Storia di una fotografia – Gregory Crewdson Untitled (bed of roses)

Buongiorno, torniamo con un altro amato autore del contemporaneo. Buona lettura, ciao Sara Munari

FOTOGRAFIA di Gregory Crewdson Untitled (bed of roses) (from the Beneath the Roses series)

“Untitled (Beneath the Roses)”, realizzata nel 2005 da Gregory Crewdson, è un’opera che incarna la sua estetica cinematografica e surreale. In questa serie, Crewdson crea scene elaborate e meticolosamente costruite, che sembrano fotogrammi di un film mai realizzato. Le sue immagini, spesso ambientate in periferie americane, sono cariche di tensione narrativa e di un senso di mistero.

Il tema centrale di “Untitled (Beneath the Roses)” è l’esplorazione della condizione umana, con un focus particolare sull’alienazione e l’isolamento. Crewdson utilizza la fotografia per creare mondi paralleli, dove la realtà quotidiana è distorta e amplificata. Le sue immagini, con la loro illuminazione teatrale e i loro dettagli minuziosi, evocano un senso di inquietudine e di straniamento.

L’approccio di Crewdson si distingue per la sua meticolosità e la sua attenzione ai dettagli. Le sue opere, che richiedono mesi di preparazione e di riprese, sono realizzate con l’ausilio di troupe cinematografiche e di set elaborati. La sua tecnica, che combina fotografia analogica e digitale, gli consente di creare immagini di grande impatto visivo, che sembrano sospese tra sogno e realtà.

Dal punto di vista visivo, “Untitled (Beneath the Roses)” è una serie di grande potenza evocativa. Le immagini, con la loro atmosfera onirica e i loro personaggi enigmatici, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Crewdson ci invita a riflettere sulla natura della realtà e sulla nostra percezione del mondo che ci circonda.

Biografia di Gregory Crewdson:

Gregory Crewdson, nato nel 1962 a Brooklyn, è un fotografo americano noto per le sue immagini cinematografiche e surreali. Dopo aver studiato fotografia alla Yale University, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica elaborata e da un’attenzione ai dettagli. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.

n qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Joan Fontcuberta: giochi per la mente

Joan Fontcuberta è la fotografia per me. Il mio riferimento per eccellenza, mi ha fatto cambiare modo di ragionare, aprendo porte chiuse letteralmente sulla mia faccia. E’ un artista che ha trasformato la fotografia in un terreno di gioco per la mente, un luogo dove la verità è un concetto fluido e le immagini sono enigmi da decifrare.

Fontcuberta non è un fotografo nel senso tradizionale del termine. Non si limita a riprendere la realtà, ma la manipola, la reinventa, la mette in discussione. Il suo lavoro è un invito a guardare oltre la superficie, a interrogarci sulla natura delle immagini e sul loro potere di influenzare la nostra percezione del mondo.

Prendiamo “Fauna”, ad esempio. L’autore ti fa entrare in un museo di storia naturale e ti ritrovi di fronte a fotografie di animali mai visti prima, accompagnate da didascalie scientifiche e disegni dettagliati. Fontcuberta ha creato un intero archivio zoologico immaginario, completo di specie inventate e di scoperte sensazionali. Il risultato è un’opera che mette in discussione la nostra fiducia nelle istituzioni scientifiche e nella capacità della fotografia di documentare la realtà.

Joan Foncuberta Fauna: Felis penatus, circa 1930 Photo by Hans von Kubert

In “Herbarium”, Fontcuberta si spinge ancora oltre, creando un erbario di piante immaginarie, con tanto di nomi scientifici e descrizioni, informazioni fin troppo specifiche. Le fotografie, realizzate con una tecnica impeccabile, sembrano provenire da un vero e proprio archivio botanico. L’opera è un omaggio all’illusione e alla capacità della fotografia di creare mondi paralleli. “In ‘Herbarium’, si immerge nel solco di una tradizione antica, quella degli studi e delle raccolte che, fin dall’antichità e attraverso il Medioevo, hanno cercato di catalogare il mondo vegetale. Ma qui, la classificazione assume una piega surreale.

