Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre di fotografia da non perdere in agosto!

Prima di scappare per le meritate vacanze, vi lasciamo con qualche consiglio per le mostre di fotografia del mese di agosto

Buone vacanze!

Anna

MONIKA BULAJ. GEOGRAFIE SOMMERSE

Monika Bulaj, Il canto potente delle donne pugliesi per la madre di Dio che perse il figlio, il lamento di Demetra, Stabat Mater. Canosa, Italia, 2015
© Monika Bulaj | Monika Bulaj, Il canto potente delle donne pugliesi per la madre di Dio che perse il figlio, il lamento di Demetra, Stabat Mater. Canosa, Italia, 2015

Il Magazzino delle idee di Trieste ospita da sabato 15 luglio a domenica 8 ottobre 2023 la mostra fotografica Geografie sommerse della fotografa, reporter e documentarista Monika Bulaj.

L’esposizione a cura della stessa fotografa e organizzata da ERPAC, Ente Regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, ripercorre attraverso più di cento immagini, a colori e in bianco e nero, il lungo viaggio dell’artista fra minoranze e popoli nomadi, fra fedi e religioni, un percorso che l’ha condotta lungo confini, in luoghi sacri e condivisi documentando le condizioni sociali degli strati più deboli dei Paesi da lei attraversati: Europa orientale, Caucaso, Medio Oriente, Africa, altipiano iranico, Asia centrale, Russia, Afghanistan, Haiti e Cuba.

Le fotografie di Monika Bulaj mettono in luce l’invisibile, quella ricchezza che sotto gli occhi di tutti sta scomparendo, in quelle terre dove per millenni le genti hanno condiviso i santi, i gesti, i miti, i canti, le danze, gli dei. Le minoranze perseguitate in Afghanistan e Pakistan, i cristiani d’Oriente, i maestri sufi dal Maghreb alle Indie, gli sciamani dell’antica Battria, gli ultimi pagani del Hindu Kush, i nomadi tibetani, le sette gnostiche dei monti Zagros. Abitanti delle ultime oasi d’incontro, zone franche assediate da fanatismi armati, patrie perdute dei fuggiaschi d’oggi. Luoghi dove gli dei parlano spesso la stessa lingua franca e dove, dietro ai monoteismi, appaiono segni, presenze, gesti, danze, sguardi condivisi.

Testimonianze catturate in cammino con i nomadi, minoranze in fuga, pellegrini. Cercando il bello anche nei luoghi più bui, la solidarietà e la coabitazione tra fedi laddove si mettono bombe, le crepe nella teoria del cosiddetto scontro di civiltà. Un lavoro che è mutato nel tempo dove all’inizio l’intento era quello di documentare piccole e grandi religioni all’ombra dei conflitti antichi e presenti per arrivare poi a raccogliere e cogliere il racconto delle preghiere e dei sogni, delle tante memorie sempre incentrato sul senso dell’uomo per il sacro.

“Le geografie che traccio con questa ricerca – spiega Monika Bulaj – sconvolgono le mappe mentali tradizionali sul sacro, basate su elezione, divisione ed esclusione, dando vita ad un piccolo atlante visuale delle minoranze a rischio e del “sacro”. Sono luoghi tenuti segreti e spesso indecifrabili dove da secoli si preservano parole trasmesse di bocca in bocca, e con esse il sapere sulle origini, le metafore delle iniziazioni e delle trasformazioni, le ricette per la sopravvivenza”.
Al centro di tutta la sua ricerca vi è il corpo, chiave di volta e pomo della discordia nelle religioni.

Il corpo iniziato e benedetto, svelato e coperto, temuto e represso, protetto e giudicato, intoccabile
e impuro, intrappolato nella violenza che genera violenza, corpo-reliquia, corpo-martire, corpo-trappola, corpo-bomba.
“Mi piace pensare il corpo – dice Monika Bulaj – come a un tempio, scrigno della memoria collettiva, quello che non mente. Nell’arcaicità dei gesti si legge la saggezza arcana di un popolo, la ricerca della liberazione attraverso l’uso sapiente dei sensi”.

La ricerca di Monika Bulaj, inizia nel 1985. Dal 2001 ha trovato espressione in numerose esposizioni.

I suoi scatti e reportage in costante cammino “con persone in fuga dalla follia dell’uomo” per citare l’autrice, sono stati pubblicati in diversi quotidiani e magazine italiani e internazionali, tra i quali Courrier International,Gazeta Wyborcza,GeoCorriere della Sera, InternazionaleNational GeographicThe New York TimesTimeLaRepubblicaRevue XXIAl JazeeraGrantMagazineVirginia Quarterly Review.
Il suo reportage Haiti degli spiriti inoltre, ha rappresentato la testata “La Repubblica” nella sezione
Daily Press per il Visa d’Or a Perpignan nel 2015 e le sue opere sono state acquistate da Leica Collections.

“La fotografia è specchio e relazione – afferma la fotografa nell’introduzione nel volume fresco di stampa –, vetro da cui traspare qualcosa. Tutto accade nella grazia d’un incontro. Non nelle domande che contengono già le risposte, ma nell’ascolto, che rende il racconto indispensabile”.

I visitatori della sua mostra al Magazzino delle idee fino all’8 ottobre, potranno entrare in un inedito racconto attraverso le immagini che la fotografa ha volutamente allestito in un intreccio narrativo – visivo più per similitudini che per latitudine e incontrare così un mondo antico, apparentemente distante dove poter scoprire invece, una vicinanza e assonanza sui temi presentati così universali per l’umanità.

In occasione della mostra è pubblicato da Emuse edizioni il libro dal titolo Geografie sommerse con immagini e testi dell’autrice.

Dal 15 Luglio 2023 al 08 Ottobre 2023 – Magazzino delle idee – Trieste

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PHILIPPE HALSMAN. LAMPO DI GENIO

Marilyn Monroe by Philippe Halsman
© Philippe Halsman | Marilyn Monroe by Philippe Halsman

Mostra dedicata a Philippe Halsman, tra i più originali ed enigmatici ritrattisti del Novecento.

In mostra oltre cento immagini di vario formato, tra colore e bianco e nero che percorrono l’intera sua carriera selezionate da Contrasto e Archivio Halsman di New York.

L’esposizione, ideata e curata da Alessandra Mauro presenta per la prima volta in Italia una grande personale dedicata a uno dei più importanti fotografi del Novecento, Philippe Halsman. Nato a Riga (Lettonia) nel 1906, Halsman comincia negli anni Venti la sua carriera di fotografo e diventa celebre a Parigi, negli anni Trenta, lavorando per riviste come “Vogue” e “Vu”. Negli anni Quaranta riesce a ottenere un visto per gli Stati Uniti grazie all’amicizia di Albert Einstein e una volta sbarcato a New York, la sua fama di grande ritrattista si consolida ancora di più. Dalle collaborazioni con le grandi testate, agli intensi ritratti per lo show business hollywoodiano, Halsman ha creato un genere e uno stile unico e rivoluzionario. Le sue fotografie sono frutto di una vulcanica creatività e delle sinergie che si manifestavano nell’incontro con grandi e illustri amici tra cui, il più folle di tutti, Salvador Dalì, con cui realizza una serie straordinaria di immagini surreali e surrealiste. Nella sua lunga carriera di ritrattista, Halsman ha firmato 101 copertine della rivista “Life”: un record incontrastato.

Le immagini sono accompagnate da una documentazione selezionata come le copertine di “Life”, i provini, le testimonianze d’epoca e i filmati per ricordare questo grande interprete della fotografia e offrire allo stesso tempo un’originale riflessione sul ritratto fotografico, la sua genesi e la sua particolarità.

Un’occasione unica per ammirare le sue grandi creazioni, comprendere quale sia la chiave creativa che, ancora oggi, ogni ritratto richiede e, dall’altra parte, passare in rassegna, con le sue opere, i volti della cultura e dello spettacolo del Novecento.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata da Contrasto Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con BNL BNP Paribas e Leica. Il catalogo è edito da Contrasto.

Dal 06 Luglio 2023 al 07 Gennaio 2024 – Museo di Roma in Trastevere

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HIPGNIOSIS STUDIO: PINK FLOYD AND BEYOND

©  PINK FLOYD MUSIC LTD.
© PINK FLOYD MUSIC LTD.

In un viaggio a tappe pensato dall’associazione culturale ambientarti per la Costiera Amalfitana ed iniziato a Cetara, prende forma il format AMI – ARTE MARE INCONTRI, che oggi si estende fino a Maiori per dare vita a un progetto di grande respiro ed ospiti internazionali. E così, anche Ami Maiori attraverso la cultura, l’arte e gli eventi si prefigge di valorizzare i beni e la tradizione, nonché l’immenso valore paesaggistico del borgo costiero. Le iniziative hanno, infatti, una fortunata ricaduta sul territorio, sull’appeal turistico e sulle bellezze naturali, culturali e monumentali del paese.

Ancoraggio, territorio, marchi di qualità: questi i cardini su cui Ami sta tracciando il proprio percorso. Grazie al sostegno della Regione Campania e del Comune di Maiori, con il sindaco Antonio Capone, il direttore artistico della programmazione estate 2023 a Maiori, Alfonso Pastore, con la responsabile procedimento, Rossella Sammarco, la Costiera Amalfitana diventa protagonista di una delle celebrazioni più memorabili della storia della musica rock: i 50 anni dall’uscita di “The Dark Side of the Moon uno degli album più influenti della storia della cultura popolare.

Ed è “Hipgnosis Studio: Pink Floyd and beyond” il titolo della mostra che apre i battenti il prossimo martedì25 luglio, nelle sale di Palazzo Mezzacapo alla presenza di Aubrey Powell, – fondatore insieme a Storm Thorgerson dello Studio Hipgnosis e attuale direttore creativo dei Pink Floyd – ospite d’eccezione al taglio del nastro.  

La mostra, a cura di ONO arte sarà visitabile fino al 27 agosto: 55 opere di grande formato, con un nucleo centrale che racconta la collaborazione tra Studio Hipgnosis e i Pink Floyd, dalle copertine più iconiche della band fino ai loro lavori preparatori e out-take, per mostrare passo dopo passo il processo creativo all’origine di quelle che ormai sono diventate pietre miliari non solo dell’arte e del design, ma anche della cultura visiva contemporanea tutta. Dai lavori per i Pink Floyd, la mostra si allargherà anche alle opere realizzate per band come Led Zeppelin, Peter Gabriel, Genesis e Rolling Stones.

Il vernissage si concluderà con uno straordinario omaggio che vede ripetersi il sodalizio tra l’associazione culturale presieduta da Alessia Benincasa e i Pink Bricks, la storica tribute band italianadei Pink Floyd. Al talk di apertura, dalle 19.30, saranno presenti Stefano Tarquini, Nino Gatti, insieme ad Alfonso Amendola, esperto di consumi di massa e avanguardie contemporanee, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Salerno. Conosciuto in tutto il mondo per il suo archivio storico sui Pink Floyd, sin dal 1988 Nino Gatti ha collaborato a vari articoli e libri pubblicati in Italia e all’estero. È vice-presidente dell’associazione culturale «The Lunatics», un progetto che comprende il più grande archivio storico e musicale sui Pink Floyd. E fa parte del gruppo “The Lunatics” anche Stefano Tarquini che, dal 1984, è un collezionista di vinili dei Pink Floyd. In occasione del 50° anniversario del disco, lo scorso 1 marzo è uscito un libro interamente realizzato in formato deluxe con copertina rigida rilegata in tela, in edizione limitata a 500 copie.  Nel volume sono presenti tutte le 700 varianti conosciute del capolavoro dei Pink Floyd su LP, riccamente illustrate con oltre 1000 immagini: dalla prima edizione britannica del marzo 1973  alle stampe meno conosciute provenienti dal Nicaragua o del Mozambico.

Per concludere la serata di inaugurazione ci si sposterà dalle 21.30 al Tetro del Mare per il tributo dei Pink Bricks al “lato oscuro della luna”, preceduto dall’opening-actdi Aubrey Powell, in dialogo con Maurizio Guidoni e Vittoria Mainoldi di ONO arte.  Dopo il concerto-evento “The Dark Side Anniversary Concert” alla “Sala Pier Paolo Pasolini” di Salerno dello scorso marzo, i Pink Bricks riproporrano l’intero album e altri brani leggendari dei Pink Floyd nel suggestivo scenario, con una formazione a 8 elementi (Giuseppe Del Sorbo, voce; Antonello Buonocore, basso; Alessio D’Amaro, chitarra; Sergio Duccilli, tastiere e visual; Pasquale Benincasa, batteria; Antonio Maiorano, sax; Carmen Vitiello e Mafalda Angrisani, cori) e un sofisticato spettacolo di luci, suoni, colori.

Durante il mese di agosto, saranno in programma diversi appuntamenti, tra cui uno speciale scret concert unpluggedvenerdì 11 agosto, alle 21.30, nei meravigliosi Giardini del Palazzo Mezzacapo che faranno da quinta ad un set acustico dei Pink Bricks, in un’atmosfera che si promette magica.

