoria Backhaus, Pullmann, Editoriale Io DonnaMilano 2000
Maria Vittoria Backhaus, Pullmann, Editoriale Io DonnaMilano 2000

Nella primavera del 2023, l’anno d’intermezzo della Biennale di Fotografia di Casale Monferrato, il Comune di Casale e il Direttore artistico Mariateresa Cerretelli annunciano la prima stagione del Middle MonFest con una grande esposizione dedicata alla brillante personalità creativa di Maria Vittoria Backhaus, dai suoi esordi negli Anni Settanta al contemporaneo. 
 
Sarà una grande antologica, frutto di un’attenta ricerca all’interno di un archivio ricco e articolato dove gli anni di progettazione editoriale si alternano a un incessante studio  personale e le immagini rispecchiano interpretazioni  nuove e controcorrente realizzate per la Moda, il Design e la Ritrattistica, con una fantasmagorica produzione di Still life e di Costruzioni artistiche che esprimono la versatilità di una grande protagonista italiana, fotografa, milanese di nascita e piemontese d’adozione. 
 
A sfilare nelle Sale Chagall del Castello di Casale Monferrato sarà una galleria caleidoscopica di immagini, curata da Luciano Bobba e Angelo Ferrillo con la direzione artistica di Mariateresa Cerretelli per scoprire la creatività dell’autrice a tutto tondo. Esplosiva, sperimentale e rivoluzionaria per i tempi, animata da un’attenzione quasi maniacale per l’estetica e per la finezza delle fotografie e sempre un passo avanti rispetto alla classicità delle immagini imperanti nelle riviste patinate o nelle campagne pubblicitarie dagli anni ’70 a oggi, l’artista/fotografa si colloca a pieno titolo tra i nomi di punta della fotografia italiana. Con una rilettura inedita di un archivio sterminato e ricchissimo, la mostra prende in esame i vari temi che compongono la multiforme genialità di Maria Vittoria Backhaus che si è espressa soprattutto in ambito editoriale, nelle pubblicità e in un suo percorso personale attraverso un’osservazione e una messa a fuoco di una società in evoluzione continua. 
 
“La creatività artistica ci unisce e per me studiare la mostra con Maria Vittoria passo dopo passo è come seguire la linea parallela di uno scambio naturale e spontaneo senza barriere in un fluire di pensiero e di accordi estetici profondi e immediati che derivano dalla comune passione per l’arte fotografica” afferma il curatore Luciano Bobba.
Una girandola di bianco e nero e di colore che rappresenta lo specchio di un’iconografia senza confini, dove Backhaus si muove a suo agio e rivela anche uno studio approfondito sull’uso delle diverse macchine fotografiche di cui si serve.
“Ho lavorato – afferma l’autrice – con tutti i formati possibili delle macchine fotografiche analogiche, dal formato Leica ai grandi formati con il soffietto sotto il panno nero 20 x 25. Stavano tutte in un grande armadio nel mio studio. Mi piacevano anche come oggetti, così le ho anche ritratte. Ho dovuto imparare tutte le diverse tecniche per poterle usare, acquisite ma dimenticate al momento dello scatto per concentrarmi sul racconto della fotografia”.
 
