Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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Mostre per maggio

Anche a maggio proseguono i festival di fotografia e nuove mostre da non perdere si inaugurano in Italia e all’estero. Date un’occhiata. Sono davvero tante e una più interessante dell’altra.

E non dimenticatevi di controllare sempre la nostra pagina sempre aggiornata con tutte le mostre in corso.

Anna

Berenice Abbott – Topographies

Giovedì 18 aprile al Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre 22), si inaugura la mostra dedicata a Berenice Abbott, famosissima fotografa statunitense.

La mostra, curata da Anne Morin e Piero Pozzi, in collaborazione con il Comune di Lecco ed il Si.M.U.L. (Sistema Museale Urbano Lecchese), prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, presenta 80 fotografie in bianco e nero che ripercorrono le tappe salienti dell’intera produzione artistica della fotografa americana. 

Dagli esordi come assistente del fotografo surrealista Man Ray, dove realizza i primi ritratti, all’impegno nell’elevare i fenomeni scientifici ad opere d’arte mediante il mezzo fotografico, passando per la celebre serie dedicata alla documentazione dei grandi cambiamenti in atto nella New York del 1929, all’epoca della Grande Depressione: questi i punti nodali individuati per riassumere la carriera della Abbott, declinati in apposite sezioni all’interno della mostra.

La mostra, visitabile dal 20 aprile all’8 settembre 2019, apre la stagione delle grandi mostre a Palazzo delle Paure, dopo il successo riscontrato nelle precedenti edizioni dedicate al fotografo Antoine Doisneau e all’Ottocento Lombardo.

Dal 20 aprile all’8 settembre – Palazzo delle Paure – Lecco

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Helmut Newton

Sarà inaugurata mercoledì 17 aprile alle ore 18, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, la grande retrospettiva dedicata a Helmut Newton promossa dai Musei Civici del Comune di San Gimignano e prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Helmut Newton di Berlino. Il progetto espositivo è di Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, che ha selezionato 60 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco.

Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

18 aprile – 1° settembre 2019
San Gimignano – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea 

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Le mostre del Brescia Photo Festival – Donne

La terza edizione del Brescia Photo Festival, rassegna internazionale di fotografia con la direzione artistica di Renato Corsini, si terrà a Brescia da giovedì 2 a domenica 5 maggio 2019.

Promosso da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. – Centro della fotografia italiana, esplorerà per quattro giornate molteplici aspetti del vastissimo universo femminile affiancando allo sguardo di grandi artisti della fotografia dall’Ottocento a oggi – da Man Ray a Robert Mapplethorpe, da Vanessa Beecroft a Francesca Woodman, da Julia Margaret Cameron a Mihaela Noroc ed Elisabetta Catalano – riflessioni e progetti inediti che indagano la complessità del femminile nella società contemporanea.

Il Museo della città, un antico monastero femminile di origine longobarda, accoglie Da Man Ray a Vanessa Beecroft, un percorso di 9 mostre: un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico; 3 monografichededicate al ritratto dal XIX al XXI secolo; un’installazione che ripercorre la vita e la carriera di oltre trenta fotografe italiane, dall’inizio del secolo ad oggi e due progetti one-off, omaggio a grandi artisti contemporanei.

Il trittico

Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan,racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J. Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Elmut Newton, Man Ray, Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Dietro l’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, conta 100 immagini di 70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti espressivi diversi, tra cui: Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero, Adelita Husni-Bey, Allegra Martini, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari. Attraverso le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali – affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.

Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Le monografiche

Due le esposizioni dalla collezione di Massimo Minini, entrambe per la prima volta in Italia: Julia Margaret Cameron, con 25 fotografie vintage della storica fotografa inglese, la più importante ritrattista di epoca vittoriana, ed Elisabetta Catalano. Ritratti dell’arte: 30 scatti di una delle più importanti fotografe italiane che, attraverso i ritratti di grandi personaggi del Novecento, si è fatta testimone della storia d’Italia dagli anni Settanta ai giorni nostri.

Un’altra eccezionale prima per il nostro Paese: Mihaela Noroc. The Atlas of Beauty, a cura di Roberta D’Adda e Katharina Mouratidi, con la collaborazione della galleria berlinese f3 – freiraum für fotografie. La fotografa romena – che dal 2013 viaggia in tutti gli angoli del pianeta per catturare, con i suoi scatti, la varietà del nostro mondo, attraverso ritratti di donne – espone a Brescia 44 opere. Il suo Atlante della bellezza è un progetto aperto che, a oggi, conta oltre 2.000 ritratti da più di 50 paesi e che, attraverso volti e storie, testimonia come la bellezza non abbia etnia né confini geografici ridefinendo il concetto di bellezza multiculturale.

Dal 2 maggio all’8 settembre – Brescia

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Boys don’t cry

Inaugura venerdì 19 aprile al Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia, “Boys don’t cry”, la mostra a cura di Ludovica Anzaldi.

Boys don’t cry, è il risultato di un progetto che ha coinvolto un gruppo di migranti ospiti del Centro d’accoglienza Asante di Palermo, in un workshop di educazione all’immagine e filmmaking condotto dalla stessa Anzaldi durante la scorsa estate. Un percorso lungo un mese, per sensibilizzare e stimolare il loro sguardo sulla realtà e imparare a esprimersi utilizzando il mezzo fotografico. Durante il workshop ai ragazzi sono stati forniti gli strumenti creativi per imparare a costruire un lavoro foto/video e a comporre immagini per elaborare un racconto: il loro racconto personale. 

L’obiettivo è stimolare i giovani autori, che hanno lavorato in piena libertà, e suscitare nei ragazzi degli sguardi personali, critici e liberi, attraverso uno scambio emotivo e culturale: l’acquisizione di una visione e di una tecnica per esprimersi, consente infatti il superamento di ogni barriera linguistica e culturale, costituendo inoltre un bagaglio di competenze e abilità che potranno sfruttare anche oltre quest’esperienza. 

