RIMA MAROUN, fotografa libanese da conoscere!

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

 “Il ruolo che può svolgere l´arte è essenziale perché attraverso di essa è possibile incontrare l´essere umano al di là delle appartenenze politiche, religiose e culturali” (R. M).

Fotografia di Rima Maroun dal lavoro “Murmures”

Rima Maroun (1983), fotografa libanese che vive e opera a Beirut, si è laureata nel 2006 presso l’Università dello Spirito Santo di Kaslik; interessata alle arti performative e all’organizzazione di eventi, ha co-fondato l’Associazione culturale Collectif Kahraba, con la quale ha partecipato a molteplici progetti teatrali fino al 2009. Oltre alla presenza attiva in festival internazionali di notevole rilevanza, nel 2017 Rima ha lavorato intensamente alla creazione di uno spazio artistico – Hammana Artist House – e di un collettivo – Collectif 1200 – volti a promuovere la collaborazione con fotografi locali alla ricerca di interessanti scambi culturali. Nel 2007, all’età di 25 anni, Rima si fece conoscere per un importante lavoro dall’esplicativo titolo “Murmures” (Mormorii) comprendente 14 immagini che rappresentano bambini e adolescenti di spalle davanti a tetri muri del martoriato sud del Libano: “…Volevo distogliere lo sguardo da questi bambini che sono dovuti diventare improvvisamente duri, adulti, tragicamente e penosamente consapevoli. Volevo evitare di giocare con facilità con le emozioni dello spettatore”, racconta la fotografa libanese.

Fotografie di Rima Maroun “While Standing My Ground”

La serie “Murmures” fu completata nel 2007, poco tempo dopo la fine del conflitto aperto tra Israele ed il movimento sciita Hezbollah, lavoro che oggi ci appare tragicamente attuale: i fanciulli che sembrano fondersi con le nude pareti che hanno di fronte, a significare una separazione dai loro coetanei, diventano emblemi universali dell’incomunicabilità a cui portano i dissennati conflitti. Nel 2012 Rima Maroun ha presentato a Montpellier la mostra fotografica “A Cielo Aperto” dedicata alla ‘nuova Beirut’, in corso di ricostruzione dopo la devastazione causata da quindici anni di guerra civile. In quel periodo l’urbanistica della città andava sensibilmente cambiando: girando per le strade ancora dissestate si poteva assistere a innumerevoli cantieri volti alla creazione di nuovi edifici. La fotografa percorre Beirut in lungo e in largo cercando di immortalare il fervore costruttivo che anima il tessuto urbano, rimanendo affascinata dalle colate di cemento e dai profondi scavi per le fondamenta dei moderni palazzi. “All’interno della mia terra si ritrovano la storia di diverse civilizzazioni, di guerre recenti e passate; oggi, una folla corsa ricostruttiva devasta la città, le strade sono in evoluzione, gli spazi aperti vengono rinchiusi sotto il peso massiccio del cemento, la terra è rimodellata, sviscerata, scavata” (R.M.)

Fotografie di Rima Maroun “A cielo aperto”

Il suo progetto più recente, “While Standing My Ground” ci presenta numerosi autoritratti ripresi dall’alto con l’aiuto di un drone, scattati a Beirut nel 2020 durante la pandemia da Covid19 che ha fatto precipitare la popolazione in un clima di incertezza e paura. Rima ci racconta che, dopo aver vissuto circa un mese chiusa in casa, ha compreso che per lei era necessario riprendere contatto con l’aria aperta: “L’unica cosa che mi sembrava sicura era la terra”. Da questo stato d’animo emergono interessanti e originali immagini in cui la fotografa si autoritrae sempre sdraiata a terra con braccia e gambe spalancate a percepire meglio il contatto con il suolo, alla ricerca di una sensazione di stabilità in un clima tanto precario. In ogni scatto, Rima si riprende sempre nella stessa posizione, indossando pantaloni e maglia rigorosamente neri, con la mascherina di protezione sul volto. Sdraiata sopra le fredde piastrelle di una squallida piscina vuota, oppure all’interno di luoghi abbandonati, Rima incarna l’unico elemento stabile, perché schiacciato al suolo, in un mondo che intorno a lei sembra cambiare sempre in peggio. Con la potente deflagrazione che ha flagellato il porto di Beirut nell’agosto del 2020, non lontano da dove si trovava la Maroun, aumentano gli scatti di luoghi non solo degradati, ma letteralmente devastati, ad accogliere in mezzo a cumuli di detriti e macerie la figurina nera di Rima aggrappata al terreno, unico elemento che rimane fermo a sostenerla e consolarla dopo la catastrofica esplosione.