Joan Foncuberta: Dalla serie Herbarium

Con “Sputnik”, Fontcuberta si appropria della storia della corsa allo spazio, creando una falsa cronaca della missione spaziale sovietica. Utilizzando fotografie e documenti contraffatti, l’artista costruisce una narrazione alternativa, che mette in discussione la versione ufficiale degli eventi. L’opera è un esempio lampante di come la fotografia possa essere utilizzata per manipolare la memoria collettiva.

Dal libro Sputnik – 1997

“Orogenesis” è un’opera che esplora i confini tra fotografia e tecnologia. Fontcuberta utilizza software di modellazione 3D per creare paesaggi immaginari, basati su fotografie di montagne. Il risultato è una serie di immagini che sembrano provenire da un altro pianeta, un mondo dove la natura è stata reinventata dalla tecnologia.

Joan Fontcuberta, Dalla série : Orogenèse – 2004
Infine, con “Googlegrams”, Fontcuberta si appropria delle immagini di Google, creando mosaici di immagini utilizzando le anteprime delle immagini di Google. L’opera è una riflessione sulla natura delle immagini digitali e sulla loro capacità di creare nuove forme di rappresentazione.

Joan Fontcuberta, Googlegram 9, Homeless, 2005

Ci sono altri lavori che mi piacerebbe mostrarvi, magari lo farò in un altro articolo!

Fontcuberta è un artista che ci invita a guardare il mondo con occhi critici, a mettere in discussione le nostre certezze e a riflettere sul potere delle immagini. Il suo lavoro è un invito a non dare nulla per scontato, a interrogarci sulla verità e a esplorare i confini tra realtà e finzione.

Biografia in pillole

Nato a Barcellona nel 1955, Fontcuberta è un artista poliedrico, che spazia dalla fotografia alla scrittura, dalla docenza alla curatela.
Laureato in Scienze dell’informazione, ha dedicato la sua carriera all’esplorazione dei limiti della fotografia e alla messa in discussione della sua veridicità.
Ha esposto le sue opere in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi, tra cui il prestigioso Hasselblad Award nel 2013. Oltre al lavoro di artista visivo orientato al campo della fotografia, Joan Fontcuberta svolge un’attività più ampia come insegnante, critico, curatore e storico.

Ciao! Sara Munari


Fontcuberta è anche un acuto osservatore della cultura digitale, e le sue opere recenti si concentrano sempre di più sull’impatto della tecnologia sulla nostra percezione del mondo, è un maestro dell’illusione, un artista che ci invita a guardare oltre la superficie delle immagini e a interrogarci sulla natura della verità.

Approccio Concettuale

L’approccio di Fontcuberta si caratterizza per:

  • Messa in discussione della veridicità:
    • Fontcuberta utilizza la fotografia per creare finte documentazioni e false testimonianze, mettendo in discussione la nostra fiducia nelle immagini.
  • Esplorazione dei limiti della rappresentazione:
    • Il suo lavoro indaga i confini tra realtà e finzione, evidenziando come la fotografia possa essere utilizzata per manipolare e ingannare.
  • Ironia e umorismo:
    • Fontcuberta utilizza l’ironia e l’umorismo per smascherare i meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le immagini.
  • Uso di archivi e documenti:
    • Fontcuberta si appropria di archivi e documenti preesistenti, rielaborandoli e decontestualizzandoli per creare nuove narrazioni.

Quando la fotografia è davvero Concettuale?

Ah, la fotografia concettuale! Quell’arte misteriosa che fa arricciare il naso ai puristi e accendere lampadine (o presunte tali) nelle menti creative. Ma cos’è, di preciso? Beh, immaginate di prendere una foto, di toglierle tutto il superfluo e di lasciarvi solo l’idea, il concetto, il messaggio. Ecco, siete sulla buona strada.

Nella fotografia concettuale si gioca con l’ambiguità, con le domande senza risposta, con i significati nascosti. L’immagine non è più un semplice specchio della realtà, ma un trampolino di lancio per la riflessione.

E poi c’è la tecnologia, quell’alleata (o nemica, a seconda dei punti di vista) che ha spalancato le porte a infinite possibilità. Manipolazioni digitali, collage, fotomontaggi: tutto è lecito, purché serva a veicolare il concetto. Perché, diciamocelo, tutti si sentono un po’ concettuali oggi, no? Basta una foto sgranata e una didascalia criptica per sentirsi artisti. Ma attenzione, amici: il concettuale non è sinonimo di “faccio quello che mi pare e piace”. C’è bisogno di un’idea forte, di un pensiero che guidi l’immagine, altrimenti si rischia di cadere nel banale, nel “vorrei ma non posso”.