La mostra “Hipgnosis Studio: Pink Floyd and Beyond” ripercorre la storia di uno dei gruppi più importanti della musica rock attraverso il lavoro dello studio grafico che aiutò a tradurre in immagine visive la loro opera sonora. Non è infatti possibile immaginare i Pink Floyd senza le copertine dei loro album, che sono diventati dei veri e propri simboli, e dietro a quelle copertine c’erano Storm Thorgerson e Aubrey Powell, ovvero lo Studio Hipgnosis, noto al grande pubblico nel 1973, proprio con la copertina realizzata per “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd. Il disco in sé ebbe ampio successo entrando nelle case di milioni di fan, e da allora l’iconico triangolo attraversato dall’arcobaleno fu considerato una delle migliori copertine di album di ogni tempo. Ma per Hipgnosis la collaborazione con la band era iniziata già dal 1968 con “A Saucerful of Secrets”, quando lo studio non aveva ancora un nome ed era in realtà un duo di studenti che utilizzava il laboratorio del Royal Collage of Art di Cambridge per dare vita ai primi progetti, a beneficio di altrettanti studenti con aspirazioni musicali.
Partendo dalla tecnica del collage fotografico, Thorgerson e Powell cominciarono a realizzare copertine di dischi dai tratti surreali, fino a rivoluzionare e cambiare per sempre quella che è la produzione grafica di album musicali, la cui importanza stava diventando sempre più rilevante proprio in quegli anni. E’ solo con la così detta British Invasion della metà degli anni ’60, infatti, che il ruolo delle copertine dei dischi diventò importante, configurando quello che prima era solo un contenitore come un importante veicolo di contenuto. In un clima di tali novità, il gruppo Hipgnosis iniziò una sua personale sperimentazione, introducendo diverse tecniche che permettevano di ottenere effetti psichedelici. Per lo studio Hipgnosis la tecnica era importante quanto il contenuto: le loro complesse composizioni fotografiche, oggi molto più semplici da realizzare grazie ai programmi digitali, allora erano di gran lunga più impegnative, e i loro esperimenti in camera oscura furono molti. Utilizzarono il bianco e nero, il colore, la stampa multipla, la solarizzazione, la stampa in negativo, la doppia esposizione e così via.  Ma il lavoro artistico di Hipgnosis non era una sperimentazione manierista e fine a se stessa, bensì una diretta traduzione dell’opera dei gruppi per cui lo Studio lavorava, i Pink Floyd su tutti: come la musica diventava sempre più concettuale, complessa ed intrigante, così facevano anche le copertine degli album. Inoltre, proprio in questi anni si assistette ad una nuova trasformazione del concetto di arte che venne sdoganata ad un pubblico di massa, diventando così molto più accessibile. L’ evoluzione artistica della musica pop sarebbe oggi impensabile senza le copertine realizzate dallo Studio Hipgnosis. Prima del loro lavoro le cover erano quasi esclusivamente fotografie degli artisti: Aubrey Powell e Storm Thorgerson le hanno trasformate in una forma d’arte. L’aspetto del lavoro di cui Powell è più orgoglioso è la creatività condivisa con Storm Thorgerson, morto di cancro nel 2013. I due artisti hanno sempre cercato pensieri obliqui, con lo scopo di non essere mai ovvi e scontati e sviluppare un proprio stile nel quale il Surrealismo la faceva da padrone. Uno stile unico, copiato e ammirato nel mondo, ma mai eguagliato. Aver avuto il privilegio di poter lavorare continuativamente con artisti come Pink Floyd ha permesso a Hipgnosis di evolversi fino ai giorni nostri, entrando – di diritto – nei più importanti musei del mondo.

Dal 25 Luglio 2023 al 27 Agosto 2023 – Palazzo Mezzacapo – Maiori (SA)

ALEX MAJOLI. CRONACHE

Rapiti dalla realtà, osservano in assoluto silenzio. Così i primi visitatori della mostra “Cronache” che porta a Modica, fino a metà ottobre, le fotografie di un nome internazionale come Alex Majoli.
Inaugurata sabato sera all’ex convento del Carmine, con un corpus di oltre 130 fotografie, la mostra porta in evidenza temi importanti, narrazioni fotografiche che Majoli, da cittadino del mondo, ha catturato in più anni e in più Paesi, scegliendo anche territori martoriati dalla guerra o dalle dittature, o vicende inaspettate e drammatiche come la pandemia, per mettere soprattutto le persone al centro, protagonisti della “teatralità dell’esistenza”, di pirandelliana memoria, in cui ciascuno recita la propria parte.
Come hanno ricordato i curatori della mostra, il critico d’arte Paolo Nifosì e il sovrintendente Tonino Cannata, le opere di Majoli rappresentano uomini, donne, bambini, bambine, anziani fotografati nei vari continenti, in varie nazioni, nell’arco degli ultimi trent’anni. “Contestualmente – spiega Nifosì nel testo in catalogo che contiene anche un’intervista esclusiva – fotografano la sofferenza, la pandemia, il dolore, i muri, i confini, i deboli, i poveri, gli emarginati, la violenza, le guerre, le migrazioni, il potere, le ideologie, le fedi, i popoli che subiscono. Questa varia Umanità è la protagonista di questa mostra di Modica”.
Immagini caratterizzate dal buio, dai neri, che incidono fortemente nella percezione visiva del visitatore, accentuando ancor di più la tragedia, il dolore, la solitudine, le disperazioni del mondo stesso. “Portiamo a Modica una mostra straordinaria – ha detto in presentazione il sovrintendente Cannata – con un grande della fotografia mondiale, e con un’esposizione che mette al centro proprio il visitatore, sorpreso nel guardare gli scatti fotografici, sequenze di Umanità che Majoli blocca per sempre facendo diventare quei momenti immortali”.

La mostra, promossa dalla Fondazione Teatro Garibaldi con il patrocinio del Comune di Modica e della Regione Siciliana (rappresentata quest’ultima dall’on. Ignazio Abbate e che ha annunciato specifici finanziamenti per la Fondazione Teatro Garibaldi) sarà fruibile fino al 15 ottobre anche per consentire, come ricordato dal vicepresidente della Fondazione, Giorgio Rizza, una fruizione alle scolaresche molte delle quali hanno già manifestato il proprio interesse.
E finalmente, per la prima volta, la mostra è realmente inclusiva perché è attivo il servoscala che permette l’accesso ai disabili.

“E’ la novità con cui lanciamo questa mostra – sottolinea Maria Monisteri, presidente della Fondazione Teatro Garibaldi – Grazie a lavori di adeguamento abbiamo voluto che questo appuntamento fosse davvero dedicato a tutti. Majoli è un fotografo di fama internazionale e questa straordinaria mostra a Modica, evento principale della nostra stagione estiva, non solo ci offre l’opportunità di poter fruire dei suoi scatti ma ci proietta come punto di riferimento in Sicilia per i grandi eventi”.

Majoli, che ha invitato tutti a godersi la mostra e a riflettere sugli input che arrivano, ha anche spiegato che è necessario approfondire. Nell’era delle immagini veloci la fotografia di Majoli ci invita a fermarci, ad osservare, a comprendere. “Ho sempre percepito la fotografia come una cosa fisica, di carta, qualcosa di tangibile. Credo che bisogna avere il tempo per guardare le immagini.
Oggi per farlo, sugli schermi del nostro smartphone, usiamo i pollici, vediamo decine e decine di immagini al secondo senza nemmeno comprenderle. Io uso l’indice, ancora. Per scattare, per raccontare. Diversamente si rischia di perdere la bussola. Nessuno ci obbliga ad andare veloci. Io penso che si debba rallentare nella vita, si debba andare più nel profondo, si debba capire di più, piuttosto che pensare di aver capito”.
A sostenere l’iniziativa gli sponsor Avimecc, Bonajuto, Mutika, Winner, e dai tradizionali partner Conad, Gruppo Minardo, Gruppo Zaccaria, Acqua Santa Maria, Modicanello, Bapr. Media partner DSE Pubblicità. Alex Majoli, nato a Ravenna, ha vissuto a New York ed è da qualche anno siciliano d’adozione (vive nella barocca Scicli). Ha ricevuto numerosi premi internazionali e ha raccontato guerre, attacchi della polizia, povertà delle periferie nelle megalopoli dei continenti, massacri, solitudini, disperazioni dell’intero globo. Dal 2001 è membro effettivo dell’agenzia internazionale fotografica Magnum Photos, di cui per alcuni anni ha ricoperto l’incarico di presidente.

A sostenere l’iniziativa gli sponsor Avimecc, Bonajuto, Mutika, Winner, e i tradizionali partner Conad, Gruppo Minardo, Gruppo Zaccaria, Acqua Santa Maria, Modicanello, Bapr. Media partner DSE Pubblicità. 

Dal 15 Luglio 2023 al 15 Ottobre 2023 – Ex Convento del Carmine – Modica (Ragusa)

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GIBELLINA PHOTOROAD

Mimmo Jodice, Gibellina
© Mimmo Jodice | Mimmo Jodice, Gibellina

Installazioni fotografiche di grande formato, mostre outdoor, installazioni site-specific, video mapping, talk e visite guidate, animeranno le strade di Gibellina (Trapani), città siciliana che è uno dei più grandi musei d’arte contemporanea “a cielo aperto” del mondo. 

Torna dal 28 luglio al 30 settembre 2023 Gibellina Photoroad, il primo festival di fotografia e arti visive open air e site-specific in Italia e uno dei pochi al mondo, che porta nella cittadina del Belìce il meglio della fotografia contemporanea internazionale con visionari e innovativi allestimenti “all’aperto”, alla ricerca di nuove interazioni con lo spazio urbano e con il pubblico. 

Organizzato dall’Associazione culturale On Image con la direzione artistica di Arianna Catania, e promosso da Comune di Gibellina e Fondazione Orestiadi, il festival Gibellina Photoroad celebra quest’anno la sua quarta edizione. Parteciperanno 34 artisti (più 3 mostre collettive) provenienti da 11 Paesi europei e extraeuropei che hanno accettato la sfida di progettare nuovi allestimenti, pensati per interagire con il tessuto urbano di Gibellina, città d’arte nata dalle macerie del devastante terremoto del 1968 e caratterizzata da opere architettoniche e sculture dei più noti artisti del ‘900 come Alberto Burri, Arnaldo Pomodoro, Pietro Consagra, Mimmo Paladino e molti altri. 
Dai maestri della storia della fotografia come Mimmo Jodice, a reporter come il fotografo Magnum Jonas Bendiksen e il vincitore di 10 World Press Photo Francesco Zizola, fino alle sperimentazioni dell’’“alchimista dell’immagine”, il giapponese Kensuke Koike: Gibellina Photoroad offre un amplissimo spaccato della fotografia contemporanea internazionale, un percorso variegato e intrigante che si dipana a partire dal tema scelto per questa edizioni: le “alterazioni”. “La fotografia è dalla sua nascita un campo in cui il conflitto tra genio creativo e forme precostituite, tra individuo e strutture sociali si esprime alla sua massima potenza”, spiega la direttrice Arianna Catania. “La fotografia nasce da una positivistica aderenza alla realtà, ma non rappresenta mai il mondo così com’è, lo modifica, lo trasforma, lo altera”. Spiega la direttrice Arianna Catania. 

Dal 28 Luglio 2023 al 30 Settembre 2023 – Sedi varie – Giballina (TP)

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SACRED LANDSCAPES | SACRO E NATURA IN MOSTRA ALLE VATICAN CHAPELS

Ricardo Flores & Eva Prats
Ricardo Flores & Eva Prats

Una mostra collettiva pensata per raccontare la relazione tra la spiritualità e la natura: Sacred Landscapes è il progetto che la Fondazione Giorgio Cini presenta in occasione della Biennale Architettura 2023, dal 18 maggio al 26 novembre. Un percorso espositivo che nasce dall’esperienza del suo curatore, Marco Delogu, alle Vatican Chapels nel bosco dell’Isola di San Giorgio, dalle suggestioni vissute nel parco e dall’intenso rapporto con la spiritualità evocata dal contesto.
Un luogo verde e silenzioso nella laguna, tra acqua, cielo e terra, ideale per condurre alla riflessione e all’esperienza spirituale. Per raccontare questo viaggio introspettivo sono stati riuniti i lavori di dieci grandi nomi della fotografia mondiale – Don McCullin, Tim Davis, Marco Delogu, Graciela Iturbide, Sally Mann, Martin Parr, Annie Ratti, Guy Tillim, Paolo Ventura, Francesca Woodman – ciascuno posto in relazione con le architetture delle cappelle: il primo Padiglione della Santa Sede alla Biennale Esposizione Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia del 2018, composto da dieci cappelle permanenti all’interno del bosco della Fondazione Giorgio Cini e inserito nel percorso delle visite guidate.
Un progetto promosso dalla Santa Sede e sostenuto dalla Fondazione, che attiva la missione dell’istituzione di generare nuove possibilità creative e di dialogo, un terreno di confronto unico per la nascita di nuove esperienze artistiche, di valorizzazione e scambio interculturale.
Realizzate da architetti di fama mondiale provenienti da Italia, Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, USA, Australia, Brasile, Giappone, Cile/Serbia e Paraguay, le Vatican Chapels alla Fondazione Giorgio Cini rappresentano un’indagine sui luoghi della spiritualità contemporanea. Realizzate rispettando lo spazio naturale circostante, sorgono in un ambiente naturale quale il bosco che diviene metafora del peregrinare della vita. Il progetto, ispirato alla Cappella del bosco di Gunnar Asplund costruita nel 1920 nel cimitero di Stoccolma e curato dal professor Francesco Dal Co.

Per il Segretario Generale della Fondazione Giorgio Cini Renata Codello: «La mostra Sacred Landscapes assume un ruolo fondamentale nel sottolineare l’importanza della sacralità come luogo, alla sua connessione con lo spazio, qui inteso anche come paesaggio. Allo stesso tempo, riflette sul ruolo dell’uomo come custode e creatore di significati; ci richiama alla responsabilità di preservare e valorizzare la dimensione spirituale della vita, invitandoci a pensare alle diverse possibilità espressive del paesaggio nella definizione formale dello spazio contemporaneo. Una nuova dimensione da scoprire attraverso le fotografie di dieci grandi autori, selezionati da Marco Delogu ad accompagnare in questo percorso, attraverso il bosco e le Cappelle dello straordinario progetto curato dal professor Francesco Dal Co. Un orizzonte che si arricchisce, una  volta di più, del dialogo tra le arti, nella missione di valorizzazione e restituzione promosso dalla Fondazione Giorgio Cini»  
Con questo spirito nasce Sacred Landscapes, il chiasmo tra gli scatti selezionati da Marco Delogu e questi luoghi di culto della natura; qui il fotografo inglese Don McCullin, noto per i suoi scatti in cui ha documentato le atrocità dei conflitti e le violente ingiustizie nel mondo, entra nella cappella progettata da Norman Foster con l’immagine Il bosco di Ravello (2005): una composizione solenne, intrisa di misticismo e di sacralità che interagisce con la fitta composizione e l’ambiente evocativo dell’architetto. La statunitense Sally Mann porta Deep South #22 (2004) nella cappella del cileno Smiljan Radic: un’immagine in cui protagonista è un tronco che emerge dall’acqua, oscura eppure serena, in dialogo con il tronco senza fronde custodito e protetto dall’architettura, come un’esatta risposta alla medesima celebrazione.