Ritratto della fotografa

Esperta anche nell’ambito della fotografia di matrimoni, in cui mostra tutta la sua raffinata sensibilità e creatività, si è fatta conoscere al pubblico italiano soprattutto con la partecipazione al Festival internazionale di fotografia di Cortona nel 2022.

Le sue opere sono state esposte in diversi Paesi, tra cui Italia, Ungheria, Siria, Francia, Libano ed Emirati Arabi. Nel 2008 ha ricevuto il premio della Fondazione Anna Lindh per il dialogo attraverso l’arte e la cultura.

www.deapress.com

https://www.lensculture.com/articles/rima-maroun-while-standing-my-ground

https://www.instagram.com/rimamaroun

https://ilfotografo.it/news/cortona-on-the-move

https://www.theguardian.com/artanddesign/gallery/2022/sep/03/a-beirut-photographers-

https://www.deapress.com/culture/arte/14285-beirut-secondo-rima-maroun

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Moira Ricci, tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia.

Articolo di Giovanna Sparapani

“…Ho cominciato a fare le foto in spiaggia, l’estate, al  Lido di Savio. Otto chilometri sotto il sole avanti e indietro..” (MR).

Sperando di guadagnare qualche spicciolo, Moira chiedeva ai bagnanti e alle persone sotto l’ombrellone se gradivano essere fotografati, ma le risposte erano per lo più negative e spesso anche sgarbate. Non perdendosi d’animo, la giovane li ha fotografati di nascosto per poi ritagliarli a mo’ di piccole figurine che ha collocato in ordine sparso sopra un autoritratto che la immortala sdraiata su una spiaggia, coperta da una coltre di sabbia da cui fuoriescono solo una parte del viso, un  piede e le mani: la ragazza appare come un gigante, mentre i personaggi che affollano la spiaggia sono dei ridicoli lillipuziani dalle dimensioni molto ridotte. Da lì l’ironico e calzante titolo, “ ALidiput”, 2003 .

Moira Ricci, nata nel 1977 a Orbetello in provincia di Grosseto, si è diplomata in fotografia a Milano nel 1998 per continuare gli studi in Arti visive e Comunicazione multimediale presso l’Accademia di belle Arti della città lombarda dove prevalentemente risiede, alternando lunghi soggiorni in Maremma. Il vasto e variegato territorio toscano è ricco di ricordi legati alla sua infanzia e adolescenza ed è da lei profondamente amato per le sue radici contadine che conservano vivida memoria di celebri leggende e incredibili avvenimenti.

Fotografia di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

I suoi racconti visivi sono per lo più ispirati ad un mondo di tracce personali desunte dal passato, fatta eccezione per un lavoro particolare -“Da buio a buio” del 2009 – in cui si ispira a strani personaggi un po’ paurosi e un po’ grotteschi, tratti dalle fiabe popolari che  la  mamma le narrava  quando era piccolina: l’uomo sasso, i gemellini, la bambina mezza cinghiale, Il lupo mannaro, secondo il senso del magico e talvolta del terribile che permea alcune storie tipiche della civiltà contadina. La mostra relativa a questo lavoro affianca alle fotografie anche interviste registrate, video, stralci di giornale e ricerche scientifiche;  le immagini che vengono racchiuse in vecchie cornici trovate nei mercatini o nelle case di parenti, contribuiscono a creare un’atmosfera antica e familiare.

