Le immagini immaginanti

Immagini per creare altro: le chiamerò “immaginanti”. Non si chiamano così ma a me piace. Che cosa sono le immaginanti? Sono immagini con le quali è possibile “fare” qualcosa che le svuota del significato iniziale e diventa altro. Sono dedite alla performance e si prestano a un’azione artistica, se chi interagisce con esse, in termini progettuali, riesce ad avere un’idea.

Questa attribuzione di significato è motore di partenza per nuove forme di produzione “estetico-fotografiche”, nelle quali però il fotografo perde la sua funzione iniziale (che abbiamo a lungo dato per certa), cioè la riproduzione dal vivo della realtà.

Vi faccio un esempio: Sherrie Levine è un’artista americana che si è fatta notare negli anni Settanta e Ottanta grazie a un’idea tanto intelligente quanto semplice. Sentite qui.

Il suo lavoro rientra in quello che si definisce Appropriation art. Si tratta di una corrente artistica basata sulla riproposizione di opere già esistenti con metodi di contaminazione differenti. La ricerca di questa artista si basa sul rifotografare opere di altri autori, in particolare di fotografi come Edward Weston, Alexander Rodchenko e Walker Evans. In After Walker Evans, opera del 1981, Sherrie Levine riprende pari pari alcune fotografie di Evans (in particolare quelle realizzate per la Farm Security Administration), firmandole però con il proprio nome. Una pop photographer, direi, dal momento che si appropria di un oggetto già esistente (nel suo caso, una fotografia scattata da altri) trasformandolo in oggetto artistico. Una splendida operazione “di fantasia e intelletto”, che, quantomeno dal punto di vista concettuale, muta la fruizione del lavoro.

Walker Evans Alabama Tenant Farmer Wife (1936) Sherrie Levine (1981)

«Levine diventa simbolo della cultura postmoderna, nonché critica della mercificazione dell’arte, elogio della morte del modernismo, inteso come incapacità degli artisti a lei contemporanei di ricatturare il passato e cercare di creare significati sempre nuovi. Le fotografie di Evans non erano protette da copyright all’epoca, e paradossalmente le stesse fotografie sono invece protette da copyright nel caso dell’opera della Levine. Interessante, in questo contesto, è la creazione nel 2001 di due siti web da parte dell’artista e programmatore Michael Mandiberg (1977): http://www.aftersherrielevine.com e http://www.afterwalkerevans.com. L’artista ha scansionato le fotografie della Levine e di Evans e creato i due siti web per facilitarne la loro diffusione. Chiunque può stampare dal sito le fotografie con un certificato di autenticità da firmare che rende unica ogni immagine. L’idea di Mandiberg è di diffondere queste opere rendendone nullo il valore economico (tutti infatti possono scaricarle), ma aumentare, con la diffusione, il loro valore culturale.» Martina Lughi, tesi di laurea, La riproduzione dell’opera d’arte dalla fotografia a internet. Diritti, diffusione, valorizzazione.

Il procedimento artistico, quindi, si propone di suscitare nello spettatore un’analisi critica dell’opera affinché sia còlto il significato caratterizzante il nuovo prodotto, che in tal modo assume una propria singola e specifica identità.

Un altro artista che ha fatto molto parlare di sé per aver sfruttato immagini altrui è Richard Prince, che infatti ha costruito la sua intera carriera proprio sul concetto di appropriazione, subendo cause legali legate al copyright da mezzo mondo. Nel 1980, il cowboy Marlboro (pubblicità molto famosa in America) diventa l’oggetto di cui Prince prende possesso. Rimanendo fedele all’immagine stereotipata del cowboy a cavallo – lazo e sfondo erboso – Prince ha semplicemente ri-fotografato la pubblicità delle sigarette, rimuovendo il logo Marlboro. Sam Abell, il creatore delle immagini originali della Marlboro, ha dichiarato più volte: «Non sono particolarmente divertito, è ovviamente un plagio…». Deve essersi incazzato ancora di più quando una delle immagini di Prince, Untitled (Cowboy), 1989, nel 2005 è stata venduta per oltre un milione di dollari.

