Zoe Strauss, street photography al femminile

 

 

 

Zoe Strauss è una fotografa americana ed un candidato membro di Magnum Photos. Utilizza Philadelphia come ambientazione primaria e soggetto del suo lavoro. Il curatore Peter Barberie la identifica come street photographer, come Walker Evans o Robert Frank e ha detto “la donna e l’uomo della strada, desiderosi di essere ascoltati, sono alla base della sua arte”.

Il suo libro America è stato pubblicato nel 2008 da Ammo Books.

Nel 2006 il suo lavoro è stato incluso nella biennale del Whitney e la sua personale Ramp Project: Zoe Strauss è stata in mostra all’Institute of Contemporary Art, Philadelphia Nel 2012 le è stata dedicata una retrospettiva di metà carriera, Zoe Strauss: 10 Years, in mostra al Philadelphia Museum of Art e a New York, accompagnata a Philadelphia da un’esposizione di 54 manifesti con le sue fotografie.

La Strauss ha ricevuto un  Seedling Award dalla Leeway Foundation nel 2002 e una Pew Fellowship nel 2005, nel 2007 è stata nominata USA Gund Fellow e ha ricevuto un grant da $50,000 dalla United States Artists ed infine nel 2017 le è statta assegnata una Guggenheim Fellowship.

La Strauss è nata nel 1970 a Philadelphia. Suo apdre morì quando lei aveva 5 anni. E’ stata il primo componente della sua famiglia a diplomarsi alla High School. Per il suo trentesimo compleanno le venne regalata una macchina fotografica e cominciò a fotografare i quartieri della periferia di Philadephia.

Zoe Strauss tipicamente fotografa dettagli trascurati (o intenzionalmente evitati) con una prospettiva umanista e occhio per la composizione.

Nel 1995 ha dato inizio al Philadelphia Public Art Project, un’organizzazione la cui missione è di fornire accesso all’arte ai cittadini di Philadeplhia nella loro vita quotidiana. Lei definisce il preogetto “una narrazione epica” del suo vicinato. “Quando ho iniziato a fotografare, è stato come se da qualche parte nascosto nella mia mente, io stessi aspettando proprio quello”, ha affermato.

Tra il 2000 e il 2011, il lavoro fotografico della Strauss è culminato nello show “Under I-95”, che si tenne sotto la Interstate a South Philadelphia. Esibì le sue fotografie  su pilastri di cemento sotto l’autostrada e le vendette a $5 l’una.

Frequentemente scatta fotografie vicino a quella che era la casa dei suoi nonni. Le sue fotografie includono edifici abbandonati, parcheggi vuoti e sale congressi inutilizzate a South Philadelplhia, La Strauss definisce il suo lavoro come “una narrazione  sulla bellezza e la difficoltà della vita di tutti i giorni”.

Nel Luglio 2012 è stata nominata candidata dall’agenzia Magnun Photos.

Fonte: libera traduzione da Wikipedia

Questo è il suo sito personal.

Qua trovate un articolo apparso sul New Yorker all’epoca della retrospettiva 10 Years all’International center of Photography a NY.

Zoe Strauss (born 1970) is an American photographer and a nominee member of Magnum Photos. She uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Curator Peter Barberie identifies her as a street photographer, like Walker Evans or Robert Frank, and has said “the woman and man on the street, yearning to be heard, are the basis of her art.”

Her book America was published in 2008 by AMMO Books.

In 2006 her work was included in the Whitney Biennial and her solo exhibition, Ramp Project: Zoe Strauss, was shown at the Institute of Contemporary Art, Philadelphia. In 2012 a mid-career retrospective, Zoe Strauss: 10 Years, was shown at Philadelphia Museum of Art and in New York, accompanied in Philadelphia by a display of 54 billboards showing her photographs.

Strauss received a Seedling Award from the Leeway Foundation in 2002 and a Pew Fellowship in 2005, was named a 2007 USA Gund Fellow with a grant of $50,000 by United States Artists, and was awarded a Guggenheim Fellowship in 2017.

Strauss was born in 1970 in Philadelphia. Her father died when she was 5. She was the first member of her immediate family to graduate from high school. For her 30th birthday she was given a camera and started photographing in the city’s marginal neighborhoods. She is a photo-based installation artist who uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Strauss typically photographs overlooked (or purposefully avoided) details with a humanist perspective and eye for composure.

In 1995, Strauss started the Philadelphia Public Art Project, a one-woman organization whose mission is to give the citizens of Philadelphia access to art in their everyday lives. Strauss calls the Project an “epic narrative” of her own neighborhood. “When I started shooting, it was as if somewhere hidden in my head I had been waiting for this,” she has said.

Between 2000 and 2011, Strauss’s photographic work culminated in a yearly “Under I-95” show which took place beneath the Interstate in South Philadelphia. She displayed her photographs on concrete pillars under the highway and sold them for $5 each.

She frequently photographs near her grandparents’ former home at 16th and Susquehanna. Her photographs include shuttered buildings, empty parking lots and vacant meeting halls in South Philadelphia. Strauss says her work is “a narrative about the beauty and difficulty of everyday life.”

In July 2012 Strauss was elected into the Magnum Photos agency as a nominee.

Source: Wikipedia

Una nuova autrice Mu.Sa.: Alessandra Calò

Ciao a tutti,

la fotografa che vi presentiamo oggi si chiama Alessandra Calò. Le sue opere sono davvero particolari, al confine tra fotografia e arte contemporanea.

Date un’occhiata!

Kochan

Un corpo è un territorio da esplorare, ma non sempre disponiamo delle coordinate giuste e spesso vaghiamo in un percorso di prove ed errori, alla ricerca della nostra identità. Ogni luogo incontrato apre nuove possibilità di essere e diventare: superati i limiti, le strade già battute, l’essenza può emergere in tutta la propria forza, vergine come una terra di frontiera.
 A ciascuno di noi spetta il compito di vagare per riconoscerci negli scogli, negli angoli e nei sensi vietati, così da rientrare a casa trasfigurati e sconvolgenti per chi vorrebbe ritorni più familiari.
Fossimo come le piante incapaci di muoversi, smetteremmo di trasformarci ad ogni passo battuto sul selciato.