Return to the Woods è l’opera scelta di Francesca Woodman (1980), fotografa americana, scomparsa prematuramente a soli 22 anni. Nell’estate del 1980, nello suo studio, l’artista immagina di restituire il tavolo in legno all’albero, al bosco, in una metamorfosi tra artificiale, umano e naturale. L’opera condivide con la Cappella del Mattino di Ricardo Flores ed Eva Prats la tonalità dell’intonaco di cocciopesto, caratteristica del materiale edilizio offrendo insieme, prospettive alternative e possibilità di essere luoghi di incontro.
La Desert house (2021) del fotografo Tim Davis si infuoca nei colori del cielo all’imbrunire, stagliandosi nel deserto su una collina rocciosa, come un miraggio che appare all’interno dell’architettura di Francesco Cellini.
Con la serie Second Nature, Tahiti (2011) il sudafricano Guy Tillim si allontana dalla fotografia documentaristica che ha caratterizzato il suo lavoro – raccontando al mondo gli effetti dell’Apartheid, il dramma dei bambini soldato nel Congo, il post colonialismo – andando alla (ri)scoperta del paradiso in terra, sulle orme di James Cook e Paul Gauguin, affrontando lo stesso dilemma degli autori: come rappresentare un paesaggio tanto idilliaco, raccontando le potenzialità e i limiti del mezzo fotografico. Una riflessione che in Sacred Landscapes prende corpo nella struttura circolare, sospesa tra cielo e terra, di Javier Corvalán.

E ancora, il paesaggio etereo e astratto di Natura bianca #14 (2008) di Marco Delogu, creato dal movimento del vento e da un’atmosfera di cielo bianco e basso, dialoga con il piccolo edificio ecosostenibile, un dettagliato luogo di culto, di Terunobu Fujimori. L’immagine della Crimsworth Dean Methodist Chapel (1971) di Martin Parr racconta di un luogo fortemente simbolico e identitario di una comunità dello Yorkshire, entrando in una nuova narrazione in cui dialoga con il senso di ritrovo e condivisione della cappella di Andrew Berman.

I quattro scatti che compongono l’opera fotografica di Annie Ratti, artista poliedrica, Mushrooms (2014) adagiata sul terreno in prossimità della cappella di Carla Juacaba, ritrae differenti fasi di crescita di un fungo dalle proprietà allucinogene. Le composizioni lineari e la compattezza cromatica della fotografia Milano 2023 di Paolo Ventura sono affiancate alla presenza discreta, come una pura linea tracciata nella natura, della cappella vaticana dell’architetto australiano Sean Godsell. Il percorso ideale si chiude tra i luoghi fisici e dell’anima, mitologie e culti arcaici trasportati nel contemporaneo che accomunano il lavoro di Graciela Iturbide nel ritratto della Mujer Angel (2011), una donna indigena del Messico del popolo Seri abitante del deserto di Sonora, inserita nell’architettura di Eduardo Souto de Moura: spessi blocchi di pietra di Vicenza, poggiati l’uno sull’altro, che si percepiscono come un antico monolite.

La mostra è realizzata con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e verrà presentata in diversi Istituti di Cultura Italiana nel mondo. Il progetto è realizzato in collaborazione con Zintek.        

Dal 18 Maggio 2023 al 26 Novembre 2023 – Fondazione Giorgio Cini – Venezia

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STAND E 015. AGNESE GARRONE E DOMINIQUE LAUGÉ

Agnese Garrone, Jardins des Tuileries, Parigi 2021. Edizione 4 esemplari
© Agnese Garrone | Agnese Garrone, Jardins des Tuileries, Parigi 2021. Edizione 4 esemplari

La Galleria 70 di Milano presenta dal 18 maggio al 30 settembre la mostra “Stand E 015” con le opere fotografiche di Agnese Garrone e di Dominique Laugé, recentemente presentate a MIA Photofair 2023 riscuotendo un notevole successo da parte del pubblico.
 
Le 28 fotografie in bianco e nero esposte alla Galleria 70, quattordici per ogni autore, mostrano il senso di profonda corrispondenza e assonanza che unisce i due artisti.
Le opere di Dominique Laugé, vero maestro del paesaggio, e della giovane Agnese Garrone, sono associate in una sequenza che, a dispetto della reciproca diversità dei temi trattati e dell’impostazione, fluisce in un inatteso accordo poetico, in una linea di continuità che ha il carattere della più naturale armonia. 
 
La grande classe di Laugé nel ritrarre la natura e il vivido interesse della Garrone per l’umanità che la circonda declinano con diverso linguaggio la medesima qualità di sentimento, che ha in sé qualcosa di nobile e antico; un’affinità che si riscontra nello stesso allestimento delle opere in mostra che mette in relazione i lavori di due artisti diversi per età, esperienza, stile e scelta dei soggetti, ma che si rivelano tuttavia molto vicini nella sensibilità e nella temperie emotiva conferita alle rispettive immagini.
 
A Milano Dominique Laugé presenta, con l’ordine compositivo dal ritmo posato e solenne che contraddistingue la sua arte e la sua anima, i paesaggi del Canton Vaud in Svizzera e della Provenza in Francia: paesaggi senza mai figure umane, sospesi, introversi, quasi fosse questo l’unico modo per avvicinarsi all’interiorità della vita, dove la luce, morbida e soffusa, gioca un ruolo determinante e viene trattata dall’autore in maniera magica, quasi pittorica.
Con differente ispirazione, la giovane Agnese Garrone si mostra animata da un vivo senso di partecipazione e affetto peri propri simili. Le immagini che crea paiono sempre rivolte verso l’esterno, persino quando sono autoritratti, e con uno strano afflato lirico, che rimanendo sotterraneo e implicito percorre tuttavia l’intera scena, danno l’impressione di accarezzare la realtà. Le sue figure, le sue situazioni, appartengono certo all’esistenza quotidiana e formalmente non recano in realtà alcunché di speciale, se non per la circostanza, determinante, di albergare entro sé una pregnanza del tutto singolare, e di ammantarsi di un’aura romanzesca che le rende autentiche quanto la vita.

Dal 18 Maggio 2023 al 30 Settembre 2023 – Galleria 70 – Milano

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FOTOGRAFIA CALABRIA FESTIVAL 2023

Gabo Caruso, Cora’s Courage
© Gabo Caruso | Gabo Caruso, Cora’s Courage

Fotografia Calabria Festival è il primo festival diffuso di fotografia in Calabria, ideato e promosso dall’Associazione Culturale “Pensiero Paesaggio”, avrà luogo dal 21 luglio al 20 agosto a Fiumefreddo Bruzio (già sede della I edizione del festival) e San Lucido, suggestivi centri del basso Tirreno cosentino pronti ad accogliere mostre, eventi, talk e workshop dedicati alla fotografia. Un’esperienza emozionante per immergersi e scoprire l’autenticità e la bellezza del territorio calabrese attraverso un viaggio culturale unico nel suo genere.
 
“Il cambiamento” è il tema di questa nuova edizione di Fotografia Calabria Festival. Un tema che non è solo legato naturalmente a questa edizione, visto il nuovo naming che porta con sé, ma che vuole mostrare il cambiamento come qualcosa che parte da ognuno di noi e che smuove emozioni e sguardi profondi: che sia ricercato e attuato con coraggio da un bambino, accolto e accettato con naturalezza da un anziano, che sia la conseguenza della tensione tra la scienza e il suo sfruttamento commerciale e causa di grandi e piccoli mutamenti del nostro tempo. Un tema che viene affrontato attraverso la fotografia non solo come mezzo d’espressione, ma essa stessa come linguaggio in continua trasformazione, sia nei contenuti che nella forma.  
 
In mostra a Fotografia Calabria Festival ci saranno i lavori di fotografi internazionali, ognuno di loro con un approccio diverso al tema del cambiamento. Dall’identità di genere, a cui tende la ricerca della fotografa argentina Gabo Caruso, da sempre impegnata con progetti legati ai diritti umani e alle diversità, che con “Cora’s Courage” racconta il viaggio di transizione sociale della piccola Cora. Legato al tema del genere ma anche a quello della scienza è “The petunia carnage”, il progetto del fotografo austriaco Klaus Pichler,ospitato con il supporto del Forum Austriaco di Cultura, un lavoro che vuole far ragionare sulle conseguenze devastanti che gli interessi economici, le logiche di marketing e gli interventi di ingegneria genetica sulla natura possono avere sulla biodiversità.
 
Si concentra sui social media e sulle comunità invece “TikTok in Kham” di Xiangyu Long, fotografo tibetano, che indaga la metamorfosi delle identità di gruppo nell’ambito della globalizzazione e dell’omologazione. Di comunità, legata al tema della giovinezza, si occupa anche “Island Simmetries”, progetto della fotografa inglese Laura Pannack, che mostra i parallelismi tra giovani che vivono ai lati opposti del mondo. 
 
Il cambiamento climatico è al centro della collettiva di Climate Visuals, l’unico programma al mondo di fotografia sul cambiamento climatico basato su dati scientifici, gestito da Climate Outreach, che al Festiva sarà presente con “Ocean Visuals”, una nuova raccolta di immagini su oceani e coste, lanciata in occasione della COP27.
 
Ad approfondire il concetto di cambiamento legato al tema del corpo è la fotografa canadese Arianne Clément, che in“The art of aging” mostra il potenziale emotivo del corpo attraverso la scelta di fotografare le figure di anziani. Il cambiamento che attraversa il territorio e le economie da esso generate è al centro di “Far South” di Michele Martinelli, progetto ambientato sugli altopiani della Sila, seguendo gli allevatori di podolica.
 
Identità e comunità saranno i temi focali del progetto site-specific che verrà sviluppato dal collettivo Vaste Programmerealizzato appositamente su invito di Fotografia Calabria Festival. Il duo di artisti, nato nel 2017 da Giulia Vigna e Leonardo Magrelli, concentra la propria ricerca artistica prevalentemente negli ambiti della post-fotografia e dei nuovi media, e affronterà in questo caso il tema del cambiamento attraverso una più ampia riflessione sul concetto di identità, collettiva e del singolo.
 
A completare il programma anche una mostra ideata e realizzata da Archivio Luce – Cinecittà che porta, per la prima volta in assoluto, un suo progetto espositivo in Calabria: “Anni Interessanti”, a cura da Enrico Menduni, uno specchio per osservare gli anni tra il 1960 e il 1975, caratterizzati da grandi cambiamenti sociali, economici e culturali.
 
Presente in mostra anche il progetto vincitore dell’open call riservata ai fotografi emergenti, “Wooden Diamonds –  Identity Resilience in the Italian olive tree epidemic”, lavoro del fotografo documentarista italiano Filippo Ferraro, che intende narrare la storia dell’epidemia degli ulivi in Salento, a 10 anni dal suo inizio. 
 
“I fotografi che saranno presenti in lineup raccontano in maniera fortemente diversificata, attraverso uno sguardo molto personale, la loro idea di cambiamento, permettendoci così di pensare a Fotografia Calabria Festival come un unico grande obiettivo attraverso cui osservare l’epoca contemporanea, le sue continue mutevolezze e trasformazioni e mettere in luce le diverse declinazioni di questo processo: interiori, politiche, mediatiche, generazionali, sessuali, storiche, sociali, artistiche e tanto altro ancora” – sottolinea Anna Catalano, fondatrice e direttrice del festival.
 
Altra novità importante a Fotografia Calabria Festival 2023 è la sponsorizzazione di Poste Italiane che ha scelto di sostenere il Festival perché crede che la cultura e l’arte siano strumenti essenziali per promuovere lo sviluppo e la crescita del territorio italiano. Il Festival rappresenta un’opportunità unica per scoprire la bellezza e l’autenticità della Calabria attraverso la fotografia, che è un linguaggio universale capace di comunicare emozioni e pensieri senza barriere linguistiche o culturali.
 
Fotografia Calabria Festival quest’anno avrà anche il sostegno e il patrocinio dell’Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, corso di studi in Media e Società Digitale.

Dal 21 Luglio 2023 al 20 Agosto 2023 – Sedi varie COSENZA

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FASHION REPORT: DA ALFA A MISSONI

Alfa Castaldi, 1968. Omaggio ai Missoni in occasione del 25° anno di attività della Maison
© Alfa Castaldi | Alfa Castaldi, 1968. Omaggio ai Missoni in occasione del 25° anno di attività della Maison

Dal 16 luglio al 22 ottobre 2023, il MA*GA di Gallarate (VA), in collaborazione con l’Archivio Missoni, presenta FASHION REPORT: da ALFA a MISSONIprogetto espositivo di riallestimento della Sala Arazzi Ottavio Missoni a cura dell’Archivio Missoni.
 
La mostra si colloca nel programma di ARCHIVIFUTURI. Festival degli Archivi del Contemporaneo seconda edizione, all’interno del quale l’Archivio Missoni ha partecipato come sede d’evento, ospitando una visita guidata e una esperienza in realtà aumentata, a cura del direttore artistico Luca Missoni e della responsabile Nicoletta Bettolini.
 
L’allestimento propone 22 scatti, realizzati in studio tra il 1967 e il 1970, da Alfa Castaldi (pseudonimo di Alfonso Castaldi, 1926 – 1995), considerato tra i padri della fotografia di moda italiana.
Le immagini erano state scelte e ristampate dallo stesso artista nel 1978 per un omaggio ai Missoni in occasione del 25° anno di attività della MaisonSi tratta di una piena espressione della documentazione dell’affermazione dello Stile Missoni: le prime sperimentazioni di maglie-tessuto e jacquard, di lavorazioni a rete e zig-zag, esperimenti con tinture di filati fiammati, di jersey stampati e floccati nude-look.
 
Alfa Castaldi, fa parte di quel gruppo di creativi che hanno documentato la trasformazione della vita culturale italiana negli anni sessanta e l’affermazione nel mondo del Made in Italy. Frequentatore a Milano del mitico bar Giamaica, alla metà degli anni cinquanta inizia l’attività di fotografo documentando le nuove espressioni artistiche, gli scrittori, i personaggi del cinema e della cultura in senso ampio.
 