“I ragazzi di Asante, di età compresa tra i 17 e il 23 anni, hanno tutti provenienze diverse e abitano nel Centro d’accoglienza in attesa di quei documenti che potrebbero dargli una nuova possibilità di vita. I tempi posso anche essere lunghissimi. Da qui è nata l’idea di fare un piccolo workshop così che possano integrarsi attraverso l’apprendimento, la creazione, l’espressione di sé e la conoscenza del nostro paese”. Spiega Ludovica Ansaldi. 

La narrazione è andata avanti unendo insieme momenti di lavoro nel centro accoglienza – dove i giovani autori hanno realizzato una serie di scatti utilizzando le tecniche principali del ritratto classico- con visite alla Biennale d’arte contemporanea Manifesta 12, importante occasione di conoscenza della città oltre che di confronto culturale con tematiche che li chiamano in causa direttamente. 

In mostra sono esposti un corpus di fotografie a colori realizzate su pellicola medio formato (6×6) da Hamissa Dembélé, Mory Sangare, Fofana Abdoulaye, Buba Drammeh e Kaita Aboubacar con un Hasselblad 500 che ritraggono gli stessi ragazzi – o anche la loro assenza – utilizzando i pochissimi oggetti che possiedono (camicie, scarpe, le sedie delle loro camere, le riproduzioni dei dipinti nei corridoi del centro…) insieme a frutta e verdura acquistate nel vicino mercato di Ballarò; una proiezione di foto (pellicola in bianco e nero) realizzate durante le visite a Manifesta che offrono uno sguardo sulla città di Palermo, dai palazzi del centro storico all’Orto Botanico.

E infine due video sempre realizzati dai giovani migranti che documentano le fasi del progetto. Accompagnano il percorso espositivo anche una serie di disegni a colori di Hamissa Dembélé in cui il giovane autore maliano reinterpreta i set fotografici. Accompagnerà la serata d’inaugurazione, la musica del gruppo Max3, formato da uno dei ragazzi del centro Asante, il cantante M’snop,  con i musicisti Fatima e Pambino. Il buffet è offerto da Moltovolti, il ristorante siculo -etnico che è anche uno spazio nel cuore di Palermo per la condivisione di esperienze, idee e culture. 

Ludovica Anzaldi è nata a Roma da famiglia palermitana, vive e lavora a Parigi. Il suo lavoro è orientato soprattutto sulla fotografia e il video: le sue immagini raccontano le declinazioni dell’essere umano nella sua complessità e quella parte della società – dalle donne agli stranieri – la cui voce ha avuto sempre poco spazio.“

Dal 19 aprile al 19 maggio 2019 – Centro Internazionale di Fotografia – Palermo

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LOOKING ON – SGUARDI E PROSPETTIVE SULLA NUOVA FOTOGRAFIA ITALIANA

LOOKING ON significa stare a guardare.
L’accezione comunemente negativa e passiva dello stare a guardare, la negligenza dell’astenersi da ogni azione diventa positivo e attivo esercizio di pazienza e osservazione, che richiede appunto uno stare, stare fermi a guardare, insistere, guardare ancora.
Questa insistenza è indispensabile sia a chi fotografa che a chi guarda la fotografia.

L’edizione 2019 di LOOKING ON, progetto ideato da Silvia Loddo e Cesare Fabbri per Osservatorio Fotografico nel 2014, studiata in collaborazione con la direzione e lo staff del Museo d’Arte della Città di Ravenna e dedicata alla fotografia emergente in Italia, è stata costruita attraverso un doppio invito. Il primo rivolto ad alcune figure professionali provenienti da diversi ambiti della fotografia: Chiara Bardelli Nonino, photoeditor di Vogue Italia e L’Uomo Vogue; Federica Chiocchetti, fondatrice della piattaforma Photocaptionist che si occupa di fotografia e letteratura; Silvia Loddo, ricercatrice indipendente e fondatrice di osservatorio fotografico; Elisa Medde, managing editor di Foam International Photography Magazine; Giulia Ticozzi, photo editor di La Repubblica; Giulia Zorzi, fondatrice della libreria/galleria Micamera di Milano, specializzata in fotografia.

Ciascuna delle sei ‘onlookers’ a sua volta ha invitato a presentare il proprio lavoro in una mostra che inaugura il 3 maggio 2019 negli spazi del Mar, tre autori emergenti italiani che ci suggerisce di stare a guardare: Eleonora Agostini, Nicola Baldazzi, Marina Caneve, Valeria Cherchi, Giammario Corsi, Matteo Di Giovanni, Karim El Maktafi, Francesca Gardini, Giulia Iacolutti, Claudio Majorana, Sofia Masini, Luca Massaro, Michela Palermo, Piero Percoco, Federica Sasso, Francesca Todde, Angelo Vignali, Alba Zari. 

04 Mag 2019 – 30 Giugno 2019 – MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna

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LIU BOLIN. VISIBLE INVISIBLE

MUDEC PHOTO ospita la seconda mostra fotografica dalla sua apertura a oggi e affida a Liu Bolin il compito di raccontare la sua arte in prima persona, con una performance appositamente creata per il MUDEC e soprattutto con una mostra “Visible Invisible”.

L’artista cinese di fama internazionale Liu Bolin (Shandong, 1973) è conosciuto al grande pubblico per le sue performance mimetiche, in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta pienamente integrato con lo sfondo.

