Il suicidio più bello del mondo. Una fotografia e un libro.

Qualche mese fa cercavo consigli per un nuovo libro da leggere in vacanza e un’amica (grazie Laura) mi ha consigliato Non sarò mai la brava moglie di nessuno, di Nadia Busato, un romanzo che racconta la vita di Evelyn Mc Hale, la protagonista della fotografia che è stata definita “il suicidio più bello del mondo”. Il titolo del romanzo è tratto dal biglietto che la Mc Hale lasciò prima di suicidarsi.

Il tutto avveniva nel 1947. Evelyn McHale aveva ventitré anni quando si gettò dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, andando a schiantarsi sull’automobile di un diplomatico delle Nazioni Unite. Tutti corsero a vedere e, con immenso stupore, trovarono il corpo intatto di una donna che appariva serena, quasi adagiata sulle lamiere contorte. Robert C. Wiles, che passava di lì, colse l’attimo e a soli 4 minuti dal volo, scattò questa fotografia.

Robert C. Wiles

Questo non è un libro di fotografia, ma di fotografia si parla in diversi punti, poichè si parte proprio dalla fotografia di Robert C. Wiles (uno studente di fotografia che sogna di diventare un fotoreporter) che è stata pubblicata il giorno successivo su Life Magazine come “Picture of the Week” (foto della settimana) con la didascalia “Ai piedi dell’Empire State Building il corpo di Evelyn McHale riposa in pace in una bara grottesca, il suo corpo si è schiantato sul tetto di una macchina“ ed è diventata un’icona della cultura pop, tanto che l’immagine è stata utilizzata nel 1967 da Andy Warhol per una sua opera, Suicide (Fallen Body) (immagine qua sotto) ed Evelyn nel 1993 verrà evocata nel video della canzone Jump They Say di David Bowie, in cui la rockstar viene a sua volta immortalata mentre reinterpreta il salto nel vuoto e l’elegante posa della donna sdraiata morta sul tetto deformato dell’automobile di sotto. Addirittura verrà coniata l’espressione “effetto Evelyn” ad indicare ritratti di donne in cui compostezza e grazia si univano a una sorta di epica tragicità

Suicide (fallen body) Andy Warhol

Quella è l’unica foto che Wiles abbia mai voluto pubblicare. Di lui non si sa più nulla – dice la Busato nel libro.

E pensare che Il biglietto lasciato dalla donna prima del salto diceva: “Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo.”

La Busato nel libro fa dire a Robert Wiles queste parole “Ecco. io ero lì. Lei era lì. Non avrebbe più aperto gli occhi. Mai più. Eppure tuttila osservavano come se avesse potuto farlo. E c’era questa cosa, nell’aria. Dovevo fotografarla, non avevo sceltaNon sono riuscito a pensare. Ho afferrato la macchina e ho scattato. Non uno, ma diversi scatti. L’otturatore si muoveva come animato da un’energia propria…”

Ecco, non proprio quello che la povera Evelyn avrebbe voluto, probabilmente. E al giovane Robert sono tornate in mente le famose parole di Robert Capa, se le tue foto non sono abbastanza buone, significa che non sei abbastanza vicino. E lui vicino ci è andato.

Un’altra bella immagine che ci regala Robert è questo suo pensiero: “Le immagini che registriamo nella memoria sono i frammenti con cui puntelliamo le nostre rovine lungo la vita”.

E ancora, mi ha colpito un’altro pensiero stavolta di Dmitri Kessel (famoso fotoreporter e fotografo di staff per Life nd.a.), che però non tutti condivideranno: ” Al fotografo soltanto è dato il privilegio di capire quale tra i suoi scatti è quello da scegliere, da svelare. Il resto rimane a lui, come un mucchietto di frammenti, cocci di terracotta di una storia che, tutta insieme, risulterebbe troppo umana e fragile. La scelta è tutto. Quella fa la differenza. Il frammento rende forte il racconto della realtà, rende la vita immortale, fa universale il particolare. Allo scatto, al fotogramma, nulla di umano deve legarci. Nè la compassione, nè il dovere, nè la bellezza. Bisogna andare oltre se stessi, oltre l’amore e l’odio, oltre lo sguardo, oltre la storia

In conclusione a me il libro è piaciuto, anche se a tratti, in alcune parti, poteva essere un po’ più sintetico. Voi lo avete letto? Che ne pensate?

