La Prima Volta che Abbiamo Guardato Dentro: storia di una fotografia

Immagine di un'immagine radiografica di una mano con anelli, con un fondo sfumato.

Dicembre 1895. Un laboratorio a Würzburg, Germania. Una donna allunga la mano verso una lastra fotografica, e il mondo non sarà più lo stesso. Anna Bertha Ludwig non era una scienziata. Era la moglie di Wilhelm Röntgen, e quella sera era semplicemente lì, come accade spesso alle donne nella storia, protagoniste silenziose di rivoluzioni firmate da altri. Suo marito aveva scoperto qualcosa di strano: un tipo di radiazione capace di attraversare la materia. Voleva una prova. Lei offrì la mano. Quando vide l’immagine svilupparsi, le falangi nitide, il metacarpo, e l’anello nuziale che fluttuava nel nulla come un cerchio sospeso nel vuoto, Anna disse una cosa sola: “Ho visto la mia morte.”

Per tutta la storia dell’umanità, l’interno del corpo era stato un territorio proibito. Sacro, oscuro, accessibile solo attraverso il trauma della ferita o il rito della dissezione. Sapevamo come eravamo fatti solo quando qualcosa si rompeva, e qualcuno aveva il coraggio, o il privilegio, di guardare. Röntgen aprì uno spiraglio senza tagliare nulla.

È difficile immaginare oggi lo shock culturale di quell’immagine. Non era solo una scoperta medica: era una violazione delle categorie fondamentali dell’esistenza umana. Il confine tra esterno e interno, tra vivo e morto, tra corpo e scheletro, tutto questo veniva rimesso in discussione da una lastra fotografica di pochi centimetri. La reazione del pubblico fu viscerale, nel senso più letterale: giornali che gridavano all’invasione della privacy corporea, poesie satiriche sui raggi che avrebbero permesso agli uomini di spiare le donne attraverso i vestiti, proposte di legge per vietare l’uso dei raggi X nei teatri. La tecnologia arrivava sempre prima della capacità di contenerla eticamente.

Suona familiare?

Viviamo nell’epoca della trasparenza totale, o almeno così ci viene raccontato.

I nostri dati sanitari sono nei cloud. Le app tracciano il ciclo mestruale, la pressione arteriosa, la qualità del sonno, il numero di passi, il ritmo cardiaco durante una discussione accesa. Le intelligenze artificiali leggono le risonanze magnetiche prima dei radiologi, identificano tumori nelle ecografie con una precisione che spaventa e rassicura allo stesso tempo.

Abbiamo portato il sogno di Röntgen alle sue conseguenze estreme: non solo guardare dentro il corpo, ma conoscerlo meglio di quanto lo conosca il suo abitante. Eppure qualcosa dell’inquietudine di Anna Bertha è rimasta intatta.

Chi possiede queste immagini? Chi ha accesso ai dati che raccontano l’interno del nostro corpo? Le compagnie assicurative? I datori di lavoro? Gli algoritmi di profilazione? La prima radiografia della storia era una fotografia di famiglia, custodita in un laboratorio privato. Oggi la radiografia del tuo ginocchio vive su un server di cui non sai il nome, in un paese di cui non conosci le leggi.

C’è un dettaglio di quell’immagine che non smette di colpirmi: l’anello.

In una foto che avrebbe dovuto essere scientifica, fredda, oggettiva, anatomica, compare un oggetto di affetto. Un vincolo scelto, indossato volontariamente, visibile anche attraverso la carne. Come se il corpo, anche quando viene ridotto a struttura ossea, non riuscisse a liberarsi completamente di ciò che lo abita emotivamente. È una lettura forse eccessiva. Ma è anche il motivo per cui quella fotografia è ancora qui, a farci pensare, centotrenta anni dopo. La medicina ha trasformato quella scoperta in diagnosi, protocolli, TAC, PET scan, risonanze funzionali che mostrano il cervello mentre pensa. La scienza ha fatto il suo lavoro, magnificamente. Ma Anna aveva ragione: guardare dentro cambia qualcosa. Nel medico che guarda, nel paziente che viene guardato, nel rapporto tra i due.

Oggi siamo capaci di vedere quasi tutto, dentro i corpi, dentro le cellule, dentro i neuroni in firing. Eppure la sofferenza, la paura, il senso di estraneità che si prova davanti alla propria radiografia, quella sensazione di essere anche uno scheletro, anche materia, non è diminuita. Forse perché la tecnologia risponde alla domanda “come siamo fatti”, ma non alla domanda che Anna stava davvero facendo quella sera del 1895.

Chi sono io, quando mi si vede attraverso? (questo suona male, ma non saprei come dirlo)

La prima radiografia della storia è esposta al Deutsches Röntgen-Museum di Remscheid, in Germania. L’anello è ancora lì, sospeso nel nero, circondato da ossa. Alcune domande non invecchiano.

