La Prima Volta che Abbiamo Guardato Dentro: storia di una fotografia

Immagine di un'immagine radiografica di una mano con anelli, con un fondo sfumato.

Dicembre 1895. Un laboratorio a Würzburg, Germania. Una donna allunga la mano verso una lastra fotografica, e il mondo non sarà più lo stesso. Anna Bertha Ludwig non era una scienziata. Era la moglie di Wilhelm Röntgen, e quella sera era semplicemente lì, come accade spesso alle donne nella storia, protagoniste silenziose di rivoluzioni firmate da altri. Suo marito aveva scoperto qualcosa di strano: un tipo di radiazione capace di attraversare la materia. Voleva una prova. Lei offrì la mano. Quando vide l’immagine svilupparsi, le falangi nitide, il metacarpo, e l’anello nuziale che fluttuava nel nulla come un cerchio sospeso nel vuoto, Anna disse una cosa sola: “Ho visto la mia morte.”

Per tutta la storia dell’umanità, l’interno del corpo era stato un territorio proibito. Sacro, oscuro, accessibile solo attraverso il trauma della ferita o il rito della dissezione. Sapevamo come eravamo fatti solo quando qualcosa si rompeva, e qualcuno aveva il coraggio, o il privilegio, di guardare. Röntgen aprì uno spiraglio senza tagliare nulla.

È difficile immaginare oggi lo shock culturale di quell’immagine. Non era solo una scoperta medica: era una violazione delle categorie fondamentali dell’esistenza umana. Il confine tra esterno e interno, tra vivo e morto, tra corpo e scheletro, tutto questo veniva rimesso in discussione da una lastra fotografica di pochi centimetri. La reazione del pubblico fu viscerale, nel senso più letterale: giornali che gridavano all’invasione della privacy corporea, poesie satiriche sui raggi che avrebbero permesso agli uomini di spiare le donne attraverso i vestiti, proposte di legge per vietare l’uso dei raggi X nei teatri. La tecnologia arrivava sempre prima della capacità di contenerla eticamente.

Suona familiare?

Viviamo nell’epoca della trasparenza totale, o almeno così ci viene raccontato.

I nostri dati sanitari sono nei cloud. Le app tracciano il ciclo mestruale, la pressione arteriosa, la qualità del sonno, il numero di passi, il ritmo cardiaco durante una discussione accesa. Le intelligenze artificiali leggono le risonanze magnetiche prima dei radiologi, identificano tumori nelle ecografie con una precisione che spaventa e rassicura allo stesso tempo.

Abbiamo portato il sogno di Röntgen alle sue conseguenze estreme: non solo guardare dentro il corpo, ma conoscerlo meglio di quanto lo conosca il suo abitante. Eppure qualcosa dell’inquietudine di Anna Bertha è rimasta intatta.

Chi possiede queste immagini? Chi ha accesso ai dati che raccontano l’interno del nostro corpo? Le compagnie assicurative? I datori di lavoro? Gli algoritmi di profilazione? La prima radiografia della storia era una fotografia di famiglia, custodita in un laboratorio privato. Oggi la radiografia del tuo ginocchio vive su un server di cui non sai il nome, in un paese di cui non conosci le leggi.

C’è un dettaglio di quell’immagine che non smette di colpirmi: l’anello.

In una foto che avrebbe dovuto essere scientifica, fredda, oggettiva, anatomica, compare un oggetto di affetto. Un vincolo scelto, indossato volontariamente, visibile anche attraverso la carne. Come se il corpo, anche quando viene ridotto a struttura ossea, non riuscisse a liberarsi completamente di ciò che lo abita emotivamente. È una lettura forse eccessiva. Ma è anche il motivo per cui quella fotografia è ancora qui, a farci pensare, centotrenta anni dopo. La medicina ha trasformato quella scoperta in diagnosi, protocolli, TAC, PET scan, risonanze funzionali che mostrano il cervello mentre pensa. La scienza ha fatto il suo lavoro, magnificamente. Ma Anna aveva ragione: guardare dentro cambia qualcosa. Nel medico che guarda, nel paziente che viene guardato, nel rapporto tra i due.

