E’ da poco uscito il suo ultimo libro “Six Degrees of Freedom”, in cui Jessica Backhaus indaga sulle radici dell’esistenza, traendo ispirazione dalla sua storia personale. Alcune delle immagini che lo compongono, le trovate di seguito.
Avevamo già dedicato a Jessica una pagina tra gli autori contemporanei. Potete dare un’occhiata qua se volete approfondire la conoscenza di questa autrice.
Nel frattempo, lei è stata così gentile da concederci un’intervista. La versione originale è naturalmente quella in inglese (in fondo), che ho provato a tradurre io per voi in italiano.
La ringrazio da queste pagine per la cortesia e per la disponibilità.
Mi sono presa la briga di tradurre in italiano questa intervista ad Alex Webb (di lui avevamo già scritto su Mu.Sa. qui.) di Ben Beaumont-Thomas per The Guardian, in merito ad una sua foto particolarmente riuscita. Mi perdonerete se a volte la traduzione non è perfetta. Qua l’intervista originale.
Quando ho iniziato ad avvicinarmi alla fotografia, 5 anni fa, ho avuto modo di vedere una mostra di Webb a Milano, La Sofferenza della Luce.
In quel momento Alex è diventato il mio idolo, fotograficamente parlando. Quelle composizioni così perfette, l’uso del colore, della luce… Me ne sono innamorata istantaneamente. Ed ho acquistato il mio primo libro di fotografia. Per fortuna, perchè ora è fuori catalogo… 😉
Per un certo periodo ho cercato di ispirarmi a lui negli scatti, chiaramente con risultati decisamente inferiori…
Ora devo ammettere che, pur ritenendolo sempre un ottimo fotografo e amando ancora i suoi scatti, i miei gusti fotografici si sono un po’ evoluti e al momento prediligo altri generi e altri fotografi.
Devo dire che di recente ho visto un’altra sua mostra a Milano e ne sono rimasta molto delusa. Su una ventina di immagini, ne avrei salvate un paio, non di più. Il resto l’ho trovato veramente scadente, quasi non da lui. Ancora non mi spiego come possa essere successo.
Ma veniamo a questa foto e a come Alex descrive al giornalista del Guardian il momento in cui l’ha scattata, le sue aspettative e il suo approccio. Questa immagine mi ha colpito dal primo momento in cui l’ho vista: la perfezione della composizione, l’equilibrio tra le forme, i colori…
MEXICO. Oaxaca state. Tehuantepec. 1985. Children playing in a courtyard.
“Nel 1975, quando avevo 23 anni, ero ad un punto morto con la mia fotografia. Avevo fotografato il paesaggio americano in bianco e nero, scattando immagini ironiche, alienate di parcheggi di supermercati e di centri commerciali. Il lavoro non stava andando da nessuna parte; non era ampio nè significativo. Così ho cominciato a vagare alla ricerca di una nuova direzione.
Il saggio di Graham Green Le vie senza legge suscitò il mio interesse nei confronti del Messico.
Ho scattato questa fotografia a Tehuantepec, nel sud del paese, all’inizio degli anni 80. Girovagavo semplicemente, lasciando che le mie esperienze con la fotocamera mi guidassero. Era un pomeriggio pesante e afoso, quando arrivai ad una piazza bianca e blu. Mi sentivo accaldato, un po’ privo di ispirazione e anche leggermente perso, quando mi sono accorto di alcuni ragazzini con una palla. Avvicinandomi, uno dei ragazzi ha cominciato a fare girare la palla sulla punta del suo dito, e io mi sono reso conto delle forme dei ragazzi, le righe blu sullo sfondo, il blu della palla e ho fatto alcuni scatti. Poi il momento se n’era andato.
Non so mai quando una fotografia funzionerà. Con questa, ero speranzoso ma incerto. Il tempo di ripresa lungo che avevo utilizzato ha fatto sembrare la palla come un mappamondo rotante, l’immagine ha assunto una dimensione completamente diversa, di cui ero incosciente quando ho scattato. Amo il fatto che questo ragazzo in una piccola città del Messico meridionale sembra avere il mondo che gira sul suo dito. E’ stato solo dopo che mi sono reso conto di una seconda palla nell’inquadratura: un pallone da basket che entrava nel canestro (e anche la testa del ragazzino in piedi in secondo piano è di fatto una palla. Come ci insegna la teoria della composizione fotografica, le forme geometriche, soprattutto il cerchio e il triangolo, colpiscono immediatamente il nostro sguardo. E qui ce ne sono a bizzeffe! n.d.t.).