Luoghi emblematici, problematiche sociali, identità culturali note e segrete: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose , per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti, anche i più piccoli, hanno un’anima che li caratterizza e in cui mimetizzarsi, svanire, identificarsi nel Tutto: una filosofia figlia dell’Oriente, ma che ha conquistato il mondo intero, soprattutto quello occidentale.
Contraddizioni tra passato e presente, tra il potere esercitato e quello subito: è la lettura opposta e complementare della natura delle cose, documentata dalle immagini di Liu Bolin. Dietro lo scatto fotografico che si conclude in un momento c’è lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto di un caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso, che rivela la coscienza dell’artista e la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità.

È una lettura della performance fotografica che lo spazio MUDEC PHOTO accoglie in pieno, non limitandosi così a ospitare solo mostre fotografiche canoniche, ma allargando lo sguardo anche al mondo della fotografia ‘prima dello scatto’, a quell’universo di ricerca preparatoria che è essa stessa performance artistica, coinvolgimento emotivo, attesa dell’attimo perfetto, concentrazione intima e lavoro di squadra; e infine, scatto.

Dal 15 maggio al 15 settembre – MUDEC Milano

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World Press Photo 2019

La Fondazione Sozzani torna a ospitare – per il 25° anno consecutivo – il World Press Photo, 62° edizione di uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, che premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.

L’inaugurazione a Milano si terrà sabato 11 maggio e la mostra sarà al pubblico fino al 2 giugno 2019.

Quest’anno, il concorso ha visto la partecipazione di 4.783 fotografi da 129 Paesi diversi che hanno presentato un totale di 78.801 immagini. Una giuria indipendente composta da esperti del settore e presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente della sezione Esperienze Visive ed Immersive presso National Geographic ha selezionato 43 candidati provenienti da 25 differenti nazioni.

Dall’11 maggio al 2 giugno – Galleria Sozzani – Milano

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Le mostre di Street Photo Milano

Street Photo Milano, il festival internazionale di street photography, dopo il successo della prima edizione, torna a Milano dal 16 al 19 maggio 2019.

Tra le mostre diq uest’anno, vi segnaliamo: Fulvio Bugani; Jacob Aue Sobol; Matt Stuart; Observe Collective Finalisti Miami Street Photography Festival 2018; Finalisti Street Photo Milano 2019; The Henkin Brothers: A Discovery. People of 1920s-1930s Berlin and Leningrad

Dal 16 Maggio 2019 al 19 Maggio 2019 – BASE Milano

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ANDRÉ KERTÉSZ – Window Views

Following his move in 1952 to a 12th story apartment overlooking Washington Square Park, the 56-year-old Hungarian emigrant André Kertész would begin a series of modernist masterworks shot from his window that he would continue until his death in 1985. From the privacy of his home, Kertész honed his lens on anonymous city dwellers, capturing fragments of passersby on the streets below or reveling in the park, in an attempt to engage with his newfound community.  Many of the photographs made by Kertész during this period expressed a voyeuristic quality that reflected the artist’s sense of isolation in his adopted homeland.  Later in life, following the loss of his beloved wife Elizabeth, Kertész found himself in the same surroundings, amongst all their collective memories, voraciously experimenting with a Polaroid camera as a means of working through his overwhelming grief.

MARCH 28 – MAY 4, 2019 – Silverstein Gallery – New York

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Sotto la tenda di Abramo – Ivo Saglietti

Italian Jesuit father Paolo Dall’ Oglio rebuilds the Mar Musa monastery into a center for peaceful dialogue between Christians and Muslims. Musicians after the Sunday mass.

Sotto la tenda di Abramo racconta del dialogo possibile e necessario tra le religioni e gli uomini attraverso l’esperienza comunitaria dell’antico monastero siro antiocheo di Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), luogo di ospitalità e di scambio interreligioso cattolico e musulmano abbarbicato sulle montagne della Siria.
I monaci fotografati da Ivo Saglietti sono uomini e donne di diverse chiese e di diversi Paesi che sperimentano quotidianamente le difficoltà e la ricchezza della diversità, dimostrando che Dio è uno e si può vivere insieme nella sua fede, indipendentemente dalla religione che si professa. Il bianco e nero intenso di questo lavoro, che documenta dall’interno la vita della comunità nel suo quotidiano, ben rappresenta il contrasto di luci e ombre di due mondi in perenne conflitto ideologico, che nell’enclave di Deir Mar Musa el-Habasci trovano invece un luogo di dialogo e di costruttivo confronto.

dal 4 aprile al 5 maggio- Sala Liguria – Palazzo Ducale Genova

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Gioele, un viaggio nel Blu – Fabio Moscatelli

Aurea vi invita alla mostra fotografica di Fabio Moscatelli “Gioele, un viaggio nel Blu”: Sabato 11 Maggio ore 18.30.

A Gioele piace cambiarsi le scarpe. Gli piacciono l’acqua e i cavalli. E gli piace dare da mangiare alle sue foche di plastica.
E’ un tipo di poche parole, lui. Ma sul suo quaderno scrive storie lunghe e intricate di misteriosi animali, leoni domestici, anaconde e ragni-lupo. Disegna anatre che cucinano e zebre a strisce colorate. Ma poi, spesso, accartoccia i disegni perché nessuno li veda. Dentro, Gioele ha un mondo intero. Solo che nel suo mondo non si può entrare.
Gioele è autistico, che è un po’ come essere una casa senza porta: dall’interno non si può uscire, e da fuori non si sa come varcare la soglia.
Lui, però, sta alla finestra. Guarda, osserva. E da lì, scatta foto del mondo come lo vede: troppo vicino o troppo lontano, spesso in movimento veloce, a volte amico, a volte impossibile da decifrare.

