“La vita di tutti i giorni è la mia musa ispiratrice” (I.S.)
Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja
Iiu Susiraja, nata nel 1975 a Turku città della costa sud occidentale della Finlandia, ha frequentato dapprima studi tecnici, diplomandosi come pittrice artigiana e successivamente come artigiana tessile, per conseguire poi tra il 2012 e il 2016 brillanti risultati nella sezione di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti della sua città. Nel 2008 inizia a fotografare e filmare sé stessa all’interno di ambienti domestici anonimi come il suo appartamento o la casa dei genitori. Decisamente in sovrappeso mette in evidenza con intelligente ironia i difetti del proprio corpo, creando immagini grottesche che provocano molteplici reazioni nel pubblico e nella critica. Giocando con le voluminose forme del suo corpo e indagandone i vari orifizi, crea delle immagini in cui oggetti quotidiani dialogano con lei a creare atmosfere decisamente surreali: collant, ombrelli, scarpe col tacco, forbici, mattarelli, pizzi, cuscini, salsicce, torte, pesce crudo o panna montata, guanti di gomma, pesci, sturalavandini, spaghi, pani, calze e calzini… vengono decontestualizzati e usati come oggetti d’allestimento delle sue stravaganti messe in scena. Senza alcuna inibizione usa in modo ironico la sua strabordante adipe strizzando l’occhio alle foto di moda e soprattutto alle immagini che circolano nel mondo della pornografia. Allestisce i set con cura, spesso adoperando stoffe o carte perlopiù decorate con motivi floreali stilizzati – frutto della sua formazione come designer tessile – che creano un ardito contrasto con le sue forme abbondanti e sgraziate. In un mondo come il nostro, in cui l’icona dominante nel mondo femminile si ispira alla snella e bionda Barbie dei primi tempi (vedi le influencer più famose), la Susiraja che si autoritrae con uno sguardo neutro perso nel vuoto, senza risatine o giochetti compiacenti, mostra di avere notevole coraggio nel combattere ogni sorta di ipocrisia. “Molte persone pensano che in un quadro si debba essere belli. A me piace pensare che la funzione dell’arte sia quella di dire la verità, e che i miei quadri non sarebbero veritieri se qualcun altro vi interpretasse me“. (I.S.) L’interesse di Iiu per la fotografia è affiancato da quello per i video: in essi si prolungano le scene catturate nelle immagini, sfidando ogni regola di decoro e buongusto attraverso scatti che non sono affatto volgari perché ricche di umorismo e graffiante ironia. Gli oggetti assumono altre funzioni e significati e si trasformano in modo sorprendente: un secchio di platica può diventare una borsetta, un trenino come un lungo serpente le scorre sui seni e sulle cosce, un uovo si può distruggere tra le cosce che possono ospitare anche un panetto di burro della forma di un grosso fallo.
Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja
La sua ricetta preferita: 1 ragazza robusta 1 oggetto ordinario, 1 sacchetto di umorismo secco. Montate gli ingredienti insieme quando arrivano gli ospiti e lasciate rassodare in frigorifero. Infine formate dei bocconcini di pasta e servite con una cornice (I.S.)
Ha esposto a Los Angeles e New York e ultimamente al MoMa nel Queens, in uno spazio dedicato alle mostre sperimentali; nel 2023 è risultata vincitrice del Premio Finlandia.
“I tempi lunghi fanno parte del mio modo di vedere la fotografia, anche se poi capisco che è in un attimo che scegli” (N.L.)
Articolo di Giovanna Sparapani
Enrico Castellani, Alberto Burri, M.me Christian Stein, Patrizia Locatelli – Fotografie di Nadia Garaventa Lanfranco
Il 31 ottobre scorso è scomparsa a Pieve Ligure un’importante fotografa italiana, Fernanda Lanfranco detta Nanda, colei che con professionalità e precisione fin dagli anni Settanta ha immortalato le installazioni, gli eventi e le mostre dei più grandi artisti contemporanei, tra cui Alberto Burri (famoso è un suo ritratto in bianconero), Meret Oppenheim, Mario Merz, Jannis Kounellis e molti altri. Nata a Genova nel 1935 da una famiglia di origini contadine, dopo i trenta anni, a contatto con l’illustre critico d’arte Germano Celant con il quale collabora e che resterà per lei un punto di riferimento per tutta la vita, approfondisce le sue conoscenze in campo storico artistico e parallelamente scopre la magia e le enormi possibilità della fotografia: il suo archivio fotografico, composto da migliaia di immagini analogiche e digitali, è una fonte preziosa per chi vuole conoscere e studiare l’arte europea del suo tempo. Amante del bianconero e dei formati quadrati, fotografa con una Hasselblad e, seppur autodidatta, raggiunge una capacità tecnica ed estetica di alto livello; la conoscenza dell’opera e degli scritti di Ugo Mulas di cui ammira la libertà espressiva e la sua carica innovativa, è di assoluta importanza per la sua formazione.
Fotografia di Nadia Garaventa Lanfranco
Collaborando con testate giornalistiche dedicate al mondo dell’arte, Nanda si dedica a documentare – a partire dal 1975 e per circa tre decenni – i più importanti eventi artistici a lei contemporanei in Italia e in Europa, tra cui ricordiamo “Relation in space” di Marina Abramović e Ulay alla Biennale di Venezia e in seguito la mostra “L’alto in basso, il basso in alto…” di Michelangelo Pistoletto, tenuta nel 1977 a Genova presso la Samangallery diretta da Ida Giannelli. Nel complesso, si può affermare che non ci sono artisti della sua generazione che la fotografa genovese non abbia immortalato, soffermandosi sugli eventi ufficiali, le inaugurazioni, le interviste, ma anche sugli interessanti momenti degli allestimenti, quando gli spazi espositivi sono ancora ingombrati da scale, pannelli, fili, ganci e molte opere giacciono stese sui pavimenti o appoggiate provvisoriamente alle pareti.
Fotografia di Nadia Garaventa Lanfranco
Oltre al suo lavoro di documentazione, Nanda si dedica senza clamore a ricerche personali, creando una interessante galleria di ritratti degli amici artisti, dei suoi familiari, degli animali domestici; anche la natura la affascina con i suoi silenzi rotti da squarci di luce, magnificamente captati con i suoi scatti rigorosamente in bianconero. Piuttosto schiva, silenziosa ed introversa si mostra disinteressata a mostrare al pubblico le sue opere, considerando le esposizioni come eventi mondani da evitare perché troppo chiassosi. Agli anni Ottanta risale la sua indagine fotografica sulle statue del Cimitero monumentale di Staglieno a Genova, delle quali mette in evidenza la perturbante sensualità delle figure femminili marmoree; sempre nello stesso periodo si colloca la serie di splendide nature morte con al centro oggetti che emergono da fondi oscuri grazie a sapienti giochi luministici. Tra il 1987 e il 1989 nasce un nuovo lavoro intitolato “Tempo rubato” (Allemandi Editore, Torino 1989), nel quale le immagini di corpi di donne e uomini anziani escono dal buio. “Se questa fotografia è il risultato di quanto sfugge al buio, se è il discreto esserci dei corpi che la luce annuncia e manifesta aderendo appena ai loro orli e sfumando via …. l’immagine fotografica allora diviene privata meditazione intorno all’amore e alla morte” (Bruno Corà). Alvar Gonzaléz Palacios nel 1991 cura una mostra ad Aosta, intitolata “Foto di gruppo”, in cui Nanda espone una serie di scatti mirabili in cui ha immortalato gli artisti a lei più cari. Per circa dieci anni, a partire dal 1985 fino alla metà degli anni Novanta, si dedica ad un’interessante ricerca sul tema dei Tarocchi, con gli Arcani Maggiori e Minori interpretati in un’originale chiave simbolica: questo lavoro costituirà il corpus del volume “I tarocchi. Mise en abyme”, Allemandi editore, Torino 1995.
VERITA MONSELLES ( Buenos Aires 1929-Firenze 2004)
“Le immagini che propongo sono l’oggettivazione della crisi esistenziale della donna, che vede posto in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società repressiva…” (V.M.)
Nata a Buenos Aires in Argentina nel1929, nei primi anni Settanta si trasferisce a Firenze dove inizia ad occuparsi di fotografia, prediligendo la messa in scena di ‘tableaux vivants’, al fine di realizzare immagini in cui mettere a fuoco il ruolo femminile all’interno della famiglia, con uno sguardo attento alle problematiche legate ad una società patriarcale e maschilista. La sua critica è indirizzata soprattutto nei confronti dei messaggi pubblicitari in voga nei paesi occidentali, a evidenziare figure di donne passive di fronte allo strapotere degli uomini che tendono a considerarle come oggetti e non come esseri pensanti, indipendenti e autonomi. Non abbandonerà mai questa ricerca che arricchirà di spunti ed indagini nel corso di tutta la sua vita, affiancandola ad attività commerciali soprattutto nel campo della moda; famose sono le innumerevoli copertine realizzate per “Effe”, la prima rivista femminista nata in Italia nel 1973. Affiancata da Romana Loda – vivace gallerista bresciana, critica d’arte contemporanea e curatrice di mostre innovative – la Monselles è invitata a partecipare a esposizioni personali e collettive presso prestigiose gallerie, divenendo un’importante esponente della ‘fotografia al femminile’ anche in ambito europeo. Ricordiamo la sua presenza alle due collettive, “ Magma” al Castello Oldofredi a Iseo nel 1975 e “Altra Misura” alla Galleria ‘Il Falconiere’ di Ancona nel 1976.
In piena sintonia con il dibattito artistico culturale di quegli anni in cui si pone l’attenzione sulla funzione subordinata della donna all’interno della famiglia patriarcale (vedi ad es. l’episodio La Famiglia felicedi Marco Ferreri, in La marcia nuziale del 1965), Verita, in Amore I e Amore II del 1974, rovescia i ruoli tradizionali e scatta due immagini in cui la donna appare come un essere pensante protagonista della sua vita, mentre l’uomo viene rappresentato da un fantoccio e il bambino che tiene in braccio da un bambolotto.
Senza titolo 1976 di Verita Monselles
Al 1975 risalgono due splendide fotografie su questa tematica – Superstar e Bijoux – in cui il pargoletto ritratto nelle due scene rimanda all’immagine di Gesù Bambino; in una scena ricca di elementi barocchi con tendaggi e drappeggi arabescati, la giovane donna dai capelli scuri e ondulati è inginocchiata su un tappeto di chiara origine persiana, colta in un atteggiamento pensoso, con gli occhi che guardano lontano. Si tratta di esempi complessi e raffinati di ‘staged photography’, genere fotografico che nel corso degli anni Settanta vide un rigoglioso sviluppo con interessanti e provocatorie proposte. In tandem con l’artista Bianca Menna, in arte Tomaso Binga, in una serie di mostre in tour per l’Italia negli anni a cavallo tra il 1976 e il 1977, affronta una tematica scabrosa: nel lavoro dal titolo “Ecce Homo”, è già chiaro il messaggio politico che vede le due artiste prendere posizione contro la dimensione decisamente maschilista all’interno della chiesa cattolica.