Ciao

Sara Munari

📷 L’immagine riprodotta in questo articolo è utilizzata esclusivamente a scopo didattico e culturale. Nessuna violazione è intenzionale. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi aventi causa.

Riflessioni sulla Fotografia: Emozione o Illusione?

Tradizionalmente, la fotografia è stata vista come un mezzo privilegiato per catturare la realtà. Ogni immagine è stata considerata una traccia tangibile di ciò che esiste nel mondo, una testimonianza visiva. Questo legame diretto con la realtà ha conferito alla fotografia una certa autorità e credibilità. La capacità di “fermare il tempo” e immortalare momenti ha reso la fotografia uno strumento potente per documentare eventi, raccontare storie e condividere esperienze.

Tuttavia, con l’avvento delle tecnologie digitali e delle tecniche manipolative, questo legame tra fotografia e realtà è diventato più complesso. Oggi, attraverso la manipolazione digitale, la creazione di immagini generative e l’uso dell’Intelligenza Artificiale, è possibile alterare e addirittura inventare immagini. Questo porta a una riflessione critica su cosa significhi “verità” in fotografia.

Le immagini possono essere progettate per ingannare, evocare emozioni o trasmettere messaggi che non corrispondono necessariamente a una realtà oggettiva. “Ma se questa foto mi commuove e poi scopro che non esiste, l’emozione che ho provato vale ancora?”

Un nonno abbraccia teneramente il suo nipotino mentre una donna sorridente osserva la scena in un ambiente domestico, circondati da fotografie familiari.

Il punto di rottura è proprio qui. Quando guardiamo una fotografia “tradizionale”, anche se digitale, scatta in noi un meccanismo inconscio che Roland Barthes chiamava l’«è stato».

In La camera chiara (1980), Barthes introduce l’idea centrale del «ça a été», tradotto in italiano come «è stato». Per lui, ogni fotografia porta con sé una certezza ontologica: ciò che vediamo davanti all’obiettivo è realmente esistito, è stato lì, davanti alla macchina fotografica.

Pensiamo: “Quel bambino era lì, quella luce è passata davvero attraverso un obiettivo”. C’è un legame fisico, una specie di cordone ombelicale tra la realtà e l’immagine.

Con l’intelligenza artificiale, questo cordone viene tagliato. Il rapporto con chi guarda cambia perché entra in gioco il sospetto. Oggi, davanti a un’immagine, la nostra prima reazione non è più “Wow!”, ma spesso è: “Sarà vera?”. Questo dubbio cambia tutto. È come se fossimo diventati tutti un po’ disillusi. Non cerchiamo più la bellezza o la verità, ma cerchiamo l’errore, il “glitch” dell’algoritmo (una mano con sei dita, un riflesso sbagliato) per rassicurarci che la macchina non ci abbia fregato.

Un bambino con un impermeabile giallo tiene in braccio un cucciolo mentre piove, con una casa di legno sullo sfondo illuminata da una finestra.

Eppure, c’è un risvolto incredibilmente umano anche in questo processo artificiale. Come suggerisce spesso Joan Fontcuberta, l’AI non crea dal nulla: pesca nel nostro immenso archivio collettivo. In un certo senso, le immagini generate dall’AI sono uno specchio dei nostri desideri, delle nostre paure e dei nostri stereotipi. Se chiedi a un’AI di generare una “persona felice”, lei ti restituirà la media statistica di ciò che l’umanità ha caricato online come “felicità”.

Quindi, il fruitore non sta più guardando il mondo attraverso gli occhi di un altro fotografo, ma sta guardando una sintesi di noi stessi. È una forma di introspezione collettiva.

Certo, resta il problema dell’empatia. Possiamo davvero provare solidarietà per una vittima di guerra che non è mai esistita? Qui la fotografia rischia di diventare “illustrazione”. Perde quel potere di denuncia sociale che ha avuto per un secolo perché, se tutto può essere fabbricato, niente può essere usato come prova in tribunale o nella storia.

In definitiva, il rapporto si sta spostando dal “cuore” (l’emozione pura della traccia reale) alla “testa” (la sfida intellettuale di capire cosa stiamo guardando). È un’epoca di “estetica del verosimile”: accettiamo di lasciarci suggestionare, sapendo però che siamo dentro a un gioco di prestigio.

La fotografia non sta scomparendo, ma sta espandendo i suoi confini. Essa mantiene la sua essenza vitale finché continua a rappresentare o a mettere criticamente in discussione la realtà, rimanendo uno strumento essenziale per comprendere il mondo che ci circonda. Che sia generata da un sensore ottico o da una stringa di codice, la sua forza risiederà sempre nella capacità di chi la crea di dare un senso al caos visivo, trasformando un semplice frammento in una domanda aperta sulla nostra identità. In questo nuovo scenario, la “verità” non abita più nell’immagine stessa, ma nell’intenzione di chi la produce e nella consapevolezza di chi la guarda.