A Gioele piace anche farsi guardare, ed è così che nasce questo progetto: da uno scambio di visioni tra un fotografo che vuole provare ad avvicinarsi a un’interiorità difficile da comprendere e un ragazzino che vuole comunicare con un esterno difficile da raggiungere.
La fotografia diventa strumento di reciproca comprensione, un territorio visivo e visionario in cui incontrarsi, e proiettare all’esterno sensazioni e emozioni mute. Ma la fotografia è anche il filo conduttore di un racconto di formazione. Una formazione delicata e complessa: non solo quella di un bambino di 11 anni, oggi quindicenne, che lentamente si trasforma in uomo, ma anche quella di un essere umano speciale che cresce confrontandosi con un mondo da cui è percepito come diverso e alieno.”
(Irene Alison)

Dall’11 al 18 maggio – Associazione Aurea – Roma

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PAOLO DI PAOLO. MONDO PERDUTO

Un racconto delicato, rigoroso e sapiente di un’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

È stato il fotografo più amato de Il Mondo di Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.

È Paolo Di Paolo (Larino, Molise, classe 1925), straordinario cantore dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ha saputo raccontare con delicatezza, rigore e sapienza il Paese che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Tra le sue foto, riscoperte dopo più di cinquant’anni di oblio, quelle di Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

17 Aprile 2019 – 30 Giugno 2019 – Maxxi – Roma

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BARRY FEINSTEIN. A Retrospective

Fondazione Carispezia presenta nei propri spazi espositivi “BARRY FEINSTEIN. A Retrospective”, una mostra che ripercorre per la prima volta in Italia la lunga carriera del fotografo americano, nato a Philadelphia nel 1931 e scomparso a Woodstock nel 2011, che nell’arco di sessant’anni di attività ritrasse i grandi nomi della Hollywood degli anni ’50 e i più iconici musicisti rock e pop degli anni ’60 e ’70.

I 45 scatti in esposizione, in bianco e nero e a colori, sono dedicati ai principali protagonisti della cultura cinematografica e musicale americana di quegli anni: da Marlene Dietrich a Bob Dylan, da Janis Joplin a Steve McQueen, da Aretha Franklin a George Harrison, da Marlon Brando a Eric Clapton.

Le fotografie in mostra, a cura di ONO arte contemporanea e The J. Blatt Agency LLC, New York, sono state selezionate con l’aiuto di Judith Jamison, vedova di Feinstein ed esecutrice del Barry Feinstein Estate. Tutti gli scatti, alcuni dei quali restaurati in occasione di questa esposizione, sono stati stampati da Pete Mauney, storico collaboratore di Feinstein.

Barry Feinstein approda all’arte fotografica diventando prima assistente di Ike Vern, fotografo di LIFE, e in seguito, dal 1955 al 1957, lavorando come assistente di camera per la Louis Kellman Productions. Dal 1957 al 1960 si dedica alla cinematografia: viene assunto come stagista di produzione dalla Columbia Pictures e lavora su importanti set come L’ultimo urrà di John Ford con Spencer Tracy, Operazione Mad Ball con Jack Lemmon e Ernie Kovacs, e Pal Joey con Frank Sinatra, Rita Hayworth e Kim Novak. In un secondo momento passa alle produzioni europee per la Morningside Productions.

Dal 1960 torna negli Stati Uniti dove inizia la carriera come fotografo freelance, ritraendo personalità come Marlene Dietrich, Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Steve McQueen, Marilyn Monroe e Clark Gable, i presidenti degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, e musicisti del calibro di Eric Clapton, George Harrison, Janis Joplin, B.B King, Aretha Franklin, Barbra Streisand.

In questo periodo inizia una costante attività di reportage e viene chiamato da Cornell Capa, fratello di Robert, per collaborare con la famosa agenzia Magnum Photos.

Nel 1966 segue la tournée europea del maggior cantore di quegli anni febbrili: Bob Dylan, di cui diventa il fotografo ufficiale per undici anni.

Nel corso della sua carriera Feinstein ha realizzato oltre 500 leggendarie copertine di album tra cui Pearldi Janis Joplin, The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan, All Things Must Pass di George Harrison, Beggars Banquet dei The Rolling Stones e Ringo di Ringo Starr. Ha inoltre documentato il leggendario Monterey Pop Festival del 1967, girato il film You Are What You Eat e fotografato il Concert for Bangladesh al Madison Square Garden nel 1971.

Numerosi sono i libri a lui dedicati e molte le riviste che si sono avvalse della sua collaborazione artistica, da Time a Life, da GQ a Rolling Stone, fino al New York Times. Il suo lavoro è stato esposto nei più importati musei e gallerie internazionali

dal 14 aprile al 30 giugno 2019 – Fondazione Carispezia – La Spezia

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EAST 10th STREET by Saul Leiter

Gallery FIFTY ONE is proud to present its sixth solo exhibition on Saul Leiter (USA, 1923-2013), focusing on his studies of the female figure in both photography and painting. In addition to his colourful, poetic street photographs that by now belong to the collective art memory, the nude photographs Leiter took in his apartment on East 10th Street in New York City’s East Village reveal an intimate insight into his personal habitat.

From his arrival in New York in 1946 through the early 1970s, Leiter took thousands of nude pictures of his female friends and lovers. One of the great qualities of these images is the candid, spontaneous atmosphere. The women behave naturally in front of Leiter’s lens; they lie stretched out on the bed, looking slightly provocatively into the camera. Others are (un)dressing, masturbating or smoking a cigarette. During his lifetime, the artist rarely showed these images to outsiders. The photographs included in this exhibition were all printed by Leiter in his private darkrooms in the 1970s for a book collaboration with art director and close friend Henry Wolf. The project was never realized.