Ecce Homo 1976 di Verita Monselles
Sul finire degli anni Settanta, Verita prosegue la sua ricerca sui temi legati all’affermazione dell’identità femminile: splendida e carica di ironia la sua immagine, realizzata nel 1977, dedicata alla statua marmorea di Paolina Borghese, scolpita nei primi anni dell’Ottocento da Antonio Canova e conservata alla Galleria Borghese di Roma. La giovane donna, sorella di Napoleone Bonaparte, rappresentata dallo scultore come una dea, viene trasformata in una Venere Contestatrice che con le dita fa il ‘gesto della vagina’ tipico dei cortei femministi dell’epoca, di cui diviene un’icona: “Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù”. (V.M.)
Paolina Borghese come venere contestatrice di Verita Monselles
Gli ultimi anni in cui subisce un drastico rallentamento la sua attività professionale nella moda e nella pubblicità, vedono Verita Monselles interessarsi al recupero dal suo archivio di vecchie immagini in bianconero che rielabora e trasforma, grazie a sapienti sperimentazioni in campo del digitale.
Da ricordare la sua partecipazione, soprattutto negli anni Ottanta, a importanti mostre a Parigi, Napoli, Milano, in Germania e in Francia.
Buongiorno, ho fatto una ricerca in diversi siti e ho formato questo elenco di musei di fotografia in Italia e all’estero, spero che sia un’occasione che vi spinga ad andarci! Ciao
Sara
Musei nel mondo
Mopa, San Diego: questo museo ospita ogni anni otto mostre; la collezione permanente conta 7.000 immagini di ben 850 fotografi differenti. Gallery of Photography, Dublino: aperta nel 1978 da John Osman è il più importante spazio dedicato alla fotografia di tutta l’Irlanda. MoCP-Chicago, Chicago: è stato fondato dal Columbia College nel 1976 e rappresenta il luogo ideale per gli amanti della fotografia; collezioni,rassegne e retrospettive e uno spazio dedicato alle mostre dei giovani talenti. Photographers’Gallery, London; qui è ospitata la più grande collezione fotografica del Paese e ogni anno qui ha sede uno tra i premi di fotografia più importanti d’Europa.
MMPVA, Marrakesh non è solo una meta per svagarsi, o almeno i fotoamatori hanno l’occasione di visitare il Museo della Fotografia e delle Arti Visive. “Strappato alle sabbie” nel settembre del 2013 la struttura disegnata da David Chipperfield è solo il primo step perché l’obiettivo è quello di farlo diventare il Museo dedicato alla Fotografia più grande del Mondo!
FOAM, Amsterdam – Amsterdam, meta prediletta da tanti non è solo un fine-settimana all’insegna del divertimento e lo dimostra la bellezza della città che passa anche dal FOAM. Dal 2001 qui si organizzano mostre e eventi ma è possibile festeggiarci anche il proprio compleanno.
SUOMEN VALOKUVATAITEEN MUSEO, Helsinki – Il Museo delle Arti Fotografiche di Helsinki è un gioiellino per il suo genere che conserva l’intero patrimonio fotografico finlandese. Il posto migliore per conoscere questa affascinante terra attraverso gli scatti dei suoi autori.
BX Belfast Exposed, BELFAST – A Belfast è il Museo di riferimento in Irlanda per la fotografia contemporanea con tanto di spazio”Reading Room” e tanti corsi di fotografia. L’entrata anche qui è gratuita.
ACP – Paddington Australia L’Australian Centre of Photography risulta essere il miglior e più longevo archivio fotografico del Paese. I nomi più importanti della fotografia mondiale sono passati all’ACP. Per i veri amanti delle arti visive c’è anche la possibilità di le sale per una festa, l’ingresso invece è gratuito.
MMPMetropolitan Museum of Photography, TOKYO Anche il Giapppone ama la fotografia. Il TMMP però è l’unico museo completamente dedicato alla Fotografia. Per farsi bastare offre un insieme di circa 22.000 immagini. Se siete a Tokyo passateci.
MOMus – Thessaloniki L’unico museo specifico sulla fotografia in Grecia è una tappa obbligata della visita. Il Museo della Fotografia di Salonicco è orgoglioso di raccogliere fotografie – in particolare quelle della Grecia – da collezionare ed esporre, oltre a pubblicare libri sulla fotografia. Il museo ha collaborato con diversi enti greci e internazionali per organizzare Photo Synkyria, il più lungo e importante istituto fotografico di tutta la Grecia.
Internation Center of Photography: è il luogo perfetto per un incontro ravvicinato con la fotografia; ha ospitato celebri nomi come Cartier-Bresson, Capa e Erwitt. Fotomuseum, Rotterdam: si tratta dell’unico museo di fotografia dei Paesi Bassi; punti forte, un archivio digitale con oltre 100.000 immagini e una biblioteca fornitissima. MEP Maison Européenne de la Photographie, Parigi: qui è raccolta una delle più grandi collezioni della capitale. Fotografiska, Stoccolma: una delle tappe quasi obbligate per i turisti. L’edificio, ex spazio industriale, risale ai primi del ‘900. Le esposizioni si rinnovano secondo un calendario molto ricco.
Portuguese Centre of Photography – Porto, Portugal – Il Centro portoghese di fotografia ha aperto le sue porte nel 1997. Il museo è stato ricavato da un edificio che fino al 1974 era adibito a prigione, poi trasformato in museo della fotografia. Il museo è specializzato in fotografia contemporanea di fotografi portoghesi e brasiliani.
Sala Canal Isabel II – Madrid, Spain – Situata nella capitale e città più grande della Spagna, la Sala Canel Isabel II è un museo di fotografia che contiene alcune delle migliori fotografie contemporanee del mondo. L’edificio del museo è una vecchia torre dell’acqua che è stata convertita in museo nel 1986.
Les Douches la Galerie – Paris, France – è un museo fotografico che presenta fotografie contemporanee e del passato con un tema comune, definito “stile documentario”. Quando lo visitate, potete aspettarvi di trovare fotografie che si spingono veramente oltre i confini della fotografia come mezzo. Il museo è aperto dal 2006 e offre opere che vanno dall’inizio del XX secolo fino alle fotografie dei giorni nostri.
Image of War, Zagreb -Se siete interessati alla fotografia di guerra, questo museo fa per voi. È stato aperto nel centro della capitale della Croazia nell’autunno del 2018. Qui troverete immagini scattate durante la guerra nel Paese nel 1991-1995. Il museo espone le opere di fotografi stranieri e locali che hanno cercato di raccontare la guerra, concentrandosi sulla gente comune.
Lianzhou Museum of Photography – Questo museo fotografico è stato aperto nel 2017 in una piccola città cinese situata ai margini del delta del fiume Pearl. Il museo è la prima galleria finanziata dallo Stato nel Paese. Le mostre sono principalmente incentrate sui rappresentanti della fotografia contemporanea.
Tokyo Metropolitan Museum of Photography – È uno dei migliori musei di fotografia dell’Asia, recentemente rinnovato. Contiene opere di fotografi giapponesi e di altri paesi. Il museo dispone di un laboratorio di permanenza dell’immagine unico nel suo genere, creato per la conservazione delle foto.
Museum of Modern Art in New York – Sebbene gli oggetti principali siano sculture e dipinti, il MoMA è considerato uno dei più famosi musei di fotografia degli Stati Uniti. Nel suo reparto dedicato si possono ammirare oltre 25.000 fotografie di grande effetto. Inoltre, vi si tengono spesso mostre di fotografia.
A Modenatrovate la Fondazione Fotografia Modena, dedicata alle arti visive, anche qui con mostre permanenti e temporanee.
Presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, presso Palazzo Loredan, si trova l’Archivio Fotografico Gerola, mentre a Cesena si trova l’Archivio Fotografico Zangheri, raccolta di scatti della famiglia di fotografi Zangheri. Alla Biblioteca Corbetta di Milano, inoltre, troverete il ricco Archivio Fotografico Gianni Saracchi.
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Je ne pense pas que l’on puisse être un bon photographe si l’on n’a pas la curiosité des autres […]”. “Non penso che si possa essere un buon fotografo se non si ha curiosità per l’altro…” Martine Franck
L’ambiziosa opera fotografica di Martine Franck (1938-2012) e la sua sincera attrazione per gli esseri umani – la gioia dell’infanzia, i ritratti di lavoratori, le lotte femministe, la spiritualità buddista, gli anziani – sono al centro del progetto espositivo promosso dal Forte di Bard in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson dal titolo Martine Franck. Regarder les autres, in programma dal 9 marzo al 2 giugno 2024, nelle sale delle Cantine della fortezza.
L’obiettivo della mostra curata da Clément Chéroux, Direttore della Fondazione Henri Cartier-Bresson, è quello di far conoscere l’immenso contributo di Martine Franck come donna fotografa, celebrare le sue immagini più notedell’infanzia, della vecchiaia e del teatro, alcune delle quali sono diventate delle icone. L’artista ha documentato il grande affresco dell’avventura terrena, nella tradizione della fotografia umanista francese, lasciando un’impronta profonda e personale nella storia della fotografia del XX secolo.
«La mostra è frutto di un progetto inedito realizzato e curato dalla Fondazione Henri Cartier-Bresson su richiesta dell’Associazione Forte di Bard e avrà anche una tappa estera in Grecia nel corso del 2024 – spiega la Presidente dell’Associazione Forte di Bard, Ornella Badery –. Vengono presentate in mostra più di 180 opere, suddivise in 7 sezioni che spaziano dagli scatti che immortalano gli stadi della vita alle manifestazioni politiche, passando per le lotte femministe e i paesaggi dei luoghi a lei più cari. Un omaggio ad una delle più grandi donne della fotografia mondiale».
Martine Franck professava lo stupore e la celebrazione della vita, una gioia profonda di fronte all’umanità e allo stesso tempo lottava contro l’esclusione con tutta l’empatia che sapeva mostrare. Fotografa socialmente impegnata, divenne un’attivista per molte delle cause che fotografò attivamente. “Una fotografia non è necessariamente una bugia – ha detto -. Ma non è nemmeno la verità. […] Bisogna essere pronti ad accogliere l’inaspettato”.
Martine Franck ha un personale approccio documentale della fotografa, alla ricerca costante della vita e di quello che si spinge oltre la verità: nell’inaspettato, colto insieme alle maschere del Théâtre du Soleil e nelle rivolte del ‘68, ma anche scovato nelle case degli anziani francesi e in un monastero in Nepal. Fotografando le altre donne, privilegiate e indigenti, celebri e anonime. Avvicinando ricamatrici di doti come le giovani ragazze indiane dei piccoli villaggi di Gujarat, come ha fatto con artiste del calibro di Sarah Moon, fotografata mentre salta la corda con una ragazzina. Ha documentato gli eventi politici e sociali del XX secolo per riviste come Life e il New York’s Times, partecipato alla creazione di agenzie come Vu e il lavoro collettivo di Viva, prima di diventare una delle poche donne di Magnum Photos e la più forte sostenitrice della Fondazione Henri Cartier-Bresson.