Nel 1958 Castaldi incontra Anna Piaggi, giornalista e redattrice di moda, con la quale si sposa a New York nel 1962. Proprio grazie a lei, Alfa conosce Ottavio e Rosita Missoni, tra i principali pionieri del pret-à-porter italiano, e inizia a fotografare le loro creazioni. Le sue opere eleganti e spontanee allo stesso tempo entreranno a far parte degli annali della fotografia italiana e internazionale.

Dal 16 Luglio 2023 al 22 Ottobre 2023 – Museo MA*GA – Gallarate (VA)

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Mostre per agosto

Ciao a tutti,

prima di lasciarci per qualche giorno di meritate vacanze, vi segnalo qualche mostra per il mese di agosto e molti festival di fotografia.

Buone vacanze!

Anna

MAGNUM ON SET. IL RACCONTO DEL CINEMA NELLE IMMAGINI DEI GRANDI FOTOGRAFI MAGNUM

Apre al pubblico il 26 giugno 2021 presso il Castello di Santa Severa, spazio della Regione Lazio, gestito da LAZIOcrea in collaborazione del Comune di Santa Marinella la mostra Magnum on Set. Il racconto del cinema nelle immagini dei fotografi Magnum.
La mostra è promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con Contrasto Magnum Photos, curata, in questa sua originale presentazione, da Alessandra Mauro.  L’esposizione resterà aperta fino al 17 ottobre 2021, inclusa nel biglietto di ingresso ai musei del castello e sarà visitabile dal martedì alla domenica, durante gli orari di apertura del complesso monumentale.

Fin dal suo inizio, Magnum Photos ha sempre avuto un rapporto intenso e speciale con il mondo del cinema e i suoi protagonisti. Robert Capa e le diverse incursioni a Hollywood; Cartier-Bresson e i documentari sulla guerra di Spagna; Elliott Erwitt e gli anni trascorsi, da bambino, accanto agli studi della Columbia; Dennis Stock e il suo sodalizio con James Dean…. Una lunga storia di condivisioni, di viaggi e avventure dello sguardo ora presentati insieme nella suggestiva cornice del Castello di Santa Severa.

Magnum on Set
 propone 120 fotografie che testimoniano una serie di incontri, tra quelli più memorabili, che hanno segnato l’amicizia tra il mondo del cinema e quello della fotografia. In mostra i ritratti, i fuoriscena dei grandi film di Hollywood, il “dietro le quinte” dei set cinematografici con immagini straordinarie di personaggi sono distribuiti in sezioni dedicate alle diverse pellicole. C’è Charlie Chaplin mentre dirige Luci del varietà (fotografato da Eugene Smith), Billy Wilder e Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza (immortalati da Elliott Erwitt), James Dean in Gioventù Bruciata (nelle immagini di Dennis Stock), le grandi dive  Eizabeth Taylor e Katharine Hepburn in Improvvisamente l’estate scorsa (fotografate da Burt Glinn), l’intero cast di The Misfits – Gli Spostati ritratto da diversi autori Magnum che si sono alternati sul set, Michelangelo Antonioni in  Zabriskie Point  (ripreso da Bruce Davidson), e molto altro.

Sono immagini che rivelano un lato poco noto dell’attività dei fotografi di Magnum; testimoniano il rapporto intenso, fatto di sorpresa ed emozione, che un set cinematografico dischiude agli occhi e alla macchina di un fotografo abituato a raccontare la realtà e il suo tempo.

Dal 26 Giugno 2021 al 17 Ottobre 2021 – Castello Di S. Severa – Santa Marinella (Roma)

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VITE DI CORSA. LA BICICLETTA E I FOTOGRAFI DI MAGNUM. DA ROBERT CAPA AD ALEX MAJOLI

La Val di Sole ospiterà la grande mostra, in prima mondiale, “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” dal 1 luglio al 26 settembre 2021.

L’esposizione dei maestri della celebre agenzia fotografica Magnum (circa 80 immagini, molte delle quali mai prima esposte al pubblico), sarà accolta dall’antico Castello di Caldes, grazie alla collaborazione del Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e della Rete dei castelli del Trentino.

A promuovere sia l’evento mondiale che questa originale mostra-evento è l’Azienda per il turismo Val di Sole che per la mostra – organizzata dalla società Suasez – agisce in collaborazione con il Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e il Comune di Caldes.

Marco Minuz per “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” ha scelto fotografie d’autore che esplorano la dimensione umana di questa pratica sportiva che fa del ciclismo uno degli sport più popolari e amati. Raccontando le epopee dei campioni e delle grandi manifestazioni internazionali, Tour de France in primis, ma anche la quotidiana, straordinaria umanità di campioni e del grande pubblico che ai bordi delle strade e al traguardo li sostiene, immedesimandosi con loro e con il loro impegno. Sudore, fango, tenacia, imprese di uomini che macinano chilometri misurandosi innanzitutto con sé stessi, la propria forza e i propri limiti. Colpiscono le immagini di uomini stremati, che letteralmente crollano sull’asfalto o sul pavé appena superato il traguardo, la partecipazione emotiva dei loro sostenitori, l’indifferente serenità di una mandria che continua a brucare mentre gli umani sembrano impazzire per l’impresa del loro campione.

La spettacolare sequenza di immagini in mostra è aperta da una serie, poco nota, di fotografie realizzate da Robert Capa nel 1939 quando venne incaricato dalla rivista “Match” di seguire il Tour de France di quell’anno. Fotografie dove l’attenzione si sposta prevalentemente nella partecipazione del pubblico alla corsa, cogliendo sguardi ed equilibri compositivi.

Un’altra serie raccoglierà foto realizzate da Guy Le Querrec nel Tour de France del 1954; all’epoca il fotografo aveva solo 13 anni e si trovava in Bretagna per passare le vacanze estive e dove, in quell’edizione, passava la celebre corsa ciclistica. Circa 30 anni dopo, nel 1985, il fotografo venne invitato a seguire la squadra ciclistica della Renault-Elf durante gli allenamenti invernali; in questa stagione scattò fotografie del campione Laurent Fignon e seguì il campionato di ciclocross.
Il percorso proseguirà con fotografie Christopher Anderson dedicate al ciclista Lance Amstrong nel 2004 che suggeriscono il triste epilogo della carriera di questo sportivo per doping.

Una sezione sarà dedicata agli spettatori con i loro riti con foto di Mark Power, Robert Capa, Harry Gruyaert e Richard Kalvar.

Poi le immagini realizzate dal fotografo francese Harry Gruyaert nel Tour del 1982 e una sezione dedicata ai velodrom, con immagini di René Burri, Stuart Franklin e Raymond Depardon. Il fotografo italiano Alex Majoli sarà presente con delle fotografie dedicate al celebre produttore di bici milanese Alberto Masi con sede del suo laboratorio sotto le curve del Velodromo Vigorelli.

Infine una selezione di immagini di Peter Marlow dedicate a frammenti di quotidianità dei corridori impegnati nel giro della Bretagna nel 2003.

Il progetto vuole indagare, attraverso lo sguardo di celebri fotografi di Magnum, la dimensione umana di uno degli sport più seguiti dal grande pubblico. Scegliere la sensibilità degli autori di questa agenzia permette di andare oltre alle gesta sportive, e porre l’attenzione sulle alchimie del ciclismo, l’unico sport, come ripeteva Gianni Mura, dove “chi fugge non è un vigliacco”.

Dal 01 Luglio 2021 al 26 Settembre 2021 – Castello di Caldes (TN)

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GUIDO HARARI. MUSE

Guido Hararitra i più celebri fotografi italiani di musicatorna al Locus festival dopo lo straordinario successo della mostra “Sonica” nel 2020. “MUSE” è il nome di un nuovo progetto speciale, in prima esclusiva per il Locus, che metterà in mostra una selezione di celebri ritratti femminili dall’impressionante archivio fotografico di Harari.

La  mostra
, organizzata da Bass Culture srl e dall’Associazione Il Tre Ruote Ebbro in collaborazione con il Comune di Locorotondo, sarà inaugurata alla presenza dell’autore in un incontro pubblico il 31 luglioalle 18 in piazza Aldo Moro a Locorotondo e continuerà per tutta la durata del festival fino al 31 agosto.

I ritratti di PATTI SMITH, NINA SIMONE, JONI MITCHELL, LAURIE ANDERSON, FATOUMATA DIAWARA, TINA TURNER, KATE BUSH, JOAN BAEZ, SKIN, BETH GIBBONS (Portishead), DEBBIE HARRY, SADE, WHITNEY HOUSTON, NINA HAGEN con LENE LOVICH, MIRIAM MAKEBA, ANNIE LENNOX, SINEAD O’CONNOR, MAVIS STAPLES, PATTY PRAVO, GIANNA NANNINI, TRACY CHAPMAN, MERCEDES SOSA, MIA MARTINI, ALICE, CARMEN CONSOLI, RICKIE LEE JONES, SUZANNE VEGA, NOA, LOREDANA BERTÉ, MILVA, CRISTINA DONÀ, SIOUXSIE SIOUX, UTE LEMPER, MARIANNE FAITHFULL, sono solo alcune delle circa 40 immagini che saranno esposte, stampate in una speciale cromia rosso-oro, lungo un percorso nel bellissimo centro storico di Locorotondo, sulle caratteristiche mura imbiancate delle case tradizionali.

Lo stesso Guido Harari, condurrà inoltre un workshop di fotografia dal titolo “VEDERE LA MUSICA, ASCOLTARE LE IMMAGINI – Cosa e come comunicare attraverso il ritratto di musica.”

Molte opere saranno accostate ad un QR code, che attraverso i dispositivi digitali degli utenti permetterà l’ascolto di storie e musica legate all’artista ritratta, in un podcast prodotto per MUSE da Guido Harari con la voce narrante dell’attrice Licia Lanera.

La pianta delle installazioni nel centro di Locorotondo sarà visibile sul sito locusfestival.it

Dal 31 Luglio 2021 al 31 Agosto 2021 – LOCOROTONDO | BARI

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ITALIAE. DAGLI ALINARI AI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA + Pienovuoto. Massimo Vitali

Da cinque decenni il Forte di Belvedere di Firenze conferma la sua vocazione espositiva, ed è riconosciuto come uno dei più interessanti musei all’aperto a livello internazionale.  Dal 1972 ospita mostre personali di artisti contemporanei, portando in città la loro visione e facendola dialogare con i bastioni, gli spazi aperti, la città sottostante e il sublime paesaggio che lo circonda a 360 gradi. Da Henry Moore (con la storica mostra del 1972) a Beverly Pepper e Fausto Melotti, da Michelangelo Pistoletto a Mimmo Paladino, fino alle mostre più recenti di Giuseppe Penone e Antony Gormley, Jan Fabre e Eliseo Mattiacci, e poi le installazioni delle opere di Mario Merz o Luciano Fabro, Giulio Paolini o Giovanni Anselmo, così come quelle di Tony Cragg e di Anish Kapoor, di Remo Salvadori e Nancy Rubins, in occasione di mostre collettive come Belvedere dell’arte nel 2003 o di Ytalia nel 2017. Negli ultimi due anni la programmazione estiva al Forte di Belvedere si è indirizzata sulla fotografia, dalla mostra di Massimo Listri nel 2019 dedicata ai luoghi dell’arte a Firenze a quella sul paesaggio toscano, realizzata nel 2020 da Massimo Sestini.

Anche per l’estate 2021 il Forte di Belvedere punta sulla fotografia con un progetto dal titolo quanto mai evocativo e attuale: Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio, un progetto del Museo Novecento nato sotto la direzione artistica di Sergio Risaliti, direttore del museo di piazza Santa Maria Novella. Si tratta di due grandi mostre fotografiche allestite nei tre piani della palazzina del Buonatalenti. Il 25 giugno (fino al 10 ottobre 2021) aprono al pubblico in contemporanea “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea”, nata da un’iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, prodotta da Fratelli Alinari Idea SpA, promossa Fondazione Alinari per la Fotografia (organismo fondato dalla Regione Toscana per la conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio fotografico Alinari) e curata da Rita Scartoni e Luca Criscenti e “Pienovuoto” di Massimo Vitali, curata dallo stesso Risaliti. L’iniziativa Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio è promossa dal Comune di Firenze e organizzate da MUS.E grazie a Fondazione CR Firenze (che ha promosso le attività gratuite per bambini e ragazzi a Forte Belvedere e Villa Bardini) Unicoop Firenze, in collaborazione con Mazzoleni, e le mostre saranno eccezionalmente aperte gratuitamente al pubblico.

Il progetto “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea” è una storia di archivio della migliore fotografia italiana dedicata al nostro Paese, dalle foto storiche di Alinari alle nuove produzioni contemporaneeItaliae è lo specchio di un’Italia “plurale”, su cui nel tempo si è posato lo sguardo di fotografi diversissimi per tono, tecnica e stile, attenti a restituire le identità mobili e complesse del Paese, le sue tradizioni così come le sue più sottili linee di evoluzione. Un ritratto eccezionale che la Farnesina porterà in tutto il mondo grazie alla sua rete di Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura: in contemporanea con la tappa fiorentina, la mostra ha inaugurato a Minsk e proseguirà poi per San Pietroburgo, prime tappe di un tour internazionale che si articolerà fra 2021 e 2022“Pienovuoto”, vede invece coinvolto il grande fotografo Massimo Vitali, noto al mondo intero per i suoi scatti ‘metafisici’. Le foto in mostra sono un ritratto della nostra società contemporanea tra solitudini, moltitudini, spazi pieni, assembramenti e spazi vuoti, dove la natura o le città sembrano aver isolato pochi sopravvissuti nel mezzo di architetture e paesaggi grandiosi, sublimi, che dominano ancora incontrastati la vita.

Dal 25 Giugno 2021 al 10 Ottobre 2021 – Forte di Belvedere – Firenze

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Nausicaa Giulia Bianchi | Women Priests Project

Nel mondo Cattolico l’ordinazione dei prete donna è ancora vietata e come tale rappresenta ancora un tabù in tutta la comunità Cattolica mondiale. Chi trasgredisce a questa regola viene punita con la scomunica. Ciò nonostante negli ultimi decenni è nato un movimento internazionale di donne che hanno deciso di disobbedire, facendosi ordinare prete e avviando un processo profondo di rinnovamento spirituale e religioso all’interno delle comunità cattoliche dove vivono. Con Women Priests Project Giulia Bianchi raccoglie i racconti e i volti delle portatrici di questo cambiamento senza precedenti. Nelle sue immagini evocative ritroviamo scorci di luoghi tanto famigliari quanto carichi di novità grazie al ruolo trasformativo della spiritualità femminile.