Although of a more direct nature than Leiter’s famous street photography, these interior portraits include many of the artist’s typical elements. The unusual camera angles create complex, multilayered compositions. Leiter’s subjects are often obstructed by pieces of furniture in the foreground, or photographed from a distance through narrow door openings or mirror reflections. Leiter introduces abstract elements, for instance by keeping a zone in the image out of focus or by focusing on the side of a bed or a wall, leaving a large part of the frame blank.

This tendency towards abstraction becomes even more apparent in the painted nudes on view. From the 1970s onwards, Leiter began to apply gouache on the nude photographs he kept in his apartment. In these colourful works the subject, often captured from up close, blends into a tumultuous background of brushstrokes. The paint layers come together in a jumble of vivid, volatile lines and firmly placed flat areas. The bright, expressionist colour palette and the impetuous way of painting are reminiscent of the work of Pierre Bonnard (1867-1947), one of Leiter’s favorite artists. This French painter was known for his landscapes and his depictions of everyday life in Paris, in which he placed great emphasis on emotion and spirituality. Bonnard also made countless nude portraits of his wife, Marthe, with the same intimacy and candid atmosphere as Leiter’s photographs. Both artists’ preference for unconventional compositions is striking and hints at the flat design and strong lines of Japanese art, which strongly influenced them.

In FIFTY ONE TOO this Saul Leiter show extends into a series of photographs taken in 1958 in a summer cottage in Lanesville, a small town on the Atlantic Coast north of Boston. These are the only nude images Leiter ever made in colour, and they are among the few pictures he shot outside New York City. The eight variants of one subject gracefully posing epitomize the artist’s mastery of colour and composition, and reveal the process behind the making of an iconic image. The combination of a soft pastel palette and natural light adds to the particularly romantic atmosphere.

In 2018, a long awaited book of Leiter’s nudes, In My Room, was published by Steidl. A selection of vintage and later prints of these images was recently shown at the Helmut Newton Foundation in Berlin, among other venues. On the occasion of this exhibition, the gallery will launch a new FIFTY ONE Publication, Saul Leiter: EAST 10th STREET, including previously unseen images.

May 7th – June 29th 2019 – GALLERY FIFTY ONE – Antwerp

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Gabriele Basilico / Giovan Battista Piranesi. Viaggi e vedute: da Roma a Shanghai

Il Museo Ettore Fico ha il piacere di presentare una mostra dedicata al grande fotografo Gabriele Basilico.
Corpus centrale della mostra è una sezione commissionata al fotografo dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia nel 2010, in occasione della retrospettiva dedicata al grande incisore veneto : “Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer” a cura di Michele De Lucchi, Adam Lowe e Giuseppe Pavanello.
In quell’occasione la Fondazione Cini chiese all’artista di ritrarre, dalle stesse angolazioni delle incisioni piranesiane, la “città eterna” e altri luoghi italiani.
Il risultato fu riassunto in 32 scatti messi successivamente a confronto con le 32 incisioni di Piranesi.
Una vasta selezione di oltre cinquanta fotografie, di differenti formati, completa la mostra che, per la prima volta in Italia, esamina la poetica urbana e concettuale del grande fotografo
attraverso le immagini scattate nei suoi innumerevoli viaggi.

10 aprile – 14 luglio 2019 – Museo Ettore Fico – Torino

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Aprire gli occhi: quattro sguardi dei fotografi del Festival della Fotografia Etica

Le prime tre mostre proposte raccontano gli avvenimenti più importanti, che negli ultimi anni, hanno cambiato le sorti di tre nazioni: la guerra alla droga del presidente Duterte nelle Filippine, le rivolte che hanno sconvolto il Venezuela ed hanno portato alla gravissima crisi economica e sociale che affligge la popolazione e, infine, la guerra in Ucraina e la vita che va avanti, nonostante tutto.

3 fotografi per 3 grandi storie raccontate con lo sguardo di chi si avvicina alle vittime, alle sofferenze di un popolo per dar loro voce e per continuare a puntare lo sguardo su storie che devono essere raccontate.

La quarta mostra rappresenta una raccolta degli scatti più significativi dei lavori esposti nel corso degli ultimi nove anni: la storia del Festival della Fotografia Etica.

dal 17 aprile al 9 giugno 2019 –
Cascina Roma Fotografia di San Donato Milanese

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Alessio Romenzi “Life, Still”

La devastazione causata dalla guerra è protagonista assoluta degli scatti presentati nella mostra Life, Still che Alessio Romenzi realizza tra dicembre 2017 e aprile 2018 a Mosul, Raqqa e Sirte. L’autore ritorna in queste città dopo la fine del conflitto per documentarne il disfacimento, che egli stesso definisce “uno scenario di distruzione apocalittica”.

Nel racconto di ciò che rimane, Romenzi metabolizza la capacità di sintesi dell’immagine, derivante dalla sua passata esperienza di fotoreporter, per affrontare una riflessione più profonda e meditata, offerta dall’osservazione a distanza. Infatti, la serie supera intenzionalmente lo svolgimento delle azioni belliche, per interrogarsi sulle loro conseguenze. Il cortile della scuola nel quartiere di Ghiza e la sala interna del centro conferenze Ougadougou III a Sirte, gli esterni del Palazzo delle assicurazioni governative e la Moschea a Mosul, centri propulsori di attività pedagogiche, culturali, religiose, e politiche sono segnati dalla guerra. Il ponte Al Shohada di Mosul, sospeso in un’atmosfera crepuscolare, crolla sotto il peso delle bombe. Tra scheletri di palazzi e cumuli di macerie, si intravede il ricordo di quanto è accaduto: la saracinesca alzata di un negozio, un semaforo ancora in funzione, la vita delle persone al confine con la guerra. Sono queste le “insopprimibili esistenze” di cui Giovanna Calvenzi scrive nell’introduzione al catalogo Life, Still, come “reazione alla morte e una speranza di futuro possibile”.