Fotografa di grande sensibilità, Martine Franck sfiora con delicatezza la semplicità del quotidiano. Le sue immagini permettono di entrare in un mondo sospeso. Fotografie che hanno il merito di distogliere lo sguardo da focali di sicuro impatto, per portarlo su particolari intensamente simbolici. La Franck crea un meccanismo visivo che, attraverso la cura costante del rapporto tra contenuto e forma, genera immagini di singolare bellezza. La fotografia diventa per la fotografa belga un modo di comunicare emozioni, passando dai ritratti di alcuni tra i più importanti artisti e scrittori, tra cui Michel Foucault, Marc Chagall e Agnès Varda, ad un impegno sociale che si focalizza nel dare voce a sfollati ed emarginati. Ognuna delle sue fotografie nonostante nasca dall’istinto del momento, rivela una profonda cura della composizione e una potenza artistica fuori del comune. La sua arte è il riflesso di una scrittura personale segnata da geometrie, curve e linee, alla ricerca della bellezza dell’animo umano e della profondità dei cuori e delle anime, catturati nel vivo delle cose, compresa l’espressione artistica resa attraverso uno “sguardo” di eccezionale sensibilità.
Dal 09 Marzo 2024 al 02 Giugno 2024 – Forte di Bard (Aosta)
Inaugura il 27 marzo dalle 18 alle 20 negli spazi rinnovati dell’Ex Ospedale Estense la mostra Franco Fontana. Modena dentro, omaggio al grande maestro della fotografia allo scoccare dei suoi 90 anni.
La mostra, a cura di Lorenzo Respi presenta fino al 16 giugno 2024, una selezione di circa 15 opere di Fontana messe a confronto con opere di artisti contemporanei italiani e stranieri, provenienti da collezioni pubbliche e private nazionali. La scelta delle opere di Franco Fontana si focalizza sulla committenza a partire dagli anni ‘70, di imprese modenesi, nazionali e internazionali che hanno sempre dato carta bianca alla creatività dell’autore. Nelle foto dell’artista convivono le radici di una tradizione fortemente identitaria, modello affermato in molteplici campi – dalla storia dell’arte al design, dall’innovazione tecnologica al Made in Italy, dalla sensibilità per il bello all’estensione della sua applicazione nella vita quotidiana – e lo sguardo verso un orizzonte più ampio, quello della cultura visiva e dei suoi protagonisti, un patrimonio iconografico impercettibile impresso negli scatti realizzati in oltre sessant’anni di carriera.
Proprio questa spinta verso il “fuori”, la ricerca, ha stimolato anche l’occhio di Fontana ad approfondire e appassionarsi ad opere di artisti viste e conosciute durante i viaggi nel mondo: nascono così le passioni personali per Piet Mondrian, Mark Rothko, Alberto Burri ed altri ancora, che diventano riferimenti visivi inconsci riflettendosi nel suo modo di inquadrare e scattare fotografie, pur rimanendo sempre fedele al proprio stile linguistico sintetico. La geometria e il colore, il visibile e soprattutto l’invisibile, il tempo e l’attimo sono gli elementi con i quali Franco Fontana scompone la realtà e ricompone l’immagine di ciò che già esiste al di là dell’obiettivo della macchina fotografica.
In mostra sono presenti, per un confronto iconografico immediato e suggestivo, proprio le opere di alcuni artisti moderni e contemporanei cari a Franco Fontana, tra i quali Mimmo Rotella, Christo, Giuseppe Uncini, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mauro Reggiani, Piero Gilardi.
Dal 27 Marzo 2024 al 16 Giugno 2024 – Ex Ospedale Estense – Modena
Sabato 3 febbraio 2024 alle ore 17.00 verrà inaugurata, alla presenza dell’autore, la mostra fotografica di Uliano Lucas Altre voci, altri luoghi. Fotografare per comprendere il mondo intorno a noi al CARMI museo Carrara e Michelangelo.
La mostra di Uliano Lucas – che resterà aperta fino al 5 maggio 2024 – è promossa dal Comune di Carrara e curata dall’associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani di Fosdinovo (MS), gestore del vicino Museo Audiovisivo della Resistenza, anch’esso partner del progetto. L’iniziativa è patrocinata inoltre dalla Regione Toscana, dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana e dall’Accademia di Belle Arti di Carrara.
La mostra è un viaggio in bianco e nero con più di cinquanta scatti e un’installazione multimediale che raccontano l’attività del fotoreporter dagli anni Settanta fino ad oggi, ma costituisce anche un’interessante contaminazione di codici e linguaggi: non è così comune che un fotografo contemporaneo esponga le sue fotografie nelle sale di un museo dedicato alla scultura, al marmo di Carrara e a Michelangelo.
Al centro della scena c’è uno straordinario viaggio che tocca svariati ambiti e temi della storia umana, a partire dai primi scatti nel 1960 fino ad arrivare agli ultimissimi del 2021, componendo una delle più importanti antologiche del fotografo mai realizzate.
La mostra ha un’articolazione in sette capitoli: Milano che cambia (1960-2018), in cui è messa al centro la città in cui è nato e cresciuto a partire dall’ “iniziazione” culturale nel mitico Bar Giamaica, dalle case di ringhiera fino alle ultime immagini della metropoli, passando per gli snodi cruciali della storia della Repubblica come la strage di Piazza Fontana e il funerale di Giuseppe Pinelli; Sognatori e ribelli (1960-1976)in cui si raccontano gli anni della ribellione studentesca e operaia, il lungo Sessantotto; Lavoro e lavori (1971-2017), una indagine sui mestieri in varie epoche e latitudini; Istituzioni totali (1968-2018), in cui si racconta la chiusura dei manicomi fino ad arrivare agli ultimi esiti della straordinaria riforma Basaglia, inoltre vengono indagati anche altre istituzioni totali come la caserma (un suo reportage di grande successo era intitolato L’istituzione armata) e il carcere; Libertade. Guinea-Bissau (1969), Angola (1972), Portogallo (1972 e 1974)è un capitolo di straordinario interesse in cui Lucas racconta le lotte di liberazione, la decolonizzazione dell’Africa e la caduta dell’ultimo regime fascista in Europa, con la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario; in Guerra o pace (1970-2018)ci sono non solo le immagini delle guerre che Lucas ha raccontato attraverso le sue fotografie in modo del tutto originale ma anche la ricerca di una nuova umanità, di un desiderio di pace e della ricerca di un nuovo modo di vivere e convivere; La condizione umana (1968-2021)è un’indagine sulla bellezza delle vite vissute ai margini nel tentativo di ribadire la grandiosità di ogni esistenza se solo si riuscisse a leggere in controluce la realtà. Per l’occasione verrà stampato un catalogo della mostra con più di 140 fotografie, nella serie Sguardi della collana Verba manent. Racconti di vita e storia orale Edizioni ETS di Pisa, a cura di Archivi della Resistenza in collaborazione con Tatiana Agliani, con l’introduzione istituzionale del Comune di Carrara, testi di Alessio Giananti, Andrea Castagna e Simona Mussini e un’intervista inedita a Uliano Lucas.
Dal 03 Febbraio 2024 al 05 Maggio 2024 – CARMI museo Carrara e Michelangelo – Carrara
Premio Paolo VI per l’arte contemporanea. Da sabato 6 aprile a sabato 15 giugno Sara Munari, fotografa e artista visiva vincitrice della quarta edizione del “Premio Paolo VI per l’arte contemporanea”, sarà protagonista della personale “Lapilli”: una mostra che approfondisce il rapporto tra vulcani, religione e umanità raccontando della connessione tra gli eventi naturali potenti e le leggende, i miti e gli elementi religiosi attraverso i quali l’uomo cerca di proteggersi. La mostra sarà accessibile durante gli orari di apertura della Collezione Paolo VI – arte contemporanea – dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00, sabato dalle 14.00 alle 19.00. Biglietto unico d’ingresso: € 2,50
Un’indagine visiva che mescola fotografia e arte contemporanea e tratta del rapporto tra uomo, leggenda e religione legata agli eventi catastrofici che caratterizzano la storia del mondo.
Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza. E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra? I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante. Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso. Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano. Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre. La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico. Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse. In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.
Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron Portraits to Dream In
Photographers Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron are two of the most influential women in the history of photography. They lived a century apart – Cameron working in the UK and Sri Lanka from the 1860s, and Woodman in America and Italy from the 1970s. Both women explored portraiture beyond its ability to record appearance – using their own creativity and imagination to suggest notions of beauty, symbolism, transformation and storytelling. Showcasing more than 160 rare vintage prints, Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron: Portraits to Dream In spans the career of both artists – and suggests new ways to look at their work, and the way photographic portraiture was created in the 19th and 20th centuries.
21 March – 16 June 2024 – National Portrait Gallery – London
There’s a mystery to Weegee. The American photographer’s career seems to be split in two. One side includes his sensational photography printed in North American tabloids: corpses of gangsters lying in pools of their own blood, bodies trapped in battered vehicles, kingpins looking sinister behind the bars of prison wagons, dilapidated slums consumed by fire, and other harrowing documents on the lives of the underprivileged in New York from 1935 to 1945. Then come the festive photographs–glamorous parties, performances by entertainers, jubilant crowds, openings and premieres–to which we must add a vast array of portraits of public figures that Weegee delighted in distorting using a rich palette of tricks between 1948 and 1951, a practice he pursued until the end of his life.
How can these diametrically opposed bodies of work coexist? Critics have enjoyed highlighting the opposition between the two periods, praising the former and disparaging the latter. The exhibition Autopsy of the Spectacle seeks to reconcile the two parts of Weegee by showing that, beyond formal differences, the photographer’s approach is critically coherent.
The spectacle is omnipresent in Weegee’s work. In the first part of his career, which coincides with the rise of the tabloid press, he was an active participant in transforming news into spectacle. To show this, he often included spectators, or other photographers, in the foreground of his images. In the second half of his career, Weegee mocked the Hollywood spectacular: its ephemeral glory, adoring crowds and social scenes. Some years before the Situationist International, his photography presented an incisive critique of the Society of the Spectacle. With a new perspective on Weegee’s oeuvre, Autopsy of the Spectacle presents the photographer’s iconic images beside lesser-known works, including images not-yet-exhibited in France.
JANUARY 30 – MAY 19, 2024 – Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris
Alessandra Sanguinetti (born 1968) was raised and educated in Argentina. In 1999, she met two inimitable children, Guillermina Aranciaga and Belinda Stutz. The two young women, whose lives she then followed, became icons in her life and work. Against the backdrop of rural Argentina, in an overwhelmingly male world of gauchos and farmers, the artist’s documentary work spans different stages of life, reflecting on the irreversibility of time.
With the help of the two cousins (Aranciaga and Stutz), using scenography and accessories, Sanguinetti puts her photographs and her models into dialogue in a resolutely phantasmagorical series. As Morpheus holds a mirror in one hand while offering the power of dreams in the other, the artist paradoxically transports us to the realm of illusion and portrays a world proper to the two individuals, at first no more than “points on the horizon”.