Oggi siamo capaci di vedere quasi tutto, dentro i corpi, dentro le cellule, dentro i neuroni in firing. Eppure la sofferenza, la paura, il senso di estraneità che si prova davanti alla propria radiografia, quella sensazione di essere anche uno scheletro, anche materia, non è diminuita. Forse perché la tecnologia risponde alla domanda “come siamo fatti”, ma non alla domanda che Anna stava davvero facendo quella sera del 1895.

Chi sono io, quando mi si vede attraverso? (questo suona male, ma non saprei come dirlo)

La prima radiografia della storia è esposta al Deutsches Röntgen-Museum di Remscheid, in Germania. L’anello è ancora lì, sospeso nel nero, circondato da ossa. Alcune domande non invecchiano.

Ciao

Sara Munari

📷 L’immagine riprodotta in questo articolo è utilizzata esclusivamente a scopo didattico e culturale. Nessuna violazione è intenzionale. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi aventi causa.

Quando il curatore divora l’opera

C’è stato un tempo in cui il curatore era una figura quasi trasparente, un bibliotecario silenzioso che catalogava opere e le appendeva alle pareti seguendo un ordine cronologico o tematico. Oggi quel tempo è finito. I curatori sono diventati registi, intellettuali pubblici, talvolta vere e proprie star del sistema dell’arte. Ma perché è successo? La risposta sta in un grande spostamento di baricentro: l’arte non si giudica più solo per quello che è, ma per il contesto in cui viene presentata. E chi quel contesto lo costruisce, lo racconta e lo tiene insieme, diventa inevitabilmente protagonista.

Viviamo nell’era dell’eccesso. Non manca l’arte, manca il tempo per comprenderla. Mostre, fiere, biennali, gallerie online, Instagram: siamo sommersi da immagini e oggetti artistici. In questo mare di stimoli, il curatore è diventato un filtro intelligente, una bussola. È chi sceglie, connette, taglia via il superfluo. E chi sa orientare gli altri in un labirinto diventa, per forza di cose, visibile. Oggi l’opera da sola spesso non basta più. Molte pratiche contemporanee sono concettuali, immateriali, politiche. Senza un quadro teorico che le sostenga, rischiano di sembrare mute, incomprensibili. Il curatore fornisce quella grammatica, costruisce il ponte tra l’intenzione dell’artista e l’esperienza del pubblico. Non interpreta solo: dà forma al senso.

Un curatore conduce un gruppo di visitatori attraverso una galleria d'arte, discutendo delle opere esposte mentre le persone ascoltano attentamente.

E poi c’è la dimensione narrativa. Le mostre oggi funzionano come saggi visivi, percorsi che attraversi più che spazi che guardi. Il pubblico non osserva passivamente, legge una storia. E le storie hanno sempre bisogno di un narratore riconoscibile. In questo, il curatore si è trasformato in autore. L’artista, inoltre, non è più un’isola romantica chiusa nel proprio studio. Residenze, bandi pubblici, fondazioni private, mercato internazionale: muoversi in questo sistema richiede mediazioni continue. Il curatore è spesso il nodo di quella rete, il punto di contatto tra creazione, istituzione e pubblico. E chi sta al centro della rete finisce per diventare centrale anche simbolicamente.

C’è anche un’altra ragione, più profonda. L’arte è entrata prepotentemente nel dibattito pubblico. Identità, crisi climatica, tecnologia, rapporti di potere: l’arte contemporanea prende posizione, solleva domande scomode. Il curatore, in questo scenario, assume il ruolo di intellettuale che formula quelle domande, che costruisce le cornici concettuali entro cui discutere. Non è più un tecnico dietro le quinte, ma una voce che interviene. E infine, c’è il branding culturale. Nel sistema globalizzato dell’arte, i nomi contano quanto le opere. Alcuni curatori sono diventati veri e propri marchi: se firmano una mostra, già sai che tipo di esperienza ti aspetta, quale linguaggio troverai, quale sguardo sul mondo.