 

Bio

Alessandra Calò crea opere fra l’arte contemporanea e la fotografia. Nei suoi lavori, riporta alla luce antiche tecniche di stampa e reinterpreta materiali preesistenti quali ritratti di famiglia e documenti d’archivio.

Tra i suoi progetti ricordiamo: Gli oggetti ci parlano, commissionato dai Musei Civici di Reggio Emilia per l’installazione curata dall’architetto Italo Rota durante il festival Fotografia Europea (2013); Officine Meccaniche Reggiane, commissionato dal Comune di Reggio Emilia per l’inaugurazione del Tecnopolo e segnalato dalla Giuria Internazionale del Premio Celeste (2014); Inventario Equestre, commissionato dalla Fondazione Giovanni Lindo Ferretti in occasione dello spettacolo “Saga – Il canto dei canti”, ed esposto presso i Chiostri Benedettini di San Pietro di Reggio Emilia (2015); Diplopia, esposto per Les Rencontres d’Arles (2015); NDT No Destructive Testing esposto presso l’Università di Nimes (2016) e vincitore di Confini.
Nel 2014 viene invitata dall’artista tedesco Roman Kroke a collaborare per il progetto The Dance of Resistance – Adolf Reichwein, a biography in movement per la State Ballet School of Berlin;  vince la sezione OFF di Fotografia Europea con il progetto Secret Garden, successivamente esposto in gallerie, festival e fiere internazionali (Unseen, Amsterdam; Carrousel du Louvre, Parigi; OnPhotography, Locarno, Svizzera; Open House, Roma) e aggiudicandosi Premio O.R.A. (2015) e Combat Prize (2016).
Nel 2015 riceve l’incarico dal Comitato Scientifico di Fotografia Europea (Walter Guadagnini, Elio Grazioli, Diane Dufour) di produrre un’opera ispirata ai 50 anni dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Il progetto, denominato Fotoscopia, viene inserito nel circuito ufficiale del Festival ed esposto presso la Galleria Parmeggiani. Lo stesso, arriva tra le opere finaliste del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee e successivamente esposto nella storica galleria svizzera ConsArc, grazie alla quale viene acquisito dalla Fondazione Artphilein di Lugano.
Nel 2017 viene invitata dall’Ambasciata Italiana in residenza d’artista a Madrid presso l’Istituto Italiano di Cultura; riceve la Menzione d’Onore all’ IPA – International Photographic Award – con l’opera Les Inconnues; viene invitata al Festival di fotografia contemporanea Circulations, presso la galleria Cetequatre di Parigi, vincendo il Premio Editoriale Tribew con il progetto Kochan.
Parallelamente alle sue ricerche artistiche, lavora come fotografa freelance nel campo commerciale o curando la fotografia per altri artisti. Alcune interviste e progetti sono stati pubblicati su importanti riviste di settore (Images, Private Magazine, Tableau, Rivista Segno, Artribune, Art Revenant, Exibart, Espoarte, Juliet) ed alcune Opere vengono scelte per servizi pubblicati su riviste di lifestyle e informazione (Marie Claire Maison, Abitare, Elle Decoration, Left, Vogue, L’Espresso, Tustyle, Schoener-Wohnen, D Repubblica).

Conoscete questa fotografa spagnola?

Ciao a tutti,

oggi vi voglio presentare questa fotografa spagnola, i cui lavori mi hanno colpito molto. Qua ne trovate solo una selezione, ma guardate il suo sito perché ce ne sono davvero molti e tutti interessanti.

Mi piace davvero molto questo suo modo di mischiare realtà e finzione, stando in bilico tra documentazione e storytelling. A voi?

Anna

 

Cristina de Middel (nata nel 1975 ad Alicante, Spagna) è una fotografa documentaria e artista che vive e lavora a Londra.

Nel suo primo libro, The Afronauts, la de Middel mescola miti e fatti, realtà e finzione. Nel 1964, dopo aver ottenuto l’indipendenza, lo Zambia diede inizio ad un programma spaziale per inviare il primo astronauta africano sulla luna. LA De Middel accompagna le sue belle fotografie a colori con documenti manipolati, disegni e riproduzioni di lettere, presentandole quasi come folclore mischiato ad illustrazioni di moda e disegni tecnici.

Cristina De Middela ha ottenuto un Master in Fotografia alla University of Oklahoma (2000), una laurea in Belle Arti all’Università di Valencia, Spagna (2001) e una laurea in fotogiornalismo alla Polytechnic University  di Barcellona, Spangna (2002). Oltre a svolgere i suoi progetti personali, la De Middel ha lavorato per riviste quali Esquire e Foam e per diverse NGO. Il suo lavoro le è valso il National Prize for Photojournalism Juan Cancelo (2009), il Fnac’s photographic talent (2009) and il Women in Photography Humble Arts Project Grant (2011). E’ stata finalista alla Open Call GuatePhoto, Guatemala (2012), vincitrice al PhotoPholio del festival Recontres de la Photographie, Arles, nel 2012, diove è poi tornata come artista partecipante l’anno successivo.

E’ stata anche finalista al premio Deutsche Börse Photography e ha vinto l’Infinity Award dell’International Center of Photography di New York per la migliore pubblicazine nel 2012. L’ultimo libro di Cristina De Middel, “Party” si è aggiudicato il premio come miglior libro di fotografia nella categoria International a PhotoEspaña 2014.