In dreamlike, psychoanalytical images, Sanguinetti subtly addresses the continual question of an artist’s relationship to her subject. Within and beyond the series, the three women, Guillermina, Belinda and Alessandra, ultimately form another type of family.
The Adventures of Guille and Belinda is always worthy of an update. Shown at Les Rencontres d’Arles in 2006, at the BAL in Paris, 2011, it will be shown from January 30 to May 19 at the Fondation Henri Cartier-Bresson in an extended, updated series of 52 photographs and 3 films. The project is rich in its past and current forms, as it will be in forms to come.
JANUARY 30 – MAY 19, 2024- Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris
Comprised of Cindy Sherman’s latest body of work, this exhibition features a series of improbable portraits that exemplify the morphing of self. The concept of identity as a construct is a central theme that runs throughout Sherman’s work; in this series the artist renders this notion even more perceptible by splicing together photographs of the individual parts of her own face into a set of collaged images. The result is a series of wholly asymmetric – and therefore seemingly distorted – portraits, depicting entirely new characters that are brought to life in the process.
“I’m disgusted with how people get themselves to look beautiful” stated Sherman in an interview close to forty years ago, “I’m much more fascinated with the other side.” In many respects, this exhibition is the culmination of this sentiment. Drawn from a series of twenty-six “floating creatures,” as the artist has referred to them, these disfigured, and at times disproportionate portraits embody Sherman’s most grotesque work to date. Deliberately printed in a large format, Sherman confronts the viewer with details usually deemed unsightly: wrinkles, contortions, badly applied make-up. By drawing attention to the elements so often smoothed over, Sherman probes our relationship of (un)attractiveness to the construct of self.
Mostra dedicata all’artista multidisciplinare da poco scomparsa Ouka Leele, che ha saputo coniugare in modo originale fotografia e pittura.
Ideata con l’intento di proseguire la rassegna di fotografi spagnoli attivi nell’ambito della “movida madrileña” degli anni Ottanta (in continuità con quella di Miguel Trillo già ospitata presso lo stesso Museo), l’esposizione ripercorrerà l’intera carriera di quest’artista, vincitrice del Premio Nazionale di Fotografia nel 2005, presentando opere dalla sua prima esposizione, Peluquería, fino agli ultimi lavori, come la serie scattata nelle Asturie A donde la luz me lleve, o quella di disegni con motivi botanici Floreale, offrendo una visione complessiva dell’universo creativo di Ouka Leele.
In mostra circa 90 opere di diverse dimensioni, formati e tecniche (alcune delle quali originali), sarà completata da video, cataloghi e materiale documentario.
Sabato 23 marzo 2024 a Palazzo Todesco di Vittorio Veneto verrà inaugurata alle ore 10.30 “The world we live in” la nuova mostra dedicata al pluripremiato fotografo italiano FABIO BUCCIARELLI. Bucciarelli è un fotografo, giornalista e autore internazionale noto per il suo lavoro di reportage sui conflitti globali e sulle terribili ricadute umanitarie che ne conseguono. L’impegno costante nel raccontare storie importanti attraverso immagini vivide e reportage dettagliati gli è valso l’ampio riconoscimento e il rispetto del settore. Il suo reportage sulla guerra siriana gli è valso la prestigiosa Robert Capa Gold Medal dell’Overseas Press Club of America. Ha vinto 10 premi Picture of the Year International, 2 premi World Press Photo, 2 Sony World Photography Awards, il Prix Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra, il VISA d’Or News di Perpignan, la Lucie Foundation, il Premio Internazionale Yannis Behrakis, il Premio Ponchielli, il World Report Award. Tra gli altri riconoscimenti anche: Best of Photojournalism, Days Japan International, Kuala Lumpur International PhotoAwards e Getty Images Editorial Grant. È stato nominato Fotografo dell’anno nel 2019 e Fotografo dell’anno Award of Excellence nel 2023. Oggi collabora con i principali organi di informazione, tra cui New York Times, La Repubblica, Die Zeit, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Yahoo News, Newsweek, L’Espresso, Time Magazine, Al Jazeera. Oltre ai suoi progetti come fotografo e reporter, è stato incaricato di lavorare come curatore e direttore artistico per diversi musei e istituzioni, tra cui il Ministero degli Affari Esteri italiano. Nel novembre 2023 è diventato Ambasciatore Canon, unendosi così a un gruppo illustre di fotoreporter di grande talento e fama. “Bucciarelli è creatore di immagini tecnicamente perfette, esteticamente ricercate, dense di significati”. Così ne parla l’Assessore alla Cultura del Comune di Vittorio Veneto Antonella Uliana nel suo testo introduttivo alla mostra. “Immagini che raccontano la realtà in modo coinvolgente e diretto. E, più o meno consapevolmente, ci parlano ancora una volta dello stretto rapporto tra pittura e fotografia. In uno scatto sulla grande marcia di ritorno a Gaza c’è Eugene Delacroix con la sua Libertà che guida il popolo, fu il primo quadro politico nella storia della pittura moderna come venne definito. Ci parlano del grande artista francese il riferimento formale ad una composizione piramidale e le linee direzionali, create da gesti e sguardi, che conducono al movimento deciso del braccio destro della figura centrale. In Delacroix è l’immagine simbolica della Libertà che agita il tricolore invitando il popolo in armi a seguirla, nella fotografia di Bucciarelli un uomo che procede incitando con slancio e vigore la folla tumultuosa. La tragicità delle scene è amplificata da un identico cielo grigio; nuvole, polvere, il fumo nero delle gomme bruciate impediscono di vedere il sole ma sulle dominanti tonalità scure si impongono all’occhio le stesse accensioni cromatiche di rosso vivo. Travolgente è la medesima direzione del moto dei protagonisti che avanzano con decisione verso l’osservatore”.
Dal 23 Marzo 2024 al 26 Maggio 2024 – Palazzo Todesco – Vittorio Veneto (TV)
Storie di mamme afghane e dei loro bambini, di giovani donne che hanno potuto realizzare il sogno di diventare infermiere e dottoresse; il racconto dell’essere donne e madri in un Paese complesso come l’Afghanistan: dal 16 marzo al 28 aprile, nell’ambito della 12esima edizione del Festival Fotografico Europeo, presso il Castello Visconteo di Legnano, in via Catullo 1, saranno esposte le testimonianze e i volti delle donne del Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah, nella Valle del Panshir, protagonisti della mostra “AFGHANA” della fotografa Laura Salvinelli.
Sabato 6 aprile alle ore 17:30, sarà inoltre possibile approfondire il tema al centro della mostra con un incontro dedicato al lavoro di EMERGENCY in Afghanistan e agli scatti proposti all’interno dell’esposizione, con la presenza della fotografa, Laura Salvinelli e della responsabile della Medical Division Paediatrics di EMERGENCY, Manuela Valenti. Le fotografie raccontano la storia delle dottoresse, delle infermiere e delle pazienti del Centro di EMERGENCY dedicato alla maternità. Nel viaggio fotografico si incontra il viso sorridente di Zarghona che ha dato alla luce il primo figlio maschio, Kemeya alle prese con il suo quinto cesareo, le donne nomadi Kuchi durante uno dei loro passaggi stagionali nella Valle. E ancora Asuda che, grazie al Centro di maternità di EMERGENCY, ha potuto studiare e formarsi per diventare ostetrica; Marja, che ha iniziato a lavorare in Afghanistan con EMERGENCY nel 1999; Monika e Keren, coordinatrice medica e ginecologa, che esprimono tutta la loro felicità per i tanti bambini che hanno visto nascere.
“Il reportage sul Centro di maternità ad Anabah nella Valle del Panshir è stato per me come un ritorno a ‘casa’ – racconta la fotografa Laura Salvinelli – ‘Casa’ è per me l’Afghanistan, luogo della mia anima e ‘casa’ è l’impegno di EMERGENCY contro la guerra e in difesa dei diritti umani. Ho lavorato in un mondo in cui fotografare le donne è un tabù interpretando il ruolo dell’elefante in un negozio di cristalli. Ho combattuto per mostrare in Occidente le foto del parto, che violano un altro tabù, quello del sangue della vita e del corpo reale delle donne. Mi sono posta in continuazione la domanda di tutti i fotografi: se sia giusto entrare nell’intimità degli altri. Credo che la risposta, sempre diversa, dipenda da perché e da come si fa – l’importante è che quella domanda lavori sempre dentro di noi.” In Afghanistan la mortalità materna è 99 volte più alta di quella registrata in Italia e il tasso di mortalità infantile 47 volte più alto: una donna su 14 muore per complicazioni legate alla gravidanza, mentre un bambino su 18 muore prima di compiere i 5 anni. Si stima che nel 2024 saranno 23.7 milioni gli afgani in necessità di aiuti umanitari; 17.9 milioni di questi con bisogni sanitari gravi o estremi. Curarsi è troppo costoso; non ci sono ambulanze in caso di emergenza; le strutture sono inadeguate, sprovviste di personale specializzato, macchinari, elettricità e acqua, soprattutto nelle zone rurali. Le donne sono il gruppo più vulnerabile. La mancanza di mezzi di trasportosicuri ed efficienti, l’assenza di cliniche che offrano cure ostetriche per le future mamme nelle zone rurali e la diminuzione del potere d’acquisto (del 20% inferiore rispetto a quello degli uomini), rende la possibilità di accedere a cure tempestive ed efficaci per le afgane ancora più precaria.
“L’Afghanistan è un pezzo importante della storia di EMERGENCY, ma dopo 25 anni di lavoro anche EMERGENCY è diventata parte integrante della storia del Paese – ricorda Rossella Miccio, presidente della ONG che lavora in Afghanistan dal 1999 –. E tutt’oggi noi continuiamo a rimanere nel Paese con tre ospedali chirurgici, un Centro di maternità e 42 posti di primo soccorso. La reputazione di cui gode EMERGENCY tra la popolazione locale non solo ha garantito sostenibilità alle attività del Centro di maternità, ma ha anche contribuito a dare forma e sostanza a un nuovo ruolo delle operatrici sanitarie nella regione. Oggi più che mai è importante non dimenticare questo Paese e la sua popolazione: non possiamo sapere cosa accadrà in futuro, ma lasciare gli afgani da soli di certo a ricostruire ciò che è stato distrutto in 20 anni di guerra”,
Nel 2003, accanto al Centro chirurgico e pediatrico del Panshir, EMERGENCY ha aperto le porte del Centro di maternità, ancora oggi l’unica struttura specializzata e gratuita della zona che permette alle donne la formazione necessaria per diventare infermiere, ginecologhe, ostetriche e garantisce alla popolazione femminile di partorire in un ospedale sicuro, un’oasi protetta in cui gli uomini non hanno accesso, e che diventa sia per le pazienti che per lo staff un luogo dove prendersi cura di loro stesse. Qui sono oltre 7mila i parti effettuati ogni anno: da quando è entrato in funzione, nel giugno 2003, a oggi nel Centro sono state curate più di 489mila donne e bambini e sono stati fatti nascere più di 76mila bambini.