Anna

La storia della rivista Life, il video.

Prima copertina di Life, della fotografa M. Bourke White.Life Magazine è stata la rivista più popolare negli Stati Uniti. Simile ad altre riviste, la pubblicazione si concentra su argomenti di interesse generale e umorismo, ma non per sempre. La rivista è stata da subito un enorme successo, ma questo successo ha attirato l’attenzione dei suoi numerosi concorrenti. Altre riviste di umorismo, tra cui Judge e Puck, hanno gareggiato con Life per conquistare l’attenzione dei lettori. Nel 1936, l’editore della rivista Henry Luce pagò $ 92.000 per comprare Life e gestirlo sotto la sua cura. Luce sapeva che le immagini potevano raccontare una storia, l’umorismo e le notizie generali, non erano più sufficienti. Il 23 novembre 1936, Luce lanciò la sua nuova visione di Life, che rispecchiava la rivista Time di oggi. La rivista rimarrà nella storia per la pubblicazione di alcune delle fotografie più famose della storia. Fin dall’inizio, Life ha enfatizzato la fotografia, con immagini di notizie avvincenti, superbamente scelte, amplificate dalla scelta internazionale di argomenti. I suoi fotografi erano i migliori e godevano di stima in tutto il mondo. La copertura della seconda guerra mondiale, della Corea, del Vietnam e di numerose guerre regionali è stata costantemente vivida, autentica e commovente. Gradualmente, la rivista cominciò ad introdurre più testi scritti sulle sue pagine, scegliendo con cura i suoi scrittori e redattori di testi. La pubblicazione Life è cessata in gran parte perché i costi di preparazione, stampa e spedizione di ogni numero hanno superato le entrate derivanti dalla pubblicità. Riappare in diversi numeri speciali dopo il 1972 e poi, nel 1978, su scala ridotta e regolarmente come mensile. Nel marzo 2000, la società madre di Life, Time Inc., annunciò che stava abbandonando la sua pubblicazione mensile. Life chiude.
LIFE magazine

Storia della rivista LIFE

Life è una rivista statunitense, che dal 1936 ha raccontato la “vita” del mondo intero e che ha fatto la storia del fotogiornalismo, grazie ai più grandi fotografi come Margaret Bourke-White, Larry Burrows, Robert Capa, ecc.

life1936Prima copertina della rivista Life del 1936 con il famoso logo e la foto della diga di Fort Peck di Margaret Bourke-White 

Le radici della rivista Life sembrano risalire all’anno 1883, come magazine umoristico che trattava argomenti di interesse generale. Fu il fondatore della rivista TIME Henry Luce, che nel 1936 lo trasformò nel famoso magazine fotogiornalistico.

Albe e tramonti

La rivista uscì come periodico settimanale dal 23 novembre 1936 fino al 29 dicembre del 1972, un ultimo numero in edizione speciale doppia, dove si intravede la scritta “goodbye” in basso a destra nella cover,

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Ultima copertina di Life del 29 dicembre 1972

Nel 1978 la rivista riprese come periodico mensile per chiudere ancora nel 2000

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Ultima copertina di Life del 4 aprile 2000

Riaprire ancora nel 2004, come supplemento settimanale in vari quotidiani USA, fino all’ultimo numero del 20 aprile 2007

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Ultima copertina di Life del 20 aprile 2007

Le cause della chiusura sono, come si può intuire, legate ai grossi costi di produzione e alla concorrenza di internet e, a quanto pare, questa chiusura sembra proprio quella definitiva.

Al momento Life pubblica soltanto numeri speciali time.com/life, mentre online è consultabile tutto l’archivio fotografico, reso disponibile per uso “personale”, che vi abbiamo già mostrato sul blog in questo articolo.

A questo link è possibile acquistare i vecchi numeri di Life: 2Neat Magazines – LIFE Magazines for Sale 2neatmagazines.com

Fonti consultate: corriere.it – ilpost.it – wikipedia – 2neatmagazines.com

(Gianluca)