I temi portanti di un racconto sempre in progress si susseguono nelle sale Chagall mettendo in risalto la moda, gli accessori, gli still-life, il design, la natura, le statuine, i collages e le composizioni scenografiche costruite con miniature di edifici e pupazzetti. Più di quarant’anni di fotografia dove i reportage e i ritratti trovano spazio e si completano con racconti dedicati tra i quali spiccano gli abitanti di Filicudi, l’isola amata dalla fotografa e, più di recente, Rocchetta Tanaro e la sua gente monferrina.
Il co-curatore Angelo Ferrillo conosce da molto tempo Maria Vittoria Backhaus e la sua narrazione fotografica: “Immaginifico. È l’aggettivo che mi ha pervaso la prima volta che ho avuto la fortuna di vedere il lavoro di Maria Vittoria. Conoscendola poi a fondo, vivendo la produzione e approfondendo il suo pensiero, mi sono reso conto di quanto la sua fotografia si muova in equilibrio tra visione, creatività e metodo”.
È una mostra che rende omaggio a una mente estrosa con una vena artistica inarrestabile, tutta dedicata al linguaggio della fotografia. 
Il Middle MonFest 2023 si estenderà con FOTOGRAFIA IN VETRINA nella Sala Marescalchi. Nella prima edizione del MonFest 2022 era già stata annunciata la mostra Fotografia in Vetrina, con i commercianti di Casale, messi in posa dagli studenti dell’Istituto Leardi, seguendo lo stile di Francesco Negri. Chi conosce la città, i suoi negozi, i bar, i caffè e i locali, potrà riconoscere in un percorso virtuale attraverso le vie principali, tanti volti di esercenti che con la loro attività nutrono il tessuto economico di Casale, riuniti in una straordinaria raccolta di ritratti in bianco e nero nella sala Marescalchi. Una galleria da visitare nello stesso periodo del Middle Monfest 2023, realizzata con la cura di Ilenio Celoria.

Dal 31 Marzo 2023 al 11 Giugno 2023 – Castello del Monferrato – Casale Monferrato

PIERO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE – PIERO PERCOCO

Image

Piero nel paese delle meraviglie di Piero Percoco è la nuova mostra che Leica Camera Italia presenta dal 12 aprile 2023 negli spazi di Leica Galerie Milano, a cura di Denis Curti e Maurizio Beucci.

Una gigantografia di oltre 11 metri di un grande ulivo che brucia conduce in un mondo surreale che si rivela, in maniera contradditoria, molto più vicino alla realtà. Da un’immagine straziante che richiama con forza la necessità di proteggere la terra e la natura, si avvia un viaggio verso una possibile salvezza, verso una nuova vita, un Paese delle meraviglie, la Puglia, terra d’origine di Percoco, che diventa simbolo di ripartenza, come i fiori che continuano a vivere sopra le fiamme testimoniano.

È la magia della fotografia. È il mistero che prende la forma di immagini capaci di superare i generi più conosciuti per diventare “valore” simbolico e assoluto. Denis Curti

Questo nuovo progetto espositivo, che raccoglie immagini scattate da Percoco con Leica Q2 e D-Lux 7, consolida l’impegno di Leica Camera Italia a farsi portavoce di una cultura fotografica d’autore, aprendo le porte dei propri spazi per renderli un luogo di accoglienza e ricerca, in un’alternanza di temi, periodi, stili, tecniche e visioni, nei diversi passaggi del tempo, dall’analogico al digitale.  A

Anche se a volte il quotidiano sembra soffocarci, se stiamo attenti, anche nei luoghi che crediamo noiosi può accadere qualcosa di sorprendente. Piero Percoco

12 aprile  – 8  luglio 2023 – Leica Galerie Milano presso Leica Store Milano

LETIZIA BATTAGLIA. TESTIMONIANZA E NARRAZIONE

Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979
© Letizia Battaglia | Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979

Dal 31 marzo al 31 maggio 2023 le opere di chi ha utilizzato la fotografia come denuncia e arma di ribellione. Trenta scatti in bianco e nero del periodo dal 1972 al 2003 provenienti dall’Archivio palermitano ‘Letizia Battaglia’.

Letizia Battaglia incarna in sè arte, impegno civile, partecipazione e passione. Trani la celebra ad un anno dalla sua scomparsa con una straordinaria mostra monografica che testimonia trent’anni di vita e società italiana.

