Mostrare il tuo lavoro non basta, devi sapere perché lo hai prodotto!

Due persone sedute a un tavolo mentre discutono su progetti artistici, con materiali e opere d'arte sparse sul tavolo.

C’è un momento che conosco bene. Arriva durante le letture portfolio, quando un fotografo apre la cartella sul computer, inizia a scorrere le immagini e dice: “Preferisco farti vedere direttamente le foto, non so spiegarlo bene a parole.”

È un momento rivelatore. Non perché le foto siano necessariamente brutte, spesso sono tecnicamente ineccepibili. Ma perché quella frase tradisce qualcosa di più profondo: una mancanza di chiarezza su cosa si sta cercando di dire, a chi, e perché.

E se non lo sai tu, non può saperlo chi guarda.

Esiste un mito duro a morire nel mondo della fotografia: l’idea che un’immagine forte si spieghi da sola, che non abbia bisogno di parole, che la bellezza visiva sia sufficiente a comunicare tutto.

In certi contesti, forse. Ma quando porti il tuo lavoro davanti a un curatore, a una giuria, a un direttore di festival, quella convinzione ti tradisce.

Chi seleziona i progetti per una open call, per un premio, per una residenza artistica, non guarda solo le immagini. Legge la tua bio. Legge l’abstract. Cerca coerenza tra quello che dici e quello che mostri. Cerca una voce, un punto di vista, un’intenzione.

Se quella voce manca, o peggio, se è confusa, il progetto viene scartato. Non perché le foto non valgano. Ma perché nessuno ha capito cosa volevi raccontare.

Prima ancora di aprire qualsiasi bando, prima di scegliere le immagini, prima di scrivere una sola riga di presentazione, siediti e chiediti tre cose.

Perché stai facendo questo progetto? Non la risposta educata, quella che suona bene. La risposta vera. Cosa ti ha spinto a fotografare quel soggetto, quel luogo, quelle persone? C’è qualcosa di personale in gioco? Una domanda a cui cerchi risposta? Una storia che senti il bisogno di raccontare? Più sei onesto con te stesso su questo punto, più il tuo progetto avrà una spina dorsale riconoscibile.

Come lo stai presentando? Un progetto fotografico non è una raccolta di belle immagini. È una sequenza, un ritmo, un racconto visivo con un inizio e una direzione. Le foto si scelgono, si ordinano, si tagliano. La coerenza non è uniformità stilistica, è che ogni immagine giustifichi la propria presenza all’interno del progetto. E poi c’è tutto il resto: la bio deve dire chi sei in modo autentico e professionale, la sinossi deve spiegare il progetto senza spiegare troppo, i materiali tecnici devono rispettare esattamente le richieste del bando. Un file nel formato sbagliato, una bio troppo lunga, un abstract che gira intorno senza mai arrivare da nessuna parte, bastano questi dettagli per uscire dalla selezione.

A chi stai parlando? Questa è forse la domanda più trascurata. Ogni contesto ha un suo pubblico, una sua sensibilità, un suo linguaggio. Un festival come Les Rencontres d’Arles non cerca le stesse cose di un premio di fotogiornalismo. Una residenza artistica valuta il progetto in modo completamente diverso rispetto a un concorso commerciale. Presentare il proprio lavoro senza aver capito a chi ci si rivolge è come mandare una lettera senza indirizzo. Potrebbe arrivare, ma è improbabile.

C’è una cosa che mi sono trovata a ripetere spesso, e che sento ancora più vera ogni volta che la dico: la presentazione non è un accessorio del progetto fotografico. È parte integrante del progetto stesso.

Il modo in cui racconti il tuo lavoro riflette il modo in cui lo hai pensato. Se la presentazione è confusa, vuol dire che il progetto non è ancora del tutto a fuoco nella tua testa. E va bene, significa che c’è ancora lavoro da fare, non che sei un fotografo meno bravo.

Scrivere la sinossi di un progetto è un esercizio prezioso, quasi terapeutico. Ti costringe a mettere in ordine i pensieri, a trovare le parole per qualcosa che finora hai vissuto solo per immagini. E spesso, in quel processo, capisci cose del tuo stesso lavoro che non avevi ancora visto chiaramente.

Quando un fotografo viene selezionato per un festival importante, per un premio internazionale, per una residenza che cambia una carriera, la reazione comune è: “Ha avuto fortuna.” A volte è così. Ma molto più spesso, c’è dietro una preparazione che non si vede, la scelta accurata del bando giusto per quel progetto, la cura nella stesura dei materiali, la consapevolezza del contesto a cui ci si rivolgeva.

Il panorama delle open call è vasto e a volte scoraggiante. Ci sono premi, concorsi, festival, residenze, pubblicazioni, ognuno con le proprie regole, i propri criteri, i propri tempi. Imparare a orientarsi in questo panorama, a leggere un bando con occhio critico, a capire cosa si nasconde tra le righe di un regolamento, è una competenza che si acquisisce. Non si nasce sapendolo fare.