Dal 16 Marzo 2024 al 28 Aprile 2024 – Castello Visconteo – Legnano
S75 – Petra Stavast
S75 è la mostra personale della fotografa olandese Petra Stavast che inaugura presso la galleria di Spazio Labo’ mercoledì 17 aprile alle ore 19.30 alla presenza dell’artista.
S75 è un progetto che prende il nome dal telefonocellulare Siemens S75: lanciato nel 2005, è stato il primo telefono cellulare di Stavast dotato di una fotocamera integrata, con una risoluzione massima di 1280 × 960 pixel. In S75 Stavast racchiude 224 ritratti a persone appartenenti alla sua vita quotidiana, ma raramente ad amici o familiari, tutti realizzati in studio utilizzando la tecnologia, oggi considerata obsoleta, di questo telefono. La serie è realizzata in un arco di diciassette anni, tra il 2005 e il 2022 ad Amsterdam, Banff e Shanghai.
I limiti tecnici della fotocamera rappresentano una caratteristica centrale del lavoro: la bassa risoluzione delle immagini e le pose classiche dei soggetti ritratti danno luogo a uno spazio atemporale e disgiunto, che non è né presente né passato. I ritratti trasmettono una inquietante sensazione di instabilità formale ed emotiva tra stagnazione e transizione, e creano un’immobilità visiva che sembra più vicina alla pittura che alla fotografia.
La serie di ritratti si confronta con quel preciso, breve momento in cui la persona ritratta e la fotografa sono insieme: le tensioni e le aspettative di entrambe sono parti visibili del risultato finale. I ritratti evocano una tensione tra il carattere digitale della fotocamera a bassa risoluzione e l’immagine che rimanda all’arte classica del ritratto.
Il fatto che con il Siemens S75 la tecnica fotografica non possa essere controllata è essenziale per il lavoro di Stavast e questo concetto è stato tradotto nel libro fotografico, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice olandese Roma Publications, attraverso la scelta di una tecnica di stampa altrettanto difficile da controllare, quella del rotocalco. Questa scelta comporta una sorta di tensione tra la natura digitale delle foto del telefono, condivisibili e riproducibili all’infinito, e l’associazione della produzione di massa con la stampa rotocalco. Inoltre, la carta e la tecnica di stampa esaltano l’apparenza granulosa delle fotografie, dando loro una morbidezza che ricorda quelle che si cerca di ottenere oggi con i filtri, e la sottigliezza della carta fa sì che le pagine si sfoglino delicatamente e lentamente, dando a tutti gli effetti il senso della vastità di questo progetto a lungo termine.
Dal 17 aprile al 21 giugno 2024 – Spazio Labo’ – Bologna
Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. (F. T. Marinetti, Primo Manifesto del Futurismo)
Portrait of Wanda and Marion Wulz, Trieste, c.1920 (glass plate) by Wulz, Carlo (1874-1928)
Le dure parole di Marinetti nei confronti dell’universo femminile non impressionarono Wanda Wulz che, in uno scatto del 1932, immortalò il fondatore del Futurismo. Quest’ultimo, attratto dall’interesse per la sperimentazione notata nei lavori della fotografa, l’aveva invitata, unica donna, ad una mostra a Trieste in compagnia di altri artisti futuristi. Incuriosita dalle innovazioni fotografiche e cinematografiche di Anton Giulio Bragaglia, e soprattutto interessata agli esperimenti di ‘fotodinamismo’ – alla cui tecnica il regista laziale dedicherà nel 1911 un saggio ispirato alla poetica del futurismo – Wanda con determinazione seppe affiancare all’attività commerciale della ditta di famiglia guidata insieme alla sorella Marion, una personale attività artistica, frutto di tenaci ricerche. Durante lunghe sedute in camera oscura, mise a punto sofisticate tecniche di fotomontaggio che la portarono a creare una foto diventata famosa in tutto il mondo: l’opera “ Io + gatto” realizzata sovrapponendo due negativi di un suo ritratto e di una foto della gatta Mucincina. Il volto, di una novità sorprendente senza uguali in Italia in quegli anni, nasce dalla particolare sensibilità della fotografa triestina che ama l’ambiguità, il mistero, il tutto velato di sottile ironia: la scelta di identificarsi con un felino che è l’animale domestico più indipendente, non è affatto casuale e tradisce il desiderio da parte della Wulz di affermare un nuovo modello femminile, volto ad emanciparsi da una vita fatta solo di matrimonio e famiglia. Altri suoi lavori in piena sintonia con i dettami dell’estetica futurista, si addentrano nel mondo della musica e della danza con titoli assai esplicativi: “Wunder – bar”,“Jazz band”, “Ballerina viennese” e “Esercizio”, realizzati nei primi anni trenta del Novecento.
Autoritratto di Wanda Wulz. Fotografia usata per la sovrimpressione “Io + gatto”
1932
La formazione di Wanda e Marion avvenne a Trieste, loro città natale, nello studio fotografico di famiglia fondato dal nonno Giuseppe ed ereditato dal padre Carlo che amava insegnare la tecnica del ritratto alle due figlie, sue splendide modelle. La maggiore delle sorelle mostrò un carattere determinato fin da giovane quando volle iscriversi al Liceo, rifiutando di frequentare la Scuola Magistrale perché reputata ‘troppo da femmine’; Marion studiò dapprima pittura, per poi dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Entrambe specializzate nella ritrattistica mostrarono particolare predilezione per i soggetti femminili, con evidente intenzione di creare con le foto un nuovo modello di donna alla ricerca di un’affermazione e di una riscossa sociale in un mondo decisamente patriarcale e maschilista. Oltre ai ritratti in studio, Wanda si dedicherà anche alle foto di moda, collaborando con importanti sartorie del tempo, come l’atelier gestito dalla famosa stilista Anita Pittoni.
“Io + gatto”: sovrimpressione del volto di Wanda Wulz con l’immagine del proprio gatto
1932
Dopo la parentesi di ricerca e sperimentazione svolta negli anni Trenta nell’ambito del movimento futurista, la Wulz decise di rallentare la sua ricerca artistica personale, impegnandosi totalmente nella ditta di famiglia, insieme alla sorella: lo studio fotografico fu chiuso nel 1981 e nel 1986 venne acquistato dai fratelli Alinari con sede a Firenze; nel 2019 l’archivio è stato acquisito dalla Regione Toscana, divenendo patrimonio pubblico.
Di recente nella mostra “Fotografe!” allestita nelle sedi fiorentine di Villa Bardini e Forte Belvedere dal giugno all’ottobre 2022, le foto di Wanda e Marion sono state esposte in due ampie sale, spazi centrali di tutta l’esposizione, in cui i magnifici ritratti delle loro figure femminili si presentavano di fronte agli spettatori in tutto il loro splendore.
BIBLIOGRAFIA:
Italo Zannier ed Elvio Guagnini, “La Trieste dei Wulz 1989 = La Trieste dei Wulz: volti di una storia. Fotografie 1860 – 1980”, Firenze 1989.
Italo Zannier, “ Storia della fotografia italiana”, Roma 1986
Walter Guadagnini, Emanuela Sesti, “Fotografe!” dagli Archivi Alinari a oggi, Catalogo della mostra presso Villa Bardini, Firenze 2022
“Questo fotografo, pittore, scultore e scrittore sapeva vedere tutto e, grazie alla sola virtù della sua attenzione, dava alla realtà una qualità e un’aderenza che rendevano il mondo allo stesso tempo più strano e meno estraneo.” Roger Grenier
Dal 23 febbraio al 2 giugno Palazzo Reale presenta la mostra “Brassaï. L’occhio di Parigi”, promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, realizzata in collaborazione con l’Estate Brassaï Succession. La retrospettiva è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo che detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista. La mostra presenterà più di 200 stampe d’epoca, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo, per un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita. Le sue fotografie dedicate alla vita della Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – sono oggi immagini iconiche che nell’immaginario collettivo identificano immediatamente il volto di Parigi. Ungherese di nascita – il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale -, ma parigino d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo, definito dall’amico Henry Miller “l’occhio vivo” della fotografia. In stretta relazione con artisti quali Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, a partire dal 1924 fu partecipe del grande fermento culturale che investì Parigi in quegli anni. Brassaï è stato tra i primi fotografi, in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari. Nelle sue passeggiate, il fotografo non si limitava alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventurava anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.
È del 1933 il suo volume Paris de Nuit (Parigi di notte), un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese. Le sue fotografie furono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï divenne collaboratore e attraverso la quale conobbe scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray. “Esporre oggi Brassaï significa – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész. Quest’ultimo esercitò una notevole influenza sui fotografi che lo circondavano, tra cui lo stesso Brassaï e Robert Doisneau.” Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia che fu definita “umanista”, per la grande attenzione che l’artista riservò ai protagonisti di gran parte dei suoi scatti. In realtà, l’arte di Brassaï andò ben oltre la “fotografia di soggetto”: la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti, ad esempio, testimonia il suo legame con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet. Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo. I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958. Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare. I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume Les artistes de ma vie, del 1982, due anni prima della sua morte. Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, nel cuore della Parigi che ha celebrato per mezzo secolo.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale e curato dallo stesso Philippe Ribeyrolles, con un testo introduttivo di Silvia Paoli.
Dal 23 Febbraio 2024 al 02 Giugno 2024 – Palazzo Reale – Milano
BRESCIA PHOTO FESTIVAL 2024. VII EDIZIONE – TESTIMONI
Maurizio Galimberti, Studio n°11, 2023
A marzo 2024 torna il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, che porterà nei luoghi espositivi più prestigiosi della città e della provincia un programma articolato di mostre con alcuni dei nomi più importanti e celebrati della fotografia italiana contemporanea. Il titolo scelto per questa settima edizione è Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della storia attraverso il racconto che ne fanno le immagini.
Anche per quest’anno, il fulcro del Brescia Photo Festival sarà il Museo di Santa Giulia che ospita, dall’8 marzo al 28 luglio 2024, un’importante mostra monografica dedicata a Franco Fontana, uno dei pionieri della fotografia a colori, in occasione dei suoi novant’anni. La grande rassegna, dal titolo Franco Fontana. Colore, curata dallo Studio Fontana, promossa dalla Fondazione Brescia Musei e co-prodotta con Skira, presenterà 122 immagini realizzate dal 1961 al 2017. Il percorso espositivo, suddiviso in 4 sezioni, documenta la ricerca di Franco Fontana sui temi “paesaggio”, “paesaggio urbano”, “presenza assenza”, “people”, “luce americana”, “frammenti”, “autostrade” e “asfalti”: per l’autore, tutto è o diventa paesaggio. Accompagna la mostra un ricco catalogo Skira per Fondazione Brescia Musei, con un testo di Caterina Mestrovich e un’introduzione di Nicolas Ballario.
In contemporanea, sempre dall’8 marzo al 28 luglio 2024, il Museo di Santa Giulia accoglie una mostra che ricorda, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, la strage di Piazza della Loggiadel 28 maggio 1974, nella quale persero la vita 8 persone. Partendo da alcune delle fotografie del portfolio di Renato Corsini, una delle più lucide testimonianze di quei tragici giorni, Maurizio Galimberti realizzerà, seguendo lasua grammatica compositiva, una grande installazione, nata da un’idea di Paolo Ludovici, con 40 composizioni e una serie di Polaroid 50×60 cm, nella quale scomporrà e risemantizzerà, secondo la sua cifra espressiva più caratteristica, le immagini di quel reportage d’epoca, oltre a manifesti, articoli di giornale, disegni e consentendo così al pubblico di riflettere, anche attraverso il medium fotografico, sulla portata e sulla drammaticità di quel tragico e gravissimo evento.