Letizia Battaglia. Testimonianza e narrazione”, fruibile dal 31 marzo al 31 maggio 2023 a Palazzo delle Arti Beltrani, è una carrellata di 30 scatti in bianco e nero che hanno segnato a fuoco la memoria visiva della storia del nostro Paese, passando dalla inconsapevole bellezza delle bambine dei quartieri poveri siciliani (uno su tutti ‘La bambina con il pallone del quartiere Cala di Palermo’) al volto di Pier Paolo Pasolini, ai morti per mano della mafia, tra cui Piersanti Mattarella, e poi, ancora, le processioni religiose, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino all’arresto del feroce boss Leoluca Bagarella.

Testimonianza vera, spesso crudele e cruenta, dell’appassionato impegno civile e politico di Letizia Battaglia che per trent’anni ha fotografato la sua terra, la Sicilia, con immagini che denunciano l’attività mafiosa nei coraggiosi reportage per il quotidiano «L’Ora» di Palermo, che l’ha eletta di fatto ad una delle prime fotoreporter italiane. La fama di Letizia Battaglia, nomen omen, è passata nel corso degli anni da una dimensione regionale a una nazionale e internazionale. Notorietà premiata, oltre che da numerosi riconoscimenti in tutto il mondo, anche dal New York Times che nel 2017 ha inserito la fotografa ottantaduenne tra le undici donne più influenti dell’anno, per l’impegno dimostrato come artista.

Il percorso espositivo tranese intende restituire l’intensità che caratterizza tutto il suo lavoro: dall’attività editoriale a quella teatrale e cinematografica, passando per l’affresco della Sicilia più povera e la denuncia dell’attività mafiosa, della miseria, del degrado ambientale, conseguenza della deriva morale e civile.

«
Questa mostra, composta da immagini provenienti dall’Archivio Letizia Battaglia di Palermo e selezionate dai loro curatori Marta e Matteo Sollima, nipoti della fotografa, rappresenta un’occasione preziosa per conoscere l’artista Battaglia, divulgare la sua opera e celebrarla nel nostro territorio ad un anno dalla scomparsa – commenta Alessia Venditti, autrice con Andrea Laudisa dei testi che accompagnano l’esposizione. Battaglia è riconosciuta come una delle più grandi interpreti del Novecento e la fotografia, vocazione a tempo pieno, è stato lo strumento con cui ha rivelato la cruda realtà della mafia, del clientelismo e della povertà; celebri sono altresì i suoi ritratti, tra cui spicca la serie di fotografie scattate a Pasolini presso il Circolo Turati di Milano.

La mostra tranese e le foto per essa selezionate, che riguardano il periodo di produzione che va dal 1972 al 2003, hanno l’intento di svelare al pubblico il modo di intendere la fotografia di Letizia Battaglia come arma di ribellione e missione.
Il percorso espositivo è completato dalla proiezione del documentario di Francesco Raganato “Amore amaro” (2012), visibile durante la fruizione della mostra». 

In occasione della preview della mostra per la stampa, con ingresso solo su invito, giovedì 30 marzo alle ore 18:30Alessia Venditti presenterà l’opera della fotografa introducendo il progetto espositivo ideato con Marta e Matteo Sollima, curatori dell’archivio palermitano. Interverranno Niki Battaglia, direttore del Palazzo delle Arti Beltrani, e il sindaco della città di Trani, Amedeo Bottaro
Il vernissage offrirà inoltre l’opportunità per presentare la nuova stagione artistica di Palazzo delle Arti Beltrani, centro e contenitore culturale polifunzionale della città di Trani. 

Dal 31 Marzo 2023 al 31 Maggio 2023 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

LINK

FOTOGRAFARE IL PARCO

© Emilio Ricci. Foto vincitrice della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica 'Fotografare il Parco'
© Emilio Ricci. Foto vincitrice della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica ‘Fotografare il Parco’

Si terrà alle Scuderie del Forte di Bard (AO), dal 26 marzo al 25 aprile l’esposizione delle foto vincitrici e menzionate della sedicesima edizione del concorso internazionale di fotografia naturalistica Fotografare il Parco, organizzato dai Parchi nazionali di Gran Paradiso, Stelvio, Abruzzo, Lazio e Molise e da quello francese de la Vanoise, con il patrocinio di Alparc, Federparchi e la partecipazione del media partner La Rivista della Natura. 