Ma attenzione: c’è un rovescio della medaglia. Quando il curatore diventa più visibile delle opere che presenta, l’arte rischia di trasformarsi in semplice illustrazione di una tesi curatoriale. L’equilibrio tra servizio e protagonismo è sottile, e oggi è il nodo critico del sistema. Il curatore illumina l’arte, questo è certo. Ma la domanda resta: dove finisce il servizio e dove inizia l’ego?

Il problema centrale è che in molti casi i curatori sono diventati più visibili delle opere stesse, trasformando l’arte in illustrazione di tesi predefinite anziché in incontro libero e imprevedibile.

Questo crea un’asimmetria di potere: gli artisti adattano il loro lavoro alle aspettative curatoriali per ottenere visibilità, perdendo libertà creativa.

Il linguaggio curatoriale è spesso impenetrabile, costruito per impressionare più che chiarire, rendendo il curatore mediatore indispensabile. I curatori-star funzionano come brand: le mostre diventano eventi firmati dove l’arte è veicolo della loro visibilità, non il fine. La conclusione non nega l’importanza della curatela, ma critica quando il contesto divora il contenuto. L’arte ha bisogno di chi l’accompagni, non di chi la governi.

Ciao

Sara Munari

La Geometria della Disuguaglianza: Storia di una fotografia

Gruppo di passeggeri su una nave, alcuni in piedi sulla passerella e altri seduti, con diverse persone che indossano abiti storici.
  1. Stieglitz è a bordo del transatlantico Kaiser Wilhelm II, in viaggio verso l’Europa. Non viaggia in terza classe classe, ma come spesso accade ai fotografi veri, non riesce a stare fermo dove gli compete. Si aggira sul ponte superiore con la sua macchina fotografica, e a un certo punto si ferma.

Sotto di lui, sul ponte di terza classe, una folla di emigranti si muove, si accalca, si aggrappa alle ringhiere. Sono persone respinte dagli Stati Uniti, o semplicemente in viaggio verso un futuro che non sanno ancora come andrà a finire. Non lo sanno, ma stanno per entrare in una delle fotografie più importanti della storia. Stieglitz non vede la miseria. O meglio, la vede, ma vede anche altro. Le passerelle metalliche che dividono lo spazio in fasce orizzontali precise. Il cappello di paglia bianco che buca la composizione come un punto di luce nel buio. Le catene che pendono come linee tracciate a regolo da una mano invisibile. Scatta.

Per capire il peso di quell’immagine bisogna capire il momento. A inizio Novecento la fotografia era ancora in cerca di una propria legittimità artistica, e il modo in cui cercava di ottenerla era imitare la pittura: soggetti romantici, messe in scena elaborate, stampe morbide e pittoresche che sembravano uscite da un atelier piuttosto che da un obiettivo. Stieglitz con un solo scatto dimostrò che era tutta la direzione sbagliata.

La fotografia non aveva bisogno di travestirsi da altra cosa per essere arte. Poteva trovare la propria estetica nella realtà cruda, nelle geometrie involontarie del mondo moderno, in una folla su un ponte che non stava posando per nessuno. Era la nascita di quella che lui stesso chiamò “fotografia pura”, un linguaggio visivo autonomo, onesto, che non chiedeva permesso a nessun’altra forma d’arte.

Ogni reportage che hai amato, ogni copertina che ti ha fermato, ogni storia sui social che ti ha colpito per come era costruita visivamente: passa da lì, da quel ponte, da quell’inquadratura del 1907.

C’è però un’altra lettura di questa fotografia, quella che non invecchia mai del tutto.

Il ponte superiore e il ponte inferiore. I ricchi e i poveri divisi da pochi metri di ferro e acciaio. La gerarchia sociale così perfettamente materializzata nell’architettura della nave da sembrare quasi naturale, quasi necessaria, quasi ovvia.