15 Lug – 8 Ago – Casa del Rigoletto – Mantova

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ADOLFO PORRY-PASTOREL. L’ALTRO SGUARDO. NASCITA DEL FOTOGIORNALISMO IN ITALIA

Fino al 24 ottobre la prima grande personale dedicata al padre dei fotoreporter italiani. Un pioniere dell’immagine politica, di costume, della società. La nascita del nostro modo di guardare nella notizia.

Quando parliamo di attualità, di ultim’ora, di inchieste e testimonianze su realtà scomode, e di gossip, scoop, retroscena, cronache nere o rosa, difficilmente sappiamo che questi termini per noi scontati hanno in realtà origini e atti di nascita ben più antichi di quanto immaginiamo.
Ora una grande mostra fotografica e multimediale a Roma ci racconta in che modo sia nata, in Italia, l’arte della notizia per immagini, ossia il modo più comune con cui quotidianamente ci aggiorniamo e conosciamo l’attualità che ci circonda.

Ospitata dal 2 luglio al 24 ottobre 2021 al Museo di Roma a Palazzo Braschi, Adolfo Porry-Pastorel – L’altro sguardo. Nascita del fotogiornalismo in Italia è la prima esposizione personale dedicata al ‘padre’ dei fotoreporter italiani, nonché al progenitore dei ‘paparazzi’. Il pioniere di un mestiere e un’arte grazie a cui da più di un secolo l’opinione pubblica vede ‘quello che succede’, fatti, avvenimenti, personaggi, partecipando alla vita sociale del Paese.
Un evento espositivo che regala la scoperta di un fotografo, giornalista, testimone di immenso talento, che ha forgiato un modo di raccontare il nostro tempo.

IL PERCORSO ESPOSITIVO
Oltre 80 scatti, provenienti dall’Archivio storico Luce (che conserva 1700 negativi di Pastorel e più di 180.000 immagini della sua Agenzia fotografica VEDO) e da altri importanti fondi, come l’Archivio Fotografico Storico del Museo di Roma, e gli archivi Farabola, Vania Colasanti, Fondazione Turati, illustrano, in un percorso cronologico e creativo, arricchito da preziosi filmati d’archivio, stampe originali, documenti inediti e oggetti personali, la vita, gli scatti, i rapporti e le diverse passioni di Adolfo Porry-Pastorel. Fotografo, giornalista, reporter, dagli anni Dieci ai Quaranta del Novecento con la sua macchina fotografica e alla guida della sua agenzia VEDO riuscì a essere ovunque, dando vita, con le immagini inviate a giornali e rotocalchi, a un racconto inedito e sorprendente della storia d’Italia.
Classe 1888, professionista fotografo a 20 anni prima al ‘Messaggero’ poi al ‘Giornale d’Italia’ e ‘La Voce’, sperimentatore ardito di tecniche di stampa e trasmissione delle immagini, e di stratagemmi infiniti per procacciarsi eventi e scoop, tra le due guerre Pastorel è riuscito a passare per ‘il fotografo di Mussolini’ e contemporaneamente per un fastidioso scrutatore del regime. Ha avuto accesso alle stanze più intime del governo e del potere ed è stato attenzionato dalla censura fascista. Ha dato a milioni di italiani la cronaca viva di grandi eventi storici e politici, e ha raccontato come pochi il costume, la leggerezza del tempo libero, le nuove abitudini degli italiani. Ha posto le basi del fotogiornalismo, narrando il dietro le quinte della politica e del quotidiano.
Nel 1908 a soli 20 anni fonda la sua agenzia, dal nome programmatico: V.E.D.O. – Visioni Editoriali Diffuse Ovunque. Un acronimo per comunicare la sua velocissima ubiquità. Inventore di proto-marketing, il biglietto da visita di Pastorel era uno specchio da borsetta per signore, con sul retro il telefono dell’agenzia da chiamare subito in caso di avvenimenti di cronaca. La variante maschile, un orologio da tasca, era data in regalo ai vigili urbani.

Le foto in mostra ci raccontano la doppia anima dello sguardo di Pastorel: da un lato l’attento, fulminante cronista di costume popolare, dall’altro la cronaca del potere politico. Che tra gli anni Venti e Quaranta in Italia ha un solo protagonista, Benito Mussolini. Col duce, Porry-Pastorel intrattiene un rapporto dialettico, fatto di scambio e profonde diffidenze. Era di Pastorel lo scatto celeberrimo di Mussolini arrestato nel 1915 e malamente portato via durante una manifestazione interventista, una foto che il futuro dittatore non gli perdonerà mai (e che sarà però al tempo stesso una sorta di trofeo per lui da esibire). Uno scambio di battute tra i due dà la misura‘Sempre il solito fotografo’ – ‘Sempre il solito Presidente del Consiglio’. Ma Pastorel consegna alle tipografie alcune foto che diventano emblemi della rappresentazione mussoliniana: come quelle del duce impegnato a torso nudo nella trebbiatura, durante la Campagna per il Grano, note a noi ancora oggi, oppure con il figlio Romano issato sulle spalle, iconografia pura di una propaganda familista. Il fotografo ha una tale familiarità col capo del governo da accedere nei suoi soggiorni in vacanza, o da permettersi quanto di più proibito: fotografare il duce di spalle, addirittura inquadrando con malizia il palchetto che ne solleva la statura. Oppure mostrando Mussolini che ride. Un’immagine del tutto irrituale, rarissima, che questa esposizione ci regala.
Ma Pastorel è anche l’autore di un epocale reportage sul ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il più grave caso di omicidio politico della prima metà del ‘900 in Italia, massimo momento di crisi per il fascismo. Sono immagini di una precisione comunicativa straordinaria, da maestro del reportage.

O ancora fondamentali sono gli scatti della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo, grazie ai quali oggi osserviamo il formarsi degli schemi comunicativi e dei riti della dittatura.
Il fotografo è presente di persona e con i collaboratori della VEDO nelle occasioni ufficiali e ufficiose che contano. Un aneddoto sulla sua capacità di penetrazione è la presenza durante la storica la visita di Hitler in Italia nel 1938, con l’esibizione a Napoli di una flotta non così numerosa come Mussolini diede a vedere all’alleato. Nell’occasione Pastorel perfeziona un audace sistema di trasmissione delle immagini all’agenzia di Roma: i piccioni viaggiatori.
Pastorel mostra le contraddizioni del regime senza riserve: smonta i trionfalismi, celebrando però i ‘backstage’. Immortala le risate dei gerarchi, la bassa statura del Re, il conformismo oceanico delle adunate di piazza, rompe il cerimoniale riprendendo i protagonisti in pose più disinvolte e inaspettate. La sua foto non giudica, ma nessun altro fa in quegli anni un tale uso di ironia, inquadrature inusuali, composizioni irrituali. Le foto in mostra ci regalano puro giornalismo, racconto vivo e scattante dello spirito dell’epoca.

Altrettanto eccezionali e vivaci sono le foto di Pastorel dedicate al costume, alla gente comune. È un’Italia non ingessata nella posa del regime, spesso in movimento, colta di sorpresa: ai bagni al mare, nei caffè, nelle inaugurazioni di gala, nelle cerimonie pubbliche, i comizi, matrimoni, funerali; il varo di un dirigibile, al circo, sul set di un film, nelle passeggiate, nelle nozze di sposini autarchici che vanno in chiesa in bici. Un filo sembra legare le foto politiche a quelle popolari, i ritratti di Primo Carnera in pantaloncini, di Mussolini
e Ciano in spiaggia in costume, delle signore al mare. Nelle foto di Pastorel con sottile sovvertimento, il potere si dissacra, mentre la vita quotidiana si fa rito. Messinscena curata, sacra e laica.

Come la tipica immagine dell’Istituto Luce tendeva a mettere in posa i concittadini, mostrando propagandisticamente come il Fascismo e Mussolini fossero dovunque, in ogni aspetto della vita e della società, in maniera simile le foto di Pastorel e dell’agenzia VEDO comunicano che il fotografo è ovunque, pronto a ritrarre il paese in contropiede. Mentre il Luce costruisce la storia, Pastorel compone una controstoria. Una versione indiscreta, viva, rivelatoria dell’Italia.

Con la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, e soprattutto con la perdita dell’amato figlio Alberto, anche lui fotografo, inviato nella tragica campagna di Russia da cui non tornerà più, Adolfo Pastorel subisce un contraccolpo. L’ambito in cui si è mosso a grande velocità è mutato, un’epoca che lui ha fissato con la macchina è conclusa. Appende la macchina al chiodo, restando tuttavia a gestire l’agenzia Vedo e i suoi collaboratori, allievi divenuti in alcuni casi affermati professionisti.
L’ultima parte della mostra ci racconta di una nuova vita di Pastorel, nel felice ritiro di Castel San Pietro Romano, borgo di cui diverrà sindaco e promotore per il cinema. È qui infatti che Pastorel consiglierà a Vittorio De Sica, protagonista del film con Gina Lollobrigida, di far girare Pane, amore e fantasia. Il successo epocale della pellicola farà tornare troupe per altri titoli celebri. Il ritratto insieme a De Sica racconta di un amore non secondario di Pastorel per il mezzo cinematografico, figlio della fotografia.
Mentre l’ultimo scatto in mostra è un testamento. La foto è di Pierluigi Praturlon, grande fotografo di scena, e ritrae Pastorel, con alle spalle e macchina alla mano Tazio Secchiaroli, altro grandissimo dell’obiettivo e prototipo del paparazzo, nonché allievo del nostro fotografo. È un passaggio di consegne avvenuto al Congresso dei Fotoreporter del 1958, categoria di cui Pastorel è in quel momento presidente. Cinquant’anni prima aveva fondato la sua agenzia, e una nuova generazione di geniali reporter, paparazzi e poi grandissimi fotografi sociali, che hanno dato immagine alla seconda parte del secolo, rendeva omaggio a un loro capostipite.

02/07 – 24/10/2021 – Museo di Roma

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Melissa Ianniello | Wish It Was a Coming Out + MC 2.8 | Opera Nostra

Progetti vincitori della tappa letture portfolio di Italy Photo Award alla Biennale della Fotografia Femminile 2020.
Le mostre si trovano in Via Pescheria, presso le Pescherie di Giulio Romano, sono all’aperto e non hanno orari di visita.

15 Lug – 30 Ago – Pescherie G. Romano – Mantova

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Scolpite Riflessioni fotografiche intorno alla statuaria femminile

“Bisogna essere nude per entrare nei musei?”_Venere con la mela di B. Thorvaldsen 1816. Gallerie d’Italia, Milano, 2020, statua

Attraverso lo sguardo di 35 artiste dell’Associazione Donne Fotografe, la mostra Scolpite si propone di contribuire attivamente con il linguaggio fotografico alla creazione di una visione aperta e critica della figura della donna nell’immaginario collettivo e di stimolare una riflessione sulla presenza della donna nella statuaria e, in particolare, sulla sua assenza nella statuaria pubblica.

Le artiste in mostra sono:

Vittoria Amati, Tiziana Arici, Alessandra Attianese, Lucia Baldini, Isabella Balena, Raffaella Benetti, Patrizia Bonanzinga, Marianna Cappelli, Loredana Celano, Isabella Colonnello, Antonietta Corvetti, Giovanna Dal Magro, Margherita Dametti, Colomba D’Apolito, Isabella De Maddalena, Flavia Faranda, Fulvia Farassino, Simona Filippini, Antonella Gandini, Claudia Ioan, Silvia Lelli, Sonia Lenzi, Marzia Malli, Giuliana Mariniello, Paola Mattioli, Melania Messina, Rosetta Messori, Antonella Monzoni, Bruna Orlandi, Nicoletta Prandi, Patrizia Pulga, Patrizia Riviera, Anna Rosati, Margherita Verdi, Amalia Violi

La mostra è ospite a Palazzo Reale nelle Sale degli Arazzi fino al 5 settembre 2021 e fa parte de “La Bella Estate” il palinsesto culturale estivo promosso dal Comune di Milano.

Un intento condiviso e sostenuto dalla Fondazione Terre des Hommes che, da 10 anni realizza la campagna indifesa, per i diritti delle bambine e delle ragazze e attraverso la petizione #UnaStatuaPerLeBambine, lanciata a luglio 2020, ha invitato la cittadinanza milanese a riflettere sul tema della parità di genere e sulla necessità di scegliere nuovi modelli e simboli per le bambine e le donne di domani, a cui dedicare nuovi monumenti in città. 

una mostra Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale in collaborazione con Terre des Hommes

a cura di Associazione Donne Fotografe

photo editing di Paola Riccardi

testo critico di Gigliola Foschi

dal 14 luglio 2021 al 5 settembre 2021 – Palazzo Reale MILANO


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Walter Niedermayr. Transformations

Il 29 luglio 2021, nelle sale principali di CAMERA, apre al pubblico Walter Niedermayr. Transformations, mostra personale di Walter Niedermayr (Bolzano, 1952) che, attraverso focus su un corpo di lavori creati negli ultimi vent’anni della sua carriera, approfondisce il tema dei cambiamenti dello spazio.

Curato da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Claudio Composti e Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include gli ultimi vent’anni di ricerca artistica di uno fra i più importanti fotografi italiani contemporanei. Attraverso i temi ricorrenti della sua opera come i paesaggi alpini, le architetture e il rapporto fra lo spazio pubblico e lo spazio privato, viene evidenziato l’interesse dell’autore per l’indagine dei luoghi non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello sociale. Sebbene in continuità con l’eredità della tradizione fotografica italiana che vede il paesaggio come primaria chiave interpretativa della società, la ricerca visiva di Niedermayr è rilevante per la capacità di rileggere tale argomento e rinnovarlo sia dal punto di vista concettuale che formale. Per il fotografo altoatesino, infatti, oggi lo spazio fisico non può essere approcciato con un’esclusiva intenzione documentaria, ma appare come perno di una relazione trasformativa tra ecologia, architettura e società. In alcuni lavori della serie Alpine Landschaften (Paesaggi Alpini), ad esempio, la presenza dell’uomo nella raffigurazione di paesaggio è interpretata come un parametro di misurazione delle proporzioni dei panorami alpini, e al tempo stesso come metro politico del suo intervento nella metamorfosi degli equilibri naturali. Discorso che viene rimarcato anche in lavori come Portraits (Ritratti), dove i cannoni sparaneve ripresi durante la stagione estiva – quindi inattivi – diventano ambigue presenze che abitano il paesaggio.