La differenza tra un fotografo che manda il proprio lavoro nel vuoto sperando in una risposta e uno che presenta il proprio progetto con consapevolezza non sta nelle foto. Sta nella chiarezza con cui ha risposto a quelle tre domande. Sta nell’aver scelto il contesto giusto per quel lavoro. Sta nel modo in cui ogni elemento della candidatura, le immagini, le parole, i file, racconta una storia coerente e professionale.

Essere selezionati non è mai garantito. Ma essere pronti, quello dipende solo da te, ciao Sara Munari

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Ciao!

L’estate è alle porte, la luce si fa calda e le occasioni per scattare si moltiplicano. Ma cosa succederà a quelle foto una volta tornati?

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Prima di iniziare, vieni a conoscerci e a scoprire come lavoriamo:

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Il team di Musa Fotografia
Sara Munari

PER PENSARE UN POCHINO “Inquadrare non significa escludere il mondo, ma dare finalmente un nome a quella parte di realtà che aspettava solo di essere riconosciuta dal tuo sguardo.” Sara Munari

La luce sul volto. Gli schemi di illuminazione nel ritratto.

Nel mondo della fotografia di ritratto, la luce è molto più di un semplice strumento tecnico: è un linguaggio espressivo, un mezzo capace di dare forma alle emozioni e rivelare l’identità più profonda del soggetto. Nel suo libro, Maurizio Valdarnini invita lettori e fotografi a riscoprire questa dimensione attraverso un percorso teorico e pratico che intreccia arte, tecnica e simbologia. L’autore analizza il ritratto come relazione tra fotografo, soggetto e illuminazione, studiando sia gli schemi classici sia quelli più sperimentali, sempre letti in chiave emotiva e simbolica. Attraverso esempi pratici, schede tecniche e riferimenti iconografici, la luce e l’ombra diventano strumenti narrativi capaci di rivelare l’identità del soggetto. Il libro si propone quindi come una guida completa e formativa per comprendere il potere comunicativo della luce nella fotografia di ritratto. Buona lettura! Sara Munari

«Conoscere le caratteristiche proprie delle luci che illuminano il volto ci consente di realizzare ritratti di grande espressività grazie alla potente carica simbolica degli schemi di illuminazione»— Maurizio Valdarnini

Book cover for 'La luce sul volto' by Maurizio Valdarnini, featuring geometric shapes in yellow, red, and black with the subtitle 'Gli schemi d'illuminazione nel ritratto'.

Nel processo di raffigurazione del volto l’equilibrio tra distribuzione formale e potenzialità espressiva delle ombre determina la logica che ha guidato gli artisti che ci hanno preceduto e che oggi troviamo codificata negli schemi d’illuminazione. Un ristretto numero di punti luce collocati nello spazio intorno al soggetto da ritrarre ognuno dei quali determina un particolare disegno di ombre sul viso del soggetto, ciascuno col suo specifico significato. La carica espressiva delle ombre, nel loro modellare il volto umano, acquista un valore ancestrale ed indipendente dalle singole fisionomie a cui si applicano, consentendo l’individuazione di proprietà comunicative e simboliche autonome del segno luminoso e della sua origine. Schede tecniche e riferimenti iconografici completano le informazioni utili a realizzare un’illuminazione corretta sul piano formale e significativa su quello espressivo.

Copertina del libro 'La luce sul volto' di Maurizio Valdarnini, con un design moderno su sfondo giallo.

Contenuto:

INTRODUZIONE

1. RIFLESSIONI – Il ritratto come relazione – La logica degli schemi – Disposizioni

2. SCHEMI DI ILLUMINAZIONE – Luce dall’alto – Luce farfalla – Luce frontale – Luce laterale – Luce Rembrandt – Luce loop – Luce contraria – Luce dal basso

3. INTEGRAZIONI ILLUMINOTECNICHE – Schemi visti di taglio – Luci secondarie o di complemento

CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Biografia dell’autore

Fotografo ritrattista, ha collaborato con alcune delle più importanti riviste ed agenzie di pubblicità e con importanti artisti del panorama internazionale come Fabio Mauri, Errò e Luigi Ontani. Diplomato allo IED, è autore dei libri di ritratti fotografici Visus e SOLO. Portrait d’Artistes.

Laureato in Sociologia è docente all’Accademia di Belle Arti di Roma e per 39 anni all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma dove è stato per 18 anni direttore. Ha tenuto corsi presso Officine Fotografiche ed è stato membro del comitato scientifico in diverse edizioni di Fotoleggendo e membro di numerose giurie di concorsi fotografici.

Al suo lavoro professionale affianca da sempre un’intensa attività di sperimentazione fotografica e un impegno didattico e formativo sulle future generazioni di fotografi e performer.

Ha esposto in importanti gallerie e al Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Alcuni dei suoi lavori di ricerca sono conservati presso musei nazionali e collezioni private. Giornalista pubblicista è stato Esperto fino al 2020 alla Platform du Conseil International du Cinéma, de la Television et de la Comunication Audiovisuelle del Ministero della Cultura Francese.

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Il sito dell’autore: https://www.mauriziovaldarnini.com/

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