Stieglitz era affascinato dalla composizione, questo è certo. Ma la composizione racconta sempre qualcosa, anche quando non vorrebbe. E quello che racconta questa fotografia è che la disuguaglianza ha una geometria precisa: c’è sempre qualcuno che guarda dall’alto, e qualcuno che non sa di essere guardato dal basso. Quello schema lo riconosciamo ancora oggi. I quartieri che salgono di prezzo e spingono fuori chi ci abitava, i voli low cost con le classi separati da una tenda di nylon, le piattaforme digitali che dividono chi produce contenuti da chi ci guadagna davvero.

La nave è cambiata. Il ponte no.

“Il Ponte di Terza Classe” è una di quelle fotografie che funziona su più livelli simultaneamente, e che continua ad aggiungerne di nuovi a ogni epoca che la guarda. È un manifesto estetico, un documento storico, una metafora sociale e, in fondo, una domanda ancora aperta: da quale ponte stai guardando tu?

La cosa straordinaria è che Stieglitz non stava cercando niente di tutto questo. Stava solo camminando con la sua macchina fotografica, come fanno i fotografi veri. E la realtà, come spesso accade, aveva già sistemato tutto.

Sara Munari

📷 L’immagine riprodotta in questo articolo è utilizzata esclusivamente a scopo didattico e culturale. Nessuna violazione è intenzionale. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi aventi causa.

Fotografia: tra trovata, idea e la sottile differenza tra facilità e semplicità

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Sara Munari – Mongolia, cavallo in città

Viviamo in un tempo in cui la fotografia è onnipresente (l’ho scritto 20000 volte, che palle!), circola in maniera virale e viene consumata alla velocità di uno scroll. In questo contesto, a dominare non è tanto l’idea, quanto la trovata: l’espediente visivo che stupisce, l’elemento inaspettato, l’astuzia che riesce a fermare lo sguardo per pochi secondi. La trovata funziona bene nel sistema dell’attenzione rapida perché non richiede decodifica, non chiede tempo né profondità; si offre come una battuta ironica, per farti due risate e poi via…

L’idea, al contrario, vive di un respiro più ampio. È il frutto di un processo creativo che implica ricerca, sedimentazione, connessioni. È meno spettacolare nell’immediato, ma porta con sé una forza che si manifesta nel tempo, perché l’idea non è solo ciò che vediamo nello scatto: è il mondo che lo sostiene, la riflessione che lo attraversa, il linguaggio che lo rende riconoscibile in una narrativa ben costruita.

Oggi, però, chi cerca di muoversi sul terreno dell’idea si trova spesso “fuori”. Fuori dai tempi rapidi di produzione che il digitale impone, fuori dalle dinamiche di un mercato che premia l’istantaneità, fuori dai radar di una comunicazione che privilegia la leggerezza rispetto alla profondità. La complessità – sia nella costruzione dell’immagine, sia nel contenuto che essa veicola – sembra non avere spazio.

Qui entra in gioco una distinzione cruciale e spesso fraintesa: quella tra facilità e semplicità.

  • La facilità è immediata, ma superficiale. È ciò che si ottiene senza processo, senza attraversare fasi di ricerca, senza mettere in discussione la propria visione. È la scorciatoia che conduce a un risultato pronto all’uso ma privo di radici. La facilità è spesso ciò che vediamo nelle “trovate”: immagini che colpiscono, ma che evaporano rapidamente perché non hanno un nucleo solido a sostenerle. Eppure sono veicolate ovunque…
  • La semplicità, invece, non è mai ingenua né banale. È il punto d’arrivo di un lavoro che ha conosciuto la complessità e ha scelto di ridurla, di selezionare, di lasciare andare ciò che è superfluo per arrivare a un’essenza. La semplicità è conquista: è il linguaggio che si affina, l’immagine che si alleggerisce senza perdere profondità, anzi acquistandone.

In fotografia questa differenza è decisiva. Un autore che lavora con facilità produce immagini “leggere” perché prive di radici, e proprio per questo destinate a un rapido consumo. Un autore che lavora con semplicità, al contrario, consegna immagini che sembrano leggere ma che portano dentro di sé il peso della ricerca, della riflessione, del tempo. È il paradosso della vera semplicità: apparire immediata pur essendo frutto di un lungo cammino.