Le quattro aree protette, divise da centinaia di chilometri, ma unite nell’intento di conservare un patrimonio di biodiversità unico per bellezza e ricchezza, vogliono così proseguire il percorso di cultura delle immagini di natura fin qui intrapreso. 

Le immagini della mostra ritraggono i paesaggi e gli abitanti che è possibile incontrare nelle quattro aree protette: il camoscio impegnato nelle continue sfide per la sopravvivenza in montagna, il lento scorrere di nubi notturne sopra i monti rocciosi, il delicato dischiudersi di gemme nel bosco sul finire dell’inverno. E poi ampi panorami, animali e piante. 

Grazie alle immagini sarà possibile assistere a istanti di vita sulle nostre montagne: momenti che, senza lo sguardo attento e la prontezza di riflessi dei fotografi, a molti di noi non potrebbero che sfuggire. Per un attimo il mondo della natura si dischiude ai nostri occhi nel pieno della sua bellezza.

Dal 26 Marzo 2023 al 25 Aprile 2023 – Forte di Bard – Aosta

LINK

GUY BOURDIN. STORYTELLER

<em>Guy Bourdin Archives</em>, 1974 circa | © The Guy Bourdin Estate 2023<br />
Guy Bourdin Archives, 1974 circa | © The Guy Bourdin Estate 2023

In occasione della settimana della moda di Milano, Giorgio Armani inaugura negli spazi di Armani/Silos la mostra Guy Bourdin: Storyteller, un omaggio all’opera del fotografo francese, nata dall’idea di raccontarne l’intento compositivo e narrativo, al di là della provocazione da sempre associata al suo lavoro. Sulla scia di Alfred Hitchcock ed Edward Hopper, un regista e un artista che ammirava molto, Guy Bourdin è stato essenzialmente uno storyteller, capace di racchiudere interi romanzi, di preferenza gialli o noir, in un singolo scatto.
Presentate negli spazi di Armani/Silos sono cento fotografie che Giorgio Armani insieme a The Guy Bourdin Estate ha selezionato tra scatti iconici e immagini meno note. L’uso dei colori saturi – tratto distintivo dello stile di Bourdin – è esplorato attraverso intere sale dedicate a rossi, verdi e rosa, così come la sua abilità nel gioco con la forma decostruita, in particolare con i manichini, e la sua inconfondibile idea di composizione. Ventuno fotografie in bianco e nero mostrano come la capacità espressiva di Bourdin sia immediatamente percepita anche con il più semplice dei contrasti. Una sezione esplora l’amore di Bourdin per il cinema, elemento centrale della sua creatività, e presenta una selezione di fotografie di campagne pubblicitarie che mostrano quelle che sembrano scene del crimine o inseguimenti della polizia, e che riportano alla fascinazione per Alfred Hitchcock e al tema della “trama misteriosa”.

“Questa mostra conferma la mia volontà di fare di Armani/Silos un centro di cultura fotografica contemporanea, includendo ciò che è prossimo al mondo Armani, ma anche ciò che ne è lontano. A prima vista, Guy Bourdin non è un autore a me vicino: il suo era un linguaggio netto, grafico, forte. Nella sua opera quel che si percepisce subito, in superficie, è la provocazione, ma quello che mi colpisce, e che ho voluto mettere in risalto, sono piuttosto la sua libertà creativa, la sua capacità narrativa e il suo grande amore per il cinema. Bourdin non seguiva la corrente e non scendeva a compromessi: un tratto nel quale mi riconosco io stesso, credo non ci sia un altro modo per lasciare un segno nell’immaginario collettivo”, dichiara Giorgio Armani.   Nato nel 1928 a Parigi, Guy Bourdin inizia la carriera come pittore, passando alla fotografia da autodidatta nei primi anni Cinquanta. Sviluppa da subito uno stile personale, intriso di atmosfere e richiami surrealisti, anche grazie alla lunga amicizia con Man Ray, conosciuto nel 1951. Notato da Vogue Paris, Guy Bourdin inizia a collaborare con la testata e a produrre servizi fotografici, ma anche campagne pubblicitarie, che si contraddistinguono per l’incredibile libertà creativa. La sua ferma volontà è di mettere in primo piano la creazione dell’immagine, non il prodotto, e rimane costantemente fedele a questo intento. Il background di Bourdin come pittore influenza il suo approccio, dallo studio minuzioso dei colori alle composizioni sospese tra l’assurdo e il sublime, capaci di stimolare il subconscio dello spettatore. I colori iperreali, i giochi di luci e ombre, ma anche il trucco ‘glossy’ delle modelle fanno parte del suo codice visivo, unico e riconoscibile.