Immagine Richard Prince Untitled (Cowboy), 1989 Ektacolor photograph 50 x 75 inches

Significativa è la storia di un’istantanea di Gary Gross del 1975 con Brooke Shields a dieci anni, nuda, in piedi nella vasca da bagno, con le labbra rosse e luccicanti (non la metto perchè mi sembra fastidiosa) . L’istantanea aveva già raccolto una gran dose di critiche, quando, nel 1983, Prince alza la posta rifotografando la stessa immagine e ribattezzandola Spiritual America, titolo di un primo piano che Alfred Steiglitz aveva scattato ai genitali di un cavallo maschio. Nel 2009 la polizia obbliga la Tate Modern Gallery a rimuovere l’immagine per paura che potesse “infrangere inavvertitamente la legge o offendere i visitatori”; successivamente, l’account Instagram di Prince è stato temporaneamente sospeso dopo che il post contenente questa immagine era stato segnalato per oscenità. Nel 1992 Gross aveva ceduto i diritti di questa immagine a Richard Prince. Anche quest’opera di Prince ha avuto un grande successo ed è stata venduta all’asta per 151.000 dollari.

Sara

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

È arrivato il mio nuovo libro: La grammatica delle immagini

Sono felice di annunciare l’uscita del mio nuovo libro, La grammatica delle immagini, pubblicato da Apogeo Editore ( Feltrinelli ).

Questo libro nasce dal desiderio di condividere ciò che ho imparato – e continuo a imparare – sul linguaggio fotografico e sull’utilizzo consapevole delle immagini. Viviamo immersi in un flusso costante di immagini: le produciamo, le condividiamo, le interpretiamo ogni giorno. Ma ci fermiamo mai davvero a chiederci come funziona un’immagine? Quando un’immagine funziona? E perché?

La grammatica delle immagini è un invito a osservare con più attenzione. Non è un manuale tecnico né una guida per “fare belle foto”, ma un percorso per imparare a leggere e costruire significato attraverso le immagini. È pensato per chiunque voglia capire meglio il linguaggio visivo: fotografi, comunicatori, studenti, curiosi, o semplicemente chi vuole vedere con più consapevolezza.

Spero possa essere una lettura utile, stimolante e, perché no, anche sorprendente.

Grazie a chi lo leggerà, e a chi vorrà discuterne con me.
Ci vediamo tra le pagine.

📘 La grammatica delle immagini
📍 Disponibile da Apogeo Editore / Feltrinelli

Le triangolazioni nella street photography

La cosa più importante quando decidiamo di scattare una fotografia è la consapevolezza di come sarà l’immagine finale.

Come vi ho già ripetuto, non esistono regole universali per comporre bene un’immagine. Ogni scelta dipende dal tipo di emozione o messaggio che vogliamo far passare. La composizione è una scelta creativa, certo personale, ma esistono indicazioni estetiche, che si usano anche inconsapevolmente, per equilibrare la distribuzione degli elementi nelle immagini.

Per organizzare i differenti elementi in una composizione si introducono forme geometriche, in modo da creare un’unione spontanea tra gli elementi della scena. Per esempio, possiamo inserire più disposizioni a triangolo e l’occhio dello spettatore sarà sempre guidato da queste linee immaginarie.

La ricerca di triangolazioni nelle fotografie rimane, probabilmente, una delle possibilità più dinamiche, in termini di composizione. Inoltre, incorporare triangoli in una scena è un modo particolarmente efficace per introdurre la tensione dinamica.

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

Saintes Marie de la Mer (Francia) © Sara Munari

Guia, Gran Canaria (Spagna) © Sara Munari

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui

Il momento decisivo, cos’è?