La fotografia concettuale è un invito a guardare oltre la superficie, a interrogarci sul mondo che ci circonda, a mettere in discussione le nostre certezze. È un gioco di specchi, un labirinto di significati, un’esperienza che può essere tanto illuminante quanto spiazzante. E se proprio non ci capite niente, beh, forse è proprio questo il bello.

Negli ultimi vent’anni, la fotografia ha subito una trasformazione radicale, allontanandosi sempre più dalla semplice rappresentazione del reale per abbracciare un approccio concettuale. Immaginate artisti come Taryn Simon, che non si limitano a scattare foto, ma intraprendono vere e proprie indagini, esplorando archivi e sistemi di classificazione per svelare storie nascoste e strutture di potere. Le loro opere diventano così un mix di immagini, testi e dati, un vero e proprio archivio visivo che ci invita a riflettere sulla complessità del mondo.

Artisti come Joachim Schmid, ad esempio, sono dei veri e propri “archeologi dell’immagine”. Scavano tra archivi amatoriali e il mare magnum di internet, recuperando fotografie dimenticate e rielaborandole per farci riflettere sul valore delle immagini nella nostra società. Il suo lavoro è un po’ come un gioco di specchi, dove l’immagine riflette non solo il soggetto, ma anche il modo in cui lo guardiamo.

JOACHIM SCHMID: From Photogenic Drafts, 1991

Poi c’è chi, come Mishka Henner, si avventura nel regno dei dati digitali, utilizzando Google Earth e altre piattaforme online per creare opere che esplorano temi come la sorveglianza e l’impatto umano sul paesaggio. Le sue immagini, spesso inquietanti e stranianti, ci pongono di fronte alle contraddizioni e alle zone d’ombra della nostra società.

Mishka Henner, Wasson Oil and Gas Field, Yoakum County, Texas, 2013-2014

E che dire di Penelope Umbrico, che si immerge nell’oceano di immagini generate dagli utenti, rielaborando e ricombinando fotografie trovate su Flickr per creare opere che esplorano la saturazione visiva e la natura delle immagini digitali? Le sue installazioni, composte da migliaia di tramonti o di immagini di oggetti comuni, ci fanno riflettere sull’abbondanza e sulla ripetitività delle immagini che ci circondano.

Penelope Umbrico’s “541,795 Suns from Sunsets from Flickr (Parziale) 1/26/2006”

Clement Valla, invece, si concentra sui “glitch” e sulle anomalie delle immagini generate dai sistemi di mappatura 3D, rivelando le imperfezioni e le contraddizioni dei modelli digitali del mondo. Le sue opere ci mettono in guardia sulla nostra fiducia nelle rappresentazioni digitali, invitandoci a guardare oltre la superficie.

Postcard from Google Earth (34° 1’45.70″N, 118°13’32.98″W), 2010

Broomberg & Chanarin utilizzano la fotografia per esplorare temi politici e sociali complessi, lavorando spesso con archivi e documenti storici. Il loro lavoro è caratterizzato da un approccio critico e interrogativo, che mette in discussione le narrazioni dominanti.

Broomberg & Chanarin Untitled – 165 portraits with dodgers – 2012

Erik Kessels si immerge negli archivi fotografici amatoriali, recuperando immagini dimenticate e creando installazioni che esplorano la memoria, l’identità e la natura delle immagini digitali.

Erik Kessels “24 hours in photos” a Arles

Corinne Vionnet, invece, è una specie di “cartografa della memoria turistica”. Prende le foto che tutti noi scattiamo davanti ai monumenti famosi, le sovrappone e crea immagini che sembrano dipinti impressionisti. Ti fa riflettere su come i luoghi iconici siano diventati delle “fotocopia” di se stessi, su come la nostra esperienza turistica sia mediata dalle immagini.

Corinne Vionnet Photo Opportunities 2005-2020

Doug Rickard si è avventurato nel lato oscuro di Google Street View, usando le immagini delle strade per documentare la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti. Il suo lavoro è un pugno nello stomaco, ti fa riflettere su come la tecnologia possa rivelare le ferite della nostra società.