Dal 24 Febbraio 2023 al 31 Agosto 2023 – Armani/Silos – Milano

LINK

Cascina Roma Fotografia. NUOVI SGUARDI: LA GIOVANE FOTOGRAFIA INTERNAZIONALE

foto di © Laure Andrillon

Il legame tra Cascina Roma Fotografia a San Donato Milanese e la fotografia si è fatto nel tempo sempre più stretto. Quest’anno la rassegna torna con sei mostre, quasi tutte inedite in Italia, di altrettanti giovani fotografi internazionali. Sei percorsi espositivi, dal 22 aprile al 4 giugno, di qualità eccezionale e molto diverse tra loro da cui emergono storie inusuali, racconti da terre e culture lontane dalla nostra.
Una serie che si articola tra le sale di Cascina Roma Fotografia e gli spazi pubblici outdoor, accessibili grazie ad un approccio volto a portare la fotografia nella comunità.

Gli autori sono Chiara Negrello, Mikkel Hørlyck, Ian Cheibub, Stephan Lucka, Laure Andrillon e Jana Mai.

Chiara Negrello con Like The Tide (Come la marea), racconta le storie di un gruppo di donne pescatrici nel Delta del Po, in Emilia Romagna. La parità di genere in Italia varia da regione a regione e in base alla linea di demarcazione tra la vita che le donne conducono a casa e nei luoghi di lavoro. In questo groviglio di cultura, tradizioni, politica e patriarcato le donne del Delta sono state per tre generazioni parte integrante del motore economico che ha sollevato le loro famiglie e la regione intera. Sembrano trovare con naturalezza un equilibro tra un lavoro fisicamente impegnativo come quello di pescare vongole, portato avanti in un clima non certo gradevole, e uno straordinario impegno nel prendersi cura delle proprie famiglie e l’una dell’altra. Così come l’acqua riflette i cieli dal colore azzuro-grigio, queste donne si presentano a noi in doppia veste con un fisico provato dalle intemperie, ma che che brilla di gentilezza e cura.
Questo racconto fotografico insegue le vite di queste donne mentre infuriava la pandemia di Covid-19 e il loro stesso settore stava affrontando l’incertezza del futuro. Attraverso l’obiettivo, che ci ha regalato questa straordinaria sorellanza di donne ambientata in un piccolo villaggio remoto, questo progetto spera di annullare alcune delle idee stereotipate di femminilità e dell’essere donna.