Questo tipo di fotografia – girovagare per le strade, esplorare il mondo con pochi preconcetti – verte molto sull’immediatezza, intuzione e sui colpi di fortuna. Il pensiero razionale passa in secondo piano e l’inconscio ha il sopravvento.
Ho imparato la fotografia quando avevo 10 anni da mio padre, che scattava foto come terapia per curare il “blocco dello scrittore”. Nel mio lavoro ci sono echi di pittori che ho visto da bambino – alcuni di De Chirico e Braque – e degli scrittori che ho letto negli anni successivi, come Graham Greene, Conrad e Gabriel García Márquez. ma quello che in conclusione mi ha attratto verso la fotografia è stata la sua relazione diretta, molto complicata, nei confronti del mondo fisico. Il confronto e l’interpretazione del caos e la complessità del mondo, funzionano meglio con me rispetto ad una tela bianca. Credo fermamente nello scattare fotografie che suscitano domande e non si propongono di fornire delle risposte.
In Messico io ero particolarmente attratto dal confine. Negli anni 70 e 80, questo era un luogo permeabile. I luoghi di frontiera erano spesso divertenti e assurdi. Una volta io e Tom Miller, il giornalista con cui mi trovavo, fummo arrestati mentre zigzagavamo attraverso la frontiera. Il fatto di consegnare agli ufficiali messicani i nostri passaporti contenenti banconote da 20 dollari e proponendo di offire loro la cena, sembrò essere la scelta giusta. Cenammo con loro a base di tacos da asporto in maniera amichevole nell’ufficio immigrazione.
Lavorare al confine mi ha aiutato a trasformarmi in un fotografo a colori: la vita lì sembra scorrere in maniera vivace per le strade, molto diversamente dalla reticenza grigio-marrone del New England, da dove provengo. Ricordo sempre questa frase da Le vie senza legge: “La vita non sarà più la stessa dopo che il tuo passaporto è stato timbrato e tu ti trovi senza parole in mezzo ai cambiavalute”.
Un consiglio: Scattate le foto in cui credete. Le ricompense in fotografia sono così effimere, imprevedibili, spesso così insignificanti che la vera soddisfazione viene dalla creazione.”
Ora Alex lavora con sua moglie Rebecca Norris. Questo è il loro sito.
Qua invece trovate la sua pagina su Magnum Photos.
Ditemi anche voi cosa ne pensate e se avete un autore o uno scatto preferito o a cui siete particolarmente legati.
Anna
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Attualmente in mostra alla Galleria del Cembalo di Roma insieme a Gilbert Garcin, la giovane fotografa Cristina Vatielli, si è gentilmente prestata a rispondere ad alcune nostre domande sul suo approccio e sul suo modo di intendere la fotografia.
Vi presentiamo l’autrice con qualche sua immagine e una breve biografia.
Gaby Depeyre worked at a cabaret where she sang and danced. Unlike most of Picasso’s women, she played hard to get with the painter and he would write her love letters all the time. From the beginning, she never let the painter steal her soul. She weighed pro and cons of a possible relationship with Picasso and in the end chose the affective certainty of another man, Herbert Lespinasse. However, she was quite conscious of what she was giving up when she refused Picasso’s marriage proposal, and this makes her choice even more courageous.
Jacqueline Rocque was Pablo Picasso’s ‘last’ muse and second wife. During their 11 years of marriage, he created more than 400 portraits of her. When they first met, she was 26 and he was over 70. Jacqueline saved him from loneliness and old age. Jacqueline inspired the master, and Picasso continued to work with her until the end. He painted more portraits of her than of any other woman. When Picasso died, Jacqueline was so jealous of his lovers and children, that she forbade the rest of the family to attend his funeral. In 1986 (13 years after Picasso’s death), Jacqueline shot herself.
Marie Therese Walter was Picasso’s mistress and model, from 1927 until about 1935 and the mother of his daughter, Maya Widmaier-Picasso. Their relationship began when she was seventeen years old; Marie Thérèse always hoped that Picasso would marry her one day. She eventually hanged herself four years after Picasso’s death
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DJ Richie Hawtin playing at Palazzo delle Esposizioni; Rome Italy 2008
Valencia de Alcantara, Extremadura, Spain 2006. Track leading to the common grave where Amaro Viera Amores, socialist mayor of Valencia de Alcantra, in September 1936 was killed and buried by the franquists. His daughter Conchita Viera has been living for 70 years at 24 kilometers from this common grave.