DOUG RICKARD (1968-2021). #83.016417, Detroit, MI (2009), from the series A

E infine, Oliver Laric, che si diverte a smontare e rimontare le immagini digitali, usando tecniche di scansione 3D e animazione. Il suo lavoro ti fa pensare a quanto sia fluido e mutevole il mondo delle immagini digitali, a come il concetto di “originale” sia diventato obsoleto.

Oliver Laric – Person with Crab, 2019 Sculpture Electroformed copper

Approcci Comuni:

Molti artisti concettuali rielaborano e ricombinano immagini preesistenti, creando nuove opere che mettono in discussione la natura delle immagini e la loro relazione con la realtà

Uso di archivi:

Molti artisti concettuali utilizzano archivi fotografici, sia pubblici che privati, per esplorare temi storici, sociali e politici.

Dati digitali:

L’abbondanza di dati digitali ha aperto nuove possibilità per la fotografia concettuale, con artisti che utilizzano immagini provenienti da internet, social media e sistemi di mappatura.

Rielaborazione di immagini:

Molti artisti concettuali rielaborano e ricombinano immagini preesistenti, creando nuove opere che mettono in discussione la natura delle immagini e la loro relazione con la realtà.

In tutti questi casi, la fotografia diventa un mezzo per esplorare idee e concetti, per mettere in discussione le nostre certezze e per aprire nuove prospettive sul mondo. Gli artisti concettuali utilizzano la tecnologia e i dati digitali non come fine a se stessi, ma come strumenti per creare opere che stimolano la riflessione e il dialogo.

Sara Munari

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Storia di una fotografia – Hiroshi Sugimoto – “Theaters”

Buongiorno,

ecco un altro autore la cui fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Hiroshi Sugimoto – “Theaters” – Anno 1978-in corso

La serie “Theaters” di Hiroshi Sugimoto, avviata nel 1978 e tuttora in corso, rappresenta una delle esplorazioni più affascinanti sulla relazione tra tempo, spazio e luce. Sugimoto ha fotografato vecchi cinema e drive-in americani con una tecnica unica: lasciava l’otturatore aperto per l’intera durata di un film proiettato sullo schermo. Il risultato è un’immagine in cui il rettangolo luminoso dello schermo appare completamente bianco, frutto della sovrapposizione di tutte le immagini del film in un’unica esposizione. Questa tecnica, apparentemente semplice, nasconde un profondo significato filosofico e concettuale.

Il tema centrale di questa serie è il tempo. Ogni fotografia di “Theaters” rappresenta un’intera esperienza cinematografica ridotta a un singolo frame. Il film, con tutte le sue scene, i suoi dettagli e i suoi attimi narrativi, si trasforma in un bagliore uniforme, suggerendo una riflessione sulla natura effimera della memoria e dell’esperienza umana. L’idea che un’intera narrazione possa essere condensata in una singola immagine è allo stesso tempo affascinante e inquietante: cosa rimane del tempo una volta trascorso?

L’approccio di Sugimoto si inserisce in una lunga tradizione di artisti che esplorano la percezione del tempo attraverso la fotografia, ma il suo lavoro si distingue per l’eleganza e la semplicità del metodo. La scelta di fotografare cinema d’epoca e drive-in aggiunge un ulteriore strato di significato: questi luoghi, spesso decadenti e abbandonati, diventano testimonianze di un’era passata, conservate nella loro essenza attraverso la luce stessa dei film proiettati.

Dal punto di vista visivo, le immagini della serie “Theaters” sono straordinariamente suggestive. Il contrasto tra l’intensa luminosità dello schermo e i dettagli architettonici delle sale cinematografiche crea un effetto quasi surreale, evocando un senso di sospensione e mistero. Il bianco abbacinante dello schermo diventa una sorta di finestra verso l’ignoto, un portale che assorbe il racconto cinematografico e lo restituisce sotto forma di pura luce.