Mikkel Hørlyck con Last Stronghold (L’ultima roccaforte). “I rifugiati non si arrendono facilmente. Sono pienamente consapevoli del rischio che corrono e di ciò che li attende in Croazia, ma sono determinati ad attraversare il confine”, afferma Nataša Omeroviš, 47 anni, operatrice umanitaria che coordina l’International Organization for Migration (IOM).
Nella Bosnia nord-occidentale rifugiati e migranti subiscono una sconfitta dopo l’altra quando tentano di attraversare il confine per entrare nell’Unione Europea e in Croazia, dove ci sono circa 6.500 poliziotti pronti a respingerli. Le condizioni di vita per rifugiati e migranti bloccati in una condizione che perdura sono difficili. Subiscono violenze e umiliazioni da parte della polizia di frontiera croata che è molto potente e si appropria del poco denaro che i migranti possiedono o distrugge i cellulari che portano con sè. L’ONG Border Violence Monitoring Group e diversi organi di stampa denunciano la violenza degli agenti ormai da diversi anni. Dal 2015 l’Unione Europea ha concesso alla Croazia 150 milioni di euro per rafforzare i controlli alle frontiere e tenere migranti e rifugiati fuori dai propri confini. I migranti hanno lasciato i loro paesi d’origine a causa delle condizioni di vita precarie o insostenibili, a causa di conflitti, povertà o disastri naturali che impediscono loro di tornare.

Ian Cheibub con There’s a Hole Inside Us (C’è un vuoto dentro di noi)
Sotto terra ci sono i nostri morti e la nostra ricchezza. Aerei, automobili, frigoriferi, edifici e gran parte del materiale che ci circonda proviene da Carajas, la più grande miniera di ferro del mondo, situata nel cuore della foresta pluviale brasiliana. Oggi genera miliardi di dollari di profitti per le aziende, ma una volta era il centro del più importante movimento di guerriglia in Brasile. Nel 1982, 10 anni dopo la cessazione dei combattimenti, il progetto Great Carajás fu lanciato dal governo brasiliano, con l’assistenza degli Stati Uniti. Questa operazione ha portato con sè un’eredità di cancellazione storica poiché le violazioni dei diritti umani sono state seppellite lungo i 900.000 km² della regione.
Questo progetto si propone pertanto di ricercare sia i vuoti lasciati nella terra a causa dell’attività mineraria, che quelli nelle persone che vivono a Carajas e che conservano nella loro memoria la complessa storia di questa regione. Si tratta di un racconto alternativo dove il fotografo indaga come miti e sincretismi siano strumenti di sovversione allo status quo, guardando all’intersezione tra cultura, dipendenza e sfruttamento. L’obiettivo è quello di creare una narrazione che ritragga queste persone come protagoniste della società, riaffermando la loro centralità nel complesso rapporto tra l’ambiente che si abita e la storia di un luogo.

Stephan Lucka con The Feeling We Only Know (Il sentimento che solo noi possiamo capire).
Se chiedi a uno scout cosa c’è di speciale nell’essere scout, spesso la risposta che ti viene data è la seguente: “È difficile da descrivere, una sensazione che probabilmente solo gli scout comprendono appieno”. Stephan Lucka conosce bene questa sensazione, perché lui stesso è stato uno scout in gioventù. Con questo progetto ha voluto così avvicinarsi fotograficamente a questo “indescrivibile” e lo ha fatto tornando tra i Boy Scout, immergendosi ancora una volta in quel mondo a lui familiare.
I Boy Scout e le Girl Scout sono il più grande movimento giovanile del pianeta: sono circa 46 milioni in tutto il mondo, 260.000 in Germania. Gli scout formano il proprio microcosmo socioculturale, un piccolo mondo che riflette sempre un contesto sociale più ampio. Cosa rende ancora oggi attraente l’ambiente degli Scout agli occhi dei giovani in una società così accelerata, consumistica e high-tech? Le immagini cercano di dare una risposta visiva alla domanda a cui è così difficile rispondere per la maggior parte degli scout e restituiscono un racconto fedele di crescita, amicizia e intimità, ma anche di rispetto e considerazione, su come vogliamo trattarci gli uni con gli altri e su come possiamo vivere insieme.

