Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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