Nel prossimo testo approfondisco il discorso dell’onesta intellettuale nella produzione di immagini!

Ciao

Sara

Dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel.

Ma allora, come si fa a dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel? È una domanda interessante, perché ci riporta a un concetto molto antico: la fiducia. Se un tempo l’onestà di un fotografo era un dato di fatto: c’era il rullino, c’era lo scatto, fine della storia. Oggi l’onestà è diventata una scelta attiva, quasi un patto che l’autore deve firmare con il suo pubblico ogni volta che pubblica un’immagine.

Non si tratta più solo di “non usare Photoshop”, ma di essere trasparenti sul percorso che ci ha portato a quell’immagine. Ecco come questa onestà sta prendendo forma oggi, in modo molto concreto.
Immagina di essere al ristorante: un conto è leggere “pesce fresco” sul menù, un altro è se lo chef ti invita in cucina a vedere la materia prima. In fotografia sta succedendo la stessa cosa. Molti professionisti oggi mostrano il loro file RAW (il negativo digitale, grezzo e non manipolabile) o utilizzano i nuovi “passaporti digitali” (come lo standard C2PA). È un modo per dire: “Ecco la filiera della mia immagine, puoi controllare tu stesso dove finisce la luce e dove inizia la post-produzione”. È un’onestà che passa per la tecnica, ma che serve a rassicurare il cuore di chi guarda.
C’è poi un modo molto più viscerale di provare la propria sincerità: mostrare il backstage. Se vedo un video di te che cammini per ore nel fango per catturare l’alba su una montagna, quell’immagine finale acquista un valore umano che nessuna AI potrà mai replicare. L’onestà qui non sta nel pixel, ma nello sforzo. Documentare il “making of” è diventato un atto politico: serve a ricordare al fruitore che dietro quell’istante c’è un corpo, un tempo speso e un’esperienza vissuta davvero.
Paradossalmente, l’onestà passa anche per la dichiarazione del trucco.

Un'immagine che mostra due donne in un ritratto evocativo, con una figura che sembra emergere dietro l'altra, creando un effetto di profondità e introspezione.

“Immagine generata da un’intelligenza artificiale, intitolata ‘Pseudomnesia: The Electrician’ di BORIS ELDAGSEN.”

Pseudomnesia: The Electrician è stata presentata ai Sony World Photography Awards e ha vinto nella categoria “Creatività”. L’immagine, in bianco e nero, ritrae due donne e sembra risalire agli anni ’40. L’artista ha poi suscitato scalpore rifiutando il premio e rivelando di aver creato l’immagine con l’intelligenza artificiale (IA). Sul suo blog ha scritto: “Volevo fare un test, per vedere se il mondo della fotografia fosse pronto a gestire l’impatto dell’IA sui concorsi artistici internazionali e, ovviamente, non lo era”. Con il suo approccio, Boris Eldagsen ha voluto aprire un dibattito sullo status delle immagini e, oltre a ciò, sull’importanza di restare vigili quando si tratta di contenuti prodotti dall’IA.

Pensa al fotografo Boris Eldagsen, che ha vinto un prestigioso premio internazionale per poi rifiutarlo, ammettendo che l’opera era stata generata dall’AI. Il suo non è stato un atto di superbia, ma di profonda onestà intellettuale: ha usato un “falso” per costringere il mondo dell’arte a parlare di verità. Essere onesti oggi significa dire chiaramente: “Questo è uno scatto reale”, oppure “Questa è una visione ibrida”. La menzogna non sta nell’uso dello strumento, ma nel nasconderlo.
Infine, c’è un’onestà che risiede nell’abbracciare l’imperfezione. L’intelligenza artificiale tende spesso a una perfezione “levigata”, quasi plastica. Molti artisti oggi scelgono di tornare all’analogico o di mantenere volutamente piccoli difetti, riflessi “sbagliati” o sfocature naturali. È un modo per dire: “Questo è umano perché è imperfetto”. È la firma del nostro limite, che diventa la prova della nostra presenza.
L’onestà intellettuale non è più l’assenza di filtri, ma la trasparenza sui filtri che abbiamo deciso di usare. Non è più una questione di ottica, ma di etica. Come diceva John Berger, il nostro modo di vedere è influenzato da ciò che sappiamo: se l’autore ci dà gli strumenti per “sapere” come è nata l’opera, allora noi torniamo a essere liberi di “sentire” senza la paura di essere ingannati.

Forse il futuro della fotografia non sarà più cercare la “Verità” con la V maiuscola, ma cercare la sincerità tra chi scatta e chi osserva.

Ciao

Sara