Laure Andrillon con Fountain of Youth (Fonte della giovinezza).
Gli Harlem Honeys & Bears sono una squadra senior di nuoto sincronizzato fondata nel 1979 nel cuore di Harlem, a New York. I membri hanno attualmente un’età compresa tra i 64 e i 100 anni. Alcuni componenti della squadra nuotano da quando sono nati; altri hanno superato la paura dell’acqua dopo i sessant’anni.
Nel febbraio del 2022 questa comunità ha ripreso a riunirsi in piscina, dopo aver trascorso quasi due anni lontano dall’acqua a causa della pandemia e della conseguente chiusura delle piscine pubbliche. Ogni martedì e giovedì, gli Honeys & Bears trasformano il centro ricreativo St Mary’s, situato nel Bronx, in un gioioso parco giochi. Alcuni lasciano i loro bastoni e deambulatori sul ponte della piscina. Quando scivolano in acqua, la gravità sembra scomparire, le malattie e le ferite passano inosservate: si sentono di nuovo giovani. Per questi nuotatori parte della minoranza afro-americana, la piscina è diventata un luogo di guarigione fisica ma anche psicologica, poiché alcuni di loro hanno vissuto in prima persona l’era delle piscine segregate negli Stati Uniti. Ricordano com’era quando potevano andare in piscina solo nei giorni ”colored” e quando la piscina doveva essere svuotata il giorno successivo perché i bianchi erano troppo disgustati per nuotare nella stessa acqua dei neri.

Queste cinque mostre saranno visitabili presso le sale espositive di Cascina Roma Fotografia.

Jana Mai invece ci porta nella Repubblica Moldova, dove c’è una piccola regione autonoma conosciuta come Gagauzia. Qui vive una popolazione in gran parte sconosciuta ma che preserva antiche tradizioni. “The Descendants of the Wolves” (I discendenti dei lupi) sono una minoranza turca di fede ortodossa cristiana che cerca orgogliosamente di preservare l’identità di un popolo, le tradizioni e soprattutto la lingua per raggiungere, un giorno, l’agognata indipendenza a lungo sognata.

Questa mostra invece sarà visitabile presso il parco Laghetto Europa.

22 Aprile 2023 – 04 Giugno 2023 – San Donato Milanese, Cascina Roma

Piccola America – Lucia Laura Esposto

Quando si pensa all’America, di solito, le prime immagini che affiorano alla mente sono quelle
delle grandi metropoli sempre in movimento, dei grattacieli, dei noti immensi parchi nazionali.
Invece “Piccola America” è un progetto in itinere che mostra la realtà della provincia, di quelle
piccole città che si sviluppano sui due lati della strada principale che le attraversa.
Tra un centro abitato e l’altro ci sono miglia e miglia da percorrere e lungo la strada può
apparire un distributore di benzina nel mezzo del deserto, oppure uno schoolbus che raccoglie
bambini che sembrano sbucati dal nulla. Spesso percorro centinaia di miglia “perdendomi”
verso direzioni impreviste: seguo la strada senza cercare cose da vedere, sono loro che
trovano me!
Soprattutto lungo la Route 66, le tracce del passato mi fanno fantasticare: distributori di
benzina in disuso, vecchi veicoli abbandonati, motel le cui stanze potrebbero raccontare storie
di amore, di odio, di speranza, di sogni interrotti per fare spazio a nuovi sogni, in attesa dopo
la prossima curva.
Questa mia passione per i cosiddetti road trip è nata quando ero ancora una ragazzina:
pensavo agli Stati Uniti come a un posto meraviglioso, dove tutto era facile e bello… ricordo
che ogni tanto ricevevo lettere dal classico “zio d’America” con dentro qualche banconota da
uno o cinque dollari, io le mettevo da parte e sognavo di prendere un aereo e raggiungere
quel mondo sconosciuto. Poi ho continuato a sognare leggendo “On the Road”, di Jack
Kerouac, quel narrare la vita che scorre attraverso un viaggio in auto o sui mitici Greyhound,
la descrizione dei paesaggi, delle città, delle persone, il tutto così ben sintetizzato in un breve
dialogo: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.
Dove andiamo?
Non lo so, ma dobbiamo andare”.
E io vado!

2 aprile 2023 – 16 aprile 2023 – Sala delle Carrozze di Villa Marazzi – Cesano Boscone (MI)