dal 12 aprile al 25 maggio 2019 – Galleria del Cembalo – Roma

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CONFITEOR (IO CONFESSO) – Tommaso Clavarino

a cura di Teodora Malavenda 
In collaborazione con Zine Tonic

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.
Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.
Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.
Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.
“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

dall’ 11 aprile al 10 maggio 2019 – Officine Fotografiche Milano

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UNTIL WE RETURN – Dalia Khamissy

Nel marzo 2011, quella che è iniziata come una serie di proteste contro il regime siriano, si è trasformata ben presto in un conflitto armato che dura da oltre 8 anni. Pochi mesi dopo centinaia di migliaia di rifugiati sono scappati dalla Siria in cerca di rifugio nei paesi vicini. Solo in Libano oltre un milione di rifugiati hanno attraversato il confine in cerca di sicurezza, e si sono stabiliti in tende, rifugi collettivi e appartamenti in tutto il paese. Dal 2011 Dalia Khamissy ha viaggiato attraverso il Libano raccontando le diverse storie dei rifugiati siriani. Ritratti e momenti di quotidianità raccontati con grande intensità artistica: storie di uomini, donne e bambini fuggiti dagli attentati, dai rapimenti, alcuni di loro gravemente feriti nei combattimenti, altri hanno perso le persone amate, altri ancora sono fuggiti perché minacciati. In Libano hanno incontrato una realtà altrettanto difficile. Mentre raccontava con il suo obiettivo le loro storie, tutti sognavano la fine della guerra e il loro ritorno in patria, “Until We Return”. Coordinamento del progetto di Alessandra Capodacqua.

5 aprile – 31 maggio – Fondazione Studio Marangoni  – Firenze

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Francesco Bosso. Waterheaven

Waterheaven, mostra personale di Francesco Bosso (Barletta, 1959) curata da Walter Guadagnini, sarà allestita nella Project Room di CAMERA e visitabile dal 18 aprile al 26 maggio 2019.

Bosso indaga il paesaggio naturale nelle sue manifestazioni più pure e selvagge, isolandone forme ed elementi per interpretare luoghi disabitati ed evidenziare il significato profondo del legame dell’uomo con le sue origini.

Allievo di Kim Weston, nipote del grande maestro Edward, e di John Sexton e Alan Ross, assistenti di Ansel Adams, per questa occasione il fotografo pugliese presenta un lavoro che nasce da diverse serie scattate nel corso degli ultimi anni, dedicate soprattutto a paesaggi marini. L’acqua come forza creatrice è al centro di venti fotografie caratterizzate anche da un meticoloso processo di stampa, che intensifica la pulizia dei bianchi e la profondità dei contrasti. Con il suo costante fluire – racconta Bosso – l’acqua rappresenta il liquido primordiale che crea, modella, modifica il mondo, in un moto continuo ed eterno di trasformazione. Waterheaven è un percorso per immagini attraverso l’affascinante “forza creatrice” dell’acqua, tra visione e realtà, un susseguirsi di evocazioni e frammenti di memorie.

Alcuni esempi della grande capacità di Bosso di raccontare per mezzo della luce e della forma una realtà lirica e armoniosa, di matrice pittorica, sono le immagini delle cascate realizzate in Islanda, incluse nella serie Golden Light (2012), oppure le vedute di Last Diamonds (2015), serie realizzata nel ghiacciaio Sermeq Kujalleq, nei pressi del villaggio di Ilulissat, in Groenlandia. Mentre nel primo caso l’autore entra in relazione con lo spazio e rende visibile l’intimità di un luogo attraverso la fotografia, nel secondo ha raccolto forti emozioni, la fluidità di un simile paesaggio naturale[…] sconvolgente, al fine di documentarne la fragilità e ammonire sulle nefaste conseguenze del riscaldamento globale – continua Bosso. Le immagini di Waterheaven, inoltre, sono incluse in un volume monografico edito da Silvana Editoriale, corredato di un testo critico di Walter Guadagnini. La pubblicazione arricchisce un già vasto portfolio di progetti editoriali dell’autore, tra i quali: Last Diamonds (Skira, 2017), The Beauty Between Order And Disorder (Centro Culturale Candiani, 2015), Sassi e Calanchi (Castelvecchi, 2006), Swahili Ritratti Africani (Electa, 2003) e altri ancora.

Attraverso il medium fotografico – commenta Walter Guadagnini – Bosso comunica un’etica della protezione e della salvaguardia del paesaggio naturale: con un sapiente uso delle tonalità di bianco e nero celebra i suoi soggetti e allo stesso tempo mette in guardia lo spettatore sulla fragilità e unicità di tale patrimonio. Fenomeni come l’urbanizzazione massiva e la concentrazione di un numero sempre maggiore di persone nelle città caratterizzano la vita contemporanea, espellendo dall’immaginario quotidiano il paesaggio naturale. Bosso lo rimette al centro dell’attenzione, documentandone anche le trasformazioni e gli effetti deleteri della noncuranza con la quale l’uomo si relaziona con la natura.

Le sue opere fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche, mentre i suoi progetti espositivi sono stati ospitati in istituzioni nazionali e internazionali come il Museo Pino Pascali (Polignano), il Centro Culturale Candiani (Venezia), il Museo Nazionale della Fotografia (Brescia) e il Cultural Centre Museum (Hong Kong).

18 aprile – 26 maggio – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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LEVANTE – Massimiliano Gatti

Di fronte agli eventi che hanno interessato la politica internazionale di questi ultimi anni, si impone la necessità di gettare luce su ciò che paesi come Siria e Iraq, culla delle nostre civiltà hanno vissuto e che la furia distruttiva delle guerre ha ridotto in polvere.