Valle dello Shenandoah, Virginia (U.S.A.) © Sara Munari

Nel corso degli anni si è parlato molto del “momento decisivo” nella fotografia. l’idea di un momento decisivo legato alla fotografia di strada viene da the decisive moment di Henri Cartier-Bresson, (Simon And Schuster/Editions verve, new york-paris 1952) ma l’idea, in realtà, deriva dagli scritti del XVII secolo delL: «il n’y a rien dans ce monde qui n’ait un moment décisif» (non c’è nulla in questo mondo che non abbia un momento decisivo).
La prefazione del libro di Cartier-Bresson descrive il rapporto del fotografo con la fotografia da più punti di vista: reportage, composizione, tecnica e il concetto, appunto, di “momento decisivo”. Henri Cartier-Bresson Scrive: «per me, la fotografia è l’individuazione simultanea, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione». il momento decisivo, quindi, non è mai l’attimo in sé, disconnesso dal resto, nella fotografia. è sempre l’intera fotografia.
La comunicazione tra gli elementi di quella immagine rende lo scatto unico, inconsueto, stravagante, ironico.
Catturare una buona immagine di strada è la combinazione dell’essere al momento giusto nel posto giusto, mentre si ha in mano una macchina fotografica (quando la si sa usare).
Ma il momento giusto per lo scatto va atteso o inseguito?
Chiaramente non c’è una regola.
Possiamo camminare incessantemente (quello che tendo a fare io) e auspicare di incontrare qualcuno o qualcosa che rappresenti la base per una buona fotografia.
Diversamente, possiamo cercare un’ambientazione interessante, una buona luce e inquadrare la scena aspettando che qualcosa si presenti a rendere perfetto lo scatto. Questa seconda opzione ci porta a lunghe attese ma, con un po’ di pazienza, riusciremo a concretizzare immagini attraenti.
Da fotografi, siamo noi a creare le nostre combinazioni. In ogni fotografia c’è un elemento di casualità, anche se in realtà, intorno a noi, i momenti “fortunati” accadono di continuo, solo che non sempre ce ne accorgiamo.
Non esiste il metodo giusto, la scelta ha a che fare più verosimilmente con il carattere, io sono una donna impaziente e raramente mi fermo in attesa. Alcuni fotografi sono molto disinvolti e speri- colati, altri più tranquilli e timidi.

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui

Streetphotography – Scattare con lo smartphone

Ormai tutti i cellulari includono una fotocamera, spesso con una risoluzione dei file abbastanza elevata da permettere stampe di considerevoli dimensioni. Gli schermi sono abbastanza grandi e consentono l’inquadratura, anche in assenza di un mirino. Le applicazioni consentono di selezionare accuratamente dove posizionare il fuoco e dove prendere l’esposizione.

Ultimamente, in questa infinita marea di foto prodotte col cellulare si sono distinti veri e propri fotografi. Molti hanno creato gruppi di lavoro che diffondono la mobile photography. Molteplici esposizioni e premi internazionali sono dedicati a questo “nuovo” ramo della fotografia.

Quando si parla di fotografia con smartphone si finisce quasi sempre per creare una lotta tra chi ritiene che sia fotografia tanto quanto quella scattata con una reflex e chi la ritiene un insulto verso questa forma espressiva. Da parte mia, penso che ogni mezzo, se usato con consapevolezza, possa portare a ottimi risultati, quindi viva lo smartphone!

Personalmente, faccio un gran casino quando lo uso e preferisco di gran lunga la velocità e l’affidabilità delle macchine reflex o mirrorless. Ciò non toglie che, dopo aver visto e conosciuto foto- grafi che lo hanno sfruttato con risultati eccellenti, mi sono ulteriormente convinta della validità del mezzo.

La qualità degli smartphone ha raggiunto un livello veramente ottimo, in termini di elettronica e qualità delle lenti, anche se rimango dell’idea che, a oggi, il piccolo sensore dei telefoni non può raggiungere la qualità di una buona fotocamera. Ho notato differenze sull’ingrandimento dei file e sulla resa dei colori e delle luminanze. Inoltre, questo mezzo ha il limite di avere degli automatismi forzati che non permettono sempre di decidere esatta- mente come scattare.

Nonostante questi limiti, è certamente un oggetto che abbiamo sempre a disposizione e ci accompagna tutto il giorno, ormai non ce ne separiamo nemmeno al gabinetto! Questo lo rende uno

Strumento ininterrottamente disponibile e versatile: apri la fotocamera, punti, scatti ed è fatta.