Teruel, Pozos de Caudè, Spain 2006. Pablo Marco Sancho during the celebrations of the 1st of May 2006. He is fighting to open the common grave where his father, Pablo Marco Rando, officer of the republican army, was buried in September 1936.
Galicia, Spain 2006. The bridge where “el comandante moreno” crossed while he was running away from the franquists.
Teruel, Pozos de Caudè, Spain 2006. Ana Catalan cries before the gravestone that she ordered in memory of her mother, Florentina Tregon Villaroya. She is beside the pit where her mother’s body was thrown together with the bodies of over 1000 republicans executed and buried here between August 1936 and December 1937.
Amnesia, Ibiza, Spain 2010
The Zoo Project, Ibiza, Spain 2010
Italy, 2007 1st Prize at WinePhoto International Photographic Award 2007 http://www.winephoto.it
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Cristina Vatielli é una fotografa italiana che vive e lavora a Roma. Ha iniziato la sua carriera fotografica come assistente e post-produttrice per diversi fotografi di fama internazionale e collabora dal 2004 con il fotografo Paolo Pellegrin membro della Magnum Photos. E’ stata rappresentata dall’agenzia fotografica Prospekt e attualmente lavora come freelance. I suoi lavori si dividono tra reportage di carattere storico sociale e progetti di ricerca personale, tra cui un progetto a lungo termine sulla Memoria della Guerra Civile in Spagna. Ha collaborato con le maggiori testate italiane e internazionali e alcuni dei suoi lavori hanno ricevuto riconoscimenti tra cui l’IPA (International Photography Awards), il MIFA (Moscow international Foto Awards) e il Sony Awards.
D: Quando si è accorta che la fotografia era il mezzo più adatto a lei per comunicare ?
R: Credo sia sempre stato un crescendo. Mi sono avvicinata alla macchina fotografica da piccola, avendo mio padre con la passione per la fotografia. Ho deciso di approfondire il mezzo, di lavorare come assistente per altri fotografi, i quali mi hanno dato la possibilità di capire sempre di più la potenza di comunicazione della fotografia. Sicuramente la conferma è avvenuta dopo il mio primo reportage in Spagna su la Memoria della Guerra Civile: dare voce a chi non ne ha, raccontare storie taciute, emozioni e ricordi. Quando ho visto ceh tutte le sensazioni provate in prima persona nel vivere e documentare tali storie, arrivavano a chi guardava le fotografie scattate, ho capito di aver trovato la giusta via.
D: Quanto delle esperienze che ha avuto nella vita sono consciamente nelle sue fotografie?
R: Personalmente direi tantissime. Le esperienze fatte mi hanno portato a scegliere di raccontare una storia o l’altra. Ogni mio lavoro personale parte da qualcosa di vissuto in prima persona.
D: Quanto pensa che la propria esperienza condizioni il proprio lavoro fotografico?
R: Per me la vita privata è imprescindibile da quella fotografica. Quando decido di raccontare una storia, è perchè in qualche maniera mi rievoca sensazioni, ricordi o fa parte in qualsiasi modo della mia vita.
D: Se, di fronte ad una sua foto, l’interpretazione del fruitore è completamente differente dalle sue intenzioni fotografiche, cosa pensa?
Parto sempre dal presupposto che siamo diversi e che anche la fruizione di un messaggio può avere svariate sfumature. Cerco di capire le motivazioni e spesso sono veri arricchimenti, se la critica o la differente interpretazione ha delle valide motivazioni. Credo che sia proprio la parte più interessante del nostro lavoro, essere aperti alle diverse visioni.
D: Quando si dovrebbe smettere di fotografare: quando riteniamo di non aver più qualcosa da dire o quando non ne traiamo più piacere esclusivamente personale?
R: Penso che le cose vadano insieme. Ci sono momenti nella vita in cui non si hanno input né esterni né interni e l’ispirazione non arriva, è giusto fermarsi, ciò non vuol dire che poi non si riprenda a fotografare. Se non si ha più il piacere, come in tutti i lavori, le cose si fanno male e a quel punto sicuramente è meglio non farle.
Se desiderate approfondire la conoscenza dell’autrice, questo è il suo sito: www.cristinavatielli.com
A presto con nuove interviste!
Anna
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