Dal 28 marzo fino al 17 maggio 2019, gli spazi della galleria Podbielski Contemporary ospiteranno Levante, mostra che raccoglie il lungo lavoro maturato da Massimiliano Gatti in Medio Oriente, e che coniuga un racconto intimo a una ricerca approfondita di stampo documentaristico, volta a tramandare una memoria nel tempo.

Levante è una mappatura della memoria, un tentativo di preservare tracce di epoche lontane, dalla furia iconoclasta di movimenti fanatici che stanno ferendo e deturpando quelle terre. Le serie ripercorrono le aree geografiche che vanno a mappare il vissuto di Massimiliano di quegli anni: Partendo dal nord Iraq, la serie In Superficie nasce dall’esperienza di Massimiliano Gatti come fotografo della missione archeologica dell’Università di Udine e allo studio del paesaggio archeologico della terra di Ninive (Parten Project). Come una tassonomia imperfetta, cataloga tutto ciò che la superficie della terra restituisce: da reperti archeologici di epoche remote a residuati bellici dei conflitti di cui questa regione è stata teatro. L’accostamento casuale genera un corto circuito in cui tutto si mescola, mentre dal gioco estetico di rimandi e somiglianze emerge la circolarità della storia.

Palmira, città simbolo nel deserto siriano, è protagonista di due progetti. In Rovine, la grandiosità dei suoi monumenti è ritratta nella sua intatta bellezza, prima di esser colpita dalla furia distruttrice della guerra. Le Nuvole, invece, vede Palmira accostata a nubi che rappresentano le esplosioni dei monumenti distrutti dall’IS; si tratta di frame di video pubblicati su youtube, che aprono una riflessione sull’uso dei social come strumento di propaganda. Questo progetto verrà esposto al Forte Strino di Vermiglio (TN), in dialogo con le strutture di origine bellica del luogo, in una mostra, Sottopelle, curata da Serena Filippini.

Grazie alla gentile concessione da parte di una collezione privata, le Rovine di Massimiliano Gatti saranno messe in dialogo con due stampe della seconda metà del Settecento edite dalla bottega di Augusta di Georg Balthasar Probst e raffiguranti vedute sulla città di Palmira. Limes è una riflessione sull’atto del guardare. La finestra, rappresenta una soglia, definisce un dentro e un fuori, incornicia la vista, istituendo un punto di vista particolare sul mondo. Le finestre di Gatti circoscrivendo un frammento di paesaggio in un’inquadratura forzata, gli conferiscono la profondità e l’importanza di una totalità all’interno del fotogramma.

In Terra promessa, invece, le cartine non delimitano dei confini corretti, sono un’interpretazione del territorio, non un’oggettiva rappresentazione. In questa una situazione paradossale nella sua drammaticità, si stagliano gli oggetti dell’autore, come proiezione dei suoi personali ricordi. Perché Levante è il Medio Oriente, ma anche la porzione di cielo da cui si leva il sole. Una speranza dopo la lunga notte che stanno vivendo queste terre e queste popolazioni. Privo di strumenti culturali sufficientemente potenti per mettere ordine nel dominio caotico delle immagini, lo spettatore è spesso relegato a una condizione di passività, sospeso tra l’indifferenza e il consumo acritico. Il lavoro di Gatti tenta di riportare l’attenzione sulla responsabilità dell’immagine, sul suo compito di affondare nelle contraddizioni e nelle crisi del nostro tempo, di rendere visibile la tragedia della nostra cultura, senza perdere mai il legame con la memoria che è, al tempo stesso, speranza per un futuro diverso.

28 MAR – 17 MAY 2019 – Podbielski Contemporary  – Milano

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NEL MIRINO. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981

Si apre al pubblico sabato 13 aprile 2019 a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino la mostra Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981, prima organica ricognizione sullo straordinario patrimonio dell’Agenzia, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo che, attraverso il proprio Archivio storico, lo conserva, restaura, studia e valorizza anche con il supporto di esperti, come è avvenuto in occasione della realizzazione di questa mostra.

Curata da Aldo Grasso e Walter Guadagnini, l’esposizione – realizzata da CAMERA con Intesa Sanpaolo nell’ambito di Progetto Cultura, il programma triennale delle iniziative culturali della Banca – presenta alcuni degli episodi cruciali della storia e della cronaca italiane e mondiali in un periodo che va dal 1939, anno in cui Vincenzo Carrese volle chiamare “Publifoto” la sua agenzia – nata a Milano nel 1937 con il nome Keystone -, fino al 1981, anno della scomparsa del fondatore. Quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento quaranta immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese.

13 aprile – 7 luglio 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Heroes – Bowie by Sukita

“Heroes – Bowie by Sukita è una mostra, promossa da OEO Firenze e Le Nozze di Figaro con Città Metropolitanadedicata a David Bowie, icona della cultura pop, ritratto da un maestro indiscusso della fotografia giapponese Masayoshi Sukita.

“Seeing David Bowie on stage opened up my eyes to his creative genius. Bowie was different to the other rock and rollers, he had something special that I knew I had to photograph” (Masayoshi Sukita)

L’esposizione, che ha il patrocinio del Comune di Firenze è curata da ONO Arte Contemporanea, e presenta 90 fotografie alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, che ripercorrono un sodalizio durato oltre quarant’anni tra uno dei più rivoluzionari artisti del XX secolo e il grande maestro della fotografia. Non solo gli scatti iconici che illustrarono la copertina dell’album “HEROES”, ma anche fotografie storiche tratte dall’archivio personale di Sukita che raccontano un’amicizia iniziata negli anni Settanta. Il catalogo è edito da OEO Firenze.