Anche per questa edizione, il secondo polo di attrazione del Brescia Photo Festival in città si conferma essere il Mo.Ca. – Centro per le Nuove Culture. Dal 16 marzo al 12 maggio 2024 ospiterà una retrospettiva dedicata a Federico Garolla (1925-2012), che documenterà uno stile che, tra gli anni ’50 e ’60, ha illuminato il percorso di molti altri fotografi. La mostra, curata da Isabella Garolla e Margherita Magnino, dal titolo Saper leggere il tempo, presenterà una serie di fotografie, tra cui una decina di inediti, in cui grandi attori teatrali, stelle nascenti della televisione, modelle, artisti ma anche persone comuni prendono parte, come attori sul palcoscenico, del set di uno studio cinematografico. Garolla è stato tra i primi a portare gli abiti degli atelier più prestigiosi nelle strade al mattino presto, nelle periferie urbane ancora libere dal traffico automobilistico, sulle scalinate di una Roma deserta, e anche in contesti inaspettati. La sua idea di glamour si basa sul confronto tra immagini dissonanti, su antitesi estetiche e su divisioni di classe inequivocabili. Nulla è lasciato al caso, ma tutto appare disinvolto, sofisticatamente casuale e perfettamente orchestrato. L’opera di Garolla si colloca in una dimensione, in linea con Cartier-Bresson e Avedon, in cui il soggetto riflette il “mondo di un’epoca” e lo stile distintivo del suo autore.
In contemporanea, sempredal 16 marzo al 12 maggio 2024, il Mo.Ca. accoglierà Dentro il cinema, la personale di Chiara Samugheo (1935-2022), artista che ha rivoluzionato la fotografia legata al mondo delle celebrità con il suo approccio innovativo, dando vita al reportage cinematografico. L’esposizione, curata da Mauro Raffini, dimostra come Chiara Samugheo abbia sempre concentrato la sua attenzione esclusivamente sui protagonisti che contribuirono a rendere il cinema una delle forme espressive più popolari e amate del mondo del cinema. La sua fama divenne rapidamente globale, tanto che fu chiamata a collaborare con le principali riviste di cinema, moda e costume, tra cui CinemaNuovo, Epoca, Stern, Vogue, Paris Match, Life e Vanity Fair. Il suo sguardo femminile ha contribuito significativamente al movimento di liberazione sessuale che caratterizzò gli anni ’60 e la mancanza di premeditazione, dalla sintesi tra la foto “posata” e l’istantanea catturata al volo, la portò a creare servizi fotografici molto apprezzati.
Dal 18 maggio al 30 giugno 2024 il Brescia Photo Festival renderà omaggio a un altro maestro della fotografia italiana, Carlo Orsi (1941-2021), autore capace di spaziare dalla moda al reportage, dal ritratto alla ricerca e dal glamour alla sperimentazione, mantenendo iconico e immediatamente riconoscibile il suo stile. La mostra PercORSI, curata da Margherita Magnino e Silvana Beretta, si concentrerà sui ritratti che l’artista ha realizzato nel mondo dell’arte, del cinema, dello sport, della musica, della moda e della cultura, attraverso 80 immagini capaci di raccontare l’evolversi di una società attraverso gli sguardi e le pose dei suoi interpreti. Tra le novità della VII edizione del Brescia Photo Festival vi è la collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera (BS). Il complesso monumentale ospiterà infatti nell’estate del 2024 una collettiva di 10 fotografe italiane a cura di Renato Corsini – tra le quali Maria Vittoria Backhaus, Silvia Camporesi e Antonella Monzoni – che offriranno al visitatore, ognuna con la propria cifra, 10 diversi modi diinterpretare gli spazi della storica residenza di Gabriele d’Annunzio, in un progetto espositivo dal titolo evocativo Il Vittoriale delle Italiane a cui si affiancherà un ciclo di incontri, Testimonianze, che si terrano da marzo a giugno a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, il Ma.Co.f e a Gardone, presso Il Vittoriale degli Italiani.
Dal 08 Marzo 2024 al 28 Luglio 2024 – Brescia Sedi varie
Dal 29 febbraio e fino al 13 ottobre 2024, il Salone degli Incanti di Trieste ospita la mostra Sebastião Salgado. Amazônia, a cura di Lélia Wanick Salgado.
L’esposizione è promossa dal Comune di Trieste – Assessorato alle politiche della cultura e del turismo e organizzata da Civita Mostre e Musei e Contrasto. Zurich è il global partner dell’intero tour internazionale della mostra Amazônia e Illy ne è special partner per Trieste. Dopo il progetto Genesi, Salgado ha intrapreso una nuova serie di viaggi per catturare l’incredibile ricchezza e varietà della foresta amazzonica brasiliana e i modi di vita dei suoi popoli, stabilendosi nei loro villaggi per diverse settimane e fotografando diversi gruppi etnici. Questo progetto è durato sette anni durante i quali ha fotografato la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano, registrando l’immensa potenza della natura di quei luoghi e cogliendone nel contempo la fragilità. Questa mostra arriva ora a Trieste ed è un’immersione totale nella foresta amazzonica: i suoni della foresta registrati in loco – il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli e il fragore delle acque che scendono dalle montagne – compongono un paesaggio sonoro creato da Jean-Michel Jarre che accompagna e rende ancora più potenti le impressionanti immagini di Salgado. Attirando l’attenzione sulla bellezza incomparabile di questa regione, Salgado vuole accendere i riflettori sulla necessità di proteggerla insieme ai suoi abitanti. La foresta è un ecosistema fragile, che nelle aree protette dove vivono le comunità indigene non ha subito quasi alcun danno. Tutta l’umanità ha la responsabilità di occuparsi di questa risorsa universale, polmone verde del mondo, e dei suoi custodi.
Dal 29 Febbraio 2024 al 13 Ottobre 2024 – Salone degli Incanti – Trieste
Dopo le mostre a Palazzo Reale a Milano e all’Ara Pacis di Roma, Helmut Newton sbarca a Venezia con la più completa esposizione di opere che ripercorrono la sua intera vita umana e lavorativa. La retrospettiva HELMUT NEWTON. LEGACY, dal 28 marzo al 24 novembre 2024 alle Stanze della Fotografia, è curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia. All’anagrafe di Berlino è Helmut Neustädter, ma il mondo ormai lo conosce come Helmut Newton. Nato il 31 ottobre 1920 in una famiglia ebraica benestante, nel 1938 è costretto a lasciare la Germania per le leggi razziali. Decide d’imbarcarsi per l’Australia, dove aprirà un piccolo studio di fotografia. A Melbourne conosce June Brown, nome d’arte Alice Springs, attrice e fotografa e musa ispiratrice, con la quale condividerà un percorso affettivo e professionale.
Sospesi tra acqua e cielo, gli scatti di Newton a Venezia enfatizzano ancora di più lo stile elegante e audace del fotografo. L’esposizione racconta la carriera di un protagonista del Novecento che ha lasciato un segno nella moda – come dimostrano le collaborazioni con la rivista Vogue e con stilisti quali Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld, Thierry Mugler e Chanel – ma anche nel nuovo modo di approcciarsi al nudo femminile, testimoniato nel suo celebre Big Nudes. Il libro cult del 1981 raccoglie i 39 scatti in bianco e nero, molti presenti in mostra, pionieri di una frontiera della fotografia non ancora esplorata, quella della gigantografia e degli scatti a grandezza umana.
«Il suo passaggio in Laguna è documentato più volte, come si potrà vedere nel servizio per la rivista Queen del 1966 o nel ritratto ad Anselm Kiefer, immortalato in un affascinante palazzo sul Canal Grande. Dopo aver abitato in Australia e negli Stati Uniti, Newton si stabilisce in Europa, prima a Parigi e poi a Monte Carlo intensificando le sue visite a Venezia». Matthias Harder, curatore e presidente della Helmut Newton Foundation
L’eredità di Newton sarà raccontata in sei capitoli cronologici: gli esordi degli anni Quaranta e Cinquanta in Australia, gli anni Sessanta in Francia, gli anni Settanta negli Stati Uniti, gli Ottanta tra Monte Carlo e Los Angeles e i numerosi servizi in giro per il mondo degli anni Novanta.
Dal 28 Marzo 2024 al 24 Novembre 2024 – Le Stanze della Fotografia – Venezia
Aqua Mater è un progetto espositivo che nasce innanzitutto da una considerazione sullo stato del nostro pianeta e in particolare dell’acqua, l’elemento che lo rende unico nell’universo e che è al centro di un cambiamento epocale. Il riscaldamento climatico e l’innalzamento del livello degli oceani, la desertificazione e le alluvioni obbligheranno milioni di persone a cambiare la loro vita.
Con questi presupposti il grande Sebastião Salgado ha selezionato 42 fotografie in bianco e nero dedicate al tema dell’acqua, stampate in un grande formato e inserite in un suggestivo allestimento, curato da Lélia Wanick Salgado. Le foto sono state scattate nel corso degli anni in Brasile, in Algeria, in Antartide, nel Mali, in Alaska, in India, in Namibia, in Italia e in varie altre parti del pianeta; mostrano la natura e la vita degli uomini in relazione con questo elemento essenziale, che mette in evidenza anche il legame tra la crisi ambientale e le disuguaglianze sociali.
La mostra è espressamente aperta al pubblico dal 23 marzo 2024, la Giornata Mondiale dell’Acqua promossa come ogni anno dall’UNESCO. La sede espositiva di Palazzo Ducale a Genova è la prima sede internazionale dopo la spettacolare presentazione a Parigi, all’interno di un grande padiglione di bambù sotto la Grande Arche nel quartiere della Defense. Il progetto espositivo comprende inoltre una creazione sonora immersiva sul tema dell’acqua, composta appositamente da François-Bernard Mâche dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi.
Sarà inoltre a disposizione di tutti i visitatori un’audioguida con la storia personale di Sebastião Salgado e i suoi ricordi legati alle foto presentate in mostra.
Il percorso espositivo propone un ampio corredo di testi dedicati al tema dell’acqua: l’Istituto terra fondato dai Salgado per la riforestazione della Foresta Atlantica, il Manifesto dell’Acqua 2024, un resoconto dell’Unesco, un testo a firma di Lélia e Sabastião Salgado e altri.
Aqua Mater è prodotta dalla Fondazione di Palazzo Ducale in collaborazione con Rjma Progetti culturali, Creation e SM-Art. Radio Monte Carlo, Radio ufficiale.
Dopo il successo al MAXXI di Roma la mostra Straordinarie arriva a Milano, alla Fabbrica del Vapore.
