Il mito della fotografia che “parla da sola”- parte prima

C’è una frase che circola nel mondo della fotografia con la sicurezza di chi ha trovato la verità assoluta: “Se la devi spiegare, non è venuta bene.” Viene attribuita ad Ansel Adams, che però la diceva in un contesto molto preciso, quello del paesaggio puro, della grande stampa in camera oscura, della fotografia come fatto estetico e formale autonomo. Estrapolata da quel contesto e trasformata in dogma universale, quella frase è diventata uno dei luoghi comuni più dannosi che circolino tra i fotografi. Pericolosa non perché sia completamente falsa, in certi contesti estetici ha persino una sua logica, ma perché viene usata come scudo, come modo per non fare il lavoro difficile di contestualizzare, spiegare, costruire senso intorno alle proprie immagini.

Il problema nasce da un equivoco sulla natura del mezzo fotografico. La fotografia viene percepita comunemente come il linguaggio più immediato e universale che esista: premi un pulsante, ottieni il reale. Ma questa idea di trasparenza è una delle illusioni più resistenti della cultura visiva moderna. La fotografia non registra il mondo: ne seleziona un frammento, lo congela, lo estrae dal flusso del tempo e del contesto. Quello che rimane è un’immagine, non la realtà.

Roland Barthes, in La camera chiara (1980), sostiene che la fotografia è fondamentalmente un messaggio ambiguo: registra il reale ma non lo interpreta. È un’impronta, non una spiegazione, uno studium attraversabile da chiunque e un punctum che colpisce in modo del tutto soggettivo e imprevedibile. Prima ancora, in Miti d’oggi (1957), aveva parlato della fotografia come sistema in cui il significato non è mai neutro, è sempre costruito culturalmente, socialmente, storicamente. La stessa immagine può significare cose radicalmente diverse a seconda di chi la guarda, quando la guarda, in quale contesto la incontra. Questo significa che chi osserva porta con sé una serie di codici acquisiti che non necessariamente coincidono con quelli di chi ha scattato. La pretesa che un’immagine comunichi da sola, in modo univoco e immediato, è semplicemente ingenua.

Copertina del libro 'Miti d'oggi' di Roland Barthes, raffigurante una lattina di zuppa Campbell con un design artistico.

Susan Sontag, in Sulla fotografia (1977), aveva già messo in guardia dalla tendenza a trattare le fotografie come prove oggettive della realtà. Per Sontag la fotografia è sempre interpretazione, sempre punto di vista, sempre scelta, di cosa includere e di cosa escludere, di quando scattare e quando no, di come stampare e come presentare. Non c’è innocenza nel gesto fotografico, e non c’è neutralità nell’immagine che ne risulta. Se così fosse, d’altra parte, la fotografia non sarebbe arte. Sarebbe solo documentazione meccanica.

Jean Keim, in La fotografia e la sua didascalia, è netto: senza un testo di accompagnamento, la comunicazione fotografica rimane sospesa, indecisa, aperta a interpretazioni che possono allontanarsi enormemente dall’intenzione dell’autore. Non è una questione di qualità dell’immagine. È una questione di natura del mezzo. E questa natura, ambigua, frammentaria, dipendente dal contesto, non è un difetto da correggere. È la condizione strutturale della fotografia come linguaggio. Un linguaggio che, come tutti i linguaggi, ha bisogno di essere appreso, contestualizzato, e a volte tradotto.

L’articolo è diviso in tre parti perchè particolarmente lungo e articolato, vi aspetto per la prossima “puntata”, ciao!

Sara Munari