Fotografie di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

A sua madre Loriana, scomparsa prematuramente all’età di cinquanta anni per una caduta accidentale, è dedicato il suo lavoro fotografico più importante, dal titolo assai esplicativo “ 20.12.53 – 10.08.04”(nascita-morte) , confluito in un libro edito da Corraini che contiene 50 fotografie, una per ogni anno in cui è vissuta l’amata mamma. Moira ha sofferto moltissimo per questa perdita e, quasi per illudersi di starle sempre a fianco, grazie al sapiente uso di tecniche digitali, ha inserito sé stessa all’interno di fotografie d’epoca che parlano della Toscana grossetana, che ci raccontano della sua famiglia, dei parenti, dei compaesani, dei luoghi più frequentati e vissuti. Lei stessa racconta la genesi delle sue immagini: “Ho cercato le sue foto vecchie, sono andata nei posti, mi sono vestita, ho cercato la posizione giusta, poi mi sono infilata nella foto…”. Il lavoro è durato dieci anni e ha avuto un’evidente funzione terapeutica nell’elaborazione del lutto. Dotata di una sensibilità delicata e profonda, Moira si inserisce nella foto come se volesse far compagnia a sua madre e nel contempo avvertirla della disgrazia che le sta per accadere: il reale e la finzione si fondono a meraviglia in uno struggente racconto visivo di notevole forza comunicativa.

In un progetto più recente, “Dove il cielo è più vicino”, confluito in una interessante mostra con immagini e video, lo sguardo della fotografa si allontana dall’ autobiografia, concentrandosi su una tematica sociale, quella dei poderi abbandonati da parte dei contadini impoveriti: “…. è una preghiera al cielo, ma anche una minaccia a chi ci controlla dall’alto, è un ritratto di poderi che hanno perso la loro identità e il loro significato, è un tentativo di fuga e allo stesso tempo l’incapacità di metterla in atto”. (MR)

Moira Ricci termina il ritratto che fa di sé stessa con queste concise parole: “Io sto bene solo quando lavoro. Calma il vuoto. Tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia, insomma quello che mi è successo. L’autoritratto è sottinteso” (MR)

Autoritratto ©MOIRA RICCI

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Concita De Gregorio “Chi sono io?” ed. Contrasto, Roma 2017.

Il libro fotografico dell’artista Moira Ricci dedicato alla madre

Angela Madesani art tribune

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Aapo Huhta, per Magnum uno dei migliori under 30

Ricerca di Ylenia Bonacina

Aapo Huhta

Aapo Huhta è un giovane fotografo finlandese nato nel 1985. Dopo aver studiato fotografia presso il Lahti Institute of Arts and Design, ha conseguito un master in fotografia presso la Aalto University of Arts and Design a Helsinki, Finlandia. Nei suoi lavori Aapo Huhta combina elementi di fotografia documentaria ad osservazioni soggettive che nel loro intrecciarsi portano a una gamma di narrazioni ambigue e frammentate. Per mezzo di associazioni, rimandi ed accenni nei lavori di Huhta si vengono a costruire potenti saggi visuali che, servendosi di un vortice visivo metaforico, indagano la componente umana. 

Ukkometso, uno tra i suoi lavori più conosciuti, trascina l’osservatore nella contemplazione e comprensione delle fotografie. Ciò che lo ha portato alla realizzazione di questo lavoro è stata l’ideologia della creazione del mondo secondo il folklore finlandese.