Fonte: libera traduzione da Spanish Contemporary Art Network

Questo è il suo sito, date un’occhiata a tutti i suoi lavori: http://www.lademiddel.com/

Qua trovate un’intervista rilasciata a Vogue nel 2013

 

Cristina de Middel (born in 1975 in Alicante, Spain) is a documentary photographer and artist who lives and works in London, UK

In her first book, The Afronauts, De Middel engages with myths and facts, reality and fiction. In 1964, after gaining independence, Zambia initiated a space program to send the first African astronaut to the moon. De Middel accompanies her beautiful color photographs with manipulated documents, drawings and reproductions of letters, presenting them as almost folkloric inlaid with fashion illustrations and technical drawings.

Cristina De Middel holds a Masters in Photography from the University of Oklahoma (2000), has a degree in Fine Arts from the University of Valencia, Spain (2001), and has a degree in Photojournalism at the Polytechnic University of Barcelona, Spain (2002). In addition to personal projects, De Middel has worked for publications such as Esquire and Foam and various NGOs. Her work has been recognized with the National Prize for Photojournalism Juan Cancelo (2009), Fnac’s photographic talent (2009) and Women in Photography Humble Arts Project Grant (2011). She was finalist in the Open Call GuatePhoto, Guatemala (2012), winner of PhotoPholio in Recontres de la Photographie, Arles, in 2012 and returned there as a participating artist the following year. She was also a finalist of Deutsche Börse Photography prize and got the Infinity Award from the International Center of Photography in New York for the best publication of 2012. The last book by Cristina De Middel, “Party” received the award for best photography book International category in PhotoEspaña 2014.

Source: Spanish Contemporary Art Network

Website: http://www.lademiddel.com/

Nell’era dei selfie, vi presento Cindy Sherman

L’artista che vi voglio presentare oggi è Cindy Sherman, famosa per i suoi autoritratti pop e dissacranti, che prendono spesso di mira gli stereotipi femminili. Una grande.

Buona visione

Anna

 

 

 

Cindy Sherman (Glen Ridge, 19 gennaio 1954) è un’artista, fotografa e regista statunitense, conosciuta per i suoi autoritratti concettuali (self-portrait).

Poco tempo dopo la sua nascita, la famiglia lasciò il New Jersey per trasferirsi a Huntington, Long Island. Cindy Sherman cominciò a interessarsi di arti visive già al college (SUNY Buffalo), dove cominciò a dedicarsi alla pittura, che però abbandonò presto per dedicarsi alla fotografia. Insieme a Longo (Compagno di studi), a Charls Clough e altri artisti fonda la galleria d’arte Hallwalls. Per un breve periodo si focalizza sulla pittura dipingendo in maniera realista copie di foto tratte da riviste e ritratti. Quando in America ci fu la contestazione femminile, Sherman si appropria dello stereotipo maschilista della donna sensuale, lo interpreta in prima persona per riutilizzarlo in chiave ironica. Usa lo stereotipo per eliminare lo stereotipo.

Nel 1995, Sherman ha ricevuto uno dei prestigiosi premi MacArthur Fellowships, conosciuti come “Genius Awards.” Nel 2006 ha creato una serie di pubblicità di moda per il designer Marc Jacobs. Nell’autunno del 2011 MAC, azienda leader nella produzione di cosmetici professionali, esce con una collezione i cui poster pubblicitari ufficiali sono delle caratterizzazioni della Sherman.

Attualmente lavora a New York.

Sherman produce serie di opere, fotografando se stessa in una varietà di costumi. In serie recenti, datate 2003, si presenta come clown. Sebbene la Sherman non consideri il proprio lavoro femminista, molte delle sue serie di fotografie, come “Centerfolds,” (1981), richiamano l’attenzione sullo stereotipo della donna come appare nella cinematografia, nella televisione e sui giornali.

Cindy Sherman non manipola in alcun modo le sue foto. all’estremità opposta c’è invece la fotografia composta e manipolata, resa finzione. Questa strategia crea una finzione attraverso l’apparenza di una realtà senza soluzione di continuità; la Sherman adotta questo modo al fine di esporre una finzione filmica tramite una serie di fotografie usate come fotogrammi di una pellicola cinematografica.

Le fotografie della donna sono il ritratto di se stessa, nelle quali appare travestita recitando un ruolo. L’ambiguità narrativa è parallela all’ambiguità di se stessa, poiché Cindy Sherman è sia attrice che creatrice della foto. Le immagini create sono tutte riguardanti alcuni stereotipi femminili.

Il ciclo “Untitled Film Stills”
Gli Untitled Film Stills costituiscono una serie fotografica di 69 immagini in bianco e nero e di piccolo formato. Sherman è sia la “regista” che l’attrice protagonista della serie, all’interno della quale intende evocare gli immaginari cinematografici degli anni Cinquanta e Sessanta. Sherman mette a confronto le immagini del cinema hollywoodiano (in particolare del film di serie B e dei film noir) con le immagini del cinema europeo, riproducendone in entrambi i casi gli aspetti meramente visivi.