La post-produzione con la smartphone, così come nella fotografia digitale in generale, è diventata semplice e veloce. Moltissime applicazioni permettono, anche con preset già impostati, di otte- nere risultati che, fino a non molto tempo fa, erano possibili sola- mente con programmi professionali di complicato utilizzo.

Grazie alla diffusione di social network come Instagram o Facebook, il ritocco può essere fatto direttamente con il programma interno al social, col rischio però che le post-produzioni siano tutte uguali e usate da milioni di altri utenti.

La post-produzione dovrebbe essere, invece, impiegata per potenziare il messaggio e offrire una comunicazione più efficace.

Fotografia scattata con lo smartphone all’interno di un tempio.

Ulaanbatar (Mongolia) © sara munari

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui

La trasformazione della fotografia

Pur non perdendo di vista l’aspetto tecnico-scientifico che ha caratterizzato l’evoluzione del medium fotografico, in questo capitolo cercheremo di concentrarci sulle motivazioni e sulle idee che hanno portato allo stato del medium fotografico contemporaneo, tentando di determinarne una possibile identità culturale.

Se dal punto di vista tecnico, nei suoi centottant’anni di storia lo strumento ha subito molti cambiamenti, non si può dire altrettanto della logica dell’approccio al mezzo.
Come sottolinea Claudio Marra nel suo testo Cos’è la fotografia?, la fotografia è al tempo stesso scienza e arte, verità e immaginazione, prodotto oggettivo e soggettivo.
Le origini della nascita della fotografia risalgono agli anni Venti dell’Ottocento. I fautori di questa magia sono Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) e Louis Jaques Mandé Daguerre (1787-1851). Niépce, dopo una carriera militare interrotta, inizia a dilettarsi con molteplici invenzioni, e intorno agli anni Venti tenta di fissare immagini riprese dal vero su superfici a lastra. Daguerre invece è uno scenografo conosciuto, inventore del diorama (insieme di vedute dipinte che, per effetto di prospettiva e giochi di luce, danno allo spettatore l’illusione di un panorama naturale nelle varie ore del giorno) le cui immagini vengono dipinte con l’ausilio della camera oscura. Quando Daguerre contatta Niépce, cercando di conoscere i suoi metodi, quest’ultimo, inizialmente diffidente, nel 1829 si lascia convincere a firmare con lui un contratto di collaborazione, tramite il quale i due si accordano per lo sfruttamento commerciale delle rispettive scoperte. Purtroppo Niépce morirà già nel 1833. A quel punto, Daguerre prende in mano la situazione liquidando Isidore, figlio di Niépce, nonché suo erede, con un’esigua somma. L’invenzione del dagherrotipo verrà registrata all’Accademia delle Scienze di Parigi il 7 gennaio 1839.
Saranno anni di fama e agiatezza per Daguerre, al quale probabilmente sarà sembrato definitivo il percorso della propria invenzione: in realtà, il suo non è stato che il primo piccolissimo passo di un interminabile cammino.

Portando come esempio la nascita stessa della fotografia, vediamo che se Niépce era uno scienziato, Daguerre era scenografo e pittore, così come Fox Talbot era sia chimico matematico che pittore. Dualità che accompagnerà il mezzo fotografico, fino ai giorni nostri.