“According to Finnish folklore, the world was created out of the shell of a duck egg made of gold and iron. The first human was born after a goddess was impregnated by the wind. According to the same mythology, human life first began in a place called Kalevala, a region now known Kainuu, situated on the western side of the Finnish-Russian border.”[1]

Kainuu potrebbe quindi essere il luogo in cui tutto ha iniziato a prendere vita. Oggi però questo luogo è noto come area con il più alto tasso di suicidio dell’intera Finlandia ed è soggetto a un forte calo demografico. Inoltre è un luogo di estreme tensioni sia dal punto di vista economico con uno scontro costante tra libero mercato e totalitarismo; sia dal punto di vista geografico in quanto punto di incontro tra Oriente ed Occidente.[2] Aapo Huhta, insieme ad altri quattro fotografi, ha deciso di indagare questo luogo e la sua gente. Ognuno ha lavorato in modo autonomo secondo la propria indole fotografica ma, collettivamente, il filo comune delle varie narrazioni fotografiche restavano le storie del folclore finlandese. L’obiettivo comune era quello di trovare una connessione tra il passato mitico e il mondo contemporaneo.[3]

L’ultimo lavoro pubblicato di Aapo Huhta è Omatandangole, fotolibro pubblicato nel 2019 da Kehrer Verlag. Questo progetto è stato scattato tra il 2016 ed il 2018 nei desolati deserti della Namibia. Dopo un periodo difficile dal punto di vista personale Aapo Huhta ha deciso di rifugiarsi nel deserto per prendere le distanze dal suo passato e dalla vita che conduceva in Finlandia. Qui, in Namibia, ha potuto sperimentare in modo creativo lasciando convergere realtà e fantasia. I soggetti ritratti in queste immagini sono tratte dalla realtà ma potrebbe essere state facilmente l’oggetto dei nostri sogni. Le turbolenze personali del fotografo hanno dato vita quasi inconsciamente al progetto che, nel suo evolversi, ha insistito su un piano di narrazione più ampio andando ad indagare le condizioni del degrado ambientale che incombe inesorabile sul mondo naturale. La serie allude ad un futuro imminente in cui la società è devastata dagli effetti provocati dalla crisi climatica che stiamo attraversando. La tematica ambientale è molto cara all’autore ma come lui stesso afferma non è il topic principale di questo progetto seppur è impensabile affermare che non sia parte integrante della narrazione.[4]

Nel 2014, Huhta è stato selezionato come uno dei migliori fotografi Under 30 da Magnum Photos. Inoltre ha ricevuto il premio Young Nordic Photographer of the Year 2015 ed è stato scelto per la Joop Swart Masterclass nel 2016.[5]

Da un’intervista di Karl Ketamo per Urbanautica[6]:

About your work now. How would you describe your personal research in general?

AH: Every project I’ve done has started from some kind of a coincidence and without me trying too much to produce anything. Then by the time it evolves to a direction that somehow feels important to me. So the starting point has never been really clear to me, but after a while I start having the need to understand what I’m doing and that is sort of like a second beginning of the process, when it all becomes conscious. After that it takes more work until I feel totally fed up with the whole thing and can’t reach any higher levels. I assume that is a good time to start building the body of work. But I have done only a few projects so I can’t say that I would be able to see any kind of patterns in my practice yet.

IMMAGINI KAINUU PRESE DA https://aapohuhta.com/Ukkometso

IMMAGINI OMATANDANGOLE PRESE DA https://aapohuhta.com/Omatandangole

SITOGRAFIA

https://aapohuhta.com

https://www.urbanautica.com

https://www.lensculture.com


[1] Secondo il folklore finlandese, il mondo è stato creato dal guscio di un uovo di anatra fatto di oro e ferro. Il primo essere umano è nato dopo che una dea è stata impregnata dal vento. Secondo la stessa mitologia, la vita umana iniziò per la prima volta in un luogo chiamato Kalevala, una regione ora nota Kainuu, situata sul lato occidentale del confine russo-finnico.

https://www.lensculture.com/articles/aapo-huhta-ukkometso-finnish-myth-finnish-reality

[2] https://www.lensculture.com/articles/aapo-huhta-ukkometso-finnish-myth-finnish-reality

[3] https://www.lensculture.com/articles/aapo-huhta-ukkometso-finnish-myth-finnish-reality

[4] https://www.bjp-online.com/2019/10/fact-and-fiction-in-the-work-of-aapo-huhta/

[5] https://aapohuhta.com/INFO

[6] https://www.urbanautica.com/post/119277511729/aapo-huhta-the-documentary-element