Con una cinquantina di opere di grande formato, spesso presentate nella formula del dittico e del trittico e caratterizzate da tonalità poco contrastate e neutre, la mostra ci racconta una simultaneità di attività umane e non, che coesistono e trovano un equilibrio instabile in costate mutamento, come evidenzia la serie Raumfolgen (Spazi Con/Sequenze).

Sono esposti in mostra anche due dittici inediti realizzati a seguito di una committenza che ha permesso a Niedermayr di scattare, ad inizio anno, nel cantiere di Palazzo Turinetti a Torino che diventerà la quarta sede delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo. In apertura nei primi mesi del 2022, il museo sarà dedicato prevalentemente a fotografia e videoarte. La presenza di queste immagini racconta nuovamente la collaborazione tra CAMERA e Intesa Sanpaolo – Socio Fondatore e Partner Istituzionale di CAMERA – attraverso la quale nel 2019 è stata realizzata la mostra Nel mirino. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981.

29 luglio – 17 ottobre 2021 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Federico Clavarino. Emergency Exit

Il 29 luglio 2021, nella Project Room di CAMERA, apre al pubblico Emergency Exit, mostra personale di Federico Clavarino (Torino, 1984) che, attraverso la rilettura e ri-significazione di venticinque fotografie e oggetti creati negli ultimi anni dall’artista, prende in esame i temi ricorrenti della sua ricerca artistica per verificare le modalità di formazione delle identità contemporanee.

Curato da Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include immagini provenienti da tre serie di lavori ideati dall’inizio della carriera di Clavarino sino ad oggi: Italia o Italia (2010-2014), The Castle (2011-2016) e Eel Soup (2016-2020).

Emercency Exit di Federico Clavarino è il secondo appuntamento del ciclo di mostre “PassengersRacconti dal mondo nuovo”, un progetto di ricognizione ideato da CAMERA e focalizzato sull’esplorazione dello scenario artistico dei fotografi nati fra i primi anni Ottanta e metà anni Novanta.

La mostra è in collaborazione con la galleria Viasaterna di Milano.

29 luglio – 26 settembre 2021 – Project Room CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Le mostre di Phest

Per il sesto anno consecutivo PhEST – See Beyond the Sea, festival internazionale di fotografia e arte, torna ad animare il centro di Monopoli, della Puglia e del Mediterraneo e da qui volge il suo sguardo a tutto il mondo. E, come ogni anno, sono molti i nomi degli artisti che, dal 6 agosto al 1 novembre 2021, andranno a popolare i 20 e più lavori in mostra: dagli scenari profetici di Phil Toledano alle forme e ai colori di Eliška Sky, ma anche i “pantoni umani” di Angélica Dass, l’ucronia di David Vintiner e la ricerca di identità di Mustafa Sabbagh. Questa sesta edizione proposta dal direttore artistico Giovanni Troilo e dalla curatrice fotografica Arianna Rinaldo, è ancora una volta una formula prevalentemente outdoor nel totale rispetto delle normative vigenti in materia di sicurezza e distanziamento sociale. L’idea dunque, anche per l’estate 2021 è quella di portare il museo tra la gente, permettendo al pubblico di ammirare le opere passeggiando per il centro storico di Monopoli o tuffandosi nelle acque cristalline del suo mare. Ma senza privarsi della magia di alcune piccole location indoor, che saranno presto rivelate.
Tema centrale dell’edizione di quest’anno: IL CORPO.
 
Oltre venti mostre consentiranno al pubblico di immergersi e scoprire il cuore della città di Monopoli e, allo stesso tempo, di stupirsi, interrogarsi e riflettere sul “Corpo”. In una fase evolutiva in cui l’uomo sembra migrare verso un nuovo pianeta, quello immateriale della rete, il corpo sembra assumere valore sempre più marginale, diventa zavorra, limite, la parte cagionevole da custodire solo ai fini della preservazione della vita. La pandemia sembra aver accelerato questa presa di coscienza, questa migrazione. E invece oggi più che mai il corpo è al centro del dibattito e diviene discrimine per la politica. Pensiamo a Minneapolis e al #BlackLivesMatter, al #MeeToo e allo stesso Covid, tutti temi in grado di spostare gli equilibri politici dell’intero pianeta e su cui si concentreranno molti dei prossimi conflitti sociali. La conquista e il controllo dei dati biometrici diventa al contempo il fattore chiave per completare il dispositivo di controllo più sofisticato mai realizzato dall’uomo (la biopolitica di Agamben) e l’ultimo miglio che resta all’Intelligenza Artificiale per avviare il Novacene, l’Età della Superintelligenza di cui parla James Lovelock, verso il suo stadio più maturo.

Dal 06 Agosto 2021 al 01 Novembre 2021 – Monopoli (BA) – Sedi varie

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Le mostre di Images Gibellina

Gibellina PhotoRoad, primo festival di fotografia e arti visive open air e site-specific in Italia e uno dei pochi al mondo, approda alla III edizione che si svolgerà dal 30 luglio al 29 agosto nella cittadina siciliana di Gibellina, nella cornice di uno dei più vasti musei di arte contemporanea en plein air del mondo.

Un’edizione speciale in cui il consueto impianto del festival sarà mantenuto ma riprogettato in una dimensione ancora più internazionale sulla scia dell’importante partnership avviata nel 2018 e rafforzata quest’anno con il festival svizzero Images Vevey – evento di arti visive all’aperto tra i più prestigiosi al mondo – e suggellata anche con il nuovo nome Images Gibellina
In continuità con il lavoro di relazione con la città e con il territorio, da sempre centrale nel progetto del Gibellina PhotoRoad, anche Images Gibellina proseguirà l’importante percorso di reinvenzione dello spazio urbano portando arte e fotografia nelle strade e nelle piazze attraverso monumentali e innovativi allestimenti “all’aperto”

Le mostre in programma quest’anno sono moltissime e davvero interessanti. Solo per citare qualche nome: Francesco Jodice, Bruce Gilden, Stephen Gill, Stefano De Luigi e Maurizio Galimberti.

Trovate il programma qua

Dal 30 luglio al 29 agosto – Gibellina (TP)

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Le mostre di Ragusa Foto Festival

Dal 23 luglio al 29 agosto in Sicilia,a Ragusa Ibla,uno dei più borghi barocchi più belli d’Italia patrimonio Unesco, si conclude l’edizione 20/21 di Ragusa Foto Festival, manifestazione internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione di giovani talenti provenienti da tutto il mondo.
Più di venti i progetti selezionati che saranno esposti presso gli antichi palazzi La Rocca e Cosentini, l’Auditorium (chiesa sconsacrata) San Vincenzo Ferreri e presso il Giardino Ibleo. Durante le giornate inaugurali, da venerdì 23 a domenica 25 luglio, oltre all’apertura delle mostre alla presenza di alcuni dei fotografi selezionati per questa edizione, il Festival propone un ricco programma di eventi con letture portfolio, seminari, talk, visite guidate e pranzi con esperti e autori di fama internazionale.
Il Festival è prodotto e organizzato dall’Associazione Antiruggine, sotto il patrocinio del Ministero della Cultura, MIC, con il sostegno dell’Ambasciata d’Israele, Fondazione Con il Sud, della Presidenza dell’Assemblea della Regione Sicilia, del Comune di Ragusa, Banca Agricola Popolare di Ragusa, della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia e del Libero Consorzio Comunale di Ragusa.
Dopo un anno tumultuoso, sotto la spinta della fondatrice e direttrice Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale siciliana, molto legata al suo territorio e motivata ancora più di prima della pandemia, insieme al direttore artistico Steve Bisson, docente di fotografia, curatore e antropologo visuale, il comitato scientifico diversificato e una rete di partner culturali nazionali e internazionali, Ragusa Foto Festival, sfidando le difficoltà oggettive del momento, riprende e conclude la nona edizione dedicata al tema del desiderio declinato nelle sue diverse sfaccettature. Nel 2020, a causa della brusca interruzione dovuta all’emergenza, erano state presentate solo due mostre openair dedicate una al tema e l’altra alla bellezza del territorio ibleo.
Nella nuova epoca appena avviata, in cui nulla vieta di sognare e di continuare a programmare le aspettative per il futuro, desiderare risulta essenziale. E nell’ottica della ripartenza culturale, fondamentale per l’uscita dalla crisi economica e sociale, l’edizione 20/21 riprende con le mostre dedicate ai 13 progetti dei giovani autori emergenti provenienti da tutto il mondo che evocano il desiderio nelle diverse declinazioni, per visualizzarne e rielaborarne significati, evoluzioni ed esigenze dentro i nuovi schemi culturali che la nuova normalità ci impone.
Gli autori selezionati con una call internazionale promossa in collaborazione con Urbanautica Institute prima dell’interruzione della pandemia, sono: Frijke Coumans Gardeners of Desire, Aurore Del Mas Don’t love me I’m your toy, Alba Zari The YJonna Bruinsma Dragone, Yaakov Israel The Black Horseman, Alexis Vasilikos A Lover’s Sequence, Giacomo Alberico After The Gold RushJenia Fridlyand The leaves will fall from the sky, Francesco Levy Azimuths of Celestial BodiesFederico Arcangeli Pleasure Island, João Henriques School Affairs, Giovanni Presutti Give me liberty or give me death, Simon Van Geel Megalomania Delusions of Grandeur.
In mostra anche il We the wind stops  di““WeWe di Alessandro Scattolini, vincitore del Premio Miglior Portfolio 2019 e dei due progetti menzionati La Settimana Santa in Sicilia di Daniele Vita e Vere finzioni: Supereroi di Francesco di Robilant e Anna La Rosa.
Non sappiamo cosa ci aspetta per il futuro, ma oltre ad utopie ed evasioni, desiderare può rivelare come creare nuove opportunità di senso, cioè di riscoperta delle potenzialità umana, di comprendere come conservare la nostra specie, come prendersi cura dei nostri ambienti e dei nostri simili. E proprio partendo da queste sfide, Ragusa Foto Festival ha integrato la proposta espositiva con due iniziative ideate per offrire ulteriori occasioni di crescita e promuovere la bellezza del territorio più a Sud d’Italia e d’Europa.
A proposito di Sud per stimolare percorsi d’innovazione sociale verranno esposti presso l’auditorium San Vincenzo Ferreri due progetti dedicati ad alcuni dei lavoratori più colpiti, tra i più invisibili e più fragili già prima del coronavirus: i braccianti agricoli immigrati, venuti sin qui per realizzare il desiderio di una vita migliore. Persone che lavorano nel silenzio delle avversità dovute alle difficoltà che incontrano ogni giorno nel proteggere la propria dignità. Persone che vivono piccoli embrioni di comunità in luoghi sperduti del territorio ibleo grazie al supporto di realtà locali che fanno sistema per attenuare loro i soliti disagi e quelli imposti adesso dall’emergenza post covid19. Per incoraggiarli a desiderare un futuro migliore grazie al sostegno di Fondazione Con il Sud e Collezione Donata Pizzi, nonché con la preziosa collaborazione di Caritas Italiana attraverso le Caritas diocesane di Ragusa e di Noto, della Fondazione di Comunità Val di Noto, e del Consorzio Universitario della Provincia di RagusaMaria Vittoria Trovato e Martina Della Valle hanno realizzato due progetti dedicati ai Presidi siciliani di Caritas Italiana, a Marina di Acate e a Pachino. I lavori, insieme agli altri, verranno presentati durante le giornate inaugurali con un panel dedicato al tema dell’edizione, patrocinato dal Ministero della Cultura e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, alla presenza degli autori e dei sostenitori dei progetti.

Dal 23 Luglio 2021 al 29 Agosto 2021 – Ragusa – sedi varie

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Il premio ITALY PHOTO AWARD

Immagine di Lorenzo Zoppolato – Miglior portfolio a Padova

Il premio ITALY PHOTO AWARD®, nato per la valorizzazione e diffusione della cultura fotografica italiana, è oggi tra le più importanti realtà fotografiche nazionali, grazie alla collaborazione con i più grandi festival italiani ospitanti le Letture Portfolio entrate in rete e con i migliori professionisti di settore e agenzie di fotogiornalismo.

L’ITALY PHOTO AWARD®, giunto alla VI edizione, si articola in un programma di Letture Portfolio e costituisce un’importante occasione di confronto e di crescita per tutti i fotografi, che possono interagire con esperti del settore, scambiare idee e ricevere consigli e suggerimenti. 

Il Premio si rivolge a tutti gli autori con l’obiettivo di far emergere giovani talenti a fianco di fotografi affermati, offrendo loro un panorama internazionale di visibilità e opportunità in centri d’arte, gallerie, redazioni e le migliori agenzie di fotografi. Il Premio vuole essere un’importante occasione di confronto e di crescita per tutti i fotografi che partecipano con progetti personali per ricevere suggerimenti e consigli da professionisti del mondo della fotografia.

Si svolge ogni anno con una giuria di professionisti che selezionano i migliori progetti fotografici tra quelli presentati alle Letture Portfolio nei più grandi festival d’Italia, che sappiano illustrare l’evoluzione dei principali generi della fotografia documentaristica rappresentata da autori italiani. La giuria, all’interno del singolo festival, è composta da photoeditor, galleristi, fotografi, critici, direttori e docenti che prendono parte all’evento come lettori e sono a disposizione dei partecipanti per visionare i lavori proposti in un incontro ‘face-to-face’.

Gli incontri di lettura dei portfolio si tengono ogni anno, in diverse tappe, all’interno dei più prestigiosi festival di fotografia, su tutto il territorio nazionale:

ATTENZIONE, LE DATE POSSONO ESSERE CAMBIATE A CAUSA DEL CORONA VIRUS, VISITATE I SITI DI RIFERIMENTO!