Gli spazi della Cattedrale ospiteranno dal 14 febbraio al 17 marzo il progetto promosso da Terre des Hommes e curato da Renata Ferri con le fotografie di Ilaria Magliocchetti Lombi, che raccoglie 110 ritratti e voci di donne italiane provenienti da molteplici ambiti della società contemporanea. Professioniste che con il loro percorso testimoniano tanti modi diversi, tutti possibili, di affermarsi e realizzare le proprie ambizioni oltre pregiudizi e discriminazioni.
La mostra, realizzata grazie al sostegno di Deloitte con il patrocinio diFondazione Deloitte, è parte della campagna #indifesa che Terre des Hommes porta avanti ormai dal 2012 per promuovere i diritti delle bambine e delle ragazze in Italia e nel mondo, attraverso progetti concreti sul campo, ma anche iniziative di sensibilizzazione come Straordinarie, e campagne di advocacy per costruire una cultura del rispetto e dell’inclusione contro ogni pregiudizio e discriminazione di genere.
Nei giorni di esposizione gli spazi della Cattedrale ospiteranno un ricco palinsesto di incontri dedicati alle scuole e alla cittadinanza, talk con le donne ritratte, proiezioni e performance artistiche, per approfondire i temi proposti dalla mostra.
Come afferma Renata Ferri, “Straordinarie è una sfida agli stereotipi di genere che trasforma il paradigma della donna- vittima in modello di riferimento culturale e politico. Protagoniste del nostro presente, hanno accolto l’invito alla messa in scena del ritratto fotografico per fare di questo progetto un corpo unico di volti e voci, una tessitura di memorie, confidenze e dediche.”
Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura Comune di Milano: “Quando parliamo di questioni di genere, la cultura può e deve avere un ruolo fondamentale per ispirare il cambiamento della nostra società. È con questa consapevolezza che il Comune di Milano ha promosso il palinsesto “Milano Città delle donne”, che durante tutto il 2024 proporrà appuntamenti, talk e mostre legate al tema, e che si apre oggi con la mostra Straordinarie. Un progetto rivolto soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, per mostrare loro gli infiniti modi che le donne hanno di esprimere sé stesse e realizzarsi. Un invito a conoscere la storia di queste donne straordinarie e crescere libere e liberi di realizzare i propri sogni. “
“La campagna indifesadi Terre des Hommes Italia da oltre 12 anni denuncia la disparità di genere che intrappola bambine e ragazze in un ciclo di discriminazioni, stereotipi, povertà e violenza. Nella diversità e nella forza delle donne che compongono Straordinarie speriamo che ogni bambina o ragazza riesca a intravedere un riflesso delle proprie potenzialità, rincorrendo i propri sogni e lottando per superare queste disparità. Se visitando la mostra, anche una sola bambina potrà sentirsi più libera di scegliere del proprio futuro, avremo raggiunto il nostro obiettivo. E se saremo riusciti a coinvolgere in questo racconto, anche i maschi, forse potremo davvero dire di aver piantato i semi di un Paese più aperto, inclusivo e giusto”, afferma Paolo Ferrara, Direttore Generale Terre des Hommes Italia. “Siamo onorati di aver costruito con il Comune di Milano un grande palinsesto che parte con Straordinarie e continuerà nei prossimi mesi facendo della città meneghina un esempio unico per offerta culturale con una serie di progetti innovativi che racconteranno la questione di genere da molteplici punti di vista, anche attraverso altre mostre, come Appunti G, che chiuderà il palinsesto il prossimo autunno”.
“Straordinarie” è realizzata in collaborazione con Fabbrica del Vapore e fa parte, infatti, dell’iniziativa del Comune di Milano “Milano città delle Donne, delle ragazze e delle bambine” che propone alla cittadinanza un anno di eventi e appuntamenti culturali dedicati alle questioni di genere.
“La mostra Straordinarie, così come tutti gli eventi e le occasioni di dibattito ad essa collegati che si svolgeranno in Fabbrica del Vapore in tutto il 2024, dicono della volontà del Comune di Milano di costruire una città a misura di donne e uomini, inclusiva e rispettosa, collaborando con le tante associazioni e fondazioni che hanno a cuore la vita culturale, sociale, economica e politica della città. “Milano città delle donne” non è uno slogan ma la volontà quotidiana di costruire una città più sicura e accogliente per donne e uomini, rinnovando l’impegno affinché tutte e tutti abbiano pari opportunità nelle professioni così come nelle proprie aspirazioni di vita.”Elena Lattuada, Delegata del Sindaco alle Pari opportunità di genere
La mostra è stata realizzata grazie al sostegno di Deloitte con il patrocinio diFondazione Deloitte,che ha sposato i valori promossi dal progetto ed è main partner dell’iniziativa.
“Deloitte e Fondazione Deloitte sostengono con convinzione “Straordinarie”, un’iniziativa culturale di altissimo livello capace di veicolare con forza l’importanza del contributo delle donne in tutti gli ambiti professionali e riconoscere il loro valore”, spiega Guido Borsani, Presidente di Fondazione Deloitte e Partner di Deloitte. “Con questo progetto prosegue l’impegno di Fondazione Deloitte a sostegno di modelli di riferimento inclusivi, capaci di ispirare le nuove generazioni e di stimolare le ragazze e i ragazzi ad andare oltre gli stereotipi di genere”.
In questa edizione la mostra si accompagna con un libro ad essa dedicato che sarà disponibile durante la mostra e sul sito di Silvana Editoriale (www.silvanaeditoriale.it) e che è stato realizzato grazie a Fondazione Bracco.
“Come imprenditrice ho sempre creduto nelle competenze femminili e il women empowerment è da sempre al centro del mio impegno nel business, nella responsabilità sociale e nelle istituzioni”, afferma Diana Bracco, Presidente di Fondazione Bracco, che ha reso possibile la realizzazione del catalogo della Mostra. “Il tema della parità di genere è anche nella mission della nostra Fondazione. Sul fronte della formazione, abbiamo dato vita al Manifesto Mind the STEM Gap contro gli stereotipi di genere e all’iniziativa pluriennale #100esperte, per dar voce a personalità femminili in tanti settori. Per tutti questi motivi ci è sembrato naturale essere al fianco di Terres des Hommes in questo progetto espositivo. Le oltre cento donne ritratte in questa mostra, di cui sono molto felice di fare parte, sono artefici della loro libertà di pensiero e azione. Mi auguro che questa esposizione sia visitata da tante bambine e ragazze. E a loro rivolgo un appello: non smettete di coltivare i vostri sogni. Abbiatene cura, teneteli stretti, fateli fiorire. Il potere trasformativo dei desideri è inestimabile”.
L’appuntamento è stato inserito nel calendario delle Olimpiadi Culturali (Cultural Olympiad), il programma multidisciplinare, plurale e diffuso, realizzato dalla Fondazione Milano Cortina 2026, che mira a promuovere i Valori Olimpici e Paralimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, nel percorso di avvicinamento ai prossimi Giochi Invernali.
“Questa importante iniziativa dona un valore aggiunto all’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”. Ha dichiarato Diana BianchediChief Strategy Planning and Legacy Officer di Milano Cortina 2026. “I prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali lasceranno al Paese e alle generazioni di domani un’eredità intangibile duratura: la Fondazione Milano Cortina 2026 ha infatti attivato una serie di programmi, tra cui quello culturale, che puntano a coinvolgere e avvicinare le persone a valori quali inclusione, uguaglianza e rispetto. Progetti come questo, nato a sostegno delle donne, permettono di rafforzare il lavoro intrapreso a favore della parità di genere nel mondo dello sport e di una corretta rappresentazione delle donne”
“Questa straordinaria raccolta fotografica, realizzata dalle donne per le donne e per la difesa dei loro diritti – afferma Arianna Ferrini, HR Director di Canon Italia – rappresenta un’importante occasione per tenere alta l’attenzione sui temi legati alle disparità e ai pregiudizi nei confronti dell’universo femminile. E’ per noi un onore collaborare come partner a un progetto al quale ci sentiamo particolarmente vicini, poiché l’equità e l’inclusione sono valori fondamentali. Il nostro impegno è infatti quello di creare un’organizzazione sempre più inclusiva, all’interno della quale ciascun talento possa esprimersi e migliorarsi, rispecchiando la diversità della società in cui viviamo”.
Inoltre, altri numerosi partner che sono a fianco di Terre des Hommes per i diritti delle bambine e delle ragazze supportano l’iniziativa, tra cui: Rai per la Sostenibilità ESG, Canon, Gramma, partner Culturale, Cotril, che ha curato lo styling hair delle protagoniste, Neutralia, partner tecnici, Corriere della sera, iO Donna, La27esimaOra, Urban Vision media partner.
Dal 14 febbraio al 17 marzo – Fabbrica del Vapore – Milano
Dal 27 gennaio al 1 aprile 2024Triennale Milano presenta la mostra Juergen Teller i need to live, a cura di Thomas Weski in collaborazione con Juergen Teller e Dovile Drizyte. L’esposizione, che è stata presentata al Grand Palais Éphémère di Parigi dal 16 dicembre 2023 al 9 gennaio 2024, è la più ampia retrospettiva mai realizzata del lavoro del fotografo tedesco e attraversa la sua produzione creativa, dalla prima metà degli anni Novanta ad oggi.
Juergen Teller è considerato uno dei nomi di riferimento di un gruppo di fotografi di fama internazionale, molto apprezzati sia nell’ambito della fotografia commerciale che in quello dell’arte contemporanea. È noto in tutto il mondo per i suoi schietti ritratti di personaggi celebri, gli editoriali di moda provocatori e le originali campagne realizzate per vari stilisti.
Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, afferma: “Siamo felici di presentare una delle più grandi mostre dedicate a Juergen Teller, artista visivo caleidoscopico, capace di catturare e rimodellare – a volte nella stessa immagine – le pulsioni più intime, le pose più irriverenti e le istanze della contemporaneità.”
Da quando si è fatto conoscere nella Londra dei primi anni Novanta, Juergen Teller ha prodotto anche importanti opere personali in cui esplora sé stesso, la sua famiglia, le sue radici e la sua identità. Negli ultimi cinque anni, ha collaborato con la moglie Dovile Drizyte a progetti comuni che riflettono vari aspetti del loro rapporto, del matrimonio e della genitorialità. Queste opere sono definite da un caratteristico mix di personaggi seri e intimi ma spesso umoristici creati in stile grottesco.
i need to live, realizzata con il supporto di Saint Laurent by Anthony Vaccarello, presenta oltre 1000 opere e riunisce sia lavori personali che opere su commissione, immagini note e delle nuove serie fotografiche, oltre a video e a installazioni. La selezione delle opere è in parte differente rispetto a quella del Grand Palais Éphémère di Parigi. Si tratta a tutti gli effetti un progetto espositivo inedito, progettato per gli spazi di Triennale Milano.
Il titolo della mostra, “i need to live”, si riferisce alle sensazioni di Teller a fronte degli incidenti esistenziali che hanno segnato la sua vita, talvolta in modo tragico. L’artista affronta questi temi nello stesso modo in cui pratica la fotografia, con uno stile diretto e realistico, del tutto personale. Con le sue immagini uniche, Teller celebra l’importanza di essere vivi, riconoscendo al contempo la fragilità dell’esistenza umana.
Il progetto architettonico della mostra è stato affidato a 6a architects, che ha progettato lo studio fotografico dell’artista a West London, completato nel 2016. La loro conoscenza specialistica della pratica di Teller, acquisita attraverso la lora precedente collaborazione, ha ispirato il progetto di allestimento creando singoli settori all’interno dello spazio espositivo di Triennale. L’allestimento permette ai visitatori di apprezzare la ricchezza e la varietà della pratica di Teller attraverso un’esperienza visiva unica.
Juergen Teller è autore di oltre quaranta libri d’arte, realizzati in collaborazione con Gerhard Steidl della Steidl Verlag di Gottinga nell’arco degli ultimi vent’anni. Un’ampia selezione di questi volumi sarà presente in mostra insieme ad altre pubblicazioni, riviste e materiale stampato, mostrando il contesto culturale in cui il lavoro di Teller viene spesso presentato per la prima volta.
In occasione della mostra al Grand Palais Éphémère di Parigi e a Triennale Milano, è stata realizzata da Juergen Teller e DovileDrizyte la pubblicazione i need to live, edita da Steidl e con testi di Leïla Slimani, Anthony Vaccarello, Rick Owens, Roni Horn, Thomas Weski, Tom Emerson e Alistair O’Neill. Parallelamente sono stati pubblicati quattro libri d’autore: Juergen Teller, Fashion Photography for America 1999–2016; Juergen Teller, Jurgaičiai; Juergen Teller, More Handbags; Juergen Teller, The Myth. Tutte le pubblicazioni sono disponibili online e allo store di Triennale.
Il Main Partner Saint Laurent by Anthony Vaccarelloe i Partner Istituzionali Lavazza Group e Salone del Mobile.Milano sostengono Triennale Milano per questa mostra.
Dal 27 Gennaio 2024 al 01 Aprile 2024 – Triennale di Milano
Fino al 7 aprile 2024, il Museo Diocesano di Cremona ospita, in collaborazione con il Festival della Fotografia Etica diretto da Alberto Prina, la mostra del fotografo canadese Tim Smith, In The World But Not Of It, a cura di Laura Covelli.
Dal 2009 Tim Smith ha documentato lo stile di vita delle comunità hutterite del Manitoba, provincia del Canada occidentale affacciata sulla Baia di Hudson. Gli Hutteriti sono anabattisti che hanno deciso di vivere in colonie nel Canada occidentale e negli Stati Uniti nord-occidentali, separati volontariamente dalla società tradizionale e autosufficienti sotto il profilo economico.
Con uno stile di vita basato sull’applicazione degli insegnamenti evangelici, queste comunità sono costantemente alla ricerca di un equilibrio con il “mondo esterno”. Qui i legami sociali sono molto forti e il senso di comunità molto vivo, in contrasto con l’individualismo e il senso di solitudine che spesso caratterizzano la nostra società.
Tim Smith ha voluto, dunque, conoscere più da vicino questa realtà, andando oltre gli stereotipi ma anche oltre la narrazione romanticizzata di cui gli Hutteriti vengono fatti oggetto.
La mostra sarà collocata non solo nella sala dedicata alle esposizioni temporanee del Museo Diocesano di Cremona. Alcune fotografie, infatti, saranno in dialogo diretto con le opere d’arte della collezione permanente del museo. Un incontro di grande fascino, dunque, che accosta preziose opere d’arte del passato con la forza dinamica degli scatti del fotografo canadese.
Fino al 7 aprile 2024 – Museo Diocesano di Cremona
NINO MIGLIORI. UNA RICERCA SENZA FINE
Opera di Nino Migliori
La fotografia di Nino Migliori (Bologna, 1926) è in perenne movimento. Un flusso di idee, progetti, sperimentazioni, ma anche precise prese di posizione etiche e politiche accompagnate da un ideale estetico in continua evoluzione. L’artista ha sempre agito con un unico e irrinunciabile obiettivo: spostare sempre più in là i confini della fotografia, riscrivendo costantemente la grammatica delle immagini, aprendo e legittimando filoni di indagine prima di lui sconosciuti. Questa antologica ripercorre la “ricerca senza fine” condotta da Migliori dal 1948 ad oggi: dagli scatti di sapore neorealista, che raccontano l’Italia degli anni Cinquanta, e dalle serie dei Muri e dei Manifesti strappati, dove mostra affinità con la pittura informale europea, alle sperimentazioni concettuali con cui indaga aspetti trascurati o non previsti del linguaggio fotografico (la reazione dei materiali, il ruolo cosciente del caso, quello del tempo, la presenza fisica e gestuale dell’artista), e alle opere che evidenziano un particolare interesse per la comunicazione visiva nel suo insieme. Nel percorso di Nino Migliori la fotografia assume valori e contenuti legati all’arte, alla sperimentazione e al gioco: oggi lo si considera un vero architetto della visione perché ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere dell’immagine, tema che ha caratterizzato tutta la sua produzione.
Dal 17 Febbraio 2024 al 03 Giugno 2024 – Castello Estense – Ferrara
Dal 28 marzo all’11 agosto 2024 aprirà al pubblico la mostra Out of focus, che presenta gli ultimi dieci anni di ricerca fotografica dell’artista Patrick Mimran attraverso 30 fotografie inedite e mai esposte in Italia.
Nato a Parigi nel 1956, Patrick Mimran è un artista pluridisciplinare. Dagli anni Ottanta ha realizzato opere e installazioni utilizzando quasi tutti i mezzi e i supporti possibili, spaziando dalla fotografia alla tecnologia, dalla musica alla multimedialità.
In Out of focus, l’artista ha lavorato principalmente sulla mancanza di nitidezza, non solo dei contorni, ma dell’intera immagine. Se inizialmente l’immagine appare astratta, più la si guarda più si colgono quei dettagli che l’avvicinano al reale. Questo aspetto contrasta con la nitidezza delle immagini a colori in formato più piccolo che accompagnano e definiscono le grandi fotografie. Se lo strumento fotografico è stato progettato per rappresentare la realtà così com’è, Mimran pare utilizzarlo al contrario. Per l’artista il modo migliore per catturare un soggetto, vivente o inanimato, non è quello di rappresentarlo il più fedelmente possibile, ma di allontanarsene fino all’astrazione.
«Ci troviamo nella dimensione dell’inconscio, in un perpetuo fluire iconografico di figure indefinibili, che sfidano l’occhio del pubblico a rintracciare la geometria originaria. Si direbbe un’opera costruita unicamente per lasciare spazio all’ambiguità, perché la fotografia, contrariamente alla sua compostezza strumentale, è pura menzogna. Ecco allora che Mimran raccoglie i frutti di quella illusione di verità e prende per mano una dimensione fiabesca e la fa propria. Su questo limite incontrollabile viene restituita all’osservatore la sovranità di interpretare liberamente questa rielaborazione della realtà». Denis Curti, direttore artistico delle Stanze della Fotografia.
Dal 28 Marzo 2024 al 11 Agosto 2024 – Le Stanze della Fotografia – Venezia
Non ha l’età. Il Festival di Sanremo in bianco e nero 1951-1976
La più celebre manifestazione della canzone italiana nasce nel 1951, organizzata dalla Rai di Torino, in tre serate e trasmessa radiofonicamente in presa diretta dal Salone delle Feste del Casinò. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, ma nel 1955, la manifestazione comincia ad avere una certa popolarità e la tv decide di appropriarsene. Da allora infatti la storia del Festival di Sanremo procede di pari passo con la storia della televisione italiana. Il Festival di Sanremo è un capitolo importante non solo della storia della musica e della televisione ma anche della storia sociale del Paese.
I fotoreporter dell’Agenzia Publifoto intuiscono l’importanza della manifestazione e, negli anni in cui l’evento fu ospitato nel Casinò di Sanremo (1951-1976), realizzano circa 15.000 fotografie del Festival. La mostra espone un nucleo di fotografie dell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, ripercorre gli anni in cui il Festival fu ospitato nel Casinò di Sanremo prima di trasferirsi definitivamente al Teatro Ariston e si sofferma in pochi casi sulle immagini delle esibizioni degli artisti sul palco, per concentrarsi invece sul “fuori scena”: l’attesa dei cantanti in platea durante le prove; le passerelle degli artisti (anche gli ospiti stranieri) in giro per la città di Sanremo; la produzione degli autografi per il pubblico; gli artisti in sala trucco; il pubblico; gli artisti ritratti in situazioni curiose, ma anche l’orchestra, la giuria, la sala stampa. Un album di fotografie spesso inconsuete, che ritraggono gli artisti lontano dai riflettori, nei momenti di vita quotidiana che accompagnano le frenetiche giornate del Festival, con un’ingenuità e immediatezza che ce li fanno sentire sorprendentemente familiari. Sono fotografie che testimoniano di un’Italia che ha fretta di dimenticare la guerra e la povertà, che vuole affidare alle canzoni una ritrovata spensieratezza, ma anche, come nel caso della canzone “Vola colomba”, un desiderio di rivalsa circa la “questione triestina o giuliana”. La colonna sonora dell’esercito di liberazione americano era stato il boogie-woogie, musica piena di eccitazione ma a noi sconosciuta, adesso bisognava trovarne una tutta italiana, legata alla tradizione melodica e del bel canto. Il titolo della mostra richiama la giovane età di un Festival agli esordi e di un’Italia in crescita.
La mostra vede la curatela di Aldo Grasso e, grazie alla media partnership con la Rai, è arricchita da contributi video-sonori in collaborazione con Rai Teche.
Dal 1 febbraio al 12 maggio 2024 – Gallerie d’Italia – Torino
Nella Galleria, in concomitanza con la Settimana della Moda Donna di febbraio, 10·Corso·Como inaugura Happy Birthday Louise Parker, una mostra personale dell’artista americano Roe Ethridge (Miami, 1969). A cura di Alessandro Rabottini, il progetto espositivo è stato concepito per la Galleria di 10·Corso·Como ed è la prima esposizione in Italia dedicata a una delle voci più personali della fotografia internazionale. Conosciuto per lo stile anticonvenzionale, lirico e provocatorio, Roe Ethridge esplora le potenzialità dell’immagine fotografica al di là delle divisioni tra ricerca artistica e fotografia commerciale, stabilendo un profondo dialogo tra arte e moda, memorie personali e storia della fotografia. Happy Birthday Louise Parker riunisce opere iconiche degli ultimi 15 anni e lavori inediti, offrendo una visione delle molteplici tematiche e sensibilità che si intrecciano nella pratica artistica di Ethridge. Esuberanti nature morte, servizi di moda frutto di una meticolosa messa in scena, paesaggi malinconici e ritratti intimi. Pur nella diversità dei soggetti, il linguaggio di Ethridge affronta ciascuna immagine con lo stesso, estremo rigore formale, sottoponendo tanto il proprio vissuto quanto l’immaginario della moda a un processo di tensione stilistica e concettuale.
Dal 21 Febbraio 2024 al 05 Aprile 2024 – 10 Corso Como – Milano