La sfida per la fotografia contemporanea non è dunque inventare nuove trovate, ma ritrovare il coraggio della semplicità, che non è sinonimo di facilità. Significa accettare la complessità del processo creativo, lavorare sul tempo lungo, affinare lo sguardo e poi, solo alla fine, ridurre tutto a un minimo necessario che non impoverisce, ma amplifica.

Forse la fotografia che resiste, quella che resta nella memoria e nella storia, non è quella che sorprende per un istante, ma quella che sa tenere insieme profondità e chiarezza, complessità ed essenzialità. In altre parole: non la trovata, ma l’idea. Non la facilità, ma la semplicità.

Ciao

Sara Munari

Lorenzo Zoppolato: le voci più interessanti della fotografia italiana contemporanea – Incontro

Immagine promozionale per un incontro online con Lorenzo Zoppolato organizzato da Musa Fotografia, mostrando un uomo di spalle contro un albero, con informazioni sull'evento in evidenza.

📸 Incontro online con Lorenzo Zoppolato
1 dicembre 2025 – Musa Fotografia

Lorenzo Zoppolato è una delle voci più interessanti della fotografia italiana contemporanea. Vincitore di numerosi premi nazionali – tra cui Portfolio Italia, Italian Street PhotoFestival e il titolo di Emerito della Fotografia Italiana conferito dalla FIAF – ha esposto in spazi prestigiosi come il MACRO di Roma, il Leica Store di Londra e festival di rilievo internazionale.

La sua ricerca unisce poesia visiva, reportage e sguardo autoriale, esplorando i confini tra realtà e immaginazione. Durante l’incontro con Musa Fotografia condividerà il suo percorso, i progetti più significativi e le sfide dietro ai suoi meritati successi.

🗓️ 1 dicembre 2025, online
📩 Per ricevere il link: info@musafotografia.it

A man standing on a concrete structure amidst a desolate landscape, with scattered debris and ruined buildings under a cloudy sky.

📸 Incontro online con Lorenzo Zoppolato

Immagine promozionale per un incontro online con Lorenzo Zoppolato organizzato da Musa Fotografia, mostrando un uomo di spalle contro un albero, con informazioni sull'evento in evidenza.

📸 Incontro online con Lorenzo Zoppolato
1 dicembre 2025 – Musa Fotografia

Lorenzo Zoppolato è una delle voci più interessanti della fotografia italiana contemporanea. Vincitore di numerosi premi nazionali – tra cui Portfolio Italia, Italian Street PhotoFestival e il titolo di Emerito della Fotografia Italiana conferito dalla FIAF – ha esposto in spazi prestigiosi come il MACRO di Roma, il Leica Store di Londra e festival di rilievo internazionale.

La sua ricerca unisce poesia visiva, reportage e sguardo autoriale, esplorando i confini tra realtà e immaginazione. Durante l’incontro con Musa Fotografia condividerà il suo percorso, i progetti più significativi e le sfide dietro ai suoi meritati successi.

🗓️ 1 dicembre 2025, online
📩 Per ricevere il link: info@musafotografia.it

Un uomo nudo appoggiato a un albero in un paesaggio aperto. La scena è in bianco e nero e mostra un cielo nuvoloso e un terreno erboso con alberi spogli sullo sfondo.

Letture portfolio da musa fotografia- iscrizioni aperte- 30 novembre 2025 online

Lettura portfolio online  del 30 novembre 2025.

La lettura portfolio, di solito organizzata da festival di fotografia o organismi di settore, è un’occasione durante la quale si ha l’opportunità di presentare il proprio portfolio a critici, galleristi, operatori nei musei, photoeditor e fotografi.
Prima di partecipare, informatevi sul profilo professionale dell’esperto. Scegliete in base all’intento per il quale avete prodotto il vostro portfolio: editare un libro, ottenere un parere, preparare un’esposizione, essere pubblicati su un giornale, preparare la partecipazione a un premio.
Il proprio lavoro può essere sottoposto agli esperti per tre motivazioni principali:
• Si ha la necessità di migliorare il proprio portfolio. In questo caso il critico/fotografo/curatore/agente dovrebbe suggerirvi come potete migliorare la vostra produzione. Cosa togliere, aggiungere e cambiare affinché la comunicazione delle vostre immagini risulti più chiara al fruitore finale.