 -CLOSER (Bologna), EMILIA ROMAGNA 15 Marzo 2020

-BIENNALE FOTOGRAFIA FEMMINILE (Mantova), LOMBARDIA 3 Aprile 2020

-RIAPERTURE (Ferrara), EMILIA ROMAGNA 28/29 Marzo 2020

-FOTOGRAFIA EUROPEA (Reggio Emilia), EMILIA ROMAGNA 18/19 Aprile 2020

-INTERNATIONAL MONTH OF PHOTOJOURNALISM (Padova), VENETO 9/10 Maggio 2020

-MILANO PHOTO WEEK (Milano), LOMBARDIA data non ancora stabilita

-GIBELLINA PHOTO ROAD (Gibellina), SICILIA (biennale 2021)

-FESTIVAL FOTOGRAFIA ETICA (Lodi), LOMBARDIA 10/11 Ottobre 2020

-TRIESTE PHOTO DAYS (Trieste), FRIULI VENEZIA GIULIA 24/25 Ottobre 2020

All’edizione 2019 hanno concorso oltre 20 mila immagini, inviate da fotografi professionisti provenienti da tutta Italia. Il Premio si propone di essere un’occasione di formazione e di crescita per nuovi autori oltre che un’iniziativa artistica e culturale di rilievo per il nostro Paese.

Nel corso dell’evento conclusivo di fine anno a Dicembre, avrà luogo la presentazione dei progetti finalisti e la nomina dei vincitori assoluti, rispettivamente nella categoria “Miglior Portfolio” e “Giovane Talento” che si aggiudicano così il Premio ITALY PHOTO AWARD. I vincitori assoluti ricevono un premio in denaro, per accrescere la propria formazione e proseguire i propri progetti in ambito fotografico e la stampa della mostra. I progetti fotografici selezionati inoltre verranno prodotti e stampati in importanti mostre e distribuite nel circuito dei partner aderenti al Italian Photography Network.

Il Premio, ogni anno crea un archivio nazionale, ITALIAN COLLECTION, che ospita tutti i progetti che hanno ricevuto almeno una nomina nelle letture portfolio di tappa durante i festival ospitanti.

Ogni anno l’edizione del Premio offre molteplici opportunità, dalla scoperta dei fotografi italiani all’esplorazione del territorio del nostro paese. Dotato di un programma denso, nutrito da una varietà di punti di vista sulla fotografia, il premio si fa portavoce di una sua parte civica nella tessitura di nuovi legami esplorativi con il mezzo fotografico oltre che un’iniziativa artistica e culturale di rilievo per l’Italia. Non solo ma grazie alle partnership create con le scuole di fotografia italiane può offrire premi come borse di studio ed esperienze sul campo ai più giovani.

www.italyphotoaward.com

Fotografia in agosto…mostre da non perdere!

 

Oltre alle mostre sempre aggiornate sulla nostra pagina, per agosto ve ne proponiamo di nuove, magari vi trovate in vacanza in queste località.

Buone vacanze!

Anna

Gibellina PhotoRoad

29 LUGLIO/31 AGOSTO 2016

Mostre outdoor, talk, workshop, incontri e letture portfolio. Stampe di grande formato, proiezioni e installazioni site-specific, pensate per interagire col tessuto urbano. Siamo a Gibellina, nella Valle del Belìce, ricostruita dopo il terremoto del 1968, uno dei musei di arte contemporanea a cielo aperto più grandi del mondo.

Oggi vogliamo che Gibellina diventi “città della fotografia”, portando l’immagine contemporanea nelle piazze e negli spazi disegnati da grandi architetti e artisti. È questo Gibellina Photoroad- Festival Internazionale di Fotografia Open Air.

Coi suoi innumerevoli linguaggi, la fotografia è arte del «disordine»: mezzo ambiguo per eccellenza, fin dalle sue origini portatrice di scompiglio nelle arti, sospesa tra oggettivismo e documentazione e tra astrazione e sperimentazione. Ancor più oggi, nel caos visivo della contemporaneità, dove tutto è immagine e dove l’immagine è al centro della storia.

Proprio Gibellina – città insolita e unica, nata dal caos di un terremoto – si interroga sul «disordine». E lo fa in uno “spazio aperto”, nello spazio pubblico, privo di ogni tipo di inquinamento visivo e luminoso, tra le sue strade piene di arte e di bellezza. Perché l’arte e la creatività non possono avere costrizioni, e per questo vivono fuori dai musei.

Qua tutte le info.

Araki

affiche-araki

April 13th – September 5th 2016

Parigi Musée Guimet

A major figure in contemporary Japanese photography, Nobuyoshi Araki is known worldwide for his photographs of women bound according to the ancestral rules of Kinbaku – the Japanese art of bondage – a practice going back to the 15th century. This exhibition retraces fifty years of his work in over 400 photographs and is one of the most important ever devoted to Araki in France.

This highly significant selection, drawn from thousands of photographs the artist took between 1965 and 2016, ranges from one of the oldest series titled Theatre of love in 1965 up to hitherto unpublished works, including his latest creation in 2015, specially produced for the museum and titled Tokyo-Tombeau. Starting from the discovery of almost all the books Araki ever made, followed by an introduction to the main themes of his work – flowers, photography as autobiography, his relation with his wife Yoko, eroticism, desire, but also the evocation of death – the exhibition unfolds thematically, from the series devoted to flowers, the Tokyo scene, or again the Sentimental Journey illustrating his honeymoon trip in 1971, followed by the Winter Journey in 1990, the year of his wife’s death.

Midway through the exhibition visitors are led into Araki’s studio where they discover the extent of his photographic production, confronted with works from the MNAAG collections: prints, old photographs and books, illustrating the artist’s relations with the permanence of his Japanese inspiration. Steeped in poetry and formal research, Araki’s work is also backed up by endless experiments. The medium’s codes and stereotypes are revisited by the artist who manipulates his own negatives or occasionally covers his images with calligraphy or painting, in a bold gesture, often with a dash of humour.

Planned with works held in private and public collections (Tokyo, New York, Paris…), completed with the artist’s archives, this exhibition helps to see and understand that Araki’s art is rooted in traditional Japanese culture.

All info here

From liberty to freedom

PH NEUTRO FOTOGRAFIA FINE ART, Pietrasanta

9 luglio – 16 agosto 2016

 La Galleria PH Neutro di Pietrasanta (Via Padre Eugenio Barsanti 46) presenta, dal 9 luglio al 16 agosto, “From Liberty to Freedom”, una mostra collettiva che vede affiancate fotografie di autori internazionali (Robert Capa, Thomas Struth, Alec Soth, Sebastia Salgado) ad artisti il quale lavoro in Italia è rappresentato in esclusiva dalla Galleria (Beth Moon, Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Silvia Celeste Calcagno, Jefferson Hayman).

Il titolo della mostra intende porre l’accento sulle diverse interpretazioni in lingua anglosassone, appunto, della parola libertà, laddove – come spiega il testo critico che accompagna l’esposizione – “il termine Freedom indica una libertà che meritiamo ci venga concessa in quanto tutti uguali, mentre Liberty è la libertà che viene concessa dall’alto o conquistata con la forza”.

In esposizione, opere realizzate da artisti diversi per esperienza e linguaggio: dai soldati immortalati da Joe Rosenthal e Robert Capa con l’opera The first wave of troops landing on D-Day, i quali dovettero rinunciare a molte libertà individuali (liberty) per il raggiungimento di una libertà collettiva (freedom). Lontanissime da queste intenzioni le opere di Renate Aller, Sebastiao Salgado e Thomas Struth ricercano nella indeterminatezza degli spazi aperti un luogo “dove abbandonarsi, ritrovare la propria essenza e sentirsi parte di un tutto primordiale”.

Completano il percorso le visioni evanescenti di Beth Moon, così come le composizioni chimeriche di Kamil Vojnar e Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto che rifuggono da una realtà terrena, elevandosi verso una dimensione di  intangibile interiorità.

 Altre info qua

VIVIAN MAIER. Street photographer

Fino al 16 agosto – Fundaciòn Canal – Madrid

Vivian Maier, uno de los personajes más sorprendentes y mediáticos de la fotografía contemporánea, alternó su profesión de niñera con su oculta y gran pasión: realizó  más de cien mil fotografías que nunca enseñó a nadie. Tras su muerte en la indigencia y en el anonimato artístico, su archivo fue encontrado por accidente, y desde que su obra vio la luz en 2010 se ha convertido, por derecho propio, en uno de los mayores referentes mundiales de la fotografía de calle y en un fenómeno mediático.

Esta exposición hace, por primera vez en Madrid, un recorrido global por la obra de Vivian Maier, abordando de forma temática sus principales intereses y mostrando la calidad de su mirada y la sutileza con la que hizo suyo el lenguaje visual de su época. Supo captar su tiempo en una fracción de segundo. Transmitió la belleza de las cosas corrientes, buscando en lo cotidiano, en lo banal, las fisuras imperceptibles y las inflexiones furtivas de la realidad.

Tutte le info qua

Vanessa Winship – Retrospettiva

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Centro de Arte La Regenta – Las Palmas de Gran Canaria

22 luglio  – 24 settembre 2016

Esta exposición retrospectiva de la obra de la fotógrafa británica Vanessa Winship, propone un recorrido por las distintas series que componen su obra, desde las primeras dedicadas a los Balcanes hasta su trabajo reciente en Almería en 2014.

La exposición de Vanessa Winship se articula en torno a un recorrido cronológico por cada una de las series que componen su obra a través de una selección de 188 fotografías.

Entre 1999 y 2003, coincidiendo en el tiempo con el conflicto bélico de la ex-Yugoslavia, Vanessa Winship recorre las regiones de Albania, Serbia, Kosovo y Atenas, y crea su serie Imagined States and Desires. A Balkan Journey. Esta obra supone un paso fundamental en la formación de su mirada fotográfica y en su decisión de escapar del horizonte del reportaje de actualidad o del mero documental fotográfico. El conjunto de imágenes que conforman la serie se centra en gran parte en la tragedia del éxodo de refugiados albanokosovares desde Serbia hacia países vecinos. Se trata de una recolección de instantes que reflejan la volatilidad de las fronteras, etnias y credos y que afirman que no es el territorio el que alberga la identidad sino que es la persona quien la transporta consigo. El aspecto fragmentario de la serie, su condensación a través de microhistorias dan pie a lo que será su práctica en adelante.

En 2002 Vanessa Winship se traslada a la zona del Mar Negro y recorre durante los próximos ocho años Turquía, Georgia, Rusia, Ucrania, Rumanía y Bulgaria. Su trabajo en esta zona da lugar a una de sus series más conocidas, Black Sea: Between Chronicle and Fiction. A través de ella, la fotógrafa ofrece una visión de la zona y de los habitantes de las regiones bañadas por este mar, al que presenta como una frontera natural que contesta a cualquier noción de los límites marcados por la geopolítica o la historia, del espacio vital de cada nación, e incluso de la distinción entre espacio público y privado. Así, el trabajo de Winship se centra en lo que permanece y sobrevive al devenir político: los rituales colectivos, los medios de transporte, los espacios de ocio y el tránsito de seres humanos en torno a las costas.

En estas dos series las imágenes se acompañan por breves escritos de la artista, que sirven para expresar un único pensamiento o descripción rápida y que crean un relato deliberadamente incompleto. Para Winship estos escritos nos recuerdan el valor que el texto tiene para evocar una imagen.

En este devenir por los territorios de la Europa oriental, la serie Sweet Nothings: Schoolgirls of Eastern Anatolia (2007) resulta clave en la producción de Vanessa Winship. Se trata de un conjunto casi seriado de retratos de escolares de la zona rural del Este de Anatolia, un área fronteriza con Georgia, Armenia, Azerbaiyán e Irán. Allí, la pluralidad de etnias queda silenciada por la proliferación de uniformes, tanto escolares como militares. De algún modo, los uniformes escolares remiten a las herramientas con que cuentan los estados para clasificar a la población, “marcar” el territorio y neutralizar la pluralidad de zonas, como el Este de Anatolia, en las que las fronteras étnicas y geográficas no están tan netamente señaladas como en los mapas. Esta presencia del uniforme, supone un marco de acción, una delimitación del proyecto, que permite a Winship profundizar en su interés por el rostro, el gesto y el sentido de grupo y comunidad.

Georgia, otra de las regiones bañadas por el mar Negro, es el escenario de la serie en la que Vanessa Winship trabaja entre 2008 y 2010. En ella la artista se centra fundamentalmente en la reflexión en torno al retrato. De este modo, Georgia. Seeds Carried by the Wind dibuja un estudio específico de los rostros que la fotógrafa encontraba. Se trata de retratos de jóvenes y niños, en su mayor parte individuales que, cuando forman grupo, aparecen casi sin variación como pares del mismo sexo. La colección, parece sugerir la imagen de un país enérgico y superviviente. Estas imágenes se combinan con un conjunto de fotografías coloreadas que acompañan las lápidas de un cementerio (y que son las únicas imágenes en color de la producción de Winship). Ambos conjuntos establecen un interesante diálogo entre diferentes generaciones de georgianos y a la vez entre la propia artista y el anónimo fotógrafo original. Los paisajes y pizarras que completan este trabajo evocan de modo similar una muerte prematura. Esta serie tiene un valor clave en el trabajo de Winship por la combinación de paisaje y retrato como lugares en los que quedan inscritas las huellas de la identidad, la historia y el presente. Georgia abre un debate acerca de la práctica de ambos géneros y de la problemática y profundos significados que ambos asuntos despliegan en la obra de Winship.En 2011 Vanessa Winship recibe el prestigioso premio de fotografía Henri Cartier-Bresson. El proyecto por el que fue premiada ha dado lugar a la serie she Dances on Jackson. United States (2011-2012) realizada en Estados Unidos, país al que presenta como un gran interrogante en el que el peso del pasado reciente se manifiesta a través de obras públicas e inmuebles infrautilizados o en desuso y en el que los rostros anónimos de personas y colectivos desvelan su desilusión por las promesas del sueño americano. Esta serie supone asimismo el acercamiento definitivo de Winship al paisajismo fotográfico, género que poco a poco irá ganando terreno dentro de su producción. Breves textos escritos por la artista parecen sustituir la paulatina desaparición del retrato y funcionan como evocaciones de las narraciones de las fotografías ausentes. En she dances on Jackson el salto geográfico hacia el otro lado del Atlántico define los caracteres propios de la fotografía anterior de Vanessa Winship.