Gli Untitled Film Stills riproducono gli immaginari del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta e secondo l’artista stessa non si riferiscono esclusivamente al cinema hollywoodiano. L’artista infatti cerca di inserire aspetti visivi del cinema europeo per contrapporli agli schemi del cinema americano. La serie prende in considerazione il cinema come schema di pensiero collettivo e come produttore di immaginario; le immagini generano un doppio livello di finzione che riproducono l’immaginario già di per sé fittizio del cinema.[3] Il fatto interessante nella prima fase di studio della Sherman è il suo voler preservare l’aura e lo stile di autori come Hitchcock, Antonioni e la corrente del neorealismo. L’autrice svolge un’attività di ricerca prendendo come riferimento Greta Garbo, il cinema est-europeo, il cinema muto e il cinema horror. L’immagine prodotta dalla Sherman è una riproduzione del fotogramma cinematografico. utilizzato come un’immagine sospesa; ovviamente, essa fa parte di una serie che produce una specie di narrazione cinematografica volutamente immobilizzata. Nel periodo dell’appropriation art, la riproduzione delle immagini e gli immaginari del cinema sono da intendere come unico riferimento collettivo alla realtà: è proprio ciò che Sherman fa con le sue fotografie, che sfidano il limite della loro esistenza oggettiva, tanto da rendere sfumato il confine con le immagini mediatiche. Possiamo ritrovare nello Still del fotogramma la compresenza di movimento e immobilità. Il fotogramma filmico introduce la frammentazione delle immagini, che non possono quasi mai essere percepite in modo isolato ed impongono allo spettatore di essere osservate nell’insieme. Gli Untitled Film Stills costituiscono un oggetto ambiguo. Essi mimano le fotografie pubblicitarie di film inesistenti costituendone l’unico fotogramma; c’è un’ispirazione generica agli stereotipi hollywoodiani ma nessuna citazione diretta. Emerge un processo di elaborazione dell’identità post-moderna intesa come costruzione immaginaria attraverso concetti di distanza e di sdoppiamento. Le immagini prodotte da Cindy Sherman non si riferiscono a nessun film in particolare, ma si riferiscono all’immaginario cinematografico collettivo e per questo sono definite simulacri: il concetto di ‘originale’ viene meno, proprio in virtù di questa produzione di immagini che nascono come copie prive di una matrice. Nella serie degli Untitled Film Stills, al di là dei riferimenti delle immagini dei libri da lei acquistati e dei suo studi, si serve della sua realtà. Permettendo che altre persone scattino le foto, la Sherman ha la possibilità di tagliarle, modificarle e dare alle immagini la forma voluta. Oltre che nei lavori della Sherman, anche in quelli di Richard Prince e Robert Longo, assume piena centralità l’idea del Film Still come nucleo di narrazione ipotetica da contrapporre e sostituire a quella dei media.

Negli Untitled Film Stills Cindy Sherman, vuole presentare i vari aspetti della donna tramite alcuni scatti. Le immagini che propone, forzano lo spettatore a “spezzare” l’immagine e l’identità che le donne sperimentano ogni volta. Ogni immagine avvicina lo spettatore a costruire la natura della donna, ma allo stesso tempo, avvicinandosi così tanto all’identità femminile, indebolisce questo tipo di costruzione (Stereotipo). C’è una dualità nelle opere della Sherman: da una parte, il fantasticare su ciò che mostra l’immagine, dall’altra la rappresentazione stessa della fotografia. Cindy Sherma, mostrando i tipi di donna e di femminilità, ci offre lo stile di visualizzazione e simultaneamente il tipo di femminilità: questi due aspetti sono inscindibili. L’osservatore non vede la rappresentazione della donna, ma la donna stessa, in quanto l’immagine diviene surrogato della realtà. Ogni posa ed espressione facciale sembrano esprimere un’immisurabile interiorità e una totale identità femminile. I frame congelano i momenti della performance e il senso della personalità è intrappolato nell’immagine stessa; l’espressione facciale è quasi un’impressione della situazione, ed il volto registra una data reazione. Alcune Stills rendono questo concetto molto esplicito (Untitled #96). Esattamente come succede in generale nei media, l’immagine di una donna in lacrime può essere usata per mostrare i sentimenti che determinanti eventi scaturiscono nell’essere umano; è l’evento che dona al viso l’espressione. Untitled Film Stills da definizione ad un momento preciso nella narrativa; in ogni Stills le donne ritratte suggeriscono qualcosa di profondo oltre a loro stesse, non sono mai complete. Non sono necessariamente parte del processo ideologico. Sherman utilizza nelle Stills alcuni dettagli, come ad esempio le labbra socchiuse, che danno un nuovo senso all’erotismo, mostrandone tutta la vulnerabilità al contrario di quello che accade nelle scene di sesso esplicito presenti in alcuni film horror, in cui le donne sono ritratte terrorizzate in posizioni vulnerabili. La vulnerabilità è sempre erotica. Le eroine della Sherman danno sempre l’idea di una donna vulnerabile e spaventata. Cindy Sherman si appropria anche della nostalgia, così come di altri elementi importanti per comporre il suo lavoro.

Un’altra particolarità delle Stills è quella della sessualità ambigua, sottolineata dal comparare le immagini in cui la “modella” è vestita con abiti prima maschili, poi femminili. Ci sono alcuni elementi che producono una lettura mascolina dell’immagine (Stills #112).

La femminilità ha diverse sfaccettature che danno l’idea di una superficie profonda e totale, le donne non devono rimanere intrappolate dietro questa superficie. Il lavoro di ritrattista della Sherman è una parodia dell’immagine che danno i media della donna.

Untitled Film Stills è una vera riorganizzazione e ricodificazione, non è un lavoro che si ferma alla critica della costruzione dell’io, ma una riaffermazione del post moderno; la costruzione si basa su film inesistenti. La sua opera è una rivelazione di stereotipi; imita il look di vari generi cinematografici e non c’è mai la Cindy Sherman reale in queste fotografie.

Dalla metà degli anni sessanta alla fine degli anni settanta, si verificano cambiamenti significativi nel campo delle arti visive e del cinema, e di conseguenza anche il lavoro della Sherman cambia, accentuando un rigore minimalista. In questo decennio inizia una nuova fase di produzione dell’autrice: il modo operativo di lavoro comincia a prendere una direzione più precisa, ricordando il suo lavoro precedente in cui cercò di salvare l’aura degli autori che aveva preso come riferimento. In questa nuova fase lavora con attrici famose come Brigitte Bardot nella Still #13, Jeanne Moreau nella #16 e Sophia Loren nella #35.

Altri lavori
Nel ciclo “A Play of Selves” lavora (richiamando lo stile di Duchamp) sul cambiamento di identità e sull’ analisi delle definizioni dell’apparenza e del genere dettate dai fotografi. Compare sola nelle sue fotografie, giocando con travestimenti, amatorialità e ricerca di sé stessi intesi come diverse entità, rimandando alla fragilità dell’ io di fronte ai meccanismi di identificazione e di riconoscimento sociale. Nel 1975 con il ciclo “Untitled A B C D” lavora sul proprio viso come tela, utilizzando trucco e accessori per assumere connotati diversi.

La sua non è un’indagine su se stessa come quella portata avanti da Francesca Woodman, ma un lavoro sull’identità in generale. Parla di sé stessa con distacco e lavorando su gli stereotipi e sui modelli. Si pensi al ciclo “Bus Rider”, in cui la Sherman reinterpreta con il gioco dei travestimenti le diverse tipologie di persone intente ad aspettare l’autobus, o al ciclo”Hollywood”, in cui lavora sui cosiddetti falliti, quegli individui cioè che hanno mancato il sogno americano; questo lavoro comprende quindi anche una riflessione sul patetico dei sogni che non si riescono a realizzare.

Lavoro molto importante è “Untitled film stills” in cui la Sherman ricrea dei fotogrammi cinematografici, mettendo in scena un’azione o uno stereotipo femminile del cinema americano. Nel 1980 presenta “Rear Screen Projection” in cui si fotografa su vari sfondi proiettati alle sue spalle, usati anche come fonte luminosa per lo scatto.

La Sherman lavora anche nel campo della moda, collaborando nel 1983 con la rivista Interview, Marc Jacobs, e Jurgen Teller; riprende poi il mondo della moda nel ciclo “Centerfold/Horizontals”, in cui reinterpreta delle pagine pubblicitarie, mettendole in scena. nel 1989 con il ciclo “ritratti storici e antichi maestri” si ricollega alla storia dell’arte, incarnando modelli immaginari della storia della pittura.

Dal 1985 con il ciclo “Fairytales”, e “Disasters” la Sherman introduce nel suo lavoro un nuovo elemento, che diventerà poi quasi una costante: i manichini; inizialmente usati per richiamare in maniera grottesca il mondo dei giocattoli, saranno i protagonisti nel ciclo “Sex pictures”, in cui vengono scomposti e utilizzati per reinterpretare scene hard.

 Qua trovate un’intervista pubblicata poco tempo fa su Repubblica.

Fonte “Wikipedia”

Cynthia Morris “Cindy” Sherman (born January 19, 1954) is an American photographer and film director, best known for her conceptual portraits. In 1995, she was the recipient of a MacArthur Fellowship.

She was born in Glen Ridge, New Jersey, the youngest of five children. Shortly after her birth, her family moved to the township of Huntington, Long Island, where her father worked as an engineer for Grumman Aircraft. Her mother taught reading to children with learning difficulties.

Sherman became interested in the visual arts at Buffalo State College, where she began painting. Frustrated with what she saw as the medium’s limitations, she abandoned the form and took up photography. “[T]here was nothing more to say [through painting]”, she later recalled. “I was meticulously copying other art and then I realized I could just use a camera and put my time into an idea instead.”Sherman has said about this time: “One of the reasons I started photographing myself was that supposedly in the spring one of my teachers would take the class out to a place near Buffalo where there were waterfalls and everybody romps around without clothes on and takes pictures of each other. I thought, ‘Oh, I don’t want to do this. But if we’re going to have to go to the woods I better deal with it early.’ Luckily we never had to do that.” She spent the remainder of her college education focused on photography. Though Sherman had failed a required photography class as a freshman, she repeated the course with Barbara Jo Revelle, whom she credits with introducing her to conceptual art and other contemporary forms. At college she met Robert Longo, who encouraged her to record her process of “dolling up” for parties.

In 1974, together with Longo, Charles Clough and Nancy Dwyer, she created Hallwalls, an arts center intended as a space that would accommodate artists from diverse backgrounds. Sherman was also exposed to the contemporary art exhibited at the Albright-Knox Art Gallery, the two Buffalo campuses of the SUNY school system, Media Studies Buffalo, and the Center for Exploratory and Perceptual Arts, and Artpark, in nearby Lewiston, N.Y.

It was in Buffalo that Sherman encountered the photo-based Conceptual works of artists Hannah Wilke, Eleanor Antin, and Adrian Piper.[11] Along with artists like Laurie Simmons, Louise Lawler, and Barbara Kruger, Sherman is considered to be part of the Pictures Generation.

Sherman works in series, typically photographing herself in a range of costumes. To create her photographs, Sherman shoots alone in her studio, assuming multiple roles as author, director, make-up artist, hairstylist, wardrobe mistress, and model.

Early work
Bus Riders (1976–2000) is a series of photographs that feature the artist as a variety of meticulously observed characters. The photographs were shot in 1976 for the Bus Authority for display on a bus. . Sherman uses costumes and make-up to transform her identity for each image, the cutout characters were lined up along the bus’s advertising strip. Other early works involved cutout figures, such as the Murder Mystery and Play of Selves.

In her landmark photograph series, the Untitled Film Stills, (1977–80), Sherman appeared as B-movie and film noir actresses. When asked if she considers herself to be acting in her photographs, Sherman said, “I never thought I was acting. When I became involved with close-ups I needed more information in the expression. I couldn’t depend on background or atmosphere. I wanted the story to come from the face. Somehow the acting just happened.”

Many of Sherman’s photo series, like the 1981 Centerfolds, call attention to the stereotyping of women in films, television and magazines. When talking about one of her centerfold pictures Sherman stated, “In content I wanted a man opening up the magazine suddenly look at it with an expectation of something lascivious and then feel like the violator that they would be looking at this woman who is perhaps a victim. I didn’t think of them as victims at the tim… Obviously I’m trying to make someone feel bad for having a certain expectation”.

She explained to the New York Times in 1990, “I feel I’m anonymous in my work. When I look at the pictures, I never see myself; they aren’t self-portraits. Sometimes I disappear.” She describes her process as intuitive, and that she responds to elements of a setting such as light, mood, location, and costume, and will continue to change external elements until she finds what she wants. She has said of her process, “I think of becoming a different person. I look into a mirror next to the camera…it’s trance-like. By staring into it I try to become that character through the lens … When I see what I want, my intuition takes over—both in the ‘acting’ and in the editing. Seeing that other person that’s up there, that’s what I want. It’s like magic.”

The Untitled Film Stills
The series Untitled Film Stills, 1977–1980, with which Cindy Sherman achieved international recognition, consists of 69 black-and-white photographs. The artist poses in different roles and settings (streets, yards, pools, beaches, and interiors), producing a result reminiscent of stills typical of Italian neorealism or American film noir of the 1940s, 1950s and 1960s. She avoided putting titles on the images to preserve their ambiguity.Modest in scale compared to Sherman’s later cibachrome photographs, they are all 8 1/2 by 11 inches, each displayed in identical, simple black frames. Sherman used her own possessions as props, or sometimes borrowed, as in Untitled Film Still #11 in which the doggy pillow belongs to a friend. The shots were also largely taken in her own apartment. The Untitled Film Stills fall into several distinct groups:

The first six are grainy and slightly out of focus (e.g. Untitled #4), and each of the ‘roles’ appears to be played by the same blonde actress.
The next group was taken in 1978 at Robert Longo’s family beach house on the north fork of Long Island. (Sherman met Longo during her sophomore year, and they were a couple until late 1979)
Later in 1978, Sherman began taking shots in outdoor locations around the city. E.g. Untitled Film Still #21
Sherman later returned to her apartment, preferring to work from home. She created her version of a Sophia Loren character from the movie Two Women. (E.g. Untitled Film Still #35 (1979))
She took several photographs in the series while preparing for a road trip to Arizona with her parents. Untitled Film Still #48 (1979), also known as The Hitchhiker, was shot by Sherman’s father at sunset one evening during the trip.
The remainder of the series was shot around New York, like Untitled #54, often featuring a blonde victim typical of film noir.
She eventually completed the series in 1980, stopping, she has explained, when she ran out of clichés. In December 1995, the Museum of Modern Art, New York, acquired all sixty-nine black-and-white photographs in Sherman’s Untitled Film Stills series for an estimated $1 million.

1980s
In addition to her film stills, Sherman has appropriated a number of other visual forms— the centerfold, fashion photograph, historical portrait, and soft-core sex image. These and other series, like the 1980s Fairy Tales and Disasters sequence, were shown for the first time at the Metro Pictures Gallery in New York City.[citation needed]

During the 1980s Sherman began to use colour film, to exhibit very large prints, and to concentrate more on lighting and facial expression. It was with her series Rear Screen Projections, 1980, that Sherman switched from black-and-white to color and to clearly larger formats. Centerfolds/Horizontals, 1981, are inspired by the center spreads in fashion and pornographic magazines. The twelve (24 by 48 inches) photographs were initially commissioned — but not used — by Artforum’s Editor in Chief Ingrid Sischy for an artist’s section in the magazine. Close-cropped and close up, they portray young women in various roles, from a sultry seductress to a frightened, vulnerable victim who might have just been raped.She poses either on the floor or in bed, usually recumbent and often supine. Due to the artist’s proximity to the camera and to the larger-than-life scale she assumes in the prints, her corporeal presence is emphasized. About her aims with the self-portraits, Sherman has said: “Some of them I’d hope would seem very psychological. While I’m working I might feel as tormented as the person I’m portraying.”

In 1982, Sherman began her Pink Robes series which includes Untitled #97, #98, #99 and #100. These self-portraits feature a pink chenille bathrobe which she is either holding or wearing. The slightly larger than life-size photographs were shot closeup so that the artist entirely fills the frame. Sherman has explained: ‘I was thinking of the idea of the centerfold model. The pictures were meant to look like a model just after she’d been photographed for a centerfold. They aren’t cropped, and I thought that I wouldn’t bother with make-up and wigs and just change the lighting and experiment while using the same means in each.’ The Pink Robes, stripped of all theatrical or cinematic references, present portraits which many critics have interpreted as revealing the ‘real’ Cindy Sherman. However this reading must take account of the several Cindy Shermans operating to produce the image, including Sherman-the-director, the lighting assistant, the photographer and the model. The artist’s concealment of her body and her direct gaze at the camera result in images which frustrate any desire on the viewer’s part for possession through visual knowledge, as is supplied, albeit in an illusory form, by a traditional centrefold photograph. The portraits depict a woman in a situation which implies vulnerability, but the decreasing light and Sherman’s increasingly hostile expression suggest that she protects herself by retreating into the dark shadows out of which she looks defiantly back at the viewer, refusing objectification. The large scale of the photographs confers an iconic power to these images of a woman resisting physical and psychological exploitation of the male gaze.

In Fairy Tales, 1985, and Disasters, 1986–1989, Cindy Sherman uses visible prostheses and mannequins for the first time. Provoked by the 1989 NEA funding controversy involving photographs by Robert Mapplethorpe and Andres Serrano at the Corcoran Gallery of Art, as well as the way Jeff Koons modeled his porn star wife in his “Made in Heaven” series, Sherman produced the Sex series in 1989. For once she removed herself from the shots, as these photographs featured pieced-together medical dummies in flagrante delicto.

Between 1989 and 1990, Sherman made 35 large, color photographs restaging the settings of various European portrait paintings of the fifteenth through early 19th centuries. Under the title History Portraits Sherman photographed herself in costumes flanked with props and prosthetics portraying famous artistic figures of the past, like Raphael’s La Fornarina, Caravaggio’s Sick Bacchus and Judith Beheading Holofernes, or Jean Fouquet’s Madonna of Melun.

1990s
Sex Pictures
Sherman uses prosthetic limbs and mannequins to create her Sex Pictures series (1992). Hal Foster, an American art critic, describes Sherman’s Sex Pictures in his article Obscene, Abject, Traumatic as “[i]n this scheme of things the impulse to erode the subject and to tear at the screen has driven Sherman […] to her recent work, where it is obliterated by the gaze.”  Moreover, Abigail Solomon- Godeau, a photo critic who taught art history at the University of California, illustrates Sherman’s work in Suitable for Framing: The Critical Recasting of Cindy Sherman. Solomon-Godeau writes, “[Sherman’s] pictures have struck many viewers as centrally concerned with the problematics of femininity (as role, as image, as spectacle); more recent interpretation now finds them redolent with allusion to “our common humanity,” revealing “a progression through the deserts of human condition.”  Reviewer Jerry Saltz told New York magazine that Sherman’s work is “[f]ashioned from dismembered and recombined mannequins, some adorned with pubic hair, one posed with a tampon in vagina, another with sausages being excreted from vulva, this was anti-porn porn, the unsexiest sex pictures ever made, visions of feigning, fighting, perversion. … Today, I think of Cindy Sherman as an artist who only gets better.”Commentator Greg Fallis of Utata Tribal Photography describes Sherman’s Sex Pictures series and her work as follow: “[t]he progression of her work reflects more than a progression of ideology. It also demonstrates a progression in approach. Sherman’s initial photographs used relatively few props—just clothing. As her photographs became more sophisticated, so did her props. During her Centerfold series, she began to incorporate prosthetic body part culled from the pages of medical educational catalogs. Each new series tended to utilize more prosthetics and less of Sherman herself. By the time she began the Sex Pictures series, the photographs were exclusively of prosthetic body parts. With her Sex Pictures Sherman posed medical prostheses in sexualized positions, recreating—and strangely modifying—pornography. They are a comment on the intersection of art and taste, they are a comment on pornography and the way porn objectifies the men and women who pose for it, they are a comment on social discomfort with overt sexuality, and they are a comment on the relationship between sex and violence. Yet the emphasis is still on creating a striking image that seems simultaneously familiar and strange.” Utata’s Sunday Salon

2000s
Between 2003 and 2004, Sherman produced the Clowns cycle, where the use of digital photography enabled her to create chromatically garish backdrops and montages of numerous characters. Set against opulent backdrops and presented in ornate frames, the characters in Sherman’s 2008 untitled Society Portraits are not based on specific women, but the artist has made them look entirely familiar in their struggle with the standards of beauty that prevail in a youth- and status-obsessed culture.

Her exhibition at the Museum of Modern Art in 2012 also presented a photographic mural (2010–11) that represents the artist’s first foray into transforming space through site-specific fictive environments. In the mural, Sherman transforms her face digitally, exaggerating her features through Photoshop by elongating her nose, narrowing her eyes, or creating smaller lips. Based on a 32-page insert Sherman did for POP using vintage clothes from Chanel’s archive, a more recent series of large-scale pictures from 2012 depict outsized enigmatic female figures standing in striking isolation before ominous painterly landscapes the artist had photographed in Iceland during the 2010 eruptions of Eyjafjallajökull and on the isle of Capri.

Fashion
Sherman’s career has also included several fashion series. In 1983, fashion designer and retailer Dianne Benson commissioned her to create a series of advertisements for her store, Dianne B., that appeared in several issues of Interview magazine. That same year, French fashion house Dorothée Bis offered its own clothes for a series to appear in French Vogue. The images Sherman created for these two ‘fashion shoots’ are the antithesis of the glamorous world of fashion. The model in the photographs appears silly, angry, dejected, exhausted, abused, scarred, grimy and psychologically disturbed. Sherman also created photographs for an editorial in Harper’s Bazaar in 1993. In 1994, she produced the Post Card Series for Comme des Garçons for the brand’s autumn/winter 1994–95 collections in collaboration with Rei Kawakubo.

In 2006, she created a series of fashion advertisements for designer Marc Jacobs. The advertisements themselves were photographed by Juergen Teller and released as a monograph by Rizzoli. For Balenciaga, Sherman created the six-image series Cindy Sherman: Untitled (Balenciaga) in 2008; they were first shown to the public in 2010. Also in 2010, Sherman collaborated on a design for a piece of jewelry.

In 2011, cosmetic giant M.A.C. picked Sherman as the face of their fall line. In the three images of the campaign, Sherman uses the line to completely alter her look appearing as a garish heiress, a doll-like ingénue and a full-on clown

Source “Wikipedia”

Martina Bacigalupo, Agence Vu.

 

Martina Bacigalupo è nata nel 1978 a Genova.

Dopo aver studiato letteratura e filosofia in Italia, ha studiato fotografia al London College of Printing. Nel 2005 ha vinto il Black & White Photographer of the Year Award e ha frequentato la Reflexion Masterclass a Parigi.

Negli ultimi 4 anni Martina ha lavorato come fotografa freelance in Africa Orientale, prevalentemente in Burundi, sui suoi progetti personali e collaborando con varie ONG internazionali (Human Rights Watch, Amnesty International, Médecins Sans Frontières, Care, Handicap International).

I suoi lavori sono stati pubblicati, tra gli altri, su Internazionale, Esquire, Sunday Times Magazine, Elle, Jeune Afrique, Io Donna.

Martina è stata selezionata nel 2008 per la Joop Swartt Masterclass e ha vinto il premio Amilcare Ponchielli Grin nel 2009. Nel 2010 si è aggiudicata il Canon Female Photojournalist Award.

E’ un membro dell’Agence Vu di Parigi.
Qua il suo sito e qua il suo profilo su Agence VU

Martina Bacigalupo was born in 1978 in Genova.

After reading literature and philosophy in Italy, she studied photography at the London College of Printing. In 2005 she won the Black & White Photographer of the Year Award, and joined Reflexion Masterclass in Paris.

For the past four years Martina has been working as a freelance photographer in East Africa, mainly based in Burundi, working on personal projects and collaborating with different international NGOs (Human Rights Watch, Amnesty International, Médecins Sans Frontières, Care, Handicap International).

Her work has been published, among others, on Internazionale, Esquire, Sunday Times Magazine, Elle, Jeune Afrique, Io Donna.

Martina was selected for the 2008 Joop Swartt Masterclass and won the Amilcare Ponchielli Grin Award in 2009. In 2010 she was awarded the Canon Female Photojournalist Award.

She is member of Agence Vu in Paris.

Here her website and here her profile on Agence VU

Anna

Annalisa Marchionna, nuova autrice Mu.Sa.

 

La sposa del mare

Anna Maria ha 80 anni, vive a Casalbordino, piccolo borgo abruzzese, nel centro Italia. Ha dedicato tutta la sua vita al mare, una delle prime e poche donne ad avere una regolare licenza da pesca più di 50 anni fa. Ancora oggi affronta il Mediterraneo sulla sua piccola barca, Gloria. La pesca è sempre più misera, ma Anna Maria continua a solcare le onde notte dopo notte, spinta da un amore per il mare che le è valso l’appellativo La Sposa del Mare. Questo è il primo capitolo di un lavoro che intendo dedicare alle ultime donne italiane che hanno votato la loro vita alla pesca, o al mare. Le ho ribattezzate le donne dell’acqua, per il loro indiscutibile amore verso questo elemento. Ne sono rimaste pochissime. Mi ha colpito molto la loro femminilità e dolcezza in un mondo brutalmente maschile, provo a cercarvi la profondità che mi trasmettono. Queste donne sanno accogliere il mare, non predarlo. Lo amano in tutte le sue sfaccettature. Il lavoro ha avuto inizio nel 2015, ed è tutt’ora in divenire

Annalisa Marchionna, biografia

Sono vecchia all’anagrafe (nasco nel 1975), ma parecchio giovane nel mondo della fotografia. Almeno nel mondo strutturato…
Per passione il “clik” mi scatena da tempo viaggi improponibili e levatacce disumane, figuracce da prima pagina e atti di coraggio. Poi nel 2014 decido di mettere un po’ d’ordine a tutto questo sentire e frequento per un anno l’Academy presso la Luz a Milano. Nel frattempo imparo da tanti: Fausto Podavini e Lucia Perrotta, Sara Munari, James Estrin, Vittore Buzzi, solo per citare degli insegnanti che mi hanno lasciato tanto pur non mettendosi in cattedra. Il 2015 ha rappresentato per me un giro di boa e allo stesso tempo una diversa consapevolezza del mio “sentire”. Nasco abruzzese, attualmente vivo a Milano, ma ho sempre la valigia pronta…

www.annalisamarchionna.com

Intervista a Cristina Vatielli

Attualmente in mostra alla Galleria del Cembalo di Roma insieme a Gilbert Garcin, la giovane fotografa Cristina Vatielli, si è gentilmente prestata a rispondere ad alcune nostre domande sul suo approccio e sul suo modo di intendere la fotografia.

Vi presentiamo l’autrice con qualche sua immagine e una breve biografia.

Cristina Vatielli é una fotografa italiana che vive e lavora a Roma. Ha iniziato la sua carriera fotografica come assistente e post-produttrice per diversi fotografi di fama internazionale e collabora dal 2004 con il fotografo Paolo Pellegrin membro della Magnum Photos. E’ stata rappresentata dall’agenzia fotografica Prospekt e attualmente lavora come freelance. I suoi lavori si dividono tra reportage di carattere storico sociale e progetti di ricerca personale, tra cui un progetto a lungo termine sulla Memoria della Guerra Civile in Spagna. Ha collaborato con le maggiori testate italiane e internazionali e alcuni dei suoi lavori hanno ricevuto riconoscimenti tra cui l’IPA (International Photography Awards), il MIFA (Moscow international Foto Awards) e il Sony Awards.

 

D: Quando si è accorta che la fotografia era il mezzo più adatto a lei per comunicare ?

R: Credo sia sempre stato un crescendo. Mi sono avvicinata alla macchina fotografica da piccola, avendo mio padre con la passione per la fotografia. Ho deciso di approfondire il mezzo, di lavorare come assistente per altri fotografi, i quali mi hanno dato la possibilità di capire sempre di più la potenza di comunicazione della fotografia. Sicuramente la conferma è avvenuta dopo il mio primo reportage in Spagna su la Memoria della Guerra Civile: dare voce a chi non ne ha, raccontare storie taciute, emozioni e ricordi. Quando ho visto ceh tutte le sensazioni provate in prima persona nel vivere e documentare tali storie, arrivavano a chi guardava le fotografie scattate, ho capito di aver trovato la giusta via.

D: Quanto delle esperienze che ha avuto nella vita sono consciamente nelle sue fotografie?

R: Personalmente direi tantissime. Le esperienze fatte mi hanno portato a scegliere di raccontare una storia o l’altra. Ogni mio lavoro personale parte da qualcosa di vissuto in prima persona.

D: Quanto pensa che la propria esperienza condizioni il proprio lavoro fotografico?

R: Per me la vita privata è imprescindibile da quella fotografica. Quando decido di raccontare una storia, è perchè in qualche maniera mi rievoca sensazioni, ricordi o fa parte in qualsiasi modo della mia vita.

D:  Se, di fronte ad una sua foto, l’interpretazione del fruitore è completamente differente dalle sue intenzioni fotografiche, cosa pensa?

Parto sempre dal presupposto che siamo diversi e che anche la fruizione di un messaggio può avere svariate sfumature. Cerco di capire le motivazioni e spesso sono veri arricchimenti, se la critica o la differente interpretazione ha delle valide motivazioni. Credo che sia proprio la parte più interessante del nostro lavoro, essere aperti alle diverse visioni.

D:  Quando si dovrebbe smettere di fotografare: quando riteniamo di non aver più qualcosa da dire o quando non ne traiamo più piacere esclusivamente personale?

R:  Penso che le cose vadano insieme. Ci sono momenti nella vita in cui non si hanno input né esterni né interni e l’ispirazione non arriva, è giusto fermarsi, ciò non vuol dire che poi non si riprenda a fotografare. Se non si ha più il piacere, come in tutti i lavori, le cose si fanno male e a quel punto sicuramente è meglio non farle.

Se desiderate approfondire la conoscenza dell’autrice, questo è il suo sito:  www.cristinavatielli.com

A presto con nuove interviste!

Anna