• Si ha la necessità di trovare una collocazione per il proprio lavoro. Si sceglieranno galleristi/curatori e operatori nei musei e nei festival, nel caso l’intento sia espositivo, photoeditor di giornali o agenzie, se il proposito è quello legato alla possibilità di cominciare collaborazioni lavorative.

• Si ha la necessità di un confronto. In questo caso si preferiranno colleghi fotografi.

Le letture portfolio possono essere seguite da chiunque, nel caso di letture dal vivo e non online, rispettando il lavoro di lettori e autori, anche questo è un modo per apprendere e capire cosa migliorare nel proprio lavoro.

Si possono presentare fino a due portfolio differenti (20/30 immagini a portfolio) per ogni lettore, quindi per ogni lettura portfolio. I portfolio possono essere gli stessi oppure si possono presentare portfolio differenti, a lettori differenti. Se si desidera avere più tempo con lo stesso lettore, si possono prenotare due letture consecutive con lo stesso.

 

lettori portfolio 30 novembre 2025- Musa fotografia – monza

Alessia Locatelli è curatrice indipendente, Direttrice Artistica della Biennale della Fotografia Femminile e co-direttrice dell’Archivio Enrico Cattaneo. Collabora con istituzioni e realtà private in Italia e all’estero, ed è autrice per riviste specializzate e per il “CAM – Catalogo di Arte Moderna”. Insegna in scuole e università, partecipa come giurata e curatrice a premi e festival internazionali, ed è Nominator del prestigioso Prix Pictet.

Alessia Paladini è una gallerista e curatrice milanese, attiva da trent’anni nel mercato della fotografia, nata nel 1968. Ha lavorato in istituzioni come Sotheby’s e Photology, ha diretto la galleria di Forma fino al 2020 e ha fondato nel 2021 la sua omonima galleria a Milano, specializzata in fotografia. 

Davide Grossi (Parma, 1971) è Direttore Qualità in un gruppo vetrario internazionale e fotografo di architettura e paesaggio, ispirato alla Scuola Emiliana di Fotografia. Presidente del circolo “Il Grandangolo” e docente FIAF, scrive per FOTOIT e tiene corsi di fotografia. I suoi lavori, apprezzati per tecnica e originalità, gli hanno valso nel 2009 il titolo di Artista della Fotografia Italiana (A.F.I.).

Leggi le biografie dei lettori portfolio e decidi quale possa esserti piu’ utile

iscriviti

iscrizione

L’iscrizione alla lettura portfolio si considera avvenuta soltanto al momento della ricezione della scheda compilata e pagamento avvenuto. Le iscrizioni vengono accettate fino ad esaurimento dei posti previsti per le letture. I partecipanti sono accettati secondo l’ordine di arrivo delle domande di iscrizione. Il pagamento delle letture portfolio online, avverrà antecedentemente, tramite bonifico o tramite Paypal. La durata di ogni lettura è di 25 minuti. L’organizzazione farà in modo di rispettare i tempi e di mettersi a disposizione degli iscritti per qualsiasi necessità. Verrete avvisati via mail sull’orario esatto delle vostre letture, dopo aver effettuato l’iscrizione. Riceverete una mail con tutte le modalità di partecipazione.

Costo delle letture:

Iscrizione per una lettura con un esperto euro 20 euro (1 o 2 portfolio a lettore)

Iscrizione per due letture con due esperti euro 35 euro (1 o 2 portfolio a lettore)

Iscrizione per tre letture con tre esperti euro 50 euro (1 o 2 portfolio a lettore)

PAGAMENTO

Il pagamento delle letture portfolio online, avverrà antecedentemente, tramite bonifico o Paypal. Trovate le indicazioni nella scheda di partecipazione.

PROSSIME LETTURE: 30 Novembre 2025  LETTURE PORTFOLIO online