Antes de emprender su viaje a Estados Unidos, Winship trabaja en su tierra natal, localizada en el estuario del río Humber (2010), del que toma el título esta serie. En ella somos testigos de nuevo de la preeminencia que va tomando el paisaje en su obra. Este proceso culmina de forma magistral en su obra más reciente, Almería. Where Gold Was Found (2014), que supone la reafirmación de su trabajo como fotógrafa de paisaje; a pesar de la total ausencia de figura humana y el aspecto silencioso de la serie, en cada una de sus imágenes resuenan las voces que han pisado estos parajes, cargados ahora de contenido latente. En enero 2014, con motivo de esta exposición e inspirada por la lectura de Campos de Níjar de Juan Goytisolo, Winship se desplaza a Almería, lugar de carácter fronterizo, extraordinaria variedad geológica, marcado por el desarraigo y por una historia accidentada y desigual. La serie se centra en las formas geológicas de las costas del Cabo de Gata, en la desolación paisajística provocada por la propagación de la producción agrícola intensiva basada en el invernadero, en las impactantes formas de las canteras de Macael o en las ramblas y desiertos de Tabernas. La tierra del oro, el cine, el mármol y el plástico parece situarse en un ámbito suspendido en el espacio y en la historia en unas fotografías que hablan de la rápida transformación de esta zona y del silencioso paisaje humano que la habita. Almería, en las fotografías de la serie, aparece como un paisaje atomizado en el que la urbanización y lo rural se tocan y en el que ese no-lugar que es el invernadero parece resumir toda la inestabilidad y vulnerabilidad de la zona, en estrecha conexión con el resto de lugares del mundo que Winship ha fotografiado.

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Ceramica, latte, macchine e logistica – Fotografie dell’Emilia-Romagna al lavoro

Mast Bologna – fino al 18 settembre

La Fondazione MAST presenta le mostre dedicate al lavoro e al paesaggio dell’Emilia-Romagna con oltre 200 immagini e una trentina di volumi fotografici su ambienti, contesti e realtà della regione. I temi delle esposizioni sono valorizzati dal documentario di Francesca Zerbetto e Dario Zanasi,  Le radici dei sogni – L’Emilia-Romagna tra cinema e paesaggio.

Ceramica, latte, macchine e logistica – Fotografie dell’Emilia-Romagna al lavoro, curata da Urs Stahel, propone attraverso gli scatti di importanti fotografi una riflessione sullo sviluppo economico e paesaggistico che ha interessato l’Emilia-Romagna negli ultimi decenni.

Le esposizioni al MAST sviluppano il tema della Via Emilia che caratterizza la XI edizione di Fotografia Europea 2016 indirizzandolo alla rappresentazione fotografica del lavoro,  dell’industria e dell’economia, in linea con la missione primaria della Fondazione MAST.

La mostra intende creare una trama narrativa organizzata per gruppi di fotografie contrapposte “Immagini a cui è affidato il compito di raccontare – spiega Urs Stahel – come le vecchie industrie scompaiano, sostituite da nuovi impianti e sistemi produttivi ad altissimo contenuto tecnologico, come al paesaggio tradizionale e ad un territorio dal sapore antico si contrappongano le nuove aree del terziario avanzato, dei commerci, della tecnica, dell’accelerazione e come simili fenomeni siano riscontrabili, non solo nei settori dell’industria meccanica e della ceramica, ma anche in quelli della produzione alimentare e della piccola impresa.”

 Le opere dei fotografi insieme ad alcune immagini di scena tratte dal film Il deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni concorrono a creare un racconto che rappresenta fedelmente l’evoluzione economica dell’Emilia- Romagna e la trasformazione in atto nel sistema produttivo.

Si inizia con il classico ritratto di un operaio bolognese realizzato da Enrico Pasquali, seguito da immagini di dispositivi e attrezzi prodotti dalle Officine Minganti intorno alla metà del XX secolo e da macchine confezionatrici dismesse fotografate da Gabriele Basilico in uno stabilimento in fase di smantellamento e riconversione a  Bologna. William Guerrieri, nel progetto Dairy, mostra ad esempio, la dismissione di un caseificio indstriale a San Faustino, nei pressi di Rubiera, gli scatti di Paola De Pietri rappresentano la lavorazione tradizionale delle ceramiche, mentre le immagini di grande formato di Carlo Valsecchi rivelano industrie ad altissimo contenuto tecnologico. Il cambiamento dato dall’accelerazione sulle strade e nelle nuove linee ferroviarie è visibile nelle fotografie sulla costruzione della TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità che collega Torino a Napoli, di Tim Davis, John Gossage, Walter Niedermayr e Bas Princen in contrasto con le immagini idilliache del Delta del Po realizzate da Marco Zanta. I paesaggi di Guido Guidi, piccole foto a colori, dense di significato disseminate lungo il percorso espositivo come un leitmotiv, raccontano i cambiamenti avvenuti nell’ambiente antropizzato dell’Emilia- Romagna assieme alle fotografie che Olivo Barbieri ha dedicato a Cavriago e alle code davanti alle casse dei centri commerciali, rappresentando visivamente la graduale metamorfosi subita dal paese. Il video La Via Emilia è un aeroporto di Franco Vaccari presenta l’arteria stradale che taglia la Regione sia come un’importante via di comunicazione sia come luogo di lavoro di prostitute. Lo sviluppo economico si accompagna al dibattito politico nel video di Lewis Baltz e nel reportage di Simone Donati che nel suo lavoro ha documentato i riti collettivi italiani. Il percorso espositivo include anche video di Tim Davis e William Guerrieri.

Quale side event a livello 0 del MAST verrà proiettato, in proiezione continua, il documentario Le radici dei sogni – L’Emilia-Romagna tra cinema e paesaggio (73 min.) girato nel 2015 da Francesca Zerbetto e Dario Zanasi. Il lavoro, prodotto dalla Cineteca di Bologna e MaxMan Coop, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, racconta un viaggio nei paesaggi della Regione che ha nutrito le fantasie di alcuni tra i più importanti registi del cinema italiano e internazionale.

Inoltre una esposizione di 35 volumi su ambienti, contesti e realtà dell’Emilia-Romagna, messi a disposizione da Linea di Confine, completerà il percorso.

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Ernesto Bazan – Trilogia Cubana

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PALERMO- “Trilogia Cubana” è il titolo della grande mostra del fotografo Ernesto Bazan che si inaugura a Zac, spazio espositivo dei Cantieri culturali alla Zisa del Comune di Palermo, il 29 luglio 2016, sostenuta dall’Assessorato comunale alla Cultura e dall’Anfe.

L’esposizione è curata da Daniele Alamia, l’allestimento è dell’architetto Massimiliano Di Bella; rimarrà aperta fino al 18 settembre, tutti i giorni tranne il lunedì, ingresso libero. In esposizione i tre grandi corpus di fotografie che Ernesto Bazan ha realizzato durante i suoi quindici anni trascorsi a Cuba, negli anni più complessi. Le fotografie adesso sono raccolte in tre libri- Bazan Cuba, Al Campo, Isla– tre narrazioni indipendenti e collegate le une con le altre, che permettono un viaggio per immagini di grande impatto emotivo e visivo.

Ellie Davies: Into the Woods

21 July 2016 – 20 August 2016 Crane Kalman Gallery – London
Into the Woods, a new exhibition by young British photographer Ellie Davies will showcase her new work from the series Half Light, alongside her earlier bodies of work. The 22 works in the exhibition have been created by Davies over the past seven years in the forests of the UK, and explore the complex interrelationships between the landscape and the individual.

The forest is Davies’s studio. Working alone she responds to, and alters, the landscape with a series of temporary interventions, such as making and building, creating pools of light on the forest floor, or using craft materials such as paint and wool. A golden tree is introduced into a thicket to shimmer in the darkness, painted paths snake through the undergrowth, and strands of wool are woven between trees. The final images are a culmination of these elements and each piece draws on its specific location. Using handmade sculptural elements, she superimposes her personal narratives on the landscape.

In her latest series of work Half Life (2015), Davies adds a new element – water – a dark, still river, bordered by colourful, textured riverbanks rich with vegetation. The murky water dissects each image creating a false horizon, separating the viewer from the twilight forest beyond and allowing the land to be considered from a distance.

‘Growing up in the New Forest in the south of England, I spent my childhood exploring and playing in the woods with my twin sister. In Half Light, I consider my relationship with these places, my ongoing attempt to reconnect with the wilder landscapes of my youth and to discover if those remembered and imagined places can be found and captured again.’- Ellie Davies, 2016

In addition to Half Light, Into The Woods will include previous bodies of work in Davies’s woodland series’ including Stars, Between The Trees, Islands, Come With Me and The Gloaming.

Over thousands of years, UK forests have been shaped by human processes and represent the confluence of nature and culture, of natural landscape and human activity. Forests are potent symbols in folklore, fairy tale and myth, places of enchantment and magic as well as of danger and mystery. In recent cultural history they have come to be associated with psychological states relating to the unconscious. Against this cultural backdrop Davies’s ongoing work explores the fabricated nature of the landscape to create a hinterland between reality and fantasy. She encourages the viewer to re-evaluate the ways in which their relationship with the landscape is formed, and to what extent this is a product of cultural heritage or personal experience.

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Mogador – Veronica Gaido e Vito Tongiani

Un’originale mostra a Torre del Lago – Viareggio (LU): Veronica Gaido, artista, ritrattista e fotografa di moda, espone alcune suggestive opere fotografiche in un’esposizione del tutto particolare, un dialogo artistico ed estetico con le tele di Vito Tongiani, famoso pittore e scultore italiano.

Fino al 31 Agosto 2016, infatti, le opere dei due grandi maestri sono in mostra presso il Gran Teatro Giacomo Puccini di Torre del Lago-Viareggio (LU) con la mostra Mogador. L’esposizione si inserisce nel programma della 62a edizione del Festival Puccini di Torre del Lago – Viareggio, importante rassegna dedicata al Maestro della tradizione dell’Opera Italiana, di alto profilo culturale e artistico, che vuole toccare, con le tante iniziative in programma, tutte le discipline e i linguaggi dell’arte.

In quest’ottica si inserisce la mostra di Veronica Gaido e Vito Tongiani,  a cura di Massimo Bertozzi e Adolfo Lippi, nella quale i due grandi artisti, appartenenti a diversi mondi espressivi, si confrontano con un obiettivo comune: raccontare, attraverso la loro personale visione, la vita cittadina e del porto di Essaouira, piccola città marocchina della costa atlantica.

Battezzata Mogador nel VII secolo (dall’arabo “ben custodita”), quando venne riscoperta dai portoghesi dopo il periodo della conquista araba, Essaouira è oggi un centro vivace e internazionale, noto in tutto il Marocco per la sua forte vocazione culturale, musicale e artistica. Con la sua atmosfera affascinante e fuori dal tempo,  negli anni ha attratto e ispirato tanti artisti da tutto il mondo, tra i quali Orson Wells – che qui ha girato, nel 1952, alcune scene del suo Otello – o Jimi Hendrix – attratto qui dalla ghnawa, musica marocchina ipnotica e suggestiva.

Nelle opere presenti in mostra, la fotografa Veronica Gaido e l’artista Vito Tongiani hanno voluto esprimere la loro particolare visione di questa atmosfera rarefatta, attraente e carica di magia, concentrando la loro attenzione, in particolar modo, sul porto di Mogador. Un luogo che viene letto nella sua dimensione di partenza e di ritorno, ma anche di rifugio dai pericoli del mare aperto, di rappresentazione visiva di una dimensione umana fatta di dignità e rigore, ma anche di continuo movimento e suggestione.

Ritornano, in queste opere in mostra di Veronica Gaido, alcuni temi a lei cari e già indagati in progetti precedenti: l’acqua, il viaggio, il passaggio, interpretati sia da un punto di vista fisico sia da quello spirituale e astratto. Come in “Atman” del 2012, anche in questo lavoro su Mogador, osservando le sue opere, ci si ritrova in un luogo sospeso, a metà strada tra visione e realtà, tra sogno e concretezza. Le forme si sfanno nella luce del porto, i colori della terra e del mare, del legno e del cielo, si confondono in linee mosse e in toni a volte più delicati, a volte più marcati, lasciando direttamente allo spettatore la capacità di intravedere la realtà delle cose.

La possibilità di assaporare davvero il senso e l’emozione di quell’atmosfera rarefatta, affascinante e magnetica della cittadina marocchina è a portata di mano. In una sorta di dimensione “espressionista” della fotografia, Veronica Gaido restituisce in questi lavori quello che ha percepito a livello emotivo e sensibile della città, con un gesto fotografico dinamico, repentino, fugace, capace di cogliere, in un piccolo attimo, la dimensione più profonda e personale di un luogo unico.

“Con questi lavori su Mogador ho voluto rappresentare una dimensione fisica e umana in continuo movimento, attraverso un flusso di immagini che trasmettano, a chi le osserva, la sensazione di un luogo a metà tra terra e cielo, a volte luminoso nella sua atmosfera rarefatta, a volte oscuro nelle sue visioni notturne, sempre percosso, segnato o attraversato da bagliori che diventano vibrazioni dell’anima, oscillazioni di una visione senza tempo – ha spiegato Veronica Gaido – Il dialogo con le opere del Maestro Vito Tongiani, inoltre, arricchisce e in certo senso completa questa visione, che si concretizza nelle forme e nei colori delle persone e dei luoghi di Mogador. Un vero e proprio viaggio, tra pittura e fotografia, nelle magiche atmosfere della città marocchina.”

La mostra Mogador è ideata e organizzata dall’Associazione Percorsi d’Arte di Claudio Giannini e dalla Fondazione Festival Pucciniano, a cura di Massimo Bertozzi e Adolfo Lippi. L’esposizione è visitabile nel Foyer del Gran Teatro Giacomo Puccini, a ingresso libero, fino al 31 Agosto 2016.

A corredo della mostra, anche un catalogo con testi di Adolfo Lippi.

Fino al 31 Agosto 2016
Gran Teatro Giacomo Puccini, Foyer – Via delle Torbiere, Torre del Lago – Viareggio

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Anna