Biografia di Hiroshi Sugimoto:

Hiroshi Sugimoto, nato nel 1948 a Tokyo, è un fotografo e artista visivo giapponese noto per il suo approccio concettuale alla fotografia. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti negli anni ’70, ha sviluppato un corpus di opere che esplorano temi come il tempo, la memoria e la percezione. Oltre alla serie “Theaters”, Sugimoto è celebre per i suoi lavori su diorami museali, ritratti di cere e paesaggi marini, tutti caratterizzati da un’estetica minimalista e un rigoroso controllo della luce. Il suo lavoro è stato esposto nei più importanti musei e gallerie del mondo, contribuendo a ridefinire il linguaggio della fotografia contemporanea.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Sonja Braas, la fotografa che ricostruisce scenari possibili

Sonja Braas è una fotografa tedesca, nata nel 1968 a Siegen. Dopo aver studiato Comunicazione Visiva, Fotografia e Design presso l’Università delle Scienze Applicate di Dortmund, si trasferì a New York per continuare gli studi presso la School of Visual Arts.

La fotografa tedesca ricostruisce scenari idealizzati all’interno di uno studio fotografico rifacendosi alla tradizione della pittura di paesaggio del XVIII secolo che posponeva la realtà della natura alla sua rappresentazione ideale.

Tutto, nelle sue fotografie, appare perfetto: in Tornado, ad esempio, la tromba di un uragano occupa il centro dell’immagine e ne divide il campo secondo le regole di composizione della sezione aurea; il colore scuro del cielo fa sì che il vortice d’aria risalti contro lo sfondo, esaltandone la plasticità. In Lava flow, il campo dell’immagine è suddiviso dalle colate di lava; si direbbero pennellate di giallo oro sullo sfondo nero di una tela.

Sonja Braas si è occupata fin dai suoi primi lavori di immagini artificiali della natura. Per la serie “You are here” ha presentato una serie di fotografie di paesaggi naturali “confezionati”, scattate in giardini zoologici o musei di scienze naturali e, accanto ad esse, ha posto delle foto di paesaggi “veri”: l’osservatore che si trova a confrontare queste immagini distingue con difficoltà la natura “vera” da quella “falsa”.  Le sue opere rimandano così alla concezione della natura tipica dell’uomo moderno, una concezione influenzata e profondamente caratterizzata delle immagini mediatiche. L’onnipresenza dei mass-media pone allora l’esigenza di una rappresentazione “autentica” delle catastrofi naturali. Con le sue fotografie, Sonja Braas si sottrae a questa richiesta e presenta provocatoriamente all’osservatore la rappresentazione di una rappresentazione.

Nella serie “The Quiet of Dissolution” Sonja Braas affronta la tematica della preoccupazione per la conservazione dei nostri ecosistemi e delle catastrofi naturali : una catastrofe si verifica quando si rompe un equilibrio e ciò può accadere o perché entra in gioco una nuova grande forza che causa la catastrofe nel sistema oppure perché una piccola causa interviene in una situazione di equilibrio instabile.

Le fotografie dell’artista non hanno niente in comune con le consuete immagini di terremoti, incendi, tornadi e inondazioni che ci vengono regolarmente proposte dai media. Siamo abituati a immagini in bassa definizione, spesso scattate con telefoni cellulari, oppure filmati vacillanti e quasi amatoriali. Al contrario, le immagini di catastrofi naturali create da Sonja Braas rinunciano a qualsiasi intenzione narrativa e trasmettono un senso di serenità; del tutto prive di contatto e contaminazione con il destino umano, appaiono colte in un tempo immobile. Il tornado non minaccia alcuna città e il fiume di lava può essere ammirato in tutta la sua maestosità poiché l’eruzione sembra assolutamente priva di conseguenze.  

Fotografate in primo piano estremo, quasi come se la fotocamera fosse proprio in mezzo a loro, le catastrofi di Sonja Braas non toccano la presenza umana, concentrandosi poco sull’effetto quanto sul fatto stesso. Immagini che rinunciano a qualsiasi intenzione narrativa, rappresentando i disastri nella loro bellezza spettacolare, come fossero immersi in un atmosfera estetica di tranquillità. 

L’osservatore è portato a chiedersi in che modo l’artista sia riuscita a scattare queste immagini e come abbia potuto spingersi così vicino al tornado e in che modo abbia posizionato la sua camera. Le immagini presentate dall’artista non provengono, infatti, da teatri di sconvolgenti catastrofi naturali, ma nascono nel suo atelier come modelli idealizzati del reale. Sonja Braas ci presenta delle fotografie di modelli di vulcani e tornado realizzati da lei stessa con straordinaria precisione, al fine di costruire immagini ideali e perfette che simulano eventi naturali.