Il francese Hippolyte Bayard è stato uno dei primi sperimentatori della fotografia. Già mentre lavorava come funzionario del Ministero delle Finanze, dedicava tutto il proprio tempo libero all’invenzione di procedimenti che potessero catturare e fissare su carta immagini riprese dal vero. Louis-Jacques Mandé Daguerre e William Henry Fox Talbot minarono notevolmente le opportunità di riconoscimento dei contributi di Bayard, che fu probabilmente persuaso da François Arago a tacere sulle proprie scoperte fino a dopo l’annuncio del processo di Daguerre nel 1839.
Bayard espose esempi del suo lavoro in quella che viene riconosciuta come la prima mostra pubblica di fotografia, nel luglio 1839, rimanendo comunque piuttosto in ombra rispetto agli altri studiosi.
In realtà, dei tre inventori è stato Bayard quello che ha continuato a lavorare come fotografo. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento fu membro fondatore della Société héliographique e nel 1851 fu uno dei cinque fotografi selezionati per far parte delle Missions héliographiques, con l’incarico di documentare l’architettura storica francese. Bayard, che morì nel 1887, partecipò regolarmente con il suo lavoro alle esposizioni universali.
Oggi, Bayard viene ricordato soprattutto per il suo autoritratto realizzato nel 1840, nel quale si fotografa come se fosse annegato in una vasca. La fotografia risultava accompagnata da un testo di protesta contro la mancanza di riconoscimento nei confronti della sua invenzione. Il testo, ironico e pungente, recitava così:
«Il cadavere del signore che vedete qui, è quello di Monsieur Bayard, inventore del procedimento che avete appena visto. Per quanto ne so, questo ingegnoso e infaticabile sperimentatore, è stato impegnato per circa tre anni nel perfezionare la sua scoperta. Il governo, che ha dato molto a Monsieur Daguerre, ha detto che non può fare nulla per Monsieur Bayard, e il povero disgraziato è annegato. Oh i capricci della vita umana! È stato all’obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi».

Hippolyte Bayard, Self-Portrait as a Drowned Man, 1840 – Pubblico dominio

Ecco a voi il primo approccio concettuale alla fotografia!
Questa immagine era quindi una messa in scena, con la quale venne introdotto un elemento basilare della fotografia e del ritratto: un’immagine può non essere vera ma comunque credibile grazie agli elementi che la compongono. Il criterio della verosimiglianza è alla base di gran parte della fotografia.

In questi anni, gli sforzi tecnici erano orientati verso le superfici sensibili, sulle quali venivano impresse le immagini, nonché verso le parti meccaniche e ottiche degli apparecchi fotografici (i tempi di posa erano così lenti da rendere difficoltosa anche la realizzazione di un ritratto).
Dobbiamo arrivare al 1850 perché la fotografia conquisti rapidità, riproducibilità e chiarezza nell’immagine, caratteristiche che la faranno esplodere sul mercato rispondendo così alla crescente domanda.

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Quali sono le finalità di una storia?

Da Lapilli, fotografia di sara munari

Il motivo per cui decidiamo di iniziare a raccontare una storia condizionerà la sua struttura e tutte le scelte legate al linguaggio e alla modalità narrativa.

Potete avvicinarvi alla storia con una finalità documentaria, in questo caso vorrete descrivere soggetti, eventi storici, eventi geografici o antropologici; perseguirete quindi la necessità di essere compresi, per far sì che il destinatario si senta coinvolto e prenda una posizione personale. Rientrano in questa finalità tutti i lavori di fotogiornalismo o di reportage descrittivo.

Differentemente, se vi interessa soltanto il raccontare una storia o spiegare la vostra concezione di un determinato argomento, non avete velleità documentarie e non volete che i fatti siano esplicitati con dovizia informativa, la finalità è narrativa. Volete rendere il fruitore partecipe della vostra visione delle “cose” del mondo. Faranno parte di questo gruppo tutte le storie, sia di reportage che più concettuali, volte a spiegare il vostro punto di vista, anche il più personale.

Se l’impatto delle vostre fotografie è fortemente legato alla forma, all’armonia, ai colori, nell’intento di accentuare le caratteristiche esclusivamente legate all’aspetto di un determinato soggetto, in questo caso la finalità è estetica. Questa risiede in tutti i gruppi di fotografie, presentato spesso come elenco di immagini simili, che rispondono alle medesime composizioni e scelte illuminotecniche o cromatiche, come per esempio, un insieme di fotografie scattate a Burano per mostrare i colori delle casette della laguna, o un insieme di fotografie di fiori.

La finalità sarà di spettacolarizzazione nel momento in cui una scena di qualsiasi tipologia, diventa il soggetto principale ed il motivo per cui abbiamo prodotto le fotografie, quindi il luogo o l’evento diventano essi stessi uno spettacolo. Per esempio, le fotografie di un’aurora boreale o di un atleta nella raffigurazione dell’atto massimo della sua performance sportiva.

Per approfondire “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui