La Geometria della Disuguaglianza: Storia di una fotografia

Gruppo di passeggeri su una nave, alcuni in piedi sulla passerella e altri seduti, con diverse persone che indossano abiti storici.
  1. Stieglitz è a bordo del transatlantico Kaiser Wilhelm II, in viaggio verso l’Europa. Non viaggia in terza classe classe, ma come spesso accade ai fotografi veri, non riesce a stare fermo dove gli compete. Si aggira sul ponte superiore con la sua macchina fotografica, e a un certo punto si ferma.

Sotto di lui, sul ponte di terza classe, una folla di emigranti si muove, si accalca, si aggrappa alle ringhiere. Sono persone respinte dagli Stati Uniti, o semplicemente in viaggio verso un futuro che non sanno ancora come andrà a finire. Non lo sanno, ma stanno per entrare in una delle fotografie più importanti della storia. Stieglitz non vede la miseria. O meglio, la vede, ma vede anche altro. Le passerelle metalliche che dividono lo spazio in fasce orizzontali precise. Il cappello di paglia bianco che buca la composizione come un punto di luce nel buio. Le catene che pendono come linee tracciate a regolo da una mano invisibile. Scatta.

Per capire il peso di quell’immagine bisogna capire il momento. A inizio Novecento la fotografia era ancora in cerca di una propria legittimità artistica, e il modo in cui cercava di ottenerla era imitare la pittura: soggetti romantici, messe in scena elaborate, stampe morbide e pittoresche che sembravano uscite da un atelier piuttosto che da un obiettivo. Stieglitz con un solo scatto dimostrò che era tutta la direzione sbagliata.

La fotografia non aveva bisogno di travestirsi da altra cosa per essere arte. Poteva trovare la propria estetica nella realtà cruda, nelle geometrie involontarie del mondo moderno, in una folla su un ponte che non stava posando per nessuno. Era la nascita di quella che lui stesso chiamò “fotografia pura”, un linguaggio visivo autonomo, onesto, che non chiedeva permesso a nessun’altra forma d’arte.

Ogni reportage che hai amato, ogni copertina che ti ha fermato, ogni storia sui social che ti ha colpito per come era costruita visivamente: passa da lì, da quel ponte, da quell’inquadratura del 1907.

C’è però un’altra lettura di questa fotografia, quella che non invecchia mai del tutto.

Il ponte superiore e il ponte inferiore. I ricchi e i poveri divisi da pochi metri di ferro e acciaio. La gerarchia sociale così perfettamente materializzata nell’architettura della nave da sembrare quasi naturale, quasi necessaria, quasi ovvia.

Stieglitz era affascinato dalla composizione, questo è certo. Ma la composizione racconta sempre qualcosa, anche quando non vorrebbe. E quello che racconta questa fotografia è che la disuguaglianza ha una geometria precisa: c’è sempre qualcuno che guarda dall’alto, e qualcuno che non sa di essere guardato dal basso. Quello schema lo riconosciamo ancora oggi. I quartieri che salgono di prezzo e spingono fuori chi ci abitava, i voli low cost con le classi separati da una tenda di nylon, le piattaforme digitali che dividono chi produce contenuti da chi ci guadagna davvero.

La nave è cambiata. Il ponte no.

“Il Ponte di Terza Classe” è una di quelle fotografie che funziona su più livelli simultaneamente, e che continua ad aggiungerne di nuovi a ogni epoca che la guarda. È un manifesto estetico, un documento storico, una metafora sociale e, in fondo, una domanda ancora aperta: da quale ponte stai guardando tu?

La cosa straordinaria è che Stieglitz non stava cercando niente di tutto questo. Stava solo camminando con la sua macchina fotografica, come fanno i fotografi veri. E la realtà, come spesso accade, aveva già sistemato tutto.

Sara Munari

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La Comunità Spezzata. Come i Social Hanno Cambiato i Rapporti tra Fotografi

Illustrazione di una camera oscura per fotografia e film, con attrezzature come ingranditore, timer automatico e varie sostanze chimiche disposte su un tavolo di lavoro. Mostra anche un'area per lo sviluppo delle pellicole e il lavandino profondo.

Questo lo ha disegnato Gemini e fa cacare, ha pure mozzato la testa al fotografo, li mortacci sua!

Me lo ricordo ancora, l’odore della camera oscura.

Non era romantico, intendiamoci: fissativo, acido acetico, aria che ristagnava. Ma era anche il posto dove ho imparato davvero cosa significasse guardare una fotografia. Non su uno schermo, non con il pollice che scorre, ma tenendola in mano mentre emergeva lentamente nella bacinella dello “sviluppo”. Con qualcuno accanto che diceva “aspetta ancora, non è pronta” e aveva magari ragione.

Quella comunità era fatta di silenzi condivisi, di critiche dirette che facevano un po’ male e servivano moltissimo, di riviste che arrivavano per posta e si leggevano con la matita in mano. Non era perfetta, aveva le sue gerarchie e i suoi snobismi. Ma era reale. Le persone erano lì, in carne, con le mani macchiate di chimica.

Poi sono arrivati i social.

All’inizio Instagram sembrava davvero una cosa bella. Mi ricordo anche di questo: la sensazione di poter mostrare il lavoro senza dover passare per gallerie o agenzie, di trovare fotografi straordinari a Tokyo o a Lagos o a Città del Messico e scrivere loro direttamente, di costruire qualcosa che somigliava a una conversazione globale sulla fotografia.

Per qualche anno lo è stato davvero.

Poi la piattaforma “capì “ha capito” che noi fotografi eravamo i suoi migliori fornitori di contenuti gratuiti, e ha cominciato a cambiare le regole. L’algoritmo iniziò a premiare la frequenza sulla qualità: non importava quanto fosse bella una foto, importava quante ne pubblicavi a settimana. Il formato verticale divorò la fotografia orizzontale, come se anni di composizione attenta dovessero piegarsi alle dimensioni di uno schermo tenuto in mano sul divano. I reel scalzarono le immagini fisse. E a un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi se stavo ancora facendo la fotografa o la content creator per una piattaforma che non mi da molto come corrispettivo.

Il rapporto con i colleghi è cambiato di conseguenza, e questa è la parte che mi pesa di più. C’è molta più competizione visibile, molto meno scambio reale. Si seguono gli altri per essere seguiti, si commentano le foto per ricevere commenti, si costruiscono reti di reciprocità che assomigliano più al networking che all’amicizia. Ho colleghi con cui ho scambiato centinaia di cuoricini e non so niente di come lavorano davvero, di cosa gli piace, di cosa li manda in crisi.

Non voglio essere solo nostalgica, perché sarebbe disonesto e un po’ pigro.

I social hanno dato visibilità a fotografi che il sistema tradizionale avrebbe ignorato, e questo è vero e importante. Hanno permesso a chi lavora lontano dai grandi centri di essere parte di una conversazione che prima era riservata a chi poteva permettersi di vivere a Milano o New York. Hanno abbattuto alcune gerarchie che erano semplicemente gerarchie di privilegio, non di talento.

Ma ne hanno create di nuove, e queste mi sembrano per certi versi più insidiose perché si travestono da meritocrazia. Conosco fotografi straordinari con duemila follower e altri mediocri con duecentomila, e il mercato fa fatica a distinguere. Anzi, non ci prova nemmeno.

La cosa più preziosa che ho fatto negli ultimi anni è stata cercare le comunità reali che sopravvivono dentro e nonostante i social. Un workshop piccolo dove ci si guarda negli occhi mentre si parla di luce. Un gruppo di persone che si trovano fisicamente e portano le stampe, quelle vere, su carta, e le guardano insieme senza pensare ai numeri.

Esistono ancora queste cose. Sono più difficili da trovare, bisogna cercarle con più intenzione. Ma quando le trovi, riconosci immediatamente la differenza. C’è qualcosa che succede quando sei in una stanza con altri fotografi e nessuno sta guardando il telefono. Una qualità di attenzione diversa, una disponibilità a essere in disaccordo senza che il disaccordo sparisca dopo trenta secondi sostituito da un altro contenuto.

È lì che ho ritrovato, ogni volta, il motivo per cui faccio questa cosa.

Ciao Sara Munari