«Le immagini, illuminate artificialmente da sorgenti luminose esistenti, sono state scattate in location in Virginia e Massachusetts. MI e MII sono immagini di set che ho costruito (fisicamente non digitalmente) nel mio studio a Brooklyn, New York».

Creare una reazione emotiva immediata è ciò che Braas immagina sulla modalità della fotografia. La parte centrale del suo lavoro è infatti generare sospetto nella percezione chi guarda.

Tutte le immagini sono di ©Sonja Braas, il post ha solo scopo didattico e divulgativo, le immagini non verranno usate per scopi commerciali.

Sitografia:

https://www.sonjabraas.com/

http://www.strozzina.org/manipulatingreality/braas.php

https://fotografiaartistica.it/sonja-braas-the-quiet-of-dissolution/

Articolo di Rossella Mele

Mostra di Benedetta San Rocco vincitrice del Premio Musa per fotografe

Con preghiera di diffusione

Buongiorno!

La vincitrice del Premio Nazionale Musa per fotografe 2022 esporrà il progetto vincitore presso Musa fotografia!

Siamo lieti di invitarvi alla serata!

Prima Classificata settore Progetto personale, Fotografia concettuale, Ricerca, Still life

Benedetta San Rocco con il progetto CHOCOLATE & DIRTY CLOTHES

Data Inaugurazione mostra da Musa Fotografia – Via Mentana, 6 Monza:

15 Dicembre ore 18.30

Data Inaugurazione mostra da Musa Fotografia – Via Mentana, 6 Monza:

15 Dicembre ore 18.30

PRESENTAZIONE DEL LAVORO

Antonio Pantalone lasciò l’Italia per cercare lavoro.

La sua vita fu perennemente sospesa tra due realtà: il luogo di lavoro straniero

e il piccolo paese d’origine in abruzzo.

Nel mezzo la dogana.

Lì l’immigrato Antonio non ha nulla da dichiarare. Solo “panni sporchi e cioccolata

per i bambini”.

Nel 1962 nel cantiere di Brugg cedette un rinforzo. Crollarono tonnellate di terra.

Dopo dodici ore di scavi, i soccorritori trovarono due persone,

una vittima e un sopravvissuto.

Antonio fece da scudo. Probabilmente salvò la vita ad Angelo Lezoli.

Come lui emigrato dall’Italia.

Angelo tornò a casa. Antonio no.

Antonio Pantalone era mio nonno e aveva 39 anni.

Io non l’ho mai conosciuto eppure la sua storia fa parte della mia.

Partendo da un’immagine mancante sono arrivata altrove: dal momento dell’incidente le strade della mia famiglia e quella dei Lezoli si sono divise, solo dopo una

lunga ricerca, io le ho intrecciate di nuovo in questo progetto.

È sempre stato desiderio di mia madre incontrare la persona che per ultima aveva visto vivo suo padre e che per ultima sicuramente aveva sentito la sua voce.

Dopo oltre cinquanta anni di infruttuose ricerche io sono riuscita a trovarla.

Ho sfogliato e risfogliato i quotidiani e i settimanali dell’epoca che parlavano dell’incidente e che mia madre custodiva gelosamente per cercare qualche indizio: lì

erano riportati solo la provincia di provenienza, Parma, e il nome di Angelo Lezoli ma, come quello di mio nonno, era stato trascritto male. Dopo numerosi tentativi,

tutti vani, sono riuscita a risalire al suo vero nome. Grazie a un database digitale di lapidi, ho riconosciuto il suo volto, che avevo imparato nel tempo a delineare

attraverso le fotografie di quei giornali, e anche se ormai era un viso diverso, invecchiato, non ho avuto alcun dubbio, e così mi sono messa in contatto con uno

dei figli.

Per questo lavoro ho scelto di utilizzare solo le immagini che ho trovato negli archivi delle nostre due famiglie. Attraverso i racconti di mia madre sono riuscita a

costruire un immaginario: ho collezionato frammenti, spazi interstiziali e dettagli impalpabili per raccontare un’assenza che si manifesta sempre, per riflettere su

quanto rimane a chi aspetta al di qua del confine.

Seguirà festa di chiusura per le vacanze natalizie di Musa

Aperitivo e scambio auguri.

STAMPA DELLA MOSTRA. La mostra sarà stampata presso Fotofabbrica, laboratorio di Piacenza, specializzato nella stampa fine art di fotografie.

Per informazioni www.musafotografia.it

CHOCOLATE & DIRTY CLOTHES Benedetta San Rocco

Elian Somers, Border Theories, l’utopia socialista

Elian Somers (Sprang-Capelle, NL, 1975), è una fotografa olandese che lavora a Rotterdam. Il suo background spazia dalle arti visive all’architettura avendo completato gli studi architettonici presso la Delf University ed il Master di Fotografia a St. Joost Academy di Breda nel 2007.[1] Nelle sue immagini Elian Somers indaga paesaggi utopici ed urbani ed analizza come questi siano influenzati da fondamenti ideologici e storici. I suoi ultimi lavori hanno come comune denominatore l’essere rappresentazione fotografica di realtà e verità appositamente costruite in cui storie nascoste ed esperimenti utopici vengono sapientemente intrecciati. In questi paesaggi si mescolano molteplici realtà, storie e verità.[2]

Il suo progetto a lungo termine più celebre è Border Theories realizzato tra il 2009 e il 2013. Qui, la fotografa, si interroga sull’utopia socialista e sulla scrittura e riscrittura della storia basata sui significati che vennero associati all’architettura all’interno del paesaggio urbano. Border Theories indaga sulla costruzione identitaria e sulla storia di tre esperimenti urbani nei confini remoti dell’ex Unione Sovietica: Birobidzhan, Kaliningrad e Yuzhno-Sakhalinsk. Questi esperimenti urbani hanno avuto origine da conflitti e guerre di confine, da luoghi chiusi e da forzati a spopolamento e successivo ripopolamento. Le storie di questi tre diversi luoghi sono aperte a molteplici interpretazioni: in particolare modo la storia ebraica, prussiana e giapponese nonché la narrativa storica sovietica. Quello che Elian Somers cerca di fare in questo lavoro è quello di capire come la pianificazione urbana e l’architettura possano essere impiegate come mezzi politici utili a scrivere e manipolare la storia del paesaggio. Nell’osservazione di questi paesaggi e nell’indagine storica le domande continuano a susseguirsi. Quale è la verità? Cosa è successo e cosa sta accadendo in queste zone? Quale è la realtà dei fatti? Il progetto di Elian Somers è composto da fotografie, materiale d’archivio e frammenti di articoli di giornale. I testi inseriti supportano la storia portando alla luce la varie diverse interpretazioni e le molte verità nascoste tra Birobidzhan, Kaliningrad e Yuzhno-Sakhalinsk.[3]

Border theories Kaliningrad – Elian Somers

Oltre a Border Theories Elian Somers ha realizzato diversi progetti che indagano la natura di paesaggi prettamente urbani: A Stone from the Moon (2015-ongoing), One and Another State of Yellow (2013-2017), California City (2010-2012) e Droom als er ooit een was / A Dream if Ever There Was One (2006-2008).[4]

Border Theories – KALININGRAD

Around 1200 km west of Moscow the city of Kaliningrad was founded on the ruins of the Prussian City of Köningsberg. Kaliningrad became the capital of the Kaliningrad Region along the Soviet-Polish border. In 1943, the Soviet regime defined East Prussia as being ‘original Slavic soil’ which had been the victim of German occupation for 700 years. In 1945, the Soviet Union liberated the Prussian city of Köningsberg. The architect Dmitrii Navalikhin envisioned the new city of Kaliningrad, as the embodiment of pre-war Russian history. The city was to become a reconstruction of Moscow, based on Moscow’s ring roads, skyscrapers and mediaval monuments. As the ‘native city’ for the new Soviet settler Kaliningrad was to be deeply rooted in Russian history.[5]

IMMAGINI PRESE DA

http://eliansomers.nl/border-theories-about.html

SITOGRAFIA

https://fotografiaartistica.it

  http://eliansomers.nl


[1] https://fotografiaartistica.it/border-theories-di-elian-somers/

[2] http://eliansomers.nl/about.html

[3] http://eliansomers.nl/border-theories-about.html

[4] http://eliansomers.nl/about.html

[5] http://eliansomers.nl/border-theories-detail.html?slide=15

Articolo di Ylenia Bonacina

Tutte le fotografia sono di © Hannes Meyer, il post ha solo scopo didattico e divulgativo.