“It was 1972 that I started it. And I’m still looking for David Bowie even now.”
(Masayoshi Sukita)

Sarà Palazzo Medici Riccardi, dimora quattrocentesca della Famiglia Medici, ad ospitare le immagini che ritraggono il Duca Bianco, artista tra i più significativi della storia della cultura contemporanea che ha saputo elevare a forma d’arte la musica rock. Firenze con questa mostra fa il suo personale omaggio a Bowie, aprendo le porte di uno dei suoi palazzi più ricchi di storia e fascino. Antico e moderno si fondono dando la possibilità ai visitatori con lo stesso biglietto di vedere lo splendido lavoro che Sukita ha dedicato al Bowie artista e amico, ma anche di visitare il prestigioso palazzo. 

Nel corso dei tre mesi di esposizione, molti saranno gli eventi collaterali nel segno di Bowie. Le Nozze di Figaro coordineranno infatti una scaletta di concerti acustici di musicisti nel cortile del palazzo ed i fan di Bowie potranno trovare al bookshop una ricca scelta di libri e merchandising a lui dedicato. 

Dal 30 marzo al 28 giugno – Palazzo Medici Riccardi – Firenze

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PAOLO NOVELLI – LA FOTOGRAFIA COME DIFFERENZA

Palazzo Grillo è lieto di ospitare la mostra “La Fotografia come differenza” che propone per la prima volta una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo di ricerca Paolo Novelli, attivo dal 1997. L’esposizione si concentra sul periodo creativo 2002-2013, con l’intento di evidenziare nascita e consolidamento di uno stile personale, tra i più interessanti e coerenti tra le generazioni italiane emerse negli anni duemila. Il percorso di Novelli in questo contesto si distingue infatti per scelte del tutto inusuali, sia nei contenuti che nella tecnica; i cicli di immagini scelti rivelano come filo conduttore una fotografia introversa, essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”; linguaggio visivo quindi in netta controtendenza con la comunicazione preponderante nell’attuale era digitale. L’altro aspetto, quello tecnico, rafforza questa direzione atemporale di Novelli, la cui disciplina è in effetti una sola, la Fotografia analogica: pellicola, luce naturale, assenza di filtri; ripresa analogica amplificata da una premeditata anarchia operativa nell’uso dell’apparecchio fotografico, come sottolineato da Olivo Barbieri nel testo introduttivo de “La notte non basta”: “fotograficamente sono tutte sbagliate ma è un errore che può funzionare”. I progetti scelti in questa sede affrontano il tema principale della ricerca di Novelli: l’incomunicabilità”; porte, tunnel, nebbie, finestre e morte s’inseguono in un arco temporale di poco più di una decade, attraverso i progetti: “Vita brevis, Ars longa” (2002), “Grigio Notte” (2004-2006) “Niente più del necessario” (2006), “Interiors” (2007-2012) “La Notte non basta” (2011-2013): La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Giovanni Battista Martini

Dal 3 maggio al 16 giugno 2019 – Palazzo Grillo – Genova

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Mediterranean Sonata – Matteo Nasini

MEDITERRANEAN SONATA è il progetto site-specific realizzato dall’artista Matteo Nasini per lo spazio espositivo LABottega. Il progetto, a cura di Beatrice Audrito, è il risultato di un periodo trascorso dall’artista in residenza, una pratica con la quale LABottega inaugura una nuova stagione espositiva che presenterà il lavoro prodotto da artisti e fotografi invitati a vivere questa esperienza, confrontandosi con il territorio circostante.

Dopo gli studi musicali, la ricerca artistica di Matteo Nasini si esprime, fin da subito, in una direzione fortemente sperimentale volta a stabilire delle connessioni tra arte e musica. Partendo dallo studio del suono, Nasini progetta performance, sculture e installazioni che traducono in forma contenuti musicali complessi, rendendoli più accessibili al grande pubblico. Un’indagine profonda e sistematica delle qualità della materia sonora, poi tradotte in immagine o in scultura per dare vita ad un universo di forme e colori fatto di insoliti strumenti musicali, sculture realizzate nei materiali più disparati, ricami ed arazzi in tessuto, dai quali emerge sempre una precisa e coerente metodologia d’indagine.

MEDITERRANEAN SONATA è una suonata cartografica realizzata da Nasini ripercorrendo fisicamente e metaforicamente la linea geografica della costa del Mediterraneo per ricavarne una melodia, riportandone la cartografia su di un pentagramma al fine di trasporre in note la morfologia sinuosa e frastagliata della costa. Un progetto ambizioso che si presenta come un’installazione sonora composta da undici scatti fotografici realizzati in diversi tratti costieri che, come tanti piccoli spartiti, raccontano il viaggio fisico e melodico condotto dall’artista, portandone a galla le note della melodia. Una composizione musicale, poi suonata e registrata in studio dall’artista con strumenti di origine mediterranea come l’arpa, la marimba e altre percussioni, cui si sovrappongono altre tracce sonore registrate nei luoghi costieri visitati. La trasposizione musicale di una visione poetica che si configura come una narrazione sinestetica condotta dall’artista servendosi di diversi medium: la musica, la fotografia, il colore.

Durante il periodo espositivo, Matteo Nasini offrirà al pubblico di LABottega la possibilità di partecipare ad uno Sleep Concert, una performance durante la quale sarà possibile ascoltare per una notte intera i suoni generati dal pensiero di una persona addormentata durante le varie fasi del sonno: quei sogni preziosi che l’artista cattura e traduce in forma bidimensionale nelle sue sculture in porcellana. La forma dei nostri sogni.

La performance è parte del progetto Sparkling Matter: il risultato di una complessa indagine tra suono, tecnologie e neuroscienze, vincitore del Talent Prize 2016 e presentato al Museo MACRO di Roma nel 2017.

dal 21 Aprile al 14 Luglio 2019 – La Bottega – Marina di Pietrasanzta (LU)

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